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			<title><![CDATA[Poznań, Budapest e Praga: le radici del martirio di Jan Palach]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000145"><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs13lh1-5">Polonia, 1956</span></b><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs13lh1-5"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">«Pane e libertà»</span></i><span class="fs13lh1-5"> grida la gente di </span><span class="fs13lh1-5">Poznań</span><span class="fs13lh1-5">, in una Polonia sotto il giogo sovietico. Tutto inizia con uno sciopero, ma </span><i><span class="fs13lh1-5">pane e libertà</span></i><span class="fs13lh1-5"> non sono solo questioni sindacali, sono urla di disperazione, sono istanze di vita, angoscianti, urgenti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Passi coraggiosi riempiono le strade; crescono come un fiume in piena. Uno dopo l’altro. Ma arrivano i carri armati del Partito: ferro contro carne umana. E i polacchi sono vinti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Tiepide le reazioni internazionali: voci dispiaciute per le vittime.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">In Italia, al contrario, il quotidiano L'Unità stravolge i fatti attribuendo la rivolta ad agenti provocatori </span><i><span class="fs13lh1-5">«al soldo di imperialisti stranieri»</span></i><span class="fs13lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Il dissidente Władysław Gomułka viene comunque eletto a capo del Partito Operaio Unificato Polacco. Qualcosa sembra cambiare, dunque. Ed è quanto basta per incentivare altre rivolte.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs13lh1-5">Ungheria, 1956</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Poco dopo la rivoluzione inizia anche in Ungheria: studenti universitari danno vita ad una manifestazione pacifica di solidarietà nei confronti del popolo polacco. Il numero dei dimostranti cresce in poco tempo; ad essi si uniscono persino alcuni soldati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Per dirla con le parole di una commovente canzone di Pier Francesco Pingitore (1966):</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">Avanti ragazzi di Buda,</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">avanti ragazzi di Pest.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">Studenti, braccianti, operai.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">Il sole non sorge più ad est!</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5"> </span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Sono quasi in 200.000 quando buttano giù una statua di Stalin e, con essa, il senso dell’oppressione sovietica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Inizia uno stato di guerriglia e la polizia apre il fuoco sui manifestanti. Ai primi caduti vanno ad aggiungersi nuovi manifestanti: una valanga travolgente che racconta coraggio e forza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">La rivolta si estende alle fabbriche e alle terre e il 25 ottobre s'insedia un governo provvisorio, il governo Nagy, che porta avanti trattative con Mosca. Fanno ben sperare, quei contatti diplomatici, ma, purtroppo, si chiudono in un nulla di fatto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Il 4 novembre l'Armata Rossa entra a Budapest.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Quattromila carri armati chiamati a schiacciare i rivoltosi, nel vero senso della parola. Ancora una volta, come in Polonia, ferro contro carne umana.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Muoiono tutti. Muoiono sotto i carri armati sovietici.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Il sole torna a sorgere ad est.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">La canzone di Pingitore aiuta a “sentire” la vicenda con lancinante intensità:</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">Ragazza non dire a mia madre</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">che io morirò questa sera;</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">ma dille che vado in montagna</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">e che tornerò in primavera.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">Compagni il plotone già avanza,</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">già cadono il primo e il secondo</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">finita è la nostra speranza,</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5">sepolto l'onore del mondo</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs13lh1-5"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Ancora una volta, il quotidiano L’Unità, portavoce della sinistra italiana, minimizza, affermando che trattasi di un gruppo di “rampolli” aristocratici e borghesi: </span><i><span class="fs13lh1-5">«Gruppi di facinorosi, seguendo evidentemente un piano accuratamente studiato, hanno attaccato la sede della radio e del Parlamento. Gruppi di provocatori in camion hanno lanciato slogan antisovietici apertamente incitando a un'azione controrivoluzionaria. In piazza Stalin i manifestanti hanno tentato di abbattere la statua di Stalin. L'intervento sovietico è un dovere sacrosanto senza il quale si ritornerebbe al terrore fascista tipo Horty. Le squadre dei rivoltosi sono composte prevalentemente da giovani rampolli della aristocrazia e della grossa borghesia»</span></i><span class="fs13lh1-5">.</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">I massimi rappresentanti del comunismo italiano puntano il dito contro le vittime. Giorgio Napolitano, futuro Presidente della Repubblica, dichiara: </span><i><span class="fs13lh1-5">«L'intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l'Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione ma alla pace nel mondo»</span></i><span class="fs13lh1-5">. Palmiro Togliatti, addirittura, poco prima dell’eccidio, appoggia l’intervento sovietico sui manifestanti con una lettera diretta al Comitato Centrale del PCUS. Ingrao, molto tempo dopo la morte di Togliatti, riferirà che la notte della repressione ungherese, dopo aver manifestato a quest’ultimo le sue perplessità per tanta violenza, si sarebbe sentito rispondere con le seguenti agghiaccianti parole: </span><i><span class="fs13lh1-5">«Io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più»</span></i><span class="fs13lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">L’anno seguente, in linea con le forti pressioni della Cina, Togliatti voterà a favore della condanna a morte del presidente del Consiglio rivoluzionario Nagy e del suo ministro della Difesa Maléter, insistendo affinché le esecuzioni fossero posticipate a data successiva alle elezioni politiche italiane del 25 maggio 1958, onde evitare che il PCI potesse uscirne male.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Sia Napolitano, sia Togliatti tenteranno di ammorbidire le proprie posizioni, successivamente. Ma certe parole sono macigni che restano sulle spalle di chi le pronunzia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs13lh1-5">Cecoslovacchia, 1968</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Gottwald, Zapotocky e Novotný si erano succeduti, conservando in Cecoslovacchia un potere totalitario soffocante e applicando la repressione dei dissidenti in perfetto stile staliniano. Avevano condannato apertamente</span><span class="fs13lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs13lh1-5">- è ovvio -</span><span class="fs13lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs13lh1-5"> </span><span class="fs13lh1-5">i tentativi di destalinizzazione della Polonia e dell’Ungheria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Quando giunge al potere, Alexander Dubček si fa leader delle nuove istanze e promuove riforme improntate al cosiddetto “socialismo dal volto umano”, che non prevede un allontanamento dall’URSS, ma una vita migliore per i cittadini. Ma quei sovietici di umano hanno ben poco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Praga scende in piazza contro gli effetti devastanti della dominazione sovietica, in primis la povertà e la mancanza di libertà politica e di stampa, contro la quale si erano schierati anche alcuni scrittori, come Milan Kundera. Le piazze si riempiono di malcontento. Quei mesi di contestazione passano alla storia come </span><i><span class="fs13lh1-5">Primavera di Praga</span></i><span class="fs13lh1-5"> e si chiudono con la consueta repressione nel sangue di stampo dittatoriale comunista: ferro contro corpi umani. Sopraggiungono i carri armati comunisti, che ristabiliscono un rigido controllo politico e avviano un processo di “normalizzazione”, fatto di censura, repressione e rassegnazione forzata. Un intollerabile ritorno al silenzio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Debole la reazione degli altri Paesi. Si disapprova la repressione sovietica, sì, ma con parole scritte sull’acqua, anche se spiccano per onestà intellettuale le parole di disapprovazione pronunciate a Mosca da Enrico Berlinguer, allora segretario del PCI.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Parole di netta condanna, invece, giungono da movimenti politici di segno opposto. Anche il mondo dell’arte se ne fa interprete: </span><i><span class="fs13lh1-5">«Bandiere rosse sulla città, in Occidente c’è solo viltà»</span></i><span class="fs13lh1-5"> si canta nella ballata </span><i><span class="fs13lh1-5">Jan Palach</span></i><span class="fs13lh1-5"> de La Compagnia dell’Anello. Ma sono voci che si fa di tutto per soffocare. È come se la </span><i><span class="fs13lh1-5">Primavera di Praga</span></i><span class="fs13lh1-5"> fosse improvvisamente diventata un fantasma, un ricordo umbratile di qualcosa che sta sprofondando nell’oblio. Ed è proprio contro questo silenzio calato sui corpi e sui cuori dei manifestanti che si erge, titanico, uno studente praghese di filosofia, Jan Palach, il quale, il 16 gennaio 1969, in segno di protesta, si dà fuoco in piazza San Venceslao, uno dei luoghi simbolo della capitale. Un ultimo, disperato ottativo di libertà, il suo, eletto a forma di comunicazione estrema. Il suo intento è quello di scuotere la società, risvegliarla dall’indifferenza e richiamarla alla responsabilità morale. Scrive lettere, lascia messaggi; si definisce </span><i><span class="fs13lh1-5">«torcia umana»</span></i><span class="fs13lh1-5"> accesa per protestare contro la censura, contro la libertà di pensiero.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Morirà tre giorni dopo tra atroci sofferenze. Il suo corpo bruciato resterà emblema di ciò che l’oppressione può generare, di come si possa giungere a fare della propria vita lo strumento ultimo di comunicazione, perché ogni diversa parola sembra pronunciata nel vuoto della perfidia di regime.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Libertà di pensiero. Un mondo che contiene il mondo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Ovviamente, l’URSS tenta di far passare il gesto di Palach come suicidio, ma Jan, oltre ai messaggi scritti, riesce comunque a parlare da ustionato: la sua è stata una protesta, solo una protesta. Vana ogni contraria falsificazione comunista del suo gesto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">La sua morte susciterà un’enorme ondata di commozione. Il funerale si trasformerà in una manifestazione silenziosa ma potentissima, a cui parteciperanno migliaia di persone. Palach diventerà il simbolo della resistenza morale contro un potere che può controllare i corpi, ma non le coscienze. Inutile il tentativo del regime comunista di cancellarne la memoria, riducendo il suo gesto a un fatto isolato o patologico. Il nome di Jan Palach continuerà a circolare, sottotraccia, come un monito e una speranza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Nel 1989, durante la </span><i><span class="fs13lh1-5">Rivoluzione di Velluto</span></i><span class="fs13lh1-5">, che ha portato alla fine del regime comunista repressivo, la sua figura è tornata al centro della memoria collettiva, riconosciuta come una delle scintille morali che hanno preparato il cambiamento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Oggi Jan Palach è ricordato non come un martire della morte, ma come un simbolo di responsabilità civile e di coraggio etico. Il suo gesto resta una delle testimonianze più drammatiche di quanto possa essere alto il prezzo della libertà e di come, anche nei momenti più bui, una singola coscienza possa parlare a un intero popolo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">Conoscere la storia è un dovere; e così ricordare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs13lh1-5">© Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5">[Tutela certificata S.I.A.E. – 18 gennaio 2026]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs13lh1-5"><br></span></div><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs13lh1-5">Foto di dominio pubblico</span></b></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 17:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Stranger Things]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000144"><div class="imTAJustify"><div><span class="fs14lh1-5">La quinta e ultima stagione di </span><i><span class="fs14lh1-5">Stranger Things</span></i><span class="fs14lh1-5">, compreso il tanto atteso finale uscito in Italia stanotte su Netflix in prima nazionale, non tradisce lo stile dell’intera serie tv ambientata a Hawkins, una cittadina statunitense degli anni Ottanta. Sinceramente, l'intera serie ha dato l’impressione di essere stata messa su con scene da videogames, spesso allungate come il brodo in tempo di guerra, parecchia retorica, il politically correct sempre dietro la porta, e, infine, un po’ di diafano impasto da "polpettone" lavorato con qualche lacrimuccia, anche se la scelta delle musiche dell’epoca è straordinaria, bisogna riconoscerlo. Ma, soprattutto, anche qui è presente il classico potpourri di citazioni, ben sperimentato nelle stagioni precedenti. Ad esempio, Henry/Vecna insegue la sua potenziale vittima pronunciando il suo nome in modo suadente, proprio come faceva il Jack Nicholson di </span><i><span class="fs14lh1-5">Shining</span></i><span class="fs14lh1-5"> con </span><i><span class="fs14lh1-5">«Wendy … Wendy, tesoro, luce dei miei occhi»</span></i><span class="fs14lh1-5">. Oppure un </span><i><span class="fs14lh1-5">«Accetteresti di non sposarmi»</span></i><span class="fs14lh1-5"> che fa tanto tornare alla mente una dichiarazione simile, sebbene con esito differente, fatta da Hugh Grant ad Andie MacDowell in </span><i><span class="fs14lh1-5">Quattro Matrimoni e un Funerale</span></i><span class="fs14lh1-5">. O, ancora, il </span><i><span class="fs14lh1-5">«Non darmi mai le probabilità»</span></i><span class="fs14lh1-5">, frase pronunciata anche dall’Harrison Ford di </span><i><span class="fs14lh1-5">Guerre Stellari</span></i><span class="fs14lh1-5">. Potrei continuare all’infinito: battute, idee, perfino ambientazioni o argomenti. Pensiamo all’interrogatorio di Victor Creel da parte di Nancy, molto simile a quello del grande Anthony Hopkins di fronte a Jody Foster ne </span><i><span class="fs14lh1-5">Il Silenzio degli Innocenti</span></i><span class="fs14lh1-5">; pensiamo all’invasione sovietica di </span><i><span class="fs14lh1-5">Alba Rossa</span></i><span class="fs14lh1-5"> ... In pratica, gli anni Ottanta cinematografici, e anche quelli precedenti e successivi, rivivono tutti in </span><i><span class="fs14lh1-5">Stranger Things</span></i><span class="fs14lh1-5">; rivivono così tanto che non può non essere una scelta. E, dunque, si può dire che tutta la serie, dietro la storia, nasconde un gioco: </span><i><span class="fs14lh1-5">Trova il Film</span></i><span class="fs14lh1-5">. Ma la cosa, anche se impegna solo quelli più grandicelli, che negli anni Settanta, Ottanta e Novanta già andavano al cinema, è distraente ed è un peccato. Peraltro il cinema non è il solo cannibalizzato. Nell’ultima puntata, ad esempio, si fa riferimento ad una certa </span><i><span class="fs14lh1-5">infanzia rubata</span></i><span class="fs14lh1-5">, che ricorda tanto Greta Thunberg e i suoi gretini.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il percorso è stato lungo. Personalmente l’ho seguito per tutte le stagioni e posso dirmi complessivamente delusa. Ciò che nelle prime stagioni era inventiva e freschezza si è fatto via via ripetitivo e pesante, un intreccio tra fantasy, fantascienza, spionaggio, guerra fredda e chi più ne ha, più ne metta.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Bravi gli attori, soprattutto gli astri nascenti, dotati di grandissima espressività e personalità; un po' meno i nomi altisonanti come la Ryder e la Hamilton, la prima spesso ingabbiata in troppa enfasi, la seconda, invece, mummificata nelle stesse quattro (forse due) espressioni per ogni scena.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Punge, inoltre, il </span><i><span class="fs14lh1-5">plot armor</span></i><span class="fs14lh1-5">, ossia quell’armatura della trama che rende necessari i personaggi fino a farli diventare dèi invincibili, come la Joyce-Rambo in Russia. La puntata finale si adagia su di esso: in parte lo mostra in tutta la sua ovvietà, in parte lo suggerisce. Non dico di più per non fare spoiler, ma non mi meraviglierebbe, certo, un’ulteriore stagione fra un decennio.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">È ovvio che nulla voglio togliere ai Duffer Brothers ideatori, sceneggiatori e spesso registi della serie. Quei due sono stati geniali, hanno fatto un gran lavoro; hanno portato D&amp;D (Dungeons and Dragons), acclamatissimo gioco di ruolo, già protagonista di altre serie televisive come la meravigliosa, inimitabile </span><i><span class="fs14lh1-5">The Big Bang Theory</span></i><span class="fs14lh1-5">, ad un livello superiore, ad entrare nella realtà; una realtà pregna, come insegnano filosofia e teologia, dell’eterno conflitto tra Bene e Male, tra Dio e Demonio; una realtà fusa con la fantasia e con una Fisica "estrema", per dirla con Michio Kaku, una fisica più da “scienziato pazzo” o da fumettista che da MIT o da via Panisperna. Però, in fondo, cosa sarebbe la scienza, in particolare la Fisica, senza un pizzico di ardita pazzia o senza la fantasia?</span></div><div><span class="fs14lh1-5">I grandi scrittori di fantascienza ci hanno insegnato che la fantasia spesso precorre i tempi: Verne aveva prospettato il viaggio verso la luna con calcoli avveniristici; Asimov aveva miniaturizzato un equipaggio per farlo entrare nel corpo umano, anticipando le grandi scoperte della microrobotica applicata alla medicina; Clarke e Kubrik, dalle cui menti uscirono contemporaneamente sia il romanzo, sia il film </span><span class="fs14lh1-5"><i>2001 Odissea nello Spazio</i></span><span class="fs14lh1-5">, plasmarono HAL, l’inquietante computer dai variopinti sentimenti, prospettando, di fatto, l’inizio dell’era dell’Intelligenza Artificiale e dandogli un nome particolare, quello di una società che stava portando avanti proprio la tecnologia dei computer, quasi a voler imprimere realtà nella loro fantasia. Originariamente, infatti, HAL si sarebbe dovuto chiamare IBM, ma l’omonima società, non volendo adombrare la propria produzione e le proprie nascenti ricerche con la malvagità del computer protagonista di quel racconto, intimò di non usare la sigla. Fu così che venne applicato un noto sistema di crittografazione, la cosiddetta </span><i><span class="fs14lh1-5">“Sostituzione di Cesare”</span></i><span class="fs14lh1-5">: si prende l’alfabeto e si sceglie di celare la parola riscrivendola, lettera per lettera, in base ad un codice numerico. Ad esempio, se il codice è + 3 la A sarà la A più 3 lettere, ossia la D</span> <span class="fs14lh1-5">e via dicendo per le altre lettere che compongono la parola o la frase da nascondere. Ed Ecco che HAL, in base alla Sostituzione di Cesare con codice + 1 è:</span></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5">H + 1= </span><b><span class="fs14lh1-5">I</span></b><span class="fs14lh1-5">, A + 1 = </span><b><span class="fs14lh1-5">B</span></b><span class="fs14lh1-5">, L + 1 = </span><b><span class="fs14lh1-5">M</span></b></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5">IBM.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Del resto, il potere della letteratura e del cinema, dell’Arte in genere, è dire ciò che si vuole nell’esatto momento in cui lo si vuole. E anche </span><i><span class="fs14lh1-5">Stranger Things</span></i><span class="fs14lh1-5"> ha detto la sua. Frotte di giovani si stanno informando su alternativi mondi possibili, sulla materia esotica dei buchi neri, sui cunicoli spazio-temporali, ma anche sugli alieni, di cui una famosa veggente avrebbe preconizzato l'arrivo per il 2026, sui mostri di dimensioni parallele e sulla guerra fredda degli anni Ottanta.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Ci sono talmente tanti temi, in questa serie tv, da alimentare le fantasie di tutti. E finché spinge i giovani verso approfondimenti da nerd, nulla quaestio, ma c’è anche chi va oltre. È di qualche giorno fa la triste notizia che una diciannovenne è precipitata dal tetto di un edificio abbandonato e chiuso al pubblico da anni, usato come set esterno dell’Hawkins National Laboratory in </span><i><span class="fs14lh1-5">Stranger Things</span></i><span class="fs14lh1-5">. Si chiama esplorazione urbana e spesso pone i ragazzi che la praticano in serio pericolo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">In conclusione, la domanda è una: vale la pena sorbirsi ore e ore di lotta con i mostri e di poteri soprannaturali creati in vitro? Sono delusa ma non abbastanza da sconsigliare questa serie. È un bel viaggio, spesso estremo, a tratti ripetitivo, un po' troppo affollato di immagini e parole, ma bello. E vale sempre la pena viaggiare per conoscere altri mondi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Fatelo, dunque, questo biglietto per Hawkins; ma andata e ritorno, mi raccomando, altrimenti rischiereste di stufarvi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs14lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs14lh1-5">[Tutela certificata – Iscrizione S.I.A.E.]</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 01 Jan 2026 17:34:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Quelli di via Veneto. La Dolce Vita romana]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000143"><div><i>La </i>Dolce Vita<i> non è solo un famoso film felliniano, ma una rappresentazione di una certa Roma, di una certa Italia. Ebbene, alcuni dei protagonisti delle serate glamour anni Sessanta e Settanta hanno rievocato quegli anni in una serata esclusiva all’insegna di un bel mondo mai passato di moda.</i></div><div><i><br></i></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">18 novembre – Al </span><strong class="imTAJustify fs12lh1-5">Circolo Canottieri Roma</strong><span class="imTAJustify fs12lh1-5">, grazie all’impegno del Presidente </span><strong class="imTAJustify fs12lh1-5">Paolo Vitale</strong><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> e del Consigliere per le Manifestazioni e Attività Sociali </span><strong class="imTAJustify fs12lh1-5">Alberto Acciari</strong><span class="imTAJustify fs12lh1-5">, su iniziativa del Socio </span><strong class="imTAJustify fs12lh1-5">Pietro Delise</strong><span class="imTAJustify fs12lh1-5">, si è svolta una serata dedicata agli anni della </span><em class="imTAJustify fs12lh1-5">dolce vita</em><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> romana vista attraverso gli occhi di alcuni dei protagonisti, </span><em class="imTAJustify fs12lh1-5">Ci vediamo a Via Veneto - feste, follie e personaggi che hanno creato la Dolce Vita</em><span class="imTAJustify fs12lh1-5">. Accanto ai partecipanti due magnifici cartoni a dimensione naturale di proprietà del </span><strong class="imTAJustify fs12lh1-5">Centro Sperimentale di Cinematografia</strong><span class="imTAJustify fs12lh1-5">, raffiguranti </span><strong class="imTAJustify fs12lh1-5">Sofia Loren</strong><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> e </span><strong class="imTAJustify fs12lh1-5">Marcello Mastroianni</strong><span class="imTAJustify fs12lh1-5">.</span><br><div class="imTAJustify">Presenti, tra gli altri, l’attore <strong>Luc Merenda</strong>, il regista <strong>Sergio Martino</strong>, il giornalista <strong>Marino Collacciani</strong> i fotografi <strong>Gianni Bozzacchi</strong>, <strong>Umberto Pizzi</strong> e <strong>Marcellino Radogna</strong>, oltre al Re dei Paparazzi, come lo definì Fellini, <strong>Rino Barillari</strong>, nonché <strong>Marco Geppetti</strong>, figlio di <strong>Marcello</strong>, un altro famoso paparazzo, e cofondatore della <strong>Marcello Geppetti Media Company. </strong>E, ancora, <strong>Barbara Bouchet</strong>, <strong>Enrico Vanzina</strong>, <strong>Marcello Foti</strong> …</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2025---Dolce-Vita--gruppo-.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Pietro Delise è senz’altro il primo a poter parlare della <em>dolce vita</em> romana. La sua gioventù è un lungo cammino sulle strade di quel mondo dorato mai del tutto scomparso, che ancora oggi rappresenta la Roma che molti sognano e che pochi hanno o hanno avuto.</div><div class="imTAJustify">Negli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo il cinema italiano assume lo stesso rilievo di quello del ventennio precedente, ventennio in cui era nato il <em>Neorealismo</em>, trascinante fenomeno artistico in grado di imporsi su scala mondiale.</div><div class="imTAJustify">Roma è una magnifica e invidiabile <em>Hollywood sul Tevere</em>. La sua fama è andata crescendo in modo esponenziale. Attori italiani e stranieri vi si danno appuntamento e circolano per le sue strade, soprattutto via Veneto, come Dèi scesi tra i mortali. Il cinema, del resto, crea miti e il cinema italiano di allora, quello romano in particolare, è da decenni in costante ascesa.</div><div class="imTAJustify">L’iniziativa che ha portato un cinema come quello italiano, già particolarmente raffinato, a raggiungere tanto fulgore nasce nel 1931 quando l’on. Giulio Pierantoni, presidente della Corporazione dello Spettacolo, affida ad una Commissione di esperti lo studio di fattibilità per una scuola di cinematografia, in cui spicca la relazione di <strong>Anton Giulio Bragaglia </strong>dal titolo <em>Per una scuola ufficiale di cinema in Italia</em>. In un’epoca di grandi corse verso primati scientifici, artistici, militari, dunque, prende il via una delle più prestigiose scuole di cinema, che del cinema ha fatto una filosofia, un modo di espressione a tutto tondo, la Scuola Nazionale di Cinema, poi <strong>Centro Sperimentale di Cinematografia</strong> di via Tuscolana, quella stessa via dove, tra il 29 gennaio 1936, giorno della posa della prima pietra, e il 28 aprile 1937, giorno dell’inaugurazione, nasce anche <strong>Cinecittà</strong>: un complesso originariamente composto da 73 edifici, tra cui 21 teatri di posa, ancora oggi all’avanguardia.</div><div class="imTAJustify">Roma è, dunque, la città del cinema. Lo è negli studi di via Tuscolana, ma anche in ogni suo angolo. Ed è proprio a Roma che <strong>Federico Fellini</strong> gira un film che farà storia, <em>La Dolce Vita</em> e che, come giustamente osservato da <strong>Enrico Vanzina</strong>, è un capolavoro assoluto, che ha riportato Roma ad un ruolo centrale e che andrebbe visto e rivisto per coglierne tutte le sfumature. E pensare che Fellini approcciò il cinema come disegnatore. Fu proprio <strong>Steno</strong>, il padre di Vanzina &nbsp;&nbsp;- come quest’ultimo ha narrato - &nbsp;&nbsp;ad averlo assunto.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2025---Dolce-Vita--Vanzina-.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il titolo del film rievoca una commedia del 1912 firmata dal grande <em>Fraka</em>, <strong>Arnaldo Fraccaroli</strong>. Entrambe le opere ruotano attorno al conflitto tra <em>otium</em> e <em>negotium</em> per dirla alla latina, ma la similitudine si ferma qui. La pellicola di Fellini, accolta abbastanza calorosamente a Roma il 3 febbraio 1960, giorno della prima al Fiamma, viene altrove fischiata, addirittura maledetta dalla Chiesa perché troppo trasgressiva. Su <em>L’Osservatore Romano</em> diventa <em>La schifosa vita</em>. In realtà, dipinge un nuovo modus vivendi, trasgressivo e annoiato, edonistico ed egoistico, della generazione post-bellica, o, almeno, di una parte di essa, e, proprio per questo, si fa sogno. Un sogno per molti proibito, impossibile. Non dimentichiamo, infatti, che tra gli anni Sessanta e i Settanta nasce e muore il <em>boom economico</em>. Gli aiuti del Piano Marshall, sapientemente sfruttati dall’intelligenza imprenditoriale italiana, danno presto i loro frutti: le industrie rinascono, la ricchezza media cresce e le famiglie finalmente respirano aria di benessere. Poco dopo, però, iniziano ad affacciarsi anche instabilità politiche ed economiche di vasta portata: da lungi giungono gli echi drammatici delle rivolte antisovietiche già iniziate nel decennio precedente; arriva in casa nostra la strategia politica della violenza, iniziata il 30 giugno 1960 durante una manifestazione organizzata per impedire il Congresso Nazionale del MSI a Genova sotto il governo Tambroni; ed arriva il terrorismo mediorientale, che il 17 dicembre 1973 affonda le unghie anche sul popolo italiano nell’aeroporto di Fiumicino dove un commando palestinese uccide 32 persone. Sulla vita quotidiana degli italiani arrivano soprattutto gli effetti della crisi petrolifera e, con essa, la cosiddetta <em>austerity</em>: termosifoni più bassi, luci razionate, le insegne spente a partire dalle 21, cinema, teatri, bar e ristoranti chiusi anzitempo, il blocco delle auto nei giorni festivi, poi trasformato in circolazione a targhe alterne. In strada resta acceso un lampione su tre &nbsp;&nbsp;- in pratica come oggi, anche se oggi accade solo perché non funzionano -. &nbsp;Persino il telegiornale anticipa l’edizione alle 20, orario che non muterà più, a memento, forse, di quella sorta di coprifuoco energetico. L’inflazione è alle stelle, le monete metalliche, non si sa perché, scarseggiano e si ricorre ai miniassegni; <strong>Raffaella Carrà </strong>e <strong>Mina</strong> aprono la prima puntata di <em><b>Milleluci</b></em> preoccupandosi di specificare che le luci sono mille solo virtualmente. <strong>Gigi Proietti</strong> rispolvera una vecchia canzone del 1933, <em>Che cos’è questa crisi?</em>.</div><div class="imTAJustify">Ebbene, in quegli anni, in quel tunnel di passaggio dal benessere alla crisi, la <em>dolce vita</em> va oltre la pellicola felliniana e diventa il sogno di molti raggiungibile da pochi, un sogno fatto di febbre di vivere, di piacere, di trasgressione, di lusso ad ogni costo e nonostante tutto.</div><div class="imTAJustify">Il Delise della <em>dolce vita</em> romana nasce barman al <em><b>Piper Club</b></em> nel 1965. E proprio lì, poco tempo dopo, quando aveva già smesso di fare il barman ed era solo un cliente, vede nascere una stella, una cantante che di quel locale ben presto diventa l’icona: lei lo avvicina sulla pista da ballo, escono insieme; a bordo della propria Fiat 500 Delise gira con lei una notte intera per Roma; il giorno dopo la presenta a Romano Morandi, il bassista dell’Equipe 84, ed è così che Nicoletta Strambelli diviene Patty Pravo.</div><div class="imTAJustify">Dopo il <em>Piper</em> Delise lavora tra Roma, Riccione, Cortina, Porto Cervo …Nella sua vita si affacciano i locali più <em>in</em>, tra i quali il <em>Bobo</em>, il <em>Bobino</em>, <em>La Mecca</em>, per giungere, poi, alla gestione di due dei più famosi locali romani: <em><b>La Cabala</b></em>, aperta nel 1972 insieme ad <strong>Alberigo Crocetta</strong> e <strong>Renzo Gallo</strong>, e il <em><b>Jackie O’</b></em>, inaugurato nel 1974 con <strong>Gil Cagné</strong>.</div><div class="imTAJustify"><img class="image-5 fleft" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2025---Dolce-Vita--Barillari-.jpg"  title="" alt="" width="318" height="239" /></div><div class="imTAJustify">Tuttavia sono gli anni de <em>La Cabala</em> e del <em>Jacky O’</em> a far fluire nella vita di Pietro il flusso incontrollato e incontrollabile del bel mondo. Un fiume in piena, tra personaggi famosi e paparazzi.</div><div class="imTAJustify">E, parlando di paparazzi, non si può non fare il nome di <strong>Rino Barillari</strong>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Con innata simpatia e occhi in grado di fotografare tutto e tutti anche senza fotocamera, in questa bella serata ha raccontato una piccola parte del suo mondo fatto di intraprendenza e pericolo pur di catturare la foto giusta, anche a rischio di essere aggredito, malmenato. Ha raccontato una sua storica scazzottata con </span><strong class="fs12lh1-5">Richard Burton</strong><span class="fs12lh1-5"> a </span><em class="fs12lh1-5">La</em><span class="fs12lh1-5"> </span><em class="fs12lh1-5">Cabala</em><span class="fs12lh1-5">. Ha confessato, con un pizzico di orgoglio, che in 60 anni di carriera è finito 164 volte all’ospedale. Erano anni in cui i divi si lasciavano andare anche ad eccessi. Famoso il pugno di </span><strong class="fs12lh1-5">Walter Chiari</strong><span class="fs12lh1-5"> ad un altro illustre paparazzo dell’epoca, </span><strong class="fs12lh1-5">Tazio Secchiaroli</strong><span class="fs12lh1-5">. Del resto, come sottolineato da </span><strong class="fs12lh1-5">Barbara Bouchet</strong><span class="fs12lh1-5">, presente in un’elegantissima mise di velluto nero, i vip sapevano che in certi locali sarebbero stati “paparazzati” e, forse, ci andavano anche per questo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella </span><em class="fs12lh1-5">dolce vita </em><span class="fs12lh1-5">romana i divi, gli industriali, le modelle, i playboy amavano nascondersi dietro occhialoni scuri e cappelli, ma, in fondo, speravano di essere riconosciuti, ammirati, osannati. Il paparazzo, termine tratto dalla pellicola felliniana, era la loro cassa di risonanza visiva, di notorietà, di fama, sebbene alcuni di quei fotografi siano andati ben oltre il glamour. Barillari, ad esempio, è stato anche un impavido testimone degli </span><em class="fs12lh1-5">Anni di Piombo</em><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;- sua la foto di via Fani subito dopo il rapimento di Aldo Moro - &nbsp;&nbsp;ed è tuttora un fotografo che, pur di documentare certe realtà, non teme nulla, nemmeno in nome della propria incolumità. E di realtà difficili non ne mancano mai, come non ne sono mancate neppure in quegli anni dorati.</span><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-6 fleft" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2025---Dolce-Vita--Bouchet-.jpg"  title="" alt="" width="322" height="276" /></div><div class="imTAJustify">La <em>dolce vita</em>, infatti, è stata affascinante, una magnifica luna riflessa sull’acqua della Fontana di Trevi che illumina <strong>Mastroianni</strong> e la <strong>Ekberg</strong>, ma, come la luna, ha avuto il suo lato oscuro. Oltre alla crisi economica, al terrorismo, oltre alla strategia politica della violenza, infatti, Roma è stata testimone anche di una criminalità comune in qualche modo legata direttamente al bel mondo. L’omicidio di <strong>Christa Wanninger</strong>, ad esempio, una giovane attrice in cerca di successo e protagonista della notte romana, che viene uccisa in via Emilia, una traversa di via Veneto, per mano di un pittore bohémien, infine condannato solo sulla carta, considerato il suo rilascio per incapacità di intendere e di volere. L’omicidio di <strong>Farouk Mohamed El Chourbagi</strong>, egiziano di nascita, svizzero di adozione, proveniente da una facoltosissima famiglia di industriali e viveur incallito della <em>dolce vita</em> romana, il cui corpo, sfigurato sul viso dal vetriolo, viene rinvenuto in via Lazio, anch’essa una traversa di via Veneto: un affare di gelosia e ripudi per cui nessuno pagherà veramente. O, ancora, il delitto <strong>Casati Stampa</strong>, avvenuto nella lussuosa dimora dell’omicida-suicida in via Puccini, sempre nei pressi di via Veneto. Il marchese Casati Stampa apprezzava vedere la giovane e bella moglie fare l’amore con un amante da lui stesso scelto, ma quando i due si innamorano e iniziano a vedersi in sua assenza, va su tutte le furie, li uccide e poi si spara. La figlia, sotto tutela dell’avv. <strong>Cesare Previti</strong>, dopo il delitto venderà la gigantesca dimora milanese, <em>Arcore</em>, a <strong>Silvio Berlusconi</strong>, allora solo un imprenditore in ascesa, e farà comprensibilmente uscire il suo nome dalle cronache mondane.</div><div class="imTAJustify">Ebbene, in questa Roma saggia e folle, in questo variegato mondo di denaro e di crisi, di bellezza e di orrore, di fama e di anonimato, Pietro Delise riuscì ad organizzare feste memorabili, splendenti, a riunire personaggi da prima pagina e lo fece con i mezzi limitati di un’epoca senza cellulari, senza social, senza comunicazioni estese; solo telefoni, incontri, strette di mano, amicizie, fiducia reciproca, professionalità.</div><div class="imTAJustify">Nel corso della serata <strong>Marcello Foti</strong>, Direttore Generale del Centro Sperimentale di Cinematografia, ha voluto sottolineare che certe rievocazioni non hanno a che fare solo con la nostalgia, ma con il futuro, con una progettualità che dovrebbe coinvolgere i giovani e riportare il cinema agli splendori di allora. E chissà che, con un cinema nuovamente in fermento artistico e culturale, non torni in auge anche una seconda <em>dolce vita</em>: di nuovo i grandi divi nei locali più chic, di nuovo la ricchezza e la bellezza a riempire la città nelle ore piccole e di nuovo quella dicotomia tra protagonisti e lettori del giorno dopo, perché la <em>dolce vita</em> esiste solo se non tutti possono permettersela, diciamocelo. Del resto, come direbbe la sottoscritta e come ha detto <strong>Don Felice</strong>, il prete degli artisti, convocato al Canottieri Roma con gli altri per ricordare i giorni d’oro di via Veneto, <em>«Le cose belle succedono la notte, quando io dormo»</em>!</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Quarta Parete Roma, 21 novembre 2025]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>© Foto dell’Autrice</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 21 Nov 2025 12:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Daphne Du Maurier, signora della suspense]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000141"><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Un consiglio di lettura. Un ritorno al passato. Storie originali, stile impeccabile, traduzione elegante. Certe volte, nel leggere un libro, abbiamo bisogno di un ritorno alla bellezza.</i><br></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La letteratura contemporanea mi intriga sempre meno. Così le poesie; persino le canzoni, i film, i testi teatrali. Trovo che una miseria contenutistica ed una totale inconsistenza lessicale e rappresentativa si siano impossessati delle penne, o, meglio, dei computer, distruggendo l’edificio della cultura, sulle cui rovine aleggia, ora, la cosiddetta Intelligenza (leggasi Deficienza) Artificiale.</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5">Per questo, sempre più spesso, mi ritrovo a perdermi nei romanzi e nei racconti del Novecento. Oggi, in particolare, voglio parlarvi di una delle mie autrici inglesi preferite, Daphne Du Maurier. Se non la conoscete, procuratevi almeno un romanzo e un racconto, quel romanzo e quel racconto che Alfred Hitchcock trasformò in capolavori cinematografici: il romanzo è </span><i class="fs12lh1-5">La prima moglie</i><span class="fs12lh1-5"> (Rebecca) e il racconto è </span><i class="fs12lh1-5">Gli uccelli</i><span class="fs12lh1-5"> (The Birds). In realtà il grande Hitch realizzò anche un altro film tratto da una sua opera, ma leggermente meno noto: </span><i class="fs12lh1-5">La taverna della Giamaica</i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Daphne, a dispetto del faccino dai tratti regolari, della pettinatura da brava ragazza degli anni Trenta, era una bravissima scrittrice, con un animo che, in parte, viveva lunghe e tenebrose notti prive di stelle.</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Saggiamente portava l’inquietudine fuori dalla propria gabbia e la faceva camminare lentamente sul viale della coscienza. Lentamente. In un ribollire di dubbi, in un tramestio di false certezze, in un costante rigurgito di ignoto capace di animarsi, ingigantirsi, dominare i pensieri.</span></div></div><i class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">La prima moglie</i><span style="font-style: normal;" class="fs12lh1-5"> inizia con un sogno: lei si incammina sul viale di Manderley, la dimora che l’aveva vista protagonista di un qualcosa di importante e di terrorizzante, ma non dice cosa. Inizia a descrivere la natura che si è via via riappropriata di quella casa, degli sterpi, dei fiori non più fioriti, della terra e, al margine, il fruscio di una veste femminile, forse. Il lettore lo sente davvero.</span></div></i><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>L</i></span><i class="fs12lh1-5">a natura aveva avuto il sopravvento; a poco a poco, furtiva, insidiosa, con lunghe dita tenaci s’era insinuata su pel viale. I boschi, che in passato erano stati sempre una minaccia, avevano finito per trionfare.</i></div><i class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">[…] Quando le foglie si agitano, non par di udire un fruscio di seriche vesti femminili &nbsp;&nbsp;- di una veste da sera - &nbsp;&nbsp;e quando subitamente rabbrividiscono e cadono, e si sparpagliano pel suolo, non potrebbe essere il trepestio frettoloso d’un passo femminile?</i></div></i><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poi il sogno svanisce e ci racconta del sole che abita i nuovi luoghi della sua esistenza, dove Manderley non è argomento da tirar fuori.</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Né avremmo parlato di Manderley, né io avrei raccontato il mio sogno. Poiché Manderley non era più nostro. Manderley non era più»</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sentite, in quest’ultima frase, bussare quell’eleganza e quella potenza superiori a qualsivoglia altro bell’incrocio di parole? </span><i class="fs12lh1-5">«Manderley non era più»</i><span class="fs12lh1-5">. E nasce il primo brivido.</span><br></div><div class="imTAJustify">Prosegue a parlare del tè che beve nella sua nuova vita, anche se non è il tè di Manderley, servito da una governante portatrice di falsa cortesia, la signora Danvers, né quello degli anni precedenti al suo arrivo lì, quando era dama di compagnia di un’anziana e astiosa snob in quel di Montecarlo.</div><div class="imTAJustify">La trama prende forma grazie ad un effetto giroscopico. Il sogno, il risveglio e il ricordo caricano la molla; nel rilasciarla il lettore è ormai dentro. Totalmente.</div><div class="imTAJustify">Il romanzo venne pubblicato nel 1938. In quell’anno, alla Conferenza di Monaco, Mussolini aveva scongiurato che Hitler desse inizio alla guerra, ma i venti soffiavano comunque verso il conflitto, verso la rovina di ogni cosa, di tutto qual che era stato.</div><div class="imTAJustify">La follia che distrugge.</div><div class="imTAJustify">Una natura oscura e minacciosa, dunque, prende il sopravvento su Manderley.</div><div class="imTAJustify">L’equilibrio instabile tra l’ingenuità e la follia produce quadri aberranti. Forse la rovina è inevitabile, almeno fino a che Manderley non smetta di essere.</div><div class="imTAJustify">Ed è un tema che torna ne <span class="fs12lh1-5"><i>Gli uccelli</i></span>, pur se opera ben più tarda (1953): la ribellione della natura sugli uomini. La natura diventa cattiva, punitiva. Priva di riserve nel mutare radicalmente il mondo. E dopo che accade? Daphne Du Maurier non lo dice. È un finale aperto, il suo. Lo stesso Hitchcock rende omaggio a questa scelta, evitando la classica scritta <i>The End</i>.</div><div class="imTAJustify">Non è un caso che il racconto esca nei primi anni Cinquanta. Il dopo guerra aveva colpito duramente. L’Inghilterra dipendeva totalmente dall’America del Piano Marshall. Ce l’avrebbe fatta? Gli uomini sarebbero riusciti a sopravvivere alla devastazione?</div><div class="imTAJustify">C’è da chiedersi se la fine del racconto parli solo della rivolta degli uccelli.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Ho girato tutte le stazioni, nazionali ed estere, e non si sente niente»</i></div><div class="imTAJustify"><i>«Forse stanno passando tutti lo stesso guaio … Forse è così in tutta Europa»</i></div><div class="imTAJustify"><i>[…] Cominciò il martellamento alle finestre e alla porta, e il frullio, lo sfregamento, l’urto sui davanzali. Il primo tonfo dei gabbiani suicidi sullo scalino.</i></div><div class="imTAJustify"><i>«Non farà qualcosa l’America?» disse la moglie.</i></div><div class="imTAJustify"><i>«Sono sempre stati nostri alleati, no? L’America farà certo qualcosa»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Daphne Du Maurier era una scrittrice capace di scrivere su diversi piani, intrecciando narrazione, psicologia, forse politica, sicuramente filosofia. Nel farlo &nbsp;&nbsp;- <span class="fs12lh1-5">non da meno la traduttrice della prima edizione italiana, Alessandra Scalero - &nbsp;&nbsp;u</span><span class="fs12lh1-5">sava stile, una raffinatissima costruzione del periodo. E Hitchcock, che era un attento lettore, se ne accorse, prendendo spunto dalle sue opere per opere altrettanto belle e originali.</span></div><div class="imTAJustify">Buona lettura!</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></span></div>

