Checco Durante. Una vita tra teatro e poesia
Pubblicato da Raffaella Bonsignori in Teatro · Mercoledì 30 Giu 2021 · 34:15
Dicembre 1973. Ho nove anni. Sono andata a vedere una commedia di Checco Durante al teatro Rossini di Roma. Alla fine, come suo costume, Checco recita per il pubblico una delle sue poesie. Data la vicinanza delle feste natalizie, ha scelto La Befana, un commovente quadro che vede protagoniste una bambina ricca, che sta in un negozio di giocattoli per scegliere una bambola insieme alla mamma, e una bambina povera, al di là della vetrina «cor nasino appiccicato, sfranto su cristallo … co’ certi occhietti neri, che già pareno pieni de pensieri». Ha solo un desiderio, quella bimba: «sotto a quer vestitino ch’è uno straccio, nun sente manco er mozzico der ghiaccio, manco er gelo dell’acqua indove sguazza; lei vede solamente la pupazza, bella come ‘na fata, che, assai più fortunata de lei che nun ce l’ha, po’ dì papà e mammà». A nove anni, con le mie splendide bambole che mi aspettano a casa, con i miei amorevoli genitori che mi accudiscono, mi tocca nel profondo il pensiero delle bambine meno fortunate di me. Di fronte a quelle parole, dunque, piango in silenzio e applaudo con il cuore ancor prima che con le mani.
Alla fine dello spettacolo andiamo a trovarlo in camerino. Ho ancora gli occhi lucidi e stringo tra le braccia il libro di Checco, I miei ricordi, le mie poesie. Voglio una dedica. Il camerino mi sembra grande, immenso, e tanto, tanto affascinante nel suo disordine artistico: abiti sparsi, due sgabelli di legno sormontati da cuscini di velluto rosso, un grande specchio sopra un tavolo di legno con i cosmetici di scena, una caraffa d’acqua e due bicchieri, scatole di latta e fogli dattiloscritti. Mio padre si presenta. Nome e cognome. Checco ingigantisce gli occhi e gli chiede se non sia parente di Armando e di Renato Bonsignori. Renato era mio nonno e Armando suo fratello. Papà sa dei trascorsi teatrali di suo zio, che, negli anni della prima giovinezza, con lo spirito della ribalta nel cuore, aveva per qualche tempo tentato la fortuna nel teatro. Checco lo abbraccia con l’affetto di un vecchio amico: «Ani’» dice alla moglie «Sai chi è? È er nipote de Armando Bonsignori, er fijo de Renato … Te ricordi?». E Anita si avvicina sorridente, con le ciabatte di scena in una mano e l’altra pronta a stringere la nostra: «Che piacere!».
Ecco, piacere è proprio la parola giusta per descrivere quell’incontro.
Ho ancora davanti agli occhi le mani grandi di Checco, il suo viso rotondo e sorridente; sento la grazia delle sue carezze sulla testa e dei suoi ganascini: «La nipote de Renato … Ma dimme te! Quanto sei bella!». Nota i lucciconi nei miei occhi: «Ma che t’ho fatto piagne co’ la poesia? Anima bella, fossero tutti bboni come te!». A quel punto anche a mamma scendono due lacrime e la cosa porta tutti a riderci sopra. Gli porgo il libro, troppo emozionata per parlare, e mi scrive la dedica.
Da allora non abbiamo mai smesso di andare ad applaudirlo e, anche dopo la sua scomparsa, avvenuta di lì a tre anni, non abbiamo perso i contatti con Anita, con le figlie, Leila e Luciana, con Enzo Liberti, il marito di Leila, che sostituì Checco sulla ribalta.
A vent’anni ho intervistato Anita e, con mio padre, la sono andata a trovare a casa più di una volta. In quelle occasioni abbiamo parlato di teatro e di cinema, mi ha raccontato i retroscena di Un Americano a Roma, dove lei aveva interpretato il ruolo della mamma di Alberto Sordi, e mi ha fatto dono di alcune foto di scena che la ritraggono sul palcoscenico insieme a Checco, nella speranza che, prima o poi, avrei scritto un libro sul Rossini dei Durante. L’avevo in progetto, ma è uno dei tanti dattiloscritti incompiuti rimasti nel cassetto. Oggi sono felice di rendere finalmente onore, anche se solo con un articolo, a quell’antica promessa.
Francesco Durante, per gli amici Checco
Checco Durante, classe 1893, è una pietra miliare del teatro dialettale romano.
Nasce nel cuore della sua città, in via dei Salumi, a Trastevere, e vive una vita segnata da perdite importanti: suo padre muore che lui ha appena diciotto mesi e suo fratello cade nella Grande Guerra. Entrambi erano uomini di animo nobile; erano pragmatici e sognatori al contempo; amavano scrivere poesie.
Legge tantissimo: Sienkievitz, Gorkji, Tolstoj, Cecov, Dostoevskij, Zola, Balzac e tutti gli autori italiani, soprattutto i contemporanei. È incline alla narrativa e alla poesia. A quei tempi Trilussa imperversa e Checco lo ammira molto. Gli fa dono di Acquarelli, la sua prima raccolta di poesie, con una bella dedica: «Er DUE de briscola all’ASSO». Le parole che Trilussa gli riserva sono molto lusinghiere.
