Stranger Things
Pubblicato da Raffaella Bonsignori in Cinema e Tv · Giovedì 01 Gen 2026
La quinta e ultima stagione di Stranger Things, compreso il tanto atteso finale uscito in Italia stanotte su Netflix in prima nazionale, non tradisce lo stile dell’intera serie tv ambientata a Hawkins, una cittadina statunitense degli anni Ottanta. Sinceramente, l'intera serie ha dato l’impressione di essere stata messa su con scene da videogames, spesso allungate come il brodo in tempo di guerra, parecchia retorica, il politically correct sempre dietro la porta, e, infine, un po’ di diafano impasto da "polpettone" lavorato con qualche lacrimuccia, anche se la scelta delle musiche dell’epoca è straordinaria, bisogna riconoscerlo. Ma, soprattutto, anche qui è presente il classico potpourri di citazioni, ben sperimentato nelle stagioni precedenti. Ad esempio, Henry/Vecna insegue la sua potenziale vittima pronunciando il suo nome in modo suadente, proprio come faceva il Jack Nicholson di Shining con «Wendy … Wendy, tesoro, luce dei miei occhi». Oppure un «Accetteresti di non sposarmi» che fa tanto tornare alla mente una dichiarazione simile, sebbene con esito differente, fatta da Hugh Grant ad Andie MacDowell in Quattro Matrimoni e un Funerale. O, ancora, il «Non darmi mai le probabilità», frase pronunciata anche dall’Harrison Ford di Guerre Stellari. Potrei continuare all’infinito: battute, idee, perfino ambientazioni o argomenti. Pensiamo all’interrogatorio di Victor Creel da parte di Nancy, molto simile a quello del grande Anthony Hopkins di fronte a Jody Foster ne Il Silenzio degli Innocenti; pensiamo all’invasione sovietica di Alba Rossa ... In pratica, gli anni Ottanta cinematografici, e anche quelli precedenti e successivi, rivivono tutti in Stranger Things; rivivono così tanto che non può non essere una scelta. E, dunque, si può dire che tutta la serie, dietro la storia, nasconde un gioco: Trova il Film. Ma la cosa, anche se impegna solo quelli più grandicelli, che negli anni Settanta, Ottanta e Novanta già andavano al cinema, è distraente ed è un peccato. Peraltro il cinema non è il solo cannibalizzato. Nell’ultima puntata, ad esempio, si fa riferimento ad una certa infanzia rubata, che ricorda tanto Greta Thunberg e i suoi gretini.
Il percorso è stato lungo. Personalmente l’ho seguito per tutte le stagioni e posso dirmi complessivamente delusa. Ciò che nelle prime stagioni era inventiva e freschezza si è fatto via via ripetitivo e pesante, un intreccio tra fantasy, fantascienza, spionaggio, guerra fredda e chi più ne ha, più ne metta.
Bravi gli attori, soprattutto gli astri nascenti, dotati di grandissima espressività e personalità; un po' meno i nomi altisonanti come la Ryder e la Hamilton, la prima spesso ingabbiata in troppa enfasi, la seconda, invece, mummificata nelle stesse quattro (forse due) espressioni per ogni scena.
Punge, inoltre, il plot armor, ossia quell’armatura della trama che rende necessari i personaggi fino a farli diventare dèi invincibili, come la Joyce-Rambo in Russia. La puntata finale si adagia su di esso: in parte lo mostra in tutta la sua ovvietà, in parte lo suggerisce. Non dico di più per non fare spoiler, ma non mi meraviglierebbe, certo, un’ulteriore stagione fra un decennio.
