Modifiche linguistiche di stampo ideologico
Pubblicato da Raffaella Bonsignori in Arte e Letteratura · Giovedì 18 Apr 2024
L’Università di TrentA inaugura LA femminilA sovraestesA.
Mi viene sempre l’allergia di fronte a chi pretende di stravolgere la tradizione linguistica del mio amato Paese.
È davvero tanto difficile comprendere che il genere grammaticale non coincide con quello naturale? Tra i due c’è un legame meramente funzionale. Esistono termini femminili che vengono usati per il genere femminile, certo, e termini maschili che vengono usati per il maschile; esistono, però, anche termini valevoli per entrambi i generi indistintamente - custode, coniuge … - e ne esistono altri a desinenze invertite: LA radio, LA mano, IL cinema, IL dramma …
O perbacco, direbbe Totò. Chi avrà ingarbugliato in questo modo le desinenze? E, soprattutto, come si sono permessi, orrendi individui da patriarcato estremo, di sovraestendere solo il maschile? Ed ecco la soluzione a tutti i pochi, pochissimi problemi degli italiani di oggi; ecco la panacea per tutti i loro mali. Dopo l’asterisco sostitutivo della desinenza, teso ad opacizzare il genere e responsabile di una pronunzia tra il barese stretto e un codice segreto della Wehrmacht - «Car* tutt*, benvenut* …» -; dopo l’abuso dell* schwa (ə), simbolo fonetico assurto a lettera per genio murgiano, la cui corretta pronunzia richiede una bocca pesantemente atteggiata a deretano di gallina, siamo giunti a stravolgere direttamente l’italiano standard, ossia formatosi nel tempo con aggiustamenti non decisi a tavolino (del resto l’italiano non è una lingua pianificata come l’esperanto). L’università di Trento, infatti, ha stabilito l’uso del femminile sovraesteso a largo spettro. A largo spettro, sì, come un antibiotico dato per sicurezza anche se non serve. Da qualche giorno, infatti, si usa il femminile sia per il plurale misto, in forma generica, come nel caso di un gruppo composto da uomini e da donne, in riferimento al quale non si deve più dire «tutti loro» ma «tutte loro», sia per il singolare e il plurale di tutte le parole di genere maschile, sicché i professori, a Trento, sono diventati professoresse. Un’innovazione di epocale rilievo, che rende davvero giustizia alle donne. E, così, mentre le suffragette e le femministe che hanno lottato per conquistare la parità dei diritti si rivoltano nella tomba, noi diamo lustro accademico al dirigismo linguistico, perché di questo si tratta, di una tipica espressione di totalitarismo ideologico e politico. È nei regimi dittatoriali, infatti, che si interviene ideologicamente e politicamente sul linguaggio.
Chiamata in causa, l’Accademia della Crusca, la stessa che accolse a braccia aperte petaloso, si è incartata definendo “lecite” entrambe le sovraestensioni.
Ieri, quindi, ho voluto mettere in pratica il nuovo italiano e ho appellato il mio Stefano professoressa. E devo dire che ho avuto modo, ancora una volta, di apprezzare quella sua signorilità, oggi inserita nel più vasto concetto di patriarcato, che gli impedisce di rivolgersi a una donna con espressioni volgari, quand’anche declinate al femminile!
È vero che Pirandello, in Acqua amara, propone una grammatica che accolga IL moglie e LA marito, ma sarebbe delizioso se la novella venisse letta per intero, in modo da capire quanto fosse lontana da lui l’inversione linguistica dei generi.
Io torno a dire che, se qualcuno vuole inventarsi un linguaggio neutro e “inclusivo”, deve partire dall’apocope, dal troncamento tipico del dialetto romanesco: dotto’, avvoca’, archite’, professo’ … Il romano è sempre un passo avanti, spiace per i trentini!
© di Raffaella Bonsignori
[Tutela certificata – autore S.I.A.E. – 18.04.2024]
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