Raffaella Bonsignori

L'Ulisse dantesco e la comunicazione contemporanea

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L'Ulisse dantesco e la comunicazione contemporanea

Raffaella Bonsignori
Pubblicato da Raffaella Bonsignori in Arte e Letteratura · Mercoledì 06 Set 2023
Ogni volta che leggo i giornali, ogni volta che m’imbatto negli odiatori a tempo pieno, di cui i social sembrano stracolmi, ogni volta che ascolto alcuni politici gridare allo scandalo se si osa parlare di arte o di storia o di scienza senza cancellazioni fittizie, ogni volta che leggo la manipolazione dietro gli attacchi ideologici mi torna in mente l’arringa dell’Ulisse dantesco ai suoi compagni.
Dante e Virgilio sono giunti nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio dell’inferno e, tra gli altri, incontrano Ulisse, prigioniero di una fiamma destinata a muoversi nell’aria, inseguendo i propri falsi passi.
Il racconto di Ulisse è dominato dal desiderio. Desiderio di conoscere, di sfidare gli dèi che gli sono stati avversi, come Poseidone, di essere il primo a vedere cosa c’è “oltre”, oltre qualunque ostacolo, oltre qualunque confine. È un tipico eroe superomista, proprio come il protagonista dannunziano de La Città Morta, il quale solleva la maschera mortuaria di Agamennone, catturato dall’ardore d’essere il primo e l’unico a poterlo guardare in volto prima che diventi polvere.
Si può ancora dire superomismo? Si può ancora parlare di D’Annunzio o si passa per estremisti di destra? Fascisti, nostalgici … bruti.
Ad ogni modo, l’inferno dantesco è ricchissimo di desideri. Anche Paolo e Francesca si erano desiderati; anche Brunetto Latini aveva desiderato; e così Gianni Schicchi.
La parola desiderio ha un’origine lontana: de-sidera, ossia una particella privativa, de, davanti ad un termine latino che significa “stelle”, sidera. De-siderio: luogo mentale in cui non giunge la luce delle stelle. E anche il sole è una stella. Quindi luogo mentale in cui regnano le tenebre.
Parlando di Ulisse, la critica contemporanea esalta, giustamente, il suo desiderio di conoscenza. Ma ai tempi di Dante le cose stavano un po’ diversamente. Dal suo punto di vista la luce delle stelle è seguire il cammino segnato da Dio, non sfidare Dio per raggiungere traguardi che solo a Dio competono. Non a caso tutte le cantiche terminano con la stessa parola: stelle. Dall’inferno Dante e Virgilio escono «a riveder le stelle», dal Purgatorio «salgono alle stelle», e Dante saluta il paradiso mondando il proprio desiderio di conoscenza divenuto redenzione nel conformarsi al volere di Dio, il quale è «l’Amor che move il sole e l’altre stelle».
Il desiderio di Ulisse, dunque, è luce o tenebra? La sua orazione, quella che tanto mi fa pensare a certe forme di comunicazione contemporanee, è pregna di eroismo avventuroso o di cosciente inganno?
L’eroe omerico, nell’inferno dantesco, risiede tra i consiglieri fraudolenti, quindi la posizione di Dante mi pare abbastanza chiara. Sì, è vero, ha ideato il Cavallo di Troia, ma non è per questo che si trova lì. La fiamma che incontrano Dante e Virgilio e che parla, tremula e bruciante, racconta un’altra storia. E lo fa in un trionfo di pronomi, soggettivi o di complemento, che indicano la prima persona singolare; pronomi che dubito Dante abbia casualmente buttato lì.
Io, io, me, mi …
Una parafrasi del testo, ancorché modesta e riassuntiva come la mia, forse aiuta a capire meglio.
Quando lasciai Circe che mi trattenne più di un anno presso Gaeta
Non era il solo ad essere stato trattenuto da Circe. C’erano anche i suoi compagni, alcuni dei quali se l’erano vista brutta. Sarebbe stato carino ricordarli con un “noi”.
Quando lasciai Circe che mi trattenne più di un anno presso Gaeta, né la dolcezza di un ritorno da mio figlio, né l’amore per mio padre, né il legame sentimentale con mia moglie Penelope poterono soffocare il desiderio che avevo in me di diventare esperto delle cose del mondo.
Ecco. Qui va bene parlare di se stesso. Perché il desiderio di avventura è il suo, non di quella manica di derelitti, il gruppo dei suoi marinai … il suo “popolo” … che, tutto sommato, avrebbe anche voluto fermarsi, tornare a casa, ritrovare i propri affetti   - perché Ulisse non era l’unico ad averne -,   farsi una bella mangiata, buttarsi sul talamo a fare l’amore e poi, magari, schiacciare un pisolino.
Così affrontai il mare aperto, con una semplice barca e con quella compagnia di uomini che non mi aveva abbandonato.
Oh, finalmente ci sono anche loro! Un accessorio della barca, intendiamoci, perché, nelle sue parole, è sempre lui che affronta il mare aperto.
Il Mediterraneo, con le coste che vi si affacciano, era ormai noto.
Io e i miei compagni eravamo vecchi e stanchi …
Non li menziona mai, ma quando lo fa … vecchi e stanchi. Ma non fermiamoci all’offesa, perché quelle due parole saranno il trampolino di lancio della sua breve orazione finale.
Io e i miei compagni eravamo vecchi e stanchi quando giungemmo a quella foce stretta dove Ercole aveva segnato confini, affinché l’uomo non andasse oltre.
