Poznań, Budapest e Praga: le radici del martirio di Jan Palach
Pubblicato da Raffaella Bonsignori in Storia · Domenica 18 Gen 2026
Polonia, 1956
«Pane e libertà» grida la gente di Poznań, in una Polonia sotto il giogo sovietico. Tutto inizia con uno sciopero, ma pane e libertà non sono solo questioni sindacali, sono urla di disperazione, sono istanze di vita, angoscianti, urgenti.
Passi coraggiosi riempiono le strade; crescono come un fiume in piena. Uno dopo l’altro. Ma arrivano i carri armati del Partito: ferro contro carne umana. E i polacchi sono vinti.
Tiepide le reazioni internazionali: voci dispiaciute per le vittime.
In Italia, al contrario, il quotidiano L'Unità stravolge i fatti attribuendo la rivolta ad agenti provocatori «al soldo di imperialisti stranieri».
Il dissidente Władysław Gomułka viene comunque eletto a capo del Partito Operaio Unificato Polacco. Qualcosa sembra cambiare, dunque. Ed è quanto basta per incentivare altre rivolte.
Ungheria, 1956
Poco dopo la rivoluzione inizia anche in Ungheria: studenti universitari danno vita ad una manifestazione pacifica di solidarietà nei confronti del popolo polacco. Il numero dei dimostranti cresce in poco tempo; ad essi si uniscono persino alcuni soldati.
Per dirla con le parole di una commovente canzone di Pier Francesco Pingitore (1966):
Avanti ragazzi di Buda,
avanti ragazzi di Pest.
Studenti, braccianti, operai.
Il sole non sorge più ad est!
Il numero dei dimostranti cresce in poco tempo; ad essi si uniscono persino alcuni soldati. Sono quasi in 200.000 quando buttano giù una statua di Stalin e, con essa, il senso dell’oppressione sovietica.
Inizia uno stato di guerriglia e la polizia apre il fuoco sui manifestanti. Ai primi caduti vanno ad aggiungersi nuovi manifestanti: una valanga travolgente che racconta coraggio e forza.
La rivolta si estende alle fabbriche e alle terre e il 25 ottobre s'insedia un governo provvisorio, il governo Nagy, che porta avanti trattative con Mosca. Fanno ben sperare, quei contatti diplomatici, ma, purtroppo, si chiudono in un nulla di fatto.
Il 4 novembre l'Armata Rossa entra a Budapest.
Quattromila carri armati chiamati a schiacciare i rivoltosi, nel vero senso della parola. Ancora una volta, come in Polonia, ferro contro carne umana.
Muoiono tutti. Muoiono sotto i carri armati sovietici.
Il sole torna a sorgere ad est.
La canzone di Pingitore aiuta a “sentire” la vicenda con lancinante intensità:
Ragazza non dire a mia madre
che io morirò questa sera;
ma dille che vado in montagna
e che tornerò in primavera.
Compagni il plotone già avanza,
già cadono il primo e il secondo
finita è la nostra speranza,
sepolto l'onore del mondo
Ancora una volta, il quotidiano L’Unità, portavoce della sinistra italiana, minimizza, affermando che trattasi di un gruppo di “rampolli” aristocratici e borghesi: «Gruppi di facinorosi, seguendo evidentemente un piano accuratamente studiato, hanno attaccato la sede della radio e del Parlamento. Gruppi di provocatori in camion hanno lanciato slogan antisovietici apertamente incitando a un'azione controrivoluzionaria. In piazza Stalin i manifestanti hanno tentato di abbattere la statua di Stalin. L'intervento sovietico è un dovere sacrosanto senza il quale si ritornerebbe al terrore fascista tipo Horty. Le squadre dei rivoltosi sono composte prevalentemente da giovani rampolli della aristocrazia e della grossa borghesia».
I massimi rappresentanti del comunismo italiano puntano il dito contro le vittime. Giorgio Napolitano, futuro Presidente della Repubblica, dichiara: «L'intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l'Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione ma alla pace nel mondo». Palmiro Togliatti, addirittura, poco prima dell’eccidio, appoggia l’intervento sovietico sui manifestanti con una lettera diretta al Comitato Centrale del PCUS. Ingrao, molto tempo dopo la morte di Togliatti, riferirà che la notte della repressione ungherese, dopo aver manifestato a quest’ultimo le sue perplessità per tanta violenza, si sarebbe sentito rispondere con le seguenti agghiaccianti parole: «Io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più».
L’anno seguente, in linea con le forti pressioni della Cina, Togliatti voterà a favore della condanna a morte del presidente del Consiglio rivoluzionario Nagy e del suo ministro della Difesa Maléter, insistendo affinché le esecuzioni fossero posticipate a data successiva alle elezioni politiche italiane del 25 maggio 1958, onde evitare che il PCI potesse uscirne male.
