Il Calapranzi di Gregori e Colombari
Pubblicato da Raffaella Bonsignori in Teatro · Mercoledì 24 Mag 2023
Al teatro Quirino di Roma è in scena, dal 23 al 28 maggio, Il
Calapranzi di Harold Pinter, con Claudio Gregori e Simone Colombari, qui anche
in veste di registi; produzione LSD Edizioni.
Simone e Claudio sono due attori che, insieme a Pasquale
Petrolo, vantano un bel sodalizio artistico anche radiofonico, una sintonia
recitativa eccezionale, una notevole capacità d’improvvisazione. E la
familiarità che li accomuna si percepisce anche in scena: rende fluida una
storia che l’autore stesso ha voluto ostica.
Portare in scena Il Calapranzi non è una scelta
facile. Un’opera breve, ruvida, un graffio sull’essere umano e sul suo ruolo
nel disegno della vita; una danza costante di parole e di corpi imprigionati
nella scatola di un’esistenza indotta, che è bara del pensiero, della volontà,
della capacità critica, della possibilità di scelta. I protagonisti sono lì, in
quella stanza, in attesa di ordini ignoti, passivi nella loro potenziale
aggressività, sottomessi nella loro apparente autonomia.
Il senso dell’opera è infiltrato nell’azione così come nella
mancanza di azione. Il pubblico se ne rende conto lentamente, insieme ai
personaggi. Entra nella storia con loro; con loro si pone domande.
Pinter è un autore che semina dubbi più che dare risposte. Ermetico
almeno quanto ermetico è stato nella vita, sebbene sia falso il ruolo
dell’uomo-scudo di se stesso con cui la critica l’ha sempre dipinto: mai
sorridente, sempre vestito di nero, elusivo, troppo riservato. Non è vero. Non del
tutto, quanto meno. Vestiva di nero, sì, ma sapeva anche sorridere e non era
elusivo ma selettivo. Il fatto è che non amava né le domande sulla sua vita,
né, tanto meno, quelle che implicavano spiegazioni sulle sue opere. Tutto qui. E
spesso replicava con un nonsense che avrebbe dovuto far capire l’assurdità
della domanda e che, invece, veniva colto come colpo di genio. È il caso della
famosa «Donnola sotto il mobile bar», frase che usò per rispondere ad un
giornalista che gli chiese il senso della sua opera e che da nonsense divenne
emblema. Con sua grande meraviglia, infatti, venne ripetuta in più di un
articolo e giunse persino ad essere “spiegata”, “capita”; diventò una di quelle
osservazioni “profonde” che fanno agitare le teste in cenni d’assenso
assolutamente privi di comprensione.
Ecco l’uomo-Pinter; ed ecco i suoi personaggi mai troppo
espliciti, perché la vita stessa non lo è.
Nasce a Hackney, nella periferia di Londra, dormitorio di
molti pendolari, caratterizzato da quella desolazione tipica di un luogo che
non è più campagna e non è ancora città. In qualche modo i colori bigi e
l’atmosfera pesante di quel sobborgo entrano nei suoi drammi, mettendo a nudo
gli uomini e i loro difetti, le loro mancanze, le loro criticità, e la loro
innata violenza, che ne Il Calapranzi raggiunge un livello molto alto, poiché
diventa normalità assoluta e informa interamente la storia con la sua realtà
claustrofobica, con il suo ring, all’interno del quale i protagonisti
costruiscono la propria conflittualità interiore.
Ebbene, Claudio Gregori e Simone Colombari sono davvero bravi
nell’interpretare questo coacervo di negativa passività, lasciando sempre uno
spiraglio aperto all’ironia, ad una comicità surreale, raffinata e mai
invadente, ad un umorismo costante e discreto, intessuto in una trama che si
manifesta nella comunicazione verbale come in quella non verbale. La cadenza
nei gesti di Colombari, la sua falsa sicumera, le sue pause “narrative”, così
come la postura spesso innaturale e impacciata di Gregori, il suo muoversi ai
margini della comodità dell’altro, nell’indifferenza dell’altro, il modo buffo
con cui accompagna le parole sono azioni che hanno una loro elegante capacità
comunicativa. Persino il modo in cui entrambi maneggiano la pistola ha qualcosa
di comico; una comicità in parte disegnata dallo stesso autore, che rientra
perfettamente nel maldestro modo d’essere dei due protagonisti. Entrambi gli
attori sono entrati perfettamente nel testo di Pinter, in quello che ha scritto
e in come l’ha scritto. Il loro Calapranzi sarebbe piaciuto all’autore.