<div>[tutela certificata S.I.A.E. – 3 novembre 2025]</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 03 Nov 2025 20:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sergio Bresciani: l'eroe fanciullo di El Alamein]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000140"><div class="imTAJustify"><i>3 settembre 1942. Il pluridecorato diciottenne Sergio Bresciani, già da due anni valorosamente impegnato sul fronte africano, salta su una mina nemica. Perde una gamba. Non fa drammi. Consapevole dell’avvicinarsi della morte affida ai commilitoni e al cappellano parole di commiato e di affetto per la famiglia e gli amici. Il giorno dopo muore. Sarà insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare per le sue coraggiose azioni belliche. </i><i class="imTALeft fs12lh1-5">Un eroe a molti sconosciuto, purtroppo. È giusto parlarne.</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Sergio Bresciani nasce a Salò il 2 luglio 1924. Occhi azzurri e limpidi come il suo cuore, informato ai valori di Famiglia, Patria e Dio. Carattere gioviale e birichino, incline agli scherzi, estroverso e a tratti sfrenato; un rivoluzionario in erba, anche a scuola, in quel di Treviso Bresciano.</div><div class="imTAJustify"><br></div><i class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">«Superata la sesta elementare»</i><span style="font-style: normal;" class="fs12lh1-5"> scrive la sorella Liliana </span><i class="fs12lh1-5">«Sergio diede con gioia addio alla scuola, nonostante le insistenze dei genitori e degli zii perché frequentasse almeno fino all’ottavo anno. Opporsi alla sua decisa volontà non fu possibile»</i><span style="font-style: normal;" class="fs12lh1-5">.</span></div></i><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify">Ecco, la sua decisa volontà impossibile da contrastare. Un qualcosa da tenere a mente, leggendo le sue gesta.</div><div class="imTAJustify">Nel 1939 inizia a lavorare nello stabilimento Falck di Vobarno. È contento di aiutare economicamente la famiglia. Inoltre si sente finalmente grande. Ma “grande” è un termine polivalente: anagraficamente non lo è, visto che ha solo quindici anni; psicologicamente, invece, è molto più che grande. Impavido, generoso, autentico.</div><div class="imTAJustify">La situazione politica italiana, alla luce delle influenze internazionali, non era semplice. Da un lato, Francia e Gran Bretagna, pur tra i Paesi più colonialisti al mondo, deplorando la conquista italiana dell’Etiopia, avevano fatto di tutto affinché all’Italia venissero applicate quelle severe sanzioni che l’avrebbero gettata in bocca al dittatore tedesco e, al contempo, erano scesi sul piede di guerra in Africa, alimentando ed appoggiando la resistenza etiope. Dall’altro, Hitler aveva mire belliche difficili da sedare. Ci era riuscito Mussolini a Monaco nel 1938, ma nel 1939, purtroppo, nessuno sarebbe riuscito a fermarlo.</div><div class="imTAJustify">Ebbene, a luglio del 1939 Sergio scappa di casa per raggiungere l’Africa: vuole assolutamente rendersi utile sul campo di battaglia contro quei colonialisti per i quali nessuno deve avere colonie all’infuori di loro. In parte c’era da capirli: loro sulle colonie esercitavano e ancora esercitano il signoraggio, lo sfruttamento più bieco; l’Italia, invece, voleva realizzare una colonizzazione demografica, un impero del lavoro, evitando che gli italiani emigrassero altrove e portassero in paesi stranieri la propria abnegazione, il proprio impegno, le proprie alte capacità. Per far ciò, erano state realizzate in Etiopia infrastrutture serie, ancora oggi in uso: strade, ospedali, scuole … Un precedente che, nell’ottica britannica, francese, portoghese e quant’altro, risultava pericolosissimo.</div><div class="imTAJustify">A Milano, però, il Bresciani viene individuato dai Carabinieri e riportato a casa. </div><div class="imTAJustify">L’animo frigge, sfrigola, ribolle, si agita: sente che deve riuscire a partire. È di nuovo impegnato nei suoi giorni di lavoro, nella sua routine che gli va stretta, ma non si dà per vinto. Qualche mese dopo tenta una nuova fuga. Ci mettono di più a riacciuffarlo. La cosa avviene a Genova.</div><div class="imTAJustify">Nel frattempo i venti di guerra iniziano a spirare molto seriamente e Sergio sente ardere in sé il sacro fuoco di chi vuole combattere per la Patria. <i>«Amore per la mia cara Patria»</i> scriverà in più occasioni dal fronte nelle lettere dirette alla famiglia.</div><div class="imTAJustify">Il calendario segna l’anno 1940. E il 10 giugno arriva il fatidico annuncio:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«Combattenti di terra, di mare, dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’impero d’Etiopia e del regno d’Albania, ascoltate!</i></div><div class="imTAJustify"><i>L'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano.</i></div><div class="imTAJustify"><i>[…] La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo! Per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Popolo italiano, corri alle armi! e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">La voce è quella stentorea e cadenzata di Benito Mussolini, il quale arringa gli italiani dal balcone di Palazzo Venezia.</div><div class="imTAJustify">È la premessa ad un’orribile e purtroppo inevitabile decisione, da tutti acclamata con gioia: la guerra. </div><div class="imTAJustify">Sergio freme. Forse vuole emulare le gesta eroiche dei suoi zii, Dante e Italo, partiti volontari e morti nella Grande Guerra; forse vuole dedicarsi con altruismo alla famiglia, non solo la propria ma quella rappresentata da tutti gli italiani; forse conosce la storia di un altro ragazzo, un ragazzo d’altri tempi, famoso per essere scappato più volte di casa per combattere a difesa della Patria, tal Ettore Muti, divenuto in seguito uno dei valorosi di Fiume, uno dei pilastri del fascismo, uno degli eroi italiani.</div><div class="imTAJustify">Sergio ha solo sedici anni. A quell’età non può andare al fronte. Ed ecco che il suo animo rivoluzionario, quello che piega le regole all’istinto, all’impulso irrefrenabile, al decisionismo, prende il sopravvento. Scappa di nuovo. Da Vobarno si reca in bicicletta a Salò, ove prende il battello per Desenzano e quindi un treno per Milano. Lì vende la sua bicicletta e sale sul treno per Napoli. I soldi della bicicletta, però, non bastano per il biglietto e fa tutto il viaggio nascosto sotto i sedili. A Napoli viene individuato e rispedito indietro con foglio di via. Staziona a Roma donde scappa di nuovo e si reca per la seconda volta a Napoli. Lì, finalmente, riesce ad imbarcarsi per la Libia. Per salire sulla nave approfitta della confusione inevitabile all’imbarco e dell’oscurità, visto che ci si imbarcava all’imbrunire. Riesce, al fine, a raggiungere Tripoli. Così scrive ai genitori dall’Africa:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Cari genitori, questa volta ho raggiunto il mio scopo: sono arrivato a Tripoli. Ora mi trovo in Federazione a fare il piantone: sono molto contento. L’ispettore ha inviato a voi un telegramma: se non avete ancora risposto, vi prego di non richiedermi in Italia; mandate il vostro consenso anche se non siete contenti: vi troverete molto più contenti in futuro. Io non esigo niente, ma se una volta o l’altra vi ricorderete di me con qualche scritto io ve ne sarò molto riconoscente. Sono felice perché il vice Federale e l’Ispettore mi trattano molto bene e mi hanno promesso che mi faranno partire con il primo battaglione diretto al fronte»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Ancorché confinato a Tripoli e, dunque, lontano dalla prima linea, entra immediatamente nel vivo della situazione tattica. Sembra che nulla lo spaventi:</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Ogni tanto c’è una visita degli inglesi, ma poco danno arrivano a fare perché abbiamo una difesa contraerea che fa spavento: quando spara sembra che ci sia il terremoto. Perciò sono sempre costretti a tornarsene lasciandoci qualche volta alcuni apparecchi in omaggio …»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">La vita tripolitana, però, gli va stretta. Lui vuole vivere la guerra, immergersi nel senso della battaglia; combattere per la Patria. E decide di fuggire. Di nuovo. Raggiunge la zona di guerra. Il Tenente Zironi del 3° Reggimento Celere “Principe Amedeo duca d’Aosta”, il reggimento degli artiglieri, le voloire, scrive ai genitori chiedendo il loro consenso; se non l’avessero prestato, lo avrebbe rispedito a casa.</div><div class="imTAJustify">I genitori, anche sperando che la prima linea possa, infine, far cambiare idea al piccolo Sergio, acconsentono. Il Tenente li rassicura sulla salute e l’entusiasmo del ragazzo, un entusiasmo contagioso: in breve tutti i suoi commilitoni, anche i più anziani, anche i suoi superiori lo accolgono come uno di loro; affettuosamente lo chiamano il<i> Balilla</i>; quanto alle stellette, gli viene detto, dovrà meritarsele sul campo. E così sarà.</div><div class="imTAJustify">A marzo 1941 gli artiglieri sono impegnati a Tobruk per l’assedio, un punto strategico che Rommel, il feldmaresciallo che nel giro di due anni, grazie alle sue iniziative belliche audaci, diventa generalissimo del Führer, vuole espugnare: i britannici che la occupano potrebbero seriamente disturbare le forze dell’Asse nella conquista dell’Egitto, potrebbero allontanare l’obiettivo principale dell’Asse, che è il delta del Nilo e il Canale di Suez, ed è cosa da evitare. Il sistema che applica è quello della guerra lampo tanto caro a Hitler: da una parte le forze meno combattive, che avrebbero dovuto fingersi la forza principale, dall’altra le più combattive, che avrebbero fatto breccia con un attacco a cuneo.</div><div class="imTAJustify">Gli assediati vivono in una condizione decisamente migliore degli assedianti. Hanno cibo, acqua, strutture al coperto e zanzariere; tedeschi e italiani, invece, vivono il lato peggiore del deserto: caldo insopportabile, assenza di cibo e di acqua, dissenteria.</div><div class="imTAJustify">Il 2 luglio 1941, giorno del suo diciassettesimo compleanno, Sergio Bresciani viene arruolato ufficialmente.</div><div class="imTAJustify">Diciassette anni.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Carissimi genitori, sono contentissimo dei vostri auguri»</i> scrive a casa, certo che presto avrebbe ricevuto le attese attenzioni familiari non ancora giunte. <i>«[…] I miei ufficiali per il mio compleanno mi hanno regalato diversi pacchetti di sigarette; tutti mi vogliono bene»</i>. E chiude con la sempre accorata dichiarazione di fedeltà alla Patria per la quale avrebbe compiuto sempre il suo dovere: <i>«lo farò volentieri fino alla morte per la grandezza della mia e di tutti amata Patria</i>».</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Parole ancor più commoventi se si pensa che arrivano dal cuore di un ragazzo.</div><div class="imTAJustify">Dopo poco riceverà la Croce germanica di Ferro di 2<sup>a</sup> classe, appuntatagli sulla giubba da Rommel in persona, e verrà anche citato dal suo Comando per la Medaglia d’Argento al Valore Militare. In seguito gli verranno assegnate anche la Croce germanica di Ferro di 1<sup>a</sup> classe e la Medaglia d’Oro al Valor Militare, ma, come vedremo, sarà la sua famiglia a ricevere per lui gli onori conquistati.</div><div class="imTAJustify">Le sue gesta sono quelle di un uomo, non di un ragazzo: quando, ad esempio, El Adem viene attaccata da venti carri inglesi in due giorni di aspri combattimenti, nei quali tutti gli altri artiglieri vengono meno, lui resta al suo posto a mitragliare e riesce a centrare un carro nemico. Ventisette tonnellate di ferro che esplodono a poca distanza da lui. E lui non arretra di un passo. Continua a sparare. David contro tanti, ma tanti Golia. </div><div class="imTAJustify">L’estate del 1941 trascorre nel caldo tra un’azione e l’altra, divise da momenti di stasi, fino a quando gli inglesi non tentano una controffensiva nei pressi di Sollum. Un convoglio britannico riesce a raggiungere Alessandria indenne e rifornisce gli inglesi di 238 carri armati molto più efficienti di quelli italiani e tedeschi. Rommel non si perde d’animo e ordina alla contraerea di focalizzare il fuoco sui carri armati, manovra che non solo risulta vittoriosa, ma spiazza completamente i nemici, i quali pensano che il fuoco sia arrivato da carri più potenti dei loro. Pare che un maggiore inglese fatto prigioniero abbia chiesto spiegazioni su quali armi fossero state usate e, nel venire a conoscenza dell’ardita manovra, abbia esclamato: <i>«Non mi sembra leale servirsi di un cannone antiaereo contro un carro!»</i>. Evidentemente, a proposito di <i>lealtà</i>, non conosceva bene i metodi dei suoi superiori e del suo Primo Ministro, se solo pensiamo a quando l’anno prima quest’ultimo lasciò che Coventry fosse rasa al suolo e tutti i suoi abitanti uccisi dai tedeschi in un’operazione di cui era a conoscenza ma che fece finta di non sapere per non rischiare che i nemici scoprissero <i>Ultra</i>, la macchina britannica per la decifrazione dei messaggi nemici; messaggi creati da un altro dispositivo storico, approntato dai tedeschi per criptare e decriptare messaggi, <i>Enigma</i>.</div><div class="imTAJustify">La battaglia di Sollum fa il paio, in quel periodo, con un’altra ardita operazione, passata alla storia come <i>Sogno di una Notte di Mezza Estate</i>, consistita in un attacco lampo ad un deposito britannico poco oltre il confine. I soldati dell’Asse erano tornati vittoriosi con un ricchissimo bottino fatto di automezzi, cibo, sigarette e quant’altro, persino documenti top secret che, tuttavia, avrebbero indotto Rommel in errore sulla successiva strategia. Non era il suo primo errore e non sarebbe stato l’ultimo. Molto furbo, certo, tanto da guadagnarsi il soprannome di Volpe del Deserto, molto preparato sotto il profilo della tattica militare piegata a guizzi geniali di improvvisazione, a tratti cavalleresco con i nemici feriti e i prigionieri, generoso nel suo stare insieme ai soldati, nel combattere spesso al loro fianco, ma anche molto arrogante, esageratamente fiducioso in se stesso, incapace, sovente, di riconoscere il valore degli italiani, che, catturato dall’ottuso senso di superiorità e di invidia tipico dei nazisti, considerava inferiori. Eppure furono proprio gli italiani, coraggiosamente entrati in possesso del codice segreto americano, ad avvisarlo, in più occasioni, dei disegni nemici; avvisi da lui lasciati cadere nel nulla fino alla sconfitta ultima. Paradigmatico un episodio occorso il 7 dicembre 1941, poco dopo l’attacco di Pearl Harbour. Ce lo racconta Arrigo Petacco:</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«La sera del 7 dicembre, mentre giungevano le prime notizie dell’attacco giapponese alla base navale di Pearl Harbour, che avrebbero coinvolto anche gli Stati Uniti nella guerra contro l’Asse Roma-Berlino-Tokio, Bastico convocò Rommel a rapporto. Fatica inutile. Il tedesco, come al solito, gli mandò a dire che era </i>troppo occupato<i>; che il comandante italiano si recasse da lui se proprio voleva parlargli.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Indispettito per il reiterato sgarbo, Bastico saltò su una camionetta e raggiunse Ain el Gazala dove il generale tedesco aveva fissato il suo comando mobile. Il loro colloquio fu tempestoso. Uno recriminava sull’incredulità mostrata da Rommel per i suoi avvertimenti. L’altro addossava agli italiani tutte le colpe. Dal verbale redatto per quell’incontro-scontro risulta che Rommel fece aspettare il suo superiore circa quindici minuti prima di farlo salire a bordo del suo Mammut. Poi, </i>con tono esagitato e modi incontrollati e impetuosi<i>, gli annunciò la sua decisione di abbandonare Tobruk e l’intera Cirenaica. Bastico rimase sbalordito. Andava bene rinunciare a Tobruk, ma Bengasi doveva essere difesa. Rommel neppure lo ascoltò e </i>con molto calore e modi zotici, scaricò sui generali italiani la responsabilità della sconfitta<i>»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">La supponenza di Rommel, però, è pari solo alla sua capacità di rialzarsi in piedi con improvvisi colpi di coda. Un misirizzi in piena regola, come argutamente osservato da Desmond Young. Dalla tragedia del dicembre 1941, infatti, risorge a partire dal gennaio 1942, precisamente il 21 del mese, quando alle sue truppe fa giungere un messaggio inaspettato:</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Soldati tedeschi e italiani!</i></div><div class="imTAJustify"><i>Avete appena sostenuto duri combattimenti contro un nemico molto superiore, ma il vostro spirito combattivo non ne ha sofferto.</i></div><div class="imTAJustify"><i>In questo momento noi siamo un po’ più forti dei nostri avversari. Perciò ci lanciamo oggi all’attacco per annientarli. Mi aspetto che ogni soldato dia il meglio di sé in questi giorni decisivi.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Viva l’Italia! Viva il Reich della Grande Germania! Viva il nostro F</i><i>ührer!»</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Del fatto che fossero più forti era vera solo la voglia che fosse vero. Rommel, però, conta sull’effetto sorpresa non solo per il nemico ma anche per le truppe e la cosa funziona. Anche se sappiamo che non durerà, in quel momento ha ancora qualche battaglia da vincere.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Torniamo al piccolo avanguardista. Verso la fine di novembre 1941 da Tobruk si sposta con la sua batteria verso Bir el Gobi, dove giungeranno dall’Italia anche i cosiddetti </span><i class="fs12lh1-5">Ragazzi di Mussolini</i><span class="fs12lh1-5">, ossia giovanissimi volontari che sin dal ’40 avevano marciato fino a Padova chiedendo a gran voce di essere inquadrati nell’esercito e mandati a combattere.</span></div><div class="imTAJustify">L’artigliere Bresciani è impavido: i colpi nemici che gli fischiano accanto non sembrano minimamente spaventarlo ed è lui, proprio lui, che incita i suoi compagni d’armi al combattimento quando la battaglia, lunga e durissima, infuria. E tutti lo seguono, tutti vengono contagiati dal suo entusiasmo e dalla sua forza.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Egli è il vero protagonista di quella battaglia»</i> scrive il Tenente Zirano. <i>«Ha ricordato a tutti la fede che non vacilla e tutti si sono aggrappati a quel suo grido d’amore per il nostro Reggimento. In mezzo alla marea sommergente del nemico, lui ha rappresentato un punto fermo come una roccia. E così fu possibile fermare il nemico, spostando nella notte la batteria per fronteggiarlo in migliore posizione»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Le lettere del piccolo Bresciani continuano a rappresentare un indistruttibile cavo di collegamento con la sua casa ed esprimono premura e affetto per tutti. Spedisce ogni soldo che guadagna a casa. Alla sorella Yvonne racconta una delle battaglie in cui si è distinto, occorsa ad Agedabia, ove si era recato in cerca di acqua e rifornimenti proprio mentre stava iniziando un bombardamento inglese. Pur lontano dalla sua mitragliatrice, era salito a bordo di una vettura ed aveva girato per le strade a recuperare i connazionali morti e a raccogliere ed aiutare i feriti, salvandone più d’uno, cosa che gli valse la proposta di un’altra medaglia al valore, questa volta di bronzo, che lui non riteneva di meritare:</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Non ho fatto altro che il mio dovere verso i miei compagni in pericolo»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quanta semplicità nel suo eroismo!</span></div><div class="imTAJustify">La lettera così si chiude:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Vincere, Yvonne, e vinceremo!»</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify">Il 1942 vede le forze dell’Asse, vittoriose su Tobruk, inseguire il nemico in fuga verso Alessandria. E sulla via per Alessandria si trova El Alamein, un luogo sconosciuto ai più, uno snodo ferroviario che si trasformerà in un’icona tragica della II Guerra Mondiale.</div><div class="imTAJustify">Hitler, che ammira la pazzia, essendone ampiamente dotato, asseconda Rommel in tutto, completamente rapito dalle sue sfrontate iniziative attuate spesso senza attendere il placet sia di Berlino, dove Kesserling e altri manifestavano dubbi, sia di Roma, dove Mussolini era altrettanto dubbioso, tanto da recarsi in Africa per verificare la situazione.</div><div class="imTAJustify">È il 30 giugno quando il gruppo di inseguimento, composto anche da granatieri, bersaglieri e fanti italiani, nonché dal 3° Celere, allestisce il campo notturno in quel di El Alamein. Sapere il Duce in Africa crea entusiasmo: i combattenti credono in lui.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Pensa mamma, pensa papà, il Duce è al fronte, speriamo moltissimo di vederlo»</i> scrive Sergio.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Non lo vedrà, però. Giorno dopo giorno la vittoria sembra sempre più lontana. Trascorrono tre mesi lunghi quanto tre anni, nel corso dei quali i nemici, grazie alla decodifica dei messaggi tedeschi, moltiplicano le forze e migliorano gli sbarramenti, ivi compreso l’allestimento di campi minati. Eppure l’entusiasmo di chi vuole difendere la Patria non cala. In Italia sono in molti a voler raggiungere l’Africa, nonostante la situazione difficile. Tra questi anche lo scrittore Giuseppe Berto, giudicato troppo anziano per il fronte, il quale, raggiunta Tripoli il 1° settembre 1942, ben presto gabba i superiori e si unisce clandestinamente al convoglio destinato ad El Alamein, sebbene incorrerà in più di una battuta d’arresto, fin quando non andrà in battaglia e sarà fatto prigioniero dagli americani. Da quella prigionia nascerà il suo primo grande successo letterario, <i>Il Cielo è Rosso</i>.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Quindici giorni fa ero ancora un professore di Lettere che si godeva le sue vacanze»</i> si legge nel suo diario d’Africa <i>Guerra in Camicia Nera</i>.<i> «Ora sono un capomanipolo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. […] Sono un volontario di guerra abbastanza ostinato. […] Ho deciso di tentare di raggiungere El Alamein. Una volta lì, immagino, non mi rimanderanno indietro».</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">C’è qualcosa di affascinante in quella determinazione italiana a combattere; qualcosa che va oltre le arringhe mussoliniane, va oltre la propaganda. Forse è un antico vessillo d’onore cucito sull’anima di un popolo impavido. Di sicuro, in quel momento storico così come nell’Ottocento dell’Unità italiana e nel Novecento della cacciata degli austriaci, Patria aveva un significato autentico.</div><div class="imTAJustify">Torniamo nel deserto africano. Il 2 settembre Bresciani viene colpito all’addome, ma si rimette in piedi e continua a fare il suo dovere.</div><div class="imTAJustify">Le mine inglesi sono ovunque, però, e contro di esse poco possono fare i soldati, neppure gli artiglieri hanno potere. La sabbia non è più fatta solo di dune ma di esplosioni, di corpi spezzati che saltano in aria, di carri distrutti. E la sera del 3 settembre 1942 una mina colpisce anche l’auto su cui viaggia Sergio Bresciani, spappolandogli una gamba. Il ragazzo si rende subito conto che non ce la farà. Senza un lamento affida le sue parole ai commilitoni che l’hanno soccorso e portato nell’ospedale da campo. Sono parole di affetto per la famiglia, per i ragazzi con cui ha diviso il destino in Africa, per il suo tenente, al quale chiede scusa per eventuali mancanze. Sono tutti attoniti. Italiani, tedeschi, persino gli altri avventori dell’ospedale che, senza conoscerlo personalmente, lo vedono fanciullo e, al contempo, titanico. Tutti in lacrime. La sera del giorno dopo, il 4 settembre, rende l’anima a Dio.</div><div class="imTAJustify">Scrive Gatta:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Quella sera del 4 settembre un silenzio triste calò sul campo di guerra della </i>Folgore<i> e della </i>Littorio<i>, tra gli artiglieri del 3° Celere, fra italiani e tedeschi. Poi nella notte del deserto la luce lunare fu sconfitta a poco a poco dalle prime strisce risa del cielo verso il Nilo. Con la morte eroica del piccolo artigliere delle voloire era sconfitta ad El Alamein anche l’ultima speranza di vittoria»</i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Il suo corpo viene seppellito al km 41,5 della pista rossa. Sopra le sue spoglie, inumate accanto ai resti della mina che l’aveva assassinato, solo una croce e un elmetto.</div><div class="imTAJustify">Tempo dopo il Maggiore del Genio Alpino Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo si assumerà l’immane compito di recuperare tutti i corpi dei caduti e di seppellirli insieme nel Sacrario Militare Italiano di El Alamein, ubicato a 14 km dal sito, sulla strada tra Alessandria a Marsa Matruh. È lì che Sergio Bresciani riposa ancora oggi.</div><div class="imTAJustify">Dominioni non ha solo reso omaggio, con il Sacrario, ai 5200 caduti di El Alamein, ma, attraverso le avvincenti ed emozionanti pagine del suo diario di guerra, ha dato voce ai tanti volti sconosciuti, ai tanti cuori infiammati che hanno combattuto per l’Italia spesso lasciando in Africa la vita. È sua la frase <i>«Mancò la fortuna, non il valore»</i> incisa su un cippo a pochi chilometri da Alessandria, là dove s’infranse il sogno della vittoria.</div><div class="imTAJustify">Al piccolo grande Sergio Bresciani fu conferita, postuma, la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Questa la motivazione:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Avanguardista sedicenne, fuggito di casa per accorrere sul fronte libico, portava nella batteria che lo accoglieva la poesia sublime della sua fanciullezza eroica. Sempre primo nel pericolo, rifiutava qualsiasi turno di riposo, riuscendo in ogni occasione di superbo esempio ai camerati più anziani. Durante una giornata particolarmente aspra, in cui il suo reparto veniva sottoposto a violentissimo tiro di controbatteria, in qualità di tiratore dell’ultimo pezzo rimasto efficiente, in piedi continuava a sparare fino all’ultimo colpo al grido di </i>Viva il 3° Celere<i>. In altra azione di guerra, colpito dallo scoppio di una mina che gli recideva una gamba, sopportava con stoica fermezza la medicazione e, prossimo alla fine, pronunciava stupende parole di amor patrio, rammaricandosi di doversi separare dal reparto e dai compagni. Splendida figura di eroe fanciullo, simbolo purissimo della virtù della gente italica»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">L’eroe fanciullo riposa lì, dunque, ad El Alamein, nel luogo che fu la sua più grande speranza e la sua rovina. Riposa offeso nel corpo ma non nello spirito, che è fiamma forte, capace di crescere nonostante il vento, nonostante la sabbia, nonostante i colpi nemici, nonostante una guerra persa che non è mai davvero persa se combattuta con coraggio e dignità.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b>© Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Tutela certificata S.I.A.E. – 3 settembre 2025]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b>Foto di pubblico dominio</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b>Per saperne di più</b>:</div><div class="imTAJustify"><b>Alessandro Betrò</b>, <i>Sergio Bresciani, l’avanguardista del deserto</i>, in www.congedatifolgore.com</div><div class="imTAJustify"><b>Antonio Besana</b>, <i>Il bambino di El Alamein. Sergio Bresciani Medaglia d’Oro</i>, Ares, Milano, 2023</div><div class="imTAJustify"><b>Giuseppe Berto</b>, <i>Guerra in camicia nera</i>, Garzanti, Milano, 1955 &nbsp;</div><div class="imTAJustify"><b>Liliana Bresciani</b>, <i>Il cucciolo della leonessa</i>, Tipolitografia Ebranati, Salò, 1999</div><div class="imTAJustify"><b>Paolo Caccia Dominioni</b>, <i>Alamein 1933-1962</i>, Longanesi, Milano 1962</div><div class="imTAJustify"><b>Bruno Gatta</b>, <i>Il ragazzo di El Alamein</i>, Franco Di Mauro Editore, Sorrento-Napoli, 1992</div><div class="imTAJustify"><b>Emil Krieg</b>, <i>La guerra nel deserto</i>, Crémille, Genève,1969</div><div class="imTAJustify"><b>Arrigo Petacco</b>, <i>L’armata nel deserto. Il segreto di El Alamein</i>, Mondadori, Milano, 2001</div><div class="imTAJustify"><b>Desmond Young</b>, <i>Rommel la Volpe del Deserto</i>, Longanesi Milano, 1965</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 03 Sep 2025 11:46:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Nino Benvenuti. Una vita di pugni]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altro"><![CDATA[Altro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000013F"><div class="imTAJustify">La scomparsa di Nino Benvenuti è un lutto non solo per la sua famiglia, ma per il grande mondo dello sport, per gli italiani e per l’Italia, che egli ha rappresentato, emozionato, portato con sé sul ring.</div><div class="imTAJustify">Nasce nel 1938 in Istria. Della sua terra, che è pur costretto ad abbandonare, esule in Patria, ha il carattere: colline dolci e rocce scabrose a picco sul mare. Quando, negli anni Sessanta, dopo i primi trionfi pugilistici, torna in quei luoghi, l’impatto è struggente. Ritrova i paesaggi dell’infanzia, le strade che percorreva in bicicletta per raggiungere Trieste e fatica ancora a pensarli luoghi stranieri. In quell’occasione confessa a Severo Boschi:</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Rifiuto ancora di credere che questo Paese non sia più il mio. […] Ci buttarono fuori casa. Era una casettina che oggi se la rivedo mi si stringe addosso, ma allora mi sembrava una reggia. Non è più nostra. […] Quando ci penso sto molto male. Mi fa l’effetto di essere passato a un’altra vita, di avere interrotto la mia vita vera per passare in un altro mondo completamente diverso»</i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Quindi ricorda le persecuzioni subite. In particolare, un triste episodio che riguarda la sua cagnolina, Bianchina:</div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i>«Era tanto dolce e ce la portavamo con noi persino a letto contro il parere dei genitori. Tutte le mattine usciva dalla nostra casa casa vicina al mare e andava nello spiazzo antistante. Poco lontano c’era la caserma delle Guardie del Popolo e per divertimento uno di loro uscì dal cancello, imbracciò un grosso fucile, prese di mira il cane e sparò. Non la uccise, la ferì. Rimase lì, agonizzante, povera bestia. E da questo episodio, oggi, scopro quanto era il terrore che noi avevamo di quella gente, pur essendo bambini. I bambini non ragionano e il primo istinto sarebbe stato di correre per andare ad aiutare questo cane. Invece, già allora, da bambini, eravamo talmente terrorizzati che nessuno di noi ha avuto il coraggio di andare via da quella finestra alla quale c’eravamo appoggiati a piangere»</i>.</div><div class="imTAJustify">[Boschi-Benvenuti, <i>Io, Benvenuti</i>]</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">La situazione politica vissuta in quella fetta di terra che fino a poco prima era italiana e che, ora, gli jugoslavi vogliono che sia epurata da persone e tradizioni, è amara, difficile, paurosa.</div><div class="imTAJustify">Racconta ancora Benvenuti:</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«All’inizio noi di Isola non ci rendemmo conto di quello che stava succedendo. Fino all’età di dodici anni non avevo conosciuto una sola persona che parlasse slavo. Credevamo, da italiani, di vivere in Italia. Ma l’incantesimo si ruppe un pomeriggio d’estate del 1947, quando entrarono in casa due persone in abiti civili color carta da zucchero. Era la divisa degli agenti dell’OSNA, la polizia politica titina. Bastava vederli passare per avere paura. La mamma era coricata sul letto, non stava bene, e forse quell’episodio influì terribilmente sul suo cuore già malato. Uno dei due era rimasto all’ingresso, l’altro parlava con mia madre chiedendole informazioni su mio fratello Eliano»</i>.<i> </i>Eliano, che aveva sedici anni e mezzo, da bambino aveva avuto la poliomelite e, fino a tre anni prima, era passato da un ospedale a un altro. Un ragazzo buono e assolutamente lontano da intrallazzi politici.<i> </i>Ma tant’è.<i> «In un’altra stanza c’era lo zio Pino, il fratello più giovane di papà. Capì subito quello che stava accadendo e si defilò velocemente dall’uscita sul retro. Lungo la strada incontrò Eliano che ritornava dalla casa dei nonni, dove era andato a prendere il vino. </i>“Sono venuti a cercarti quelli dell’OSNA. Che cosa hai fatto? Ti porto a Trieste con la mia barca. Dobbiamo scappare”<i>. Eliano non lo ascoltò nemmeno. Non doveva scappare, non aveva fatto nulla di male. Aveva la certezza che, spiegando tutto a quei signori, si sarebbero chiarite le cose, ma non andò così. Lo portarono via. </i>“Solo per poco tempo”<i> dissero. Non rientrò né quella sera, né nei giorni successivi. Ogni informazione richiesta alla Guardia del Popolo rimaneva senza risposta. Solo più tardi si seppe che Eliano non era più ad Isola. La stessa sorte era toccata ad altri ragazzi suoi coetanei. Erano stati rinchiusi prima nel carcere di Pirano, poi in quello di Capodistria, con il sospetto di mantenere rapporti con persone accusate di azioni irredentiste e organizzazione sovversiva. Soltanto dopo due mesi di estenuante ricerca e di atroce supplizio per la mamma, si ebbe la certezza che Eliano era ancora vivo»</i></div><div class="imTAJustify">[Benvenuti, <i>Il mondo in pugno</i>]</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Passa del tempo prima che un processo veda Eliano assolto. Ai titini basta il sospetto.</div><div class="imTAJustify">Il regime di terrore instaurato dalla Jugoslavia comunista, l’essersi ritrovato all’improvviso con gli invasori padroni di casa, l’abbandono forzato della propria terra lo ha segnato, come ha segnato tutti gli esuli giuliani e dalmati; è un qualcosa che ha continuato ad avere dentro e che, forse, ha portato nei suoi pugni. Sempre.</div><div class="imTAJustify">E i suoi pugni non perdonano.</div><div class="imTAJustify">Si accosta alla boxe all’età di tredici anni; pesa trentanove chili. Suo maestro è Luciano Zorzenon, con il quale, due volte la settimana, va a Trieste all’APT, l’Accademia Pugilistica Triestina. Poco dopo arrivano contributi per aprire una palestra in Istria, proprio vicino a casa sua, e il battesimo del ring avviene in piazza, contro un diciassettenne, Gigi Viezzoli, anch’egli allievo di Zorzenon e suo compagno di palestra.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Dapprima sembrava che Gigi combattesse con aria di spavalda superiorità. Ma quando i miei sinistri cominciarono a colpirlo con costante frequenza ed efficacia sul viso, la sua reazione fu astiosa e quindi disordinata. Lo controllai bene e lo colpii ancora. Il ring mi aveva trasformato. Il mio temperamento era emerso come d’incanto. Dopo tre riprese Zorzenon, che aveva arbitrato il nostro incontro, mi alzò il braccio in segno di vittoria»</i>.</div><div class="imTAJustify">[Benvenuti, <i>Il mondo in pugno</i>]</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">La vera carriera di pugile, però, inizia a Trieste, dopo la fuga dall’Istria, dopo l’abbandono dei beni, degli amici, della vita fino ad allora vissuta. Torna a frequentare l’APT. Ha sedici anni e fioccano i primi successi come welter leggero poi come welter pesante, persino contro atleti molto più grandi di lui, come Melcarne al torneo preolimpico di Roma, nel 1955. Benvenuti vince. E continua a vincere anche nel 1956, dopo la scomparsa della madre, il dolore più grande della sua giovane vita. Da quel momento combatterà sempre, anche da professionista, con la fede materna legata ai lacci degli scarpini. Vince ma viene giudicato troppo giovane per rappresentare l’Italia ai giochi olimpici di quell’anno a Melbourne. L’esclusione brucia, ma gli dà ancora più fuoco da sfogare sul ring: l’Europa si inchina ai suoi colpi. Praga, Dublino, Lucerna.</div><div class="imTAJustify">Quattro anni dopo arrivano le Olimpiadi di Roma che gli valgono l’oro; le stesse che, nei pesi massimi, vedono trionfare un certo Cassius Clay e tutti sappiamo di cosa stiamo parlando. Il pugilato attraversa, in quegli anni, uno dei momenti più felici.</div><div class="imTAJustify">L’anno seguente l’esordio nel professionismo e il suo primo matrimonio, con Giuliana Fonzari, dalla quale avrà cinque figli, Stefano, Maria Cristina, Giuliano, Francesco e Soraya, quest’ultima adottata nel 1970. Un matrimonio destinato a naufragare sin dal 1967, quando arriva l’incontro con la sua vera anima gemella, Nadia Bertorello, dalla quale avrà una figlia, Nathalie. Un rapporto intenso, bellissimo, ma anche sofferto, poiché Nino ci metterà più di trent’anni prima di lasciare la moglie e, finalmente, sposare Nadia, con la quale trascorrerà tutta la vita.</div><div class="imTAJustify">I continui litigi con la prima moglie inevitabilmente toccano anche la sua vita da pugile, ma senza scalfire la sua invidiabile capacità di concentrarsi, la sua potenza, la precisione dei suoi colpi. Emblematico un episodio occorso a Roma nel 1963: Benvenuti lascia furioso la sua stanza d’albergo e, pur di stare lontano da sua moglie, va a dormire su una panchina a Villa Glori, dove la mattina seguente lo trovano il suo manager Amaduzzi e il simpaticissimo Mario Brega, noto ai più come attore, ma in realtà ex pugile. Quello stesso giorno Nino, nonostante il nervosismo accumulato, nonostante una notte trascorsa su una panchina, vincerà contro Gaspar Ortega.</div><div class="imTAJustify">Nel 1964 arriva anche un assaggio di politica: si candida alle comunali triestine con il Movimento Sociale Italiano, partito al quale è da sempre legato ideologicamente. Il ring della politica, però, meno generoso di quello pugilistico, non lo porta subito alla vittoria. È il primo dei non eletti, infatti, anche se la defezione di un candidato lo fa comunque entrare in Consiglio Comunale. Quel suo schierarsi politicamente, però, lo pone al centro delle polemiche di sinistra. Negli incontri successivi non mancano voci che, dagli spalti, lo additano come <i>fascista</i>. La polemica di sinistra, spesso, si fonda sulla mancanza di rispetto per le idee altrui e sulla criminalizzazione di chi la pensa diversamente. Nino non ha certo bisogno di distrazioni. Peraltro la sua carriera sportiva non lo rende un Consigliere presente, pertanto si dimette e prosegue per la sua strada senza mai abbandonare le proprie idee e senza mai risparmiarsi sul ring.</div><div class="imTAJustify">Poco dopo, il 18 giugno 1965, arriva l’incontro-scontro con un altro grandissimo pugile italiano, Sandro Mazzinghi. Li divide il carattere e anche il modo di boxare: più riflessivo Benvenuti, più impetuoso Mazzinghi. Ma sono personaggi sportivi da riflettori e inevitabilmente i rotocalchi si nutrono della loro rivalità sportiva trasformandola in un vero e proprio film.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Eravamo due campioni al massimo della forma fisica e nella piena consapevolezza dei nostri mezzi. A ventisette anni eravamo entrambi all’apice della condizione. Il pubblico, o meglio i tifosi sparsi in tutta Italia, erano equamente divisi tra Sandro e me. Anche questo era un fatto singolare, che colpiva gli studiosi di costume. Il tifo per l’uno o per l’altro, infatti, era determinato da un diverso modo di concepire la vita, da una parte quelli che apprezzavano il ragionamento e la tecnica, dall’altro coloro che sul ring preferivano l’impeto, l’aggressività, la quantità invece della qualità. Avevano tutti ragione: era questione di scelta»</i> </div><div class="imTAJustify">[Benvenuti, <i>Il mondo in pugno</i>]</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">L’anno prima Mazzinghi aveva avuto un incidente d’auto nel quale era morta la moglie e aveva subito una frattura alla base cranica, un serio danneggiamento al rene e l’occlusione di un labirinto auricolare. Si era completamente ripreso?</div><div class="imTAJustify">Al sesto round un sinistro di Mazzinghi schivato da Benvenuti pone quest’ultimo nella posizione giusta per sferrare un montante che giunge preciso e potente sul mento di Mazzinghi. Nino vince per KO.</div><div class="imTAJustify">La rivincita arriva dopo la conquista, da parte di Benvenuti, del titolo europeo contro Folledo, il <i>Matador</i>.</div><div class="imTAJustify">È il 17 dicembre 1965. Sin dalla seconda ripresa Mazzinghi accusa i colpi di Benvenuti, ma trova il tempo di riprendersi e di combattere con vigore, facendo vacillare Benvenuti. Resiste stoicamente. Per come si è messo il match nelle ultime riprese Benvenuti si è allontanato inesorabilmente dal KO. Vince ai punti, infatti, un verdetto discusso. Il compianto Giorgio Tosatti, il giorno seguente, descriverà il match con queste parole:</div><i class="imTAJustify fs12lh1-5"><div><i class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></i></div>«Il miglior Mazzinghi mai visto non è riuscito a battere il peggior Benvenuti mai visto»</i><br> &nbsp;<div> </div><div class="imTAJustify">Aumenta la visibilità e iniziano ad arrivare proposte che esulano dal mondo del pugilato. La prima è la pubblicità. Gli spot televisivi di allora accorpati in uno spazio pubblicitario artistico come è stato Carosello, erano un veicolo di notorietà assoluto. Nino, sulla falsariga degli 007 di Connery, pubblicizza un brandy, interpretando l’agente ZeroZeroSis con <i>licenza di bere</i>. Questo denota la popolarità raggiunta dal pugilato in quegli anni, anche tra chi non seguiva quello sport.</div><div class="imTAJustify">Dopo la beffa di Seul contro l’incassatore Ki-Soo Kim, che vince ai punti con un match interrotto per più di dieci minuti a causa del crollo di pali e corde del ring, crollo dovuto ad uno strano sabotaggio, e dopo l’inizio di un suo periodo americano, arriva l’atteso incontro con Griffith, che lo porta alla ribalta. Fior di giornalisti fanno la fila per intervistarlo. Un’intraprendente e sempre caustica Oriana Fallaci lo seguirà negli spogliatoi e lo intervisterà mentre Benvenuti è sotto la doccia, rassicurandolo sul fatto che lei non si sarebbe per nulla scandalizzata.</div><div class="imTAJustify">Il 17 aprile 1967 sale sul ring del Madison Square Garden. Griffith è più leggero e molto veloce. Un pugile difficilissimo da fronteggiare, figuriamoci da battere. Alla seconda ripresa Griffith schiva un gancio sinistro, nel farlo si abbassa leggermente e Benvenuti sferra un montante che gli fa traballare le ginocchia. Griffith finisce seduto al tappeto. Un’iniezione di fiducia che investe Nino con il suo treno di energia. Griffith, invece, viene investito dalla rabbia che si annida nella ferita all’orgoglio. Ed è un sentimento altrettanto potente. Quando il match riprende colpisce forte, colpisce veloce, colpisce continuamente. Alla quinta ripresa un destro sull’orecchio sinistro disorienta Benvenuti che va alle corde e viene contato. Gli serve per recuperare concentrazione, però. Con un avversario simile non ci si può mai fermare, mai abbassare la tensione. Intanto l’incontro sta sfiancando più Griffith che Benvenuti, il quale, sotto un'incredibile sequenza di colpi, fa indietreggiare l’avversario. Il verdetto finale lo vede eletto neo-campione del mondo. L’Italia, che sta seguendo l’incontro alla radio, esulta: il primo italiano a diventare campione del mondo dei pesi medi. Gli italiani emigrati negli Stati Uniti hanno le lacrime di gioia agli occhi.</div><div class="imTAJustify">La rivincita viene fissata per il 28 settembre. Griffith è ancora più aggressivo. Alla seconda ripresa sferra un colpo così forte da spaccare una costola all’avversario, il quale continuerà il combattimento in quelle condizioni, piano piano, rendendosi conto che il match è ormai perso e che a lui resta solo l’orgoglio della resistenza.</div><div class="imTAJustify">Un terzo incontro tra i due viene fissato il 4 marzo dell’anno seguente. Il binomio Benvenuti – Griffith entra nella leggenda. Il Madison è affollato. E il titolo torna a Benvenuti.</div><div class="imTAJustify"><div>I due diventeranno amici veri. La boxe è anche questo. È saper
salire sul ring, ma anche saper scendere dal ring, tornando ad essere uomini,
con la propria carica di empatia e sportività. Nino lo aiuterà come possibile
quando Griffith si ammalerà di Alzheimer.</div></div><div class="imTAJustify">Arriva anche il cinema con un western accanto a Giuliano Gemma.</div><div class="imTAJustify">Il grande successo però non lo distoglie dal mondo che gli appartiene, quello dei guantoni. Incontra Dick Tiger, sceso di categoria, quindi più pesante, più potente, ancorché più lento. Nino, però, durante l’incontro si frattura la mano destra. Prosegue ma con sempre maggiore sofferenza e, dunque, con sempre minore prestanza e Tiger vince ai punti, facendo sorgere il sospetto che fosse un incontro combinato, tanto che vengono tutti convocati davanti alla Commissione d’Inchiesta sul Crimine Organizzato.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Molti ebbero l’impressione che non avessi fatto del mio meglio: avevano ragione, ma come avrei potuto? All’ospedale riscontrarono la frattura e ho ancora una bella lastra che me la ricorda»</i></div><div class="imTAJustify">[Benvenuti, <i>Il mondo in pugno</i>]<span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Seguono eclatanti vittorie. Ma il percorso sulla via del trionfo trova ben presto un ostacolo insormontabile. Il suo nome è Carlos Monzon, il quale condivide con Benvenuti uno dei suoi punti di forza: altezza e leve lunghe. Per il resto è sregolatezza, colpi pesanti, potenza quasi rabbiosa. Riccardo Signori ben lo definisce <i>Furia selvaggia</i>:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«Nato per far rivivere le tragedie, Carlos Monzon traversò tutte le strade che l’avrebbero condotto a un tragico destino. Violento e indistruttibile sul ring, animalesco e sornione davanti a un avversario, prima affamato e poi appagato nella vita, si lasciò trascinare da vizi e pazzie sulla lunga via che l’avrebbe condotto alla galera e alla morte</i>»</div><div class="imTAJustify">[Riccardo Signori, <i>Diavoli e pugni</i>]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify">È il 7 novembre 1970; l’incontro si tiene al Palaeur. I due si fronteggiano da titani. Le trattenute aumentano progressivamente e denunciano ricerca di fiato. Le riprese si accumulano e così la stanchezza.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Al primo assalto Monzon ha già portato a segno un pesante gancio destro al mento e un altro colpo alla nuca, quasi a freddo, senza essere richiamato dall’arbitro, il tedesco Rudolf Drust.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Nel secondo round ancora un destro e un gancio sinistro. I riflessi di Nino sono appannati, il ritmo, lo scatto e la velocità non hanno più lo smalto dei primi incontri. Monzon, invece, affonda come e quanto vuole e i suoi pugni fanno male, quando arrivano alla mascella fanno proprio male»</i></div><div class="imTAJustify">[Maurizio Ruggeri, <i>L’indio che mise a terra il mondo</i>]</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Lo stesso Benvenuti descriverà quel match come il primo con Griffith. Solo che al posto suo c’è Monzon. Nonostante guizzi di energia che fanno assestare buone serie di colpi a Benvenuti, il match è totalmente spostato su Monzon. E inevitabilmente lo sfidante strappa il titolo al campione. Un titolo che si conferma saldo nelle mani di Monzon anche nel secondo incontro in quel di Montecarlo l’8 maggio 1971, nonostante un Benvenuti più forte, più aggressivo, del quale, in uno scambio di parole con il suo secondo, Monzon dirà:</div> &nbsp;<div> </div><div class="imTAJustify"><i>«Questo non è più quello dell’altra volta»</i></div> &nbsp;<div> </div><div class="imTAJustify">Avevo poco più di sei anni, allora, e ricordo di essere andata con mio padre agli allenamenti di Monzon nella palestra romana di Capo Repetto. Ho ancora davanti agli occhi il ritmo perfetto dei suoi colpi non solo con lo sparring, ma anche mentre faceva il vuoto, o mentre si allenava alla pera veloce. Lo vidi fare il sacco e mi avvicinai ad un altro sacco nel tentativo di imitarlo. Monzon smise di allenarsi, si avvicinò a me per insegnarmi come portare i colpi in modo corretto. Un ricordo indelebile che non riguarda solo i miei ricordi di bambina, ma il carattere di un campione, capace di concentrarsi negli allenamenti e, al contempo, di giocare e scherzare con una bambina che ha invaso il suo spazio, la sua palestra.</div><div class="imTAJustify">Ma torniamo al secondo match. Benvenuti cade in ginocchio e dall’angolo, visto lo squilibrio ormai evidente tra i due, vola un asciugamano sul quadrato. L’incontro si chiude per getto della spugna. Ed è l’ultimo incontro della lunga carriera pugilistica di Nino Benvenuti. Da quel momento si dedicherà a vivere il pugilato fuori dal ring, commentandolo, spiegandolo, vivendolo al fianco degli atleti.</div><div class="imTAJustify">Ed è proprio con un ricordo che lo vede cronista che voglio chiudere questo articolo.</div><div class="imTAJustify">Tempo fa, il caro amico Gian Piero Galeazzi mi raccontò un episodio divertente:</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Lavoravamo insieme al giornale Radio, quando Moretti ci mandò entrambi alle Olimpiadi di Monaco, nel 1972. Qualcuno, per farmi uno scherzo, aveva messo in giro una voce: io mi sarei vantato di poter mettere al tappeto Benvenuti in ogni momento. Benvenuti me la riferì e mi chiese scherzosamente se volessi provare. Io gli risposi: </i>“Io so’ forte, ma non so’ mica scemo”<i>. E finì tutto in una risata».</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div> </div><div class="imTAJustify">Ecco, oggi Nino Benvenuti è salito nella Luce divina e lì avrà trovato ad accoglierlo non solo il Bisteccone nazionale, ma Mazzinghi, Griffith, Monzon e gli altri protagonisti dei suoi match. Forse stanno pensando di tornare sul ring, finalmente libri da eventuali dissapori; forse stanno pensando di combattere ancora, perché chi nasce pugile non smette mai di esserlo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Tutela certificata, 20 maggio 2025 – Iscritta SIAE]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b>Foto di pubblico dominio (Benvenuti e Monzon)</b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Per approfondire:</b></div><div class="imTAJustify"><b>Nino Benvenuti</b>, <i>Il mondo in pugno</i>, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 2001</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Nino Benvenuti - Mauro Grimaldi</b></span>, <span class="fs12lh1-5"><i>Nino Benvenuti. Il mio esodo dall'Istria</i></span>, Ferrogallico, 2020</div><div class="imTAJustify"><b>Severo Boschi – Nino Benvenuti</b>, <i>Io, Benvenuti</i>, Carroccio, Bologna, 1967</div><div class="imTAJustify"><b>Maurizio Ruggeri</b>, <i>L’indio che mise a terra il mondo</i>, Limina, Roma 2001</div><div class="imTAJustify"><b>Riccardo Signori</b>, <i>Diavoli e Pugni</i>, Limina, Roma, 1997</div><div class="imTAJustify"><b>Rino Tommasi</b>, <i>La grande boxe</i>, Rizzoli, Milano, 1987</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 21 May 2025 01:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Islam e Cristianesimo tra Obama, Ratzinger e Berlusconi]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000013E"><div class="imTAJustify">Questa è una storia che ha inizio nel 2009, anche se, in parte, affonda le radici in tempi precedenti.</div><div class="imTAJustify">Poco più di tre mesi dopo la sua elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America, e precisamente nel mese di marzo 2009, Barak Obama, a dispetto di una tradizionale alleanza, entra in contrasto con Israele, ove, all’esito delle elezioni, è asceso al potere il conservatore Benjamin Netanyahu.</div><div class="imTAJustify">Altri tre mesi e Obama appoggia il popolo iraniano contro il rieletto Presidente Mahmoud Ahmadinejad, conservatore laico, il quale aveva, sin dal 2005, tessuto rapporti con la Russia di Putin, al fine di risolvere la crisi nucleare.</div><div class="imTAJustify">Gli Stati Uniti impongono all'Iran pesanti sanzioni, che contribuiscono a peggiorare le già precarie condizioni economiche. L’inflazione aumenta, cosa che non giova alla politica del Presidente in carica.</div><div class="imTAJustify">Migliorano i rapporti tra le due Nazioni nel 2013 con l’elezione alla presidenza iraniana di Hassan Rouhani, esponente del centro riformista, avversario per tradizione familiare dello Shah Mohammad Reza Pahlavi e dei conservatori.</div><div class="imTAJustify">Il 14 luglio 2015, anche sulla base della ripresa dei negoziati sul nucleare da parte del predecessore &nbsp;&nbsp;- &nbsp;ma pare non si possa dire - &nbsp;&nbsp;Rouhani, insieme a Russia, Cina, Regno Unito, Francia, Germania, Stati Unti e Ue, sigla il <i>Jcpoa</i> (<i>Joint Comprehensive Plan of Action</i>), più conosciuto come <i>Accordo “5+1”</i>, <span class="fs12lh1-5 ff1">dal quale emerge l’impegno a serbare armi nucleari solo a scopi difensivi</span>.</div><div class="imTAJustify">Ma torniamo al 2009.</div><div class="imTAJustify">Nello stesso mese in cui mostra riserve nei confronti di Israele, Obama appoggia la <i>Primavera Musulmana</i>, intensificando i rapporti tra U.S.A. e Islam. È noto come <i>A New Beginning</i> il discorso da lui tenuto all’Università de Il Cairo il 4 giugno 2009, nel quale sottolinea le grandi conquiste arabe nel mondo della scienza e dell’arte e l’appartenenza di alcuni membri della sua stessa famiglia all’Islam, affermando di aver vissuto in Indonesia, Paese a grande componente musulmana, e di aver dunque ascoltato egli stesso la <i>chiamata dell’azaan</i>, la vocazione alla preghiera recitata dal muezzin. Inoltre, continuando a parlare delle proprie esperienze, ricorda con piacere il periodo in cui ha lavorato a Chicago, ove la comunità islamica è forte e ben integrata.</div><div class="imTAJustify">Quattro mesi dopo gli viene conferito il premio Nobel per la Pace; premio che egli onora con un’agenda bellica davvero imponente.</div><div class="imTAJustify">Innanzi tutto, allestisce molteplici missioni in Medio Oriente con droni armati per spuntare nomi sulla sua <i>kill list</i>, ossia la lista dei terroristi da uccidere; missioni nel corso delle quali muoiono circa 300 terroristi, ma più di 600 civili. Inoltre, porta avanti l’intervento militare in Libia con al seguito i Paesi Nato: otto mesi di bombardamenti e più di 1.000 morti tra i civili. Quindi completa il ritiro delle truppe dall’Iraq (già deciso e avviato dalla precedente amministrazione Bush), ma, al contempo, trasferisce le truppe in Afghanistan per una guerra che si concluderà con il preannunciato ritiro americano in una data precisa, cosa tatticamente bizzarra, a dir poco, visto che, così facendo è stato dato vantaggio ai talebani per organizzare i propri attacchi. E, ancora, muove una cyberguerra nei confronti della Cina e della Russia e porta sostegno sia ai ribelli anti putiniani in Ucraina, sia, in Siria, al Kurdistan Workers’ Party (PKK - Partito dei Lavoratori Curdi), che, dal 1997, ai sensi della Sezione 219 dell’Immigration and Nationality Act, è considerato <i>Foreign Terrorist Organization</i>, organizzazione terroristica.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><b>Cosa accade nel mondo cristiano, in quello stesso periodo?</b></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b> </b></div><div class="imTAJustify">Hilarion Alfeyev, Arcivescovo di Volokolamsk scrive l’introduzione al libro <i>Europa patria spirituale</i>, che raccoglie, in un'edizione bilingue, italiana e russa, quattro testi di Joseph Ratzinger, tre scritti da cardinale e uno da Papa e dedicati all'Europa. Il libro viene presentato il 2 dicembre 2009 a Roma presso il ministero dello Sviluppo Economico, nell'ambito della sessione italiana del Foro di Dialogo delle Società Civili Italo-Russe dal titolo <i>Il ruolo delle Chiese per la integrazione culturale dell'Europa.</i></div><div class="imTAJustify">Alfeyev, sullo stesso sentire di papa Benedetto XVI, appare molto chiaro in merito agli ostacoli che l’Occidente sta ponendo dinanzi al Cristianesimo:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«Le regole non scritte di political correctness vengono sempre più spesso applicate alle istituzioni religiose. In tanti casi ciò implica il fatto che i credenti non possono più esprimere le loro convinzioni apertamente, in quanto l'esprimere pubblicamente la propria convinzione religiosa potrebbe essere considerata una violazione dei diritti di coloro che non la condividono.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Si potrebbe aggiungere che in Occidente la stampa laica ha un atteggiamento in larga misura negativo nei confronti delle Chiese cristiane. […] Sorge questa domanda: tale informazione negativa dei media costituisce un atto deliberato per minare la testimonianza cristiana nel mondo? E se così fosse, un tale comportamento potrebbe essere considerato come parte di una politica più vasta, che tende alla progressiva emarginazione del cristianesimo dalla società sino alla sua completa espulsione?»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Vorrei infine commentare la recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro l'Italia, vale a dire il divieto dell'esposizione dei crocefissi nelle scuole italiane. Questa sentenza va contro il diritto di ciascuno Stato a preservare le proprie tradizioni e la propria identità, offende perciò l'inviolabile principio dell'autentico pluralismo delle tradizioni. È una manifestazione inaccettabile di secolarismo militante. L'attività della Corte Europea non deve capovolgersi in cinica farsa»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Il percorso di papa Benedetto XVI verso la riconciliazione e la cooperazione tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa ha radici lontane, poiché inizia sin dal suo passato accademico presso l’Università di Bonn, come dallo stesso evidenziato il 24 settembre 2011 nel discorso pronunciato nel Seminario di Freiburg im Breisgau:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«Sin dal tempo in cui ero professore a Bonn e poi, in particolare, da Arcivescovo di Monaco e Frisinga, attraverso l’amicizia personale con rappresentanti delle Chiese ortodosse, ho potuto conoscere e apprezzare l’Ortodossia in modo sempre più profondo. A quel tempo si è iniziato anche il lavoro della Commissione congiunta della Conferenza Episcopale Tedesca e della Chiesa ortodossa»</i>.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Su suo consiglio, del resto, anche Giovanni Paolo II aveva cercato un dialogo con gli ortodossi. Ricordiamo l’enciclica <i>Ut unum sint</i> del 1995, benché la Chiesa ortodossa, che veniva dalla persecuzione comunista, fosse allora più che diffidente.</div><div class="imTAJustify">Ancora nel 2011, il Papa riceve a Castel Gandolfo il metropolita di Volokolamsk, prospettando futura cooperazione tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa e parlando della <i>«protezione dei cristiani e del superamento della cristianofobia»</i>. Sempre nello stesso anno riceve Medvedev, disegnando un impegno comune nel rafforzare i rapporti tra Mosca e Santa Sede.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«L'intima vicinanza spirituale che sperimentiamo ogni volta che ci incontriamo»</i> afferma il Santo Padre nel discorso alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli in occasione della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo il 28 giugno 2011 <i>«è per me motivo di profonda gioia e di gratitudine a Dio. Al tempo stesso, però, la comunione non completa che già ci unisce deve crescere fino a raggiungere la piena unità visibile»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Da Papa, dunque, Ratzinger riprende e intensifica i contatti con gli ortodossi.</div><div class="imTAJustify">E, così, mentre Obama, portando seco l’Occidente progressista, stringe legami con l’Islam, il Vaticano si apre alla Chiesa ortodossa, nella speranza di rafforzare il Cristianesimo contro la <i>«cristianofobia»</i>.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b>In contemporanea anche la politica italiana si apre alla Russia</b></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Nel 2009 è al governo Silvio Berlusconi, il quale, sin dal suo secondo governo, nel 2001, aveva stretto amicizia con Putin, riponendo nell’alleanza economica con la Russia grande fiducia. Di lì era arrivato il G8, e, l’anno seguente, il <i>Trattato di Pratica di Mare</i>, che, per il tramite dell’Italia berlusconiana. sugellò la volontà di cooperazione tra U.S.A. e Russia, l’ingresso di quest’ultima nel panorama internazionale globalizzato; di lì arriva una vera amicizia con Putin, che favorisce la comunicazione tra le due Nazioni.</div><div class="imTAJustify">Putin lo ammira. Il 12 giugno 2023, quando Silvio Berlusconi muore, Putin fa rispettare un minuto di silenzio in sua memoria al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo e nel suo telegramma di condoglianze afferma:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Ne ammiravo sinceramente la saggezza e la capacità di prendere decisioni lungimiranti. Sarà ricordato in Russia come costante e principale sostenitore del rafforzamento di rapporti amichevoli tra i nostri Paesi»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Gli anni che vanno dal 2009 al 2013, dunque, sono segnati da due indirizzi opposti: da un lato Obama, che, affiancato dai democratici americani e dalle sinistre europee, pressa per la globalizzazione economica ed umana e per l’intensificazione dei rapporti con l’Islam, dall’altro il governo italiano di Berlusconi e la Chiesa cattolica di papa Benedetto XVI che, invece, stringono rapporti con la Russia, il primo a difesa dell’economia italiana e della solidità europea, il secondo a difesa della cristianità nel mondo.</div><div><div class="imTAJustify">E per questi ultimi, guarda caso, iniziano a palesarsi proprio allora ostacoli sia sotto il piano politico-economico, sia sotto il profilo privato, cosa che li condurrà alle dimissioni.</div></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b>Attacchi strategici</b></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Berlusconi è l’uomo dei processi, è ormai noto a tutti. Le prime indagini colpiscono non il politico ma l’imprenditore; un imprenditore che si muove talmente in grande da costruire intere città, da “inventare” la televisione commerciale, gestendo gran parte della comunicazione. Spaventa molti.</div><div class="imTAJustify">Nel 1994, poi, entra in politica. E spaventa ancora di più. Lo fa con la sua forza comunicativa e con il suo potente apparato mediatico. L’Italia, con la prima Repubblica nel baratro, sconfortata dal vecchio abbraccia il nuovo, ma pochi mesi dopo l’elezione nuove indagini, nuovi procedimenti colpiscono Berlusconi. Si calcolano in più di 500 milioni di euro le spese legali affrontate in toto in più di vent’anni di processi. Non è questa la sede per approfondire gli aspetti giudiziari, resta il fatto che oggi, con il necessario distacco dovuto non solo alla scomparsa di Berlusconi, ma al tempo trascorso, persino gli esponenti della sinistra storica riscontrano una sorta di intento persecutorio della magistratura nei suoi confronti. Sentiamo, in proposito, l’opinione di Piero Sansonetti, direttore del quotidiano L’Unità:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«Berlusconi è stato perseguitato. Non è un modo di dire, non è uno slogan. È stato perseguitato perché i processi che ha avuto sono stati molte decine. Non si sa nemmeno esattamente quanti, probabilmente tra i 60 e gli 80, e sono stati organizzati in maniera sistematica per scalzarlo dal potere. Perché le procure volevano colpire Berlusconi? Per una ragione molto semplice: perché volevano modificare i rapporti dentro il sistema democratico tra potere legislativo, rappresentativo, e potere giudiziario; volevano prendere il potere, fare qualcosa di più di un colpo di Stato, ossia modificare la struttura della nostra democrazia e per farlo dovevano passare di lì. Su questo &nbsp;&nbsp;- &nbsp;&nbsp;lo dico da Direttore de L’Unità e uomo di sinistra da una sessantina d’anni - &nbsp;&nbsp;la sinistra ha commesso un suicidio, perché allearsi con le procure per smantellare la democrazia politica è una cosa che porta alla rovina chi lo fa. Rinunciare a far politica, rinunciare alla lotta sociale, rinunciare al conflitto di classe &nbsp;&nbsp;- uso termini vecchi - &nbsp;&nbsp;per chiamare la magistratura per dire: </i>“Prendi il mio avversario, prendilo, prendilo e mettilo in prigione”<i> è un suicidio politico e oggi la sinistra è così debole perché per trent’anni ha retto la coda alla magistratura golpista»</i></div><div class="imTAJustify">[Trasmissione “Zona Bianca”, Canale 5, 2023]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">I tanti processi, in ogni caso, non riescono ad allontanare definitivamente Berlusconi dal panorama politico. E arriva lo <i>spread</i>, ossia il differenziale di rendimento decennale tra due titoli di Stato, uno preso come riferimento, in specie tra i Btp italiani e i Bund tedeschi, cui si ricollega un assioma non sempre vero: maggiore lo spread, minore l’affidabilità. I media bombardano Berlusconi anche su questo. All’improvviso sembra che in Italia si mangi pane e <i>spread</i>. Ed ecco che, nel 2011, quando lo <i>spread </i>raggiunge il valore di 574, Berlusconi sale al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Non che i governi tecnici arrivati dopo abbiano fatto meglio: il 25 luglio 2012, con il governo Monti, dopo un primo ribasso, lo <i>spread</i> italiano toccherà i 530 punti, ma i media per allora avranno già smesso di parlarne.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><b>Le dimissioni di Berlusconi, però, non sono le uniche. Due anni dopo, infatti, inevitabilmente con maggiore clamore, papa Benedetto XVI rinuncia al pontificato, o, meglio, al ministero di Vescovo di Roma.</b></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div><div class="imTAJustify">Prima della rinuncia sulle sue spalle erano piovute le critiche più infamanti e false.</div><div class="imTAJustify">Era stato accusato di aver simpatizzato per i nazisti, ma la sua età da sola gettava alle ortiche tali affermazioni, poiché era poco più che adolescente, durante il nazismo, ed aveva semplicemente seguito i protocolli tedeschi previsti; questo fino al 1945, anno in cui, all’età di diciotto anni, era entrato in seminario.</div></div><div class="imTAJustify">Nel 2010, poi, il New York Times afferma che Joseph Ratzinger, quando era cardinale e Direttore della Congregazione per la Dottrina della Fede, avrebbe ostacolato o, quanto meno, rallentato le indagini sui preti pedofili, di fatto tutelandoli. Il New York Times. Dall’America di Obama, dunque, parte un attacco mediatico al Papa senza eguali e la notizia si propaga in tutto il mondo. I media vi affondano i denti. A poco serviranno la lucida e chiarissima autodifesa di papa Ratzinger e le sue scuse rivolte alle vittime non già come connivente ma come Capo della Chiesa.</div><div class="imTAJustify">Il culmine dell’odio mediatico viene raggiunto quando papa Ratzinger esprime opinioni fortemente critiche sull’omosessualità, sulla benedizione alle coppie gay, sulle unioni civili, persino sulla contraccezione, contraria al fine procreativo dell’unione tra uomo e donna.</div><div class="imTAJustify">Dal 2009 al 2013 il Papa è sottoposto a feroci critiche, rivolte anche alle sue iniziative conservatrici.</div><div class="imTAJustify">Fossero rimasti solo attacchi personali, forse avrebbe resistito, sofferente ma forte. Interviene, invece, qualcosa di più grande di lui: lo scandalo si estende allo IOR e, con esso, a tutto il Vaticano. Nel 2012, infatti, fioccano accuse di riciclaggio, cui consegue la sospensione dello <i>swift</i>, codice identificativo finanziario, essenziale per eseguire transazioni internazionali. Sospendere lo <i>swift</i> della banca vaticana significa bloccare totalmente l’attività bancaria fuori dal proprio piccolo Stato. <span class="fs12lh1-5">Dopo le dimissioni di Ratzinger e l’elezione di Bergoglio, la sospensione viene revocata.</span></div><div class="imTAJustify">Spiega bene la cosa Salvatore di Bartolo in un bell’articolo pubblicato l’8 maggio scorso sul sito <span class="cf1">www.nicolaporro.it</span><span class="cf1"> </span>dal titolo <i>È arrivata l’ora di dire la verità sulla fine di Papa Ratzinger</i>; articolo che ha ispirato questi miei approfondimenti:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«L’improvvisa rinuncia al pontificato di Benedetto XVI trova la sua primaria giustificazione nella sospensione dello SWIFT (il circuito utilizzato dalla quasi totalità delle banche per trasferire denaro, alla base di tutte le transizioni internazionali) comminata al Vaticano nel 2012 per via delle accuse di riciclaggio che investirono in quella fase lo IOR. Situazione che comportò poi, nei giorni che precedettero la fine del pontificato di Benedetto, il blocco di tutte le transazioni monetarie della Banca vaticana, poi, tuttavia, immediatamente sbloccate dopo le dimissioni di Ratzinger e l’avvento al soglio di Pietro di Jorge Mario Bergoglio, figura ideologicamente molto più affine con l’agenda dell’allora amministrazione americana targata Obama-Clinton»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div><div class="imTAJustify">In buona sostanza, sembra legittimo chiedersi se la politica di avvicinamento all’Islam e i progetti di globalizzazione economica ed umana dell’America democratica di Obama, essendosi posti in contrapposizione sia con la politica economica Italiana portata avanti da Berlusconi attraverso relazioni privilegiate con la Russia, sia con il lavoro di comunione cristiana portato avanti da papa Benedetto XVI tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa, in accordo, anche in questo caso, con la Russia di Putin, abbiano innescato meccanismi politici e mediatici tali da indurre alle dimissioni sia il Presidente del Consiglio italiano, sia il Papa.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Quelle dimissioni, avvenute a due anni di distanza e dopo pesantissimi attacchi personali e professionali, sembrerebbero raccontare una storia ben diversa da quella che ci è stata finora narrata; una storia che sembra trovare un filo d’unione con quanto sta accadendo nelle ultime ore, con accuse mosse al nuovo papa Leone XIV, bergogliano ma meno di quanto sperassero i bergogliani, di aver coperto preti pedofili sia in Perù, sia a Chicago. Toh, ancora una volta lo stesso fango. Forse possiamo dedurne il fatto che Leone XIV stia agendo per il bene della Chiesa.</div></div><div class="imTAJustify"><br></div><div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Tutela certificata, 13.05.2025 – S.I.A.E.]</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 13 May 2025 21:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gianfranco Jannuzzo. L'occhio magico del fotografo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000013D"><div class="imTAJustify">Italia, Amore mio<i> è il nuovo libro fotografico di Gianfranco Jannuzzo, il quale, artista nell’anima, alterna i suoi impegni teatrali con la passione per la fotografia.</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">È un viaggio, questo libro; un bel viaggio in un’Italia fatta di particolari inediti, di angoli che raccontano storie, di sconosciuti che esprimono sentimenti, ma anche di volti amici, amici dell’Autore, come <span class="fs12lh1-5"><b>Gigi Proietti</b></span>, <span class="fs12lh1-5"><b>Rossella Fal</b></span>k, <span class="fs12lh1-5"><b>Lina Wertmüller</b></span>, <span class="fs12lh1-5"><b>Mariangela Melato</b></span>, <span class="fs12lh1-5"><b>Turi Ferro</b></span>, <span class="fs12lh1-5"><b>Franco Zeffirelli</b></span> e molti altri; volti noti anche al grande pubblico, ovviamente, ma al contempo ad esso ignoti perché di loro <span class="fs12lh1-5">Jannuzzo</span> ci restituisce i pensieri, i sentimenti, un attimo colto nella quotidianità e mai più fuggito; tutte cose che il pubblico non ha mai saputo prima di oggi.</div><div><div class="imTAJustify">Come ho sempre detto, <b><span class="fs12lh1-5">Gianfranco Jannuzz</span><span class="fs12lh1-5">o </span></b><span class="fs12lh1-5"><b>è l’uomo-fotocamera</b></span>, un po’ come <span class="fs12lh1-5"><b>Toquinho</b></span> con la sua chitarra: non se ne separa mai. Lo dico sempre, l'ho detto anche in occasione dell'uscita del suo primo libro, <span class="fs12lh1-5"><i>Gente Mia</i></span>; lo dico perché ho avuto il piacere di conoscere Toquinho ed il suo rapporto con la chitarra è esattamente quello di Jannuzzo con la macchina fotografica.<span class="ff1"><i> </i></span>I suoi amici lo sanno. Ho il privilegio di averne prova in prima persona. Ed è interessante guardare le foto che scatta mentre si cammina insieme a lui e scoprire di non aver visto la stessa strada, lo stesso bar, le stesse persone. Jannuzzo, come ogni fotografo vero, come ogni artista della fotografia, filtra il mondo attraverso l’obiettivo; un obiettivo che, lungi dall’essere una barriera tra l’occhio e la realtà, diventa una chiave che apre l’incognito, rivelandolo al mondo in tutta la sua bellezza. <span class="fs12lh1-5">Il <i>click</i> lo accompagna ovunque, fa parte della sua esistenza</span>. Ed è così che deve essere, dal momento che lo scatto arriva da un autentico artista. Ogni volta che lo vedo con la sua macchina fotografica mi viene in mente quel che anni fa scrisse il fotografo <span class="fs12lh1-5"><b>Giulio Forti</b></span>: <i class="fs12lh1-5">«Nessuna fotografia sarà così rimpianta come quella che non abbiamo scattato»</i><span class="fs12lh1-5">.</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Il suo mondo fotografico, a mio parere, inizia sulla punta del dito di un bambino</b></span>. Avete presente un bambino che ancora non ha imparato a parlare e che, in un crescendo di suoni deliziosi fatti di vocali e consonanti, indica qualcosa ai genitori, con il braccio teso e il ditino puntato verso l’orizzonte? I genitori si chiedono cosa stia guardando, ma non riescono capirlo, non possono capirlo, perché quel bambino, che è anima scoperta, che è nube di sensibilità, che è pura empatia, ha lasciato che la sua attenzione si fermasse su un punto, un piccolo particolare attorno al quale ruota una storia. Ed è un particolare che vede solo lui. Esattamente ciò che fa Gianfranco con le sue foto: vede ciò che noi non vediamo e racconta la sua storia, lasciando parlare i particolari, persino il vuoto. <span class="fs12lh1-5"><b>Il vuoto</b></span>. Un elemento fondamentale nella fotografia perché, da un lato, si carica di significati e, dall’altro, dona significato a ciò che lo affianca. All’interno dell’inquadratura, del <i>frame</i> come viene definito nella tecnica fotografica, ci deve essere, infatti, solo ciò che l’occhio del fotografo vuole. Per raccontare una storia bisogna attenersi agli elementi fondamentali della stessa. Un po’ come nel teatro, l’altra parte della vita artistica di Jannuzzo: il testo teatrale non deve condurre in vicoli ciechi che aprano parentesi fuori contesto. In fotografia, dunque, non si deve avere paura del vuoto, se fa parte della situazione, anzi bisogna farlo parlare, donare spazio al suo essere ectoplasma di un’idea, di una sensazione nascosta dietro un volto o dietro un oggetto. Guardiamo, ad esempio, la foto di <span class="fs12lh1-5"><b>pagina 153</b></span>, scattata nel quartiere alto di Agrigento, un quartiere nel quale ancora profonde sono le orme della storia più antica, della presenza araba, tanto che il suo nome, <i class="fs12lh1-5"><b>Bibirria</b></i>,<i> </i>ossia <i>porta dei venti</i>, ha origini arabe così trasformate nella pronuncia popolare. Ecco, in questa foto, i venti si sentono sibilare in lontananza; parlano su quel muro nudo, in quel vuoto che porta l’occhio verso un uomo assorto nei suoi casi, ma che si gira per un attimo, fermando il proprio sguardo, un attimo trasformato in magia dall’occhio fotografico di Jannuzzo. Esattamente come accade in un’altra foto bellissima, quella a <span class="fs12lh1-5"><b>pagina 76</b></span>, scattata a Roma in via dell’Aeronautica.</div><div class="imTAJustify">La fotografia che fa la differenza è quella che cattura un pezzetto d’anima della realtà; quella che trova un particolare e lo trasforma in elemento chiave dell’insieme, della scena e, dunque, del racconto che con quell’immagine si vuole fare. Si deve individuare un oggetto particolare e correlarlo alla realtà in cui si trova. È il caso di un’altra bellissima foto del libro, quella a <span class="fs12lh1-5"><b>pagina 40</b></span>, scattata a Catania nel 2017. La città, quella della vita di ogni giorno, della frenesia, se vogliamo, del lavoro, della fatica occupa tre quarti della foto, ma è in sottofondo, in realtà. Ce lo dice la scelta sulla ristretta profondità di campo, ma ce lo dicono anche il volto della Medusa e quello di un pupo appesi fuori da un negozio. Loro sono in primo piano, con i loro occhi finti ma in qualche modo reali, quasi a prendersi gioco degli uomini, i quali vivono vite meno affascinanti della loro, che pur vivi non sono; uomini con le loro storie lontane dal mito o dalle leggende cavalleresche; storie meno eterne.</div><div class="imTAJustify">In uno degli articoli introduttivi, quello di <span class="fs12lh1-5"><b>Francesca Martinelli</b></span> &nbsp;&nbsp;- perché in questo libro ci sono anche interessantissimi articoli da leggere - &nbsp;&nbsp;si cita <span class="fs12lh1-5"><b>Roland Barthes</b></span>, autore de <i>La Camera Chiara</i>, splendido libro di critica fotografica. Quel libro rappresenta l’apice di una riflessione che ebbe inizio in Barthes alla morte della madre, cui era legatissimo. Cercò le vecchie foto, iniziò a guardarle, ma non voleva trovare il ricordo di un viaggio, o di un pranzo in famiglia, bensì l’essenza di sua madre, ciò che di lei sopravviveva parcellizzato nel percepito, nel ricordato, nel giudicato, nel goduto. Facendo proprio un termine aristotelico, ma nell’interpretazione fenomenologica di <span class="fs12lh1-5"><b>Husserl</b></span>, voleva trovare il <i>Noema</i>. È qui che ha inizio quel libro. Ed è proprio la ricerca dell’essenza, del <i>Noema</i>, che determina la lettura dell’arte fotografica.</div><div class="imTAJustify">Ebbene, Jannuzzo riesce sempre ad individuarlo. E non stiamo parlando di una fotografia digitale, che può essere visualizzata seduta stante, né di una macchina fotografica a scatti multipli. Lui lavora in analogico, lui sviluppa i suoi rullini e, dunque, vede le foto solo tempo dopo; lui è un uomo da <i>one shot</i>, il singolo scatto giusto. Un’impresa difficilissima. Sì, a volte fa più scatti di uno stesso soggetto, ma sempre pochissimi rispetto a quello che si può realizzare con il motore.</div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2025---Jannuzzo-foto--copertina-.jpg"  title="" alt="" width="970" height="808" /><br></div><div><br></div><div class="imTAJustify">L’eccezionalità di questo suo modo di fare fotografia attinge a più di una fonte. La prima è il talento, è ovvio. Con quello ci si nasce e basta. Quindi mettiamoci l’anima in pace noi che vorremmo fare, senza riuscirci, le cose che fa lui. La seconda è la curiosità, come correttamente osservato da <span class="fs12lh1-5"><b>Marisa Ulcigrai</b></span> nelle sue osservazioni introduttive. La terza è un coacervo di esperienze, di mondi interiori ed esteriori, di viaggi, persino quelli fatti solo con l’immaginazione. Per dirla con <span class="fs12lh1-5"><b>Lelouch</b></span>, <i>una vita non basta</i>. E un uomo come Jannuzzo, con il suo grande e profondo bagaglio culturale, familiare e &nbsp;&nbsp;- perché no? - &nbsp;attoriale, avendo interpretato moltissimi ruoli, essendo entrato, dunque, in moltissime vite, arricchisce le fotografie con una parte di sé. <span class="fs12lh1-5"><b>Ansel Adams</b></span>, il grande fotografo statunitense che è riuscito a dare vita persino ai canyon, diceva che fotografiamo tutto ciò che abbiamo dentro: <i>«Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato e le persone che hai amato»</i>. Ed è proprio questa ricchezza che traspare dalle foto di Gianfranco; una ricchezza che lo rende impavido. Impavido, sì. Immaginiamoci, per un attimo, mentre saliamo in ascensore con un estraneo. Il più delle volte uno guarda da un lato e l’altro da quello opposto, oppure entrambi cerchiamo il senso della vita scrutando le tomaie delle nostre scarpe. Nella quotidianità l’altro, lo sconosciuto ci fa un po’ paura, diciamocelo. Ma Gianfranco no, non ne è spaventato. Anzi, gli esseri umani lo affascinano e li fotografa, abbattendo le barriere. Nei suoi ritratti si percepisce l’amore per gli altri, cosa che ben racconta la grandezza del suo animo.</div><div class="imTAJustify">Se ci pensiamo bene, nelle sue foto l’essere umano è un tramite per conoscere anche il luogo in cui si trova; ci regala l’impressione di quel luogo perché lo riempie, lo fa vivere, gli dà anima. Ed esistono luoghi ai quali per dare un’anima ci vuole veramente tanta arte. A <span class="fs12lh1-5"><b>pagina 154</b></span>, ad esempio, troviamo una foto romana che ritrae un particolare punto di via Teulada; un punto nel quale è davvero difficile trovare anima, credetemi: il Giudice di Pace. In questa foto, però, il portone di ingresso agli uffici giudiziari, il varco di accesso alla giustizia, chiuso in modo quasi proverbiale, pur trovandosi al centro del <i>frame</i> è un mero complemento, poiché il protagonista vero è l’uomo seduto sulla panchina. È in attesa di entrare? Ne è appena uscito? Sembra carico di pensieri, in una solitudine dove non c’è tempo per stare da soli. Questa foto è l’essenza del mondo forense di oggi.</div><div class="imTAJustify">Ma l’amore di Gianfranco per le persone va ben oltre e si coglie perfettamente nella sacralità dell’immagine umana, con la naturalezza che prevale sulla posa, con l’improvvisazione che lascia emergere l’intimità, con l’estrazione dell’istante elettivo all’interno dello spazio vitale altrui, che è, poi, lo spazio di tutti, fotografo compreso, perché siamo tutti connessi, siamo tutti la vita l’uno dell’altro, siamo istanti elettivi che si accostano e si allontanano per poi accostarsi di nuovo in un movimento particellare; siamo parte del caos, che è la base della vita e, come tale della bellezza. Se solo lo capissimo tutti, avremmo vinto l’intolleranza.</div><div class="imTAJustify">Ecco, Gianfranco, attraverso la fotografia, rende inutile, risibile, sciocco ogni giudizio e ogni pregiudizio sugli altri. Lui sacralizza il profano, cogliendo <i>«gesti spontanei» </i>come osservato da <span class="fs12lh1-5"><b>Fabrizio Somma</b></span> nel suo bel testo introduttivo, sottolineando <i>«momenti, decisivi o non, che punteggiano la vita degli italiani, l’ambiente Italia. Ma niente è al caso nei suoi scatti»</i>.</div><div class="imTAJustify">Decisamente nessuna casualità. Jannuzzo racconta la gente con piglio pittorico. E non si pensi ad una sudditanza della fotografia alla pittura. All’inizio, forse, un po’ di paura s’è vista per quei dagherrotipi che si inserivano nei ritratti, per quei paesaggi che hanno fatto esclamare a <span class="fs12lh1-5"><b>William Turner</b></span>: <i>«Questa è la fine dell'arte»</i>. In realtà, la fotografia è entrata nell’arte come l’arte in essa. Non solo negli artisti contemporanei come <span class="fs12lh1-5"><b>Warhol</b></span>, che hanno prodotto una nuova estetica tra l’una e l’altra, ma anche nei pittori del secolo precedente, che hanno presto imparato ad assimilare gli effetti fotografici. Pensiamo ad alcuni paesaggi di <span class="fs12lh1-5"><b>Corot</b></span>, nei quali si ritrova, ad esempio, l’alone creato dalla lastra vetrosa o dato dal movimento delle foglie immortalate con un lungo tempo di esposizione. Se il fotografo, inizialmente cercava l’inquadratura pittorica, il pittore finisce per amare l’inquadratura fotografica, nel frattempo staccatasi dalla tradizione. Pensiamo all’autoritratto di <span class="fs12lh1-5"><b>Umberto Boccioni</b></span>, che sembra quasi un selfie, e guardiamolo accanto alla fotografia di <span class="fs12lh1-5"><b>pagina 13</b></span>, scattata a Venezia in piazza San Marco, che contiene istanze pittoriche quasi settecentesche, ove la maschera non è solo una maschera, bensì fa pirandellianamente parte della vita. Viene in mente il <i>Ridotto a Venezia</i> di <span class="fs12lh1-5"><b>Longhi</b></span>, o il <i>Ridotto di piazza Dandolo</i> di <span class="fs12lh1-5"><b>Guardi</b></span>.</div><div class="imTAJustify">La semiotica fotografica di Jannuzzo porta ad una storia interiore dell’immagine. Ed è l’essenza del viaggio, se ci pensiamo. Si viaggia per andare oltre i propri confini anche interiori, per tentare di conoscere il più possibile ciò che si incontra al nostro passaggio. E mi ricollego all’incipit di questo mio breve excursus: <i>Italia, Amore mio </i>è la testimonianza di un viaggio, un lungo percorso che collega il Sud al Nord, ma che va oltre lo spazio fisico per entrare in quello psicologico, sociale. Si spinge, infatti, verso gli italiani che vivono nei territori della ex Jugoslavia e che hanno radici interiori piantate in Italia e un trascorso dolorosissimo di contesa identitaria, confinale e politica. Narra lo stesso Jannuzzo nella sua nota d’autore che il titolo del libro nasce nel corso di una sua mostra fotografica ad Umago, in Croazia, dalle parole emozionate di una visitatrice che ha esclamato, per l’appunto, <i>«Italia, amore mio!»</i>.</div><div class="imTAJustify">Come giustamente sottolineato da <span class="fs12lh1-5"><b>Angelo Callipo</b></span> nel suo scritto introduttivo, Gianfranco ha fotografato momenti di vita italiana, un’italianità che unisce. Ed è un viaggio che merita d’essere fatto.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Quarta Parete Roma, 3 maggio 2025]</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 03 May 2025 23:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Luisa Ferida e Osvaldo Valenti. Morte senza un perché]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000013C"><div class="imTAJustify"><span class="cf1">C’è un Campo, a Milano; un Campo lontano dalle voci senza speranza di chi ferisce la storia con invenzioni e falsità; lontano dalla noia di chi non sa dolersi della propria intolleranza. È il Campo 10 del Cimitero Musocco, noto come </span><i><span class="cf1">Campo dell’Onore</span></i><span class="cf1">. Lì sono sepolti mille repubblicani di Salò, in gran parte assassinati tra Milano e dintorni all'indomani del 25 Aprile 1945. Molti di loro sono degli eroi, la cui memoria, strapazzata dal costante, ripetitivo, monocorde birignao resistenziale, sopporta l’insopportabile da troppo tempo. Lì giace, ad esempio, Carlo Borsani, eroe di guerra, il quale continuò a combattere per dodici ore pur con due ferite gravi, fino a che il nemico non batté la ritirata, e, poi, si allontanò dall’infermeria per tornare sulla linea di battaglia con gli altri soldati, e venne nuovamente colpito, questa volta sul volto, sugli occhi, rimanendo cieco, cosa che non gli impedì, nel suo amor patrio, di continuare a prestare servizio fino alla Repubblica Sociale di Salò, ove, su richiesta di Mussolini e del Maggiore Bertoli, assunse il ruolo di mediatore per la pacificazione con i partigiani. I partigiani che lo uccisero a piazza Susa, con un colpo alla nuca per poi gettarlo nella spazzatura, senza processo, senza giustizia, senza difesa. Sicuramente più ciechi di lui.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Una distesa di croci di pietra grigia, questo è il Campo 10. Su ognuna un nome, una foto e la data di morte. Solo quella di morte. Come se non fossero mai nati. Alcune sono rimaste anonime: anime di patrioti sconosciuti.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2025---Valenti-e-Ferida---foto-2.jpg"  title="" alt="" width="405" height="303" /></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Ebbene, in quel Campo, poco distante dalle croci di Alessandro Pavolini e di Francesco Barracu, ce ne sono due che raccontano una storia d’amore oltre la vita e oltre la morte. Appartengono ad un uomo e ad una donna. La data impressa sulla pietra è la stessa: 30 aprile 1945. Dalle foto di entrambi sia affaccia una bellezza senza tempo. I nomi sono quelli di due dei più famosi divi cinematografici dell’epoca: Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, o, meglio Luisa Manfrini, questo era il suo cognome.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Perché sono lì?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Perché anche loro furono simpatizzanti del fascismo, ma quello dell’ultima ora, quello di Salò. Perché accusati falsamente di essersi uniti alla banda Koch, un manipolo di delinquenti in odio allo stesso Mussolini, un gruppo di sociopatici che per un mese, prima di essere fermato dagli stessi fascisti, si acquartierò in un villino di via </span>Paolo Uccello, a Milano, noto come <i>Villa Triste</i>. Perché Valenti non fu creduto quando disse la verità, ossia che si recava da Koch per spiarne le mosse e riferire alla X Mas, ossia a chi si stava preparando a bloccare quella delinquenziale attività di polizia. Perché, consapevoli della propria innocenza, ormai con il fascismo in disfatta, si erano consegnati essi stessi <span class="cf1">nelle mani dei partigiani, dando la propria parola di non scappare, parola mantenuta, e ricevendo la parola di non essere uccisi bensì consegnati alla giustizia regolare, quella impartita dalla magistratura, parola non mantenuta. Perché erano ricchi, tanto ricchi, e i loro averi facevano gola ai partigiani, i quali, infatti, se ne appropriarono.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">È, dunque, dalle mani dei partigiani, che, in totale assenza di prove, anzi con la prova della loro innocenza, cadono vittime di una sommaria </span><i><span class="cf1">in</span></i><span class="cf1">-giustizia, e giungono all’appuntamento ultimo della loro esistenza, quello con una canna di fucile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Luisa è incinta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Possiamo solo immaginare cosa abbia provato in quel momento, in quel lungo istante in cui, con la mano poggiata sul ventre, ha capito di non poter proteggere suo figlio. Aveva sopportato, tre anni prima, il dolore infinito della perdita di un figlio appena nato; aveva poi subito un aborto spontaneo. È vivo e ingombrante il buio che sale nell’anima di chi vorrebbe essere madre e sfiora quella gioia senza riuscire ad afferrarla. E ora? Ora il buio sta per invaderla di nuovo, definitivamente, portandosi via anche l’essere innocente aggrappato a lei, con le sue piccole cellule che raccontano la voglia di vivere, di divenire. Il diritto di farlo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="cf1">«Vi prego, no … Aspetto un bambino …»</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="cf1"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Parole. Solo parole in un sordo vento di morte. Il rumore dei colpi e i</span>l marciapiede di via Poliziano si allaga di sangue.</div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Al comando della Divisione partigiana Pasubio, che esegue la condanna, c’è tal Giuseppe Marozin, nome in codice </span><i><span class="cf1">Vero</span></i><span class="cf1">. Ben lo descrive Giorgio Bocca, che non può certo dirsi fascista:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1"> </span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="cf1">«Costui ha formato nel veronese fra l’Adige e la valle dell’Agno una brigata autonoma di cui è il pittoresco despota. Sul berretto si è fatto ricamare in oro la parola “comandante” ama percorrere la montagna a cavallo seguito da una ventina di cavalieri lungochiomati»</span></i><span class="cf1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Un personaggio quasi cinematografico, se non fosse che le sue armi, purtroppo, sono vere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">È lui a tradire la fiducia di Valenti e della Ferida. È lui a ordinare la fucilazione, sebbene il comando, quello perentorio, sia arrivato a Marozin da Sandro Pertini, il Presidente con la pipa in bocca, quello che una certa Italia vuole ricordare soltanto come un vecchietto bonario che esulta ai mondiali di calcio. Chi ha studiato storia sa bene che è stato altro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><i>«Fucilali, e non perdere tempo!»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify">Furono queste le parole di Pertini riferite da Marozin nel corso del processo che lo vide imputato di duplice omicidio. E Pertini non lo smentì mai.</div><div class="imTAJustify">Un processo che rimarrà negli annali delle stravaganze giudiziarie: dopo quindici anni Marozin, nonostante le risultanze probatorie avessero escluso qualunque colpa di Valenti e della Ferida nelle condotte criminose della banda Koch, uscì assolto dall’accusa di omicidio per aver agito in ottemperanza ad un ordine. L’ordine di Pertini, per l'appunto. L’art. 51 del codice penale, per escludere la punibilità di un reato, parla, sì, di esercizio di un diritto o adempimento di un dovere, ma quando l’ordine arriva dalla Pubblica Autorità. Orbene, in assenza di qualsivoglia prova in tal senso, ci sono voluti grande coraggio e grande fantasia per applicare la norma. Fatto gli è che è accaduto; che Marozin è stato assolto e che Pertini, ossia colui che aveva impartito l’ordine illegittimo, non è stato inquisito.</div><div class="imTAJustify">Dal momento in cui quei due corpi si accasciano al suolo, il raccapriccio e la bruttura diventano l’unica realtà esistente e prendono il sopravvento, provocando anche una triste damnatio memoriae. Ancora oggi, infatti, parlare di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida per quello che sono realmente stati, seguendo le orme della verità, significa essere azzittiti, imbavagliati, criticati, giudicati. Loro sono gli attori fascisti, loro sono i crudeli torturatori della banda Koch, loro sono gli innominabili.</div><div class="imTAJustify">Ma la Storia non ammette bavagli.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>Vita da divi</b></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify">Quando Osvaldo e Luisa si conoscono, hanno già conquistato la fama.</div><div class="imTAJustify">Valenti torna in Italia dopo i trascorsi parigini e tedeschi, che lo avevano visto muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo, entrando anche in contatto con attori di un certo spessore.</div><div class="imTAJustify">Il mondo del cinema italiano è in fermento: Mussolini punta molto sulla nascita anche in Italia del grande cinema, cosa che avverrà in poco tempo e che porterà anche alla costruzione degli studi di Cinecittà, realizzati tra il 1936 e il 1937.</div><div class="imTAJustify">Valenti si fa notare sin dal 1932, quando ottiene una piccola parte in <i>Cinque a zero</i> con Angelo Musco. Di lì a poco arrivano altri ruoli, altre ottime produzioni in un crescendo di immagine e di incisività interpretativa. Il grande successo arriva, però, a partire dal 1937, con <i>La contessa di Parma</i>, con <i>La signora di Montecarlo</i>, con <i>Mia moglie si diverte</i> e, soprattutto, con <i>Ettore Fieramosca</i>, per la regia di Blasetti e con attori del calibro di Gino Cervi, Clara Calamai ed Elisa Cegani.</div><div class="imTAJustify">Narcisista lo è, inutile negarlo. E non poco istrionico. Ama la sua condizione di divo, si crogiola nel senso di conquista, nell’eleganza, nel brivido che si cela dietro l’attenzione altrui. Ama l’alta società, di cui fa parte non solo grazie ai lauti guadagni come attore, ma anche grazie ad una cospicua eredità ricevuta. Fa sfoggio con nonchalance delle tante lingue conosciute &nbsp;&nbsp;- oltre all’italiano parla fluentemente l’inglese, il francese e il tedesco -, &nbsp;dei viaggi, del mondo che ritiene di avere in tasca. In questo contesto, facilmente si invaghisce di Fanny Musso, una comparsa di Cinecittà, che incarna altrettanta frizzante gioia di vivere. Lei lo inganna, però, dicendosi incinta. I due si sposano, ma l’unione, ovviamente, si spezza presto: oltre all’orrendo inganno, Fanny si porta con eccesiva disinvoltura nella vita e tradisce Osvaldo in più occasioni. Non che lui sia da meno. Resta il fatto che dopo un anno iniziano a condurre vite separate, sebbene per legge resteranno sposati tutta la vita.</div><div class="imTAJustify">Tra il 1939 e il 1940 la sua attività cinematografica aumenta vertiginosamente. E, dopo qualche altra delusione, decolla anche quella sentimentale. Nel 1939, infatti, sul set di <i>Un’avventura di Salvator Rosa</i> incontra Luisa Manfrini, che aveva scelto come cognome d’arte Ferida, ispirandosi ad un antico stemma nobiliare raffigurato in un quadro di famiglia e rappresentato da una mano ferita da una freccia.</div><div class="imTAJustify">Anche lei ha un notevole curriculum come attrice. Inizia in teatro con due compagnie eccellenti, quella di Ruggero Ruggeri e quella di Paola Borboni. Brava è brava, ma è anche molto bella e la sua bellezza, languida e accattivante al contempo, ben presto le spalanca le porte del cinema.</div><div class="imTAJustify">Quando incontra Valenti è una diva affermata, che, fra il 1937 e il 1938, aveva anche costituito una coppia di successo con Amedeo Nazzari in più di una pellicola.</div><div class="imTAJustify">Si narra che la produzione di <i>Un’avventura di Salvator Rosa </i>volesse Alida Valli per il ruolo di Lucrezia, ma Blasetti era così fermamente convinto che l’attrice giusta fosse la Ferida, da ingenerare un contrasto profondo, a rischio di mandare all’aria il film.</div><div class="imTAJustify">Luisa, al momento delle riprese, sta uscendo da un periodo altamente drammatico della sua vita: la sua unione col produttore cinematografico Francesco Salvi, il quale per lei aveva lasciato la moglie e che l’aveva introdotta nel mondo del cinema facendole varcare la porta principale, era finita dopo che l’uomo, a seguito di una lunga malattia, aveva reso l’anima al Creatore.</div><div class="imTAJustify">È, dunque, una donna resa fragile dalla vita, quella che si affaccia sul set; una donna con l’anima esposta. La battaglia ingaggiata da Blasetti con la produzione, pertanto, genera in lei un profondo senso di gratitudine che il regista scambia per attenzione amorosa. Onde evitare coinvolgimenti inappropriati, chiede ad Osvaldo di farle capire la situazione. Osvaldo le si avvicina, dunque, ma senza rendersi conto che lui e la Ferida sono due magneti di senso opposto sicché, una volta vicini, finiscono per non staccarsi più. Nasce una storia travolgente, da telefoni bianchi, di quelle che fanno sognare tutti.</div><div class="imTAJustify">Vanno presto a vivere insieme e nel 1942, come detto, hanno un figlio Kim Valenti. Sono entrambi al settimo cielo, ma il fanciullo muore cinque giorni dopo il parto. È un duro colpo. Entrambi hanno desiderio di diventare genitori. La Ferida resta nuovamente incinta due anni dopo, ma un aborto spontaneo interrompe il sogno. </div><div class="imTAJustify">Nonostante ciò continuano a lavorare con grande successo. Luisa e Osvaldo sono gli attori del momento, divi nel vero senso della parola, ammantanti da un fascino e da una fama che nulla ha da invidiare alle star cinematografiche d’oltreoceano. Anche se il successo, come la luna, ha il suo lato oscuro.</div><div class="imTAJustify">Arriva il 1943.</div><div class="imTAJustify">Valenti si accosta al fascismo quando già il fascismo è caduto e lo fa presentandosi alla X Mas, attratto più dalla figura di Borghese che da quella del Duce, del quale, invece, aveva in più occasioni fatto la parodia anche tra amici. Si avvicina a Borghese perché ne condivide gli ideali nazionalistici e la serietà; ed è proprio Borghese ad affidargli il compito di infiltrarsi nella banda Koch per tenere d’occhio quanto stanno facendo, visto che a Mussolini sono giunte voci orribili sulle attività che praticano e vuole verificare al fine di smantellare quell’organizzazione, come in realtà farà. A Valenti risulta facile infiltrarsi senza destare sospetti di controllo, poiché a <i>Villa Triste</i> gira la cocaina e l’attore, che ne è da qualche anno dipendente, ha i mezzi per comprarne in buona quantità. Nessuno potrebbe pensare che sia lì a spiare. La cocaina è il suo mostro e il suo mostro è una copertura perfetta.</div><div class="imTAJustify">Un mostro, sì. Ognuno ha i propri. Stare sempre sotto i riflettori, avere tantissimi soldi, godere di un lusso sfrenato sembrano riempire la vita, agli occhi di chi non possiede tutto questo; al contrario, spesso la vuotano. È come se le luci, il trucco, gli abiti, i gioielli, la deferenza di tutti di fronte alla fama rendano soli, consapevoli di un’apparenza che prevale sull’essere, di una impossibilità di vivere persino il dolore della perdita di un figlio. Bisogna sempre sorridere. Lo spettacolo deve continuare. Alcuni cedono, dunque, alla debolezza di aiutarsi con sostanze chimiche.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>Osvaldo e Luisa devono morire</b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Perché Pertini ha tanta fretta di ucciderli?</div><div class="imTAJustify">Probabilmente perché la loro colpa prima è quella di aver dato lustro, con il proprio successo, alla Repubblica di Mussolini. Due involontari <i>influencer</i>, come li chiamerebbero oggi:</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«La colpa maggiore dei due, quella che ne provocò la morte»</i> afferma lo storico Giordano Bruno Guerri <i>«fu di aver messo la loro fama, e quindi la forza di persuasione insita nella loro immagine, al servizio del fascismo repubblicano, quindi di essere stati strumenti politici e coscienti nelle mani del Regime»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Tuttavia, è vero anche quel che dice Giorgio Pisanò quando sottolinea l’intento predatorio dei partigiani, interessati ad appropriarsi della loro ingente fortuna. Osvaldo e Luisa, infatti, in quei giorni di trambusto generale, forse pronti ad una fuga, viaggiavano con preziosissimi gioielli per un valore di circa quindici milioni &nbsp;&nbsp;- una cifra astronomica considerata l’epoca - &nbsp;&nbsp;e avevano anche molto denaro. Altri beni erano murati nello scantinato della casa milanese di Valenti: abiti, pellicce ed altri gioielli, conservati assieme a considerevoli somme di denaro anche in valuta estera. Anche quei beni verranno <i>confiscati</i> dalla resistenza.</div><div class="imTAJustify">Quando arrivano nel casolare ove i partigiani li “accolgono in amicizia”, affidano ciò che hanno alla proprietaria, che aveva una cassaforte.</div><div class="imTAJustify">Nonostante la loro condanna fosse stata decisa e dovesse anche essere eseguita il prima possibile, la sera del 20 aprile, in quella cascina, si consuma una lauta cena tutti insieme, in un clima quasi amichevole; forse, come giustamente osservato da Odoardo Reggiani, anche la cena fa parte della sadica sciarada che li costringe a prendere lenta coscienza della trappola in cui si sono infilati. Il vecchio gioco del gatto e del topo. Per più di dieci giorni. Psicologicamente devastante. Uno dei carcerieri ricorderà così quella cena:</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Vedevo che un amaro sorriso si era formato sulle labbra di Osvaldo e i suoi occhi, terribilmente espressivi, erano fissi su Marozin che sedeva a capotavola. Quest’ultima cena fu per me un incubo»</i>. </div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’emergere lento e crudele di particolari che aprono spiragli di una realtà diversa, che fanno trapelare sprazzi di sgomento, che fanno calare sui prigionieri un velo di consapevolezza dell’ineludibile, si aggiunge a quanto accade di lì a poco nella sala attigua.</span></div></div><div class="imTAJustify">I partigiani parlano improvvisamente di processo. La Ferida, terrorizzata, si rannicchia su una poltrona; Valenti è meravigliato, teso, ma ancora pensa di poter chiarire la loro posizione, di poter far trionfare la verità.</div><div class="imTAJustify">Verità, umbratile presenza in certi giochi di potere.</div><div class="imTAJustify">Marozin rappresenta la difesa (<i>sic!</i>). Una scena simile a quella descritta nel dramma grottesco <i>La panne</i> di Dürrenmatt. Valenti si difende con grande abilità e la veemente carica comunicativa del grande attore. Il “processo” va avanti tutta la notte e fa vacillare il convincimento di più d’un partigiano. Uno, in particolare, lo convince a scrivere un memoriale riassuntivo da inviare a Pertini. E lo invia. Forse non lo fa per il bene dei due prigionieri, forse lo fa per lavarsi dalle mani il sangue d’una condanna ingiusta. È convinto della loro innocenza e vuole che anche gli altri leggano, che anche gli altri sappiano e che decidano in modo consapevole il destino di due esseri umani. Ma Pertini si guarda bene dal leggerlo; ribadisce solo di fare in fretta. I due devono morire.</div><div class="imTAJustify">Mentre Valenti si difende, due partigiani si recano dalla padrona della cascina e, all’insaputa dei due prigionieri, le ordinano di aprire la cassaforte e consegnare loro tutto il contenuto. La donna esegue, riuscendo a nascondere solo poche banconote, due anelli e una spilla. Tornati nella sala del processo, quei partigiani rassicurano con un gesto Marozin dell’avvenuta <i>confisca</i>.</div><div class="imTAJustify">Il sadismo prosegue nei giorni successivi, lasciandoli sperare che quella difesa abbia funzionato, che quel memoriale sia stato letto. Nel frattempo giungono notizie frammentarie della disfatta fascista. Il 28, venuto a conoscenza della fucilazione di Dongo e della morte di Mussolini, Marozin dispone il trasferimento di Osvaldo e Luisa a Milano.</div><div class="imTAJustify">Nel salutare Luisa, la padrona della cascina le porge di nascosto quanto aveva sottratto alla razzia, ma Luisa prende solo i soldi e chiede di dare i gioielli alla madre. Difficile credere che non sapesse a cosa stava andando incontro, povera donna.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente» </i>si legge ancora nelle dichiarazioni processuali di Marozin<i>. «Ma era con Valenti. La rivoluzione travolge tutti»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Già, tutti. Anche una donna incinta, anche il suo bambino mai nato.</div><div class="imTAJustify">Luisa è innocente, non vi sono dubbi.</div><div class="imTAJustify">Le accuse mosse nei suoi confronti sono totalmente inconsistenti. Per il solo fatto che Valenti era stato visto a volte nella villa, cosa che conferiva particolare notorietà alle vicende di quel luogo e della banda che lo occupava, alcuni prigionieri poi liberati avevano parlato anche della presenza della Ferida addirittura agli interrogatori, mentre "discinta e sorridente" si beava della violenza praticata su di loro. Non si trattava di lei, però, bensì di tal Daisy Marchi, una soubrette amante di Koch, la quale, approfittando della penombra della cella e delle condizioni di poca lucidità dei prigionieri, giocava a spacciarsi per la Ferida, a fare la diva che non era; stesso dicasi per tal Alba Giusti, segretaria di Koch.</div><div class="imTAJustify">Peraltro, che la Ferida non avesse frequentato <i>Villa Triste</i> e che<i> </i>non avesse fatto niente emerge anche dalla sentenza del processo Marozin:</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«La Manfrini dopo l’8 settembre 1943 si è mantenuta estranea alle vicende politiche dell’epoca e non si è macchiata di atti di terrorismo e di violenza in danno della popolazione italiana e del movimento partigiano»</i>.</div><div class="imTAJustify"><br></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Tanto fu chiara la sua innocenza, che i giudici concessero alla madre la pensione di guerra comprensiva di tutti gli arretrati.</span><br><div class="imTAJustify">Lei è caduta in battaglia, dunque, la battaglia fratricida dei partigiani.</div><div class="imTAJustify">In realtà, neanche Valenti aveva fatto niente. Era tutto ben spiegato nel memoriale, ove comparivano i nomi di chi l’avrebbe potuto scagionare. Tra questi anche molti ex prigionieri della banda Koch. Nessuno di loro, infatti, accusò mai Valenti di aver partecipato alle torture o alla concertazione delle stesse, anzi, lo descrissero come persona compassionevole.</div><div class="imTAJustify">L’accusa è sostenuta solo da un paio di testimonianze, in parte dettate da asperità personali e in parte da evidente confusione.</div><div class="imTAJustify">Lo scrittore Augusto Dauphiné, ad esempio, lo accusò, ma l’aveva conosciuto e criticato aspramente molto tempo prima, quando era solo il divo Valenti, trovandolo sin da subito insopportabilmente brillante:</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Calvo e piccolo, bianco di volto, naso a uncino, una bocca sottile e contratta: quasi un verme. […] Parlava volubilmente con lieve eccitazione, in italiano, in inglese, in francese e in tedesco, mostrando grande padronanza nelle quattro lingue. […] Era il tipo del baro da Costa Azzurra»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">L’invidia è una brutta bestia. Così, quando finalmente gli si presenta l’occasione per tirare giù a sassate il Valenti dal suo piedistallo di divo del cinema, non perde tempo e, senza prova alcuna, afferma di essere stato egli stesso ospite della prigione di Koch:</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Durante il mio soggiorno in casa Koch solo una volta ebbi un incontro diretto con Valenti. […] Alzai gli occhi e lo vidi affacciato allo sportello dell’uscio. […] Non vi fu una parola: tutto fu detto con uno sguardo, un lungo sguardo silenzioso»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">La massima accusa mossagli dal suo più grande detrattore, dunque, è questa, cui vanno ad aggiungersi alcune illazioni, mai suffragate da un seppur minimo straccio di prova e riguardanti il fatto che le torture applicate sarebbero state addirittura ideate, create dal Valenti con una Ferida compiacente. Fantascienza livorosa.</div><div class="imTAJustify">Altra accusa giunge da tal Lisetta Foa, che, insieme a Carla Castelli, subisce l’interrogatorio Koch. Sono entrambe incinte. Valenti, data la morte del figlio e le dolorose complicazioni ad averne un altro, è particolarmente sensibile sull’argomento. Entra, quindi, nella sala dell’interrogatorio e interviene con grande determinazione per fermare i maltrattamenti che le due stanno subendo. Poco dopo, grazie ai suoi contatti nella Wermacht, portati avanti anche per la sua perfetta conoscenza del tedesco, le fa ricoverare in una clinica dalla quale, poi, riescono a fuggire. Tempo dopo, incontrando la Foa per strada, si fermerà con lei, congratulandosi per la fuga. Se fosse stato il sadico voyeur di violenze, non torturatore ma osservatore di torture, come lo descrive la stessa Lisetta, completamente soggiogata del revisionismo partigiano, vedendola libera l’avrebbe denunciata. Peraltro la Foa dimostra d’essere in errore anche riguardo alla Ferida, dicendola con sicurezza a <i>Villa Triste</i><span class="fs12lh1-5"> quando la stessa era altrove, immobilizzata a letto a causa di un incidente d’auto, dicendola inquadrata nella X Mas, quando gli stessi Carabinieri indaganti in sede processuale rileveranno che non aveva mai avuto alcun ruolo militante. Alla Decima si era avvicinato solo Valenti.</span></div><div class="imTAJustify">A fronte di tali testimonianze, come detto, ce n’erano tante di altri prigionieri che affermavano di non aver mai visto i due divi nella sala degli interrogatori, anzi di aver ricevuto dal Valenti solo parole di conforto.</div><div class="imTAJustify">Né Valenti, né la Ferida erano, dunque, i fascisti sadici dipinti dalla vulgata partigiana.</div><div class="imTAJustify">E queste testimonianze, che dipingono il Valenti come uno che quasi in segreto tenta di aiutare i prigionieri, collimano con il suo ruolo all’interno della banda Koch. Un ruolo ben determinato, assegnatogli specificamente: quello dell’infiltrato.</div><div class="imTAJustify">Ma la verità è un lupo che si maschera da pecora: è forte eppure si pone da debole, si fa cancellare, si fa soffocare. I due divi belli e ricchi devono per forza essere anche dannati. È più facile credere alle falsità resistenziali, che li vedono partecipi di un gioco sadico, crudele, violento, che li vedono torturatori, di quanto non sia vederli per quello che sono: innocenti. La verità può essere narrata, ma ha poco effetto su chi non la vuol sentire.</div><div class="imTAJustify">Ed è così che la fine prende l’abbrivio. Una fine che li vede entrare nel turbine malsano dei giudizi sommari e dei ladrocinii partigiani e che li condurrà a morte da non colpevoli: una morte senza un perché.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[30 aprile 2025, tutela certificata – iscrizione S.I.A.E.]</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>Foto di pubblico dominio</b></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>Per approfondire:</b></div><div class="imTAJustify"><b>Benedetta Borsani – Alessandro Brignole – Luciano Garibaldi – Emma Moriconi</b>, <i>Campo 10. La verità sul Campo dell’Onore</i>, Solfanelli, Chieti, 2019</div><div class="imTAJustify"><b>Romano Bracalini</b>, <i>Celebri e dannati. Osvaldo Valenti e Luisa Ferida: storia e tragedia di due divi del regime</i>, Longanesi, Milano, 1985</div><div class="imTAJustify"><b>Luigi Cazzadori</b>, <i>Osvaldo Valenti – Luisa Ferida. Gloria, processo e morte dei due divi dal fascismo alla RSI</i>, Novantico, Pinerolo, 1998</div><div class="imTAJustify"><b>Aldo Lualdi</b>, <i>Morire a Salò. La vera storia di Luisa Ferida e Osvaldo Valenti</i>, Sugarco, Milano, 1975</div><div class="imTAJustify"><b>Gian Marco Montesano</b>, <i>Il caso Ferida – Valenti</i>, Andromeda, 1990</div><div class="imTAJustify"><b>Italo Moscati</b>, <i>Gioco perverso. L’appassionante vicenda di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida</i>, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 1993</div><div class="imTAJustify"><b>Odoardo Reggiani</b>, <i>Luisa Ferida, Osvaldo Valenti. Ascesa e caduta di due stelle del cinema</i>, Spirali, Milano, 2007</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 30 Apr 2025 11:33:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La morte di Mussolini: misteri e menzogne]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000013B"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ancora oggi piccoli cervelli racchiusi in piccole persone appendono a testa in giù fotografie di personaggi politici che non la pensano come loro, evocando lo scempio di piazzale Loreto. Queste stesse persone, che hanno studiato storia su un album di figurine, non hanno neppure la più vaga contezza di cosa accadde veramente allora. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Di sicuro non a piazzale Loreto, altrimenti non lo farebbero. Forse non sanno nemmeno cosa accadde nelle ore che precedettero quell’orribile pagina del nostro passato, sulle quali, tuttavia, anche agli occhi degli storici più attenti, aleggia ancora un profondo senso di mistero.</span><span class="fs12lh1-5"> Tante le versioni della cattura, della breve prigionia, della fucilazione di Mussolini e della Petacci; tante le incongruenze da parte dei testimoni e dei partigiani; tanti i segreti mai emersi.</span><br></div><div class="imTAJustify">Persino Giorgio Pisanò, che rientra tra gli storici più scrupolosi e attendibili di quel periodo, poiché per decenni si è occupato di reperire materiale, interrogare testimoni, analizzare documenti, nella sua <i>Storia della guerra civile in Italia</i> offre una versione dei fatti poi parzialmente mutata nel libro <i>Gli ultimi cinque secondi di Mussolini</i>, ove dispone di più ampio materiale.</div><div class="imTAJustify">Ebbene, a decenni e decenni da quell’esecuzione sommaria perpetrata in palese disobbedienza agli ordini degli americani, i quali volevano la consegna di Mussolini vivo, proviamo a ripercorrere quelle strade, quelle ore; proviamo a penetrare il ginepraio delle troppe verità, o, quanto meno, ad assottigliarne l'intrigo, ben sapendo di non potervi riuscire del tutto.</div><div class="imTAJustify">È il 1945. L’Italia, dopo l’armistizio di due anni prima, è dilaniata dalla guerra civile. La risalita degli alleati, <span class="fs12lh1-5 ff1">che combattono contro i tedeschi occupanti, </span><span class="fs12lh1-5">porta con sé anche una scia di delitti atroci e di bombardamenti devastanti persino su obiettivi civili. Mussolini vive a Gargnano e il fascismo militante è ormai solo la Repubblica Sociale di Salò, ma sta finendo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>17 aprile</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Mussolini lascia Gargnano dopo un ultimo sguardo alla sua casa, alla sua vita, alla sua famiglia. Si reca a Milano, al fine di tentare un accordo con il CLN presso l’Arcivescovado per il tramite del cardinale Schuster.</div><div class="imTAJustify">Anche suo figlio Vit­torio partecipa all’organizzazione dell’incontro. A dire il vero, fa qualcosa in più: appronta un aereo per la Spagna, proponendo al padre di partire e salvarsi la vita. Francisco Franco lo sta aspettando a braccia aperte. Ma Mus­solini, come riferito dal figlio, rifiuta categoricamente:</div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i>«Nessuno ti ha pregato di interessarti della mia persona: seguirò il mio destino qui in Italia</i>».<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Il disegno di Mussolini è quello di non lasciar cadere l’Italia nelle mani di Sta­lin, come auspicato dalla parte filo-comunista della resistenza fa­cente capo a Togliatti.</div><div class="imTAJustify">Proprio per questo, durante tutto il tragico periodo della guerra civile, Mussolini aveva cercato di traghettare il fascismo verso la democrazia, in modo da far sopravvivere l’ideale socialista di fondo: aveva portato avanti la falange equilibrata del fascismo, arginando i facinorosi e affidando i ruoli apicali a federali che non volevano né azioni, né reazioni fratricide, come, ad esempio, Igino Ghisellini, Aldo Resega, Eugenio Facchini, Arturo Capanni, tutti trucidati dai partigiani rossi. Sin dai primi mesi del 1945, poi, questo suo disegno aveva trovato la collaborazione della resi­stenza cattolica e moderata.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>19 aprile</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Mussolini, accompagnato da Zerbino, Barracu, Bassi, Cella e Graziani, si reca presso l’Arcivesco­vado, portando al cardinale Schuster un prezioso omaggio: lo zucchetto di papa Pio X, donatogli da Pio XI in occasione del Con­cordato del 1929. Schuster lo riceve da solo. Gli esponenti del CLN sono in ri­tardo. Mussolini subodora qualcosa di strano. Il Cardina­le, lungi dal mediare un accordo, propone una resa incondizionata, e, all’arrivo degli antifascisti Cadorna, Marazza, Lombardi e Arpesani, sganciata su Mussolini la notizia-bomba del tradimento tedesco, ossia delle trattative in atto con il generale Wolff, prova ad abbandonare la sala, ma Mussolini lo trattiene. Anche il CLN non offre margi­ni di trattativa, ma solo la resa. Mussolini, che non vuole vantaggi per sé, altrimen­ti sa­rebbe già volato verso la Spagna pronta ad accoglierlo, chiede al­meno la vita per i propri uomini, la garanzia di un processo.</div><div class="imTAJustify">L’accordo si fa improvvisamente semplice, troppo semplice: la Decima MAS e la Legione Muti avrebbero deposte le armi, ricevendo gli onori militari ed un equo giudizio, i familiari dei fascisti sarebbero rimasti incolumi, Mussolini sarebbe stato consegnato agli americani, come da questi ultimi richiesto.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Mussolini si rende conto che non avrebbero mai prestato fede a quell’accordo sin troppo vantaggioso per i fascisti. Nessuno in quella stanza aveva il potere per mantenere la parola: la resistenza rossa lo avrebbe impedito.</div><div class="imTAJustify">Il Duce decide di lasciare frettolosamente l’Arci­vescovado, affermando di doversi prendere un’ora per pensare ai termini di resa proposti. Mentre scende lo scalone, circondato dai suoi uomini, incrocia i gradini con un uomo che sale in fretta, a te­sta bassa. È in ritardo. Quell’uomo è Sandro Pertini, inviato da Luigi Longo a comunicare coram populo che la morte di Mussolini è già stata decisa. Niente accordi. Ha un’arma in tasca, ma non si avvede della presenza del Duce. In vecchiaia, già Presidente della Repubblica Italiana, affermerà, come riferisce Romano Mussolini nel suo libro <span class="fs12lh1-5"><i>Ultimo atto</i></span>, che, se l’avesse riconosciuto, gli avrebbe sparato seduta stante.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>24 aprile</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Rachele, Romano ed Anna Maria arrivano a Como, ospiti a Villa Montero. Hanno con loro bauli contenenti gli averi di famiglia ed una copia del famoso carteggio comprensivo delle epistole di Winston Churchill. <span class="fs12lh1-5">Mussolini, non a torto, riteneva valesse quanto una guerra vinta e, per il tramite dell’Istituto Luce, ne aveva fatte più copie, ma nessuna di esse sarà più ritrovata. E questa è un’altra storia, una storia nella storia.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><b class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">25 aprile</b></div></b><div class="imTAJustify">Mussolini, ormai conscio del tradimento tedesco, scioglie i fascisti dal loro giuramento di fedeltà. Ha ancora due opportunità di fuga, quella verso la Spagna (l’aereo è ancora sulla pista ad attenderlo) e quella verso la Svizzera, per la quale tanto insisterà Buffarini Guidi. Le rifiuta entrambe, checché ne dica la <i>vulgata resistenziale</i> recepita anche da alcuni storici seri come il Bandini. Vuole mantenere fede al disegno originario; vuole recarsi a Como e di lì in Valtellina, in modo da prendere tempo e negoziare, con i suoi documenti alla mano, la salvezza per tutti i fascisti e per l'Italia intera, ma sa anche che quasi sicuramente non ce la farà. È un uomo morto che cammina. Ed è morto chiunque lo segua. Preferisce pensare che i suoi uomini si sparpaglino, trovando qualche speranza di avere salva la vita; preferisce pensare che i suoi documenti segreti raggiungano, in un modo o nell'altro, il tavolo delle trattative post belliche e rechino all'Italia i vantaggi promessi da Churchill.</div><div class="imTAJustify">Nonostante tutto Pavolini e gli altri decidono di seguirlo a distanza in quel di Como. Fedeli fino alla morte.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Alle 20.45 Mussolini giunge a Como e dimora nel palazzo della Prefettu­ra, ma evita di incontrare la moglie e i figli più piccoli. Sa che non li vedrà più, ma non vuole metterli in maggiore pericolo di quanto non siano già. Scrive loro una lettera:</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«Cara Rachele, eccomi giunto all’ultima fase della mia vita, all’ultima pagina del mio libro. Forse noi due non ci rivedremo più, perciò ti scrivo e ti mando questa lettera.</i><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>[…] Tu sai che noi dobbiamo andare in Valtellina. Tu, coi ragazzi, cerca di raggiungere la frontiera svizzera. Laggiù vi farete una nuova vita. Credo che non ti rifiuteranno il passaggio, perché li ho aiutati in tutte le circostanze e perché voi siete estranei alla politica, Se questo non fosse, dovete presentarvi agli alleati, che forse saranno più generosi degli italiani. Ti raccomando l’Anna e Romano, soprattutto l’Anna che ne ha tanto bisogno. Tu sai quanto li amo. Bruno dal cielo ci assisterà. Ti bacio e ti abbraccio insieme ai ragazzi. Tuo Benito»</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Evita anche di incontrare Claretta Petacci, sua storica amante, o, forse, non molto più di una giovane fanciulla invaghita per la quale provare tenerezza. Anche a lei scrive una lettera chiedendole di mettersi in salvo lontana da lui.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Incontra, invece, Gina Ruberti Mussolini, la vedova di Bruno, amata dal Duce come una figlia. Con lei si confida e le affida delle carte. Poi la manda in luogo sicuro, a Blevio, presso Villa Roccabruna, proprietà di un miliardario svizzero, Enrico Wild, e della sua com­pagna Magda Brard, ex amante di Mussolini, dalla quale quest’ultimo avrebbe avuto anche una figlia, Vanna, nata nel 1932.</div><div class="imTAJustify">Gina resterà lì un anno, prima di morire in circostanze misteriose. Anche il carteggio a lei affidato non sarà più trovato.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Sempre il 25 aprile giungono a Villa Roccabruna di Blevio anche i genitori di Gina.</div><div class="imTAJustify">In quei giorni, i partigiani, oltre a dedicarsi a barbare esecuzioni sommarie dei fascisti o sospettati tali, si accaniscono anche contro le donne che li hanno amati o che li hanno avuti come figli. Sono considerate “infette”, su di loro si trasferiscono le colpe degli altri, <span class="fs12lh1-5 ff1">in base alla </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">il</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">-logica violenta e prevaricatrice di chi afferma di voler in tal modo libe­rare l’Italia dalla violenza e dalla prevaricazione. </span>Tra le varie vio­lenze che fanno subire loro, anche quello della “tosatura”: in pubblica piazza, tra parole di scherno e aggressioni umilianti, vengono parzialmente rasate, a volte con lacerazione del cuoio capelluto. Per questo genere di feroci abusi si parla, usualmente, solo di “reazione” alle violenze del fascismo. Ma la violenza praticata sugli inermi è sempre e comunque un’azione, non una reazione.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Ebbene, vogliono sottoporre alla “tosatura” anche Gina, ma la ma­dre si offre al suo posto. Durante il becero rituale Gina sviene.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><b>26 aprile</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Alle 4.30 del mattino il Duce parte per la Valtellina su un convoglio di militi nel quale trovano posto anche pochi militari delle SS a lui ancora fedeli.</div><div class="imTAJustify">Fanno tappa a Menaggio.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Quando Claretta si accorge che non è più a Como, costringe il fratello ad accompagnarla a Menaggio. È determinata ad andare in Valtellina con il suo Benito, condividendo la sua stessa sorte, qualunque essa sia.</div><div class="imTAJustify">Sempre il 26 aprile, Rachele e i bambini tentano di raggiungere la Svizzera attraverso il valico di Pontechiasso, ma la Svizzera ha ormai chiuso i confini a gerarchi e fascisti e rifiuta loro l’asilo, nonostante la presenza di due bambini piccoli. Sono, pertanto, costretti a tornare indietro. Si fermano a Como, in via Bellinzona, a casa di un milite della Brigata Nera locale, Giu­seppe Corbella. Lì restano nascosti tre giorni, durante i quali, se­condo la testimonianza di Romano Mussolini, bruciano molte del­le carte loro affidate dal Duce, tra cui il dossier del processo di Ve­rona, carte di casa Savoia e la corrispondenza con Kesselring e Rommel. Restano in casa Corbella fino al 29 pomeriggio, quando vengono tratti in arresto dai partigiani e imprigionati nel carcere di San Donnino. Mussolini è già morto, ma loro non lo sanno. Ne avranno notizia da una copia dell’Unità che verrà loro gettata in cella: in prima pagina lo scempio di piazzale Loreto.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Le direttive partigiane di quei giorni sono quelle di uccidere anche tutti i familiari di Mussolini.</div><div class="imTAJustify">Le esecuzioni sommarie si moltiplica­no.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Mussolini, dopo aver riposato qualche ora nella casa di Menaggio, proprietà di Emilio Castelli, si riunisce con Porta, Bombacci, il maggiore della Confinaria di Menaggio Fiaccarini e il padrone di casa, il quale riferisce:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Non posso ricordare con esattezza, a distanza di tanti anni, ciò che venne discusso in quell’ultima, indimenticabile riunione tenuta a casa mia. Io guardavo il Duce. Me lo ricordo ancora pieno di vitalità, pronto alla battaglia e alla discussione. Non è vero che fosse un uomo finito, esausto, disperato. Era calmo e controllato, nonostante recasse sul viso i segni di una stanchezza fisica più che giustificata, del resto, dalle turbinose vicende vissute nelle ultime ore. Ricordo comunque che si parlò delle possibilità ancora esistenti nonostante il continuo precipitare della situazione. Ma ricordo soprattutto perfettamente che, a chi rinnovava le proposte di un passaggio in Svizzera, Mussolini, con uno scatto improvviso e con gli occhi sfavillanti dei tempi belli, rispose seccamente: </i><span class="fs12lh1-5">Abbiamo ancora armi e gente in Valtellina, andiamo in Valtellina!</span><i>»</i><span style="font-style: normal;" class="fs12lh1-5">.</span></div><div><div class="imTAJustify"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Il raccontino resistenziale, che vuole Mussolini in trepida attesa di un varco per rifugiarsi in Svizzera, è dunque falso, totalmente inventato da chi non era presente e contro le testimonianze di chi era presente, al solo fine di riscrivere la storia a proprio uso e consumo.</div><div class="imTAJustify">Prosegue a dire il Castelli:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«È noto che verso le 10.30 Mussolini si trasferì da Menaggio a Grandola, prendendo alloggio nella locale casermetta della Guardia di Finanza. Grandola è un piccolo paese sulla rotabile che da Menaggio porta al confine con la Svizzera. Sono vent’anni che io sento ripetere che Mussolini si portò da Menaggio a Grandola per essere più vicino al confine svizzero, in attesa che i suoi emissari convincessero le autorità elvetiche a lasciare libero il transito al Capo del fascismo. Sempre secondo queste </i>ricostruzioni storiche<i>, Mussolini sarebbe tornato a Menaggio solo dopo essere stato respinto dalle autorità confederali. Tutto ciò è assolutamente falso e destituito da qualsiasi fondamento. Fui io, infatti, che convinsi Mussolini ad andare a Grandola. Ciò accadde allorché mi venne segnalato che tutta la popolazione di Menaggio era ormai a conoscenza della presenza di Mussolini, al punto che, nella piazzetta sottostante la mia abitazione, si era anche radunata una piccola folla. In questa situazione, una ulteriore permanenza del Duce nell’abitato poteva creare gravi inconvenienti»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Claretta, nel frattempo, lo raggiunge anche lì. Una determinazione fuori dal comune. Il Duce insiste inutilmente affinché lei vada via.</div><div class="imTAJustify">Alle 18 il convoglio, con Claretta al seguito, torna a Menaggio per allestire il viaggio del giorno dopo verso la Valtellina.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b>27 aprile</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">All’alba sono di nuovo in partenza. Benito invia l’ennesimo messaggio a Claretta di non seguirlo. Nulla da fare. Viene in mente una vecchia battuta su Eva che mangia la mela non solo contro il parere di Adamo ma contro il parere di Dio stesso. Se le donne si mettono in testa di fare qualcosa …</div><div class="imTAJustify">Nel frattempo, i capi repubblicani stanziati a Como stringono un accordo con gli americani: i fascisti della Valtellina sarebbero stati protetti dalle rappresaglie comuniste in attesa dell’arrivo degli americani, ai quali si sarebbero arresi.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Moltrasio, Cernobbio, Dongo: la colonna dei camion fascisti subisce infiniti rallentamenti, sia a causa della popolazione, scesa in strada a chiedere pacificazione tra gli italiani in lotta fratricida, sia dai tedeschi, i quali a Dongo, si fermano a trattare con i partigiani. Fatto sta che simili rallentamenti, con gli automezzi spesso fermi per molto tempo, facilitano le ispezioni partigiane, tese a scoprire la presenza di Mussolini, il quale, sfuggito ad un primo controllo, viene fatto salire su un altro camion, travestito da tedesco per depistare i controlli partigiani.</div><div class="imTAJustify">Sono le 16.30. Mussolini viene infine riconosciuto e arrestato dalla Brigata Garibaldi. Più di 4.000 soldati fascisti, ancora pronti a combattere in Valtellina all’arrivo del Duce, attenderanno invano.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><div>Cadono nelle mani dei partigiani anche altre cariche della RSI.</div></div><div class="imTAJustify">Appena catturato, viene interrogato nel Municipio di Dongo. Uno dei partigiani, Aldo Castelli detto <i>Pinon</i>, va a chiamare il coman­dante, Pier Bellini delle Stelle detto <i>Pedro</i>, perché Mussolini ha affermato di essere seguito a vista dagli uomini dell’Intelligence in­glese intenzionati ad ucciderlo per impossessarsi delle sue carte. <i>Pinon</i> ritiene la cosa molto verosimile, poiché affermerà</div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i>«L’Intelligence Service era infiltra­ta dentro le formazioni partigiane. Noi credevamo che fossero degli sfollati, gente che fra loro non si conosceva. Invece agiva­no»</i>.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Anche Claretta, la quale dal camion <span class="fs12lh1-5 ff1">era stata forzatamente fatta risalire in macchina,</span><span class="fs12lh1-5"> viene fermata, ma, saputo dell’arresto di Mussolini, chiede, implora, supplica di essere riunita a lui. Ormai non è più il sentimento ad avvolgerla, ma una nube di istrionica passione.</span></div><div class="imTAJustify">E così sarà. Si riunirà a Mussolini per il loro ultimo viaggio.</div><div class="imTAJustify">Da questo momento le versioni dei fatti assumono una forma proteiforme: i partigiani daranno versioni contrastanti e, nel tempo, provvederanno a contraddire persino se stessi. Depistaggi, coperture. Si attribuirà la morte di Mussolini e della Petacci a Walter Audisio, che pare avesse per nome di battaglia <i>Valerio</i>. Verità o menzogna? Dalle ricerche di Pisanò si apprende che a premere il grilletto potrebbe essere stato addirittura Luigi Longo su insistenza di Pertini. Non si può tralasciare, però, la cosiddetta <i>pista inglese</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><div class="imTAJustify">Resta il fatto che su chiunque fosse riuscito a catturare Mussolini gravava l’obbligo di consegnarlo agli americani, obbligo al quale la falange comunista della resistenza non intendeva ottemperare. Scottava tra le loro mani, quell’uomo ingombrante. Dovevano sbrigarsi. Longo e Pertini mandarono messaggi chiari in tal senso: doveva essere ucciso subito.</div></div><div class="imTAJustify"><br></div><b class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">28 aprile</b></div></b><div class="imTAJustify">Sono circa le due del mattino quando Mussolini e la Petacci partono da Dongo su due automobili. Diretti dove? Una delle destinazioni pare fosse Brunate, vicino Como, presso la villa dell’industriale Cademartori per essere ivi consegnati al CLN e, quindi, agli americani. Ma dal Cademartori non arriveranno mai. Del resto, nel gruppo partigiano che viaggiava con loro c’erano il capitano Neri, Pedro, Michele Moretti e la partigiana Gianna, i quali di sicuro non rispondevano e non si inchinavano al CLN. È più probabile che fossero diretti in un covo rosso per predisporre l’ultimo atto della giustizia sommaria comunista, una volta raggiunti dagli alti membri del PCI milanese e, forse, da qualcun altro.</div><div class="imTAJustify">Resta il fatto che a Brunate non arrivano. All’altezza di Moltrasio cambiano direzione.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Alle cinque il convoglio giunge a Bonzanigo di Mezzegra e i due prigionieri entrano con gli altri in casa della famiglia De Maria, compiacenti contadini vicini alla resistenza. Una casa che i partigiani, successivamente, nella loro ondata di menzogne, descriveranno come <i>«una casetta a mezza costa incastonata nella montagna»</i> guardata da due soli partigiani e che, invece, è un casolare seicentesco a tre piani, un vero e proprio quartier generale, ove, in quelle ore, affluiranno fino a trenta persone.</div><div class="imTAJustify">Lì i due prigionieri vengono uccisi.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">La versione ufficiale è che siano stati fucilati <i>«nel nome del popolo italiano»</i> davanti al cancello di Villa Belmonte e, dopo, portati a Milano per lo scempio impietoso e bestiale di piazzale Loreto.</div><div class="imTAJustify">Ma qualcosa non quadra.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Innanzi tutto, gli stessi partigiani si contraddicono o palesemente mantengono un riserbo che copre un’altra verità.</div><div class="imTAJustify">Il partigiano <i>Sandrino</i>, presente ai fatti, risponde a Pisanò:</div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i>«Non è andata come la raccontano. Ma io non posso dirti niente di più. Sono legato al segreto»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Il partigiano <i>Bill</i>, che, invece, era stato tenuto lontano da Bonzanigo di Mezzegra, fa domande in giro senza ottenere risposte. Letta la “verità” ufficiale riportata da <i>L’Unità</i> del 30 aprile 1945, prova ad ottenere risposte dagli unici compagni che ritiene affidabili. Il primo è <i>Lino</i>, del Comando della Brigata di Dongo, il quale gli conferma che quella non è la verità e che gli avrebbe parlato ma fuori da quegli uffici, dicendogli di rivolgersi anche al capitano <i>Neri</i> e alla partigiana <i>Gianna</i>, che lo avevano in simpatia. Due giorni dopo, però, prima di poter parlare con <i>Bill,</i> <i>Lino</i> viene ucciso; stessa sorte tocca, dopo poco al capitano <i>Neri</i> e a <i>Gianna</i>. Nessuno saprà mai da chi.</div><div class="imTAJustify">Come andarono le cose in casa De Maria?<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Di sicuro il raccontino di una prigionia dorata, durante la quale Mussolini e la Petacci avrebbero mangiato polenta, latte, pane e salame e si sarebbero riposati, cade sulle risultanze medico-legali dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università Cattolica di Milano: nello stomaco c’è solo <i>«poco liquido torbido bilioso»</i>. &nbsp;Erano a digiuno dal momento dell’arresto.</div><div class="imTAJustify">Peraltro, Bellini, allora proprietario di Villa Belmonte, dinanzi al cancello della quale si inscena l'esecuzione, affermerà che dove si trovavano i cadaveri non c’erano né sangue né proiettili conficcati nel muro.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">La verità giunge inaspettata dopo cinquant’anni da tal Dorina Mazzola, che, allora, viveva nella casa adiacente a quella dei De Maria. Pisanò la incontra. Il suo racconto è credibile e, peraltro, collimerà con altro racconto della moglie del partigiano <i>Sandrino</i>, finalmente disposta a parlare. A tutti loro era stato imposto il dovere del silenzio per mezzo secolo. Da chi non si sa; né si sa il perché. Si sa solo che hanno tutti avuto paura, una paura folle di parlare.</div><div class="imTAJustify">Chi è coinvolto?<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Dorina è testimone terza a tutta la vicenda, non fascista, non antifascista. Solo una testimone che vede uccidere Claretta, che sente uccidere Mussolini, pur non sapendo chi fossero. </div><div class="imTAJustify">Lei afferma con precisione di aver sentito i primi colpi verso le 8.30 del mattino. Il primo ad essere ucciso è Mussolini. Due colpi in casa. Lui si difende, almeno a giudicare dalle diverse traiettorie dei colpi infertigli, come emerso in sede autoptica. Una donna si dispera e urla dalla finestra. Chiede aiuto. Il ferito viene, quindi, lanciato giù dalle scale. Tanti contro uno. Viene colpito e trascinato nel giardino, fino alla stalla. È ancora vivo, ma si muove in modo sofferente. Lo spingono in terra, nello sterco. Lo legano. Quindi altri colpi. Sempre dall'autopsia emerge che sono stati inferti dall'alto verso il basso. Due ore dopo Dorina continua a sentire quella stessa giovane donna, la Petacci, &nbsp;gridare e disperarsi mentre gli assassini trascinano, tenendolo da sotto le ascelle, come se fosse in piedi e ancora vivo, il corpo inerte di un uomo. Tanto la donna è disperata che si getta su quel cadavere, abbracciandogli le caviglie e, nel farlo, gli sfila uno stivale. Lo stivale che, a causa della rigidità cadaverica già in atto, i partigiani rompono lungo la chiusura lampo nel rimetterlo al piede del morto. Non si trattava, dunque, di uno stivale che era già consumato<span class="fs12lh1-5"> e rotto</span> sul retro, come affermato dai partigiani nelle loro testimonianze; affermazione volta a nascondere il fatto che avessero trascinato Mussolini già morto nel luogo ove dicevano essere stato giudicato <i class="fs12lh1-5">nel nome del popolo italiano</i><span class="fs12lh1-5"> prima della fucilazione.</span></div><div class="imTAJustify">Verso le 10.30 le urla della donna cessano; cessa la sua disperazione sotto il suono di una raffica di colpi. Anche la Petacci è morta. A piazzale Loreto, dopo essere stata appesa a testa in giù si noterà l’assenza della biancheria intima. I partigiani, annaspando in un evidente luridume, affermano che non aveva indossato le mutandine dopo aver trascorso la notte con Mussolini; che le aveva inutilmente cercate a lungo nel rivestirsi. <span class="fs12lh1-5 ff1">Proviamo ad immaginare la situazione: sono stati chiusi in una stanza senza cibo né acqua, stanno per essere fucilati. Di sicuro le condizioni ottimali per abbandonarsi ad una notte d’amore fisico.</span> Peraltro, la moglie di De Maria afferma di aver aiutato la Petacci, il giorno prima, fornendogli dei pannetti perché aveva le mestruazioni, condizione incompatibile con l’immagine di lei che, non trovando le mutandine nel rivestirsi, decide di non indossarle. Si può solo immaginare il perché non le indossi. Ha subito violenza. Di ogni genere. Ed era ancora viva nel mentre.</div><div class="imTAJustify">Entrambi i cadaveri vengono nascosti per qualche ora. Il tempo di assicurarsi che nessuno possa vedere. Verso le 16 vengono trascinati lungo la strada. Ad una fontana, Mussolini viene lavato alla buona e gli cambiano la maglietta, onde evitare che lo sterco che lo aveva imbrattato nella stalla potesse denunciare la sua morte avvenuta in casa De Maria e non altrove. Quindi, anche con l’ausilio di un’auto scura, vengono entrambi portati davanti al cancello di Villa Belmonte per creare una scena, un’ipotesi di esecuzione, una parvenza di giustizia <i>nel nome del popolo italiano</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Giustizia …</div><div class="imTAJustify">Onde evitare la curiosità dei paesani, altri colpi vengono sparati un po’ ovunque, in modo da disincentivare la loro uscita di casa, almeno fino al momento in cui li si invita a recarsi all’incrocio con la strada provinciale per veder passare la macchina con Mussolini arrestato. Nessuna macchina, ovviamente, nessun arrestato, solo due cadaveri alle loro spalle, buttati in terra per simulare giustizia dove la giustizia non ha mai albergato.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">La storia narrata da quelli con le armi in mano ci dice che a sparare fu Walter Audisio, noto col nome di battaglia <i>Valerio</i>. Ma Audisio giunge a Bonzanigo molte ore dopo la morte di Mussolini. <span class="fs12lh1-5">La gloria di cui si è fregiato, dunque, i premi che per questa esecuzione ha conseguito sono solo falsità concordate per celare il vero assassino.</span></div><div class="imTAJustify">In base alle testimonianze raccolte nella lunga inchiesta di Pisanò sembra sia stato Luigi Longo ad uccidere Mussolini, a sbrigarsi a farlo, come gli era stato suggerito da Pertini; a farlo prima che gli americani potessero reclamare l’arrestato e giudicarlo davvero, senza la crudeltà della giustizia sommaria, senza la successiva ferocia del vilipendio del suo corpo. Ma all’orizzonte spunta anche la <i>pista inglese</i>, quella di alcuni 007 con meno scrupoli degli americani, i quali sarebbero intervenuti con violenta determinazione pur di recuperare parte dei documenti segreti che il Duce portava con sé, la parte che vedeva il compromettente carteggio con Churchill, e della cui presenza abbiamo conferma da <i>Pedro</i>, uno dei partigiani presenti, colui al quale il Duce affida le carte per il bene del Paese. <span class="imTALeft fs12lh1-5">E quelle carte vengono fatte sparire. Del resto, avrebbero potuto raccontare la Storia, quella vera, e nessuno dei partigiani, nessuno dei vincitori voleva ascoltarla.</span></div><div class="imTAJustify">Gli inglesi, senza dubbio, non avrebbero avuto scrupoli nel perseguire i propri interessi. E hanno continuato a farlo. Quella stessa estate Churchill, ad esempio, “ispirato” dai paesaggi di Moltrasio, ivi si recherà a “dipingere” mentre i suoi uomini cercheranno le altre copie del carteggio e dei documenti del Duce; o, ancora, Gina Ruberti, nuora del Duce e depositaria di molti suoi segreti, l’anno seguente morirà in circostanze misteriose in presenza di due soldati inglesi.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><div class="imTAJustify">Una cosa è certa: con tutti i misteri legati alla sua morte, Mussolini, anche nell’ultimo atto della sua esistenza, trova in sé un’ombra di quel mito che l’aveva seguito in vita e che, ora, resta incollato alla sua figura storica. Sicuramente diverso sarebbe stato se avesse finito i suoi giorni in carcere, spegnendosi lentamente.</div></div><div class="imTAJustify"><div>Nel frattempo, alle 17, il lungolago di Dongo viene inondato di sangue: quindici tra ministri, gerarchi, intellettuali fascisti vengono fucilati da un plotone di partigiani, al comando di Alfredo Mardini, nome di battaglia “Riccardo”. Ancora oggi il parapetto che separa la strada dal lago serba il segno di quei colpi sparati all’insegna di una giustizia sommaria, di una mattanza edace di ogni senso di umanità. Muore anche Marcello Petacci, il fratello di Claretta: inizialmente riesce a fuggire, ma non riesce a seminare gli inseguitori determinati ad uccidere; si getta infine nel lago e lì viene raggiunto da una sferzata di colpi. Poco dopo, il cielo piangerà su quelle morti cercate senza giustizia. E la pioggia cadrà sui cadaveri, sul sangue, che a rivoli scenderà nel lago. Una scena apocalittica ben descritta da Simonetti nel suo libro.</div><div>Ecco i nomi dei caduti di Dongo, infine caricati sul camion e portati, con Mussolini e la Petacci, a Milano, in piazzale Loreto, per la macabra messinscena:</div><div><br></div><b class="fs12lh1-5">Alessandro Pavolini</b><span class="fs12lh1-5"> - Ministro segretario del PFR</span><br><b class="fs12lh1-5">Francesco Maria Barracu</b><span class="fs12lh1-5"> - Colonnello, sottosegretario alla presidenza del Consiglio</span><br><div><b>Ferdinando Mezzasoma</b> - Ministro della Cultura Popolare </div><div><b>Augusto Liverani</b> - Ministro delle Comunicazioni </div><div><b>Ruggero Romano</b> - Ministro dei Lavori Pubblici </div><div><b>Paolo Zerbino </b>- Ministro dell’Interno </div><div><b>Luigi Gatti</b> - ex Prefetto di Milano, segretario di Mussolini </div><div><b>Paolo Porta</b> - Federale di Como </div><div><b>Idreno Utimpergher</b> - Comandante della Brigata nera di Empoli </div><div><b>Nicola Bombacci</b> - uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia (1921), poi aderente al Fascismo </div><div><b>Pietro Calistri</b> - Capitano pilota dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana </div><div><b>Goffredo Coppola</b> - Rettore dell’Università di Bologna </div><div><b>Ernesto Daquanno</b> - Giornalista, direttore dell’Agenzia Stefani </div><div><b>Mario Nudi</b> - Impiegato della Confederazione fascista dell’Agricoltura </div><div><b>Vito Casalinuovo</b> - Colonnello della GNR, ufficiale d’ordinanza di Mussolini.</div><div><br></div><div> </div></div><div class="imTAJustify"><div>Si è cercato di ripercorrere, sin qui, le tappe che hanno condotto alla sua morte. Dello scempio dei cadaveri a piazzale Loreto, invece, meglio non dire. Troppa pena raccontare di quando vi furono portati, esposti al vilipendio delle tante bestie che si erano radunate e che consideravano quella scena assolutamente normale, gridando, inveendo, piccole iene danzanti sul cadavere di chi avevano temuto da vivo. Troppa pena raccontare di quando dalla camicetta della Petacci, appesa per i piedi, uscì un seno, mentre la gonna scendeva a mostrarla senza mutandine e una staffetta partigiana diede una spilla a don Giuseppe Pollarolo, il quale richiuse la gonna, restituendo a quella donna innocente un pizzico di dignità. Troppa pena. Scene del genere mostrano orrore, non già l’orrore delle salme tumefatte nella smorfia della morte, o fratturate dalla caduta quando infine vengono lasciate cadere. No. L’orrore degli altri, dei carnefici e dei dileggiatori di piazza. <span class="fs12lh1-5">L’orrore dei “buoni” che appesero per i piedi un uomo e una donna barbaramente uccisi, condannati a morte senza uno straccio di processo.</span></div></div><div><div class="imTAJustify">Ecco, è così che è morta una donna colpevole di aver amato, come ebbe a dire lo stesso Pertini decenni dopo. È così che è morto colui che Papa Pio XI aveva definito <i>«L’Uomo del­la Provvidenza»</i> e che Pio XII aveva descritto come <i>«Il più grande uomo da me conosciuto e tra i più profondamente buoni»</i>; così è morto il politico in cui l’Arcivescovo di Canterbury aveva visto <i>«L’unico gigante d’Europa»</i> e che, per Winston Churchill, suo nemico, era <i>«Il nuovo Cesare del XX secolo e il più grande legislatore viven­te»</i>. Venne appeso a testa in giù a piazzale Loreto colui che Thomas Edison definì <i>«Il più grande genio dell’era moderna»</i> e dalla politica corporativistica del quale il presidente Roosevelt pre­se spunto per il New Deal.</div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">[Tutela certificata 28 aprile 2025 – iscrizione s.i.a.e.]</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div><div><div class="imTAJustify">[Paolo Troubetzky, Benito Mussolini, 1926, Mostra Arte e Fascismo, Mart di Rovereto, 2024]</div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>Per approfondire:</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b>Walter Audisio</b>, <i>In nome del popolo italiano</i>, Teti, Milano,1975</div><div class="imTAJustify"><b>Pierluigi Baima Bollone</b>, <i>Le ultime ore di Mussolini</i>, Mondadori, Milano, 1971<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b>Franco Bandini</b>, <i>Le ultime 95 ore di Mussolini</i>, Sugar Editore, Milano, 1959</div><div class="imTAJustify"><b>Gianfranco Bianchi – Fernando Mezzetti</b>, <i>Mussolini aprile ’45: l’epilogo</i>, Editoriale Nuova – IgdA, Novara, 1979</div><div class="imTAJustify"><b>Dino Campini</b>, <i>Piazzale Loreto</i>, Edizioni del Conciliatore, Milano, 1972</div><div class="imTAJustify"><b>Giorgio Cavalieri – Anna Giamminola</b>, <i>Un giorno nella storia: 28 aprile 1945. Intervista a Michele Moretti</i>, Nodo Libri Editore, Como, 1990</div><div class="imTAJustify"><b>Roberto Festorazzi</b>, <i>I veleni di Dongo</i>, Il Minotauro, Roma, 1996</div><div class="imTAJustify"><b>Roberto Festorazzi</b>, <i>Il golpe di Dongo</i>, Il Silicio, Como, 2018</div><div class="imTAJustify"><b>Luciano Garibaldi</b>, <i>La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?</i>, Edizioni Ares, Milano, 2020</div><div class="imTAJustify"><b>Bruno Giovanni Lonati</b>, <i>Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità</i>, Mursia, Milano, 1994</div><div class="imTAJustify"><b>Romano Mussolini</b>, <i>Ultimo atto. Le verità nascoste sulla fine del Duce</i>, Rizzoli, Milano, 2005</div><div class="imTAJustify"><b>Giorgio Pisanò</b>, <i>Gli ultimi cinque secondi di Mussolini</i>, Il Saggiatore, Milano, 1996</div><div class="imTAJustify"><b>Giorgio Pisanò</b>, <i>Storia della guerra civile in Italia 1943-1945</i>, Il Giornale, Milano, 2017, vol. 8</div><div class="imTAJustify"><div><b>Dario Simonetti</b>, <i>RSI, l’ultimo respiro</i>, Youcanprint, 2024</div></div><div class="imTAJustify"><b>Claudio Siniscalchi</b>, <i>Le tre morti di Mussolini e la ricostruzione inedita del biografo Renzo De Felice</i>, ne Il Giornale, 25 aprile 2025, p.27</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 28 Apr 2025 00:31:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'Europa della guerra e l'Europa della pace]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altro"><![CDATA[Altro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000013A"><div class="imTAJustify"><i>L’Europa è al centro dell’attenzione, in questi giorni; altrettanto lo è la guerra e il riarmo, la globalizzazione, i dazi … Molti i libri e gli articoli di pregevoli autori che parlano della guerra e della pace. Oggi, però, non vogliamo recensire un solo libro, come d’uso, bensì tracciare un <b>percorso di letture</b> per entrare, con la curiosità che solo la cultura può nutrire, nell’Europa della guerra e in quella della pace, perché mai come oggi il presente si è fatto Storia, una storia da approfondire per capire il futuro.</i></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b><u>A proposito di guerra</u></b></div><div class="imTAJustify"><b><u><br></u></b></div><div class="imTAJustify"><i>«Il mondo è quel che è, cioè poca cosa»</i> scriveva <b>Albert Camus</b> in un bell’articolo dell’8 agosto 1945, oggi raccolto nel secondo volume dei suoi <i>Essais</i> (1965). <i>«È quel che ognuno sa da ieri. </i>[…]<i> Ci si dice in effetti, in mezzo ad una quantità di commenti entusiastici, che una qualsiasi città di media importanza può essere totalmente rasa al suolo da una bomba della grossezza di un pallone da football. I giornali americani, inglesi e francesi si dilungano in eleganti dissertazioni sull’avvenire, sul passato, sugli inventori, sul costo, la vocazione pacifica e gli effetti bellici, le conseguenze politiche e persino il carattere neutrale della bomba atomica. </i>[…]<i> La civiltà meccanica è giunta al suo ultimo grado di ferocia»</i>.</div><div class="imTAJustify">Ecco, la <i>vocazione pacifica</i>, il <i>carattere neutrale</i> delle armi, della guerra, della distruzione di massa. Un ossimoro che non smette di andare di moda. Fa parte del sistema; triste a dirsi, è utile al sistema. Per <b>Vladimir Lenin</b>, come emerge dalla raccolta antologica dei suoi scritti <i>Guerra e Pace</i> (1966), <i>«la guerra è la continuazione della politica»</i> (<i>sic!</i>).</div><div class="imTAJustify">Ebbene, leggendo attentamente la normativa e gli accordi europei si ha spesso l’impressione che alcune problematiche emergano solo quando si vuole che emergano. Da qualche mese si parla di <i>riarmo</i>, ma la <i>Military Mobility</i>, ad esempio, prendeva corpo già ad aprile di un anno fa, ossia ben prima dell’elezione di Trump, ben prima dei lavori per un accordo Russia-Ucraina.</div><div class="imTAJustify">Sembra quasi che in Europa l’idea della guerra riaffiori per corsi e ricorsi storici di vichiana memoria. Il filosofo e scrittore <b>Marcello Veneziani</b>, sul quotidiano <i>La Verità</i> del 19 febbraio 2025, correttamente afferma che l’Europa è prigioniera della coazione a ripetere gli stessi errori di sempre: <i>«L’Europa è una caricatura di se stessa già da prima di Trump, e il modo con cui c’imbarcammo spinti da Biden e Zelenskij in quell’avventura senza uscita, lo comprova» </i>Oggi si ipotizzano <i>«soluzioni e cedimenti territoriali che se fossero stati oggetto di negoziato dall’inizio, avrebbero con ogni probabilità risparmiato la guerra, l’aggressione, il martirio del popolo ucraino, la morte di centinaia di migliaia di soldati russi e ucraini, la distruzione di città e strutture vitali»</i>.</div><div class="imTAJustify">Del resto, siamo tutti consapevoli che un’avanzata americana in territori che avrebbero dovuto rimanere neutrali per antichi accordi, avrebbe generato dissidi. E l’Europa, imbarcandosi al fianco degli Stati Uniti nella guerra russo-ucraina, addirittura fornendo armi, ancorché <i>per la pace</i>, e mettendo sanzioni alla Russia, che si sono rivelate un gigantesco boomerang, ha contribuito ad alimentare il conflitto.</div><div class="imTAJustify">L’economista americano <b>Benn Steil</b>, nel suo libro <i>Il Piano Marshall</i> (2018) ritiene che, fornendo aiuti ai Paesi più in crisi del secondo dopoguerra, l’America abbia posto le basi per il patto politico e militare sottostante gli accordi NATO e, conseguentemente, abbia determinato l’inizio della <i>guerra fredda</i>. In buona sostanza, foraggiare i Paesi europei era stato un modo per crearsi avamposti, luoghi dove stabilire basi americane il più vicino possibile ai confini sovietici. Ed è una politica, se ci pensiamo, che non ha mai smesso di essere praticata, pur oggi, in assenza della <i>guerra fredda</i>. </div><div class="imTAJustify">Anche <b>Papa Francesco</b> ha detto che è stato l’Occidente, o, meglio, la NATO ad <i>abbaiare</i> alle porte della Russia.</div><div class="imTAJustify">E alle stesse conclusioni sono giunti sia <b>Alessandro Orsini</b>, autore del libro <i>Ucraina Palestina</i>, nel quale si parla di un preliminare accordo tra Ucraina e Russia, saltato a causa dell’intervento degli Stati Uniti, sia <b>Franco Battaglia </b>nel suo recente libro <i>Cara Giorgia, e se avesse ragione la Russia?</i> (2024), chiarissimo e molto interessante. Del resto la capacità di analisi storica e di estrema sintesi non sono estranee a <b>Battaglia</b>. In brevi articoli pubblicati sul sito <span class="cf1">www.nicolaporro.it</span>, egli ben ricostruisce il conflitto: nel 1922 la Repubblica Sovietica d’Ucraina presenta territori nuovi rispetto alla precedente Repubblica Popolare, poiché si annettono territori del nord, ove insiste Kiev, e territori riconquistati all’Impero Ottomano; nel 1954 l’URSS annette all’Ucraina anche la Crimea; al crollo del muro di Berlino, dunque, l’Ucraina ha territori molto più vasti di quelli d’origine e le vengono lasciati in virtù della Dichiarazione di Sovranità del 16 luglio 1990, il cui art. 9 prevede il mantenimento della neutralità militare e la denuclearizzazione, promesse riportate nella Carta Costituzionale. Patto comprensibile. La Russia vuole un cuscinetto neutrale tra se stessa e i Paesi NATO. Sarebbe stato considerato un attacco alla Russia agire diversamente, portando, ad esempio, l’Ucraina o altri Paesi confinanti verso la NATO? Come scrive <b>Battaglia</b>, nel 1997 un <b>Joe Biden</b> ancora senatore del Delaware afferma proprio questo, in contrasto con ciò che metterà in atto da Presidente. Ad un Convegno sull’espansione della NATO, infatti, le sue parole sono: <i>«Penso che l’ammissione dei Paesi baltici nella NATO creerebbe grande costernazione e potrebbe provocare una reazione vigorosa e ostile da parte della Russia»</i>. Nel 2019, però, l’Ucraina modifica la Costituzione proprio su quei punti, dichiarando di voler aderire alla NATO e gli Stati Uniti la appoggiano, coinvolgendo tutti i Paesi gravitanti nella loro orbita.</div><div class="imTAJustify">Sembra un attacco a Mosca in piena regola, ma c’è chi non la pensa così.</div><div><div class="imTAJustify"><img class="image-2 fleft" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2025---Europa-foto-Raffaella-e-Tremonti--con-didascalia-.jpg"  title="" alt="" width="346" height="372" /><span class="fs12lh1-5">In un altro bel libro di cui si consiglia la lettura, </span><i class="fs12lh1-5">Guerra o Pace</i><span class="fs12lh1-5"> (2025) di </span><b class="fs12lh1-5">Giulio Tremonti</b><span class="fs12lh1-5">, Presidente della Commissione Esteri della Camera, si afferma che è la Russia a spingere verso Occidente, che la dichiarazione d’intenti di Putin è quella apparsa sul </span><i class="fs12lh1-5">Financial Times</i><span class="fs12lh1-5">: </span><i class="fs12lh1-5">«Il nostro futuro è nel nostro passato e il nostro passato è fatto di religione, tradizione e dei nostri antichi confini»</i><span class="fs12lh1-5">. L’Autore, nel capitolo quinto, individua una possibile soluzione del conflitto attuale e degli eventuali futuri in una politica UE volta all’annessione all’Europa dei Paesi dell'Est e dei Balcani, che potrebbe concludersi rapidamente attraverso le cosiddette </span><i class="fs12lh1-5">clausole passerella</i><span class="fs12lh1-5"> nei Trattati esistenti: </span><i class="fs12lh1-5">«Un allargamento immediato e incondizionato dell’UE fino a comprendere tutti i 35 Stati che già sono, anzi che sono sempre stati europei, pur essendo politicamente difficile è comunque assolutamente necessaria. </i><span class="fs12lh1-5">[…] </span><i class="fs12lh1-5">Comunque finisca la guerra in Ucraina, l’Unione europea dovrà a sua volta reagire, formulare una propria risposta politica»</i><span class="fs12lh1-5">.</span></div></div><div class="imTAJustify">Sulla stessa linea sembra muoversi <b>Edward Luttwak</b>, politologo ed esperto di storia militare, autore di un interessante libro, <i>Strategia. La logica della guerra e della pace</i> (1989), il quale ha recentemente affermato che la guerra in Ucraina potrà finire solo con l’annessione della stessa alla UE e, quindi, con la resa della Russia. È probabile che la guerra in Ucraina finirebbe, in tal modo, ma non è detto che non ne inizierebbe un’altra di più vasta portata. Di sicuro nel libro <i>Strategia</i> è ben descritto il ruolo del paradosso e della contraddizione nel praticare la guerra.</div><div class="imTAJustify">L’osservazione di <b>Tremonti</b> su una <i>risposta politica europea</i> apre la porta verso l’altra faccia dell’Europa, quella pacifica, quella che non si occupa di guerra. Ma è una faccia per vedere la quale è richiesta una lente speciale che colga la sua natura, perché l’Europa unita è nata come comunità economica, ma è diventata un pericoloso organismo politico sovranazionale, un leviatano che mette bocca su ogni materia, anche sulla politica interna dei singoli Paesi, il tutto seguendo logiche finanziarie. Non a caso i vertici europei sono o sono stati anche vertici bancari.</div> &nbsp;<div> </div><div class="imTAJustify"><b><u>A proposito di pace</u></b></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">L’Europa della pace c’è, dunque, ma a volte è più <i>politica</i> che <i>economica</i> e senza dubbio parecchio maldestra.</div><div class="imTAJustify">Sempre il bravissimo e sagace <b>Marcello Veneziani</b>, ne <i>La Verità</i> del 2 giugno 2024, così disegna il quadro generale: <i>«Il peggior nemico dell’Europa, degli europei e delle nazioni europee è oggi l’Unione Europea. Gioca contro se stessa e fa di tutto per farsi del male, sfigurarsi e sfigurare. Scherza col fuoco della guerra mondiale. Non genera integrazione europea, ma disintegrazione nazionale»</i>.</div><div class="imTAJustify">Lo scrittore norvegese <b>Jon Fosse</b>, premio Nobel per la Letteratura, nel suo libro <i>Il mistero della Fede</i> (2024), così descrive l’Unione Europea: <i>«L’intero progetto dell’UE è antieuropeo, l’essenza dell’Europa è la diversità, in tutti i sensi, mentre l’UE rappresenta, se non proprio l’uniformità, sicuramente l’omologazione, dove qualcuno che rappresenta un’autorità centrale decide che la gente non può usare lo </i>snus<i>. È scandaloso. L’omologazione, che sia dettata dal potere del denaro, da decisioni politiche o dalla burocrazia, mi ripugna profondamente. Io sono un grande sostenitore dell’Europa ed è proprio per questo che sono contro la UE»</i>.</div><div class="imTAJustify">Al contrario, <b>Romano Prodi</b>, nel libro <i>Il dovere della speranza</i> (2024), identificando l’Europa con l’Unione Europea, osserva che <i>«nessuno si ingegna per provare a salvare le conquiste che hanno reso l’Europa la terra dei diritti e delle libertà solidali»</i>.</div><div class="imTAJustify">Leggendo queste parole, sembra ci siano due Europe, o, meglio, due Unioni Europee. È necessario analizzare i fatti. Sempre.</div><div class="imTAJustify">L’Europa contemporanea prende forma nell’immediato dopoguerra: gli accordi di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea legata al Piano Marshall, il MEC, la CEE e, infine, l’UE, passando per le parole forse un po’ inquietanti di <b>Luigi Einaudi </b>(<i>Opera Omnia</i>, sub Bretton Woods, a cura della Fondazione Luigi Einaudi, in www.luigieinaudi.it), quando, entusiasta per gli accordi di Bretton Woods, si mostrò caldamente favorevole alla perdita della sovranità monetaria. Oggi, però, sembra aver perso la componente prevalentemente economica e libertaria. Con il tempo, la finanza ha preso il posto dell’economia e si è infiltrata nella politica, penalizzando il sistema produttivo e lavorativo. Gli Stati hanno, dunque, perso progressivamente la propria libertà.<i> Nazionalismo</i> sembra diventata una parola proibita. Per contestarla, è stato recentemente difeso a spada tratta il <i>Manifesto di Ventotene</i>, contenitore di utopie nato nel 1941, ossia nel pieno della guerra mondiale, nato in contrapposizione allo Stato fascista, sicché qualunque nazionalismo era da considerarsi foriero di guerra e distruzione, mentre la speranza di un mondo roseo era da riservarsi ad un’Europa unita governata da un socialismo rivoluzionario fortemente attratto dal vortice stalinista.</div><div class="imTAJustify"><i>Nazionalismo</i> implica, in realtà, un giusto legame con le tradizioni culturali, sociali ed economiche.</div><div class="imTAJustify">Ma quanto è a rischio in questa Europa o quanto l’Europa unita è a rischio in un contesto nazionalistico?</div><div class="imTAJustify">La lega anseatica medievale, ben spiegata da <b>Angelo Pichierri</b> nel suo pregevole saggio <i>Città Stato. Economia e politica del modello anseatico</i> (1997), è, forse, un primo abbozzo di mercato comune europeo. Il problema è che finì quando i particolarismi, le differenze (religione, costume, politica interna …) divennero disgreganti.</div><div class="imTAJustify">Ultimamente, una parte degli italiani inneggia agli <i>Stati Uniti d’Europa</i>, dimenticando che gli Stati Uniti d’America hanno un sistema normativo costituzionale in comune, un’unica lingua, un’unione politica ed un’antica tradizione federale.</div><div class="imTAJustify">La corsa ad un <i>totalitarismo</i> europeo comporta, come per ogni totalitarismo, una progressiva debolezza democratica nazionale, come osserva <b>William Chamberlin </b>nel libro <i>L’utopia del collettivismo</i> (1948), una discesa verso mollezza e fragilità, matrici dell’inettitudine a <i>«suscitare nella massa dei cittadini un vivo spirito pubblico»</i>.</div><div class="imTAJustify">Il mondo in cui l’Europa di oggi si è tuffata è quello della globalizzazione; è passata dagli accordi di <i>Roma</i> e di<i> Maastricht</i> al <i>WTO</i>, che ha determinato uno spostamento ad Est di produzione e capitali, generando un rapido e progressivo impoverimento di gran parte dei Paesi occidentali. Le nostre eccellenze industriali si sono via via volatilizzate. Si è perduto il senso della concorrenza, ossia di quella sana rivalità che porta alla crescita e matura <i>«come un fermento le forme della cultura arcaica»</i> per dirla con il <b>Johan Huizinga </b>dell’<i>Homo ludens</i> (1949). Anni fa, forse in occasione dell’entrata della Cina nel <i>WTO</i>, <b>Giulio Tremonti</b> profeticamente disse: <i>«Oggi vi sentite ricchi a comprare merce cinese a 1 euro; continuando così potrete permettervi solo merce cinese a 1 euro»</i>.</div><div class="imTAJustify">Ed è esattamente quel che è accaduto e che ha portato alla crisi economica globale del 2008.</div><div class="imTAJustify"><img class="image-4 fleft" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2025---Europa-foto-Durer--con-didascalia-.jpg"  title="" alt="" width="275" height="390" />Come afferma <b>Dominique Venner</b> in <i>Un samurai d’Occidente</i> (2013), l’uomo globalizzato ha perduto l’incorruttibilità del Cavaliere di Dürer, il quale marcia verso la Morte, fine naturale d’ogni cosa, incurante del Diavolo; sì, l’uomo globalizzato ha perduto la capacità critica e segue il Diavolo fin nelle braccia della Morte, consentendogli di abbreviare quel cammino. Un Diavolo, potremmo dire, avvezzo al gioco finanziario, al green deal, al <i>politicamente corretto</i> e chi più ne ha, più ne metta.</div><div class="imTAJustify"><i>«Il Novecento finisce in croce»</i> scrive <b>Marcello Veneziani</b> ne <i>Il secolo sterminato</i> (1998). <i>«Due assi sembrano inchiodarlo e costringerlo ad un’interminabile agonia»</i>. Sull’asse orizzontale <i>globalizzazione</i> e<i> tribalizzazione</i>, ossia da un lato l’universalismo e dall’altro, inevitabile contrappeso, il particolarismo, che urla e vuole i suoi spazi. Sull’asse verticale <i>tecnica e nichilismo</i>, ossia in basso la tecnica, con la voglia e la capacità di fare, in alto un cielo fatto di nichilismo esistenziale dovuto all’inutilità di ogni sforzo praticato stando stesi in terra, sotto la zampa potente di una gigantesca creatura sovranazionale.</div><div class="imTAJustify">La crisi economica del 2008 ha segnato con la difficoltà, con l’asprezza, con la povertà molte famiglie. Dal libro <i>Elegia Americana</i> (2017) di <b>James David Vance</b>, attuale Vicepresidente degli Stati Uniti d’America, emerge giustappunto quella crisi, tradotta in un racconto della sopravvivenza che parte dalla sua famiglia e dalle sue origini per estendersi all’America tutta e che ricorda il romanzo <i>Furore</i> (1939)<i> </i>di <b>John Steinbeck</b>, il viaggio della speranza di Tom Joad e della sua famiglia nell’America della grande crisi seguente al crollo di Wall Street del 1929.<i></i></div><div class="imTAJustify">E, se ci pensiamo, i dazi del Presidente degli Stati Uniti <b>Donald Trump</b> parlano proprio di questo.</div><div class="imTAJustify">Da un lato, considerata l’entità, assumono una valenza politica di tipo autarchico, che, per quanto riguarda l’Italia, fu una scelta economicamente vincente dopo il crollo di Wall Street del 1929 e che potrebbe valere anche per gli Stati Uniti di oggi: incremento della produzione nazionale, sia agricola che manifatturiera, predilezione per il consumo di beni nazionali. Dall’altro, come afferma <b>Tremonti</b>, rappresentano una scelta risarcitoria. Risarcimento per il danno economico originato dalla crisi indotta dalla globalizzazione.</div><div class="imTAJustify">Forse, però, tra le voci risarcitorie c’è anche qualcos’altro. Potrebbe esserci l’iperfetazione normativa europea, che, in questi anni, oltre a paralizzare il sistema economico degli Stati membri, ha di fatto bloccato l’importazione di alcuni prodotti americani. Una sorta di dazio in maschera. E bene ha fatto il Presidente del Consiglio <b>Giorgia Meloni</b> a non replicare con altri dazi.</div><div class="imTAJustify">Le esportazioni statunitensi sono da tempo colpite da più parti. Pensiamo alla direttiva europea CSDDD (<i>Corporate Sustainability Due Diligence Directive</i>) del 25 luglio 2024, che per le grandi imprese prevede obblighi molto rigorosi, imponendo che vengano garantiti gli standard europei di sostenibilità ambientale e dei diritti umani, sia avuto riguardo ai propri prodotti, sia avuto riguardo a tutta la catena di attività, quindi anche ai componenti acquistati dai subfornitori. Nel mondo del diritto si chiama <i>probatio diabolica</i>. L’oggettiva impossibilità di garantire quanto richiesto genera di fatto un blocco nell’esportazione in Europa del prodotto statunitense.</div><div class="imTAJustify">Pensiamo, ancora, alla insana previsione di non immatricolare più le auto a combustione a partire dal 2035. Un’iniziativa del genere, oltre a non rappresentare affatto un vantaggio ecologico, anzi, avuto riguardo al ciclo produttivo e di smaltimento delle vetture elettriche, è un danno, di fatto mette un freno alla esportazione in Europa di autovetture non elettriche. <i>Stellantis</i>, ad esempio, produce molti modelli <i>Jeep</i> negli Stati Uniti, che, pertanto, stanno già subendo un sensibile calo nelle vendite in Europa.</div><div class="imTAJustify">Di esempi ce ne sono a iosa. Basta leggere il <i>National Trade Estimate Report</i> sulle barriere commerciali, tra ostacoli tecnici, politiche su farmaci, fitofarmaci e alimenti, appalti pubblici, copyright e quant’altro.</div><div class="imTAJustify">Peraltro, la legiferazione europea sovrabbondante, poco chiara e il più delle volte inutile, non crea problemi solo nei rapporti con i Paesi extraeuropei, ma anche in quelli tra Stati membri. Partorisce norme in tema di transistor e griglie per il barbecue, insetti da mangiare, prevede sanzioni per tralci di uva troppo rigogliosi o per eccesso di flautolenza delle mucche e, poi, minimizza allarmi sociali come, ad esempio, l’immigrazione clandestina, che sta portando, soprattutto in Italia, non già all’integrazione ma allo scontro culturale, religioso, linguistico, come costantemente sottolineato con grande impegno dall’Europarlamentare <b>Roberto Vannacci</b>.</div><div class="imTAJustify">Sotto questo profilo, possiamo dire che l’Europa, questa Europa della pace è anche manipolatoria e ingannatrice.</div><div class="imTAJustify">Manipolatoria perché tende ad assoggettare le Nazioni attraverso escamotage che annientano capacità critica e reattiva. Il condizionamento sociale nel periodo pandemico ne è l’esempio primo, ma altrettanto potente è la diffusione ripetitiva del pensiero unico, della <i>(contro)cultura della cancellazione</i>, delle imposizioni <i>woke</i>, dello stravolgimento del sistema valoriale anche religioso.</div><div class="imTAJustify">Ingannatoria perché, le sue decisioni sono spesso prese all’ombra di una falsa rappresentazione della realtà.</div><div class="imTAJustify">L’Ulisse di <b>Omero</b> ci insegna che con l’inganno si possono vincere le guerre, quello di <b>Dante </b>arriva a condurre a morte amici fiduciosi: <i>«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»</i>. </div><div class="imTAJustify">Come l’anima di Ulisse si sia reincarnata in un’Unione di Stati è fatto ancora da esplorare.</div><div class="imTAJustify">L’inganno più eclatante è sicuramente l’ingresso nell’euro, che agli italiani, con una lira già in crisi, soprattutto dopo il mercoledì nero del 1992, anno della manovra finanziaria di <b>George Soros</b> che causò il tracollo della lira e della sterlina, venne infiocchettato come un vantaggio, mentre sembrava, sotto molti aspetti, una risposta di sottomissione alle istanze tedesche. Cito ancora <b>Tremonti</b> in un’intervista del 3 gennaio 2022 (Vista Agenzia Televisiva Nazionale): <i>«Mi fu detto - e lo ricordo bene - da un grande Presidente svizzero: </i>“Si trovano sul lago Lemano i banchieri tedeschi che non vogliono l’Italia nell’euro e gli industriali tedeschi che temono l’Italia fuori dall’euro”<i>, perché un’Italia aggressiva e competitiva avrebbe spiazzato i loro prodotti. </i>[…]<i> L’Italia non è entrata nell’Euro perché il governo italiano, diciamo Prodi, è stato tanto capace. </i>[…]<i> L’Italia è entrata perché si pensava che fuori fosse troppo competitiva»</i>.<b></b></div><div class="imTAJustify">E a pensarlo era la Germania.</div><div class="imTAJustify"><b>Indro Montanelli</b>, con la sua raffinatissima ironia, disse: <i>«Quando si farà l’Europa unita, i francesi ci entreranno da francesi, i tedeschi da tedeschi e gli italiani da europei»</i>. Non gli si può dare torto ancora oggi.</div><div class="imTAJustify">In conclusione, potremmo dire che in questa Europa, più da ricostruire che da riarmare, sicuramente c’è molto da leggere e da approfondire.</div><div> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Quarta Parete Roma, 7 aprile 2025]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div><b> </b></div><div class="imTAJustify">© Foto di copertina da Pixabay</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">© Foto nel testo: il </span><span class="fs12lh1-5 cb1">Disegno di </span><span class="fs12lh1-5 cb1">D</span><span class="fs12lh1-5 cb1">ü</span><span class="fs12lh1-5 cb1">rer è </span><span class="fs12lh1-5">di Pubblico Dominio; la foto che ritrae l'Autrice con Giulio Tremonti è </span><span class="fs12lh1-5">© di Raffaella Bosnignori, ne è </span><span class="fs12lh1-5">vietata la riproduzione e la diffusione senza autorizzazione.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 07 Apr 2025 16:05:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Addio a Re Foreman]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altro"><![CDATA[Altro]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000139"><div class="imTAJustify">George Edward Foreman nasce in un ghetto a nord di Houston da lui chiamato “il sanguinoso distretto”, un luogo dove ci si guadagna la vita con durezza. Tra quei vicoli, tra quella gente si deve essere rudi per sopravvivere. Quando lo intervistarono sul suo passato di strada, disse: «<i>Mike Tyson è solo un birichino al mio confronto»</i>.</div><div class="imTAJustify">Un'infanzia che è motore della sua vita.</div><div class="imTAJustify">Ha sei fratelli e sono pochi i giorni fortunati in cui sua mamma Nancy riesce a tornare a casa con un hamburger da dividere in minuscoli pezzettini tra tutti i figli. George lo annusa e lo bacia prima di mangiarlo ed è pronto a fare di tutto per racimolare soldi da dare in famiglia.</div><div class="imTAJustify">Qualcuno, però, si accorge di lui e lo tira fuori da quei vicoli sudici di violenza e prepotenza. Il pugilato diventa il suo mestiere. È mastodontico, un fascio di muscoli; è forte. La sua boxe è caratterizzata da questo; i suoi pugni sono potenti; ganci e montanti alzano da terra l’avversario.</div><div class="imTAJustify">Parte un bel treno di incontri dilettantistici, ventisei, e l’oro olimpico dei pesi massimi nel 1968. Un anno particolare. Quella, infatti, è l’Olimpiade della contestazione, delle “Pantere Nere”, del pugno chiuso alzato sul podio da Tommy Smith e John Carlos. Al contrario, il Foreman vittorioso sventola sul ring una bandierina americana stretta tra le sue mani enormi. Lui ama l’America a dispetto dei difficili natali; ama quel Paese di opportunità che lo ha portato al trionfo; ne è orgoglioso. E diventa un’icona nazionale.</div><div class="imTAJustify">Nel 1973 arriva il mondiale come professionista contro Joe Frazier, che detiene il titolo; un titolo vittoriosamente (e sorprendentemente) difeso anche contro Muhammed Alì nel 1971.</div><div class="imTAJustify">Frazier viene messo al tappeto ben sei volte, nel corso dell’incontro. L’ultima con un montante che lo alza da terra. Dieci anni dopo, in un’intervista rilasciata al New York Times, Frazier descriverà quel match con queste parole: <i>«George Foreman fece di me uno yo-yo»</i>.</div><div class="imTAJustify">Per Big George arrivano le difese del titolo, tra cui spiccano vittorie eclatanti come quella contro Roman, che viene battuto alla prima ripresa dopo essere andato a tappeto tre volte e quella contro Norton, futuro campione dei massimi, che l’anno prima aveva vinto contro Alì, spaccandogli addirittura la mascella. L’incontro con Norton finisce per getto della spugna e lo stesso Norton lo definirà: <i>«L'impersonificazione, per cinque minuti, dell'Armata Rossa all'attacco»</i>.</div><div class="imTAJustify">Poi arriva la notte drammatica di Kinshasa, quando incontra un altro gigante, un altro Re, Muhammad Ali. È il 30 ottobre 1974. Siamo in Africa, nello Zaire. L’incontro che lancia Don King nella stratosfera degli organizzatori. Non è ancora l’era di internet e dei social, ma, comunque, non si parla d’altro. Lo stesso incontro si trasforma in un grandioso spettacolo preceduto da nomi come James Brown e B. B. King in concerto.</div><div class="imTAJustify">Grandissime le aspettative. Foreman risulta favorito. Per quanto Alì danzi sul ring, per quanto punga come un’ape e voli come una farfalla, per quanto sia abile a boxare di rimessa, la gente sa che i colpi di Foreman non perdonano.</div><div class="imTAJustify">Quell’incontro lo ricordo bene. Avevo dieci anni e un papà che mi aveva fatto appassionare al pugilato sin da piccola.</div><div class="imTAJustify">Alì attua una difesa memorabile, unita al suo classico atteggiamento provocatorio che punta ad innervosire l’avversario. Gli scambi sono violenti. Foreman picchia duro, ma molto efficaci risultano anche gli attacchi di Alì che all’ottava ripresa mette al tappeto Foreman.</div><div class="imTAJustify">Una sconfitta che segna la vita di Big George, il quale, subito dopo, riprende vecchie abitudini. Spende molti dei soldi guadagnati in avvocati per tirarsi fuori dai guai che combina; acquista Rolls Royce, Mercedes, Cadillac; nel suo ranch californiano, che va a sommarsi alla casa di Houston e a quella di Beverly Hills, convive con un leone e una tigre. Sembra che ogni cosa debba raccontare forza, successo, eccezionalità, forse un’aggressiva rivalsa quasi urlata nei confronti della vita.</div><div class="imTAJustify">Dopo una lunga assenza dal ring, nel 1976 combatte contro Ron Lyle, un altro peso massimo di potenza, come lui. Si mandano a tappeto reciprocamente fino alla vittoria per k.o. di Foreman. Poco dopo è la volta di un nuovo incontro con Frazier, quindi con Scott Ledoux e con Dino Dennis, tutti e tre gli incontri vedono Foreman trionfare per k.o. E trionfa anche con Pedro Agosto.</div><div class="imTAJustify">Il 17 marzo 1977, però, la sua boxe di potenza viene fermata da Jimmy Young, pugile che alla mancanza di una potenza pari a quella di Foreman ben supplisce con velocità e tecnica. Foreman perde ai punti ed è una sconfitta davvero particolare, perché segna l’inizio di una nuova vita. Scopre Dio.</div><div class="imTAJustify">Già negli spogliatoi afferma di udire la voce del Signore che lo invita a seguirlo. I medici approntano spiegazioni scientifiche che hanno a che fare con i duri colpi fino a quel momento subiti, ma George non vuole scienza, vuole credere in ciò che gli sta accadendo e diventa predicatore per la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo. Non a caso la sua autobiografia si intitola G<i>od in my Corner</i>.</div><div class="imTAJustify">Vende molte delle sue proprietà e si ritira a Humble, un sobborgo di Houston. Lì il reverendo Foreman ha la sua parrocchia e recita sermoni il venerdì, il sabato e la domenica in una chiesa affollatissima. Apre un centro per ragazzi dalla vita difficile. Si dedica alle opere di bene.</div><div class="imTAJustify">Nel frattempo, ha collezionato svariati figli ed ex mogli. Non pochi i problemi di gestione di cotanta famiglia, per risolvere i quali, a volte, il predicatore deve fare una capatina nella sua vecchia vita. Non che usi la violenza, ma rispolvera antiche conoscenze. Nel 1982, ad esempio, una delle sue ex mogli fugge ai Caraibi con due dei suoi figli. Foreman va a riprenderseli e li riporta in America grazie ad un “passaggio” fuori dall’attenzione della polizia, ottenuto per la modica somma di otto milioni di dollari.</div><div class="imTAJustify">Nel 1987 torna sul ring. Sono trascorsi dieci anni. Alcuni faranno novelle intorno a certi incontri con pugili non sempre all'altezza. Lui ci scherzerà sopra: <i>«Molti hanno detto che nella mia seconda carriera ho affrontato solo gente che si presentava sul ring con la bombola dell’ossigeno. Bugie. Ho combattuto contro avversari che non respiravano più da almeno otto giorni!»</i>.</div><div class="imTAJustify">Si fa chiamare <i>Fighting Preacher</i>, il pugile predicatore. Pare lo faccia per soldi, ma non perché le tasse gli hanno mangiato tutto, come insinuano i maligni, bensì per finanziare il suo progetto di aiuto ai ragazzi dalla strada, ai quali, insieme a suo fratello Roy, insegna la vita oltre che la boxe. Foreman, spiegando il suo progetto, narra l’episodio di un ragazzo che, accompagnato dalla madre, arriva in palestra per diventare un pugile. George, che si trova lì, vede che quel ragazzo, prima di impratichirsi con i pugni, avrebbe molti altri fantasmi da dissipare: <i>«Signora, lo porti in chiesa da me; questo figliolo ha bisogno di buone intenzioni più che di pugni su un ring»</i>. Non viene ascoltato e tre giorni dopo apprende la notizia della morte del ragazzo nel corso di una rapina. <i>«Ecco, sono tornato a combattere proprio perché vorrei evitare altre storie come questa»</i>.</div><div class="imTAJustify">L’apice della carriera pugilistica del nuovo Foreman arriva nel 1991, con l’incontro mondiale contro Evander Holyfield, che termina ai punti a favore di quest’ultimo. Ai punti. Con Evander Holyfield. Foreman, pur appesantito e invecchiato, ancora spadroneggia sul ring. Ed è questo il motivo per cui continua a combattere.</div><div class="imTAJustify">Poco dopo perde anche contro Morrison, ma nel 1994 è sfidante di Michael Moorer per la corona WBA e IBF e vince alla decima ripresa per k.o., qualificandosi, con i suoi 45 anni e mezzo, come campione del mondo più anziano di tutti i tempi.</div><div class="imTAJustify">Seguono incontri, vittorie e anche celebri rifiuti di combattere che gli costano una delle corone conquistate.</div><div class="imTAJustify">Nel 1997, a quasi 49 anni, disputa il suo ultimo incontro, perdendo ai punti contro Shannon Briggs. E, così, l’uomo dalle due vite pugilistiche, l’uomo del rientro e del nuovo titolo mondiale, si ritira definitivamente.</div><div class="imTAJustify">Ma il vulcano che lo domina non è dormiente e lo conduce nel mondo degli affari. Forse mai dimentico di quel singolo hamburger che da piccolo doveva dividere con i sei fratelli e il cui sapore lo aveva così irretito da farlo diventare negli anni un divoratore di carne alla griglia, entra in affari lanciando il <i>George Foreman Grill</i>, un piccolo elettrodomestico che in breve tempo spopola. Pare che l’americano medio non possa fare a meno di possederne uno. Gli affari vanno così bene che nel 1999 Big George cede il marchio per l’astronomica cifra di 138 milioni di dollari.</div><div class="imTAJustify">Il 21 marzo 2025, però, dopo una vita che ne racchiude cento, dopo aver vinto in tanti modi contro gli uomini, il denaro, la società e il destino, è salito sul ring per un ultimo match che non poteva vincere, quello contro la Morte, e si è spento all’età di 76 anni.</div><div class="imTAJustify">Per tutti noi appassionati di pugilato resterà Big George, un grande pugile e un novello Barone di Münchhausen, capace di tirarsi fuori dalla palude di una vita violenta afferrandosi da solo per i capelli. La forza per farlo, del resto, non gli è mai mancata.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[<span class="fs12lh1-5 ff1">22.03.2025, tutela certificata - iscritta s.i.a.e.</span>]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Foto di Pubblico Dominio</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 22 Mar 2025 13:51:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sergio Ramelli. Cinquant'anni fa il suo bieco assassinio]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000138"><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Nei primi anni Settanta il clima politico italiano ribolle.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il 30 giugno 1972 viene inviata richiesta di autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per tentata ricostituzione del Partito Fascista; autorizzazione concessa dal Parlamento il 24 maggio dell’anno seguente. Almirante vota contro se stesso, ovviamente. È fatto così. La discussione, come evidenzia Piero Ignazi, viene accelerata ad opera della DC, che teme una fuga di moderati verso destra e vuole liberarsi quanto prima del MSI. In Aula, rivolgendosi al Presidente della Camera Pertini, Almirante dice:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Non mi turba in alcun modo il fatto che in questi ultimi giorni le procedure siano state accelerate, perché semmai, signor Presidente, mi avrebbe turbato il fatto che fossero state rallentate»</span></i><span class="ff1"> (Vincenzo La Russa).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il MSI, dunque, è sotto accusa. Si raccolgono anche le firme della cosiddetta “intellighenzia” di sinistra. Fino a quel momento solo nei regimi dittatoriali erano stati imbastiti processi ideologici di tal guisa.</span><br><div class="imTAJustify"><span class="ff1">La Milano di allora, poi, è una bomba ad orologeria: si contano più di 20.000 unità extraparlamentari di sinistra pronte allo scontro fisico pur di sovvertire le istituzioni democratiche, come afferma il prefetto Libero Mazza. E i fatti che stiamo per ricordare si svolgono proprio a Milano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gennaio 1975</span><span class="fs12lh1-5">.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il liceale Sergio Ramelli legge con interesse gli articoli di Giorgio Pisanò su </span><i><span class="ff1">Il Candido</span></i><span class="ff1">. È ancora oggi impossibile non leggere con attenzione e slancio quel che scriveva Giorgio Pisanò; che si trattasse di articoli o di libri, i suoi erano lavori documentati con lodevole pignoleria storica e scritti con stile impeccabile e coinvolgente; raccontavano realtà scomode ma vere, essendosi egli dedicato ad un attento e approfondito studio della guerra civile e delle sue falangi nella politica della Prima Repubblica, ivi comprese le Brigate Rosse. Sergio, dunque, chiamato a scrivere un tema di attualità, rielabora le argomentazioni di Pisanò e butta giù un tema sulle Brigate Rosse e sulle loro azioni violente, ben lontane dal concetto di “rivoluzione” con il quale si sono sempre ammantati. Quel tema, però, viene sottratto da alcuni compagni di scuola di Sergio, attivisti di sinistra, e viene affisso in bacheca. Su quei fogli campeggia una frase vergata col pennarello rosso:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Questo è il tema di un fascista».</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Forse è quello l’inizio della fine, per lui. Eppure Sergio non è un facinoroso. È entrato a far parte della comunità missina, ma non ha mai partecipato ad azioni, né violente, né di ordinaria amministrazione come comizi o volantinaggi. Si è avvicinato alla destra non tanto per tradizione familiare, quanto a causa dei soprusi e delle violenze praticate dagli studenti di sinistra, come ricorda la madre Anita:</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Quando tornava a casa da scuola era sconvolto per quel che vedeva, per le sopraffazioni quotidiane. Credo che maturò le sue idee assistendo a quei disgustosi spettacoli: era sufficiente disertare un’assemblea per venire etichettato come fascista»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Fatto sta che, dopo quel tema, Ramelli viene preso di mira. Accade di tutto. Viene persino trascinato fuori dall’aula durante una lezione per essere “sommariamente giudicato” in corridoio e, lì, aggredito a sputi in faccia, umiliazioni, percosse. Giorni dopo lo obbligano al rito dello “sbiancamento”: circondato da un nutrito gruppo di studenti di sinistra</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">- ancora una volta in tanti contro uno -</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">viene obbligato a cancellare con la vernice bianca le scritte “fasciste” sul muro della scuola. Il rito, ovviamente, prevede ogni sorta di prevaricazione.</span><br><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Nei giorni seguenti le aggressioni nei suoi confronti si moltiplicano. I genitori di Sergio decidono di togliere il figlio da quella scuola. Il 3 febbraio, dunque, padre e figlio entrano insieme a scuola per sbrigare le pratiche del passaggio ad altro liceo. Vengono aggrediti entrambi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Tutti e due furono presi a calci e a pugni» </span></i><span class="ff1">ricorda Anita Ramelli.</span><i><span class="ff1"> «Sergio cadde svenuto e fu soccorso da un gruppo di professori»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Ciononostante, in un modo o nell’altro, quella famiglia di gente per bene si butta dietro le spalle quell’ennesimo episodio violento, intenzionata a tornare ad una vita serena. E così è. Almeno per un po’.</span><br><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Sergio va in una nuova scuola e riprende anche a fare sport. Poco dopo, però, l’incubo si riaffaccia nelle loro vite: telefonate anonime, minacce, muri vergati con la vernice: </span><i><span class="ff1">«Ramelli, fascista, sei il primo della lista»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il 9 marzo Sergio e suo fratello, all’uscita di un negozio, vengono circondati da un gruppo di facinorosi comunisti. L’intervento provvidenziale di un loro amico, che riesce a penetrare il gruppo con l’automobile e a portarli via, scongiura il peggio. Ma il peggio è solo rinviato, purtroppo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Da giorni la strada dove abita è segretamente sotto osservazione: una ragazza, attivista di sinistra, informa gli altri suoi compagni degli spostamenti di Sergio, dei suoi orari, del luogo dove usualmente parcheggia il motorino. Sanno tutto. Sono pronti per tendere il loro agguato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">È la mattina del 13 marzo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Sergio torna a casa dopo scuola. Sono nuovamente in tanti contro uno. Sono nuovamente armati contro un disarmato. Spranghe e pesanti chiavi inglesi. Sergio arriva alle 12.50, ma non ha nemmeno il tempo di parcheggiare il motorino. Gli sono addosso in un attimo. Iniziano a colpirlo sul corpo ma soprattutto sulla testa: gli spaccano il viso, gli spezzano i denti, gli sfondano il cranio. Cerca di scappare ma inciampa sul motorino che è a terra. Cade. Lo colpiscono ancora più forte. Si leva l’urlo di una signora: </span><i><span class="ff1">«Basta. Lo ammazzate!»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ramelli è in terra, immobile, in un lago di sangue nel quale si vedono tracce di cervello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Scappano, gli assassini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Viene ricoverato in ospedale, ma le condizioni sono gravissime. Gli amici non riescono ad andarlo a trovare, perché un presidio rosso attende chiunque osi recarsi al suo capezzale. Solo i genitori lo vegliano. Da mattina a sera. Da mattina a sera. Contano i rantoli, dando vita alla speranza nella più nera disperazione. Da mattina a sera. Da mattina a sera. Per quarantotto giorni. Il 29 aprile finisce tutto. Il suo corpo smette di lottare. Sergio Ramelli è morto di percosse, senza aver mai fatto nulla se non avere le proprie idee politiche. È morto in un’Italia dove avere idee politiche poteva significare essere processati, essere uccisi, se quelle idee non rispondevano al “regime” dominante.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Io ho undici anni, nel 1975. La notizia mi scuote profondamente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Pochi giorni dopo, Giorgio Pisanò grida dalle pagine de Il Candido:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Nessuno ha difeso il suo diritto di esistere»</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2025---Sergio-Ramelli-titolo-Pisano--intero-.jpg"  title="" alt="" width="970" height="1351" /><i><span class="ff1"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ha ragione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Le sue parole scorticano la pelle di chi ha visto e ha taciuto, di chi non ha fatto niente o di chi si è reso complice fomentando l’ottusa violenza “politica” che in quegli anni si sta abbattendo anche sugli inermi, sugli innocenti, su chi non ha mai fatto nulla di male, com’è successo due anni prima per i fratelli Mattei, morti nel rogo di Primavalle, morti bruciati vivi. 22 anni uno e 8 l’altro. 8 anni! “Colpevoli” d’essere figli di un segretario del MSI.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ebbene, oggi voglio sperare non accada qualcosa di vile, come contestare la memoria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ho già saputo che i docenti della sua scuola hanno rifiutato l’apposizione di una targa alla memoria, che avrebbe significato educare i ragazzi alla storia e alla verità, affinché certi errori non si ripetano. Ho saputo che il personale di una grande libreria della Stazione Centrale di Milano ha apposto il nuovo libro di Culicchia su Ramelli a testa in giù, proprio come a testa in giù, l’8 marzo scorso, era la foto del Presidente del Consiglio bruciata dalle femministe in piazza. Ancora l’orrendo scempio di piazzale Loreto che genera atti imitativi! Ho sentito in strada ragazzotti prepararsi alla commemorazione di Ramelli, ridendo, poveri idioti, nello scandire vecchi slogan come </span><i><span class="ff1">«uccidere un fascista non è reato»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Mi verrebbe da dire che la storia non ha insegnato niente, ma, poi, penso che la storia è sconosciuta alle voci che parlano per slogan: povere pecore che non vanno oltre il triste belare che riempie la loro triste vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Per tutti gli altri Sergio Ramelli vive. E nessuno provi a dimenticare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Saremo in molti a pronunciare per lui la parola </span><i><span class="ff1">«Presente»</span></i><span class="ff1">, tra poche ore, e lo faremo tre volte. In ogni luogo, nelle piazze o nelle case.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><i class="imTAJustify fs12lh1-5">Sergio Ramelli, presente!</i><br><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">Sergio Ramelli, presente!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">Sergio Ramelli, presente!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Presente, sì. Sergio Ramelli deve appartenere alla memoria di tutti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ignobile chiunque si opponga al ricordo, infame chiunque imbratti la sua memoria, spregevole chiunque continui a dire che </span><i><span class="ff1">uccidere un fascista non è reato</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">[© di Raffaella Bonsignori – 13 marzo 2025, cert. SIAE]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">Per saperne di più</span></b><span class="ff1">:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Giraudo – Arbizzoni – Buttini – Grillo – Severgnini</b></span><span class="ff1">, </span><i><span class="ff1">Sergio Ramelli. Una storia che fa ancora paura</span></i><span class="ff1">, Ass. Culturale Lorien, Monza, 2001</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Culicchia</b></span><span class="ff1">, </span><i><span class="ff1">Uccidere un fascista. Sergio Ramelli, una vita spezzata dall’odio</span></i><span class="ff1">, Mondadori, Milano, 2025</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 13 Mar 2025 00:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Itaca, il Ritorno]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000136"><div class="imTAJustify"><i>È nelle sale cinematografiche </i><span class="fs12lh1-5">Itaca. Il Ritorno</span><i> di Uberto Pasolini. Un film che cristallizza la dimensione ulissiaca dell’esistenza nel compiersi del dramma, nel ritorno a casa, una casa invasa, quasi ignota, abitata da sentimenti antichi. Un’</i><span class="fs12lh1-5">Odissea</span><i> in cui regna la psicologia, ma che non convince del tutto.</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il film non è male. Una buona produzione, non ricchissima ma ben impostata; una buona regia del talentuoso Uberto Pasolini, pronipote di Luchino Visconti e lontano parente di Carlo Ponti. Praticamente un predestinato nel mondo del cinema.</span></div></div><div class="imTAJustify">Il titolo &nbsp;&nbsp;- e non solo - &nbsp;&nbsp;fa pensare ad un bel film del 1989, <i>Nostos. Il ritorno</i>, scritto e diretto da Franco Piavoli. Nel film di Pasolini, però, la guerra recita un po’ troppo se stessa. Entra nella storia come fonte di rammarico, di paura, di delitto, di espiazione, e questo ha un suo perché, ma se ne parla quasi in termini moderni. Come in una pièce di Molière, si esprime una morale: Penelope si chiede perché gli uomini facciano la guerra invece di restare a casa con la famiglia, rimprovera al marito, che ancora non ha riconosciuto come tale, i comportamenti violenti legati alla battaglia e all’invasione dei territori. Ci si aspetta quasi l’entrata in scena di un pulmino Volkswagen sessantottino con su dipinto lo slogan “Fate l’amore non fate la guerra”.</div><div class="imTAJustify">Più che condivisibile la scelta di far tornare insieme, dopo <i>Il Paziente Inglese </i>e <i>Cime Tempestose</i>, Juliette Binoche e Ralph Finnes, una coppia di attori che funziona benissimo.</div><div class="imTAJustify">L’interpretazione della Binoche è splendida. Si conferma una grande attrice: intensa, vera, portatrice del pathos che permea il testo originale. In alcuni punti ricorda un’altra famosa Penelope, l’Irene Papas della miniserie televisiva <i>Odissea</i> (1968), un piccolo capolavoro.</div><div class="imTAJustify">Di Ralph Finnes avremmo voluto vedere qualche pezzo di pelle in meno, ma così va oggi: è la sete rabbiosa di realismo contemporaneo che, ben lungi dall'elegante neorealismo di un tempo, indugia solo su nudità integrale, sporcizia, trasandatezza e violenza. I Proci, ad esempio, sembrano bestie dedite solo alla concupiscenza. È una parte del loro carattere, quella, ma non l’unica. E, ancora, dopo la mattanza dei Proci, Telemaco e Ulisse sono coperti di sangue; poco dopo, però, Telemaco, il quale rapidamente esce di scena, si è ripulito, mentre Ulisse, che deve affrontare l’importante confronto con la moglie, resta insanguinato. Sembra quasi che il messaggio sia: <span class="fs12lh1-5"><i>“sangue fa dramma”</i></span>. Ma non è così, o, almeno, non dovrebbe essere così. Con questo non si vuole disconoscere l’oggettiva bravura di Finnes, ovviamente, ma, come sempre accade quando si parla di grandi interpreti, gli si rimprovera, forse, di non essere sempre eccezionale. I primi piani aiutano e non si può dire che manchino; anche il trucco aiuta e i truccatori sono strepitosi. Il dramma, però, richiederebbe una modulazione espressiva più variegata.</div><div class="imTAJustify">Eccellente la fotografia. </div><div class="imTAJustify">I costumisti devono aver lavorato in surplace, invece: va bene Itaca in crisi e in povertà, ma vedere tutti gli attori coperti da un qualche plaid buttato sulle spalle lascia perplessi. E anche le scene restano a tratti scollate dalla storia: la ricostruzione del palazzo di Ulisse, per esempio, sebbene ispirata al Castello di Chlemoutsi, ha parte degli interni che ricordano il Medioevo, come altomedievale sembra l’accampamento dei Proci.</div><div class="imTAJustify">Meritano sicuramente attenzione l’Antinoo di Marwan Kenzari e l’Eumeo del nostro Claudio Santamaria: intensi, credibili, giusti, senza eccessi. Ad un livello leggermente inferiore, ma non troppo, si colloca il Telemaco di Charlie Plummer.</div><div class="imTAJustify">Apprezzabile, inoltre, l’idea registica di focalizzare l’attenzione sul dramma umano lasciando da parte il soprannaturale, che tanta attenzione riceve nell’opera omerica. Tuttavia, il dramma umano contenuto nell’<span class="fs12lh1-5"><i>Odissea</i></span> è sicuramente più vasto di quello che emerge nel film. In <i>Itaca. Il Ritorno</i> si percepiscono stereotipi: Ulisse, Penelope, Telemaco … sembrano tutti prigionieri di loro stessi, sembrano mostrare solo la superficie del mito che li caratterizza. E qualcosa di analogo accade con alcuni nodi narrativi. Indugiare sul sangue che cola sulla terra, ad esempio, come se si avessero minuti in disavanzo da coprire, e, poi, liquidare in pochi secondi la morte di Argo o il riconoscimento della ferita di Ulisse da parte della nutrice genera buchi emotivi, respiri interrotti.</div><div class="imTAJustify">Il dialogo, infine, è quello che è. Del resto, è improbabile che uno sceneggiatore sia in grado di raggiungere la perfezione lirica di Omero.</div><div class="imTAJustify">Andando a memoria:</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Penelope: <i>«Ci racconteremo tutto»</i></div><div class="imTAJustify">Ulisse: <i>«Meglio dimenticare»</i></div><div class="imTAJustify">Penelope: <i>«No, il tuo passato diventerà il mio passato e il mio passato diventerà il tuo»</i></div><div class="imTAJustify">Ulisse: <i>«Meglio dimenticare»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Considerato che il dramma della guerra è già stato sviscerato nel primo incontro, quando ancora Penelope non sa che l’uomo che ha di fronte è suo marito, c’è quasi da pensare che Ulisse stia cercando di evitare spiegazioni sul suo viaggio, quello intrapreso dopo la guerra. Perché si è trattenuto così a lungo lontano da casa? Tante le avventure e le disavventure, certo, ma, tra queste, affiorano alcuni nomi scomodi: Calipso, Circe e Nausicaa. Come spiegare quelle donne ad una moglie che lo ha atteso vent'anni disfacendo la sua tela ogni notte?</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><div><i>«Meglio dimenticare» </i>insiste a dire Ulisse. Sembra il De Sica di <i>Totò, Vittorio e la Dottoressa</i>, quando Titina De Filippo, che interpreta la madre di un Vittorio de Sica donnaiolo e sconsiderato, pensando allo scandalo dice al figlio <i>«Meglio la morte!»</i> e De Sica risponde <i>«Meglio lo scandalo, mammà»</i>.</div><div><div>Ecco, l’Ulisse di Pasolini sembra dire: <i>«Meglio dimenticare, Pene’»</i>.</div></div></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Comprensibile, per carità. Siamo uomini di mondo, come direbbe Totò. Nell’<span class="fs12lh1-5"><i>Odissea</i></span>, però, Ulisse non chiede alla moglie di dimenticare con lui, bensì le racconta il suo lungo viaggio e, nel farlo, le parla anche di Calipso che voleva essergli sposa. Il tutto si svolge in dialogo indiretto. Non sappiamo, dunque, quanto Ulisse si soffermi su certi episodi. Potrebbe decidere di farne un mero accenno, potrebbe essere sincero o, addirittura, mentirle. È questa la grandezza di Omero narratore, il quale immerge il fruitore del messaggio in uno scenario pluripotetico. Nel film, invece, Ulisse si incarta e preferisce non parlare. Sicuramente lo fa perché è doloroso il riaffiorare degli eventi, tutti gli eventi, ma il messaggio che arriva è molto più basico. Non vuole fondere i loro passati. Ciò che è stato deve essere dimenticato.</div><div class="imTAJustify">Sinceramente sarebbe stato bello se avesse iniziato a raccontare alla moglie il suo lungo viaggio; un racconto sfumato nel finale. Qualcosa come ... proviamo ad improvvisare:</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><div><i>«Di fronte al disumano incedere della guerra sei un bersaglio immobile. Sei morto anche se sopravvivi. Combatti, uccidi. Ma vivi con il martellio della morte che risuona nella testa, un rumore che non ti abbandona mai; vivi con l'anima appesantita dal senso della fine, la fine di tutto, persino della tua umanità. E anche quello non ti abbandona mai. Forse arrivi ad amarlo, a desiderarlo. Il senso della fine ...</i></div><div><i>Ma la guerra è niente rispetto alla lontananza, alla nostalgia, al mare infinito e profondo che, per il volere degli dèi avversi, mi ha portato in terre lontane, tra pericoli e nemici, tra tentazioni e prigionie.</i></div><div><i>Io sono solo un uomo! Io volevo essere solo un uomo. E un uomo non può contenere tutto questo dolore. Quanti mostri ho combattuto, che mi porto ancora dentro. Quanti inganni mi hanno trattenuto …»</i></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Magari un incipit migliore di questo. Ci vuole poco. E mentre la voce si affievolisce, zoom indietro fino ad un campo lunghissimo, che ci fa immaginare il prosieguo del racconto senza ascoltarlo, senza sapere troppo, e, al contempo, senza un’eccessiva semplificazione verbale. Per quanto oggi, al cinema come al teatro, si prediligano dialoghi essenziali, in cui entra il vocabolario limitato che purtroppo siamo giunti a possedere, Omero non può e non deve essere spogliato di tutta la sua poesia.</div><div class="imTAJustify"><div>Ciononostante <i>Itaca. Il Ritorno</i> merita d'essere