Sia Napolitano che Togliatti tenteranno di ammorbidire le proprie posizioni, successivamente. Ma certe parole sono macigni che restano sulle spalle di chi le pronunzia.
Cecoslovacchia, 1968
Gottwald, Zapotocky e Novotný si erano succeduti, conservando in Cecoslovacchia un potere totalitario soffocante e applicando la repressione dei dissidenti in perfetto stile staliniano. Avevano condannato apertamente - è ovvio - i tentativi di destalinizzazione della Polonia e dell’Ungheria.
Quando giunge al potere, Alexander Dubček si fa leader delle nuove istanze e promuove riforme improntate al cosiddetto “socialismo dal volto umano”, che non prevede un allontanamento dall’URSS, ma una vita migliore per i cittadini. Ma i sovietici di umano hanno ben poco.
Praga scende in piazza contro gli effetti devastanti della dominazione sovietica, in primis la povertà e la mancanza di libertà politica e di stampa, contro la quale si erano schierati anche alcuni scrittori, come Milan Kundera. Le piazze si riempiono di malcontento. Quei mesi di contestazione passano alla storia come Primavera di Praga e si chiudono con la consueta repressione nel sangue di stampo dittatoriale comunista: ferro contro corpi umani. Sopraggiungono i carri armati comunisti, che ristabiliscono un rigido controllo politico e avviano un processo di “normalizzazione”, fatto di censura, repressione e rassegnazione forzata. Un intollerabile ritorno al silenzio.
Debole la reazione degli altri Paesi. Si disapprova la repressione sovietica, sì, ma con parole scritte sull’acqua, anche se spiccano per onestà intellettuale le parole di disapprovazione pronunciate a Mosca da Enrico Berlinguer, allora segretario del PCI.
Parole di netta condanna, invece, giungono da movimenti politici di segno opposto. Anche il mondo dell’arte se ne fa interprete: «Bandiere rosse sulla città, in Occidente c’è solo viltà» si canta nella ballata Jan Palach de La Compagnia dell’Anello. Ma sono voci che si fa di tutto per soffocare. È come se la Primavera di Praga fosse improvvisamente diventata un fantasma, un ricordo umbratile di qualcosa che sta sprofondando nell’oblio. Ed è proprio contro questo silenzio calato sui corpi e sui cuori dei manifestanti che si erge, titanico, uno studente praghese di filosofia, Jan Palach, il quale, il 16 gennaio 1969, in segno di protesta, si dà fuoco in piazza San Venceslao, uno dei luoghi simbolo della capitale. Un ultimo, disperato ottativo di libertà, il suo, eletto a forma di comunicazione estrema. Il suo intento è quello di scuotere la società, risvegliarla dall’indifferenza e richiamarla alla responsabilità morale. Scrive lettere, lascia messaggi; si definisce «torcia umana» accesa per protestare contro la censura, contro la libertà di pensiero.
Morirà tre giorni dopo tra atroci sofferenze. Il suo corpo bruciato resterà emblema di ciò che l’oppressione può generare, di come si possa giungere a fare della propria vita lo strumento ultimo di comunicazione, perché ogni diversa parola sembra pronunciata nel vuoto della perfidia di regime.
Libertà di pensiero. Un mondo che contiene il mondo.
Ovviamente, l’URSS tenta di far passare il gesto di Palach come suicidio, ma Jan, oltre ai messaggi scritti, riesce comunque a parlare da ustionato: la sua è stata una protesta, solo una protesta. Vana ogni contraria falsificazione comunista del suo gesto.
La sua morte susciterà un’enorme ondata di commozione. Il funerale si trasformerà in una manifestazione silenziosa ma potentissima, a cui parteciperanno migliaia di persone. Palach diventerà il simbolo della resistenza morale contro un potere che può controllare i corpi, ma non le coscienze. Inutile il tentativo del regime comunista di cancellarne la memoria, riducendo il suo gesto a un fatto isolato o patologico. Il nome di Jan Palach continuerà a circolare, sottotraccia, come un monito e una speranza.
Nel 1989, durante la Rivoluzione di Velluto, che ha portato alla fine del regime comunista repressivo, la sua figura è tornata al centro della memoria collettiva, riconosciuta come una delle scintille morali che hanno preparato il cambiamento.
Oggi Jan Palach è ricordato non come un martire della morte, ma come un simbolo di responsabilità civile e di coraggio etico. Il suo gesto resta una delle testimonianze più drammatiche di quanto possa essere alto il prezzo della libertà e di come, anche nei momenti più bui, una singola coscienza possa parlare a un intero popolo.
Conoscere la storia è un dovere; e così ricordare.
© Raffaella Bonsignori
[Tutela certificata S.I.A.E. – 18 gennaio 2026]