Sin dall’infanzia sviluppa un’indole bonaria che lo caratterizzerà sempre e di cui parlerà con grande ironia in un suo bel componimento del 1962, A lo specchio.
Il primo lavoro è in una ditta di trasporti dove uno zio, suo omonimo, è dirigente. Checco ha 18 anni e vive con entusiasmo questa esperienza, sebbene precaria, che lo porta a frequentare il mondo affascinante e confusionario della stazione Trastevere e del porto fluviale di Ripa Grande. Nel tempo libero si dedica alla poesia. La sua onestà e la sua attitudine al lavoro gli valgono un impiego permanente che, tuttavia, è meno avventuroso, perché più sedentario. Impara a dattiloscrivere, cosa che gli tornerà utile in più occasioni.
Nel frattempo, un nuovo lavoro ben remunerato gli sta dando la giusta serenità, ma anche il desiderio di dedicarsi all’arte. Ce l’ha dentro. Non solo l’arte poetica ma quella teatrale. Inizia, così, a frequentare, nelle ore serali, una filodrammatica.
Nel 1913 viene chiamato alle armi e assegnato all’ospedale del Celio per diventare caporale. Due anni dopo parte per il fronte nella zona di Selva di Cadore. La sua abilità con la macchina da scrivere lo tiene spesso lontano dalla linea di fuoco e, forse, gli salva la vita, chissà.
Nel raccontarmi il suo Checco, Anita mi disse che tornava spesso con la mente a quei giorni e che era essenzialmente una la parola con cui li riassumeva, mamma, quella dei suoi pensieri e quella dei pensieri dei suoi compagni d’arme, quella cui tutti si rivolgevano quando stavano male e quella che invocavano prima di morire.
Da adulto tornerà in quei luoghi. Il classico pellegrinaggio dell’anima. Ne trarrà ricordi struggenti e senso di sconforto nel vedere quei posti privati della vita di allora, anche se una vita affiancata ogni giorno dalla morte.
Il ritorno all’abito borghese non è facile per nessuno. L’Italia è da ricostruire. Non si trova lavoro.
Checco inizia a scrivere di teatro per La Gazzetta degli Spettacoli, ma lo fa gratuitamente, mosso solo dalla sua passione per le scene. I suoi articoli e le sue poesie piacciono nell’ambiente teatrale e, considerati i suoi trascorsi nella filodrammatica, a Checco cominciano ad arrivare proposte per fare teatro.
Entra, come generico utilité, nella costituenda Compagnia Drammatica di Ercole Manzoni, ma i finanziamenti vengono improvvisamente meno. Si tenta comunque l’avventura prospettando una divisione di utili al posto della paga; a Checco e ad altri robusti volontari viene affidata anche l’opera di facchinaggio, come racconta lui stesso nei suoi Ricordi:
«Mi rivedo ancora attraversare il Tritone col baule di Manzoni, tenuto da una parte da me e, dall’altra, dall’allora giovanissimo Carlo Sammartin. […] La fatica maggiore fu caricare i cassoni della signora Garavaglia (vedova del celebre Ferruccio) facente parte della Compagnia quale attrice madre. Si trattava di cassoni teatrali vecchio stile, confezionati con spesse tavole, rinforzati da ferramenta, vere e proprie casseforti ognuno dei quali, vuoto, pesava quanto tre bauli normali, pieni, messi insieme. Contenevano tutti i costumi per La Cena delle Beffe, per Il Cardinale, per La Fiaccola sotto il Moggio, per Romanticismo…».
La prima piazza è Velletri. Molti i reduci di guerra che riempiono il teatro, ma nelle città successive si comprende subito che di utili da dividere ce ne sarebbero stati davvero pochi.
Inizia una tournée caratterizzata dalla fame, quella nera: pasti saltati e pasti rubacchiati nelle trattorie con la promessa di pagare il giorno dopo. Checco, per onorare la parola data al ristoratore, si fa mandare una vaglia dalla madre, ma è un’eccezione. Nessuno naviga nell’oro, a quei tempi.
Il ritorno a Roma, inevitabilmente, coincide con la ricerca di un lavoro stabile. Vuole dimenticare la miseria e la fame. Grazie ad un suo compagno d’armi, trova impiego in una ditta di tessuti, ma il teatro continua a pulsargli nelle vene e il destino ignora raramente ciò che pulsa nelle vene.
Nella primavera del 1919 incontra casualmente Fernando Durot, con il quale aveva calcato le scene. Gli propone di tornare a recitare. Può farlo la sera, mantenendo l’impiego. Checco non se lo fa ripetere due volte. E il destino rincara la dose: in quella filodrammatica conosce Anita Bianchi, infatti, che diventerà sua moglie e sua compagna di scene. L’amatissima donna della sua vita.
Alla corte di Re Petrolini
Pochi giorni dopo incontra Trebbi, il segretario di Petrolini, incaricato di trovare nuovi attori per la Compagnia. Propone il nome suo e quello di Anita. Due giorni dopo incontrano Petrolini al Teatro Drammatico di via Nazionale e vengono scritturati. Ha inizio un sodalizio artistico lungo dieci anni.
Petrolini è bravo, è famoso, è un divo.