visto. Assolutamente. Resta, infatti, un film ben costruito, nel complesso, come
negli ultimi tempi se ne sono visti pochi. Sempre più spesso, infatti, vediamo
al cinema film pensati per il circuito televisivo nel quale in breve vanno a
confluire. Un ritorno al cinema da sala, dunque, al film da grande schermo è
assai piacevole e gli si deve giusto riconoscimento.</div></div><div class="imTAJustify"><br></div><div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[Tutela certificata, 14.02.2025 – S.I.A.E.] </span></div></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 14 Feb 2025 10:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA["Regine di Cartone". Il buio dentro.]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000134"><div class="imTAJustify"><i>Visto al teatro Marconi di Roma </i>Regine di Cartone<i>, testo di Marina Pizzi, regia di Silvio Giordani e tre interpreti eccezionali: Angiola Baggi nel ruolo di </i>(Re)Gina<i>, Mirella Mazzeranghi nel ruolo di </i>Tonta<i> e Maria Cristina Gionta nel ruolo di </i>Ruvida<i>.</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il testo è intenso. In scena tre barbone che sembrano muoversi attorno a qualcosa di invisibile eppure ingombrante, forse un fuoco che non scalda con su un calderone in cui la vita ribolle senza nutrirle. Ribolle. Affiora e affonda. Torna ad affiorare. Torna ad affondare. Ribolle. E loro sembrano streghe shakespeariane che danzano sotto la luna al ricordo dei dolori del passato: squarci di luce tagliente che sono costrette a spegnere. I ricordi sono abili gabbiai. &nbsp;</span><br></div><div class="imTAJustify">Randagie senzatetto si muovono in un ispido sottobosco sociale. Sono avanzi di vita che camminano lentamente, a volte zoppicando, che riempiono l’aria del mondo cercando con affanno qualcosa che non trovano; sono figure nella galaverna; sono cani che si mordono la coda e vivono all’ombra di un perdono impossibile, di una santità vicina e pur lontana, un convento di suore, forse una sorta di Paradiso che le fa sentire in un Purgatorio simile all’Inferno.</div><div class="imTAJustify">Non conoscono, però, l’urgenza etica dei derelitti di Orwell o di Steinbeck. No. In scena c’è un <i>qui e ora</i>, una storia che è una non-storia, in realtà, un semplice spaccato di vita che non lascia spazio a denunzie, ma solo a constatazioni. Non è il filisteismo degli esseri umani a preoccupare; neppure la loro violenza spaventa più di tanto. L’unica urgenza sembra quella di scansare le proprie asperità trovandosi reciprocamente. Sono tre donne che imparano a conoscersi, ad amarsi, ad essere una famiglia attraverso l'eclissi esistenziale, attraverso un dialogare babelico, flusso costante, a tratti pauroso: le espressioni fiorite di Ruvida, il periodare privo di senso di Tonta, e l’albagia dei frammenti teatrali di Gina. Parole. Parole che s’incontrano nella loro diversità, perché conducono tutte nello stesso luogo interiore, nel cuore delle tenebre. Non quelle della città, della società, della politica, del <i>Popolo dell’abisso</i> descritto da Jack London, ma quelle dell’essere umano spaccato eppure intero: ogni pezzo un essere a sé, come accade guardandosi in uno specchio rotto. A volte la vita è l’equivalente morale della guerra. Ed è qui che s’innestano i due camei &nbsp;linguistici di quest’opera: l’anacoluto e il palindromo. Tonta esclama d’essere un anacoluto e sogna il palindromo. Nell’artificio verbale si richiama il gioco ad effetto della retorica classica. Il primo infrange la regolarità sintattica, proprio come le protagoniste di questa non-storia infrangono la “normalità”; il secondo definisce quelle parole che possono essere lette in entrambi i sensi, proprio come il tempo che scorre in quel luogo di abbandono scrive parole che hanno un senso se lette con gli occhi del presente e un senso diverso se lette con gli occhi del passato.</div><div class="imTAJustify">A dispetto dei colori sgargianti che dominano la scena, quelli delle cassette di plastica, dei tappeti consunti, delle maglie stese alla buona, a dispetto del rosso che tinge la loro vita, quella di Tonta, con le sue scarpe piene di segreti e, forse, di significati sociali, con il nome del suo bar e il sugo che ama tanto, quella di Ruvida, con il suo rossetto indossato non già per attrarre ma per nascondersi, quella di Regina, con le sue fiamme nel cuore; a dispetto di tutto ciò in scena sale il <i>buio dentro</i>. E non ce l’hanno solo i barboni. È una prerogativa di tutti. L’unica vera livella, come direbbe Totò, perché c'è un po' di morte nel buio interiore, c'è l’inconoscibile dramma che si nasconde nei meandri dell’anima ove risuona l’eco insistentemente inascoltata di ciò che non si vuole far esistere. Ed ecco le cuffie, che <i>«funzionano anche quando non funzionano»</i> e sanno isolare dai rumori del mondo, sanno proteggere, proprio come una maschera protegge il volto dalle sue stesse ombre, come un sorso di alcol e il suono di una risata proteggono dalla notte interiore, come una carezza protegge dal clivaggio esistenziale, come coriandoli fatti di soldi proteggono dalla realtà e come una menzogna protegge dall’edace verità.</div><div class="imTAJustify"><i>«Mica è vero, mica è vero … E, poi è successo un milione di anni fa»</i>.</div><div class="imTAJustify">La verità cambia con il tempo?</div><div class="imTAJustify">La luce bluastra racconta la notte, ma anche il sogno. Del resto i sogni sono tali anche quando si trasformano in incubi. Gina, Tonta e Ruvida sembrano muoversi in una dimensione onirica, sì, ben sottolineata dalle musiche del Maestro De Meo, sempre profondamente poetico. </div><div class="imTAJustify">È un percorso psicologico molto intenso, il loro. Ricordano le tre Marie: Maria di Magdala, Maria di Cleofa e Maria di Nazareth. Donne che piangono la morte sotto una croce, donne che piangono se stesse per aver amato. Un viaggio nel sottosuolo, lo definirebbe Dostoevskij.</div><div class="imTAJustify">La Baggi, la Mazzeranghi e la Gionta si calano perfettamente nell’abisso. Senza paura, senza tremare. Vanno così a fondo che la lama del dolore, dell’incomprensione, del rifiuto entra nel pubblico. Raccontano l’abisso dall’interno. E questa non è recitazione, ma <i>interpretazione</i> ad altissimi livelli.</div><div class="imTAJustify">C’è anche tanta regia dietro. Si vede. Silvio Giordani ha creato il coro, ha messo in moto il metronomo di un dialogo perfetto. Battuta dopo battuta, parola dopo parola, in un climax emotivo ora ascendente e ora discendente che aiuta il pubblico a prendere lo stesso ritmo, entrando in scena con il cuore.</div><div class="imTAJustify">Il cuore. Già.</div><div class="imTAJustify">Commuove, questa pièce.</div><div class="imTAJustify">Assolutamente da vedere.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Quarta Parete Roma, 19.11.2024]</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Tommaso Le Pera</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 00:46:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[I Cenci e quell’infame 11 settembre 1599]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000133"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Al Rione Regola v’era un lugubre luogo di dannazione, Corte Savella, una delle prigioni romane. Lì la sera del 10 settembre 1599 la bella Beatrice Cenci e la sua matrigna Lucrezia consumano il loro ultimo pasto, tra scarafaggi, pidocchi e quell’odore di muffa che filtra dai muri sgretolati per l’umidità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La notte trascorre, per entrambe, in quell’inevitabile veglia dell’anima, dove i più oscuri presagi s’avvicendano con la triste, angosciosa consapevolezza che stanno per tramutarsi in realtà. L’alba arriva quasi come una liberazione dal fantasma della Morte: ormai mancano poche ore e tutto sarà finito.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Condannato alla pena capitale, oltre alle due donne, anche Giacomo, il fratello maggiore di Beatrice. Bernardo, invece, il più piccolo, che i fratelli si adopereranno, in ultimo, a designare estraneo da qualsivoglia disegno criminoso, non salirà sul patibolo per essere decapitato, ma assisterà allo strazio, al martirio dei fratelli e della matrigna ed è pena, forse, altrettanto crudele.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il sole sorge.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E’ l’11 settembre: una data infausta. A partire dal 2001 è diventata tale per tutto il mondo; nel 1599 lo fu solo per Roma. I numerologi ritengono l’11 il numero dell’opposizione, del conflitto: uno contro uno. Una condanna a morte è l’apoteosi del conflitto: carnefice contro vittima; spada contro collo. Ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I Piccolomini</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, seconda parte della trilogia del </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Wallestein</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Schiller, si inorridisce di fronte ad una tavola apparecchiata per undici. I servi chiedono il perché debbano aggiungere un posto vuoto: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">“l’undici è peccato: l’undici è al di là dei dieci comandamenti”</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> viene risposto loro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E l’11 settembre 1599, in effetti, il peccato trionfa. Quello dei parricidi, secondo i colpevolisti; quello di papa Clemente VIII, secondo gli innocentisti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La giornata si presenta caldissima, afosa; il sole ferisce gli occhi con i suoi raggi duri e taglienti. Accanto a ponte S. Angelo è allestito il patibolo: il ceppo su cui cadranno le teste dei Cenci. Nonostante l’ora presta la gente inizia a confluire in zona, ad occupare il ponte, le strade, il greto del fiume, persino le barche, alcune delle quali, sovraccariche, si rovesceranno ed il Tevere inghiottirà più d’un uomo: altre morti in uno scenario di morte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il vociare stordisce; il caldo soffoca; alcune donne svengono.</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Michelagnolo Merisi da Caravaggio, grazie all’intercessione dell’Accademia di S. Luca, ha conquistato un posto in prima fila. C’è anche Orazio Gentileschi, il quale stringe la piccola mano della figlia Artemisia. I pittori rinascimentali, spesso chiamati a dipingere cruente scene bibliche, devono necessariamente assistere alle esecuzioni per poterne trarre ispirazione. Caravaggio, poi, sembra particolarmente attento a quello che gli storici dell’arte definiscono “il tema delle teste mozzate”: ha già dipinto la testa della Medusa; poco dopo l’esecuzione dei Cenci, influenzato da quell’avvenimento orribile e, forse, dalle vicende che hanno condotto al patibolo quella famiglia, dipinge Giuditta ed Oloferne. Come non vedere l’esecuzione dei Cenci in quella tela intrisa di un </span><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">sangue che sembra schizzare fuori, verso il fruitore del messaggio artistico? Come non vedere in Giuditta e nell’anziana ancella che l’affianca, quel concerto di bellezza femminile e determinazione assassina che, forse, per Caravaggio, ha attraversato i cuori di Beatrice e di Lucrezia al momento della morte di Francesco Cenci? Non deve essere memoria di poco conto quella di chi assiste ad una simile scena. Di sicuro quell’esperienza tornerà ancora nei suoi pennelli: qualche anno dopo dipingerà anche il David e la Salomé: ancora teste che cadono sotto una spada affilata, ancora vite spezzate con brutalità, volti spenti, occhi sbarrati davanti alla morte, rimprovero perenne per tutti coloro sui quali si fissano mentre il boia fa mostra dell’orrore, lasciando che dal collo reciso grondi sangue sulla terra. La terra: il luogo dove si continua a vivere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Anche Artemisia Gentileschi dipingerà una sua versione della Giuditta che decapita Oloferne. L’ispirazione caravaggesca è inevitabile, ma non c’è forse anche il ricordo traumatico dell’esecuzione Cenci?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Un brusio si leva più forte: sono infine tutti arrivati. Il percorso è stato atroce, per i condannati: il carro con Lucrezia e Beatrice precede quello sul quale Giacomo viene torturato dal confessore con un paio di grandi pinze che questi tiene sul braciere e con cui gli strappa brandelli di carne, mostrandogli una tavoletta con il martirio di Cristo; segue un altro carro, ove siede Bernardo, il quale, con il capo avvolto in un ferraiolo nero, sente lo strazio del fratello fin dentro l’anima.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il patibolo è come sempre allestito vicino alla statua di S. Paolo, a ridosso del parapetto del Tevere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Roma sembra interamente scesa in piazza a confortare con la sua presenza e con le parole quei condannati che nessuno ritiene abbiano commesso un crimine da punire tanto aspramente. Infatti, quand’anche abbiano davvero ucciso Francesco, loro padre e sposo di Lucrezia, per il popolo non avrebbero comunque peccato, poiché quell’uomo che, sin da piccini, li ha maltrattati, malmenati, affamati, ha abusato sessualmente di Beatrice, ha desiderato la loro morte; quell’uomo, più volte denunciato per percosse e sodomia nei confronti di servi e fanciulli, pene espiate, grazie al rango nobiliare ed alla sua ricchezza, col pagamento di qualche multa; quell'uomo non avrebbe comunque meritato pietà alcuna e da oppressore avrebbe avuto, nell’uccisione, null’altro se non meritevole fine.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’unico che, a Roma, sembra convinto della gravità delle colpe di Giacomo, di Beatrice e di Lucrezia è papa Clemente VIII, ovviamente. Tuttavia c’è da chiedersi se la decisione ferma e severa di esecutarli sia davvero dipesa dall’esigenza di purgare le loro anime, o non, piuttosto, di arricchire le già floride finanze della sua famiglia, gli Aldobrandini, con i vasti possedimenti dei Cenci.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Si rifletta sull’ingegnosa cancellazione dell’intero asse ereditario. Bernardo non viene decapitato, ma, comunque condannato, gli viene negata la capacità di ereditare i beni di famiglia. Quanto alla famiglia di Giacomo, che lascia moglie e figli, anch’essa viene esclusa dall’eredità con un escamotage diabolico ordito ben prima dell’esecuzione: sotto tortura Giacomo viene costretto a confessare che il progetto di uccidere il padre sarebbe sorto in lui da un decennio, talché anche la moglie ne è moralmente complice e così i figli, nati nel preesistente peccato dei genitori!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In tal modo le proprietà dei Cenci vengono confiscate e svendute all’asta. La più grande di queste, la tenuta di Torrenova, viene acquistata ad asta deserta da Gianfrancesco Aldobrandini, nipote del papa, per un prezzo irrisorio. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quarant’anni dopo, Cristoforo, il figlio di Giacomo Cenci, tenterà di rientrarne in possesso. Vi riuscirà in virtù di una prima sentenza emessa sotto papa Urbano VIII Barberini; tuttavia perderà definitivamente con la pronunzia del Tribunale della Camera quando al soglio pontificio salirà Innocenzo X Pamphili. Curioso osservare come il patrimonio dei Cenci fosse, nel frattempo, passato proprio alla famiglia di questo papa, in quanto l’ultima Aldobrandini, vedova di un Borghese, aveva sposato un Pamphili.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Davvero granitico, in ogni epoca, il rapporto tra papato, finanze e famiglie romane!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Torniamo all’esecuzione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il primo a salire sul palco del patibolo è Bernardo, chiamato a guardare lo sterminio della sua famiglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dinanzi ai suoi giovani, tristi, terrorizzati occhi giunge la matrigna, Lucrezia. Viene fatta sedere a cavalcioni sul ceppo, ove dovrà adagiare il busto, porgendo il collo alla lama del boia. Il collo non aderisce perfettamente a causa del seno abbondante che le impedisce di appiattirsi. Il rischio è che la lama non recida il capo con un colpo netto; che ci vogliano più tentativi. Poco importa al boia, però, il quale affonda sul collo della donna con la sua pesante “spada di giustizia”. La testa cade, rotola nel paniere. Bernardo ha un primo mancamento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È la volta di Beatrice. La grazia che, fino all’ultimo istante, l’accompagna, rende il suo volto immune dalla paura ed ancora brillante di orgoglio, di consapevolezza delle proprie azioni che si rifiuterà sempre di inquadrare in una colpa senza attenuanti. Nonostante i tormenti subiti, nonostante la Morte in attesa, è sempre splendida: la pelle candida, i lineamenti del volto morbidi, gli occhi tristi ma luminosi, in tutto simile all'incantevole ritratto di fanciulla attribuito a Guido Reni, tela oggi conservata alla Galleria Nazionale di Arte Antica di Roma, da sempre ritenuta la Cenci per un errore di Stendhal, il quale, nel 1823, visitando palazzo Barberini vide il quadro accanto ad un ritratto di Lucrezia Petroni, realizzato dal Pulzoni, e, colpito dalla bellezza e dall'innocenza di quel volto, non ebbe dubbi ad attribuirlo a Beatrice. Del resto si vociferava che Guido Reni fosse andato a trovarla in carcere poco prima dell'esecuzione e che, in quel contesto, avesse buttato giù lo schizzo del ritratto. Un'invenzione romantica, probabilmente; alcuni critici d’arte affermano che il Reni venne a Roma solo tre anni dopo l’esecuzione; ma non c’è prova del contrario ed il dubbio resta sospeso in un'aria che ben descrive l'interesse, l'ammirazione che la fanciulla ha sempre suscitato!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il suo comportamento, poi, era pari al suo aspetto. Persino in punto di morte: si avvicina al patibolo con passo lento ed elegante, e si informa sulla sorte della sua matrigna:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Come è morta la signora Lucrezia?»</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«E’ morta bene»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> le riferisce uno dei Fratelloni della Misericordia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il suo volto si rasserena. Anche vicina alla morte il suo pensiero va a chi ha condiviso la sua sorte infame, a chi l’ha compresa, ha vissuto la sua stessa maledetta esperienza d’avere accanto un uomo degno di vivere in una cloaca, tante sono state le sue aberrazioni, le sue violenze, le sue ingiustizie con tutti, in particolare con le donne della sua famiglia. Un uomo morto, infine. Ucciso da loro con lucida premeditazione, ha sentenziato l’inquisitore, senza voler vedere, neppure di lontano, le sevizie subite, che avrebbero comunque integrato gli estremi della legittima difesa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Orgogliosamente sale sul patibolo. Ha un ultimo guizzo verbale, maledicendo il papa che non ha inteso ragioni, e, quindi, si dispone docilmente sul ceppo. La sua testa cade in un soffio e le donne del popolo rompono i cordoni dei soldati e dei birri per andare alla cesta e deporre fiori sul suo capo reciso, sulla testa mozzata di Beatrice, la piccola, aggraziata Beatrice, la coraggiosa fanciulla che, stuprata, malmenata, ridotta in schiavitù da un padre padrone e feroce, ha infine osato ribellarsi!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Bernardo ha di nuovo un mancamento, ma dovrà ancora sopportare il peggio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È la volta di Giacomo. Indolenzito dalla tortura, anch’egli parla, urla l’innocenza del fratello minore. Il suo ultimo volere: che sia salvo. Quindi si dispone sul ceppo, ma nessuna lama pietosa finirà la sua vita con rapidità. No. Sulla sua testa calerà una pesantissima mazza che, in più colpi, gli sfracellerà il cranio in un lago di sangue e di pezzi di cervello. Solo allora verrà smembrato con lame affilate ed esposto a brandelli, pezzo dopo pezzo, appeso ad uncini da macellaio, come un animale da vendere a peso. Quell’impietoso spettacolo è volto a nutrire le anime nere di chi ritiene giustizia una simile barbarie.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Finalmente Bernardo viene ricondotto al carcere di Tor di Nona. Non si regge in piedi: davanti agli occhi solo il sangue dei suoi fratelli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sul ponte, accanto al fiume che scorre ignaro di tanto orrore, eppure muto testimone di un eccidio, si avvicendano pietosi popolani che portano conforto a quei tre corpi straziati. L’amore di un’intera città accoglie la loro anima e la dice lunga sulla vita di quella famiglia, sull’odio da sempre suscitato da Francesco, di cui, certo, nessuno piange la morte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il suo cadavere era stato ritrovato, l’anno precedente, in un campo di erbe incolte adiacente alla sua abitazione abruzzese in Rocca della Petrella; il balcone ligneo dal quale i familiari dichiararono fosse caduto si presentava ammalorato in più parti e con un grosso squarcio al centro, abbastanza largo da far passare un corpo. La caduta accidentale, però, non venne creduta ed il lavorio dell’inquisitore portò alla condanna della sua famiglia: un’intera famiglia che, a voler sposare la versione dell’omicidio, tristemente era stata costretta a vedere nella morte di quell'uomo l’unica opportunità di sopravvivenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Come si è giunti a quel punto?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Mostro in casa</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Francesco ha solo 14 anni quando, nella speranza di sedare il suo carattere ribelle, gli viene caldamente suggerito di sposare Ersilia Santacroce, che resterà sua moglie per più di vent’anni, fino a che non morirà di parto al dodicesimo figlio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono molti di più, in realtà, i figli che genera, poiché è donnaiolo incallito e si abbandona spesso a convegni amorosi estemporanei con serve e cortigiane.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Di sicuro odia i figli legittimi, in particolar modo Giacomo, il primogenito. Forse attribuisce loro il grave peccato d’essere nati da un’unione che l’ha costretto, troppo giovane, a responsabilità eccessive; o, forse, è solo un “bojaccia” come si dice a Roma. Si narra che abbia fatto costruire la chiesa di S. Tommaso nella sua proprietà per avere sott’occhio le tombe dei figli, che egli auspicava morissero per primi: </span><span class="fs12lh1-5 ff1">«</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ecco il luogo nel quale vuo’ collocarli tutti»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> ama ripetere</span><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nonostante abbia una famiglia da mantenere, le sue ricchezze gli consentono di spendere il proprio tempo come più gli aggrada, ossia attaccando briga e seminando violenza: nel 1566 malmena barbaramente i cugini. Uno dei due, Cesare, lo denuncia; due anni più tardi viene querelato da un servitore, il quale, licenziatosi a causa degli stenti e dei maltrattamenti che sistematicamente subiva, viene malmenato e bastonato a sangue già solo per aver osato chiedergli la paga.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ognuna di queste querele gli costa molto denaro, in parte per il risarcimento, in parte per l’erario, poiché, in tal modo, si evita il carcere. È curioso notare come le annoti tra le voci di spesa domestiche: la normalità con cui lascia entrare la violenza nella sua vita familiare è scioccante.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ovviamente, in breve, a furia di compiere reati, dilapida gran parte del patrimonio familiare e, per far fronte al bisogno di denaro, è costretto ad offrire in vendita il castello di Narni a Marcantonio Colonna.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1569 viene raggiunto da un’altra querela, sempre di un domestico. Cenci viene arrestato, condotto nel carcere di Tor di Nona e, in seguito, liberato, sempre a fronte del pagamento di una cospicua somma di denaro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È, poi, la volta di Emilia Milanese, altra sua domestica, che lo querela nel 1577, per essere stata battuta con il bastone della scopa più volte e lasciata tramortita in terra; così fa anche Giorgio Peretto, garzone di stalla, l’anno seguente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1584 sua moglie Ersilia, come detto, muore di parto al dodicesimo figlio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I figli che raggiungono l'età adulta sono Giacomo, Cristoforo, Rocco, Antonina, Beatrice, Bernardo e Paolo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Antonina e Beatrice vengono affidate all’Educandato delle Suore Terziarie del Monastero di Montecitorio; Bernardo e Paolo, i più piccini, vengono mandati in una modestissima pensione a Salmanca; i figli maggiori, invece, si allontanano dal padre, odiando la sua ingiusta violenza, ma inevitabilmente assorbendone loro stessi, incattiviti dalla vita fino ad allora condotta. Alcuni di loro non sopravvivranno a lungo: Antonina andrà in sposa ad un Savelli ma morirà di parto; Rocco e Cristoforo moriranno giovani per fatti violenti; Paolo, infine, morirà picco a causa di una febbre.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giacomo intenta causa contro il padre e la vince, in tal modo rendendo definitivo il benefico distacco da lui; distacco che, qualche anno dopo, culminerà con un matrimonio contrario alla volontà paterna: sposerà, infatti, Lodovica Velli, figlia di Virginia Cenci, sorella di quel cugino Cesare che aveva querelato Francesco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1593 Francesco sposa in seconde nozze Lucrezia Petroni, donna d’animo gentile, che incarna una buona amica sia per Antonina che per Beatrice. Tuttavia commette un gravissimo errore: pensa di sedare la rabbia del marito con la passività, divenendo vittima preferenziale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel frattempo la vita di Francesco prosegue sull’onda delle querele che riceve.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1595, a causa dello sperpero di denaro in cauzioni e risarcimenti, Cenci decide di chiudere per un po’ il palazzo di Roma e trasferirsi, con Lucrezia e Beatrice, al castello della Petrella sul Salto, in Cappadocia, poco fuori Avezzano, di proprietà di Marzio Colonna, suo amico. Il disegno, in realtà, è ben diverso e sembra uscito dalla mente del diavolo. Egli, infatti, farà avanti e dietro con Roma, ma lascerà le due donne fuori, così da allontanarle da ogni tentazione, affidando ad un servitore, uomo dalla dubbia moralità, la custodia di entrambe, custodia che, presto, si trasforma in vera e propria prigionia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nei giorni che trascorre alla Petrella Francesco conduce un’esistenza dedita ad ogni perversione, protetto com’è dalle pareti del castello e dal silenzio complice del servitore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ben presto, però, è costretto ad abbandonare la Petrella per ricoverarsi nuovamente all’Ospedale S. Giacomo, ove rimane quasi un anno a curarsi la stessa terribile rogna che lo perseguiterà fino alla morte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nella primavera dell’anno seguente Francesco raggiunge le due donne solo per trasferirle nelle stanze della famiglia del servitore, che, a sua volta, viene spostata negli appartamenti signorili. Beatrice e Lucrezia non hanno più accesso al giardino, dunque; inoltre Francesco fa chiudere le finestre affinché non possano vedere neppure la luce del giorno; il cibo giunge loro da una feritoia. In pratica le imprigiona e torna a Roma all’ospedale S. Giacomo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Poco dopo manda alla Petrella due dame di compagnia, allettandole con la vita di campagna. Anche le poverette vengono imprigionate, malnutrite e costrette a girare praticamente nude.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel frattempo Beatrice scrive persino al papa per un aiuto; la lettera, però, arriva nelle mani di Francesco tramite la persona chiamata a consegnarla e la cosa non viene ben tollerata. Si libera delle due serve. Prima Geronima: le liquida una parte di soldi e la fa montare a cavallo. Poi urla dalla cima del castello che la donna è carica di denaro, in modo che uno dei tanti briganti che infestavano quella zona possa aggredirla e derubarla. Poi arriva il turno di Calidonia, cui non dà neppure il cavallo, costringendola ad andarsene a piedi, con la neve che le arriva al ginocchio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quindi picchia a sangue Beatrice a causa della lettera scritta al papa e la rinchiude senza cibo. Inoltre abusa più volte di lei: Francesco le impone rapporti incestuosi, picchiandola duramente qualora opponesse rifiuto; le dice che i bambini che nascono dal congiungimento di un padre e di una figlia sono santi; e, spesso, abusa di lei sul talamo nuziale, costringendo la moglie a guardare. In altre occasioni inverte i ruoli ed è Beatrice ad essere costretta a dormire vicino al letto ove Francesco giace con Lucrezia. Entrambe le donne, poi, sono costrette a grattargli la rogna persino nelle parti intime ed a reggergli il vaso mentre espleta le sue funzioni corporali. Ad occhi esterni mantiene, invece, grande dignità, accompagnandole alla messa ogni mattina nella cappella del castello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">L’incidente e il processo</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il 9 settembre 1598 nel castello risuona il grido di Beatrice e Lucrezia. Accorre un servitore: Francesco è caduto di sotto, probabilmente camminando sul balcone di legno fradicio. Il corpo è nell’ortaccio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I preti rivendicano gli abiti del morto per la loro parrocchia, ma non li ottengono, come non ottengono l’obolo a causa della povertà degli eredi, ancora non in possesso dei beni del defunto. La cosa li indispettisce tanto che parte l’inchiesta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La curia vuole vederci chiaro, anche perché un siffatto processo, in quel periodo ove il denaro lava coscienze e punisce colpevoli, può portare molto denaro nelle casse della Camera Apostolica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il 5 novembre, con l’</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">inquisitio generalis</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, si apre il processo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I diretti interessati sono tornati ad abitare nel loro palazzo romano e vengono presto messi agli arresti domiciliari.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Poco dopo ha inizio l’</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">inquisitio specialis</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, con l’interrogatorio dei sospettati e dei testimoni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutti e tre confermano la versione dell’incidente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In contemporanea si svolgono indagini alla Petrella.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giunge al castello Carlo Tirone, l’inquisitore mandato da Napoli, che ha fama d’essere uomo crudele, spietato, e molto furbo. Non crede all’incidente e fa riesumare il corpo di Francesco: la ferita pare sia compatibile con un’accetta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Gli interrogatori si fanno più serrati e sui testimoni, soprattutto quelli a favore dei Cenci, si fa uso del supplizio della corda: vengono legati i polsi dietro le spalle e la corda viene utilizzata per sollevare il testimone da terra con una carrucola, cosa che già provoca grande dolore, visto che il peso del corpo, a volte maggiorato da pesi legati attorno alle caviglie e alla vita, grava interamente sulle braccia, forzate in modo contrario alla naturale articolazione; quindi la corda viene allentata bruscamente, lasciando cadere il corpo fino ad un palmo dal suolo, in tal modo provocando fratture, disarticolazioni e, a seconda dei pesi, perfino smembramenti delle braccia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Al momento, per privilegio nobiliare, solo i Cenci non possono essere sottoposti a tortura. Si moltiplicano i loro interrogatori, ma tutti mantengono saldamente la versione dell’incidente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Se i Cenci resistono così bene a tutti gli interrogatori, alle pressioni, ai tranelli dell’inquisitore, per piegarli si deve cambiare radicalmente la loro condizione. Ed il cambiamento arriva: inaspettato ed atroce. Il nuovo Governatore di Roma, monsignor Ferdinando Taverna, riceve dal papa un </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">motu proprio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> in cui, con ipocrita dispiacere, si dice che i Cenci perdono ogni privilegio nobiliare che li esenti dalla tortura e dal supplizio capitale. Taverna rimette il motu proprio nelle mani di Moscati l’inquisitore e questi non se lo fa ripetere due volte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È l’inizio della fine.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giacomo viene nuovamente interrogato. È molto provato dagli eventi e dal carcere, capisce che non potrà sottrarsi alla tortura. Ha paura. Non è eroico. Alle prime tirate di corda urla e comincia a “confessare”, a dire quel che l’inquisitore vuole sentirsi dire: i fratelli erano al corrente e gli avevano riportato i piani di Beatrice; lui li aveva approvati. È il consenso al delitto che l’inquisitore cercava.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il giorno seguente tocca a Bernardo, il quale, tuttavia, non viene sottoposto a tortura e, dunque, può ancora dire il vero: non sa nulla di congiure; non ritiene colpevoli i fratelli, né la matrigna.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È quindi il turno di Lucrezia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Entra Giacomo per un confronto, il quale conferma quanto detto in sede di tortura. Anche Lucrezia viene sottoposta a tortura e “confessa” a sua volta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tocca a Beatrice a subire la tortura e, guarda caso, confessa la verità dell'inquisitore; una delle tante "verità" fuoriuscite dalla sala dei tormenti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nei giorni seguenti proseguono, incessanti ed impietosi, gli interrogatori dei Cenci. All’inquisitore servono ulteriori conferme della colpa di tutti i membri della famiglia per poterli condannare, privandoli d’ogni bene.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Gli avvocati vengono ricevuti a male parole dal papa, il quale si meraviglia che cotanti assassini abbiano avvocati disposti a prendere le loro difese: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Dettero le difese essi al padre, quando l’ammazzarono?»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Addirittura tal avv. Giorgio Diedi, per il troppo zelo mostrato nel chiedere gli atti processuali, venne imprigionato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Arriva la condanna. Il papa, che piange quando viene a sapere della confessione dei Cenci, ha mani ben salde nel firmare provvedimenti atroci.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’11 settembre, l’esecuzione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ancora oggi a Roma, patria di misteri affascinanti, la sera dell'11 settembre, su ponte S. Angelo, quando la luna illumina l'acqua del fiume, gettando riflessi sul selciato, come piccoli diamanti evanescenti, si può incontrare il fantasma di Beatrice. Indossa una veste bianca e, sotto il braccio, tiene la sua testa, ancora coronata dei fiori che il popolo depose sulla cesta dopo la decapitazione. Cammina nei luoghi dove fu vittima dell'ingiustizia; ad incontrarla, però, sorride.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Tratto da </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La triste storia della bella Beatrice</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in Fiume Bojaccia di Raffaella Bonsignori, Bibliotheka Ed., Roma, 2015]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Foto di pubblico dominio (dal ritratto di donna di Guido Reni)</span></b></div> &nbsp;&nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Per saperne di più:</span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Raffaella Bonsignori</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Fiume Bojaccia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Ed. Bibliotheka, Roma, 2015</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 11 Sep 2024 12:27:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il mio ricordo di Gigi Sabani]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altro"><![CDATA[Altro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000132"><div class="imTAJustify">Il 4 settembre del 2007 moriva improvvisamente Gigi Sabani, noto showman ed imitatore della televisione italiana. Un infarto che, per chi l’ha conosciuto bene, affonda le radici nel suo profondo, profondo dolore di dieci anni prima. E, scrivendo il mio ricordo di lui, è proprio quello il momento che voglio rievocare, perché oggi è facile parlare della sua bravura, del suo sorriso, della sua personalità brillante, ma allora, dieci anni prima della sua scomparsa, le pagine dei giornali non avevano parole belle per Gigi e l’abbandono di tutti lo devastò.</div><div class="imTAJustify">18 giugno 1996: per ordine di un procuratore di Biella, Gigi Sabani venne arrestato per induzione alla prostituzione. I giornali diedero, come sempre accade, un nome altisonante al caso: <i>"Provini a Luci Rosse"</i>. Secondo la costruzione accusatoria lui ed altri avrebbero promesso carriera nel mondo dello spettacolo a ragazze, anche minorenni, in cambio di favori sessuali. Un reato particolarmente infamante. L'accusa pesò su Sabani come un macigno. 13 giorni di custodia cautelare in carcere ed un calvario di un anno di indagini durante il quale perse i migliori contatti lavorativi, perse amicizie, perse l’immagine della dignità agli occhi del pubblico.II suo volto sorridente e luminoso si affacciava dai giornali accanto ad articoli orribili. La sua famiglia si strinse attorno a lui con tutto l'affetto di cui era capace, un affetto immenso, protettivo, meraviglioso, situato nell'unico posto in cui può trovarsi quando e autentico e sincero, nel cuore. Anche gli amici veri gli restarono accanto. Ma la vicenda lo sovrastò. Più forte era la sua consapevolezza di innocenza e più il fuoco dell’ingiustizia ardeva sulla sua pelle. E i lapilli raggiunsero la sorella, la madre, il figlio, perché neanche loro vennero risparmiati dal ciclone mediatico. Vogliamo immaginare, ad esempio, che impatto emotivo può aver suscitato una simile notizia nel figlio allora adolescente, il quale, quotidianamente, doveva affrontare quello che i suoi amici, i suoi compagni di scuola, i suoi professori leggevano del padre?</div><div class="imTAJustify">Conoscevo Gigi; eravamo amici. Ricordo che, ai primi degli anni Novanta, quando arrivava nell'ufficio di management che lo aveva in scuderia mi telefonava imitando la voce di un mio amico che lavorava lì:</div><div class="imTAJustify"><i>«Ciao, sono Roberto»</i></div><div class="imTAJustify">E la voce di Roberto, quello vero, in sottofondo urlava:</div><div class="imTAJustify"><i>«Non dargli retta; è Gigi, è Gigi!»</i></div><div class="imTAJustify">In realtà, tutta la mia famiglia gli era amica e non abbiamo mai smesso d'esserlo, ecco perché sento che posso raccontare il suo dolore. Io l’ho visto nei suoi occhi.</div><div class="imTAJustify">Nella foto è con mia madre, nel 1989, davanti al negozio di abbigliamento che lei aveva allora, proprio di fronte alla sede RAI. Quando Gigi era in zona, andava immancabilmente a trovarla e restava ore a chiacchierare con lei e con mio padre. Era un uomo molto elegante ed amava le cravatte: ne comprava in continuazione. Si può dire che lui più di tutti noi conosceva quelle che erano in negozio. In più di un’occasione si improvvisò “commesso”, consigliando la clientela. Non si è mai dato le arie da divo. Mai. Era una persona semplici, per bene. </div><div class="imTAJustify"> Lo vidi disintegrarsi sotto quelle accuse. Certo, ferveva, in lui, la forza della verità calpestata, tradita. derisa, dimenticata; la forza della disperazione tradotta nel desiderio di affermare la propria estraneità a quei fatti, ma le energie dell'innocenza venivano, comunque, fiaccate, giorno dopo giorno, dall'incomprensione altrui, come sarebbe stato per chiunque.</div><div class="imTAJustify">II giornalismo giudiziario italiano ruotava attorno alla sua presunta colpevolezza e non era lasciato spazio alcuno al suo desiderio, comprensibile ed autentico, di urlare al mondo la propria innocenza: spazi per lui, sui giornali e nei programmi TV, tanti; spazi per la ricerca della verità pochi, quasi nessuno. Lui era il “mostro” da sbattere in prima pagina.</div><div class="imTAJustify">II carosello impazzito delle accuse, delle ipotizzate condotte, degli inesistenti eventi che avevano innescato la gogna mediatica per Gigi terminarono nel febbraio 1997 con l'archiviazione della notizia di reato, rivelatasi infondata. Sabani non era stato neppure processato, ma per un anno aveva subito la peggiore delle condanne!</div><div class="imTAJustify">Ricordo un giorno, alla fine di tutto il calvario, lo incontrai in un bar e lui mi disse:</div><div class="imTAJustify"><i>«Raffae’, ho scoperto che vuol dire p.m. Pezzo di m…»</i></div><div class="imTAJustify">In quella battuta c’era tutto il suo dolore.</div><div class="imTAJustify">La “supertestimone”, in realtà sua ex fidanzata, divenne moglie del pubblico ministero indagante Alessandro Chionna (<i>sic!</i>), il quale, dopo essere stato fotografato da alcuni paparazzi in auto con lei, si dimise dal caso. Il CSM dispose il suo trasferimento in altro distretto di Corte d’Appello. Oggi, grazie al possibile incrocio di carriere tra pubblico ministero e giudice, è giudice delle indagini preliminari a Varese, ove ha recentemente subito un nuovo procedimento disciplinare. L’accusa (riportata nell’audio di Radio Radicale, seduta CSM del 10.01.2019 –www.radioradicale.it/scheda/562823/consiglio-superiore-della-magistratura-disciplinare) muove da un suo coinvolgimento con due imprenditori &nbsp;indagati. Lo scopo pare fosse quello di ottenere fondi a favore di una società sportiva in cui aveva interessi privati.</div><div class="imTAJustify">A Gigi fu concessa una modesta riparazione per l'ingiusta detenzione. Nessun risarcimento, invece, dai giornalisti che si erano riempiti le tasche sfruttando il suo volto e la sua notorietà; dipingendo il mostro; sguazzando dentro una storia torbida inventata per sete di facile fama; esponendo un uomo e tutta la sua famiglia ad un dolore inenarrabile per quella costruzione accusatoria.</div><div class="imTAJustify">Del resto, non c'è spazio per il raggiungimento di un titolo risarcitorio, in un simile contesto. Quando le notizie arrivano dalla Procura della Repubblica (altro <i>sic!</i>), non richiedono ulteriore conferma di veridicità e presuppongono la buona fede del giornalista, recita la Cassazione:<i> «La cronaca giudiziaria è lecita quando venga esercita correttamente, limitandosi a diffondere la notizia di un provvedimento giudiziario in sé, ovvero a riferire o commentate l'attività investigativa o giurisdizionale» </i>(sentenza n. 54496/2018, ultima di una pletora di pronunzie conformi).</div><div class="imTAJustify">Anzi, è stato persino detto che, in nome dello scoop, si può sacrificare la verità: <i>«In tema di diffamazione a mezzo stampa, il concetto di cronaca presuppone la immediatezza della notizia e la tempestività dell'informazione, così che l'esigenza della velocità può comportare un sacrificio, in nome dell'interesse della notizia, dell'accuratezza della verifica, della sua verità, della bontà della fonte»</i> (Cass. sentenza n. 8042/05, fortunatamente ribaltata dalla sentenza n. 13941/15).</div><div class="imTAJustify">Intanto chi capita sotto l’attenzione morbosa dei media ne esce distrutto.</div><div class="imTAJustify">La buona reputazione, scriveva Shakespeare nell’<i>Otello</i> è un monile inestimabile: chi ruba dei soldi, non ottiene tutto, ma solo qualcosa, impinguando la propria borsa fin tanto che quell'effimera ricchezza non finisca, lecitamente o illecitamente, nelle mani di un altro; ma chi offende l’onore altrui commette il furto più abietto, poiché rende miserabile la vittima senza diventare ricco.</div><div class="imTAJustify">L'uomo contemporaneo, tuttavia, si è dimostrato più fantasioso di quanto il drammaturgo inglese potesse immaginare, tanto che è riuscito, comunque, ad inventarsi un modo per fare soldi anche con la sottrazione dell'onore altrui, ideando la "gogna mediatica" come forma per incrementare la tiratura di un giornale o l'audience televisiva o, ancora, gli accessi pubblicitari in un blog internet!</div><div class="imTAJustify">L'efficace immagine descritta nell’<i>Otello</i>, però, sebbene elisa di una parte, l'inesistente arricchimento, permane in tutta la sua prepotente efficacia e attualità, poiché, per riduzione eidetica, dell'abietto furto shakespeariano resta l'essenza, ossia il senso del depauperamento profondo, della sottrazione di un bene insostituibile, che misura l'offesa originata dalla lesione all'integrità morale dell'individuo.</div><div class="imTAJustify">Ecco, dunque, che accanto al protagonista della vicenda oggetto dell'attenzione mediatica, ossia il mostro <i>nella</i> notizia, si affianca un altro mostro, quello <i>della</i> notizia: il giornalista, il direttore del giornale, il vice-direttore, l'editore, lo stampatore, colui che, riottosamente ignorando il naturale diritto alla riservatezza di ogni persona coinvolta in situazioni problematiche, o, peggio, di quella <i>sub iudice</i>, s’impossessa della sua vicenda, della sua vita privata, persino della sua famiglia, dando il tutto in pasto ad un pubblico famelico dei problemi altrui.</div><div class="imTAJustify">II cittadino "globalizzato" è sotto stretta sorveglianza.</div><div class="imTAJustify">II ruolo che nel Medioevo aveva Dio, sotto il cui occhio onnisciente riposava la vita di ogni individuo, oggi e stato usurpato dall'Uomo Tecnologico e dalle deduzioni giornalistiche costruttrici di verità parallele. In un simile contesto il Giudizio Universale e stato vilmente parcellizzato in innumerevoli giudizi terreni, imbrigliati nelle più disparate reti di controllo. Dall'uomo di Michelangelo, 1'uomo dall’anima vestita di corpo, in attesa di una parola di Dio che gli consenta di resuscitare e che gli eviti di bruciare in eterno tra le fiamme infernali, siamo arrivati all’uomo-cittadino di oggi: testa bassa, spalle ricurve sotto il peso dell'occhio elettronico, di una magistratura a volte soverchia e del giudizio mediatico; impossibilitato a reagire, incapace di uscire dalla spirale di verità fittizie che gli si attaccano addosso, lo imprigionano, lo soffocano.</div><div class="imTAJustify">Gigi era pulito ed è ciò che è emerso in sede giudiziaria, ma il fango che gli è stato gettato addosso in quei mesi di indagine lo ha soffocato. È bene ricordarlo.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>© Articolo e foto di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify"><b> </b><span class="fs12lh1-5">[in Osservatorio del Processo Penale, Anno II, n.1, gen.-feb. 2008 e successive modifiche] </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 04 Sep 2024 17:39:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giuseppe Verdi e la sua casa d'infanzia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000131"><div class="imTAJustify"><div class="imTAJustify">Se potessi corredare di suoni la pagina scritta, non sarebbero le opere del Maestro Verdi a farla qui da padrone, almeno non all’inizio, bensì il vociare indistinto degli ospiti della sua casa natale, immersa nella campagna emiliana, bruna e tranquilla.</div><div>Quel casolare dall’enorme tetto spiovente, infatti, era in parte adibito ad osteria e, in parte, a vendita di caffè, zucchero e tabacchi. Tra lo spaccio e la mescita, accompagnata da piatti di zuppe odorose e altre semplici prelibatezze, s’immagina vivo di parole, a volte di musica suonata alla buona dai tanti musicisti ambulanti che andavano lì a ritemprarsi.</div><div>Sì, ad accompagnare un articolo che parla di quella casa ci vorrebbero i suoni estemporanei della quotidianità di allora: i cori lontani, provenienti dalle aie coloniche circostanti, e i discorsi dei contadini, l’acqua tirata su dal pozzo adiacente alla più grande delle porte, quella della stalla; il tintinnio dei bicchieri, delle posate e dei piatti sparsi sul lungo tavolo di fronte al secondo camino. È quello, infatti, il tavolo dedicato agli ospiti. Il più piccolo, invece, quello nell’altra sala, accanto alla cantina con le botti, è per la famiglia.</div></div><div class="imTACenter"> <img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/-Fig.-2----Il-desco-familiare-e-quello-per-gli-ospiti.jpg"  title="" alt="" width="973" height="379" /></div><div class="imTACenter"><b>[Fig. 2] – Le due sale da pranzo, quella familiare (a sinistra) e quella per gli ospiti (a destra)</b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><div>Ma davvero era così netta la separazione?</div><div>D’estate, anche il prato d’ingresso, quello dove ora campeggia un mezzo busto del Maestro, era pieno di tavoli.</div><div>Un po’ casa, un po’ spaccio, un po’ osteria, un po’ campagna: un piccolo mondo ottocentesco.</div><div>Ottocentesco, sì, perché oggi, nel parlare di questa casa, viaggeremo nel tempo: non è il 10 luglio 2024, bensì il 10 ottobre 1813.</div></div><div class="imTAJustify"><div>Luigia Uttini, di origini piacentine, ha 26 anni e il nono mese di gravidanza è iniziato da un po’. Ancora fila la seta, però, e aiuta il marito, Carlo Verdi, ad intrattenere gli ospiti. Ha un carattere asciutto e fattivo, non incline a facili entusiasmi, piuttosto è devota alla concretezza di un vivere che deve andare al meglio di quel che si può.</div><div>Carlo di anni ne ha ventotto ed è più semplice e accomodevole della moglie. Fa di conto egregiamente, ma tra le entrate e le uscite di casa avrà il tempo di rimuginare, con un pizzico di sogno, sulla vita artistica del figlio, quando sarà il momento.</div><div>Gente buona, scura e luminosa, ricca e autentica come la terra di cui fa parte. Sembrano folte chiome di alberi dalle radici invisibili, che danzano nel vento della vita: camminano, si muovono, eppure è come se restassero fermi, agili pioppi piantati lì, tra le siepi di marruche e gli orti rigogliosi. Non ci pensano proprio ad andare via. È su quella terra che stanno bene.</div><div><i>«Me vag mia via da che. Che gh’</i><i>ò bela tüt»</i></div><div>Si canta, si balla fino all’imbrunire.</div><div>Anche Luigia balla, nonostante sia donna tendenzialmente seriosa e taciturna; ma ecco che un dolore acuto le trafigge il ventre. La portano nella stanza da letto, al piano superiore, accanto all’anticamera dove Carlo tiene i conti di casa.</div></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><b> </b><img class="image-3" src="https://raffaellabonsignori.it/images/-Fig.-4----La-camera-dei-coniugi-Verdi.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><b>[Fig. 3] – La stanza dei coniugi Verdi</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><div><br></div><div>Gli uomini, ovviamente, sono banditi da lì. Le urla trapassano le due finestre affacciate sulla chiesa di S. Michele Arcangelo, la stessa che vedrà il piccolo Verdi battezzato, la stessa che accoglierà le preghiere della famiglia, la stessa in cui Luigia, un anno dopo, si rifugerà con il piccolo Verdi, riuscendo a sfuggire ad un manipolo di austro-russi calati violentemente in paese dopo la caduta del regno napoleonico.</div><div>Carlo misura ad ampi passi il pavimento, attento a non urtare con la testa il basso trave ch’è sul lato lungo e raggiungendo anche la stanza di fronte, quella della filatura. Avanti e dietro, avanti e dietro.</div><div>Finalmente un vagito. Ed ecco che irrompe nella camera da letto, ma viene bruscamente allontanato. Gli basti sapere che è maschio e vada giù dagli altri, ché gli uomini, per una partoriente, sono solo di intralcio.</div><div><i>«And</i><i>ȇ zo, siur Carl, che l’è sultant in di pe’ !»</i></div><div>I gradini che collegano i due piani sono alti e stretti, ma Carlo riesce a volare su di essi senza quasi toccarli. <i>«È maschio!»</i> annuncia agli ospiti rimasti, <i>«L’è masch!»</i>. E offre un giro di bevute a tutti, con il vigore della sua gioia tra le mani e un brivido freddo lungo la schiena. È appena diventato padre.</div><div>Sì, è nato Giuseppe Fortunato Francesco Verdi. Giuseppe in onore del nonno, Francesco in onore della nonna e Fortunato perché è nato di domenica.</div><div>Intanto, per antica promessa fatta a Luigia, alcuni dei suonatori dabbasso, si radunano sotto le sue finestre a suonare. Il piccolo nasce, dunque, avvolto dalle fasce e dalle note.</div><div>Un maschio. Due braccia che cresceranno e lavoreranno la terra, deve pensare Carlo; un figlio, ma anche un aiuto.</div><div>E l’aiuto Giuseppe lo darà, ma a modo suo, con la sua musica, anche se l’indole contadina, la concretezza, l’autenticità, il vigore della sua terra non lo abbandoneranno mai: <i>«Sono e sarò sempre un paesano delle Roncole»</i>.</div><div>Visitando quella casa, capitiamo anche in una piccola stanza senza luce esterna, confinante con la stanza da letto dei coniugi Verdi: l’unica finestra è affacciata sulla stalla sottostante. È, dunque, la stanza più calda. In quei luoghi fatti di lunghi inverni il calore, si sa, è un privilegio. Forse proprio per questo è la stanza che i Verdi danno al piccolo Giuseppe. Una stanza per dormire ma anche per suonare. Inseguendo la sua eccezionale predisposizione per la musica, infatti, avevano mandato Peppino, sin dalla tenera età di 4 anni, ad affiancare Pietro Baistrocchi, l’organista della chiesa di S. Michele.</div></div> &nbsp;<div class="imTACenter"> <img class="image-4" src="https://raffaellabonsignori.it/images/-Fig.-5----La-chiesa-di-S.-Michele-vista-dalla-finestra-di-casa-Verdi.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><b>[Fig. 4] – La chiesa di S. Michele vista da casa Verdi</b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><div>Un paio di anni dopo, non senza qualche sacrificio, Carlo aveva acquistato per il figlio una spinetta, ricevendo il migliore dei ringraziamenti, ossia un volto di fanciullo illuminato dalla gioia.</div><div>Ed eccolo lì a improvvisare melodie.</div><div>La musica in lui sgorga irruente, anche con un pizzico di rabbia, a volte, se non riesce a trovare gli accordi che ha in testa, e il piccolo picchia con tutte le sue forze sulla tastiera di quella sua spinetta già bisognosa di qualche riparazione, che, ben presto, giunge il tempo di fare. Viene chiamato, dunque, un cembalaro che, effettuato il proprio intervento, non vuole essere pagato se non apponendo sulla spinetta, con semplice orgoglio, una breve iscrizione:</div> &nbsp;<br><div><i>«Da me Stefano Cavalletti fu dato di nuovo questi salterelli e impenati a corame e vi adatai la pedagliera che io ci ho regalato; come anche gratuitamente ci ho fatto di nuovo li detti saltarelli, vedendo la buona disposizione che ha il giovanetto Giuseppe Verdi d’imparare a sonare questo istrumento, che questo mi basta per essere del tutto soddisfatto. Anno domini 1821»</i>.</div> &nbsp;<br><div>Sentir suonare Verdi è già allora un privilegio per tutti e così avergli accomodato uno strumento.</div><div>Non passa molto tempo che prendono a chiamarlo <i>il maestrino</i>, perché il Baistrocchi, a volte, si fa addirittura sostituire dal bambino per intere funzioni religiose. Peppino ha otto anni. E due anni dopo, quando il suo maestro muore, prende il suo posto, portando in casa la discreta somma di 36 lire l’anno oltre qualche extra per matrimoni e funerali. A quell’epoca è già a Busseto per il ginnasio, ma suona a Le Roncole (così si chiamava allora il paese) ogni sabato e domenica e continuerà a farlo per sei anni, fino al suo trasferimento a Milano. Ogni sabato e ogni domenica. A piedi. Sette chilometri ad andare e sette a tornare.</div><div>È un bambino intelligente, responsabile, concreto. Appena può aiuta i genitori con le incombenze varie, anche perché la sua sorellina Giuseppa Francesca, di tre anni più giovane, menomata sin dalla primissima infanzia a causa di una grave affezione, può far poco ed è una bocca in più da sfamare. Morirà come è nata, chiusa in una mesta opacità, a 17 anni; la prima di tante morti che toccheranno da vicino la vita del Maestro e che forgeranno il suo carattere titanico, ma anche malinconico e a tratti inquieto, quasi violento, quasi percorso dalle improvvise raffiche temporalesche della sua terra. <i>«La mia giovinezza fu dura»</i>, confesserà da adulto in uno dei rarissimi momenti di concessa confidenza.</div><div>È questo il retroterra di Verdi, il suo ambiente; queste sono le sue radici. L’intelletto, il talento affondano nel carattere riservato della madre, nei suoi silenzi, ancorché carichi di parole; affonda nella più evidente vivacità paterna, così come nella triste condizione della sorella; e, ancora, nei profumi delle erbe, nei foraggi per i bachi da seta, che è chiamato a raccogliere, nel formaggio e nel vino aromatico di quelle parti.</div><div>Per entrare nella casa museo si passa dalla stalla, oggi biglietteria e piccolo negozio. Il giro gode di un’ottima guida: in ogni stanza, infatti, c’è un cavalletto con un tablet dal quale si possono ascoltare storia e curiosità.</div><div>Se si ha la fortuna di entrare quando non ci sono molti altri avventori, si può avere la sensazione di viaggiare nel tempo. Quella tavola, quella dispensa, quel letto che vide i suoi occhi per la prima volta aprirsi alla luce, tutto diventa gigantesco e immanente, tutto viene a circondare il presente lasciandovi fluire il passato.</div><div>Verdi lascerà Le Roncole molto giovane, come detto, per andare prima a Busseto e, poi, a Milano, a Parigi, a Genova … eppure mai abbandonerà la sua terra d’origine. C’è sempre un ritorno a casa dietro l’angolo dei suoi viaggi, che questa casa sia a Busseto o poco distante da lì, a S. Agata, luogo in cui, ormai famoso, acquisterà un proprio podere.</div><div>La casa di Roncole, però, verga l’alfa di quella vita, l’inizio, lo sbocciare impetuoso del suo talento ed è ciò che è chiamata a restituire.</div><div>L’inizio, infatti, è un qualcosa che resta dentro, anche da vecchi: si è sempre un po’ i bambini di un tempo, si ha sempre nel cuore la prima casa, le prime esperienze, la prima aria respirata. È così che del suo paese natale possiamo trovare tracce in molte opere, anche le più tarde; e molte altre ve ne sono da scovare.</div><div>Pensiamo all’organo, ad esempio. Come abbiamo visto, rappresenta il suo primo approccio alla musica sotto la guida di un maestro e reca con sé l’imponenza del suo passato, della sua infanzia, del suo paese e dell’aspetto sacro della vita. Ebbene, benché non sia uno strumento tipicamente operistico, trova in Verdi piccoli ma significativi inserti in ben sette opere: <i>I Lombardi alla prima crociata</i> (terza scena del primo atto), <i>La battaglia di Legnano</i> (prima scena del quarto atto), <i>Luisa Miller</i> (prima scena del terzo atto), <i>Stiffelio</i> (scena finale), <i>Il Trovatore</i> (ultima scena della terza parte), <i>La forza del destino</i> (seconda scena del secondo atto), e l’<i>Otello</i> nella scena d’apertura, quella della tempesta (sulla partitura lo stesso Verdi annota: <i>«L’organo metterà il registro dei Contrabbassi e Timpani, e coi Pedali suonerà contemporaneamente»</i>). In altre opere, poi, Verdi, per replicare la gamma sonora dell’organo, usa la fisarmonica, o l’armonium, o un gruppo di strumenti. È indicata la fisarmonica, ad esempio, nel primo quadro del primo atto della versione originaria del <i>Simon Boccanegra</i> (nella versione successiva sostituita con l’arpa); l’armonium, invece, caratterizza la quinta scena del prologo della <i>Giovanna d’Arco</i>. Forse, al di là delle inevitabili influenze parigine del grand opéra, con l’organo Verdi ha voluto perpetuare quel tempo lontano che lo aveva visto bambino prodigio nei giorni campagnoli della sua Bassa.</div><div>Nel <i>Rigoletto</i>, invece, troviamo il riferimento ad un episodio dell’infanzia molto particolare, a metà tra fatto e leggenda. Pare che un giorno, servendo messa come chierichetto nel santuario della <i>Madonna dei Prati</i>, ad un paio di chilometri da Roncole, Verdi, incantato dalla musica che fuoriusciva dall’organo, si fosse distratto e il prete, don Masini, gli avesse tirato un calcio per richiamarlo al dovere. La cosa piacque poco al piccolo Peppino, il quale, nonostante avesse solo sette anni, saltò come un furetto e replicò violentemente, augurando al prete di essere colpito da un fulmine:</div><div><i>«Ch’at gnìss un fülmin!»</i>.</div><div>Il fatto è che, otto anni dopo, quel santuario fu veramente colpito da un fulmine e don Masini morì nell’incendio insieme ad altre cinque persone.</div><div>Più in là nel tempo, il Verdi adulto avrebbe detto che era stata la volontà di Dio e non la sua maledizione. Fatto sta, però, che il suo <i>Rigoletto</i> canterà:</div> &nbsp;<br><div><i>«Sì, vendetta, tremenda vendetta di quest’anima è solo desio... di punirti già l’ora s’affretta, che fatale per te tuonerà. Come fulmin scagliato da Dio, come fulmin scagliato da Dio, te colpire il buffone saprà»</i>.</div> &nbsp;<br><div>Anche il carattere duro della madre, che, sin dai tempi di Roncole, s’imponeva all’attenzione del piccolo Peppino e che, in qualche modo gli forgia l’animo, troverà spazio nel suo futuro di compositore. Ancora un gancio con il passato, con Le Roncole. Luigia, infatti, abiterà il corpo di Azucena, la zingara de <i>Il Trovatore</i>, l’unica figura materna nell’intera opera verdiana. Azucena è una madre forte e disperata, a tratti crudele, ma salda nelle sue decisioni, fossero queste anche di distacco dal figlio. E non è un caso che il personaggio materno, pur così fortemente legato alla sua infanzia, nasca solo quando Verdi ha trentotto anni, ossia dopo la morte di Luigia e dopo che il rapporto tra Verdi e i genitori s’era ormai gravemente incrinato. Li aveva addirittura allontanati dalla tenuta che aveva acquistato a S. Agata, offrendo loro dimora a Vidalenzo, in una casa all’uopo allestita, con un vitalizio ma anche con le indelebili parole dettate ad un notaio:</div> &nbsp;<br><div><i>«Io intendo di essere diviso da mio padre e di casa e di affari. Infine non posso che ripetere quanto le dissi ieri a voce: presso il mondo Carlo Verdi deve essere una cosa, e Giuseppe Verdi un’altra»</i>.</div> &nbsp;<br><div>La madre, dopo un periodo trascorso a casa di Giuseppe nell’inutile tentativo di metter pace tra lui e suo padre, era tornata dal suo Carlo.</div><div>La sua infanzia non l’ha mai abbandonato, a quanto pare.</div><div>In buona sostanza, visitare la casa museo di Roncole è un po’ come entrare nella vita del piccolo Verdi, esplorare le radici che l’hanno reso l’uomo e l’artista che è stato, con le sue gioie e i suoi immensi dolori, con le sue prime significative esperienze e con la nascita della passione musicale.</div><div>Di Verdi è stato detto e scritto di tutto, ma, forse, le diverse sfaccettature del suo animo in quel lungo viaggio verso l’infinito partito da Le Roncole, traspaiono al meglio da alcuni versi immortali, tratti da un componimento di D’Annunzio scritto in sua morte.</div><div> </div> &nbsp;<div class="imTACenter"><i>E noi, nell’ardor santo,</i></div><div class="imTACenter"><i>ci nutrimmo di lui come del pane.</i></div><div class="imTACenter"><i>Ci nutrimmo di lui come dell’aria</i></div><div class="imTACenter"><i>libera ed infinita,</i></div><div class="imTACenter"><i>cui dà la terra tutti i suoi sapori.</i></div><div class="imTACenter"><i>La bellezza e la forza di sua vita,</i></div><div class="imTACenter"><i>che parve solitaria,</i></div><div class="imTACenter"><i>furon come su noi cieli canori.</i></div><div class="imTACenter"><i>Egli trasse i suoi cori</i></div><div class="imTACenter"><i>dall’imo gorgo dell’ansante folla.</i></div><div class="imTACenter"><i>Diede una voce alle speranze e ai lutti.</i></div><div class="imTACenter"><i>Pianse ed amò per tutti.</i></div><div class="imTACenter"><i>Fu come l’aura, fu come la polla.</i></div><div class="imTACenter"><i>Ma, nato dalla zolla,</i></div><div class="imTACenter"><i>dalle madre dei buoi</i></div><div class="imTACenter"><i>forti e dell’ampie querci e del frumento,</i></div><div class="imTACenter"><i>nel bronzo degli eroi</i></div><div class="imTACenter"><i>foggiò sé stesso il creatore spento.</i></div><div> </div> &nbsp;<div>In questi versi Verdi diviene zolla che nutre dopo essere stato dalla zolla nutrito. Ha affrontato così i suoi momenti peggiori, del resto, con la fiera solidità delle sue origini, sempre rialzandosi, come quando cadeva in terra da piccolo.</div><div>Ecco, la terra.</div><div><i>«Sono e sarò sempre un paesano delle Roncole»</i>.</div></div><div> </div><div class="imTACenter"><b>**** ° ****</b><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Un ringraziamento speciale a Carolina Toscani, dell’Ufficio Turistico di Busseto, gentilissima e solerte nell’aiutarmi con la traduzione in dialetto delle frasi che ho voluto inserire nell’articolo.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Quarta Parete Roma, 10.07.2024]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>Per saperne di più</b>:</div><div class="imTAJustify"><b>AA.VV.</b>, <i>I luoghi verdiani. Busseto, Roncole, Sant’Agata</i>, Franco Maria Ricci, Fontanellato, 2001</div><div class="imTAJustify"><b>Carlo Gatti</b>, <i>Verdi</i>, Mondadori, Milano, 1981</div><div class="imTAJustify"><b>Paolo Giorgi</b>, <i>«L’organo ch’io suonai fanciullo»: l’organo di Giuseppe Verdi a Roncole</i>, in <i>«L’onda de’ suoni mistici»: la presenza dell’organo nelle opere di Giuseppe Verdi</i>, Ass.ne G. Serassi, Guastalla, 2015</div><div class="imTAJustify"><b>Donald Jay Grout</b>, <i>Breve storia dell’Opera</i>, Rusconi, Milano, 1985</div><div class="imTAJustify"><b>Luigi Orsini</b>, <i>Giuseppe Verdi</i>, Società Editrice Internazionale, Torino, 1949</div><div class="imTAJustify"><b>Mary Jane Phillips-Matz</b>, <i>Verdi: A Biography</i>, Oxford University Press, Oxford, 1993<b></b></div><div class="imTAJustify"><b>Corrado Minardi</b> (a cura di), <i>Alle Roncole con Verdi fanciullo</i>, Grafiche Step, Parma, 2007</div><div class="imTAJustify"><b>Eduardo Rescigno</b>, voce <i>Organo</i>, in <i>Dizionario verdiano: le opere, i cantanti, i personaggi, i direttori d’orchestra e di scena, gli scenografi, gli impresari, i librettisti, i parenti, gli amici</i>, Rizzoli, Milano, 2001</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 09 Jul 2024 16:23:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giovannino Guareschi, mio padre]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000130"><div class="imTAJustify">Roncole Verdi. Un’afosa giornata di luglio. Il sole, nella Bassa, sembra parlare da quel suo cielo sazio di calore soffuso; parla e ti avvolge con l’ingordigia dell’estate, che attende immobile e divora l’aria. Di quando in quando qualche nuvola forma geometrie fantasiose e racconta storie effimere a chiunque abbia il tempo di alzare il naso a leggerle. E il tempo non manca di certo, in quell’incantevole luogo, tra macchie d’erbe vive che ti respirano dentro. Ecco, la Bassa respira con te; ti avvolge con i fieri baluardi di una natura madre, tempio di quiete, viscere dell’esistenza, che vive lontana dai tormentosi affanni delle grandi città. &nbsp;&nbsp;</div><div class="imTAJustify">Sembra di aver attraversato il tempo verso un passato più semplice: tutto è tranquillo, ordinato, piacevolmente lento; si percepisce l’abitudine al pensiero.</div><div class="imTAJustify"><div>Accanto alla casa natale del Maestro Giuseppe Verdi, insiste una deliziosa costruzione, nella quale, un tempo, dimorò Giovannino Guareschi. Ora è la sua casa museo. Fino a qualche anno fa la gestivano Carlotta e Alberto, i due figli di Giovannino. Oggi, dopo la scomparsa di Carlotta, resta solo Alberto, un uomo discreto, serio, di squisita ospitalità.</div></div><div class="imTAJustify"><i>«Da dove vengono?»</i> ci chiede con cerimoniosa accoglienza.</div><div class="imTAJustify"><i>«Da Roma»</i></div><div class="imTAJustify">Si intuisce il rispetto per chi ha fatto tanta strada per raggiungere il suo mondo, il suo <i>piccolo mondo</i> per dirla con le parole del padre; il mondo di una provincia forte come la terra e fertile di semplicità e di bellezza.</div><div class="imTAJustify">Nella grande sala con il camino, su cui campeggia un ritratto di Verdi, sono allestiti pannelli che compongono il quadro di una vita, o, meglio, di un mondo, il mondo del <i>Bertoldo</i> e del <i>Candido</i>, e, più tardi, della <i>Notte</i>, di <i>Oggi</i>, e del<i> Borghese</i>; il mondo dei racconti, dei romanzi, dei disegni, delle lettere; un mondo di parole mai vane, a volte spigolose e a volte buffe, aspre e lisce al contempo, semplici, coraggiose, vere.</div><div class="imTAJustify">Le immagini di Guareschi e alcuni oggetti della sua quotidianità sbucano qua e là a creare una suggestiva scenografia.</div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/-Fig.-2----Casa-Guareschi.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /><b><br></b></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><b>[Scenografie in casa Guareschi]</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Sembra la casa delle <i>domande</i> e delle <i>risposte</i>, la casa dei <i>forse</i>, che ognuno ha letto, studiato e che sono lì a narrare una vita spesso al centro di vicende complicate, ricche di guai resi irreparabili dalla tenace volontà di certi uomini di violare i fatti, rendendoli ciò che non sono. Tutti dovrebbero leggere, di tanto in tanto, qualche pagina di Guareschi, imparando, così, la storia, soprattutto quella del dopoguerra; imparandola per quello che è stata e non per quello che, a tavolino, è stato deciso che fosse.</div><div class="imTAJustify">Il desiderio di chiedere al figlio un’intervista si fa corposo e straripa. Alberto Guareschi sorride con lo stesso sorriso che il padre celava sotto i suoi grandi baffi e accetta di buon grado.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><i>Innanzi tutto grazie per aver accettato di parlare con me di suo padre.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Giovannino Guareschi è il giornalista, lo scrittore, il genio umorista, il disegnatore, l’artista a tutto tondo che il mondo conosce, ma per lei e per sua sorella è stato soprattutto un </i>papà<i>. Ecco, vorrei iniziare l’intervista proprio da qui, dalla figura del padre, perché la gente conosce la sua immagine pubblica. Parliamo, dunque, di quello che suo padre, nell’autobiografia </i>Chi sogna nuovi gerani?<i> (che, poi, in perfetto stile Guareschi, è un titolo ricavato dall’anagramma del suo nome), definisce </i>«Il mio zibaldino familiare»<i>.</i></div><div class="imTAJustify"><i>La via dell’amore, del resto, è la più breve per incontrare qualcuno. E di amore, nella famiglia Guareschi, ce n’è sempre stato molto. </i>«Adesso Albertino e Carlotta si picchiano con grande impegno» <i>scrive parlando della vostra prima infanzia. </i>«Poi, si capisce, quando saranno più grandi, si metteranno d’accordo e picchieranno me»<i>. Eppure, dal ricordo di lui che lei e sua sorella avete portato avanti attraverso la casa museo di Roncole e attraverso l’associazione, il Club dei Ventitré, non si direbbe proprio …</i></div><div class="imTAJustify"><b><i>Quali sono i momenti familiari che ricorda con maggiore trasporto tra quelli vissuti con papà Giovannino?</i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>AG -</b> I momenti più importanti per me e per mia sorella erano quelli passati assieme al babbo (in famiglia lo chiamavamo “babbo”, come usa in Toscana e in Romagna: parlando di lui come “papà” me lo fa sentire estraneo...) quando ci raccontava degli episodi della sua giovinezza. Per lui erano momenti di serenità perché riandava col ricordo ai suoi genitori e per noi erano momenti magici perché riusciva a renderci partecipi delle sue avventure.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><i>È vero, ha ragione, una mia imperdonabile svista chiamarlo </i>papà<i>, dal momento che la mostra antologica si intitola </i>Giovannino nostro babbo!</div><div class="imTAJustify"><i>Il vostro ingresso nel suo mondo attraverso le sue parole mi fa pensare al segreto dell’eternità, che, forse, è proprio riuscire a ricordare con i sentimenti, facendo propria quella parte di esperienza altrui esclusa dalle leggi del tempo, ma non da quelle del cuore.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Ma veniamo al </i>Mondo Piccolo<i>, che non è solo una magnifica serie di racconti ma anche un mondo fatto di gente vera, di caratteri, di tradizioni, di parole in qualche modo strettamente unito a voi. </i></div><div class="imTAJustify"><b><i>Quanto di quel mondo letterario, prima, e cinematografico, poi, lei ricorda essere entrato nella vostra casa, nella vostra intimità familiare?</i> <i></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>AG -</b> Dopo la guerra la mia famiglia ha abitato a Milano dal 1945 al 1951, prima in via Pinturicchio e poi in via Righi dove aveva trasformato il seminterrato in un cantinone ed erano spesso ospiti i colleghi del babbo: Giovanni Mosca, Carletto Manzoni, Massimo Simili, Alessandro Minardi e Cesare Zavattini. Inoltre venivano spesso Angelo e Andrea Rizzoli, i suoi editori. Le loro visite sono continuate quando ci siamo trasferiti a Roncole e a queste si sono aggiunte quelle del mondo cinematografico impegnato in quegli anni nella serie di film su don Camillo e Peppone: Gino Cervi, Fernandel, il regista Luigi Comencini, l’attore Saro Urzì.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>È noto l’ottimo rapporto tra suo padre, Gino Cervi e Fernandel, che hanno interpretato due tra i più famosi e iconici personaggi del mondo Guareschi, ossia il sindaco comunista Peppone e il prete reazionario Don Camillo, animando cinematograficamente la piazza di Brescello, ancora oggi dedicata a loro.</i></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/-Fig.-3----Peppone-e-Don-Camillo.jpg"  title="" alt="" width="970" height="406" /><i> </i></div><div class="imTACenter"><b>[Sculture bronzee di Don Camillo e Peppone sulla piazza di Brescello]</b><i></i></div> <div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Ha qualche ricordo di questi due grandi attori fuori dal set?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>AG -</b> Li ricordo come persone gentili e cortesi. Nel 1951 li ho incontrati a Brescello sul set del primo film della serie e mi hanno donato la loro foto con l’autografo. Li ho rincontrati nel 1955 all’Hotel Toscanini a Parma al termine della lavorazione del terzo film e mi è rimasta impressa la spiegazione che Fernandel fece ad un cameriere sul modo di servire il Pernod: «<i>Dans un grand verre avec une petite carafe en céramique remplie d'eau froide naturelle!</i>» (n.d.a. <i>«In un grande bicchiere con un piccolo bricco in ceramica riempito d’acqua fredda naturale»</i>).</div><div class="imTAJustify">Fernandel e Gino Cervi sono stati presenti nel 1965 al matrimonio di mia sorella in qualità di “testimoni a latere” e hanno partecipato al successivo pranzo di nozze assieme al regista Luigi Comencini e all’attore Saro Urzì che era molto affezionato a mio padre e lo aveva visitato in carcere nel 1955 quando stavano girando <i>Don Camillo e l’onorevole Peppone</i>. Negli anni successivi Gino Cervi ha pranzato diverse volte nel mio ristorante assieme alla compagna Erika Mayer.</div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://raffaellabonsignori.it/images/-Fig.-4----Cervi-e-Guareschi.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /><b><br></b></div><div class="imTACenter"><b>[Gino Cervi e Giovannino Guareschi]</b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i> </i></div><div class="imTAJustify"><b><i>Guareschi era un umorista eccezionale, raffinatissimo. Lo era anche in famiglia?</i></b></div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>AG -</b> L’umorismo è un dono che il Padreterno fa a pochi privilegiati. Mio babbo, come tutti gli umoristi, era malinconico e stava volentieri per conto suo. Però, quando gli capitava di trovarsi in situazioni particolari e con la giusta compagnia, era di una simpatia irresistibile. In famiglia usava l’umorismo in giusta dose, ricordandosi del suo ruolo di <i>pater familias.</i> Ma quando si verificavano situazioni particolari riusciva ad essere irresistibile anche con noi figli.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i>Bella questa immagine di Guareschi padre e maestro di vita, giocoso solo quanto basta.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Fuori dalla famiglia, però, la gioiosità, l’arguzia, lo stile di Guareschi si sono scontrati con diverse strade in salita molto difficili da percorrere. Innanzi tutto il lager. Immediatamente dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Giovannino Guareschi, essendosi rifiutato di continuare a combattere al fianco dei tedeschi, viene da loro imprigionato. La vita del lager è durissima. La descriverà nel </i>Diario Clandestino<i>. Due anni lunghi da passare, nel corso dei quali riesce a conservare intatta la propria dignità. Lì compone anche </i>La favola di Natale<i>, da lui stesso illustrata: un gioiellino inestimabile che parla del Natale, dei sogni che prendono vita, del Buonsenso e della Poesia rimasti fuori dalla porta della guerra; e parla di un bambino, il piccolo Alberto, dei suoi compagni di avventura, ossia la nonna, il cane Flick e una lucciola, parla della mamma che è rimasta a casa con la piccola Carlotta. Un quadro familiare che, in un contesto onirico quasi beckettiano, si apre a considerazioni profonde sul senso della pace e della guerra in attesa che nasca Gesù.</i></div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><i>Il piccolo Alberto come ha vissuto il Natale lontano dal babbo?</i></b><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>AG - </b>Grazie a Dio (e grazie a mia madre e ai miei Nonni...) ho passato i due Natali lontano dal babbo bene perché, nonostante il razionamento e la tessera annonaria, mia madre è riuscita miracolosamente a fare il pranzo di Natale e a “mobilitare” il Bambino Gesù che, in trasferta da Milano, mi ha portato dei poverissimi ma splendidi doni sotto l’albero. Doppia festa perché, pochi giorni prima era intervenuta Santa Lucia, mobilitata dai Nonni, e mi aveva riempito di doni la scarpetta posta sul davanzale... &nbsp;</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"> </div><div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">È, poi, la volta delle verità scomode di cui si rende portavoce sul</i><span class="fs12lh1-5"> Candido</span><i class="fs12lh1-5">, come quella relativa alle violenze che videro protagonisti i partigiani comunisti nel cosiddetto </i><span class="fs12lh1-5">Triangolo della Morte</span><i class="fs12lh1-5">, ossia nella zona tra Bologna, Reggio Emilia e Ferrara e, più estesamente, nel nord </i><i class="fs12lh1-5">Italia al tempo della guerra civile seguita all’armistizio.</i></div></div><div class="imTAJustify"><i>Il Leviatano del comunismo ha, dapprima, fatto scempio dei partigiani “bianchi”, ossia di tutti coloro che, pur antifascisti, non avevano abbracciato la “fede” sovietica, quindi, giunto ormai in età di democrazia, ha cercato di nascondere sotto il tappeto le proprie malefatte. Guareschi, però, inflessibile e burlone al contempo, inizia a sciogliere a modo suo il nodo gordiano di quel perfido silenzio. Arrivano le vignette dei trinariciuti, a causa delle quali Palmiro Togliatti lo definisce </i>«tre volte cretino»<i>. Di solito, risposte inasprite arrivano quando si viene colpiti nel vivo.</i></div><div class="imTARight"><img class="image-3 fleft" src="https://raffaellabonsignori.it/images/-Fig.-5----Vignetta-Obbedienza-cieca.jpg"  title="" alt="" width="439" height="269" /><div class="imTAJustify"><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><i>Quale eco giunse in famiglia di questa sua battaglia?</i></b><br></div></div></div> &nbsp;<div class="imTALeft"><b>AG -</b> La guerra civile iniziata dopo l’armistizio del 1943 e terminata nel maggio del 1945 aveva aumentato la spirale della violenza che si era creata in quegli anni, amplificata dal timore esasperato che la gente aveva del comunismo e dei comunisti: non dimentichiamo che in quel periodo circolava la dice­ria sui comunisti che mangiavano i bambini... Mio padre sapeva che, utilizzando l’arma dell’umorismo si poteva sdrammatizzare la situazione, magari rendendo ridicola una persona o una circostanza che fa paura e facendo calare il timore nei loro confronti. Le sue vignette e, in particolare, quelle dell’«Obbedienza cieca, pronta e assoluta» giocate sulla ridicola applicazione alla lettera da parte dei comunisti di un ordine dell’«Unità» contenente un refuso, hanno contrassegnato un’epoca e sono riuscite a diminuire la tensione. Felice anche l’invenzione della “terza narice” disegnata nel naso dei comunisti specificando che era servita per cavare il cervello da versare all’ammasso del Partito che avrebbe pensato per tutti loro. Quei disegni davano molto fastidio ai comunisti, specie nel periodo elettorale del 1948 e mio padre ricevette diverse minacce di morte. In casa giunse l’eco di questo suo impegno e fui proprio io a trovare una di queste minacce incollata sulla porta del pianerottolo di casa nostra in via Pinturicchio: sul foglio il disegno di un uomo con i baffi impiccato e la scritta: «<i>Tu sei il primo della lista!</i>»</div><div class="imTALeft"><br></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><i>Una frase orribile e ricorrente, purtroppo. Anche in epoca più recente, durante i cosiddetti </i>Anni di Piombo<i> era una minaccia che si sentiva spesso.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Non deve essere stato facile. Un conto è venire minacciato, un conto è che la minaccia arrivi sulla porta di casa, davanti agli occhi dei figli …</i></div><div class="imTAJustify"><i>Lui, però, ha mantenuto saldo il carattere e, soprattutto, non ha mai smesso di agire secondo le proprie convinzioni.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Guareschi resta Guareschi, dunque, e ogni suo minimo movimento, nei precari equilibri del dopoguerra, si amplifica a dismisura. Inevitabile che susciti timore. Forse anche per questo si giunge a due vicende giudiziarie, due processi penali.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Il primo è per vilipendio. Nel 1950, Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica, si sente vilipeso a seguito di una vignetta pubblicata sul </i>Candido<i>, vignetta nella quale due file di bottiglie fungono da corazzieri presidenziali. Parliamo delle stesse bottiglie di vino sulle quali il Presidente, proprietario dei vigneti, sin da quando era senatore, aveva fatto scrivere il proprio nome e la propria carica. Dove sia il vilipendio risulta davvero difficile da capire. Ciononostante, Giovannino viene condannato ad otto mesi di carcere con pena sospesa.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Il secondo è quello per diffamazione nei confronti dell’on. Alcide De Gasperi, che gli costa il carcere, poiché viene eseguita anche la pena sospesa di quattro anni prima. La vicenda è semplice. Nel 1954 Giovannino Guareschi, allora Direttore del </i>Candido<i>, pubblica due lettere a firma di Alcide De Gasperi, che facevano parte di un più ampio compendio documentale noto come </i>Carteggio Mussolini - Churchill<i>; due lettere che, prima della pubblicazione, fa autenticare da un consulente grafologo, perito presso il Tribunale di Milano. Dalla sua perizia giurata emerge che sono autentiche e Giovannino non vede ragione per privarsi di quello scoop. E che scoop! Dieci anni prima Alcide De Gasperi, partigiano bianco rifugiato presso il Vaticano, avrebbe usato indebitamente la carta intestata del Papa per chiedere agli alleati di bombardare la periferia di Roma. A tal fine avrebbe indicato quale obiettivo principale l’acquedotto, senza disdegnare anche obiettivi civili. Pare volesse sollecitare la popolazione a reagire contro il Fascismo, cosa che era ancora restia a fare.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Nel corso del processo, però, non viene ascoltato il consulente di parte, non viene nominato un perito, non vengono nemmeno prese in considerazioni altre prove: è sufficiente la testimonianza scritta di due ufficiali inglesi, brevi temini preparati a tavolino, e, soprattutto, la parola di De Gasperi che afferma di non averle scritte (</i>sic!<i>).</i></div><div class="imTAJustify"><i>Guareschi si rifiuta di fare appello, nonostante fiocchino insistenze anche dai piani alti. Affronta stoicamente una punizione che ritiene ingiusta e che, meglio dell’appello, meglio della grazia, racconta la verità.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Dopo il processo molte furono le reazioni: chi brindò, come Eugenio Montale, e chi, come l’on. Giulio Andreotti, disse che Guareschi aveva solo peccato di ingenuità, agendo con colpa e non con dolo, ossia senza l’intenzionalità richiesta dal reato imputatogli.</i></div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><i>Una domanda che le avranno rivolto spesso: lei cosa pensa di quelle lettere?</i></b><br></div><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>AG -</b> Io sono convinto, come lo era mio padre, che le lettere fossero autentiche. Due anni dopo il processo la magistratura ne decretò la distruzione. Per quale ragione? In ogni caso mio padre ha strapagato il suo “debito” con carcere duro e libertà vigilata ed era tranquillo perché l’unico tribunale in cui lui credeva, il “tribunale dei suoi lettori”, lo aveva assolto.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>In un bellissimo volume edito da Rizzoli, </i>Caro Nino, ti scrivo<i> (2024), lei ha raccolto moltissime lettere di suo padre o a lui dirette mentre era in carcere<b>. </b></i></div><div class="imTAJustify"><img class="image-4 fleft" src="https://raffaellabonsignori.it/images/-Fig.-6----Copertina-libro.jpg"  title="" alt="" width="218" height="344" /></div><div class="imTAJustify"><i>Ecco, le chiedo di parlarmi di questo libro, uscito di recente, della corrispondenza con voi figli e con vostra madre, da lui scherzosamente appellata </i>vedova provvisoria<i>. Ho letto una lettera carina, in cui la ringraziava per le sue parole, si complimentava per i successi scolastici ma le suggeriva una grafia più leggibile …</i></div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><i>Come e quando è nata l’idea di raccogliere in un volume parte della corrispondenza di suo padre dal carcere e che effetto le ha fatto leggere o rileggere quelle parole?</i></b><br></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>AG –</b> I lettori di mio padre da anni insistevano perché io e Carlotta raccontassimo in un libro com’era in famiglia. Quando mia sorella è mancata mi sono reso conto che, essendo io l’unico depositario dei ricordi familiari, questi sarebbero scomparsi assieme a me nel mio passaggio ad Altra Amministrazione. Così qualche anno fa ho provato a imbastire una scaletta della nostra vita in famiglia basandomi oltreché sulla memoria, sui documenti del ricchissimo archivio che mi ha lasciato mio padre che nel corso degli anni ho letto e reso facilmente reperibili. Mi mancava solo la lettura della corrispondenza ricevuta in carcere e questa è stata resa possibile grazie al Covid: nel periodo di clausura imposta sono riuscito a leggere le 27.000 lettere, bigliettini e cartoline ricevute e a ricostruire il periodo passato in carcere. Da questa lettura è nata l’idea di questo libro rimandando quello sulla vita in famiglia alla prossima puntata… </div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b><i>Secondo lei pesò di più il lager in Polonia o il carcere ingiusto seguito all’affaire De Gasperi?</i></b></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>AG –</b> Nell’aprile del 1955 mio padre scrisse dal carcere a mia madre: «<i>Ho sofferto più in questi dieci mesi di galera italiana che in due anni di Lager tedesco. E qui non ho il problema della fame, del freddo, dei pidocchi e non rischio la pelle come la si rischiava lassù! Se lo potessi, preferirei trascorrere 20 mesi in un Lager d’allora che altri dieci mesi qui.»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><i>La biblioteca Guareschi, consultabile nella casa museo di Roncole, che, ci tengo a sottolinearlo, è visitabile liberamente, accoglie solo libri o è anche archivio documentale?</i></b><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>AG -</b> La consistenza della biblioteca di mio padre è inserita nel mio sito <span class="fs12lh1-5"><a href="http://www.giovanninoguareschi.com/biblioteca-guareschi.pdf" target="_blank" class="imCssLink">www.giovanninoguareschi.com/biblioteca-guareschi.pdf</a></span><span class="fs12lh1-5"> assieme a quella della Bibliografia sugli IMI curata da mia sorella </span><span class="imTALeft fs12lh1-5"><a href="http://www.giovanninoguareschi.com/Biblioteca-IMI-Carlotta.pdf" target="_blank" class="imCssLink">www.giovanninoguareschi.com/Biblioteca-IMI-Carlotta.pdf</a> </span><span class="fs12lh1-5">e a quella del Club dei Ventitré. I volumi sono tutti consultabili e stiamo organizzandoci per i servizi di prestito e riproduzione, sia diretti, sia interbibliotecari.</span></div> &nbsp;<span class="imTAJustify fs12lh1-5"> &nbsp;</span><br><i class="imTAJustify fs12lh1-5">Insieme a lei, vorrei ricordare ai lettori che l’associazione Club dei Ventitré prevede anche un notiziario, </i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il Fogliaccio</span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">.</i><br><div class="imTAJustify"><b><i>Potrebbe parlarmi brevemente dell’associazione e di questa pubblicazione?</i></b></div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>AG -</b> La nostra associazione culturale è stata costituita nell’aprile del 1987 e vuol essere un punto di riferimento per tutte le persone che sono interessate a mio padre e alla sua opera. «Il Fogliaccio» nasce nel 1988 ed è il periodico quadrimestrale del Club dei Ventitré che dà notizia di tutto quanto viene fatto per approfondire e diffondere la conoscenza di mio padre.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTACenter"><b>**** ° ****</b></div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Grazie per aver dedicato il suo tempo a me e al giornale per cui scrivo. Non celo emozione per aver avuto occasione di conoscerla e di parlare con lei: ha donato ai lettori una striscia di tempo privato capace di completare quello pubblico, mostrando un Guareschi padre amabilmente stagliato sul fondo della sua meritata e sempiterna fama di intellettuale e di portatore di verità, quand’anche scomode. Sicuramente invito tutti a visitare la casa, ad usufruire della biblioteca e, soprattutto, ad associarsi al <i>Club dei Ventitré</i>, lasciando che leggenda e novità si intersechino tra loro, in un perpetuo divenire.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Quarta Parete Roma, 08.07.2024]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify"><b>© Vignetta “Obbedienza cieca, pronta e assoluta” di proprietà Alberto Guareschi</b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b>Opere citate:</b></div><div class="imTAJustify"><b>Alberto Guareschi</b>, <i>Caro Nino ti scrivo. Giovannino Guareschi in carcere</i>, Rizzoli, Milano, 2024</div><div class="imTAJustify"><b>Alberto </b>e <b>Carlotta Guareschi</b> (a cura di), <i>Tutto Don Camillo</i>, voll. 4, Rizzoli, Milano 1998</div><div class="imTAJustify"><b>Giovannino Guareschi</b>, <i>Chi sogna nuovi gerani?</i>, Rizzoli, Milano, 1993</div><div class="imTAJustify"><b>Giovannino Guareschi</b>, <i>La favola di Natale</i>, Rizzoli, Milano, 1992</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Jul 2024 09:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Forze dell'Ordine e mani legate?]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altro"><![CDATA[Altro]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000012F"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ieri sera, a Roma, in più di un sito (Il Corriere della Sera parla di 100 interventi dei Vigili del fuoco) tra la Magliana e Fiumicino, nei pressi di campi rom, sono stati dati alle fiamme, o hanno preso fuoco per Divina Provvidenza a causa del caldo, cumuli di immondizia, pneumatici, carcasse d'auto e quant’altro con rilascio di fumi neri e tossici. Quand'anche il gran caldo fosse responsabile del fuoco nell'arco di poche ore contemporaneamente in tutti quei luoghi, verrebbe comunque da chiedersi il motivo dell'esistenza di quegli accumuli di schifezze.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ci sono norme che lo vietano? Sì.</span></div><div class="imTAJustify">Le norme fanno parte del linguaggio dell’Istituzione e la filosofia analitica inglese ci dice che vi si possono individuare due elementi essenziali: la descrizione del fatto (il frastico) e il fine (il neustico). Proviamo con un esempio. Disegnando una stessa azione possiamo dire sia <span class="fs12lh1-5"><i>«Tizio mangia una bistecca»</i></span>, sia <span class="fs12lh1-5"><i>«Tizio, mangia una bistecca!</i></span>».</div><div class="imTAJustify">Il frastico (parte descrittiva) è lo stesso in entrambe le frasi, cambia il neustico, però, il fine. Nel primo caso è descrittivo, nel secondo è prescrittivo, di obbligo (cambia il modo del verbo, da indicativo a imperativo, e cambia la punteggiatura).</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ebbene, la norma penale ha essenzialmente un neustico prescrittivo. Significa che <b>tutti</b> devono ottemperare a ciò che esprime.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Oggi, però, a fronte di questa notizia, vado un po’ oltre la filosofia del linguaggio giuridico e mi pongo una domanda relativa al modo in cui il neustico prescrittivo possa essere non già applicato, ma correttamente “comunicato”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ad esempio, se gioco a poker accettando che l’altro inserisca a suo piacimento alcune regole del burraco, come il numero di carte, ho perso in partenza, perché l’avversario ha 11 carte e io solo 5. Ebbene, lo stesso si può dire se applico le mie norme e le mie garanzie nei confronti di qualcuno che gioca secondo altre regole.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mauro Corona, in un suo recente intervento televisivo, ha giustamente invocato l’esercito affinché le regole siano applicate nei confronti di chi si approfitta delle garanzie del sistema per continuare a violarle.</span><br></div><div class="imTAJustify">Forse dovremmo prendere spunto dall’Humpty Dumpy di Lewis Carroll in <span class="fs12lh1-5"><i>Alice nel Paese delle Meraviglie</i></span>:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Humpty Dumpty: <span class="fs12lh1-5"><i>«Quando io uso una parola, questa significa esattamente quello che decido io … né più né meno».</i></span></div><div class="imTAJustify">Alice: <span class="fs12lh1-5"><i>«Bisogna vedere se lei può dare tanti significati diversi alle parole»</i></span></div><div class="imTAJustify">Humpty Dumpty: <span class="fs12lh1-5"><i>«Bisogna vedere chi è che comanda … è tutto qua»</i></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i><br></i></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ecco, da noi comanda, o dovrebbe comandare, l’Istituzione, lo dice anche Herbert Marcuse (e continuo volutamente a non citare fonti di destra, </span><span class="imTALeft fs12lh1-5 ff1">onde evitare accuse di illiberalità “politicamente
corrette”</span><span class="fs12lh1-5">).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Scrivo Istituzione con la maiuscola, perché trae origine dal greco “istemi”, che significa “collocare, mettere, sistemare”. Sotto questo profilo, l’Istituzione è un’oasi recintata all’interno della quale l’esistenza è sistemata, accomodata, regolata. Il suo linguaggio è la norma. Ed è un linguaggio che, come detto, ha un neustico prescrittivo e &nbsp;</span><b class="fs12lh1-5">va rispettato</b><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Platone ci dice che Socrate non sarebbe mai uscito dal carcere semplicemente perché le norme non lo consentivano. In pratica, seguiva la propria morale che gli imponeva il vincolo dettato dalla norma.</span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’eccezione che conferma la regola, ovviamente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In tutti gli altri casi vige l’applicazione forzata della norma e, pur nei limiti delle garanzie di legge, con mezzi coercitivi che l’altro sia in grado di comprendere, ossia analoghi ai suoi. Si deve giocare a poker con le regole del poker e a burraco con le regole del burraco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La violenza espressa dalla costante violazione di norme è una forma di guerra all'Istituzione; l'esercito è chiamato a tutelare l'Istituzione. Solo così </span><span class="fs12lh1-5 ff2">non ci sarà più la convinzione che giocando con altre regole si possa restare impuniti.</span></div></div><div class="imTAJustify"><br></div><div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff2">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">[Tutela certificata – 21.06.2024 – Autore s.i.a.e.]</span><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff2">Foto di pubblico dominio (da Pixabay)</span></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 21 Jun 2024 12:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il comunismo, Togliatti e i nostri prigionieri in Russia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000012E"><div class="imTAJustify">Decine di migliaia di soldati non tornarono dalla campagna di Russia. Molti di coloro che avevano superato indenni il rigore dei ghiacci caddero nelle mani dei rus­si, desiderando di non essere mai nati: <i>«Le notti scivolano via eguali, interminabili, pesanti»</i> scrive Ghe­rardini dalla prigionia.</div><div>La prigionia comunista prevedeva un percorso di progressiva disu­manizzazione: violenze e soprusi costanti. La notte non era mai notte fino in fondo: a volte ci si svegliava per il rumore della morte. Qualcuno, un amico, veniva ucciso. Senza un perché. Per il gusto di uccidere e di non lasciare a nes­suno neppure un vago senso di riposo, racconta Gherardini. Ma sono sempre morti da eroi, gli ita­liani. Lo testimoniano i sopravvissuti. E, poi, c’era il freddo, la dis­senteria, le infezioni, la fame. Fame nera. Fame che ha condotto alcuni verso il cannibalismo della sopravvivenza più disperata. Racconta Ruggero Quintavalle:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Sto facendo la mia ispezione quando l’odore caratteristico della carne arrosto mi solletica l’olfat­to. […] Dietro un bunker ci sono tre rumeni. Accoccolati in terra stanno intorno al fuoco. […] Ap­pena mi scorgono, tentano di fuggire, ma io e gli altri che sono con me riusciamo a fermarli. Ini­zia così un interrogatorio piutto­sto stringente che ci dà la possibilità di stabilire che si tratta di carne umana»</i></div> &nbsp;<div> </div><div>Molti prigionieri, poi, sono stati catturati nelle maglie della <i>«rie­ducazione»</i> stalinista, modulata su quanto avveniva nei campi di prigionia di Lenin. “Rieducare” era il termine sovietico per dire in­dottrinare, lavare il cervello, asservire, spersonalizzare, creare au­tomi in grado di obbedire e di portare avanti caparbiamente l’ideo­logia del padrone, dell’<i>educatore</i>.</div><div>Alcuni soggetti vengono re­clutati in qualità di commissari istruttori, con tanto di divisa e pistola. Questi, a loro volta, sempre sotto stretto con­trollo sovietico, devono indottrinare i loro con­nazionali, usando anche la violenza, se refrattari, senza limite di crudeltà. Molti di loro sono dei veri e propri aguzzini. Devono convincere i prigionieri che il bianco sia nero, dai più piccoli parti­colari quotidiani ai grandi eventi della storia; e devono farlo ad ogni costo. Il ribaltamento della verità tocca qualunque cosa. Comincia a circolare l’assioma che la radio è stata inventata da Aleksandr Popov e non da Gugliel­mo Marconi. Un marconista, scherzando a bassa voce, dice ai suoi amici che avreb­bero dovuto chiamarlo <i>popovista</i>. Tra i commissari istruttori figura anche tal Edoardo D’Onofrio. Un nome da tenere a mente.</div><div>Allettandoli con vantaggiose condizioni di vita, gli istruttori reclutano kapo tra i prigionieri; e sono terri­bili:</div><div><br></div><div> </div><div><i>«[…] Gli italiani che sono andati a scuola di comunismo (sono) tutti impestati per farsi belli davanti ai russi. Sono peggio dei russi»</i>, scrive Nuto Revelli.</div> &nbsp;<div> </div><div>Uno dei peggiori, dei più crudeli è tal Antonio Mottola, che già nel cor­so della Campagna di Russia si era comportato in modo spregevo­le, arrivando a rubare ai commilitoni moribondi. A causa sua molti italiani subiscono atroci torture. Ma la delazione non è il solo modo per punire i non comunisti. Arrigo Petacco riporta un episo­dio illuminante. Il commissario istruttore Edoardo D’Onofrio, al termine di una “lezione politica” chie­de ai prigionieri chi di loro non fosse d’accordo. Si alza il capitano valtellinese Franco Magna­ni e la cosa gli costerà undici anni di detenzione nell’inferno russo.<img class="image-1 fright" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2024---Il-comunismo-italiano-e-i-prigionieri-in-Russia---foto-2.jpg"  title="" alt="" width="150" height="210" /></div><div>Migliaia di italiani dell’Armir hanno trovato orrenda morte nei gu­lag di Stalin e più si approfondi­scono le disumane condizioni in cui furono tenuti, più appare oltremodo spie­tata la famosa lettera scritta da Palmiro Togliat­ti, allora Segretario del Ko­mintern; <span class="fs12lh1-5">lettera datata 15 febbraio 1943, quando si stimavano ancora in cinquantamila circa gli italia­ni prigionieri di Stalin, e indirizzata a Vincenzo Bianco, sempre del Komintern, il quale gli ave­va chiesto un intervento in favore degli italiani prigionieri. Intervento negato, perché la loro morte avrebbe finalmente convinto le famiglie a staccarsi dall'ideologia fascista:</span></div><div><br></div><div><i> </i></div><div><i>«L'altra questione sulla quale sono in disaccordo da te è quella del trattamento dei prigionieri. Non sono per niente feroce, come tu sai. Sono umanitario quanto te, o quanto può esserlo una dama della Croce Rossa. La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso la Unione Sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, <b>se un buon numero dei prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fat­to, non ci trovo assolutamen­te niente da dire. Anzi</b>. E ti spiego il perché. Non c'è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperiali­sta e brigantesca del fascismo. Non nella stessa misura che il po­polo tedesco, ma in misura considerevole. Il veleno è penetrato tra i contadini, tra gli operai, non parliamo della piccola borghe­sia e degli intellettuali, è penetra­to nel popolo, insomma. <b>Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mus­solini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tra­gedia, con un lutto personale, è il migliore e il più efficace degli antidoti</b>.</i></div><div><i>Quanto più larga­mente penetrerà nel popolo la convinzione che aggressione con­tro altri paesi significa rovi­na e morte per il proprio, significa ro­vina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto me­glio sarà per l'avvenire d'Italia. I massacri di Dogali e di Adua furono uno dei freni più potenti allo sviluppo dell'imperialismo italiano, e uno dei più potenti stimoli allo sviluppo del movimento socialista.</i></div><div><b><i>Dobbiamo ottenere che la distruzione dell’armata italiana in Russia abbia la stessa funzione oggi. In fondo, coloro che dicono ai prigionieri, come tu mi riferi­vi: </i></b><b>«Nessuno vi ha chiesto di venire qui, dunque non avete niente da lamentarvi»<i>, dicono una cosa che è profondamente giusta</i></b><i>, anche se è vero che molti dei prigio­nieri sono venuti qui solo perché mandati.</i></div><div><i>È difficile, anzi impos­sibile, distinguere in un popolo chi è respon­sabile di una politica, da chi non lo è. <b>Soprattutto quando non si vede nel popolo una lot­ta aperta contro la politica delle classi dirigenti.</b></i></div><div><i>T'ho già detto: <b>io non sostengo af­fatto che i prigionieri si debbano sopprimere, tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro modo; ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro, non riesco a vedere altro che la concreta espres­sione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva esse­re immanente in tutta la sto­ria</b>»</i></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Questa lettera di Togliatti fu al centro di un caso giornalistico che merita di essere brevemente rac­contato, onde fugare qualsiasi dubbio sulla sua autenticità. Nel 1992, dopo l’apertura degli archi­vi sovietici, emerge da un passato orribile questa scomoda, tanto scomoda lettera, di cui in via delle Botteghe Oscure, misteriosa­mente, non erano mai stati a conoscenza. Lo scoop giornalistico è della rivista <i>Panorama</i>, che pubblica la lettera così come dettata dallo storico Franco Andreucci, profes­sore di Storia Contempora­nea all’Università di Pisa,<i> </i>esperto di storia del socialismo, del mar­xismo e del Partito Comunista Italiano, curatore, per Editori Riu­niti, di un volume sulle <i>Opere</i> di Palmiro Togliatti, autore di diver­si libri sul comunismo ed egli stesso simpatizzante del PCI per molti anni. Un esperto. Un esperto di sinistra, fuori, dunque, da ogni sospetto di manipolazione propagandisti­ca di parte avversa. La fotocopia della lettera manoscritta fornita dagli archivi sovietici al prof. An­dreucci è in parte illeggibile e lo storico, dunque, prov­vede ad interpolarla, inserendo parole sue, sempre, però, nel ri­spetto del senso generale.</div><div>La sinistra italiana, ovviamente, colpita nel vivo da quella mostruosità a firma di Togliatti e proprio nei giorni in cui il centrodestra stava prendendo forza, grida allo scan­dalo. Si parla di strumentalizzazione elettorale tra­mite una “fal­sa lettera di Togliatti”; poi, di fronte all’evidenza, os­sia all’autenticità della lettera, si passa a parlare di “falsificazione” di una parte di essa, riferendosi alle interpolazioni di Andreucci.</div><div>Lo storico am­mette i suoi interventi, ma insiste a dire che il senso della lettera non cambia. Ha inserito “assassi­nare” al posto di “sopprimere”, ad esempio. Considerato che “sopprimere” è verbo che si usa anche per le bestie, con “assassinare” ha forse reso mag­giore dignità ai nostri soldati. Da qui all’idea di “falsificazione” ne corre.</div><div>Il presidente Cossiga, a quel punto, si fa dare l’originale dagli ar­chivi sovietici. Niente fotocopie fuorvianti, niente interpolazioni e correzioni. La lettera di Togliatti, in tutta la sua nuda e cruda disu­manità, viene analizzata da esperti e depositata presso l’Archi­vio di Stato italiano, cristallizzando una volta per tutte la questio­ne: quello che ha scritto Togliatti è lì, nero su bianco.</div><div>Non è un fal­so.</div><div>False, nella versione pubblicata da Panorama, erano solo alcune parole sostituite dallo storico Andreucci, ma senza intaccare il senso generale delle argomentazioni togliattiane.</div><div>Nilde Iotti, storica compagna di Togliatti non solo di partito, inter­viene su L’Unità, dando del<i> «vol­gare imbroglione»</i> ad Andreucci e<i> </i>affermando:</div><div><br></div><div> </div><div><i>«Hanno dimostrato che quei documenti erano perlo­meno falsificati. E credo che chi è in buona fede abbia capi­to»</i></div> &nbsp;<div><i> </i></div><div>Come se la “falsificazione”, ossia l’inserimento della parola “assas­sinare” al posto di “sopprimere” et similia possa aver purifi­cato il documento, improvvisamente diventato un contenitore di buone idee da <i>«dama della Croce Ros­sa»</i>, come si definisce lo stesso To­gliatti tra quelle righe.</div><div>Ebbene, la lettera qui riprodotta è fedele all’originale depositato presso l’Archivio di Stato, che, peraltro, è parimenti fedele a quella pubblicata su L’Unità del 15 febbraio 1992.</div><div>Leggerla è un pugno nello stomaco. Soprattutto nei passi eviden­ziati presenta una ine­narrabile crudeltà, una freddezza senza pari, una diabolica manifestazione di utilitarismo nei con­fronti dei nostri soldati prigionieri: loro servono lì.</div><div>In buona so­stanza Togliatti afferma: non dico che i nostri prigionieri in Russia debbano essere soppressi, ma che siano lì a subire mille tormenti ed eventualmente a morire torna utile alla causa comunista, poi­ché scuote loro e le loro famiglie, scuote gli italiani e si spera li por­ti a valutare negativamente Mussolini e il fascismo, cui sono ancora legati.</div><div>Credo che i brividi vengano a qualunque uomo legga questa lette­ra a prescindere dal suo orientamento politico, perché non c’è politi­ca che possa giustificare simili azioni se non afferente ad una sfera di totale disumanità.</div><div>Forse Togliat­ti poco avrebbe potuto fare per quei cinquantamila alpini, per quei cinquantamila uomini, per quel­le cinquantamila anime, ma anche quel poco evitò di farlo e spiegò la sua brutale, spietata inerzia con l’esigenza di allontanare dal fascismo il popolo ancora fedele ad esso. Quello stesso popolo<i> </i>cui, in seguito, avrebbe fatto appello per appoggiare l’antifascismo comunista.</div><div>A guerra finita l’atteggiamento di Togliatti non muta. Il PCI non vuole che i prigionieri rientrino: sono fonti dirette di quello che realmente significa il comunismo. Togliatti, pertanto, cerca di ri­tardare il rientro il più possibile, sebbene tolleri che venga manda­ta una delegazione in Russia per va­lutare la condizione dei prigio­nieri.</div><div>I Russi pilotano la delegazione in un solo campo, quello di Suzdal. E impongono regole: i mem­bri della delegazione avrebbero visitato solo quel Campo, per l’occasione rimesso a nuovo, con divieto assoluto di parlare con i prigionieri. Tra i membri della delegazione c’è una tal Contini, la quale, evidentemente predisposta per natura alla “rieducazione” stalinista, beve la propaganda co­munista come fosse vino prelibato e si lascia inebriare da essa, descrivendo entusiasticamente l’ambiente salubre e decoroso in cui vengono tenuti i prigionieri, con una cucina in cui vengono preparate succose bistecche per nu­trirli. Ovviamente, da quel giorno in poi, i prigionieri chiame­ranno “bistecca alla Contini” la zuppa di cavoli e ortiche, spesso acida, che viene servita loro come unica fonte di sostentamento.</div><div>A novembre del 1945, tuttavia, su iniziativa sovietica e senza che Togliatti venisse informato, ini­ziano a tornare i primi prigionieri, quelli “inutili” agli scopi sovietici di fidelizzazione al comunismo, quelli resistenti all’indottrinamento. Sono inevitabilmente portatori di una verità molto scomoda per la sini­stra italiana. Sono avvelenati contro il comunismo. A ragion veduta, si di­rebbe.</div><div>Molte delle loro azioni vengono taciute dalla stampa, per evitare che si diffondano <i>certe idee</i>, e si ri­trovano solo in rapporti della polizia, come quello di S. Marinella del 29 novembre 1945:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Durante la sosta in questo scalo di circa millecinquecento reduci dalla Russia, vari gruppi di reduci per­corsero le vie dell’abitato e cancellarono le scritte comuniste. Un gruppo, staccata l’insegna della sezione del PCI, la frantumò. Il giorno seguente i partiti di sini­stra organizzarono una manife­stazione di protesta. Presenti circa duecento persone in maggio­ranza fatte affluire appositamente con autocarri da Civitavec­chia»</i>.</div> &nbsp;<div> </div><div>Il Partito Comunista Italiano sta fronteggiando un bel pericolo e fa pressioni su Mosca affinché il rimpatrio avvenga in modo più con­trollato, come afferma la storica Elena Aga Rossi sulla base dei do­cumenti da lei analizzati, tra i quali spiccano comunicazioni scritte dell’ambasciatore Kostylev al Ministro degli Esteri Molotov anche per conto di Togliatti, il quale, così si legge,</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«vorrebbe in primo luogo vede­re in Italia quei prigionieri che hanno assunto nei campi una sincera posizione democratica e hanno dimostrato l’atteggiamento più responsabile»</i>.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>E ancora:</div><i class="fs12lh1-5"><div><i class="fs12lh1-5"><br></i></div>«Ercoli </i><span class="fs12lh1-5">[nome in codice di To­gliatti] </span><i class="fs12lh1-5">chiede di mandare in Italia se non tutti, almeno la parte migliore degli ufficiali prigionieri di guerra che hanno concluso la scuola antifascista»</i><span class="fs12lh1-5">.</span><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa campagna non già antifascista bensì anti-italiana del PCI, purtroppo, ha il suo seguito in Russia, e molti vengono trattenuti.</span><br></div><span class="fs12lh1-5">Alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948 l’aria è infuocata: da un lato il PCI, che vuole trasforma­re l’Italia in un satellite di Stalin, dall’altra la Democrazia Cristiana. Ebbene, in tale clima, tre redu­ci, Luigi Avalli, Ivo Emett e Domenico Dal Toso, pubblicano un pamphlet</span><i class="fs12lh1-5"> Russia</i><span class="fs12lh1-5">, nel quale accusa­no di orrendi crimini contro gli italiani prigionieri il comunista Edoardo D’Onofrio, commissario istruttore nei gulag. La DC dà a questo scritto la massima diffusio­ne, ovviamente.</span><div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2024---Il-comunismo-italiano-e-i-prigionieri-in-Russia---foto-2_63vdleb7.jpg"  title="" alt="" width="721" height="811" /></div><span class="fs12lh1-5">Come replicare? si chiede la sinistra. Due giorni prima delle elezio­ni D’Onofrio li querela. Una mos­sa azzardata, vista la mole di testi­moni che i tre avrebbero potuto produrre, ma il tempo delle elezion­i stringe e qualcosa deve essere fatto per recuperare credibi­lità. Peraltro, se la sinistra vincesse le elezioni, si smonterebbe fa­cilmente l’intera vicenda. Ma così non è. La sinistra non vince le ele­zioni e la vicenda non si smonta. Inizia il processo e le cose si mettono malissimo per D’Onofrio, tanto che questi cerca di in­fluenzare le testimonianze. È ancora una volta il carteggio dell’ambascia­tore Kostylev a scoprire gli altarini. In merito alla te­stimonianza pesantissima di don Enelio Fran­zoni, cappellano della </span><i class="fs12lh1-5">Pasubio </i><span class="fs12lh1-5">e medaglia d’oro al valore, Kostylev dice, come riportato da Petacco:</span><div><br></div><div> </div><div><i>«Il compagno Robotti</i> [cognato di Togliatti]<i> ha consi­gliato il compagno D’Onofrio di non ricusare il Franzoni come te­stimone per poter finalmente sapere dove si nasconde, seguirlo e farlo fuori»</i>.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Il 21 giugno 1949 il processo termina con l’assoluzione dei tre que­relati e la condanna alle spese per D’Onofrio. Tempo dopo l’avvo­cato Mastino Del Rio, difensore dei tre imputati, riferisce alla stampa una frase agghiacciante che gli sarebbe stata sussurrata da D’Onofrio al termine delle arrin­ghe difensive:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Avete fatto male ad insistere sulla mia condanna </i>[alle spese processuali]<i>. Se sarò condannato, non staranno meglio quelli che sono rimasti in Rus­sia»</i>.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Il tempo passa. D’Onofrio proseguirà la sua carriera politica in seno al PCI, venendo eletto con 425.000 voti e ricoprendo anche il ruolo di vicepresidente della Camera. L'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) lo descriverà come <i class="fs12lh1-5">«uno <span class="cf1">dei dirigenti comunisti più amati a Roma e in Italia</span>»</i><span class="cf1 ff1"> e Paolo Bufalini, nella prefazione al libro di D'Onofrio </span><span class="cf1 ff1"><i>Per Roma</i></span><span class="cf1 ff1">, ne parlerà come di un uomo </span><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">«</span></i><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><i>ricco di umanità</i></span><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><i>»</i>.</span></span></div><div>Nel frattempo il problema dei prigionieri in Russia è lungi dall’essere risolto. Ottantamila i disper­si, diecimila i rimpatriati. L’Italia non è nella posizione di fare la voce grossa, continua a ri­petere l’URSS; e molti politici anche democristiani tollerano. Alcu­ni, a giustificazione dell’inerzia nel recupero, creano mondi paralleli dove <i>«tutto considerato» </i>le cose non stanno andando male.</div><div>I russi snoccioleranno gruppi di italiani sulla via del ritorno fino agli anni Cinquanta. L’ultimo tre­no prigionieri dalla Russia arrive­rà il 12 febbraio 1954 e porterà a casa dodici uomini.</div><div>Gli altri, quelli che non sono mai tornati, ancora oggi li chiamiamo dispersi.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tratto da <i>“Lettere dal Don”</i> di Raffaella Bonsignori, in AA.VV. <i>Scripta Manent. Storie di mittenti e destinatari</i>, Amazon Pub., 8.12.2022- S.I.A.E.]</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>© Foto di pubblico dominio</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Per saperne di più:</b></div><div><b>Elena Aga Rossi – Victor Zaslavsky</b>,<i> Togliatti e Stalin</i>, Il Mulino, Bologna, 1997<i> </i></div><div><b>Francesco Bigazzi - Evgenij Zhirnov</b>, <i>Gli ultimi 28. La storia incredibile dei prigionieri italiani dimenticati in Russia</i>, Mondadori, Milano, 2002</div><div><b>Giulio Bedeschi</b>, <i>Centomila gavette di ghiaccio</i>, Mursia, Milano, 1973</div><div><b>Gabriele Gherardini</b>, <i>Morire giorno per giorno</i>, Mursia, Milano, 1966</div><div><b>Arrigo Petacco</b>, <i>L’Armata scomparsa. L’avventura degli italiani in Russia</i>, Mondadori, Milano, 1998</div><div><b>Ruggero Quintavalle</b>, <i>Un soldato racconta</i>, Tipografia Operaia Ro­mana, Roma, 1960</div><div><b>Nuto Revelli</b>, <i>L’ultimo fronte</i>, Einaudi, Torino, 1971</div><div><b>Mario Rigoni Stern</b>,<i> Il sergente nella neve</i>, Einaudi, Torino, 1965</div><div><b>Pino Scaccia</b>, <i>Un inverno mai così freddo</i>, Tralerighe Libri, Lucca, 2020</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 18 Jun 2024 11:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il martirio giudiziario di Enzo Tortora]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000012D"><div>17 giugno 1983. Sono circa le 4 del mattino. Roma è avvolta nel silenzio irreale del sonno.</div><div>Enzo Tortora alloggia, come sempre, all’hotel Plaza. È a Roma perché sta registrando un programma politico per Rete 4, <i>Italia Parla</i>.</div><div>Sente bussare insistentemente alla porta. Si sveglia di soprassalto.</div><div><i>«Chi è?»</i></div><div><i>«Carabinieri»</i></div><div>È l’inizio di un incubo che lo accompagnerà per quattro lunghissimi, ignobili, indecorosi anni con l’accusa di associazione di stampo mafioso volta al traffico di droga e di armi nell’ambito della Nuova Camorra Organizzata.</div> &nbsp;<div><i>«Entrarono di corsa e si misero immediatamente a rovistare la camera. Spalancarono l’armadio, aprirono una valigia, si impossessarono di un’agenda telefonica.</i></div><div><i>[…] Io, fermo in mezzo alla camera, guardavo stupefatto.</i></div><div>“Ma cosa fate?”<i> chiesi. </i>“Perché state mettendo tutto sottosopra?”</div><div><i>Risposero solo che avevano avuto l’ordine di perquisire la mia stanza e di sequestrare tutto»</i></div> &nbsp;<div> </div><div>I carabinieri lo conducono nella loro sede di via in Selci. Tortora ha un mancamento: la pressione è altissima, gli gira la testa. Riesce, infine, a chiamare i suoi familiari e si rende conto che la notizia li ha già raggiunti. È tutto assurdamente, dolorosamente irreale.</div><div>Dopo le formalità di identificazione devono trasportarlo in manette a Regina Coeli. Non ci vorrebbe molto, data l’ora, eppure attendono, lasciano passare del tempo. Perché?</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Un attimo dopo capii cosa aspettavano. Aspettavano che arrivasse il pullman della televisione con gli operatori. Aspettavano che ci fosse un bel po’ di gente; anzi tanta gente. E, alla fine, comparvero due carabinieri in divisa, con la camicia kaki e la bandoliera a tracolla. Uno era magro, un’acciuga d’acciaio, e aveva lo sguardo freddo come quello di un serpente. L’altro era un grassone.</i></div><div><i>[…] Mi portarono fuori e fuori cominciò la mia via crucis: scorsi il pullman della televisione posteggiato a dieci passi, gente che urlava, fotografi che mi scattavano i loro flash in faccia, giornalisti che tendevano i microfoni.</i></div><div><i>[…] Sentii gli operatori della Rai tv che gridavano </i>“I polsi, i polsi”<i> e notai che me li inquadravano con primi piani. Qualcuno sbraitò: </i>“Ladro!”<i>. Un altro urlò: </i>“Mascalzone!”<i>. E poi: </i>“Farabutto!”<i>, </i>“Faccia di merda!”<i>, </i>“Ipocrita!”<i>.</i></div><div><i>[…] Ero solo un uomo preso di notte, accusato di non so cosa e buttato in una macchina»</i>.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Una vera e propria gogna.</div><div>Sale in macchina. Il tragitto è breve.</div><div>Nel cuore di Trastevere si erge un edificio lugubre come le sue finestre, oscurate da sbarre e tavole di legno, è la casa circondariale di Regina Coeli. Il carcere. A Roma c’è un detto: <i>“A via de la Lungara ce stà 'n gradino chi nun lo salisce nun è né romano, né trasteverino”</i>. Per il volgo di un tempo, quello rissoso e armato di pugnale, era un vanto finire in galera. Ma qui non si scherza, non si ride; qui si sta consumando una tragedia vera: un innocente sta per essere incarcerato.</div><div>A Tortora sembra di vivere in una realtà parallela, in un mondo cattivo e distopico, in un incubo dal quale vorrebbe svegliarsi.</div><div>La sigla del telegiornale annuncia la sera anche a Regina Coeli.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Mi precipitai davanti all’apparecchio. Mi rividi subito; vidi lo scempio che gli operatori della Rai tv avevano fatto di me quella mattina. Sentii parlare di blitz e di camorra; ascoltai nomi che apprendevo per la prima volta in vita mia.</i></div><div><i>Quando il conduttore del telegiornale si mise a parlare d’altro guardai sgomento i compagni raccolti attorno a me, mi accorsi che essi mi scrutavano con attenzione ed ebbi la sensazione che mi ritenevano innocente, perché in galera non si bara: la galera è forse l’unico posto in cui non si può barare»</i>.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Le ore iniziano ad accumularsi, posandosi l’una sull’altra a formare giorni.</div><div>I compagni di carcere sembrano gli unici capaci di capire il terribile errore, o, meglio, orrore in cui è incappata la magistratura sull’eco iniziale della voce di due pentiti, Pandìco, detto <i>‘o pazzo</i>, e Barra, detto <i>‘o animale</i>, poi seguiti da altri, tutti desiderosi di lucrare gli stessi vantaggi offerti ai primi due: sconti di pena, condizioni carcerarie privilegiate …</div><div>Tortora pensa che potrà presto spiegare l’equivoco, che potrà chiarire la sua innocenza.</div><div>Prima dell’interrogatorio del 27 giugno scrive parole sconcertate e, al contempo, quasi speranzose alla sua compagna Francesca Scopelliti:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Mi tiene in piedi solo la volontà di dimostrare a quelli che amo di essere innocente e di uscirne a testa alta. Ma è stato atroce, Francesca: uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a sei giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis con altri cinque disperati non so capacitarmi, trovare un perché, una ragione: trovo solo un muro di follia. Se è possibile questo, Francesca, è possibile tutto. Sono cambiato dentro, credimi. Sono diverso. Amaro, distrutto. Se resisto, lo faccio per un orgoglio disperato e per dimostrare alle figlie, a tutte le persone che mi stimano e che mi hanno amato, a te, a tutti, che non sono un gangster.</i></div><div><i>Non so, Cicciotta, se domani, giorno dell’interrogatorio, il tuo buon Dio o i miei Dei o la rabbia lucida che mi divora mi daranno la forza di convincere i magistrati che hanno preso un abbaglio mostruoso, che è tutta una montatura e che questo è solo un incubo terribile»</i>.</div> &nbsp;<div> </div><div>Invece niente. Non riesce a spiegare, a farsi ascoltare. È evidente che l’impianto accusatorio, ancorché senza prove, è ormai formato e si basa su voci, <i>“attendibilissime”</i> voci. Voci che non possono, non devono essere smentite, altrimenti crolla il fenomeno del pentitismo. Forse è proprio questo il punto, perché, invece, la criminalità organizzata vuole screditare quel fenomeno, quell’espediente premiale offerto a chi “parla”, un espediente che potrebbe mettere in crisi il sistema camorristico; sì, vuole minarlo alla base, vuole farlo crollare e per riuscirvi deve ridicolizzarlo, deve mostrare a tutti, ma proprio a tutti, non solo ai magistrati, che i pentiti dicono anche scempiaggini e non vanno creduti tout court. Affinché ciò avvenga bisogna creare un caso mediatico. E Tortora è l’uomo perfetto; il perfetto “mostro” da sbattere in prima pagina per fare scalpore.</div><div>Non è solo un personaggio pubblico di grande notorietà, ma è un uomo per bene. Il classico uomo per bene. È il personaggio televisivo amato dal pubblico anche per la sua cultura, per la sua discreta ironia, per il suo elegante eloquio, oltre che per la sua indiscussa professionalità, che lo ha visto, nel corso degli anni, in diversi ruoli: giornalista, scrittore, presentatore, uomo di spettacolo.</div><div>Il programma televisivo che lo porta all’attenzione del grande pubblico è <i>Primo Applauso</i> del 1956, il primo talent show della storia televisiva italiana. Da quel programma escono personaggi come Celentano, Peppino di Capri e Giorgio Gaber. L’anno seguente il successo si moltiplica con <i>Telematch</i>. Tra gli anni Cinquanta e i Sessanta anche la radio ha un grande seguito ed Enzo Tortora porta in auge il quiz con spettacoli come <i>Il Gambero</i> e <i>Campanile Sera.</i> Non è pensabile elencare tutti i suoi successi. Di sicuro, però, è <i>Portobello</i> che lo consacra non solo giornalista o presentatore, ma uomo di spettacolo. Con un titolo preso dal famoso mercatino londinese e il contenuto ispirato agli annunci che in quegli anni si leggono sul giornale <i>Porta Portese</i>, il programma ottiene un seguito davvero incredibile.</div><div>Sì, Enzo Tortora, con la sua eleganza e il suo aplomb, la sua integrità morale e professionale, diventa l’agnello sacrificale sull’ara del pentitismo, senza più garanzie, senza più dignità, senza più giustizia.</div><div>L’immagine più efficace del pentitismo la fornisce proprio lui, paragonandolo al leggendario <i>raggio della morte</i> di Marconi, poiché i pentiti, con una sola parola, possono spazzare via un uomo.</div><div>Le ore iniziano ad accumularsi a formare giorni. Gli interrogatori si moltiplicano. Arrivano i confronti con i pentiti, i quali impudentemente raccontano la loro storia, una storia fatta di gente defunta che non può né confermare né smentire. Gianni Melluso lo apostrofa con apparente amichevolezza: <i>«Enzino!»</i> e i magistrati ci cascano, nonostante Tortora, come il disperato protagonista di un romanzo kafkiano, continui a ripetere di non averlo mai visto in vita sua.</div><div>Un paio di decenni dopo Melluso chiederà scusa alla famiglia Tortora per le sue menzogne, volute, a sua detta, dai boss, volute <i>colà dove si puote ciò che si vuole</i> direbbe Dante. Pur ammettendo che almeno le sue scuse siano vere, il problema non è ciò che aveva voluto la criminalità organizzata, ma ciò che non aveva voluto la magistratura: non aveva voluto sentire, non aveva voluto capire, non aveva voluto credere.</div><div>Un paio di mesi dopo l’arresto Enzo Tortora viene trasferito nel carcere di Bergamo. L’addio con i suoi compagni di cella del carcere romano è straziante: in loro vede amici che gli credono, persone più vere della falsa verità di cui si sta ammantando la giustizia.</div><div>Intanto i giorni passano; passa la vita. In occasione del compleanno della figlia Silvia scrive parole che appaiono forti, ma hanno dietro il baratro dell’ingiustizia e della lontananza dagli affetti veri:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Tu senti, lo so, tutto quello che vorrei dirti in questo momento. Non ci riuscirei mai. Sarebbe un lungo abbraccio con dentro tutta la mia vita, Cara, coraggiosa, forte Silvia mia: è un giorno che io voglio lieto. Avrei voluto festeggiarlo in modo diverso, ma che papà ti scriva da questo luogo, è forse un segno di quella forza, contro ogni ingiustizia, che tu hai già da sempre nel cuore. […] Quando sei partita la prigione mi è sembrata più prigione. Non ho nulla da raccomandarti: ma è questo il mio motivo d’orgoglio, nulla che possa indurti a non amare e rispettare, come ami e rispetti, tuo padre, che in te, credimi, rivive e si rivede. Ti abbraccio come se fossi accanto a me»</i></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Il 17 gennaio 1984 gli vengono concessi i domiciliari. Un nuovo commiato dagli amici del carcere, persone che non dimenticherà mai e alle quali darà voce finché potrà.</div><div>Torna nella sua casa di Milano, tra i suoi libri, ma non è più lui. Sette mesi di carcere da innocente, sette mesi di gogna mediatica e di una vita lavorativa distrutta possono cambiare l’universo di una persona.</div><div>Il 5 maggio accade qualcosa, però. Squilla il telefono e, dall’altro capo del filo, la voce di Marco Pannella lo saluta cordialmente e gli propone di candidarsi ad europarlamentare a giugno.</div><div>Tortora è sempre stato un laico liberaldemocratico, ma ha conosciuto Marco Pannella, e bene, durante la comune battaglia per il divorzio; l’ha rivisto, poi, di recente in occasione del suo programma politico <i>Italia Parla</i>.</div><div>La proposta di Pannella è allettante, ma Tortora non è tipo da decisioni impulsive, inoltre non vuole passare per voltagabbana rispetto alla sua fede liberale.</div><div>D’altro canto non accettare avrebbe significato spegnersi lentamente in attesa dei lunghi tempi processuali. I riflettori si sarebbero attenuati su tutta la vicenda e lui, ormai bruciato sotto il profilo professionale, sarebbe rimasto in casa, dimenticato, muovendosi in cerca di altro spazio, di altra aria come <i>«quegli insetti che, a volte, scorgiamo sotto il tappeto, o lungo il battiscopa»</i>, a voler usare le sue stesse efficaci parole.</div><div>Accetta, dunque, e la reazione dei politici è tendenzialmente negativa. Evidentemente, per loro è più facile proclamare l’innocenza di Tortora che dimostrare di crederci veramente.</div><div>L’on. Paolo Battistuzzi (PLI) dichiara che non si devono usare le elezioni <i>«per correggere le disfunzioni giudiziarie»</i>; l’on. Renato Zanghieri (PCI), pur solidale con Tortora contro l’eccessiva lungaggine della carcerazione preventiva, afferma che una candidatura politica, in questo caso, risulta <i>«inutile e deviante»</i>; l’on. Giovanni Galloni (DC) suggerisce, addirittura, una modifica della legge elettorale che impedisca alle persone <i>sub iudice</i> l’eleggibilità.</div><div>Tortora, quindi, chiede l’appoggio di cinque giornalisti con una lettera nella quale assicura il suo impegno ad ottenere l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti, nonché a rinunciare all’immunità parlamentare in caso di condanna. Non ci sarebbe stato neppure bisogno di metterlo nero su bianco: da un uomo come Tortora non ci si sarebbe aspettato altro. I cinque giornalisti sono: Rossana Rossanda, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Enzo Biagi e Indro Montanelli.</div><div>Tendenzialmente riceve un appoggio formale da quasi tutti, comunque convinti della sua innocenza, ma non una dichiarazione di impegno al voto. Enzo Biagi, ad esempio, pur ritenendolo innocente, lo sconsiglia vivamente, perché la sua candidatura avrebbe giovato più a Pannella che a lui; Indro Montanelli, poi, anche lui innocentista, gli dedica un corsivo al vetriolo dal titolo <i>Non è onorevole</i>, nel quale afferma che una corretta coscienza sociale imporrebbe ad un deputato anche solo sospettato di dimettersi e non ad un sospettato di farsi eleggere. Ma è Giorgio Bocca a mostrare particolare ostilità verso la sua candidatura:</div><div><br></div><div><i> </i></div><div><i>«Mi spiace ma non credo lei abbia il diritto di chiedermi un impegno preciso in un modo di far politica che non condivido. […] Credo che la battaglia per la riforma di una giustizia inquisitoria non si improvvisi e non si nutra di show pre-elettorali.</i></div><div><i>[…] Lei, caro Tortora, per essere una vittima esemplare del sistema non è, per ciò solo, credibile come capo della crociata contro il sistema. La sua proposta mi sembra, se lei lo consente, un giochetto, uno di quei giochetti in cui chi tiene banco ha comunque ragione»</i>. Quindi prosegue affermando che il problema della giustizia non è <i>«affrontabile con una campagna elettorale da band-vagoon, da “arrivano i nostri” Enzo Tortora e Marco Pannella»</i>.</div> &nbsp;<div> </div><div>Pur volendo sorvolare sull’atteggiamento genericamente derisorio di questo messaggio, appaiono quanto meno poco condivisibili sia la falsa cortesia che maschera la critica &nbsp;&nbsp;- <i>«La sua proposta mi sembra, se lei lo consente, un giochetto»</i> - &nbsp;&nbsp;sia la scelta di iniziare la sua lettera negando all’altro il diritto di chiedere qualcosa: <i>«Non credo lei abbia il diritto di chiedermi un impegno preciso …»</i>. Quel diritto Tortora l’aveva, fermo restando il diritto di Bocca di rifiutare. La negazione di un diritto, seppure in forma colloquiale, fa venire l’allergia, poiché rievoca ideologie assolutistiche e intolleranti.</div><div>Tortora, però, riceve anche tante intelligenti manifestazioni di solidarietà da illustri nomi del mondo del giornalismo e dello spettacolo, che appoggiano il suo progetto e, soprattutto, nutrono il suo animo esacerbato: dopo tanto patire nel brodo della falsità giudiziaria, sapere di non essere solo ha un peso enorme.</div><div>Il 17 giugno 1984, esattamente un anno dopo il suo arresto, Tortora si reca alle urne per votare. Il giorno dopo saprà di avercela fatta con 451.000 voti.</div><div>La vicenda giudiziaria, nel frattempo, prosegue. E il 17 torna a marcare la sua vita. Il 17 maggio del 1977 era andata in onda la prima puntata di <i>Portobello</i>, il 17 giugno 1983 era stato arrestato, il 17 gennaio 1984 gli erano stati concessi i domiciliari, il 17 giugno 1984 si erano concluse positivamente le elezioni europee. Ebbene, il 17 luglio viene chiesto il rinvio a giudizio. Inizia il processo di primo grado che si concluderà il 17 settembre dell’anno seguente con una pesantissima condanna a dieci anni e cinquanta milioni di multa. A tre dei pentiti accusatori, Pandìco, Melluso e D’Agostino, viene comminata la pena di tre anni ciascuno (<i>sic!</i>).</div><div>La condanna non desta meraviglia in chi segue il processo. Si pensi solo che ad una delle udienze, il procuratore, pur senza uno straccio di prova se non la parola di camorristi “pentiti”, appella Tortora <i>«Cinico mercante di morte, diventato deputato con i voti della camorra»</i>. Alla giusta lamentala del legale e dello stesso Tortora, il quale esclama <i>«È un’indecenza»</i>, il procuratore risponde con una richiesta di autorizzazione a procedere per oltraggio alla Corte. La replica del Parlamento Europeo è saggia:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Il fatto che un organo della magistratura voglia incriminare un deputato del Parlamento per aver protestato contro un’offesa commessa nei confronti suoi, dei suoi elettori e, in ultima analisi, del Parlamento del quale fa parte, non fa pensare soltanto al </i>fumus persecutionis<i>: in questo caso vi è più che un sospetto, vi è la certezza che, all'origine dell’azione penale, si collochi l'intenzione di nuocere all'uomo e all'uomo politico»</i></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Tortora, però, in ossequio alla promessa fatta ai suoi elettori, il 13 dicembre 1985 si dimette da europarlamentare, rinunciando all’immunità, e pochi giorni dopo si consegna alle autorità. In attesa dell’appello, torna ai domiciliari. Non scappa, non si sottrae alla giustizia, quand’anche errata, non usa la politica per tirarsi fuori dal processo.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Silvia mia carissima»</i> scrive alla figlia. <i>«un abbraccio forte forte finalmente senza immunità. Ho scritto a Gaia, scrivo anche a te. Da ora la lotta sarà più bella e più forte»</i></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>E, in effetti, lotta anche da recluso, lotta anche nel silenzio della sua casa tornata prigione; lotta con l’animo di chi sa d’essere innocente.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Io grido:</i> Sono innocente<i>»</i> dice Tortora rivolgendosi alla Corte poco prima della sentenza di secondo grado.<span class="fs12lh1-5"> «</span><i class="fs12lh1-5">Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento. Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi»</i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Il 15 settembre 1986 la Corte d’Appello di Napoli assolve Tortora, assoluzione confermata l’anno seguente dalla Cassazione.</div><div>Il giudice d’appello Michele Morello avrà modo di dire, nel corso di una puntata de <i>La storia siamo noi</i>, che da un approfondito studio delle carte processuali di primo grado non era emerso alcun profilo di responsabilità, anzi v’era più di un riscontro a favore di Tortora. Nell’ascoltare le sue parole, non si può non essere colti da un brivido di sdegno:</div><div><br></div><div><i> </i></div><div><i>«Ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po' sospetta: in base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell'altro, che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti: di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell'imputato. Anche i giudici, del resto, soffrono di simpatie e antipatie...»</i></div><div><i><br></i></div><div> </div><div>Il 20 febbraio 1987 Tortora torna alla sua amata trasmissione televisiva <i>Portobello</i> e lo fa con l’eleganza e la dignità che lo contraddistinguono, riprendendo da dove aveva lasciato prima della <i>bufera dell’impossibile</i> e chiudendo il resto, tutto il resto, tutto il pesantissimo resto dietro un sorriso mesto ed emozionato:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo "grazie" a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L'ho detto, e un'altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so, anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta»</i></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Purtroppo, però, ciò che il cuore e l’anima non possono dimenticare non lo dimentica neppure il corpo: Tortora morirà poco più di un anno dopo.</div><div>Si chiude, così, la vita di un uomo, ma non il ricordo dell’uomo: l’uomo che è stato un giornalista eccezionale, uno showman raffinatamente ironico, un calunniato da un sistema bastardo e un politico che, attraverso la sua esperienza, si è impegnato a fare la differenza, tenendo fede ai suoi impegni, alla sua parola, alla sua promessa di non sottrarsi alla giustizia, quand’anche ingiusta.</div><div>Ha sicuramente lasciato più di un’eredità. L’eredità ricevuta dalle figlie, Gaia, autrice di un bellissimo libro uscito lo scorso anno, <i>Testa alta e avanti</i> (ed. Mondadori), e Silvia, purtroppo scomparsa giovane, alla sessa età del padre, entrambe giornaliste, entrambe brave e combattenti, che hanno vissuto il loro giornalismo mai dimenticando gli insegnamenti del padre; ma anche l’eredità ricevuta dal suo pubblico che, ancora oggi, ha di lui il bel ricordo di un grande professionista e di un uomo per bene.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Pubblicato in Quarta Parete Roma, 17.06.2024]</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Foto di dominio pubblico</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Per saperne di più:</b></div><div><b>Giacomo Ascheri</b>, <i>Il processo</i>, Corso, Crotone, 1985</div><div><b>Giacomo Ascheri</b>, <i>Tortora. Storia di un’accusa</i>, Mondadori, Milano, 1984</div><div><b>Raffaele della Valle</b>, <i>Quando l’Italia perse la faccia</i>¸ Luigi Pellegrini, Cosenza, 2023</div><div><b>Indro Montanelli</b>, <i>Il Testimone</i>, Longanesi, Milano, 1992</div><div><b>Enzo Tortora</b>, <i>Cara Silvia. Lettere per non dimenticare</i>, Marsilio, Venezia, 2003</div><div><b>Enzo Tortora</b>, <i>Lettere a Francesca</i>, Pacini, Pisa, 2016</div><div><b>Enzo Tortora</b>, <i>Cara Italia ti scrivo</i>, Mondadori, Milano, 1984</div><div><b>Gaia Tortora</b>, <i>Testa alta, e avanti</i>, Mondadori, Milano, 2023</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 18 Jun 2024 10:53:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Pali, fascine e parole affumicate]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000012C"><div>Gli eretici hanno sempre avuto vita difficile.</div><div>In questi mesi di campagna elettorale, forse a causa di un improvviso risveglio dell’attenzione politica, ho ricevuto più di un messaggio indignato per le pagine di storia che scrivo sul mio blog, perché la storia, si sa, è ormai passata di moda, e guai se si osa raccontare quegli episodi spazzati via, negli ultimi ottant’anni, come scomoda polvere sotto il tappeto del revisionismo. Pare non si possa tollerare il fatto che brutalità ed assassinii non siano stati solo neri.</div><div>La notizia che sto per dare potrà suonare sconvolgente a certi soggetti, ma io non disconosco i crimini dei fascisti e, ancor più, dei nazisti, bensì pretendo che non si disconoscano quelli dei comunisti, nonché di una parte degli alleati e dei partigiani. Abbiamo parlato dei crimini fascisti per ottant’anni, è corretto lasciare che finalmente si parli anche di quelli degli altri. E dirò di più: non disconosco i gravi errori del regime d’allora, ma non voglio neppure dimenticare le cose giuste.</div><div><i>Cose giuste</i>. Oddio! Due parole che, ovviamente, saranno gettate sulla fascina insieme alle altre.</div><div>Ecco, tanto per cambiare, la questione, lungi dal rappresentare un capitolo di storia, si riassume in un perdurante “ventennio” e “antiventennio”, sebbene il primo sia finito da un ottantennio (<i>sic!</i>).</div><div>In un’epoca di contagi e “miracolosi” sieri, la politica di sinistra ha adottato lo schema dell’infezione (che già funzionò, a pensarci bene, con la strategia sovietica delle cellule mascherata da contravveleno). Il revisionismo storico ha ormai cristallizzato il vibrione in camicia nera e lo squadrismo ideologico di chi dice di odiare lo squadrismo lo alimenta pur di proseguire la sua battaglia, che non è una battaglia per costruire qualcosa, intendiamoci, ma per criticare l’altro in modo meramente distruttivo, per deplorare persino le idee che potrebbero essere condivise, perché spesso si dicono le stesse cose con accenti diversi. Urca, quanta deprecabile temerarietà in quest’affermazione!</div><div>La logica è ormai binaria, come il sistema dei computer. Forse per questo amiamo tanto usare il termine “intelligenza” parlando di un insieme di processi artificiali che rimpastano l’originalità di quanto prodotto in passato dall’uomo, un uomo che, in futuro, appare evidente, non sarà più capace di produrre alcunché di originale.</div><div>Paradossalmente nel dopoguerra il ditino accusatore si levava con minore frequenza; forse perché i fascisti, quelli veri, c’erano ancora e alcuni facevano paura, o, forse, perché vigeva una seria democrazia, estranea ai bavagli e alle catene, sicché, ad esempio, dei repubblicani mai pentiti come Giorgio Albertazzi, Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi e Walter Chiari potevano lavorare senza recriminazioni nel mondo dello spettacolo, successivamente divenuto appannaggio di una sedicente “intellighenzia”, o, ancora, dei repubblicani della Decima come Giorgio Pisanò o come Durand de la Penne potevano diventare parlamentari. Oggi la democrazia, invece, è quella riassunta da una frase di Pertini quando disse a gran voce che ogni ideologia va tutelata tranne quella fascista. Infatti, basta citare una lettera, la X, che si scatena il finimondo accusatorio; basta capitare a Predappio e scattare due foto che si finisce sul libro nero, in tutti i sensi. Trasciniamo sulle spalle un guardaroba storico ingombro di stracci, che ci rallenta, consumando ogni residuo alito di libertà. La parola come veicolo di pensiero è sotto attacco.</div><div>La caccia alle streghe, però, ha davvero stufato. Ha stufato perché antistorica, perché trasformata in uno slogan rinsecchito, ripetitivo, in cui non credono più neppure coloro che lo recitano a pappagallo nei centri sociali; ha stufato perché appalesa la pochezza degli argomenti di chi si erge a paladino di democrazia ed è capace solo di partorire divieti, ostracismi, condanne, falsificazioni storiche, manifestandosi non già per se stesso, ma solo per essere l’opposto dell’altro, cui attribuisce bellamente i torti propri. Praticamente uno scoglio senza più identità. La democrazia, invece, richiederebbe dialogo e costruzione. Insieme. Richiederebbe l’onor del vero. Che cosa antiquata!</div><div>In buona sostanza, c’è chi mangia solo grazie allo spauracchio della contaminazione fascista. Del resto, è la Chiesa cattolica &nbsp;&nbsp;- l’ultimo vero grande impero - &nbsp;&nbsp;ad averci insegnato il potere della paura: bisogna evitare l’inferno. Il passo successivo, quello compiuto dalla politica, è dare all’inferno il sembiante di chi la pensa diversamente.</div><div>Forse è per questo che la giostra delle parole da mettere al rogo non finirà mai di girare. E, dunque, vale oggi quello che scrisse Montanelli esattamente cinquant’anni fa: a chi vede nostalgici e squadristi, a chi scova fascisti in ogni dove bisogna rispondere con un sorriso, sicché <i>«ai cacciatori di streghe non resterà che ringraziare Dio del fatto che le streghe non ci sono. Altrimenti sul rogo ci finirebbero loro»</i>.</div><div>E io, dunque, sorrido.</div><div><br></div><div> </div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata – Autore S.I.A.E. 9 giugno 2024]</div> &nbsp;<div> </div><div><b>© Foto di Raffaella Bonsignori </b>– Predappio, acquerello della casa natale di Mussolini</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 09 Jun 2024 20:37:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Tutto per Lola. In scena i segni della vita]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000012B"><div>Al teatro Manzoni di Roma è in scena fino al 2 giugno “Tutto per Lola” di Roberta Skerl, con Paola Quattrini, nel ruolo di Ester, Mirella Mazzeranghi, nel ruolo di Luisa, Maria Cristina Gionta, nel ruolo di Carla, Cinzia Alitto, nel ruolo di Livia, e Geremia Longobardo, nel ruolo del Commissario; regia di Silvio Giordani. Un atto unico di un’ora e mezza che ha il pregio di far volare il tempo con piacevolezza.</div><div>È una pièce che si colora di giallo, perché sin dalle prime battute il pubblico viene messo al corrente dell’uccisione di un uomo. Ma non è un classico poliziesco deduttivo, che porta il pubblico a indagare sul “chi”, ossia sul responsabile dell’assassinio, bensì un poliziesco dell’anima, che, dato per certo il fatto criminale e il responsabile sin dall’incipit, rende protagonisti il movente, i sentimenti, e le paure di chi ha agito, rende protagonista la speranza e la voglia di cambiare il mondo cambiandone anche solo un piccolo tassello.</div><div>Il noto giallista Van Dine, pseudonimo di William Huntington Wright, scrisse un divertente decalogo del romanzo giallo e la regola n. 7 recita così:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Ci deve essere almeno un morto, in un romanzo poliziesco; e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell'assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio d'energia del lettore dev'essere remunerato!»</i></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>E poi diciamo che il delitto non paga!</div><div>In effetti, di omicidi la letteratura è piena.</div><div>Proprio per questo ci vuole impegno a renderli interessanti e ancor più impegno a trasformarli in una dramedy, ossia in una rappresentazione teatrale a metà tra il dramma e la commedia, che, a dispetto dell’argomento, riesce a strappare risate. Del resto, come diceva Chaplin, una giornata trascorsa senza sorridere è una giornata persa.</div><div>Nella letteratura italiana il primo che riuscì a portare il sorriso sulle labbra del lettore, nonostante l’ingombrante omicidio attorno a cui ruota la storia, fu il mio amato Emilio De Marchi con <i>Il cappello del prete</i>. La Skerl non è De Marchi, intendiamoci, ma ha comunque scritto una storia che sul palcoscenico funziona; ovviamente funziona anche grazie agli attori e alla sapiente regia di Silvio Giordani, che ha cucito i tanti argomenti che emergono con il filo d’oro che sempre usa, misurato e vivace, con la sua tempistica da metronomo tra entrate e uscite, tra luci e ombre.</div><div>Le quattro attrici in scena al Manzoni sono davvero brave. Quattro caratteri, quattro personalità, ognuna perfettamente delineata, ognuna capace di accompagnare il pubblico in scena con una naturalezza toccante.</div><div>Con loro la pièce si arricchisce di un’impronta introspettiva. Certo, si ride e si sorride, ma dietro c’è anche tanto dolore, c’è un disagio che le quattro attrici sono bravissime a dosare, lasciandolo emergere a tratti, perso nel fazzoletto con cui la Alitto asciuga lacrime che le altre credevano non possedesse, stretto attorno al collo della bottiglia che viene afferrata dalla Quattrini, racchiuso nello sguardo intenso della Gionta, quando si accorge che <i>«Niente cambia»</i>, stretto nella mimica facciale della Mazzeranghi quando racconta l’enorme abisso della sua esistenza, l’abisso in cui, per tanto amore, ha scelto di perdere l’unico vero amore.</div><div>Una danza di bravure, in cui i sensi si vendicano; martoriati da un passato di umiliazione, tirano fuori l’insospettata forza di agire e di ingannare, di vincere una battaglia che è in parte una rivalsa per ognuna di loro. Tutto per Lola è anche un tutto per loro stesse, per quello che sono state, per quello che avrebbero potuto essere.</div><div>Un genere di spettacolo che è sia teatrale, sia reale, immerso in un dramma quotidiano dagli epiloghi eccezionali che tirano fuori i propri aspetti comici, nel gesto che si fa “mossa” sull’immaginaria scacchiera dell’esistenza, dove l’unica regola è difendersi, a costo di attaccare, di aggredire, di “fare a pezzi”, di nascondersi. E di riderci su.</div><div>Scacco matto.</div><div>Tutto questo è teatro con la <i>T</i> maiuscola. Il termine <i>persona</i>, che ci definisce come esseri umani, origina dall’etrusco <i>fersu</i>, maschera teatrale. Essere una persona, dunque, significa avere un ruolo nel teatro della vita, nella rappresentazione scenica dell’esistenza. Noi tutti siamo maschere che recitano, che cadono soffrendo e che si rialzano ridendo. E lo capiamo quando riusciamo a salire idealmente sul palcoscenico accanto agli attori, commuovendoci e ridendo con loro, danzando, cantando come se le case non avessero pareti, come se non ci fosse nient’altro al mondo.</div><div>Le quattro donne che si coprono a vicenda, invischiandosi nei propri delitti ma anche ridendo insieme, ci insegnano a fari i conti con la nostra maschera.</div><div>Esilaranti tutte. La Gionta, che sfoga la sua passione per la crime tv descrivendo il processo di putrefazione di un corpo. Questa attrice ha una personalità, in scena, che irradia potere, qualunque sia il suo ruolo, comico o drammatico, ed esercita un’argentea influenza sul pubblico. La Mazzeranghi, che insegue la casa ideale, pianificando un futuro che torna al passato. La Alitto, che lavora egregiamente su un cinismo di copertura. E la Quattrini, che si spaventa da sola per le parole che evocano altro, in un crescendo davvero magistrale di paura, negazione, rasserenamento e ancora negazione. <span class="fs12lh1-5">È u</span><span class="fs12lh1-5">na grande signora del teatro con un’esperienza pregnante e una notevole capacità di entrare nel personaggio. È dotata di un’invidiabile freschezza, di una contagiosa giocosità, di una simpatia travolgente. Tra l’altro, teniamo conto che lei è entrata quasi in volata in questo spettacolo, avendo sostituito Paola Gassman, recentemente scomparsa, cui, al termine dello spettacolo, rivolge sempre il suo saluto, condividendo con lei l’applauso. E di applausi ce ne sono stati molti.</span><br></div><div>Bravo anche Geremia Longobardo nel ruolo di un Commissario intuitivo, tenace, ma anche fragile, problematico, molto umano. I suoi interrogatori assomigliano ad un gioco da bar della mia infanzia, il <i>flipper</i>: Va da una, poi da un’altra, poi da un’altra ancora; si muove tra le donne quasi danzando all’interno di un dipinto realista, dove ognuna di loro ha chiusa in sé la propria verità, e lui cerca la chiave per aprire quegli scrigni. Una danza, sì.</div><div>Giordani ha sapientemente accostato la comicità, il sorriso, alla gioiosità della danza, della musica, ma anche del suono imperfetto e delizioso di chi canta senza musica, tra le mura di casa, ridendo con le amiche.</div><div>I costumi di Lucia Mariani e della sarta Elisabetta Viola, nonché le luci di Carlo Di Fabio e le scene di Mario Amodio, che ha sapientemente seguito la regia, lasciando sul fondo, dietro il vetro di una finestra, quel giardino, teatro nel teatro, prepotente protagonista muto, hanno partecipato alla festa e così le musiche del maestro Stefano De Meo, sempre dotate di grande impatto evocativo.</div><div>In questa pièce le attrici si rivolgono non già al pubblico che ascolta, ma a quello che <i>sente</i>, sente con tutto se stesso, coinvolto da ciò che si percepisce dietro le battute. Artaud scriveva:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Il teatro è lo stato, il luogo, il punto dove noi possiamo impossessarci dell’anatomia dell’uomo e attraverso questa sanare e dominare la vita»</i>.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Le istanze che emergono da questa commedia sono molte e tutte hanno due piani di lettura, quello comico e quello drammatico; il sorriso accarezza la lacrima.</div><div>Assolutamente da vedere.</div><div><br></div><div> </div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata – Autore Siae, 27.05.2024]</div> &nbsp;<div> </div><div><b>© Foto del teatro Manzoni</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 27 May 2024 10:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Paolo Poli. Genio ribelle]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000012A"><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">Novantacinque anni fa nasceva Paolo Poli, attore e geniale fantasista, che creò un suo stile a tutt’oggi imitato ma anche inimitabile.</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">23 maggio 1929: novantacinque anni fa nasceva Paolo Poli, icona di gentilezza, di eleganza, ma anche di ironica, sottile e a tratti perfida capacità di analisi; raffinatissimo interprete di tanti personaggi e lui stesso personaggio poliedrico nella sua realtà, nella sua vita assolutamente personale fatta di libri, di cultura, di fantasia, di trasgressione. Della morte non si curava, diceva semplicemente:</span></div><i class="imTAJustify fs12lh1-5"><div><i class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></i></div>«Quando arriverà io non ci sarò più e, quindi, non ci incontreremo»</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">.</span><br> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ma la sua morte, in realtà, è stata molto più di questo: rappresenta il luogo di memorie sempre vive e l’approdo sicuro per quella sua barca chiamata vita, che ha conosciuto mari e venti e che ha saputo percepire in essi significati e sensibilità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il suo accento fiorentino, mai perduto neppure quando viveva a Roma, era adorabile; l’uso di vocaboli raffinati lasciava trasparire la sua grande passione per l’arte e per la letteratura. Ecco la letteratura, i libri. A Pannacci confessò che uno dei primi libri che lesse, da bimbetto, era un libro pornografico prestatogli da un compagno di classe. La madre, maestra montessoriana, e il padre, carabiniere e uomo illuminato, il quale mai ostacolò le sue inclinazioni sessuali, gli consentirono di finirlo, anche se non lo capiva fino in fondo, ma non di tenerlo: quella non era una casa dove potesse albergare.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">«Sono convinto»</i><span class="fs12lh1-5"> diceva leggiadro</span><i class="fs12lh1-5"> «che sull’albero del Bene e del Male invece delle mele c’erano i libri, perché essi volevano essere pari del Padreterno per sapienza»</i><span class="fs12lh1-5">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">Vero che lesse un libro pornografico da bambino? Falso? Quando Paolo Poli raccontava episodi della propria vita si percepiva il gusto di scherzare, di scandalizzare. Di sicuro è sempre stato deliziosamente se stesso, con tutte le contraddizioni di una vita ricca di esperienze, sin da bimbo, sin da quando fece il chierichetto e crebbe anticlericale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">I suoi ruoli </span><i><span class="ff1">en travesti</span></i><span class="ff1"> resteranno per sempre nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo a teatro o in televisione. Quando interpretò </span><i><span class="ff1">Rosamunda</span></i><span class="ff1"> di Alfieri, Renzo Tian scrisse su Il Messaggero:</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Dietro l’insistenza dello sberleffo si affaccia il sospetto di un rigore didascalico»</span></i><span class="ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Rigoroso lo era di certo; ed era meticoloso, perfezionista pur in quella sua apparenza di leggiadria e leggerezza assoluta. I genitori gli avevano insegnato a fare ciò in cui credeva, di essere chi sceglieva di essere. E lui fu sempre se stesso.</span><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">«Io mi sento molto simile a quel verso di Dante: </i><span class="fs12lh1-5">io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna</span><i class="fs12lh1-5">. Sono un aristocratico artistico. Bisogna stare attenti a indossare un vestito di un colore che non ha nessuno. Io, nella mia giovinezza, ho seguito le mode, ma per poco. Ho subito capito che dovevo indossare qualcosa di originale»</i><span class="fs12lh1-5">.</span><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E, infatti, ha segnato il suo tempo con originalità.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Le prime esperienze di teatro iniziarono al liceo con la </span><i><span class="ff1">Compagnia dell’Alberello</span></i><span class="ff1"> che affondava le proprie radici nel </span><i><span class="ff1">Teatro della Fiaba</span></i><span class="ff1">, realizzato dalla dama fiorentina Flavia Farina Cini. Ne faceva parte anche Zeffirelli, con il quale Poli strinse una lunga e sincera amicizia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Con la </span><i><span class="ff1">Compagnia dell’Alberello</span></i><span class="ff1"> il Poli ragazzo approcciò testi impegnativi come quelli di Marivaux, Pirandello, Moliere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Di lì il salto a Cinecittà, dove sostituì Terence Hill, allora noto come Mario Girotti, nel film </span><i><span class="ff1">Le due orfanelle</span></i><span class="ff1">, testo che Poli conosceva bene e che sapeva interpretare persino in francese, essendo stato anche insegnante di francese al liceo Leonardo da Vinci di Firenze.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Inevitabile il trasferimento a Roma, ove frequentò il salotto di Laura Betti, sua anima gemella in una ribelle e profonda amicizia, e conobbe Moravia, Corrado Pani, Ettore Manni, Pasolini, con il quale, tuttavia, ci fu sempre una reciproca diffidente lontananza, nonché molti altri esponenti del mondo della cultura.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Aveva una personalità così spiccata che la sua bellezza effeminata colpiva positivamente tutti, anche se l’epoca in cui approcciava il cinema era quella degli uomini dal fisico possente che affascinavano le cosiddette </span><i><span class="ff1">maggiorate</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il cinema, però, non soddisfaceva interamente la sua sete di arte. Il richiamo forte era sempre e comunque il teatro, tanto che rifiutò un ruolo nel film </span><i><span class="ff1">8 e ½</span></i><span class="ff1"> di Fellini, mai pentendosi per la scelta. Roma gli entrò nel sangue, non lo si può negare, ma, come un altro grande fiorentino, Michelangelo, terrà sempre Firenze nel cuore e non cesserà di avere contatti con gli amici lasciati all’ombra di Ponte Vecchio, tra il rumoreggiare pigro dell’Arno: Ilaria Occhini, Ferruccio Soleri … tutti studenti d’Accademia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Poli alternava gli studi al teatro e dunque impiegò più tempo a concludere il percorso accademico; una conclusione che arrivò con il massimo dei voti un anno dopo essere entrato nella Compagnia genovese di Aldo Trionfo, </span><i><span class="ff1">La Borsa di Arlecchino</span></i><span class="ff1">. Ottenne grandi successi e stigmatizzò aspetti meno noti di alcuni personaggi, tirando fuori la parte nascosta della loro anima, come fu con il Clov di </span><i><span class="ff1">Finale di Partita</span></i><span class="ff1"> di Beckett. Dimostrò di sapersi muovere con disinvoltura e bravura sia nei ruoli seri, sia nei ruoli di fantasista, tra canzoni e canzonette, inventando uno stile che sarà per sempre suo. Ed è proprio a Genova che iniziò un sodalizio d’acciaio con Lele Luzzati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Tra le figure più care nella sua vita Aldo Palazzeschi. Poli, sempre delicatamente irriverente, nel modo che indusse la Ginzburg a definirlo </span><i><span class="ff1">«Un soave, ben educato e diabolico genio del male»</span></i><span class="ff1">, ebbe spesso a raccontare un Palazzeschi inedito ai più. Sicuramente una delle voci più importanti del Novecento letterario, ma anche una persona timida e deliziosamente poetica, che, nella sua vita intima si permetteva la vestaglia rossa e l’amore per Filippo De Pisis, il pittore che, secondo Vittorini, concedeva al fruitore del suo messaggio artistico l’illusione della superficialità, scendendo, invero, fino a novemila metri di profondità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Quando gli occhi di Poli si posarono su un testo di Arthur Adamov intitolato </span><i><span class="ff1">Paolo Poli</span></i><span class="ff1"> furono inevitabilmente folgorati. Su due piedi decise di andare in Francia ad incontrare l’autore, il quale, stupito per l’omonimia e conquistato dall’entusiasmo di Poli, gli concesse di rappresentarlo e di farlo a suo modo, introducendo qualche canzone e trasformandolo in un’operetta. Poli amava l’opera e l’operetta. Era cresciuto ascoltando musica e spesso si recava in teatro ad abbracciare il melodramma grazie agli ingressi gratuiti di cui godeva il padre carabiniere. Il </span><i><span class="ff1">Paolo Poli </span></i><span class="ff1">di Paolo Poli fu un successo travolgente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">A partire dagli anni Sessanta, in realtà, approdò anche alla televisione. Lì si impose al grande pubblico, conquistando tutti, uomini, donne e bambini. La soavità con cui si muoveva, l’eleganza con cui si poneva, la sua bella voce, il suo morbido dialetto e la sua intelligenza conquistarono più della sua innegabile raffinatissima bellezza. Giunse al grande successo mediatico dapprima leggendo favole di Esopo ai bambini e, quindi, partecipando a spettacoli di successo come </span><i><span class="ff1">Chi sa chi lo sa</span></i><span class="ff1"> o una bella </span><i><span class="ff1">Canzonissima</span></i><span class="ff1"> insieme a Sandra Mondaini. Doveva tenere a bada la propria effeminatezza, però. L’era democristiana della Rai non tollerava eccessi bizzarri. La cosa non lo ha mai infastidito, non si è mai sentito sminuito, non ha mai percepito persecuzione dove c’era al massimo un pizzico di monachesimo sociale. Di fronte ad atteggiamenti non comprensivi ha sempre replicato </span><i><span class="ff1">«Raglio d’asino non giunge in cielo»</span></i><span class="ff1">. Le parole scandalizzate dei benpensanti lo hanno sempre lasciato indifferente. Ed è proprio con quella frase che, molti anni dopo, risponderà ad una domanda di Serena Dandini sugli scandali sessuali berlusconiani. Di sicuro la sua attenzione si posava solo su ciò che per lui contava, il resto esisteva e ne prendeva atto, ma non turbava affatto la sua esistenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">A metà degli anni Sessanta Poli spiccò il volo e formò la propria Compagnia, ma non c’era una primadonna, perché era lui a fare entrambi i ruoli. Disegnò con cura la sua forma d’arte e ci riuscì benissimo. Quell’arte da canzonettiere raffinato, da diva dei lustrini sarà sua, soltanto sua. Ancora oggi lo è. Certo, abbiamo conosciuto altri attori e cantanti che si sono dilettati </span><i><span class="ff1">en travesti</span></i><span class="ff1">, ma mai nessuno con la sua classe e la sua ironia. Inventò il suo teatro e riuscì ad imporsi nonostante allora imperversasse la sperimentazione impegnata, il naturalismo più sfrenato. Proprio in quel momento teatrale lui mise in scena le sue </span><i><span class="ff1">profanazioni letterarie</span></i><span class="ff1">, come le definì il critico De Monticelli, colte da poesie e pagine di letteratura a formare un fil rouge che componeva lo spettacolo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Tutto andò bene fino ad un momentaneo crac finanziario dovuto all’insuccesso di </span><i><span class="ff1">Un Milione</span></i><span class="ff1"> ispirato alle avventure del signor Bonaventura, che Poli fece emergere più nella tragicità della sua vita che nella comicità delle sue avventure, disattendendo le aspettative del pubblico e della critica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">La Compagnia si sciolse.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ma Paolo non era tipo da perdersi d’animo e l’anno seguente uscì un suo spettacolo, </span><i><span class="ff1">Rita da Cascia</span></i><span class="ff1">, con un cast tutto maschile, cosa che, unitamente ad alcuni contenuti, gli costerà più di qualche critica di blasfemia. È una parodia, in realtà, ma pur sempre la parodia della vita di una santa. Strehler e la Cortese andarono a trovarlo in camerino, a Milano, dove aveva riscosso un grande successo, e, pur avendo apprezzato lo spettacolo, ne sconsigliarono la rappresentazione romana. Roma è pur sempre la sede del papato, il luogo per eccellenza della cristianità! Ma Poli non si fermò e debuttò al teatro Delle Muse. Il pubblico apprezzò, ma l’allora on. Oscar Luigi Scalfaro, futuro presidente della Repubblica, promosse addirittura un’interrogazione parlamentare per cassare quello spettacolo tanto irriverente nei confronti di S. Rita e del cattolicesimo in genere. Come sempre accade, però, la critica feroce e il polverone che ne consegue fecero da cassa di risonanza e il pubblico curioso affluì in sala. Quarantaquattro repliche prima del blocco da parte delle autorità; un blocco di quasi dieci anni prima del ritorno di quello spettacolo sul palcoscenico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il Sessantotto lo vide a Torino ad interpretare </span><i><span class="ff1">Il suggeritore nudo </span></i><span class="ff1">di Marinetti. Quattro passi nel Futurismo accanto ad una splendida, talentuosa Milena Vukotic, con la quale tornerà più volte a recitare, sia a teatro, sia in televisione, come ne </span><i><span class="ff1">I legami pericolosi</span></i><span class="ff1"> del 1988 o nella riduzione de </span><i><span class="ff1">I tre moschettieri</span></i><span class="ff1"> e in </span><i><span class="ff1">Paradosso</span></i><span class="ff1">. Tra loro nacque un legame profondo, un’amicizia inossidabile, una reciproca, ben riposta ammirazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il teatro rientrò nella sua vita come se la </span><i><span class="ff1">Rita da Cascia</span></i><span class="ff1"> non avesse mai avuto la politica democristiana contro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Shakespeare, Lorenzo il Magnifico … Le opere dei grandi classici si alternavano ad altre contemporanee. Portò in scena persino la politica, sebbene sempre con il suo ironico savoir-faire. Nel 1971, infatti, fu la volta de </span><i><span class="ff1">L’uomo nero</span></i><span class="ff1">, con protagonisti tre fratelli, uno reduce mutilato della Grande Guerra, il secondo socialista impegnato e il terzo fascista buono. Il fascismo fece parte della sua infanzia. Non lo amò, ma si pose di fronte ad esso come fa lo storico:</span></div> <br><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Quello che è successo quando io ero giovane ..»</span></i><span class="ff1"> disse sempre alla Dandini. </span><i><span class="ff1">«Non è che io rimpiango Hitler, però quella è stata la mia giovinezza. Voglio capire cosa è accaduto. E si capisce più tardi. Mentre si vive non ci si rende conto. Il disegno storico è difficile a farsi. La gente si trastulla nell’attualità»</span></i><span class="ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">Dal 1974 il suo teatro acquisì un tratto familiare, poiché iniziò a lavorare con la sorella Lucia, cui era e rimase sempre molto legato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">È del 1975 anche un’iconica interpretazione radiofonica dell’imperatore Eliogabalo per </span><i><span class="ff1">Le interviste impossibili</span></i><span class="ff1"> di Luigi Malerba.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Recitò fino a tarda età. Spettacoli fantasiosi e puntualmente piccanti; matrioske in cui trovare diversi piani comunicativi, a saper leggere tra le righe dei testi e delle scenografie. Quando lo spettacolo scorre nelle vene, del resto, non ci si può fermare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">La sua vita pubblica, tuttavia, non si esaurì nel teatro, o nel cinema, o nella televisione. Lo seguiva ovunque. Paolo Poli catalizzava attenzione. In particolar modo suscitava interesse la sua effeminatezza, che portava seco come un bel bagaglio, una borsa elegante che lo contraddistingueva dagli altri. Inevitabile, dunque, che ne abbia sempre parlato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">L’omosessualità, quando era ragazzo, era un tabù, ma non lo è mai stato per lui. E l’ha sempre vissuta con una serenità estrema, cosa che dà la misura della sua intelligenza e della sua titanica personalità.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">«L’uomo, anche quando è frocio e va fuori e sculetta e lo pigliano per il culo, è contento di essere riconosciuto»</i><span class="fs12lh1-5">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ciononostante ha sempre preso le distanze da certi cliché; ha amato essere se stesso ma ha anche invitato tutti a fare lo stesso, senza incasellarsi necessariamente in un ruolo, in un settore, in una definizione. La vita, quella vera, è senza definizioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Essere un’icona gay lo infastidiva.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">«Una volta son venuti a Firenze due giovanotti e mi han detto: </i><span class="fs12lh1-5">Ci sposi, per favore?</span><i class="fs12lh1-5"> Gli ho detto: </i><span class="fs12lh1-5">Scambiatevi l’anello. Ecco, via: siete sposati!</span><i class="fs12lh1-5"> Non me ne frega nulla e non voglio essere un modello di riferimento per i gay»</i><span class="fs12lh1-5">.</span><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">E questo suo rifiuto degli schemi sull’omosessualità si percepisce nettamente da qualche altra pungente stoccata:</span></div> &nbsp;<br><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Il matrimonio è orrendo, per me. Uno è omosessuale per trasgredire mica per sposarsi. Sì, ci sono le convivenze, le amicizie, i modus vivendi, ma vaffanculo a tutta questa burocrazia. Se mi volevo sposare mi trovavo anche io una brava ragazza, certo non mi mancavano»</span></i><span class="ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">E ad una domanda di Serena Dandini sul segreto desiderio di nascere donna replicò:</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Ma per carità! Codesto lo devi chiedere a Platinette, non a me. Io faccio i personaggi maschili o femminili a seconda. Non ho mai sentito la diversità. Oggi parlano: </span></i><span class="ff1">Teatro al femminile</span><i><span class="ff1">, </span></i><span class="ff1">Letteratura al maschile</span><i><span class="ff1"> … E quando mi chiedono dell’omosessualità … La letteratura … Ma, Dio mio, Proust dove lo metti, fra le lesbiche o fra i froci?»</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">Eleganza e stile lo hanno sempre contraddistinto. </span><i><span class="ff1">«Io adoro Fellini» </span></i><span class="ff1">diceva </span><i><span class="ff1">«perché nei suoi film non si vede mai una roba che sia dell’Upim»</span></i><span class="ff1">. Poi, però, soprattutto quando parlava dell’omosessualità, usava appositamente termini un po’ forti, quasi a svilirne la portata offensiva che altri avevano attribuito ad essi. E questa è sublime intelligenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Diceva sempre che la sua valigia era piccolissima, perché portava con sé solo l’essenziale, niente foto, niente amuleti: poche cose e le scarpe ordinatamente di lato. Di sicuro il suo bagaglio era leggero, ma ciò che lasciava in ogni luogo </span><i><span class="ff1">accarezzato</span></i><span class="ff1"> dai suoi spettacoli, aveva il suo peso e la sua ricchezza. Non è un caso se ancora oggi lo ricordiamo con l’affetto di un pubblico un po’ suo amico e un po’ suo orfano.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">[in </span><i><span class="ff1">QuartaPareteRoma</span></i><span class="ff1">, 23.05.2024]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">Foto di Pubblico Dominio</span></b><span class="ff1">: Poli si esibisce </span><i><span class="ff1">en travesti</span></i><span class="ff1"> con Raffaella Carrà (a sinistra) e Mina (a destra) durante lo spettacolo televisivo </span><i><span class="ff1">Milleluci</span></i><span class="ff1"> nel 1974</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">Per saperne di più:</span></b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">Rodolfo Di Giammarco</span></b><span class="ff1">, </span><i><span class="ff1">Paolo Poli</span></i><span class="ff1">, Gremese, Roma, 1985</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">Teresa Megale</span></b><span class="ff1">, </span><i><span class="ff1">Paolo Poli l’attore lieve</span></i><span class="ff1">, Assessorato Spettacolo, Bergamo, 2009</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">Giovanni Pannacci</span></b><span class="ff1">, </span><i><span class="ff1">Siamo tutte delle gran bugiarde. Conversazione con Paolo Poli</span></i><span class="ff1">, Giulio Perrone Editore, Roma, 2018</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">Luca Scarlini</span></b><span class="ff1"> (a cura di), </span><i><span class="ff1">Alfabeto Poli</span></i><span class="ff1">, Einaudi, Torino, 2013</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 23 May 2024 11:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Oderzo: il trionfo della viltà]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000129"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I testi di storia, quelli veri, quelli estranei alle menzogne dei vincitori, raccontano episodi di violenza e morte sconosciuti ai più. E sono sconosciuti perché quei libri sono stati ostracizzati dalla cultura egemone di sinistra. È necessario parlarne, invece, perché la storia ha bisogno di essere completa per sopravvivere.