È ovvio che nulla voglio togliere ai Duffer Brothers ideatori, sceneggiatori e spesso registi della serie. Quei due sono stati geniali, hanno fatto un gran lavoro; hanno portato D&D (Dungeons and Dragons), acclamatissimo gioco di ruolo, già protagonista di altre serie televisive come la meravigliosa, inimitabile The Big Bang Theory, ad un livello superiore, ad entrare nella realtà; una realtà pregna, come insegnano filosofia e teologia, dell’eterno conflitto tra Bene e Male, tra Dio e Demonio; una realtà fusa con la fantasia e con una Fisica "estrema", per dirla con Michio Kaku, una fisica più da “scienziato pazzo” o da fumettista che da MIT o da via Panisperna. Però, in fondo, cosa sarebbe la scienza, in particolare la Fisica, senza un pizzico di ardita pazzia o senza la fantasia?
I grandi scrittori di fantascienza ci hanno insegnato che la fantasia spesso precorre i tempi: Verne aveva prospettato il viaggio verso la luna con calcoli avveniristici; Asimov aveva miniaturizzato un equipaggio per farlo entrare nel corpo umano, anticipando le grandi scoperte della microrobotica applicata alla medicina; Clarke e Kubrik, dalle cui menti uscirono contemporaneamente sia il romanzo, sia il film 2001 Odissea nello Spazio, plasmarono HAL, l’inquietante computer dai variopinti sentimenti, prospettando, di fatto, l’inizio dell’era dell’Intelligenza Artificiale e dandogli un nome particolare, quello di una società che stava portando avanti proprio la tecnologia dei computer, quasi a voler imprimere realtà nella loro fantasia. Originariamente, infatti, HAL si sarebbe dovuto chiamare IBM, ma l’omonima società, non volendo adombrare la propria produzione e le proprie nascenti ricerche con la malvagità del computer protagonista di quel racconto, intimò di non usare la sigla. Fu così che venne applicato un noto sistema di crittografazione, la cosiddetta “Sostituzione di Cesare”: si prende l’alfabeto e si sceglie di celare la parola riscrivendola, lettera per lettera, in base ad un codice numerico. Ad esempio, se il codice è + 3 la A sarà la A più 3 lettere, ossia la D e via dicendo per le altre lettere che compongono la parola o la frase da nascondere. Ed Ecco che HAL, in base alla Sostituzione di Cesare con codice + 1 è:
H + 1= I, A + 1 = B, L + 1 = M
IBM.
Del resto, il potere della letteratura e del cinema, dell’Arte in genere, è dire ciò che si vuole nell’esatto momento in cui lo si vuole. E anche Stranger Things ha detto la sua. Frotte di giovani si stanno informando su alternativi mondi possibili, sulla materia esotica dei buchi neri, sui cunicoli spazio-temporali, ma anche sugli alieni, di cui una famosa veggente avrebbe preconizzato l'arrivo per il 2026, sui mostri di dimensioni parallele e sulla guerra fredda degli anni Ottanta.
Ci sono talmente tanti temi, in questa serie tv, da alimentare le fantasie di tutti. E finché spinge i giovani verso approfondimenti da nerd, nulla quaestio, ma c’è anche chi va oltre. È di qualche giorno fa la triste notizia che una diciannovenne è precipitata dal tetto di un edificio abbandonato e chiuso al pubblico da anni, usato come set esterno dell’Hawkins National Laboratory in Stranger Things. Si chiama esplorazione urbana e spesso pone i ragazzi che la praticano in serio pericolo.
In conclusione, la domanda è una: vale la pena sorbirsi ore e ore di lotta con i mostri e di poteri soprannaturali creati in vitro? Sono delusa ma non abbastanza da sconsigliare questa serie. È un bel viaggio, spesso estremo, a tratti ripetitivo, un po' troppo affollato di immagini e parole, ma bello. E vale sempre la pena viaggiare per conoscere altri mondi.
Fatelo, dunque, questo biglietto per Hawkins; ma andata e ritorno, mi raccomando, altrimenti rischiereste di stufarvi.
© di Raffaella Bonsignori
[Tutela certificata – Iscrizione S.I.A.E.]