È un meta-attore che fa meta-teatro, come lo definirà Sanguineti, perché le sue maschere vanno oltre la realtà, oltre i riferimenti letterari per diventare parte di lui. Sin dagli inizi, attraversa il teatro in tutte le sue forme: si traveste da Sirena a piazza Pepe; fa il macchiettista, il capocomico; si cimenta nel varietà, nel café-chantant, persino nel circo; approda al teatro di Moliere; si presta alla pubblicità, reclamizzando vari prodotti: una brillantina, una polvere per rendere frizzante l’acqua, la Salsolitina, e il Campari; è l’attore, che, attraverso la sua geniale arguzia nonsensica, per dirla con Milli Graffi, plasma lo scherzo e l’umorismo, miscela motti e parodie, trasformandosi in un idolo dell’avanguardia futurista; è un autore di testi. Soprattutto è un grande improvvisatore. Sa come catturare il pubblico. Il suo repertorio macchiettistico si arricchisce continuamente e non smetterà mai di farlo, visto che in punto di morte, di fronte al prete con l’olio santo, pare abbia esclamato: «Adesso sì, che sono fritto!»
Riempie le sale più di Pirandello e di Rosso di San Secondo.
Per lui fare teatro è interpretare la vita in ogni sua manifestazione: «Da ragazzino» scrive in Modestia a parte, «se vedevo un funerale, immediatamente mi accodavo. Assumevo un’aria afflitta e fingevo di commuovermi fino alle lagrime per farmi compatire dalla gente. Ma perché facevo tutto questo? Facevo teatro». Mi ricorda un film, questo suo aneddoto. Gli Ultimi Fuochi. Robert De Niro, davanti a tre persone, racconta una storia: una donna entra in una stanza, al buio, si toglie un paio di guanti neri, svuota la borsetta sulla scrivania, ci sono pochi spicci e dei fiammiferi; prende i fiammiferi, rimette gli spicci nella borsetta e lascia un nichelino sul tavolo; quindi afferra i guanti e, con i fiammiferi in mano, si avvicina alla stufa; squilla il telefono; alza il ricevitore e ascolta, dopo di che afferma perentoriamente di non possedere un paio di guanti neri; riaggancia, torna alla stufa, tenta di accendere un fiammifero, ma, all’improvviso, si accorge che c’è un altro uomo nella stanza … Il racconto si interrompe. Una delle persone che sono con De Niro chiede cosa stia per accadere e la risposta è: «Mah, non lo so. Stavo solo facendo del cinema!». Ecco, in entrambi i casi il succo della questione è prendere la vita e trasformarla in spettacolo. Questo fa Petrolini. Si appropria del mondo e lo porta in palcoscenico; e del mondo fa parte tutto: l’esperienza personale e quella teatrale. Anche il teatro classico, infatti, viene filtrato attraverso la sua capacità di guardare alla realtà che lo circonda con l’occhio del caricaturista. Non si salva nessuno, neppure Shakespeare:
Io sono il pallido prence danese
Che parla solo, che veste nero,
che si diverte nelle contese,
che per diporto va al cimitero.
La sua Compagnia è composta da tantissimi elementi, ma tutti rivestono ruoli assolutamente secondari. La sua rapida ascesa al successo lo ha reso fortemente individualista. Solo lui deve stare al centro della scena. Ruota tutto attorno alla sua figura di interprete. È anche vero che Petrolini è Petrolini. Non stiamo parlando di un interprete, ma di una maschera, di un uomo-teatro, anche se lui non avrebbe amato questa mia definizione: «Io non discendo affatto dalle vecchie maschere; io discendo unicamente, tutte le mattine, dalle scale di casa mia» soleva dire. La scena è lui, non può essere altrimenti: «Credeva, e lo diceva candidamente, d’essere il più grande attore del mondo, ma si sbagliava. Si sbagliava non tanto sull’aggettivo, quanto sul sostantivo; il più delle volte Petrolini non era affatto quel che siamo usi a definire un attore» scrive Silvio D’Amico. È un assetato di caratteri, un affamato di personalità; plasma i personaggi sulla vita, ma della vita coglie gli aspetti buffi. Gioca con le parole, con i sensi comuni e con la voce dell’assurdo. I suoi scherzi verbali rivelano comicità e filosofia al contempo.
A volte aggrediva i critici, altre volte se la prendeva con il pubblico. La volgarità delle sue battute andò diminuendo con il tempo, ma era comunque e sempre frizzante nel rivolgersi agli altri.
Certo, non deve essere facile stargli accanto. Il carattere pacato di Checco lo facilita. Tra i due si instaura subito un buon rapporto, tanto che Ettore, pochi giorni dopo averli scritturati, gli affida la riduzione in romanesco de La Stonatura di Fausto Maria Martini, che diventa, così, Il Cortile, un classico del teatro petroliniano.
Petrolini gli darà sempre del tu; Checco, invece, lo chiamerà sempre sor Ettore. È così che nasce il loro sodalizio. Checco Durante ha per lui un’ammirazione sconfinata:
«Bisognava avere la possibilità di penetrare nel suo spirito tutt’altro che superficiale per comprendere e godere la forza interpretativa mai studiata, sempre diversa con la quale raggiungeva degli effetti sbalorditivi, drammatici o comici, satirici o sentimentali».
