Monarchia o Repubblica?
Pubblicato da Raffaella Bonsignori in Storia · Martedì 02 Giu 2026 · 8:30
Il 2 giugno si festeggia la Repubblica. Le Frecce, orgoglio della nostra flottiglia aerea, saturano l’aria dei tre colori della bandiera e tutti sembrano felici.
Ma chi volle veramente questa Repubblica? «Gli italiani!» si esclama a gran voce.
Affidare la scelta tra Monarchia e Repubblica al referendum, sacrosanto strumento di democrazia diretta, era stata un’idea fortemente caldeggiata da De Gasperi e altrettanto fortemente osteggiata dalla sinistra, che preferiva la decisione fosse demandata all’Assemblea Costituente antifascista. Infatti, sin dall’anno precedente, nel corso della seduta del Comitato Centrale di Liberazione in quel di Palazzo Guglielmi a Milano, aveva preso a spirare un brutto vento anti-ministeriale e, dunque, anti-repubblicano. Sandro Pertini, in ciò puntualmente bacchettato dal democristiano Jacini, aveva criticato il “parlamentarismo romano”, auspicando, è evidente, un socialismo comunista di stampo totalitario, tanto che lo stesso Nenni si era affrettato a dire che questi non aveva parlato a nome del socialismo ma a nome di se stesso. Poco dopo, al teatro Brancaccio di Roma, sempre Pertini aveva usato toni ancora più accesi, a dir poco “squadristici”, rivendicando orgogliosamente di aver guidato una squadra partigiana a Milano per mitragliare la villa che ospitava il Principe Umberto di Piemonte, allora nominato da Vittorio Emanuele III Luogotenente Generale del Regno, e futuro Re, il 9 maggio 1946, dopo l’abdicazione del padre.
Il referendum si fece, dunque. Probabilmente si immaginava una disaffezione di massa nei confronti della Monarchia, stante l'ignominiosa fuga del Re dopo l'8 settembre di tre anni prima: Vittorio Emanuele III e Badoglio, con le loro azioni, avevano esibito i vessilli di uno Stato a brandelli. Eppure, la Monarchia prese i consensi di quasi il 50% dei votanti. Non poco. Un vecchio adagio parla di orbi che sono fortunati in terra di ciechi ...
Orbene, il referendum. Il popolo fu chiamato a scegliere. Nessuna decisione a tavolino tra i diversi gruppi antifascisti. Almeno così sembra, sebbene di quella lontana votazione del 1946 restino più ombre che luci: molti storici, infatti, continuano a sospettare brogli, quanto meno per il modo in cui l’esito è stato annunciato.
La sera del 10 giugno, a Montecitorio, il presidente della Corte di Cassazione Giuseppe Pagano, che sta ricevendo via via i risultati referendari, non proclama la Repubblica, neppure a fronte di un’apparente netta vittoria: 12.718.641 voti per la Repubblica contro 10.718.502 per la Monarchia. Rinvia ad altra data in base all’art. 19 del D.Lgt. n. 1219 del 23 aprile 1946: la dichiarazione, egli afferma, avverrà una volta definite tutte le contestazioni, le proteste e i reclami presentati. I voti da ricontrollare sono più di duemila, tra le schede nulle e le bianche, superiori al milione e mezzo, e le schede mancanti. Andreotti ci descrive un De Gasperi teso come una corda di violino e tutt’intorno sguardi interrogativi.
Un abbozzo di applauso viene messo a tacere dal presidente Pagano. «Non siamo a teatro!», esclama.
Nei giorni immediatamente seguenti il referendum del 2 giugno erano trapelati risultati parziali e il vantaggio della Repubblica era diventato tanto esiguo che De Gasperi pare avesse scritto una lettera privata a Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, per dirgli di non affrettare il trasloco dal Quirinale. Poi un nuovo rovesciamento nelle aspettative ed era stato Lucifero a scrivere a De Gasperi, ritenendo di dover accelerare le pratiche di trasferimento del Re.
Sicuramente, il rinvio del presidente Pagano dà nuova forza al Re, il quale, al di là dei pronostici, si rifiuta di iniziare le manovre per passare i poteri fino al risultato definitivo.