A questo punto il suo desiderio di proseguire deve essere condiviso dagli altri, altrimenti non può realizzarlo. Un re non può regnare senza sudditi, un dittatore non può imporsi senza seguaci; neppure il Papa potrebbe fare il Papa senza fedeli. Ed ecco la sua arringa erroneamente passata alla storia come un’esortazione a migliorare se stessi, a inseguire la propria natura di uomini dotati d’intelletto; uomini con la “U” maiuscola. Ma quale esortazione! È un inganno, è un consiglio fraudolento. Ecco perché Dante l’ha messo tra quei dannati.
Fratelli.
Improvvisamente abbandona la prima persona e li abbraccia virtualmente con una parola che parla di consanguineità, e si accomuna a loro.
Fratelli, che per innumerevoli difficoltà siete infine giunti qui, non togliete al nostro ormai breve residuo di esistenza l’esperienza di raggiungere il mondo senza gente.
In buona sostanza: siamo vecchi, stanchi, non manca molto a che tiriamo le cuoia; andiamoci a fare un altro giretto, tanto non avremmo tempo per tornare a casa.
Poi, però, esce dal gruppo. Che politico raffinato!
Considerate la vostra natura:
«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».
Non foste creati per vivere come bruti, ma per inseguire la virtù e la conoscenza.
Dante trasforma magistralmente la proverbiale furbizia di Ulisse in un capolavoro di disonestà. Se Ulisse avesse continuato con il “noi”, avremmo potuto credere che fosse davvero intenzionato a condividere il suo desiderio con i compagni. Ma no. Usa il “voi”. In pratica dice loro: se non assecondate il mio desiderio, che è il solo ad incarnare virtù e conoscenza, voi siete dei bruti.
E li convince.
Fui così bravo a convincerli, che a mala pena avrei potuto farli desistere, a quel punto, sicché, al mattino, trasformammo i remi in ali e affrontammo il folle volo.
Che fosse folle, quell’avventura, lo riconosce lui stesso; lo riconosce dopo l’epilogo che l’ha condotto all’inferno, certo. Ma siamo sicuri che non ne fosse consapevole anche allora? Era uomo di mare e di esperienza, pensava che oltre le Colonne ci fosse un mondo sconosciuto, senza gente, che avrebbero attraversato le regioni degli dèi, forse; non può non aver pensato che potesse essere anche pericoloso, soprattutto perché erano vecchi e stanchi. Il fatto è che il desiderio, per lui, era più grande della ragione, persino più grande del dono della vita. La propria e quella degli altri. De-siderio: in molti casi un luogo mentale di tenebre, dice Dante.
Superano, così, le Colonne d’Ercole, raggiungono l’altissima montagna del Purgatorio e ci restano secchi.
«Bruti e mazziati» verrebbe da dire sulle orme di un noto adagio.
L’Ulisse dantesco, in pratica, impone il proprio desiderio, il proprio tornaconto, il proprio guadagno, sia esso la sfida a Poseidone, o l’autoaffermazione, o, ancora, il superomismo, che lo porta a raggiungere qualcosa mai raggiunto da alcuno, e lo fa negando valore ad ogni pensiero contrario: se non mi seguite, se non la pensate come me siete bruti.
Mi ricorda qualcosa.
La comunicazione di certa politica, oggi, è quella che, sotto l’egida della diversità, impone uniformità; è quella che, sotto l’egida del rispetto delle opinioni altrui, impone bavagli; è quella che sotto l’egida della verità, spaccia falsità e definisce falsa ogni verità che le risulti scomoda; è quella che sotto l’egida del dialogo, produce offese. E questo si ripercuote, come un’eco impazzita, dapprima sulla comunicazione mediatica e, quindi, sui quei fruitori del messaggio che hanno abbandonato la capacità critica, il senso del dubbio. Lo vediamo per strada, lo vediamo sui social. I social … strane mescolanze di disturbi di personalità manifestati secondo le nuove regole, che, poi, in fondo, è una regola sola con tante facce: bisogna attenersi alle idee dello sceriffo che ne è proprietario. Il mondo contemporaneo anela alla libertà, ma della libertà ha fatto polpette. Guai a dire qualcosa che non risponda al dogma di una delle tante religioni contemporanee! Certi giornali, pilotati da certa politica puntano immediatamente il dito, come facevano gli umani dominati dai baccelli alieni ne L’invasione degli ultracorpi. E come loro emettono quel fastidioso suono, una sirena priva di concetti, che ha il solo scopo di gridare forte e coprire il senso di umanità che incontra.  La nuova religione del politicamente corretto. Eh, sì, perché Dio, oggi, abita un Olimpo affollatissimo: c’è il dio-CancellaCultura, il dio-Ambiente, il dio-Animalismo, il dio-Farmaco, il dio-Europa, il dio-Accoglienza … ed ognuno di essi non ammette deroghe, non ammette dialogo, non ammette incontri a metà strada; è totalitario, dittatoriale. Peggio di Giove quando gli girano le scatole; peggio di Sekhmet alla ricerca dell’occhio di Ra. O sei con me, o sei contro di me.
Ogni volta che mi imbatto in persone infervorate dai nuovi dèi … che, poi … sarebbe carino se vedessero anche il tornaconto che hanno … mi torna in mente la scena di un bel film degli anni Novanta:
«Meglio un giorno da leone che cento da pecora!», suggerisce Lello Arena.
«Scusa … non si potrebbe fare cinquanta da orsacchiotto?», replica Massimo Troisi.
Ah, quanta nostalgia per quella bella via di mezzo, la via del disaccordo ma anche dell’ascolto, la via delle convinzioni personali ma anche della verità storica, la via della fiducia ma anche della critica, la via del dialogo, della libertà; quella via che oggi è più deserta della panoramica di Ronco Bilaccio all’inaugurazione della variante di valico!

© di Raffaella Bonsignori

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