</span><br></div><div class="imTAJustify">Il 1945 vide il Veneto, soprattutto nelle province di Vicenza, Belluno e Treviso, dilaniato da vili atti fratricidi compiuti da assassini mascherati da eroi. Avevano nomi in codice, in perfetto stile stalinista, e trucidarono più di cinquemila persone, tra uomini, donne e bambini.</div><div class="imTAJustify">Un partigiano, che divenne presidente della Repubblica nell’Italia del Novecento, disse che le idee sono tutte da tutelare tranne il fascismo, perché il fascismo è violenza:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«Io sono fedele al precetto di Voltaire: combatto la tua fede che è contraria alla mia, ma sono pronto a battermi sino al prezzo della mia vita, perché tu possa sempre esprimere liberamente il tuo pensiero. La fede politica dei fascisti, però, la combatto con altro animo. Il fascismo, per me, non può essere considerato una fede politica, perché il fascismo opprimeva tutti coloro che non la pensavano come lui»</i>.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">E questo la dice lunga sul concetto comunista di libertà altrui, ancorché costui si dichiarasse socialista. La sua, in realtà, era fede politica stalinista, la stessa che il suo grande amico Tito portò avanti con crudeltà estrema, reprimendo nelle foibe ogni dissenso. Toh, proprio quello che, nel suo bel discorso, quel partigiano presidente attribuiva ad una fede politica per lui indegna di tale nome. Il potere della sinistra è sempre stato quello di attribuire al nemico i propri orrori e far finta di combatterli con apparenza democratica.</div><div class="imTAJustify">Ma torniamo in Veneto, il Veneto del 1945; in particolare a Oderzo, una ridente cittadina in provincia di Treviso, perché nella sua memoria esiste una macchia di sangue che non può essere cancellata.</div><div class="imTAJustify">Nella primavera di quell’anno lì sono stanziati gruppi di combattenti di varia estrazione. C’è il CLN, composto da antifascisti desiderosi di pacificazione, e ci sono i “Cacciatori della Pianura”, un reparto partigiano facente parte della divisione garibaldina d’assalto “Nino Nannetti”. Comandante di questo manipolo di assassini è Adriano Venezian, detto “Biondo”, affiancato da Attilio De Ros, detto “Tigre”, e da Giorgio Pizzoli, detto “Jim”. Costoro hanno reclutato anche altri partigiani locali, par loro, comandati da Silvio Lorenzon, detto “Bozambo”. Sono tutti tristemente noti persino tra i partigiani: furti e rapine nelle case della gente del luogo; stupri, sequestri, omicidi, tentate stragi anche a danno di civili. Non si fermano neppure davanti ai propri compagni: Vittorio Premuda, detto “Silvio”, stufo di tanta delinquenza, vuole recarsi a denunciarli, ma gli tendono un’imboscata e lo uccidono.</div><div class="imTAJustify">Un ispettore del CNL, nella sua relazione, scrive:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Col giugno 1944 cominciano ad affluire elementi di dubbia fama. Atti di violenza a mano armata. Intimidazioni, sfoggio di armi e divise, ruberie … un crescendo impressionante fino alla esasperazione della popolazione. […] Impressione della popolazione: metodo peggiore di quello fascista»</i>.<i></i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">A Oderzo, però, sono di stanza anche alcuni reparti militari della Repubblica Sociale Italiana. Hanno un ottimo rapporto con la popolazione locale, la aiutano in ogni modo, anche con il rifornimento di viveri. Sono tra i moderati voluti da Mussolini e da Gentile nella speranza di far sopravvivere il lato buono del fascismo, il socialismo popolare.</div><div class="imTAJustify">A settembre dell’anno prima, per fare un esempio, la banda del “Tigre” aveva attaccato un comandante tedesco e la sua interprete; la donna era morta nell’agguato. I tedeschi erano pronti a rastrellare dieci partigiani, secondo quella che era una loro ben nota legge di guerra: dieci uomini per ogni tedesco ucciso. È una legge di cui i partigiani avvezzi a lanciare il sasso e nascondere la mano si diranno sempre all’oscuro, perché non si faranno mai avanti eroicamente salvando i rastrellati. Mai. Pensiamo a via Rasella. Ebbene, i fascisti di Oderzo erano intervenuti a tutela dei partigiani, portando i tedeschi a mitigare notevolmente la rappresaglia, sicché questi ultimi si erano vendicati solo su due partigiani. Due di troppo, certo, visto che erano innocenti. E pensare che, per salvarli, sarebbe bastato che il responsabile si fosse presentato. I loro nomi sono Giovanni Girardini e Bruno Tonello. Il “Tigre”, che meglio sarebbe stato chiamare “Coniglio”, aveva assistito alla loro impiccagione avvolto nell’ombra della propria vigliaccheria.</div><div class="imTAJustify">Questa la situazione a Oderzo. Questi gli schieramenti. La vita si fa giorno dopo giorno più insostenibile. Bisogna fare qualcosa per evitare il protrarsi delle violenze. La guerra è ormai persa, lo sanno tutti, anche i fascisti repubblicani di Oderzo. È per questo che il 27 aprile mons. Domenico Visentin, l’ing. Plinio Fabrizio, sindaco di Oderzo, e il membro del CLN dott. Sergio Martin si incontrano con i rappresentanti dei reparti militari repubblicani, il commissario straordinario Giuseppe Pizzirani e il comandante regionale Ottavio Peane, per concordare una resa dei fascisti che eviti ulteriori spargimenti di sangue.</div><div class="imTAJustify">L’accordo prevede che, a fronte della consegna delle armi, i fascisti abbiano un salvacondotto e siano considerati prigionieri di guerra, con tutte le garanzie del caso.</div><div class="imTAJustify">Il 28 aprile concludono le trattative il tenente colonnello Giovanni Baccarani e il maggiore Amerigo Ansaloni.</div><div class="imTAJustify">La prima parte dell’accordo avviene senza problemi: le armi vengono consegnate. La seconda parte dell’accordo, invece, subisce drastiche modifiche in itinere, o, meglio, un annullamento di fatto dopo i primi salvacondotti firmati. Più di trecento, in realtà, scritti frettolosamente, in modo da limitare il numero delle vittime nella strage che già si subodorava ad opera dei “Cacciatori della Pianura”. Non è il CLN a rimangiarsi la parola, infatti; non è il CLN ad agire in modo disonorevole, bensì questi ultimi.</div><div class="imTAJustify">L’ing. Fabrizio mostra ai partigiani il patto firmato e comunica l’avvenuta consegna delle armi: quei fascisti sono disarmati, spiega loro, e hanno firmato la resa in cambio di un salvacondotto; non si può non onorare un simile accordo. Ma certi partigiani dell’onore sanno davvero poco.</div><div class="imTAJustify">Il 30 aprile, dal carcere di Oderzo ove si trovano per volontaria sottomissione in attesa di un lasciapassare, “Bozambo”, a capo di altri partigiani, preleva 7 prigionieri. Poco meno di un’ora dopo ne vengono prelevati altri sei. Dopo un sommario processo popolare in cui accusa, giudice e boia sono i partigiani stessi, i militi vengono condannati a morte. L’esecuzione avviene poco dopo sulle rive del torrente Monticano, che si empie di sangue innocente.</div><div class="imTAJustify">I membri del CLN, così come gli altri firmatari antifascisti del patto con i repubblicani, vanno su tutte le furie e si confrontano duramente con i partigiani, ma non ottengono nulla se non offese e sguardi di riprovazione. Secondo i partigiani hanno fatto male a promettere ciò che non doveva essere promesso: i fascisti non hanno diritto ad un salvacondotto, non hanno diritto di vivere.</div><div class="imTAJustify">La situazione è tesa e nessuno vuole uno scontro diretto. I partigiani, dunque, per calmare il CLN, assicurano che nessun altro prigioniero sarebbe stato ucciso. Una delle loro tante menzogne, ovviamente.</div><div class="imTAJustify">Il giorno seguente, 1° maggio, il partigiano Silvio Lorenzon, a capo di una ventina di compagni, al par suo indegne persone, fanno irruzione nel carcere e prelevano ventitré prigionieri. Al custode dicono che sarebbero stati trasferiti a Treviso, ma la sera stessa, insieme ad altri ottanta militi prelevati dal luogo di detenzione arrangiato nel collegio Brandolin, vengono portati a Priula, sul fiume Piave. Hanno i polsi legati dietro la schiena con il fil di ferro, spesso sono legati a coppie, e, nel tragitto, viene loro inflitta loro ogni sorta di sevizia, tra cui pestaggi e espressioni di dileggio come gli sputi in faccia.</div><div class="imTAJustify">Ci vuole davvero tanto coraggio a picchiare uomini legati. Se solo avessero avuto le mani libere ….! Probabilmente, come sottolineato più volte dall’ex repubblicano Giorgio Albertazzi, i militi avrebbero visto i partigiani di schiena, mentre scappavano.</div><div class="imTAJustify">Nascostamente i fascisti cercano di lasciare al prete di quella casa di reclusione qualche piccolo oggetto da consegnare alle famiglie. Sanno cosa li aspetta.</div><div class="imTAJustify">“Bozambo” non vede l’ora di scaricare su di loro i colpi del mitra che, ubriaco fradicio, aveva provato nel pomeriggio, sparando persino sulla statua della Madonna, come testimonierà Romualdo Baldissera in sede processuale.</div><div class="imTAJustify">Giunti nel luogo prescelto, vengono fatti scendere. Le sevizie proseguono per quasi tre ore, come riferisce la testimone Giulia Pastrolin, che abita poco distante e che, di nascosto, osserva l’eccidio. Ad un ufficiale fanno ingoiare i gradi prima di sparargli: il metallo gli taglia l’esofago. Prima di ucciderli, poi, li spogliano di tutti gli averi, persino delle scarpe. Manifestano particolare giubilo quando tagliano il dito di un soldato per rubargli la fede nuziale. Seguono raffiche di colpi che li falciano. I polsi ancora legati, i segni delle sevizie sul volto e sul corpo. Molti di loro, colpiti ma ancora vivi, vengono lasciati a morire sul greto del fiume. Il Piave. Il fiume che aveva visto i soldati italiani combattere con coraggio e onore per la Patria durante la Prima Guerra Mondiale. Quell’azione, invece, è un’offesa non solo ai militi caduti, ma all’Italia stessa. È il freddo e codardo assassinio di soldati che si erano arresi e avevano consegnato le armi.</div><div class="imTAJustify">La notizia colpisce duramente il Comitato che aveva stretto l’accordo.</div><div class="imTAJustify">Don Nespolo, giunto al CNL, pronuncia le seguenti parole:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«Sedetti al posto dei giudicanti e, indignato, ripresi fortemente “Jim”, “Tigre”, “Biondo”, “Bozambo” ed altri sul loro perverso operato, dicendo loro che in 24 ore avevano fatto peggio degli altri in venticinque anni»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify">Visentin e Fabrizio si rivolgono alle autorità per fermare quegli assassini. Per qualche giorno torna la pace. Ma è difficile fermare delle belve assetate di sangue.</div><div class="imTAJustify">Il 15 maggio, dunque, tornano ad uccidere dodici militi fascisti imprigionati nel collegio Brandolin e non solo lo fanno con l’usuale crudeltà, ma per i più abietti motivi: il nuovo eccidio, infatti, viene perpetrato per “allietare” le nozze del partigiano Venezian, il “Biondo”, con la partigiana Vittorina Arioli, detta “Anita”, matrimonio che avrebbe avuto luogo il giorno seguente.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«Ti auguriamo che tu abbia ad avere dodici figli e perché questo nostro augurio abbia ad essere consacrato domandiamo che siano uccisi, vittime di propiziazione, dodici fascisti»</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify">come afferma, in sede processuale, il testimone don Giacobbe Nespolo.</div><div class="imTAJustify">Ai dodici prigionieri si aggiunge un ragazzo minorenne, Federico Montenegro. Non il primo né l’ultimo. Le stragi di Oderzo sono la punta di un iceberg di violenza diffusa e quotidiana. Le uccisioni di quei mesi sono molte di più e tutte per mano di quei partigiani, tutte macchiate dal loro sadismo.</div><div class="imTAJustify">Wanda Mignani, ad esempio, nel corso del processo racconterà la sua disperazione nel cercare il fratellino di 14 anni e l’orrore dell’incontro con il “Biondo”, il quale le disse che era morto, aggiungendo: <i>«Mi dispiace di non averli fatti fuori tutti, dal più piccolo al più vecchio»</i>. Stesso dicasi per un’altra testimone processuale, Angela Vianini, alla disperata ricerca del figlio non ancora diciottenne Angelo Bonzi. A lei sarà “Jim” a dare notizia della sua morte: <i>«Sono ben felice di averlo fatto e mi dispiace di non avere ucciso anche gli altri»</i>.</div><div class="imTAJustify">Si comportano al pari dei peggiori aguzzini tedeschi nei lager, quegli aguzzini che i “coraggiosi” e “onorevoli” partigiani dicono di voler combattere, di voler cancellare dalla memoria collettiva.</div><div class="imTAJustify">Il 16 maggio 1953 gli assassini responsabili delle stragi di Oderzo vengono giudicati e condannati. &nbsp;Il corso del processo non è dei più semplici. Deve persino essere spostata la sede per la celebrazione delle udienze a causa delle costanti intimidazioni e dei tentativi di corruzione dei testimoni.</div><div class="imTAJustify">Nella sentenza si legge:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«È evidente che gli omicidi di cui è processo non furono commessi in lotta contro il fascismo. La lotta presuppone la presenza attiva ed operante di almeno due avversari. Quando ne manca uno, l’altro o lotta contro le ombre o abbatte chi non è più in efficienza per combattere, compiendo un atto di viltà non necessario per il fine che si propone, Nella specie, trattandosi di belligeranti, per meglio precisare la posizione giuridica degli imputati, devesi osservare che era intervenuto, fra le legittime autorità del tempo (CLN e il comando delle truppe della RSI) un regolare patto di resa, che le truppe avevano consegnato le armi e si trovavano quindi nello stato giuridico di prigionieri di guerra.</i></div><div class="imTAJustify"><i>L’omicidio di essi, assicurati alla giustizia per gli eventuali accertamenti sulla loro condotta durante la guerra, e non più in grado di offendere, costituisce una patente violazione del diritto delle genti, oltre che un atto di barbarie, che nessun decreto di amnistia possono perdonare o far obliare»</i>.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">La sentenza si riferisce all’amnistia Togliatti, che, tuttavia, viene puntualmente applicata in appello, sicché i “coraggiosi” ed “eroici” partigiani, gli artefici di un eccidio fondato sulla menzogna e sul disonore per non aver rispettato un patto di resa, gli assassini spietati che hanno ucciso tredici persone per festeggiare un matrimonio, le bestie che hanno seviziato e ucciso più di cento uomini inermi, i mostri che si sono accaniti su chiunque, persino sui civili e sui ragazzi, avrebbero compiuto, così facendo, meri atti <i>«in lotta contro il fascismo»</i>, come recita la norma che prevede l’amnistia.</div><div class="imTAJustify">Usciti presto dal carcere, vengono orgogliosamente ricevuti in via delle Botteghe Oscure da Togliatti, Longo, Amendola, Pajetta e Terracini, con tanto di prima pagina sull’Unità. Il comunismo, anche quello mascherato da socialismo, è sempre orgoglioso di chi compie le più turpi azioni, gli omicidi più efferati, gli assassinii più turpi, ottusamente obbedendo alle direttive di partito. E la cosa che non cessa di sorprendere è la tenacia con cui, ancora oggi, si continua a dipingere con i colori dell’eroismo e della democrazia il più bieco assolutismo &nbsp;&nbsp;- o con me, o muori -, &nbsp;la crudeltà &nbsp;&nbsp;- o con me, o muori -, &nbsp;guardando solo all’assolutismo e alla crudeltà altrui, spesso decisamente inferiori. Ancora oggi, sì, in questo presente fatto di storia falsata e di affermazioni allarmanti che non vengono colte per quello che sono, come le parole dell’ex presidente della Repubblica sul rispetto per la fede politica altrui a patto che non sia quella da lui considerata nemica.</div><div class="imTAJustify"><img class="image-1 fleft" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2024---Oderzo-foto-2.jpg"  title="" alt="" width="225" height="140" /></div><div class="imTAJustify">Ancora oggi, sì, in questo presente costruito con i mattoni comunisti del rifiuto, dell’ostracismo, del bavaglio, della violenza fisica e verbale, dell’oppressione ideologica in democrazia. A metà degli anni Sessanta i sopravvissuti apposero un cippo commemorativo a Tron di Ponte della Priula, ma il giorno dopo fu imbrattato di vernice rossa &nbsp;&nbsp;- o con me, o muori - &nbsp;&nbsp;<span class="fs12lh1-5 ff1">e continua ad esserlo sistematicamente, come vediamo in questa foto scattata nel 2016 &nbsp;&nbsp;- o con me, o muori -.</span></div><div><div class="fs12lh1-5 ff1"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inoltre, si è dovuto</span><span class="fs12lh1-5"> aspramente lottare fino a 40 anni dopo la fine della guerra per vedere i nomi dei fascisti tra i caduti di Oderzo. Eppure, le nuove generazioni di quel che accadde a Oderzo non sanno nulla.</span></div></div></div><div> </div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata – Autore S.I.A.E – 14.05.2024]</div> &nbsp;<div><b>Foto reperita nel web in pubblico dominio</b></div> &nbsp;<div><b> </b></div><div><b>Per saperne di più:</b></div><div><b>Camillo Carpené</b>, <i>Ombre e luci</i>, Tipse, Vittorio Veneto, 1969</div><div><b>Giorgio Erminio Fantelli</b>, <i>La resistenza dei cattolici nel padovano</i>, Tip. Bolzonella, Padova, 1965</div><div><b>Giuseppe Gaddi</b>, <i>I comunisti nella Resistenza veneta</i>¸ Vangelista, Milano, 1977</div><div><b>Giorgio Pisanò</b>, <i>Storia della Guerra Civile in Italia</i>, vol. 9, Il Giornale, 1997</div><div><b>Antonio Serena</b>, <i>Oderzo 1945. Storia di una strage</i>, Sentinella d’Italia, Monfalcone, 1984</div><div><b>Franco C. Turco</b>, <i>Il nonno racconta. Quel lontano aprile del 1945 ...</i>, Istituto Superiore Eretum, Monterotondo, 1985</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 15 May 2024 09:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Carlo Borsani, l'eroe trucidato]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000128"><div>Oggi è 29 aprile e ricorre l'anniversario di molte morti infami del 1945. Tra queste, la morte di Carlo Borsani. Non molti conoscono il suo nome. I libri di storia, quella storia rivista e corretta dai vincitori, non riportano quasi mai i nomi delle persone innocenti uccise dai partigiani. Io credo, invece, che il suo nome vada scritto a grandi lettere.</div><div>Carlo Borsani nasce a Legnano nel 1917. A soli tredici anni perde il padre, operaio alla Franco Tosi, per un incidente sul lavoro. La famiglia cade in una profonda crisi anche economica e l’aiuto giunge dal parroco di Legnano, il quale, tra l’altro, favorisce il prosieguo degli studi del piccolo Carlo presso il collegio Cazzani di Lodi. E Borsani si farà onore, perché giungerà all’università.</div><div>Avrà sempre un rosario con sé e non abbandonerà mai la preghiera. Il senso dell’aiuto cristiano gli rimarrà nel cuore. Si sentirà sempre in dovere di restituire l’aiuto ricevuto attraverso la vicinanza a chi non può farcela da solo; terrà alta l’idea che solo nella concordia e nell’unione si possa crescere. Teniamo a mente questa parte del suo animo, perché, forse, sarà proprio il suo anelito alla concordia, all’unione degli italiani che lo condurrà a morte.</div><div>La Patria, infatti, è uno dei suoi più alti ideali e soffrirà molto per la guerra fratricida che, tra il 1943 e il 1945, spaccherà in due l’Italia.</div><div>Proprio per fedeltà alla Patria risponde con fierezza alla chiamata alle armi.</div><div>Nel 1941 è a combattere in Grecia., a Monastir, e si distingue per competenza e coraggio, tanto che il Capitano Cigala della IX Compagnia, di cui Borsani fa parte, lo propone per la medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione:</div><div><br></div><div> </div><div><i>«Comandante di plotone Fucilieri, durante sei giorni di accaniti combattimenti chiedeva ed otteneva l’onore di difendere con il suo plotone il punto più delicato e più vulnerabile della linea. Esempio costante di sereno e virile coraggio, organizzò a difesa il suo tratto di linea sotto il costante tiro nemico e nel corso di gravissimi e reiterati attacchi nemici in forze soverchianti sempre rinnovatesi, tenne saldamente la linea malgrado le gravissime perdite, infliggendo al nemico perdite tanto gravi da determinarne la fuga. Ferito nella mattinata due volte da schegge, rifiutava di lasciare la linea ed ogni cura, non volendo mancasse la sua opera virile, finché ferito una terza volta verso sera, accondiscese a lasciare la linea quando fu ben certo che il nemico battuto dopo dodici ore di attacchi continui, si ritirava»</i>.</div><div>[Scalise]</div><div> </div> &nbsp;<div>Ma la medaglia che gli giunge ha un colore ben più acceso, poiché Borsani, pur gravemente ferito, lascia l’infermeria per raggiungere nuovamente il teatro di guerra con un plotone di arditi-moschettieri, al comando del quale assalta una strategica posizione nemica. Nella notte tra l’8 e il 9 marzo 1941 l’artiglieria nemica colpisce duramente: schegge infuocate lo raggiungono sul viso e sugli occhi, lasciandolo completamente cieco. Il 9 marzo 1941, quindi, una seconda richiesta di onorificenza si aggiunge alla prima ed evidenzia la necessità di mutare in oro l’argento precedentemente richiesto:</div><div><br></div><div> </div><div><i>«Ferito tre volte durante la tenace difesa per mantenere il possesso di una delicata posizione, ancora degente all’ospedale, chiedeva ed otteneva di partecipare, col proprio reparto a nuovo cimento. Assunto volontariamente il comando di un plotone moschettieri-arditi, guidava i suoi fanti all’assalto di una munita posizione nemica tenacemente difesa. Benché ferito alle gambe da una raffica di mitragliatrice, non desisteva dalla lotta e, nel generoso tentativo di spingersi ad ogni costo sull’obiettivo assegnato, restava gravemente ferito al viso, agli occhi ed in varie parti del corpo da schegge di bomba da mortaio. Ricoverato in gravissime condizioni, conscio ormai che la vista era irrimediabilmente perduta, esprimeva solo il rammarico di dover desistere dalla lotta, confermando la sua fede e la sua piena dedizione alla Patria»</i>.</div><div>[Scalise]</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Quando torna in infermeria con le sue nuove, terrificanti ferite, con il volto coperto da bende chiazzate di sangue e gli occhi chiusi per sempre alla luce, riceve la visita del Generale Messe. Borsani non riesce a pronunciare altre parole che quelle dell’inno del Settimo. Canta, nonostante tutto, canta il suo amore per la Patria. Il Generale piange di commozione e abbraccia il coraggioso eroe.</div><div>Il ritorno a casa è accompagnato da costanti visite all’ospedale: subisce moltissimi interventi chirurgici per rimuovere le schegge più pericolose. Ovviamente, non possono ridargli la vista.</div><div>Borsani, però, resta sempre lo stesso uomo, lo stesso animo gentile, tanto che, nel 1942, raggiunge l’ARMIR nella durissima campagna di Russia, al fine di portare aiuti e conforto. Il freddo acuisce il dolore provocato dalle schegge ancora presenti in lui e lo costringe a tornare in Italia.</div><div>Si laurea in Lettere, si sposa e diviene Consigliere Nazionale del P.N.F.</div><div>L’8 settembre 1943 lo coglie di sorpresa, come accade a tutti gli italiani, soprattutto quelli impegnati nella difesa.</div><div>Il figlio, nel bel libro che ripercorre la vita e le opere del padre, scrive:</div> &nbsp;<div> </div><div><i>«Non poteva accettare che da un giorno all’altro un alleato potesse essere considerato un nemico ed un nemico un alleato. Lo sentiva come un tradimento che la Storia non avrebbe cancellato ma, al contrario, avrebbe riversato su tutti gli italiani»</i></div><div>[Almirante - Borsani jr]</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Di lì a poco si trasferisce a Bellagio, ove la moglie, il 4 novembre, metterà al mondo la primogenita, Raffaella. Carlo jr vedrà la luce qualche mese dopo la morte del padre.</div><div>Il lago di Como è teatro della Repubblica Sociale Italiana cui Borsani aderisce, sebbene sempre portando con sé la sua idea, il suo sogno di vedere gli italiani uniti al di là dell’ideologia.</div><div>Il Maggiore Bertòli lo invita a prendere contatti con i partigiani proprio per lavorare ad un progetto di riconciliazione, di pacificazione, che lo stesso che Mussolini, anche su consiglio del filosofo Giovanni Gentile, vittima dei partigiani per troppa democrazia, aveva attuato, cercando di portare il fascismo ad un nuovo livello, quello in cui fosse fatto salvo il socialismo di base, esclusa ogni azione facinorosa. Lo stesso Duce ha non pochi uomini, attorno a sé, che ostacolano la politica del dialogo, ma la sua scelta di nominare Federali tra i moderati chiarisce i suoi piani.</div><div>Borsani agisce in coerenza con le proprie idee e salva decine e decine di vite, anche ebrei e partigiani, come la staffetta Suor Enrichetta Alfieri, nota come <i>l’Angelo di San Vittore</i>. Per Borsani gli italiani devono ritrovare la fratellanza. Tanto è vero che, nel 2005, il giornalista ebreo Gabriele Nessim, ideatore del Giardino dei Giusti di Milano, proverà a dedicargli un albero perché Borsani <i>«ha</i><span class="fs11lh1-5 cf1 ff1"> </span><i>usato la sua autorità, la sua posizione non secondaria nel Regime, per chiedere al capo della polizia di Milano di impedire che alcune persone fossero deportate. Un intervento dettato dalla coscienza: Borsani, come Pešev, considerava fondamentale la vita umana. […] I buoni non stanno da una parte sola, e chi non lo riconosce è solo accecato dall’ideologia»</i>. Ma l’idea sarà bocciata pesantemente dai partiti di sinistra, che, ancora oggi, non si rassegnano a quella bella piazza che gli è stata intestata a Legnano, sua città natale.</div><div>Borsani è attaccato e aggredito ora come allora, a quanto pare. I Gruppi partigiani di Azione Patriottica (GAP), infatti, non apprezzano né le sue idee, né le sue azioni umanitarie; sono incredibilmente vicini alle posizioni dei fascisti più intransigenti e sfruttano questa loro rabbia repressa, provocando reazioni violente che giustifichino il prosieguo della lotta.</div><div>Muoiono, così, grandi uomini, grandi pacificatori, moderati come Igino Ghisellini, Federale di Ferrara, ucciso dai gappisti il 13 novembre 1943, Aldo Reseghi, Federale di Milano, ucciso dai gappisti il 18 dicembre 1943, Eugenio Facchini, Federale di Bologna, ucciso dai gappisti il 26 gennaio 1944. E accanto a loro tantissimi altri, tutti portatori di venti di pacificazione. Uccisi dai gappisti, anche se i gappisti cercano di spostare la responsabilità sui fascisti non moderati. <span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Un vecchio gioco della cultura comunista. </span><span class="fs12lh1-5">Le prove verranno a galla, però. Molti i documenti e le testimonianze che, a guerra finita, emergeranno, anche da parte di partigiani pentiti.</span></div><div>Tra queste ce n’è una agghiacciante. Poco dopo aver ucciso Aldo Resega, i gappisti così si esprimono:</div><div><br></div><div> </div><div><i>«Alle dieci, un’ora e mezza dopo l’uccisione, abbiamo saputo il nome del fascista ucciso: Aldo Resega, il federale dei repubblichini milanesi. Allora ci siamo abbracciati quasi piangendo. L’azione era andata perfettamente»</i></div><div>[Silvestri]</div><div><br></div><div> </div><div>Si abbracciano piangendo di gioia per aver tolto dal mondo un uomo per bene, il cui torto era stato auspicare la pacificazione, la fine della guerra civile.</div><div>Carlo Borsani, nel frattempo diviene presidente nazionale del Gruppo Mutilati e Combattenti, ma si spende anche a favore dei mutilati civili. Esercita il suo ruolo con infinita empatia, dovuta non solo alla condivisione del disagio fisico, ma anche alla capacità del suo animo di vedere l’invisibile. Non a caso è un poeta.</div><div>Uno dei componimenti raccolti nel suo ultimo libro, <i>La mano di Antigone</i>, si intitola <i>La Preghiera</i> e ben rende la misura del suo anelito al sacrificio per la Patria:</div><div><i> </i></div> &nbsp;<div><i>Canterò la mia piccola leggenda</i></div><div><i>fatta di amore e di combattimento</i></div><div><i>sì che udendo le stelle il mio lamento</i></div><div><i>virtù nuova dall’alto a me discenda.</i></div><div><i>Signore, disperdendo il tradimento,</i></div><div><i>fa ch’io mi nutra del tuo incantamento</i></div><div><i>per cui nessuna forza più m’offenda;</i></div><div><i>fa che il mio dono colmi la misura</i></div><div><i>per l’attesa e la fede di coloro</i></div><div><i>che attendono da questa potatura</i></div><div><i>le gemme nuove, turgide risorte</i></div><div><i>dai ferri benedetti di un lavoro</i></div><div><i>che supera l’accidia della morte.</i></div><div>[Borsani]</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>I suoi contatti con Mussolini arricchiscono il processo di pacificazione, ma contengono anche momenti di spensieratezza, tra filosofia greca, amata dal Duce, e letteratura.</div><div>Mussolini, nonostante il parere contrario di Buffarini Guidi e di Pavolini, persevera nel cercare un punto di accordo con i partigiani.</div><div>Borsani coglie le parole che il Duce pronuncia, certo, ma anche quelle che tace. Mussolini è un uomo che porta un peso immenso sulle spalle: probabilmente, da grande statista qual è, sa cosa sta per accadere.</div><div>Borsani, nel dedicargli una poesia, scrive:</div> &nbsp;<div> </div><div><i>All’amico socratico perché trovi</i></div><div><i>in quest’umile poesia qualche favilla</i></div><div><i>che consoli il dolore, in Lui grande</i></div><div><i>come lo spirito.</i></div><div>[Borsani]</div><div> </div> &nbsp;<div>Affinché le idee pacificatrici prendano piede, Mussolini favorisce la nascita del quotidiano <i>Repubblica Fascista</i> e ne affida la direzione a Borsani. Viene a crearsi una netta contrapposizione con il <i>Regime Fascista</i> diretto da Farinacci.</div><div>Il primo articolo, <i>“L’ora dello spirito”</i>, esprime già molto chiaramente quanto da Borsani concordato con il Duce:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«La redazione intende accettare le idee di tutti gli onesti e di tutti coloro che vogliono lavorare per il fine supremo della giustizia sociale, senza chiedere loro alcuna tessera, con il rispetto di tutte le opinioni».</i></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Il 10 luglio 1944, poi, Borsani scrive l’articolo <i>“Per incontrarci”</i>, una sorta di lettera aperta diretta ai partigiani, che vede Farinacci su tutte le furie. Mussolini, nel frattempo, dà manforte a Borsani dalle pagine del Corriere della Sera, con articoli di fondo firmati <i>Il Giramondo</i>, una firma che cela Mussolini stesso e Silvestri.</div><div>A quei tempi Borsani è ormai palesemente un esponente di spicco nelle trattative con il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), tese a chiudere le ostilità fratricide in modo diplomatico: la guerra civile era un’assurda manifestazione negatoria di tutto ciò che il socialismo, posto alla base dell’ideologia fascista, avrebbe voluto. Tracce di queste trattative sono state trovate dallo storico De Felice, il quale così si esprime:</div><div><br></div><div> </div><div><i>«La pacificazione nazionale: un’idea improbabile come soluzione, in quello scorcio del biennio tragico, improponibile come obiettivo. Ma qualcuno, non solo tra i fascisti ma anche tra gli antifascisti, invece volle crederci e la perseguì fin dove gli fu possibile. Lo scopo era di non rompere il tessuto morale del paese e di evitare o contenere la guerra civile»</i></div><div>[De Felice]</div><div><br></div><div> </div><div>Attorno a Borsani si stringono molti fascisti di spicco, come Giorgio Pini, direttore de <i>Il Resto del Carlino</i>, Goffredo Coppola, rettore dell’università di Bologna, Giuseppe Castelletti, direttore del giornale veronese <i>L’Arena</i>.</div><div>Il 25 aprile 1945 Borsani incontra a Milano il Duce che sta per partire. Suo figlio Vittorio gli ha comunicato che un aereo è pronto per portarlo in Spagna, dove Franco l’avrebbe accolto da amico, ma Mussolini, <span class="fs12lh1-5 cb1">come Vittorio stesso riferisce in un suo libro, </span><span class="fs12lh1-5">risponde molto duramente. Come si è permesso di prendere un’iniziativa del genere? Lui non intende abbandonare l’Italia, la sua Italia in quel momento. Seguirà le sorti dei suoi uomini.</span></div><div>Borsani, nell’ottica di una concreta trattativa con i partigiani, che s’illude ancora di poter raggiungere, lo sconsiglia di partire. Junio Valerio Borghese, Comandante della X<sup>a</sup> Mas, e il Federale di Milano Vincenzo Costa, al contrario, premono per la sua partenza verso il luogo dove avrebbero potuto riunirsi e, forse &nbsp;&nbsp;- un forse in cui non crede più nessuno, ormai - &nbsp;tornare in forze.</div><div>Milano non è più sicura per nessuno, in realtà. Su iniziativa di Borghese e di Bertòli, Borsani. innegabilmente vulnerabile, data la sua cecità, viene fatto ricoverare presso il padiglione oftalmico Sarfatti; lì, però, è ricoverato anche un partigiano, il quale, avendolo riconosciuto, lo denuncia.</div><div>Due giorni dopo, totalmente inerme, viene prelevato dai partigiani e condotto nelle celle del Palazzo di Giustizia. Quindi, il 29 aprile, viene condotto in ceppi presso quella che era stata la sede del gruppo fascista <i>Tonioli</i>, in quel momento occupata dai partigiani, e viene barbaramente ucciso in piazza Susa con un colpo di pistola alla nuca. Un classico delle esecuzioni di stampo sovietico in sede di epurazione dei dissidenti. L’ordine viene impartito dal Comandante della brigata partigiana, tal Stefano Moscowitz, detto Ivo. I partigiani, infatti, su esempio del comunismo sovietico si davano soprannomi di battaglia, in modo da mantenere l’anonimato (prassi che proseguirà anche a metà del Novecento con le BR).</div><div>Il corpo di Borsani viene, quindi, gettato su un carro dell’immondizia con un cartello ove viene scritto <i>«Carlo Borsani EX medaglia d’oro»</i> e viene fatto sfilare lungo le strade affollate. Contrariamente alle intenzioni di quegli assassini, però, la medaglia d’oro resta tale anche dopo la morte dell’eroe che l’ha meritata, perché il coraggio e l’eroismo non si cancellano con un codardo colpo alla nuca.</div><div>Al cimitero di Musecco viene portato al Campo n. 10 e gettato nella fossa comune n. 1337, dove giacciono altri innocenti uccisi dai partigiani. Tra questi anche gli attori Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, i quali, prima di essere uccisi, vengono anche derubati di tutto i loro averi, com’era prassi. Anche nel caso di Borsani, infatti, i partigiani "trattengono" il portafogli, la stilografica d’oro e l’orologio, restituendo alla vedova solo la fede nuziale del marito, i suoi occhiali imbrattati di sangue, il rosario, che portava sempre con sé, e il distintivo della medaglia d’oro. Tutto ciò che resta di lui, si potrebbe dire, ma sarebbe un grave errore dirlo, perché di lui restano le sue azioni eroiche, la profonda religiosità e, soprattutto, la sua vocazione per il dialogo e per la pace, ciò che più di ogni altra cosa ha determinato la sua fine: i partigiani, soprattutto comunisti, non hanno mai voluto il dialogo. Dialogare con i fascisti moderati avrebbe traghettato il fascismo nell’era della Repubblica, con le sue idee, con il suo socialismo di massa, con il favore del popolo italiano che, nonostante la guerra e nonostante le lotte interne, faticava a disaffezionarsi.</div><div>Né Palmiro Togliatti, né Ferruccio Parri, né Enrico Mattei spesero una parola sulla morte di Borsani.</div><div>Il Generale Scalise, ben interpretando il pensiero di un uomo che nemmeno la morte e il vilipendio hanno potuto offendere, chiuderà il suo libro con queste parole:</div><div> </div> &nbsp;<div><i>«Dalle nostre labbra non escono maledizioni, ma parole di pace, di concordia, di amore, come Carlo Borsani ci ha insegnato»</i></div><div>[Scalise]</div><div><br></div><div> </div><div>Questa è la storia di Carlo Borsani, Medaglia d’Oro al Valore Militare. Oro vero, non come la latta brillante di tante medaglie di eguale denominazione fioccate in quegli anni per azioni di guerriglia vigliacca e fratricida che con l’onore non ha nulla a che fare.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata – autore S.I.A.E. – 29.04.2024]</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Foto di Pubblico Dominio</b></div> &nbsp;<div> </div><div><b>Per saperne di più</b></div><div><b>Giorgio Almirante – Carlo Borsani jr</b>, <i>Carlo Borsani</i>, Ciarrapico Edizioni, Roma, 1979</div><div><b>Carlo Borsani</b>, <i>La mano di Antigone</i>, Garzanti, Milano, 1944</div><div><b>Frederick William Deakin</b>, <i>Storia della Repubblica di Salò</i>, Einaudi, Torino, 1963<b></b></div><div><b>Renzo De Felice</b>, <i>Rosso e Nero</i>, Baldini e Castoldi, Milano, 1995<b></b></div><div><b>Vittorio Mussolini</b>, <i>25 aprile 1945</i>, in AA.VV. <i>I giorni dell'odio. Italia 1945</i>, Ciarrapico Edizioni, Roma, 1995</div><div><b>Carlo Silvestri</b>, <i>Mussolini, Graziani e l’antifascismo</i>, Longanesi, Milano, 1949</div><div><b>Guglielmo Scalise</b>, <i>Medaglioni del Settimo. Carlo Borsani, Medaglia d’Oro al Valore Militare</i>, Tip. Nova Stampa, Milano, 1970</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 18:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Modifiche linguistiche di stampo ideologico]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000127"><div><span class="fs12lh1-5">L’Università di TrentA inaugura LA femminilA sovraestesA.</span><br></div><div>Mi viene sempre l’allergia di fronte a chi pretende di stravolgere la tradizione linguistica del mio amato Paese.</div><div>È davvero tanto difficile comprendere che il genere grammaticale non coincide con quello naturale? Tra i due c’è un legame meramente funzionale. Esistono termini femminili che vengono usati per il genere femminile, certo, e termini maschili che vengono usati per il maschile; esistono, però, anche termini valevoli per entrambi i generi indistintamente &nbsp;&nbsp;- custode, coniuge … - &nbsp;&nbsp;e ne esistono altri a desinenze invertite: LA radio, LA mano, IL cinema, IL dramma …</div><div>O perbacco, direbbe Totò. Chi avrà ingarbugliato in questo modo le desinenze? E, soprattutto, come si sono permessi, orrendi individui da patriarcato estremo, di sovraestendere solo il maschile? Ed ecco la soluzione a tutti i pochi, pochissimi problemi degli italiani di oggi; ecco la panacea per tutti i loro mali. Dopo l’asterisco sostitutivo della desinenza, teso ad opacizzare il genere e responsabile di una pronunzia tra il barese stretto e un codice segreto della Wehrmacht &nbsp;&nbsp;- <i>«Car* tutt*, benvenut* …»</i> -; &nbsp;&nbsp;dopo l’abuso dell* schwa (ə), simbolo fonetico assurto a lettera per genio murgiano, la cui corretta pronunzia richiede una bocca pesantemente atteggiata a deretano di gallina, siamo giunti a stravolgere direttamente l’italiano standard, ossia formatosi nel tempo con aggiustamenti non decisi a tavolino (del resto l’italiano non è una lingua pianificata come l’esperanto). L’università di Trento, infatti, ha stabilito l’uso del femminile sovraesteso a largo spettro. A largo spettro, sì, come un antibiotico dato per sicurezza anche se non serve. Da qualche giorno, infatti, si usa il femminile sia per il plurale misto, in forma generica, come nel caso di un gruppo composto da uomini e da donne, in riferimento al quale non si deve più dire <i>«tutti loro»</i> ma <i>«tutte loro»</i>, sia per il singolare e il plurale di tutte le parole di genere maschile, sicché i professori, a Trento, sono diventati professoresse. Un’innovazione di epocale rilievo, che rende davvero giustizia alle donne. E, così, mentre le suffragette e le femministe che hanno lottato per conquistare la parità dei diritti si rivoltano nella tomba, noi diamo lustro accademico al <i>dirigismo linguistico</i>, perché di questo si tratta, di una tipica espressione di totalitarismo ideologico e politico. È nei regimi dittatoriali, infatti, che si interviene ideologicamente e politicamente sul linguaggio.</div><div>Chiamata in causa, l’Accademia della Crusca, la stessa che accolse a braccia aperte <i>petaloso</i>, si è incartata definendo “lecite” entrambe le sovraestensioni.</div><div>Ieri, quindi, ho voluto mettere in pratica il nuovo italiano e ho appellato il mio Stefano <i>professoressa</i>. E devo dire che ho avuto modo, ancora una volta, di apprezzare quella sua signorilità, oggi inserita nel più vasto concetto di patriarcato, che gli impedisce di rivolgersi a una donna con espressioni volgari, quand’anche declinate al femminile!</div><div>È vero che Pirandello, in <i>Acqua amara</i>, propone una grammatica che accolga <i>IL moglie</i> e <i>LA marito</i>, ma sarebbe delizioso se la novella venisse letta per intero, in modo da capire quanto fosse lontana da lui l’inversione linguistica dei generi.</div><div>Io torno a dire che, se qualcuno vuole inventarsi un linguaggio neutro e “inclusivo”, deve partire dall’apocope, dal troncamento tipico del dialetto romanesco: dotto’, avvoca’, archite’, professo’ … Il romano è sempre un passo avanti, spiace per i trentini!</div><div><br></div><div> </div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata – autore S.I.A.E. – 18.04.2024]</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>© Michal Jarmoluk da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 18 Apr 2024 09:45:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'assassinio di Giovanni Gentile]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000126"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La lotta fratricida che si animò in Italia dopo l’8 settembre del 1943 vide episodi di una violenza inaudita, alcuni dei quali, agli occhi della Storia, sono apparsi più importanti di altri, a seconda dell’ideologia della vittima. E questa mistificazione ha dato vita, purtroppo, ad una generazione di storici approssimativi e di studenti indottrinati. La Storia, si sa, ha un debole per i vincitori, ma non possono e non devono esistere vittime di serie A e vittime di serie B, le prime afferenti alla sfera dell'antifascismo e le seconde a quella del fascismo. Le vittime sono vittime e i criminali sono criminali, anche quelli che la Storia, costretta dai vincitori a dimenticare una parte di se stessa, ha premiato con medaglie al valore.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Pochi giorni dopo l’armistizio, i fascisti si riunirono nella Repubblica Sociale Italiana di Salò (RSI). La guerra proseguiva al fianco dei vecchi alleati, i tedeschi, ma si guardava all’Italia ancora con la fiducia di un’unità ormai perduta. Proprio per questo, su ordine di Mussolini, la gestione dei territori veniva affidata ai più moderati, affinché non si finisse nella guerra civile, affinché il popolo non si spaccasse in due. I repubblicani sapevano perfettamente che la guerra era ormai persa, ma ciò che, secondo loro, poteva essere ancora salvato era l’orgoglio nazionale, la coesione nazionale e l’identità del popolo. Ormai lontani gli obblighi nei confronti del re, Mussolini avrebbe potuto realizzare ancor di più i suoi disegni socialisti e, in tal modo, avrebbe battuto i comunisti percorrendo la via che questi ultimi sbandieravano come propria non avendone mai mappato il percorso. Li avrebbe superati a sinistra. Inutile dire che costoro non potevano consentirlo, sicché cercavano di provocare in ogni modo reazioni avverse. I fascisti facinorosi esistevano, infatti, e, cadendo nella trappola della provocazione comunista, rispondevano con la violenza alla violenza partigiana, passando dalla parte del torto. Il sistema della provocazione era collaudato e aveva colpito moltissime persone moderate e assolutamente non violente pur di scatenare gli avversari.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ebbene, certi episodi di guerra civile abitarono anche la bella Firenze.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Giovanni Gentile era un filosofo, era un promotore di cultura, il fondatore dell’Enciclopedia Italiana e di varie istituzioni culturali; era senatore ed era stato ministro della Pubblica Istruzione, artefice di una riforma della stessa che ancora oggi potrebbe insegnare molto, dato il lento e progressivo sfacelo cui il sistema è andato incontro; era nemico della spaccatura sociale, ma la moderazione di cui era portavoce si spense nel sangue ad opera di chi voleva a tutti i costi la guerra civile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Riguardo al suo pensiero, Marcello Veneziani parla giustamente di </span><i><span class="ff1">«teologia civile»</span></i><span class="ff1">, poiché il nazionalismo gentiliano, nel caotico periodo del dopo-armistizio, era ancora più acceso di prima ed auspicava che la Nazione potesse risorgere democraticamente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">La sua filosofia non aveva ricevuto che lodi, anche da intellettuali d’altro orientamento. Benedetto Croce, ad esempio, con il quale divideva rispetto e ammirazione, amicizia; ma anche Piero Gobetti, il quale, nel 1921, dopo aver organizzato una conferenza di Gentile a Torino, scrisse su </span><i><span class="ff1">Ordine Nuovo</span></i><span class="fs12lh1-5">:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Gentile ha fatto scendere la filosofia dalle astruserie professorali nella concretezza della vita. È giusto che in lui gli individui riconoscano un maestro di moralità e tutta una nuova generazione si ispiri al suo pensiero per rinnovarsi»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">La filosofia di Gentile implicava un nazionalismo totalizzante, fatto di terra, di confini, di uomini, quasi una missione:</span><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«C’è in Gentile lo sforzo di dar compimento consapevole al motto post-risorgimentale di fare gli italiani dopo aver fatto l’Italia e di esprimere un pensiero italiano dopo aver dato un corpo allo Stato unitario. Quasi una visione organicistica del pensiero italiano che compone in unità le sue sparse membra, come è accaduto col processo storico che ha riunito le sparse membra locali nel corpo intero dello Stato»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">[Marcello Veneziani (2)]</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Veniamo al suo vile assassinio.</div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Nell’autunno del ’43 viene costituito il CTLN (Comitato Toscano di Liberazione Nazionale), composto da membri del Partito d’Azione, della Democrazia Cristiana e del Socialismo. La prima riunione è prevista per il 2 novembre. L’Ufficio Politico Investigativo del GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) lo viene a sapere e allestisce una trappola nella quale cadono tutti i partecipanti, escluso Alessandro Sinigaglia, il quale, avendo subodorato qualcosa, si dà alla fuga. Questi, con altri comunisti, costituisce il GAP (Gruppo d’Azione Patriottica). Un mese dopo i gappisti fiorentini tendono un agguato al tenente colonnello Gino Gobbi, comandante del distretto, uccidendolo. La sua colpa era stata riuscire a far giungere sani e salvi nei luoghi di raccolta i tantissimi giovani che andavano arruolandosi nelle fila della RSI. Ancora una volta l’azione comunista provoca la reazione della falange violenta opposta e vengono uccisi undici comunisti detenuti, i quali cadono cantando </span><i><span class="ff1">L’Internazionale</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il 28 dicembre 1943 Giovanni Gentile, dalle pagine del</span><i><span class="ff1"> Corriere della Sera</span></i><span class="ff1">, invita i fascisti alla riconciliazione nazionale. Al centro del suo pensiero resta la Nazione come unità vivente, scudo per i propri cittadini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1"> </span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Colpire ovunque il meno possibile»</span></i><span class="ff1"> scrive Gentile. </span><i><span class="ff1">«Se il Partito, nella sua organizzazione nazionale, alla dipendenza dei Capi delle provincie, ha in mano, come organo dello Stato, la responsabilità del potere, egli deve ricordarsi che la sua funzione delicatissima va esercitata più che mai con largo spirito pacificatorie e costruttivo. […] Bisogna andare incontro alle masse per conquistarne la fiducia e richiamarle alla coscienza del comune dovere»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">L’appello di Gentile torna a far parlare di pacificazione, intollerabile per la sinistra. E, dunque, i GAP proseguono nel loro disegno di destabilizzazione della compagine sociale, di guerra civile. Il 15 gennaio 1944 Firenze viene ferita da ben sette bombe. Vengono colpiti la Casa del Fascio, nonché la sede del comando tedesco, la sede del comando tappa alla stazione e l’albergo Indipendenza, ove alloggiano i tedeschi. La reazione di questi ultimi è quella già più volte preannunciata, ossia la vendetta su parte della popolazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ma gli ordini che giungono dalle autorità fasciste sono diversi e i tedeschi non agiscono. Nonostante tutto, si vuole ancora puntare alla moderazione. I cani sciolti di un fascismo violento, invece, non ascoltano le parole del comando e si danno all’inseguimento di Sinigaglia, che viene presto raggiunto ed ucciso. Uno dei covi gappisti viene trovato e le armi vengono sequestrate, ma ce ne sono altri e si attivano presto. Agli ordini di Elio Chianesi i gappisti, infatti, riprendono a mietere vittime tra i fascisti, molti uccisi nelle loro case, disarmati, sotto gli occhi attoniti dei familiari.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il Comando fascista tenta inutilmente di fermare le reazioni alla brutalità comunista, ma è come pensare di spegnere un incendio soffiando a pieni polmoni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Giovanni Gentile, che nel mese di giugno, in un suo discorso in Campidoglio, aveva ribadito per gli italiani la necessità di vivere in sintonia, e che, due mesi dopo, aveva portato a compimento la sua ultima opera filosofica, </span><i><span class="ff1">Genesi e struttura della società</span></i><span class="ff1">, una summa del suo pensiero capace di bucare i confini politici per raggiungere la società nel suo insieme, per raggiungere l’uomo nella società, scrive, sulle pagine di </span><i><span class="ff1">Italia e Civiltà</span></i><span class="ff1">, parole che incitano ancora una volta alla calma, alla fratellanza italiana, affiancato in ciò dai suoi collaboratori, tra i quali Ardengo Soffici, Giotto Dainelli, Arrigo Serpieri ed un giovanissimo Giovanni Spadolini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Gentile, accettando da Mussolini il grande peso e la grande responsabilità di presiedere l’Accademia d’Italia dopo la capitolazione dell’8 settembre, si era fermamente prefisso di compiere opera di chiarificazione e di pacificazione tra gli italiani, al di sopra e al di fuori di ogni interesse di partito. Appellandosi alla Patria minacciata e negando recisamente che la discordia interna potesse agevolare la ripresa morale e politica della Nazione, Gentile si era trasformato nell’autorevole portavoce della corrente moderata del fascismo repubblicano; la corrente, cioè, che, pur riconfermando la fedeltà all’alleanza con la Germania e la necessità di continuare la guerra contro gli angloamericani e i russi, rifiutava ogni interpretazione estremista</span><span class="ff1"> &nbsp;</span><span class="ff1">e settaria della politica fascista , nella convinzione che una simile politica non poteva che far precipitare sempre più il Paese in una terribile e sanguinosa faida interna a tutto profitto degli eserciti stranieri che calpestavano il suolo d’Italia»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">[Giorgio Pisanò]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Di tutta risposta il comunista Concetto Marchesi, in un articolo pubblicato il 15 febbraio 1944 su </span><i><span class="ff1">La nostra lotta</span></i><span class="ff1">, così argomenta il rifiuto di simili auspici e l’invito allo sterminio dei fascisti:</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Il fascismo è l’ibrido mostruoso che ha raccolto nelle forme più deliranti di criminalità gli eccessi della reazione, è lo stagno dove hanno confluito i rifiuti e le corrutele di tutti i partiti. E ora da questa preda immonda della paura e della follia si ardisce tendere le braccia per una concordia di animi? Concordia è unità di cuori, è congiunzione di fede e di opere, è reciprocità d’amore; non è dosatura inerte e fangosa di delitti e di smemorataggini. […] La spada non va riposta finché l’ultimo nazista non abbia ripassato le Alpi, finché l’ultimo traditore fascista non sia sterminato. […] Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sua sentenza: morte!»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Giovanni Gentile ha ormai un bersaglio appeso sulla schiena. È questione di giorni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il 15 aprile 1944 sembra un giorno come un altro, ma non lo sarà, non per Gentile, non per l’Italia. Un gruppo di gappisti fiorentini si apposta nei pressi di villa Montaldo, la residenza di Gentile sulle colline tra Fiesole e Settignano, poco fuori Firenze. Aveva l’abitudine di muoversi in macchina con un milite della GNR. Nessuna scorta. Uno dei gappisti è appostato nei pressi del cancello e funge da palo, gli altri si avvicinano alla vettura e fanno fuoco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Con Gentile muore il disegno di un futuro di concordia, muore l’idea della Nazione unita. Il barbaro assassinio di Giovanni Gentile è la risposta armata e ottusa di un comunismo incapace di dialogo; è la dichiarazione di guerra non già al fascismo, ma alla moderazione e alla pacificazione auspicata da una parte di esso e apertamente invisa a Togliatti, il quale, poi, si approprierà di quel termine</span><span class="ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="ff1">- pacificazione -</span><span class="ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="ff1">come fosse una sua invenzione, una sua idea e la distorcerà con leggi che tutto hanno fatto tranne che pacificare, poiché rappresentano la versione giuridica dei due pesi e delle due misure; l’uccisione di Gentile è l’uccisione della cultura, è il trionfo dell’anti-Italia, per dirla con Vander. Pare che Fanciullacci, uno dei sicari, premendo il grilletto abbia detto: </span><i><span class="ff1">«Non uccido lui ma le sue idee»</span></i><span class="ff1">. Forse questa frase ad effetto è solo leggenda, ma che esprima la verità è un dato di fatto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Tre giorni dopo Mussolini avrebbe dovuto incontrarlo a Salò. Le teorie gentiliane, pienamente sposate dal Duce, erano il motore per condurre il fascismo moderato alla sopravvivenza. Ed era questo che la sinistra voleva evitare. Il fascismo, nella sua matrice socialista, la stessa che tanta parte del popolo ancora apprezzava, non doveva sopravvivere o avrebbe continuato ad oscurare il comunismo dittatoriale di matrice sovietica voluto da Togliatti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Con la nota n. 48 della </span><i><span class="ff1">Corrispondenza Italiana</span></i><span class="ff1">, Mussolini replica amaramente. In una parte di quella lunga replica afferma che la soluzione ai problemi italiani non è nella lotta fratricida, non è nel combattersi gli uni con gli altri. I fascisti, egli afferma, non avrebbero problemi ad assoldare sicari per uccidere, ad esempio, i carabinieri che compiono il loro dovere nei territori già raggiunti dagli anglo-americani. Non lo fanno perché non è questo il sistema per salvare l’Italia:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Uccidere vigliaccamente alle spalle altri italiani … Noi non ci sentiamo nemici fino a tale punto dei napoletani o dei baresi che fanno il loro dovere pur di assicurare un po’ d’ordine, pur di alleviare con il loro lavoro le già molte sofferenze del popolo italiano. Noi non siamo antiitaliani»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ai funerali di Gentile pochi accademici</span><span class="ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="ff1">- la paura fa novanta -</span><span class="ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="ff1">e pochi intellettuali, ma tanto popolo commosso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">La notizia del barbaro assassinio del filosofo colpisce anche gli ambienti antifascisti. Il CTLN si riunisce e attacca duramente la falange responsabile dell’assassinio, pur senza specificare quale. Quella comunista, ovviamente; l’Intellettuale Collettivo per dirla con Gramsci, facente capo a personaggi come Secchia, Longo e Togliatti, rientrato il mese prima dall’URSS e convinto assertore del fatto che Gentile fosse una canaglia immonda, un bandito, una bestia, come scrive senza l’ombra del rispetto per un morto in un articolo su</span><i><span class="ff1"> L’Unità</span></i><span class="ff1"> del 23 aprile 1944.</span><i><span class="ff1"> </span></i><span class="ff1">Tutti i rappresentanti dei partiti del CTLN esprimono la loro condanna per quell’azione criminale, tranne, ovviamente, quello comunista, il quale si astiene affermando</span><span class="fs12lh1-5"> che il suo partito non ha dato l’ordine. Poi aggiunge qualcosa che assomiglia ad una firma; aggiunge che si è trattato, comunque, di un atto degno di ammirazione, un </span><i class="fs12lh1-5">«atto vindice e giustiziere compiuto da giovani patrioti col rischio della propria vita»</i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Due giorni dopo l’assassinio, un volantino viene distribuito in ogni dove. Porta parole di sdegno nei confronti di Gentile ed esalta l’eroismo dell’azione, fondata sull’esigenza di vendicare la rappresaglia fascista seguita all’omicidio di Gobbi. Stando alle parole stampate sul volantino sembrerebbe che tutti i partiti riuniti nel CTLN siano responsabili dell’uccisione. Certi comunisti non hanno mai manifestato coraggio nella rivendicazione delle loro azioni; la loro tendenza è sempre stata nascondersi dopo aver lanciato il sasso. Anche in questo caso. Da un lato distribuiscono il volantino, dall’altro lasciano che il CTLN sembri coinvolto con loro, o, ancora meglio, distribuiscono il volantino e, contestualmente, insinuano che l’omicidio sia avvenuto per mano fascista</span><span class="ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="ff1">- espediente che diventerà un leit-motiv anche durante gli anni di piombo -.</span><span class="ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="ff1">Tutto pur di allontanare da se stessi la responsabilità delle proprie azioni. Lanciano il sasso e nascondono la mano. Proprio così. La colpa è di tutti tranne che la loro. Del resto, lo avevano fatto poco prima anche in via Rasella e sappiamo bene che, se si fossero presentati i responsabili, i tedeschi non avrebbero trucidato più trecento innocenti. La morte di Salvo D’Acquisto, immolatosi innocente mesi prima, era l’esempio perfetto di come i tedeschi avrebbero reagito.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il 30 aprile 1944, dunque, il CTLN, o, meglio, la parte non comunista dello stesso, prende le distanze da quel volantino e da quell’azione, pur sottolineando il fascismo di Gentile, da loro considerata colpa, e pur non addossando la responsabilità ai comunisti, in quanto la disunione con loro li avrebbe indeboliti. In ogni caso, anche nella sua foga antifascista, il comunicato, pubblicato su </span><i><span class="ff1">La Libertà</span></i><span class="ff1">, non può fare a meno di evidenziare la moderazione di Gentile, che rende il suo assassinio ciò che è stato, ossia un’inutile barbarie ed un atto di viltà:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«La sua uccisione per mano di quattro irresponsabili ha generato una reazione negativa in vasti ambienti antifascisti. Ma neghiamo che all’eliminazione di Gentile possa aver avuto interesse uno qualsiasi dei movimenti antifascisti che dall’8 settembre lottano spalla a spalla contro la tirannia: se non fosse altro per ragioni pratiche e di convenienza politica, poiché non poteva sfuggire a nessuno l’odiosità di un simile attentato, poiché era a tutti nota l’opera di moderazione da lui frequentemente svolta e si sapeva che il suo intervento personale era più volte valso a mitigare provvedimenti polizieschi, a rimuovere ingiustizie, ad evitare più gravi sventure»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Dopo il 1945 la sinistra affossa definitivamente la figura di Gentile grazie ad una </span><span class="fs12lh1-5"><i>damnatio memoriae</i></span><span class="ff1"> favorita dall’opera capillare e testarda di revisionismo storico e da un’ermeneutica dotata di paraocchi. Gentile rimane per lungo tempo solo il teorico del fascismo, l'amico del Duce, </span><span class="fs12lh1-5 cb1">il “filosofo in camicia nera”, </span><span class="fs12lh1-5 cb1">come pittorescamente definito da un autore della sinistra contemporanea in una recente pubblicazione; rimane </span><span class="fs12lh1-5">il “sovranista”, termine che, oggi, sgraziatamente danza con incoscienza di sé sulla bocca di chi ritiene un delitto preservare </span><span class="imTALeft fs12lh1-5">la sovranità nazionale contro l'invadenza di una politica internazionale o sovranazionale</span><span class="fs12lh1-5">. Anche nell’area ideologica di destra si è assistito ad una spaccatura semplicistica tra gentiliani del postfascismo ed evoliani del neofascismo. Ma tutto questo ha poco a che fare con la filosofia di Giovanni Gentile, quella vera, quella metapolitica; ha poco a che fare con l’evoluzione post-risorgimentale delle sue idee, con la profondità delle sue osservazioni, con l’umanesimo del lavoro, con la tensione spirituale e pedagogica del suo pensiero, con quella sua attesa del futuro che Kant avrebbe definito “ponderata” e che era costruzione globale del territorio e dell’uomo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">[Tutela certificata – autore S.I.A.E. 15.04.2024]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">Foto di dominio pubblico</span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">Per saperne di più</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Danilo Breschi, </span><i><span class="ff1">Il Gentile dei postfascisti</span></i><span class="ff1">, in Annali della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, XXXIV, 2022, 1 (nuova serie)</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Piero Di Giovanni, </span><i><span class="ff1">Croce e Gentile. La polemica sull’idealismo</span></i><span class="ff1">, Le Lettere, Milano, 2013</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Massimo Donà, </span><i><span class="ff1">Un pensiero sublime. Saggi su Giovanni Gentile</span></i><span class="ff1">, Inschibboleth, Roma, 2018</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Giovanni Gentile, </span><i><span class="ff1">Pensare l’Italia</span></i><span class="ff1">, a cura di Marcello Veneziani, Le Lettere, Milano, 2024</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Luciano Mecacci, </span><i><span class="ff1">La ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile</span></i><span class="ff1">, Adelphi, Milano, 2014</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Fabio Vander, </span><i><span class="ff1">Il fascismo di Gentile: conflitti ideologici e di potere entro il totalitarismo italiano</span></i><span class="ff1">, Fabrizio Serra editore, Roma, 2009</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Giorgio Pisanò, </span><i><span class="ff1">Storia della Guerra civile in Italia</span></i><span class="ff1">, vol 2, Ed. speciale Il Giornale, 1997</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Marcello Veneziani (1), </span><i><span class="ff1">Gentile fu ucciso dall’Intellettuale Collettivo</span></i><span class="ff1">, ne </span><i><span class="ff1">La Verità</span></i><span class="ff1">, 17.03.2024</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Marcello Veneziani (2), </span><i><span class="ff1">Ci vorrebbe Gentile per ricostruire l’Italia</span></i><span class="ff1">, in </span><i><span class="ff1">Il Giornale</span></i><span class="ff1">, 25.04.2013</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 15 Apr 2024 00:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La nascita della moda italiana]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000125"><div class="imTAJustify"><div>La moda è la forma d’arte che accompagna le persone nella loro quotidianità.</div><div>Oggi l’Italia è un punto di riferimento, in questo campo, ma ai primi del Novecento il dominio assoluto era francese. È Rosa Genoni, formatasi in Francia, la prima ad imporre uno stile totalmente italiano, rifacendosi ai dipinti medievali e rinascimentali. Il suo insegnamento è fondamentale, ma resta, purtroppo, isolato.</div><div>Un altro passo importante verso la nascita della moda italiana è la Grande Guerra. Sembra assurdo ma è così: le donne, sotto il profilo lavorativo, prendono il posto degli uomini impegnati al fronte; gli orli si accorciano, gli abiti si fanno più pratici e diventa una moda portare i pantaloni e le tute.</div><div>Nel 1919 il Campidoglio vede nascere il Primo Congresso Nazionale dell’Industria del Commercio dell’Abbigliamento, con lo scopo programmatico di affrancarsi dallo stile e dal dominio francese; e sempre nel 1919 Lydia De Liguoro fonda la rivista LIDEL (acronimo di Letture, Illustrazioni, Disegni, Eleganze, Lavoro), ove si afferma apertamente l’importanza di una moda italiana. Il suo cuore nazionalista la porta ad aderire al Fascio femminile nazionale di Milano, impegnato a portare avanti una campagna per svincolare la moda italiana da quella parigina, attingendo a forme eleganti ma senza gli eccessi francesi, se non negli abiti da sera, cosa che, nel 1920, porta Marinetti ad elaborare il Manifesto contro il Lusso Femminile. Dal canto suo D’Annunzio affida alle più rinomate sarte italiane, tra cui Marta Palmer e Gina Cicogna, gli abiti suoi e quelli delle sue amanti. In particolare, il Vate predilige tal Biki, che, esaltata dalle parole dannunziane, arriverà a vestire le donne più in vista dell’epoca, tra le quali Alida Valli e Isa Miranda.</div><div>Nel 1924 a Milano viene costituito il primo Sindacato della Moda Italiana e lo stile italiano vola.</div><div>Nel 1927 la rivista Fantasie d’Italia presenta al Lido di Venezia una sfilata di modelli italiani e nel 1928 nasce l’Istituto Artistico Nazionale per la Moda Italiana presieduto dall’on. Titta Madia. La reazione francese è dura quanto giustamente impaurita: <i>«L’Italia ha sempre l’ambizione di divenire un centro di moda femminile» </i>si legge su la rivista L’Art e la Mode. <i>«Ed è certamente ben presuntuoso. La moda femminile ha Parigi per santuario»</i>.</div><div>Contestualmente si affermano, espandendosi, i grandi magazzini, che portano la moda tra il popolo. La Rinascente, nome scelto da D’Annunzio; e, l’anno seguente, l’Upim (acronimo di Unico Prezzo Italiano Milano). Dieci anni dopo è la volta dei magazzini Standard, poi chiamati Standa. Molto noti anche i magazzini Coen, Zingone e tanti altri.</div><div>La moda italiana si è ormai affermata. Ne sono testimoni due matrimoni da riflettori: quello di Umberto di Savoia con Maria José del Belgio, in cui la sposa indossa un abito della sartoria Ventura, e quello di Gian Galeazzo Ciano con Edda Mussolini, la primogenita dell’allora capo del governo, elegante sposa vestita dalla sartoria Montorsi.</div><div>Le pubblicità si moltiplicano, spesso catturando immagini e ispirazione dall’arte figurativa, sicché vediamo, come mostra la foto di copertina, i cappelli Borsalino reclamizzati nello stile della de Lempicka o gli impermeabili San Giorgio in quello di De Chirico.</div><div>La moda italiana, dunque, affacciatasi nei primi anni del Novecento nelle idee di pioniere come la Genoni, prende definitivamente piede tra gli anni Venti e i Quaranta come forma d’arte sartoriale, espressione di nazionalismo. Emergono allora grandi firme ancora in auge. A tutt’oggi è uno dei settori d’eccellenza a firma italiana, che esprime l’artigianalità del passato.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata - autore S.I.A.E. – 11.04.2024]</div> &nbsp;<br><div><b>Foto di pubblico dominio</b></div> &nbsp;<br><div><b>Per saperne di più:</b></div><div>Gloria Bianchino - Grazietta Butazzi - Alessandra Mottola Molfino - Arturo Carlo Quintavalle (a cura di), <i>La moda italiana</i>, Electa per Banco di S. Spirito, 1985</div><div>Gian Paolo Cesarini, <i>Vetrina del Ventennio 1923/1943</i>, Laterza, Roma-Bari, 1981</div><div>Sofia Gnoli, <i>Eleganza fascista</i>, Carocci Editore, Roma, 2017</div><div>Julian Robinson, <i>Arte e moda nel Novecento</i>, De Agostini, Novara, 1976</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 11 Apr 2024 06:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il teatro punto e a capo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000124"><div class="imTAJustify">La prima volta che misi piede a teatro avevo tra i cinque e i sei anni. Da allora non ho mai smesso. Erano i tempi di <span class="fs12lh1-5 ff1">Paolo Stoppa, Gianrico Tedeschi, Romolo Valli, Rossella Falk, Giorgio Albertazzi e Anna Proclemer, Aroldo Tieri, Giuliana Lojodice ... </span> I miei mi portavano a vedere Pirandello, Shakespeare, Strindberg, Shiller, Svevo, Ibsen e tanti altri. E, prima di andare, si leggeva insieme il testo, perché allora i testi venivano rispettati: <span class="fs12lh1-5 ff1">c’era, a volte, un qualche delicato intervento registico o attoriale, certo, come è naturale, ma non si praticavano tagli con l'accetta, non si innestavano battute di altri autori, non si cambiavano le scene.</span></div><div class="imTAJustify">Erano spesso argomenti forti, per una bambina, ma <span class="fs12lh1-5"><i>«il teatro è teatro»</i></span>, come mi veniva detto. Uno spaccato della vita in cui l’arte sublima tutto, anche la violenza, anche la cattiveria, anche il tradimento. Ricordo che papà era costretto ad acquistare sempre biglietti in prima fila, perché altrimenti, io non avrei visto nulla. E ricordo una sera, all’Eliseo, quando al termine di una pièce di Eduardo De Filippo io balzai gioiosa in piedi per applaudire e De Filippo, vedendo un soldo di cacio così entusiasta, mi guardò e mi indirizzò un ringraziamento personale. Erano i tempi in cui si replicava persino in televisione, in modo che il teatro potesse entrare nelle case di tutti, anche di chi non poteva permettersi di acquistare il biglietto.</div><div class="imTAJustify"><div>Dico tutto questo perché credo di appartenere alla famiglia del teatro. E non perché ho scritto qualche pièce, ma perché faccio parte del pubblico da sempre. E il teatro senza il pubblico è solo un insieme di parole pronunciate nel vuoto. Molti attori e molti registi dovrebbero tenerlo a mente, soprattutto chi lavora per se stesso, per il proprio narcisismo, per una propria personale gara con gli altri colleghi, o per ottenere visibilità a discapito dell’arte, legando il somaro dove vuole un dispotico padrone formatosi a frasi fatte e a pensiero unico.</div><div>Oggi si festeggia la giornata mondiale del teatro e sto leggendo di tutto: c’è chi esalta la poesia della vita che si anima sulle assi del palcoscenico, e chi lamenta la decadenza del teatro a causa di un pubblico sempre più disattento e meno colto, a causa di istituzioni non intenzionate ad investire …</div><div><div>In medio stat virtus dicevano i latini. È vero che molti teatri diventano supermercati &nbsp;&nbsp;- cosa vergognosa - &nbsp;&nbsp;e molti piccoli garage, molte cantine aprono come teatri, sulla scia dell’off-off Broadway (qui, però, non siamo a New York). È altresì vero che le persone sono cambiate, e molti &nbsp;&nbsp;- non tutti, grazie al Cielo - &nbsp;&nbsp;vivono con il naso nei loro smartphone, si muovono sulla superficie delle cose, avendo perso curiosità e capacità critica, e manifestano una soglia di attenzione che si esaurisce dopo poche parole. Ma siamo sicuri che il calo di interesse per il teatro di prosa sia tutta colpa degli altri? Colpa del pubblico, colpa delle istituzioni con le tasche a chiocciola, dove i soldi entrano e faticano ad uscire … colpa degli dèi, come direbbe Ulisse?</div></div><div>Che prodotto offre il teatro, oggi?</div><div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Io, che faccio parte del pubblico da più di 50 anni, vedo l’imbarbarimento di testi scritti da chi non sa scrivere, e non sa farlo perché il suo mestiere è un altro, è quello dell'attore, del regista, dello scenografo ... </span><span class="fs12lh1-5 ff1">un mestiere che dovrebbe essere complementare rispetto a quello di chi scrive, non pretenziosamente sostitutivo; vedo testi che raccontano storielle più o meno politicamente corrette per catturare l’interesse di chi va a teatro non per lo spettacolo nella sua meravigliosa complessità artistica, ma per “il messaggio” che, a volte, diventa “propaganda”. Io vedo distruggere testi classici con allestimenti osceni, con stravolgimenti lessicali</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">- taglio di parole e di frasi e soppressione delle considerazioni troppo profonde -</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">da parte di chi ritiene che la funzione sociale sia nell'abbassare il livello del teatro a chi sa poco, invece che nell'insegnare qualcosa, foss'anche solo una parola nuova o una riflessione sulla vita, sul mondo, su noi stessi.</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> Del resto l’autore è morto e non può più lamentarsi, no? Un</span><span class="fs12lh1-5"> atteggiamento verso l’arte altrui, questo, che si è evoluto, giungendo, oggi, alla cosiddetta Intelligenza Artificiale, un software che, come giustamente osservato lo scorso anno da Noam Chomsky, ha totalmente annullato l’autore originario, poiché </span><i class="fs12lh1-5">«non crea nulla, ma copia opere esistenti, di artisti esistenti, modificandole abbastanza da sfuggire alle leggi sul copyright»</i><span class="fs12lh1-5">. Io vedo la predilezione per alcuni testi stranieri contemporanei di una banalità assoluta, perché, si sa, il nome esotico tira di più; e, poi, se modifichi qualcosa, l’autore non se ne accorgerà mai. Io vedo giornalisti che riducono la critica teatrale al copia-incolla del comunicato stampa, senza esprimere vere opinioni, e giornalisti, sedicenti esperti, i quali, invece, sono convinti che fare critica significhi per forza criticare &nbsp;&nbsp;- ovviamente sempre che in scena non vada l’amico dell’amico, che, in quanto tale, fa tutto bene -, &nbsp;questo perché se non criticano pensano di non fare bene il loro mestiere (povero Aristotele e povero Benedetto Croce!). Io vedo il teatro in mano ai fuoriusciti della televisione, anche quelli che hanno fatto solo qualche "comparsata" nei reality, perché le produzioni preferiscono un nome che sia passato sulle riviste scandalistiche a quello che è passato nei camerini dei teatri.</span></div><div>E la colpa è degli altri?</div><div>Un pizzico di autocritica sarebbe appropriato.</div><div>Oggi il teatro è cambiato. E non in meglio. Il cambiamento è essenziale, intendiamoci. Pensiamo, ad esempio, al teatro greco e al teatro dell’assurdo. <span class="fs12lh1-5 ff1">L’espressione artistica cambia spesso, in ogni sua forma, sia nelle lettere, sia nelle arti figurative. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">È una forma di arricchimento. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Cambia e convive, perché prerogativa dell'arte è esistere fuori dal Tempo. Noi vediamo, infatti, sia il teatro greco, sia il teatro dell'assurdo con eguale interesse. </span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Tutto resta, dunque, e tutto cambia. Ma è essenziale anche il gusto nel cambiamento, in modo da non trasformare una cosa in altra totalmente diversa. Pensiamo a questo: l’aragosta è uno degli animali più longevi. Può arrivare anche a 120 anni e questa sua lunga sopravvivenza, questo suo duraturo ruolo nel tragitto del mondo sono dovuti al fatto che varia il proprio esoscheletro più volte, costantemente. Cambiare significa evolversi e adattarsi. Ma l’aragosta, nel cambiare e nell’adattarsi, non diventa panda o koala. Sempre aragosta resta.</span></div><div>Oggi capita di chiamare teatro quello che teatro non è. E questo fa parte del problema del teatro. Un problema interno. Cerchiamo di non dimenticarlo. </div><div>Per il resto vale il senso bello del palcoscenico e del cuore in gola.</div></div></div><div class="imTAJustify">Il teatro è <i>«una vita di sacrifici»</i> disse Eduardo De Filippo nel corso della serata in cui gli fu conferito il premio “Una Vita per il Teatro”. <i>«Una vita di sacrifici. E di gelo. Così si fa il teatro. Così ho fatto. Ma il cuore ha tremato sempre, tutte le sere, tutte le prime rappresentazioni. E l’ho pagato. Anche stasera batte. E continuerà a battere, anche quando si sarà fermato»</i>.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Tutela certificata – S.I.A.E. 27.03.2024]</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>© Immagine di Clker-Free-Vector-Images da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 27 Mar 2024 12:03:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La vita è un tip-tap]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000123"><div>Questa mattina, scorrendo immagini sul telefono, mi è apparso un filmato del 1952 tratto dal film <i>Cantando sotto la Pioggia</i>: sulle note di <i>Moses Supposes </i>Gene Kelly e Donald O’Connor danzano nella stanza di un impomatato insegnante di dizione: il personaggio interpretato da Gene Kelly deve imparare a recitare in un film sonoro, rimediando al fallimento di una pellicola appena realizzata. Stanley Donen, a sua volta ballerino e coreografo, li segue con la camera: una danza nella danza.</div><div>È un film gioioso, che sa porre l’amore come protagonista e, al contempo, come comparsa; il sorriso satura l’aria di una storia che parla di cinema, o, meglio, del cinema fino ad allora conosciuto, quello muto, all’improvviso rivoluzionato dal sonoro. Una piccola tragedia hollywoodiana, in realtà. Come spesso accade, ciò che rompe gli schemi, che porta qualcosa di nuovo o di diverso, viene capito da pochi. Gli altri si spaventano, pretendono omologazione, come accade al protagonista di <i>Fuga di Mezzanotte</i> quando osa girare in senso opposto agli altri nei suoi minuti d’aria in un carcere turco.</div><div>La chiusura verso qualcosa di nuovo o di diverso è ciò che, allora, portò al crollo di molte carriere; l’ombra si riversò sugli attori che non seppero adeguarsi al sonoro, spinti a recitare sempre e comunque con la mimica esasperata del muto.</div><div>Ebbene, quel film vede protagonisti Gene Kelly, Donald O’Connor e Debbie Reynolds. Kelly era allora già un affermato attore, regista e ballerino, che padroneggiava un tip-tap acrobatico, diverso, o forse semplicemente nuovo rispetto a quello più morbido e romantico di Fred Astaire. Il ballo era il suo cavallo di battaglia. Difficile pensare di dividere scene danzate con attori meno noti. Eppure …</div><div>Donald O’Connor era ancora imprigionato nel suo ruolo di fantasista e comico. Arrivava da una lunga carriera iniziata come enfant-prodige. Figlio di un acrobata, John E. O’Connor, calcò le scene sin da piccino, sviluppando anche una buonissima predisposizione per il canto e per il ballo. Aveva recitato in <i>Francis il Mulo Parlante</i>, ad esempio, ma i suoi erano ruoli che si fermavano lì, incapsulati nella singola pellicola. Al tempo di <i>Cantando sotto la Pioggia</i> è ancora un signor nessuno, almeno rispetto a Gene Kelly. Anche Debbie Reynolds, che interpreta la fidanzatina dolce e talentuosa di Kelly, la quale, infine, salva il film doppiando la protagonista &nbsp;&nbsp;- sebbene, nella realtà, a sua volta sia stata in parte doppiata - &nbsp;&nbsp;era agli esordi.</div><div>In quel tip-tap nella stanza dell’insegnante di dizione, come in altri bei momenti di quella pellicola, che vedono cantare e danzare anche la Reynolds, Kelly condivide la scena in modo assolutamente paritario. Tutti danzano, tutti stanno in scena, tutti eseguono degli assolo di identico minutaggio. E questo mi ha fatto pensare. È un fenomeno raro. L’attore più famoso, spesso, anche se fortunatamente non sempre, tende a prendersi uno spazio maggiore. Il divismo è una malattia grave.</div><div>Non è il caso di Kelly, a quanto pare. Con <i>Cantando sotto la Pioggia</i> la Reynolds e O’Connor, che, per questo film, conseguì anche il Golden Globe, ottennero finalmente la consacrazione hollywoodiana e, vedendo quest’ultimo ballare con Kelly o sfidare i limiti della fisica sulle note di <i>Make ‘em Laugh</i> (in italiano eseguita dal grande Elio Pandolfi), non si può che lodare non già la collaborazione artistica che si generò tra gli attori di quel film &nbsp;&nbsp;- tutti sono tenuti a collaborare quando devono lavorare con altre persone - &nbsp;&nbsp;ma il loro reciproco rispetto, che consente di esprimersi senza soffocare l’espressione altrui.</div><div>Da film come <i>Cantando sotto la Pioggia</i> si può imparare molto. Dovrebbero guardarlo e studiarlo non solo coloro che fanno spettacolo, ma tutti gli altri. In un mondo mediatico come il nostro, direi gran parte dei “giornalisti”, ad esempio, quelli privi di ingegno e soi-disant profondi conoscitori delle cose del mondo, che, con greve presunzione, non fanno cronaca ma sentenza, limitandosi a fare i portavoce di qualcuno. E, magari, dovrebbero guardarlo anche gran parte dei politici. Soprattutto, dovrebbero guardarlo attentamente i signori della guerra, perché il rispetto reciproco funziona così bene che, come nel tip-tap di Kelly e O’Connor, i piedi si muovono da soli, la musica profuma l’aria, il sorriso nasce spontaneo e la gioia illumina la vita. Tutto il resto è buio.</div> &nbsp;<div> </div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata – S.I.A.E. 24.03.2024]</div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Foto di dominio pubblico</b><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 24 Mar 2024 16:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Un magnifico mondo di mattoncini]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000122"><div>Al primo piano del centro commerciale WOW di Fiumicino, campeggia un’insegna: “LA PIÙ GRANDE MOSTRA DI MODELLI COSTRUITI CON MATTONCINI LEGO IN EUROPA”. Ad una <i>boomer </i>come me la cosa non può non fare gola.</div><div><span class="fs12lh1-5">Ho intitolato questo mio articolo "Un magnifico mondo di mattonicini". L'allitterazione è assolutamente intenzionale: aiuta a creare poesia. E in un luogo di sorrisi e spensieratezza non può non esserci un po' di poesia interiore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Entro con il fiato sospeso tipico della gioia infantile, quella pregna del senso di meraviglia. Il viaggio nel Tempo esiste, dopo tutto: a tornare bambini ci si mette un attimo, in assenza di specchi.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Le aspettative non restano deluse.</div><div>Davanti ai miei occhi si apre un piccolo mondo fatto di mattoncini colorati, gli stessi con i quali, da bambina, insieme a mio padre, costruivo ponti a spinta e piccoli, incantevoli &nbsp;villaggi pieni di villette con il tetto spiovente circondate da parchi silenziosi. Immaginavo così il luogo in cui avrei vissuto “da grande”. In Italia, però, il mondo dei grandi è difficilmente incantevole. Soprattutto nelle città. Soprattutto a Roma, con le sue voragini che chiamiamo buche, con le sue lunghe paralisi che chiamiamo cantieri, con la sua sporcizia che chiamiamo “raccolta differenziata”, con i cinghiali, i topi, gli scarafaggi … Sì, è assolutamente necessario sognare, lasciarsi uno spazio per la poesia, per la bellezza, per il ricordo dell’infanzia. <i>«L'infanzia non ha tempo. Man mano che gli anni passano bisogna conservarla e conquistarla, nonostante l'età»</i> diceva Emmanuel Mounier. Niente di più vero<i>.</i><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Un viaggio nel mondo dei Lego è quello che ci vuole, dunque.</div><div>La mostra si articola in una grande sala e spazia dalla realizzazione di monumenti, come la Torre di Pisa, alta più di due metri e realizzata con 200.000 mattoncini, il Colosso di Rodi, S. Pietro, il Colosseo e le piramidi, a due grandi icone dell’industria automobilistica italiana: la Vespa, costruita in scala 1:1 con 50.000 mattoncini</div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/20240322_114850.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /><br></div><div><br></div><div>e la Ferrari F40, l’ultima ad essere stata prodotta prima della morte di Enzo Ferrari, anch’essa realizzata in scala 1:1 con la bellezza di 600.000 mattoncini!</div><div>C’è spazio anche per le macchine del futuro, come il caccia dell’Impero di Star Wars, quello usato da Dart Fener, che, per essere realizzato nel mondo del Lego, ha richiesto 100.000 mattoncini.</div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/20240322_114111.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /><br></div> &nbsp;<div>Per gli amanti dell’arte, poi, si può rimanere incantati di fronte a capolavori come la Monna Lisa di Leonardo, il Giudizio Universale di Michelangelo, o la Primavera del Botticelli, per citarne solo alcuni.</div><div>Non manca la scienza con le invenzioni di Tesla, di Edison, di Bell o di Nobel. Anche se le didascalie sembrano un po’ troppo approssimative, è comunque apprezzabile l’attenzione posta sulla cultura. I bambini che visitano la mostra possono divertirsi ma anche imparare qualcosa di utile.</div><div>Pure il cinema occhieggia dalle teche di cristallo con i volti di Joker, di Pinguino e di Due Facce, con il mondo di Harry Potter e con alcuni tra i più divertenti personaggi dei cartoni animati: Sid, il bradipo dell’Era Glaciale <span class="fs12lh1-5">in compagnia dei suoi amici</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://raffaellabonsignori.it/images/20240322_114409.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /><br></div><div><br></div><div>e, ancora, Sponge, e un magnifico Shrek in scala 1:1 accanto all’immancabile Ciuchino ...</div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://raffaellabonsignori.it/images/20240322_112637.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /><br></div><div><br></div><div>Devo confessare, però, che la mia attenzione è stata immediatamente catturata da Capitan Uncino. Anche lui in scala 1:1. Altezza uomo, dunque. Te lo trovi davanti. Ti fissa negli occhi, brandendo la sua spada.</div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://raffaellabonsignori.it/images/20240322_120506.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /><br></div><div><br></div><div>Un’emozione grande, per me. Forse perché ho sempre tifato per lui: non mi è mai stato simpatico quell’eterno fanciullo chiamato Peter Pan, supponente e senza educazione, purtroppo baciato da un’immeritata fortuna.</div><div>Per i più piccoli c’è anche un’area dedicata alla costruzione: grandi tavoli, tanti mattoncini e piccole sedie. Entrarci da adulti equivale a guardarsi intorno con gli occhi di Biancaneve mentre entra nella casetta dei Sette Nani. Il politicamente corretto credo abbia bandito l’uso di certe parole, ma è difficile parlarne in modo diverso da come la favola è stata raccontata per decenni e decenni.</div><div>Alla fine del giro vorresti incontrare Ole Kirk Kristiansen, il falegname danese di Billund creatore del gioco, per stringergli la mano e per raccontargli tutti i sogni che è stato capace di creare.</div><div>E come spesso accade i sogni nascono da un humus di guai. Kristiansen, infatti, già in crisi economica ai primi degli anni Venti, perde tutto a causa di un incendio. Poco dopo arriva la grande depressione del 1929. Come uscirne? Ole pensa bene di ridurre le dimensioni dei componenti in legno utili a creare i mobili e, poco dopo, crea in scala minore una serie di componenti destinati al gioco. È così che nasce il Lego, un gioco piacevolmente creativo. Sono ancora mattoncini di legno, però. La plastica sopraggiunge solo negli anni Cinquanta del Novecento e, da quel momento, i mattoncini Lego avranno una costante evoluzione.</div><div>Procedendo verso l’uscita si incontrano i Beatles e i Rolling Stones: i volti dei protagonisti realizzati come copertine di long playing e, ancora, chitarre, batterie, tastiere… Ogni viaggio, del resto, ha la sua colonna sonora, anche quello nel Tempo.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[tutela certificata &nbsp;- S.I.A.E. 24 marzo 2024]</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 24 Mar 2024 00:27:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Quartullo - Giarrusso: sentimenti in scena]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000121"><div>Il discorso amoroso è frammentario come suggerisce Roland Barthes? <i>«La dichiarazione, il disagio, la gelosia, l’incontro, l’attesa, la tenerezza, io-ti-amo, fare una scenata, elogio delle lacrime, idee di suicidio …»</i>.<i> </i>Forse la risposta non può essere che sì. L’amore appare spesso formato da tessere di un puzzle invisibile e si articola tra drammi e passioni, necessità e indipendenze, legami elastici che allontanano e avvicinano. Un intenso lavorio mentale oltre che sentimentale; un lavorio che coinvolge corpo e anima e va ben oltre la filosofia.</div><div>Ed è sull’orma di questi frammenti chiamati all’unità amorosa, all’unione dei due nell’uno platonico, che nasce un testo come <i>28 motivi per innamorarsi</i>, in scena all’Off-Off di Roma, con Pino Quartullo e Roberta Giarrusso, adattamento e regia di Fabrizio Coniglio.</div><div>Il testo di Jennifer Lane, qui nella traduzione di Enrico Luttmann, prende le mosse da un test psicologico ideato dal Prof. Arthur Aron e pubblicato in un suo articolo scientifico del 1997, <i>The Experimental Generation of Interpersonal Closeness: A Procedure and Some Preliminary Findings</i>, poi portato all’attenzione del grande pubblico nel 2015 da Mandy Len Catron, giornalista del New York Times, nel suo articolo <i>To Fall in Love With Anyone, Do This</i>. Il test originario è composto da 36 domande, qui ridotte a 28 per esigenze teatrali. Sono domande forgiate sulle dinamiche di interazione verbale tra due persone sconosciute in merito alle proprie chiavi relazionali, ma anche sulla comunicazione di coppia come strumento per aprirsi all’altro. Niente di più facile e niente di più difficile.</div><div>Farne una pièce era una sfida; una sfida che la Lane non ha vinto. La possibile trappola era scrivere un dialogo didascalico in re ipsa, poiché costruito sulle singole voci del test, che, una dopo l’altra, diventano cause occasionali per raccontare e raccontarsi. Ed è una trappola in cui la Lane è caduta in pieno, realizzando un testo mediocre. Ma la mediocrità tocca solo l’aspetto drammaturgico, attenzione. Solo quello. Interpretazione e regia, infatti, hanno ben altro impatto. Forte, deciso, interessante. E la pièce, nel suo complesso, è da lungo applauso. Del resto un bravo attore ed un buon regista sono in grado di rendere eccezionale ogni testo, persino la lista della spesa.</div><div>Il dramma che sottende la vita dei due protagonisti di <i>28 motivi per innamorarsi </i>è talmente grande da sembrare incompatibile con la scelta quasi giocosa di fare il test, ma è reso così bene da Quartullo e dalla Giarrusso da cancellare un simile conflitto. Loro sono perfettamente in parte. Naturalezza e profondità contraddistinguono la loro interpretazione. Entrambi entrano nelle differenti personalità che sono chiamati a portare in scena &nbsp;&nbsp;- pacato lui, esuberante lei -. &nbsp;Il fondo di inquietudine e rabbia non li abbandona ma non li prevarica e lasciano spazio, dunque, ad un teatro fresco, che diverte e fa riflettere, e che, a tratti, incanta, portando il pubblico all’interno di quel lungo sguardo che condividono, non solo quello che realizzano con gli occhi, ma quello, costante e toccante, che si scambiano con l’anima.</div><div>Pino Quartullo non delude mai le aspettative, del resto: autore, attore e regista, viene dal Laboratorio di Gigi Proietti e dall’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. E chissà che la sua laurea in Architettura non gli abbia dato quel punto di vista in più sull’arte che appare evidente dal modo in cui si muove in essa. In questa pièce è il tramite di un amore totalizzante che brucia sotto un’apparente cenere di disillusione; un amore che s’impone, nonostante tutto, sui progetti di un destino che non lascia indenni né uomini, né topi, per dirla con Robert Burns. È un poeta, il protagonista, e Quartullo ce lo dona in tutta la sua bellezza e nella sua fragilità: <i>«Quando ti ho conosciuta, quello è stato il primo giorno della mia vita»</i>. Si possono dire in tanti modi, queste parole. Lui ha scelto il migliore in assoluto. Da brivido.</div><div>Roberta Giarrusso ha una notevole esperienza televisiva, avendo preso parte a numerose serie TV di successo, e ha lavorato molto bene su se stessa, tanto da approfondire e capire anche la misura emotiva della scena teatrale. A voler scovare, nel pagliaio della sua interpretazione, un ago non perfettamente appuntito, posso dire che non farei iniziare quella certa euforia gettata sul dolore dall’alcol subito dopo aver finito di bere un unico bicchiere di whisky; non in quel modo così repentino, quanto meno.</div><div>Anche le scelte registiche sono felici e riescono a nascondere perfettamente le pecche del testo didascalico. Fabrizio Coniglio ha una spiccata sensibilità che traduce sempre nel suo modo di fare teatro; una sensibilità che si nota soprattutto in quelle opere di alto impegno civile, come <i>Il viaggio di Nicola Calipari</i>, o &nbsp;&nbsp;- insieme a Bebo Storti -, &nbsp;<i>Suicidi? Tangentopoli in commedia</i>, di cui è anche stato protagonista.</div><div>La scena di <i>28 motivi per innamorarsi </i>è ingombra di scatoloni. Un trasloco mai volutamente terminato, certo, ma soprattutto un accavallarsi di pezzi di vita passata, dietro i quali c’è il presente, con i bicchieri, le bottiglie, i salatini, e c’è persino un pezzo di futuro, racchiuso in un pacchetto celeste, perché il futuro è speranza e, quando tocca l’amore, lo trasforma in qualcosa di volta in volta migliore: <i>«Invecchia con me»</i> scrive il poeta americano Robert Lee Frost <i>«perché il meglio deve ancora venire»</i>; e Hikmet invita al sogno scrivendo <i>«Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l'ho ancora detto»</i>.</div><div>Piacevole, poi, il movimento quasi danzato dei protagonisti attorno al tavolo; il senso della vicinanza nella lontananza; il cambiamento dei piani, che trasforma il pavimento in una scena nella scena. Affascinante il muto dialogo delle luci. Davvero indovinata la scelta musicale, soprattutto della canzone finale, che entra prepotente con le parole di Mogol e Paolo Limiti, con la musica di Elio Isola e con la voce di Mina.</div><div>Alla serata del 21 febbraio era presente anche il Ministro della Cultura on. Sangiuliano. La Cultura, in fondo, è come l’amore: è formata da tanti frammenti. Alcuni di questi frammenti hanno ruoli istituzionali e vivono all’interno dei Palazzi della Politica, altri vivono tra le assi di un Palcoscenico, ma si chiamano l’un l’altro per rappresentare l’unità. Ed è sempre un piacere assistere alla coalescenza di questi frammenti, al loro accostarsi reciproco, come se fossero gocce di mercurio.</div><div>All’Off Off di Roma, fino a domenica 25 febbraio, si viaggia nei frammenti di un discorso amoroso ed è un viaggio che Pino Quartullo e Roberta Giarrusso, diretti con tanto cuore da Fabrizio Coniglio, rendono davvero speciale.</div><div><br></div><div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[in Quarta Parete Roma 22.02.2024]</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 22 Feb 2024 20:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Bombe sull'Abbazia di Montecassino]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000120"><div>Tra i fiumi Liri e Garigliano insiste un colle di 519 metri sulla sommità del quale i benedettini eressero un’Abbazia più di quindici secoli fa.</div><div>È una zona particolare, una sorta di porta invisibile che congiunge l’Italia meridionale e quella centrale, circondata da aree impervie e aspri monti. Una posizione strategica, senza dubbio. Ed è quella posizione ad aver vergato con il sangue una delle più orribili pagine della storia contemporanea. Proprio lì, infatti, nel 1944, passava la cosiddetta <i>Linea Gustav</i>, baluardo tedesco teso ad impedire l’avanzata degli alleati verso Roma; proprio lì gli eserciti alleati tentarono di sbaragliare quello tedesco <i>«… E ‘l modo ancor m’offende»</i> direbbe la Francesca di Dante, poiché riuscirono a distruggere più di quanto fecero i Longobardi nel 582, i saraceni nell’883, e persino il terremoto a metà del Trecento. &nbsp;<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Erano passati quattro mesi da quando il maresciallo Badoglio, con il beneplacito del re, aveva mandato suoi fidi emissari a firmare un armistizio capestro senza avere nemmeno l’accortezza di avvisare le proprie forze armate impegnate in guerra. In un giorno, un solo giorno, con un annuncio radio fatto prima di scappare, Badoglio e il re avevano trasformato l’alleato in nemico e i nemici in alleati, con il risultato ovvio d’aver messo il proprio Paese nella condizione d’essere una “terra di nessuno”. E furono gli alleati più di ogni altro a dimostrarlo, spesso colpendo la popolazione inerme.</div><div><br></div><b class="fs12lh1-5">Gennaio 1944</b> <div>I tedeschi difendono strenuamente la <i>Linea Gustav</i>. Sono pochi, sono stremati. Le vie di transito non sono tali da facilitare l’arrivo di rinforzi. Tuttavia hanno un sacro fuoco che va oltre la stanchezza, oltre la paura, oltre la disperazione: hanno il senso del dovere di soldati a sorreggerli sempre; un dovere posto a fondamento del nazionalismo, che aveva sostenuto il popolo tedesco molto più delle teorie naziste. Tra di loro anche gli eroici paracadutisti della 1<sup>a</sup> divisione, i cosiddetti <i>Diavoli Verdi</i>.</div><div>Gli alleati si stanno avvicinando e sono tanti, tantissimi, più di cinquecentomila. Li separano 80 km. Eppure quegli 80 km impegneranno gli alleati per 14 settimane.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Due i principali fattori che determinano l’esito di quella parte di guerra. Il primo è l’asserragliamento tedesco nelle zone più alte, tale da impiegare il minimo sforzo ad arginare l’avanzata del nemico, grazie alle fortificazioni fino ad allora costruite, che consentono un puntamento eccezionale; il secondo origina dai contrasti d’opinioni dei vari generali alleati.</div><div>Gli americani sono comandati dal generale Clark, che passa per abile stratega e buon combattente, ma che, in quel frangente, non si rivela nessuna delle due cose, forse anche a causa di un innato narcisismo autodistruttivo. Il generale Patton, quello che l’anno prima aveva ordinato di sparare sugli italiani durante lo sbarco in Sicilia, di lui disse che era troppo sicuro di sé.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>La Francia libera, invece, è sotto la guida del generale Alphonse Juin, di origini algerine. Un crudele voltagabbana che aveva dapprima comandato le truppe nordafricane per conto della Repubblica di Vichy e, poi, vista la malparata, era passato dalla parte della Francia libera, conducendo le sue truppe in Italia e promettendo loro razzie e violenze sessuali come bottino.</div><div>Ci sono, poi, gli inglesi, affiancati dalle truppe coloniali, e i neozelandesi, comandati dal generale Freiberg.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>In quei giorni si torna indietro nel tempo alle “battaglie di posizione” della Grande Guerra, che avevano visto gli inglesi soccombere. Pioggia e fango impediscono la marcia dei carri. Si procede a piedi. I tedeschi dall’alto sembrano esercitarsi al tiro al piattello.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>Febbraio 1944</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>I francesi, convinti che non si debba assaltare il colle dell’Abbazia, ma si debba aggirare il nemico, conquistano il Colle del Belvedere. Gli americani, invece, sotto il comando di Clark, continuano a fare da bersaglio umano al fuoco tedesco, procedendo in direzione dell’Abbazia. Nelle stesse ore in cui si verifica lo sbarco di Anzio la 36<sup>a</sup> divisione fanteria viene annientata, tanto che Clark, a guerra finita, verrà sottoposto a giudizio per l’errore tattico.</div><div>Gli alleati sono costretti a rifugiarsi in buche umide e gelate, trincee improvvisate che non devono destare sospetti al binocolo nemico. Sete e fame causano morti ancor prima del fuoco tedesco.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Nonostante la stringente esigenza tedesca di difendere la <i>Linea Gustav</i>, il generale von Senger und Etterlin comunica anche alle forze nemiche che l’Abbazia deve considerarsi zona franca e che nessun tedesco ne avrebbe mai violato la soglia. Agli alleati importa poco, però. Importa poco della sacralità del luogo, importa poco dell’arte che quel luogo racchiude, importa poco delle persone che lo abitano, e, come spesso accade, proiettano i propri difetti su chi hanno di fronte, ritenendo che anche i tedeschi siano altrettanto incuranti di quel luogo e che, dunque, abbiano mentito.</div><div>Ma von Senger non mente. Era giunto a Cassino dalla Corsica evacuata, donde aveva disatteso l’ordine del Führer di fucilare tutti gli ufficiali italiani, in ciò appoggiato dal suo diretto superiore Kesserling. Aveva studiato ad Oxford, amava l’Inghilterra ed era fortemente critico nei confronti del nazismo. Combatte perché è suo dovere farlo, ma non vuole che la guerra comporti più vittime del voluto e non vuole che l’Abbazia possa essere distrutta. Tra l’altro è un benedettino laico. Già nell’ottobre dell’anno precedente, sfidando gli appostamenti alleati sulla via per Roma, i tedeschi avevano trasferito a Castel S. Angelo tutti i tesori e le opere d’arte dell’Abbazia, in previsione di un possibile attacco alleato. Una lungimirante azione a tutela di un patrimonio italiano inestimabile.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>I generali delle forze alleate continuano a discutere sulla strategia da seguire: aggirare il nemico o passare per il colle dell’Abbazia, radendola al suolo?</div><div>Inutile dire che prevale la manovra più devastante, anche grazie al decisivo intervento del generale americano Alexander, comandante in capo di tutte le forze alleate.</div> &nbsp;<div> </div><div><b>15 febbraio 1944</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Sono le otto del mattino e si levano i bombardieri alla volta dell’Abbazia.</div><div>Vengono sganciate 400 tonnellate di bombe.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>400 tonnellate.</div><div>Una dopo l’altra, una accanto all’altra.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>La collina si accende di fuochi rossi.</div><div>Gli alleati non risparmiano nessuno, neppure i loro stessi soldati. Dimostrano di poter passare senza esitazione sul cadavere delle proprie madri. La 7<sup>a</sup> divisione indiana, la 34<sup>a</sup> divisione americana e il reggimento inglese Sussex, appostati sulla collina, vengono massacrati da “bombe amiche”. Nessuno li aveva avvisati dell’imminente bombardamento.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>L’Abbazia viene rasa al suolo. Più di mille anni di storia ridotti in cenere. Solo la tomba di S. Benedetto resta miracolosamente intatta. Inutile dire che i tedeschi non ci sono. Non ci sono mai stati. Von Senger aveva detto la verità: l’Abbazia era zona franca, per loro. Ci sono, invece, i monaci, l’abbate e i tanti, tantissimi civili che avevano trovato rifugio tra quelle mura intoccabili. Intoccabili per chi? Di certo non per gli alleati.</div><div>Muoiono centinaia di persone, centinaia di civili, di esseri umani inermi e innocenti tra uomini, donne e bambini; contadini, persone umili, spaventate, disperate.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Quel mucchio di macerie che un tempo era stata una magnifica Abbazia, diventa, a questo punto, una roccaforte tedesca. Le macerie sono perfette per creare nascondigli, per puntare i mitragliatori.</div><div>La battaglia riprende e gli alleati hanno la peggio.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Napoleone disse che, in guerra, esistono la spada e lo spirito e che la prima non può vincere sul secondo. Sembra il quadro preciso di quella battaglia: lo spirito tedesco prevale sulla spada alleata.</div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b>19 febbraio</b></div><div>Il generale Alexander, vista l’impossibilità di prevalere sul nemico tedesco, ordina la sospensione del combattimento.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Poco dopo i generali alleati si riuniscono a Caserta per decidere il da farsi. La loro idea di guerra continua a travolgere i civili, però. L’azione, infatti, si sposta sulla città di Cassino.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>15 marzo</b></div><div>Sono le 8.30 del mattino quando i bombardieri alleati scaricano 1.100 tonnellate di bombe su Cassino, radendo al suolo la città e le zone limitrofe.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Tanto devastante, il bombardamento, che i loro stessi carri armati non riescono a passare a causa delle voragini in ogni dove.</div><div>Di lì a poco l’esigua parte di popolazione scampata al massacro delle bombe dovrà subire le razzie e le violenze degli alleati.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Alleati. Una definizione difficile da attribuire a quegli uomini. La storia ricorderà quei giorni, quei mesi come il <i>martirio di Cassino</i>.</div><div>I neozelandesi entrano in città, ma i tedeschi escono dalle case sparando senza un domani, come nella scena finale di Butch Cassidy. E incredibilmente mettono di nuovo in fuga il nemico.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Nel frattempo, i tedeschi tentano di ricostruire ponti, strade, palazzi e, per farlo, rastrellano gli uomini più forti. Ma non si assiste ad un rastrellamento violento o straziante. La popolazione, in molti casi confusa su chi sia il vero nemico, spesso collabora con i tedeschi, a volte li accoglie in casa. Agli occhi della gente sono ragazzi giovani, stremati, che avrebbero voluto salvare l’Abbazia, che vogliono ricostruire, vogliono tornare ad un “prima” che, in guerra, passa sempre troppo in fretta, diventando subito un “mai più”.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>22-23 marzo</b></div><div>Gli alleati tornano ad attaccare l’Abbazia, o almeno quel che ne resta. Sperano di colpire i tedeschi che, dopo il loro attacco, vi hanno posto le basi, ma falliscono. Ancora e ancora. E il giorno seguente abbandonano la battaglia.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Trionferanno, infine, sulle macerie dell’Abbazia a maggio del 1944 e torneranno a combattere sulla via per Roma. Lo faranno ancora una volta senza badare al territorio e alla popolazione che sono chiamati a difendere. Compiranno razzie e violenze sessuali atroci, che la memoria collettiva conosce come <i>marocchinate</i> e che ancora oggi trova storici revisionisti e persone indottrinate capaci di negarle o di giustificarle. Ma non si possono negare e non si possono giustificare; fanno parte dei crimini degli alleati, dei crimini dei vincitori, gli stessi vincitori che il 15 febbraio 1944 decisero di radere al suolo un luogo di culto, custode di sacralità, di storia e d’arte, ma soprattutto custode di genti innocenti; un luogo di culto che, nei vent’anni successivi, venne interamente ricostruito, ovviamente a spese dello Stato italiano, e riconsacrato da papa Paolo VI. Era il 24 ottobre del 1964 e dagli americani, dagli inglesi, dai francesi e dai loro alleati nemmeno un biglietto di scuse.</div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata – S.I.A.E. - 15.02.2024]</div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b>Foto di Dominio Pubblico</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b> </b></div> &nbsp;<div><b>Per saperne di più:</b></div><div>Rudolph Böhmler, <i>Montecassino</i>, Baldini &amp; Castoldi, Milano, 1964<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Livio Cavallaro, <i>Cassino: le battaglie per la Linea Gustav</i>, Mursia, Milano, 2004</div><div>Emiliano Ciotti, <i>Le marocchinate. Cronaca di uno stupro di massa</i>, YCP, 2018</div><div>Gianni Donno, <i>Le battaglie di Montecassino gennaio-maggio 1944. La liberazione alleata d'Italia 1943-1945</i>, Pensa Multimedia, 2020</div><div>Heinz Günther Konsalik, <i>Diavoli Verdi a Montecassino</i>, Baldini &amp; Castoldi, Milano, 1967<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Walter Nardini, <i>Cassino. Fino all’ultimo uomo</i>, Mursia, Milano, 1997</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 15 Feb 2024 19:06:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il mondo di Tim Burton a Torino]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000011F"><div class="imTAJustify"><i>Dall’11 ottobre 2023 al 7 aprile 2024 la Mole torinese, prestigioso Museo Nazionale del Cinema, accoglie una mostra immersiva ed emozionante dedicata al regista Tim Burton e al suo mondo onirico e surreale.</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">1958. Nasce a Burbank un bambino silenzioso dalla fervida immaginazione. Nasce in una cittadina nella quale &nbsp;&nbsp;- così narra egli stesso - &nbsp;&nbsp;la cultura museale non è sentita più di tanto.</span></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i>«Non ho mai visitato un museo fino all’adolescenza. Occupavo il mio tempo guardando film di mostri, disegnando qualsiasi cosa mi venisse in mente o giocando nel cimitero locale. In seguito, quando ho iniziato a frequentare i musei, sono rimasto colpito da quanto la loro atmosfera fosse simile a quella dei cimiteri. Sono entrambi ambienti silenziosi, introspettivi, eppure entusiasmanti. Eccitazione, mistero, scoperta, vita e morte …. Trovi tutto nello stesso posto»</i>.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Il nome di quel bambino è Timothy Walter Burton, meglio noto come Tim Burton, e anche adesso, che di anni ne ha sessantacinque, un po’ bambino è rimasto. Il suo è ancora un mondo fatto di strade magiche uscite da libri dimenticati e attraversato da mostri malinconici, da figure inquiete e solitarie, incomprese, fragili; maschere più vere del vero, proiezioni di un Es giocoso, che non sa di far paura, a volte. Il macabro di Tim ha sempre qualcosa di meraviglioso; nel suo horror c’è lo stupore dell’inconoscibile, sia esso realizzato attraverso film, o attraverso disegni, fotografie, maschere e poesie. I suoi cimiteri, poi, sono paesaggi variegati, mondi da esplorare, donde dissotterrare il senso della vita che ritorna in tante forme. In Burton l’essenza dell’eternità urla dall’apparente caducità delle cose. È un creatore di fantasiose “false porte” di egizia memoria, deputate al collegamento tra diversi mondi.</div><div class="imTAJustify">La sua carriera inizia prestissimo con una serie di cortometraggi e due lungometraggi. Quindi approda alla Disney, ove realizza, tra l’altro, un cortometraggio di sei minuti su Vincent Price e, poi, ne realizza altri due un poco più lunghi, che, tuttavia, non incontrano il gusto della produzione, perché giudicati troppo al margine tra il film d’animazione destinato ad un pubblico di bambini e il film horror destinato ad un pubblico adulto.</div><div class="imTAJustify">Lui è l’esempio più fulgido di cosa possa fare chi non si arrende.</div><div class="imTAJustify">Prosegue il suo cammino in quel mondo fantastico che non deve e non può essere racchiuso in un’etichetta sola: “per bambini” o “per adulti”. Lavora con la Warner Bros, con Amblin, con la Twentieth Century Fox, con Paramount e con molte altre case di produzione; torna anche a lavorare con la Walt Disney.</div><div class="imTAJustify">Oggi i suoi film, sin da quando escono, sono considerati dei cult; sono amati da adulti e bambini e quel mondo di musei conosciuto solo nell’adolescenza accoglie le sue opere. Lo ha fatto il MoMa di New York; lo sta facendo il Museo del Cinema di Torino, allestito all’interno della Mole Antonelliana: uno spazio grande e ben organizzato che consente al fruitore di entrare non già in un’esposizione, ma in un mondo, un microcosmo fatto di riferimenti cinematografici, di piccoli passaggi e di grandi portali evocativi, che immettono direttamente nelle mille storie uscite dalla fabbrica dei sogni. Ha una vita propria, questo museo, quella di una pellicola virtuale all’interno della quale camminare, sognare, a volte perdersi: da Cabiria ai western, dalle eleganti danze di Fred Astaire a Guerre Stellari, dal Fantasma dell’Opera a Dracula, dai Gremlins ai dinosauri, passando attraverso le diverse forme dell’arte cinematografica.</div><div class="imTAJustify">Ed è in questo complesso e affascinante percorso che è stata magistralmente inserita la mostra. Non è un caso che si intitoli <i>The World of Tim Burton</i>. Racchiude il suo mondo, in effetti.<i> </i>È suddivisa in nove sezioni tematiche che ospitano i tentacoli della sua innata poliedricità: disegni e pitture, fotografie, filmati, ma anche costumi, pupazzi ed installazioni. Si percorre una lunga strada, seguendo il morbido movimento a spirale della struttura museale, che ricorda il Guggenheim di New York, mentre, ad intervalli regolari, uno dei più famosi ascensori del mondo fende l’aria verso il cielo.</div><div class="imTAJustify">Due grandi schermi, inoltre, proiettano le immagini più iconiche dei suoi film.</div><div class="imTAJustify">Ecco, i suoi film.</div><div class="imTAJustify">Il primo grande successo internazionale arriva con <i>Beetlejuice</i>, una storia di confine tra vita e morte divertente e assolutamente geniale, anche grazie alla straordinaria interpretazione di Michael Keaton. Quindi è la volta di <i>Batman</i>, nel quale sfilano grandi nomi della cinematografia americana: ancora una volta Michael Keaton accanto ad attori del calibro di Jack Nicholson e Jack Palance. Una Gotham City assolutamente oscura, ove prevale la notte dell’anima. Nel 1990 inizia un sodalizio artistico fortissimo con Johnny Depp, attore perfetto per i ruoli burtoniani. Esce <i>Edward Mani di Forbice</i>, con il pregevole ruolo cameo di Vincent Price, il suo amato Vincent Price.</div><div class="imTAJustify">Con <i>Nightmare Before Christmas</i>, del 1993, torna, poi, alla passione per l’animazione in stop motion, che, da quel momento, si alternerà e a volte si fonderà al film tradizionale. <i>Nightmare Before Christmas</i> è un film poetico, che parla di ruoli preordinati e di voglia di fuga da tutto ciò, parla di solitudine, di incomprensione, di anelata scoperta d’altro, proprio come fa l’adorabile ragazza di pezza, che sfugge al suo creatore aguzzino scucendo una parte dei fili che tengono insieme il suo corpo e si addentra, con un braccio solo, nella notte dell’esistenza, quella situata a metà tra l’essere e il voler essere. Il protagonista, Jack Skeletron, lo scheletro re del paese di Halloween, il quale vuole scoprire cosa si prova ad essere Babbo Natale, gode, nella versione italiana, del doppiaggio di un magnifico Renato Zero, capace di interpretare perfettamente il coacervo di sentimenti contrastanti che si agitano nel suo animo.</div><div class="imTAJustify">Da questo momento la strada di Tim Burton arriva al cielo. Non solo riscuote un meritatissimo successo anche di botteghino, ma diventa icona di uno stile cinematografico personalissimo; uno stile che parla un linguaggio poetico e surreale, reso assolutamente sublime anche dalle musiche oniriche di Danny Elfman.</div><div class="imTAJustify">Si susseguono veri e propri capolavori: <i>Batman, il ritorno </i>(1992), <i>Ed Wood</i> (1994), <i>Mars Attacks!</i> (1996), <i>Il Mistero di Sleepy Hollow </i>(1999), <i>Il Pianeta delle Scimmie</i> (2001), <i>Big Fish</i> (2003), <i>La fabbrica di cioccolato</i> (2005), <i>La Sposa Cadavere</i> (2005), <i>Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street</i> (2007), <i>Alice in Wonderland </i>(2010), <i>Dark Shadows</i> (2012)<i>, Frankenweenie</i> (2012), <i>Big Eyes</i> (2014), <i>Miss Peregrine, la casa dei ragazzi speciali</i> (2016) e <i>Dumbo</i> (2019). Tra le serie tv, poi, è davvero particolare <i>Wednesday</i> (2022), una rivisitazione in chiave burtoniana della <i>Famiglia Addams</i>.</div><div class="imTAJustify">La partecipazione ai film di Tim Burton diventa una sfilata da Oscar. Nelle sue pellicole coabitano più eccellenze, un po’ come accadeva con i film di Robert Altman. Oltre a Michael Keaton e Johnny Depp, a Jack Nicholson, Jack Palance e Vincent Price, figurano nomi del calibro di Danny DeVito, Michelle Pfeiffer, Christopher Walken, Martin Landau, Bill Murray, Winona Ryder, Glenn Close, Annette Benning, Christopher Lee, Tim Roth, Helena Bonham Carter, Charlton Heston, Albert Finney, Jessica Lange, Steve Buscemi, Alan Rickman, Anne Hathaway, Samuel L. Jackson, Colin Farrell, e molti altri.</div><div class="imTAJustify">Le creazioni si moltiplicano: quelle di Burton, dall’idea alla regia, ma anche quelle attoriali. Il risultato è inevitabilmente un’opera d’arte. E mai fine a se stessa. C’è sempre la narrazione di qualcosa che va al di là della storia.</div><div class="imTAJustify">Quello di Tim Burton è un mondo in cui i protagonisti ragionano a testa in giù, guardando le piccole cose che normalmente sono accanto ai loro piedi e di cui non avrebbero potuto accorgersi altrimenti, e guardando al cielo da una prospettiva diversa. Luoghi dove regna la morte si fondono con i luoghi della spensieratezza e della gioia. A volte nella trasformazione tra vita e morte si cela una macabra comicità. In una sua poesia,<i> La bambina Spazzatura</i>, il finale congiunge l’essere e il non essere, la malinconia esistenziale e la libertà di essere altro.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Lo spazzino l’amava tanto:</i></div><div class="imTAJustify"><i>fu un amore di schianto:</i></div><div class="imTAJustify">Io ti sposo e tu mi aiuti<i></i></div><div class="imTAJustify"><i>le disse. Ma fu tardi:</i></div><div class="imTAJustify"><i>lei s’era già lanciata</i></div><div class="imTAJustify"><i>in un tritarifiuti»</i></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Eroi e antieroi convivono in un universo interiore nel quale non ci sono solo buoni o cattivi, né solo belli o brutti. Non c’è spazio per la kalokagathia, dove bello è necessariamente anche buono. I suoi, a volte, sono “mostri” malinconici e dolcissimi, traumatizzati e mai piegati al trauma. Personaggi che, come nel molto felliniano <i>Big Fish</i>, prendono le strade meno lucenti, meno ordinate, ma che percorrono vie interiori di crescita e di arricchimento. Non è un caso che molti di loro siano affiancati da un cagnolino, ricordo imperituro dell’amico a quattro zampe che Tim ebbe da piccolo. I cani sono sempre anime comunicative. In <i>Frankenweenie</i>, poi, il cane viene addirittura riportato in vita, ma il suo aspetto, fuori dai canoni della “normalità”, suscita indignazione in tanta “brava gente” che lo insegue per ucciderlo di nuovo, proprio come, prima di lui, il buon Edward mani di forbice.<i> </i></div><div class="imTAJustify">La vocazione di Burton è creare normalità alternative, tutte valide. Non c’è un anticonformismo fine a se stesso, come quello che piace al pensiero unico contemporaneo, ma un anticonformismo che implica scelte autonome, capacità critica, esistenze fuori dal comune, dotate di una ragguardevole complessità psicologica. Assistiamo spesso all’antropomorfizzazione degli animali, o meglio all’animale che esce dall’ombra dell’uomo, l’animale interiore; assistiamo all’avvicendarsi del doppio nei modi più fantasiosi. Pensiamo al sindaco del paese di Halloween, il quale ha una faccia felice e una terrorizzata che si alternano a seconda delle situazioni, come se la vita fosse tutta lì.</div><div class="imTAJustify">In ogni figura uscita dalla fantasia di Burton ci sono più anime e più condizioni.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Sì, aveva ai piedi</i></div><div class="imTAJustify"><i>dieci dita dieci.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Sì, aveva alle mani</i></div><div class="imTAJustify"><i>dieci dita dieci,</i></div><div class="imTAJustify"><i>ci sentiva e ci vedeva,</i></div><div class="imTAJustify"><i>in bagno ci poteva andare,</i></div><div class="imTAJustify"><i>ma bastava tutto questo</i></div><div class="imTAJustify"><i>per essere normale?»</i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify">scrive Burton in una sua poesia dedicata al <i>Bambino-Ostrica</i>, concepito a Capri durante una cena a base di mitili.</div><div class="imTAJustify">La diversità, in Tim Burton, è un dono sempre, è originalità, è essenza da comprendere. La sua è una lotta costante contro il distacco, l’emarginazione. Sulle spalle dei suoi personaggi pesa il fardello di ciò che sono agli occhi degli altri, la loro fragilità, la loro umanità, perché anche nel suo mondo di pupazzi l’umanità trionfa. E qui si forma la linea di demarcazione tra i sentimenti dell’eroe e quelli dell’antieroe, la contraddittorietà che regge la storia. Da un lato il peso si fa quasi leggero alla luce dell’empatia. Gli eroi reietti di Burton comprendono chi non li comprende e cercano sempre di fare la cosa giusta, a volte chiudendo nel silenzio l’urlo interiore. Gli antieroi, invece, si ribellano, rovesciando le norme sociali, generando caos, comportandosi da dissidenti. Ne <i>La Sposa Cadavere</i>, ad esempio, l’eroe Victor, nonostante l’assenza di volontà, cerca di agire secondo giustizia, anche a costo della propria infelicità, mentre l’antieroe Emily si muove nell’ambiguità e nell’egotismo più sfrenato. </div><div class="imTAJustify">Ebbene, visitare la mostra <i>The World of Tim Burton</i> presso il Museo del Cinema di Torino significa camminare in questo variegato universo di figure e di storie, accanto ai bozzetti originali, alle sue foto scattate negli anni Novanta con la Polaroid 20x24, alle figure in polistirolo verniciato e fibra di vetro e acciaio. Si cammina nei film, si ricordano le storie, si amano i personaggi, si esce assolutamente ebbri di fantasia e di bellezza. È una mostra che vale la pena di visitare. L’unico consiglio è di prenotare tramite internet, cosa non ben pubblicizzata, benché ormai, purtroppo, in re ipsa. Nell’era post-covid, infatti, andare al museo è un po’ come sposarsi: bisogna fare le pubblicazioni. È finito il tempo in cui si girava per la città, si passava davanti ad un museo e si decideva lì per lì di entrare. No. Bisogna prenotare. Si può entrare anche senza prenotazione, intendiamoci, ma si rischia di restare in fila per ore a guardare coloro che hanno prenotato passare sistematicamente avanti, sotto lo sguardo compiaciuto degli addetti allo “smistamento anime”, neanche fossimo alle porte del Paradiso; il loro sorriso nel controllare le prenotazioni sembra dire: <i>«Voi sì che siete meritevoli: avete l’I-Phone, avete l’App. Loro, invece …!»</i>. E non è bello, soprattutto se piove.</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[in Quarta Parete Roma, 14 febbraio 2024]</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 14 Feb 2024 19:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Festival dei Freaks]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000011E"><div>Non ho visto Sanremo. Delle canzoni in gara so solo quello che entra a forza nelle mie orecchie se accendo la radio, ma riesco ad arginare il tutto abbassando il volume. Non me ne piace nessuna. Forse perché sono antica; forse perché i miei ascolti vanno da Togliani, Rabagliati e il Trio Lescano, che sentivo insieme a mio nonno, ai cantanti che appartengono alla mia infanzia e alla mia adolescenza, ossia Battisti, Mina, Pink Floyd, Jethro Tull, Emerson, Lake &amp; Palmer …</div><div>Le immagini, però, non riesco a fermarle più di tanto. Invadono sistematicamente il web. Inutile dire che neanche quelle mi piacciono. Sono poco edificanti, non tanto per chi guarda, ma per chi ne è protagonista. In buona sostanza, molti degli artisti che si sono avvicendati sul palco di Sanremo mi fanno tanta pena.</div><div>Novalis disse che diventare un essere umano è un'arte. Partirei da lì.</div> &nbsp;<div> </div><div class="imTACenter">L’arte racchiusa nell’essere e non nell’apparire.</div><div class="imTACenter"><br></div><div> </div><div>Nascere significa entrare nell’esistenza, iniziare ad essere. La vita dell’artista di Novalis consiste nel crescere senza abbandonare questo semplice assioma. Purtroppo sembra un assioma volatile, ultimamente. Si dissolve facilmente nell’aria e l’essere diventa apparire, ossia voler essere altro da ciò che si è, indossando una maschera. La cosa non sarebbe sbagliata se l’essere diverso da ciò che si è avesse comunque a che fare con la propria natura. L’impressione che si ricava dalle maschere volgari che hanno sfilato a Sanremo, però, è tutt’altra. È stato il trionfo di un apparire fine a se stesso, o, meglio, di un apparire che copre la mancanza dell’essere.</div><div><br></div><div> </div><div class="imTACenter">«Da solo, per la mia sola arte, non sarei in grado di generare interesse, dunque mi maschero, scandalizzo e faccio parlare di me»</div><div class="imTACenter"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div><br></div><div>Le maschere sono l’espressione prima del condizionamento sociale; raccontano un ruolo da interpretare, un ruolo scritto da altri, voluto da altri, imposto da altri. La maschera, dunque, rappresenta non l’essere e nemmeno il voler essere, ma la finzione dell’essere in base a dettami esterni, a volte ripetuti in lunghi discorsi infarciti di banalità politicamente corrette. Già, Sanremo è diventato anche questo ultimamente: un palco dal quale artisti di varia forgia fanno discorsetti “moralizzanti”, che, a volte, celano abiure. In questo caso pare tendano a vestirsi più sobriamente: del resto devono chiamare attenzione sulle parole. Le parole sono la loro maschera.</div><div>L’odore di decadenza satura l’aria. E la maschera diventa marionetta. L’autenticità viene meno, il nucleo vitale, quello che gli psicologi chiamano “centro”, si sposta, e la marionetta non riesce più a fare un passo senza i fili che la muovono. Resta ingabbiata nell’esteriorità, che si tratti di abiti o di chiacchiere.</div><div>A pensarci bene, la marionetta è il perfetto inserto nel castone di un’era di robotica estrema, quella dell’anima di plastica e dell’intelligenza artificiale guidata dai magnati dell’industria cibernetica; l’era delle spinte verso la spersonalizzazione, nella quale si sente sempre più facilmente dire di</div><div> </div> &nbsp;<div class="imTACenter">“essere” una donna che si percepisce uomo, il quale, a sua volta, vorrebbe essere cane, un cane che, però, vive da gatto all’interno di una famiglia queer dove l'uomo si percepisce rigorosamente donna, una donna che anela alla mascolinità, mentre i figli sono neutri.</div><div class="imTACenter"><br></div><div> </div><div>Ecco cosa emerge dalle immagini sanremesi: un calderone di maschere che con l’arte non hanno niente a che fare; un calderone di personaggi insicuri, a volte inetti, sicuramente incapaci di “essere” se non attraverso i canoni che altri hanno stabilito per loro. Così passiamo da una Bertè che mostra le gambe, sperando inutilmente di assomigliare a Tina Turner, a personaggi che troverebbero posto d’onore in un crudissimo cult-movie di qualche anno fa, “Freaks”.</div><div>E, vi prego, non paragonate le pagliacciate contemporanee agli abiti di Paolo Poli o di Renato Zero, perché dimostrereste di non capire niente. Quelle non erano maschere, ma espressioni: mai volgari, mai sciatti, hanno raccontato qualcosa e lo hanno fatto con il proprio cervello, la propria arte, il proprio stile.</div><div>Quanto alla gonna da uomo, nulla da ridire. Anche sir Sean Connery, a volte, indossava il kilt. Con ben altro risultato, però. Capisco che la bellezza o c’è o non c’è, ma la classe, quella si può apprendere ed è una lezione saltata da tutti, a Sanremo.</div> &nbsp;<div> </div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata – S.I.A.E. - 12.02.2024]</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 12 Feb 2024 11:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Paolo Di Nella. Uccidere un fascista non è reato]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Almanacco"><![CDATA[Almanacco]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000011D"><div><i>“Paolo vive”</i> si legge su un muro.</div><div>Paolo Di Nella è un ragazzo di destra nato nel 1963, e cresce in un periodo in cui fare politica è pericoloso, anche se, negli anni Ottanta, la stagione delle lotte e della violenza sta volgendo lentamente al termine.</div><div>Eppure ...</div><div>È il 2 febbraio 1983. Siamo nel quartiere Trieste. Paolo sta affiggendo manifesti per un’iniziativa assolutamente pacifica: l’acquisizione di Villa Chigi e la sua trasformazione in centro socio-culturale. Vuole restituirla al popolo, a tutti, alla gente di quartiere.</div><div>Viale Libia.</div><div>Scende dall’auto per andare ad attaccare due manifesti su un tabellone. La sua amica Daniela Bertani lo attende in macchina.</div><div>Gli si avvicinano in due, arrivano alle sue spalle. Appartengono alla fazione politica opposta. Uno dei due sferra il colpo: con una spranga di ferro lo colpisce sulla tempia. Scappano. A Paolo si piegano le ginocchia. Viene soccorso dalla sua amica; insieme si fermano ad una fontanella per sciacquare il sangue. Non vuole che i genitori si accorgano dell’accaduto. Tutti sentono ancora addosso il peso degli anni passati, in cui la vita familiare si svolgeva in perenne bilico tra sollievo e disperazione; in cui si attendeva il ritorno dei figli a casa con il fiato sospeso.</div><div>Poche ore dopo, però, si sente male. Viene portato al Policlinico Umberto I, dove entra in coma profondo. Muore il 9 febbraio senza aver mai ripreso conoscenza. Muore per aver affisso alcuni manifesti in cui si proponeva una raccolta firme per trasformare una villa romana in un centro socio-culturale. Muore per la sua voglia di fare qualcosa, di cambiare la società, di promuovere la cultura. Muore a vent’anni per mano di due assassini spietati e senza onore, che hanno aggredito un ragazzo indifeso e sono scappati.</div><div>La morte di Paolo colpì non solo la parte politica di appartenenza. L’assassinio brutale e codardo fu riconosciuto da tutti. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini si recò in ospedale in forma privata. Enrico Berlinguer scrisse ai familiari: «La morte del vostro giovanissimo Paolo, vittima di un'aggressione disumana, che ha scosso e sdegnato ogni coscienza civile, suscita anche il commosso compianto dei comunisti. Vi preghiamo di accogliere le nostre condoglianze e la nostra solidarietà».</div><div>I suoi assassini non sono mai stati condannati, però. Daniela Bertani ne riconobbe uno solo. I magistrati dissero che, non essendo sicura sul secondo, avrebbe potuto essersi sbagliata anche sul primo. (Il)logica infernale, di quelle che uccidono la fiducia nella Magistratura e nella Giustizia.</div><div><i>«Uccidere un fascista non è reato»</i> era lo slogan che aveva riempito le piazze negli anni di piombo. L'eco, a volte, è dura a morire.</div><div>Questa è la storia di Paolo, un ragazzo di destra in un mondo fatto di due colori, in un mondo di spregevole violenza.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div><b>[Tutela certificata S.I.A.E. - 09.02.2024]</b></div><div><b> </b></div> &nbsp;<div><b>Foto di Pubblico Dominio</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 09 Feb 2024 08:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La Battaglia del Grano]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000011C"><div class="imTAJustify">Nella seconda metà dell’Ottocento, come evidenziato nel 1881 da Stefano Jacini, presidente della Giunta per l’Inchiesta Agraria, un quinto delle terre italiane coltivabili erano in stato di abbandono. Inoltre, incauti disboscamenti e campi incolti avevano favorito lo sviluppo di zone paludose portatrici di malaria. L’avvicendarsi al governo di Depretis, Cairoli, Crispi, fino a Giolitti e oltre aveva prodotto un totale decadimento delle coltivazioni. Le terre, per tornare a produrre, avrebbero dovuto ricevere finanziamenti pubblici, ma quei governi non avevano alcun interesse a farlo. Alcuni privati tentarono di finanziare lo sviluppo agricolo, anche perché i prodotti agrari italiani erano molto richiesti all’estero, ma la quantità di denaro necessaria per rimettere in moto la macchina agricola, dato il protrarsi dell’incuria statale, era enorme e il privato, alla fine, era costretto a cedere. Anche l’enorme flusso migratorio verso gli Stati Uniti non fu di aiuto, poiché molti dei migranti appartenevano al ceto contadino. Si assistette, così, ad un’inversione di marcia: non solo l’Italia non esportava più, ma si trovava a dover importare. La sinistra storica con il suo “liberismo” preferiva dare ingresso a mercanzie straniere, sulle quali era possibile stringere accordi vantaggiosi a livello personale, piuttosto che promuovere l’agricoltura italiana, sfamando i molti contadini soffocati da costi di produzione elevati ed elevata tassazione. Nel frattempo, infatti, gli Stati Uniti, anche grazie alla manodopera italiana, avevano favorito la produzione agricola, sicché con i nuovi battelli a vapore transoceanici era diventato più “conveniente” importare grano americano, che far produrre la nostra terra. Le conseguenze furono disastrose, soprattutto avuto riguardo al potere economico, servito agli Stati Uniti su un piatto d’argento ai danni dell’Italia, e al crollo commerciale degli altri prodotti cerealicoli italiani determinato proprio dal ribasso americano dei prezzi.</div><div class="imTAJustify">Il sopraggiungere della Grande Guerra non migliorò le cose, ma la vittoria instillò negli italiani un ottimismo che rappresentava la prima risorsa da sfruttare per recuperare la situazione agricola e, dunque, la politica economica, puntando al benessere italiano prima di quello di altri Paesi.</div><div class="imTAJustify">Nel 1921, su Il Popolo d’Italia, Mussolini delineò un quadro molto lucido volto alla modernizzazione e alla ricchezza del Paese:</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Se verso il 1950 avremo ancora bisogno di importare dall’estero trenta milioni di quintali di grano e non avremo </i>“redenti”<i> nemmeno gli ottocentomila ettari di terreno paludoso, noi saremo costretti a fare la politica che piacerà allo Stato nostro fornitore di grano: Russia o America che sia. Bisogna ridurre al massimo il nostro vassallaggio economico per avere il massimo di libertà e autonomia in materia di politica estera»</i></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Con regio decreto del 30 dicembre 1923, sotto il vigile occhio di </span>Arrigo Serpieri, grande stratega della politica rurale, veniva, dunque, avviata la stagione delle bonifiche; bonifiche che risanarono quegli ottocentomila ettari del Nord, del Centro, del Sud e delle Isole, dopo la realizzazione delle opere pubbliche destinate ad implementare la produzione agricola. Un’opera davvero unica, che non fu acclamata solo in Italia, ma anche all’estero. Stati Uniti, Francia, Inghilterra ... Il National Geographical Magazine la definì <i>«l’impresa più grandiosa dell’epoca»</i>.</div><div class="imTAJustify">Poco meno di due anni più tardi, prendeva il via la cosiddetta “Battaglia del Grano”.</div><div class="imTAJustify">Era il 14 giugno 1925 e la settimana seguente, in una seduta alla Camera, veniva annunciato che il governo avrebbe lavorato a questo progetto anche durante l’estate: i contadini dovevano essere messi il prima possibile in grado di lavorare per un’Italia da strappare al giogo straniero. Il 4 luglio, quindi, con regio decreto n. 1181, veniva istituito il Comitato Permanente del Grano, presieduto da Mussolini in qualità di Presidente del Consiglio, ma composto da esperti del settore; Comitato poi cambiato nel 1927 per il biennio fino al 1929.</div><div class="imTAJustify">Una delle prerogative del governo Mussolini fu proprio quella di avvalersi spesso di esperti nei singoli settori di competenza, cosa che, unita ad uno stretto controllo sull’onestà politica, talché non esistevano ingenti “dispersioni” di denaro pubblico in tasche politiche, consentì di lavorare bene e in tempi ristretti, a differenza della politica postfascista, formata da sempre più burocrati, a volte disonesti e assolutamente inetti ad occuparsi di problemi che non fossero quelli relativi alla conservazione di potere e privilegi personali.</div><div class="imTAJustify">Tra i membri del Comitato Permanente del Grano figurava anche l’agronomo Mario Ferraguti, già da anni convinto assertore di un doveroso rilancio dell’agricoltura italiana.</div><div class="imTAJustify">Il problema agrario fu messo in primo piano, dunque. E non solo a parole. Raffaele Festa Campanile osservò come mai nella storia tanta importanza fosse stata riservata agli agricoltori.</div><div class="imTAJustify">In effetti si lavorò alacremente sin dall’inizio. A tutela del reddito degli agricoltori il regio decreto n. 1229 del 24 luglio 1925 ripristinò il dazio sull’importazione del grano, della farina di frumento e della pasta; quindi, con un altro decreto, il n. 1314 del 29 luglio, si predisponevano gli strumenti per incentivare e migliorare le colture con contributi statali per sementi selezionate fino a duemila quintali annui, nonché per fabbricati e macchinari.</div><div class="imTAJustify">Il giorno seguente, a palazzo Chigi, confermando personalmente quanto contenuto nelle norme appena promulgate, Mussolini affermò:</div><div class="imTAJustify"><br></div><i class="imTAJustify fs12lh1-5">«L’agricoltura italiana ha forse bisogno di un ministro. Quel ministro sono io. Ha bisogno di mezzi: li avrà»</i><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">Inizialmente si tentò di aumentare la produzione di grano anche a discapito di altre colture e famosi restarono i tumulti contadini della piana di Castelluccio di Norcia. Ben presto, però, ci si rese conto che l’aumento della produzione agricola non poteva essere realizzato se non attraverso il rispetto di ciò che le diverse terre italiane potevano offrire. Peraltro, le consegne del Duce nel discorso di insediamento del Comitato erano chiare sin dal primo punto programmatico: non si sarebbe dovuta aumentare la superficie coltivata a grano, poiché era fondamentale conservare la varietà di tutte le colture, in certi casi ben più redditizie; si sarebbe dovuto aumentare il rendimento medio di grano per ettaro. La Battaglia del Grano non riguardava solo il grano. Un comitato di tecnici, infatti, stava lavorando affinché si potesse concretizzare un incremento di tutta la produzione agricola italiana attraverso la migliore selezione delle sementi e attraverso la modernizzazione dei macchinari e delle strutture. Tutto ciò avrebbe dato risultati ottimali, però, solo se i contadini fossero stati messi nelle condizioni di lavorare con la massima consapevolezza. A tal proposito vennero istituite le Cattedre Ambulanti di Agricoltura: professori di agraria che si recavano nelle diverse zone da sviluppare, istruendo i contadini su cosa fare e come farlo al meglio.</div><div class="imTAJustify">Subito dopo l’estate, durante una cerimonia al teatro Costanzi di Roma, Mussolini, parlando di quello che era stato il motore della Battaglia del Grano, affermò di aver posto ai direttori delle Cattedre Ambulanti di Agricoltura una semplice domanda cui conseguì altrettanto semplice risposta, una risposta che esprimeva in estrema sintesi l’intero progetto:</div><div class="imTAJustify"><br></div><i class="imTAJustify fs12lh1-5">«È possibile nella vostra giurisdizione aumentare il rendimento agricolo? La risposta è stata unanime: dal monte al piano, dalle regioni impervie alle zone fertili, dovunque è possibile aumentare il rendimento medio per ettaro del grano. Allora, se questo è possibile, questo deve essere fatto!»</i><br><div class="imTAJustify">[Discorso al Teatro Costanzi, in Mussolini, <i>Opera Omnia</i>] </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il disegno, quindi, fu quello di aumentare proporzionalmente anche le altre colture in modo da serbare la varietà agricola. Questo implicava l’aumento dei costi relativi alla produzione, dalla manodopera ai concimi, fino ai diversi macchinari. La convenienza si sarebbe avuta solo nel momento in cui i ricavi avrebbero superato i costi e, perché ciò accadesse, era necessario un investimento iniziale che Mussolini non lesinò, non solo con norme come il regio decreto n. 1314, ma affiancandovi soluzioni alternative, come donare appezzamenti di terra a coloro che avevano contribuito alla bonifica unitamente ad una corretta istruzione agraria ad opera delle Cattedre Ambulanti di Agricoltura, in tal modo offrendo a intere famiglie una proprietà agraria da far fruttare al meglio.</span><br></div><div class="imTAJustify">Era l’inizio di un progetto di più vasta portata che vedeva l’Italia raggiungere, nell’arco di un quinquennio, una perfetta autonomia, ossia una parità tra produzione e fabbisogno, ottenuta anche attraverso un incremento del settore zootecnico. Fu eliminato il deficit di 5 miliardi di lire e si arrivò a produrre 81 milioni di quintali di frumento. Nel progressivo benessere aumentò la popolazione, in parte per un incremento delle nascite, in parte per un non più necessario esodo verso gli Stati Uniti. Anche il fabbisogno di prodotti agricoli, dunque, aumentò, ma l’importazione, comunque, diminuì di un milione di tonnellate rispetto al passato, cioè rispetto a quando la popolazione era inferiore. Nonostante alcuni periodi di flessione, il risultato della Battaglia del Grano fu complessivamente molto positivo: la produzione media annua andò da 55 milioni di quintali dell’anno ’22-’23, ai 75 milioni di quintali nel triennio 1936-39.</div><div class="imTAJustify">Un miracolo di buon governo. E questa non è apologia ma storia. Certi miracoli, però, si compiono anche e soprattutto attraverso il popolo. Mussolini, di cui oggi si deride l’oratoria enfatica, fu un comunicatore eccezionale; anticipò l’era della televisione, di internet, dei social; si rivolse direttamente al popolo, lo chiamò al suo fianco; in un’epoca dove ancora forte era la componente di analfabetismo, egli parlò a tutti di storia romana, spiegò cosa si sarebbe fatto e perché, arringò con piglio napoleonico, come giustamente osservato da Leo Longanesi. E questo generò affezione e impegno:</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«La piazza sostituirà il parlamento, Mussolini tratterà direttamente col Paese grazie ad altoparlanti.</i></div><div class="imTAJustify"><i>[…] Con costante assiduità, egli tiene il popolo al corrente delle grandi vicende politiche usando un’oratoria insuperabile. Il suo linguaggio piano, a volte volgare, fatto di luoghi comuni e di invocazioni retoriche, desterà entusiasmo per vent’anni».</i></div><div class="imTAJustify">[L. Longanesi]</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify">La comunicazione mussoliniana contribuì in modo essenziale alla realizzazione dei suoi progetti di politica agraria, al miglioramento delle condizioni economiche degli italiani, all’impegno nel ripopolamento delle campagne, nella costruzione di strade, strutture ed intere città. Un coinvolgimento diretto del popolo a questo livello non c’era mai stato. Sin dai governi della sinistra storica di fine Ottocento, il popolo non era composto di persone, ma era un gruppo indistinto e insignificante. Le persone con cui comunicare erano parte di un’oligarchia di benestanti, i signorotti giolittiani. Mussolini, invece, ottenne una partecipazione collettiva, diretta e accorata, che fu difficile da smantellare persino a guerra iniziata &nbsp;&nbsp;- pensiamo alle spose in fila a donare la fede per dare oro alla Patria -, &nbsp;&nbsp;persino a fascismo caduto, o ad armistizio firmato. Molte, infatti, furono le azioni degli alleati e dei loro alleati contro i cittadini proprio per farli sentire capri espiatori del fascismo, nella speranza di convincerli a staccarsi da esso.</div><div class="imTAJustify">Osserva Gian Paolo Cesarani, giornalista ed esperto di comunicazione:</div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><i>«Perché, nei tempi passati, la gran parte della popolazione era inoperante come polo di comunicazione? Non dobbiamo andare lontano per cercare la risposta: perché non serviva. Il cittadino comune non era oggetto di comunicazione perché non si aveva nulla da comunicargli. Il corpus legale e burocratico non aveva bisogno della sua partecipazione attiva; e la società del benessere era tanto lontana che la figura del cittadino-consumatore non era neppure spuntata all’orizzonte».</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fondandosi anche sulla filosofia di Gentile, il fascismo puntò alla </span><i class="fs12lh1-5">nazionalizzazione delle masse</i><span class="fs12lh1-5">: da un lato aveva tolto il voto e, quindi, il sistema rappresentativo, dall’altro aveva coinvolto direttamente il popolo lavorando per esso e con esso, assicurandogli concretamente i frutti del proprio lavoro, cosa estranea ai governi precedenti. L’attività di governo non era più focalizzata a dare stabilità e continuità al sistema politico, ma alla Nazione propriamente intesa, ossia al Popolo.</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><i class="imTAJustify fs12lh1-5">«Le bonifiche e la costruzione delle nuove città acquistano un valore simbolico particolare perché mostrano con plastica evidenza come anche i braccianti possano uscire dall’anonimato se inseriti nell’epos della Nazione, unificata non solo nei confini e nell’amministrazione ma anche nelle speranze, nelle emozioni e nella solidarietà»</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">.</span><br><div class="imTAJustify">[G. Parlato]</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ebbene, mai come oggi la Battaglia del Grano dovrebbe tornare a far parlare di sé.</span><br></div><div class="imTAJustify">Siamo nel 2024 e le nostre strade sono bloccate dai trattori, gli agricoltori manifestano contro le inique normative europee che comprimono il loro lavoro, impongono di mettere a riposo terre che non ne hanno bisogno &nbsp;&nbsp;- quali grandi esperti e luminari di agraria hanno potuto mettere sullo stesso piano terre italiane, tedesche o olandesi? -; &nbsp;&nbsp;entrano nel merito delle semine e dei raccolti, favoriscono polvere di insetti al posto delle farine parlando di “Green Deal” e di una “neutralità climatica” che suona solo per quello che è, ossia il nulla cosmico; dapprima impongono costosissimi adeguamenti di macchinari e strutture, per realizzare i quali gli agricoltori si indebitano, e poi, comunque, impongono un abbattimento del loro lavoro; uccidono la produzione nazionale a favore di importazioni da Paesi dove esiste uno sfruttamento della manodopera quasi schiavistico. Cosa viene nelle tasche di chi prende certe decisioni devastanti è domanda che non troverà mai risposta. L’unica certezza è che uccidendo la produzione nazionale, uccidono la varietà dei cibi, dei sapori, dei valori nutritivi, della tradizione alimentare, e uccidono i lavoratori onesti e le loro famiglie e le famiglie dei consumatori, e l’Italia stessa.</div><div class="imTAJustify">Sì, mai come oggi la Battaglia del Grano dovrebbe tornare a far parlare di sé, insegnandoci ad affrancarci dai burocrati ottusi di cui l’Unione Europea abbonda.</div><div class="imTAJustify"><i>Mangiamo italiano!</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">[Tutela certificata 02.02.2024 - S.I.A.E.]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>Foto di Pubblico Dominio</b></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div> </div><div class="imTAJustify"><b>Per saperne di più sulla Battaglia del Grano del 1925:</b></div> &nbsp;<div><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b>Giacomo Acerbo</b>, <i>L'agricoltura italiana dal 1861 a oggi</i>, Giuffrè, Milano, 1961</div><div class="imTAJustify"><b>Francesco Angelini</b>, <i>L'evoluzione della meccanica agraria in Italia dopo l'avvento del Governo Nazionale Fascista</i>, C.N.S.F.P.A., Roma, 1930</div><div class="imTAJustify"><b>Gian Paolo Cesarani</b>, <i>Vetrina del Ventennio</i>, Laterza, Roma-Bari, 1981</div><div class="imTAJustify"><b>Renzo De Felice</b>, <i>L’organizzazione dello stato fascista (1925-1929)</i>, in Mussolini e il fascismo, vol. 3°, Einaudi, Torino, 1995</div><div class="imTAJustify"><b>Giulio Esmenard</b>, <i>La battaglia del grano. Scopi, possibilità, notizie statistiche, note culturali</i>, Soc. Tip. Aretina, Arezzo, 1926</div><div class="imTAJustify"><b>Raffaele Festa Campanile</b>, <i>L'opera del governo nazionale per la battaglia del grano</i>, Tip. Camera dei Deputati, Roma, 1927</div><div class="imTAJustify"><b>Gian Francesco Guerrazzi</b>, <i>La battaglia del grano. Il problema del grano è il problema di tutta l'agricoltura nazionale</i>, casa editrice non indicata, Roma, 1926</div><div class="imTAJustify"><b>Leo Longanesi</b>, <i>In piedi e seduti</i>, Longanesi, Milano, 1980</div><div class="imTAJustify"><b>Roberto Lorenzetti</b>, <i>La scienza del grano. Nazareno Strampelli e la granicoltura italiana dall’età giolittiana al fascismo</i>, Ufficio Centrale per i Bene Archivistici, Roma, 2000 </div><div class="imTAJustify"><b>Claudio Marani</b>, <i>Per la battaglia del grano</i>, Longo e Zoppelli, Treviso, 1925</div><div class="imTAJustify"><b>Benito Mussolini</b>, <i>Opera Omnia</i>, La Fenice, Firenze, 1956</div><div class="imTAJustify"><b>Benito Mussolini</b>, <i>Per essere liberi</i>, ne Il Popolo d’Italia, 8 gennaio 1921</div><div class="imTAJustify"><b>Giuseppe Parlato</b>, <i>L’Italia tra battaglia del grano e bonifica totale</i>, in La Battaglia del Grano. Autarchia, bonifiche, città nuove, Novecento, 2014</div><div class="imTAJustify"><b>Pietro Scandellari</b>, <i>Sulla battaglia del grano</i>, Il Monitore Tecnico, Milano, 1925</div><div class="imTAJustify"><b>Luciano Segre</b>, <i>La battaglia del grano</i>, Clesav, Milano, 1982</div><div class="imTAJustify"><b>Arrigo Serpieri</b>, <i>La bonifica nella storia e nella dottrina</i>, Edizioni Agricole, Bologna, 1947</div><div class="imTAJustify"><b>Arrigo Serpieri</b>, <i>Scritti di economia agraria 1946-1953</i>, Le Monnier, Firenze, 1957</div><div class="imTAJustify"><b>Ilario Zannoni</b>, <i>Come produrre tutto il pane necessario alla nazione</i>, Industria Grafica Ferrari, Alessandria, 1925</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 03 Feb 2024 16:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il pentagono amoroso di Patroni Griffi]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000011B"><div>All’Off Off di via Giulia torna in scena un classico di Giuseppe Patroni Griffi: <i>Metti una sera a cena</i> con Kaspar Capparoni, qui anche regista, Laura Lattuada, Carlo Caprioli, Clara Galante ed Edoardo Purgatori. Le scene sono di Alessandro Chiti, la direzione tecnica e le luci di Umberto Fiore, i costumi di Valter Azzini.</div><div><i>Metti una sera a cena</i> non è un classico perché scritto più di cinquant’anni fa, ma perché è nato tale, sin dal lontano 1967, in cui si affacciò per la prima volta sul palcoscenico dell’Eliseo in una prima che vide il bel mondo del teatro e del cinema riunito in sala ad applaudire una Compagnia di giovani attori, i quali già mostravano la loro eccezionale bravura: Romolo Valli, Rossella Falk, Elsa Albani, Carlo Giuffré e Umberto Orsini.</div><div>Due anni dopo, ancora vive le repliche teatrali, divenne film con altri mostri sacri della recitazione, tra i quali Jean-Louis Trintignant, Florinda Bolkan e Annie Girardot.</div><div>Tracciare un paragone con queste due prime rappresentazioni e con quelle successive è del tutto inutile, ad essere sinceri. L’opera, ovviamente, è quella e se ne ragiona guardando al suo tempo e al suo autore; l’arte recitativa e rappresentativa, invece, sgorgano da fonti immerse in un tempo e in uno spazio ben precisi e di volta in volta diversi.</div><div>La trama è nota. Il triangolo amoroso &nbsp;&nbsp;- lei, lui e l’altro - &nbsp;&nbsp;si estende ad altri due personaggi e si trasforma in un “pentagono”, nel quale, peraltro, un inconfessato amore omosessuale viene vissuto per il tramite di una donna. Un meccanismo psicologico non infrequente.</div><div>Novità assoluta del testo? No. Tra la fine degli anni Sessanta e il decennio successivo, la coppia scoppia. È noto a tutti. Si inizia a parlare insistentemente di legge sul divorzio e l’arte affronta a suo modo il vento del cambiamento, sdoganando situazioni allora considerate scabrose, amori allora considerati proibiti; parlando della famiglia in disfacimento.</div><div>Il 1967 è l’anno in cui Charles Aznavour canta: <i>«Lui di nascosto osserva te, tu sei nervosa vicino a me … ed io, tra di voi, se non parlo mai, ho visto già tutto quanto»</i>. Tre anni dopo Battisti scrive <i>E penso a te</i>: <i>«Io lavoro e penso a te, torno a casa e penso a te, le telefono e intanto penso a te …»</i>.</div><div>Anche in teatro la crisi della coppia s’impone, quindi, portando una ventata di trasgressione. Albee nel 1962 inventa un drammatico gioco di ruoli con <i>Chi ha paura di Virginia Woolf?</i> e, nel 1967, affronta la “gabbia familiare” con <i>Un equilibrio delicato</i>, sebbene giunga a conclusioni diverse da quelle di Patroni Griffi, il quale, nello stesso anno, scrive, per l’appunto, il suo <i>Metti una sera a cena</i>.</div><div>L’innovazione del testo, pertanto, non è nella trama, che tocca, come abbiamo visto, un argomento allora di moda, sebbene qui vi si aggiunga, sulle istanze di libertà sessuale che sfoceranno nella rivoluzione sessantottina, la componente omosessuale, fino ad allora presente, ma non in questi termini, solo in alcune opere, tra cui &nbsp;&nbsp;- meravigliose - &nbsp;&nbsp;quelle di Tennessee Williams. L’innovazione risiede nella rappresentazione.</div><div>Innanzi tutto, protagonista è un gruppo di persone, tutte incatenate le une alle altre in una sorta di tribalità esistenziale, sicché l’uscita dal gruppo determina un depauperamento emotivo sia individuale, sia collettivo; e, dal momento che è il gruppo a dover sopravvivere e non l’individuo, qualunque presenza esterna, transfuga involontaria di una società che pretende la sopravvivenza di un individualismo ormai demodé, di un amore di coppia, persino della gelosia, deve essere inglobata. La logica della setta, del pensiero collettivo, dell’unicità sociale manovrata da altri. C’è un sottofondo politico molto forte ed inquietante, se leggiamo con attenzione il testo oltre la storia che narra.</div><div>Inoltre, si assiste ad una costante osmosi narrativa tra la storia dei protagonisti e la storia scritta da uno di essi. <i>«Tutto ciò che accade, lo scrivo; tutto ciò che io scrivo accade»</i> si legge in un bel romanzo fantasy degli anni Ottanta, <i>La storia infinita</i>. Una frase che ben descrive la pièce in scena oggi all’Off Off: il ticchettio della macchina da scrivere segna la nascita di un’invenzione letteraria, che, tuttavia, trova riscontro nella verità del gruppo.</div><div>Infine, viene scardinata l’unità di tempo e di luogo: il prima e il dopo sono spazi psicologici che si alternano senza soluzione di continuità e che richiedono tutti i protagonisti sul palcoscenico anche quando sono fuori azione. Improvvisamente immobili, in una penombra che denota la loro finta uscita di scena, i personaggi assomigliano a pedine, capaci di muoversi solo secondo le regole di un gioco, quello delle dinamiche disfunzionali di coppia. Sotto questo profilo, molto indovinata era l’originaria scenografia di Pizzi, quella del 1967, che vedeva il palcoscenico trasformato in una scacchiera, così come altrettanto indovinata è quella odierna di Capparoni, storico collaboratore di Peppino Patroni Griffi e, quindi, ottimo interprete delle sue opere anche sotto il profilo registico, il quale, insieme ad Alessandro Chiti per le scene e ad Umberto Fiore per le luci, ha suddiviso la scena in riquadri, una sorta di scacchiera tridimensionale, al centro della quale, ovviamente, campeggia il tavolo da pranzo, anzi “da cena”.</div><div>La regia è stata felice e intelligente. Giusta nella resa contemporanea della storia.</div><div>Bravi gli attori, senza dubbio.</div><div>Laura Lattuada è sempre una garanzia. Ha un modo garbato di affrontare il palcoscenico e, al contempo, forte, impositivo. Lavora molto bene anche con il linguaggio del corpo, lasciando, ad esempio, che la sua sciarpa di seta reciti accanto a lei. Vi sono casi in cui sottolinea il ruolo di pedina del suo personaggio attraverso la postura: spalle basse, braccia spente lungo il corpo.</div><div>Anche Clara Galante entra benissimo nel personaggio, peraltro con tutte le sue attitudini artistiche, che non sono poche: il suo personaggio possiede la grazia, l’eleganza di movimenti quasi “danzati”, e, al contempo, una presenza incisiva.</div><div>Kaspar Capparoni è “in parte” con una naturalezza che fa quasi invidia: è portatore di una “finzione vera” che piace molto al pubblico.</div><div>Bravissimi anche Carlo Caprioli ed Edoardo Purgatori. Caprioli segue brillantemente, nella sua interpretazione, la mesta crisi esistenziale tipica degli scrittori, i quali, spesso, si trovano a combattere con i fantasmi della fantasia e passano da un angolo di realtà all’altro, aspettandosi di uscire, prima o poi, dalle pagine scritte che hanno incartato la loro anima. Interpreta, infatti, con lucida precisione lo scrittore che crea dal suo silenzio quel gruppo, assegnando ruoli (e posti a tavola). Purgatori, che porta in scena un personaggio giovane, vigoroso, spregiudicato, ma anche più vero degli altri, attraversa efficacemente il bosco delle relazioni e dei sentimenti, si bagna nelle intemperie emotive, a volte, forse, troppo veementemente, ma sempre con grande efficacia.</div><div>Solo tre piccole pecche. La prima risiede nel pathos urlato, che, a volte, scappa di mano a più di un attore, lasciando in disparte l’esternazione del dramma attraverso un lavoro di pause e incisività vocale. La seconda traspare nei momenti di dialogo con il pubblico, che reca sempre un qualcosa di didascalico quando non entra nella storia. La terza riguarda l’uso di alcune parole un po’ troppo esplicite: il tema è trasgressivo, ma non per questo deve essere volgare.</div><div>Di sicuro è una mise-en-scène meritevole di attenzione.</div><div><br></div><div> </div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[in <i>Quarta Parete</i>, 22 gennaio 2024]</div><div><b> </b></div> &nbsp;<div><b>© Foto di Umberto Fiore </b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Jan 2024 09:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Viva, viva la Befana]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000011A"><div><span class="fs12lh1-5">Recita una vecchia filastrocca:</span><br></div><div><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs12lh1-5">«La Befana vien di notte,</i><br></div><div><i>con le scarpe tutte rotte,</i></div><div><i>con le toppe alla sottana.</i></div><div><i>Viva, viva la Befana!…»</i></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Esistono tante versioni di questa poesiola recitata dai bimbi il 6 gennaio, così come esistono tantissime leggende sulla stessa figura della Befana.</span><br></div><div>Una delle più accreditate vuole che il nome origini da una storpiatura popolare di Epifania e che la vecchietta non sia altro che colei che ha suggerito la strada per la sacra stalla ai re Magi, i quali le chiesero se non volesse unirsi a loro. Pentita d’aver rifiutato l’invito, pare sia andata di casa in casa a lasciare doni ai bambini, nella speranza di incontrare Gesù.</div><div>C’è anche chi la vede nascere nell’antica Roma, però, o tra i Celti. Forse ognuno ha le sue befane, anche se oggi suona come un’offesa.</div><div>Di sicuro è una festività cultuale molto sentita. In Italia, infatti, era lei, in origine, a portare i doni e non Babbo Natale.</div><div>Romantico e struggente il suo peregrinare di camino in camino, nonostante il gelo di gennaio, nonostante i suoi abiti malconci.</div><div>Una condizione che ha ispirato grandi poesie.</div><div>Scrive Pascoli:</div><div><br></div><div> </div><div><i>«Viene, viene la Befana,</i></div><div><i>vien dai monti a notte fonda.</i></div><div><i>Come è stanca! La circonda</i></div><div><i>neve, gelo e tramontana»</i></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Di sicuro è una dispensatrice di gioia.</div><div>Gozzano così ne parla:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«La vedono i bimbi</i></div><div><i>come vedono i nimbi</i></div><div><i>degli Angeli festanti,</i></div><div><i>ne’ lor candidi ammanti»</i>.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Fino all’Ottocento si festeggia la cosiddetta <i>Pasqua Befanìa</i>, poiché ogni festa è definita Pasqua, a quei tempi. Ed è una festa attesissima dai bambini. Lo si capisce bene dalle parole del Belli:</div> &nbsp;<div> </div><div><i>«Ber vede è da per tutto sti fonghetti,</i></div><div><i>sti mammocci, sti furbi sciumachelli,</i></div><div><i>fra ‘Da bbattajjeria de ggiucarelli</i></div><div><i>zompettà come spiriti folletti!»</i></div><div><i><br></i></div><div> </div><div>Giggi Zanazzo, poi, ci fa entrare nell’originale sistema compensativo tra Bene e Male: da un lato la calza coi <i>«ggiocarelli … le pastarelle, i fichi secchi …»</i> e dall’altra una piena <i>«de cennere e ccarbone pe’ tutte le vorte che sso’ stati cattivi»</i>.</div><div>La storia, però, ci insegna che, come in ogni festa che implichi doni, non pochi sono stati i volti tristi dei bambini, figli delle famiglie più povere, impossibilitate ad acquistare doni.</div><div>E proprio guardando a questa realtà più cruda, nel 1928, su iniziativa del giornalista e sportivo Augusto Turati, Segretario del PNF, Mussolini istituisce su scala nazionale quello che già da anni avveniva a cura di singole sezioni del PNF in Italia e all'estero, soprattutto in Argentina, ossia una distribuzione, in occasione dell'Epifania e grazie alla generosità di commercianti, industriali ed agricoltori, di doni alle famiglie meno abbienti e alle famiglie dei lavoratori appartenenti ad alcune categorie. Nasce la cosiddetta Befana Fascista, che, in pochi anni, arriva a distribuire, ad ogni occasione, più di un milione di doni, non fermandosi nemmeno nei giorni della guerra.</div> &nbsp;<div><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/Befana-fascista.jpg"  title="" alt="" width="796" height="611" /><br></div> &nbsp;<div>La non facile gestione di questo carosello festoso viene affidata alle organizzazioni femminili e giovanili.</div><div>Lungi dall'essere una mera mossa propagandistica, come si è sempre voluto definire l'iniziativa, la Befana Fascista ebbe il merito, in un clima di gioiosità, di donare sorrisi e senso di festa a molti bambini che, altrimenti, non avrebbero potuto festeggiare.</div><div>La tradizione, nel dopoguerra, fu conservata anche dal MSI, su iniziativa di alcuni esponenti e spesso a loro spese, e dai successivi partiti del centrodestra, ma non ebbe più quella estensione nazionale degli anni Trenta.</div><div>La L. 54/77, poi, soppresse la festività, ripristinata, a grande richiesta, otto anni dopo. Una tradizione difficile da sradicare. Ad Urbania, ad esempio, è ancora oggi una festa molto sentita e per tre giorni le strade e le case si trasformano in luoghi festosi dove regnano befane e calze colorate; </div><div>Oggi, nel consumismo più sfrenato che caratterizza le feste, la Befana, soprattutto nelle grandi città, è solo il simbolo della fine: la fine delle feste, la fine delle vacanze. È andato perso il suo carattere magico-sacrale, ma, soprattutto, è andato perso il senso della generosità e dell’altruismo che ha caratterizzato questo giorno dal 1928 al dopoguerra e che sarebbe bello rispolverare, superando con buon senso e generosità la montagna di rigidi divieti del politicamente corretto: la Befana offende le donne perché è brutta e va bandita, pensare alle famiglie meno abbienti non si può perché è un’idea fascista e va bandita, la Befana è una figura che ha a che fare con la religione cattolica e va bandita …</div><div>Io la festeggerò sempre.</div><div><br></div><div> </div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div><span class="ff1">[Tutela certificata 06.01.2024 - S.I.A.E.]</span></div> &nbsp;<div><b> </b></div><div><b>© Foto di copertina di Elisa Riva da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 06 Jan 2024 13:49:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Omicidio a via Statella]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000119"><div class="imTAJustify">28 dicembre 1977. Ore 8.30 del mattino. Angelo Pistolesi, 31 anni, padre di due bambine, viene freddato a colpi di pistola sotto la sua abitazione romana in via Statella. Era un missino; era dirigente di una sezione del MSI. Colpevole due volte, dunque, almeno secondo la legge dell’epoca, per la quale <i>“Uccidere un fascista non era reato”</i>.</div><div class="imTAJustify">Il suo omicidio, ad oggi ancora impunito, resta una delle tante pagine di violenza politica degli anni Settanta.</div><div class="imTAJustify">Chi era Angelo?</div><div class="imTAJustify">La sorella lo definisce un democratico di destra, dedito alla politica capitolina più come indipendente che come attivista. Lo conferma Miro Renzaglia: <i>«Angelo si avvicinò quasi per caso alla politica. Era amico di Gabriele Pirone, un democristiano che ascoltando un comizio del Msi al Trullo decise di aderire alla fiamma perché convinto dal programma sociale. […] Pirone, che poi fu segretario sezionale, aveva una cerchia di amicizie non politicizzate, tra cui Pistolesi. E devo dire che, nel brevissimo periodo in cui militò nel Msi, si comportò in modo esemplare»</i>.</div><div class="imTAJustify">Ciononostante di gente del MSI Pistolesi ne frequenta parecchia. La falange più “tosta”, quella che non fa marcia indietro di fronte agli attacchi, di fronte al divieto di parlare, al divieto di esistere spesso imposto dalla sinistra. In particolare, Pistolesi è colui che guida l’autovettura di Sandro Saccucci dopo il comizio di Sezze del 28 maggio 1976; un comizio che si rivela tragico, o, forse, tragico è sin dall’inizio, quando nasce l’idea di tenerlo. Sezze, infatti, è allora considerata la “Stalingrado dei Monti Lepini”: una roccaforte del PCI, che lì ha più del 53% dei consensi. Fare un comizio missino in quel luogo è considerata un’aperta provocazione, soprattutto dal momento che, in quegli anni, il sistema della contestazione di sinistra è sempre lo stesso: vietare alla destra di parlare. Un disegno che, in sede di comizi, si realizza attraverso azioni di veemente disturbo con accerchiamenti e minacce, spesso portate avanti anche con l’ausilio di mezzi offensivi. Forse proprio in previsione di simili attacchi alcuni esponenti della destra, quel giorno, portano armi da fuoco.</div><div class="imTAJustify">Un’idea sbagliata. Sempre.</div><div class="imTAJustify">Tra costoro anche colui che si candida e che, dunque, tiene il comizio, ossia Sandro Saccucci. Come da copione, i militanti di destra vengono circondati, disturbati, minacciati, aggrediti. Lo conferma il segretario romano di Lotta Continua, oggi scrittore di successo, ossia Erri De Luca, intervistato sul punto da un giornalista de L’Unione Sarda ed erroneamente citato, nell’articolo, come <i>Luca Erri</i>: <i>«Secondo Erri, trecento attivisti della sinistra extraparlamentare avevano organizzato nella piazza di Sezze una manifestazione contro il comizio di Saccucci»</i>.</div><div class="imTAJustify">Trecento.</div><div class="imTAJustify">La pressione è fortissima. Il comizio viene interrotto. Saccucci capisce che devono allontanarsi di lì ed estrae la pistola, puntandola al cielo. Spera, così facendo, che il cerchio di coloro che stanno impedendogli di parlare si allenti, che si crei anche solo un collo di bottiglia dal quale uscire. Salgono in auto. Sono ancora stretti tra colonne di contestatori. In un fuoco incrociato di sassi, alcuni dei quali sfondano finestrini e parabrezza. Prima di entrare in auto, Pistolesi salva Renzaglia da un sasso, frapponendosi col proprio corpo.</div><div class="imTAJustify">Di armi ce ne sono altre, purtroppo. Da entrambi gli schieramenti. Da una delle auto in fuga vengono esplosi dei colpi a terra che, di rimbalzo colpiscono due manifestanti di sinistra: Antonio Spirito, di ventuno anni, rimane gravemente ferito e riporterà una lesione permanente; Luigi De Rosa, invece, che di anni ne ha appena diciannove, termina lì la sua vita. Un epilogo agghiacciante. Stava per diplomarsi geometra e aiutava il padre nei campi. La violenza politica di quegli anni spesso miete vittime tra persone coinvolte in disegni facinorosi che non hanno ideato, e che, forse, non hanno mai neanche voluto. Molti ragazzi sono meri protagonisti per caso, infervorati da un meccanismo di indottrinamento che li espone in prima linea, come bestie al macello. </div><div class="imTAJustify">Il guanto di paraffina per vedere chi ha sparato viene fatto a tutti, in quel contesto, anche a Pistolesi, il quale risulta assolutamente pulito. È importante sottolinearlo, perché la sinistra, con gran parte della stampa che le farà eco, muoverà un processo alla vittima, dopo la sua uccisione.</div><div class="imTAJustify">Il responsabile dell’omicidio De Rosa, infatti, è Pietro Alletta, che viene processato e condannato. Anche Sandro Saccucci, già inviso per i suoi trascorsi, tra i quali la partecipazione al "golpe Borghese", viene processato come “concorrente morale”, un ruolo che non ha mai avuto, tanto che, nel 1985, verrà definitivamente assolto, sebbene il partito, già pochi giorni dopo la tragedia, prenda da lui netta distanza. Dal suo rifugio in Argentina, però, non tornerà più, neppure da assolto, neppure da libero. Resterà un esule politico, come tutt’oggi si definisce.</div><div class="imTAJustify">La Cassazione interverrà con due sentenze, a dire il vero, una penale e l’altra civile, entrambe utili alla ricostruzione dei fatti. La prima, escludendo il concorso morale di Saccucci, esclude un contesto di violenza premeditata e terroristica, conferendo all’evento delittuoso, anche tenuto conto del clima aggressivo generato dell’opposta fazione, un carattere affatto episodico: <i>«[…] La responsabilità del concorrente, di cui all'art. 116, primo comma cod. pen. non ha natura di responsabilità oggettiva, poiché per potersi verificare è necessaria la sussistenza anche di un rapporto di causalità psichica, il quale esige che il reato diverso commesso dal concorrente, debba poter rappresentarsi alla psiche dell'agente nell'ordinario svolgersi e concatenarsi dei fatti umani, come uno sviluppo logicamente prevedibile di quello concorsualmente voluto, affermandosi in tal modo anche la necessaria presenza di un coefficiente di colpevolezza. Ne consegue che la responsabilità del concorrente resta esclusa solo quando il diverso reato commesso da altro concorrente si presenti come un evento eccezionale e atipico, ossia del tutto imprevedibile perché del tutto estraneo al piano criminoso, in quanto il concorso personale esige sempre un incontro o quanto meno un consapevole allineamento della volontà dei concorrenti rispetto al fine comune perseguito»</i>. [Cass. Sez. 1, Sent. 10371 del 26/06/1985]; la seconda, pertanto, confermando la decisione del Tribunale di Latina, nega i benefici richiesti da Spirito come vittima del terrorismo: <i>«La condotta in questione non è annoverabile tra gli atti di terrorismo contemplati dalla disciplina interna e da quella internazionale. […] Il Tribunale di Latina ha anzi riconosciuto espressamente il carattere episodico della vicenda, escludendo che il gruppo di attivisti di destra avesse in mente un disegno politico volto a seminare il panico tra la popolazione per uno scopo ulteriore e sottinteso, comprensibile agli avversari politici ed alle istituzioni, diverso dalla delittuosa aggressione armata» </i>[Cass. Sez. I, Sent. 15256 del 03/07/2014].</div><div class="imTAJustify">Ma torniamo a quella triste mattina di dicembre del 1977. È passato più di un anno dagli eventi di Sezze e trovare in essi un precedente da far espiare a Pistolesi significa forzare la mano alla connessione causale degli eventi. Pistolesi era presente a Sezze, vero. Ma non ha sparato, non ha ferito nessuno, non ha nemmeno dato uno schiaffo. Un anno e mezzo dopo, però, viene sommariamente giustiziato dalla sinistra armata. Qui, a differenza di quel che accadde a Sezze, l’atto è puramente, perfettamente, atrocemente terroristico. E, come sempre, impunito.</div><div class="imTAJustify">Del resto: <i>“Uccidere un fascista non è reato”</i>.</div><div class="imTAJustify">I suoceri sono appena arrivati, stanno andando a badare alle due bambine, mentre Angelo va al lavoro. È impiegato all’Enel. Non è armato, non sta in un corteo, non sta provocando nessuno. È un uomo che si sta recando a lavoro. Indifeso. È questa la condizione in cui, spesso, i missini di allora cadono. I fratelli Mattei, Ramelli, Ciavatta, Bigonzetti, Di Nella … anni diversi, situazioni diverse, stesse modalità, stessa colpa da espiare con la morte: essere di destra.</div><div class="imTAJustify">L’assassino si avvicina a lui lentamente, freddamente, a volto scoperto, come il classico oggetto nascosto in bella vista. Tre colpi in rapida sequenza: quello sottoscapolare sinistro perfora la colonna vertebrale e recide l’aorta. Pistolesi si accascia al suolo.</div><div class="imTAJustify"><i>«Tre esplosioni soffocate, ho pensato a un mortaretto di capodanno»</i> afferma l’edicolante Luigi Zampa. Esplosioni soffocate. L’assassino, dunque, gli si è avvicinato tanto da vedere da vicino la luce della vita spegnersi: lo ha ucciso a bruciapelo.</div><div class="imTAJustify"><i>“Uccidere un fascista non è reato”</i>.</div><div class="imTAJustify">I passi dell’assassino si allontanano. Sale su una 600 targata 994508, un pezzo di ferraglia rubato il giorno prima nel quartiere Monteverde. Serve solo ad allontanarsi di lì, poi l’auto cambia. Nessuno saprà quale, nessuno lo rintraccerà più.</div><div class="imTAJustify">Intanto Angelo è in terra, in una pozza di sangue. Ha finito di vivere a 31 anni; ha finito di vedere le sue figlie crescere, ha finito di essere un marito, ha finito di essere un figlio. Ha finito di essere un uomo libero, perché chi viene ucciso per le proprie idee è libero solo a parole. In realtà vive nello schiavismo di un regime che non consente dissenzienti. Pena la morte.</div><div><div class="imTAJustify"><i>“Uccidere un fascista non è reato”</i></div><div class="imTAJustify">Ma questa è solo la prima morte di Angelo. La seconda avviene il giorno dopo e l’arma sono le parole; le parole di certe autorità e di certi giornalisti. Si dà inizio, infatti, ad un processo sommario alla vittima, di cui si sottolinea l’appartenenza al MSI, come se questa fosse una colpa da pagare con la vita; si sottolinea la presenza a Sezze, come se la mera partecipazione ad un comizio elettorale di un anno e mezzo prima, ancorché tragicamente conclusosi per mano di uno, uno solo dei partecipanti, possa rendere tutti colpevoli; si sottolinea l’amicizia con Saccucci, come se frequentare qualcuno significhi condividere per osmosi tutta la sua vita, compresi i suoi errori, ammesso che errori siano stati compiuti; e si tirano fuori i “precedenti”, nulla a che fare con terrorismo o violenze fisiche, intendiamoci.</div><div class="imTAJustify">Per alcuni, poi, è solo un <i>“fascista morto”</i>.</div></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2023---Pistolesi---foto-2.jpg"  title="" alt="" width="307" height="291" /><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Il fumo annebbia la vista e bisogna farne molto per evitare che si pensi a Pistolesi come ad un’altra vittima innocente di un sistema malato.</div><div class="imTAJustify"><i>“Uccidere un fascista non è reato”</i>.</div><div class="imTAJustify">Si legge su La Stampa del giorno seguente: <i>«Per il capo dell'ufficio politico, Domenico Spinella, e per il magistrato di turno, Vito Lacquaniti, non è possibile scartare alcuna ipotesi sul movente del delitto: omicidio politico contro un neofascista considerato un «duro»; «vendetta» maturata negli ambienti della malavita romana (Pistoiesi aveva precedenti penali per furto, truffa e emissione di assegni a vuoto); o, infine, una morte voluta da una «faida» d'estrema destra. Scarso credito viene dato finora a due telefonate anonime, che da Milano rivendicano alle «Brigate Rosse» la paternità dell'attentato</i>».</div><div class="imTAJustify">Si tira fuori, dunque, l’episodio di un assegno non coperto al fine di costruire il possibile scenario di una vendetta malavitosa. E, ovviamente, non può mancare l’ipotesi che si sia trattato di una faida interna al MSI: è un leit-motiv tipico di quegli anni, se ne parla nel caso del rogo di Primavalle, nell’eccidio di Acca Larentia … Insomma, ad uccidere Pistolesi sono stati tutti tranne i terroristi di sinistra, i quali, peraltro, con una serie di telefonate, rivendicano l’assassinio.</div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><i>"Uccidere un fascista non è reato"</i></span><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify">Di sicuro, la morte di Pistolesi è una miccia, come la morte di ogni innocente caduto in quegli anni. Si temono disordini e violenze in occasione del funerale. La vedova chiede che le esequie si svolgano in forma strettamente privata. Almirante, nonostante la sua netta condanna per gli eventi di Sezze abbia posto un’intercapedine tra il partito e i partecipanti a quel comizio, tra i quali anche Pistolesi, diffonde tale richiesta alle diverse sezioni. E l’appello viene accolto. Nessuna ulteriore violenza. Solo dolore, solo tristezza. Un dolore e una tristezza che assomigliano a quelli della famiglia De Rosa, anche se, in apparenza, hanno manti di colore diverso.</div><div class="imTAJustify">Per il resto, niente più che l’oblio. E l’oblio è la terza morte, la più terribile, perché nega valore alle idee e nega essenza all’errore. Gli anni Settanta sono pieni di errori. La violenza è un errore che non ha colore. Il frutto di quegli errori giace sotto metri di terra. E sono errori che non dovremmo più commettere. Ecco perché mi fa infuriare sentire ancora slogan come <i>“Uccidere un fascista non è reato”</i>. L’ho sentito recentemente in qualche piazza: voci sciocche provenienti da sciocchi cervelli che, con ogni probabilità, degli anni Settanta non sanno niente; non sanno di quando un giovane usciva di casa senza sapere se vi avrebbe fatto ritorno, non sanno della preoccupazione che riempiva gli occhi dei genitori che lo vedevano uscire. Non sanno. E, se non impariamo dagli errori del passato, sapremo solo invecchiare senza crescere.</div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</b></div><div><div class="imTAJustify fs12lh1-5 cb1">[27.12.2023 – Dep. Certificato S.I.A.E.]</div><div class="fs12lh1-5 cb1"></div><span class="fs12lh1-5 cb1"> </span><div class="imTAJustify fs12lh1-5 cb1"><b class="fs12lh1-5">Foto di pubblico dominio</b></div></div><div class="imTAJustify fs12lh1-5 cb1"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div> </div><div class="imTAJustify"><b>Per approfondire:</b></div><div class="imTAJustify">Adalberto Baldoni – Sandro Provvisionato, <i>Anni di Piombo</i>, Sperling &amp; Kupfer, Miulano, 2009</div><div class="imTAJustify">Marco Palladini – Miro Renzaglia, <i>I rossi e i neri</i>, Settimo Sigillo, Roma, 2002</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Paolo Sidoni – Paolo Zanetov, </span><i class="fs12lh1-5">Cuori rossi contro cuori neri</i><span class="fs12lh1-5">, Newton Compton, Roma, 2012</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Luca Telese, </span><i class="fs12lh1-5">Cuori neri</i><span class="fs12lh1-5">, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 2006</span><br></div><div> </div><div> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 27 Dec 2023 20:41:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Marco Columbro. I mondi possibili]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000137"><div class="imTACenter"><b><span class="fs20lh1-5">Marco Columbro</span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs22lh1-5">I mondi possibili</span></b></div><div class="imTACenter"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i><span class="fs11lh1-5">Ho avuto il privilegio di conversare a lungo con Marco Columbro e ho intitolato questa intervista </span></i><span class="fs11lh1-5">I mondi possibili</span><i><span class="fs11lh1-5"> perché parlare con lui è stato un viaggio tra piani esistenziali differenti, che mi ha riportato alla coscienza le sensazioni provate nel leggere il </span></i><span class="fs11lh1-5">De infinito</span><i><span class="fs11lh1-5"> di Giordano Bruno.</span></i></div><div><i><span class="fs11lh1-5">Ho sempre subito il fascino dell’ignoto, anche quello extrasensoriale, sebbene non ne abbia avuta prova diretta; ho sempre vagheggiato attorno all’idea del viaggio nel tempo, che ho scoperto in letteratura sin da giovanissima, tra la fantascienza e la scienza, in specie la fisica quantistica per quel poco che posso comprenderla; ho sempre accarezzato l’idea del viaggio astrale e dell’ipnosi regressiva, su cui mi sono documentata. Già da queste poche righe, però, si nota come il mio sia stato sempre e comunque un impegno intellettuale. Lodevole ma incompleto. Da questa lunga conversazione con Marco, infatti, ho ricavato un insegnamento fondamentale: lo sforzo cognitivo, in certi casi, deve lasciare spazio al sentire; il sapere deve fare un passo indietro rispetto all’essere. E, dunque, invito i lettori ad abbandonarsi con me all’essere, leggendo questa intervista; a viaggiare nei mondi possibili, perché chiudersi nella convinzione che tutto inizi e finisca con noi non è solo presuntuoso, ma antiscientifico.</span></i></div><div><i><span class="fs11lh1-5">In un film di tanti anni fa, </span></i><span class="fs11lh1-5">Contact</span><i><span class="fs11lh1-5">, mi colpì una frase. Semplicissima e potente. </span></i><span class="fs11lh1-5">L’universo è un posto molto vasto, è più grande di ogni cosa che chiunque abbia mai immaginato finora. Se ci fossimo solo noi, sarebbe un incredibile spreco di spazio.</span></div><div><i><span class="fs11lh1-5">Questo vale per l’esistenza degli extraterrestri come per ogni esperienza che la nostra mente non comprende. Se un aereo avesse volato sulle teste dei Cro-Magnon probabilmente sarebbe stato adorato come un dio. Ciò che non capiamo oggi, che, oggi, consideriamo folle o divino, potrebbe non esserlo domani. Abbiamo creduto nelle predizioni apocalittiche di chi ha fatto di un virus un business, sarebbe davvero da sciocchi non impiegare meglio la nostra capacità di credere, indirizzandola verso l’ignoto con un pizzico di sana eresia!</span></i></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs11lh1-5">**** ° ****</span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><b class="fs12lh1-5">Marco, innanzi tutto grazie per avermi concesso questa intervista con la tua consueta generosità, nonostante i tuoi tanti impegni lavorativi.</b><div><b></b></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Figurati. Grazie a te per avermi contattato.</span><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Devo dire che sono molto affascinata da alcune tue esperienze che hai condiviso anche in altre interviste e che hanno cambiato in qualche modo la tua vita, aprendo una finestra su paesaggi che non conoscevi.</b><b></b></div><b class="fs12lh1-5">Uno di questi paesaggi ha a che fare con l’esistenza degli extraterrestri e la presenza aliena tra di noi. Molti sono i segni anche antichi della presenza aliena sulla Terra, a cominciare dai famosi <i>“Piloti della Val Camonica”</i>. La somiglianza di quelle incisioni sulla roccia, risalenti a migliaia di anni fa, con degli astronauti è sorprendente, sebbene un neurologo, forse in un eccesso di razionalismo, abbia individuato in essi degli uomini costretti da una malattia a indossare caschi rudimentali.</b><div><b></b></div><div><b>Tu non hai mai fatto mistero delle tue convinzioni, come è giusto che sia. Per te gli alieni sono giunti sulla Terra e si celano tra noi come osservatori. Puoi parlarmene?</b><b></b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Credo che la domanda fondamentale che dobbiamo porci è se davvero sia logico pensare di essere soli nell’universo conosciuto &nbsp;&nbsp;- <i>conosciuto</i> si fa per dire, perché conosciamo davvero poco dell’universo -. &nbsp;A questa domanda, oggi, anche molti scienziati rispondono di no. E mi sembra evidente. Peraltro, è una domanda che interessa principalmente l’età moderna, perché i popoli di migliaia di anni fa … arborigeni, nativi americani … non si ponevano il problema. Per loro era evidente. Molti di loro si definivano <i>Figli delle stelle </i>perché provenivano dalle stelle. Poi, di quale universo stiamo parlando non si sa. Ci troviamo di fronte ad una scienza delle supposizioni. Siamo come i miopi che guardano fuori attraverso il buco della serratura e si convincono che ciò che vedono sia realtà.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>O che sia il tutto. L’unica realtà esistente</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Sì, appunto.</div><div>C’è uno studio dell’Astrophysical Journal in base al quale ci sarebbero duemila miliardi di galassie, cioè dieci volte in più di quanto finora si è ritenuto. Adriano Fontana, che è un astrofisico, Dirigente di Ricerca dell’INAF - Osservatorio Astronomico di Roma, afferma che le galassie che vediamo sono una sorta di punta dell’iceberg. Sono state fatte valutazioni statistiche di quanti oggetti ci sarebbero e i conti fanno girare la testa benché si basino su calcoli probabilistici. Per chiarirci: è come se da un satellite osservassimo le città italiane e vedessimo solo le più grandi, Roma, Milano ... e le più piccole non le vedessimo. Quindi duemila miliardi di galassie è un’ipotesi grossolana, in difetto, perché sono molte di più. Ora, se ci sono duemila miliardi di galassie ed ogni galassia ha duecento miliardi di stelle, pensare che noi siamo gli unici abitanti dell’universo è sciocco oltre che presuntuoso.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>E scientificamente inverosimile</b></div><div> </div> &nbsp;<div>Esatto. Io credo che sia assurdo pensare che il Creatore abbia fatto tutto questo ambaradan per popolare solo un pianetino in una zona remota della galassia. Una persona intelligente non può pensarlo. È come dire che noi italiani, siccome l’occhio non arriva a vedere al di là di qualche metro, siamo gli unici abitanti al mondo.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>In casa Columbro, dunque, vale più essere piccoli in un universo gigantesco che sentirsi grandi in un mondo piccolo</b><b></b></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Assolutamente sì.</span><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Anticamente si credeva non ci fosse nulla oltre le colonne d’Ercole</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Un uso esclusivo della ratio, fuori dal controllo dell’intuito, ci porta a pensare di essere gli unici. Ma il vento sta cambiando. Addirittura in seno alla Chiesa, che ultimamente sta dando tangibili segni in tema di ulteriori presenze nell’universo. E questo è un fatto straordinario che lascia sconcertati. Padre Guy Consolmagno, che è capo della Specola Vaticana, ha scritto un libro, <i>Battezzeresti un extraterrestre?</i>”. Un libro, presentato a Washington D.C., che ha fatto molto rumore, ovviamente, e che ha riscosso anche un grande successo. E questo ci dà la misura del rivolgimento di pensiero che, finalmente, si sta verificando.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Del resto, il fatto stesso che in Vaticano operi ancora la Specola, ossia l’Osservatorio Astronomico della Chiesa cattolica, e non per fini di mera contestazione delle tesi altrui, la dice lunga sul nuovo approccio della Chiesa rispetto agli extraterrestri.</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Persino il Papa attuale, sebbene io non concordi perfettamente con alcune sue scelte, nel 2016 ha detto: se venissero i marziani e volessero essere battezzati, noi non faremmo altro che fare quello che ci ha detto quell’alieno di nome Gesù. Quell’alieno. E la ripetuto due volte. È la prima volta che un pontefice usa il termine alieno rivolto a Gesù, perché la parola “alieno” vuol dire “di un altro pianeta”. Lui l’ha definito così giustamente, perché sappiamo tutti &nbsp;&nbsp;- almeno chi si interessa di queste cose - &nbsp;&nbsp;che Gesù era effettivamente un alieno, che proveniva da un altro sistema solare.</div><div>Un bel libro, scritto da un ufologo spagnolo, Benitez, e che si intitola <i>Operazione cavallo di Troia</i>, parla di qualcosa di simile. E noi sappiamo come, a volte, gli scrittori possano, anche attraverso un romanzo, scrivere delle verità ancora ignote. Pensiamo al viaggio nello spazio di Verne, o al viaggio nel Tempo di Wells. Se ricordo bene, perché l’ho letto dieci o quindici anni fa, la storia narrata da Benitez è questa: un uomo riceve una misteriosa lettera con una chiave. La lettera contiene le indicazioni per andare alla stazione e aprire una cassetta portaoggetti dove avrebbe trovato degli incartamenti. Lui, curiosissimo, va, ritira questi incartamenti e scopre una storia incredibile: gli U.S.A. hanno inventato la macchina del Tempo e hanno mandato due scienziati al tempo di Gesù. Uno di essi si unisce ai discepoli e a agli altri seguaci e resta con lui, dunque, nella sua ultima settimana sulla Terra. Quando, dopo l’ultima cena, che il viaggiatore di Benitez vede a distanza, non facendo parte degli undici discepoli, Gesù si reca nell’orto di Getsemani a pregare e i suoi discepoli si addormentano, il viaggiatore narra di un oggetto non identificato in avvicinamento. Gesù si alza e va incontro a questo oggetto, in una grande radura sulla quale giunge un raggio di luce che lo investe; di lì scende una figura che sembra una persona anziana, in tunica completamente bianca, come usano gli Esseni, e si avvicina a Gesù, il quale lo abbraccia e inizia a piangere. La figura anziana fa dei gesti di conforto e poco dopo lo lascia, tornando nel raggio traente, la navicella scompare.</div><div>Una trama assolutamente eretica ma anche molto affascinante, soprattutto perché il romanzo è scritto da un ufologo di chiara fama. E questo libro apre la via all’idea che Gesù possa essere uno dei Fratelli Galattici. Magari si arriverà alla prova di questo fra cento anni e ci si meraviglierà delle capacità profetiche di Benitez, come fu per Verne e il viaggio sulla luna.