Insieme viaggiano molto, anche nelle Americhe. Ed è proprio a Rio de Janeiro che nasce un’idea che diventerà quasi un marchio di fabbrica di Petrolini. Da quelle parti è molto in voga una canzone, Mimosa, di Leopoldo Flores. L’orchestra della Compagnia la suona negli intermezzi. Musica orecchiabile, che facilmente può adattarsi a dei versi. Nel viaggio di ritorno, Checco Durante pensa di scriverne alcuni. Nasce Gastone. Giorni dopo, nel camerino del Carignano di Torino, prende il coraggio di far sentire la canzone al sor Ettore. A Petrolini piace. La inserisce nello spettacolo immediatamente, ancor prima di impararla, chiedendo il suggerimento di Checco da dietro il sipario. Da quel momento diventerà un suo classico, su cui metterà mano più e più volte. Imbattibile.
O con me, o contro di me. L’uscita dalla Compagnia Petrolini
Nel frattempo, a Checco e Anita nasce la piccola Leila. Più forti si fanno sentire le esigenze economiche. È giunto il tempo di lasciare il nido petroliniano e spiccare il volo, mettendo su una propria Compagnia. Al sor Ettore viene data la notizia due mesi prima della fine della stagione, in modo da dargli il tempo di trovare una sostituzione. Petrolini, però, non la prende affatto bene. Vive questo distacco come un tradimento e affretta i tempi, allontanando Checco e la moglie immediatamente. Nel distacco più brusco, spesso, si nasconde dolore. Sicuramente Petrolini, uomo profondo e sensibile, era stato colpito al cuore da quella notizia.
Grazie all’attore Nello Carotenuto, il padre del compianto Mario, impareggiabile volto del cinema italiano della seconda metà del Novecento, Checco e Anita radunano frettolosamente la Compagnia della Commedia Romanesca, provano un paio di commedie e partono alla ventura. Sono passati esattamente nove anni dall’incontro con Petrolini.
Il battesimo avviene il 7 aprile 1928 al teatro Traiano di Civitavecchia con La Commedia de Rugantino di Augusto Jandolo. E, come tutti i debutti, nasce fortunato grazie ad un’iniziale sventura. Gli inesperti macchinisti Armando Pace e Alberto Cocchi non riescono a montare la scena. Siamo a poche ore dallo spettacolo. Checco, incontra casualmente Angelo Castrucci, che proviene come lui dalla Compagnia di Petrolini; è un esperto macchinista. Il suo aiuto è decisivo. Il successo è grande, ma la serata è praticamente tutta ad inviti. Nessun pagante. La paura di finire gambe all’aria ancor prima di iniziare è tanta. I pochi soldi a disposizione svaniscono presto e il terzo giorno di repliche, per garantire la cena alla Compagnia, Checco impegna il proprio orologio. Alla seconda tappa, Tarquinia, la situazione migliora: il pubblico paga e la Compagnia rifiata. Chiedono consiglio sulla tappa successiva e viene detto loro che a Canino sarebbero potuti andare bene, ammesso che la stagione dell’olio fosse stata buona. Arrivano a Canino con un unico pensiero in testa: il raccolto delle olive. Quando vengono a sapere che il raccolto era stato un disastro capiscono che avrebbero dovuto fronteggiare un’altra stretta di cinghia.
La sfiducia prende il sopravvento. Checco, Anita e le due figlie, perché nel frattempo è nata anche Luciana, tornano a Roma e si stabiliscono a casa della madre di Checco. Il dovere morale verso la Compagnia, però, lo induce a tentare la sorte nuovamente. Inizia una nuova tournée. Gli accordi li vogliono a Tivoli, ma Preziotti, che amministra la Compagnia, pensa di poter organizzare anche a Sora. Inutile dire che saltano entrambi gli ingaggi. Ripiegano a Subiaco. Paga minima che, tuttavia, in quel momento, sembra una manna dal cielo. In quei giorni il pugile Enzo Fiermonte si trova a Subiaco per allenarsi e accetta, tra un atto e l’altro, di fare un’esibizione pugilistica con un attore della Compagnia che millanta trascorsi di boxe. Le parole di Checco credo possano rendere al meglio quanto avvenne:
«Il povero attore non fece che correre terrorizzato per il palcoscenico, sordo alle esortazioni di Enzo che sottovoce lo incoraggiava a colpirlo».
La tournée sembra finita prima di cominciare, ma Nello Carotenuto si allontana un paio di giorni e torna con un ingaggio. Località Montelibretti. Nessuno ha mai sentito parlare del teatro di Montelibretti. «Proprio proprio un teatro no» spiega Carotenuto. Lo spettacolo, infatti, si tiene in un fienile. Grazie al più facoltoso cittadino del luogo, compagno d’armi di Checco durante la Grande Guerra, riescono a sopravvivere bene. Checco liquida la Compagnia, li rimanda tutti a Roma, si trattiene qualche giorno dal suo amico con Anita e le bambine e aspetta di tornare, abbandonando definitivamente il teatro. Ma l’uomo propone e Dio dispone; è così che si dice.
Orbetello brulica di avieri e gli spettacoli teatrali sono molto apprezzati dai militari in congedo. In qualche modo la Compagnia torna insieme. Si devono aggiungere due numeri di varietà: Carotenuto si occupa di trovare un’eccentrica ed una stella. Le canzoni vengono affidate a Franco Sereni, nella vita Umberto Maraldi, poi noto libraio della Capitale.
Il numero della stella è un disastro. Si paralizza in scena. Non riesce a cantare. Il pubblico rumoreggia e se ne va indispettito. Il teatro chiude i battenti in faccia alla Compagnia che, dal giorno dopo, deve trovare altri ingaggi. Il giro continua nel grossetano, ma senza soddisfazioni economiche. Ancora una volta.
