Raffaella Bonsignori

Daphne Du Maurier, signora della suspense

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Daphne Du Maurier, signora della suspense

Raffaella Bonsignori
Pubblicato da Raffaella Bonsignori in Arte e Letteratura · Lunedì 03 Nov 2025
Un consiglio di lettura. Un ritorno al passato. Storie originali, stile impeccabile, traduzione elegante. Certe volte, nel leggere un libro, abbiamo bisogno di un ritorno alla bellezza.

La letteratura contemporanea mi intriga sempre meno. Così le poesie; persino le canzoni, i film, i testi teatrali. Trovo che una miseria contenutistica ed una totale inconsistenza lessicale e rappresentativa si siano impossessati delle penne, o, meglio, dei computer, distruggendo l’edificio della cultura, sulle cui rovine aleggia, ora, la cosiddetta Intelligenza (leggasi Deficienza) Artificiale.
 Per questo, sempre più spesso, mi ritrovo a perdermi nei romanzi e nei racconti del Novecento. Oggi, in particolare, voglio parlarvi di una delle mie autrici inglesi preferite, Daphne Du Maurier. Se non la conoscete, procuratevi almeno un romanzo e un racconto, quel romanzo e quel racconto che Alfred Hitchcock trasformò in capolavori cinematografici: il romanzo è La prima moglie (Rebecca) e il racconto è Gli uccelli (The Birds). In realtà il grande Hitch realizzò anche un altro film tratto da una sua opera, ma leggermente meno noto: La taverna della Giamaica.
Daphne, a dispetto del faccino dai tratti regolari, della pettinatura da brava ragazza degli anni Trenta, era una bravissima scrittrice, con un animo che, in parte, viveva lunghe e tenebrose notti prive di stelle.
Saggiamente portava l’inquietudine fuori dalla propria gabbia e la faceva camminare lentamente sul viale della coscienza. Lentamente. In un ribollire di dubbi, in un tramestio di false certezze, in un costante rigurgito di ignoto capace di animarsi, ingigantirsi, dominare i pensieri.
La prima moglie inizia con un sogno: lei si incammina sul viale di Manderley, la dimora che l’aveva vista protagonista di un qualcosa di importante e di terrorizzante, ma non dice cosa. Inizia a descrivere la natura che si è via via riappropriata di quella casa, degli sterpi, dei fiori non più fioriti, della terra e, al margine, il fruscio di una veste femminile, forse. Il lettore lo sente davvero.

La natura aveva avuto il sopravvento; a poco a poco, furtiva, insidiosa, con lunghe dita tenaci s’era insinuata su pel viale. I boschi, che in passato erano stati sempre una minaccia, avevano finito per trionfare.
[…] Quando le foglie si agitano, non par di udire un fruscio di seriche vesti femminili   - di una veste da sera -   e quando subitamente rabbrividiscono e cadono, e si sparpagliano pel suolo, non potrebbe essere il trepestio frettoloso d’un passo femminile?

Poi il sogno svanisce e ci racconta del sole che abita i nuovi luoghi della sua esistenza, dove Manderley non è argomento da tirar fuori.

«Né avremmo parlato di Manderley, né io avrei raccontato il mio sogno. Poiché Manderley non era più nostro. Manderley non era più»

Sentite, in quest’ultima frase, bussare quell’eleganza e quella potenza superiori a qualsivoglia altro bell’incrocio di parole? «Manderley non era più». E nasce il primo brivido.
Prosegue a parlare del tè che beve nella sua nuova vita, anche se non è il tè di Manderley, servito da una governante portatrice di falsa cortesia, la signora Danvers, né quello degli anni precedenti al suo arrivo lì, quando era dama di compagnia di un’anziana e astiosa snob in quel di Montecarlo.
La trama prende forma grazie ad un effetto giroscopico. Il sogno, il risveglio e il ricordo caricano la molla; nel rilasciarla il lettore è ormai dentro. Totalmente.
Il romanzo venne pubblicato nel 1938. In quell’anno, alla Conferenza di Monaco, Mussolini aveva scongiurato che Hitler desse inizio alla guerra, ma i venti soffiavano comunque verso il conflitto, verso la rovina di ogni cosa, di tutto qual che era stato.
La follia che distrugge.
Una natura oscura e minacciosa, dunque, prende il sopravvento su Manderley.
L’equilibrio instabile tra l’ingenuità e la follia produce quadri aberranti. Forse la rovina è inevitabile, almeno fino a che Manderley non smetta di essere.
Ed è un tema che torna ne Gli uccelli, pur se opera ben più tarda (1953): la ribellione della natura sugli uomini. La natura diventa cattiva, punitiva. Priva di riserve nel mutare radicalmente il mondo. E dopo che accade? Daphne Du Maurier non lo dice. È un finale aperto, il suo. Lo stesso Hitchcock rende omaggio a questa scelta, evitando la classica scritta The End.
Non è un caso che il racconto esca nei primi anni Cinquanta. Il dopo guerra aveva colpito duramente. L’Inghilterra dipendeva totalmente dall’America del Piano Marshall. Ce l’avrebbe fatta? Gli uomini sarebbero riusciti a sopravvivere alla devastazione?
C’è da chiedersi se la fine del racconto parli solo della rivolta degli uccelli.

«Ho girato tutte le stazioni, nazionali ed estere, e non si sente niente»
«Forse stanno passando tutti lo stesso guaio … Forse è così in tutta Europa»
[…] Cominciò il martellamento alle finestre e alla porta, e il frullio, lo sfregamento, l’urto sui davanzali. Il primo tonfo dei gabbiani suicidi sullo scalino.
«Non farà qualcosa l’America?» disse la moglie.
«Sono sempre stati nostri alleati, no? L’America farà certo qualcosa»

Daphne Du Maurier era una scrittrice capace di scrivere su diversi piani, intrecciando narrazione, psicologia, forse politica, sicuramente filosofia. Nel farlo   - non da meno la traduttrice della prima edizione italiana, Alessandra Scalero -   usava stile, una raffinatissima costruzione del periodo. E Hitchcock, che era un attento lettore, se ne accorse, prendendo spunto dalle sue opere per opere altrettanto belle e originali.
Buona lettura!

© di Raffaella Bonsignori
[tutela certificata S.I.A.E. – 3 novembre 2025]


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