</div><div>Questo per dirti che anche la Chiesa sta cambiando. Mi piace pensare che questo suo revirement sia dovuto alla consapevolezza che siamo vicini ad un primo contatto, ad un primo annuncio generale, dal quale non vuole rimanere esclusa. In pratica: “La cosa sta diventando inevitabile, entriamo per non restare fuori”.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>La presenza aliena sulla Terra emerge da molti studi anche archeologici. Pensiamo all’antico Egitto, all’allineamento della Grande Piramide e della più piccola, quella di Micerino, che corrisponde ad un allineamento stellare …</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Certo. Così come in tutti i grandi complessi antichi. Ad esempio Angkor Wat, un suggestivo tempio khmer in Cambogia, che è allineato con la Costellazione del Dragone, come suggerisce Hancock. Molti dei siti più antichi erano un punto di collegamento tra i visitatori e gli ospiti, che contenevano le coordinate del viaggio compiuto.</div><div>Stessa cosa per i Menhir francesi in Britannia: Dolmen allineati secondo schemi astronomici.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Anche Stonehnge</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Esatto</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>E non sono spiegabili altrimenti che attraverso cognizioni astronomiche sofisticatissime ...</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>… che nessuno può ragionevolmente attribuire ai popoli di allora se non attraverso un loro contatto con altre civiltà.</div><div>Stesso discorso vale per le piramidi. Quella a gradoni di Machu Picchu, ad esempio. Pietre di tonnellate e tonnellate. Come le hanno portate fin lassù? Queste grandi costruzioni megalitiche, che, poi, sembrano tagliate con il laser e assemblate con macchinari… Non è pensabile che non abbiano avuto un aiutino.</div> &nbsp;<div> </div><div><b>Peter Kolosimo scrisse molti libri in proposito, uno dei quali è il famoso <i>Non è terrestre</i>, che nel 1969 rappresentò un successo editoriale senza pari e che racchiude interessanti considerazioni sul tema</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Assolutamente sì. Ci sono molti importanti studi archeologici, considerati eretici, che dimostrano il contrario di quanto ritenuto sinora.</div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Leggevo che hai avuto anche delle prove dirette della presenza aliena nel corso di un viaggio oltreoceano, se non vado errata</b><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Nel 1999 andai a New York con una mia cara amica, Anna Federighi, che da anni è una contattata, e andammo a sentire una conferenza di Anna Hayes, anche lei una contattata dall’età di nove anni dai Pleiadiani. Eravamo circa duecento persone in questa grande sala. Dopo la conferenza, uscendo, alzai gli occhi e, nel rettangolo di cielo visibile tra un grattacielo e l’altro, vidi arrivare una sfera lattiginosa, poi ne arrivò un’altra e un’altra ancora; si disposero a triangolo equilatero e ruotavano. Io che ero andato da Anna per farmi firmare il suo libro, richiamo la sua attenzione su quel fenomeno: <i>“Anna, look, look!”</i> E lei, senza neanche alzare lo sguardo, mi ha detto <i>“Sì, sono loro, ci stanno salutando”</i>. Il tutto con grande naturalezza. Lo sapeva, l’avevano contattata per dirle che sarebbero venuti a salutare. Un fenomeno che vedemmo in duecento, non solo io. Poi, ad uno ad uno se ne sono andati e sono scomparsi. È stato incredibile, stupefacente.</div><div>Poi, sempre a New York e sempre con la Federighi, andammo in un ristorante brasiliano e tirammo fuori una <i>card</i>, al suo interno ha dei codici trasmessi ad Anna dai suoi contatti, e serve, tra le altre cose, a purificare il cibo e le sedie.</div><div>Il proprietario del ristorante si incuriosì e si avvicinò a chiedere di cosa si trattasse. Io gli spiegai che era un oggetto dei Fratelli dello Spazio. Al che lui disse che una sua amica era in contatto con Asashera, lo stesso comandante con cui era in contatto Anna. Incredibile. Alla chiusura del ristorante restammo un’ora e mezza a chiacchierare con lui ed emersero molte altre linee di collegamento tra di noi, tra le quali alcuni sogni che lui aveva fatto e che lo avevano portato indietro nel Tempo, nel corpo di colui che aveva in ultimo preso su di sé la croce di Gesù. Fai conto che tre mesi dopo il mio medico, un medico rumeno amico mio, va a New York, vede quel ristorante brasiliano e decide di andare lì. Anche lui tira fuori la scheda di purificazione e il proprietario gli chiede se non fosse amico di Marco Columbro. Il mio amico mi chiamò in diretta per dirmi che era in quel ristorante, perché la coincidenza era incredibile &nbsp;&nbsp;- e le coincidenze non esistono, lo sappiamo bene -.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Jung docet</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Appunto. Tu pensa, tra i cinquemila ristoranti di New York, lui era andato a finire nello stesso posto dove ero andato io, un posto gestito da una persona non estranea ai Fratelli dello Spazio, sebbene indirettamente.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Energie che si attraggono e si trovano</b></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">C’è un filo in tutto quello che facciamo. Non sempre le persone sono in grado di vederlo. Sono episodi guidati.</span><br></div><div>E l’energia è un percorso che sorregge tutto e porta in ogni luogo, persino alla guarigione del corpo e della mente. In questo il buddismo tibetano aiuta tantissimo.</div><div><br></div><b class="fs12lh1-5">Tu scrivesti un libro in proposito, <i>Autoguarigione tantrica</i></b><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Sì, è vero. Molti anni fa. È il resoconto di un percorso che ho fatto seguendo le parole dei Lama nell’intento di aiutare, non guidare, ma aiutare i lettori nel loro percorso, che, in qualche modo, è stato il mio stesso percorso.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Prima si parlava di Jung a proposito delle coincidenze. Anche lui era molto vicino alla cultura extrasensoriale</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Beh, io mi occupo di astrologia da quarant’anni, proprio perché ho fatto psicologia a Firenze in una scuola junghiana. La mia tesi, che poi non ho discusso perché ho iniziato a fare tutt’altro mestiere, aveva come titolo <i>L’astrologia come appoggio psicanalitico</i>.</div><div>Jung faceva l’oroscopo e l’oroscopo gli serviva per capire i vari complessi, le varie problematiche che il soggetto aveva, tanto che oggi c’è una branca della psicologia, la psicologia umanista, che si rifà proprio a queste teorie di Jung.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Io non ho studiato psicologia a livello universitario, ma l’ho sempre approfondita a livello amatoriale e trovo che Jung sia stato un uomo davvero straordinario. Il suo libro <i>L’uomo e i suoi simboli </i>è una costante fonte di arricchimento interiore e, al contempo, di suggestioni lontane.</b></div> &nbsp;<div>Lui si interessava di paranormale, di astrologia, di alchimia … Tutto quello che era archetipico nell’essere umano lo interessava, lo affascinava, perché sapeva che da lì la psiche umana veniva in qualche modo formata</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Infatti anche la sua particolare attenzione alle fiabe</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Assolutamente sì. Le fiabe sono tutte archetipiche. Hanno tutte un fondo di verità importantissimo, da leggere oltre l’aspetto esteriore.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Infatti a me fa molto sorridere, in questo momento storico di <i>cancel culture</i>, vedere tutto questo affannarsi attorno ad un termine, modificando fiabe praticamente perfette, come quelle di Dahl, dalle quali hanno espunto parole come <i>“cicciona</i>” et similia perché politicamente scorrette … Tutto questo fa capire quanto si navighi in superficie, oggi, senza capire che il mare è profondo. Molto, ma molto più profondo</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Concordo pienamente. Oggi guardano alla punta della punta dell’iceberg. Ci si ferma all’apparenza e non si va oltre. Del resto, noi, purtroppo, viviamo in un mondo di apparenza. La politica stessa, chi ci governa, la religione … &nbsp;è tutta apparenza.</div><div>Pensiamo al periodo del lockdown, di quella falsa epidemia voluta dal governo occulto mondiale per contare quante pecore ci fossero &nbsp;&nbsp;- e significativo è il fatto che parlassero di immunità di gregge e non di immunità sociale - . Il gregge. Una cosa sia orribile, perché ci rende la misura di come il potere ci considera, sia pericolosa, perché la passività con cui le persone hanno accettato di ricoprire il ruolo di gregge è stata davvero stupefacente.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>E questo è solo l’inizio, purtroppo</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Ma certo. Ecco perché c’è bisogno di risveglio. Siamo in una fase di risveglio, per fortuna, anche se apparentemente non sembra. E il risveglio non lo troviamo nella filosofia, che è attività della mente, o nelle religioni che si danno battaglia tra di loro e che, usualmente, rivestono il ruolo di guardiani della morale. Parlo di risveglio delle coscienze. </div><div>Io non seguo nessuna religione in particolare, sono uno spirito libero, un libero pensatore<b> </b>...</div><div><br></div><b class="fs12lh1-5">La parola chiave è proprio <i>libero</i></b><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Esatto. È proprio libero, la parola chiave. Conosco molto delle filosofie e delle religioni orientali e occidentali, spesso seguo certi insegnamenti, ma non ho mai sposato un dogma in particolare. Molti dicono che sono buddista. Non è così. Ho molti amici buddisti, questo sì, e da loro ho appreso molto. Poi, certo, il buddismo è una religione che apprezzo molto.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Una delle parabole che apprezzo di più, e che, non a caso, venne citata anche dal papa Ratzinger nel tentativo di spiegare cos’è la religione, è proprio buddista: la parabola dei ciechi e dell’elefante.</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>E noi siamo così: vediamo una parte del tutto e crediamo che sia il tutto, mentre avremmo solo bisogno di espandere la nostra conoscenza, aprendoci a ciò che non conosciamo, così come a ciò che ci hanno raccontato in modo distorto.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>È proprio questo il motivo per cui ogni anno metto tanto impegno nel pubblicare i Quaderni di Critica e Cultura. Cercare di raccontare qualcosa fuori dal coro, di instillare dubbi e curiosità al contempo. Un percorso conoscitivo. Uno dei tanti.</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Bisogna cercare di dare spunti. Brava!</div><div>Il libro che ho scritto e che sta per uscire si intitola <i>Il risveglio di Parsifal. Vivere una vita nel gregge come pecore o vivere consapevoli</i>. E il punto focale è proprio la consapevolezza, il guardare oltre l’apparenza. Solo così si possono scoprire cose sulle quali non era mai caduta l’attenzione. La nostra capacità critica è l’arma migliore.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Marco, come interpreti il rapporto tra vita e morte?</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>È un rapporto strettissimo. Una sorta di continuum. Un passaggio costante. Morire è niente. Muore il corpo fisico, non noi nella nostra essenza. A volte senti notizie di grandi cataclismi, come, ad esempio, un terremoto e piangi le tante persone che sono morte. Loro stanno bene, in realtà. Piangerle non ha senso. Piuttosto bisogna piangere le migliaia di persone che vivono nella miseria, senza acqua, senza luce, senza medicine, nella sofferenza. È la sofferenza che dobbiamo allontanare dal mondo, non la morte.</div><div>Di solito la morte viene vista come la fine di ogni cosa. Che assurdità! E pensare che siamo un Paese cattolico. La morte non dovrebbe spaventare il cattolico, il cristiano. Gli osservanti dovrebbero credere nel Paradiso. Eppure ...</div><div>La paura della morte non ha senso. Paura di cosa? Forse di andare all’inferno perché ti sei comportato male?</div><div>La morte, come dico sempre io, è un cambio di residenza.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Per me vige il principio di Lavoiser anche riguardo all’anima: nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.</b></div><div><b><br></b></div><span class="fs12lh1-5">Ma certo. Giusto. Tutto si trasforma</span><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>E veniamo anche all’altra domanda che volevo porti, ossia l’ipnosi regressiva, perché so che hai fatto questa esperienza; un’esperienza che, non ti nego, mi affascina molto e che prima o poi farò anche io.</b></div><div><b><br></b></div><span class="fs12lh1-5">È un’esperienza molto bella e molto dura al contempo. Anche qui vale la regola che sovrintende ogni conoscenza ultronea rispetto al mondo fisico in cui siamo cresciuti. Deve essere fatta solo quando sei è pronti, quando è pronta la tua anima, il tuo corpo interiore. Altrimenti non viene nulla. Bisogna sentire il momento giusto e non con la testa, ma con il cuore.</span><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Ecco, il cuore. Nel tuo nuovo libro, <i>Il risveglio del Parsifal</i>, so che ci sarà un intero capitolo dedicato al cuore. Perché?</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Perché governa tutto, molto più del cervello. Alcuni scienziati americani hanno scoperto che il cuore contiene circa quarantamila neuroni, chiamati neuriti sensoriali, che trasmettono informazioni al cervello. E recenti studi sull’Alzheimer hanno evidenziato come siano proprio questi neuriti a trasferire la memoria al cervello. Inoltre il cuore contiene cellule andrenergiche intrinseche, che rilasciano noradrenalina e dopamina. Rilascia, inoltre, ossitocina, noto come l’ormone dell’amore. E le concentrazioni di ossitocina nel cuore sono pari a quelle nel cervello.</div><div>In fondo avremmo dovuto saperlo da sempre, basta osservare il feto. Il primo organo che si forma è proprio il cuore. Alla prima ecografia non vedi altro che il cuore che batte. E non c’è ancora il cervello. Il cuore comanda tutto anche se stesso. Nell’Upanişad, una raccolta di testi religiosi e filosofici indiani, scritti dal IX al IV secolo a. C., si dice: <i>«Quel piccolo posto che è il cuore, è il luogo dove tu trovi il cielo e la terra, il finito, l’infinito, tutte le verità»</i>.</div><div>Questo è il motivo per cui tutti i grandi Maestri hanno puntato sul cuore. La mente, come dice Osho, mente; il cuore no.</div><div>Se esortassimo i bambini ad usare il cuore, invece di ripetere loro in continuazione di usare la testa, di avere la testa sulle spalle … forse tireremmo su esseri adulti capaci di sentire il vero in un batter di ciglia, perché il cuore riconosce la verità immediatamente, non ha bisogno di elucubrazioni mentali per sapere se una cosa è vera o no. Se vogliamo scoprire il vero dobbiamo concentrarci sul cuore, meditare con il cuore.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Pascal diceva che il cuore <i>ha le sue ragioni che la ragione non conosce</i>. In realtà, ha anche la sua memoria in cui la mente non è in grado di scavare</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Molto più di<span class="fs12lh1-5"> questo. Il cuore contiene in sé quella che si chiama la goccia eterica, che, poi, si stacca al momento della morte fisica. È la goccia che lega il cordone argenteo al corpo astrale. E il corpo astrale può andare in giro all’infinito proprio perché il cordone argenteo non si stacca mai se non nella morte. Quando si muore, si recide il cordone e la goccia eterica va via. Ma, come abbiamo detto, non si perde, ovviamente.</span></div><div>Il cuore è il crogiolo di ogni verità.</div><div>Pensa che il cuore ha un campo magnetico che si estende per tre metri ed è cinquemila volte più potente di quello del cervello. Quindi, quando stai accanto ad una persona, i campi magnetici si mescolano; ecco perché puoi provare istintivamente simpatia o antipatia</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Quindi quello che noi diciamo <i>“a pelle”</i>, in realtà è <i>“a cuore”</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Esattamente. È <i>“a cuore”</i>. In realtà, accade anche con gli oggetti, con i luoghi. Esistono luoghi in cui entri e vuoi subito andare via, perché ti senti oppresso. È il cuore che ti dice che devi andare via perché quel luogo è per te insano. Non fa bene ai tuoi corpi sottili. Ad ascoltare il cuore, ascoltarlo veramente, molte cose diventano facili da individuare, da capire, da conoscere. Si può raggiungere la verità vera.</div><div>Il cuore ha una potenza che null’altro ha. Se entriamo in una sala con 50 persone, è come se ci fosse un cuore unico, perché i magnetismi entrano in contatto e scoprono chi hanno accanto.</div><div>Ecco anche perché la meditazione comune è potente. Per via di questa capacità di unione dei cuori. </div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>La percezione che quell’ambiente possa non essere buono, o quella persona possa essere negativa, forse, dipende anche dalla memoria delle ferite serbata dal cuore. O no?</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Certo. Certo. Sicuramente, perché noi non ricordiamo le nostre ferite passate, non potremmo sopportarle. In altre vite le relazioni fondamentali della nostra vita si mischiano: un figlio può essere stato il nostro amante, un genitore può essere stato il nostro assassino. Ci riconosciamo, dunque, ma certe memorie il cuore le serba gelosamente. Non deve e non può esternarle, a meno che non sia stato raggiunto un momento di particolare serenità e consapevolezza che ci rende pronti a sapere. Devi preparare il terreno per sapere; e devi sapere solo nel momento in cui certe verità servono.</div><div>La morte fisica ci mette di fronte ad un riepilogo della vita passata. Poco dopo il trapasso andiamo in un posto particolare dove ci vengono mostrate le cose negative della nostra vita e, lì, sentiremo il male che abbiamo inflitto. Anche uno schiaffo, magari dato quando pensavamo di avere ragione, non sappiamo che trauma possa causare nell’altro, che umiliazione, che paura … E nel corpo astrale il dolore viene sentito amplificato rispetto al corpo fisico. Perché bisogna capire il male provocato per prepararci ad un nuovo cammino senza di esso. Nell’aldilà non c’è nessuno che ci giudica, non c’è un inferno in cui espiare colpe attraverso pene. L’unica pena è ricordare e sentire. Siamo noi che giudichiamo noi stessi attraverso la visione delle negatività.</div><div>Il risultato di questa espiazione, poi, viene convogliato nel corpo astrale al momento della reincarnazione, ossia una volta che l’ovulo sarà fecondato e il corpo eterico, che fa da stampo a quello fisico, scenderà nuovamente sulla Terra. Il fatto è che più cose negative avrà il corpo eterico, legato a quello astrale, più negatività avremo nella vita, comprese malattie o problemi materiali. Ecco come nasce il karma. Quindi è fondamentale non ricordare queste cose se non si è particolarmente pronti a farlo.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Parliamo del viaggio nel Tempo. Ne hai fatta menzione poco fa. Io sono profondamente affascinata dal viaggio nel tempo. E sono convinta che già esista e non sia fruibile da tutti. Ci sono anche immagini, analizzate e non frutto di fotomontaggi, dove, in epoche passate, appaiono strumenti contemporanei, come un cellulare o cose simili. Ebbene. Tu, se potessi salire sulla slitta di Wells e spingere la leva indietro o avanti, dove andresti?</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Io andrei ai tempi del Maestro Gesù. Vorrei vivere accanto a lui e cercare di capire i suoi insegnamenti, capire chi fosse veramente e vivere quei momenti in cui era sulla Terra. Mi affascina moltissimo. Quindi, sì, andrei in quel periodo.</div><div>A tal proposito ci sono i coniugi Givaudan, Ann e Daniel Meurois. Miei cari amici. Daniel ha scritto molti libri, tra i quali <i>Il libro segreto di Gesù</i> in due volumi editi da Amrita.</div><div>Ann e Daniel viaggiano da quarant’anni in astrale. La prima volta avvenne quando erano universitari e, come sempre accade, fu un episodio spontaneo, dal quale rientrarono frettolosamente perché ebbero paura. Più in là nel tempo, avendo preso confidenza con l’uscita dal corpo, in uno dei viaggi incontrarono un Maestro che gli diede il compito di viaggiare in astrale e di raccontare tutto ciò che avrebbero visto.</div><div>La cosa interessante è che in astrale loro vedono con gli occhi del Maestro.</div><div>E, viaggiando, sono andati persino all’epoca del Maestro Gesù. Anche in questo caso hanno visto le cose con i suoi occhi. Gesù è solo una delle incarnazioni che lo stesso essere ha avuto. In questo caso, il corpo umano ha accolto due entità cosmiche, tra cui il Logos della Galassia, ciò che Dante chiama «<i>L’Amor che muove il sol e l’altre stelle»</i>. Ossia Christós. Cristo e Gesù, infatti, non sono la stessa cosa.</div><div>Gesù è un essere umano e Cristo è un essere cosmico che governa la nostra galassia, che muove il sole e l’altre stelle.</div><div>L’iniziazione come Christós è avvenuta in tre giorni e tre notti all’interno della piramide di Giza.</div><div>Budda porta all’umanità la compassione, Christós è il portatore dell’amore incondizionato. E il sangue, controparte spirituale che abbiamo nel nostro corpo, è il seme di tale amore. Ecco perché Cristo ha dato il suo sangue, affinché penetrasse nella terra per dare, nei millenni a venire, il suo frutto.</div><div>Ed ecco perché molti Maestri di pace e amore sono morti in maniera brutale.</div><div>Gesù ha accolto questa missione dolorosa pur di portare il seme dell’amore incondizionato all’umanità, che è uno degli elementi fondamentali per raggiungere l’illuminazione. E Daniel spiega benissimo questo passaggio, nel suo <i>Libro segreto</i>.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTACenter"><b>**** ° ****</b><b></b></div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><i class="fs12lh1-5">L’intervista è finita. Ci sarebbero ancora tante cose da dire, da approfondire, da ascoltare. Marco è un vulcano di esperienze, un fiume in piena; prendendoti per mano, amabilmente ti accompagna in un viaggio interessante, ti aiuta a girare intorno al diamante per vederne le facce ignote.</i><br><div><i>Non vedo l’ora di leggere il suo libro e parlarne con lui, riprendendo il filo di tanti discorsi.</i><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[in <i>Mysterium. Le verità nascoste</i>, a cura di Raffaella Bonsignori, Amazon Publishing, 2023]</div><div><br></div><span class="fs12lh1-5">Foto tratta dal video della trasmissione Bella Ma’, dicembre 2024</span></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 08 Dec 2023 21:03:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ghisellini. Ferita aperta sull'Italia del '43]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000142"><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">14 novembre 1943. È una fredda mattina. Siamo a Castel d’Argile, tra Ferrara e Bologna. Da un fossato riemerge il corpo senza vita del maggiore Igino Ghisellini, comandante repubblicano ferrarese.</span></i><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">Il giorno dopo, la durissima rappresaglia fascista vede fucilati undici antifascisti. Ha inizio la sanguinosa guerra civile italiana. La più vergognosa delle vergogne.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">Chi ha compiuto l’assassinio di Ghisellini, che ha dato il la a quel bagno di sangue? E, soprattutto, perché l’ha fatto?</span></i></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel film</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">La lunga notte del ’43</span></i><span class="fs12lh1-5">, tratto dalle storie ferraresi di Bassani, Florestano Vancini offre una versione dei fatti assolutamente fantasiosa, che, tuttavia, viene presa come fosse una pagina di storia, soprattutto da chi pensa che la storia si impari al cinema invece che studiando libri e leggendo documenti. Si afferma che ad uccidere Ghisellini sia stato un fascista di fazione opposta al fine di scatenare violenza. Tipico del revisionismo rosso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le cose, però, sono andate diversamente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È un anno difficile, soprattutto dopo quell’armistizio “a sorpresa” che ha reso l’Italia campo di battaglia di tutti, alleati ed ex alleati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A Salò si è insediato il governo repubblicano di Mussolini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Igino Ghisellini è una persona per bene. Ha combattuto nella Prima e nella Seconda guerra, comportandosi da eroe e riportando ben tre medaglie d’argento e tre di bronzo al valore; ha due lauree e fa parte di quel gruppo di moderati che Mussolini vuole portino avanti le idee del fascismo senza eccessi facinorosi, in modo da traghettarlo oltre gli eventi ormai inevitabili che, di lì a due anni, avrebbero visto il Duce stesso morire a piazzale Loreto. Sotto la sua guida, la provincia di Ferrara è una delle più tranquille di quel difficile momento storico e politico: Ghisellini persegue una concreta politica di pacificazione. Ecco,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">pacificazione</span></i><span class="fs12lh1-5">: un termine che, anni dopo, sarebbe diventato attributo di Togliatti in virtù di un’amnistia non esattamente paritaria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel territorio ferrarese si è da poco costituito un gruppo CLN. Ghisellini, bloccando ogni approccio violento alla cosa, vuole incontrarne gli esponenti, in modo da concordare un patto di non belligeranza e mantenere la pace sul territorio. Lui è fatto così: moderato, assolutamente nemico di ogni violenza gratuita, sia di matrice fascista che resistenziale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Contrari a questo incontro sono gli esponenti della falange repubblicana più violenta e di quella comunista del CLN, facente capo a Spero Ghedini, il quale, in effetti, non partecipa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’incontro ha luogo a fine ottobre in quel di Ferrara, presso lo studio dell’Avv. Mario Zanatta appartenente al Partito d’Azione e l’accordo viene raggiunto.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">«Un incontro tra galantuomini»</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">lo definisce correttamente Giorgio Pisanò.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Seguono giorni relativamente tranquilli. Ghisellini continua a svolgere il suo lavoro coscienziosamente, per poi tornare a casa dalla moglie, nel piccolo paese in cui abita, Casumaro. Si muove sempre in macchina, da solo, dà passaggi a chi ne ha bisogno a prescindere dall’orientamento politico. Ama la sua terra e i suoi conterranei.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 14 novembre deve partire alla volta di Verona per partecipare al Primo Congresso del Partito Fascista Repubblicano. La sera prima, quindi, si congeda dai colleghi che non avrebbe rivisto se non dopo qualche giorno. In realtà non li avrebbe rivisti più, ma ancora non può saperlo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È la sera del 13 novembre. Sale sulla sua 1.100 e si dirige verso casa. In realtà, si avvia verso la morte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alle dieci del mattino seguente, infatti, viene ritrovato senza vita. È crivellato di colpi da arma da fuoco, gli sono stati sottratti soldi e stivali, che, evidentemente, sono piaciuti al suo assassino. Poco distante la sua auto. A bordo si rinvengono i bossoli e le tracce di sangue. L’assassino, dunque, aveva colpito mentre Ghisellini, com’era suo costume, gli stava dando un passaggio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La notizia si sparge presto e trova tutti tristi e impauriti, anche i partigiani bianchi, quelli che con Ghisellini avevano raggiunto lo storico accordo di pacificazione. Nell’aria stagna, plumbea, la nube della violenza che sta per esplodere. E così è, purtroppo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dal Congresso veronese Pavolini invia il console Vezzalini al comando delle squadre federali di Verona e di Padova; ma Ferrara viene lentamente invasa da una colata lavica di fascisti armati, provenienti anche da altre zone. La gente si chiude in casa, le finestre diventano occhi timorosi. Molti gli arresti in vista di un giudizio sommario. I vice federali di Ghisellini impiegano le loro forze nel cercare di sedare gli animi: Ghisellini non avrebbe voluto che la violenza antifascista trovasse risposta nella violenza fascista. Nell’animata discussione che riempie il Castello Estense, si decide che siano messi a morte nove uomini: Emilio Arlotti, Pasquale Colagrande, Giulio Piazzi, Mario Zanatta, Vittore Hanau con suo figlio Mario, Alberto Vita Finzi e Cinzio Belletti. In realtà le vittime saranno undici. A costoro, infatti, si aggiungeranno Girolamo Savonuzzi e Arturo Torboli, non si sa perché, non si sa come. Fino all’ultimo nessuno di loro saprà di essere stato condannato a morte. Escono dal Castello ritenendo che sarebbero stati scortati in piazza per una pubblica accusa, ma gli spari risuoneranno ben prima, sulla strada e il loro sangue righerà il volto di una città che Ghisellini aveva intelligentemente preservato dalla violenza. Del resto, si sa, la violenza è una bestia che non si fa imbrigliare e, solitamente, produce altra violenza. Solo i comunisti riescono a sottrarsi dal rastrellamento. Si tengono in disparte e, considerato quel che l’uccisione di Ghisellini ha prodotto, considerato quanto il popolo abbia in odio coloro che hanno scatenato quell’inferno, decidono di trasferire le loro colpe sui fascisti; spargono il seme del dubbio. Stando alle loro parole sarebbe stato Govoni, uno dei più violenti repubblicani. Govoni, però, non si trovava lì, quella notte, e dalle successive indagini eseguite da magistratura, polizia, carabinieri e CLN stesso, non emergerà alcun profilo di responsabilità fascista. Nessuna indagine, invece, viene svolta per accertare la responsabilità dei partigiani rossi, gli unici cui avrebbe giovato l’inizio del conflitto interno, gli unici che avrebbero tratto vantaggio dalla morte di un fascista moderato, capace di parlare con il CLN moderato. Il fascismo doveva morire, questo era il grido della battaglia rossa. La sua sopravvivenza nei moderati era per loro intollerabile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La prova di ciò è scritta nero su bianco nell’edizione clandestina de L’Unità del 15 dicembre di quello stesso anno, un mese dopo la morte di Ghisellini. Ivi si legge:</span></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">«Le ultime due o tre settimane sono state dure per i traditori fascisti: a Torino, dopo il console Giardina, sono caduti sotto il piombo giustiziere dei patrioti altri tre traditori: Riva, Chiesa, Trincheri; ad Imola è stato giustiziato un console fascista; a Castel d’Argine (Bologna) uguale sorte è toccata al reggente federale fascista di Ferrara …»</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e il bollettino degli orrori prosegue.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dopo tale rivendicazione i comunisti fedeli al silenzio tentano ancora di negare l’assassinio di Ghisellini, affermando che ne L’Unità si parla di Castel d’Argine e non d’Argile. Cercano di trasformare un refuso nella più grande delle menzogne. Ma, come si dice, le menzogne hanno le gambe corte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La verità uscirà anche per bocca di Spero Ghedini, il partigiano comunista che si era rifiutato di partecipare all’incontro di pacificazione con Ghisellini, il partigiano processato &nbsp;per il trafugamento del tesoro di Italo Balbo: anni dopo, infatti, ormai terminata da vent’anni la sua carica di sindaco di Ferrara, durata dal ’56 al ’63, pubblicherà un suo libro di memorie dal quale emergerà la soddisfazione per essere riusciti a far attecchire sul campo arato della storia il seme della menzogna, facendo credere che la responsabilità per l’uccisione di Ghisellini fosse da ricercare all’interno del partito fascista.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ed è una verità gemella a quella riferita da Vittorio Gombi, ex comandante della resistenza locale, il quale, in un’intervista rilasciata a Gianfranco Stella, svelerà il nome del responsabile: l’uccisione di Ghisellini era stata decisa all’interno del CLN rosso ed era stata eseguita da Mario Peloni, nome di battaglia Orazio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Una cosa è certa: il ritrovamento del corpo di Ghisellini, in quel triste 14 novembre, ha vergato con il sangue una delle peggiori pagine della storia italiana. È l’inizio, infatti, di giorni bui sui quali si ammucchieranno molte vite strappate alla vita, appartenenti ad entrambi gli schieramenti; giorni ancora oggi noti come “guerra civile”. E in questa guerra moriranno, per mano dei comunisti, intere famiglie e moltissimi ragazzi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La morte di giovani vite innocenti non ha politica, non ha ideale. È solo l’azione di anime che non conoscono dignità</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ben lo descrive Curzio Malaparte nel suo romanzo autobiografico</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">La Pelle</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">ed è una pagina che merita di essere letta, merita di essere scolpita nel marmo di una storia spesso negata. Mi si perdoni la parte riassuntiva scritta in tondo:</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino, C’era anche una ragazza, fra loro: giovanissima, nera d’occhi, e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s’incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d’estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gassoso, e qua e là screpolato, simile ai cieli di Masaccio negli affreschi del Carmine.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’ufficiale partigiano indicò uno dei ragazzi senza nemmeno guardarlo e lo chiamò a morire.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">«Fa’ presto. Non mi far perder tempo. Tocca a te»</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">«Se gli è per non farle perdere tempo» disse il ragazzo con voce di scherno «mi sbrigo subito»</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[…]</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Il ragazzo gridò: «Viva Mussolini!» e cadde crivellato di colpi.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[14 novembre 2023 – Tutela certificata S.I.A.E.]</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Foto di dominio pubblico</span></b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Per approfondire:</span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Spero Ghedini</span></b><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Uno dei centoventimila</span></i><span class="fs12lh1-5">, Ed. La Pietra, Milano, 1983</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Giorgio Pisanò</span></b><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Sangue chiama sangue</span></i><span class="fs12lh1-5">, Ed. Pidola, Milano, 1962</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Giorgio Pisanò</span></b><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Storia della Guerra Civile</span></i><span class="fs12lh1-5">¸ FPE, Milano, 1971-1972</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Gianfranco Stella</span></b><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Compagno mitra. Saggio storico sulle atrocità partigiane</span></i><span class="fs12lh1-5">, Ind. Pub., 2018</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 14 Nov 2023 10:37:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Equivoci goldoniani e il mondo teatrale di Lavia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000116"><div class="imTAJustify">In scena al teatro Argentina di Roma <i>Un curioso accidente</i> di Carlo Goldoni, con Gabriele Lavia, che cura anche la regia, Federica Di Martino, Simone Toni, Giorgia Salari, Andrea Nicolini, Lorenzo Terenzi, Beatrice Ceccherini, Lorenzo Volpi e Leonardo Nicolini.</div><div class="imTAJustify">Una delle commedie meno rappresentate di Goldoni. Le scelte di Lavia non sono mai banali, del resto. Spesso predilige, con grande coraggio, le opere poco rappresentate, dando nuova vita a bei testi che non tutti conoscono. Poco nota, dunque, poco rappresentata, eppure una delle opere goldoniane più riuscite, nella quale l’autore esce dall’ambiente veneziano, conferendo all’equivoco amoroso un qualcosa di shakespeariano. E a tratti, anche la musica si fa shakespeariana, sebbene spazi tra antico e moderno in un’originale insieme di sonorità che fungono da commento ai fatti, con il supporto delle parole scritte da Lavia stesso, autore dei testi, brevi poesie in musica, puntuali, descrittive, dall’alta valenza drammaturgica: un perfetto coro di memoria antica.</div><div class="imTAJustify">Ma non è solo una commedia che corre sul carosello dell’amore, della gelosia, <i>«dell’inganno e dell’incanto»</i>, come cantano i protagonisti. È un’opera mirabilmente inserita nell’epoca dei Lumi, dove la ragione prevale e così il buon senso; dove, pur senza mai assumere toni politici, il nonsense del classismo, dapprima aristocratico e poi borghese, si percepisce netto.</div><div class="imTAJustify">Lo stesso Voltaire non ha mai celato una profonda ammirazione per Goldoni: <i>«Signor mio, Pittore e Figlio della Natura; vi amo dal tempo che io vi leggo. Ho veduta la vostra anima nelle vostre opere. Ho detto: Ecco un uomo onesto e buono, che ha purificato la Scena Italiana, che inventa con la fantasia, e scrive col senno»</i>.</div><div class="imTAJustify">La scena è prettamente laviana: imponente, ben costruita, un pezzo d’arte dello scenografo Alessandro Camera. Il rapporto empatico tra Lavia e la scena l’abbiamo visto sempre, del resto: ne <i>Le leggi della gravità</i>, ad esempio, con il Tempo scandito dal rumore del treno che entra da una grande finestra, da un orologio incombente e con la Vita racchiusa nel lungo bancone polveroso; ne <i>Il padre</i>, con il mobilio che disegna l’equilibrio precario della psicologia dominante in quella casa in contrapposizione al baule degli oggetti del protagonista, baule che, solo, gode di un equilibrio “sensato”; ne <i>I giganti della montagna</i>, una delle ultime grandiose produzioni che hanno portato vita pirandelliana al teatro Eliseo. E solo per citare alcuni lavori più recenti. La scena, nelle opere di Lavia, anche con l’ausilio di luci sapientemente realizzate, in questo caso di Giuseppe Filipponio, recita insieme agli attori, ma dice qualcosa di diverso da loro, elabora il non detto. Ogni particolare racconta una storia nella storia. In quest’opera, ad esempio, il drappo rosso che ricopre il pavimento ha lo stesso colore della passione: a volte sulla passione si passeggia inconsapevoli, altre volte non si vuole riconoscerla negli altri e la si calpesta, ma è lì, domina tutti e tutto, gli uomini, così come i personaggi di questa pièce, si muovono su di essa, si rotolano su di essa, vivono in essa. C’è anche un’altalena in scena; un gioco di bimbi, che, tuttavia, qui, segna anche quell’incedere incerto che la vita a volte impone, tra il su e il giù, tra l’avanti e l’indietro. Il camerino a vista, invece, ci fa entrare in un teatro che non cela se stesso, che si offre al pubblico completamente, senza veli. Ed è risultato raggiunto anche attraverso la felice scelta registica, tipica di Lavia, di portare i personaggi tra il pubblico in sala e, addirittura, il pubblico in una parte della scena, sicché il teatro non è più solo un edificio, ma un insieme di persone. Metateatro.</div><div class="imTAJustify">Particolari i costumi di Andrea Viotti: lunghi pastrani sui quali pennellate di un tenue arcobaleno in diverse nuances reinterpretano la maschera di Arlecchino. In effetti i personaggi che circondano Lavia si muovono con i gesti accentati delle maschere, le braccia spesso larghe a preparare un inchino, ma anche a mimare inesistenti fili tenuti da un inesistente burattinaio. Sul finire Arlecchino arriva veramente; un Arlecchino strappato al mondo dell’assurdo che sempre lo circonda, come il grande Ferruccio Soleri e, ancor prima di lui, Marcello Moretti ci hanno insegnato. Un’evocazione, più che un personaggio, in questo caso; una presenza che rappresenta l’iperbole goldoniana, fino ad allora più misurata. Forse, se un appunto può farsi ai costumi, rendono i personaggi femminili troppo simili tra loro, quasi intercambiabili. Sicuramente è un effetto voluto, rientra nel gioco degli equivoci, ma, all’inizio, spiazza un poco.</div><div class="imTAJustify">È un Goldoni, quello di Lavia, che lascia spazio al sorriso e al dramma. Nella sua interpretazione si conferma un grande mattatore e riempie la scena, passando, con l’agilità dei suoi vasti accenti, dal sorriso della commedia alla profondità delle riflessioni più amare di un padre tradito da se stesso. Il suo personaggio è divertente, distratto dalle proprie certezze al punto da non comprendere quel che gli sta accadendo intorno; lo sostiene una punta di narcisismo nel ritenersi padre migliore di altri padri, con una figlia migliore di altre figlie; ma, allo stesso tempo, è un uomo intenso, ricco di quel pathos che Lavia conosce bene. Egli passa agilmente attraverso una vasta gamma di sentimenti e risentimenti. Lo fa con tutto se stesso, esternando un’invidiabile fisicità, un’agilità notevole. Non si risparmia mai ed è una generosità attoriale, la sua, che rende onore al Teatro, quello scritto con la “T” maiuscola.</div><div class="imTAJustify">E, poi, è bello vederlo muoversi anche nel paesaggio di una storia impregnata di ironia. La sua mimica sottolinea efficacemente le battute divertenti e, anche quando si abbandona più semplicemente a considerazioni che si affacciano sul lato buffo della vita altrui, lo fa con grande maestria. Il suo costante riferimento alla Francia come patria di sfarfallii giocosi è esilarante. Goldoni stesso aveva una sua idea della Francia, come si legge in alcune sue lettere. Forse, però, nel descrivere il tipo francese, non avrei fatto cenno a <i>«Allons en-fans»</i>, incipit della Marsigliese, poiché la vicenda narrata si svolge nel 1761 e l’inno francese è post-rivoluzionario. Però concordo sul fatto che descrive perfettamente il carattere dei cugini d’Oltralpe.</div><div class="imTAJustify">Bravi tutti, ovviamente. Non c’è nessuno che non sia entrato perfettamente nel proprio personaggio. Di particolare pregio il ruolo cameo di Andrea Nicolini, musicista eccezionale, che, tuttavia, in alcuni quadri, sostenuto dalla musica tenuta viva dal secondo pianista, Leonardo Nicolini, abbandona il pianoforte per interpretare magistralmente Riccardo, arcigno, bisbetico, amaro finanziere, il quale si muove a stento sui margini di un senso di umanità che sembra non averlo mai sfiorato, sebbene la lezione di Goldoni sia sempre quella: non tutto è come si crede che sia.</div><div class="imTAJustify">Federica Di Martino si conferma brava, forse troppo intensa nei momenti più giocosi o più sentimentali, ma impeccabile nella sua presenza scenica. Simone Toni, l’ambito e conteso Monsieur de la Cotterie, più degli altri interpreta la maschera, accentuando movimenti e toni e conferendo alla storia quella sfumatura farsesca che in Goldoni ha sempre un suo perché; inoltre conosce bene l’arte delle pause e delle parole che s’inseguono e strappa risate con giusta misura.</div><div class="imTAJustify">Vivaci, briosi e particolarmente attenti al ritmo della rappresentazione, che li vede in perfetto equilibrio tra gioco e serietà, tra amore e non amore, tra schiaffi e baci, anche Beatrice Ceccherini, che interpreta Costanza, Giorgia Salari, la graziosa Marianna, Lorenzo Terenzi, nel ruolo del Guascogna, e Lorenzo Volpe.</div><div class="imTAJustify">Nel complesso è un gran bel teatro, quello di <i>Un curioso accidente</i>, e merita di essere non già visto bensì vissuto anche più di una volta, perché il pubblico, come detto, vive la scena con gli attori. E non è, forse, questo il segreto e il senso di fare teatro?</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Quarta Parete Roma, 6 novembre 2023]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 06 Nov 2023 10:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Stella di piazza Giudia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Almanacco"><![CDATA[Almanacco]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000114"><div><div class="imTAJustify">È il 1943, o, meglio, l’anno 5704 secondo il calendario ebraico. Al Ghetto di Roma vive una ragazza, Celeste Di Porto, ma tutti, per la sua bellezza, la chiamano Stella. Stella di piazza Giudia. Ha diciotto anni. È giovane, carina; ha voglia di divertirsi e non tollera gli sguardi critici dei suoi vicini, dei suoi correligionari.</div><div class="imTAJustify">Kappler, tenente colonnello delle SS e responsabile, dopo l’armistizio, del Servizio di Sicurezza romano, tiene d’occhio il Ghetto, fonte di uomini e donne da mandare nei lager. Ha persino imposto agli ebrei di portare 50 kg di oro in sinagoga per evitare che duecento di loro vengano deportati. Una delle tante menzogne naziste, ovviamente: l’oro non li avrebbe salvati.</div><div class="imTAJustify">Lei, però, la Stella del Ghetto, non intende rinunciare al proprio anello. È ribelle. E da ribelle, nonostante continui ad essere fidanzata con un certo Lamberto, di fede ebraica e che abita fuori dal Ghetto, inizia a frequentare un “amante”, Vincenzo Angelini, ex poliziotto, il quale, dopo la caduta del fascismo e l’armistizio, non sa bene cosa fare della propria vita. Non si unisce ai fascisti del nord, ma, comunque, evita di mettersi contro i tedeschi; anzi, con loro collabora strettamente. Fa parte della cosiddetta “Banda Roselli”, un’associazione delinquenziale di soggetti che, per salvare se stessi, s’inchinano ai tedeschi e perseguono i loro biechi fini predatori contro gli ebrei. Del resto, gli ebrei, Antonelli, non li ha mai amati. Tutti tranne Stella. Lei gli piace parecchio. Si vedono spesso, anche al Ghetto, nel ristorante <i>Il Fantino</i>. Molti nazisti e simpatizzanti frequentano i ristoranti ebraici, noti per la loro ottima cucina. Le fornisce anche un lasciapassare per superare indenne i controlli tedeschi, persino durante il coprifuoco.</div><div class="imTAJustify">È venerdì 15 ottobre. Si festeggia il Succòt. Ma non c’è aria di festa. Quando scende la sera poche ombre cercano riparo nelle case. La notte, però, non porta riposo.</div><div class="imTAJustify">I nazisti, i “nuovi nemici”, hanno scelto di avvalersi della collaborazione di italiani per individuare gli ebrei da “stanare”. Ce ne sono alcuni ricercati più di altri. Stella ama il Ghetto, ma non ama certe persone che la giudicano da sempre, non ama quello che lei definisce bigottismo. Decide di collaborare con i nazisti, dunque.</div><div class="imTAJustify">Antonelli, che ha incontrato Celeste in una pensioncina fuori mano, le dice di non tornare a casa, quella notte, e di stare tranquilla per la sua famiglia, perché ha provveduto a depennarli da qualunque lista di rastrellamento. E ce n’è uno in arrivo. Uno brutto. In effetti la sua famiglia riuscirà a fuggire e si sistemerà nel quartiere Primavalle. La mette a parte di questo segreto, consapevole che lei non avrebbe avvisato nessuno, che lei non avrebbe creato problemi. E così è. Del resto, molte delle segnalazioni erano sue.</div><div class="imTAJustify">Un camion sosta in via del Portico di Ottavia. Vociare tedesco. Altri camion si fermano in via della Reginella, in via Catalana, in via del Progresso e, naturalmente, sul Lungotevere. La voce di una donna non ebrea che soffre d’insonnia e che, dunque, si è accorta della manovra di accerchiamento, grida agli ebrei di scappare: <i>«Sono arrivati i tedeschi»</i>.</div><div class="imTAJustify">I tedeschi.</div><div class="imTAJustify">Presto sorge il chiarore dell’alba del giorno dopo. Il 16 ottobre. Una giornata che resta nella memoria di Roma come una ferita ancora aperta.</div><div class="imTAJustify">Lentamente, alla voce dei tedeschi, si unisce quella di donne e uomini. I bambini vengono fatti passare per ariani in custodia e piangono nel dare l’addio al padre che sale su un camion, dietro un telone. Sono troppo piccoli per sapere che non lo vedranno più, ma, forse, lo sentono.</div><div class="imTAJustify">Sono 1259 gli ebrei deportati. Torneranno solo in 15.</div><div class="imTAJustify">I tedeschi sanno i nomi, sanno quanti sono in famiglia. Sanno tutto.</div><div class="imTAJustify">Seguiranno altri rastrellamenti, nei mesi seguenti, e Stella continuerà ad avere i suoi lasciapassare, continuerà a frequentare Vincenzo e a vendicarsi di chi l’aveva sempre considerata una poco di buono; avrà anche dei soldi dai tedeschi, il frutto delle taglie che avevano messo a favore di chiunque denunciasse la presenza di ebrei: cinquemila lire per un maschio adulto, tremila per una donna e duemila per un bambino. Sono tanti, tantissimi soldi, per quell’epoca, l’epoca della canzone <i>Se potessi avere mille lire al mese</i>. E li spende, non badando al sangue che li ha macchiati. Veste elegantemente e indossa costosi gioielli, molti dei quali appartenuti alle persone che ha denunciato.</div><div class="imTAJustify">Il suo soprannome luminoso, Stella, viene adombrato da un altro, evocatore di ben diverso sentimento: Pantera Nera.</div><div class="imTAJustify">Le basta salutare in strada i suoi vicini per denunciarli. È quello il segnale, per i tedeschi. Il suo saluto. Un saluto. Un gesto di cortesia che si trasforma in un orrendo crimine.</div><div class="imTAJustify">Nel 1944 contribuirà a far cadere in trappola persino il suo fidanzato ebreo e, poco dopo, Lazzaro Anticoli, detto Bucefalo. Uno dei grandi ricercati dalla Gestapo. Bucefalo reagisce alla cattura. Da buon pugile lascia più di un nazista a terra, ma viene vinto dal calcio di una pistola sulla testa, una Walther P38. Finirà i suoi giorni terreni alle Fosse Ardeatine, forse al posto del fratello di Celeste, catturato e poi depennato dalla famigerata “lista Caruso” e rilasciato. Nella sua cella di Regina Coeli Bucefalo scrive sul muro: <i>«Sono Lazzaro Anticoli detto Bucefalo pugilatore. Se non arivedo la famija è colpa di quella venduta di Celeste Di Porto. Arivendicatemi»</i>.</div><div class="imTAJustify">Celeste stessa pare che venga catturata nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1944, ma anche prontamente rilasciata per intercessione del suo amante. Il nome della Pantera Nera è ormai simbolo imperituro di infamia. Suo padre pare che si autodenunci ai tedeschi: vuole lavare l’onta d’avere cotanta figlia, condividendo la maledetta sorte dei lager con tutti coloro che la figlia ha denunciato.</div><div class="imTAJustify">Sul suo nome, o, meglio, sul nome con cui lei ama farsi chiamare, ossia Stella, nascono tristi stornelli</div><div><i> </i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i>Stella della sira</i></div><div class="imTAJustify"><i>Stella ria</i></div><div class="imTAJustify"><i>sei tu la spia</i></div><div class="imTAJustify"><i>di Piazza Giudia …</i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><i>Stella, Stella d’oriente</i></div><div class="imTAJustify"><i>ne hai fatti pianger tanti</i></div><div class="imTAJustify"><i>fosti la spia di piazza Giudia</i></div><div class="imTAJustify"><i>Voglio cantar così la serenata</i></div><div class="imTAJustify"><i>finché Stella viene ammazzata ...</i></div><div> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il 4 giugno 1944 gli americani entrano a Roma e si apre la caccia ai collaborazionisti. Stella riesce a sfuggire al linciaggio che alcuni ebrei vorrebbero riservarle. Viene portata a Regina Coeli, alle Mantellate, ma non vi rimane molto. In assenza di denunce scritte &nbsp;&nbsp;- e, forse, a fronte di qualche regalia, considerate le ricchezze insanguinate che aveva accumulato - &nbsp;&nbsp;esce e si dilegua. Alcuni dicono che sia riuscita a rifugiarsi a Napoli grazie ad un passaggio su una camionetta di americani con i quali, in cambio, avrebbe avuto incontri sessuali. Fatto sta che lì, nel capoluogo partenopeo, l’anno seguente viene riconosciuta e denunciata da un ebreo di piazza Giudia in fuga. Dice di chiamarsi Stella Martinelli, scegliendo, scioccamente, il soprannome che aveva sempre avuto e il cognome di un commerciante non ebreo che aveva bottega proprio sotto la sua casa romana. Il denunciante è talmente sicuro che si tratti di Celeste Di Porto da convincere le autorità locali, che la mandano a Roma, dove viene nuovamente interrogata. Insiste sullo scambio di persone, ma poi cade nel tranello più vecchio del mondo: l’interrogante la fa allontanare e poi la richiama col suo vero nome e lei si gira.</div><div class="imTAJustify">Nel 1947 viene celebrato il processo alla Banda Roselli, processo che vede anche lei tra gli imputati. Anzi, stando ai titoli altisonanti dei giornali, lei sembra la principale figura in quel teatro in cui si rievoca la morte. Nei suoi confronti, però, vengono a mancare molte testimonianze: chi non voleva “impicciarsi” in certi affari, chi aveva ancora paura, chi aveva preso soldi, forse. Alcuni affermano addirittura di averla incontrata nei giorni del terrore nazista e di non essere stati denunciati, anzi di essere stati da lei avvertiti in modo da mettersi in salvo. <i>Ius vitae ac necis</i>, lo chiamavano i latini; diritto di vita e di morte. Probabilmente era piacevole, per lei, averne e poter scegliere chi denunciare e chi no. Rientra perfettamente nella sua sete di vendetta per i giudizi negativi ricevuti.</div><div class="imTAJustify">Il Tribunale, nonostante Stella non cessi di professarsi innocente, la condanna <i>«alla pena della reclusione per anni 12 (di cui 5 condonati) per collaborazione-concorso in sequestro di persona continuato e concorso in furto aggravato continuato. Fine pena 9 maggio 1952»</i>. Tra varie vicende ed ulteriori condoni, però, sconterà solo tre anni presso il carcere di Perugia. In quei tre anni conosce Elena Alvino, <i>visitatrice delle carcerate</i>; un rapporto inizialmente conflittuale che si risolve in un’amicizia e nella conversione di Celeste al cristianesimo. Viene battezzata ad Assisi nel marzo del 1948 e, successivamente, avendo usufruito dell’amnistia di De Gasperi, sarebbe entrata in convento, donde, però, sarebbe stata presto allontanata, facendo nuovamente perdere le proprie tracce. La ritroviamo nel 1951 a Roma, sposa felice. Suoi testimoni l’on. democristiano Giordani e il conte Alvino, marito di Elena, colui che aveva dato rifugio sicuro a chi aveva eseguito l’arresto di Mussolini. La sua figura diventa prettamente politica. Muore nel 1981. Di lei resta un nome sinonimo d’infamia, ben diverso da quello di tante altre persone, anche non di religione ebraica, che misero a repentaglio la propria vita per nascondere ebrei nelle loro case. Una di loro fu mia nonna, che accolse una donna alla quale, in quel maledetto 16 ottobre, avevano portato via figlio e marito. Ma non è di lei che voglio parlare, bensì di Giovanni Borromeo.</div><div class="imTAJustify">Il dottore Giovanni Borromeo è medico al Fatebenefratelli, l’ospedale dell’Isola Tiberina, adiacente al Ghetto. Poco dopo il rastrellamento del 16 ottobre accoglie molti ebrei nel suo ospedale e li ricovera in un reparto isolato perché portatori di un morbo altamente infettivo: il morbo di K. Una malattia che non esiste, ovviamente. K sta per Kappler o Kesserling. È fine ottobre quando i tedeschi circondano l’ospedale con i loro camion. Kesserling, affiancato da un interprete altoatesino e da un medico della Wehrmacht, impone di consegnare gli ebrei. Il Dott. Borromeo, che parla un fluente tedesco, dice loro che non c’è problema, ma che la sua professione gli impone di spiegare la sintomatologia e la pericolosità del morbo da cui quelle persone sono affette. Mostra anche cartelle cliniche, ovviamente false. I tedeschi, probabilmente, pensano che per qualche “vile ebreo” non valga la pena contagiarsi con un simile, gravissimo morbo e se ne vanno.</div><div class="imTAJustify">Gli ammalati del morbo di K vengono forniti di documenti falsi e mandati altrove.</div><div class="imTAJustify">I tedeschi, però, sono sospettosi e continuano a ronzare intorno a quell’ospedale, a quel medico e a chiunque gli sia tanto vicino da poterlo aiutare. Arrestano, così, il Generale Roberto Lordi, che effettivamente collabora con Borromeo, e arriva il giorno in cui convocano nei loro uffici di via Tasso anche quest’ultimo. Saluta moglie e figlio, pensando che non li avrebbe più rivisti, ma, invece, si trova dinanzi ad una sorpresa. Non è stato convocato per un interrogatorio, ma come medico. In via Tasso, già stremato dalle torture, c’è il Generale Lordi. Lui sa nomi e indirizzi degli ebrei sotto protezione. Sa che non resisterà a lungo alle torture e che li rivelerà, ha chiesto dunque del suo medico, ossia di Borromeo, per rivelargli tutto durante la visita, affinché li avvisi e li faccia scappare. È un alto ufficiale. La sua richiesta di essere visitato dal suo medico non gli viene negata. Borromeo, dunque, riesce a far fuggire tutti prima dell’arrivo dei tedeschi. Ma è ancora più esposto. Ciononostante si salverà e vivrà ancora molti anni accanto ai suoi affetti familiari, al contrario del povero Generale Lordi, il quale finirà alle Fosse Ardeatine.</div><div class="imTAJustify">Nel 2005 l’Ambasciatore d’Israele ha consegnato ai figli di Giovanni Borromeo il riconoscimento di “Giusto fra le Nazioni”.</div><div class="imTAJustify"><i>«Chi salva una vita è come se avesse salvato il mondo intero»</i> recita un proverbio talmudico.</div><div class="imTAJustify">Nulla si dice di chi, invece, le vite degli altri le ha vendute, come ha fatto Stella di piazza Giudia.</div><div class="imTAJustify">Il mondo è fatto così: il Bene e il Male convivono in un’eterna battaglia, senza vinti, né vincitori. Ma l’emozione che suscitano vite come quella del dott. Giovanni Borromeo sa sicuramente spargere nell’aria il profumo della Bellezza.</div></div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Tutela certificata – S.I.A.E. - 16.10.2023]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Foto di dominio pubblico</b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b>Per approfondire:</b></div><div class="imTAJustify"><b>Pietro Borromeo</b>, <i>Il Giusto che inventò il morbo di K</i>, Fermento, Roma, 2007</div><div class="imTAJustify"><b>Alessandro Falcone – Gian Piero Palombini</b>, <i>Cercando Stella. La vita di Celeste Di Porto</i>, documentario de La Storia Siamo Noi, Rai, 24.01.2008</div><div class="imTAJustify"><b>Anna Foa</b> – <b>Lucetta Scaraffia</b>, <i>Anime nere</i>, Marsilio, Venezia, 2021<b></b></div><div class="imTAJustify"><b>Giuseppe Pederiali</b>, <i>Stella di Piazza Giudia</i>, Giunti, Firenze, 1995</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 16 Oct 2023 00:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gianfranco Jannuzzo ne "Il Padre della Sposa"]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000112"><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">Umorismo e sentimenti nella pièce tratta dal romanzo di Streeter e diretta da Gianluca Guidi</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dal 10 al 29 ottobre alla Sala Umberto di Roma, reduce dal bel successo ottenuto al teatro Manzoni di Milano nella scorsa stagione, va in scena la commedia </span><i class="fs12lh1-5">Il Padre della Sposa</i><span class="fs12lh1-5">, testo scritto da Carolyn Francke e tratto dal romanzo di Edward Streeter, qui in un adattamento italiano personalizzato da Gustavo Verde. Interpreti Gianfranco Jannuzzo e Barbara De Rossi nel ruolo di Giovanni e Michelle, i genitori della ragazza; Martina Difonte e Lucandrea Martinelli nel ruolo di Alice e Ludo, i due fidanzatini; Roberto Iannone e Marcella Lattuca nel ruolo di Rinaldo e Costanza, i consuoceri; e Gaetano Aronica nel ruolo di Boris, un eccentrico organizzatore di matrimoni. La regia e le musiche sono di Gianluca Guidi, la produzione di Francesco Bellomo per </span><i class="fs12lh1-5">Virginy l'Isola Trovata</i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’esordio romano ha visto un teatro affollatissimo e la presenza di molti nomi dello spettacolo e del giornalismo, tra i quali Giancarlo Magalli, Emanuele Salce, Patrizia Pellegrino, Anna Malvica, Jimmy Falqui, Gaetano Savatteri, Giancarlo Governi e Paolo Paganini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un classico della commedia americana. Bellomo, con acume e buongusto, ha scelto di produrla con la sua etichetta, che, già nel nome, rivela il ricordo sempre presente di sua sorella Virginia, eccezionale studiosa di Pirandello, attrice e produttrice, purtroppo recentemente scomparsa, come lui cresciuta dal grandissimo Nino Bellomo nell’amore per il teatro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il testo viene da lontano. Negli Stati Uniti del 1949, usciti vittoriosi dalla Seconda Guerra Mondiale e catturati dall’ottimismo di Truman teso al consolidamento del capitalismo, il libro di Streeter, abile narratore del lato buffo, persino ridicolo della vita, già realizzato con un libro di finte lettere dal fronte scritte da un soldato semi-analfabeta, diventa un enorme e inatteso caso letterario anche grazie alle illustrazioni del noto cartoonist Gluyas Williams, che fungono quasi da bozzetti di scena. La storia sembra interpretare, con la giusta dose di ironia e sul filo di fatti semplici e intimistici, sia un sentimento familiare comune, la gelosia di un padre verso una figlia che decide di sposarsi, sia il desiderio di rispondere positivamente alla politica trumaniana e contestualmente cancellare le brutture della guerra ancora vicina con la fastosità della cerimonia nuziale e del banchetto. In quegli anni c’era voglia di bellezza, forse <i>bisogno</i> di bellezza. La bellezza, però, è una panacea senza tempo e vale ora come allora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’anno seguente <i>Il Padre della Sposa </i>fa ingresso nel mondo del cinema. Regista è Vincent Minnelli, sceneggiatori Frances Goodrich e Albert Hackett e interpreti Spencer Tracy, Joan Bennet ed una bellissima, spumeggiante diciassettenne dagli occhi viola, Liz Taylor, fidanzata di scena con Don Taylor. Per Tracy arriva anche la nomination all’Oscar; lo stesso vale per gli sceneggiatori e per la produzione, che, comunque, conquista il Golden Globe. Nel 1951, sull’onda del successo cinematografico, Carolyn Francke scrive il testo teatrale e, quarantuno anni dopo, arriva un atteso remake con Steve Martin, Diane Keaton, Kimberly Williams-Paisley e George Newbern, regia di Charles Shyer, il quale partecipa con Nancy Meyers all’ammodernamento della sceneggiatura.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In questa commedia il ruolo del padre, lungi dagli arrovellamenti di Strindberg o di De Filippo, di Shakespeare o del nostro contemporaneo inglese Charlie Josephine, lungi dalle stigmate di dramma che segnano la gelosia del <i>Rigoletto</i> di Hugo e di Verdi, è semplice, lineare, perché non gioca tanto il concetto di paternità in senso biologico e psicologico del termine quanto quello umano, emotivo e deliziosamente fragile. È il cuore del padre ad essere protagonista, più che il padre stesso. Qui regna l’amabilità del sentimento paterno. E, in tal senso, la storia si conferma eterna. Eterna nella delicatezza della dinamica familiare, dei sentimenti conflittuali di un padre posto di fronte al fatto che l’amata figlia, per lui sempre bambina, sta per sposarsi; eterna nel pragmatismo maschile, che spesso, dinanzi al carosello infinito dei preparativi delle nozze, trasforma l’uomo di casa in una tarantola muraiola assolutamente immota, con occhio sgranato e segreti pensieri di fuga.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gianluca Guidi è riuscito a creare una coralità comunicativa davvero speciale, mantenendo i ritmi del testo, soprattutto nell’adattamento italiano, a metà tra il vaudeville e la pochade, con una ricchezza viva di battute, di scene nella scena, come in un gioco di specchi, di entrate, di uscite, di gesti; ma anche con un bagaglio ricchissimo di sentimenti, di dubbi, di sogni. È una commedia in costante movimento, fisico e relazionale. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non si può fermare il tempo, certo; non si può impedire all’amore di generare altro amore; non si può vivere al di fuori delle convenzioni sociali. Eppure, come sembra suggerire il protagonista, qualche domanda affiora in un povero padre devastato dal carosello delle nozze della figlia. È davvero l’uomo giusto per sua figlia quel tizio dall’insulso diminutivo? Ed è davvero necessario spendere una fortuna quando basterebbe andare davanti ad un prete e rispondere <i>«Sì»</i> a tutte le sue domande? È questo il suo dilemma. Ed è un dilemma che richiede una particolare abilità non solo nell’interpretazione delle parole, ma nell’esternazione di ciò che viene taciuto; richiede mimica, espressività, profonda comprensione non solo del personaggio, ma dei sentimenti umani, tanto da riuscire a renderli vivi nel loro aspetto nobile e in quello inevitabilmente meno nobile che possiedono. In questo Gianfranco Jannuzzo è maestro. Quando, lo scorso anno, mi parlò del progetto di questo spettacolo, menzionò Spencer Tracy e Steve Martin come traguardi impossibili da raggiungere. Timore decisamente infondato a mio modesto avviso. Lui è capace di parole e di silenzi struggenti quanto quelli di Tracy, anche se i ritmi teatrali non consentono di indugiarvi, e di una prosodia farsesca altrettanto efficace rispetto a quella di Martin. Alterna momenti di riflessione a momenti di comicità, anche se la pièce è fondata essenzialmente su una comicità dai ritmi serrati. Deglutisce, passa lievemente il labbro superiore sull’inferiore, le palpebre scendono, la testa si muove impercettibilmente. Sono meri istanti in cui il tempo dell’umorismo si ferma per lasciare spazio a quello del <i>padre</i>, istanti che, tuttavia, durano un’eternità e che entrano in chiunque lo stia guardando, anche in quelli che non colgono ogni particolare del linguaggio corporeo ma che, comunque, ne percepiscono la potenza. Subito dopo lascia che le parole s’inseguano tra loro, si accavallino nell’idioma dell’emozione, sì, ma anche della razionalità, la razionalità di chi si sente solo in un mondo di folli e, poi, si accorge che folle, folle, folle è lui stesso, insieme agli altri, insieme alla moglie, insieme ai consuoceri, insieme alla figlia amata, persino insieme a quel tizio dall’insulso diminutivo che vuole sposarla e a quel bizzarro organizzatore di matrimoni. La sua è una comicità che nasce dal sentire più profondo. Un piccolo particolare: il protagonista della pièce colleziona francobolli e Gianfranco Jannuzzo, nella vita, ne è un profondo e attento conoscitore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Bravissima anche Barbara De Rossi nel suo troneggiare sulla scena come donna-madre, ma anche come donna che è nuovamente moglie attraverso la figlia e che corona per la seconda volta il proprio sogno. Oscar Wilde, sempre provocatorio, diceva che la felicità dell’uomo sposato dipende da chi non ha sposato. Ebbene, in questa pièce non sappiamo se la felicità del protagonista abbia a che fare con chi non ha sposato, ma sicuramente sappiamo che dipende da chi ha sposato, perché sua moglie, che sembra distante anni luce da lui e dal suo immaginario, un immaginario nel quale, come in un film horror, ella attiva entusiasticamente un frullatore per anima e portafoglio, è, in realtà, il suo appoggio, la sua àncora, la sua verità, l’altra parte della verità, perché ce ne sono sempre almeno due e si completano a vicenda. La De Rossi è capace di rendere con grande padronanza scenica i diversi moti sentimentali del suo personaggio, passando dal sorriso al pianto e nuovamente al sorriso nell’arco di un istante. Del resto la vita, anche nei suoi momenti più comici, conserva sembra l’ombra di una struttura drammatica e si piange persino di gioia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Martina Difonte e Lucandrea Martinelli, giovani ma non inesperti, abbracciano efficacemente la scena, sono capaci di una fantasiosa levità senza troppa enfasi, capace di evidenziare l’umorismo insito nelle loro battute.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un <i>Bravo</i> anche a Roberto Iannone e Marcella Lattuca, i consuoceri. Ottimo assortimento di linguaggi, il loro, di andatura in una sincronia cronometrica, in una nitida precisione, vivacizzata da un’iridescente varietà di accenti e di follie, come lo champagne inesistente che costringono gli ospiti a fingere di bere e che ricorda un’esilarante gag di Stanlio e Ollio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sublime, poi, nel suo fantasioso ruolo, Gaetano Aronica, che, qualche anno fa, abbiamo visto, sempre accanto a Jannuzzo, protagonista di un magnifico Fifì nel <i>Berretto a Sonagli</i>, ma che tutti ricordiamo anche per i suoi ruoli cinematografici, tra i quali un perfetto Paolo Borsellino. Egli conferma, qui, le proprie doti attoriali e mimetiche. Entra fisicamente nei personaggi che interpreta, li aggiusta sul proprio corpo, sul proprio volto. Mi sia consentito un paragone fumettistico: è come Diabolik. La maschera lo trasforma e lui dà vita autonoma alla maschera. Boris, l’organizzatore di matrimoni, marcia costantemente sul filo dell’entusiasmo e dell’esoterismo, alternando momenti in cui tutto va bene a momenti in cui solo l’ipnosi può aggiustare le cose, ottenendo sempre nuovi sforzi, soprattutto economici, dal povero padre della sposa, ma infine rivelandosi estremamente generoso nell’aiutarlo. E fa tutto ciò dall’interno dei propri abiti orientaleggianti, della propria parlata particolare, della propria immaginosa gestualità. Funziona benissimo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche le luci di Umile Vainieri parlano, sottolineando i diversi momenti, così come fanno le belle musiche del regista Gianluca Guidi, la cui sensibilità musicale, pari a quella per il teatro, arriva dai cromosomi, ma è stata elaborata da una crescita personale e professionale di indubbia qualità, che lo rende, oggi, uno dei più validi artisti della sua generazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Indovinata, infine, la scenografia di Carlo De Marino, che, senza chiudere il sipario, rende possibile l’avvicendarsi di due salotti, di due scene.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo scorcio del giardino, poi, è un bel filo d’oro che collega il presente al passato, una citazione, se vogliamo; la citazione di quel vivere benestante tipico di certa America familiare, che predilige la villa all’appartamento cittadino e che riporta tutti noi ai tempi di Tracy.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E il cerchio si chiude.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>Il Padre della Sposa</i>, passando dalla pagina scritta al cinema e dal cinema al teatro, continua ad emozionare, a far sorridere, a far riflettere, a renderci tutti protagonisti di un mondo di affetti e di sentimenti che appartengono al nostro microcosmo familiare da sempre, persino quando non si ha un padre, persino quando non si ha una figlia. Certe situazioni le conosciamo perché sono l’energia e la simpatia con cui Dio ha condito la vita.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"> </b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Quarta Parete Roma, 11 ottobre 2023]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">A volte capita che i ringraziamenti della Compagnia avvengano pubblicamente, sui social, e che siano mirati al mio lavoro, alle mie parole. Li conservo. E mi piace condividerli in calce alla recensione, perché è un onore e un piacere immenso riceverli. Ecco quelli di Gianfranco Jannuzzo e di Gaetano Aronica:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-2" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2023--Il-padre-della-sposa--commento-Jannuzzo-1.jpg"  title="" alt="" width="970" height="358" /><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-3" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2023--Il-padre-della-sposa--commento-Aronica-1.jpg"  title="" alt="" width="970" height="327" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 11 Oct 2023 13:39:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[“Mathilde” e i sentimenti mancati]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000111"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sul palcoscenico romano del teatro Lo Spazio, deliziosa oasi d’arte e spettacolo nel cuore del quartiere S. Giovanni, è in scena </span><i class="fs12lh1-5">Mathilde. Cronaca di uno scandalo</i><span class="fs12lh1-5"> di Veronique Olmi, con due grandi protagonisti del teatro contemporaneo: Maria Letizia Gorga e Maximilian Nisi, musiche originali del Maestro Stefano De Meo, regia di Daniele Falleri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">La storia, che si concretizza in un dialogo di coppia reso infuocato da sentimenti contrastanti e scandalosi e accompagnato della mera idea di una terza persona, non racconta nulla di nuovo, ma la resa scenica è eccezionale grazie alla bravura dei protagonisti; tutti anche quelli dietro le quinte, ovviamente. È un bel concerto di bravure questa messa in scena. Non racconta nulla di nuovo perché abbiamo visto questo stesso scandalo in molte occasioni. Nabokov è tra i primi ad averlo esplorato, sotto il profilo letterario. L’abbiamo visto anche nelle pieghe dei fatti di cronaca, come dimostra un famoso arresto nella Francia della metà del Novecento, che portò l’intellighenzia di allora</span><span class="ff1"> &nbsp;</span><span class="ff1">- Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Roland Barthes ed altri -</span><span class="ff1"> &nbsp;</span><span class="ff1">a schierarsi, raccogliendo firme per la liberazione dei condannati e per la liberalizzazione della condotta che li aveva portati alla condanna. E non è un caso, forse, che un testo francese come </span><i><span class="ff1">Mathilde</span></i><span class="ff1"> preveda un piccolo “cammeo” in cui si fa riferimento proprio a certe firme raccolte dall’intellighenzia in favore della protagonista.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Peraltro, in questo caso, lo scandalo sfiora a malapena il contesto. Sì, esiste. È un dato di fatto. Ma non entra veramente nella storia narrata, è invisibile sotto tanti punti di vista. Le cose accadono a prescindere dai particolari che riguardano il “terzo assente”. Trovo che il dialogo e il senso delle cose non sarebbero cambiati se la figura trasparente, l’ologramma frapposto tra i protagonisti fosse stato altro da quello che è, seppur portatore di uno scandalo, di un comportamento illecito. Ce ne sono molti, in fondo; il codice penale è ricco di norme, tutte potenzialmente trasgredibili. Nulla, ma proprio nulla focalizza l’attenzione su di lui in quanto “lui”, come invece avviene in Nabokov. È una figura umbratile che esiste solo in riferimento alla dinamica di coppia. Il dialogo è tutto un </span><i><span class="ff1">«Io, io, io … Tu, tu, tu …»</span></i><span class="ff1">. Lui è solo una causa occasionale. Nel racconto della passione il picco di trasgressione è quasi asettico, non la impregna, non la cambia. Sarebbe quella anche con un altro soggetto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Non è questa la sede per sviscerare quale sia la condotta che richiede tanta attenzione. È uno dei cardini della storia, sebbene compaia quasi subito. Più interessante indagare le dinamiche di coppia che si dipanano nel corso della rappresentazione, nelle quali non ritrovo affatto l’esplosione di sentimenti contrastanti che ci si aspetterebbe. Tutt’altro. La pièce mi dà l’idea di non avere due protagonisti, Mathilde e Pierre, ma uno solo, la Coppia. È un dialogo ma anche un monologo a due voci. Come in </span><i><span class="ff1">Chi ha paura di Virginia Woolf</span></i><span class="ff1">, non parlano i coniugi, ma il loro rapporto; un rapporto fondato su due personalità complementari nel gioco della vita. Entrambi hanno un ruolo preciso, nella loro dinamica relazionale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Mathilde è una donna nevrotica ed egocentrica, assolutamente impermeabile alle mancanze di Pierre, mancanze che sottolinea solo per il gusto di generare sensi di colpa; impersona il lato dominante della coppia, una sorta di “mistress” senza tuta di lattice e senza una frusta se non le sue parole, dura come i sassi che ama più delle foto ricordo, ma anche seducente come la Ann Bancroft de </span><i><span class="ff1">Il Laureato</span></i><span class="ff1"> nella scena in cui si sfila le calze seduta sul letto. Anzi, c’è un punto, nel testo, in cui si fa riferimento proprio a qualcosa di analogo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Pierre, invece, è un tipico soggetto passivo-aggressivo con marcati tratti di personalità dipendente, il quale manipola Mathilde con il proprio malessere, tenendola legata a sé. Vivono una segreta perversione che sfiora la storia come un particolare da cogliere tra le righe: la fantasia dell’uno, che implica una tolleranza esasperata, un po’ come quella di </span><i><span class="ff1">Jules</span></i><span class="ff1"> nel romanzo di Roché e nel film di Truffaut, genera ispirazione all’altra e, nonostante certi comportamenti producano frattura, la frattura non arriva fino in fondo, non sfocia in una tragedia vera e propria, come, ad esempio, quella reale dei marchesi Casati-Stampa, i quali, con un vissuto sotto certi aspetti simile a quello dei protagonisti di quest’opera teatrale, nel 1970 riempirono i rotocalchi italiani con un clamoroso caso di omicidio-suicidio. Forse, rispetto ad un simile dramma, i protagonisti di </span><i><span class="ff1">Mathilde</span></i><span class="ff1"> trovano mezzi alternativi e ciò che è stato sottratto al gioco di coppia non viene mondato dalla morte ma rientra nella storia ex post attraverso un libro. Mathilde è una scrittrice, del resto. Che scriva! le urla Pierre. Scriva tutto, scriva i particolari, scriva quello che ha fatto. Una cura per la sua ossessione? No. Pierre lo afferma, ma mente. È un modo per far entrare dalla finestra quel che è uscito dalla porta, per rendere Pierre partecipe, perché solo così può realizzarsi il loro incastro relazionale. Tutto ciò che lei scrive, anche i diari, gli appunti che lui legge di nascosto, rispondono alle stesse istanze.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Nella prima scena, quando Pierre rivede Mathilde dopo un forzato allontanamento, la scopre “più alta”. Ai suoi occhi, dunque, quella condotta, che altrove ha prodotto tragedia, l’ha migliorata, l’ha resa più imponente, anche se successive accuse potrebbero far credere il contrario. La ama ancora? Forse. Lo iato tra parole e fatti mette in dubbio tutto, però. </span><i><span class="ff1">«</span><span class="fs12lh1-5">T</span></i><span class="fs12lh1-5"><i>i amo quando hai freddo e fuori ci sono trenta gradi; ti amo quando ci metti un'ora a ordinare un sandwich; amo la ruga che ti viene qui quando mi guardi come se fossi pazzo …<b>»</b></i></span><span class="ff1"> dice Billy Crystal in una delle più belle dichiarazioni d’amore cinematografiche, quella di </span><i><span class="ff1">Harry ti presento Sally</span></i><span class="ff1">. Qui ascoltiamo qualcosa di simile: </span><i><span class="ff1">«Ti amo quando insulti il computer …»</span></i><span class="ff1"> ma ci crediamo un po’ meno, perché è il contesto che lo nega, perché, a volte, l’amore è solo una maschera della dipendenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">La storia è tutta qui. Un confronto che è un percorso, in realtà, e si conserva costante e coerente con l’incastro reciproco di ruoli nella relazione. Non c’è pentimento, non c’è perdono. C’è la dinamica dominante-dominato, che è identica all’inizio della storia e durante lo svolgimento della stessa, dove ognuno dei due è l’uno e l’altro: Mathilde domina, ma, in fondo, è tornata lì, in quella casa che avrebbe potuto evitare, di fronte a quell’uomo che avrebbe potuto ignorare, in qualche modo dominata; Pierre è dominato, ma attraverso i suoi malesseri, le sue medicine, i suoi pazienti in fuga domina Mathilde, la tiene lì anche oltre il suo desiderio di andarsene.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Non facile portare in scena un testo che potrebbe essere nulla più di un’occhiata segreta attraverso la finestra del vicino, un orecchio allungato sulla conversazione di due estranei al tavolo di un bar, uno squarcio di qualcosa che ha un inizio e una fine, sebbene li abbia altrove. È una storia senza storia. Eppure la magia del teatro, soprattutto se può avvalersi di certi attori, di certa regia, di certa musica riesce dove la scrittura non arriva.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Ogni creatura d’arte deve avere il suo dramma»</span></i><span class="ff1"> afferma Pirandello. </span><i><span class="ff1">«Altrimenti non è un personaggio»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">E sia la Gorga, sia Nisi lo sanno bene. Potente la loro interpretazione. Davvero potente. Entrambi sanno come muoversi in scena, come sottolineare l’ovvio rendendolo opinabile; sanno gestire gli spazi del dialogo e dell’alterco, trasformando le parole in angoli fisici, reali, concreti, visibili.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Sanno muovere il desiderio di ascoltare. Credibilità e intensità li accompagnano in questo viaggio; e il ritmo serrato delle loro parole, serrato persino nelle pause, cattura il pubblico, che ho visto attento e coinvolto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Non abbassano mai la soglia di attenzione di chi li guarda, di chi li ascolta. Hanno trasformato un mero alterco di coppia in itinere in un dramma interiore nitido ed espressivo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">In una scena ricca di scatole e scatoloni hanno impilato i tanti sentimenti e risentimenti che li uniscono, mischiandoli costantemente, passandoli da una scatola all’altra: anche l’anima dei protagonisti è in fase di trasloco, è nel pieno di una rivoluzione psicologica che è quasi fisica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">La musica di De Meo, come sempre, è capace di parlare, di ritagliarsi un ruolo di coprotagonista. In alcuni momenti mi ha fatto tornare alla mente un bel film di Coppola, </span><i><span class="ff1">Un sogno lungo un giorno</span></i><span class="ff1">, nel quale i personaggi si muovono nella loro finzione quotidiana, celando per quieto vivere i propri veri pensieri, e, in sottofondo, le canzoni originali di Tom Waits esprimono l’inespresso, raccontano come stanno veramente le cose. Ecco, la musica di De Meo compie questo stesso percorso e offre spiragli di apertura sul non detto, sul non confessato, sul segreto, accompagnati da una mimica esplicativa, dal gesto che si fa parola.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Non c’è sipario. Non ci sono antefatti. Il pubblico entra immediatamente nella scena insieme a Pierre, che appare di spalle: indovinatissima scelta, molto cinematografica. Ricordo che quando vidi per la prima volta</span><i><span class="ff1"> Il Padrino</span></i><span class="ff1"> rimasi sopraffatta dalla ripresa iniziale che trova Brando di spalle con la sua mano che recita. Mi è piaciuta molto la scelta di una simile apertura, dunque. Nisi non entra in scena, ma in una stanza, con un pubblico che inizia da subito ad ascoltare, ad occhieggiare, ad infilarsi, non visto, nella vita sua e di sua moglie. Quante volte abbiamo esclamato: </span><i><span class="ff1">«Ah, se potessi essere una mosca per vedere questo o sentire quest’altro!». </span></i><span class="ff1">Ecco, stasera il desiderio si è avverato: il pubblico è una mosca che penetra tra mura domestiche aliene da sé e sbircia la vita degli altri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Nisi è particolarmente bravo a spostare l’attenzione del pubblico dalla maschera esteriore all’intima essenza. Non è mai ridondante, mai roboante. Il suo è un cesello pulito, essenziale e pur capace di raggiungere profondità incredibili. Conosce i gesti emozionali. È uno spettrometro di massa per passioni: attraverso di lui il pubblico riesce a vedere gli isotopi dei pensieri, dei sentimenti e degli umori; persino l’ambiguità viene chiarita pur restando tale, almeno per quel tanto che basta ad irretire. Spacca i turbamenti di un animo complesso in tante parti, esaltandone gustosamente il significato, come fanno le molecole d’acqua con il whisky.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Anche la Gorga interpreta perfettamente l’anima che deve nutrirsi dell’anima altrui per sentirsi viva. La vita è faticosa. Ci si abitua a tutto, anche al dolore. E il dolore, a volte, rende vivi. Anche la passione rende vivi. In alcuni casi dolore e passione si fanno compagnia. Ma di quale passione parliamo, qui? Esaltazione dei sensi? Spregiudicatezza? Voglia di trasgredire? Abbandono? O rimpianto, mestizia, incapacità di vivere? La Mathilde della Gorga possiede una logica ricca di contraddizioni ed è poesia il suo strano equilibrio privo di piani di riferimento, il suo muro di mattoni incapaci di solidità. È adagiata sulle cuspidi della vita, come Eta Beta. E fa poesia perché riesce a restare in piedi, nonostante tutto. Combina guai, ma resta in piedi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Sarà il nome?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Harry Belafonte cantava di una Matilda che lo aveva derubato di tutto, persino del gatto; che gli aveva strappato i sogni ed era fuggita verso altre felicità. La Mathilde di questa pièce è decisamente più ferma. Non scappa, sebbene non si possa, certo, dire che non sottragga qualcosa di prezioso a Pierre. Entrambi i personaggi si battono con una veemenza che la Gorga e Nisi sanno esternare con maestria, drammatici e misurati al contempo, attori che conoscono bene il senso della scena. Sì, Mathilde e Pierre si battono, dimostrando di sapere bene che battersi vale più di qualsiasi vittoria. Battersi è la strada che si percorre; la vittoria è la fine di quella strada. Forse è per questo che si ha l’impressione che nessuno vinca e nessuno perda, in questa pièce. Mathilde e Pierre non sono alla fine di una strada, ma nel bel mezzo di essa; sono nel loro viale alberato, con squarci di sole alternati a tuoni che preannunciano temporali, con gocce di pioggia pesanti come massi, e fango tra i piedi, e brividi di freddo, e schiarite che sembrano isole deserte.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Non occorre essere camera o casa»</span></i><span class="ff1"> scrive Emily Dickinson </span><i><span class="ff1">«per essere abitati dallo spettro. Ci sono nel cervello corridoi che superano gli spazi materiali»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ebbene, questa pièce, così come portata in scena da Maria Letizia Gorga e Maximilian Nisi, è un bel viaggio tra gli spettri interiori. E merita di essere vista.</span></div><div><span class="ff1"> </span></div><div> &nbsp;</div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">[Quarta Parete Roma, 6 ottobre 2023]</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">© Foto di Giancarlo Fiori</span></b><b></b></div><div> &nbsp;</div><div>Grazie a Maximilian Nisi per l'apprezzamento:</div><div><br></div><div><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2023--Mathilde--commento-Nisi-1.jpg"  title="" alt="" width="970" height="277" /><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 06 Oct 2023 17:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Oltre lo specchio della libertà]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altro"><![CDATA[Altro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000110"><div class="imTAJustify">Negli ultimi mesi, anche a seguito di episodi altamente drammatici, ho sentito usare la parola “libertà” nei contesti più fantasiosi.</div><i class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">«Sono libera di ubriacarmi»</i></div></i><div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">«Sono libero di mascherarmi da donna e partecipare ad una gara nella categoria femminile»</i></div><div class="imTAJustify"><i>«Sono libero di picchiare»</i></div><div class="imTAJustify">È di questi giorni, infatti, la notizia della richiesta di assoluzione, da parte di un Procuratore della Repubblica Italiana, nei confronti di un extracomunitario che ha picchiato la moglie, perché picchiarla rientra nella sua cultura, nella sua sfera di libertà.</div><div class="imTAJustify">Inoltre, nell'universo del diritto penale, vengono derubricati sempre più reati cosiddetti bagatellari. Bagatellari per chi li compie, ovviamente, non per chi ne è vittima. E, così, si lascia al giudice civile l'eventuale &nbsp;&nbsp;- eventuale - &nbsp;&nbsp;riconoscimento del danno, che spesso si traduce in un niente di fatto; diventano, così, tristemente reali affermazioni come:</div><div class="imTAJustify"><i>«Sono libero di danneggiare»</i></div><div class="imTAJustify"><i>«Sono libero di ingiuriare»</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E ce ne sono a iosa, di simili “libertà”.</span><br></div><div class="imTAJustify">Ma è davvero questo che la parola indica?</div><div class="imTAJustify">La libertà è il fulcro di un vortice di determinazioni giuridiche e politiche, di profonde meditazioni filosofiche. È uno specchio da attraversare con l’animo curioso e incosciente di Alice, ma anche con la consapevolezza che si tratta di un fenomeno complesso: di fronte alla libertà siamo come i ciechi di una parabola buddista, che devono spiegare cosa sia un elefante toccandone solo una parte, salvo, poi, unire le loro conoscenze e raggiungere un’immagine veritiera.</div><div class="imTAJustify">Oggi, però, le parti dell’elefante si sono inspiegabilmente moltiplicate, diventando contraddittorie. La libertà assomiglia più al Sarchiapone di Walter Chiari o al Minollo di Massimo Troisi che all’elefante dei buddisti. Ha tante zampe, ma anche una zampa sola, ha il muso schiacciato, ma anche allungato. Ognuno racconta la sua parte, ma è spesso incompatibile con quella dell’altro. E l’immagine veritiera diviene irraggiungibile.</div><div class="imTAJustify">La libertà, nel 2023, è una bestia sconosciuta, che diventa facilmente tutto e il contrario di tutto. E quando carichiamo una parola di ogni significato possibile, quella parola, inevitabilmente, diventa il nulla.</div><div class="imTAJustify">Moltissimi gli aspetti della libertà di volta in volta indagati nel corso dei secoli. Anticamente, ad esempio, era libero chi non si trovava in condizione di schiavitù. Aristotele, invece, identificava la libertà con l’atto volontario; senza volontà esistono solo coercizione e ignoranza, diceva. Eppure, oggi mi guardo attorno e vedo una libertà fatta di schiavitù, una libertà priva di atti volontari. La libertà è diventata una dittatura dove veramente libero è solo chi comanda. Siamo prigionieri di dettami assolutistici che rendono il portatore di un pensiero dissonante quasi peggiore di un appestato nella Milano seicentesca. Animale da lazzaretto. La tendenza generale è adeguarsi. Assuefatte all’obbedienza ottusa, molte persone bevono notizie false come vere e rifiutano quelle vere perché certa “intellighenzia” afferma che non lo sono. Vivono come schiavi; come automi biologici che hanno abbracciato la via del non-essere, dismettendo la capacità critica; vivono come rozzi primitivi che hanno abbandonato la via del pensiero e vedono la libertà come mera realizzazione dell’istinto, dell’impulso. La libertà di ubriacarsi, la libertà di ingiuriare, la libertà di picchiare … Non si preoccupano dei suoi confini naturali, che tutelano la libertà altrui; non si preoccupano della Libertà con la elle maiuscola, quella di parola, di credo religioso; la libertà relativa all’autodeterminazione in tema di salute. Del resto, l’istinto, l’impulso sono fuori dalla sfera del ragionamento. <i>«Non sono queste le libertà importanti»</i>, viene detto loro. <i>«Continuate a pensare che libertà sia ubriacarsi, ingiuriare, picchiare …. Mi raccomando!»</i>. E loro ci credono.</div><div class="imTAJustify">E, così, ascoltiamo voci che definiscono libertà persino bombardare di ormoni i bambini solo perché questi ultimi, sollecitati da influencer neanderthaliani e da una televisione ed un cinema “politicamente corretti”, dicono di voler appartenere all’altro sesso; bambini che hanno un’età in cui non sanno nemmeno cosa vogliono per merenda.</div><div class="imTAJustify">Ascoltiamo voci che, sotto lo scudo dell’orgoglio gay, trasformano l’orientamento sessuale in una brutta pagliacciata. Ci sono state epoche in cui l’omosessualità era perseguitata, soprattutto sotto il dominio temporale della Chiesa, e questa era un’infamia. Ma ora non lo è. Quindi perché essere tanto invasivi? Perché volerla imporre ad ogni costo, ovunque, come l’unica realtà esistente? Perché inscenare mascherate pubbliche, volgari e a volte persino blasfeme? La nonna di un mio amico diceva che non si dovrebbe mai sbandierare quel che accade sotto le lenzuola. Donna saggia. È questione di intelligenza e di buon gusto. A me non verrebbe mai in mente di scendere in piazza ad urlare la mia eterosessualità. Sono affari miei.</div><div class="imTAJustify">E, così, insieme alla ragione abbiamo perso anche il pudore.</div><div class="imTAJustify">Ascoltiamo voci che identificano la libertà con la violenza e la violenza con la cultura.</div><div class="imTAJustify">Ascoltiamo voci che chiamano libertà togliere i figli a genitori in difficoltà economica, persino gonfiando ad arte quella condizione, per poi farne oggetto di arricchimento personale.</div><div class="imTAJustify"><i>«Sono libero di prendermi tuo figlio»</i></div><div class="imTAJustify">In assenza di confini, la libertà diviene prevaricazione bestiale.</div><div class="imTAJustify">E, intanto, della libertà vera, della libertà per cui gli eroi del passato hanno combattuto e sono morti, della libertà che ha visto combattere i ragazzi di Budapest, che ha visto Ian Palach immolarsi e per cui si sono battuti Nelson Mandela o Martin Luther King, della libertà che illumina il mondo, come simboleggia la statua americana sul fiume Hudson, della libertà di voto e di studio, della libertà di parola nessuno sa più niente.</div><div class="imTAJustify">Anzi, quand’anche un ultimo sprazzo di curiosità dovesse spingere qualcuno a studiare la storia, a scoprire la parte più nobile dell’essere umano, questo qualcuno, perla rara, verrebbe messo a tacere. Se osi dire qualcosa di diverso da ciò che il “pensiero unico” della società globalizzata vuole, devi essere imbavagliato, perseguitato. I signori dei social ti oscurano, il vicino di casa ti toglie il saluto; il favoritismo riservato agli adepti della nuova libertà, quella senza cervello, ti fa retrocedere nel lavoro, anche quando le tue capacità surclassano quelle degli altri, e i mass-media ti bombardano con stravaganti nozioni di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.</div><div class="imTAJustify">La vita è ormai un gioco virtuale di burattini, nel quale “libero” è solo il Burattinaio che detta le regole, che impone gli stili di vita, quelli che riempiono le sue tasche, in un modo o nell'altro.</div><div class="imTAJustify">Ci hanno imprigionati in un mondo di App, che ci isola e ci indebolisce. L’esperimento del covid lo dimostra: isolati ci sottomettiamo più facilmente a qualunque realtà, anche la più malsana, la più folle, la più delinquenziale.</div><div class="imTAJustify">Sì, siamo prigionieri in un mondo virtuale. E il mondo virtuale si espande. Alcuni la considerano una buona promessa; a me sembra più una minaccia. Siamo arrivati all’Intelligenza Artificiale, fatta di spezzoni di frasi e di idee accorpate ad una velocità incredibile, senza anima, senza arte, senza estro, senza un vero pensiero. Ma, forse, è proprio questa l’intelligenza del futuro. L’intelligenza degli schiavi del Burattinaio, che pensano di essere liberi perché hanno dimenticato cosa sia la libertà. <i>«La più grande beffa che il Diavolo abbia mai fatto al mondo è stata quella di convincere tutti che non esiste»</i> afferma un magnifico Kevin Spacey ne <i>I soliti sospetti</i>. Eh, già! Ecco perché ci sono ancora persone che affermano l’inesistenza del pensiero unico, della verità falsata; persone che vedono nella libertà null’altro che un’affermazione dell’istinto e del desiderio fuori controllo.</div><div class="imTAJustify"><i>Libertas</i> era una dea incoronata dalla Vittoria. Vestita di bianco, colore della purezza, sedeva su una biga, perché destinata a non rimanere immobile. Non credo, però, che avrebbe mai immaginato dove l’uomo del 2023 l’avrebbe condotta.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5 cb1">© </b><b>di Raffaella Bonsignori </b></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">[Tutela certificata - S.I.A.E. - 16.09.2023]</span></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5 cb1"><span class="fs12lh1-5">© </span></b><b><span class="fs12lh1-5">Foto di Raffaella Bonsignori : la Statua della Libertà vista dalle Torri Gemelle, 1991</span></b></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 16 Sep 2023 18:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[8 settembre 1943]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000010F"><div>La storia dell’8 settembre inizia, in realtà, cinque giorni prima a Cassibile, in Sicilia, dove, in grande segretezza, il generale Giuseppe Castellano, il maggiore Luigi Marchesi e il console Franco Montanari, parente di Badoglio, incontrano il generale americano Walter Bedell Smith, capo di Stato Maggiore di Eisenhower, e il generale inglese Harold Alexander, lo stesso che, nell’estate del 1945, affiancherà Churchill sul lago di Como alla ricerca dei documenti segreti di Mussolini, alloggiando nella stessa casa dello statista, giunto in Italia sotto falso nome e, apparentemente, per dilettarsi nella pittura.</div><div>Sul tavolo di Cassibile c’è un importante documento da firmare, di cui si è ampiamente discusso nei giorni precedenti. È presente anche il generale Eisenhower, ma, nonostante attenda la firma di quel documento prima di partire per Algeri, non sottoscriverà personalmente; lascerà che a farlo siano i suoi delegati. Non vuole siglare quello che lui stesso in camera caritatis definisce uno <i>«sporco affare»</i>, salvo staccare un rametto d’ulivo, poco dopo, e sventolarlo in segno di saluto.</div><div>Qual è questo sporco affare? L’armistizio, o, meglio, una parte di esso, come vedremo.</div><div>Si percepisce impazienza, nell’aria. Il generale inglese è colui che manifesta maggiore sfiducia nell’italianità: pretende un telegramma che confermi il placet di Badoglio. Non gli basta la delega che ha il generale Castellano; non gli basta la sua parola. Gli inglesi si confermano “poco socievoli”. Pur con un po’ di ritardo, il telegramma arriva.</div><div>Sono le 17 circa quando tre firme di Castellano sugellano il patto. Peccato che vengano apposte sotto quello che passerà alla storia come “armistizio corto”, nel quale è prevista un’appendice, parte integrante dell’atto stesso, che verrà ratificata in seguito e di cui nessuno chiede notizia, di cui nessuno prende visione prima di firmare. Quanto meno anomalo. In seguito si dirà che né Castellano, né Badoglio, né tantomeno il Re sapessero qualcosa del suo contenuto. Ingenui si può dire? A me verrebbe in mente anche qualcos’altro. Probabilmente è per questo che il generale inglese ha voluto un’ulteriore conferma da Roma.</div><div>Quello che passerà alla storia come “armistizio corto” è comunque già abbastanza lungo e pesante, quanto a condizioni capestro per l’Italia:</div><div> </div> &nbsp;<div><i>«Le seguenti condizioni d’armistizio sono presentate dal generale Dwight D. Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate, il quale agisce per delega dei governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e nell’interesse delle Nazioni Unite, e sono accettate dal maresciallo Pietro Badoglio, capo del governo italiano.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>1) &nbsp;&nbsp;&nbsp;</i></b><!--[endif]--><i>Cessazione immediata di ogni attività ostile da parte delle forze armate italiane.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>2) &nbsp;&nbsp;&nbsp;</i></b><!--[endif]--><i>L’Italia farà ogni sforzo per negare ai tedeschi tutto ciò che potrebbe essere adoperato contro le Nazioni Unite.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>3) &nbsp;&nbsp;&nbsp;</i></b><!--[endif]--><i>Tutti i prigionieri e gli internati delle Nazioni Unite dovranno essere consegnati immediatamente al comandante in capo alleato, e nessuno di essi potrà ora, o in qualsiasi altro momento, essere trasferito in Germania.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>4) &nbsp;&nbsp;&nbsp;</i></b><!--[endif]--><i>Trasferimento immediato della flotta italiana e degli aerei italiani nei luoghi che saranno designati dal comandante in capo alleato, secondo le disposizioni sul loro disarmo che saranno da lui prescritte.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>5) &nbsp;&nbsp;&nbsp;</i></b><!--[endif]--><i>Il naviglio mercantile italiano potrà essere requisito dal comandante in capo alleato per supplire alle necessità del suo programma militare-navale.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>6) &nbsp;&nbsp;&nbsp;</i></b><!--[endif]--><i>Resa immediata della Corsica e di tutto il territorio italiano, sia delle isole che del continente, agli alleati, per essere usati come basi di per azioni e per altri scopi, secondo le decisioni degli alleati.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>7) &nbsp;&nbsp;&nbsp;</i></b><!--[endif]--><i>Garanzia immediata del libero uso da parte degli alleati degli aeroporti e basi marittime in territorio italiano, senza tener conto dello sviluppo dell’evacuazione del territorio italiano da parte delle forze tedesche. Questi porti ed aeroporti dovranno essere protetti dalle forze armate italiane finché questo compito non sarà assunto dagli alleati.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>8) &nbsp;&nbsp;&nbsp;</i></b><!--[endif]--><i>Immediato richiamo in Italia delle forze armate italiane da ogni partecipazione alla guerra in qualsiasi zona in cui si trovino attualmente impegnate.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>9) &nbsp;&nbsp;&nbsp;</i></b><!--[endif]--><i>Garanzia da parte del governo italiano che, se necessario, impiegherà tutte le sue forze disponibili per assicurare la sollecita e precisa esecuzione di tutte le condizioni d’armistizio.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>10) </i></b><!--[endif]--><i>Il comandante in capo delle forze alleate si riserva il diritto di prendere qualsiasi misura che egli ritenga necessaria per la protezione degli interessi delle forze alleate per la prosecuzione della guerra, e il governo italiano si impegna a prendere quelle misure amministrative o di altro carattere che potranno essere richieste dal comandante in capo, e in particolare il comandante in capo stabilirà un governo militare alleato su quelle parti del territorio italiano che egli riterrà necessario nell’interesse militare delle Nazioni Alleate.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>11) </i></b><!--[endif]--><i>Il comandante in capo delle forze alleate avrà pieno diritto di imporre misure di disarmo, di smobilitazione, di smilitarizzazione.</i></div><div><!--[if !supportLists]--><b><i>12) </i></b><!--[endif]--><i>Altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario, che l’Italia dovrà impegnarsi ad eseguire, saranno trasmesse in seguito.</i></div><div><i><br></i></div><div><i> </i></div><div>L’appendice prenderà il nome di “armistizio lungo”, in quanto ben più corposa dell’atto firmato. Vi si decretano tanti e tali impegni italiani da renderci di fatto “sudditi” degli alleati; disponibili, peraltro, a guerreggiare in loro supporto. Non viene esplicitamente ordinato di combattere contro i tedeschi, intendiamoci (sarebbe stato farla troppo sporca), ma si promettono modifiche all’accordo in favore dell’Italia a seconda <i>«dell’entità dell’apporto dato dal governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra»</i>.</div><div>In base alle norme militari, lo stato di armistizio impone alle parti di interrompere ogni attività offensiva. Mai un armistizio può contenere l’obbligo di combattere al fianco dei nuovi alleati contro i vecchi alleati, divenendo di fatto bestie da macello per entrambi. Questo armistizio assomiglia più ad una resa incondizionata. Ma anche la resa prevede maggiore dignità militare per chi si arrende.</div><div>Castellano pare che reagisca male quando, dopo la firma, gli viene fatta leggere l’appendice: <i>«Che novità è mai questa?»</i> riferisce Cervi in un suo bel libro. <i>«Non so se il mio governo, conoscendo queste condizioni, avrebbe firmato»</i>.</div><div>Ripeto: ingenuo si può dire? Uscire dalla guerra è una cosa, svendere la propria Nazione è un’altra. Se n’è finalmente reso conto. Troppo tardi, però. Ovviamente, Badoglio e il Re diranno di essere sempre stati all’oscuro di tutto. Anzi, pare fossero all’oscuro anche delle misure militari, sempre segretissime, approntate dal Viminale sin dal 10 agosto <i>«in previsione di armistizio»</i> (sic!).</div><div>Le lamentele degli italiani al tavolo dell’armistizio contano poco. Del resto, è tale solo di nome. Contano poco e vengono tacitate immediatamente: gli americani sanno che il governo Badoglio è una foglia al vento e devono assicurarsi il prima possibile l’Italia come preda e campo di battaglia. Subentrano, tra gli altri, i generali Maxwell, Taylor, Cannon e Strong; ad affiancare gli italiani arriva anche il maggiore dell’aeronautica Vassallo, pilota dell’aereo che ha portato lì la delegazione italiana. Si concorda lo sbarco delle truppe alleate aviotrasportate a Roma, ma la data dell’operazione la decideranno gli alleati. Del resto, è questo il succo dell’armistizio: l’Italia non conta più nulla.</div><div>Il 3 settembre stesso, a Roma, Badoglio è chiamato a fare il punto della situazione in due differenti sedi. Al Viminale incontra i suoi più stretti collaboratori e, stando a quanto scriverà in seguito, pur tacendo dell’armistizio, avrebbe dato loro l’ordine di</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«provvedere alla diramazione di istruzioni per modo che tutti i comandanti dipendenti fossero messi al corrente dei probabili prossimi avvenimenti e del modo come comportarsi. Il capo di Stato Maggiore, generale Ambrosio, mi informò che, già da alcuni giorni, si era assunta la responsabilità di segretamente inviare istruzioni a tutti i comandi d’armata della Sardegna e della Corsica e che ora avrebbe provveduto per il gruppo armate Est.</i></div><div><i>Trattenni ancora il generale Ambrosio sulla questione relativa alla difesa di Roma, perché mi premeva che tutto fosse ben disposto. Ambrosio mi assicurò che aveva perfettamente inquadrato sul problema il generale Carboni e che gli aveva ben specificato che, se anche gli avvenimenti non prevedibili avessero obbligato il governo e i capi militari a lasciare la Capitale, egli avrebbe dovuto assumere anche il comando della difesa interna di Roma»</i></div> &nbsp;<div> </div><div>Queste parole aprono scenari inquietanti che sollevano più di un dubbio. Innanzi tutto Badoglio avrebbe taciuto l’armistizio ai suoi collaboratori, limitandosi a parlare di avvenimenti “probabili” e afferma di essere venuto a conoscenza in quella sede e solo allora delle manovre segrete del generale Ambrosio in Corsica e Sardegna, manovre che, in pratica, attuavano parte dell’armistizio. Delle due l’una. Inoltre, il “lungimirante”, se non addirittura preconizzatore Ambrosio, nel lasciare Carboni a Roma, avrebbe anche inquadrato la possibile fuga delle più alte cariche, cosa di per sé odiosa anche solo a scriverla.</div><div>Se il Rasoio di Occam è corretto, dal racconto di Badoglio si comprende come dell’armistizio firmato e, ancor più, degli accordi pregressi, fossero al corrente tutti i suoi più stretti collaboratori, anche militari, i quali si guardarono bene di avvisare i militari veri, quelli al fronte, quelli impegnati in una guerra che, all’improvviso, aveva cambiato nemico.</div><div>Il 3 settembre, però, Badoglio incontra anche qualcun altro, ossia Rudolf von Rahn, incaricato di Hitler, il quale presenta un piano di resistenza agli angloamericani sotto la guida di Rommel. Badoglio, sempre con le sue “parole di poi”, narrerà di aver rifiutato in modo categorico, ma è altamente improbabile, a meno di non subire immediate conseguenze. Più facile tenere un piede su due staffe, tacendo, almeno con lui, l’armistizio appena firmato in Sicilia. E, sotto questo punto di vista, si comprende la segretezza imposta ai suoi collaboratori: se i tedeschi avessero scoperto il suo doppio gioco sarebbe stato un uomo morto. Ecco perché risponde seccamente a tutti gli esponenti dell’antifascismo (De Gasperi, Casati, Romita, La Malfa, Longo, Pertini, Bauer …), i quali vorrebbero costituire comitati, fomentare e armare i cittadini, mettere annunci. A Bonomi parlerà di <i>«fucilazioni per gli incauti propalatori di notizie segrete»</i>. Non di “notizie false”, attenzione. Di “notizie segrete”. Se avesse negato anche con loro la firma dell’armistizio, non le avrebbe definite così.</div><div>In buona sostanza, dell’armistizio sono al corrente in molti, tranne coloro che sono al fronte, che stanno combattendo, che stanno mettendo la propria vita al servizio della Patria. Di loro importa poco ai vertici antifascisti.</div><div>Nel frattempo, gli angloamericani iniziano ad esercitare il potere che si sono riservati e stabiliscono persino quando l’armistizio dovrà essere annunciato alla Nazione e alle forze militari, senza, ovviamente, comunicare la data agli italiani: l’avrebbero saputo a tempo debito. Anche loro ci tengono al segreto, ma per ragioni diverse, non ultima la fedeltà al fascismo di gran parte della popolazione, per scardinare la quale avranno bisogno di far leva sulla sicurezza personale, sull’incolumità attraverso attacchi che sconfineranno dagli obiettivi militari. E in questo disegno si inseriranno, l’anno seguente, le famose lettere a firma De Gasperi, sulla cui autenticità si è a lungo discusso e che, negli anni Cinquanta, pur con un’autentica grafologica di parte, messe in discussione solo dalle affermazioni di De Gasperi e non anche da una perizia, sono costate la galera a Giovannino Guareschi. Ma torniamo al settembre del ’43.</div><div>Il generale McClure, capo del Servizio Informazioni e Censura americano &nbsp;- un ente che, già dal nome, racconta molto degli Stati Uniti di allora - &nbsp;con il placet di Castellano, stabilisce che il testo dell’annuncio debba prima passare dalle sue mani e che si esclude possa essere scritto da Re, perché questi, secondo gli americani &nbsp;- latori, come noto a tutti, di “millenaria cultura” -, &nbsp;<i>«parla troppo male»</i>; stabilisce, inoltre, che persone del PWB (Divisione per la Guerra Psicologica) dovranno affiancare il ministro dell’informazione italiano per eventuali appelli al popolo, e che l’annuncio dovrà essere fatto solo dopo che la BBC di Londra avrà trasmesso due programmi, uno sulla musica di Verdi e l’altro sulle attività tedesche in Argentina. Quello è il segnale.</div><div>Nel frattempo le forze militari italiane, all’oscuro di tutto, continuano a combattere al fianco dei tedeschi e progettano attacchi importanti, come quello di New York da parte della X Flottiglia MAS.</div><div>Il 5 settembre i documenti firmati arrivano a Roma, nelle mani del generale Ambrosio, il quale, proseguendo nella sua attività di fiancheggiatore delle forze alleate, in quarantott’ore mette a disposizione apparati militari, pur senza dire ancora quale sarà l’azione militare da eseguire, predispone l’arrivo segreto su suolo italiano di alcuni ufficiali alleati, e nomina gli ufficiali che andranno al Quartier Generale alleato per chiedere, dopo la comunicazione ufficiale dell’armistizio, bombardamenti sull’Italia contro i tedeschi. Poco dopo parte per tornare a casa sua, a Torino. La prima di molte fughe eccellenti che lasceranno ombre sulle persone oltre che sui fatti.</div><div>Roma rimane nelle mani del generale Carboni, il quale, davanti al suo superiore, generale Rossi, e al capo di Stato Maggiore, Mario Roatta, lamenta l’impreparazione degli italiani ad affiancare gli alleati, la mancanza di munizioni, l’inadeguatezza numerica … Il gioco di tutti sembra quello di chiamarsi fuori dalle responsabilità per l’imminente rivolgimento dei fatti, prevedibilmente poco pacifico. E, per far questo, Carboni scavalca tutti e va direttamente da Badoglio, il quale, chieste immediate delucidazioni a Roatta, riceve la visita del colonnello De Francesco, chiamato a rassicurarlo, perché mai prima di allora erano state lamentate deficienze di tal guisa. Ciò nonostante, Carboni accoglie in modo aggressivo anche Marchesi di ritorno dalla Sicilia, poiché gli accordi presi sono irrealizzabili. Insiste sull’impreparazione delle forze nella Capitale.</div><div>La situazione è poco chiara. A ciò si aggiungano le notizie frammentarie e imprecise sulla reale potenza tedesca attorno a Roma.</div><div>È il 7 settembre. Castellano e Montanari tornano a colloquio con Eisenhower per chiedergli di rendere nota al governo la data dell’annuncio dell’armistizio almeno con un giorno di anticipo. Fanno una lunga anticamera e vengono ricevuti in serata. Il generale americano, a fronte della loro richiesta, si limita a sorridere senza rispondere. I due capiscono che le ore rimaste sono meno di ventiquattro.</div><div>In quello stesso momento un’ambulanza giunge a sirene spiegate a palazzo Caprara, sede del Corpo di Armata Motocorazzato. Non deve caricare nessun ferito. Dal portellone scendono due ufficiali americani, il generale Maxwell Taylor e il colonnello William Gardiner. Non possono parlare con il generale Ambrosio, fuggito a Torino; non possono parlare con il generale Rossi, perché irreperibile, sebbene li raggiungerà più tardi; non possono parlare con Roatta, anche lui lontano da Roma. La Capitale è una bella donna con la peste, in quel momento. Almeno per tutti coloro che avrebbero dovuto proteggerla. Li raggiunge Carboni, ancora convinto che l’armistizio sarebbe stato annunciato non prima del 12 settembre. Il quadro che Carboni fa è sempre lo stesso: le truppe italiane non possono resistere a quelle tedesche per più di sei ore; bisogna rinviare l’annuncio.</div><div>Si recano tutti insieme da Badoglio nel cuore della notte, il quale scrive un messaggio diretto ad Eisenhower con preghiera di posticipare di qualche giorno l’annuncio. Aggiunge anche una frase che evidenzia il consenso del generale Taylor, ma quest’ultimo la fa depennare.</div><div>Sorge l’alba del giorno seguente. L’8 settembre. Ambrosio viene richiamato a Roma, affinché si rechi con gli americani da Eisenhower a perorare personalmente la causa, poiché Badoglio non si fida che il messaggio inviato possa giungere a destinazione in tempo. In realtà è giunto e alle 16.30 giunge anche la dura e intransigente risposta dell’americano:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Io non accetto il vostro messaggio di questa mattina che posticipa l’armistizio. […] Voi avete truppe sufficienti presso Roma per assicurare la temporanea difesa della città, ma chiedo più precise informazioni su questo punto per pianificare al più presto l’operazione Airborne.</i></div><div><i>[…] I piani sono stati fatti in base al presupposto che li avreste accettati in buona fede, e noi eravamo disposti a portare avanti le future operazioni su quella base. Il rifiuto da parte vostra di adempiere a tutti gli obblighi sull’accordo firmato avrà le più serie conseguenze per il vostro Paese. Nessuna vostra azione futura potrebbe allora ristabilire una fiducia qualsiasi nella vostra buona fede e ciò porterebbe, come conseguenza, alla dissoluzione del vostro governo e della vostra Nazione»</i>.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Parlare di minacce è poco. Una vera e propria dichiarazione di guerra contro il nuovo alleato. Una manifestazione dittatoriale da chi le dittature afferma di volerle combattere.</div><div>Il messaggio del generale americano induce Badoglio ad incontrare il Re.</div><div>Il colloquio dura poco. Sono le 18.30. Il segnale dalla BBC è giunto. Badoglio parte dal Quirinale per raggiungere la sede dell’EIAR e diffondere il proprio annuncio radiofonico.</div><div>Sono circa le 20 quando la voce del capo del governo emette il seguente comunicato, non solo comunicando la non belligeranza con gli alleati, ma ventilando lo scontro, ancorché mascherato da reazione, con i tedeschi:</div><div><br></div><div> </div><div><i>«Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la schiacciante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi danni alla Nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza»</i>.</div><div><br></div><div> </div><div>L’annuncio è una bomba che deflagra tra i combattenti.</div><div>Scrive Junio Valerio Borghese:</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><i>«Attorno a me gli ufficiali sostavano in silenzio. Gli stessi miei sentimenti tumultuavano nel loro animo. Era vero? Era possibile? E perché annunciato in tal modo? Che cosa significava questo armistizio?»</i>.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Quando Borghese si reca dal suo superiore, l’ammiraglio Ajmone di Spoleto &nbsp;- allora già duca di Aosta a causa della morte del fratello Amedeo -, &nbsp;si accorge che questi, non avendo la radio accesa, non sa nulla. Com’è possibile che le Forze Armate non siano state preavvisate? Quale rispetto si riserva agli uomini che stanno combattendo per la Nazione? Sulle prime Ajmone di Spoleto reagisce come se fosse un falso allarme, uno scherzo del nemico; poi, però, sente i festeggiamenti in strada. È vero. Tutto vero. E i militari sono venuti a saperlo dalla radio.</div><div>La notte dell’8 settembre si anima. I tedeschi stringono la Capitale. Badoglio fugge. Lo stesso fa il Re. Del resto era presumibile che i tedeschi volessero un Savoia tra le mani. Una fuga, quella del Sovrano, ancor più disonorevole, se possibile, perché portata avanti persino ai danni di una figlia. Il giorno prima, infatti, la figlia del Re, Mafalda, che si trovava in Bulgaria per le esequie di Boris III, aveva telefonato al padre per comunicargli l’intenzione di tornare a Roma, chiedendogli esplicitamente se fosse sicuro farlo. Con il rischio di essere intercettato, non volendo tradire l’annuncio dell’armistizio, il Re le aveva detto che era tutto sotto controllo e che non avrebbe corso alcun pericolo. Così, il 9 settembre Mafalda entra in una Roma che non ricorda: i tedeschi l’hanno occupata, la reggia è deserta, suo padre e tutti i suoi familiari sono fuggiti. Mafalda è sposata con il principe tedesco Filippo d’Assia. Marito e figlio, dunque, sono di stirpe tedesca. La sua speranza è che questo conti qualcosa. Primo errore. Conterà solo per i due uomini, perché, sebbene tratti in arresto, avranno comunque salva la vita. Onde non tralasciare nessuna opportunità di salvarsi, decide di prendere anche altre misure e si rifugia in Vaticano, accolta dal monsignor Montini, futuro papa Paolo VI. Secondo errore. In Vaticano la sua sicurezza dura poco, perché viene consegnata a Kappler e trasferita nel campo di concentramento di Buchenwald, dove morirà nel 1944, pagando per tutti i Savoia, pagando per suo padre fuggitivo.</div><div>La fuga del Re e di Badoglio non è l’unica. Anche molti ufficiali e molti soldati assaltano i treni per tornare a casa. Soprattutto nelle zone settentrionali, lontane dell’ingresso degli alleati, i militari sono un doppio bersaglio: i tedeschi, ora nuovi nemici, potrebbero ucciderli, e così i partigiani, resi forti dall’armistizio. Molti di loro si spogliano delle divise in strada, indossando abiti civili gettati loro dalle finestre. La guerra non è finita. È stato firmato un armistizio; c’è un patto di non belligeranza con le forze angloamericane. I militari dovrebbero rimanere al loro posto. Invece, quell’armistizio, improvvidamente comunicato via radio senza tante spiegazioni, avvia un caos generale, e coloro che avrebbero dovuto rimanere nei ranghi, pur evitando aggressioni nei confronti degli alleati, finiscono per disertare. </div><div>Forse è proprio il caos che volevano gli alleati con quell’annuncio a sorpresa.</div><div>Da quell’8 settembre l’Italia diventa preda di una sanguinosa guerra civile, oltre a diventare terreno di battaglia per eserciti parimenti incuranti della salvezza sua e del suo popolo, quello degli alleati e quello dei tedeschi. Ne è prova quanto accade il giorno seguente. All’annuncio dell’armistizio anche l’ammiraglio Bergamini, comandante delle unità navali presenti a Genova e a La Spezia, chiede spiegazioni a Roma. Gli viene detto di portare la flotta, il giorno dopo, in Sardegna per consegnarla ai nuovi alleati. Bergamini fa notare che, se il traguardo da raggiungere è evitare di far cadere la flotta nelle mani tedesche, meglio sarebbe affondarla in porto, poiché il viaggio li avrebbe resi bersaglio degli ex alleati. Ma gli ordini restano quelli. Bergamini non sa del punto 4 dell’armistizio corto: <i>«Trasferimento immediato della flotta italiana e degli aerei italiani nei luoghi che saranno designati dal comandante in capo alleato, secondo le disposizioni sul loro disarmo che saranno da lui prescritte»</i>. In linea con la firma di questo armistizio capestro, annunciato alle forze armate con sconsiderato ritardo e ancor più sconsiderato mezzo, le decisioni vengono prese senza ragionare troppo.</div><div>Bergamini, uomo d’onore, pur consapevole che sarebbe andato incontro a morte certa, sale a bordo della corazzata Roma, l’ammiraglia della flotta, ed esegue gli ordini. Quel giorno, per lui e per 1.393 marinai, di cui 1.200 imbarcati sulla Roma, la notte scenderà ben prima della notte: come da copione moriranno sotto un attacco aereo tedesco.</div><div>Sono passati ottant’anni dalla firma di quell’armistizio che ha dato all’Italia il doppio dei nemici e il doppio delle ferite.</div> &nbsp;<div> </div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata – S.I.A.E.]</div> &nbsp;<div> </div><div><b>© Foto di Pubblico Dominio</b></div><div><b><br></b></div><div><div><b>Per approfondire</b></div><div><b>Piero Baroni</b>, <i>8 settembre 1943: il tradimento</i>, Greco &amp; Greco, Milano, 2005</div><div><span class="ff1"><b>Mario Bordogna</b></span><span class="ff1"><font size="1"> (a cura di), <i>Junio Valerio Borghese e la X Flottiglia MAS. Dall'8 settembre 1943 al 26 aprile 1945</i>, Mursia, Milano, 2020</font></span></div><div><b>Junio Valerio Borghese</b>, <i>X Flottiglia MAS. Dalle origini all'armistizio</i>, Garzanti, Milano, 1952</div><div><b>Dino Campini</b>, <i>La principessa martire</i>, E.L.I., Milano, 1955</div><div><b>Mario Cervi</b>, <i>L'8 settembre</i>, Mondadori - I Documenti terribili, Milano, 1973</div><div><b>Giorgio Pisanò</b>, <i>Storia della guerra civile in Italia</i>, vol. 1, , ed. speciale Il Giornale, 1997</div><div><b>Pietro Radius</b>, <i>L’8 settembre</i>, ne I Grandi Fatti, vol. 6, a cura di Indro Montanelli, Editoriale Nuova, Milano, 1979</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 08 Sep 2023 10:51:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'Ulisse dantesco e la comunicazione contemporanea]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000010E"><div>Ogni volta che leggo i giornali, ogni volta che m’imbatto negli odiatori a tempo pieno, di cui i social sembrano stracolmi, ogni volta che ascolto alcuni politici gridare allo scandalo se si osa parlare di arte o di storia o di scienza senza cancellazioni fittizie, ogni volta che leggo la manipolazione dietro gli attacchi ideologici mi torna in mente l’arringa dell’Ulisse dantesco ai suoi compagni.</div><div>Dante e Virgilio sono giunti nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio dell’inferno e, tra gli altri, incontrano Ulisse, prigioniero di una fiamma destinata a muoversi nell’aria, inseguendo i propri falsi passi.</div><div>Il racconto di Ulisse è dominato dal desiderio. Desiderio di conoscere, di sfidare gli dèi che gli sono stati avversi, come Poseidone, di essere il primo a vedere cosa c’è “oltre”, oltre qualunque ostacolo, oltre qualunque confine. È un tipico eroe superomista, proprio come il protagonista dannunziano de <i>La Città Morta</i>, il quale solleva la maschera mortuaria di Agamennone, catturato dall’ardore d’essere il primo e l’unico a poterlo guardare in volto prima che diventi polvere.</div><div>Si può ancora dire superomismo? Si può ancora parlare di D’Annunzio o si passa per estremisti di destra? Fascisti, nostalgici … bruti. </div><div>Ad ogni modo, l’inferno dantesco è ricchissimo di desideri. Anche Paolo e Francesca si erano desiderati; anche Brunetto Latini aveva desiderato; e così Gianni Schicchi.</div><div>La parola desiderio ha un’origine lontana: de-sidera, ossia una particella privativa, <i>de</i>, davanti ad un termine latino che significa “stelle”, <i>sidera</i>. De-siderio: luogo mentale in cui non giunge la luce delle stelle. E anche il sole è una stella. Quindi luogo mentale in cui regnano le tenebre.</div><div>Parlando di Ulisse, la critica contemporanea esalta, giustamente, il suo desiderio di conoscenza. Ma ai tempi di Dante le cose stavano un po’ diversamente. Dal suo punto di vista la luce delle stelle è seguire il cammino segnato da Dio, non sfidare Dio per raggiungere traguardi che solo a Dio competono. Non a caso tutte le cantiche terminano con la stessa parola: <i>stelle</i>.<i> </i>Dall’inferno Dante e Virgilio escono <i>«a riveder le stelle»</i>, dal Purgatorio <i>«salgono alle stelle»</i>, e Dante saluta il paradiso mondando il proprio desiderio di conoscenza divenuto redenzione nel conformarsi al volere di Dio, il quale è <i>«l’Amor che move il sole e l’altre stelle»</i>.</div><div>Il desiderio di Ulisse, dunque, è luce o tenebra? La sua orazione, quella che tanto mi fa pensare a certe forme di comunicazione contemporanee, è pregna di eroismo avventuroso o di cosciente inganno?</div><div>L’eroe omerico, nell’inferno dantesco, risiede tra i consiglieri fraudolenti, quindi la posizione di Dante mi pare abbastanza chiara. Sì, è vero, ha ideato il Cavallo di Troia, ma non è per questo che si trova lì. La fiamma che incontrano Dante e Virgilio e che parla, tremula e bruciante, racconta un’altra storia. E lo fa in un trionfo di pronomi, soggettivi o di complemento, che indicano la prima persona singolare; pronomi che dubito Dante abbia casualmente buttato lì.</div><div>Io, io, me, mi …</div><div>Una parafrasi del testo, ancorché modesta e riassuntiva come la mia, forse aiuta a capire <span class="fs12lh1-5 cb1">meglio.</span><span class="fs12lh1-5 cb1"> </span></div><div><i>Quando lasciai Circe che mi trattenne più di un anno presso Gaeta</i>…</div><div>Non era il solo ad essere stato trattenuto da Circe. C’erano anche i suoi compagni, alcuni dei quali se l’erano vista brutta. Sarebbe stato carino ricordarli con un “noi”.</div><div><i>Quando lasciai Circe che mi trattenne più di un anno presso Gaeta, né la dolcezza di un ritorno da mio figlio, né l’amore per mio padre, né il legame sentimentale con mia moglie Penelope poterono soffocare il desiderio che avevo in me di diventare esperto delle cose del mondo.</i></div><div>Ecco. Qui va bene parlare di se stesso. Perché il desiderio di avventura è il suo, non di quella manica di derelitti, il gruppo dei suoi marinai … il suo “popolo” … che, tutto sommato, avrebbe anche voluto fermarsi, tornare a casa, ritrovare i propri affetti &nbsp;&nbsp;- perché Ulisse non era l’unico ad averne -, &nbsp;&nbsp;farsi una bella mangiata, buttarsi sul talamo a fare l’amore e poi, magari, schiacciare un pisolino.</div><div><i>Così affrontai il mare aperto, con una semplice barca e con quella compagnia di uomini che non mi aveva abbandonato.</i></div><div>Oh, finalmente ci sono anche loro! Un accessorio della barca, intendiamoci, perché, nelle sue parole, è sempre <b>lui</b> che affronta il mare aperto.</div><div><i>Il Mediterraneo, con le coste che vi si affacciano, era ormai noto.</i></div><div><i>Io e i miei compagni eravamo vecchi e stanchi …</i></div><div>Non li menziona mai, ma quando lo fa … <i>vecchi </i>e<i> stanchi</i>. Ma non fermiamoci all’offesa, perché quelle due parole saranno il trampolino di lancio della sua breve orazione finale.</div><div><i>Io e i miei compagni eravamo vecchi e stanchi quando giungemmo a quella foce stretta dove Ercole aveva segnato confini, affinché l’uomo non andasse oltre.</i></div><div>A questo punto il suo desiderio di proseguire deve essere condiviso dagli altri, altrimenti non può realizzarlo. Un re non può regnare senza sudditi, un dittatore non può imporsi senza seguaci; neppure il Papa potrebbe fare il Papa senza fedeli. Ed ecco la sua arringa erroneamente passata alla storia come un’esortazione a migliorare se stessi, a inseguire la propria natura di uomini dotati d’intelletto; uomini con la “U” maiuscola. Ma quale esortazione! È un inganno, è un consiglio fraudolento. Ecco perché Dante l’ha messo tra quei dannati.</div><div><i>Fratelli.</i></div><div>Improvvisamente abbandona la prima persona e li abbraccia virtualmente con una parola che parla di consanguineità, e si accomuna a loro.</div><div><i>Fratelli, che per innumerevoli difficoltà siete infine giunti qui, non togliete al <b>nostro</b> ormai breve residuo di esistenza l’esperienza di raggiungere il mondo senza gente.</i></div><div>In buona sostanza: siamo vecchi, stanchi, non manca molto a che tiriamo le cuoia; andiamoci a fare un altro giretto, tanto non avremmo tempo per tornare a casa.</div><div>Poi, però, esce dal gruppo. Che politico raffinato!</div><div><i>Considerate la <b>vostra</b> natura:</i></div><div><i>«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».</i></div><div><span class="fs12lh1-5">Non <b>foste</b> creati per vivere come bruti, ma per inseguire la virtù e la conoscenza.</span></div><div>Dante trasforma magistralmente la proverbiale furbizia di Ulisse in un capolavoro di disonestà. Se Ulisse avesse continuato con il “noi”, avremmo potuto credere che fosse davvero intenzionato a condividere il suo desiderio con i compagni. Ma no. Usa il “voi”. In pratica dice loro: se non assecondate il <b>mio</b> desiderio, che è il solo ad incarnare virtù e conoscenza, <b>voi</b> siete dei bruti.</div><div>E li convince.</div><div><i>Fui così bravo a convincerli, che a mala pena avrei potuto farli desistere, a quel punto, sicché, al mattino, trasformammo i remi in ali e affrontammo il folle volo</i>.</div><div>Che fosse folle, quell’avventura, lo riconosce lui stesso; lo riconosce dopo l’epilogo che l’ha condotto all’inferno, certo. Ma siamo sicuri che non ne fosse consapevole anche allora? Era uomo di mare e di esperienza, pensava che oltre le Colonne ci fosse un mondo sconosciuto, senza gente, che avrebbero attraversato le regioni degli dèi, forse; non può non aver pensato che potesse essere anche pericoloso, soprattutto perché erano vecchi e stanchi. Il fatto è che il desiderio, per lui, era più grande della ragione, persino più grande del dono della vita. La propria e quella degli altri. De-siderio: in molti casi un luogo mentale di tenebre, dice Dante.</div><div>Superano, così, le Colonne d’Ercole, raggiungono l’altissima montagna del Purgatorio e ci restano secchi.</div><div><i>«Bruti e mazziati»</i> verrebbe da dire sulle orme di un noto adagio.</div><div>L’Ulisse dantesco, in pratica, impone il proprio desiderio, il proprio tornaconto, il proprio guadagno, sia esso la sfida a Poseidone, o l’autoaffermazione, o, ancora, il superomismo, che lo porta a raggiungere qualcosa mai raggiunto da alcuno, e lo fa negando valore ad ogni pensiero contrario: se non mi seguite, se non la pensate come me siete bruti.</div><div>Mi ricorda qualcosa.</div><div>La comunicazione di certa politica, oggi, è quella che, sotto l’egida della diversità, impone uniformità; è quella che, sotto l’egida del rispetto delle opinioni altrui, impone bavagli; è quella che sotto l’egida della verità, spaccia falsità e definisce falsa ogni verità che le risulti scomoda; è quella che sotto l’egida del dialogo, produce offese. E questo si ripercuote, come un’eco impazzita, dapprima sulla comunicazione mediatica e, quindi, sui quei fruitori del messaggio che hanno abbandonato la capacità critica, il senso del dubbio. Lo vediamo per strada, lo vediamo sui social. I social … strane mescolanze di disturbi di personalità manifestati secondo le nuove regole, che, poi, in fondo, è una regola sola con tante facce: bisogna attenersi alle idee dello sceriffo che ne è proprietario. Il mondo contemporaneo anela alla libertà, ma della libertà ha fatto polpette. Guai a dire qualcosa che non risponda al dogma di una delle tante religioni contemporanee! Certi giornali, pilotati da certa politica puntano immediatamente il dito, come facevano gli umani dominati dai baccelli alieni ne <i>L’invasione degli ultracorpi</i>. E come loro emettono quel fastidioso suono, una sirena priva di concetti, che ha il solo scopo di gridare forte e coprire il senso di umanità che incontra. &nbsp;La nuova religione del politicamente corretto. Eh, sì, perché Dio, oggi, abita un Olimpo affollatissimo: c’è il dio-CancellaCultura, il dio-Ambiente, il dio-Animalismo, il dio-Farmaco, il dio-Europa, il dio-Accoglienza … ed ognuno di essi non ammette deroghe, non ammette dialogo, non ammette incontri a metà strada; è totalitario, dittatoriale. Peggio di Giove quando gli girano le scatole; peggio di Sekhmet alla ricerca dell’occhio di Ra. O sei con me, o sei contro di me.</div><div>Ogni volta che mi imbatto in persone infervorate dai nuovi dèi … che, poi … sarebbe carino se vedessero anche il tornaconto che hanno … mi torna in mente la scena di un bel film degli anni Novanta:</div><div><i>«Meglio un giorno da leone che cento da pecora!»</i>,<i> </i>suggerisce Lello Arena.</div><div><i>«Scusa … non si potrebbe fare cinquanta da orsacchiotto?»</i>, replica Massimo Troisi.</div><div>Ah, quanta nostalgia per quella bella via di mezzo, la via del disaccordo ma anche dell’ascolto, la via delle convinzioni personali ma anche della verità storica, la via della fiducia ma anche della critica, la via del dialogo, della libertà; quella via che oggi è più deserta della panoramica di Ronco Bilaccio all’inaugurazione della variante di valico!</div><div><br></div><div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><br><div>[Tutela certificata – S.I.A.E.]</div> &nbsp;<br><div><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 06 Sep 2023 12:08:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Quella notte a Fregene L'assassinio di Ettore Muti]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000010C"><div><span class="ff1">24 agosto 1943.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Barolat è un brigadiere dei carabinieri di stanza a Fregene. La notte è già scesa a coprire il mare quando viene svegliato dal piantone: tre uomini in borghese chiedono imperiosamente di lui. Sono prima passati dalla stazione dei carabinieri di Maccarese e il comandante, maresciallo Paolo Murittu, affidandoli alla guida di due dei suoi, Antonio Contiero e Salvatore Frau, li ha mandati da lui perché ciò che chiedono è affare di Fregene.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Sono tre uomini di un commando speciale con a capo il tenente dei carabinieri Enzo Taddei; provengono dal Ministero dell’Interno e rispondono direttamente al maresciallo Badoglio. Sono armati fino ai denti. A quanto può vedere Barolat viaggiano su due 1100 nere targate Regio Esercito e un autocarro. In realtà hanno al seguito anche un’ambulanza, la stessa che un mese prima, caduto il fascismo, era servita per trasferire il Duce da Villa Savoia alla caserma di via Gallonio, ma l’hanno lasciata a Maccarese. Enzo Taddei si qualifica. È affiancato dal maresciallo Ricci e da un terzo uomo, di cui non dice nulla. Un tipo strano: non proferisce parola, tiene lo sguardo basso e indossa una sorta di tuta kaki.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Hanno bisogno di raggiungere l’abitazione del tenente colonnello Ettore Muti in quel di Fregene, località che, allora, constava solo di aree boscose, qualche villa e vialetti silenziosi e bui. Hanno bisogno di una guida per trovarla.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ettore Muti è l’ex Segretario del P.N.F. ed è un eroe di guerra con un corredo incredibile di decorazioni, tra le quali una medaglia d'oro al Valor Militare, dieci d'argento, quattro di bronzo, cinque croci al Merito di Guerra, la croce di Cavaliere dell'Ordine Coloniale della Stella d'Italia e di Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia per </span><i><span class="ff1">«aver scritto col sangue la più bella pagina della nostra storia eroica»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Aveva iniziato prestissimo a distinguersi sul campo. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Si era nel pieno della Grande Guerra quando, a 14 anni, era scappato di casa e aveva rubato una divisa militare per andare a combattere. Era stato ripescato qualche giorno dopo dai carabinieri e portato a casa; a 15 anni, però, era nuovamente fuggito dalle mura domestiche e, avendo mostrato un temperamento intrepido, era stato arruolato nei Battaglioni d'Assalto. Prima che i superiori si accorgessero che non aveva l'età per la guerra, aveva partecipato a diverse battaglie, tra cui quella di Bainsizza. Prima di rispedirlo a casa, Cadorna lo aveva presentato come esempio alla truppa schierata: </span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Questo è Ettore Muti.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5"><i>È</i></span><i class="fs12lh1-5"> scappato da casa per fare la guerra contro gli austriaci. Sentirete parlare di lui»</i><span class="fs12lh1-5">.</span><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">E fu così, infatti. Due anni dopo, diciassettenne, era già un uscocco dello Stato Libero di Fiume e D'Annunzio, che l’aveva soprannominato “piccolo filibustiere” e “Gim dagli occhi verdi”, di lui ha lasciato un ritratto poetico molto calzante in un biglietto che gli consegnò:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Voi siete l'espressione del valore sovrumano, un impeto senza peso, un'offerta senza misura, un pugno d'incenso su la brage, l'aroma di un'anima pura»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ma torniamo alla notte del 24 agosto 1943.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Barolat è restio ad eseguire quegli ordini, benché non possa rifiutarsi di farlo: Sua Eccellenza Muti non ha mai dato problemi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Sono circa le due del mattino quando giungono nei pressi del villino bianco di Muti. Sono tanti ma, di fronte ai grandi pini che circondano la casa, sembrano solo piccole, affannate formichine in odore di avanzi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Taddei dà ordine di circondare la villa: pronti a sparare qualora una finestra si apra o una foglia di troppo si muova. Barolat viene costretto a bussare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il primo a cedere alla veglia è l’attendente di Muti, tal Giovanni Marracco detto “Masaniello”. Quando sente la voce amica di Barolat apre, ma tre uomini lo spingono all’interno irrompendo in casa ed obbligandolo a chiamare Muti. Non ce n’è bisogno, ovviamente. Quel trambusto è giunto anche alle sue orecchie e lui non è certo tipo da scappare. Si presenta al cospetto di Taddei, dunque. Chiede cosa stia accadendo. Non c’è paura, nella sua voce. Gli viene esibito l’ordine di arresto. Il suo volto non tradisce emozioni. Si reca in camera per vestirsi. Taddei gli si fa dietro. Muti gli chiede fermamente di restare fuori, perché nella sua stanza c’è anche una signora, ma Taddei non sente ragione: è come un piccolo cane rabbioso, di quelli che arrivano solo al polpaccio, ma non mollano la presa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">La signora in questione è una bellissima soubrette di una certa fama. In casa, in realtà, ci sono anche altre persone, che compaiono attonite sulla soglia delle loro stanze.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Muti si lava, si rinfresca con l’acqua di colonia e indossa la sua divisa. Taddei gli consiglia abiti civili, anche perché</span><span class="ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="ff1">- sottolinea -</span><span class="ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="ff1">le sue medaglie non gli serviranno. Muti lo gela con il suo sguardo verde di bosco, un bosco improvvisamente attraversato dalla tempesta: che stesse ben attento a come rivolgersi ad un suo superiore! Il fatto che, infine, abbia indossato la sua divisa ci dà la misura del silenzio che deve essersi impadronito di Taddei.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Nel congedarsi, Muti lascia un po’ di soldi alla sua fida cameriera Concettina Verità, che tratta come una di famiglia, e le chiede, a giorno fatto, di telefonare all’amico Col. Aliprandi, Capo Gabinetto al Ministero della Marina, per raccontargli l’accaduto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Escono di casa e si incamminano verso la pineta. Da questo momento il racconto più preciso che abbiamo è quello verbalizzato nel giugno del 1944 da Antonio Contiero, uno dei due carabinieri di Maccarese che avevano ricevuto l’ordine di accompagnare quel convoglio infame. La sua testimonianza arriva solo</span><span class="fs12lh1-5"> nel 1944 perché, nell’immediatezza dei fatti, il suo comandante gli aveva imposto il silenzio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il Contiero racconta che gli uomini erano così distribuiti: in testa un gruppo con Ettore Muti al centro, il maresciallo Ricci alla sua destra e il suo collega di Maccarese, Salvatore Frau, a sinistra. Dietro Muti il misterioso uomo con la tuta kaki. Staccato un secondo gruppo con al centro Taddei, alla sua destra Barolat e a sinistra Contiero stesso, seguiti da altri uomini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ad un certo punto Taddei emette un fischio, cui risponde qualcuno dal gruppo di testa con un altro fischio e pochi istanti dopo parte la prima raffica di mitra. Si gettano tutti a terra, anche perché Taddei aveva premesso che sarebbero stati attaccati. Tu guarda un po’ che coincidenza: alle volte, le facoltà precognitive che si affacciano improvvise …! Contiero vede raffiche inspiegabilmente sparate in ogni direzione. Quando cessa il fuoco Taddei chiede al gruppo di testa:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Che cosa c’è?»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">La risposta è agghiacciante:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Finestre chiuse. È andato a casa»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ed è di lì a pochi passi che trovano il corpo di Ettore Muti riverso al suolo. L’uomo con la tuta kaki gli si avvicina per sferrargli un calcio, proferendo ingiurie. Ora che è morto può farlo. È così che agiscono i vigliacchi. Ha dovuto sparargli alla nuca, prima. E che l’abbia fatto emerge chiaramente dalle parole di Contiero:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«La mattina dopo ho visto il carabiniere Frau, che, come ho detto, era alla sinistra di Ettore Muti quando avvenne, posso dire, l’assassinio. Frau era alquanto sconvolto o per lo meno alquanto nervoso. Gli domandai che cosa avesse ed egli mi confessò che non aveva dormito tutta la notte; quindi, ricordando l’accaduto, mi raccontò che appena il tenente aveva fischiato, colui che aveva risposto con un fischio era stato il maresciallo della squadra speciale </span></i><span class="ff1">[Ricci]</span><i><span class="ff1">. Dopo pochi istanti lo stesso maresciallo aveva toccato col gomito il famoso individuo con la tuta kaki, il quale, subito, aveva alzato la canna del mitra sparando una raffica alla nuca di Ettore Muti. Appena dopo, i due si erano messi a sparare in tutte le direzioni per simulare un attacco»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ovviamente, la versione ufficiale dei fatti narra ben altra storia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Il primo comunicato è un tentativo maldestro di infangare il nome di Muti:</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«A seguito di accertamento di gravi irregolarità nella gestione di un ente parastatale, nel quale risultava implicato l’ex segretario del partito fascista Ettore Muti, l’Arma dei Carabinieri procedeva nella notte dal 23 al 24 corrente al fermo del Muti a Fregene. Mentre lo si conduceva alla caserma sono stati sparati dal bosco colpi di fucile contro la scorta. Nel momentaneo scompiglio egli si dava alla fuga, ma inseguito e ferito da colpi di moschetto tirati dai carabinieri decedeva».</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">È una versione che non convince nessuno e rischia di sollevare più reazioni che acquiescenze. Il nuovo governo ha bisogno di portare la popolazione, per gran parte ancora fedele al fascismo, ad allontanarsi da esso, anche screditando i suoi vertici. La menzogna esagerata, tuttavia, suscita l’effetto contrario di solito. Se ne rende conto Badoglio stesso, il quale, nei giorni seguenti, provvede a rettificare il comunicato, escludendo il fantasioso illecito commesso nella gestione di un non ben precisato ente per parlare di un’uccisione dovuta ad </span><i><span class="ff1">«elementi sconosciuti»</span></i><span class="ff1"> che avevano aperto il fuoco mentre </span><i><span class="ff1">«l’eroica medaglia d’oro» </span></i><span class="ff1">veniva tratto in arresto per il fondato sospetto che stesse tramando contro il governo Badoglio. Come abbiamo letto nella testimonianza di Contiero, gli “elementi sconosciuti” non sono mai esistiti. Decisamente più credibile, però, la motivazione che l’ha condotto a morte. Da un mese era caduto il fascismo e Mussolini era prigioniero. Era più che probabile che Ettore Muti avesse in progetto di fare qualcosa, con o senza i tedeschi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">A conferma di questa versione dei fatti, dopo l’armistizio esce fuori anche un biglietto a firma Badoglio diretto al capo della polizia Carmine Senise; è datato 20 agosto 1943, quattro giorni prima del brutale assassinio di Muti:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Muti è sempre una minaccia. Il successo è solo possibile con un meticoloso lavoro di preparazione. Vostra Eccellenza mi ha perfettamente compreso»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Praticamente, dà ordine implicito di ucciderlo. Questo biglietto, però, a guerra finita, seguirà un iter simile ai due biglietti a firma De Gasperi che Giovannino Guareschi pubblicò nel 1954, finendo per questo in galera: verrà, infatti, dichiarato falso da Badoglio, cosa che comporterà una condanna per diffamazione nei confronti di chi aveva osato parlarne. Peccato, però, che nel 1946 l’ex capo della polizia Senise scriverà le sue memorie e, a proposito del caso Muti, dirà:</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Ricordo pure che pochi giorni prima della morte di Muti, il Maresciallo [Badoglio], a proposito delle voci di complotto riferitegli dal generale Carboni, mi disse di essere stato avvertito che non si doveva avere troppa fiducia di Muti, perché amico dei tedeschi. Può darsi che prima di parlare in tal senso, il Maresciallo abbia scritto quell’appunto senza poi inviarmelo; posso anche ammettere che io l’abbia ricevuto dopo aver parlato con lui e che perciò non gli abbia dato peso»</span></i><span class="ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Non gli ha dato peso perché si erano già spiegati a voce, appare evidente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Sono passati ottant’anni, ma il ricordo di un assassinio perpetrato in modo tanto vile non sbiadisce. Nei </span><i><span class="ff1">Diari </span></i><span class="ff1">del generale Puntoni viene scritto:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="ff1">«Si creerà il mito “Muti” e i fascisti avranno il loro Matteotti»</span></i><span class="ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Ma così non è stato. Di Muti sono in pochi a ricordare le gesta eroiche e la fine determinata da un’azione codarda. Qualcuno, basandosi sulla controstoria narrata dai vincitori, di lui riporta solo la partecipazione agli scontri del 1922 e un atteggiamento portato alla violenza della lotta armata, arrivando a minimizzare persino alcune sue azioni di guerra, come se le medaglie le avesse coniate da solo. È la stessa accreditata controstoria che, invece di scovare negli archivi e nelle emeroteche tutti i comunicati ufficiali seguenti la sua morte, si ferma al primo, in realtà smentito, perché le “irregolarità nella gestione di un ente” fanno sicuramente più comodo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">In un film degli anni Ottanta, </span><i><span class="ff1">Frantic</span></i><span class="ff1">, il personaggio interpretato da Harrison Ford, nel rispondere alle accuse di poca serietà avanzate nei confronti di sua moglie, esclama: </span><i><span class="ff1">«Lei sta parlando di mia moglie, ma forse sta pensando alla sua!»</span></i><span class="ff1">. Una frase che mi viene spesso in mente, quando leggo pagine di “storia” in cui figurano fantasiose accuse.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Nel 2023 è stato festeggiato il centenario dell’Aeronautica, l’Arma che Muti ha amato tanto. Pur di entrarvi accettò di retrocedere ad un grado inferiore al proprio, ossia quello di tenente, ricominciando da lì la sua carriera militare. Durante la Seconda Guerra mondiale comandò il XLI Gruppo SM-79 del 12º Stormo; uno Stormo che fece parlare di sé per aver compiuto più di un’impresa vittoriosa sui mezzi e i rifornimenti nemici. Ebbene, dopo la cancellazione del nome di Italo Balbo dalla flotta aerea di Stato anche su Ettore Muti, nonostante l’importantissimo anniversario dell’Aeronautica, si è posato un incomprensibile, pesantissimo manto di silenzio e il silenzio uccide anche i morti. È per questo che ne ho parlato. Certi uomini non possono e non devono essere dimenticati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify">[Tutela certificata - S.I.A.E.]</div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">Foto di pubblico dominio</span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="ff1">Per approfondire</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Domizia Carafòli – Gustavo Bocchini Padiglione</span><i><span class="ff1">, Ettore Muti. Il gerarca scomodo, </span></i><span class="ff1">Mursia, Milano, 2002</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Renzo De Felice, </span><i><span class="ff1">Mussolini l’alleato</span></i><span class="ff1">, Einaudi, Torino, 1990</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Fernando Gori – Michele Campana, </span><i><span class="ff1">Ettore Muti</span></i><span class="ff1">, Editrice Italiana, Roma, 1964</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Arrigo Petacco, </span><i><span class="ff1">Ammazzate quel fascista! Vita intrepida di Ettore Muti</span></i><span class="ff1">, Mondadori, Milano, 2002</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Giorgio Pisanò, Storia della Guerra Civile in Italia, allegato a Il Giornale, vol. 1, 1997</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Giulio Schiari, </span><i><span class="ff1">Ettore Muti</span></i><span class="ff1">, Edizioni Erre, Venezia-Milano, 1945</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Carmine Senise, </span><i><span class="ff1">Quando ero a capo della polizia</span></i><span class="ff1">, Ruffolo, Roma, 1946</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1">Fabrizio Vincenti, </span><i><span class="ff1">Fino all’inferno e ritorno</span></i><span class="ff1">, Ed. Eclettica, Massa, 2023</span></div><div class="imTAJustify"> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 24 Aug 2023 19:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Un Generale nel suo mondo al contrario]]></title>
			<author><![CDATA[raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000109"><div class="imTAJustify"><strong>La querelle</strong></div> &nbsp;&nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La pubblicazione del libro </span><em class="fs12lh1-5">Il Mondo al Contrario</em><span class="fs12lh1-5">, scritto dal </span><span class="fs12lh1-5">Generale Roberto Vannacci</span><span class="fs12lh1-5">, ha suscitato, in questi giorni, le opinioni più disparate, sia nel mondo politico, sia in quello mediatico, con pesanti ripercussioni sul suo incarico militare.</span><br></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il Generale, infatti, è stato sollevato dal suo ruolo di Capo dell’Istituto Geografico Militare di Firenze e messo a disposizione del Comando delle Forze Operative Terrestri. Suo sostituto il </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Generale Massimo Panizzi.</span><div class="imTAJustify"><b></b></div><div class="imTAJustify">Il Generale Vannacci, nel suo libro, esprime opinioni che, nella nota d’autore introduttiva, specifica essere personali e totalmente estranee alle posizioni istituzionali o di altre organizzazioni statali e governative. Vieppiù non tratta argomenti attinenti al compito svolto nell’Istituto Geografico. Nonostante ciò, si è gridato allo scandalo proprio perché ricopre una carica istituzionale. Eppure, quando il <span class="fs12lh1-5">Senatore Giulio Andreotti</span> espresse la sua opinione sugli omosessuali, consigliando all<b>’</b><span class="fs12lh1-5">Onorevole Prodi</span> di andarsi a rileggere Dante per capire in quale girone dell’inferno li avesse collocati, cosa altamente offensiva e ingiusta, non mi sembra sia stata chiesta la sua testa. In questo caso, invece, c’è chi ha gridato allo scandalo, sollevando una bagarre spropositata e chiedendo a gran voce addirittura la cacciata dalle Forze Armate del Generale, il tutto non già per dichiarazioni offensive come quelle andreottiane, ma per una libera (non così tanto, a quanto pare) espressione delle proprie opinioni, cosa che non solo è sancita dall’art. 21 della Costituzione, dall’art. 10 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali e dall’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, ma anche dall'art. 1472 del Codice dell'Ordinamento Miliare (D. Lgs 66/10), in cui testualmente si afferma:</div><div class="imTAJustify"><em><br></em></div><div class="imTAJustify"><em>«I militari possono pubblicare loro scritti, tenere pubbliche conferenze e comunque manifestare pubblicamente il proprio pensiero, salvo che si tratti di argomenti a carattere riservato di interesse militare o di servizio per i quali deve essere ottenuta l'autorizzazione.</em></div><div class="imTAJustify"><em>Essi possono, inoltre, trattenere presso di sé, nei luoghi di servizio, qualsiasi libro, giornale o altra pubblicazione periodica.</em></div><div class="imTAJustify"><em>Nei casi previsti dal presente articolo resta fermo il divieto di propaganda politica»</em>.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Orbene, considerato che non sono stati affrontati argomenti che avrebbero richiesto autorizzazione, c’è da chiedersi se sia stata fatta propaganda politica, in questo libro. Io non l’ho vista. Ho visto tantissime opinioni su varie questioni, una sorta di flusso di coscienza, di lunga chiacchierata con gente sconosciuta, quello che, in Inghilterra, sin dai tempi in cui non esisteva internet, si fa salendo su una cassetta di legno nello Speakers’ Corner di Hyde Park.</div><div class="imTAJustify">Il fatto che il libro si fondi su mere opinioni personali può essere desunto anche dall’assenza di fonti, se non una parca sitologia, e dal linguaggio che, a volte, si fa informale, colloquiale, come se quelle parole fossero dirette ad amici, a familiari. Molte delle sue affermazioni, inoltre, si basano su esperienze personali formate in varie parti del mondo, parti in cui noi tutti, facili ai commenti espressi con la tastiera di un computer nelle nostre case dotate di aria condizionata, non andiamo, certo, in vacanza; terre in guerra o in una pace fatta di miseria, di cui non sappiamo nulla. Si può non concordare con ciò che ha scritto, ma non si può non tenere conto della sua testimonianza. Infine, l’impronta personale del libro si desume anche dai ricordi familiari, che di quando in quando si affacciano e che ho trovato molto toccanti: il nonno classe 1898, con tre guerre sulle spalle e l’idea di Patria nel cuore, o il suo sentirsi assolutamente e profondamente italiano anche quando viveva in quel di Parigi.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><strong> </strong></div><div class="imTAJustify"><strong>Il libro</strong></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify">L’indice ci dà la misura di quello che dobbiamo affrontare nella lettura: ambientalismo, energia, società multiculturale e multietnica, sicurezza e legittima difesa, la casa, la famiglia, la Patria, quello che lui chiama “pianeta lgbtq+++”, le tasse, la città e l’animalismo. Ma il leit-motiv viene enunciato nel primo capitolo, intitolato <em>Buonsenso</em>.</div><div class="imTAJustify">Vannacci afferma di scrivere secondo buonsenso, ossia secondo il senso comune, un senso che nasce dalle nostre percezioni capaci di determinare la realtà. Vero. Ed è vero anche che ciò non toglie la possibile coesistenza in uno stesso luogo di diverse realtà, fondate su diverse percezioni, diversi sensi. Prigioniera, come sempre, delle mie finestre interiori aperte sul mondo dell’arte figurativa e recitativa, mi viene in mente una litografia di M. C. Escher, <em>Relatività</em>: più persone si muovono nello stesso quadro, ma in mondi diversi, che non si incontrano mai. E mi viene in mente anche il bellissimo film <em>The Others</em>, tratto dal libro di <span class="fs12lh1-5">Henry James</span> <em>Giro di vite</em>, nel quale vita e morte, in un rapporto invertito, convivono senza toccarsi. Ma è quel non incontrarsi, quel non toccarsi che rende possibile la coesistenza? Vannacci cita Cartesio, <em>«Cogito ergo sum»</em>, esisto in quanto penso, in quanto percepisco con il pensiero la realtà che mi circonda, formando il mio senso della vita, il mio buon-senso. A me sovviene anche ciò che diceva Berkeley: <em>«Esse est percipi»</em>, esisto in quanto percepito dagli altri. Ciò significa che la non accettazione da parte degli altri comporta l’inesistenza, l’annientamento. Un concetto che dovrebbe valere per tutti, però: per le categorie protette, certo, per coloro che sono stati a lungo discriminati, ma anche per coloro che provengono da una società che, in passato, ha discriminato. Cessare la discriminazione non significa doversi piegare alla non esistenza della propria realtà, fatta di tradizioni, di credo, di idee.</div><div class="imTAJustify">Vannacci parla della famigerata e antievoluzionistica cultura della cancellazione; parla di un capovolgimento della tradizione culturale italiana in nome dell’inclusività e del politicamente corretto, cui accosta considerazioni antropologiche; e parla di un diritto a dissentire che vale solo per chi non concorda con il sistema valoriale della maggioranza, perché, a parti inverse, il diritto a dissentire c’è e non poco. Porta vari esempi, in proposito. Uno in particolare fa riflettere: l’omofobia. Non concordare con l’adozione per i gay, ad esempio, rende omofobi e la fobia è un disturbo psichico. Chi non concorda è un “disturbato”, dunque, e, essendo il disturbo, per sua stessa definizione, un’eccezione rispetto alla norma, i primi a dipingere una normalità alternativa e prevaricatoria sono proprio coloro che si dicono nemici della normalità altrui.</div><div class="imTAJustify">Questo ragionamento vale in tantissime altre situazioni, ovviamente. La tendenza odierna è quella a criminalizzare il pensiero contrario, manifestando il malcontento anche in modo non del tutto pacifico. Si pensi ai monumenti imbrattati dagli attivisti ambientalisti. </div><div class="imTAJustify">Mi chiedo cosa accadrebbe se gli Amish calassero in massa nelle città americane e volessero imporre il proprio stile di vita misoneista, distruggendo automobili, troncando i cavi dell’elettricità e tacciando come assassini del pianeta le persone di diversa idea.<strong> </strong></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><strong> </strong></div><div class="imTAJustify"><strong>Si può pensare ad una taratura ad personam del concetto di libera espressione?</strong></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify">La libertà di uno finisce dove inizia la libertà dell’altro. Così si dice. Pensiero tanto apprezzabile quanto utopistico. Andrebbe bene se in Italia avessimo l’antropizzazione delle isole Fær Øer, ma così non è. E quanto propone Vannacci è semplice e segue la logica, segue il buonsenso: quell’adagio sui confini della libertà deve essere applicato partendo dal concetto di collettività e, dunque, di maggioranza. Credo che ognuno di noi sia andato almeno una volta ad una riunione di condominio: le decisioni vengono prese a maggioranza. Se così non fosse emergerebbe solo il conflitto: io voglio la luce sulle scale e metto una lampadina, il vicino ama il buio e la toglie ... Entrambi siamo liberi di vivere come crediamo, ma deve subentrare ciò in cui crede il resto dei condomini, altrimenti non se ne esce. Non a caso, scrive Vannacci, le società più multietniche sono anche quelle dove sorgono maggiori conflitti, poiché i diversi sistemi valoriali si scontrano e, a testimonianza di ciò, racconta proprie esperienze di vita, anche militare, in altri Paesi. Su un punto non concordo: l’incidenza delle differenze fisiche nel sistema valoriale di una Nazione. Il Generale porta ad esempio Paola Egonu: <em>«Anche se Paola Egonu è italiana di cittadinanza, è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità che si può invece scorgere in tutti gli affreschi, i quadri e le statue che dagli etruschi sono giunti ai giorni nostri»</em> (p. 110). Personalmente trovo affascinante la differenziazione somatica, anche in riferimento al colore della pelle, che, comunque, non è totalmente estraneo alla tradizione più lontana della nostra Nazione. In Sicilia, ad esempio, si venera un santo nero, San Calogero. Certo, il "tipo italiano" è tutt'altro, guardando sempre alla maggioranza. Secondo me, però, parlando in termini di italianità il problema non riguarda tanto il colore della pelle o i tratti somatici, quanto l’affezione per le tradizioni, per la storia, per il territorio, per la società italiana; l'attaccamento alla Nazione, alla gente. Questo sì che crea distinzione tra cittadino e non cittadino. E la signora Egonu ha manifestato anche idee aspramente critiche sul popolo italiano, salvo poi scusarsi.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><strong> </strong></div><div class="imTAJustify"><strong>La “normalità” della maggioranza</strong></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify">Che, poi … normalità! Un concetto proteiforme. Un matematico, un ingegnere, un fisico risponderebbero che normale è una linea retta perpendicolare. Perché è questo il suo significato proprio; questo è ciò che l’etimo latino insegna. I linguisti, però, direbbero che l’accezione contemporanea deriva anche dal francese: adeguamento ad una norma. Ma quale norma? Nel progressivo impoverimento della lingua italiana abbiamo perduto in molti il senso autentico delle poche parole che usiamo, sicché norma è essenzialmente quella assiologica che presuppone un giudizio qualitativo dei valori che la sottendono. Da qui nascono le prescrizioni e le proscrizioni delle norme etico-religiose e di quelle giuridiche, nonché le determinazioni di quelle mediche. Ed è proprio su queste ultime che si è posata una parte dell’indignazione di questi giorni: <em>«A chi hai detto anormale?»</em></div><div class="imTAJustify">Normale, però, nel suo senso francese, ossia di aderente alla norma, è molto più di questo. Può darsi che io mi sbagli, ma, leggendo il libro, mi è sembrato di cogliere un concetto di normalità più vasto, aderente solo in parte alla norma assiologica, attraverso alcuni giudizi a volte un po' tranchant ma assolutamente leciti, e, per il resto, aderente a quella statistica e a quella funzionale e in nessuno di questi due casi in termini offensivi.</div><div class="imTAJustify">La <em>norma statistica</em> è quella desunta dalla frequenza media di alcuni fenomeni, dalla durata nel tempo, dal numero di persone coinvolte. Attinge a valutazioni quantitative e non qualitative. Ed è ciò di cui parla Vannacci a proposito di rispetto delle tradizioni. Fa tantissimi esempi, come il crocifisso nelle scuole, considerato “divisivo” da una minoranza di persone alle quali, chissà perché, deve essere data una voce che vale il doppio. Vannacci la definisce <em>dittatura delle minoranze</em>. E così per quanto riguarda il concetto di Patria, di famiglia, di bandiera, di confini et similia; così per quanto riguarda le categorie protette, per le quali, in alcuni casi, non valgono le regole della meritocrazia; così per quanto riguarda quelli che nel libro vengono efficacemente definiti <em>diritti differenziati</em>, ossia l’uso indiscriminato di due pesi e due misure, per cui la legge non è più uguale per tutti: in territorio italiano, ad esempio, le donne islamiche possono girare a viso coperto, ma vi sono norme che, in assenza di giustificato motivo, lo vietano a tutti gli altri (art. 85 R.D. 773/31 e art. 5 L. 152/75); in territorio italiano i rom e alcune categorie di stranieri possono esercitare un accattonaggio assillante, vietato a tutti gli altri (art. 669 bis c.p.); in territorio italiano, occupare una casa dà adito a dei diritti non codificati che soffocano i diritti esistenti e facenti capo alla proprietà, all’usufrutto, alla locazione; in territorio italiano, nel 2017, dal Comitato delle Pari Opportunità della Corte d’Appello di Salerno giunse la difesa di uno stupratore straniero perché <em>«Non poteva sapere che in Italia era vietato stuprare su una spiaggia»</em>, ma l’ignoranza della legge non scusa tutti gli altri (art. 5 c.p.) … Siamo arrivati al punto di tutelare a gran voce la privacy dei ladri mentre rubano: non bisogna riprenderli e, soprattutto, non bisogna pubblicare quei video per avvisare gli altri del pericolo.</div><div class="imTAJustify">Tuttavia, da ex tiratrice sportiva con revolver, non concordo sull’estensione dell’autodifesa armata prospettata da Vannacci e, conseguentemente, sull'ampliamento del concetto di proporzionalità tra offesa e difesa di cui all'art. 52 c.p. Tanti anni fa, quando ero allieva al Poligono di Roma, l'allora direttore disse a tutti noi una cosa che mi rimase stampata a fuoco nella mente: se girate armati e vi trovate in una situazione che richiede l’uso dell’arma, nell’estrarla dalla fondina ricordatevi che dovete essere pronti a sparare, ad uccidere. Se esitate siete morti, perché il delinquente che avete di fronte non avrà la vostra stessa naturale esitazione. Io non sarò mai pronta ad uccidere. Forse è per questo che non ho mai preso il porto d’armi neppure quando facevo le gare. Non amo, dunque, l’idea del Far West in città, sebbene concordi sul fatto che siamo sotto assedio. La delinquenza ci ha prevaricati e siamo costretti a blindarci a casa come faceva <span class="fs12lh1-5">Charlton Heston</span> in un memorabile film, <em>1975. Occhi bianchi sul pianeta Terra</em>.</div><div class="imTAJustify">Resta il fatto che, parlando di normalità in senso statistico, Vannacci non fa altro che ragionare democraticamente. Lui afferma chiaramente di non voler cambiare il mondo degli altri, ma di non volere, altresì, che gli altri cambino il suo. La famosa riunione di condominio di cui parlavo poc’anzi, in cui i confini delle libertà &nbsp;&nbsp;- i confini, attenzione, non le libertà stesse - &nbsp;&nbsp;sono segnati dal volere della maggioranza. Se ognuno facesse tutto quello che vuole, come nel film di Frank Capra <em>L’Eterna Illusione</em>, regnerebbe l’anarchia. E solo nei film l’anarchia assume un aspetto divertente e romantico. Nella realtà è abbastanza inquietante. Peraltro non esiste allo stato puro: c’è sempre il prevalere di una “normalità anarchica” su quella non anarchica. L’anticonformismo è un conformismo al contrario. Forse è per questo che, da parte di coloro che assumono atteggiamenti prevaricatori, si vuole bandire il termine “normalità”. Come se ciò bastasse a togliere l’elefante dalla stanza! <em>«La normalità c’è. Esiste»</em> scrive Vannacci <em>«Non per questo è buona o cattiva, migliore o peggiore, ma non la si può negare in nome di un’artificiale e pretestuosa inclusività»</em> (p. 193).</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><strong> </strong></div><div class="imTAJustify"><strong>Normalità come espressione di un risultato evolutivo</strong></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify">La norma statistica non esaurisce la costellazione delle norme da cui desumere la “normalità” di cui parla Vannacci. C’è anche la <em>norma funzionale</em>, quella che non si riferisce ad uno schema di valori, qualitativi o quantitativi, bensì alla funzione, in termini di costi e ricavi, che la norma svolge nell’ambito del ciclo di vita del pianeta e degli uomini, avuto riguardo, per questi ultimi, sia ai rapporti sociali, sia a quelli biologici.</div><div class="imTAJustify">Uno degli aspetti affrontati nel libro è quello della Natura. L’Erma selvaggia di Leopardi, tale non per il pessimismo dell’autore, ma per il suo realismo. Clima, fonti di energia, vita animale … tutto risponde alle leggi di una Natura indifferente, né buona, né cattiva. La Natura è caos, scrive Vannacci. E l’uomo, con la sua attività, incide nel suo evolversi come una goccia nell’oceano. Lo dice la scienza. Ma la scienza, oggi, è seguita soltanto se e quando fa comodo a chi guadagna dal giro di affari che muove, per il resto si vanno a pescare, forse nelle prediche del <span class="fs12lh1-5">Savonarola</span>, le parole per osteggiarla o per creare una scienza opinabile, come ultimamente accaduto nel settore farmacologico, sebbene, in questo caso, Vannacci non la consideri tale. È così che nascono, ad esempio, i movimenti ambientalisti. E nascono in una piccolissima parte di mondo che definiamo civilizzato. Rivolgendosi idealmente a<strong> </strong><span class="fs12lh1-5">Greta Thunberg</span><b>,</b> Vannacci deplora quel ritorno al buon selvaggio, da lei auspicato stando nell’alveo delle proprie civilissime comodità: <em>«Mi avete rubato i sogni – tuona l’adolescente scandinava, idolo di migliaia di altri giovani infervorati. Sulle rappresentazioni oniriche non mi sbilancio, ma il tanto disprezzato progresso industriale ti ha garantito la veglia ed il più che agiato presente. Ti ha fatto nascere in un ospedale, riducendo a numeri risibili la mortalità infantile; ti ha fatto crescere in una casa dotata di tutte le comodità, permettendoti di sviluppare altre capacità che non fossero connesse con la mera sopravvivenza; ti ha consentito un’educazione, grazie alle migliaia di altri uomini che lavoravano alacremente per questo servizio e ti consente di diffondere il tuo disprezzante messaggio, nei confronti di chi ha permesso tutto ciò, attraverso dei mezzi di comunicazione che continuano ad emettere quelle tanto denigrate tonnellate di CO₂»</em> (p. 10).</div><div class="imTAJustify">Ho trovato molto interessante e assolutamente condivisibile quanto ha detto il Generale sulle fonti di energia. Bisognerebbe differenziarle il più possibile, evitando di criminalizzare sia i combustibili fossili, sia le centrali atomiche, che rappresentano uno dei sistemi meno inquinanti. E bisognerebbe scendere dalla giostra degli adeguamenti ecologici imposti su apparecchiature, automobili e case, adeguamento che incide in una percentuale praticamente nulla sull’ambiente, considerato che i Paesi più inquinanti non hanno adottato analoghi provvedimenti, anzi hanno amplificato l’uso dei carburanti fossili per implementare i cicli produttivi e rispondere alle domande di Paesi come il nostro dove, tra tasse e regolamenti ambientalistici, la produzione sta via via scemando. Soprattutto bisognerebbe adeguarsi ai cambianti che la Natura impone invece di pensarli come nemici, scatenando un allarmismo scientificamente ingiustificato e bloccando progetti utili come la realizzazione di dighe. Mi spaventa, invece, la sua sicumera nel prospettare come assolutamente vantaggioso l'uso degli OGM. Forse è un mio limite. Mi documenterò meglio in proposito.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><strong> </strong></div><div class="imTAJustify"><strong>Omosessualità e famiglia</strong></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify">Due dei temi più scottanti affrontati nel libro. L’Autore passa in volata sulla storia più antica dell'omosessualità: vissuta liberamente, poi scaraventata nell’ombra del peccato e dell’illegalità dalla Chiesa, quindi recuperata in età contemporanea.</div><div class="imTAJustify">Cita <span class="fs12lh1-5">Leonardo da Vinc</span>i e <span class="fs12lh1-5">Michelangelo</span>, anche se omosessuale, nel senso proprio del termine, era solo il primo, in quanto Michelangelo ha amato più di una donna. Non c’è un giudizio negativo tout court da parte di Vannacci, c’è sicuramente una manifesta insofferenza di fronte alla sovrapposizione degli stili di vita, al bombardamento mediatico che si sta verificando in questi tempi sulle tematiche arcobaleno, anche nei confronti dei bambini, i quali possono uscire in strada e imbattersi in un gay pride dove l’orgoglio gay è sostituito da scene blasfeme, o sessualmente allusive, da maschere di lattice, museruole e guinzagli. Io non credo che ci sia omofobia, in questo; né credo ce ne sia stata nell’affrontare il tema delle adozioni o dell’utero in affitto, sebbene l’idea della famiglia gay “non selezionata come tale dalla Natura” crei confusione, poiché anche una coppia senza figli costituisce un nucleo familiare, a prescindere dalla capacità procreativa. Sul punto della filiazione all’interno di una coppia gay, invece, non voglio citare il suo scetticismo, ma quello di un famoso omosessuale, magnifico artista, come <span class="fs12lh1-5">Cristiano Malgioglio</span>, il quale ha dichiarato di preferire la famiglia tradizionale, composta da un padre e una madre, perché la parola più bella che un bambino possa pronunciare è <em>«Mamma»</em>. Una simile convinzione rende Malgioglio omofobo?</div><div class="imTAJustify">E, sempre in tema di famiglia, Vannacci ha affrontato con temerarietà anche un altro tema, quello della donna che lavora rispetto alla donna madre: <em>«Altra incredibile bordata proviene dal movimento femminista che si batte per l’emancipazione della donna. Oltre a promuovere istituzioni come il divorzio e l’aborto al suon dello slogan “tremate, tremate, le streghe son tornate” si oppone alla figura femminile intesa come madre. Le moderne fattucchiere sostengono che solo il lavoro ed il guadagno possono liberare le fanciulle dal padre padrone e dal marito che le schiavizza condannandole ad una sottomessa, antiquata, involuta ed esecrabile vita domestica. […] La cosiddetta emancipazione femminile ed il concetto del “lavoro ad ogni costo! Limitano se non addirittura impediscono il regolare svolgimento della funzione educativa» </em>(p. 187).</div><div class="imTAJustify">Il problema che Vannacci si pone sembra riguardi due diversi aspetti: una tendenza delle donne contemporanee ad allontanare il concetto di maternità e, nel caso diventino madri, l'impossibilità di seguire i figli adeguatamente a causa del lavoro. Il calo demografico parla da sé, ma non credo che siano solo le donne a non volere figli. Presumibilmente conta anche la crisi economica schiacciante, che spesso costringe ad orari lavorativi particolarmente intensi. Quanto al lavoro come allontanamento della donna dalla famiglia ci sarebbe molto da dire. L’emancipazione femminile è legata innegabilmente, e per una parte essenziale, al lavoro. Le donne non potevano neppure pensare di lavorare, quindi aver conquistato la possibilità di farlo, affrancandosi da condizioni spesso disagiate, è un passo evolutivo che deve essere mantenuto saldo e non può in alcun modo essere messo in discussione. Ciò non toglie che non debba essere neppure dimenticato il ruolo comunque fondamentale che hanno avuto altre donne, la cui scelta è stata quella di fare solo le madri. Questo non significa che la donna che lavora non sia una buona madre, né significa che sbaglia chi sceglie di lasciare il lavoro per stare in casa con i figli. Io sono figlia di una donna che lavorava prima di avere me e mio fratello, poi ha smesso per crescerci e, quando eravamo grandi, è tornata a lavorare. La sua scelta è stata sbagliata? Anche qui non può non valere la possibilità di pensare liberamente quello che si pensa e di essere liberamente ciò che si vuole essere senza criminalizzazioni di sorta.</div><div class="imTAJustify">Alla luce di questo breve excursus, ciò che emerge dalla lettura del libro è che parlare di mondo al contrario è comunque utile, anche se, nel farlo, sono stati usati, a volte, toni un po' forti e dirompenti che celano giudizi anche opinabili. È utile perché una parte di mondo sottosopra esiste e bisogna imparare a vederla per ciò che è, senza nasconderci dietro un dito.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Benedetto Croce</span> fondò la rivista “La Critica” per dare spazio ad un pensiero sempre attento, giudicante, capace di muoversi tra accadimenti e ideologie, capace di contestare anche l'autorità. La critica è l’attività filosofica per eccellenza, che impedisce di parlare per stereotipi, di condannare senza processo, di seguire un pensiero unico. Ultimamente, invece, il pensiero unico sta prendendo sempre più piede e lo dimostra il fatto che si grida alla falsità nei confronti di chiunque osi affrontare certi argomenti in modo dissonante, seppur con il sostegno di prove storiche o scientifiche, a seconda dei casi. Per il pensiero unico il mondo rovesciato non esiste. E, invece, va riattivata la capacità di discutere, di contestare, di vedere il dritto ma anche il rovescio. Pillola rossa o pillola blu, direbbe il Morpheus di Matrix. E, dunque, ben venga il libro del Generale Vannacci, che mette sul piatto varie pietanze. Lo fa rincorrendosi nelle parole, a volte dicendo troppo, altre volte dicendo troppo poco, a volte esprimendo giudizi non condivisibili, altre volte parlando sulla base di dati statistici e scientifici. Sicuramente si è infilato in un ginepraio di argomenti che, sino ad oggi, ha messo in crisi fior fiore di scienziati e filosofi ognuno per il proprio settore. Si può non essere d’accordo con lui, ma non si può evitare di riflettere su più di un punto, leggendolo. E, soprattutto, il senso di legalità suggerisce di non invocare censure, come, invece, si è letto da più parti in questi giorni.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Quarta Parete Roma, 21 agosto 2023]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 21 Aug 2023 09:01:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gozzano, La Notte Santa]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
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			<pubDate>Tue, 30 May 2023 18:33:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[D'Annunzio, dall'Alcyone]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
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			<pubDate>Tue, 30 May 2023 18:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Trilussa, Ninna nanna della guerra]]></title>
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			<pubDate>Tue, 30 May 2023 18:31:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Trilussa, La Campana]]></title>
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			<pubDate>Tue, 30 May 2023 18:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Durante, La Befana]]></title>
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			<pubDate>Tue, 30 May 2023 18:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ivana Monti in "Preferirei di No"]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000100"><div class="imTAJustify">Il teatro è un momento di riflessione sulla strada della vita, l’acquario che contiene l’oceano, è un dipinto che racconta il colore oltre le pennellate. <span class="fs12lh1-5">Assi di legno risuonano di passi. Ognuno pesa quanto la storia che contribuisce a creare. E i dialoghi sciolgono i nodi di storie che si fanno “storia”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È quanto accade a</span><span class="fs12lh1-5">l teatro Manzoni di Roma ove, dal 18 maggio al 4 giugno, è in scena </span><i class="fs12lh1-5">Preferirei di No</i><span class="fs12lh1-5">, testo di Antonia Brancati e produzione del Centro Teatrale Artigiano di Pietro Longhi, con Ivana Monti e Maria Cristina Gionta, regia di Silvio Giordani; al sax Vittorio Cuculo.</span></div><div class="imTAJustify">In un bell’allestimento scenico, ricco di particolari evocativi, si svolge il confronto tra una madre e una figlia. Oggigiorno i confronti sembrano agonizzare. Alcuni si rendono protagonisti di contestazioni urlate tradotte in slogan, incapaci di un dibattito serio e pacato. Il confronto, invece, è vita, perché produce sempre qualcosa che è altro rispetto a chi lo mette in atto. Nel confronto si cambia. E, sotto questo profilo, <i>Preferirei di No</i> è una commedia del cambiamento.</div><div class="imTAJustify">Non si tratta di un confronto generazionale, bensì puramente emotivo, di quelle emozioni che ti graffiano l’anima e che chiamano in causa il sesto senso, inteso come capacità istintiva di orientarsi nelle diverse situazioni della vita. Il teatro ne è spesso cornice. Il personaggio è chiamato a cercare la propria strada. Lo fa da solo, lo fa con l’aiuto di qualcuno, ma l’inerzia non è contemplata in scena. Amleto ha il fantasma del padre e Faust Mefistofele. Guide che nell’uomo pirandelliano si parcellizzano in frammenti del sé, in alter ego. O, forse, lo sono sempre, in ogni caso, direbbe Freud, re danese e demonio compresi. È drammaturgicamente essenziale il cammino personale verso qualcosa, foss’anche l’assenza di qualcosa. Il dramma non ricade sui fatti, ma viene interiorizzato.</div><div class="imTAJustify">Fondamentale, in tutto ciò, il ruolo dell’attore. E Ivana Monti si conferma un’attrice straordinaria. Ha una grande padronanza scenica e porta sul palco uno stile fortemente modulato, fatto di parole che racchiudono gesti a seconda dell’intonazione, della pausa, dell’assottigliamento della voce, o della sua profondità. Offre sia un’intensa interpretazione, che racconta il personaggio, sia un’energica recitazione, che sottolinea la poetica del testo, oggi spesso messa da parte. Il grande Eligio Possenti diceva che c’è una ritualità antica nel gesto teatrale: richiama la magia degli elementi. Una sorta di cerimonia religiosa con una forte componente ludica. Gioco e sacralità: il gesto racconta, la parola commuove. È un mondo reale, nel quale si narra l’irrealtà, o, forse, la realtà nascosta in ognuno di noi. Ivana Monti conosce quel rito, conosce quel gioco.</div><div class="imTAJustify"><i>«Già. Conta anche per me»</i>. Una battuta disseminata nel testo, ma con la Monti diventa emblema di come una pausa possa recitare, di quanto quattro parole possano raccontare l’intera storia. Ed è solo un esempio tra tanti. Il suo corpo si fonde con quello del personaggio per sublimare le sensazioni dell’uno e dell’altro. Due vite in una. Il suo è un teatro mai banale e, come Fred Astaire quando improvvisa un passo a due con una scopa, riesce a far parlare anche gli oggetti che disegnano il suo personaggio: i lenzuoli puliti da piegare, la torta, la scatola di foto … Lei sta in scena come un dipinto d’autore, che ha sempre tanto da dire anche solo con una pennellata, con una sfumatura di colore. </div><div class="imTAJustify">Non da meno la Gionta, sebbene Diana, il suo personaggio, sia un po’ più semplice. Lo è sempre l’inconsapevolezza. Lei interpreta una donna che sembra avere tutto chiaro, con una via tracciata, una vita luminosa: niente temporali, niente candele, niente telefoni rotti e, soprattutto, tacchi a spillo. I tacchi a spillo richiedono strade apparentemente sicure.</div><div class="imTAJustify">Ma se Teresa è l’idealismo, forse anche Diana lo è. E due differenti idealismi non possono che portare l’incontro allo scontro.</div><div class="imTAJustify">Il testo della Brancati commuove. La trama contiene l’elaborazione di problemi e una catena d’amore e rancore; sul fondo, la morale di una politica che con la morale ha poco da spartire. È una danza di parole che riempie tutti gli spazi. Guai a non dar peso ad ognuna di esse. Ivana Monti e Maria Cristina Gionta seguono bene il ritmo. Stanno nelle parole e aiutano il pubblico a seguirle, componendo il puzzle della storia. <i>«Si può recitare bene o male, poco importa; l’importante è recitare nel senso giusto»</i> afferma Scèpkin, il fondatore del realismo scenico russo. E qui si recita bene e nel senso giusto. Due donne in maschera intorno allo stesso uomo. Una madre, che si maschera per non assomigliare a quello che era e che il marito vorrebbe che fosse ancora: <i>«[..] forse è solo per il male che attraverso di lui mi sono fatta»</i>. Una figlia, che si maschera per cercare di essere diversa dalla madre e compiacere quello stesso uomo, suo padre, non rendendosi conto che, così facendo, si appalesa identica alla prima versione di sua madre, che è proprio ciò che rifiuta. Nel mezzo ci sono, per Teresa, due anni di manicomio, che coincidono con una presa di coscienza brutale, violenta, apparentemente assurda. E la saggezza nell’essere finalmente come si vuole essere spezza la catena dei doveri sociali.</div><div class="imTAJustify"><i>«En paradis qu’ai je a faire? Je n’I quier entrer»</i> (In paradiso cosa devo fare? Non voglio entrarci) dichiara Aucussin in una ballata medievale di cui è protagonista (Aucussin et Nicolette). Egli dichiara di preferire l’inferno con Nicolette piuttosto che il paradiso senza di lei. Ebbene, Teresa Fusi, il personaggio interpretato da Ivana Monti, al pari di Aucussin, “sceglie” il suo paradiso, quand’anche abbia per nome “inferno”; si costruisce una vita che ama e in cui si muove bene, in cui riesce ad arginare la predisposizione all’angoscia esistenziale, allo spleen che la attanaglia.</div><div class="imTAJustify">Il dramma teatrale, del resto, è dannazione e redenzione al contempo, attraverso la determinazione del proprio destino. Il personaggio è sempre santo anche quando rifiuta il paradiso; è santo per il solo fatto di manifestare il proprio pensiero e i propri sentimenti. </div><div class="imTAJustify">Ivana Monti, nel 2006, portò in scena un’importante lettura: <i>Mia cara madre. Ricordi e voci della nostra terra</i>, da lei stessa scritto. L’incipit merita attenzione, perché ha un invisibile filo sottile che lo lega a questo ruolo, a questo personaggio uscito dalla penna della Brancati: <i>«Cavola di Toano. Reggio Emilia. Maggio 1936. Mia cara madre, la mia bambina è morta. La mia bambina. Ma sia fatta la sua volontà. La ferita è troppo profonda. Ho bisogno di non pensare. Ho bisogno di faticare»</i>.</div><div class="imTAJustify">Ritirarsi dal mondo ha sempre qualcosa a che fare con la voglia di non pensare, con la voglia di faticare. E Teresa, la protagonista della commedia <i>Preferirei di No</i>, è una donna in fuga che, tuttavia, scopre di non essere fuggita, di non aver mai smesso di pensare, di non aver cancellato se stessa nella fatica che le costa vivere, cercando di imporsi “ordine”.</div><div class="imTAJustify">Peccato che, nell’intervenire sul testo in occasione di questa messa in scena, sia stata eliminata una parte secondo me importante, quella che riguarda un uomo, il terzo che entra nella storia. Il dialogo tra le due donne, infatti, ruota attorno alla principale figura maschile, che è marito di Teresa e padre di Diana e che rileva solo nel suo duplice ruolo, tanto che non ha un nome. È una mera proiezione dei loro disagi di donne, del loro conflitto di donne. Poi c’è Claudio Branca. Nome e cognome, come si addice ad ogni estraneo. Diventato “nemico” per il padre di Diana, è inevitabilmente amico di Teresa, trovandosi suo malgrado al centro di quel rapporto inversamente proporzionale di affetti che sempre si verifica tra due parti contrapposte. Ma c’è un altro uomo, in realtà, che nella rappresentazione non compare. Si chiama Maurizio. Solo un nome, come le persone di famiglia. È un’identità. È più vero di quanto non siano gli altri due. Un quasi-marito, ma “quasi” è la parola chiave. Maurizio incarna un punto di fuga del testo, una porta laterale che per un attimo si apre lasciando filtrare luce; spezza il loop paterno-maritale. Rappresenta l’evoluzione. Forse la rivoluzione. Il cardine che rafforza il <i>No</i> di Teresa.</div><div class="imTAJustify">Buona, invece, la scelta registica di inserire il suono del sax di Vittorio Cuculo; una sax che recita attraverso le note. <i>Isn’t She Lovely?</i> ci dice Cuculo, suonando un famoso brano di Stevie Wonder. “Non è amabile?”. Se riferito a Teresa o a Diana non è dato sapere e, anzi, forse è errato contrapporre le due donne.</div><div class="imTAJustify">Nel complesso è una pièce che ben accompagna il senso del dubbio e del conflitto. Si esce da teatro con la felicità incorrotta di chi si è trovato a riscoprire con semplicità e poesia le difficoltà dell’esistenza.</div><div class="imTAJustify">L’immenso Paolo Poli, quando gli chiesero cosa connotasse la sua vita, cosa ne rappresentasse il senso, rispose: <i>«Il lavoro, la moralità del lavoro»</i>. Ma si rifiutò di definirlo “senso della vita” perché concetto troppo filosofico.<i> «Nessuno chiede all’idraulico se c’è una filosofia del rubinetto. Il rubinetto deve funzionare bene, non deve gocciolare. Stessa cosa vale per l’attore»</i>.</div><div class="imTAJustify">Ecco: il senso della qualità del lavoro teatrale. Si è fatto evanescente, di questi tempi. Il talento è sottovalutato: troppa improvvisazione, troppo desiderio di portare la vita di tutti i giorni sul palcoscenico. Se il pubblico volesse questo, sarebbe sufficiente che si sedesse ad un tavolino da bar per un paio d’ore. Per fortuna c’è ancora del buon teatro, però. Testi che scendono nel profondo, che stimolano curiosità e cultura, che presentano parti poetiche. Questa commedia, così ben interpretata, ne è un esempio. Alta qualità del lavoro teatrale.</div><div><br></div><div><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2023---Preferirei-di-no--locandina-.jpg"  title="" alt="" width="241" height="340" /><br></div><div><br></div> &nbsp;<div> </div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Quarta Parete Roma, 27.05.2023]</div><div><br></div><div> </div><div><b>© Foto di S. Stringola</b> per concessione stampa</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 27 May 2023 14:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Calapranzi di Gregori e Colombari]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000FF"><div>Al teatro Quirino di Roma è in scena, dal 23 al 28 maggio, <i>Il
Calapranzi</i> di Harold Pinter, con Claudio Gregori e Simone Colombari, qui anche
in veste di registi; produzione LSD Edizioni.</div>