Avanspettacolo e cinema-teatro
Il ritorno a Roma vede Checco alla ricerca di un lavoro che esuli dal mondo dello spettacolo; ma è il mondo dello spettacolo a non volersi staccare da lui. Catoni gli propone di scrivere qualcosa per la sua Compagnia. Fa avanspettacolo, un genere molto diverso da quello dei Durante ma assai remunerativo. Nonostante un nuovo contatto con Petrolini, che sembra li rivoglia in Compagnia, Checco e Anita iniziano l’avventura dell’avanspettacolo debuttando al cinema teatro Eden di piazza Cola di Rienzo. Dura poco quella Compagnia, ma l’assaggio del cinema-teatro, decisamente più remunerativo, lascia un buon sapore in bocca e, dunque, i Durante tentano quella strada anche in proprio. Ci riescono con un gruppo di giovani attori provenienti da una filodrammatica appena sciolta: tutti bravi e pieni di energie, con il sacro fuoco del palcoscenico. Nomi indimenticabili sia per i Durante, sia per il mondo dello spettacolo di allora: Amedeo Nazzari, Tina Carelli, Gina Amendola, Nino Bonanni, Armando Cataluffi, Nino Capriccioli, Ugo Feriaud, Andrea Maroni, Fernanda Riboni.
Il debutto avviene al cinema teatro Due Allori di Tor Pignattara. Il successo è tale che la Compagnia viene scritturata per 27 giorni al Morgana, che sarebbe diventato, poi, il teatro Brancaccio, con un cambio di commedia previsto tre volte a settimana in linea con il cambio del film in programmazione. Il repertorio dei Durante non è così vasto; ricorrono, quindi, alle riduzioni dialettali dei classici, già rappresentate da altre Compagnie.
Ovviamente nel cinema-teatro il problema è l’affollamento: quando c’è tanta gente che attende fuori lo spettacolo successivo, l’impresario affretta l’ingresso per non perdere il pubblico e, quindi, tende a forzare la fine dello spettacolo.
Checco Durante riporta nelle sue memorie un dialogo surreale con Graziano Jovinelli del cinema-teatro La Fenice, avvenuto in camerino nell’intervallo tra il secondo e il terzo atto:
«Guarda che ce sta ‘n sacco de gente de fori che aspetta. A te quanto te manca pe’ finì?»
«‘Na trentina de minuti»
«So’ troppi. Regolate perché io fra un quarto d’ora, ‘ndo stai stai, manno giù er sipario»
Ci si abitua, dunque, anche a dimezzare i tempi di rappresentazione, improvvisando.
A quel periodo i Durante legano molti bei ricordi, come gli applausi ricevuti da Pirandello e il biglietto di congratulazioni ricevuto da Ugo Betti.
Inizia una tournée finalmente prestigiosa: Milano, Napoli, Bari, Venezia, Vicenza, Verona ... Le piazze più importanti, grandi teatri e ingaggi più che dignitosi. Siamo giunti al mese di luglio 1939. La guerra è alle porte. Per i Durante arriva l’Africa: il teatro Augustus di Asmara, il teatro Italia di Adis Abeba e, poi, Massaua e altre importanti località. Tre mesi.
Il peso della guerra sovrasta il futuro; la progettualità si perde. Ciononostante, Checco Durante, con i suoi attori, viene scritturato per andare a recare conforto ai soldati schierati nel nord Italia. La “prima” di questo nuovo giro “militare” di spettacoli parte dal teatro reale di Racconigi, alla presenza del Re, per poi spingersi in Val di Susa. Giungono a Condove il 10 giugno 1940, ma devono ritardare lo spettacolo per sentire il discorso del duce; un discorso che difficilmente potranno dimenticare, tutti loro, pubblico e teatranti: l’Italia è appena entrata in guerra. Alcuni sembrano entusiasti, altri, come Checco, sono terrorizzati al ricordo della guerra combattuta anni prima. Il pensiero va ai nuovi e più potenti mezzi bellici: sarà una guerra certamente più cruenta della precedente.
La notte dormono a Torino e assistono impotenti ai primi bombardamenti aerei sulle città italiane.
Lo spettacolo deve andare avanti, si usa dire. In quel momento i Durante sentono di farlo con una marcia in più. «Platee sterminate di soldati di tutte le armi» ricorda Checco. Ottocento spettacoli in più di cento località. La Compagnia Durante combatte coraggiosamente la sua guerra, portando un momento di spensieratezza, portando il ricordo di un sorriso a chi è chiamato alla guerra.
Fanno ritorno a Roma il 24 luglio 1943. Manca un giorno alla caduta del fascismo, mancano quarantasei giorni all’armistizio.
La Roma dei giorni successivi all’8 settembre la conosciamo tutti: un campo di battaglia tra gli alleati di un tempo e gli alleati del momento, come tutta l’Italia.
Alla fine della guerra la Compagnia, in una formazione diversa, riprende qualche recita nelle caserme, per i reduci, o, meglio, per quel che resta di loro. Recitare in ruoli comici con l’angoscia addosso non è facile. Ci riescono solo nella consapevolezza di arrecare sollievo.