E non è impresa da poco. Pinter era molto geloso dei suoi testi.
Le sue storie nascevano dalla vita, anzi da un piccolissimo
frammento di vita. A volte una sola battuta che saliva alla mente quando stava
facendo altro e che rappresentava il fulcro dell’intreccio. Lui stesso descrisse
sovente i momenti ideativi come qualcosa di improvviso e casuale: «Ero in
taxi, di notte, e tornavo a casa …», oppure «Ero disteso sul divano,
quando …». Folgorazioni. Ma non si pensi che la trasposizione di quei
momenti sulla carta, rigorosamente vergata a mano, non assumesse una vita
propria e non avesse un ruolo determinante, per lui. Quando, confuso tra il
pubblico, assistette al primo allestimento scenico di una sua opera ne uscì
emozionato, ma anche infastidito. Avrebbe voluto cancellare coloro che interpretavano
e fraintendevano le sue parole: il pubblico, i critici, i loro commenti, forse
persino gli attori. Avrebbe voluto che esistesse solo il suo testo: «Quello
cui si deve badare è che lo spettacolo esprima ciò che intende l’autore nello scrivere».
Questa osservazione non ci regala solo un tassello della sua personalità, ma
anche della sua drammaturgia. Non a caso, le sue didascalie sono piccoli
romanzi; contengono fabula ed intreccio al pari dei dialoghi; descrivono luoghi
e persone con accuratezza, scendendo fin nel movimento attoriale,
nell’atteggiamento interpretativo.
Da scrittrice e drammaturga riconosco che il testo è legato
al mondo del teatro da un rapporto di amore e odio: il drammaturgo vorrebbe
vederlo in scena esattamente come lui l’ha pensato, l’ha immaginato, l’ha
descritto; il regista e gli attori hanno un loro testo alternativo e lo
perseguono tenacemente, tagliando, cambiando, sostituendo. Sono forme d’arte
differenti che dovrebbero incontrarsi a metà strada, ma non avviene quasi mai.
Giorgio Strehler diceva che bisognerebbe rappresentare solo testi di autori
morti, così non possono lamentarsi dei cambiamenti apportati in sede di
rappresentazione.
Ancor più, dunque, risulta apprezzabile il lavoro fatto da Gregori
e Colombari. Ovviamente è stato necessario uscire un po’ fuori dai rigorosi
binari tracciati da Pinter, soprattutto quelli didascalici, ma il testo è stato
rispettato, concedendo spazio ad un ammodernamento scenico e ben accentando
l’ironia. Si sorride spesso e non per mera captatio benevolentiae nei
confronti di un pubblico che si immagina voglioso di evasione e divertimento.
In Gus e Ben, così come interpretati in questa pièce, c’è qualcosa dei
protagonisti di Pulp Fiction, della loro ironia noir, che nulla toglie al
senso generale dell’opera; un senso che si fa critica sociale. Il Calapranzi,
infatti, è la perfetta metafora di una società improntata all’autoritarismo più
bieco, che comporta il decadimento critico del cittadino-suddito e che,
quarant’anni dopo, culminerà con la sceneggiatura pinteriana tratta da Il
Processo di Kafka. L’autore ben disegna l’atteggiamento oppressivo di chi
vuole tenere la popolazione nell’ignoranza, trionfando sui facili terrori che
ne derivano, e lo fa rendendo Gus e Ben rappresentanti dell’umanità
inconsapevole, semplice, sciocca, poco curiosa, impaurita, obbediente oltre i
limiti del ragionamento, capace di cedere, a fronte di un ordine che non si capisce,
anche il poco che ha, rinunciando di fatto alla sopravvivenza. Gus e Ben sono
il deserto interiore che si fa ingranaggio di una vita-motore dove tutto va
così perché chi comanda lo ha deciso. Questo fino a quando uno dei due non
inizia a porsi delle domande. Chi c’è lassù? Di chi è questo posto? Perché i
fiammiferi se non c’è il gas? A chi toccherà? Chi pulisce? E troppe domande implicano
una presa di coscienza scomoda, da mettere a tacere.