<div>Simone e Claudio sono due attori che, insieme a Pasquale
Petrolo, vantano un bel sodalizio artistico anche radiofonico, una sintonia
recitativa eccezionale, una notevole capacità d’improvvisazione. E la
familiarità che li accomuna si percepisce anche in scena: rende fluida una
storia che l’autore stesso ha voluto ostica.</div>

<div>Portare in scena <i>Il Calapranzi </i>non è una scelta
facile. Un’opera breve, ruvida, un graffio sull’essere umano e sul suo ruolo
nel disegno della vita; una danza costante di parole e di corpi imprigionati
nella scatola di un’esistenza indotta, che è bara del pensiero, della volontà,
della capacità critica, della possibilità di scelta. I protagonisti sono lì, in
quella stanza, in attesa di ordini ignoti, passivi nella loro potenziale
aggressività, sottomessi nella loro apparente autonomia.</div>

<div>Il senso dell’opera è infiltrato nell’azione così come nella
mancanza di azione. Il pubblico se ne rende conto lentamente, insieme ai
personaggi. Entra nella storia con loro; con loro si pone domande.</div>

<div>Pinter è un autore che semina dubbi più che dare risposte. Ermetico
almeno quanto ermetico è stato nella vita, sebbene sia falso il ruolo
dell’uomo-scudo di se stesso con cui la critica l’ha sempre dipinto: mai
sorridente, sempre vestito di nero, elusivo, troppo riservato. Non è vero. Non del
tutto, quanto meno. Vestiva di nero, sì, ma sapeva anche sorridere e non era
elusivo ma selettivo. Il fatto è che non amava né le domande sulla sua vita,
né, tanto meno, quelle che implicavano spiegazioni sulle sue opere. Tutto qui. E
spesso replicava con un nonsense che avrebbe dovuto far capire l’assurdità
della domanda e che, invece, veniva colto come colpo di genio. È il caso della
famosa <i>«Donnola sotto il mobile bar»</i>, frase che usò per rispondere ad un
giornalista che gli chiese il senso della sua opera e che da nonsense divenne
emblema. Con sua grande meraviglia, infatti, venne ripetuta in più di un
articolo e giunse persino ad essere “spiegata”, “capita”; diventò una di quelle
osservazioni “profonde” che fanno agitare le teste in cenni d’assenso
assolutamente privi di comprensione.</div>

<div>Ecco l’uomo-Pinter; ed ecco i suoi personaggi mai troppo
espliciti, perché la vita stessa non lo è.</div>

<div>Nasce a Hackney, nella periferia di Londra, dormitorio di
molti pendolari, caratterizzato da quella desolazione tipica di un luogo che
non è più campagna e non è ancora città. In qualche modo i colori bigi e
l’atmosfera pesante di quel sobborgo entrano nei suoi drammi, mettendo a nudo
gli uomini e i loro difetti, le loro mancanze, le loro criticità, e la loro
innata violenza, che ne <i>Il Calapranzi</i> raggiunge un livello molto alto, poiché
diventa normalità assoluta e informa interamente la storia con la sua realtà
claustrofobica, con il suo ring, all’interno del quale i protagonisti
costruiscono la propria conflittualità interiore.</div>

<div>Ebbene, Claudio Gregori e Simone Colombari sono davvero bravi
nell’interpretare questo coacervo di negativa passività, lasciando sempre uno
spiraglio aperto all’ironia, ad una comicità surreale, raffinata e mai
invadente, ad un umorismo costante e discreto, intessuto in una trama che si
manifesta nella comunicazione verbale come in quella non verbale. La cadenza
nei gesti di Colombari, la sua falsa sicumera, le sue pause “narrative”, così
come la postura spesso innaturale e impacciata di Gregori, il suo muoversi ai
margini della comodità dell’altro, nell’indifferenza dell’altro, il modo buffo
con cui accompagna le parole sono azioni che hanno una loro elegante capacità
comunicativa. Persino il modo in cui entrambi maneggiano la pistola ha qualcosa
di comico; una comicità in parte disegnata dallo stesso autore, che rientra
perfettamente nel maldestro modo d’essere dei due protagonisti. Entrambi gli
attori sono entrati perfettamente nel testo di Pinter, in quello che ha scritto
e in come l’ha scritto. Il loro<i> Calapranzi</i> sarebbe piaciuto all’autore.
E non è impresa da poco. Pinter era molto geloso dei suoi testi.</div>

<div>Le sue storie nascevano dalla vita, anzi da un piccolissimo
frammento di vita. A volte una sola battuta che saliva alla mente quando stava
facendo altro e che rappresentava il fulcro dell’intreccio. Lui stesso descrisse
sovente i momenti ideativi come qualcosa di improvviso e casuale: <i>«Ero in
taxi, di notte, e tornavo a casa …»</i>, oppure <i>«Ero disteso sul divano,
quando …»</i>. Folgorazioni. Ma non si pensi che la trasposizione di quei
momenti sulla carta, rigorosamente vergata a mano, non assumesse una vita
propria e non avesse un ruolo determinante, per lui. Quando, confuso tra il
pubblico, assistette al primo allestimento scenico di una sua opera ne uscì
emozionato, ma anche infastidito. Avrebbe voluto cancellare coloro che interpretavano
e fraintendevano le sue parole: il pubblico, i critici, i loro commenti, forse
persino gli attori. Avrebbe voluto che esistesse solo il suo testo: <i>«Quello
cui si deve badare è che lo spettacolo esprima ciò che intende l’autore nello scrivere»</i>.
Questa osservazione non ci regala solo un tassello della sua personalità, ma
anche della sua drammaturgia. Non a caso, le sue didascalie sono piccoli
romanzi; contengono fabula ed intreccio al pari dei dialoghi; descrivono luoghi
e persone con accuratezza, scendendo fin nel movimento attoriale,
nell’atteggiamento interpretativo.</div>

<div>Da scrittrice e drammaturga riconosco che il testo è legato
al mondo del teatro da un rapporto di amore e odio: il drammaturgo vorrebbe
vederlo in scena esattamente come lui l’ha pensato, l’ha immaginato, l’ha
descritto; il regista e gli attori hanno un loro testo alternativo e lo
perseguono tenacemente, tagliando, cambiando, sostituendo. Sono forme d’arte
differenti che dovrebbero incontrarsi a metà strada, ma non avviene quasi mai.
Giorgio Strehler diceva che bisognerebbe rappresentare solo testi di autori
morti, così non possono lamentarsi dei cambiamenti apportati in sede di
rappresentazione.</div>

<div>Ancor più, dunque, risulta apprezzabile il lavoro fatto da Gregori
e Colombari. Ovviamente è stato necessario uscire un po’ fuori dai rigorosi
binari tracciati da Pinter, soprattutto quelli didascalici, ma il testo è stato
rispettato, concedendo spazio ad un ammodernamento scenico e ben accentando
l’ironia. Si sorride spesso e non per mera <i>captatio benevolentiae</i> nei
confronti di un pubblico che si immagina voglioso di evasione e divertimento.
In Gus e Ben, così come interpretati in questa pièce, c’è qualcosa dei
protagonisti di <i>Pulp Fiction</i>, della loro ironia noir, che nulla toglie al
senso generale dell’opera; un senso che si fa critica sociale. <i>Il Calapranzi</i>,
infatti, è la perfetta metafora di una società improntata all’autoritarismo più
bieco, che comporta il decadimento critico del cittadino-suddito e che,
quarant’anni dopo, culminerà con la sceneggiatura pinteriana tratta da <i>Il
Processo </i>di Kafka. L’autore ben disegna l’atteggiamento oppressivo di chi
vuole tenere la popolazione nell’ignoranza, trionfando sui facili terrori che
ne derivano, e lo fa rendendo Gus e Ben rappresentanti dell’umanità
inconsapevole, semplice, sciocca, poco curiosa, impaurita, obbediente oltre i
limiti del ragionamento, capace di cedere, a fronte di un ordine che non si capisce,
anche il poco che ha, rinunciando di fatto alla sopravvivenza. Gus e Ben sono
il deserto interiore che si fa ingranaggio di una vita-motore dove tutto va
così perché chi comanda lo ha deciso. Questo fino a quando uno dei due non
inizia a porsi delle domande. Chi c’è lassù? Di chi è questo posto? Perché i
fiammiferi se non c’è il gas? A chi toccherà? Chi pulisce? E troppe domande implicano
una presa di coscienza scomoda, da mettere a tacere.</div>

<div>È una denuncia eternamente moderna dei mali del potere,
quella di Pinter. La sottomissione richiesta a Ben e Gus, infatti, non è
lontana da quella oggi praticata con apparente buonismo attraverso bavagli
pseudo-intellettuali, attraverso l’imposizione di un pensiero e l’ostracismo di
chiunque la pensi diversamente. Viviamo in un’epoca in cui giungono dall’alto
messaggi spesso errati e vengono imposti come il Verbo, salvo, poi, revirement
successivi seguiti dall’imposizione autoritaria di ulteriori false verità. Si
pensi alla contro-cultura della cancellazione, così come alla distorsione
ideologica della storia e della scienza e alla conseguente accusa di
revisionismo e negazionismo lanciata contro chi non si adegua.</div>

<div>Sotto questo profilo <i>Il Calapranzi </i>contiene storie
nella storia. Difficile metterlo in scena senza mutilarlo delle parti non
dette, dei suoi spazi vuoti e pur pregni di messaggi. Gregori e Colombari ci
sono riusciti bene. Una rappresentazione equilibrata, la loro: hanno messo in
scena il detto e il non detto. Forse anche qualcosa in più. Nei loro personaggi
non c’è solo Pinter; ci sono anche i caratteri che lo hanno ispirato, perché <i>Il
Calapranzi</i> rivela una forte assonanza con il racconto <i>I Sicari</i> di
Hemingway, sebbene Pinter limiti e generalizzi la sua influenza, rivendicando l’originalità
della propria scrittura: <i>«Hemingway ha sempre avuto su di me un’influenza
tremenda. Mi ha sempre fatto un grande effetto. Ma in definitiva penso che la
mia scrittura sia soltanto mia»</i>.</div>

<div>Ne <i>I Sicari</i> non c’è solo la spietatezza immotivata di
chi è chiamato ad uccidere per conto terzi, ma l’altrettanto spietata
arrendevolezza della vittima, che fissa il muro mentre parla della sua
indecisione di uscire dal nascondiglio. Il muro di un’esistenza priva di via di
uscita. Anche qui domina la “normalizzazione” dell’omicidio come soluzione
lavorativa, come indifferente sistema per sbarcare il lunario e la
ridicolizzazione, al contempo, di chi pratica quel mestiere: bombetta,
soprabito troppo stretto, guanti e dialoghi persi in un cerchio di assurdità
beckettiana, dove le persone cessano di esistere in quanto esseri umani e
diventano etichette: il “dritto”, il “negro” …</div>

<div>Il luogo è quello dove si servono pasti, ossia nutrimento. E
il nutrimento è vita. La crudele contrapposizione con la morte si ammorbidisce
in un connubio dalla forte valenza satirica.</div>

<div><i>Il Calapranzi</i>, che divide con il racconto di
Hemingway anche l’idea di un luogo che, in qualche modo, ha a che fare con il
nutrimento del corpo, sebbene non sia più tale, serba la stessa crudezza e lo
stesso senso dell’assurdo. E Gregori e Colombari nella recitazione dell’assurdo
si muovono bene. Camminano su un terreno di finti dilemmi, di discorsi seri che
racchiudono il nulla, senza mai sfiorare il vero problema che si rivela solo
all’ultimo. Sono drammaticamente e comicamente inconsapevoli, nonostante i
tanti tasselli che compongono il puzzle della verità e che, scenograficamente,
sono rappresentati, forse, dai cubi luminosi che scendono a riempire la scena. Almeno
io li ho letti così. Certo, è ben possibile che la mia interpretazione sia
un’altra donnola sotto il mobile bar, ma vale la pena azzardare un’esegesi,
perché l’effetto della scena che si riempie di cubi luminosi è davvero bello.</div>

<div>Felice anche la scelta registica di conservare l’immobilità
originaria, rinfrescandola con l’uso del proscenio, che chiama il pubblico
nella storia, con la mobilità delle strutture e con la musica, la luce, il
rumore, che accompagnano le inudibili parole di colui che abita al piano
superiore. L’essere opprimente, l’essere supremo detentore dello ius vitae ac
necis, sia esso Dio o il Super-Io.</div>

<div>Nel complesso è uno spettacolo che mi è piaciuto e che
merita di essere visto: coniuga bene dramma e ironia, proprio come la vita
dovrebbe essere.</div>