Nella vita dei Durante, però, sta per arrivare una novità che rivoluzionerà non solo il loro mondo teatrale, ma quello romano: nel 1949 porteranno a nuova vita il teatro Rossini.
Cos’è il Rossini? Quando i Durante ne prendono le redini è un magazzino da ristrutturare, eppure ha un glorioso passato come teatro.
Facciamo un passo indietro nella storia per scoprire i suoi trascorsi.
La prima vita del Rossini
La tradizione teatrale romanesca è antica e ricchissima. La prima commedia in dialetto sembra risalga addirittura al 1264. Roma è sempre stata un teatro vivente. Si pensi che nel 1667 saliva al soglio pontificio, col nome di Clemente IX, tal Giulio Rospigliosi, librettista e amante delle arti.
Ed è sempre nel Seicento che si ha memoria non solo di spettacoli pubblici, ma di molti spettacoli privati, realizzati in casa, come ci ricorda Anton Giulio Bragaglia in Maschere Romane, dove le Compagnie si esibivano a pagamento: «Il teatro era una frenesia, lo si faceva in tutte le case, oltre che in tutte le piazze. Un vago teatro per commedie fu fatto persino nel palazzo del cardinale Lancellotti, che vi faceva recitare tante belle ragazze: le vestiva da uomo con le sue proprie mani: spiritoso modo per osservare le regole della unità sessuale».
Taddeo Barberini fece costruire nel suo palazzo un teatro, noto come il teatro delle Quattro Fontane, che nulla aveva da invidiare ai più noti teatri cittadini, come il teatro Pace e il teatro del Mascherone, l’Alibert e il Valle.
La dialettalità è sempre stata una linfa vitale per il teatro, anche all’estero: tedeschi e russi, ad esempio, inserivano parti dialettali persino in Shakespeare.
Ai primi dell’Ottocento, accanto alle rappresentazioni domestiche delle opere settecentesche, spesso barbose per dirla con Bragaglia, si assisté ad una francesizzazione dei temi trattati e si diede spazio anche ad argomenti più libertini, affidati al burattinaio romano Gaetano Santangelo, detto er Ghetanaccio, nonché alle classiche e alle nuove maschere romane, come Cassandrino, Ninetta, Tarantola, Rugantino, il Pulcinella romano …
Ovvio che il linguaggio libero sfociasse anche in satira politica. A Roma parlavano anche le statue, come Pasquino e Marforio, o Madama Lucrezia, cui venivano attaccati anonimi fogli con parole al vetriolo. A Leone XII il gioco delle critiche non piaceva, però. Era un Papa arroccato all’ombra del proprio potere e particolarmente ostile a qualunque innovazione, persino di carattere medico, tanto che osteggiò le vaccinazioni contro il vaiolo. Racconta Benedetto Croce: «il papa che similmente abolì codici e tribunali istituiti dai francesi volle tornare agli ordini del vecchio tempo, e rinchiuse daccapo i giudei nei ghetti e li costrinse ad assistere a pratiche di una religione che non era la loro, e perfino proibì l’innesto del vaiuolo che mischiava le linfe delle bestie con quelle degli uomini: vani sforzi che poi cedettero dal più al meno alle necessità dei tempi». Il divertimento e la chiassosità non potevano, dunque, essere tollerate, tanto che condannò al supplizio del cavalletto chiunque facesse rumore. Marforio commentò la cosa, idealmente parlando con Pasquino:
«Ah, Pasquin, niun te l’ha detto?
Li decreti senza effetto,
a teatro il cavalletto,
questo Papa sempre a letto
dentro Roma allarga il Ghetto,
alle scienze l’interdetto
anche al vino il cancelletto,
questa legge è di Maometto.
Ah, Governo maledetto!»
La romanità teatrale, comunque, non si fermò. Trovò spazio ospitatata qua e là, spesso in teatri minori; poi arrivarono il teatro della Pace, Tor di Nona e la Pallacorda e si formò l’Accademia Filodrammatica Romana.
Tra il 1847 e il 1870 l’occupazione francese, se non favorì la crescita degli spazi teatrali, quanto meno non impedì gli spettacoli e determinò la revoca dell’odioso decreto papale.
In questo clima nacque il teatro Rossini: la nuova Capitale doveva arricchirsi di spazi culturali degni di tale nome e non si fece risparmio alcuno (troppo facile osservare come oggi si lavori esattamente al contrario). Si trattava di un piccolo spazio interno del palazzo Santa Chiara, tra Largo Argentina e il Pantheon. Tanta era la buona volontà nel creare spazi teatrali che, quando ci si rese conto che al nuovo teatro mancava un degno vestibolo, il Comune, con decreto n. 16 del 18.03.1873, autorizzò l’annessione dell’adiacente vicolo senza uscita, un tempo utile a raggiungere la bottega di un famoso ebanista, tal Menicanti, ma a quel tempo in istato di abbandono e spesso usato come latrina a cielo aperto. Pagata una congrua buonuscita alla vedova Menicanti per annettere anche la sua bottega e farne una sala da caffè e stipulato un contratto di affitto per un altro piccolo locale affacciato sul vicolo, reso biglietteria, all’architetto Virgilio Vespignani rimasero sufficienti fondi per creare l’ampio ingresso. Sul Fanfulla apparve un articolo che descriveva il teatro come un’opulenta bomboniera: «Bellissimo teatrino quella scatola di dodici canditi che si chiama il Rossini. Tutto stucchi e oro, tutto fronzoli e trine come una donnina civetta che alle forme assenti supplisce con l’eleganza».