Togliatti sta friggendo e contatta Pagano per sollecitarlo a proclamare la Repubblica. In realtà, stanno friggendo in molti, sicuramente tutti i personaggi di quello che Andreotti definisce in un suo libro il “Concerto a sei voci”, ossia i protagonisti dei primi governi dell’Italia liberata. Il potere è una bevanda apparentemente dissetante, ma come tutte le bevande che dissetano solo in apparenza, più se ne ha, più se ne vuole e, così, sotto l’egida di una politica che aborre il potere precedente, inizia una gara per accaparrarsi quello attuale. Ne saranno un fulgido esempio le elezioni del 1948. Il gioco, ovviamente, è quello degli equilibri più o meno instabili tra avversari. La gente ignorante come me lo chiamerebbe «questo a me e questo a te», cosa che ha portato alla pessima abitudine, mai più abbandonata, di spartire il potere, moltiplicando enti, incarichi, parcellizzando lo Stato.
Orbene, il 12 giugno, intorno alla mezzanotte, senza ulteriormente attendere l’esito degli accertamenti della Corte di Cassazione, il governo proclama la Repubblica sulla base dei risultati riferiti il 10 giugno e il Presidente del Consiglio diviene Capo dello Stato ad interim. Re Umberto a quel punto può solo muovere guerra a causa dell’irritualità della proclamazione, o lasciare il trono. Il giorno seguente prende l’aereo.
Questo il suo ultimo messaggio agli italiani:
Italiani!
Nell’assumere la luogotenenza generale del regno prima, e la corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al volere del popolo, liberamente espresso sulla forma istituzionale dello Stato. Eguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della Corte Suprema di Cassazione, alla quale la legge ha affidato la proclamazione dei risultati definitivi del referendum.
Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali, fatta dalla Corte Suprema;di fronte alla sua riserva di pronunciare, entro il 18 giugno, il giudizio sui reclami, e di far conoscere il numero di votianti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io ancora ieri ho ripetuto che era mio diritto e dovere di re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta.
Improvvisamente, questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire violenza.
Mentre il Paese da poco uscito da una tragica guerra vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore e altre lacrime siano risparmiate al popolo che già tanto ha sofferto. Confido che la magistratura potrà dire la sua libera parola; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice della illegalità che il governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori.
Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come italiano e come re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta; protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni sospetto.
A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ingiustizia, io ricordo il mio esempio e rivolgo l’esortazione a voler evitare l’acuirsi di dissensi che minaccerebbero l’unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace.
Con l’animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia Patria.
Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al re, ma non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove.
Rivolgo il pensiero a quanti sono caduti nel nome dell’Italia, e il mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l’Italia!
La proclamazione ufficiale avviene il 18 giugno, anche se con una Corte spaccata a metà per non aver potuto controllare le schede adeguatamente. Le schede elettorali verranno, poi, frettolosamente distrutte. Forse troppa carta da conservare. Chissà! Avranno pensato che quelle schede avrebbero fatto troppa polvere negli archivi …
Quella della distruzione, o sparizione dei documenti di questo periodo e del precedente è una brutta storia, che ha firmato, purtroppo, un revisionismo ancora oggi aggressivo e granitico.
Nonostante una parte degli italiani plauda ancora a ben altra Repubblica, quella Sociale di Salò, nonostante molti vogliano ancora la Monarchia, nel giugno del 1946 la Storia viene scritta e, sotto una sola parola forte, potente, importante, popolo, viene agganciato l’esito del referendum.
In strada si festeggia. Gli italiani, all’oscuro degli esiti incerti del referendum, abbracciano la novità. C’è tanta voglia di festeggiare qualsiasi cosa, c’è tanta voglia di evadere dal ricordo della guerra. È umano. Con le tasche piene più di speranza che di denaro, dunque, si lasciano tutti pervadere da un fondo di ottimismo.
E mentre ancora si sente l’eco della guerra civile animata in nome di una “liberazione” che ha mietuto vittime innocenti, che ha dato luogo ad esecuzioni sommarie, si riprende a uscire, a ballare. La musica, ovviamente, è quella americana, un paradigma che, da allora, metaforicamente, investe anche la politica.
© di Raffaella Bonsignori
[Tutela certificata S.I.A.E. – 2 giugno 2026]
Foto di dominio pubblico