<div> </div>

<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div>

<div>[Quarta Parete Roma, 24.05.2023]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 24 May 2023 11:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giorgione: vivere per dipingere, morire per amare]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000FD"><div class="imTAJustify">Lo chiamavano Zorzi. Il suo nome era Giorgio; Giorgione, invero, un accrescitivo che non dipendeva solo dalla sua altezza, dalla sua prestanza fisica, ma atteneva anche ad una grandezza metaforica, quella dell’animo gentile che aveva, quello dell’arte indiscussa che usciva dai suoi pennelli. E tale è rimasto per tutti, contemporanei e non. Il cognome pare fosse Barbarelli, ma non vi sono certezze. Nacque a Castelfranco Veneto. Era il 1478 quando vide la luce. Il Rinascimento risplendeva.</div><div class="imTAJustify">Venezia era quella che lo storico dell’arte statunitense Bernard Berenson ha definito <i>«la Signoria del Colore»</i>. Niente di più vero. Il colore è una delle principali caratteristiche dell’arte veneziana, che, nel Cinquecento, si impone come modello per l’Europa intera. La pittura lagunare diventa uno stile inconfondibile, un’espressione di maestria e di bellezza. Ma in cosa consiste il colore veneziano? Va molto al di là della tecnica pittorica, è un qualcosa che comprende monili, stoffe, vetri, ogni splendido oggetto che ivi transita insieme ai mercanti e che caratterizza la città, il suo modo d’essere sensuale e febbrile al contempo, sede di sogni lagunari e di romanticherie ruskiniane, ma anche di traffici, di confusione, di drammaticità shakespeariana.</div><div class="imTAJustify">Tanto il fascino della pittura veneta e veneziana rinascimentale che, a metà del Seicento, l’arciduca d’Austria Leopoldo Guglielmo ne scrisse la storia nelle cinquemila quartine del suo <i>Carta del navegar pittoresco</i>.</div><div class="imTAJustify">Uno dei più illustri maestri della pittura veneziana del tempo era Giovanni Bellini, il quale, accanto al fratello maggiore Gentile e al cognato Andrea Mantegna, diede un incredibile impulso alla venezianità pittorica, nella quale affondano le radici anche il Carpaccio, il Cima, il Montagna, il Buonconsiglio … Nella bottega dei Bellini si formarono molti artisti che di lì a breve sarebbero diventati famosi quanto i maestri. E Giorgione era tra questi, facendo a sua volta scuola a pittori del calibro di Lorenzo Lotto, originariamente belliniano, Sebastiano del Piombo e Tiziano Vecellio, con il quale avrebbe diviso un’amicizia destinata a rovinarsi presto.</div><div class="imTAJustify">Il Zorzi era talentuoso. Lo scrittore e pittore seicentesco Marco Boschini, in una sua bella metafora della pittura come di una nave che ogni pittore contribuisce a costruire con l’arte sua, così lo descrisse: <i>«Zorzon gh’ha aplicà el timon, per poterla orzar e pozar segondo i bisogni»</i>. Zorzi, dunque, secondo Boschini, era colui che poneva in opera il timone, colui che faceva andare la nave, conducendola attraverso il Rinascimento. Il suo era un talento indiscutibile che lo stesso Vasari paragona ai Bellini affermando che li avesse presto superati. Nella pittura del colore introduce il tonalismo. Nelle sue opere, come afferma Venturi, <i>«l’accordo dei colori prende a fondamento un criterio di luce e d’ombra, la diffusione nell’atmosfera di un colore assunto quale principio di luce. […] Tutto s’immerge in un velo atmosferico, che unifica le tinte e sopprime ogni stacco tra immagine e sfondo: il paese diviene quasi un’emanazione della figura»</i>.</div><div class="imTAJustify">E la bravura lo rese famoso e richiestissimo. Dipinse impareggiabili capolavori, tra i quali un paesaggio con nubi ed una cittadella sullo sfondo, commissionatogli da un ricco mercante. Zorzi inserì nel paesaggio due donne in riva ad uno stagno, nude, una nell’atto di allattare, sebbene, in corso d’opera cambiò idea e sostituì una delle donne con un giovane uomo di molto somigliante a se stesso. Forse voleva stare accanto alla donna del suo dipinto. Capiremo cosa lo legasse ai volti femminili che dipingeva.</div><div class="imTAJustify">Inutile dire che il committente ne fu entusiasta. Difficile non esserlo di fronte a tanta armonia pittorica. Zorzi era così famoso, a Venezia, che, mentre dipingeva, la gente si recava a bottega per vedere l’opera, commentarla, darle il nome che ancora mancava. Fu così anche con questo dipinto, che dapprima venne chiamato <i>“El soldato e la cingana in paesaggio di tempesta”</i>, ma, poi, diventò semplicemente <i>“La Tempesta”</i>. Del resto, non servono molte parole per descrivere la perfezione. È <i>La Tempesta</i> per via di quella folgore che Zorzi ha fatto apparire nel cielo gonfio di nuvole, illuminando la tela dall’interno, tra il piacere della luce e la paura della morte, sul filo sottile di quel senso di mistero che ha ispirato parole e pensieri fantasiosi di romanzieri raffinati come Paolo Maurensig. È un dipinto che, come acutamente osservato da André Chastel, <i>«contende a Monna Lisa la potenza indefinita di far sognare»</i>; un dipinto che, per dirla con Peter Meller, ha in sé la tempesta della vita che descrive Petrarca.</div><div class="imTAJustify">Il 27 gennaio 1505 il Fondaco dei Tedeschi andò a fuoco e, negli anni seguenti, venne ricostruito. Data l’imponente presenza di artisti, tutti bravi, la scelta a chi affidare gli affreschi non fu facile. I danarosi mercanti tedeschi avrebbero voluto Dürer, ma Zorzi era Zorzi, a Venezia e lui fu tra gli artisti del novello Fondaco e lo fece rilucere di un rosso vivo, oggi, purtroppo, scomparso nell’aria salmastra. </div><div class="imTAJustify">Zorzi, però, non era solo un Maestro di rara bravura e chiara fama. Gemma tra le gemme, sembrava incastonato in quella Venezia elitaria di patrizi gaudenti e d’arti belle. Le sontuose pareti che accoglievano i suoi quadri erano spesso quelle di palazzi fastosi nei quali vivevano suoi amici, coetanei o persino più giovani di lui: Pietro Bembo, Gerolamo Marcello, Taddeo Contarini … Era una Venezia giovane e dinamica, quella di Zorzi, sebbene anche un po’ scostumata e corrotta, come riferisce il Priuli. E lui ne era signore tra i signori. Guadagnava bene, inoltre. Incarnava l’artista esteta capace nella letteratura e nella musica, oltre che nella pittura. Indipendente rispetto alle tradizioni artistiche, innovatore, originale e imprevedibile, seppe imprimere alla pittura una dimensione poetica. Nelle sue opere si aprono squarci lirici, momenti in cui il pensiero si annida dietro sguardi sfuggenti e palpebre delicatamente abbassate.</div><div class="imTAJustify">Di certa attribuzione a noi sono giunte solo pochissime sue opere, ma ne ha sicuramente dipinte molte di più, alcune erroneamente attribuite a suoi allievi che, in realtà, si sono limitati a completarle.</div><div class="imTAJustify">Dipingeva di tutto, persino le facciate dei palazzi e non mi riferisco al Fondaco. Il palazzo fungeva da manifesto pubblicitario e Giorgione lo usava <i>«acciò servir potesse d’eccitamento a coloro che havessero mestieri dell’opera sua, accostumandosi allora per pompa il far dipingere le case da galant’uomini»</i>, come afferma il Ridolfi un secolo e mezzo dopo.</div><div class="imTAJustify">Infine, non si può tener nascosto il fatto che Zorzi era bello. Il suo era il fascino di un uomo che sapeva di essere ammirato. Prestante, elegante. Molte le donne nella sua vita e, proprio per questo, molte le leggende che riguardano anche la sua vita amorosa, oltre che quella da artista. Il <i>“giorgionismo”</i> va al di là della scuola pittorica per farsi simbolo. Zorzi ha lasciato il segno e ha dato adito al sorgere di favole e miti. &nbsp;Esistono, ad esempio, voci sulla lue che sembra portasse seco, ma sarebbe ingenuo trascurare il fatto che egli fosse molto invidiato e l’invidia va spesso a braccetto con chiacchiere vacue e calunnie insidiose. Esistono persino più versioni sulla sua morte. Ebbene, tra queste ce n’è una che amo molto ed è quella in cui ho scelto di credere, perché ha un suo colore romantico e scellerato, che descrive Giorgione meglio di qualunque parola. Quando ne venni a conoscenza il mio innamoramento artistico si arricchì di una componente quasi sentimentale e il Giorgione studiato a scuola divenne Zorzi. Un mio irrinunciabile vezzo: assumere un tono confidenziale con gli artisti che sento più vicini.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La sua è una morte che meriterebbe le parole di un bardo accanto a un fuoco invernale; la sua è una morte che richiederebbe le assi di un palcoscenico. Sicuramente è una morte che va narrata.</span></div><div class="imTAJustify">È il 1510. La vita del bel Zorzi, gaudente donnaiolo, egualmente ammirato e vezzeggiato da pudiche donzelle in età da matrimonio e da cortigiane avvenenti, muta radicalmente insieme a quella di tutti i veneziani. Arriva la peste. La città lentamente scolora nell’idea della morte, che penetra come un odore spaventoso in molte case. Medici e infermieri indossano inquietanti maschere dal naso adunco che, in realtà, fungono da filtro. All’interno di quella sorta di becco, infatti, vengono instillate essenze, antidoti, così si dice. Peccato che contro la peste nera non ce ne siano. Arriva, dunque, nella bella città dell’arte e porta via chiunque, ricchi mercanti e poveri diavoli. La peste è come la morte ne <i>La Livella</i> di Totò: non apprezza differenze.</div><div class="imTAJustify">La città vive in un silenzio triste interrotto da un costante bussare agli usci. Colpi rapidi e violenti, insistenti:</div><div class="imTAJustify"><i>«Siete in casa? Dobbiamo controllare che non ci siano malati …»</i>.</div><div class="imTAJustify">La gente si nasconde. Un po’ ha paura di contagiarsi, un po’ non vuole separarsi dai familiari contagiati e si chiude in casa con loro. Sanno d’essere spacciati comunque, avendoli avuti accanto, tanto vale restare uniti.</div><div class="imTAJustify">Quando la morte vince, a rispondere a quei colpi sulla porta non c’è nessuno e allora si fa irruzione.</div><div class="imTAJustify">È quello che capita anche nello studio di Zorzi, in Campo S. Silvestro, nei pressi di Rialto.</div><div class="imTAJustify">Tra le tante donne della sua breve vita, le sue modelle avevano sempre avuto un posto speciale. Le amava ancor prima di amarle, rendendo i pennelli tramite dei suoi sentimenti ed è ciò che i suoi dipinti restituiscono: qualcosa in più della bellezza, qualcosa in più della sensualità. Dipingeva con le emozioni. Una più delle altre, però, aveva rapito il suo cuore: Cecilia. Donna di rara bellezza, accompagnata da una certa tendenza ai liberi di costumi. Aveva avuto molti amanti prima del Zorzi. Uno di questi, Pietro Luzzo, si era suicidato per lei. Dietro la pala con la Madonna e i Santi Liberale e Francesco Il, conservata nel Duomo di Castelfranco, prima di un restauro maldestro, si poteva leggere: <i>«Vieni Cecilia / Vieni t'affretta / Il tuo t'aspetta / Giorgio...»</i>. Le scriveva, la corteggiava. Anche Cecilia si era invaghita di lui. Difficile non farlo. Ciononostante, in quei tragici giorni aveva ceduto ad una fuga libertina con un altro. Ora, non si sa bene se Zorzi sia andato a riprendersela o se Cecilia, pentita di quel gesto, abbia desistito. Fatto gli è che poco dopo torna dal suo amore, ma lo fa in compagnia di un amante ben più infido e pericoloso di qualunque uomo, un amante nero e maledetto: la peste. Povera bella Cecilia e povero il mio Zorzi!</div><div class="imTAJustify">Lui la accoglie a braccia aperte e, pur rendendosi conto dei primi segni della malattia, non ci pensa un attimo: decide di continuare a baciarla, a stringerla a sé in quell’amore che, sin dal primo giorno in cui l’ha vista, lo brucia più di qualunque male. Sceglie di contagiarsi per non lasciarla.</div><div class="imTAJustify">Quando i medici, dunque, sotto le loro maschere dal lungo naso adunco, bussano alla sua porta, non risponde nessuno. Bussano ancora.</div><div class="imTAJustify"><i>«Ehilà, siete in casa? Rispondete»</i>.</div><div class="imTAJustify">Silenzio.</div><div class="imTAJustify">Una vicina si affaccia e afferma che, forse, il Zorzi è partito per andare a strappare la sua Cecilia ad un altro uomo.</div><div class="imTAJustify">La faccenda convince poco. Meglio controllare.</div><div class="imTAJustify">Quando aprono la porta trovano i due amanti ancora abbracciati dinanzi ad un dipinto, forse quella Venere dormiente che, poi, Tiziano terminerà, o, forse, un’altra tela, un altro nudo, un’altra immagine della sensuale Cecilia che andrà bruciata tra gli oggetti contaminati. L’unica tragica certezza sono loro due. Cecilia è morta, ma lui le è rimasto accanto agonizzando in un abbraccio eterno. Ha 33 anni. Muore a Venezia sull’isola di Poveglia dove viene trasportato, un’isola adibita a ricovero per gli appestati; muore senza che le sue spoglie possano salvarsi dalla fossa comune e dal fuoco; muore all’apice della vita e del successo e si consegna alla storia non solo come pittore rivoluzionario ma anche come uomo oltremodo romantico, capace di morire per un ultimo bacio, cosa che, ancora oggi, forse, strappa un sospiro a molte donne.</div> &nbsp;<div> </div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Tutela certificata – S.I.A.E.]</div> &nbsp;<div><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div> &nbsp;<div><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div class="imTAJustify"><b>Lino Cappoccio</b>, <i>Giorgione: la vita e le opere</i>, Edizioni d’Arte Della, Milano, 1933</div><div class="imTAJustify"><b>Dario Cecchi</b>, <i>S’addormentò per sempre accanto alla sua Venere</i>, in Storia Illustrata, sett. 1958, p. 45 ss.</div><div class="imTAJustify"><b>André Chastel</b>, <i>Giorgione l’inafferrabile</i>, Abscondita, Milano, 2012</div><div class="imTAJustify"><b>Floriana Conte</b>, <i>Osservazioni sulle varianti della vita di Giorgione di Vasari</i>, in Annali di Critica d’Arte, n. 3, 2007, p. 61 ss.</div><div class="imTAJustify"><b>Federico Hermanin</b>, <i>Il mito di Giorgione</i>, Claudio Argentieri Edizioni D’Arte, Spoleto, 1933</div><div class="imTAJustify"><b>Rodolfo Pallucchini</b> (a cura di), <i>Giorgione e l’umanesimo veneziano</i>, Olschki, Firenze, 1981</div><div class="imTAJustify"><b>Renata Segre</b>, <i>Una rilettura della vita di Giorgione: nuovi documenti d’archivio</i>, IVSLA, Venezia, 2012<b></b></div><div class="imTAJustify"><b>Terisio Pignatti</b>, <i>Giorgione</i>, Mondadori, Milano, 1954</div><div class="imTAJustify"><b>Giorgio Vasari</b>, <i>Vita di Giorgione da Castelfranco</i>, in Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, vol. III, p. 415 ss., Salani, Firenze, 1963</div><div class="imTAJustify"><b>Adolfo Venturi</b>, <i>Storia dell’Arte italiana. La pittura del Cinquecento</i>, Hoepli, 1928</div><div class="imTAJustify"><b>Stefano Zuffi</b>, <i>Giorgione</i>, Mondadori, Milano, 1991</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 16 May 2023 19:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA["Gente Mia" - Salita di S. Giacomo (Testo)]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Gianfranco_Jannuzzo"><![CDATA[Gianfranco Jannuzzo]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000F8"><div><span class="fs14lh1-5">Nel corso della presentazione, sono stati letti due componimenti da me scritti ed ispirati a due foto presenti nel libro di Jannuzzo.</span></div>I<span class="fs14lh1-5">l primo l’ho letto io stessa ed è qui pubblicata anche la versione video, il secondo è stato letto dalla bravissima Amica e Collega Francesca Andruzzi.</span><br><span class="fs14lh1-5">Ecco il primo, quello letto da me. Ad ispirare queste mie parole, la foto pubblicata a pag. 61 del libro di Jannuzzo: </span><b class="fs12lh1-5"><i><span class="fs14lh1-5">Salita di S. Giacomo</span></i></b><span class="fs14lh1-5">.</span><br> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;**** ° ****</span></div> &nbsp;&nbsp;<div><span class="fs14lh1-5">L’affanno entra persino nei pensieri.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">È la parabola della vita.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Son diventato l’eco di un’immagine, il ricordo delle tante voci che mi sono fermato ad ascoltare nel tempo. Il tempo lontano della gioventù.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Sì, sono stato giovane anche io.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Eh, li vedevo i vecchi! Strane creature aliene.</span></div><div><i><span class="fs14lh1-5">«Da quale mondo venite?»</span></i></div><div><span class="fs14lh1-5">Vedevo i loro occhi annacquati dal mare della malinconia; vedevo le loro mani nodose. Rami secchi che tremavano sotto un vento inesistente. Il volto che s’indovinava nell’ombra.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">Tempo assassino. Corri senza sentir ragione.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il loro volto è anche il mio, adesso. Il mio nome è tra quei tanti nomi che escono dal passato. Un nome sorgente di viaggi e di naufragi, di emozioni nascoste nella notte, in quella luce bianca di luna che bagna le strade e nelle ombre che abbracciano i muri.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">Si dice che siano gli anni a pesare, ad incurvire le spalle, ma non è vero.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Non è vero!</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Sono i sentimenti, le persone amate, quelle perdute; e pesano le parole che hanno raccontato gioie e dolori. Persino quelle che non sono mai state dette.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Alla fine della vita siamo forzieri di emozioni. Le emozioni ci fanno ricchi. Ma ci piegano.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">Ah, conoscerete l’inutilità dei calendari, degli appuntamenti, delle scadenze.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La vita è altrove; è negli occhi degli altri, nelle carezze sulla testa di un neonato; è nel gioco, nella curiosità, nella bellezza. È nell’amore.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La vita è un </span><i><span class="fs14lh1-5">prima</span></i><span class="fs14lh1-5"> e un </span><i><span class="fs14lh1-5">dopo</span></i><span class="fs14lh1-5">: prima è tutto possibile, dopo è tutto già stato.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">E le occasioni, le scelte fatte e quelle non fatte, le conquiste e le rinunce, le cadute, anche se ci siamo rialzati, non le dimentichiamo mai.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Possiamo non dirle, possiamo provare a cancellarle, ma …</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il silenzio sa essere insopportabilmente loquace. Parla, parla … cose vicine, cose lontane; un caos di ricordi sciolti nelle lunghe ombre del crepuscolo. Parla … E noi vecchi ascoltiamo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs14lh1-5">(Pausa)</span></i></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">I vecchi …</span></div><div><span class="fs14lh1-5">I passi si trascinano.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">I respiri si dissolvono.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Gli occhi si annebbiano.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">E le strade … le strade si allungano nella loro crudele brevità.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/Poesia-1-foto-ispiratrice--Jannuzzo-.jpg"  title="" alt="" width="290" height="415" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><b><span class="fs14lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div><span class="fs14lh1-5">[Tutela certificata – S.I.A.E.]</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5">© Foto di copertina di Anna Maria Pieri</span></b><br clear="all"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div><div><b><span class="fs14lh1-5">© Foto a fine testo di Gianfranco Jannuzzo</span></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 May 2023 21:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA["Gente Mia" - A.M. Pieri]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Gianfranco_Jannuzzo"><![CDATA[Gianfranco Jannuzzo]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000FC"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Le fotografie della serata di presentazione al teatro Lo Spazio sono di Anna Maria Pieri, bravissima studentessa di fotografia, che usa il cuore al pari dell’obiettivo.</span></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span></b></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Nata a Roma nel 1964, Anna Maria tuttora risiede a Testaccio, rione storico della Capitale<span class="cf1">, è devota alla curiosità per tutto ciò che riguarda il fascino del mistero e affianca all'attività lavorativa la trentennale passione per la Fotografia.</span> Conseguito il diploma con l'Associazione Formazione Fotografica continua l'approfondimento con particolare interesse per lo studio del Ritratto e della Street Photography.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Una delle sue prime foto, fu pubblicata sul libro </span><i><span class="cf1">Un patrimonio urbano tra memoria e progetti. Roma: l’area Ostiense-Testaccio</span></i><span class="cf1"> (2004). Si tratta de </span><i><span class="cf1">La nave di Tornatore</span></i><span class="cf1">, scatto del 1998, una veduta da via Bodoni della nave di scena del film </span><i><span class="cf1">Il pianista sull’oceano</span></i><span class="cf1">. Ha conseguito riconoscimenti, tra i quali il premio speciale Associazioni Culturali “Diffidare dalle imitazioni – Il Rione” alla seconda edizione del concorso fotografico “Mercati Rionali”</span><i><span class="cf1">.</span></i><span class="cf1"> Il Rione, del resto, ce l’ha nel sangue, come ogni vero romano.</span></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Altri scatti sono stati inclusi nell'edizione 2021 dei Quaderni di Critica e Cultura <i>Viaggi, Avventure e Imprese Quasi Impossibili</i> a cura di Raffaella Bonsignori; una copertina su Spotify per il singolo <i>Versione Punk</i> di Simone Cicconi e foto backstage per il clip youtube (2022) del brano; selezione Call Internazionale <i>Tutti gli sguardi portano a Roma</i> nell'edizione 2022 di Roma Piazza della Fotografia.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Accanto alla fotografia, sul suo cuore riposa la pittura. Nel 2000, uno dei suoi quadri è stato esposto a Palazzo Colonna di Marino nel corso della mostra d’arte </span><i><span class="cf1">Senza Frontiere</span></i><span class="cf1">.</span></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Affianca alla fotografia la passione per i viaggi - soprattutto se può farli su due ruote - per il mare, il cinema giallo, thriller, noir e le cronache di misteri tuttora irrisolti, per l'architettura razionalista e la musica di David Bowie accompagnandola con il gusto del buon cibo e della convivialità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><b class="fs12lh1-5">© Foto di Ombretta Cantarelli</b><b></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 May 2023 17:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA["Gente mia" - Una serata a teatro]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Gianfranco_Jannuzzo"><![CDATA[Gianfranco Jannuzzo]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000FB"><div>L’8 maggio 2023 ho avuto l’onore di presentare il libro di Gianfranco Jannuzzo “Gente Mia” al teatro Lo Spazio di Roma. Ad affiancare Gianfranco, oltre me, il Prof. Andrea Attardi, docente di Fotografia presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma e fotografo di grande esperienza, con al suo attivo molti libri, molte mostre e memorabili reportage in Paesi orientali e in Africa, e Pino Quartullo, noto attore, regista e drammaturgo, che condivide con Gianfranco gli anni di studio nel Laboratorio di Esercitazioni Sceniche diretto da Gigi Proietti.</div> &nbsp;<div> </div><div>Gianfranco, come ho più volte avuto modo di dire, è <i>l’uomo-fotocamera</i>, almeno quanto Toquinho è <i>l’uomo-chitarra</i>. Non gira mai senza e, persino quando andiamo a vedere un suo spettacolo teatrale, troveremo un obiettivo che sbuca dal sipario per fotografare il pubblico: è lui!</div><div>Gli amici sanno che verranno fotografati sempre e comunque. A volte mi verrebbe da dirgli: <i>«Sono senza orecchini, sono struccata e ho un doppio mento che neanche Alfred Hitchcock. Facciamo così: io vado laggiù, tu metti il grandangolo e fai un campo lunghissimo. Così, quando la gente vedrà la foto, dirà che è bellissima e si dispiacerà per quella macchiolina nera in lontananza, anche se quella macchiolina nera, ossia la sottoscritta, testimonia la giusta distanza per essere fotografati intorno ai sessant’anni»</i>. Ma poi non lo dico. Non potrei mai. Perché ti rendi conto che Gianfranco non fotografa la mancanza di orecchini o di trucco, non è lì ad immortalare le rughe o il doppio mento, ma sta fotografando te. E questo è un privilegio assoluto. Lui sa cogliere quello che c’è dietro lo sguardo, quello che c’è dietro un sorriso.</div><div>Il suo obiettivo fende la realtà. E, in fondo, è questo il ruolo vero dell’obiettivo, quando dietro c’è un grande fotografo. La fotografia mette in luce le verità nascoste del mondo.</div><div>Michelangelo Buonarroti diceva che il marmo, anche il sasso da cava, conteneva in sé la figura: bisognava solo togliere il superfluo.</div><div>È così anche nella fotografia d’arte: l’occhio del fotografo vede quello che noi non vediamo e lo traduce nell’unico vero esperanto: un linguaggio che tutti capiamo, quello delle immagini. Un linguaggio universale perché non conosce filtri sociali, politici, culturali … conosce solo le emozioni.</div><div>E, tra le emozioni più forti c’è la nostalgia per la terra natia. Appartiene a tutti. Siamo tutti rami lunghissimi, che raggiungono distanze incredibili, ma che vivono attraverso le proprie radici. Amiamo la nostra terra, le nostre tradizioni.</div><div>Ed è proprio di radici, di amore per la propria terra e per la propria gente che parla Gianfranco in questo libro.</div> &nbsp;<div> </div><div>Due foto, in particolare, mi hanno toccata al punto da muovere la mia penna.</div> &nbsp;<div><b><i> </i></b></div><div><b><i>Salita di S. Giacomo (1979)</i></b>, pag. 61</div><div><b><i>Claudia Gelo (2020)</i></b>, pag. 121</div><div> </div> &nbsp;<div>Ho scritto parole di fantasia; ho scritto ciò che la foto ha evocato in me.</div><div>Durante la serata, il primo brano è stato letto da me ed il secondo da Francesca Andruzzi.</div><div>Le mie sono solo alcune tra le tante parole che ogni lettore potrebbe scrivere, o anche solo pronunciare, guardando le foto di Gianfranco. Questo perché sono foto evocative. Mi ricordano un test psicologico studiato durante il corso di Criminologia: tavole in bianco e nere che fermavano momenti di vita. Il test consisteva nel dire il prima e il dopo. Ce n’era una, in particolare: una donna ad occhi chiusi, testa sul cuscino, lenzuolo sulle spalle, ed un uomo vestito di tutto punto seduto accanto a lei che la guarda. Ebbene, tante furono le versioni romantiche che emersero, ruotavano attorno ad una bella notte d’amore, con lui che, dovendo andare presto a lavoro, si era vestito senza fare rumore, per non svegliarla, pur sedendosi accanto a lei per poterla guardare ancora. Poi c’ero io che dissi che l’aveva appena strangolata. Ma va bene. È questo il senso delle immagini evocative. Esprimono storie!</div><div>E lo stesso accade con le foto di Gianfranco. Questo è un libro da guardare, ma è anche un libro da leggere; da leggere usando le parole che abbiamo dentro.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 May 2023 15:58:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA["Gente Mia" - Claudia Gelo (Testo)]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Gianfranco_Jannuzzo"><![CDATA[Gianfranco Jannuzzo]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000FA"><div><div><span class="fs14lh1-5">Come detto, nel corso della presentazione, sono stati letti due componimenti da me scritti ed ispirati a due foto presenti nel libro di Jannuzzo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Questo è il secondo, che, in sede di presentazione, è stato letto dalla bravissima Amica e Collega Francesca Andruzzi. Il titolo della foto è </span><b class="fs14lh1-5">Claudia Gelo (2020)</b><span class="fs14lh1-5"> e, nel libro, si può ammirare a pag. 121.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>**** ° ****</b></span></div></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Il nulla oltre te;</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">oltre il tuo caldo sguardo;</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">oltre il respiro dorato</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">di quando mi respirasti, lentamente.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">Poi più niente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">Un sonno infinito, sensuale, delicato:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">oblio di una lunga notte senza parole,</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">senza più intesa, senza amore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">Il nulla oltre me;</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">oltre un abbraccio, una carezza infinita;</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">oltre un soffice bacio che ha saputo amare</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">e che ancora mi riempie, travolgente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">Poi più niente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">Un lento nascondermi, fuggire, dimenticare;</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">e mani che si perdono, che restano sole</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">nel gelo di un giorno senza cuore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">Il nulla oltre noi;</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">oltre il fuoco acceso delle nostre paure;</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">oltre il volo di sogni, rossi di rose mai colte</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">e di un lungo, languido pensiero seducente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">Poi più niente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">L’orizzonte, chiuso dietro mille veli,</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">infinito, si allunga su di noi.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5 ff1">Soli.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">Perché mai?</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/Claudia-Gelo.jpg"  title="" alt="" width="366" height="488" /><br></div><div><br></div><div><br><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1">[Tutela certificata – S.I.A.E.]</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff1">© Foto di copertina di Anna Maria Pieri</span></b></div><div><div><b><span class="fs14lh1-5">© Foto di fondo pagina di Gianfranco Jannuzzo</span></b></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 May 2023 15:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Napoli e 'O quatt' e maggio]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Almanacco"><![CDATA[Almanacco]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000F6"><div><span class="fs12lh1-5">Il 4 maggio 2023 Napoli si è vestita di suoni, di colori, di voci festose, di fuochi d’artificio. Lo scudetto ha i suoi bei colori, finalmente. È Campione d’Italia.</span><br></div><div>Sono in festa anche io. Napoli è una città da cuore che batte e i napoletani sono il sorriso, la simpatia, la solarità. E, poi, l’hanno meritato. Hanno fatto un campionato strepitoso. È bello arrivare al traguardo da vincenti veri e non da pseudo-sportivi che comprano favori a destra e a manca.</div><div>La cosa che mi ha colpito, però, è la data in cui hanno potuto iniziare a festeggiare. <i>‘O quatt’ e maggio</i>.</div><div>Un’antica tradizione napoletana, infatti, voleva che il 4 maggio fosse giorno di sfratto e, dunque, di trasloco. Era la data per cambiare casa. E si metteva sul carro ogni cosa per partire verso la nuova destinazione. Ben lo descrive l'antico dipinto qui pubblicato, che appartiene alla mia famiglia da tre generazioni. Quanta allegria mi ha sempre dato! Tra le sue pennellate si muove la vita.</div><div>Il primo che istituì l’usanza di una data precisa per i traslochi fu il viceré Juan de Zunica, conte di Morales, nel 1587, ma la fissò al primo maggio. Scelta infausta. Il popolo voleva festeggiare in tutta serenità i santi Filippo e Giacomo, quel giorno, e contesta oggi, contesta domani, nel 1611 il viceré Pedro Fernandez de Castro, conte di Lemos, spostò la data dei traslochi al 4 maggio. Entro le ore sei pomeridiane il vecchio inquilino doveva uscire e il nuovo subentrare. Immaginiamo la città gremita di carrette trainate da asini, da buoi, o da cavalli, con su povera mobilia, suppellettili e panni d’ogni genere. Chi andava, chi veniva …: <i>«In quell'ora lo scompiglio e il disordine regnavano ovunque; un tal don Ranunzio era già nel cortile della nuova casa con i suoi undici figli. [...] Di sopra c'era ancora l'inquilino uscente, don Rosario»</i> scrive Carlo Dalbono. Il teatro vivente che quella città così bene incarna raggiungeva l’apice della rappresentazione scenica, l’apice della commedia umana.</div><div>Tutto ciò, ovviamente, comportava anche un gran caos: suoni, voci, colori … Tanto che per indicare una situazione caotica, fino a qualche tempo fa si usava dire: <i>«Ma che è 'stu quatt' 'e maggio?»</i>.</div><div>Ebbene, ieri Napoli ha iniziato a festeggiare lo scudetto, tornando per una notte a fare <i>nu quatt’ e maggio</i>. Ah, la Storia e la tradizione che gambe lunghe hanno! Sanno sempre correrci incontro anche quando meno ce lo aspettiamo.</div><div><br></div><div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata – S.I.A.E.]</div><div><br></div><div><b>© Foto di Raffaella Bonsignori, da un antico dipinto di sua proprietà</b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 05 May 2023 13:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'altra faccia della Liberazione]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000F1"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Il 25 aprile si festeggia la Liberazione. È data che coincide con l’ingresso delle truppe alleate a Roma. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Nel 1957 Alberto Moravia scrisse uno dei suoi capolavori, </span><i><span class="cf1">La Ciociara</span></i><span class="cf1">; un libro crudo e intenso, che un regista come De Sica, uno sceneggiatore come Zavattini e attori del calibro di Sophia Loren e Jean-Paul Belmondo tradussero in un film da premio Oscar.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">L’argomento era scabroso e da molti venne ritenuto oggetto della fantasia dell’autore. Ma non si trattava di fantasia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">La storia della Liberazione ebbe inizio nel 1943 con lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia. I britannici dell’8</span><sup><span class="cf1">a</span></sup><span class="cf1"> Armata e gli americani della 7</span><sup><span class="cf1">a</span></sup><span class="cf1"> Armata del generale Patton, quelli che giunsero sull’eco dell’orrendo comando </span><i><span class="cf1">«Uccidete gli italiani</span></i><span class="cf1">», vennero fiancheggiati dai francesi e dai loro coloni africani. Nel luglio 1943 sbarcarono a Licata 800 marocchini, ma molti altri coloni si sarebbero a breve aggiunti, sempre di supporto agli americani, nello sbarco di Napoli del 20 novembre. I cosiddetti </span><i><span class="cf1">goumiers</span></i><span class="cf1">, dall’arabo “qum” (banda, villaggio), una “banda” composta da marocchini, algerini, tunisini e senegalesi.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Il Corps Expéditionnaire Francais (CEF), comandato dal 1944 dal generale Alphonse Juin, collaborazionista dei nazisti poi passato al servizio di De Gaulle, raccoglieva diverse Divisioni già operanti dall’anno precedente. La 2</span><sup class="fs12lh1-5"><span class="cf1">a</span></sup><span class="fs12lh1-5 cf1"> Divisione Fanteria marocchina, comandata dal generale André Dody, unitamente al Reggimento tunisino, era composta da 6.578 europei e 7.317 africani; la 3</span><sup class="fs12lh1-5"><span class="cf1">a</span></sup><span class="fs12lh1-5 cf1"> Divisione fanteria algerina, comandata dal generale Joseph de Goislard de Monsabert era composta da 6.354 europei e 6.835 africani; la 4</span><sup class="fs12lh1-5"><span class="cf1">a</span></sup><span class="fs12lh1-5 cf1"> Divisione marocchina di Montagna, al comando del generale Francois Sevez, era composta da 6.545 europei e 12.707 africani; la 1</span><sup class="fs12lh1-5"><span class="cf1">a</span></sup><span class="cf1"> Divisione Motorizzata Fanteria, comandata dal generale Diego Brosset, era composta da 9.012 europei e 6.479 africani; il GMM (Goupment Mixte Marocain), al comando del generale Augustin Guillaume, era composto da 12.000 <span class="fs12lh1-5"><i>goumiers</i></span>. A tutti costoro si aggiungano i 37.000 uomini della Riserva Generale e dei Servizi. È importante capire l’entità del dispiegamento di forze anche africane per affrontare lo scottante tema delle violenze subite dalla popolazione inerme da parte dei </span><i class="fs12lh1-5"><span class="cf1">goumiers</span></i><span class="fs12lh1-5 cf1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Arrivarono armati fino ai denti: artiglieria alleata e koumia, pugnali ricurvi con i quali mutilavano i nemici per fare collane con parte dei loro corpi. Il loro passaggio in Italia lasciò una scia vergognosa di sangue con il diretto contributo anche dei francesi europoidi: oltre 60.000 persone (ma se ne stimano molte di più, tenuto conto che in tanti casi, per vergogna, si è scelto di non denunciare) tra donne, adolescenti, bambini e anziani rimasero vittime di stupri di gruppo e di ogni altro genere di violenza; gli uomini che tentarono di difenderle fecero la stessa fine. Molte di queste persone morirono durante la violenza, altre vennero infettate da malattie veneree, altre ancora si suicidarono poco dopo. Erano talmente tante le vittime che alcune preture, come quella di Esperia, approntarono dei prestampati per sveltire la pratica di denuncia. I liberatori non si fermarono davanti a niente e a nessuno. Le loro azioni passarono alla storia come “marocchinate”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Non era un problema politico, quello dei <span class="fs12lh1-5"><i>goumiers</i></span>. Era soddisfazione ferina di istinti sugli inermi. Ad aver subito violenza sono stati anche i partigiani, infatti. Il partigiano Enzo Nizza ebbe a dichiarare: </span><i class="fs12lh1-5"><span class="cf1">«Ad Abbadia contammo ben 60 vittime di truci violenze, avvenute sotto gli occhi dei loro familiari. Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da 7 marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia»</span></i><span class="fs12lh1-5 cf1">. Non dimentichiamo che, mentre avvenivano queste nefandezze, De Gaulle era in Italia, proprio presso il comando del CEF.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Ad Esperia, un paese di 2.500 anime di cui ben 700 stuprate, anche il parroco don Alberto Terrilli, che stava cercando di difendere due ragazze, venne preso con loro, legato ad un albero e stuprato ripetutamente per l’intera notte, perdendo la vita a causa delle lacerazioni interne riportate. A Pico due ragazze, dopo orrendi stupri di gruppo, vennero addirittura crocifisse. A Vallecorsa, una ragazza di sedici anni, che venne tenuta prigioniera in un casale e stuprata ripetutamente da un intero plotone di </span><i><span class="cf1">goumiers</span></i><span class="cf1">, morì la settimana seguente per le lacerazioni subite, come testimonia don Alfredo Salulini nella sua biografia </span><i><span class="cf1">Le mie memorie del tempo di guerra</span></i><span class="cf1"> (Tipolitografia dell'Abbazia, Casamari, 1992). L’Avv. Luciano Randazzo, che, come vedremo, nel 2018 ha portato il caso delle marocchinate dinanzi la Procura Militare, rammenta un caso particolarmente agghiacciante, che lo colpì molto quando gli occorse di studiare gli atti e che, in effetti, merita di essere menzionato in questo piccolo campione esemplificativo. È il caso di una giovane mamma e della sua figlioletta di sette anni. La donna era una contadina, lavorava nei campi, e aveva con sé la bimba. Tre tunisini la stuprarono davanti alla bambina che, inevitabilmente, si abbandonò ad un pianto accorato; ma il pianto infastidì una delle tre belve, che, dunque, prese un’arma e le sparò in testa per poi riprendere, come niente fosse, la sua attività di stupro. La donna impazzì e finì così i suoi giorni.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Ai </span><i><span class="cf1">goumiers</span></i><span class="cf1"> importava davvero poco la guerra degli altri. Loro combattevano per i propri interessi: l’indipendenza e le razzie, le violenze, gli stupri che avrebbero avuto il permesso di compiere; razzie, violenze e stupri che il generale Juin, conferendo loro un vero e proprio “diritto di preda” con un ordine di guerra ancora oggi esistente, “limitò” a cinquanta ore. Cinquanta ore, tuttavia, possono essere infinite quando interi plotoni di soldati hanno il consenso di rubare, malmenare, torturare, violentare, impalare chiunque vogliano. Impalare, sì.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Credo non si possa restare indifferenti di fronte a tanta efferatezza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Eppure fu difficile persino allora arginare l’ondata di violenza e terrore e far ragionare i francesi. Le Autorità italiane sollecitarono più volte un intervento dei comandi alleati, tanto che, il 27 maggio 1944, Juin si vide costretto ad inviare un documento nel quale descrisse l’accaduto e, pur asserendo sfrontatamente che, in molti casi denunciati, si fosse trattato di fandonie ed esagerazioni, dovette ammettere che c’erano stati degli </span><i><span class="cf1">“eccessi”</span></i><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Venti giorni dopo il cardinale francese Tisserant chiese conto a Juin dell’indegno comportamento dei soldati francesi e gli venne risposto che erano stati presi provvedimenti. I provvedimenti erano: fucilazione per 15 soldati colti sul fatto e lavori forzati per altri 54 fortemente indiziati. In pratica, secondo la giustizia di Juin, 69 erano i soldati responsabili di quella carneficina di proporzioni così vaste. Anche in seguito la Francia arrivò al dibattimento solo in 160 processi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Il 30 giugno papa Pio XII si lamentò con De Gaulle per le violenze subite dai cittadini italiani ad opera delle truppe francesi nordafricane e da Roosevelt ottenne l’impegno di un loro ritiro dall’Italia. Lo stesso Presidente del Consiglio Bonomi protestò veementemente con l’ammiraglio Stone, presidente della Commissione alleata di vigilanza. Tuttavia, la mancanza di un’adeguata punizione per tale scempio disegna perfettamente l’importanza dell’Italia e degli italiani per le truppe alleate: carne sacrificabile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Il vuoto cosmico del negazionismo francese e alleato in genere, appoggiato da certa sinistra italiana, che ha continuato a voler vedere solo la “beata” Liberazione e non la dannazione con essa inflitta ad una parte della popolazione, le ha sempre definite frutto di una fantasiosa leggenda. Le “marocchinate”, infatti, sono un argomento tabù quasi quanto le foibe. Semplicemente non esistono per la </span><i><span class="cf1">«vulgata resistenziale»</span></i><span class="cf1">, come lo storico Renzo De Felice definì il negazionismo di sinistra. Alcuni, quando proprio non è possibile negarli, riconducono gli stupri alla tendenza diffusa delle donne italiane al meretricio. Oltre al dramma, la diffamazione. Del resto, lo svilimento della figura femminile è norma per certo antifascismo militante. Pensiamo anche agli innumerevoli crimini violenti dei partigiani su donne “accusate” d’essere anche solo madri, mogli o figlie di fascisti, dalla “tosatura pubblica”, durante la quale, insieme ai capelli, tiravano via anche brandelli di cuoio capelluto, agli stupri. E la diffamazione nei confronti delle donne violentate dai </span><i><span class="cf1">goumiers</span></i><span class="cf1"> sarà dura a morire. Affonderà le radici, infatti, persino nella legge n. 648 del 1950, che richiederà, tra i requisiti per ottenere la pensione di vittime civili di guerra, non cumulabile con il risarcimento, una buona condotta morale certificata dai carabinieri del luogo (</span><i><span class="cf1">sic!</span></i><span class="cf1">). L’accertamento della buona condotta morale apre un doppio aberrante scenario: da un lato si adombra che le vittime dei </span><i><span class="cf1">goumiers</span></i><span class="cf1"> fossero meretrici consenzienti all’atto sessuale (peccato che si trattò di stupri e che stuprati siano stati donne e uomini di qualunque età), dall’altro si ipotizza che, nel caso in cui una vittima avesse tenuto una cattiva condotta morale, potesse essere giustificato lo stupro, potesse essere strappato alla vittima il ruolo di vittima. Violenza su violenza.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Pensiamo al regime degli indennizzi e delle pensioni come vittime di guerra. La legge del 1950, infatti, non solo, come visto, prevede l’accertamento della buona condotta morale delle vittime, ma non prevede cumulo tra risarcimento e pensione. E, poi, di quale pensione stiamo parlando? Il solito affaire all’italiana che assomiglia ad un flipper dove la pallina è il cittadino. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 561 del 18 dicembre 1987 su ricorso di una delle vittime, sancisce l’illegittimità costituzionale della normativa pensionistica nella parte in cui non prevede una pensione per le vittime delle marocchinate; la Corte dei Conti si adegua, ovviamente, ma l’ente pensionistico non attua per mancanza di apposita norma. Gli antichi egizi lo chiamavano </span><i><span class="cf1">uroboros</span></i><span class="cf1"> il serpente che si morde la coda.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Proprio in merito alle pensioni di guerra da corrispondere alle vittime delle marocchinate il 7 aprile 1952 la deputata PCI Maria Maddalena Rossi diede giustamente vita, in aula, ad un’accesa contestazione, ritenendo del tutto insoddisfacenti le risposte offerte dal Sottosegretario al Tesoro, ma il sistema non mutò.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Il 25 luglio 1996 i senatori Bruno Magliocchetti e Michele Bonatesta di AN presentarono il Disegno di Legge n. 1081: </span><i><span class="cf1">Norme in favore delle vittime di violenze carnali in tempo di guerra</span></i><span class="cf1">. Inutile dire che non arrivò nemmeno ad essere discusso in Commissione.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">E la macchia infame gettata sulla Storia dall’arrivo delle forze alleate in Italia continuò a non essere lavata.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">La verità è che sull’altare della “festa alleata” sono stati sacrificati migliaia di innocenti e la “riparazione” è consista solo in un profondo, offensivo, perdurante silenzio. Ancora oggi si ostacola l’istituzione del giorno della memoria per le vittime delle marocchinate, liberamente fissato il 18 maggio dall’omonima Associazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Il 28 marzo 2000 l’On. di Forza Italia Maria Burani Procaccini, nel corso della discussione n. 9/6698 sull’istituzione del Giorno della Memoria per le vittime del nazismo, propose di estendere l’iniziativa anche alle vittime delle marocchinate, ma il suo intervento fu considerato </span><i><span class="cf1">fuori materia</span></i><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Il 25 maggio 2016 sette deputati del Gruppo Misto afferente al polo di centro-destra, su iniziativa dell’On. Mauro Ottobre, hanno presentato l’interrogazione parlamentare 4-13261. In quella sede non è stato chiesto solo il giusto, doveroso riconoscimento storico di tali fatti, affinché il negazionismo non continui a sotterrarli come accaduto per le foibe, ma è stata anche chiesta l’istituzione di un Giorno della Memoria e la valutazione in merito alle procedure internazionali eventualmente attivabili per crimini di guerra, tenuto conto quanto accadde dalla Sicilia alla Toscana in quei maledetti giorni del 1944: </span><i><span class="cf1">«[…] Uomini, donne e bambini furono violentati, la vittima più giovane aveva 11 anni, la più anziana 86. A decine morirono. Seicento uomini patirono la stessa sorte, tra essi un giovane parroco, don Alberto Terrilli, che morì due giorni dopo le sevizie subite per aver cercato di nascondere le donne del suo paese. Due sorelle, di 15 e 18 anni, subirono le violenze di 200 soldati marocchini: una di queste morì durante lo stupro, l’altra impazzì e finì in manicomio. Una dozzina di uomini che, con forconi, falci e bastoni, avevano tentato di difendere le loro mogli, madri e figlie, furono impalati vivi»</span></i><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Purtroppo, però, queste iniziative sono state parole profuse nel vuoto ove il suono non si propaga. Viviamo, anche nel mondo politico, tra persone indifferenti al dolore altrui, persone che giudicano meritevoli di dignità solo alcune vittime e non altre. Se solo scovassero in se stessi un po’ di senso dell’onore!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Nel 2018, su istanza di Emiliano Ciotti, nipote di una delle vittime e presidente dell’ANVM (Associazione Nazionale Vittime dele Marocchinate), assistito dall’Avv. Luciano Randazzo, la Procura Militare ha finalmente aperto un procedimento penale internazionale; procedimento che, dopo approfondite indagini, svolte anche con grande empatia e professionalità dagli indaganti, tra i quali una donna, il maresciallo dei carabinieri Sinatra, è stato archiviato, non essendo più in vita i responsabili, ma che ha portato anche all’importantissimo traguardo di riconoscere il crimine compiuto, ancorché lo stupro non fosse, per la legge allora vigente, considerato un crimine di guerra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Tuttavia, anche così, di questa vicenda si continua a parlare poco; anche così si continua a minimizzare il numero delle vittime e a definire oltraggiosamente la violenza da queste subita come mera “conseguenza di guerra”, proprio come, altrettanto oltraggiosamente, sono state considerate tali alcune azioni americane di liberazione, come il massacro siciliano di Biscari, dove risuona ancora la voce del generale Patton che incita i soldati americani contro il popolo inerme; come il bombardamento romano di S. Lorenzo o quello della Garbatella del 7 marzo 1944, quartiere dove non c’erano edifici industriali o ferrovie, ma solo case, vicoli, scuole, civili da uccidere, compresi i bambini che erano all’asilo; come la strage di Gorla del 20 ottobre 1944, il quartiere milanese raso al suolo dagli alleati: 200 vittime solo tra i bambini che si trovavano a scuola ... E si potrebbe continuare scrivendo non un articolo, ma un libro, dieci libri, cento libri. Dei crimini subiti dagli italiani inermi per mano dei liberatori ancora non si può parlare, a meno di non essere tacciati di “revisionismo storico”. Purtroppo vale sempre e comunque l’inossidabile esergo di Arrigo Petacco: </span><i><span class="cf1">«Quando comincia una guerra la prima vittima è sempre la verità. Quando la guerra finisce le bugie dei vinti sono smascherate, quelle dei vincitori diventano Storia»</span></i><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Io ne parlo, invece.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Come dico sempre, la Storia è Storia: non va cancellata, non va dimenticata, non va cambiata. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Ebbene, il 25 aprile, mentre ballate e cantate per la Liberazione, pensate anche alla sua faccia oscura, che, come sulla Luna, è quella dove non si sopravvive; pensate alle bugie dei vincitori; pensate alle vittime innocenti che i “liberatori” non si sono fatti scrupolo di mietere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Dimenticare è antistorico, disonorevole e offensivo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">© Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">[Tutela certificata – Autore SIAE, 24 aprile 2023]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">© Foto di pubblico dominio</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Per approfondire</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf1">Fabrizio Carloni</span></b><span class="cf1">, </span><i><span class="cf1">Il corpo di spedizione francese in Italia, 1943-1944</span></i><span class="cf1">, Mursia, Milano, 2006</span><b></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf1">Vania Chiurlotto</span></b><span class="cf1">, Donne come noi. Marocchinate, 1944-Bosniache, in DWF, n.17, 1993</span><b></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf1">Emiliano Ciotti</span></b><span class="cf1">, </span><i><span class="cf1">Le “marocchinate”. Cronaca di uno stupro di massa</span></i><span class="cf1">, YouCanPrint, Roma, 2018</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf1">Gigi Di Fiore</span></b><span class="cf1">, </span><i><span class="cf1">Controstoria della Liberazione: Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell'Italia del Sud</span></i><span class="cf1">, Rizzoli, Milano, 2012</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf1">Massimo Lucioli</span></b><span class="cf1"> - </span><b><span class="cf1">Davide Sabatini</span></b><span class="cf1">, </span><i><span class="cf1">La ciociara e le altre: il corpo di spedizione francese in Italia 1943-1944</span></i><span class="cf1">, Tusculum, Frascati, 1998</span></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf1">Eliane Patriarca</span></b><span class="cf1">, </span><i><span class="cf1">La colpa dei vincitori. Viaggio nei crimini dell'esercito di Liberazione</span></i><span class="cf1">, Piemme, Casale Monferrato, 2018</span></span></div><div><span class="cf1"><span class="fs12lh1-5"><b>Ernesto Zucconi</b></span>, <span class="fs12lh1-5"><i>Il rovescio della medaglia. Crimini dei vincitori</i></span>, Novantico, Pinerolo, 2004</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 24 Apr 2023 20:35:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giuda a Borgio Verezzi]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Giuda"><![CDATA[Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000EC"><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Il 13 e il 14 agosto 2020 <i>Giuda</i> ha debuttato al teatro Gassman di Borgio Verezzi, nell’ambito del noto Festival Teatrale che lì si svolge ogni anno, giunto alla 54<sup>a</sup> edizione.</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Inutile descrivere l’immensa emozione che mi ha pervasa alla notizia che la Direzione Artistica del Festival nella persona di Stefano Delfino, aveva apprezzato il mio testo <i>Giuda</i>, accogliendolo in prima nazionale a Borgio, nella certezza, ovviamente, che l’interpretazione di Maximilian Nisi sarebbe stata profonda, graffiante, intensa, perfetta. E le aspettative non sono state tradite: Nisi è entrato nell’anima di Giuda e da lì ha raccontato i suoi pensieri.</div><div class="imTAJustify">Il teatro Gassman era pieno. Io, come al solito, mi ero timidamente celata a metà platea. Tuttavia, quando, durante gli scroscianti applausi ricevuti alla prima, Maximilian ha fatto il mio nome e mi sono alzata, quegli applausi mi sono entrati nel cuore e sono diventati parte di me.</div><div class="imTAJustify">Al Festival di Borgio Verezzi si sono sempre avvicendati i più grandi nomi del teatro italiano. Per Maximilian Nisi non era, certo, la prima volta, con <i>Giuda</i> era alla sua tredicesima partecipazione al Festival, ma, per me, essere entrata in una rosa di nomi tanto prestigiosa resta un momento di vita indimenticabile.</div><div class="imTAJustify">La straordinaria plasticità del linguaggio teatrale, del resto, ci rende tutti protagonisti di interpretazioni che compongono lo schema del mondo. Il teatro è eterno: nasce con l’uomo, con la sua esigenza di comunicare e con la sua mirabile capacità di muoversi nei piani irreali, trasportandoli nella realtà. Immaginazione. Il teatro è una parte essenziale dell’essere umano. Del resto, pensiamo al fatto che il termine stesso “persona”, che ci definisce come esseri umani, origina dall’etrusco <i>fersu</i>, maschera teatrale; e, come tale, è passato nella cultura romanistica, tanto che Boezio, con <i>personare</i>, indica l’atto di parlare con una voce falsata da un ostacolo &nbsp;&nbsp;-come, appunto, una maschera- &nbsp;&nbsp;posto davanti alla bocca. Essere una persona, dunque, significa avere un ruolo nel teatro della vita, della rappresentazione scenica dell’esistenza. Da quel 13 agosto del 2020 l’ho provato sulla mia pelle.</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTARight">Raffaella Bonsignori</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 19 Apr 2023 11:39:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giuda al teatro Lo Spazio]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Giuda"><![CDATA[Giuda]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000EB"><div><b>Da 6 al 9 maggio del 2021 <i>Giuda</i> ha aperto la stagione teatrale a Lo Spazio di Roma, in via Locri.</b></div> &nbsp;<div> </div><div>Fermo restando l’onore di essere stati ospitati in tutti i teatri della tournée successiva al debutto di Borgio Verezzi, soprattutto le location estive, sotto le stelle, dalla splendida piazza di San Miniato al chiostro vicentino del Tempio di S. Lorenzo e a quello del Convento di S. Antonio di Rivello, la prima romana del teatro Lo Spazio è un piccolo pezzo di cuore, per me; ad essa è legato un momento davvero unico e irripetibile, infatti, il momento della rinascita dopo la seconda lunghissima chiusura dei teatri a causa delle norme sulla pandemia.</div><div>Il teatro Lo Spazio &nbsp;- con il Direttore Artistico Manuel Parruccini e la vulcanica, eccezionale e solare Direttrice di Produzione Antonella Granata - &nbsp;&nbsp;ha coraggiosamente ripreso gli spettacoli in un momento in cui il pubblico aveva remore a stare al chiuso; in un momento in cui, tra sanificazione costante degli ambienti, limitazioni nell’orario di apertura e varie, era, come si dice, <i>“più la spesa che l’impresa”</i>. E ce l’abbiamo fatta! Sold out per tutte le serate, addirittura spettacolo doppio la domenica e tanto rimpianto da parte di chi non è riuscito a venire e che ancora oggi auspica un ritorno di <i>Giuda</i> a Roma.</div><div>Molti gli attori che sono generosamente venuti a teatro e che hanno mostrato vivo entusiasmo per lo spettacolo: Milena Vukotic, Gianfranco Jannuzzo, Maria Letizia Gorga, Carmen Di Marzo … Della presenza di Gianfranco Jannuzzo e della sua incantevole moglie, Amici cari, ho l’onore di aver serbato anche un ricordo fotografico, per me prezioso, che ho voluto come copertina di questo ricordo.</div><div>Nella galleria altre foto, non meno preziose, per me, con gli Amici che mi hanno supportata e sopportata in questa avventura, spesso ascoltando le mie letture del testo nelle tante versioni che ho scritto.</div><div>Il teatro è un’avventura costante che porta sempre alla conquista di un luogo chiamato Anima. E in certi teatri riesce davvero bene.</div> &nbsp;<div> </div> &nbsp;<div class="imTARight">Raffaella Bonsignori</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 19 Apr 2023 11:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il nome cattivo delle cose. Il testo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Il_nome_cattivo_delle_cose"><![CDATA[Il nome cattivo delle cose]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000E7"><div><b><span class="fs14lh1-5">Sara</span></b></div><div><div><i class="fs14lh1-5">La verità …</i></div><div><i class="fs14lh1-5">Non avete la più pallida idea di cosa sia.</i></div><div><i class="fs14lh1-5">La verità è una creatura che cresce e cambia continuamente; a volte ha paura e si nasconde nei segreti, inganna la ragione, beffa il destino. Altre volte gioca nella luce, si spoglia, seduce, e si concede quel tanto da rubarti l’anima.</i></div><div><i class="fs14lh1-5">La verità è fatta di bellezze e di mostruosità.</i></div><div><i class="fs14lh1-5">Ogni cosa ha un nome buono e uno cattivo; ogni storia ha un finale tragico e uno allegro. La verità dipende da chi la racconta.</i></div><div><i class="fs14lh1-5">Il fatto è che, per voi, esistono solo le cose peggiori; solo di quelle parlate. A costo di inventarle.</i></div></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5">**** ° ****</span></b></div> &nbsp;<div><b><i><span class="fs14lh1-5"> </span></i></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs16lh1-5"><span class="imUl"><b><i>Il nome cattivo delle cose</i></b> è un’opera teatrale in due atti e due protagonisti, un uomo e una donna</span>.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span></div><div><span class="fs14lh1-5">L’opera, quasi con piglio cinematografico, si muove su diversi piani temporali, in una costante osmosi di sentimenti contraddittori. Solo alla fine si comporrà il quadro reale della vicenda. Anche qui, come nelle altre mie opere, sia di narrativa e saggistica, sia di teatro, libero quella naturale predisposizione per le storie di confine che mi caratterizza: bene e male, amore e odio, vita e morte.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Della trama posso svelare solo pochissimi fili: una donna e un uomo, i loro ricordi, i loro sentimenti, i loro pensieri, quelli seri e quelli faceti, che egualmente contribuiscono a definire le personalità; il loro passato che rende duplice il presente per, poi, abbandonare il futuro; il dramma assoluto di due diversi linguaggi interiori e di un viaggio nei mandri della psiche che abita l’universo dell’amore malato.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imTARight"><span class="fs14lh1-5">Raffaella Bonsignori</span></div><div class="imTARight"><span class="imTALeft fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs14lh1-5">Il testo teatrale </span><b class="imTALeft fs12lh1-5"><i><span class="fs14lh1-5">Il nome cattivo delle cose</span></i></b><span class="imTALeft fs14lh1-5"> può essere acquistato su Amazon al prezzo di € 4,00</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 18 Apr 2023 16:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Fuoco sublime. Il testo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Fuoco_sublime"><![CDATA[Fuoco sublime]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000E6"><div><div><b class="fs14lh1-5">Michelangelo</b></div><div><i><span class="fs14lh1-5">L</span><span class="fs14lh1-5">’arte è armonia dell’invisibile: giunge dove la Natura si arresta, dove la Morte distrugge. Parla con il coraggio del desiderio e l’arbitrio della follia, che sempre s’empie della più grande passione</span></i><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div><b><i> </i></b></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><b>**** ° ****</b></div><div class="imTACenter"><br></div><div><b><i> </i></b></div><div class="imTACenter"><b><i class="imUl fs16lh1-5">Fuoco sublime</i></b><span class="fs16lh1-5"><span class="imUl"> è un testo teatrale a due voci maschili in atto unico</span>.</span></div></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Parte da un lungo approfondimento sulla vita di Michelangelo Buonarroti, soprattutto avuto riguardo al suo rapporto poetico ed epistolare con Vittoria Colonna, da molti definito “amor platonico”. Una definizione che mi trova d’accordo solo a metà.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">L’idea di questo testo nacque dieci anni fa, quando sentii Giancarlo Giannini recitare alcuni sonetti di Michelangelo in un bellissimo docufilm, <i>Michelangelo. Il cuore e la pietra</i> (2012), con Rutger Hauer nel ruolo del Maestro da vecchio; l’intento si confermò quando ebbi il privilegio di assistere alla <i>lectio</i> teatrale <i>Michelangelo</i> (2018) di e con Vittorio Sgarbi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Ho voluto, dunque, realizzare un mio sogno costruito attraverso lo studio di biografie, saggi, cronache, appunti, lettere e poesie, ma anche attraverso una lettura personale delle opere e dei pensieri di Michelangelo, percorrendo l’inevitabile strada della fantasia. Del resto, siamo davvero sicuri che la fantasia non contenga filamenti di verità?</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il tunnel del Tempo mi ha portata nel 1564. È qui che nasce il mio testo, è qui che si apre il sipario: sugli ultimi momenti di vita di Michelangelo Buonarroti. L’ho fatto parlare di sé nella sua estrema vecchiaia, inevitabilmente investito da sciami di ricordi e di brucianti sentimenti, cercando, nel dargli parola, la musicalità ed il lirismo della sua epoca, in modo da non strapparlo al suo tempo e al suo modo di esprimersi, sempre attento com’era alla poesia della vita.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Lui è lì, di fronte alla Pietà Rondanini, fulgido esempio del suo “non finito”; è lì, con l’anima arsa dal fuoco del vero amore, quello per Vittoria Colonna. È a Roma; la Roma del Cinquecento.</span></div><div class="imTARight"><span class="fs14lh1-5">Raffaella Bonsignori</span></div> &nbsp;<div class="imTARight"><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Il testo teatrale <b><i>Fuoco sublime</i></b> può essere acquistato su Amazon al prezzo di € 4,00</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 18 Apr 2023 16:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il rogo di Primavalle]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000B0"><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5">È passato mezzo secolo. Io </span>avevo nove anni e ho ancora negli occhi, nitida, indelebile, l’immagine dei fratelli Mattei scattata dal fotografo Antonio Monteforte: Virgilio di ventidue anni e Stefano, che di anni ne aveva solo otto, uno meno di me. Sono affacciati ad una finestra in un teatro di fiamme. Loro stessi bruciano. Ed è così che muoiono. Muoiono per il peccato originale che, nella testa assassina dei terroristi di estrema sinistra facenti capo a Lotta Continua, poi confluita in Potere Operaio, li macchia: sono figli di Mario Mattei, segretario della locale sezione del MSI. Un “fascista”. E, stando ad uno degli slogan rossi in voga a quei tempi, il fascismo doveva essere epurato col fuoco: <i>«Le sedi dell’MSI si chiudono con il fuoco con dentro i fascisti, sennò è troppo poco»</i>. Per certi terroristi le storture urlate in rima sono preghiere da recitare con fede, sono propositi da realizzare con crudeltà. E, infatti, ripeteranno l’impresa due anni dopo: manderanno in fiamme la sede MSI di via Quinto Pedio e chiuderanno la serranda con il fil di ferro, puntando alla strage, all’uccisione orrenda di tutti coloro che sono lì dentro; e lo faranno anche nel bar Angelo Azzurro, nel 1977.</div><div>Il quartiere popolare di Primavalle sta dormendo, quel 16 aprile del 1973. Sono le tre del mattino. Un commando di Potere Operaio si reca in via Bernardo da Bibbiena e raggiunge il palazzo dove abitano i Mattei. Secondo piano. Quindi versa una tanica di benzina facendola passare sotto la porta di casa con l’uso di un piano inclinato e accende il fuoco. Mamma Annamaria con i due figli più piccoli, Giampaolo di tre anni ed Antonella di nove, aprono la porta in un disperato tentativo di fuga, che, purtroppo, riesce solo a loro tre e grazie ad uno schiumogeno che il marito getta sulle fiamme aprendo un varco. Ha un altro estintore, ma non funziona e, con l’apertura della porta, il fuoco si sparge all’interno dell’abitazione in modo ancora più violento, risucchiando l’ossigeno ed espandendosi come un mostro alieno pronto a divorare ogni cosa, pronto a divorare ogni persona. Chiudono. Mario è in fiamme. Lo aiuta la figlia Lucia, soffocando il fuoco con una coperta. Pur gravemente ustionato, si cala dal terrazzino e si dispone ad aiutare Lucia, chiamata a fare lo stesso; la afferra al volo quando questa si lascia cadere. Silvia, invece, la figlia più grande, si getta dalla veranda della cucina, rompendosi qualche costola e tre vertebre, ma è salva. All’appello mancano solo Virgilio, di ventidue anni, e il piccolo Stefano. Il padre urla loro di gettarsi dalla finestra. Devono saltare. Lui li avrebbe presi. <i>«Saltate!</i>». Niente. Il piccolo ha paura di farlo e il grande gli resta vicino. Le fiamme li stanno uccidendo. Il volto di Virgilio è tumefatto per le ustioni. Infine Stefano cade all’indietro, sparisce sul pavimento infuocato. Quando verrà ritrovato avrà il corpo carbonizzato, la bocca aperta in un disperato ultimo tentativo di respirare ossigeno; avrà materia celebrale a vista dalla regione occipitale. È stato cremato vivo. Virgilio non ha la forza di trattenerlo: si aggrappa al filo dei panni, le mani tra le mollette, e reclina la testa. Anche per lui è finita. Anche lui verrà ritrovato con parti interne del corpo a vista e il resto andato letteralmente in fumo.</div><div>I superstiti vengono ricoverati al S. Eugenio, tranne Giampaolo e Lucia, illesi, ospiti di una famiglia amica. La notizia della morte di Virgilio e Stefano, però, viene taciuta alla famiglia, nell’immediatezza. Mario ricorda il volto del figlio grande che stava bruciando, mentre gli urlava di saltare giù. Non può avercela fatta, ne è sicuro. Ancora spera che sia riuscito a salvarsi il piccolino. Di sicuro si chiede perché. Perché tanta crudeltà, perché una simile furia omicida?</div> &nbsp;<br><div><b>Indizi, prove e persone più o meno informate sui fatti</b></div><br><div>Aldo Speranza fa lo spazzino. Iscritto al partito repubblicano ha avuto più volte a che ridire con i fascisti di zona. Ciononostante il senso di giustizia per l’orrore che si è consumato in via Bibbiena lo induce a parlare: era stato più volte contattato da alcuni elementi di estrema sinistra intenzionati a conoscere con esattezza l’ubicazione della casa dei Mattei. I comunisti tenteranno di smontare la sua attendibilità dipingendolo dedito all’alcol e facilmente manovrabile, ma i fatti che narra sono circostanziati, precisi e inchiodano Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo. Narra, ad esempio, della visita dei tre in casa sua proprio la sera del rogo, alle dieci. C’erano i suoi figli, sua moglie e persino il fidanzato della figlia. Uno dei tre, dopo aver sorbito un caffè, aveva invitato gli altri ad andarsene: <i>«Qui non si può parlare»</i>. Lollo dirà che il motivo della visita era convincere Speranza a raccogliere firme per costruire un asilo nido e che avrebbero pronunciato quella frase prima di congedarsi perché non volevano disturbare la famiglia. Poco tempo prima, insiste Speranza, lo avevano portato persino a casa di Marino Clavo, in quel di Monteverde. Lì Marino abitava con Elisabetta Lecco, la sua fidanzata, con Diana Perrone, figlia e nipote dei proprietari de <i>Il Messaggero</i> nonché padrona di casa, e con il compagno di quest’ultima Paolo Gaeta. Lo avevano bendato per non fargli memorizzare l’indirizzo, ma, una volta a casa, gli avevano liberato gli occhi. Negheranno tutti che ciò sia mai accaduto, ma Speranza descriverà gli ambienti nei particolari, smontando la loro credibilità. E una parvenza di credibilità è tutto ciò che hanno, ciò che rende possibile uno scambio reciproco di alibi. Il primo arriva da Diana Perrone, la quale, inizialmente, afferma che la notte del rogo Clavo era rincasato ben prima delle tre del mattino. Il secondo da Paolo Gaeta, il quale conferma le dichiarazioni della sua compagna, affermando che, quella sera, si era alzato ad aprire la porta a Clavo, il quale aveva dimenticato le chiavi, e che questi era rientrato ben prima delle due.</div><div>Altro testimone è tal Lempis, della sezione MSI, il quale nota una 500 sconosciuta che si aggira intorno al lotto dei Mattei e li avvisa fornendo loro il numero di targa e facendo molte foto in giro, consegnate, poi, al difensore della famiglia.</div><div>Testimonianze a parte, molti sono gli elementi oggettivi che portano ai tre indagati. Il cartello che rivendica l’attentato con la firma “giustizia proletaria”, ad esempio. I nomi dei missini sono scritti a mano, il resto è vergato con lettere adesive. Ne mancano sette, ma vengono ritrovate da Virgilio Crocco, il primo giornalista intervenuto sul luogo del crimine, noto per i suoi reportage (e per il suo matrimonio con la cantante Mina). Le sette lettere trovate da Crocco completano perfettamente il messaggio. Le difese degli imputati, è ovvio, contestano il reperimento probatorio. Cinque mesi dopo, prima che possa testimoniare, Crocco rimane ucciso in un incidente stradale negli Stati Uniti, in circostanze misteriose. Non testimonierà mai. Il nastro adesivo con cui era stato fissato il cartello, inoltre, corrisponde a quello rinvenuto in casa di Clavo. E Diana Perrone, questa volta, si sbriga a dire che appartiene a lui, solo a lui. Già lontani i tempi in cui gli ha fornito un alibi falso affermando che quella sera era rientrato presto? Stesso dicasi per il foglio, che, invece, corrisponde a quelli sequestrati in casa di Lollo. La perizia è tanto chiara che Lollo si arrampica sugli specchi e dichiara che, probabilmente, qualcuno, prima del fatto, ha sottratto alcuni fogli da casa sua. E sempre in casa di Lollo vengono ritrovati appunti con il nome dei Mattei e un ciclostile dove si parla di una non ben precisata squadra di azione militare e illegale. La difesa, in questo caso, è “santa nega”: quegli appunti non sono suoi, li avrà presi in sezione ma non ricorda quando, anzi forse non è stato lui e, se è stato lui, forse dormiva!</div><div><br></div> <div><b>Realtà e controrealtà</b></div> &nbsp;<div>Un procedimento lungo e complesso, basato su prove, su indizi, su accertamenti peritali non si può certo riassumere in poche righe. È il fatto che si vuole qui rievocare, il fatto storico più di quello processuale. Rievocarlo per non dimenticare. Mai.</div><div>Sin dalla notte stessa del rogo e ancora il giorno dopo sono quasi cinquemila le persone che si ammassano in via Bibbiena, loquaci nel loro silenzio di condanna per quel massacro. Tra di loro anche Rosalba, la fidanzata di Virgilio. Si sarebbero dovuti sposare l’anno seguente. A volte le vite si spezzano anche senza abbandonare il corpo. Lasciatelo dire a due genitori che hanno perso i figli, ai nonni che hanno perso i nipoti, lasciatelo dire a fratelli che hanno fratelli in meno, lasciatelo dire ad una fidanzata che, all’improvviso, scende nell’abisso di una vita bruciata con il suo futuro sposo.</div><div>Ma ci sono due differenti “giorni dopo”. A quello delle persone scese in piazza a rendere omaggio alle vittime e a condannare la loro bieca esecuzione ad opera di terroristi di estrema sinistra, si affianca la controrealtà comunista. Una volta in più la sinistra si impegna a riscrivere la storia, affermando che il rogo non è stato altro che il frutto di una faida interna al MSI, o, comunque, un’azione di fascisti intenzionati a far ricadere la colpa sui comunisti. Dal pulpito dei loro giornali, megafoni anche di finte realtà, danno del fascista e del nazista allo sconosciuto responsabile. Scrivono addirittura un libro, <i>Primavalle. Incendio a porte chiuse</i>, nel quale adombrano questa stessa tesi in alternativa ad altra ancora più disgustosa, laida, indecente, quella in base alla quale i Mattei stessi avrebbero dato fuoco alla propria abitazione.</div><div>La tesi della faida sembra in un primo tempo suffragata dalle dichiarazioni della signora Schiaoncin, amica dei Mattei, ma la stessa avrà modo di chiarire: ha detto che esistono due falangi, nell’ambito del MSI, ma non ha mai incolpato una di esse per il rogo. Le sue parole sono state fraintese dal giornalista de <i>Il Messaggero</i>, lo dice chiaro e tondo in un’intervista rilasciata poco dopo a <i>Il Secolo d’Italia</i>, sebbene, con altre successive interviste, tornerà a farsi fraintendere. Parla molto, a volte troppo. Racconta anche affari personali, almeno così come lei li vede, come lei li vive dentro di sé. Racconta sue realtà. Un po’ le piace stare sotto i riflettori.</div><div><br></div> <div><i>«In realtà tra me e il giornalista ci sono stati due discorsi distinti. Il primo riguardava gli attentati alla sezione del MSI ed alcuni suoi componenti ed era rivolto ai comunisti. Il secondo, su richiesta del giornalista, che era informatissimo, riguardava gli avvenimenti interni alla sezione, che poi non sono mai stati tanto importanti»</i></div> &nbsp;<div>Il giornalista, dunque, le chiede se smentisce la versione pubblicata da <i>Il Messaggero </i>che il rogo fosse frutto di azioni di extraparlamentari di destra.</div> &nbsp;<div><i>«Sì, lo smentisco nella maniera più assoluta. Quando ho parlato di attentati mi sono sempre riferita ai comunisti. Il giornalista, invece, ha legato due discorsi ben distinti per inventare le cose che facevano comodo a lui»</i>.</div><div>[Il Secolo d’Italia, 19.04.1973]</div><div><br></div><div>Molti gli esponenti dell’intellighenzia di sinistra che ciecamente credono all’improbabile versione comunista dei fatti e che si schierano dalla parte degli indagati, senza spendere un solo pensiero, un solo briciolo di empatia per le vittime. Tra questi Franca Rame, che, dodici giorni dopo il fatto, scrive a Lollo, l’unico in carcere in attesa di giudizio, dal momento che gli altri due, aiutati dalla fitta rete delle organizzazioni estremiste di cui fanno parte, si sono già resi latitanti in Paesi che non concedono estradizione. Fanno semplicemente ribrezzo le sue parole di giubilo per la mancata imputazione di strage, le sue parole minacciose verso il procuratore Sica, la sua angoscia non già per i due ragazzi innocenti morti bruciati vivi, ma per chi è accusato di averli uccisi, per chi decenni dopo, quando la pena sarà ormai prescritta, confesserà:</div> &nbsp;<div><i>«Caro Achille, ti ho spedito un telegramma non appena saputo del tuo arresto, ma oggi ho saputo che i telegrammi in partenza da Milano hanno anche quindici giorni di ritardo. Arriverà che sarai già uscito. Ieri e oggi i giornali parlano di te dando ottime notizie. Caduta l’imputazione di strage. Bene! Sono contenta. Quello in cui spero tanto è che al giudice Sica capiti quello che è capitato anche a Provenzale. Così, dopo aver provato sulla propria pelle quello che vuol dire, la prossima volta staranno attenti (a loro o ad un loro figlio). Comunque credo che tu sia un po’ contento. […] Io non ti conosco, ma come molti sono stata in grande angoscia per te. Ho provato dolore e umiliazione &nbsp;&nbsp;- umiliazione - &nbsp;&nbsp;nel vedere gente che mente, senza rispetto nemmeno per i propri morti. Dolore di saperti protagonista in quel dramma scritto da un pessimo autore. Ti ho inserito nel Soccorso rosso militante. Riceverai denaro dai compagni, e lettere, così ti sentirai meno solo. Comunicami immediatamente la tua scarcerazione (che avverrà prestissimo). Se puoi scrivi. Un fortissimo abbraccio.»</i></div><div><br></div><div>La controrealtà costruita ad arte funziona. Nel 1975 si conclude il processo di primo grado con assoluzione per insufficienza di prove. La sinistra festeggia. Alberto Moravia brinda con il resto dell’intellighenzia. È una notizia che mi ferisce profondamente. Ho sempre apprezzato molto Moravia scrittore; l’ho sempre considerato un intellettuale vero, come tale giusto, misurato, intelligente. Questa sua presa di posizione estrema e &nbsp;&nbsp;- come il Tempo confermerà - &nbsp;&nbsp;assolutamente errata lo sminuisce.</div><div>Lollo, ovviamente, non si fida di questa assoluzione. Sa di essere colpevole e teme che la verità vera venga a galla in appello. Parte, dunque, per l’Angola e si dedica anche lui alla latitanza.</div><div>Al procuratore Sica scrive un biglietto per spiegare la sua decisione, affermando di essersi dato alla macchia per mancanza di fiducia nella giustizia italiana (<i>sic!</i>):</div> &nbsp;<div><i>«Mi permetta signor procuratore di non nutrire fiducia nella giustizia borghese che invia infondati ordini di cattura al solo fine di trovare un personaggio a cui attribuire la strage»</i>.</div> &nbsp;<br><div>Ancora una frittata rivoltata. Lollo, però, non manca di rendere dichiarazioni dalle pagine compiacenti di un rotocalco di sinistra. A <i>L’Espresso</i> racconta la sua serata del 16 aprile e il suo ritorno a casa ben prima delle tre del mattino. La sua versione, inizialmente suffragata da Diana Perrone e Paolo Gaeta, cade nel momento in cui i due testimoni cambiano clamorosamente versione. Forse cominciano ad avere paura della falsa testimonianza, o, magari, di un loro diretto coinvolgimento. Fatto sta che Diana, scusandosi per la confusione fatta con le sue prime dichiarazioni, afferma di aver incontrato Marino Clavo, Achille Lollo e Manlio Grillo a Campo de’ Fiori, la sera del 16. Dopo di che afferma di essere tornata a casa verso mezzanotte, di essersi addormentata e di non sapere più nulla dei tre. Il suo compagno, Paolo Gaeta, il quale aveva detto di aver risposto al citofono a Marino Clavo verso le due, ossia ben prima del rogo, ritratta e afferma che potrebbe essersi confuso con episodi accaduti in precedenza. La ritrattazione costerà loro l’allontanamento da Potere Operaio.</div><div>Una cosa appare evidente: la scelta di Lollo di fuggire all’estero sembra una vera e propria premonizione; o, forse, ha agito per lui solo la consapevolezza che i nodi vengono sempre al pettine.</div><div>Fatto sta che nel 1986 i giudici di appello condannano tutti e tre per incendio doloso e morte come conseguenza d’altro delitto. Già dall’imputazione era stata esclusa la strage, era stato escluso l’omicidio doloso, anche sotto il profilo del dolo eventuale, ossia dell’accettazione del rischio di fare vittime. Era una casa abitata da una famiglia di otto persone, erano tutti in casa e stavano dormendo. Inermi. Dove sono gli elementi che escluderebbero la strage o l’omicidio doloso? Viene comunque comminata una pena di diciotto anni di reclusione. Una pena che non verrà mai eseguita: non ci sarà nessuna estradizione per i tre latitanti. Dopo l’assoluzione di primo grado, un’altra beffa per i familiari delle vittime.</div> &nbsp;<br><div><b>Il tempo passa</b></div> &nbsp;<div>Nel frattempo Mattei padre muore. Resta la moglie, la madre affranta di due figli morti, che, tuttavia, manifesta un coraggio senza pari e la titanica forza di chi parla secondo giustizia.</div><div>Passano trent’anni e parlare di questa storia assume minore impatto, per i colpevoli: la pena è prescritta. Proprio così. In base alle nostre leggi, anche la pena ha una scadenza, ossia non può più essere eseguita. L’art. 172 c.p. prevede che la pena della reclusione si estingua se decorso un tempo pari al </div><div>doppio della pena inflitta e, in ogni caso, non superiore a trenta e non inferiore a dieci anni.</div><div>Ruggero Guarini, uno degli autori della controstoria contenuta nel libro <i>Primavalle. Incendio a porte chiuse</i>, si confessa a Marina Valensise de <i>Il Foglio</i>: i fatti narrati non erano veri e i colpevoli sono proprio loro tre. Lo conferma Lanfranco Pace, allora dirigente di Potere Operaio:</div> &nbsp;<div><i>«Come più volte è accaduto in quegli anni, e non solo a noi, fummo costretti ad assumerne le difese nonostante la loro colpevolezza, e così montammo una controinchiesta che ebbe l’effetto di farli assolvere in primo grado dall’accusa di concorso in omicidio. Perché? Perché non c’erano alternative. Fossimo stati dei veri rivoluzionari avremmo dovuto ucciderli e farli ritrovare, magari, su qualche spiaggia deserta. E del resto non potevamo nemmeno denunciarli ai magistrati. Decidemmo così di difenderli fino in fondo»</i>.</div> &nbsp;<br><div>Analoghe le dichiarazioni rese dal brigatista rosso Valerio Morucci in un suo libro del 1999, <i>Ritratto di un terrorista da giovane</i>, ove racconta di essere andato a Firenze a trovare Clavo quando era già latitante e di avergli imposto, manu militari, di dire tutta la verità. E Clavo avrebbe confermato di essere l’artefice, con gli altri due, del rogo di Primavalle.</div><div>Prende la parola anche Marco Pannella, che bastona pesantemente i programmi e i progetti di Potere Operaio:</div> <br><div><i>«Io alla balla del rogo a porte chiuse non ci ho mai creduto. E ricordo che difesi Amato quando quelli della sinistra extraparlamentare diffondevano cartoline per spiegare che era un giudice fascista, un inquisitore e via dicendo. Perché, diosanto! L’idea dello scontro fisico. Dell’antifascismo armato e militante, i cattivi maestri di Potere Operaio l’avevano detta, predicata e teorizzata per anni. Che qualcuno l’avesse messa in pratica, alla fine, non mi stupisce più di tanto»</i></div><div><br></div><div>Alla balla del rogo a porte chiuse non ci ha creduto nessuno, a dire il vero. Forse qualcuno ci ha voluto credere a tutti i costi, ma è fatto completamente diverso, molto più complesso, come giustamente afferma l’avv. Luciano Randazzo, difensore, in un primo tempo, della famiglia Mattei, con il quale ho avuto l’onore di parlare e che ringrazio infinitamente per la disponibilità e l’amicizia.</div><div>Achille Lollo, in Brasile, ha, nel frattempo, trovato una sua dimensione di vita più che soddisfacente, facendo parte attiva anche del partito dei lavoratori di Lula. D’altronde il tribunale brasiliano, nel 1993, aveva riconosciuto il suo status di prigioniero politico! Ben descrive la situazione Giuliano Ferrara su Panorama il 15 marzo 2004:</div> &nbsp;<br><div><i>«Scalzone, che non ha ucciso nessuno, vive da vent’anni nell’ascetismo e nel bisogno di riconciliazione, cioè in una posizione insieme umile e orgogliosa, la sua vita di rifugiato politico. Quegli altri due no. Battisti e Lollo, una volta disturbati dalla giustizia internazionale, dicono: avevamo vent’anni, ora ne abbiamo cinquanta, lasciateci in pace. Poi aggiungono: siamo gente per bene e di successo, viviamo all’estero rispettati e riveriti, siamo di sinistra, lavoriamo nell’establishment di Gallimard o nel partito di Lula, frequentiamo tranquillamente i consolati, siamo protetti da buoni avvocati e da buone leggi antiestradizione, siamo orgogliosi del nostro passato di militanti politici di sinistra e dunque smettetela di impicciarvi di noi, lasciateci alla nostra visibilità, alla nostra nuova e buona vita, alla nostra catarsi letteraria»</i>.</div> &nbsp;<br><div>Un mese e mezzo dopo, risvegliatosi l’orso del ricordo dopo trent’anni di letargo, l’allora sindaco di Roma Walter Veltroni propone di intitolare una strada ai fratelli Mattei, ma la reazione della famiglia non è quella sperata.</div><div>La signora Mattei si dice stufa di “moine” che distolgono l’attenzione dall’unico obiettivo, ossia quello di ottenere giustizia. Le sue parole, trascritte in un’intervista rilasciata a <i>Il Giornale</i>, sono granitiche e assolutamente condivisibili. Il giornalista incalza e le chiede se le remore non riguardino anche il fatto che il sindaco proponente è di sinistra:</div><div><br></div> <div><i>«Senta, che Veltroni è di razza comunista, lo so; ma io non odio nessuno. Abbiamo pagato per l’odio degli altri, per questo non abbiamo mai odiato. Non si odia per le idee. Io che tirerei il collo a Fini … Io che non sono fascista .... Sono </i>mussoliniana<i>; e mi faccia la cortesia di scriverlo, questo. Mi chiedo: perché solo adesso? Credo che il sindaco me lo debba spiegare»</i>.</div><div><br></div><div>È probabile che Vetroni abbia convinto i Mattei della sua sincera empatia, visto che è, poi, rimasto loro vicino, ma la strada non si farà. Lo annuncia Giampaolo Mattei pochi giorni dopo l’intervista della mamma.</div><div>Passano circa cinque mesi ed un nuovo colpo di scena investe la famiglia Mattei e l’opinione pubblica. La pena prescritta scioglie la lingua di Achille Lollo, il quale, in un’intervista rilasciata il 10 febbraio 2005 a Rocco Cotroneo de <i>Il Corriere della Sera</i>, si assume la responsabilità del rogo, ma chiama in causa anche la Perrone, Paolo Gaeta ed Elisabetta Lecco. Salva i vertici di Potere Operaio, affermando che, solo mesi dopo, avrebbero saputo la verità. Resta il fatto che anche Oreste Scalzone dice la sua e riconosce di averli fatti fuggire, di aver favorito la loro latitanza. Anche Lanfranco Pace, altro vertice di Potere Operaio, descrive su <i>Il Foglio</i> il coinvolgimento dell’organizzazione nel coprire le tracce del reato, nel favorire la fuga dei colpevoli:</div> <br><div><i>«Avremmo potuto consegnarli alla magistratura, chiedere perdono alla famiglia Mattei, al MSI, a Giorgio Almirante. Avremmo potuto farlo, ma non lo facemmo. Ci sarebbe voluta tanta grandezza. […] Scegliemmo la sola strada che potevamo percorrere: dire che erano innocenti, coprire»</i>.</div><div><br></div><div>Erano in sei, quella sera, dunque. In sei. Lollo insiste a dire che non volevano uccidere nessuno e che volevano solo <i>«provocare un botto e annerire la porta»</i> a scopo dimostrativo. Per farlo avevano approntato una bomba artigianale realizzata anche con due preservativi, da qui un nome in gergo abbastanza volgare, ma non avrebbe funzionato, afferma. Lascia, dunque, il dubbio che altri si siano sovrapposti alla loro azione.</div><div>Inutile dire<span class="fs12lh1-5"> che gli altri tre gridano al pazzo, dichiarandosi innocenti. Anche Grillo confessa, ma scagiona gli altri tre. Lollo contro tutti, dunque.</span></div><div>Una cosa è certa: l’intervista fa esplodere di nuovo il caso e le indagini si riaprono nei confronti degli altri tre, considerato che Lollo, Grillo e Clavo sono coperti dal ne bis in idem: non possono essere rigiudicati per quel fatto nemmeno se cambia la qualificazione del reato, nemmeno se mutano le circostanze. La famiglia Mattei, d’altro canto, chiede che la riapertura interessi anche i “capi” di Potere Operaio di allora, ossia Lanfranco Pace, Valerio Morucci e Franco Piperno quali mandanti della strage.</div><div>Si aprono, dunque, due procedimenti, il Primavalle-bis, contro Perrone, Gaeta e Lecco, e il Primavalle-ter contro i presunti mandanti. La Perrone, nel frattempo, muore. Entrambi i procedimenti verranno archiviati.</div><div>Al momento non esiste un processo che possa portare l’imputazione di strage (reato imprescrittibile) all’attenzione dei giudici.</div><div>Sono passati cinquant’anni e del rogo di Primavalle resta solo un ricordo indelebile. Il ricordo di una barbarie, sia umana, sia giudiziaria. E bisogna narrarla per non dimenticare mai.</div><div><br></div><div class="imTALeft"> </div> <div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata - autore SIAE 16.04.2023]</div> &nbsp;<div><b>© Foto di Samuele Schirò da Pixabay</b></div> &nbsp;<br><div><b>Per approfondire</b></div><div><b>Collettivo Potere Operaio</b> (a cura di), <i>Primavalle. Incendio a porte chiuse</i>, Giulio Savelli, Roma, 1974</div><div><b>Giampaolo Mattei - Giommaria Monti</b>, <i>La notte brucia ancora. Primavalle. Il rogo che ha distrutto la mia famiglia</i>, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 2008</div><div><b>Movimento Sociale Italiano</b> (a cura di),<b> </b><i>Due Vite per L'Italia. L'eccidio dei fratelli Mattei</i>, Roma, 1975</div> &nbsp;<b><span class="fs12lh1-5 ff1">Luca Telese</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cuori neri</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 2009</span><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 15 Apr 2023 23:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Raffaella Bonsignori autrice del libro Fiume Bojaccia. Delitti e misteri romani sul Tevere]]></title>
			<author><![CDATA[Massimiliano Cacciotti e Gabriele Raho]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Fiume_Bojaccia"><![CDATA[La stampa e Fiume Bojaccia]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000C7"><div class="imTACenter"><span class="fs16lh1-5 cf1"><b>CUSANO NEWS 7 - FILO GIALLO</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Intervista del 04.04.2023</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Esperienza emozionante. Ringrazio ancora i giornalisti Massimiliano Cacciotti e Gabriele Raho, nonché la rete televisiva per l’invito e per l’attenzione riservata al mio libro “Fiume Bojaccia. Delitti e misteri romani sul Tevere”.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1"></span><span class="cf1">L’intervista è divisa in due parti. Ecco i link youtube di entrambe:</span></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1"><br></span></span></div><div class="imTACenter"><span class="cf1"><span class="fs12lh1-5"><b>Prima parte:</b></span></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=2vPTYzipEjI" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'youtube', url: 'http://www.youtube.com/watch?v=2vPTYzipEjI', width: 1920, height: 1080, text: '', 'showVideoControls': true }]}, 0, this);" class="imCssLink">www.youtube.com/watch?v=2vPTYzipEjI</a></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1"><br></span></span></div><div class="imTACenter"><span class="cf1"><span class="fs12lh1-5"><b>Seconda parte:</b></span></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=JMbEwcKyiwU" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'youtube', url: 'http://www.youtube.com/watch?v=JMbEwcKyiwU', width: 1920, height: 1080, text: '', 'showVideoControls': true }]}, 0, this);" class="imCssLink">www.youtube.com/watch?v=JMbEwcKyiwU</a></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 04 Apr 2023 20:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Walter Chiari: ricordo di un artista]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A2"><div class="imTAJustify">Walter Michele Armando Annicchiarico, noto a tutti noi come Walter Chiari, nasce l’8 marzo 1924. Un attore completo. Rivista, teatro di prosa, cinema, televisione. Ho il privilegio di averlo conosciuto personalmente allo stabilimento balneare La Casetta in quel di Castel Fusano; ed è un privilegio altrettanto grande quello di condividere ancora oggi una bella amicizia con Benvenuto Campanini, figlio del compianto Carlo, grande attore e compagno di palcoscenico di Walter.</div><div class="imTAJustify">Ha l’aria tipica da “ragazzo della porta accanto”, Walter: simpatico, burlone, scavezzacollo. Carlo, ai tempi del sodalizio artistico con Walter, è sposato, fervente cattolico, marito e padre esemplare e cerca spesso di portare Walter, molto più giovane di lui, a ragionare su alcune cose, ad affrontare la vita posando i guantoni da boxe in un angolo, guantoni pieni anche di azzardi, donne, idee. Ma il carattere è carattere. La boxe, per lui, non è solo uno sport che ama e che pratica con successo; è la vita stessa.</div><div class="imTAJustify">Nasce in pieno fascismo. Il fratello minore avrà per nome Benito. Umili le origini. Una famiglia di gente per bene e di seri lavoratori: il papà è un brigadiere dei Carabinieri e la mamma una maestra elementare. È difficile, però, contenere il suo genio nei confini di una vita semplice. La sua personalità è vulcanica e le sue doti innate davvero ammirevoli: una padronanza linguistica senza pari, grande versatilità nell’imitazione dialettale, predisposizione all’attività fisica (tra gli sport praticati, come detto, anche il pugilato, che lo vede campione regionale nel ‘39). Si dedica a molti lavori, anche magazziniere all’Isotta Fraschini, impiegato di banca, giornalista, ma non riesce a trovare la sua vera strada fino ad una sera del 1940. È al teatro Olimpia di Milano. Il comico ha un malore e la soubrette invita qualcuno del pubblico a salire sul palco per colmare il vuoto. Propone una gara tra gli spettatori. Walter viene mandato sul palco allo sbaraglio, sospinto da alcuni amici. Ha 15 anni e mezzo e la cosa segnerà la sua vita. Deve improvvisare. Lo fa con una gag che resterà nel suo repertorio, quella del balbuziente che ordina una granita di caffè, in ciò ispirato dal Betèga, l’amico balbuziente che lo aveva incoraggiato ad esibirsi. Gli applausi sono scroscianti. Tornerà in quel teatro tutte le sere per i mesi seguenti, scritturato dall’impresario per 50 lire a rappresentazione. La locandina titola “Un quarto d’ora libero”. Ha finalmente trovato la sua strada. Il 1940, però, è un anno di cesura non solo per la sua vita, segnando l’inizio della sua carriera nello spettacolo, ma per l’Italia intera, perché inizia la guerra.</div><div class="imTAJustify">Walter porta a termine gli studi e, dopo l’8 settembre 1943, aderisce alla RSI, militando nella Xa Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese, insieme a quei tanti ragazzi che, si narra, si riunirono attorno a Borghese esclamando <span class="fs12lh1-5"><i>«Vinceremo!»</i></span> e ai quali Borghese rispose: <span class="fs12lh1-5"><i>«No, non vinceremo. La guerra è ormai persa. Non combattiamo per vincere, ma per l’onore».</i></span></div><div class="imTAJustify">Collabora anche al settimanale L'Orizzonte come autore di vignette umoristiche e, con Ugo Tognazzi, parla ai microfoni di Radio Fante, l’emittente milanese per le truppe della RSI.</div><div class="imTAJustify">La sua appartenenza alla RSI gli costa il durissimo campo di prigionia di Coltano (PI).</div><div class="imTAJustify">L’adesione alla Decima non era cosa di poco conto. Si prestava giuramento del silenzio: ciò che accadeva alla Xa rimaneva alla Xa. Gli altri marò erano fratelli. Totale affidamento. Ho seguito con molto pathos l’intervista ad alcuni di loro realizzata quando erano ormai vecchi. Narravano le imprese note, ma a domande sui progetti irrealizzati rispondevano con orgoglioso silenzio. Rendevano ancora una volta onore al loro giuramento. Chi è della Xa, lo è per sempre. È questo che mi pare di aver capito. Walter Chiari, dunque, serberà sempre la Xa nel cuore. Si narra, infatti, che dopo i suoi spettacoli teatrali, salutasse <span class="fs12lh1-5"><i>«Gli amici della prima fila. E anche quelli della decima».</i></span></div><div class="imTAJustify">Il dopoguerra ha visto molti ex repubblichini eccellere nel mondo dello spettacolo: alcuni, come Dario Fo, rinnegando completamente il passato, altri, come Giorgio Albertazzi, Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Walter Chiari e molti altri, proseguendo per la propria strada, senza abiure e senza proclami, almeno fino al momento in cui, con il passare degli anni e il rafforzamento di una certa politica nelle fila della Comunicazione e dello Spettacolo, non si rese necessario “spiegare” di non essere più fascisti. A Walter accade nel corso della stagione teatrale 1974-1975. È in scena con “Chiari di Luna”. Un successo strepitoso. Al teatro Nuovo di Milano, nella notte di S. Silvestro, si registra un sold out storico con più di mille biglietti venduti ed un incasso allora stratosferico di 13.000.000 di lire. Ebbene, una delle sue tantissime esilaranti battute di quello spettacolo diventa il fulcro di una polemica molto aspra. La battuta è la seguente:</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>«Quando hanno appeso Mussolini per i piedi, a Piazzale Loreto, dalle sue tasche non è uscito nemmeno un centesimo. Mentre certi onorevoli di oggi non possono neanche inchinarsi a fare il baciamano ad una signora che subito gli esce dalle maniche come minimo la Cassa del Mezzogiorno».</i></span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">L’Inferno sale sulla terra per bussare alla sua porta. Walter deve mediare con varie associazioni politiche, dichiarare di non essere fascista e promettere di togliere la battuta. Ma la battuta torna poco dopo, a Torino, perché Walter ritiene ingiusto che gli si debba dire come fare il suo lavoro di comico. La battuta funziona e resta. D’altronde, non dimentichiamo che, durante gli anni del fascismo, proprio al teatro Olimpia, in cui debuttò da perfetto sconosciuto, aveva inscenato la sua storica imitazione di Hitler alla presenza di alcuni alti ufficiali tedeschi. Non gli era accaduto nulla, ma il rischio l’aveva corso grosso. Raimondo Vianello, nel documentario “Meglio esser Chiari” disse che l’imitazione avrebbe potuto scatenare indifferentemente l’ovazione o la fucilazione. E questo la dice lunga sul carattere indomito di Walter.</div><div class="imTAJustify">Impossibile enumerare in un breve articolo tutti i suoi successi dal dopo-guerra agli anni Ottanta. Una stella sempre brillante, la sua, con un misterioso e affascinante alone di mondanità, di bellissime donne, di gesti sopra le righe.</div><div class="imTAJustify">Gli anni della Prima Repubblica, però, sono guardinghi verso vite non allineate. Mai come oggi, ma comunque guardinghi. Non si può dire, dunque, che il suo passato non lo penalizzi. Come per gli altri artisti ex fascisti, solo l’enorme bravura impedisce l’oblio e deve ingoiare anche qualche rospo. Ne cito uno per tutti. Venezia. Festival del Cinema edizione 1986. Il premio viene assegnato a Walter per la sua toccante interpretazione in “Romance” di Mazzucco. Tuttavia, a premio assegnato, il quadro muta assetto e il premio va a Carlo Delle Piane per “Regalo di Natale” di Pupi Avati. Non che Delle Piane non fosse meritevole del premio. Interpretazione fantastica, la sua. Ma le modalità lasciano stupiti e colpiscono Walter nel profondo. Al momento della proclamazione persino i fotografi posano le macchine a terra per protesta, come ricorda Luca Barbareschi. Il Corriere della Sera, tramite la sua firma Grazzini, pubblica il seguente giudizio: «Vittoria artistica di Walter Chiari. Vittoria politica di De Mita e Pupi Avati».</div><div class="imTAJustify">La metà degli anni Ottanta non è facile anche per un’altra vicenda: le falsità di un pentito, lo stesso che aveva coinvolto Enzo Tortora, vedono coinvolti in un traffico di droga alcuni nomi del mondo dello spettacolo, tra i quali Walter, facendo leva sul processo di quindici anni prima per consumo (consumo episodico e non spaccio) di cocaina. Il pentitismo è agli inizi ed è chiaro che il solo sistema per screditarlo, da parte delle organizzazioni criminali, è mandare avanti propri uomini che cinguettino cose senza senso. L’idea è quella di far crollare il sistema. Purtroppo, però, fanno crollare anche le vite di tante persone innocenti.</div><div class="imTAJustify">In quello stesso anno, accanto a successi teatrali importanti, porta in RAI la propria biografia in sette puntate, “Storia di un altro italiano”, con la regia di Tatti Sanguineti.</div><div class="imTAJustify">È alla fine degli anni Ottanta che anche io lo incontro più volte, perché ci ritroviamo a frequentare lo stesso stabilimento balneare a Lido di Castel Fusano, La Casetta. Lo ricordo simpatico e generosissimo con tutti noi ragazzi, impegnati ad invadere i suoi spazi, accucciandoci accanto alla sua sdraio per ascoltare storie, gag, barzellette …</div><div class="imTAJustify">Muore il 20 dicembre 1991. È nella stanza dell’hotel milanese in cui alloggia, davanti alla televisione accesa, ancora vestito con l’abito della serata appena trascorsa fuori.</div><div class="imTAJustify">Il giorno dopo Aldo Grasso scriverà sul Corriere della Sera: <span class="fs12lh1-5"><i>«Si muore in tanti modi, ma morire davanti al televisore acceso è da Walter Chiari»</i></span>.</div><div class="imTAJustify">Una vita senza sipario, in effetti.</div> &nbsp;&nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[Tutela certificata - SIAE]</span></div> &nbsp;<div><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b>© Foto per gentile concessione di Simone Annichiarico</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Mar 2023 17:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Traduzione contro Tradizione nella Chiesa di Bergoglio]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000F0"><div><i class="fs12lh1-5">«Ite, Missa est»</i><span class="fs12lh1-5"> è una frase che ancora risuona nelle orecchie dei meno giovani. Fa parte del Messale Romano promulgato nel 1570 da S. Pio V per ordine del Concilio di Trento nel segno dell'unificazione liturgica, della romanizzazione del culto. Il </span><i class="fs12lh1-5">Novus Ordo Missae</i><span class="fs12lh1-5">, uscito all’indomani del Concilio Ecumenico Vaticano II, l’ha tradotta con </span><i class="fs12lh1-5">«La Messa è finita, andate in pace»</i><span class="fs12lh1-5">. La tradizione diventa traduzione, dunque. La Messa, celebrata in latino sin dal IV secolo secondo la vulgata di S. Girolamo, viene tradotta in lingua moderna. Ma la traduzione, come spesso accade, diviene anche un mezzo di libera interpretazione e il rito muta in alcune sue parti solo apparentemente marginali. Lo conferma la Costituzione </span><i class="fs12lh1-5">Sacrosanctum Concilium</i><span class="fs12lh1-5"> sul rinnovo del Messale Romano: </span><i class="fs12lh1-5">«L'ordinamento dei testi e dei riti deve essere condotto in modo che le sante realtà, da essi significate, siano espresse<b> più chiaramente</b>»</i><span class="fs12lh1-5"> (Conc. Vat. II, Const. Sacrosanctum Concilium, n. 21);</span><i class="fs12lh1-5"> «L'Ordinamento rituale della Messa sia riveduto in modo che apparisca<b> più chiaramente </b>la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la pia e attiva partecipazione dei fedeli»</i><span class="fs12lh1-5"> (ibid., n. 50).</span><br></div><div><i>Più chiaramente</i>. Quali sono i limiti della chiarezza? Fino a che punto si può arrivare per rendere chiaro ciò che si presume non chiaro per i fedeli? E perché tanta sfiducia in essi? Da studiosa del diritto posso dire che aggettivi ed avverbi sono spesso infidi se inseriti in testi normativi. Il loro significato richiede interpretazioni autentiche e non c’è nulla di chiaro in quella norma che, spiegando se stessa attraverso il testo, richiede ulteriori spiegazioni.<i></i></div><div>Proviamo a capire con un esempio quel che è giunto ai fedeli con il passaggio dal rito romano a quello in lingua moderna.</div><div><i>«[ …] Questo è il mio sangue versato per voi e per tutti …»</i>. Formula ben nota che appartiene alla Preghiera Eucaristica. Sarebbe apparsa meno chiara se avesse recitato <i>«[…] Versato per voi e per molti…»</i>? Sotto il profilo logico e letterale no. Cambia il messaggio, però.</div><div>Ebbene, nel rito romano quel <i>tutti</i> era <i>molti</i> (<i>«per voi e per molti»</i>) ed era quanto riportato dai testi evangelici più antichi. “Tradurre” e “chiarire”, dunque, possono determinare una modifica della parola di Cristo così come riportata nei testi più antichi? È un fatto che perplime non solo una mente piccola come la mia, ma anche una mente eccelsa come quella di papa Benedetto XVI, il quale, in una lettera scritta nel 2012 all’Episcopato tedesco, pone la questione di un ritorno all’antico <i>«pro multis»</i>.</div><div>Due le ragioni fondamentali.</div><div>La prima riguarda l’uso del termine <i>molti</i> nei vangeli.</div><div>Scrive Matteo (26, 27-28): <i>«Poi, preso il calice, rese le grazie e lo diede loro dicendo: </i>Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, della nuova alleanza, il quale sarà sparso <b>per molti</b> in remissione dei peccati<i>»</i>. Scrive Marco (14, 24): <i>«Egli disse: </i>Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, che è sparso <b>per molti</b><i>»</i>.</div><div>Chi è avvezzo ad ascoltare Messa nella traduzione in italiano sgranerà gli occhi: Gesù è, dunque, sceso in terra ed è morto per salvare <i>molti</i> e non <i>tutti</i>?</div><div>Se ci pensiamo è proprio sulla teoria dei <i>molti</i> che Calvino impiantò la sua lettura eretica del Cristianesimo, basata sulla doppia predeterminazione: alcuni sono destinati da Dio al Paradiso, altri all’Inferno. E non è così, ovviamente. La lettura evangelica tradizionale vuole Dio che manda suo Figlio in Terra a mondare gli uomini dal peccato, pagando con la propria vita per tutti, pur nella consapevolezza che non tutti saranno destinatari di tale sacrificio. Solo coloro che seguiranno i precetti del Cristianesimo e che, pur avendo peccato, si pentiranno, avranno aperte le porte del Paradiso. E saranno <i>molti</i>, non <i>tutti</i>.</div><div>In quel <i>molti</i>, dunque, c’è un insegnamento fondamentale del Cristianesimo: la grazia accoglie l’uomo che sceglie la strada della fede. Diversamente potremmo supporre, come in effetti fece il teologo gesuita Karl Rahner, fedele al modernismo del suo ordine e non a caso punta di diamante del Concilio Ecumentico Vaticano II, che la salvezza sia di tutti a prescindere dalle azioni e dalle scelte di fede. Si parla di <i>antropologizzazione del Cristianesimo</i>, in questo caso: una fede uomo-centrica, inclusiva, dove anche il miscredente, il peccatore non pentito, il fedele d’altro dogma accedono al Regno dei Cieli. L’uomo diviene raffigurazione sostitutiva di Cristo. Viene meno il senso della conversione in Cristo che Madre Teresa di Calcutta definiva dovere di tutti.</div><div>La seconda ragione per cui papa Ratzinger voleva un ritorno alla formula <i>«pro multis»</i> risiede nella lettura del Libro del profeta Isaia (53, 12). Anche lui, preconizzando la Passione del Messia, parla di salvezza dei <i>molti</i>: <i>«[…] consegnò la sua vita alla morte, e fu annoverato tra i malfattori, egli che tolse i peccati di <b>molti</b> e si fece intercessore per i peccatori»</i>.</div><div>Non è di lieve conto la fedeltà di Gesù alla terminologia usata dal Profeta. Parlando di <i>molti</i>, durante l’ultima cena, Gesù si colloca all’interno delle Sacre Scritture e non fuori da esse; compie un atto di fedeltà al dogma e alla tradizione; si pone, secondo le parole di papa Benedetto XVI, <i>«come il Servo del Dio di Isaia»</i>. E questo implica, sempre secondo il Papa,<i> «rispetto reverenziale della Chiesa per la parola di Gesù, fedeltà di Gesù alla parola della Scrittura»</i>.</div><div>Alla luce di ciò si inseriscono perfettamente anche gli insegnamenti paolini, da alcuni considerati, invece, in contrasto con il <i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">«pro multis». </span></i><span class="fs12lh1-5">Dio consegna suo Figlio </span><i class="fs12lh1-5">«per tutti»</i><span class="fs12lh1-5"> (Lettera ai Romani 8,32), l’Uno è morto </span><i class="fs12lh1-5">«per tutti»</i><span class="fs12lh1-5"> (Seconda Lettera ai Corinzi 5,14), Gesù ha dato se stesso in riscatto </span><i class="fs12lh1-5">«di tutti»</i><span class="fs12lh1-5"> (Prima Lettera a Timoteo 2,6). Quel <i>tutti </i>usato da S. Paolo non contrasta affatto con il </span><i class="fs12lh1-5">«pro multis»</i><span class="fs12lh1-5"> dei vangeli: </span><span class="fs12lh1-5">Gesù si è sacrificato per tutti, è così, ma coloro che veramente seguiranno la sua Parola, che sceglieranno la salvezza del suo regno saranno di meno.</span></div><div><i>Molti</i> ma non <i>tutti</i>.</div><div>Ecco perché, se a parlare è Gesù, come nella Preghiera Eucaristica, e non un suo apostolo, come S. Paolo, è corretto mantenere la parola <i>molti</i>. Gesù sa che il suo sangue sarà versato solo per coloro che faranno una scelta di fede.</div><div><i>Molti</i> ma non <i>tutti</i>.</div><div>Ovviamente, analoghi ragionamenti possono essere fatti per le moltissime altre differenze che separano i due riti, sia relative alla terminologia usata, sia relative alle azioni, come, ad esempio, il fatto che l’officiante, durante l’ostensione, sia di fronte al Crocifisso, in un momento di estrema comunione con Cristo (rito romano), o sia di fronte ai fedeli (rito contemporaneo). Sicuramente, in quest’ultimo caso migliora la “comunicazione” con gli uomini, ma si perde la solennità della comunicazione con Cristo. </div><div>Dopo il Concilio Ecumentico Vaticano II, pertanto, il rito viene tradotto ma anche mutato. Il mantenimento in parallelo del rito romano, tuttavia, implicava il mantenimento del senso che esisteva dietro le parole. In quel <i>tutto</i> poteva ancora entrare, su insegnamento degli ecclesiastici, il significato della scelta di fede, della conversione in Cristo insiti nella parola usata more antiquo.</div><div>Oggi, però, dopo il motu proprio <i>Traditionis custodes</i> del 2021, con il quale era stata ridotta la possibilità di celebrare Messa in latino, papa Bergoglio ha deciso un’ulteriore stretta. In un colloquio con il cardinale Roche, prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha ribadito che, fuori da sporadici casi di dispense, la Messa in latino non deve essere più celebrata. Al Dicastero il compito di vigilare su tale precetto.</div><div>La cesura è forte, netta e determina la fine del seppur fievole collegamento tra il rito passato e quello presente, che, pare evidente, è mutato in alcune fondamentali parti. Escludendo un’influenza della <i>cancel </i><span class="fs12lh1-5"><i>culture</i></span> in Vaticano, c’è da pensare che il disegno di rinnovamento della Chiesa bergogliana sia quello di tagliare i ponti con quel passato pur sostenuto, nei tempi più recenti, da S. Giovanni Paolo II, autore del motu proprio <i>Ecclesia Dei</i> del 1988, volto ad accogliere le <i>«giuste aspirazioni» </i>dei fedeli che volevano rifarsi al Messale Romano, e da papa Benedetto XVI, il quale, nel 2007, con il suo motu proprio <i>Summorum pontificum</i> aveva liberalizzato il rito antico.</div><div>Ma certe decisioni hanno sempre un cerchio da chiudere. E nel cerchio del divieto bergogliano campeggia quel <i>tutti</i> di cui parlavamo prima, il <i>tutti</i> del nuovo rito; nel cerchio del divieto bergogliano risalta la nuova, prepotente inclusività del dogma. Ma, se il dogma che emerge dal nuovo rito è così ampiamente inclusivo, come possiamo non escludere da esso il miscredente ed escludere chi voglia seguire la Messa in latino?</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata – SIAE - 22.02.2023]</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© Foto di Henrye Niestr</b><b>ój da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 22 Feb 2023 22:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Una strana storia di fascismo e antifascismo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Almanacco"><![CDATA[Almanacco]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000009F"><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Con non poco sforzo, prigioniera del mio nuovo visus, tra una riga che fugge a destra e una che si contorce a sinistra, ho riletto la storia di Bruno Neri, un bravissimo calciatore classe 1910.</div><div class="imTAJustify">Bruno, da adolescente, frequenta l’Istituto Agrario ad Imola e si dedica con passione allo studio della poesia e dell’arte. Ha sempre &nbsp;tempo per musei e teatri, ma è la passione per il calcio e la sua indiscussa bravura che lo portano al successo. Esordisce nel 1926 giocando nella squadra della sua città natale, Faenza; tre anni dopo viene acquistato dalla Fiorentina. Nel 1931 arriva la Serie A e nel 1936 la convocazione in Nazionale. Nel 1937 approda al Torino, ove gioca per tre stagioni. Terminata la carriera agonistica, si dedica ad allenare la squadra del Faenza, occupandosi parallelamente dell’attività imprenditoriale messa su con i soldi guadagnati con il calcio.</div><div class="imTAJustify">La guerra cambia la sua vita insieme a quella di tutti gli altri e, nel ‘43, si unisce ai partigiani. Muore l’anno successivo per mano dei tedeschi.</div><div class="imTAJustify">Il suo antifascismo, manifestato sin dall’inizio della carriera sportiva, è rappresentato da una foto in particolare, assolutamente iconica, quella scattata nel 1931, nel corso dell’inaugurazione dello stadio fiorentino Giovanni Berta: tutti i giocatori fanno il saluto fascista ai gerarchi presenti; tutti tranne Neri che rimane impassibile sull’attenti.</div><div class="imTAJustify">Quel gesto coraggioso, però, quel mancato saluto fascista non ha portato a conseguenza alcuna. Se tutto ciò fosse accaduto in uno stadio nazista davanti agli uomini del Fuhrer, o in uno stadio sovietico davanti agli uomini di Stalin è probabile che di Neri non si sarebbe saputo più nulla, altro che Nazionale cinque anni dopo! In Italia, invece, Bruno Neri, antifascista dichiarato, non è stato aggredito, né arrestato; non ha subito purghe, né ha cessato la propria promettente carriera calcistica; non gli è stato, in seguito, negato di mettere su la sua impresa, o di allenare una squadra. È morto per mano nazista nel terribile biennio 1943-1945, dopo l’armistizio, quando aveva coerentemente scelto di abbracciare la sua fede partigiana ed aveva iniziato a combattere per essa. E la guerra è guerra, si sa, da qualsiasi angolo la si guardi.</div><div class="imTAJustify">Ecco, la sua è una storia che piace alla Storia, perché narrandola non si può mancare in obiettività: da un lato un antifascista in periodo fascista, con le sue idee salde e il coraggio di esprimerle, dall’altro la mancata persecuzione fascista di fronte all’antifascismo.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[Tutela certificata - SIAE]</span></div><div><b> </b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© Foto di pubblico dominio</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 15 Feb 2023 16:58:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[10 febbraio: ricordando le foibe]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Almanacco"><![CDATA[Almanacco]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A0"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Settembre 1943</b></span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Da poco l’Italia ha firmato l’armistizio. Approfittando del caos di quei giorni, gli slavi di Josip Broz, meglio noto come Tito, riunitisi in bande e appoggiati dai partigiani comunisti italiani, arraffano armi e cercano di cancellare l’italianità dall’Istria e da tutta la Venezia Giulia. Si impadroniscono delle città, esclusa Pola, presidio tedesco. Distruggono i documenti annonari, portando la popolazione alla fame.</div><div class="imTAJustify">Il PCI dà alle proprie formazioni partigiane in loco la direttiva di porsi sotto il comando slavo.<br> In pieno stile stalinista i titini iniziano ad eseguire arresti nel cuore della notte.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>«Dovete seguirci al Comando»</i></span> è l’ordine.</div><div class="imTAJustify">Ma, nonostante le rassicurazioni che gli aguzzini daranno nei giorni seguenti alle famiglie in merito al fatto che i prigionieri, prima o poi, torneranno tutti a casa, dei catturati non si saprà più nulla. Finiranno nella spirale maledetta dei giudizi sommari, delle torture e dei plotoni di esecuzione piazzati in prossimità delle cave di bauxite e delle foibe, enormi voragini naturali, profonde, a volte, più di 100 metri.</div><div class="imTAJustify">In venti giorni uccidono più di 600 italiani della Venezia Giulia: uomini, donne e bambini. C’è chi li giustificherà, affermando che venivano uccisi solo i “colpevoli”.</div><div class="imTAJustify">Colpevoli di cosa?</div><div class="imTAJustify">Bambini …</div><div class="imTAJustify">Colpevoli di cosa?</div><div class="imTAJustify">Molti vengono gettati nelle foibe ancora vivi, a volte legati schiena contro schiena ad un fucilato, e moriranno per le fratture e le lesioni interne, circondati da cadaveri.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ottobre 1943</b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTAJustify">Gli slavi sono costretti a ritirarsi. Un ragazzo sedicenne, cui è stato prelevato il padre in una delle tante retate notturne, batte la campagna palmo a palmo per ritrovarlo. Non gli avevano forse detto che sarebbe tornato a casa? Piove. Forse pensa che il fango sotto i suoi piedi sia come la “verità” comunista: vischiosa, insidiosa, grigia, sporca. Chiede ai contadini. Il silenzio che riceve è profondo come la paura. Vede la bocca di una foiba. Il filo spinato che usualmente veniva posizionato all’intorno per proteggere il bestiame da cadute accidentali è interrotto. Si avvicina. Sul terreno un paio di occhiali, la fibbia di una cinta, brandelli di stoffa accanto ad un tappeto di bossoli e a rocce rosse di sangue rappreso. È così che è stata scoperta la prima foiba diventata tomba. Tante altre se ne scopriranno subito dopo. Eppure è una realtà che è stata a lungo negata: parlare delle foibe è ancora oggi un argomento tabù; parlare delle foibe è considerato ingiusto e parziale, perché ... &nbsp;<span class="fs12lh1-5"><i>«anche gli slavi, in fondo, contano morti per mano fascista»</i></span>. Peccato che in quei primi venti giorni del settembre 1943 gli slavi, al comando di Tito, hanno fatto più morti di quanti il fascismo abbia causato tra di loro in venti anni. E non li hanno fatti tra i fascisti, ma tra i contadini, i pastori, i commercianti, la gente qualunque; li hanno fatti tra gli italiani e solo perché erano italiani. Dell’Italia, in quella zona, non doveva rimanere nulla. Il disegno era quello di spargere terrore attraverso le sevizie e la morte, in modo che i sopravvissuti fuggissero dalla loro terra.</div><div class="imTAJustify">Sul giornale di Trieste “La Prora” del 26 gennaio 1946 si può leggere l’agghiacciante racconto di un sopravvissuto, che vale cento, centomila, mille miliardi di chiacchiere negazioniste. È il racconto di un uomo al quale il proiettile partigiano fa un dono inestimabile: invece di ferirlo rompe il filo di ferro con il quale l‘hanno assicurato ad una roccia di più di 20 kg. La sua caduta nella foiba, quindi, è più “morbida”, se di morbidezza si può parlare. Cade nel precipizio, ferendosi in ogni dove. Vede precipitare altri quattro prigionieri feriti da raffiche di mitra. Finiscono uno sull’altro, come fantocci fratturati. Una bomba a mano lanciata sul fondo completa l’opera. Lui rimane schiacciato sulla parete ma non muore. Con il favore del buio si arrampica sostenuto dalla forza della disperazione e riesce ad uscire dall’antro della morte.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Anno 1945</b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTAJustify">Il ritorno degli slavi è ancora più cruento, se possibile, ancora più devastante. Eppure, in una lettera del 19 ottobre 1944 indirizzata al Ministro degli Esteri jugoslavo, Palmiro Togliatti aveva sollecitato l’occupazione della Venezia Giulia da parte dei partigiani titini prima dell’arrivo degli alleati. Ma le sue lettere, che la Storia ogni tanto rigurgita tra i documenti d’archivio con orrore di chi le legge, non finiscono qui. Il 7 febbraio 1945 aveva scritto al Presidente del Consiglio Bonomi, sconsigliando l’intervento del CLN dell’Alta Italia nella Venezia Giulia e auspicando che la zona rimanesse sotto il controllo del compagno Tito. Quindi aveva scritto a Vincenzo Bianco, alias “colonnello Krieger”, ordinandogli di favorire l’occupazione slava e di porsi sotto il comando del IX Korpus sloveno. Il 1° maggio, dunque, quando gli slavi entrano a Trieste, dal PCI giungono segni di entusiasmo: hanno preceduto gli alleati come auspicato!</div><div class="imTAJustify">Ma il loro passaggio a Trieste non è certo indolore. Cade la bandiera italiana issata dai Volontari della Libertà, che erano riusciti a respingere i nazisti, e viene sostituita da bandiere rosse con su falce e martello; il tricolore è tollerato solo come sfondo alla stella rossa. Vietate le parole Italia e Libertà. La città subisce una pulizia etnica particolarmente feroce: nell’arco dei primi quaranta giorni “spariscono” 4.500 persone.</div><div class="imTAJustify">La violenza impera in tutta la Venezia Giulia. Anche l’antifascista diventa fascista agli occhi dei titini e dei loro amici. È sufficiente non abbracciare la fede comunista per essere deportati nei lager o barbaramente infoibati.</div><div class="imTAJustify">La complicità del comunismo italiano è evidente, ma è come un suono nel vuoto: non si propaga, perché su quella tragedia si è scelto di stendere un velo di negazione.</div><div class="imTAJustify">Il 22 giugno 1946 Togliatti, allora Ministro di Grazia e Giustizia, con il Decreto n. 4, concede l’amnistia cosiddetta “della pacificazione”. Riguarda i reati compiuti nel corso della guerra civile. Apparentemente vuole che la neonata Repubblica sorga sulle ceneri fredde delle lotte fratricide. Peccato che omicidi e stragi, di cui si sono macchiati sia i fascisti che gli altri, siano amnistiati solo per gli altri, <span class="fs12lh1-5"><i>«travolti dalla passione politica» </i></span>si dice. È quanto emerge soprattutto dal riferimento che nel decreto n. 4 si fa ai decreti luogotenenziali 159 del '44, 142 e 719 del '45. Evidentemente la “passione politica” è tollerabile, ancorché assassina e stragista, solo se di un colore e non di un altro. Continuerà ad essere così anche dopo, perché i partigiani rossi, a guerra finita, dittatori uccisi ed atomica lanciata, continueranno a spargere orrore e terrore e, non più coperti dall’amnistia amica, saranno aiutati dal partito a fuggire verso Paesi compiacenti come la Cecoslovacchia. Cellule più o meno dormienti che riaffioreranno con le Brigate Rosse.</div><div class="imTAJustify">Ma torniamo alla Venezia Giulia. Per mano dei comunisti cadono anche i partigiani non comunisti. È quanto accade, ad esempio, a Porzus il 7 febbraio 1945. Ventuno partigiani bianchi della Divisione Oseppo vengono trucidati dai partigiani rossi della Divisione Garibaldi. Italiani contro italiani, antifascisti contro antifascisti. Chiunque non professasse fede comunista doveva morire. Tutto qui. È un reato che non può essere amnistiato, poiché non commesso "in lotta contro il fascismo"; e, infatti, quattro anni dopo, il comandante della Divisione rossa, Mario Toffanin, viene per questo condannato all’ergastolo, ma riesce &nbsp;&nbsp;- guarda un po’ i casi della vita - &nbsp;&nbsp;a scappare e a rifugiarsi in Jugoslavia. Lì vive serenamente protetto da Tito, che continua ad essere personaggio molto amato dalla sinistra italiana. E non solo da essa. Nel 1969, infatti, viene inspiegabilmente insignito dell'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Onorificenza mai revocata, nonostante le molteplici coraggiose e giuste proposte di legge da parte di FdI.</div><div class="imTAJustify">Nel 1978 Toffanin viene graziato da un altro illustre comunista, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che, alla morte di Tito, suo compagno di battaglie giovanili, andrà a piangere al suo funerale, nonostante fosse ormai nota la tragedia delle foibe. Il breve filmato, da cui sono tratte queste foto, trasmesso dalla televisione jugoslava sulla sua partecipazione alle esequie di un mostro come Tito, responsabile del massacro di migliaia di italiani, è demoralizzante e andrebbe visto e rivisto, soprattutto da coloro che ricordano Pertini solo come un bonario vecchietto esultante, con la pipa in mano, ai mondiali di calcio del 1982.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> <b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[Tutela certificata - SIAE]</span></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di pubblico dominio (tratte dal filmato del telegiornale jugoslavo)</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 10 Feb 2023 17:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Acca Larentia: sangue innocente su Roma]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000009E"><div class="imTACenter"><br></div><div>Chiunque abbia la mia età o sia più grande ha vissuto gli anni Settanta del Novecento come anni di guerriglia cittadina tra gruppi di destra e di sinistra, gruppi di ragazzi giovanissimi coinvolti da ideali non sempre compresi fino in fondo, ma spesso portati alle estreme conseguenze.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>Glaciale pomeriggio di morte</b></div><div>Il 7 gennaio 1978 è un sabato. Aria fredda, vento teso, una vaga eco di vacanze natalizie, sebbene le feste siano finite da parecchi giorni: il governo Andreotti, infatti, ha abolito l’Epifania, che tornerà ad essere festa nazionale nel 1985.</div><div>Cinque ragazzi missini stanno chiudendo la sezione di Acca Larenzia nel quartiere Tuscolano, situata in un piccolo slargo e circondata da muti e torvi giganti di cemento. Tante finestre e pochi occhi.</div><div>La sezione è un locale dotato di qualche sedia, un ciclostile e una scrivania. Si organizzano volantinaggi e si parla di politica. A volte si ascolta musica. I loro nomi sono Francesco Ciavatta, Franco Bigonzetti, Giuseppe D’Audino, Maurizio Lupini e Vincenzo Segneri.</div><div><b>Francesco Ciavatta</b> ha 18 anni e frequenta il Tiziano, un istituto privato che la sua famiglia a stento riesce a permettersi. Il padre è portiere di uno stabile. È stata una scelta obbligata, però: nel liceo pubblico che aveva frequentato fino ad allora era costantemente sotto attacco da parte di gruppi di studenti comunisti. Tanti contro uno. La stessa strada amara che aveva percorso fino alla fine della vita Sergio Ramelli. Francesco è consapevole dei sacrifici che il padre sta facendo per lui e studia con impegno; sente di dover ripagare quel sacrificio. È un bravo ragazzo. E da bravo ragazzo vive anche il suo impegno politico. Quel sabato preferisce andare in sezione piuttosto che fare altre cose.</div><div><b>Franco Bigonzetti</b> ha 20 anni ed è iscritto alla facoltà di Medicina e Chirurgia. Studia alacremente e, nel fine settimana, lavora presso una ditta che asfalta strade; lo fa di nascosto, però. Da un lato non vuole gravare troppo sulle spalle dei genitori, ma dall’altro non vuole che il suo lavoro diventi, per i genitori, un motivo per sentirsi inadeguati. <span class="fs12lh1-5 ff1">È </span>portato per lo sport e pratica con successo il judo.</div><div><b>Maurizio Lupini</b> ha 19 anni e frequenta l’Istituto Tecnico Commerciale. Ama lo sport, praticato con successo: dapprima terzino negli allievi della Lazio e, dopo, talentuoso pugilatore. Un momento d’oro per la <i>noble art</i>. La segue anche chi non l’ha mai seguita. Sono gli anni di Monzon, di Duran, di Muhammad Alì ….</div><div>Franco e Maurizio si incontrano, quel pomeriggio: hanno appuntamento con due ragazze, ma fanno tardi. Se ne sono andate. Pensano che avranno modo di chiamarle, più tardi, di scusarsi con loro. In realtà ben altro li terrà lontani dal telefono e da quell’idea che sa di una normalità all’improvviso perduta. Nel frattempo decidono di recarsi in sezione per incontrare amici.</div><div><b>Giuseppe D’Audino</b> &nbsp;- per gli amici Pino - &nbsp;&nbsp;ha 18 anni e frequenta il liceo scientifico al Ventitreesimo. Il suo impegno politico è serio, ma ama anche divertirsi. Quel sabato avrebbe preferito la discoteca, ma viene convinto da Franco.</div><div><b>Vincenzo Segneri</b> &nbsp;&nbsp;- per gli amici Enzo - &nbsp;&nbsp;ha 17 anni e fa il meccanico. Il suo pomeriggio libero l’ha trascorso con la fidanzatina in quel di Villa Glori. È inverno, però, e l’imbrunire giunge presto. La riaccompagna a casa e si reca anche lui alla sezione di Acca Larentia. Appartiene ad un’altra sezione, ma vuole salutare gli amici del Tuscolano.</div><div>Sulle scale adiacenti la sezione Maurizio incrocia un ragazzo dall’aria sospetta: volto dai lineamenti marcati, occhiali da vista a goccia, aria sfuggente e tanta fretta nelle gambe. Gli viene in mente che possa trattarsi di un poco di buono. A volte l’intuizione vola più in alto della soglia dell’attenzione. È un’idea che svanisce presto, però. Peccato. Era giusta: era un poco di buono; era lì per segnalare la loro presenza in sezione ad una manica di assassini. A capirlo prima avrebbero potuto chiudere subito, o tornare alle loro case, mettersi in salvo. Ovviamente racconterà alla polizia di quello strano personaggio. Verrà realizzato anche un identikit, ma è un’immagine, quella che ne deriva, differente rispetto alla descrizione fatta. E la cosa, per quanto i mezzi di allora per disegnare identikit siano meno sofisticati di quelli di oggi, fa pensare, sinceramente. Può darsi che non si ritenesse quella presenza importante, che non si credesse ad un suo coinvolgimento; può darsi che … sì, portava gli occhiali che andavano di moda, gli occhiali che tutti indossavano; sì, aveva due occhi, un naso e una bocca, insomma era uno come tanti. E, in effetti, è il volto di uno come tanti che viene diramato per la ricerca. Ciononostante verrà riconosciuto, anche se il riconoscimento non servirà a niente, come vedremo.</div><div><b>Ore 18.15</b>. I cinque ragazzi sistemano la sezione, scrivono un biglietto per quelli che arriveranno l’indomani, spengono la luce. Ciavatta e Bigonzetti sono fuori, Segneri è sull’uscio e gli altri si stanno appropinquando ad uscire. Sembra la fine di una giornata tranquilla trascorsa in amicizia.</div><div><b>Ore 18.22</b>. Alle loro spalle arriva un commando dei NACT (Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale), una derivazione dei LAPP (Lotta Armata per il Potere Proletario) e delle FCA (Formazioni Comuniste Armate), falangi terroristiche di estrema sinistra che, insieme a moltissime altre, tutte caratterizzate da un’organizzazione paramilitare armata di stampo sovietico, preordinata ad attacchi terroristici ben strutturati, e tutte legate le une alle altre come scatole cinesi, mutano nomi come i serpenti mutano la pelle, trovando in gran parte origine da quel Potere Operaio responsabile di crimini efferati, tra i quali il rogo romano di Primavalle, in cui erano morti i fratelli Mattei. In quel frangente, Potere Operaio, con la classica disinformazione di sinistra ben costruita, tentò di trasformare il loro bieco assassinio nell’atto di un gruppo fascista rivale, o, addirittura, dai Mattei stessi. Fu persino pubblicato un libro per avvalorare questa tesi, vergognosamente avallato da esponenti del mondo politico, culturale e dello spettacolo. Ma torniamo ad Acca Larentia. Il commando tira fuori le armi: ad andare a segno sono i colpi di una calibro 38 e di due 7.65, tra le quali una mitraglietta Skorpion dalla vita complessa, come vedremo. Si dispongono l’uno accanto all’altro. Assomigliano ad un plotone di esecuzione. Lo sono, in effetti. Il plotone di un’esecuzione sommaria basata solo sull’odio politico.</div><div>Fanno fuoco.</div><div>Fanno fuoco avanzando, inesorabili; fanno fuoco come se davanti a loro non ci fossero esseri umani; fanno fuoco come se davanti a loro non ci fossero ragazzi disarmati improvvisamente trascinati in guerra. È una guerra rosso-comunismo che si trasformerà in rosso-sangue, il sangue delle vittime.</div><div>Nella notte si sente il rumore violento dei colpi, se ne vedono le tracce luminose.</div><div>Lo sguardo di un attimo restituisce a Pino l’idea che tra gli assassini possa esserci una donna, ma sono momenti di tragedia che si accavallano con una rapidità pari solo alla drammaticità degli eventi.</div><div>Franco cade crivellato di colpi. Francesco si china accanto a lui per soccorrerlo, ma si rende conto d’essere egli stesso il prossimo bersaglio. Tenta di scappare, dunque, di mettersi in salvo. Sale le scale che conducono a via Cave, ma viene raggiunto alle spalle. Una vera e propria esecuzione. La più vigliacca delle esecuzioni. I colpi gli tagliano le gambe, gli sottraggono il respiro, lo fanno crollare.</div><div>Anche Vincenzo viene colpito, ma non gravemente.</div><div>Il racconto di D’Audino è toccante: mentre l’inferno si è scatenato, viene tirato dentro la sezione da qualcuno, a sua volta tira la manica di un altro, traendolo in salvo. Non capiscono, non vedono. Si buttano in terra e cercano di chiudere la porta. Gli spari continuano. Si avvicinano.</div><div>Dal loro buio, al di là della porta chiusa, sentono gli assassini bestemmiare per non averli fatti fuori tutti. Poco dopo il silenzio.</div><div>Respirano a fatica, tanto il terrore. Sono al buio. Pronunciano i loro nomi sottovoce. Due mancano all’appello, però. Il primo è Franco, il secondo è Francesco. La prima cosa che vedono di Franco è il sangue: sta entrando in sezione da sotto la porta. Aprono e lo vedono riverso a terra, colpito all’occhio, all’orecchio, all’addome, al torace. Poco distante è riverso in terra Francesco. Quando i camerati sopravvissuti vanno a soccorrerlo è ancora flebilmente vivo. Si preoccupa per Bigonzetti: <i>«Andate da lui. È stato colpito seriamente»</i>. Ancora non sa che Franco sta per morire e che lui lo seguirà a breve. <i>«Mi brucia tutto. Mi brucia tutto»</i> continua a ripetere. </div><div>La sirena dell’ambulanza squarcia l’aria immobile di quel pomeriggio infestato dalla Morte. La corsa verso il S. Giovanni, il tentativo disperato di aggrapparsi alla vita, una vita che sfugge dalle mani di Francesco e di Franco ancor prima che i loro genitori possano arrivare a salutarli per l’ultima volta.</div><div>L’antifascista Leo Valiani dichiarerà:</div><div> </div> &nbsp;<div><i>«Tutto ci separa, ideologicamente e politicamente, dal MSI, ma per gli innocenti che vengono uccisi solo perché ne hanno in tasca la tessera sentiamo la stessa profonda pietà che per i nostri morti. Il loro assassinio ci indigna come l’assassinio di coloro che ci sono vicini»</i>.</div> &nbsp;<div> </div><div>Persino Il Manifesto, giornale di sinistra, il giorno dopo definirà l’episodio “violenza” e non “politica”:</div><div><i> </i></div> &nbsp;<div><i>«Due giovani uccisi a Roma. Erano fascisti, ma questa non è lotta al fascismo. È violenza»</i>.</div> &nbsp;<div> </div><div>E lo stesso farà il comunista Antonello Trombadori su L’Espresso:</div> &nbsp;<div> </div><div><i>«La prima cosa da </i>gridare dall’alto dei tetti<i>, come avrebbe detto Giuseppe Di Vittorio, è che il sangue missino, o fascista, o neofascista è sangue umano e che, come quello di tutti gli altri cittadini, nessuno nella Repubblica Italiana ha il diritto di farlo scorrere. La pena di morte nel nostro Paese, retto dalla Costituzione antifascista, è abolita. Chi la adotta con armi legali o illegali è fuori dalla legge. È un criminale»</i>.</div><div> </div> &nbsp;<div>Torniamo a via Acca Larentia. Gli spari sono terminati, il sangue è stato versato. Il silenzio si è nuovamente impadronito dell’aria, attonito e irreale, interrotto solo da un filo inudibile di trilli telefonici che dilagano a macchia d’olio, riempiendo le case, le sezioni. La notizia vola. I camerati accorrono. Cresce un brusio fatto di rabbia e preghiere.</div><div>Uno dei primi ad arrivare è Francesco Storace. Poco dopo arriva Franco Anselmi, che ancora conserva il passamontagna insanguinato di quando, tre anni prima, sempre per mano comunista, fu assassinato Mikis Mantakas. Arriva anche il diciannovenne Stefano Recchioni. Era a via Cola di Rienzo a fare volantinaggio quando è stato raggiunto dalla notizia. Si reca ad Acca Larentia con lo stesso passo sicuro e al contempo malfermo di chi torna in una casa violata, in una casa poco protetta. Sta cominciando a mettere in dubbio la politica istituzionale, sente che i ragazzi come lui sono abbandonati a se stessi, carne da trincea. Sono idee che serpeggiano in molti e che, sull’esempio di Terza Posizione, sfoceranno in uno scollamento della falange giovanile dalla politica di Almirante, dal suo invito alla moderazione, dal suo appoggio alle forze dell’ordine. Poteva fare diversamente, Almirante? Il MSI marciava da sempre in bilico tra esistere e non esistere. Se avesse appoggiato l’estremismo di destra, se fosse andato apertamente contro le forze dell’ordine e le istituzioni, avrebbe decretato la fine del partito, lasciando definitivamente campo libero al comunismo. Almirante era pur sempre colui che, nel 1973, dalle pagine della sua autobiografia, si era congedato parlando ai giovani in questo tono:</div> &nbsp;<div><i> </i></div><div><i>«Noi siamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte; e se l’avversario irride alle nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci. In altri tempi ci risollevammo per noi stessi. Da qualche tempo ci siamo risollevati per voi, giovani, per salutarvi in piedi nel momento del commiato, per trasmettervi la staffetta prima che ci cada di mano, come ad altri cadde nel momento in cui si accingeva a trasmetterla. Accogliete dunque, giovani, questo mio commiato come un ideale passaggio di consegne; e se volete un motto che vi ispiri e vi rafforzi, ricordate:</i> Vivi come se tu dovessi morire subito; pensa come se tu non dovessi morire mai<i>»</i></div><div>[Giorgio Almirante, <i>Autobiografia di un fucilatore</i>, Edizioni del Borghese, Milano, 1973]</div> &nbsp;<div> </div><div>Ma la complessità delle istanze politiche di allora entra solo nel margine tra gli sguardi attoniti di quei ragazzi, accorsi a fissare chiazze di sangue dove poc’anzi c’erano amici. Stefano si aggira incredulo insieme agli altri camerati. Tra loro anche Valerio Fioravanti, poi protagonista di altri episodi di violenza. La descrizione che quest’ultimo fa nel corso della lunga intervista rilasciata a Corsini per la sua biografia è agghiacciante:</div><div><i> </i></div> &nbsp;<div><i>«Sangue e pezzi di cervello. Molto sangue non ancora raggrumato, forse perché faceva freddo. Una scena irreale, sembravano tutti in trance. Si aggiravano per questa piazzetta di fronte alla sezione, cinquanta o sessanta dei nostri ragazzi che si aggiravano con lo sguardo fisso, guardavano il sangue, si guardavano in faccia e nessuno parlava. Giravano, giravano, come tante farfalle in coma»</i>.</div> &nbsp;<div> </div><div>Le forze dell’ordine fanno cordone e cercano di impedire loro di radunarsi. Comprensibile il timore di una reazione violenta, ma i ragazzi la prendono male: <i>«Andate a cercare gli assassini, invece di bloccare noi»</i>.</div> &nbsp;<div>Gli animi sono esacerbati. Nascono tafferugli. Un cronista spegne il mozzicone di sigaretta nella pozza di sangue. Un gesto distratto, forse, che viene interpretato come una mancanza di rispetto intollerabile. Anche la stampa, dunque, paga la sua presenza in loco.</div><div>Una 127 dei Carabinieri viene presa a calci. Il conflitto si sposta ben presto sul piano fisico. Le forze dell’ordine, negli anni di piombo, non hanno amici. La sinistra le attacca perché emanazioni del potere costituito, la destra le attacca perché inette ad arginare la violenza rossa. Sono presenti anche il capitano Nobili e il tenente Del Giudice. Da quel momento ogni persona vede e sente qualcosa di diverso dall’altra. Alcuni missini sono armati, ma scaricano i caricatori in aria, come testimonia Stefano Caponetti, allora giovane avvocato. Il rumore dello sparo sostituisce il grido strozzato del dolore, della delusione, della voglia di vendetta; sostituisce parole come <i>«Lasciateci in pace. Non ci avete protetti prima, ora ci proteggeremo da soli»</i>. Messaggi che vengono fraintesi. Sparano anche le forze dell’ordine, dunque. Di sicuro il rumore degli spari confonde e agita ancora di più.</div><div>Una delle poche certezze è che Stefano Recchioni è disarmato, anche se, ormai ferito, si tenterà di infangarlo mettendogli in tasca dei colpi inesplosi.</div><div>Disarmato.</div><div>E viene centrato al cranio da un proiettile sparato ad altezza d’uomo. La luce sparisce dai suoi occhi, i pensieri dal suo cervello. Un attimo ed è a terra. Accanto a lui una sua coetanea, Francesca Mambro. Ancora una corsa disperata verso il San Giovanni, ancora un morto ad Acca Larenzia, sebbene il cuore di Stefano batterà ostinato e forte per altre 48 interminabili ore di agonia, durante le quali sua madre sarà confortata dalla presenza di Francesca Mambro.</div><div>Il colpo sembra sia partito dal marciapiede opposto, dal punto in cui si trovavano i Carabinieri e, precisamente, dall’arma del capitano Eduardo Sivori. Lo scrive il cronista del Paese Sera, una testata sicuramente non allineata a destra; lo confermano la Mambro e gli altri ragazzi che si trovavano vicino a Stefano, tra i quali Bruno Di Luia e le sue parole vale la pena leggerle con attenzione:</div> &nbsp;<div> </div><div><i>«L’ufficiale dei Carabinieri, che poi seppi essere Eduardo Sivori, e che si trovava in prossimità dell’automobile a circa venti metri di distanza da me, iniziò a sparare ad altezza uomo verso di noi. Ricordo che in quegli istanti mi rivolsi, incredulo, ad alcuni esponenti dell’Ufficio Politico della Questura di Roma che si trovavano vicino a me, quasi a scortarmi, urlando: “...questo ce sta a sparà, questo ce sta a spara’!”. Gli stessi agenti dell’Ufficio Politico, colti di sorpresa da quella situazione del tutto imprevista ed esposti loro stessi al rischio di essere colpiti, si sbracciarono verso il carabiniere gridando “Fermo, fermo!”. Dopo i primi colpi l’arma del carabiniere s’inceppò. Un uomo in borghese vestito di scuro che si trovava accanto a lui gli porse un’altra pistola con cui l’ufficiale riprese a sparare sempre ad altezza d’uomo»</i>. Quindi, parlando di Stefano Recchioni, aggiunge: <i>«Lo vidi accasciarsi al suolo, colpito alla fronte da uno dei colpi sparati dal carabiniere. Lo soccorsi immediatamente e lo trasportai di peso in una delle volanti della Polizia presenti in loco, intimandogli di dirigersi verso l’ospedale S. Giovanni. Ero con lui sul sedile posteriore della volante. […] Ricordo chiaramente che nell’occasione fui ascoltato dai Poliziotti presenti in loco a cui descrissi quanto avevo visto con i miei occhi. Fui anche intervistato dai numerosi cronisti presenti e le mie dichiarazioni furono riportate dalla stampa e dalla televisione. Nessun giudice mi ha mai chiesto di essere sentito»</i>.<i></i></div> &nbsp;<div><i> </i></div><div>Nessun pubblico ministero ha mai raccolto la sua testimonianza, però, nessun giudice ha mai ascoltato la sua descrizione dei fatti. Grave.<i></i></div><div>Viene invece ascoltato l’ufficiale Sivori, il quale afferma di aver sparato in aria e, dopo l’inceppamento, di aver preso la pistola cal. 9 di un collega per continuare. Dopo di che, colpito alla spalla e al ginocchio dai sassi che stavano tirando i manifestanti, avrebbe esploso un paio di colpi cadendo, ma nega che la traiettoria potesse essere quella su cui si trovava Stefano e, comunque, considerata l’assenza del foro d’uscita, non poteva essere stato certo colpito da un calibro 9, che sarebbe stato più dirompente.<i></i></div><div>Sostanzialmente identica la versione ufficiale dei fatti offerta dall’allora Ministro degli Interni Francesco Cossiga. All’interrogazione parlamentare risponde ripercorrendo i fatti come narrati da Sivori eccezion fatta per l’esito delle sue azioni, volontarie e non. Afferma, infatti, che il colpo che ha ferito a morte Recchioni è stato sparato da Sivori mentre stava cadendo sotto i colpi dei sassi. L’assassino sarebbe stato lui, dunque, sebbene in modo del tutto involontario. Stefano Recchioni sarebbe morto a causa di un incidente.</div><div>È una tesi che convince poco. Prima fra tutti la stampa di sinistra. Dalle pagine del Manifesto si accusa il ministro di coprire le forze dell’ordine e i “pistoleri” senza scrupoli che ne fanno parte.</div><div>Passano sette giorni e le risultanze balistiche descrivono il proiettile che ha ucciso Stefano come un 7.65. La pistola di ordinanza dei carabinieri è calibro 9. A questo punto, o la seconda pistola, quella che viene data a Sivori, non era di ordinanza, o il colpo l’ha esploso qualcun altro. I seminatori d’odio vorrebbero far credere che a sparare sia stato un neofascista e tentano di addossare ai neofascisti anche la strage del pomeriggio: regolamento di conti tra fazioni opposte, dicono, ma restano voci isolate indegne di credibilità. Che l’assassinio sia affare di un commando di sinistra è fatto acclarato e non ben accetto da parte della sinistra stessa. Clamorosa la “scomunica” pronunciata nei confronti del commando da parte di Oreste Scalzone, ex capo di Potere Operaio.</div><div>Di sicuro gli omicidi di Acca Larentia accendono ancora di più la rivalità tra i due gruppi politici e scatenano l’estrema destra: si avranno giorni di ferro e fuoco, a Roma. Acca Larentia rappresenta un classico “punto di non ritorno”. Prima di allora non erano mancati attentati dinamitardi o episodi di violenza anche grave, ma su iniziativa di pochi. Da quel momento, invece, anche la destra, seguendo il cosiddetto “spontaneismo armato”, si coordinerà in gruppi e la lotta si farà armata e organizzata. Di lì a poco nasceranno i NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari.</div><div>Il giorno dopo l’eccidio, un nastro registrato contiene l’agghiacciante rivendicazione:</div><div> </div> &nbsp;<div><i>«Ieri, alle 18.30 circa, un nucleo armato, dopo un’accurata opera di controinformazione e controllo della fogna nera di via Acca Larentia, ha colpito i topi neri mentre stavano uscendo dal loro covo per un’ennesima azione squadristica. Da troppo tempo lo squadrismo insanguina le strade d’Italia coperto dalla magistratura e dai partiti dell’accordo a sei. Questa connivenza garantisce i fascisti dalle carceri borghesi, ma non dalla giustizia proletaria che non darà mai tregua»</i>.<i></i></div> &nbsp;<div> </div><div>È una rivendicazione infarcita di luoghi comuni, di falsità e di gravi offese ai ragazzi caduti. Continua a lasciare perplessa anche una parte della sinistra.</div><div>I funerali di Bigonzetti e Ciavatta si svolgono uno a Roma e uno in Molise, entrambi in forma privata. La famiglia rifiuta anche la somma messa a disposizione dall’allora sindaco di Roma Argan. Che vada in beneficenza! Ciononostante si prospetta un corteo dei collettivi di sinistra, che dichiarano di voler marciare su Roma per liberarla dai fascisti. Scelta particolarmente infausta dati i funerali che si stanno celebrando, date le morti causate dallo squadrismo di sinistra; una scelta che si rivelerà ben presto un aborto, con qualche scontro con la polizia ed un’auto incendiata. Gruppi di missini, arrabbiati contro tutto e contro tutti, invece, iniziano la loro rivoluzione armata contro lo Stato e nemmeno la polizia potrà fermarli. Roma diventa teatro di violenze insensate: autobus rovesciati, negozi incendiati, barricate e scontri a fuoco. L’eco delle violenze romane si ripercuote in tutta l’Italia e caratterizzerà giorni di violenza e terrore.</div><div>Una settimana dopo il fatto un’altra rivendicazione, scritta su un volantino lasciato in una fotocopiatrice, sembra voler dare spiegazioni ai comunisti delusi più che ai fascisti colpiti:</div> &nbsp;<div> </div><div><i>«Il fatto che questa azione sia stata fatta da una componente del movimento e non dal movimento intero non colloca questa componente al di fuori del movimento stesso […]. Dal dibattito che c’è stato e che ancora continua all’interno del movimento emergono, secondo noi, due gravi carenze: la prima è una carenza di valutazione rispetto all’azione e a quello che rappresenta sia nel momento contingente, sia inserita all’interno di un piano di contropotere territoriale; la seconda è il dato di fatto della totale impreparazione del movimento di fronte a situazioni di antifascismo militante»</i>.<i></i></div><div> </div> &nbsp;<div><b>Acca Larentia dopo Acca Larentia</b></div><div>Le Brigate Rosse, nel frattempo, si stanno organizzando per il rapimento di Moro che avverrà di lì a due mesi: non vogliono il compromesso storico caldeggiato anche da Berlinguer, disconoscono le scelte di partito.</div><div>Sembra che l’unica alternativa possibile alla politica finora praticata sia la lotta armata senza esclusione di colpi. Il valore della vita decresce: l’essere umano vale poco meno di un proiettile. Sono tempi bui. La luce è cancellata da entrambe le fazioni politiche; l’interruttore è la furia, è la brutalità.</div><div>Anche la vita dei superstiti di Acca Larentia segue strade segnate dal momento. Vincenzo Segneri viene “magnanimamente” cacciato dal suo posto di lavoro: non si vogliono problemi con i NACT, nel caso decidano di finire il lavoro iniziato il 7 gennaio. Giuseppe si trasferirà a Cosenza e proseguirà gli studi da privatista, nascosto al mondo e forse a se stesso, ma solo fino all’esame di maturità, che sosterrà a Roma, passando a testa alta davanti ai gruppi di sinistra della sua scuola. Sessanta sessantesimi e una futura carriera da avvocato. Una vita serena e un ricordo incancellabile. Maurizio, invece, resta a Roma, ma i compagni non lo lasciano in pace. Dopo che due chili di esplosivo vengono ritrovati dinanzi la sua porta di casa, decide di fuggire in Sardegna, nella Barbagia, guardandosi costantemente le spalle. Tornerà, ovviamente, ma la sua vita non sarà mai più quella di prima.</div><div>Molti altri missini restano a Roma ma vivono in costante all’erta e si armeranno, catturati nel vortice dell’ambivalenza creata da paura ed aggressività, da difesa e vendetta cieca. Anche le loro famiglie smettono di vivere: sempre in bilico speranza di rivederli rincasare e terrore di doverli piangere. Sono la Generazione ‘78 di Mancinelli:</div><div> </div> &nbsp;<div><i>Odio e amore per cercare di capire una logica ideale;</i></div><div><i>una logica ideale in cui ciecamente credi.</i></div><div><i>E tua madre piange sola e ti osserva dietro i vetri</i></div><div><i>perché sa che non perdona questa guerra,</i></div><div><i>perché sa che non ha pace la sua terra.</i></div><div> </div> &nbsp;<div>Cinquanta giorni dopo la morte di Ciavatta, Bigonzetti e Recchioni accade l’<i>anti Acca Larentia</i> e le mani di alcuni ragazzi di destra, tra i quali i fratelli Fioravanti e Franco Anselmi, si macchiano di un delitto analogo: il gruppo di sinistra preso di mira è formato da ragazzi disarmati che stanno chiacchierando. Nel quartiere Tuscolano, nei giardini di piazza Don Bosco, muore l’elettricista ventiquattrenne Roberto Scialabba, militante di Lotta Continua. Si parla di “vendetta”, ma Scialabba e gli altri non avevano niente a che fare con Acca Larentia. La vendetta diventa un concetto traslato e tocca chiunque appartenga ad una fazione politica. Sia a destra, sia a sinistra. La vendetta, però, non può essere traslata e, comunque, non è mai una cura, ma solo una nuova ferita.</div><div>Le violenze si susseguono su entrambi i fronti. Ognuno ha il proprio muro del pianto dove vergare il nome dei caduti. Per morire basta capitare nel bar “sbagliato”, frequentare una scuola giudicata roccaforte di uno o dell’altro schieramento, anche se non ci si è mai schierati politicamente; persino gli abiti, le scarpe identificano i ragazzi come appartenenti ad una fazione politica.</div><div>Esattamente un anno dopo la strage di Acca Larentia, quasi a completamento del primo anello di una spirale di nuova violenza che si srotolerà per molto tempo a venire, il gruppo Fioravanti irrompe nei locali di Radio Città Futura donde era partito un commento bestiale, becero, infame, schifoso; era stato detto che l’anno prima i fascisti avevano perso <span class="fs12lh1-5"><i>una ciavatta</i></span>, facendo riferimento al cognome di uno dei caduti. Questo commento sarà un fardello in più sulle spalle del padre del ragazzo morto, spalle rese fragili dal dolore più grande e innaturale del mondo, spalle schiacciate dal peso di un’autodistruzione che, tempo dopo, lo porterà ad uccidersi ingerendo acido muriatico. Chissà se, alla morte di quel pover’uomo, il commentatore radiofonico senza onore e senza cuore, l'uomo senza dignità e senza umanità, colui che aveva fatto, sorridente, una battuta priva del seppur minimo senso di decenza, avrà parlato, ancorché non in trasmissione, della perdita di una seconda <span class="fs12lh1-5"><i>ciavatta</i></span> fascista. Di sicuro quella seconda ciavatta è lì, sul suo karma sudicio e maleolente di zolfo. Purtroppo, tanto per cambiare, la vendetta dei neofascisti non è diretta. Ad essere colpito dal gruppo dei Fioravanti non è il responsabile del commento, bensì un gruppo di ragazze presenti in redazione. Si varca ancora una volta la soglia tra vendetta e violenza casuale. Che follia! Ma lo scoccare del primo anniversario di Acca Larentia non finisce qui.</div><div>Il giorno seguente Alberto Giaquinto, 17 anni e cuore a destra, partecipa alla commemorazione dei caduti Bigonzetti, Ciavatta e Recchioni, ma perisce per mano di un poliziotto in borghese che gli spara alla nuca mentre sta scappando. È disarmato. È innocuo. È di spalle. Non vede arrivare il proiettile. Muore. Muore per mano di un poliziotto, Alessio Speranza, che viene condannato per eccesso colposo di legittima difesa, con una sentenza che della legittima difesa, quella vera, parla poco. Quasi contemporaneamente, in un bar di Talenti, cade Stefano Cecchetti per mano dei Compagni Organizzati per il Comunismo, un’altra delle organizzazioni terroristiche rosse. Non si è mai interessato di politica, ma indossa i camperos, stivali da “fascisti”.</div><div>La vita non è più vita.</div> &nbsp;<div> </div><div><b>Accertamenti balistici e vicoli ciechi</b></div><div>È vero che Ciavatta, Bigonzetti e Recchioni sono morti lo stesso giorno, ma è altrettanto vero che trattasi di due fatti distinti. Per Stefano Recchioni, infatti, la mano che ha sparato è senza dubbio diversa.</div><div>E subentrano particolari inquietanti. Innanzi tutto, come accennato, qualcuno, approfittando del ferimento di Stefano, mette nelle sue tasche dei colpi cal. 7.65, lo stesso calibro del proiettile che lo ha ucciso. È un tentativo di depistaggio che vuole far pensare al “fuoco amico”? Perché? Chi si deve coprire?</div><div>Di sicuro Stefano non ha con sé una pistola. Perché mai, dunque, avrebbe dovuto avere i colpi? &nbsp;Per lanciarli come freccette? Non è così che si spara. Resta il fatto paradossale che, proprio a causa di quei colpi, cinque anni dopo, nei confronti di Stefano Recchioni, verrà emesso un non doversi procedere per morte dell’imputato. Imputato nel processo di cui è vittima.</div><div>Intanto il capitano Sivori, oggi generale dell’Arma, si difende alacremente, insistendo sul fatto che ha sparato con due pistole di ordinanza, ossia calibro 9, incompatibili con la ferita mortale riportata da Stefano. Nega di aver avuto a disposizione pistole d’altro calibro, come pure accadeva, in quei tempi di guerriglia.</div><div>A parlare con una certezza non viziata da alterazioni mnesiche o percettive, però, è la traiettoria dello sparo. Sul muro alle spalle di Sivori vengono effettivamente rinvenuti proiettili 7.65. Qualcuno ha sparato contro i carabinieri, sembra evidente. Orbene, si ipotizza che Stefano sia rimasto vittima di colpi esplosi alle sue spalle. Ma se così fosse, sarebbe stato colpito alla nuca e non in fronte. E sul foro d’ingresso non ci sono dubbi, visto che non ce n’è uno di uscita: il proiettile è rimasto nella scatola cranica. E se si fosse girato verso il punto da cui ha sentito sparare? È questa la tesi difensiva e anche la versione che il Giudice Istruttore Catenacci ritiene degna di fede, a seguito della quale scagiona Sivori:</div><div> </div> &nbsp;<div><i>«È verosimile, in relazione alla traiettoria seguita dai proiettili, che i colpi siano stati esplosi dalla opposta direzione, da persone purtroppo rimaste sconosciute»</i>.</div><div> </div> &nbsp;<div>Se così fosse, lo sparo sarebbe partito a distanza ravvicinata. I ragazzi erano ammassati in poco spazio. Un colpo 7.65 sparato a distanza ravvicinata avrebbe creato senza dubbio un foro d’uscita. Eppure … Giudicati inattendibili i testimoni che hanno visto Stefano rivolto verso i carabinieri nel momento in cui è stato colpito, il processo si chiude con un interrogativo che si espande in aula come un gas venefico. Chi è stato? Chi l’ha ucciso? È una sola la verità che emerge: il colpevole della morte di Stefano resterà ignoto e giustizia non sarà mai fatta.</div><div>Per quanto attiene il duplice delitto del pomeriggio, dai colpi esplosi si risale a tre armi: una calibro 38 e le altre due calibro 7.65. I colpi 7.65 sono in tutto undici: 3 sparati da un’arma e gli altri otto sparati da un’arma diversa. Tutto ciò, unito alle testimonianze uditive di chi ha sentito una sequenza di sparo molto ravvicinata, dovrebbe far capire che una delle due armi è una mitraglietta, benché i bossoli siano stati alterati dai terroristi. Si tratta di una mitraglietta Skorpion di origine cecoslovacca. Peccato che la polizia non se ne avveda prima che prenda altre vie e aiuti le mani di altri assassini.</div><div>Sei anni dopo viene arrestata Livia Todini, appartenente agli NCR (Nuclei Clandestini di Resistenza), che le stesse Brigate Rosse assumono a vivaio, soprattutto dopo la scissione interna che ha dato vita al MCR (Movimento Comunista Rivoluzionario). Livia parla con i magistrati. E molto. Da lei apprendiamo che i terroristi rossi provavano le armi nelle grotte della Caffarella. Lei stessa è chiamata a provare una mitraglietta Skorpion, che, poi, le verrà affidata durante una rapina ad una compagnia di assicurazioni in via Castrense. Dai suoi racconti escono fuori anche tasselli del caso di Acca Larentia. Identifica con un tal “roscio” il ragazzo dell’identikit, ad esempio, sebbene, come detto, sia molto differente dalla descrizione originaria; individua in Daniela Dolce, ormai rifugiata in Nicaragua, la donna che ha probabilmente partecipato all’eccidio.</div><div>Nel 1985 le Brigate Rosse uccidono l’economista Ezio Tarantelli, lo fanno con una Skorpion, la stessa di Acca Larentia, la stessa poi usata dalla Todini. Ma il collegamento investigativo non viene ancora fatto. L’anno seguente è la volta di Lando Conti, ex sindaco di Firenze, crivellato di colpi sparati da una mitraglietta Skorpion, la stessa di Acca Larentia, la stessa dell’omicidio Tarantelli. Due anni dopo a cadere è il senatore democristiano Roberto Ruffilli sempre sotto i colpi sparati da una Skorpion. Il collegamento emerge. Acca Larentia torna sotto i riflettori degli inquirenti e Livia Todini parla ancora una volta con i magistrati, descrivendo il momento ideativo del piano a casa di Daniela Dolce:</div><div> </div> &nbsp;<div><i>«[…] Qualche giorno dopo qualcuno riferisce al mio amico che all’assalto avevano partecipato Daniela, Mario e il Roscio, gli stessi che avevo visto a casa di Daniela quando si discuteva del timbro e che erano in compagni di altri due di Lotta Continua. Ricordo che quando i giornali qualche giorno dopo pubblicarono l’identikit di alcuni componenti del commando, sia io, sia F.D.M.</i> (Francesco De Martis?)<i> restammo colpiti dalla straordinaria rassomiglianza di un disegno con il Roscio, che venni poi a sapere essere un militante di Lotta Continua nel quartiere Alessandrino»</i>.</div><div> </div> &nbsp;<div>Il 4 giugno scattano le manette per Francesco De Martis, Fulvio Turrini, Felice Cavallari e Mario Scrocca. Il mandato di arresto colpisce anche Daniela Dolce, che, tuttavia, resta in Nicaragua. Mario Scrocca muore in carcere, apparentemente per suicidio. I familiari ipotizzano che sia stato ucciso. Rischiava di fare nomi eccellenti? La sua nuova vita, lontana dall’attivismo politico, una vita fatta di moglie e figli, lo rende, forse, un anello debole della catena, che potrebbe essere facilmente indotto a parlare.</div><div>Per un anno ci si illude che gli assassini di Acca Larentia abbiano un volto ben presto rigato dalle sbarre di una cella, ma ecco che le prospettive di conoscere quei mostri svaniscono improvvisamente. Il mandato d’arresto viene revocato per tutti: partecipazione ad associazione sovversiva, sì, visto che facevano parte dei NACT, ma sugli omicidi di Ciavatta e Bigonzetti nulla si può dire, perché sono troppe le persone che si avvicendano in quei gruppi e la voce nel nastro di rivendicazione non risulterebbe corrispondente a nessuno degli arrestati. Fa riflettere il peso dato alla testimonianza di Giuseppe D’Audino, come giustamente osservano Cutonilli e Valentinotti nel bel libro citato in bibliografia:</div><div> </div> &nbsp;<div><i>«A pochi giorni dall’eccidio è stato ascoltato dal Giudice Istruttore. Ha riempito un verbale comprensivo di diverse pagine nel quale viene descritta, in modo particolareggiato, la dinamica dell’eccidio. Nella ricostruzione in fatto, contenuta nella sentenza sui NACT, Giuseppe D’Audino viene menzionato come</i> un tale Pino<i>. Difficile immaginare, per davvero, un sigillo più efficace da apporre al processo sui NACT. Il modo ideale per consegnare alla storia la strage di Acca Larentia»</i>.</div> &nbsp;<div> </div><div>I terroristi vengono, dunque, assolti dall’imputazione omicidiaria.</div><div>Passa un altro anno, sono dieci dai fatti del Tuscolano. La mitraglietta Skorpion viene rinvenuta in un covo milanese delle Brigate Rosse. Dal numero di matricola si evidenzia che l’acquisto risale a ben prima dei fatti di Acca Larenzia e che il proprietario è il cantante Enrico Sbriccoli, noto col nome d’arte Jimmy Fontana. Interrogato sulla questione, afferma di essersene voluto disfare nel 1977, vendendola ad un poliziotto. Intermediaria la proprietaria di una nota armeria romana. L’irregolare cessione dell’arma è l’unica contestazione che viene fatta al poliziotto ed il corrispondente reato è ormai prescritto. Stranamente, sui successivi passaggi dell’arma non si viene a sapere più nulla, neanche fosse un fazzoletto o un mazzo di chiavi perduto al parco. Ancora un vicolo reso cieco nelle indagini sulla strage di Acca Larentia. Dal processo alle Brigate Rosse per il caso Moro si viene solo a sapere che le Skorpion erano due, ma comunque entrambe nelle mani dei brigatisti.</div><div>È Livia Todini, ancora una volta, a fare chiarezza. Il suo istruttore e mentore, ai tempi della Caffarella, era Stefano De Maggi, il quale, il 7 gennaio 1978, abitava &nbsp;&nbsp;- tu guarda i casi della vita - &nbsp;&nbsp;in via Acca Larentia, al portone accanto alla sede del MSI. Certo, difficile che fosse nel commando, visto il rischio di essere riconosciuto in zona, ma come basista sarebbe credibile. Tuttavia il De Maggi, ascoltato nell’ambito del processo fiorentino per l’uccisione di Landi, nega. Viveva lì, certo, ma per pura coincidenza, non ha dimestichezza con le armi, non ha mai visto una Skorpion, conosce solo una mitragliatrice Sterling usata per la rapina di via Castrense.</div><div>Livia, però, è credibile. La sua versione dei fatti è dura da smontare. Conduce gli indaganti nelle grotte della Caffarella, dove vengono rinvenuti molti bossoli della Skorpion. De Maggi prosegue nella sua versione dei fatti. Afferma addirittura di non conoscere l’arsenale degli NCS, mentre la Todini riferisce che gli NCS non avevano un luogo deputato ad arsenale e che le armi le portava, di volta in volta, proprio De Maggi.</div><div>Il girotondo di prove, indizi e valutazioni più o meno condivisibili prosegue in vari tronconi processuali fino a portare ad un’assordante assenza di condanna.</div><div>Il 1° agosto 2015 l'ex brigatista rosso Raimondo Etro, condannato a venti anni e sei mesi di reclusione per il sequestro Moro, rilascia un’intervista a Il Tempo, aggiungendo preziosi tasselli per una corretta ricostruzione del puzzle Acca Larentia; tasselli che, tuttavia, si perdono nell’inerzia della magistratura. Etro afferma che Gallinari, membro dell'Esecutivo delle Br, fosse giunto a Roma furioso, dopo l’eccidio di Acca Larentia, poiché, in quel momento, lo sforzo delle organizzazioni armate comuniste doveva essere solo quello di colpire la DC e le indagini relative alla morte di Ciavatta, Bigonzetti e Recchioni avrebbero potuto interferire con il progetto del rapimento Moro.</div> &nbsp;<div> </div><div><i>«Ci chiese cosa pensassimo di quello che era successo ad Acca Larentia. Ci precisò che eravamo in un momento politico particolare e il nostro obiettivo primario era la DC. Che le azioni “antifasciste” non avevano senso in quel contesto. Ci chiedemmo il perché di quella riunione. Ognuno disse la propria, convenendo che si trattava di una cosa incomprensibile, che oltre tutto avrebbe alzato il livello di scontro con la destra ed esposto a ritorsioni i militanti dell'organizzazione. Si trattava di un gesto molto eclatante, dato che un altro militante di destra era stato ucciso da un carabiniere nel corso dei disordini successivi. Avremmo potuto anche subire ripercussioni come perquisizioni, pedinamenti, ecc. mettendo a rischio l'azione in via Fani»</i>.</div><div> </div> &nbsp;<div>Etro prosegue il suo racconto dipingendo un quadro abbastanza preciso dell’area in cui cercare i colpevoli. E il delitto di strage, lo sappiamo, non cade in prescrizione:</div><div> </div> &nbsp;<div><i>«Io credo che fu opera di militanti delle Brigate Rosse che decisero di agire al di fuori dell'organizzazione ma con le armi, e gli strumenti dell'organizzazione. Quindi furono sicuramente ex militanti di Potere Operaio confluiti nelle Brigate Rosse magari anche con il supporto di altri militanti di Roma sud. Quella era una zona particolare dove ad esempio operavano anche brigatisti come Piccioni. A Roma nord nessuno di noi avrebbe pensato di fare un'azione del genere»</i></div> &nbsp;<div> </div><div>Per la magistratura, però, ad Acca Larentia hanno sparato delle ombre, dei fantasmi, forse degli alieni. Le famiglie di quei ragazzi non potranno mai dare un volto al mostro, non potranno sapere che il mostro è in galera.</div><div>Come sempre dico, la storia è storia: non va cambiata, non va cancellata, non va dimenticata. La mancata individuazione dei colpevoli, al contrario, la cambia, la cancella, la getta nell’oblio. E nell’oblio non deve e non può andarci. Si deve continuare a ricordare.</div><div>La violenza che ha visto protagonisti i giovani degli anni Settanta è stata atroce e ha mietuto vittime sia in uno schieramento, sia nell’altro. Ricordare significa evitare di commettere gli stessi errori, o almeno dovrebbe essere così, ma significa anche onorare giovani vite cadute perché credevano in qualcosa.</div><div><br></div><div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><span class="fs12lh1-5">[Tutela certificata - SIAE]</span><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><div><b><span class="fs12lh1-5">©</span><span class="fs12lh1-5"> Foto di Raffaella Bonsignori</span></b></div></div></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div><b>Per approfondire</b></div><b class="fs12lh1-5">Adalberto Baldoni</b><span class="fs12lh1-5">, </span><i class="fs12lh1-5">Storia della destra. Dal postfascismo al popolo della libertà</i><span class="fs12lh1-5">, Vallecchi, Firenze, 2009</span><br><b class="fs12lh1-5">Adalberto Baldoni – Sandro Provvisionato</b><span class="fs12lh1-5">, </span><i class="fs12lh1-5">Anni di piombo</i><span class="fs12lh1-5">, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 2009</span><br><div><b>Giorgio Bocca</b>, <i>Gli anni del terrorismo</i>, Armando Curcio Editore, Roma, 1989<b></b></div><div><b>Piero Corsini</b>, <i>Storia di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro</i>, Tullio Pironti, Napoli, 1999</div><div><b>Piero Corsini</b>, <i>I terroristi della porta accanto</i>, Newton Compton, Roma, 2007</div><div><b>Valerio Cutonilli – Luca Valentinotti</b>, <i>Acca Larentia. Quello che non è mai stato detto</i>, Edizioni Trecento, Roma, 2009</div><div><b>Marc Lazar - Marie-Anne Matard-Bonucci</b> (a cura di), <i>Il libro degli anni di piombo</i>, Rizzoli, Milano, 2010.</div><div><b>Indro Montanelli – Mario Cervi</b>, <i>L’Italia degli anni di piombo</i>, Rizzoli, Milano, 1991</div><div><b>Massimiliano Morelli</b>, <i>Acca Larentia: asfalto nero sangue</i>, Bradipolibri, Torino, 2008<b></b></div><div><span><b>Ugo Maria Tassinari</b></span><span><font size="1">, <font size="1"><i>Acca Larentia, la strage rimossa</i> (6/1/14), <i>Acca Larentia, l'incredibile negazionismo de Il Secolo d'Italia </i>(7/1/16), <i>7 gennaio 1978: ad Acca Larentia la scelta delle armi diventa strategica a destra</i> (7/1/20), <i>I giorni della rabbia dopo Acca Larentia</i> (10/1/21), tutti articoli consultabili in www.ugomariatassinari.it</font></font></span></div><div><b>Luca Telese</b>, <i>Cuori neri</i>, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 2006</div><div><b> </b></div> &nbsp;<div><b>Documentari</b></div><div><i>Il rosso e il nero. Morire di politica </i>(La storia siamo noi), De Agostini su licenza Rai Trade, Novara, 2008</div><div><i>Anni di piombo</i>, Cinehollywood, Milano, 2010</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 07 Feb 2023 16:33:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Manifesto Futurista]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Almanacco"><![CDATA[Almanacco]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000D3"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>5 febbraio 1909: nasce il Manifesto Futurista</b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È il 1908 quanto Filippo Tommaso Marinetti, scrittore, drammaturgo e militare italiano di origini egiziane, viene ripescato in un fosso a bordo della sua Isotta Fraschini. L’incidente, causato dall’alta velocità tenuta, suscita in lui il brivido della rinascita in un mondo nuovo e inizia a tratteggiare una cesura culturale con il passato. Netta. Indelebile. Brutale. Il futuro deve essere nuovo, scritto da parole non ancora udite, musicato da note sconosciute, dipinto con colori mai visti. Il 5 febbraio 1909 l’idea si concretizza in un Manifesto, che Marinetti invia ai principali giornali. Quello stesso giorno viene pubblicato ne La Gazzetta dell'Emilia; 15 giorni dopo da Le Figaro, che ufficializzerà la nascita del Movimento.</span></div><div class="imTAJustify">Dal fervore programmatico passa ben presto alle più varie asserzioni generatrici di curiosità e paura. Bisogna distruggere <i>«i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie»</i> afferma; bisogna raccontare <i>«le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa, e glorificare la guerra — sola igiene del mondo —, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari</i>».</div><div class="imTAJustify">Il Manifesto e l’evoluzione rapida e quasi incontrollata delle sue idee suscitano l’attenzione mediatica; il pubblico si scandalizza ma tiene d’occhio le sue parole. Si percepisce che sta per nascere qualcosa e l’interesse generale non scema neppure di fronte alle prime opere futuriste, che vengono accolte in modo a volte tiepido e a volte polemico. Balena persino un’accusa di oltraggio al pudore. Gli artisti più giovani, però, nel frattempo fremono per applicare i nuovi canoni dell’arte. A Marinetti si avvicinano talenti come Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Aldo Palazzeschi …</div><div class="imTAJustify">Il “passatismo” diventa il nuovo nemico. Marinetti propone di riempire i canali veneziani con le macerie dei vecchi palazzi che vi si specchiano: un novello Adamo in un mondo da rifare.</div><div class="imTAJustify">Un paio di anni dopo il Manifesto, la Libia diventa teatro di guerra, una guerra italiana. Marinetti esalta l’interventismo:</div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i>«Orgogliosi di sentire uguale al nostro il fervore bellicoso che anima tutto il Paese, incitiamo il governo italiano, divenuto finalmente futurista, a ingigantire tutte le ambizioni nazionali, disprezzando le stupide accuse di pirateria»</i>.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Parte come giornalista e come combattente. Dopo l’offensiva turca, partecipa alla riconquista della casa di Gemal Bey:</div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i>«Vedo avanzarsi un artigliere i cui piedi affondano in una poltiglia di sabbia, di sangue e di bossoli di cartucce. Ridendo dagli occhi azzurri, egli balbetta con le mascelle squarciate: "Otto! Ne ho uccisi otto!" Ma nulla eguaglia la magnificenza epica di quel sergente che con la bocca imbavagliata di bende insanguinate alza le due mani verso di me, a ogni momento, per indicarmi con le dieci dita aperte che ha ucciso dieci nemici».</i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Gli anni che seguono vedono il Futurismo svilupparsi ed espandersi. Toccherà diversi settori artistici e per ognuno ci saranno ulteriori Manifesti.</div><div class="imTAJustify">Il forte interventismo e il sentito nazionalismo lo avvicineranno sia al fronte bellico della Grande Guerra, sia, successivamente, al nascente movimento fascista, soprattutto nei suoi tratti socialisti rivoluzionari e proseguirà ad appoggiare il fascismo, sebbene nel 1938 manifesti apertamente contro le leggi razziali e l’alleanza con Hitler.</div><div class="imTAJustify">La guerra, l’adrenalina del combattimento e di quel filo che unisce vita e morte lo chiama ancora. Partecipa alla guerra d’Etiopia e alla Campagna di Russia, dalla quale torna devastato.</div><div class="imTAJustify">Resta fedele all’ideale politico fascista, unendosi ai repubblichini di Salò e trovando, in quell’esperienza di resistenza disperata all’inevitabile, ispirazione per la sua ultima opera <i>“Quarto d'ora di poesia della X Mas”</i>.</div><div class="imTAJustify">Muore d’infarto nel 1944. È ancora sul lago di Como, nei luoghi dell’asserragliamento fascista. Muore lasciando dietro di sé il turbinio di idee innovatrici che, se non hanno ucciso il chiaro di luna, ancora fanno parlare l’arte, avendone segnato il cammino in modo incancellabile.</div><div> </div><div><b><br></b></div><div><b>© Raffaella Bonsignori</b></div><div><span class="fs12lh1-5">[Tutela certificata - SIAE]</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 05 Feb 2023 16:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giorgio Perlasca, un eroe quasi sconosciuto]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Almanacco"><![CDATA[Almanacco]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A1"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nato a Como nel 1901, poi trasferitosi a Padova, Giorgio Perlasca è un fascista convinto. Partecipa eroicamente alla guerra d’Etiopia e parte volontario per la guerra di Spagna, in appoggio a Franco.</span></div><div class="imTAJustify"> Torna in Italia nel 1938, ma il fascismo che lui ama è stato inquinato dalle leggi razziali e dall’alleanza con Hitler, che la situazione internazionale e soprattutto gli inglesi hanno favorito.<br> Pur restando fedele alle idee del fascismo socialista, decide, dunque, di andarsene. Fa il commerciante di carni prima a Bucarest e poi a Budapest.</div><div class="imTAJustify">Dal 1920 Reggente d’Ungheria è l’ammiraglio Miklós Horthy, molto vicino a Mussolini, e Perlasca, dunque, vive abbastanza bene in quella città. Nel 1944, però, vista la malparata, Horthy cerca infruttuosamente una pace separata con gli alleati. Poco dopo l’Ungheria passa nelle mani delle Croci Frecciate locali, i nazisti. Horthy viene destituito e Szálasi diventa Primo Ministro e Capo di Stato. L’Ungheria promette a Hitler soldati per il Reich e lo sterminio degli 800.000 ebrei ivi residenti, la cui unica speranza di salvezza è entrare nel circuito diplomatico dei cinque Paesi neutrali: Spagna, Portogallo, Svezia, Svizzera e Vaticano. Se ne salveranno solo 200.000.<br> Budapest è teatro di guerra e le crudeltà naziste sugli ebrei sono sotto gli occhi di tutti, in piazza. Cambia il vento anche per Perlasca, il quale viene arrestato e privato dei documenti, apparentemente per un problema relativo all’invio di carni in Italia. Riesce a fuggire, però, e fa uso di una cartolina spagnola, una sorta di lasciapassare, che porta con sé dai tempi della guerra franchista e che è riuscito a non farsi sequestrare. C’è scritto: “Al camerata Perlasca, in qualsiasi parte del mondo ti troverai, rivolgiti alle autorità spagnole e ti daranno aiuto”.<br> Così è.</div><div class="imTAJustify">In Ambasciata gli danno un documento spagnolo. Diventa Jorge Perlasca. Gli danno anche alloggio in sede. Poco dopo, tuttavia, il console fugge in Svizzera e Perlasca, confidando nel caos bellico, che rende disagevoli le comunicazioni ufficiali anche diplomatiche, si presenta alle Autorità ungheresi fingendosi nuovo Console di Spagna, in tal modo prendendo fattivamente in mano la rete di aiuti agli ebrei.</div><div class="imTAJustify">A volte la menzogna è Arte. A volte la menzogna è Vita.</div><div class="imTAJustify">Inizia, così, un’alacre attività tesa a salvare gli ebrei dai campi di concentramento nazisti. Un coraggio incommensurabile. Ogni giorno era un giorno in cui la sua vita poteva finire nel peggiore dei modi, se l’avessero scoperto. E lui lo sapeva.</div><div class="imTAJustify">Per 80 giorni trae in salvo migliaia di ebrei, offrendo loro rifugio in edifici protetti dall’extraterritorialità diplomatica, portando loro il cibo e le cure necessarie.</div><div class="imTAJustify">Alla caduta del nazismo, torna in Patria, tra mille difficoltà economiche sue e della moglie, esule istriana. Al contrario, però, di quanto accade oggi nell’Era Social, in cui ci si vanta anche di quel che non viene fatto, Perlasca non racconta a nessuno le sue vicende di Budapest. Gli sembra un qualcosa di assolutamente normale.</div><div class="imTAJustify"><i class="imTALeft fs12lh1-5">«</i><span class="fs12lh1-5"><i>Lei cosa avrebbe fatto, potendo salvare delle vite?</i></span><i class="fs12lh1-5">»</i><span class="fs12lh1-5"><i><br></i></span>È questa la sua risposta quando la notizia esce fuori.<br> Ma come si arriva a lui?</div><div class="imTAJustify">Il suo nome viene restituito alla Storia grazie ad alcune donne ebree da lui salvate. La loro pista per cercare un console spagnolo stranamente le conduce in Italia e, così, scoprono che Jorge è, in realtà, Giorgio, Giorgio Perlasca. Quel nome, quindi, compare subito a Gerusalemme, tra i Giusti fra le Nazioni; quel nome viene applaudito in Ungheria in occasione del conferimento della Croce di S. Stefano. In Italia, invece, nell’Italia democristiana della Xa Legislatura, silenzio assoluto. Un trafiletto in un giornale locale parla solo di un uomo italiano che ha avuto riconoscimenti all’estero. Tutto qui. Non si specificano le sue azioni, né i riconoscimenti avuti. Da quel trafiletto Gianni Minoli parte per le sue ricerche e, nel 1990, nel corso di una puntata di Mixer, parla per la prima volta di quest’uomo sconosciuto ai più, tirando fuori la sua eccezionale verità; una verità che, poi, diviene meritatamente Croce al Valore Civile, che diviene libro e persino fiction.</div><div class="imTAJustify">Nel Giorno della Memoria, dunque, voglio ricordare lui: Giorgio Perlasca. Un nome italiano, un uomo italiano, un valoroso soldato, un coraggioso galantuomo, un eroe quasi sconosciuto che vale la pena portare sempre ad esempio.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> <b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[Tutela certificata - SIAE]</span></div> &nbsp;&nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© Foto di pubblico dominio</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 17:06:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Scripta manent. Storie di mittenti e destinatari]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Quaderni_e_Dossier"><![CDATA[Quaderni e Dossier]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000F4"><div class="imTAJustify"><b><i>Scripta manent. Storie di mittenti e destinatari</i></b>, dicembre 2022.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">È il terzo <i>Quaderno di Critica e Cultura</i>.</div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2-pergamena.jpg"  title="" alt="" width="650" height="558" /><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Questo sul vastissimo mondo epistolare è un viaggio negli amori e nei drammi che hanno segnato la storia, l’arte, la scienza, la poesia; un viaggio tra documenti che ancora oggi marciano in bilico tra vero e falso.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il mondo epistolare non ha a che fare solo con la trasmissione delle parole, ma con le sensazioni. Una lettera scritta a mano racconta qualcosa anche attraverso la calligra­fia; attraverso, forse, l’ombra di una lacrima o il vago sentore di un profumo; attraverso la consapevolezza che quel foglio è stato tra le mani di chi, lontano eppur vicino, vi ha raccolto i suoi pensieri e un pezzo della sua anima.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Come sempre molti sono gli Autori, tra i quali la sottoscritta.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Marina Mussolini</b>, nipote di Benito e figlia di Bruno, che mi ha concesso un’intervista sulle lettere familiari; <b>Mons. Romano Penna</b>, biblista e docente universitario di teologia; gli storici <b>Emanuele Maestri</b> ed <b>Ernesto Zucconi</b>; il ricercatore del CNR <b>Federico Focher</b>; il Prof. <b>Francesco Giuliani</b> dell’Università di Foggia; il Prof. <b>Emiliano Sarti</b>; il Prof. <b>Francesco Ascoli</b>; gli studiosi <b>Francesca Bonomini</b>, <b>Stefano Di Pinto</b>, <b>Arianna di Pace</b> ed <b>Anna Maria Verlengia</b>; lo chef e storico della cucina <b>Stefano Sorrentino</b>; le scrittrici e poetesse <b>Francesca Andruzzi</b> e <b>Barbarella Pulvirenti</b>; i fotografi <b>Paola Lai</b>, autrice della foto in copertina, <b>Annamaria Pieri</b>, nonché gli autori di alcuni scatti postati su Pixabay e specificati nel testo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Come sempre dico, ogni capitolo è un mondo a sé stante.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È un libro che può essere divorato in pochi giorni o centellinato nel tempo.</span><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Di sicuro terrà compagnia a voi e a chiunque decidiate di regalarlo.</div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://raffaellabonsignori.it/images/27-Fotomontaggio-Babbo-Natale.jpg"  title="" alt="" width="494" height="330" /><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il prezzo è invitante, per un volume così complesso di 580 pagine, e suggerisce doni, anche natalizi: può essere acquistato su Amazon a 15 euro, poco più di un paio di riviste.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Buona lettura e buona avventura.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 08 Dec 2022 22:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Apprendisti stregoni]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000108"><div class="imTARight"><i><span class="fs11lh1-5">Redazione del Times</span></i></div><div class="imTARight"><i><span class="fs11lh1-5">18 agosto 1945</span></i></div><div><i><span class="fs11lh1-5"> </span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">Nel passato i pochi astronomi professionisti erano affiancati da un folto gruppo di dilettanti la cui principale attività consisteva nell’osservare e nello studiare le stelle variabili. Spesso essi han­no</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">Constatato con emozione l‘accendersi</span><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs11lh1-5">di una nuova stella: in realtà si trattava di una vecchia stella, troppo piccola e fredda per essere visibile, che d’improvviso scoppiava, frantumandosi in minuta polvere di stelle, formando cioè una nebulosa. Non sappiamo quale sia il calore prodotto da tale esplosione. In realtà, </span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ciò che accade a quei corpi celesti, e che potrebbe succedere anche alla nostra Terra, è che protoni, elettroni e neutroni si combinano producendo una temperatura tale da polverizzarli completamen­te, così che gli eventuali abitanti furono cremati all’istante.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">Ora, noi siamo riusciti, con enorme dispendio, a far esplodere una massa d’uranio esattamente come una stella. Il processo, ter­minata la fase sperimentale, costerà certamente molto meno e poi, in qualsiasi momento, potremmo scoprire elementi più pe­santi dell’uranio e più esplosivi dell’uranio, così come quest’ulti­mo è molto più esplosivo della polvere da sparo. Perciò noi, nuovi apprendisti stregoni, possiamo iniziare sortilegi che non sapre­mo arrestare, adempiendo così la profezia di Prospero. Data la nostra </span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">recente condotta, non intendo deprecare questa possibilità; mi li­mito a farla presente.</span></i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5"><span class="fs11lh1-5">G. B. Shaw</span></i></div><div class="imTARight"><span class="fs11lh1-5">[Bonacina]</span></div><div><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Questa lettera, con l’ironia, la teatralità e la poesia che sempre tes­sono i fili delle parole di Shaw sul telaio del suo caustico realismo, contiene la più profonda e discreta disperazione dell’uomo con­temporaneo davanti all’arroganza da apprendista stregone che egli stesso sovente dimostra. In particolare, nel tragico anno in cui Shaw scrive questa lettera al Times, l’uomo ha incoscientemente rivestito il ruolo di apprendista stregone non già con una scopa di saggina, come l’eroe di Goethe, ma con un oggetto che in sé rap­presenta un’immane tragedia: la bomba atomica. E “apprendisti stregoni” definirà gli scienziati atomici anche Robert Jungk nel suo omonimo libro.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">«Diciamo dolce, diciamo amaro, diciamo caldo, diciamo freddo, diciamo calore, ma in verità altro non esiste se non atomi e vuo­to» </span></i><span class="fs11lh1-5">affermava Democrito di Abdera nel 400 a.C.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Atomi e vuoto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Forse è davvero tutto qui e, forse, è stata quella la meta della Fisica nel corso della Seconda Guerra Mondiale, sebbene con il favore di un elemento ignoto a Democrito: l’uranio.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">La lettera di Shaw è del 1945. Viene scritta nove giorni dopo il lan­cio della seconda bomba atomica sul Giappone; un ordigno cui hanno alacremente lavorato molti dei fisici allora più accreditati, impegnati nel “Progetto Manhattan”, dominato dalla politica e dall’esercito quasi più che dalla scienza. I tre centri di ricerca, X ad Oak Ridge, W a Hanford e Y su un altopiano in Nuovo Messico, sono completamente militarizzati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Quella sull’atomo, nata come ricerca in tempo di pace, è diventata ben presto una corsa contro Hitler, accelerata notevolmente tra il 1942 e il 1944, quando gli scienziati del Progetto Manhattan ini­ziano a subire la pressione di quell’enigmatica frase che Hitler ha preso a pronunciare spesso: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Dio mi perdoni gli ultimi cinque mi­nuti di guerra»</span></i><span class="fs11lh1-5">. Cosa può significare? Ha l’atomica? Accanto a lui Goebbels ha preso a sbandierare una nuova </span><i><span class="fs11lh1-5">arma prodigio</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Che tutti lavorino in tal senso è evidente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Einstein in una lettera del 1939 inviata a Roosevelt, lettera che Sachs consegna a Roosevelt solo qualche mese dopo, al momento giusto</span><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5">- almeno così affermerà -</span><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5">ossia dopo lo scoppio della guer­ra, scrive: </span><i><span class="fs11lh1-5">«[…] Nel corso degli ultimi quattro mesi sono state grandemente accresciute, grazie alle ricerche di Joliot in Francia e di Fermi e Szilard in America, la possibilità di provocare in una grande massa d’uranio una reazione a catena che svilupperebbe ingenti quantità di energia. […] Questo nuovo fenomeno porte­rebbe anche alla costruzione di bombe dotate di enorme poten­za»</span></i><span class="fs11lh1-5">. Con Einstein scrivono la lettera Leo Szilard, Eugene Wigner, Edward Teller, Alexander Sachs. Cinque anni dopo esce uno stori­co</span><i><span class="fs11lh1-5"> «Se avessi saputo!»</span></i><span class="fs11lh1-5">:</span><i><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Einstein si dirà pentito di aver scritto quel­le parole.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Ecco, Einstein. Dalla relatività speciale apprendiamo che massa ed energia sono diverse manifestazioni della stessa cosa. La radioatti­vità implica atomi che si disintegrano e sprigionano energia: una piccola quantità di massa può essere convertita in una grande quantità di energia. Passi essenziali, questi, per giungere ad una manipolazione dell’atomo che ha possibili applicazioni benefiche, sotto il profilo energetico. L’uomo, però, nel suo cammino, spesso preferisce dedicarsi agli aspetti negativi di ciò che scopre e in que­gli anni di guerra mondiale si focalizza sulla potenza distruttiva dell’atomo scisso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Nel 1945, tuttavia, Hitler, nonostante Heisenberg e molte altre grandi menti al suo fianco, è lontano dall’atomica. Heisenberg e il suo “Club dell’Uranio” ci hanno provato, ma inutilmente, sebbene, nella sua autobiografia scientifica, egli si distacchi dall’idea di un ordigno tanto devastante:</span><i><span class="fs11lh1-5"> «Mi chiedo se è lecito impiegare la bomba atomiche, che provocherebbe la morte di centinaia di mi­gliaia di civili indifesi, anche per una giusta causa. Non so se qui possiamo applicare l’antica massima per cui il fine giustifica i mezzi. Messa in un altro modo: se non è lecito costruire la bomba atomica per una causa ingiusta, siamo moralmente autorizzati a farlo per una causa giusta?»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Nell’autunno del 1941 aveva incontrato Niels Bohr a Copenaghen. Molto si è fantasticato su quell’incontro tra i rappresentanti di due gruppi di scienziati schierati su posizioni belliche opposte ma im­pegnati nelle stesse ricerche sull’atomo. Bohr ha l’impressione che Heisenberg sia giunto come emissario di Hitler per carpire i segre­ti della bomba atomica in modo da consegnarla al Führer, Heisen­beg, anni dopo, dirà di essersi recato a Copenaghen per fargli capi­re che </span><i><span class="fs11lh1-5">«in linea teorica era ormai possibile costruire la bomba atomica, ma ciò avrebbe richiesto uno sforzo tecnico enorme; ag­giunsi, inoltre, che forse i fisici dovevano chiedersi se era il caso di continuare a lavorare in questo campo». </span></i><span class="fs11lh1-5">Bohr, però</span><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs11lh1-5">- prose­gue a dire Heisenberg -</span><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5">al suono delle parole bomba atomica si era chiuso a qualunque discorso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Bohr, successivamente, si accosta agli studi atomici americani, ma con molte remore. Scrive le sue riserve a Roosevelt e a Churchill. Nel 1944 viene ricevuto da entrambi ma nessuno dei due coglie fino in fondo il suo messaggio. Forse Bohr, chiuso nel suo eremo di scienza, non riesce a semplificare abbastanza i concetti. O forse le orecchie dei politici non vogliono sentire. Pare che Churchill, dopo mezz’ora, si sia alzato di scatto interrompendo il colloquio; in se­guito avrebbe detto al suo segretario: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Ma di cosa parlava? Di po­litica o di fisica?»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Fatto sta che nei primi mesi del 1945 la guerra è praticamente fini­ta. Portare avanti l’idea di far brillare un simile ordigno è inutile. Lo stesso Einstein cerca di bloccare il bombardamento con un’altra lettera dal tono ben diverso rispetto a quella del 1939; una lettera che Roosevelt non leggerà mai. La morte, infatti, lo coglie il 12 aprile 1945 e nel passaggio di consegne la comunicazione di Einstein pare si perda.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Hitler si suicida il 30 aprile di quell’anno e la Germania capitola poco dopo. Perché tanta distruzione? </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">A Roosevelt succede Harry Truman, il quale istituisce un Interim Committee composto da cinque membri, tra politici e militari, e da tre scienziati, Vannevar Bush, Karl Compton e James Conant af­fiancato da una Sottocommissione consultiva, di cui fanno parte Robert Oppenheimer, Arthur Compton, Enrico Fermi ed Ernest Lawrence. La domanda su cui tutti lavorano è: si deve o non si deve sganciare l’atomica sul Giappone, l’unica Nazione nemica an­cora in guerra?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Tra gli altri scienziati del Progetto Manhattan c’è disaccordo sull’opportunità o meno di sganciare la bomba sul Giappone. Emi­lio Segrè, il quale, nel periodo universitario, quando, sotto la guida di Enrico Fermi, faceva parte dei cosiddetti “Ragazzi di via Pani­sperna”, era noto come il Basilisco per il suo carattere non certo empatico e generoso, non si pone il problema, come affermerà ri­cordando quei giorni:</span><i><span class="fs11lh1-5"> «C’erano dei fisici contrari all’uso dell’ato­mica e dei fisici che invece lo raccomandavano, ma in generale si pensava questo: se c’era un Comitato a cui era stata data la re­sponsabilità di decidere, con tutte le implicazioni relative (durata della guerra, sacrificio di vite umane per invadere il Giappone …) questo doveva vedere le cose diversamente da come poteva ve­derle un gruppo che non aveva tali responsabilità decisive»</span></i><span class="fs11lh1-5">. In­somma, c’è una Commissione che si sta assumendo la responsabi­lità per tutti, tanto basta. Coloro che realmente sanno come stanno le cose, coloro che realmente conoscono la devastazione che la bomba può produrre, non devono interferire, per Segrè. Eppure si sta giocando con la vita di migliaia e migliaia di innocenti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Per fortuna non tutti gli scienziati del Progetto la pensano come lui. In particolare, sette di loro, afferenti all’università di Chicago, i cosiddetti “Sette di Chicago”, stilano un rapporto dettagliato sulle conseguenze, il c.d. Rapporto Franck, dal nome dell’estensore: </span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">«[...]Siamo costretti a prendere attiva posizione, poiché i successi da noi conseguiti nel campo dell’energia nucleare sono legati a pericoli infinitamente maggiori di quanto avveniva nelle inven­zioni del passato. Tutti noi, che conosciamo lo stato attuale della fisica nucleare, abbiamo costantemente davanti agli occhi la vi­sione di un’improvvisa catastrofe. […] I vantaggi militari e il ri­sparmio di vite americane, che potrebbero derivare da un im­provviso impiego di bombe atomiche nella guerra contro il Giap­pone, potrebbero venire annullati dalla conseguente perdita di fi­ducia e da un’ondata di terrore e di opposizione che si diffonde­rebbe per il resto del mondo e che forse scinderebbe perfino l’opi­nione pubblica interna. In considerazione di ciò sarebbe racco­mandabile che la nuova arma venisse presentata nel deserto o su un’isola disabitata, alla presenza dei delegati di tutte le Nazioni Unite»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Tale rapporto, tuttavia, non circola apertamente neppure nella ri­stretta cerchia di politici, militari e scienziati coinvolti nel Progetto Manhattan. Arriva, infine, nelle mani di Arthur Compton, il quale pare lo presenti agli scienziati della Sottocommissione, ma Oppen­heimer negherà sempre di averlo letto. Non parliamo, poi, di Enri­co Fermi, il quale, di fronte alle remore degli scienziati, più volte manifestate in sua presenza, ha sempre replicato: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Lasciatemi in pace con i vostri rimorsi di coscienza. È una fisica così bella!»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Ciononostante, Compton propone di avvisare il Giappone in modo che l’area di sgancio sia evacuata e dare così una dimostrazione senza danni, ma per Oppenheimer </span><i><span class="fs11lh1-5">«una dimostrazione nel deser­to vale zero»</span></i><span class="fs11lh1-5">. Lui vuole la morte? Forse sarà anche questa sua freddezza ad attirare sospetti su di lui quando, nel 1954 sarà accu­sato di aver fatto trapelare segreti atomici. Sarà riabilitato solo nel 1963, sotto Kennedy, il quale gli conferirà il premio Enrico Fermi per la Fisica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Il 16 luglio viene effettuata la “prova generale”: un’atomica di pro­porzioni inferiori viene fatta brillare ad Alamagordo [nella foto di apertura]. Una deflagrazione mai vista. A molti chilometri dall’evento, una ragazza cieca dalla nascita esclamerà di aver visto la luce. Sono presenti anche gli scienziati della Sottocommissione. Fermi è tanto assorto da non sentire nemmeno il fragore dell’esplosione, così racconterà la moglie; Oppenheimer, più in là nel tempo, dirà che, in quel momento, è riuscito solo a pensare ad un testo in sanscrito studiato a Berkley: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Io sono la morte che tut­to rapisce, sommovitrice dei mondi»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Truman è alla Conferenza di Potsdam e gli giunge il seguente mes­saggio: </span><i><span class="fs11lh1-5">«I bambini sono nati felicemente»</span></i><span class="fs11lh1-5">. L’accostamento tra l’atomica e l’immagine gioiosa di giovani vite lascia quanto meno perplessi: macabro senso dell’umorismo. Truman avvisa Churchill e Stalin, entrambi favorevoli al prosieguo dell’operazione. </span><i><span class="fs11lh1-5">«Resta il fatto storico e sarà giudicato nei tempi venturi»</span></i><span class="fs11lh1-5"> scriverà Chur­chill </span><i><span class="fs11lh1-5">«che la scelta dell’uso o del non-uso della bomba atomica per costringere il Giappone alla resa non fu posta nemmeno. Attorno al nostro tavolo l’accordo fu unanime, automatico, né mai sentii soltanto accennare che si sarebbe potuto agire in modo diverso»</span></i><span class="fs11lh1-5">. La reazione di Stalin palesa addirittura un entusiasmo inquietante: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Una nuova bomba? Magnifico!»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Ad opinione dello storico Butow, invece, la guerra si sarebbe potu­ta risolvere diplomaticamente, con il Giappone, senza il lancio del­le atomiche: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Se gli alleati avessero concesso al principe una set­timana di tregua per ottenere l’adesione del suo governo, si sa­rebbe potuto por termine alla guerra negli ultimi giorni di luglio o al massimo all’inizio di agosto, senza bomba atomica e senza partecipazione sovietica»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">L’uso della bomba è deciso, dunque. Nessuna trattativa diplomati­ca. Un barlume di riguardo umano emerge nell’ultimatum: si offre ai giapponesi la resa, prima di bombardarli. Scadenza il 2 agosto. I nipponici rispondono negativamente e il giorno successivo Tru­man invia un messaggio cifrato alla base di Tinian: l’operazione Dimples ha inizio e di lì a tre giorni è previsto il lancio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Il colonnello Tibbets prepara i soldati con parole che lasciano in­tendere la gravità dell’azione di guerra che si sta per compiere: </span><i><span class="fs11lh1-5">«La bomba che lanceremo tra un paio di giorni sul Giappone è molto più paurosa di quanto vi sognate. Dovrete addirittura met­tere degli speciali occhiali affumicati per proteggervi gli occhi dal suo lampo abbagliante, se non volete diventare ciechi»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Il 5 agosto la bomba viene caricata a bordo di un Boeing B-29, uno dei sei aerei che formeranno la flottiglia della morte atomica. È stato appositamente svuotato da tutti gli altri armamenti, in modo da sopportare meglio il carico eccezionale. Non tutto l’equipaggio sa con precisione cosa stiano per compiere con quella bomba. Il sergente mitragliere Caron, rivolgendosi al colonnello Tibbets, af­ferma che, secondo lui, questa superbomba ha a che fare con la fi­sica. </span><i><span class="fs11lh1-5">«Comandante, è vero che oggi noi spaccheremo l’atomo?»</span></i><span class="fs11lh1-5">, aggiunge. Tibbets annuisce, presumibilmente impressionato dalla capacità intuitiva del giovane sergente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Sono le cinque di mattina del 6 agosto, in Giappone. Attraverso un cielo nuvoloso che lentamente si sta aprendo ad un nuovo giorno, spunta la sagoma di un B-29. Il comandante Tibbets ha dato all’aereo il nome di sua madre, </span><i><span class="fs11lh1-5">Enola Gay</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Che strano: le madri sono portatrici di vita, non di morte. Anche al carico è stato dato un nome gaio, </span><i><span class="fs11lh1-5">Little Boy</span></i><span class="fs11lh1-5">, “ragazzino”. Ancora una similitudine tra la bomba e l’innocenza della fanciullezza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Prima che Enola Gay prenda il volo si prega tutti insieme affinché Dio vegli sull’equipaggio e sulla sua missione “portatrice di pace”. Si nota spesso, nell’universo delle guerre, la raccapricciante ten­denza a considerare le aggressioni come strumenti di pace.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Il Boeing parte. Il “ragazzino” viene innescato in volo. È lungo 3,28 mt e largo 80 cm e contiene uranio 235. La sua potenza</span><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5">distruttiva </span><span class="fs11lh1-5">è superiore a quella di qualunque altra bomba mai costruita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Si procede in direzione Hiro-shima: 350.000 abitanti circa, casette di legno e carta di riso. Una città che non avrà più altri giorni da ini­ziare, non avrà altre mattine in cui svegliarsi, non avrà altra vita da vivere; una città in cui l’asfalto sta per diventare lava e gli esseri umani stanno per diventare cera.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Verso le 7 del mattino su Hiroshima echeggia un debole allarme aereo, che presto termina, facendo ritornare gli abitanti tra le brac­cia di Morfeo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Poco dopo le 8.15 di mattina il Diavolo scende sul suolo nipponico e spazza via ogni cosa. Distrugge. Disintegra. Le trentamila perso­ne più vicine al punto di deflagrazione si squagliano, letteralmente. Parte dei corpi e degli oggetti, delle piante e delle strade, delle case vengono risucchiati all’interno di un vortice potentissimo e s’innal­zano in una colonna di fumo denso e infuocato che in pochissimi minuti raggiunge i 17.000 metri di altitudine per poi allargarsi e scurirsi sulla sommità, assumendo la forma di un gigantesco fungo di fuoco radioattivo che disintegra anche l’aria. Poco dopo, una sorta di tornado bollente spazza via la superficie di quella che era una città, portandosi via ciò che è miracolosamente rimasto in pie­di: un muro traballante, un palo della luce piegato ... e si estende per chilometri dal punto di impatto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Il Giappone, nonostante l’immane tragedia, non si arrende, anche se la resa è ormai una mera formalità. Implacabili, gli Stati Uniti, tre giorni dopo, inviano un altro B-29, </span><i><span class="fs11lh1-5">Bock’s Car</span></i><span class="fs11lh1-5">, con a bordo un secondo ordigno nucleare, lungo 3,24 mt e largo 1,35 mt, per que­sto chiamato amichevolmente </span><i><span class="fs11lh1-5">Fat Man</span></i><span class="fs11lh1-5">, “grassone”. Amichevol­mente.</span><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5">Continuano a scherzarci sopra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Fat Man contiene plutonio, elemento transuranico, ma la sua po­tenza distruttrice è pari alla bomba lanciata su Hiroshima. Il co­mandante e primo pilota di Bock’s Car è il venticinquenne Charles Sweeney, detto Chuck, il quale, sin dall’inizio dell’operazione, si trova a dover prendere decisioni drastiche. A mezzanotte, infatti, due ore circa prima della partenza, il motorista rileva il malfunzio­namento della pompa ausiliaria di alimentazione. Ciò comporta che il carburante di riserva resterà bloccato nei serbatoi e l’appa­recchio, ammesso che non si commettano deviazioni involontarie sulla rotta, potrebbe averne solo per scaricare la bomba. Il colon­nello Tibbets, comandante dell’intera flotta impegnata in questa seconda operazione, si affida a Sweeney: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Decidi tu, Chuck»</span></i><span class="fs11lh1-5">. E Chuck decide di partire. Sarà quel che sarà.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">È il 9 agosto. Sono le 2.56 del mattino. Bock’s Car, preceduto da due ricognitori meteorologici, partiti una ventina di minuti prima, decolla, affiancato da altri due B-29. A bordo dei due aerei di ap­poggio ci sono anche tre uomini estranei al corpo militare american­o: il giornalista del New York Times, William L. Lauren­ce, che conquisterà il premio Pulitzer, nonché due inglesi inviati da Chur­chill per supervisionare l’evento: il fisico atomico Prof. Pen­ney e Leonard Cheshire, uno dei più rinomati piloti della R.A.F.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Il convoglio sta volando nella tempesta. Dopo tre ore, la bomba dà segni di impazienza: inizia a lampeggiare una lucina rossa. Gli uo­mini fronteggiano la situazione con la calma nelle mani e un au­tentico terrore nel cuore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Alle 8 i ricognitori meteo raggiungono i rispettivi obiettivi: Kokura, obiettivo primario con il suo deposito ferroviario, e Nagasaki. Da Kokura giunge un bollettino abbastanza positivo: cielo limpido, ma forti venti. Su Nagasaki, invece, stagna un cielo plumbeo, an­che se è prevista una schiarita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">L’appuntamento a vista presso l’isola di Yaku Shima subisce un forte ritardo. Chuck Sweeney sta sprecando carburante prezioso per attendere il terzo B-29, che non si vede. Decide di proseguire. Il terzo aereo li raggiungerà molto tempo dopo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Stanno sorvolando Kokura. Il deposito ferroviario si vede bene. Sono pronti per lo sgancio quando nubi dense si ammassano sotto l’aereo. La visibilità è annullata. Fanno un secondo e un terzo pas­saggio: niente. Il carburante è sempre meno. Non possono permet­tersi di attendere la schiarita. Si dirigono, dunque, sull’obiettivo secondario, Nagasaki. Il destino, a volte, è beffardo: Kokura si sal­va per merito delle nuvole; quelle stesse nuvole segnano la fine di Nagasaki.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Anche il cielo di Nagasaki non è totalmente chiaro, e, peraltro, la conformazione del paese è tale da non rendere agevole il bombar­damento: la lunga valle su cui è situata corre lungo due linee paral­lele, divise da una zona collinosa. La valle di Nakashima è densa­mente popolata, la valle di Urakami è industriale. L’obiettivo è quello di colpire gli stabilimenti della Mitsubishi, ma per esse­re certi di riuscire dovrebbero bombardare a vista. La cosa ri­chiede troppo tempo. Non possono permetterselo. Il carburante scarseg­gia. Decidono di usare il radar.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Il portello di lancio si apre.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">«Bomba fuori!»</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">Fat Man</span></i><span class="fs11lh1-5"> fende l’aria per poco meno di un minuto. Un minuto che segna il confine tra la vita e la morte. Nel frattempo il B-29 batte una repentina ritirata.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">L’atomica cade su Urakami, in un punto tra le acciaierie Mitsubi­shi e le fabbriche di armi. L’impatto è atroce. Una luce insopporta­bile e un’ondata di calore quasi stellare si irraggiano sul suolo e nel cielo, formando, ancora una volta, un fungo di morte.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">«Dalla cima della colonna»</span></i><span class="fs11lh1-5"> scriverà Laurence </span><i><span class="fs11lh1-5">«si diramò un fun­go gigantesco che raggiunse la folle altezza di sedicimila metri, un fungo che sembrava anche più vivo della colonna e ribolliva furiosamente in una bianca schiuma cremosa, come si vi si agi­tassero dentro migliaia di geyser. Sembrava scosso da una furia primordiale, simile a una creatura che tenti di divincolarsi dai ceppi che la tengono prigioniera. Quando ci apparve per l’ultima volta, aveva mutato forma: pareva un fiore, con i colossali petali rivolti verso il basso, di un bianco-panna all’esterno, color rosa all’interno. La colonna in ebollizione si era trasformata in una montagna di sovrapposti arcobaleni. Una notevole quantità di materia vivente era entrata in quegli arcobaleni»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Sono passati tre giorni dalla prima esplosione di Hiroshima e an­che Nagasaki viene cancellata dal libro della vita: 80.000 morti nell’esplosione, gli altri seguiranno nel tempo per l’effetto delle ra­diazioni, come è stato per Hiroshima. Persino coloro che ancora non esistono pagano quell’alto prezzo, perché ai colpiti dalle radiazioni nasceranno figli deformi o fatalmente ammalati. Una bambina di Nagasaki, nata poco dopo l’esplosione, riesce a vivere solo venti ore: ha la scatola cranica completamente vuota.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">I velivoli di ritorno alla base non restituiscono uomini sorridenti per il successo dell’operazione militare. Tutt’altro. Ognuno di loro ha davanti agli occhi la devastazione e la morte che ha provocato. Alcuni non si riprenderanno più, soprattutto dopo la “gita” a Na­gasaki qualche mese dopo l’esplosione, organizzata dagli U.S.A. per constatare gli effetti della bomba. Uno di loro, Claude Hatherly si offre di adottare gli orfani, ma comunque non si riprenderà più: alcol, simpamina, incubi inenarrabili, azioni folli ed autolesionisti­che, ospedale psichiatrico ...</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Alle 2 del mattino del 10 agosto il presidente Truman parla alla Nazione. Un discorso che vorrebbe inserire l’atomica in un razio­nale contesto bellico di azioni e reazioni, ma, forse, nemmeno lui riesce a crederci. Come può l’attacco a Pearl Harbor essere parago­nato allo scoppio di una bomba atomica?</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">«Abbiamo usato la bomba atomica contro coloro che ci aggredi­rono proditoriamente a Pearl Harbor, che torturarono i prigio­nieri di guerra americani, che violarono tutte le leggi internazio­nali […]. Abbiamo usato la bomba atomica per abbreviare il con­flitto […]. La useremo ancora, solo la capitolazione del Giappone ci fermerà»</span></i><span class="fs11lh1-5">. Poco dopo la retorica peggiora al punto da diventare quasi blasfema: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Sulle nostre spalle grava una responsabilità im­mensa. Ringraziamo Dio di essere noi, e non il nemico, a doverla sopportare. E preghiamo Dio di illuminarci nell’uso di questo strumento secondo le sue intenzioni»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Cosa c’entra Dio, in tutto questo? Nella morte di migliaia di perso­ne innocenti, nella devastazione di un Paese ferito, cosa c’entra Dio? Lo dice rabbiosamente anche Cheshire, il pilota della R.A.F. imbarcato come osservatore inglese: corre a chiudere la radio, esclamando </span><i><span class="fs11lh1-5">«Non mi pare opportuno tirare in ballo Dio!»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Gli americani hanno in serbo altri ordigni atomici. La devastazione non ha fine. Nei loro pensieri gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki sono solo le prime vittime sacrificali in quell’infernale teatro di guerra. Se il Giappone non si arrende cadranno altre bombe.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Si sarebbe potuta evitare una tale carneficina? Sì. Come giusta­mente osserva Jungk: se gli scienziati atomici della Sottocomissio­ne </span><i><span class="fs11lh1-5">«si fossero opposti al lancio per considerazioni puramente umanitarie, quel gesto avrebbe sicuramente fatto impressione sui presidenti, ministri e generali. Ma anche questa volta gli scien­ziati atomici fecero soltanto </span></i><span class="fs11lh1-5">il loro dovere</span><i><span class="fs11lh1-5">. E la somma di miglia­ia di singole azioni di estrema coscienziosità, finì col con­durre a un atto di incoscienza collettiva di dimensioni spavento­se»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Ho aperto questa breve nota sull’immenso mondo dell’atomica con una lettera di G. B. Shaw. Voglio concluderla con un’altra lettera, una lettera disperata, una lettera quasi impossibile, quella scritta da tre scienziati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Il 9 agosto, giorno del bombardamento di Naga­saki, Luis Àlvarez, Philip Morrison e Robert Serber scrivono al professore giapponese Sagane, con il quale avevano collaborato a Berkley prima che scoppiasse la guerra. La lettera viene scritta in tre copie, ognuna legata ai tre apparecchi di misurazione da sgan­ciare sull’obiettivo. Difficile che possa giungere a destinazione, ma si tratta dell’ultimo tentativo per evitare peggiori conseguenze con un terzo obiettivo da radere al suolo; e forse un quarto, un quinto. In realtà, uno di questi tre fogli, effettivamente, viene ritrovato dopo il bombardamento di Nagasaki e viene consegnato prima al Servizio Informazioni della Marina e, poi, al professore. Non pos­siamo sapere se abbia influito sugli avvenimenti successivi, sappia­mo solo che due giorni dopo il Giappone cede alla resa incondizio­nata. La guerra è finita. Le vittime di Hiroshima e Nagasaki resta­no, dunque, l’unico sacrificio di sangue sull’altare dell’atomica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Un sacrificio immane.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div class="imTARight"><i><span class="fs11lh1-5">Quartier Generale</span></i></div><div class="imTARight"><i><span class="fs11lh1-5">Comando bombe atomiche</span></i></div><div class="imTARight"><i><span class="fs11lh1-5">9 agosto 1945</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">Al Professore R. Sagane!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">Da: tre scienziati già Suoi colleghi durante il Suo soggiorno negli Stati Uniti.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5">Le inviamo questo messaggio personale perché Ella voglia ado­perare la Sua influenza di illustre fisico nucleare, per convincere lo Stato Maggiore giapponese che il Suo popolo soffrirà terribil­mente, se continua questa guerra. Lei sapeva da anni che era possibile costruire una bomba atomica, solo che una nazione fos­se stata disposta ad affrontare le enormi spese per il materiale necessario. Ora Lei sicuramente si è reso conto che noi abbiamo costruito le fabbriche necessarie, e non può dubitare che il pro­dotto di queste fabbriche, che lavorano ventiquattr’ore al giorno, verrà fatto esplodere sulla Sua patria. Nel giro di tre settimane abbiamo sperimentato una bomba nel deserto americano, ne ab­biamo fatta esplodere una a Hiroshima e ne abbiamo lanciata una terza stamani. La scongiuriamo di far presente questa situa­zione alle Sue autorità e di fare quanto è in Suo potere per arre­stare la distruzione e la perdita di vite umane: se questa distru­zione continuasse, non potrebbe che portare all’annientamento di tutte le Sue città. Come scienziati ci rammarichiamo per l’uso che è stato fatto di una splendida invenzione, ma dobbiamo dirLe che questa pioggia di bombe atomiche diverrà sempre più spavento­sa, se il Giappone non si arrende immediatamente.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs11lh1-5"><br></span></i></div><div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">[dal libro </span><i><span class="fs11lh1-5">Scripta manent. Storie di mittenti e destinatari</span></i><span class="fs11lh1-5">, dicembre 2022, p. 171, in vendita su Amazon]</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">Foto di pubblico dominio</span></b></div></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">Per approfondire</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Giorgio Bonacina</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">L’atomica di Hiroshima</span></i><span class="fs11lh1-5">, Mondadori, Milano, 1972</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Robert Joseph Charles Butow</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Japan’s Decision to Surrender</span></i><span class="fs11lh1-5">, Stanford University Press, Stanford, 1954</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Leandro Castellani – Luciano Gigante</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">6 agosto. Storia della bomba atomica</span></i><span class="fs11lh1-5">, Vallecchi, Firenze, 1964</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Ronald William Clark</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">The Birth of the Bomb</span></i><span class="fs11lh1-5">, The Scientific Book Club, London, 1961</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Laura Fermi</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Atomi in famiglia</span></i><span class="fs11lh1-5">, Mondadori, Milano, 1955</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Giuliano Ferrieri</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Robert Oppenheimer</span></i><span class="fs11lh1-5">, Trevi, Milano, 1961</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Leslie R. Groves</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Now It Can Be Told: The Story of the Manhattan Project</span></i><span class="fs11lh1-5">, Harper &amp; Row, New York, 1962</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Michihiko Hachiya</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Diario di Hiroshima</span></i><span class="fs11lh1-5">, Feltrinelli, Milano, 1955</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Werner Heisenberg</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti 1920-1965</span></i><span class="fs11lh1-5">, Bollati Boringhieri, Torino, 1984</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Karl Jaspers</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">La bomba atomica e il destino dell’uomo</span></i><span class="fs11lh1-5">, Il Saggiato­re, Milano, 1960</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Robert Jungk</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Gli apprendisti stregoni</span></i><span class="fs11lh1-5">, Einaudi, Torino, 1959</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Robert Oppenheimer</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Scienza e pensiero comune</span></i><span class="fs11lh1-5">, Einaudi, Torino, 1958</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 08 Dec 2022 21:05:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Marina Mussolini. Lettere in famiglia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000E5"><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Bruno Mussolini e Gina Ruberti, sia prima del loro matrimonio, sia dopo, si scrissero moltissime lettere, una più bella dell’altra; lettere che scandiscono il loro amore, parola dopo parola, e che oggi costituiscono un inestimabile patrimonio familiare conservato dalla figlia Marina.</i></div> <div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Ho avuto l’onore di parlare con lei. Ma prima di leggere le sue parole, ripercorriamo brevemente la storia dei suoi genitori.</i></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>Il primo Mussolini che Gina incontra nella sua vita è Benito, in realtà. È il 22 dicembre 1922 e l’occasione non è lieta, per lei, perché trattasi della veglia funebre di suo zio, Vincenzo Tangorra, Ministro delle Finanze. Gina è una vivace bimbetta di sei anni. Be</i></span><i class="fs12lh1-5">nito le parla, le dice che anche lui ha due figli vicini alla sua età, Vittorio, suo coetaneo, e Bruno di due anni più giovane. Mi piace questo episodio, è come una rosa nel deserto, di quelle che, a volte, il destino semina nella vita degli uomini: da un momento di profonda tristezza nasce una simpatia, un legame, e quel seme sboccerà anni dopo, quando Gina e Bruno si conosceranno e si innamoreranno, il che accade agli albori degli anni Trenta.</i></div> <div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">I due sono adolescenti e si ritrovano a frequentare amicizie co-muni. È un’epoca dorata di arte, letteratura, ritrovi. Bruno mostra particolare propensione per le attività sportive, come lo sci, il ciclismo, l’equitazione, il calcio, il nuoto, la ginnastica; le pratica con abilità, preparazione e una buona dose di temerarietà. A dieci anni va già in motocicletta; a tredici partecipa ad una gara automobilistica, classificandosi terzo e marciando a più di 130 Kmh; a diciassette diventa pilota di aerei. Il volo, da quel momento, diverrà parte della sua vita e, purtroppo, della sua morte. «La velocità era il tuo Dio, o il tuo Demone», scriverà di lui il padre.</i></div> <div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Gina è una ragazza bella, semplice, di sani principi, gioiosa. Studia e ama le feste danzanti. Ha molti corteggiatori, ma non presta loro la minima attenzione: Bruno ha catturato il suo cuore ancor prima che lei stessa lo sappia.</i></div> <div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Sin dal primo viaggio di Bruno in Eritrea, iniziano a scriversi da amici. Continueranno a farlo anche durante il conflitto etiopico, cui Bruno parteciperà come pilota, meritando una promozione a tenente e due medaglie d’argento. Ha diciotto anni e Gina venti. Tra loro nasce una meravigliosa storia d’amore.</i></div> <div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">L’anno seguente, per Bruno iniziano a fioccare i primati in competizioni aeree che lo portano a viaggiare spesso. Entra di una Squadriglia di grandi piloti. Sarà nota come i Sorci Verdi. Dalle lettere che i due si scrivono si comprende come il cuore di Bruno sia diviso tra due grandi amori: Gina e l’aria.</i></div> <div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Tra il 1937 e il 1938, tornato in Italia, compie la prima trasvolata per il Sudamerica.</i></div> <div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Le loro lettere sono le carezze e i baci lontani, sono la confidenza mai sopita, sono le legittime preoccupazioni di Gina nel saperlo in volo, sono le costanti conferme dei loro reciproci sentimenti. Quei fogli diventano parte del loro rapporto, una parte essenziale.</i></div> <div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Il 29 ottobre 1938 convolano a nozze.</i></div> <div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">L’anno seguente Bruno realizza un suo agognato progetto: costituire una Linea Aerea Transoceanica Italiana (LATI) e compie i primi viaggi per ispezionare la rotta atlantica.</i></div> <div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Il 1940 porta nelle vite di Gina e di Bruno la più grande delle gioie, una figlia: Marina. Ma non sono tempi in cui si possa restare fermi a guardare la vita, perché la vita corre veloce ovunque, affiancata dalla morte: a giugno di quello stesso anno l’Italia entra in guerra. Il progetto della LATI naufraga e Bruno parte per il fronte come pilota. Con la sua esperienza ritiene che i caccia monoposto possano servire meglio. Nelle sue lettere a Gina, dunque, entra anche la guerra nei suoi dettagli tecnici, perché le chiede di farsi tramite tra le sue osservazioni, le sue richieste e il padre. Gina parla bene con il suocero. È intelligente e affidabile. Benito Mussolini se ne rende conto subito e, oltre all’affetto paterno che nutre per lei, le manifesta tutta la sua stima, mettendola a parte di molti progetti e di molti segreti, ascoltando i suoi consigli. E così sarà fino alla fine. Gina, infatti, gli resterà accanto fedelmente anche dopo la scomparsa di suo marito, che avviene a Pisa il 7 agosto del 1941. Quel giorno si apre con entusiasmo, per Bruno; è un momento a lungo atteso: collauda il nuovo quadrimotore Piaggio P108, sul quale ripone molte speranze, non solo belliche. Un problema al manometro al largo di Livorno, però, mette in pericolo il volo. Bruno scende verso Pisa, ma i motori vanno in stallo. L’idea del sabotaggio resta sospesa nell’aria che lo lascia scivolare verso il basso. Poco prima di schiantarsi, consapevole di quanto sta per accadere, stacca i contatti elettrici per evitare un incendio e riesce a spingere il velivolo lontano dalle case coloniche. Muore poco dopo l’impatto. Con lui perdono la vita anche il tenente Francesco Vitalini Sacconi e il maresciallo motorista Angelo Trezzini.</i></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>Il viaggio della sua bara da Pisa a Predappio viene accompagna-to da selve di braccia tese e volti piangenti. Non è l’ultimo saluto ad un Mussolini. Bruno aveva fatto breccia nei cuori della gente per se stesso, non per il suo cognome. È l’ultimo saluto a Bruno, dunque, solo Bruno: </i>«Quando nella mattinata del 7 agosto si diffuse di un tratto la notizia che tu eri morto, la gente disse: Bruno è morto!»<i>, scrive Benito in un commovente libro, ultimo dialogo con il figlio.</i></span></div> <div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">E resterà Bruno, solo Bruno, anche nel cuore di Gina fino al 3 maggio del 1946. È sera. Gina ha cenato con la piccola Marina e la sua tata. È già in pigiama. Ciononostante si fa convincere, controvoglia, ad uscire per bere qualcosa con un’amica e tre mili-tari inglesi. Lei prenderà una camomilla, in realtà, cosa che la dice lunga sul suo desiderio di fare festa. Sono sul lago di Como e per raggiungere da Blevio la riva opposta prendono la barca. Una burrasca li sorprenderà sulla via del ritorno. La sua amica si salverà; dei tre uomini, due saranno dati per dispersi e uno morirà in ospedale. Il corpo di Gina, invece, sarà restituito dalle acque il giorno dopo. È bella come un’antica dea lacustre, un velo di rossetto le tinge ancora le labbra. Nonostante non sapesse nuotare, non ha acqua nei polmoni. È morta per un attacco cardiaco, afferma il medico legale. Forse la paura, forse l’acqua geli-da o forse chissà. L’unica cosa certa è che è tornata dal suo Bruno in un luogo in cui le lettere sono vergate con fili d’oro.</i></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La signora Marina Mussolini riceve me ed una cara amica comune, Ilaria Gioffré, nella sua deliziosa casa romana. C’è sin da subito aria di salotto, di calore, di affabilità, di simpatia reciproca. Ci accomodiamo sul divano.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sul tavolino da caffè balza agli occhi un antico porta sigarette d’argento con il simbolo dei Sorci Verdi e le firme di tutti i valorosi di quella Squadriglia. Uno dei tanti ricordi di Bruno Mussolini, fi-glio di Benito e padre della padrona di casa.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Iniziamo a parlare con piacevolezza. La tensione che, prima dell’incontro, provavo io come giornalista e la signora Mussolini come intervistata evapora immediatamente, lasciando un piacevo-le calore quasi amicale.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Difficile definirla intervista. Abbiamo conversato amabilmente, tutte e tre, rievocando il passato, o, meglio, passeggiando insieme nel passato.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Come la Bianca Maria dannunziana, trepidante nel mettere tra i capelli il pettinino appartenuto a Cassandra, provo una profonda emozione nel tenere in mano le lettere di Bruno e di Gina. Un contatto con un mondo mai lontano, che ho conosciuto attraverso i libri di storia, ma che sta andando oltre la storia. Sfiorare quelle pagine, leggere a voce alta quelle parole, inciampare, a volte, sulla calligrafia, mi dà l’impressione di viaggiare nel tempo.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Siamo tre donne in un paesaggio di parole e di ricordi. Ed è un incontro così intenso che trascuro quaderno e penna, lasciando che ogni istante trascorso si imprima nella memoria.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Raffaella</b> <span class="fs12lh1-5">Prima di tutto voglio ringraziarla per avermi concesso l’intervista e per avermi addirittura accolta in casa sua.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Si figuri. Devo essere sincera, però: fosse stato per un giornale forse non l’avrei fatto, perché una volta ebbi una brutta sorpresa: mi stavo sposando, mi intervistarono e pronunciai una frase che venne fraintesa e attorno alla quale ruotarono titoloni allusivi. Dissi che ero contenta di sposarmi anche perché avrei cambiato cognome, ma lungi da me esprimere critica verso la mia fa-miglia di origine, cui tengo molto, o verso il mio cognome, di cui vado fiera. Era solo un modo per evidenziare quanto, a causa del mio cognome, io sia stata discriminata. Ho subito atteggiamenti davvero discutibili, persino da bambina.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Oggi si parla di bullismo come fosse una novità dei tempi moderni. Ma non è così. Io l’ho conosciuto bene, da piccola. Ricordo, ad esempio, il 1948. Si attendevano le elezioni e il clima politico era molto teso, quasi terrorizzante. Io avevo otto anni e andavo alle elementari. Ebbene, un giorno tornai a casa atterrita perché alcune persone mi dissero: <i>«Vedi quegli alberi? Se le elezioni vanno come devono andare e vincono i comunisti, tu e tutta la tua famiglia sarete impiccati lì»</i>.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Mio Dio!</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[L’esclamazione di Ilaria ben interpreta il senso di smarrimento che questo racconto ha prodotto in ognuna di noi. Traspare dai nostri occhi. La violenza è una bestia dotata di molti tentacoli: i più spessi riescono a ferire il corpo, i più fini, lungi dall’essere meno pericolosi, sono affilati e feriscono l’anima.]</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> I miei cugini erano fuori e sono tornati quando ormai era tutto tranquillo. Non hanno avuto questo problema. Io, invece, stando qui, ho sentito tutto il peso del cambiamento. E il rischio.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Furono così tante le violenze verbali subite, che per i rimanenti anni delle elementari mi segnarono a scuola con il cognome di mia madre, Ruberti. Alle medie no, ma alle elementari sì.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ancora oggi, che ho ormai le spalle forti, a volte cammino per la strada e sento commenti di un certo tipo, ma non ci faccio più caso, o, meglio, non mi faccio più colpire dalle parole di certe per-sone.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Vaniloqui, più che altro. Dannosi e perfidi vaniloqui.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Esatto. Non me ne importa niente, infatti. Però all’epoca era pesantissimo. E, comunque, non posso negare che le cattive parole dell’infanzia hanno lasciato il segno, tanto che, anche da grande, ho sempre usato il cognome di mio marito e tuttora mantengo riserbo sul mio.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Oggi, però, siamo qui anche per il suo cognome e non certo per criticarlo, ma per parlare dei ricordi epistolari ad esso legati. Scripta Manent si intitolerà il libro. E l’idea mi è giunta da sua nonna Rachele.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Davvero?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Proprio così. Ho di recente ripreso in mano un bel libro in cui si racconta la lunga odissea del recupero dei resti di suo non-no. In quel frangente Donna Rachele espresse anche la sua tristezza per essere stata privata persino delle lettere del marito, almeno fino a che l’On. Andreotti non le restituì cinque di esse, casualmente trovate mentre riordinava l’Archivio del Senato. Rachele descrive quella restituzione come un ponte aperto sull’aldilà, un modo per stare nuovamente accanto a suo marito: sfiorare la carta che lui aveva toccato, leggere le parole che lui aveva scritto. È questa l’essenza di una lettera.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Sì, ricordo l’affetto con cui ha sempre conservato quelle lettere. Erano quelle che lui scrisse dal carcere, dopo il 25 luglio del ’43.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Ed ecco, dunque, un primo ricordo epistolare della famiglia Mussolini.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quali altri le vengono in mente?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Una bella cartolina, credo unica, che Rosa Maltoni mandò, nel 1891 mi pare, al convitto dove era andato mio nonno a studiare, con tutte le raccomandazioni.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poi ho trovato i telegrammi di quando è morto papà, ho trovato tutte le lettere che mandava il Preside dal Tasso, perché ogni giorno doveva mandare il resoconto di quello che faceva …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> I resoconti del Tasso! Il cognome Mussolini non apriva certo la strada a favoritismi.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Tutt’altro. Gli altri studenti potevano anche non dire ai genitori di un cattivo voto e rimediare poi. Nonno, invece, riceveva rapporti quotidiani e non sempre favorevoli, in cui si diceva se i figli avevano studiato o meno, se avevano preso un brutto voto ... Era una posizione, la loro, dalla quale non solo non traevano vantaggi, ma ricavavano un onere maggiore.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Nonno Benito riceveva anche rapporti delle loro uscite, se non erro. Questo, ovviamente, per ragioni di sicurezza. Ce n’erano anche quando suo papà iniziò a frequentare sua mamma …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Sì, è vero. C’era sempre qualcuno che, a distanza, li seguiva e riportava a nonno. Però, a quanto mi è stato riferito, loro hanno sempre vissuto il loro amore senza impedimenti. È nato piano piano e, poi, è esploso in modo travolgente.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Che ricordo hai di loro?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Devo dire che io non ho conosciuto i miei genitori. Mio padre è morto che avevo diciotto mesi e ho perduto mia mamma a sei anni. Quindi … Di loro mi ha parlato Ina, la tata che mi ha seguita sempre, sin dall’infanzia, e che mi ha fatto da madre, anche se di mio papà sapeva davvero poco. L’aveva visto sì e no due o tre volte. Era sempre in volo o in guerra. Di loro mi ha parlato anche nonna Rachele. Ma non troppo. Ricordo, ad esempio, di quando andavo ad Ischia a trovarla e lei mi diceva: <i>«Mangia le cotolette, che tuo papà ne mangiava tante»</i>!</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Avevo le fotografie, questo sì. Tantissime fotografie di entrambi. Tuttora ne ho centinaia. Di papà, di mamma. Foto di papà che si cimentava in tutti gli sport che praticava; foto di quando stavano a Riccione con la comitiva … Li ho conosciuti così. Ma era come se fossero in un film muto.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poi, un giorno, per caso, ho scoperto le loro lettere e hanno cominciato a parlare …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Per caso? Come è successo?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Le ho trovate qui, in questa casa, quando ero già grande. Mia madre, evidentemente, quando eravamo a Blevio, sul lago di Como, le ha lasciate ai suoi genitori, affinché le portassero qui, a casa, perché noi ancora non sapevamo dove saremmo andate. Tempi difficilissimi. Bisognava nascondersi.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Quindi è stata una sorpresa enorme.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Sì, enorme. Un’emozione davvero grande.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mia nonna materna morì quattro anni dopo mia mamma e nonno si risposò. Io avevo dieci anni e andai a vivere da Edda. Rientrai in questa casa quando morì la seconda moglie di mio nonno, che era rimasta ad abitare qui. Potei, quindi, iniziare a sistemare tutti gli oggetti di famiglia che erano stati conservati e ho trovato queste lettere, di cui non sapevo niente. Ho trovato anche tutta una serie di documenti e di altre cose, ovviamente. Un mondo che riemergeva dal passato.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando ho cominciato a leggere il loro carteggio, fu una grande emozione. Per la prima volta davo una voce al loro amore, una voce a loro due. È vero che con mamma avevo trascorso sei anni, ma di lei ho comunque ricordi affievoliti. Era spesso in giro per tentare di sistemare le proprietà di famiglia e, quando era in casa, sembrava avvolta da una nube di profonda tristezza: non si riprese mai dalla scomparsa di mio padre.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> E dalla voce dei suoi genitori, la voce scritta nelle lette-re, che impressione ha ricavato?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Ho cominciato a leggerle e ho scoperto il loro carattere, la loro personalità; devo dire che mi sono anche un po’ sorpresa di alcuni aspetti che mai avrei pensato di attribuire all’uno o all’altra. Mio padre, ad esempio, era romantico. Non lo immaginavo. Di lui avevo solo l’immagine di un militare, di un valoroso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Il romanticismo di quelle lettere è incantevole. Io ne sono rimasta affascinata.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Anche io.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Era anche geloso, no? Perché ci sono casi in cui mostra gelosia.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Sì, anche geloso. E non l’avrei mai pensato. Che poi era piccolo, lui. Aveva due anni meno di mamma.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche quando aveva cominciato a volare era minorenne. Dovette chiedere il permesso a nonno e poi si è diplomato di corsa per fare il pilota. Infatti la pagella e il certificato di laurea li hanno dati a mamma. Era già sposato.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mi accorsi che avevo conservato davvero poco di lui. Sì, certo, ho la sua spada e altre cose. Ma papà Bruno, l’essere umano, mi era completamente sconosciuto. Trovarlo lì, dunque, tra quelle lettere, in quelle parole, è stata una sorpresa bellissima.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Era molto piccola quando lui morì, ma, comunque, le ha mai scritto?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Un’unica cartolina indirizzata proprio a me, con scritto <i>«Baci, papà»</i>, così ho scoperto che, almeno una volta, mi ha pensata.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Anche più di una volta, secondo me.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Non lo so … Sì, alla fine, nelle lettere mandate a mia madre, diceva sempre <i>«Saluta Marina»</i>, o <i>«Spettina per me il ricciolo di Marina»</i>; in una lettera del 5 maggio 1940, scritta da Lisbona, manifestò la sua nostalgia di vedermi mentre sorridevo, dopo aver visto un film in cui c’erano molti bambini; in un’altra lettera, spedita dalla guerra, disse «<i>Ho un gran desiderio di rivedere te e la bambina»</i>. Però poi … non c’era. Del resto ero una figlia femmina e lui aveva detto di volere dodici maschi. Suo fratello Vittorio già ne aveva avuto uno e, forse, non gli era piaciuto perdere quella specie di gara tacita tra loro.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non so nemmeno se c’era quando sono nata.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Neanche i tuoi nonni ti hanno raccontato di quando sei nata e di chi ti era accanto?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> No. Quando mia nonna morì, mio nonno si risposò ed io andai via, quindi non ci fu occasione. Devo dire, invero, che la curiosità mi è venuta dopo, quando era troppo tardi per interrogarli. Speravo di trovare qualcosa … ad esempio: perché mi hanno chiamato Marina? Mio padre era un aviatore. Non ho avuto modo di chiederlo a nessuno. Mi è venuta ora la curiosità. Non c’erano parenti con quel nome o altro che lo giustificasse.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> È vero che, andando avanti con gli anni, ti viene sempre più curiosità sulle tue origini.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Raffaella Il suo bisnonno materno era un alto ufficiale di Marina. Magari è per lui … Morì nel ’29, però. Parecchio tempo prima che lei nascesse. Chissà!</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E Parlo con Bruno non la aiutò a conoscere suo padre? Nonno Benito lo scrisse dedicandolo a lei, proprio per offrirle il padre che non ha avuto.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Libro emozionante. Non conto più le volte che l’ho letto ed ogni volta mi spunta una lacrima.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> È un libro bellissimo, è vero. La prima volta che lo lessi abitavo ancora da Edda e, quindi, avrò avuto 14-15 anni. Ricordo che saltai a pie’ pari tutte le parti “belliche”. Un po’ le trovavo noiose e, un po’, ero assetata di scoprire il lato umano di papà. Successivamente l’ho letto tutto, ma sono sempre rimaste più interessanti le parti in cui nonno parlava di Bruno a scuola e del suo carattere, che assomigliava molto al mio: io ho preso tutto da lui e niente da mia madre, nel carattere. Sono timidissima, tanto che ho sempre cercato, e sto tuttora cercando, di lavorare su me stessa.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Infatti questa deliziosa timidezza di Bruno, emerge sia in <i>“Parlo con Bruno”</i>, sia nel libro di Festorazzi.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> E io l’ho presa proprio da lui.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Del resto, figlia femmina …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Suo nonno, nel libro, trova in lei molto di più. Raccontando al figlio di lei dice: <i>«Ha i tuoi lineamenti. È la prosecuzione della tua vita. Ha i tuoi occhi, i tuoi capelli, il tuo sangue. Forse anche il tuo temperamento. Guardandola, guardo ancora te»</i>.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le è stata trasmessa anche la passione per lo sport?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> No. Cioè mi piace fare sport, ma odio il volo. Io non volo.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Comprensibile, direi.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Mi hanno cresciuta, soprattutto Ina, con la paura del volo. I miei figli pigliano gli aerei come fosse niente e io trovo ogni scusa per non andarci.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche mamma non lo sopportava. Ricordo che aveva una tovaglia enorme, bellissima, con tutti aerei ricamati e lei, ago e forbici, tolse i ricami uno ad uno. Ce l’ho ancora, quella tovaglia. Non fece in tempo a farli tutti e, dunque, ne ha ancora metà. Mia madre voleva cancellare il volo dalla vita. &nbsp;</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Certo, lo choc della perdita del marito ha toccato sua madre nel profondo.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Sì. Anche se io ero piccola e stavo sempre con Ina, mi rendevo conto della sua profonda tristezza. E io, bambina, non la potevo vedere così. Quindi … E, poi, ha avuto da fare. Tutta la vita. A chiudere le case di tutti …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> A cercare di far tornare i resti di nonno Benito …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> E certo! In pratica, nell’ultimo periodo, era lei che teneva in piedi tutto. Vittorio se n’era andato, Edda era da un’altra parte, nonna Rachele e i piccoli erano stati confinati … Era tutto sulle sue spalle. Rileggendo le lettere mi sono resa conto che era una giovane donna cresciuta in fretta. All’inizio mi sembrava una ragazza cui piaceva girare, andare alle feste, divertirsi. Subito dopo era una donna coraggiosa e impegnata su più fronti.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> È stata anche una persona molto importante per suo nonno, credo.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Sì, sì. Lui le voleva molto bene e si fidava ciecamente di lei. È l’ultima che lo ha visto vivo; a Como in Prefettura. Chissà quanto altre cose sapeva e che si è portata via.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Un incidente particolare, quello che l’ha portata alla morte.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> È particolare, ma io non credo ci sia stato un intervento umano. Avrebbero dovuto fare tutto di corsa.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lei, quella sera, era già in pigiama. E Ina, che ha avuto rimorso tutta la vita, le ha detto <i>«Vada, per una volta si distenda, signora. Lei non fa mai niente. È un’uscita con la sua amica più cara …»</i>. Lei non voleva proprio andare.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Ma, i tre militari inglesi …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Uno era il fidanzato della sua amica, Isa De Marchi.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non penso sia stato un omicidio.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poi, per carità, se improvvisamente dovesse uscire fuori qualcuno che l’ha riconosciuta in quel bar e che ha fatto in modo che la barca affondasse …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Di sicuro lei aveva paura dell’acqua perché non sapeva nuotare. C’è stata una burrasca improvvisa e la barca si è spezzata.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Però lei non aveva acqua nei polmoni, quando fu ritrovata.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> No. Morì di infarto.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Lo choc termico, la paura …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Tu avevi solo sei anni, povera piccola. Immagino lo strazio …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> A me lo dissero dopo, quando venni a Roma. Lì per lì pensai che fosse in viaggio. Quando me lo dissero, accadde qualcosa di strano: quasi mi distaccai dall’idea di lei. Continuai a vederla lontana, con i suoi viaggi, la sua tristezza, in modo da esserne meno sconvolta possibile.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Sono reazioni psicologiche dovute allo choc. Paradossalmente più si ama qualcuno, più è possibile ci si rifugi nel distacco come elaborazione del lutto.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Avevo Ina accanto e rimasi nella mia sensazione di dolore ovattato. Il senso del distacco, forse, l’ho avuto quando lessi le loro lettere. Lì ebbi la percezione dei miei genitori come persone vive, colme di passione, di sentimenti, di amore.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> C’è una lettera in particolare che le è piaciuta?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Ho pensato molto a questa domanda che mi aveva preannunciato. Così sono andata a rivedere l’epistolario e ne ho scelte due, una di mamma e una di papà.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quella di papà mi piace perché è meravigliosamente naturale nell’espressione dei suoi sentimenti. Erano già sposati. Ecco, è questa qui. Evidentemente, aveva fatto qualcosa che non andava, perché si scusava tanto. A giudicare dal tono doveva averla combinata grossa. E devo dire che sono rimasta un po’ curiosa di sapere cosa fosse successo. Non ho mai trovato la precedente o la risposta.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> <i>«Ginetta cara, questi giorni sono stati tra i più brutti della mia vita. Ho veramente visto che cosa tu sia per me e, come sempre, io mi sia comportato da perfetto somaro. L’orgoglio è una bella e brutta cosa però bisogna avere il coraggio di capire i propri torti e di chiedere perdono di tutti i dispiaceri che si sono arrecati. La paura di perderti è più forte di qualsiasi orgoglio ed io spero soltanto che tu, amore mio, questa volta mi voglia per-donare. Questi giorni sono stati per me una dura lezione che mi è servita e mi servirà per l’avvenire a capire di più e a parlare di meno. Non mi negare di poterti dare questa ulteriore prova del mio affetto. Ti prego, Ginetta, sii generosa. Cerca di dimenticare quanto io sia stato villano e idiota per pensare solo a cosa saprò essere in avvenire per te».</i></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Meraviglioso un uomo che riesce a raggiungere questo risultato! Chiedere scusa e in un modo tanto romantico. Più unico che raro.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Assolutamente sì. Brava!</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Un uomo illuminato.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> È vero. Non è facile, per gli uomini, parlare con il cuore in mano.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ecco, questa è quella di mamma che è di tutt’altro tenore.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Raffaella È datata 2 febbraio 1938 ed è indirizzata a Rio de Janeiro, per cui si trattava dei giorni in cui suo padre aveva fatto la trasvolata in Sudamerica.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Sì</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> <i>«Caro Bruno, quanto mi hai scritto mi ha dato tanta felicità. Non posso rivederti di giorno quindi ti sogno sempre. Senti tesoro, perdonami se qualche volta ti ho annoiato, facendoti fare delle promesse assurde. Capisco benissimo che non devo spiegarti cose tanto belle e che ti danno tanta soddisfazione. Ho letto che avete avute accoglienze fantastiche e ne sono stata proprio tanto felice per quanto pensi con rammarico che ti sembrerà ben scialbo il mio ricordo in mezzo a tanti festeggiamenti. Cosa posso fare per rendermi degna delle cose meravigliose che fai tu? Non puoi immaginare la commozione che ho provata sentendo la tua voce per radio, è stata la sensazione più forte della mia vita; una cosa che non dimenticherò mai. Qui non si fa che parlare di voi e come puoi ben immaginare tutti gli amici sono entusiasti della vostra impresa. […] Vieni presto e ricordati che non c’è pae-se più bello del proprio e poi devo dirti tante cose»</i></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Sono lettere emozionanti.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Definiscono bene il loro rapporto: sempre solido anche nei momenti di tempesta.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Giusto. È un’arte quella di saper superare insieme la tempesta.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E come erano i suoi rapporti in famiglia? Tutti i Mussolini hanno vissuto molto uniti, condividendo spesso la stessa casa. Ci saranno sicuramente stati momenti di tempesta. Il sole tornava sempre a sorgere?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Io dei momenti di tempesta mi accorgevo poco, data l’età. Più che altro mi godevo l’allegria della famiglia. Soprattutto di nonno Benito. Quando stava con noi bambini rideva tanto e giocava. Era un nonno meraviglioso. Paradossalmente, mi ricordo più lui che mamma.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Era presente, dunque.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Era presente ed era buonissimo con tutti i nipoti, amava i bambini; con me in particolare. Mi ricordo che ci arrampicavamo su di lui in divisa perché aveva una cosa qui in testa che noi chiamavamo il campanello e, dunque, dovevamo andare a suonare il campanello. Poi mi ricordo quando a Villa Feltrinelli nascondeva in giardino le uova e noi lì a cercare …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Io ormai sono l’unica che se lo ricorda e che ha trascorso del tempo con lui.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Era un nonno affettuoso, gioviale. E amava molto mio padre. Viveva nel suo ricordo. Forse perché era più vicino a lui: intelligente, riflessivo e parimenti coraggioso.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Era quello destinato a tenere le sue redini, quanto meno morali, familiari.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Mi piace l’idea delle redini morali. Da quello che è emerso finora della figura di Bruno, non mi sembra, infatti, si possa parlare di suo sostituto.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> No, non sostituto nel vero senso del termine. Le redini morali, sì. A papà piaceva stare nell’ombra. Non avrebbe mai potuto essere come il nonno.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> E, poi, io credo che suo nonno sapesse benissimo che quello che aveva costruito era lui e lui solo. &nbsp;</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Certo, sì. Assolutamente.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> E sarebbe comunque finito con lui.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Magari sperava finisse diversamente. Contava molto su certi documenti …. È stato detto di tutto sull’esistenza o meno dei documenti nelle due valigette del Duce. Lei cosa pensa? Esistevano?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Ma certo che c’erano. C’erano eccome.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Ne parla Rachele, del resto, ne parla Romano. Ne han-no parlato persino i partigiani che li hanno visti …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Probabilmente da qualche parte ci sono ancora.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Gli inglesi li hanno cercati strenuamente per distruggerli.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Vero.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Che Churchill arrivi sul lago di Como nell’estate del ’45 sotto altro nome per dipingere gli acquerelli fa sorridere, diciamocelo.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Infatti. Aveva bisogno di dipingere gli acquarelli lì. No. È risaputo il motivo per cui si trovava da quelle parti.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Chi ce li avrà?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Eh, chi lo sa! Mia madre, sicuramente, sapeva qualcosa.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Concordo. È il motivo per cui io ancora immagino che possano averle fatto del male.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Io non penso. Però non lo so.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Ma non è che li hanno nascosti come segreto di Stato?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Il fatto è che lui aveva fatto parecchie copie, attraverso l’Istituto Luce.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Alcune copie totali, altre parziali. In giro ce n’erano parecchie. Di certo gli inglesi avevano il loro interesse ad eliminarle tutte, perché quello che aveva scritto Churchill era troppo imbarazzante.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Assolutamente.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Il doppio gioco fa parte della guerra all’inglese.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> E chissà dove sono questi documenti….</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Quanti storici si sono misurati con questo mistero! Renzo De Felice prima negò l’esistenza e poi disse …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Disse che esistevano. Disse anche di averne le prove.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Ed è morto purtroppo poco prima di rivelarle.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Sinceramente, non so. Potrà mai uscire davvero qualcosa? Sono passati tanti anni da non avere più testimoni del fatto, ma non abbastanza da avere il giusto distacco per valutare i documenti con obiettività. Magari si potrà far luce fra un centinaio di anni, quando la realtà non sarà più “arricchita” da mille invenzioni.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Però la curiosità resta alta, soprattutto per quella frase che suo nonno disse ai suoi carcerieri, nell’ultima ora di vita: <i>«Questi documenti valgono come una guerra vinta»</i>.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Sì assolutamente.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Pesavano al tavolo della pace e quindi li hanno fatti sparire. Pensate che coloro che li hanno trovati ce li abbiano ancora?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Non so. Non credo. Magari li hanno distrutti.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Ce li avrà Andreotti!</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Come le lettere restituite a Rachele.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[Ridiamo gaiamente per la battuta. Clima sereno, piacevole, confidenziale. C’è un’idea di “casa”, tra noi. Forse dipende da quel passato che sta riaffiorando dal fiume dell’intimità]</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Ci sono anche dei bauli nostri, lì.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> A Como?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> No, no, presso qualche dimenticata stanza ministeriale. Li abbiamo richiesti molte volte, ma non ce l’hanno mai restituiti. Al loro interno ci sono anche cose personali, che non hanno a che fare con lo Stato. Oggetti di nonna Rachele, lettere …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Lettere. Bene. Torniamo al mondo epistolare, allora. Qualche altro ricordo?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> A parte le lettere dei miei genitori, e una lettera di Romano che, quando eravamo ormai grandi, mi scrisse per dirmi che papà era il suo fratello preferito, che era giocoso, disponibile, che amava la musica come lui e che gli aveva insegnato parecchie cose, i miei ricordi hanno più a che fare con le cartoline. Di quelle ce ne scrivevamo molte. Mia nonna Rachele me ne mandò alcune. Successivamente, quando ci riunimmo tutti a Roma, non c’era bisogno di una comunicazione epistolare.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Andando più indietro nel tempo, posso far cenno alle mie letterine di Natale ai nonni. Scrivevo loro i miei pensieri, le mie speranze e le mie poesie. Amavo scrivere poesie. Anche quelle lettere sono qui, nel grande archivio di questa casa, perché i nonni le hanno conservate.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Quindi, nella vostra famiglia, esiste un vero e proprio culto di tenere, di conservare. Forse perché eravate stati privati di tanto, quasi tutto.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Sì, è una spiegazione plausibile. Ci siamo visti portare via così tanto che abbiamo tenuto stretto quel che è rimasto. Io, di sicuro, tengo tutto. Anche qui, nella casa. Ho trovato tutti questi libri dei miei nonni, ad esempio, ho trovato il certificato di laurea di mio nonno Guido. Tutte le cose che sono qui sono dei Ruberti, ovviamente, perché questa era la loro casa. Ho trovato anche libri di mamma da piccola, alle elementari, con su scritto: <i>“Questo è il mio libro e Orio”</i> &nbsp;- che era il fratello - &nbsp;<i>“non lo deve neanche guardare”</i>.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Come sempre accade.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Ogni tanto trovo qualcosa. Sono venuta a vivere qua dicendo: <i>“Riordinerò la biblioteca”</i>. Non ho ancora iniziato. Adesso lo sta facendo mia figlia, la più piccola, quando viene in Italia. Ha già riordinato tutta questa parte, classificando tutti i libri, mettendoli in ordine. Non li posso toccare perché se ne sposto uno … Quando ritornerà a Natale farà un altro pezzo. Abbiamo tantissimi volumi autografati da autori come Verga, Capuana, Corazzini … perché mio nonno stava alle Belle Arti, quindi ne ho trovati tantissimi. Ho una Divina Commedia meravigliosa, rilegata in pelle. La regalò Sapori ai miei genitori quando si sono sposati.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Oggetti inestimabili.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Sì, ma … a volte penso a cosa fare di tutto questo. Non parlo solo dei libri, ma dell’argenteria, dei servizi di piatti … Ho sei nipoti, ma vivono nel mondo di oggi. Non credo se ne faranno qualcosa. &nbsp;</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Questo è un pensiero che abbiamo tutti.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Ma voi siete giovani, io no.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Sai che c’è? Oggi i ragazzi apprezzano altre cose, vivono nel loro mondo ed è giusto così. Non leggono più i libri cartacei, ad esempio. Io non potrei farne a meno …</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Marina</b> Anche io ho il culto della pagina scritta. Mi piace leggere il “libro”.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Ecco. Allora leggili, goditeli.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Raffaella</b> Stesso dicasi per i servizi di piatti o l’argenteria. Dobbiamo vivere in mezzo alle cose che ci piacciono, senza pensare al “dopo”.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ilaria</b> Brava! E quando non ci saremo più … pace.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È ormai calata la sera. Il tempo dell’intervista è finito. Ma è stata davvero un’intervista? Ci appropinquiamo alla porta, perseverando nell’arte sottile del cicaleggio spensierato. Ho l’impressione di salutare un’amica.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Prima di salutarci ci mostra una splendida foto con dedica datata 9 aprile 1944: non è solo una foto che ritrae Benito Mussolini, è la foto di un nonno e la tenerezza che esprimono i suoi occhi nel guardarla mi commuove. Non si smette mai di essere bambini, quando si cammina sui sentieri dell’anima.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>«Quando vengono estranei, solitamente, la nascondo»</i> ci confida. Mi tornano alla mente i suoi ricordi di bambina, quello che ha sofferto nel portare il suo cognome. Tuttavia penso anche alla sua forza. Si percepisce persino sui bordi sfumati della sua gentilezza, della sua naturale riservatezza, si percepisce negli spazi interiori che lei stessa, a volte, dimentica di avere.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Marina Mussolini è una donna leggiadra, che dal padre ha preso il carattere, gli occhi, i capelli, e dalla madre la bellezza raffinata, l’eleganza dei movimenti; una donna che ha la cultura e la passione per le arti di nonno Guido e nonna Maria Teresa. Ma è anche una donna che da nonno Benito e nonna Rachele ha preso quella titanica forza d’animo che l’ha sostenuta sempre, anche di fronte al più becero dileggio dei bambini a scuola, anche di fronte all’ottuso ostracismo degli adulti, anche quando pensava di non farcela.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lei è una donna serena, oggi. Si è sposata con un uomo che ha amato molto e che l’ha amata molto e ha splendidi figli: il suo filo diretto con un futuro che affonda le radici nel passato.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tutto questo può arrivare solo dalla roccia interiore che appartiene al suo sangue.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© Raffaella Bonsignori</b></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[dal libro <i>Scripta manent. Storie di mittenti e destinatari</i>, Quaderno di Critica e Cultura, Amazon, 2022, pp. 37 ss.]</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© Foto per gentile concessione della signora Marina Mussolini</b></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Per approfondire</b></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Partendo dall’epistolario di Bruno e Gina, lo storico Roberto Festorazzi ha scritto un magnifico libro, che ripercorre la loro storia d’amore e che consiglio a tutti di leggere, perché Festorazzi ha il dono di abbinare il rigore storico ad una capacità di narrare che cattura il cuore, oltre che la mente.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Roberto Festorazzi</b>, <i>Bruno e Gina. Un amore del Ventennio</i>, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 2007</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per conoscere Bruno dalle parole del padre, poi, il mio consiglio è di leggere anche questo commovente libro:</span><br></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Benito Mussolini</b>, <i>Parlo con Bruno</i>, Edizioni FPE, Milano, 1966 (ma esistono edizioni più recenti e facilmente reperibili).</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 08 Dec 2022 16:47:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le insicurezza di un genio]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000010B"><div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Stimato Herr Professor,</span></i></div>