L’attività teatrale era remunerativa. I romani andavano a teatro anche ai primi caldi, e ancor prima dell’estate teatrale firmata dall’architetto Mariani con l’Anfiteatro di ponte Margherita.
Giggi Zanazzo, dalle pagine del Rugantino, reclamava a gran voce la rappresentazione al Rossini di commedie vernacolari e, finalmente, il 19 gennaio del 1879 Pippo Tamburri, imbianchino per mestiere, ed attore, bravissimo attore e cantante, per passione, portò in scena Meo Patacca. Il teatro dialettale entrò al Rossini trionfalmente, anche se sotto forma di operette, cosa che, in seguito, allontanerà Zanazzo dalla Compagnia Comica Romana, perché desideroso di creare una tradizione di prosa romanesca, anche se ciò non gli impedirà di continuare a scrivere libretti da musicare.
Sul palco del Rossini si avvicendarono le più famose maschere romane. Nel 1887 debuttò Rugantino e due anni dopo, rappresentato ora al Rossini e ora al Metastasio, entrambi teatri dell’impresario Gambardella, fece breccia nei cuori romani la figura del Marchese del Grillo. In quel periodo nacque anche Pippetto, icona del classico figlio di papà nullafacente, fanatico, pretenzioso ed elegante, fasciato nel suo abito attillato o, come si dice a Roma, tirato ar sugo. Zanazzo, che, da autore, non tollerava molto le maschere nate dall’improvvisazione degli attori, inizialmente criticò Pippetto, ma, poi, lo fece suo e lo inserì in testi esilaranti.
L’avvento del cinema, però, mutò radicalmente l’approccio al teatro dialettale. Il primo cinema romano fu il Lumiere, di via del Mortaro. Il popolo, incuriosito dalla nuova arte, abbandonò in parte i teatri dialettali. Il Rossini non sopravvisse e, nel 1897, chiuse i battenti, diventando prima un Gabinetto pubblico di lettura e, l’anno seguente, un ufficio, cosa che determinò un abbassamento del soffitto e lo smantellamento della struttura interna.
Ma la romanità non morì. Si percepiva ad ogni angolo di strada, dove allora imperversava Er sor Capanna, al secolo Pietro Capanna, stornellatore irriverente e un po’ osé, che sulla base musicale di una novena religiosa, cantava pregi e difetti dell’umanità.
La seconda vita del Rossini
Nel 1949, come detto, a Checco Durante si presenta l’occasione di ripristinare il Rossini e di farne uno stabile del teatro romanesco. Ce lo racconta Francesco Possenti, il quale, un giorno, incontra Checco vicino a via delle Botteghe Oscure: «Mi accompagnai con lui per un lungo tratto di strada e mi parlò entusiasticamente di un suo progetto che stava maturando e che finalmente - pensava - avrebbe risolto i problemi della sua vita e posto fine a quel lungo peregrinare su tanti palcoscenici d’Italia. Si trattava, in una parola, di dare a Roma un teatro stabile che si fosse potuto considerare fra quelli tradizionali del glorioso teatro dialettale italiano».
La ristrutturazione, a spese dei Durante, non è di poco conto, ma il progetto li ha fatti innamorare e investono volentieri i loro risparmi.
L’ingresso di un tempo è ormai stato inglobato dall’adiacente albergo e il Rossini dei Durante si affaccia direttamente su piazza S. Chiara n. 14, i cui battenti si schiudono di nuovo al teatro ai primi di aprile del 1950; il 6, secondo i ricordi di Checco, con la commedia in tre atti di Andrea Maroni, Un Santo, nonostante i giornali romani riportino il Don Luigi.
La Compagnia Stabile del Teatro di Roma diretta da Checco è composta da Checco, da Anita, dalle loro figlie Leila e Luciana, da Enzo Liberti, che sposerà Leila, e da Carlo Sanmartin, Gina Amendola, Anna Sanmartin, Marcello Giachetti, Ugo Feriaud, Giovanni Simonetti, Silvio Bucciarelli, Armando Pace, Paolo Faggi.
È un pubblico di affezionati, quello che frequenta il nuovo Rossini e ciò comporta la necessità di cambiare spesso la commedia in cartellone. Solo nella stagione 1950-51, ossia in circa otto mesi, ne vengono messe in scena venti.
Il lavoro instancabile della Compagnia e il successo risvegliano anche i giornali, fino a quel momento pigri nel recensire le opere del Rossini. Il 10 gennaio 1952 un cronista de Il Tempo scrive un lungo e ammirato articolo, romantico, pieno di cuore, che parla del Rossini come di una piccola preziosa pianta: «Una pianticella che occorre tenersi cara come una qualità o un difetto di famiglia, ché vengono affidati al teatro dialettale i nostri sentimenti più semplici, il primo moto del nostro animo».
È chiaro che il necessario avvicendarsi di molte commedie non dà tempo a Checco di scriverne di nuove. Fa ricorso ai soggetti di molti bravi autori romani e fa riduzioni in romanesco di commedie scritte in altri dialetti o in lingua italiana. Un infaticabile lavoro parallelo a quello svolto sul palcoscenico.
L’estate, chiuso il teatro, la Compagnia si esibisce a Villa Aldobrandini. Non c’è un attimo di riposo.