È una denuncia eternamente moderna dei mali del potere,
quella di Pinter. La sottomissione richiesta a Ben e Gus, infatti, non è
lontana da quella oggi praticata con apparente buonismo attraverso bavagli
pseudo-intellettuali, attraverso l’imposizione di un pensiero e l’ostracismo di
chiunque la pensi diversamente. Viviamo in un’epoca in cui giungono dall’alto
messaggi spesso errati e vengono imposti come il Verbo, salvo, poi, revirement
successivi seguiti dall’imposizione autoritaria di ulteriori false verità. Si
pensi alla contro-cultura della cancellazione, così come alla distorsione
ideologica della storia e della scienza e alla conseguente accusa di
revisionismo e negazionismo lanciata contro chi non si adegua.
Sotto questo profilo Il Calapranzi contiene storie
nella storia. Difficile metterlo in scena senza mutilarlo delle parti non
dette, dei suoi spazi vuoti e pur pregni di messaggi. Gregori e Colombari ci
sono riusciti bene. Una rappresentazione equilibrata, la loro: hanno messo in
scena il detto e il non detto. Forse anche qualcosa in più. Nei loro personaggi
non c’è solo Pinter; ci sono anche i caratteri che lo hanno ispirato, perché Il
Calapranzi rivela una forte assonanza con il racconto I Sicari di
Hemingway, sebbene Pinter limiti e generalizzi la sua influenza, rivendicando l’originalità
della propria scrittura: «Hemingway ha sempre avuto su di me un’influenza
tremenda. Mi ha sempre fatto un grande effetto. Ma in definitiva penso che la
mia scrittura sia soltanto mia».
Ne I Sicari non c’è solo la spietatezza immotivata di
chi è chiamato ad uccidere per conto terzi, ma l’altrettanto spietata
arrendevolezza della vittima, che fissa il muro mentre parla della sua
indecisione di uscire dal nascondiglio. Il muro di un’esistenza priva di via di
uscita. Anche qui domina la “normalizzazione” dell’omicidio come soluzione
lavorativa, come indifferente sistema per sbarcare il lunario e la
ridicolizzazione, al contempo, di chi pratica quel mestiere: bombetta,
soprabito troppo stretto, guanti e dialoghi persi in un cerchio di assurdità
beckettiana, dove le persone cessano di esistere in quanto esseri umani e
diventano etichette: il “dritto”, il “negro” …
Il luogo è quello dove si servono pasti, ossia nutrimento. E
il nutrimento è vita. La crudele contrapposizione con la morte si ammorbidisce
in un connubio dalla forte valenza satirica.
Il Calapranzi, che divide con il racconto di
Hemingway anche l’idea di un luogo che, in qualche modo, ha a che fare con il
nutrimento del corpo, sebbene non sia più tale, serba la stessa crudezza e lo
stesso senso dell’assurdo. E Gregori e Colombari nella recitazione dell’assurdo
si muovono bene. Camminano su un terreno di finti dilemmi, di discorsi seri che
racchiudono il nulla, senza mai sfiorare il vero problema che si rivela solo
all’ultimo. Sono drammaticamente e comicamente inconsapevoli, nonostante i
tanti tasselli che compongono il puzzle della verità e che, scenograficamente,
sono rappresentati, forse, dai cubi luminosi che scendono a riempire la scena. Almeno
io li ho letti così. Certo, è ben possibile che la mia interpretazione sia
un’altra donnola sotto il mobile bar, ma vale la pena azzardare un’esegesi,
perché l’effetto della scena che si riempie di cubi luminosi è davvero bello.
Felice anche la scelta registica di conservare l’immobilità
originaria, rinfrescandola con l’uso del proscenio, che chiama il pubblico
nella storia, con la mobilità delle strutture e con la musica, la luce, il
rumore, che accompagnano le inudibili parole di colui che abita al piano
superiore. L’essere opprimente, l’essere supremo detentore dello ius vitae ac
necis, sia esso Dio o il Super-Io.
Nel complesso è uno spettacolo che mi è piaciuto e che
merita di essere visto: coniuga bene dramma e ironia, proprio come la vita
dovrebbe essere.
© di Raffaella Bonsignori
[Quarta Parete Roma, 24.05.2023]