Così come l’avvento del cinematografo aveva messo in crisi il primo teatro Rossini, l’avvento della televisione, sebbene presente nelle poche case dei più benestanti, mette in crisi il secondo Rossini, ma non tanto da farlo chiudere, per fortuna. Programmi come Lascia o raddoppia? tengono gli italiani inchiodati al piccolo schermo e il Rossini si adegua facendo entrare in scena il televisore: all’inizio della trasmissione, lo spettacolo si interrompe per trasmettere il quiz di Mike Bongiorno e riprende la scena alla fine.
Checco, nel frattempo, arricchisce il repertorio, inserendo, al termine della commedia, la recitazione di alcuni suoi versi.
Il 15 aprile 1953 la sua abnegazione viene premiata con una medaglia d’oro dallo stesso Comune di Roma in persona dell’allora Sindaco Salvatore Rebecchini.
Nel frattempo, il Rossini fa scuola e molti attori giovani, che muovono i primi passi teatrali con Checco, trovano la strada del successo. Uno di essi è Gianfranco Funari che racconta: «A trentasei anni io ero ancora uno spiantato. Decisi di tentare la strada dell’attore teatrale e non mi vergognai di accettare la parte del morto in una commedia allestita da Checco Durante, un capocomico che a Roma era una vera istituzione. Così, una volta in scena, invece di fingermi morto, per l’emozione mi sentivo morire davvero. Tant’è che la mia partner che interpretava la vedova, Anita Durante, vedendomi sbiancare in volto, mi bisbigliava tra una battuta e l’altra del copione: Ahò, vedi de nun crepa’ pe’ davero! Io mi rasserenai solo quando, a fine recita, Checco Durante mi disse che come cadavere funzionavo».
Checco è di una bontà e di una gentilezza proverbiali. Non si arrabbia mai con nessuno, nemmeno con gli attori giovani che arrivano in ritardo. È il sor Checco per tutti, a volte un buon padre, altre volte un fratello maggiore. Fa teatro con l’anima che possiede, quella di una persona per bene.
Il suo teatro è una formula che funziona e continua ad avere pubblico anche se i tempi si fanno sempre più difficili: il cinema avanza e toglie spettatori ai teatri.
Il 5 maggio 1975 Vito De Anna organizza una rappresentazione di Alla fermata del 66 al teatro Quirino per festeggiare i 60 anni di teatro di Checco. L’emozione è grande. Presenziano molte autorità e grandi nomi dello spettacolo. C’è anche la vedova di Petrolini, cosa che colpisce particolarmente Checco, ancora triste per come si erano chiusi i rapporti col sor Ettore. L’applauso che precede lo spettacolo dura dieci minuti e commuove sia Checco, sia Anita.
La nuova stagione viene, dunque, inaugurata con grande entusiasmo, ma il 4 gennaio 1976 Checco accusa un dolore alla testa. Si pensa alla stanchezza. Lo attendono i due giorni di chiusura del teatro e ritiene che riposando passerà, ma non è così: il giorno dopo muore e, con lui, muore quella romanità genuina e buona, generosa e simpatica, mai volgare, sempre divertente.
La Compagnia, pur con il peso della sua assenza, prosegue il suo cammino d’arte, ma è un cammino verso un inevitabile traguardo. Il teatro Rossini chiuderà definitivamente i battenti sul mondo romanesco dei Durante nel 1992, quando Anita, novantaquattrenne, darà l’addio alle scene, due anni prima di morire, due anni prima di seguire Checco sui palcoscenici celesti sui quali ancora oggi, ne sono certa, stanno facendo spettacolo.
© di Raffaella Bonsignori
[dal libro Storie di Roma. I tanti volti della Città Eterna, giugno 21, p. 185]
Per approfondire
Franca Angelini (a cura di), Petrolini. La maschera e la storia, Laterza, Roma-Bari, 1984
Pietro Bianchi (a cura di), Petrolini, Garzanti, 1961
Anton Giulio Bragaglia, Storia del teatro popolare romano, Colombo, Roma, 1958Anton Giulio Bragaglia, Le maschere romane, Colombo Editore, Roma, 1947
Anne Ciccone, Il teatro dialettale romanesco, in Roma ieri, oggi, domani, n. 79, pp. 84 ss.
Germana Consalvi, Il teatro romanesco, in Roma ieri, oggi, domani, n. 38, pp. 72 ss.
Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Laterza, Bari, 1965
Silvio D’Amico, Bocca della Verità, Morcelliana, Brescia, 1943
Giuseppe D’Arrigo, Vecchio varietà romano, in Strenna dei Romanisti, 1971, pp. 121 ss.
Checco Durante, I miei ricordi, le mie poesie, Tip. Don Guanella di G. Liberati, Roma, 1973
Riccardo Mariani, Sentite che ve dice er Sor Capanna, I Dioscuri, Roma, 1981
Renato Merlino, Il teatro Rossini dalle origini ad oggi, Sovera, Roma, 2000
Francesco Possenti, I teatri del primo Novecento, Orsa Maggiore, Milano, 1987
Francesco Sabatini (a cura di), Il Volgo di Roma. Raccolta di tradizioni e costumanze popolari, Loescher, Roma, 1890
Mario Verdone, Checco Durante: un attore “de core”, in Roma ieri, oggi, domani, n. 24, pp. 42 ss.