<div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">la prego di perdonare un padre tanto audace da rivolgersi a
lei, stimato Herr Professor, nell’interesse di suo figlio.</span></i></div>

<div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Comincerò col dirle che mio figlio ha ventidue anni, che ha
studiato al Politecnico di Zurigo per quattro anni e che ha superato
brillantemente gli esami di matematica e fisica la scorsa estate. Dopo di
allora ha tentato senza successo di ottenere un incarico di assistente, che gli
consentirebbe di proseguire gli studi di fisica teorica e sperimentale. Tutti
coloro che si trovano in una posizio­ne tale da poter esprimere giudizi al
riguardo, lodano il suo ta­lento; in ogni caso posso assicurare che è straordinariamente
studioso e diligente e che si applica con grande passione alla sua scienza.</span></i></div>

<div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Mio figlio è pertanto profondamente infelice per non aver
potuto accedere ad un simile incarico, e l’idea di non poter proseguire la sua
carriera e di averne ormai perso ogni opportunità si rafforza in lui ogni
giorno di più. Inoltre è afflitto dall’idea di essere di peso a noi, gente di
modesta condizione.</span></i></div>

<div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Poiché è lei, stimatissimo Herr Professor, che mio figlio
sembra ammirare e stimare più di ogni altro studioso oggi attivo nel</span></i></div>

<div><i><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span><span class="fs11lh1-5 ff1">campo della fisica, è
a lei che mi sono preso la libertà di rivolger­mi con l’umile richiesta di
leggere il suo articolo pubblicato sugli “Annalen der Physik” e di scrivergli,
se possibile, qualche parola di incoraggiamento, affinché possa ritrovare la
gioia di vivere e dedicarsi al suo lavoro.</span></i></div>

<div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Se, inoltre, potesse procurargli un incarico di assistente
per que­sto periodo o per il prossimo autunno, le sarei infinitamente gra­to.</span></i></div>

<div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">La prego ancora di scusarmi per l’impudenza con la quale le
scri­vo e mi prendo inoltre la libertà di dirle che mio figlio non sa nul­la di
questa mia inusuale iniziativa.</span></i></div>

<div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Con i sensi, stimatissimo Herr Professor, della più alta
conside­razione, il suo devoto</span></i></div>

<div class="imTARight"><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Hermann Einstein</span></i></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Questa lettera, indirizzata al Prof. Wilhelm Ostwald
dell’Università di Lipsia, è datata 13 aprile 1901 ed è stata scritta dal padre
di uno dei più grandi geni della fisica mai esistiti, Albert Einstein. Sarà si­curamente
consolatorio per molti sapere che persino Einstein ha trovato difficoltà di inserimento
nel mondo accademico. Forse vale anche in questo caso il vecchio adagio
popolare che vuole tutto il mondo un paese; un paese in cui, spesso, più del
merito valgono conoscenze e raccomandazioni, idee politiche o una mediocrità
tale da non mettere in difficoltà i più alti in grado.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">È una lettera che appartiene alla prima fase della vita di
Einstein, una fase in perenne bilico sul ciglio della crisi esistenziale. La ca­ratteristica
che lo contraddistingue fin dalla nascita, infatti, è quel­la di vivere in un
suo mondo, spesso estraneo a quello che noi tutti percepiamo.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Nasce ad Ulm, quel genio spettinato e irriverente. Il 14
marzo 1879, due anni prima della sua unica sorella, Maja.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Il padre, Hermann, è un uomo affascinato dalla scienza e
dalla tec­nica e avrebbe voluto intraprendere studi matematici o ingegneri­stici,
seguendo la via di suo fratello maggiore, ingegnere, che tanto insegnerà al
piccolo Albert. Tuttavia, l’esigenza di lavorare lo tiene lontano dagli studi e
si dedica al commercio, aprendo un negozio di materiali elettrici, prima ad Ulm
e poi a Monaco, dove tutta la famiglia si trasferisce nel 1879.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Hermann manterrà sempre quell’impostazione pragmatica e
anali­tica che gli deriva dalla predisposizione alla matematica e all’inge­gneria,
ma non si pensi a lui come ad un uomo perso in un mondo di numeri. Ama la
poesia e la buona birra, la vita all’aperto e lo sport.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">La madre, Pauline Koch, invece, vive in un mondo di arte:
pianista e letterata, conduce Albert per mano verso la fantasia, la creatività,
facendogli prendere quelle lezioni di violino che, a tredici anni, lo
porteranno nel mondo di Mozart. Da allora la musica non uscirà più dalla sua
vita. Ed è, forse, la fusione tra l’insegnamento pater­no e quello materno, ad
aver concesso alla genialità di Albert di emergere, perché la genialità non
coincide mai con la mera bravu­ra, bensì comporta una visione più ampia di ogni
problematica, una valutazione a tutto tondo, un’interpretazione ed elaborazione
in base alla sensibilità personale. E la sensibilità più è ampia, più è capace
di volare in alto.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Sappiamo poco dell’infanzia di Albert. È sempre stato restio
a rac­contarla. A volte si fregiava di non essere in grado di descriverla, di
non conoscerla abbastanza: </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">«I fatti più significativi e determinan­ti della
vita di un uomo gli sono molto spesso ignoti. […] Che ne sa il pesce del mare
in cui passa tutta la vita?»</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">. Altre volte affer­mava di non ricordarla
affatto, dovendo usare la memoria per cose più importanti.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Invero, la sua infanzia non è stata diversa da quella di
molti altri bambini, se non fosse per la sua resistenza a parlare, evento che
accadde a quattro anni.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">È noto l’atteggiamento di alcuni biografi mirato a
“normalizzare” Einstein, focalizzando l’attenzione su questa sua “défaillance”
in­fantile, o sulla sua presunta dislessia, che, accanto a Leonardo da Vinci,
gli valse la menzione nell’elenco dislessici famosi di un’Associazione
statunitense, sul suo rendimento scolastico, in al­cuni casi giudicato mediocre
dai suoi insegnanti del ginnasio, in una scuola che lui ha odiato tantissimo,
improntata su autorità e disciplina. Ma un fatto</span><span class="fs11lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5 ff1">- affermava Luigi Pirandello -</span><span class="fs11lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5 ff1">è come un sacco: vuoto non sta in piedi.
Bisogna riempirlo di tutte le ragioni che lo hanno determinato. Ebbene, Einstein
è sin da piccolo dotato di un’eccezionale capacità di concentrarsi, anzi di
un’eccezionale necessità di concentrarsi, riordinando i molti pensieri che si
acca­vallano nella sua mente. Questo lo rende un po’ introverso, forse incline
ad una serietà che viene scambiata per tristezza. La sua go­vernante lo chiama </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Vater
Langweile</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1"> (Papà Tristezza). Niente di più errato. Sarebbe stato sicuramente
più idoneo Papà Concentra­zione, Papà Impegno, Papà Attenzione, Papà Creazione.
Anche nei suoi giochi predilige sfide dove pazienza e capacità di analisi siano
prevalenti.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Le cose non cambiano di molto da adulto. Mantiene difficoltà
ad esprimersi. Parla molto lentamente, ad esempio, quasi soppesando i pensieri.
Inoltre ripete le parole pronunciate a bassa voce: una sorta di tic verbale,
che, probabilmente, altro non è se non un modo per dialogare con se stesso,
rielaborando i pensieri, fissan­doli nella mente.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">La matematica è il suo linguaggio preferito, forse perché si
muove in un mondo ordinato. Sin da adolescente i numeri gli parlano. Lo zio
ingegnere ne rende testimonianza, parlando con un suo amico, il quale così
riferisce ad Albert parte di quel dialogo: </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">«Tuo zio mi aveva raccontato le
difficoltà incontrate con i calcoli per una macchina che doveva costruire. Poi,
qualche giorno dopo, stupe­fatto mi disse: mio nipote è fantastico. Io e
l’altro ingegnere sia­mo impazziti per giorni interi, e invece questo ragazzino
ha risol­to l’intero problema in meno di un quarto d’ora. Sentiremo parla­re di
lui»</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">La sua curiosità lo porta ad osservare il mondo con occhi
attenti. Nel suo abbozzo di autobiografia, parlando della prima volta che vide
una bussola, intorno ai quattro anni, racconta: </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">«Mi ricordo ancora</span><span class="fs11lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5 ff1">- o almeno credo di ricordarmi -</span><span class="fs11lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5 ff1">che quell’esperienza produsse su di me
un’impressione profonda e duratura. Doveva esserci qualcosa nascosto dietro
l’aspetto materiale degli ogget­ti»</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Dai cinque ai dieci anni, insieme alla sorellina, Albert
viene iscritto in una scuola cattolica. Non che mancassero ottime scuole ebrai­che,
a Monaco. I genitori di Albert, però, non erano stretti prati­canti di nessuna
Fede in particolare, e lo stesso Albert avrà un ap­proccio non convenzionale
alla religione e chiamerà Herr Gott (Pa­dreterno) l’universo fisico e le sue
leggi. Il suo rendimento scolasti­co è più che soddisfacente: sempre il primo
della classe.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">A dieci anni e mezzo, però, incontra il muro della rigida
educazio­ne ginnasiale del Luitpold Gymnasium. Un ambiente che ha qual­cosa di
soffocante per la sua natura libera e che lo fa diventare ri­belle. Spesso la
sua intelligenza superlativa, la sua cultura extra­scolastica, che ha sempre
coltivato, nonché il suo carattere metto­no in difficoltà gli stessi
professori. Nasce così la favola di un Ein­stein dal percorso di studi stentato.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Compiuti i quindici anni viene cacciato dal Luitpold. Il
preside, che, con grande “acume” e altrettanto grande “lungimiranza”, ave­va
sin dall’inizio detto di Einstein che non avrebbe mai fatto nulla di buono,
così giustifica la sua decisione:</span><i><span class="fs11lh1-5 ff1"> «A mio avviso, con la sua sola presenza,
lei rende indisciplinata la classe»</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">. Le teste vuo­te tendono istintivamente
ad allontanare quelle pensanti. Quell’istituto gli reca così tanta nausea che
Albert si allontana psi­cologicamente anche dalla Nazione natia. Vuole a tutti
i costi ri­nunciare alla cittadinanza tedesca per conseguire quella svizzera e
il padre lo asseconda.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Nel pieno dell’adolescenza, dunque, con un bagaglio di
conoscenze più che universitario pur senza il diploma di licenza liceale, Ein­stein
si reca al Politecnico di Zurigo per un esame di ammissione che richiedeva
l’età di diciotto anni e il diploma. Viene bocciato in lingue straniere e
scienze naturali. Einstein non avrà mai nulla a che dire sulla sua iniziale
mancata ammissione: semplicemente ammetterà di non essersi prepa­rato
abbastanza.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Le sue enormi potenzialità, tuttavia, non sfuggono al
direttore del Politecnico, Prof. Albin Herzog, il quale manda Einstein a
termina­re gli studi liceali presso la scuola cantonale di Aarau. Dire che il
giovane, irrequieto Albert trovi in quella scuola il suo ambiente ideale è
poco. Il direttore, Jost Winteler, diviene per lui un secon­do padre. Sua
sorella Maja sposerà uno dei suoi figli.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Nel 1896 consegue la maturità e viene finalmente ammesso al
Po­litecnico di Zurigo, ove, tuttavia, non trova stimoli sufficienti: la sua
mente corre troppo per quei programmi, per quegli insegna­menti.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Abbandonata l’idea di diventare ingegnere, come avrebbe
voluto il padre, si dedica alla Fisica. Gli ultimi due anni sono caratterizzati
da una spasmodica ricerca di lavoro, stante anche l’infermità del padre, che
non guarirà più.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Nel 1900 consegue la laurea in Fisica. Un anno prima di
Mileva Marić, che diverrà una presenza fondamentale nella vita di Albert.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">A quel tempo, ai migliori laureati del Politecnico veniva
garantito un posto come insegnanti, di scuola o di università. Tra i laureati
del suo corso, Kollros era stato scelto dal Prof. Hurwitz, Grossmann da Fidler
e Herat da Rudio. A lui, purtroppo, era toccato interfac­ciarsi con il Prof.
Weber. Scrive Einstein, demoralizzato: </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">«Già da tempo avrei avuto un posto da
assistente se Weber non mi fosse contro»</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">. Autoritario, arcigno, gretto
Weber, attaccato irrimediabil­mente alla fisica accademica, la fisica del passato,
e sordo alle sol­lecitazioni di Einstein in merito alle onde elettromagnetiche
et similia; sordo alle sue infinite domande, alla sua esplosione di curiosità
speculativa, che rappresenta il primo passo verso la scoperta: </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">«Il rispetto
acritico è il peggior nemico della verità»</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">, usa ripetere Albert.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Un grande fisico contemporaneo, il premio Nobel Kip Thorne,
nel suo magnifico libro </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Buchi neri e salti temporali</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">, così descrive la
“distrazione” e la “svogliatezza” che veniva rimproverata ad Ein­stein: </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">«Einstein
non era pigro. Era solo selettivo. Assorbiva a fondo alcune parti del
programma, altre le ignorava, preferendo dedicare il tempo a studiare e pensare
per conto suo. Pensare era divertente, piacevole e soddisfacente; da solo
poteva imparare la </span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">nuova </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">fisica, quella che Heinrich Weber ometteva ad
ogni sua le­zione»</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">I soldi scarseggiano. Resta disoccupato per otto mesi, dopo
la lau­rea. Il Prof. Wolfer, direttore dell’Osservatorio Federale, gli offre
una modesta collaborazione a tempo determinato, ma il sogno di Einstein è di
interessare il Prof. Otswald, docente di chimica fisica all’università di
Lipsia, al suo saggio sulla capillarità.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Nel 1901 diventa cittadino svizzero. Ed è lo stesso anno in
cui Her­mann Einstein scrive al Prof. Ostwald.</span></div>

<div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Herr Professor</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Gli scrive poco tempo prima di morire. Un ultimo gesto di
affetto e di apprezzamento per quel figlio geniale, libero e un po’ ribelle,
che imprimerà il suo nome nella storia.</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Albert Einstein, dunque, ebbe bisogno di aiuto nella sua
carriera accademica. Persone di minore valore occupavano posti in cui lui
avrebbe fatto la differenza. L’alterigia di un docente di Fisica timo­roso
dell’evoluzione del pensiero, che in sé rappresenta una </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">con­tradictio in
terminis</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">, ha disseminato ostacoli sulla sua strada. Il resto della sua vita
la conosciamo tutti e tutti conosciamo le ulte­riori difficoltà che fu chiamato
a superare, soprattutto lavorative. Quella lettera, però, resta ancora oggi
un’icona della mancanza di meritocrazia in certi ambienti universitari (e non
solo).</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></div>

<div><b><span class="fs11lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">[</span><span class="fs11lh1-5">dal libro </span><i><span class="fs11lh1-5">Scripta manent. Storie di
mittenti e destinatari</span></i><span class="fs11lh1-5">, dicembre 2022]</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></div>

<div><b><span class="fs11lh1-5 ff1">Per approfondire</span><span class="fs11lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></b></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Jeremy Bernstein</span><span class="fs11lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">L’uomo senza frontiere. Vita e scoperte di Albert
Einstein</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">, Il Saggiatore, Milano, 2000</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Leopold
Infeld</span><span class="fs11lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Albert
Einstein</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">, Einaudi, Torino, 1952</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Charles-Noel Martin</span><span class="fs11lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Vita di Einstein</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">, Editori Riuniti, Roma, 1983</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Dennis Overbye</span><span class="fs11lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Einstein innamorato. La vita di un genio tra sco­perte
scientifiche e passione romantica</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">, Bompiani, Milano, 2000</span></div>

<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Kip Thorne</span><span class="fs11lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Buchi neri e salti temporali</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">, Castelvecchi, Roma,
2013</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 07 Dec 2022 23:47:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[La verità della passione e la verità dei fatti]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000010A"><div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Cara dottoressa,</span></i></div> &nbsp;<div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">mi dispiace sentire che Lei si consuma di nostalgia per J. proprio ora che i miei rapporti con lui sono particolarmente tesi e sono ormai quasi convinto che egli non meriti il grande interesse che avevo riposto in lui. Ho l’impressione che a breve egli distruggerà l’opera che abbiamo faticosamente costruito, senza riuscire lui stesso a fare qualcosa di meglio.</span><span class="fs11lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5 ff1">Prescindendo del tutto dalle divergenze nell’ambito scientifico, il suo comportamento personale merita un giudizio severo. Ma probabilmente io lo accuso invano davanti a Lei. Mi permetta invece di sottolineare l’unica cosa che vedo con chiarezza e che mi giunge più gradita. Mi sembra di ca­pire che Lei stia concentrando le Sue forze, e tutto a vantaggio del bambino. Questa è la strada giusta. Spero che questa colloca­zione della libido La renda più felice delle precedenti. Le sarà an­che più facile di ora accontentarsi di un solo uomo. Io credo che Lei ami ancora tanto il Dr. J. perché non ha portato alla luce l’odio che gli si addice. All’inizio della nostra corrispondenza, quando dovetti prendere partito, sembrava che ciò potesse acca­dere. Mi rallegro almeno di non aver la minima responsabilità delle sue imprese, sia sul piano personale che su quello scientifico. Mi informi della nascita del bambino, affinché io possa inviarLe i miei auguri più sinceri.</span></i></div> &nbsp;<div class="imTARight"><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Suo devotissimo Freud</span></i></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Questa lettera parte da Vienna l’8 maggio 1913 ed è firmata dal padre della psicanalisi. La donna cui è diretta si chiama Sabina Spielrein ed è la protagonista di una delle più illustri passioni transferali della storia della psicanalisi.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">È il 1904 quando la diciannovenne Sabina arriva a Zurigo dalla na­tia Russia per essere ricoverata presso la clinica Burghölzli, affetta da psicosi isterica, almeno questa è la diagnosi del trentenne e af­fascinante psichiatra Carl Gustav Jung che la prende in cura. Il primo trattamento dura dieci mesi; seguono sedute di psicanalisi freudiana per i quattro anni successivi, durante i quali Sabina e Carl Gustav cadono vittime di transfert e contro-transfert e intrec­ciano una relazione molto passionale.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Jung è sposato da un anno, quando incontra Sabina, ed è padre da pochi mesi. Più la storia di Sabina va avanti più la sua vita si com­plica. Da un lato vuole essere il medico brillante, il marito irre­prensibile e il padre integerrimo, dall’altro supera in volata il con­fine tra psicanalista e paziente e scrive a Sabina parole che vagheggiano un amore senza impegno, così da poter tenere un piede su entrambe le staffe sentimentali della sua vita. Pensare al narcisi­smo sembra davvero poco.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Il 4 dicembre 1908 le scrive le seguenti infuocate parole:</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs11lh1-5 ff1">«Per mia disgrazia non posso fare a meno, nella vita, della felici­tà, dell’amore, dell’amore impetuoso, estremamente mutevole. […] Io cerco la persona che sia capace d’amare l’altro senza per questo punirlo, senza renderlo prigioniero o dissanguarlo; cerco questa persona del futuro che sappia realizzare un amore indi­pendente da vantaggi o svantaggi sociali, affinché l’amore sia sempre fine a se stesso e non solo il mezzo in vista di uno scopo</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">».</span><i></i></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Il gioco è quello dello yo-yo: si fa avanti, supera il confine del cor­retto rapporto con la paziente, poi torna indietro, si difende oltre il muro della vita familiare, poi torna ancora verso Sabina. È un gio­co che genera dipendenza, soprattutto in chi si pone da paziente, da discente, nel tipico rapporto di sudditanza che la terapia psica­nalitica crea.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Jung, desideroso di parlare di lei, ma timoroso nel farlo, scrive a Freud, anche se evita di fare il nome della ragazza e, soprattutto, evita di toccare altro argomento che non sia la terapia praticata. Poco tempo dopo, però, il tono delle lettere tra Jung e Freud si modifica, si fa più confidenziale, e, sempre senza parlare di Sabina, Jung racconta di una paziente che lo sta mettendo in imbarazzo perché vorrebbe un figlio da lui. Non spiega certo da quale suo comportamento sia nata questa idea, che presuppone una profon­da intimità ed un altrettanto profondo sentimento. È il 7 marzo 1909. Nella lettera sposta su di lei ogni responsabilità; su di lei e sul demone della passione, nonché sul proprio eccesso di sensibili­tà e sulle </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">«componenti poligame»</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">, che, forse, lo hanno spinto in­genuamente ad essere frainteso, così dice. Insomma, tutti colpevo­li tranne lui.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Venti giorni dopo la lettera di Jung, Freud ne riceve un’altra, total­mente inaspettata, da parte di Sabina: con lo slancio proprio del suo carattere e la dedizione alla verità, che distinguerà sempre la sua vita</span><span class="fs11lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5 ff1">- fedele, forse, al significato del suo cognome, </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">spiel rein</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1"> (gioco pulito) -,</span><span class="fs11lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5 ff1">Sabina gli chiede un appuntamento per parlargli di cose importanti. Freud scrive a Jung, trasmettendogli la lettera di Sabina. È una sua paziente? Sa qualcosa di ciò che vuole dirgli? Jung è perso. Il suo castello di menzogne e di autoindulgenza sta crollando. Un paio di mesi dopo confessa a Freud la relazione ami­cale, e forse non solo amicale, con la Spielrein, continuando, però, a gettare la colpa su di lei, al punto che Freud gli risponde confer­mando la natura insidiosa delle donne, capaci di stimolare, nell’uomo, arabeschi psichici inimmaginabili, tali da farli vacillare.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Nel frattempo, tra il 1906 e il 1911, Sabina, ancora in terapia psi­canalitica, ma fondamentalmente guarita, decide di intraprendere gli studi di medicina per poi dedicarsi alla psichiatria e discute una tesi sull’isteria proprio con Jung. È in lotta con se stessa: da un lato c’è la sua immensa e generosissima capacità di amare e, dall’altro, la consapevolezza che dimenticare Jung, “ucciderlo” in senso psicanalitico, è la sua unica chance di vita. Lei non vuole am­muffire in un amore corrisposto solo a metà; vuole sposarsi, vuole dei figli. Ama immensamente i bambini. Forse è un correttivo per quell’infanzia che le è stata negata da una famiglia rigida e sco­stante.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Nel 1911 Jung intreccia una relazione amorosa con un’altra sua paziente, Toni Wolff, che diventerà la sua “amante ufficiale”, rico­nosciuta anche dalla moglie. In qualche modo realizza quel libero amore teorizzato da Otto Gross, che aveva sempre incuriosito Jung. Nel bellissimo film di Roberto Faenza, </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Prendimi l’anima</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">, il desiderio di Jung di vivere la poligamia, per esigenze cinematogra­fiche, viene proiettato solo su Sabina, alla quale lui chiede di di­ventare amica della moglie. Un film da non perdere e da vedere più volte. Poetico sotto tutti i profili: registico, attoriale, scenografico, fotografico.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Torniamo a Sabina. Anche lei inizia una corrispondenza serrata con Freud, sia per ragioni professionali, sia per un parere paterno sui suoi affari di cuore. Mentre la loro amicizia si intensifica, i rap­porti tra Freud e Jung si incrinano irrimediabilmente. Il perché non è dato sapere: conflitto professionale, conflitto personale, for­se persino conflitto religioso. Freud insisterà molto, nelle sue suc­cessive lettere indirizzate a Sabina, nel dipingere Jung come un in­dividuo da allontanare. Il suo astio emerge con chiarezza nella let­tera riportata all’inizio di questo breve articolo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Di sicuro, nei loro scambi epistolari Sabina non cessa di palesare amore per Jung, anche se, intorno al 1912, si sposa con il Dott. Pa­wel Scheftel e, nel 1913, ha la sua prima figlia, Renata. Due anni dopo il marito si trasferisce nella natia Russia, mentre Sabina resta ancora in Europa. Sappiamo poco dei suoi spostamenti, ma la ri­troviamo più volte a Vienna e a Zurigo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Dal 1917 lei e Jung torna­no a scriversi, ma sono lettere prevalentemente professionali. Lei traduce in russo un suo libro, cosa che produrrà una reazione for­temente ingelosita di Freud. In qualche modo non cessa d’amarlo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Il 9 febbraio 1923 Sabina decide di raggiungere il marito in Russia, nel frattempo diventata Unione Sovietica sotto Stalin. Nasce la loro seconda figlia, Eva. Il nome evoca nuovi inizi, ma il suo Paese, stretto nella morsa di una delle più crudeli dittature di ogni tempo, è più un luogo dove si realizzano capitoli finali.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Trascorre qualche anno a Mosca, dove apre un “asilo bianco”, aiu­tando tantissimi bambini a superare i loro blocchi psicologici. Ov­viamente, tanta luminosa attenzione per gli esseri umani non può piacere al regime. Stalin, quindi, fa chiudere il suo asilo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Sabina torna nella città natale, Rostov, ed inizia ad esercitare la professione di psicanalista, ma l’ombra dello stalinismo si allun­gherà anche sulla sua professione. Nei dieci anni seguenti, la vita diventa sempre più difficile. Nel 1936 la psicanalisi viene vietata e, tra il 1935 e il 1938, le purghe staliniane entrano nella sua famiglia pre­potentemente e si prendono la vita dei suoi tre fratelli, del padre e del marito.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">L’invasione della Polonia è alle porte e così la guerra che si porterà dietro.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Nel 1941, conclusasi miseramente l’alleanza russo-tedesca, la Ger­mania aveva iniziato una campagna bellica in territorio sovietico. La cosiddetta Operazione Barbarossa. Durante l’invasione di Ro­stov, Sabina e le sue figlie si rifugiano nella sinagoga insieme ad al­tri ebrei, ma non c’è Casa di Fede che possa fermare i nazisti. L’azione è atroce e nel film di Faenza trova una descrizione epica e toccante. Entrano armi in pugno. Chiudono le porte dietro le loro spalle. Negli occhi dei prigionieri c’è solo l’immagine della morte imminente e quegli occhi, gli occhi di tutti coloro che si sono rifu­giati in sinagoga, si chiudono sul rumore dei mitra che falciano le loro vite.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Sabina Spielrein avrà per sempre cinquantasei anni, sua figlia Re­nata ventotto e sua figlia Eva 18. La loro storia finisce qui.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><b><span class="fs11lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">[</span><span class="fs11lh1-5">dal libro </span><i><span class="fs11lh1-5">Scripta manent. Storie di mittenti e destinatari</span></i><span class="fs11lh1-5">, dicembre 2022]</span><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div><b><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div><b><span class="fs11lh1-5 ff1">Per approfondire</span></b><b></b></div> &nbsp;<div><b><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 ff1">Aldo Carotenuto</span><span class="fs11lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs11lh1-5 ff1">Diario di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Jung e Freud</span></i><span class="fs11lh1-5 ff1">, Astrolabio, Roma, 1999</span></div><div><div>

</div><div><span class="fs11lh1-5 ff2">Nicolle Kress-Rosen</span><span class="fs11lh1-5 ff2">, </span><i><span class="fs11lh1-5 ff2">La passione di Sabina. Freud, Jung e Sa­bina Spielrein</span></i><span class="fs11lh1-5 ff2">,
La Tartaruga Ed., Milano, 1997</span></div><div>

</div>

<br clear="all"><span class="fs11lh1-5 ff2"></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 07 Dec 2022 23:33:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Corona inglese, teatro vivente. La scomparsa di Elisabetta II]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altro"><![CDATA[Altro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000107"><div>La scomparsa della Regina Elisabetta II ha mosso un turbinio di articoli, commenti e messaggi. Non dipende soltanto dai suoi settant’anni di regno, record assoluto, o da come li ha vissuti, sempre accompagnata dalla sua personalità inscalfibile, dalla sua serietà politica e da una naturale, spontanea regalità; dipende soprattutto dall’appartenenza alla Corona inglese, che possiede una sua indiscussa e intrigante teatralità. A chiunque abbia l’anima da bardo piace sedersi accanto al fuoco ad ascoltare storie di re e di regine. E le storie della Corona inglese non deludono mai: meriterebbero sempre palcoscenici, abiti di scena e voci permeabili alla loro intensità. Il dramma le impregna anche quando nascono commedia. È tutto così meravigliosamente melodrammatico, nei castelli britannici! Perdura nei secoli un’aura vagamente shakespeariana che mostra tutti loro come dèi umanizzati: da un lato rivestono un ruolo politico, chi più chi meno, e, dall’altro aleggiano nelle loro dimore, tra opere d’arte e gioielli inestimabili, e si muovono in un mondo fatto anche di intrighi, di ombre, di amori non sempre forieri di gioie coniugali. Sono personaggi amabilmente imperfetti all’interno di una perfetta pagina di letteratura.</div><div>Lasciando da parte la vita di Elisabetta II, dei suoi figli e dei suoi nipoti, di cui hanno parlato e continuano a parlare in tanti, preferisco ricordare un episodio della sua infanzia, quando non era ancora Regina, perché ben descrive la sua personalità attraverso “la battuta perfetta”, a proposito di teatro; una battuta che, caratterialmente, la colloca all’interno del suo passato, tra le sue radici, alcune vicine alla sua anima, altre lontane anni luce da essa, tutte, comunque, intessute di drammi e passioni, di affascinanti storie da palcoscenico.</div><div>Correva l’anno 1936. Morto nonno Giorgio V, il trono era andato al fratello più grande di suo padre, lo zio Edoardo VIII, familiarmente chiamato David, il quale, però, si era perdutamente innamorato di un’attrice americana con due divorzi alle spalle, tale Wallies Warfield, nota con il cognome del secondo marito, Simpson. Inutile dire che vigeva un divieto assoluto di sposarla e renderla Regina consorte. Fu così che Edoardo VIII, sul finire dello stesso anno della sua incoronazione, pur di vivere pienamente il suo amore con questa donna bruttina, a dirla tutta, ma dagli occhi di un blu intenso e dalla personalità titanica, decise di abdicare (e poi diciamo che gli inglesi non sanno essere romantici!) e lo scettro passò al secondogenito, salito al trono come Giorgio VI, il padre di Elisabetta per l’appunto, uomo di pregio, di educazione militare e di lodevole modestia. Il giorno dell’abdicazione del fratello confidò a lord Mountbatten: «Io non avrei mai voluto che questo accadesse. Sono del tutto impreparato. David si era allenato per tutta la vita. Io non ho mai nemmeno visto un documento di Stato. Sono solo un ufficiale di marina». In realtà, nel corso della sua breve vita, si trovò a fronteggiare un momento storico altamente drammatico, sfociato nella Seconda Guerra Mondiale, e lo fece in modo ammirevole, accanto alla sua Regina consorte Elisabetta di Bowes-Lyon, a tutti nota come Regina madre.</div><span class="fs12lh1-5">L’innamorato Edoardo, col “solo” titolo di duca e il “solo” conseguente vitalizio, sposò la sua Wally in Francia, nel castello di Candé, dove lei sfoggiò un abito dello stesso colore dei suoi occhi, colore che in Francia venne da quel momento definito “bleu Wallis”, e trascorse tutta la vita con lei.</span><br><div>Ebbene, un giorno di quel 1936 Wally vide Elisabetta e la salutò con il nomignolo che le era stato dato in famiglia, Lilibeth. Elisabetta, dall’alto dei suoi dieci anni, la guardò con serietà e le disse: «Per lei, signora, io non sono Lilibeth; sono la Principessa Elisabetta». Neanche Shakespeare avrebbe potuto scrivere parole di tanto effetto.</div><div>Tutta il nonno, verrebbe da dire.</div><div>Giorgio V, infatti, era un uomo di grande carattere e serietà, che affrontò con coraggio la Prima Guerra Mondiale, recandosi spesso sulle linee di guerra e non impedendo ai suoi stessi figli di parteciparvi. Fu lui che cambiò il nome della stirpe reale in Windsor, abbandonando quel Sassonia-Coburgo-Gotha che testimoniava il legame di sangue con la Germania nemica. Dopo la parentesi un po’ gaudente di suo padre Edoardo VII, Giorgio V riportò il regno, per quanto possibile, al rigore vittoriano. Eh, sì, perché la regina Vittoria era la nonna di Giorgio V, ossia la trisnonna di Elisabetta. Vittoria fu una regina tra le più famose della storia britannica. Un sublime personaggio teatrale. Dopo un’adolescenziale simpatia per il suo Primo Ministro, trovò nel cugino sassone Alberto la sua anima gemella, al punto da trasformarlo in un “re senza corona”, demandando a lui le incombenze politiche in modo da potersi dedicare pienamente a crescere i loro nove figli. Il suo amato Alberto, però, morì giovane e Vittoria avvolse se stessa in un lutto sconsolato, che alcuni percepirono come il segno di un’iniziale follia, simile a quella di suo nonno Giorgio III, “Mad George” per intenderci. Niente follia, ovviamente; solo dolore, superato il quale Vittoria regnò con mano salda, tratteggiando con rigore, moralità e sobria eleganza la società del suo tempo, seppur sempre caratterizzata da un considerevole iato tra il popolo e l’aristocrazia.</div><div>In realtà, il nonno di Elisabetta, Giorgio V, non era designato a diventare re, in quanto secondogenito di Edoardo VII, ma il regno gli giunse a causa delle vicende che avvolsero la vita del primogenito, Alberto Vittorio, duca di Clarence. Vicende anche un poco oscure, stando ad alcune fonti. Il fratello del nonno di Elisabetta, infatti, sembra fosse dedito ad una vita un po’ piccante e che avesse anche frequentato qualche prostituta di White Chapel. Tutto ciò prima di innamorarsi, ricambiato, della bella Elena di Orleans, che avrebbe voluto sposare. La fanciulla, tuttavia, era cattolica e, pur con il cuore a pezzi, Alberto si fidanzò con la protestante Maria di Teck. Poco dopo, però, si ammalò gravemente. Di cosa? Manifestava turbe psichiche e accessi d’ira. Anche in questo caso si pensò alla tara ereditaria di Giorgio III, ma non mancò chi attribuì i sintomi alla sifilide, notando l’insorgere anche di una rabbia inconsulta e vendicativa verso chiunque praticasse il meretricio e, dunque, favorisse i contagi. Di sicuro, il suo mondo crollò. Era il 1888. In quell’anno, a Londra, le prostitute venivano uccise da un misterioso assassino che si firmava Jack lo Squartatore. Era lui? Sappiamo solo che i delitti terminarono in concomitanza con il ricovero di Alberto, a parte uno, successivo, che, tuttavia, coincide con una sua fuga dal sanatorio. Inoltre, nelle date degli omicidi, molte delle quali coincidenti con i genetliaci di alcuni membri della Casa Reale, Alberto era effettivamente a Londra e risultava si fosse trattenuto fuori proprio negli stessi orari in cui il misterioso Jack aveva eseguito i suoi macabri riti, benché, in due casi, pare fosse in Scozia. Tutte circostanze alquanto curiose. Le raccontò William Gull, medico di Corte, al Ministro dell’Interno in persona, ma il verbale venne ritrovato solo decenni dopo dal successivo medico di Corte, Thomas Stowell, il quale approfondì la questione tanto da farne oggetto di un saggio sulla rivista Il Criminologo, ove tacque il nome illustre, pur rendendolo perfettamente riconoscibile. Alberto morì nel 1892, ufficialmente per una febbre aggravatasi in polmonite.</div><div>Sul palcoscenico invisibile della Corte inglese si animano sempre fatti che si trasformano in leggende e leggende che sembrano fatti.</div><div>Come detto, la fine di Alberto segnò l’ascesa al trono di Giorgio V, il nonno di Elisabetta, il quale, a dire il vero, dal fratello non ereditò solo lo scettro ma anche la fidanzata, Maria di Teck, che al suo fianco sarebbe diventata la famosa Queen Mary. Quanto ad Elena d’Orleans, dopo aver sfiorato il matrimonio con l’amato Alberto, sposò Emanuele Filiberto di Savoia Aosta, al quale diede due figli: Amedeo, duca d’Aosta, e Ajmone, duca di Spoleto, entrambi eroi di guerra.</div><div>No, l’anima di un bardo non può resistere al fascino di certe storie. La Corona inglese è anche questo: teatro puro.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Quarta Parete Roma, 11 settembre 2022]</div> &nbsp;<div> </div><div><b>© Foto di Jose Aguilar da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 11 Sep 2022 00:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La triste fine della famiglia Ugazio]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Almanacco"><![CDATA[Almanacco]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000054"><div class="imTACenter"><br></div><div>28 agosto 1944.</div><span class="fs12lh1-5">Giuseppe Ugazio è segretario del Fascio di Galliate. È una serata tranquilla e siede con alcuni amici al tavolino di una trattoria. Ha due figlie: Cornelia, di ventuno anni, che studia Medicina all’Università di Torino, e Mirella, che di anni ne ha tredici. Una è già a casa e l’altra ci sta tornando dopo essere andata a fare delle iniezioni ad una compaesana.</span><br><div>È sera quando tre uomini, vestiti da militi, raggiungono Giuseppe e lo sollecitano a seguirli in un posto sicuro e di farlo insieme alle figlie: pare abbiano avuto una soffiata su un possibile attacco partigiano a loro diretto. Giuseppe si chiede perché i partigiani dovrebbero fare del male a lui o alla sua famiglia: egli appartiene ad una falange moderata e Cornelia e Mirella sono solo due ragazze. Nel dubbio, però, saluta gli amici e li segue. Pensa soprattutto a tenere al sicuro le figlie.</div><div>Tutti e tre salgono sulla camionetta. Non li sfiora neppure l’idea che quegli uomini non siano chi dicono di essere, che indossino gli abiti rubati a militi che hanno ucciso nei giorni precedenti, che appartengano ad una brigata partigiana, la “Garibaldi”, composta da una trentina di uomini.</div><div>Li portano in un cascinale isolato ove gli altri partigiani gozzovigliano rumorosamente, incuranti del terrore che, nel frattempo, si è disegnato negli occhi dei tre ostaggi.</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><i>«Vi prego, prendete me, ma lasciate andare le mie figlie. Loro non c’entrano niente. Vi prego …»</i></span></div> &nbsp;<div>Una preghiera che cade nel nulla. Ridono. Come potrebbero lasciarle libere? Le hanno volute lì. Facevano parte del piano. Il disprezzo per la vita emerge da ogni gesto. Prendersela con le ragazze è un’azione talmente vigliacca da dover trovare una parola nuova per dirlo, perché non esiste valore in chi combatte un nemico inerme, non esiste onore in chi uccide un innocente.</div><div>Ma è esattamente ciò che stanno per fare quei partigiani.</div><div>Poco dopo si spostano tutti nel bosco adiacente. Giuseppe viene torturato. Le urla squarciano la mente delle sue povere figlie, costrette ad assistere: il dolore di quelle immagini è sicuramente pari a quello che sta provando lui. Quando gli aguzzini capiscono che è allo stremo gli sfondano il cranio con il calcio dei moschetti.</div><div>Cornelia e Mirella urlano, ma è come se abitassero il vuoto: il suono non si propaga, riempie solo la loro anima come una nube di nulla fatta di tenebre infernali, fatta di orrori in arrivo. Quegli “eroici” partigiani garibaldini, infatti, le stanno per malmenare e stuprare. Il “gioco” dura tutta la notte. Che il padre sia morto prima di vedere lo scempio delle figlie emerge dalla posizione dei corpi: il primo è il suo. Voglio sperare che sia andata proprio così.</div><div>L’alba del 29 agosto sta rischiarando il cielo, ma non c’è luce che possa lambire l’esistenza devastata di quelle due ragazze. Sembrano morte e i loro corpi vengono gettati sopra a quello del padre. Il tonfo le risveglia, però. Erano solo svenute. Quegli “eroici” partigiani se ne accorgono e prendono a colpire la testa di Cornelia con il calcio dei moschetti: uno, due, tre, dieci colpi. Riducono in poltiglia quel suo bel cervello di studentessa universitaria. Nel frattempo, qualcuno spinge lo scarpone sulla gola di Mirella e la soffoca.</div><div>Ora sono morti davvero. Tutti e tre. Giuseppe, colpevole d’essere fascista, e le sue figlie, colpevoli d’essere sue figlie. Quei partigiani li lasciano lì, immeritevoli di pietà, e vanno a riposare un po’ prima di una nuova giornata di “battaglie”, “eroiche battaglie” come quella.</div><div>I corpi martoriati di Giuseppe, di Cornelia e di Mirella racconteranno la loro storia, ma sarà una storia che non entrerà nei libri di scuola, una storia di cui pochi parleranno, tra questi Giampaolo Pansa in “Bella ciao”. Gli altri, quelli con la voce grossa dei vincitori, seppelliranno la storia della famiglia Ugazio insieme a tante altre storie simili, storie abbandonate in un bosco, una sopra all’altra, torturate, stuprate e uccise dal silenzio.</div><div>Quello che è accaduto tra il 1943 e il 1945 vede da un lato i vinti e dall’altro i vincitori, ma tra i primi non ci sono solo colpevoli e tra i secondi non ci sono solo innocenti. Finché non verrà detto, la Storia sarà solo un racconto parziale.</div><div> </div><div><b><br></b></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Tutela certificata - SIAE]</div><div><br></div><div><b>© Foto di G</b><b>ábor Bej</b><b>ó da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Aug 2022 19:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gertrude Ederle e la traversata della Manica]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Almanacco"><![CDATA[Almanacco]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000053"><div class="imTACenter"></div><div><span class="cf1"> </span></div><span class="fs12lh1-5 cf1">27 agosto 1926.</span><div><span class="fs12lh1-5 cf1">New York è in festa: accoglie con una grande parata Gertrude Ederle, sua concittadina, una formidabile atleta che ha appena segnato il suo nome come prima donna ad aver attraversato a nuoto la Manica.</span><br><div><span class="cf1">È una storia affascinante di sport e coraggio, la sua.</span></div><div><span class="cf1">Nasce nel 1905 a Manhattan da due emigrati tedeschi. Il papà le insegna a nuotare abbastanza presto, ma non sembra catturata dalla passione per questo sport, almeno non prima dell’adolescenza, quando inizia a compiere piccoli miracoli e colleziona titoli nazionali e mondiali. Nel 1922 in un solo giorno batte ben sette record. Le famose sette medaglie d’oro di Mark Spitz hanno avuto un precedente femminile, a quanto pare. Ovviamente si qualifica per le Olimpiadi del 1924, ove conquista più di una medaglia. Ma è il nuoto in mare che le offre la possibilità di esprimersi al meglio. Nel 1925 attraversa le 21 miglia della Baia di New York in 7 ore e 11 minuti, un tempo mai realizzato nemmeno nella categoria maschile, e tenta la traversata della Manica senza riuscirvi. L’anno seguente affronta di nuovo il mare tra Francia e Inghilterra e ne esce vittoriosa con un tempo eccezionale: 14 ore e 34 minuti, oltre due ore in meno del primato stabilito fino ad allora. È un record, il suo, che rimarrà imbattuto per 24 anni.</span></div><div><span class="cf1">Sette anni dopo, un brutto incidente imprime nella vita di Gertrude una grave battuta di arresto. Ma, quando si ha lo sport nell’anima, non ci si arrende mai. Qualche anno dopo, infatti, torna al nuoto, anche se solo per esibizioni pubbliche. La carriera agonistica è definitivamente compiuta, purtroppo, anche perché Gertrude si trova ad affrontare un ulteriore problema di non indifferente entità: il suo udito, già compromesso da una malattia infettiva contratta da piccola, inizia a peggiorare. Come Beethoven, a dispetto privato dal destino della sua musica, Gertrude si ritrova ad affrontare la sordità, ma ancora una volta, da sportiva vera, si arrampica sui muri dell’esistenza con tenacia, al punto non solo da continuare a nuotare, ma da diventare insegnante di nuoto per bambini non udenti. Trasforma il suo handicap in una torcia che illumina la vita propria e quella degli altri. La sua strada continua ad essere piena di bellezza e di coraggio. Una lunga strada che le consente di varcare il nuovo millennio. Proprio così: gli anni Duemila accolgono lei, una piccola grande Donna che aveva visto la luce all’inizio del Novecento! È il 2003, infatti, quando, novantottenne, passa alle future generazioni il testimonio di una ricchissima vita piena di movimento, un movimento che non ha accompagnato solo il suo corpo, ma anche la sua mente e, soprattutto, la sua anima.</span></div><div><span class="cf1">Lo sport è anche questo.</span></div><div><b><span class="cf1"><br></span></b></div><div><b><span class="cf1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div><span class="cf1">[Tutela certificata - SIAE]</span></div><div><b><span class="cf1"><br></span></b></div><div><b><span class="cf1">Foto di Pubblico Dominio da Bundesarchiv, Bild 102-10212 / Unknown / CC-BY-SA 3.0 (Wikipedia)</span></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 27 Aug 2022 19:01:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lidia Poët]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Almanacco"><![CDATA[Almanacco]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000052"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify">Lidia Poët nasce nel 1855. È una bambina vivace e brillante: ha quel fuoco del sapere negli occhi e la voglia di esistere. Cresce a Traverse di Perrero nella bella terra di Piemonte, non lontano da Torino, ma nell’adolescenza si trasferisce a Pinerolo presso il fratello maggiore, che pratica la professione forense. Studia. Le piace imparare, sapere. Prende il diploma di maestra e perfeziona tedesco e francese. La sua vera passione, però, è affiancare il fratello nelle aule di giustizia. L’Avvocatura conquista il suo cuore: un dono e una maledizione.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È così che, nel 1878, forte del regolamento generale Bonghi emanato tre anni prima, che disciplinava finalmente l’ingresso delle donne in università, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Nel 1881 si laurea col massimo dei voti e, due anni dopo, supera l’esame da Procuratore Legale e presenta domanda di iscrizione al Consiglio dell’Ordine: il 9 agosto 1883, esattamente centotrentanove anni fa, con 8 voti favorevoli e 4 contrari, diventa la prima donna avvocato d’Italia. Un titolo che dura poco, però. Tre mesi dopo, infatti, l’iscrizione viene revocata perché il Procuratore Generale ritiene che la presenza femminile tra gli avvocati sia anomala e dannosa. La Corte d’Appello, prima, e la Corte di Cassazione, poi, si uniformano a tale arbitrario giudizio e costruiscono sentenze aggrappate a leggi non scritte più solide di qualsivoglia diritto, focalizzando l’attenzione sul fatto che le donne, non godendo di una concreta parità giuridica, non potranno mai onorare adeguatamente un mandato difensivo. Se non possono essere testimoni per un testamento &nbsp;- si sente dire in giro - &nbsp;come pensare che possano essere avvocati in una causa ereditaria? E, poi, sono soggette alla potestà maritale! Non possono avere la giusta autonomia. Non sono poche le differenze tra uomini e donne nel godimento dei diritti, è vero, ma non è, certo, la diseguaglianza giuridica, che pur va eliminata, a rappresentare la causa del problema. Ragionare sulla disparità di diritti è solo un lavoro di fioretto per distogliere l’attenzione dall’unico vero ostacolo: il pregiudizio. «Sarebbe disdicevole e brutto» si legge in sentenza «veder le donne discendere nella forense palestra, agitarsi in mezzo allo strepito dei pubblici giudizi, accalorarsi in discussioni che facilmente trasmodano, e nelle quali anche, loro malgrado, potrebbero esser tratte oltre ai limiti che al sesso più gentile si conviene di osservare: costrette talvolta a trattare ex professo argomenti dei quali le buone regole della vita civile interdicono agli stessi uomini di fare motto alla presenza di donne oneste».</span></div><div class="imTAJustify">Lidia si sente tradita, umiliata, ma non reagisce mettendosi da parte. Tutt’altro. Inizia una lunga, estenuante battaglia combattuta ben oltre le aule di giustizia; raggiunge, infatti, anche i mezzi di comunicazione di massa. Poco dopo la revoca dell’iscrizione, rilascia interviste nelle quali evidenzia con caustica ironia quanto sia anomalo non già il fatto che la donna eserciti la professione di avvocato, bensì il modo che certi uomini hanno di vedere le donne: «I miei avversari hanno un concetto assai strano delle loro mogli, delle loro sorelle, delle loro madri. Essi parlano sempre della donna come di “cosa” essenzialmente fragile», incapace per natura di serbare il segreto dei suoi clienti e priva della capacità scientifica, dell’intelletto civile, della longanimità, della versatilità e della libertà d’azione.</div><div class="imTAJustify">Trascorrono trentasette anni. È il 1920. Lidia ha continuato a lavorare nello studio del fratello e non ha mai smesso di lottare per il suo diritto ad esercitare la professione forense. Sono ormai stati aboliti sia il divieto per le donne di lavorare nei pubblici uffici, sia l’autorizzazione maritale. Lidia ha sessantacinque anni e, finalmente, ottiene l’iscrizione all’Albo degli Avvocati di Torino.</div><div class="imTAJustify">È la prima donna a riuscire in questa titanica impresa che oggi diamo quasi per scontata.</div><div class="imTAJustify">Un piccolo passo per una donna, un passo gigantesco per le Donne!</div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[Tutela certificata - SIAE]</div><div><b><br></b></div><div><b>Foto di Pubblico Dominio (Wikipedia)</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 09 Aug 2022 18:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista ad Emanuele Salce. Un uomo chiamato Emanuele]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000066"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><i>Pomeriggio assolato nella splendida cornice del Circolo Canottieri Roma. Un divano, due poltrone, un tavolino e un vassoio con dolcetti e caffè. Registratore acceso. Iniziamo a parlare.</i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> <span class="imTAJustify fs12lh1-5">Mi è venuto spontaneo scrivere queste parole in corsivo, come si fa con le didascalie in un testo teatrale, perché, più che un’intervista è stato uno spettacolo: una chiacchierata in libertà sulla vita reale e quella teatrale, sul Tempo, sulla psicologia dell’esistenza, tra ironia e profondità.</span><br><div class="imTAJustify">E teatro sia, dunque.</div><div class="imTAJustify">Il protagonista è Emanuele Salce, classe 1966, figlio di Luciano Salce &nbsp;- attore, regista e sceneggiatore di grandissimo talento - &nbsp;e figliastro di Vittorio Gassman &nbsp;- altro mostro sacro dello spettacolo italiano -. &nbsp;Emanuele è a sua volta regista e uomo di spettacolo; ma soprattutto, è un Uomo, parola che racchiude il senso di umanità che tutti dovrebbero avere e che, invece, è sempre più raro incontrare.</div><div class="imTAJustify">Ha un’eleganza naturale. Non mi riferisco solo agli abiti che indossa, ma al modo in cui cammina, al suo portamento e comportamento. Nel suo sguardo il mondo non passa mai inosservato, anzi si trasforma in uno specchio in cui guardare se stesso; ha l’aria di chi vince la propria riservatezza passo dopo passo, con gentile disponibilità al dialogo, mettendosi discretamente in discussione, se necessario. Il sorriso c’è sempre, anche quando abbassa gli occhi e riflette su una domanda che lo tocca da vicino, anche quando scava. Non smette mai di scavare. Va in profondità persino se parla della temperatura di questa estate anticipata, anomala, bollente.</div><div class="imTAJustify">Il suo nome significa “Dio è con te” e, nell’antichità, rappresentava una formula benaugurale, una promessa di successo. In effetti è ciò che si percepisce nell’averlo vicino: schivo e umanamente lontano dal finto successo dei rotocalchi scandalistici, possiede la straordinaria capacità di relazionarsi agli altri con naturalezza. Per Emanuele prevale l’essere sull’apparire. È un traguardo difficile da raggiungere.</div><div class="imTAJustify">È proprio dal nome, dunque, che, improvvisata drammaturga di questa intervista, ho scelto di partire.</div><div class="imTAJustify">Un acrostico come trama, che disegni l’<i>Uomo chiamato Emanuele</i>.</div><div class="imTAJustify">Beckett e Ionesco perdonino l’inadeguato sconfinamento nell’assurdo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs18lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="fs18lh1-5 cf1">E</span> <span class="cf1">di </span><i><span class="cf1">Errabondo</span></i></b><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><i>La vita è un viaggio che difficilmente segue una linea retta: per andare da un punto all’altro si gira, si rigira, si torna indietro, si va avanti, ci si allontana. E si impara sempre qualcosa. </i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Sia in Mumble, Mumble, sia in Diario di un inadeguato la trama è tessuta con fili di psicanalisi: un percorso importante, soprattutto per un attore, chiamato a relazionarsi non solo con se stesso e con la cerchia delle proprie conoscenze, ma con un pubblico vasto, con le tante persone che hanno un’idea di lui spesso completamente scollata dalla realtà.</i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Mi racconti un pezzetto del tuo viaggio interiore?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Credo che mi abbiano messo prima sul lettino dell’analista che sul fasciatoio, ma ho un buon ricordo degli psicanalisti infantili perché avevano una grande sala giochi e il tuo unico impegno era giocare. Al resto pensavano loro. Ti osservavano, interpretavano ciò che facevi, i disegni che realizzavi … Mi è quasi dispiaciuto interrompere. Fosse per me avrei continuato lì, con loro, anche da grande. </div><div class="imTAJustify">Il mio viaggio interiore credo sia iniziato quando ho preso coscienza della coscienza. Mi sembrava una cosa fighissima, un mio luogo segreto nel quale nessuno poteva accedere se non invitato da me. Potevo segretamente pensare cose diverse da quelle che dicevo nel momento stesso in cui le dicevo, pensavo di avere un superpotere. Non molto tempo dopo però compresi con mia somma delusione che ognuno (più o meno) disponeva della stessa facoltà e che non ero più un supereroe. </div><div class="imTAJustify">Comunque, fatta questa debita premessa sull’impossibilità di narrare la psicanalisi del me bambino, posso dire che è, poi, arrivato un momento, nella mia vita, in cui andare in analisi è stata una libera scelta, improntata ad una maggiore consapevolezza di me ma anche degli altri, tanto che una delle prime cose che capii è che, se ci fossero andati i miei tanti genitori, in analisi, invece di mandarci me, avremmo risolto prima.</div><div class="imTAJustify">Ma va bene così. Ognuno è quello che è destinato a divenire. Poi ti prendi le tue responsabilità e vai.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><i>Oltre ai tuoi due padri, sei figlio anche di qualche paura, dunque</i>.</b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Accidenti, sì! L'importante è avere il coraggio di affrontarle. Io ho sempre avuto la paura di esistere, di essere, di non essere; a volte mi faceva paura anche l’idea di me, del modo in cui volevo essere nel mondo, che è spesso un riflesso delle aspettative altrui: inizialmente ci si instrada nel tentativo di essere quello che gli altri vorrebbero che fossi; poi esci dalla gabbia, ma solo per trovare le sbarre di ciò che tu vorresti essere, delle tue aspettative: un altro finto te, che corrisponde ad un’idea, che possa farti sentire accettato dagli altri. </div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>La maschera.</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">L’artifizio. Ed è lì che molti si perdono nel loro percorso.</div><div class="imTAJustify">Io ho avuto la fortuna di avere sfortuna e, grazie a questo, ho dovuto aggiustare il tiro, cambiare la strada. In questo modo sono giunto alla consapevolezza. Altri, invece, hanno avuto la sfortuna di avere fortuna subito e, quindi, sono rimasti insieme a quel <i>sé</i> ideale che si sono creati.</div><div class="imTAJustify">Ad un certo punto devi quasi morire, metaforicamente parlando, perché il reset deve essere totale. Questo è il vero riscatto della crescita, altrimenti si resta incompleti.</div><div class="imTAJustify">Ed è ciò che ho portato in scena con <i>Diario di un inadeguato.</i></div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>La tua famiglia ha avuto un ruolo importante, dunque, nella tua formazione psicologica e caratteriale. Nel bene come nel male.</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Diciamo che vengo da tutt’altro che un ambiente familiare canonico, (ammesso che ne esistano). In realtà non ne ho mai visti. Tutti formalmente 'rappresentano' questa cosa, ma è spesso solo facciata. La mia era solo più dichiaratamente caotica. Del resto, gli artisti vivono tanti piani contemporaneamente e quello familiare è solo uno di essi. </div><div class="imTAJustify">Io stavo a casa con mia nonna e con la bambinaia. La mia infanzia, sotto questo punto di vista, non è stata differente da quella dei figli di molti altri professionisti. L’unica differenza è che, trattandosi di personaggi noti, finivamo spesso sui giornali. Quindi tutte le dinamiche interne diventavano improvvisamente esterne e nemmeno ben filtrate.</div><div class="imTAJustify">Mi sono sempre sentito dire: <i>«Eh, beato te, con due padri come quelli …!»</i>. La gente ti immagina come se vivessi all’interno di una reggia dorata, priva di problemi. Non conosce la realtà e nemmeno vuole conoscerla. Vuole credere al mito; vuole sognare e non puoi strapparle il sogno con la verità. All’inizio ci provavo a spiegare le cose; a volte ho ingenuamente chiesto aiuto, ma tutti mi rispondevano: <i>«Ma come? Aiuto di cosa?» </i>e ricominciavano con il mantra di sempre: <i>«Beato te che…»</i>. Quando ho capito come funzionava, ovviamente, ho cercato di navigare nel mare della vita contando prevalentemente su me stesso, facendomi carico di tutto, anche delle mie ansie. Mi mancavano i fondamentali, il mondo non me li aveva dati, ma me li sono in qualche modo procacciati (a costi altissimi).</div><div class="imTAJustify">Così comincia l’avventura umana: smetti di cercare alibi e fai i conti con la realtà che è quella che è e non quella che avrebbe dovuto essere (che avresti voluto che fosse…). </div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><!--[if gte vml 1]><v:rect id="Rettangolo_x0020_2" o:spid="_x0000_s1032" &nbsp;style='position:absolute;left:0;text-align:left;margin-left:39.65pt; &nbsp;margin-top:9.2pt;width:163pt;height:26pt;z-index:-251655168;visibility:visible; &nbsp;mso-wrap-style:square;mso-wrap-distance-left:9pt;mso-wrap-distance-top:0; &nbsp;mso-wrap-distance-right:9pt;mso-wrap-distance-bottom:0; &nbsp;mso-position-horizontal:absolute;mso-position-horizontal-relative:text; &nbsp;mso-position-vertical:absolute;mso-position-vertical-relative:text; &nbsp;v-text-anchor:middle' 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&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif;color:black; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-themecolor:text1;mso-style-textoutline-type:solid;mso-style-textoutline-fill-color: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;black;mso-style-textoutline-fill-alpha:100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap:round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit:0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align:center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;simple'>E</span></b><b><span style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;color:red;mso-style-textoutline-type:solid;mso-style-textoutline-fill-color: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;black;mso-style-textoutline-fill-alpha:100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap:round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit:0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align:center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;simple'> M</span></b><b><span style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;color:black;mso-themecolor:text1;mso-style-textoutline-type:solid; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-fill-color:black;mso-style-textoutline-fill-alpha: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth:.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap: 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concorsi ho pensato ad una colata lavica: inizialmente traccia sentieri che vanno in direzioni differenti, poi lentamente si ferma, si assesta e quindi si raffredda, si solidifica, diventa preziosa ossidiana. Hai imboccato molti sentieri lavorativi. Ne parliamo?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Feci una serie di concorsi che, però, erano sfide con me stesso e, indirettamente, anche con la mia famiglia; sfide mosse da una certa mancanza di fiducia nei miei confronti. Feci una scuola di volo per diventare pilota e vinsi persino il concorso in Alitalia, ma non mi presentai mai. Passai le selezioni per entrare alla Luiss, ma poi non intrapresi quegli studi universitari, perché c’era l’obbligo di frequenza. Superai anche il test di Mensa Italia.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><i>Ecco, questo mi incuriosisce molto. Qui parliamo di quozienti intellettivi importanti.</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ero giovanissimo, quando lo feci. Si trattava di varie prove di logica, associazioni mentali e di sequenze matematiche molto difficili. Ricordo che si andava a piazzale Flaminio, presso uno studio notarile, e il test durava quattro o cinque ore. Era molto complesso. La prima volta che lo tentati avevo diciotto anni e fallii per l’1% &nbsp;(tre domande su mille forse). Ritentai l’anno dopo e lo superai. Dopo di che andai qualche volta a questi incontri, ma mi sentivo un pesce fuor d’acqua: erano tutti ingegneri, matematici, persone intelligentissime. Pensai di avere poco a che spartire con loro e smisi di andarci.</div><div class="imTAJustify">In Italia molti non sanno nemmeno cosa sia. Negli altri Paesi, invece, il Mensa è un valore aggiunto, puoi metterlo addirittura nel curriculum. Qui se dici Mensa pensano alla Caritas.</div><div class="imTAJustify">Ma, ripeto, erano tutte sfide, le mie.</div><div class="imTAJustify">Superavo i test e poi mollavo. La mia paura era fare una cosa seriamente, protratta nel tempo e soprattutto con convinzione, cosa che io non avevo. A quindici o sedici anni mi chiedevo cosa mi piacesse fare e l’unica mia certezza era quella di non avere certezze. Come faccio &nbsp;– mi chiedevo – &nbsp;ad includere od escludere quel piatto che cucinano in Kamchatka se non l’ho mai assaggiato? E da questa idea è nata la mia predisposizione ad “assaggiare” le esperienze della vita. Mi sembrò una cosa sensata, almeno fino a quando non capii che era solo un grandioso alibi.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Alla fine, però, la tua strada l’hai trovata.</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Cominciamo col dire che ho approcciato la mia attuale professione abbastanza tardi. A quarant’anni. Quasi per gioco ma soprattutto per necessità.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><i>«Un po’ per celia, un po’ per non morir»</i><i> direbbe Butterfly. Gioco fino a un certo punto, però. Hai seguito anche il corso di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia.</i></b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Un’altra delle mie sfide! Ho seguito il corso di regia, sì. Era l’anno in cui morì mio padre, però, e nella mia vita si stavano intrecciando diversi piani, quello dell’impegno e quello del dolore, generando un gran papocchio.</div><div class="imTAJustify">Parlo di sfida, anche perché non sono mai stato incentivato, in famiglia, a seguire la strada dei miei papà, a differenza di altri figli d’arte. Mai incoraggiato e, anzi, semmai affettuosamente sconsigliato: <i>«Questo non è un mestiere …»</i>, mi dicevano; <i>«Trovati un lavoro vero …»</i>. &nbsp;Poi vedevo tutti gli altri figli &nbsp;– e ne conoscevo tanti – &nbsp;che sin da giovanissimi facevano comparse o comunque erano sempre partecipi dell’attività familiare. Non che io avessi questa smania, intendiamoci. Io stesso pensavo che il lavoro nello spettacolo non fosse una strada percorribile, per me.</div><div class="imTAJustify">Non l’ho mai considerata ereditabile geneticamente, peraltro. Dei figli d’arte, a ben guardare, solo uno su cento ce la fa veramente. E poi, i grandi non sono mai stati figli d’arte vedi Totò, Brando, De Sica, Gassman, Mastroianni, Sordi…</div><div class="imTAJustify">Diciamo che, all’inizio, ritenevo che, per essere grandi, non si dovesse essere figli d’arte; col passare del tempo e con il crescere della mia consapevolezza, invece, sono andato oltre e ho capito che non bisogna essere grandi tout court.</div><div class="imTAJustify">Bisogna solo essere se stessi.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><i>Quindi è un mito pensare che il figlio d’arte abbia più porte aperte.</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Un falsissimo mito. Certo, il cognome è quello, spesso ti dicono: <i>«Uh, quant’era bravo tuo papà, quant’era simpatico»</i>, ma finisce lì. Nessuno ti dice: <i>«Ecco, questi sono 50.000 euro per produrre un tuo spettacolo»</i>. Tutto questo è nella fantasia di quelli che ti dicono <i>«Beato te che…!»</i>. Così come va detto per onestà che molti, se non avessero avuto il padre in vita a spingerli e ad imporli, non sarebbero mai andati avanti. Questo sicuramente.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Anche perché nel mondo dell’arte, ancor più che in qualunque altro mondo, deve giustamente valere la bravura, bisogna saper dire qualcosa, altrimenti l’arte viene meno. Non basta il cognome.</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Cominciamo col dire che questo non è un paese fondato sulla meritocrazia e che un cognome famoso è comunque un’arma a doppio taglio.</div><div class="imTAJustify">Nel mio caso però, avendo avuto rapporti complicati, sia con mio padre per l’eccessiva assenza, sia con Vittorio per l’eccessiva presenza &nbsp;&nbsp;– una presenza non semplice, spesso conflittuale, praticamente una guerra, almeno nei primi venticinque anni – &nbsp;&nbsp;è stato quasi naturale allontanarmene fin da subito. Mi sono detto: <i>«Questi due qui fanno quel mestiere lì, deve essere quel mestiere allora che rende gli uomini così… quindi io farò altro»</i>.<i></i></div><div class="imTAJustify"><b> </b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Scuole o scuola di vita? Quale accendiamo?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Credo che la scuola sia un comparto della vita.</div><div class="imTAJustify">L’importante è comunque essere allievi sempre. C’è sempre da imparare nella vita. Se il tuo allievo interiore è vigile, desideroso di imparare, può migliorarsi sempre. Di maestri la vita ne offre tanti.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><!--[if gte vml 1]><v:rect &nbsp;id="Rettangolo_x0020_3" o:spid="_x0000_s1031" style='position:absolute;left:0; &nbsp;text-align:left;margin-left:37.65pt;margin-top:7.75pt;width:163pt;height:26pt; &nbsp;z-index:-251653120;visibility:visible;mso-wrap-style:square; &nbsp;mso-wrap-distance-left:9pt;mso-wrap-distance-top:0;mso-wrap-distance-right:9pt; &nbsp;mso-wrap-distance-bottom:0;mso-position-horizontal:absolute; &nbsp;mso-position-horizontal-relative:text;mso-position-vertical:absolute; &nbsp;mso-position-vertical-relative:text;v-text-anchor:middle' o:gfxdata="UEsDBBQABgAIAAAAIQC75UiUBQEAAB4CAAATAAAAW0NvbnRlbnRfVHlwZXNdLnhtbKSRvU7DMBSF dyTewfKKEqcMCKEmHfgZgaE8wMW+SSwc27JvS/v23KTJgkoXFsu+P+c7Ol5vDoMTe0zZBl/LVVlJ gV4HY31Xy4/tS3EvRSbwBlzwWMsjZrlprq/W22PELHjb51r2RPFBqax7HCCXIaLnThvSAMTP1KkI +gs6VLdVdad08ISeCho1ZLN+whZ2jsTzgcsnJwldluLxNDiyagkxOquB2Knae/OLUsyEkjenmdzb 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&nbsp;&nbsp;&nbsp;</tr> &nbsp;&nbsp;</table> &nbsp;&nbsp;<![endif]></v:textbox> &nbsp;<w:wrap type="square"/> </v:rect><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs18lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="fs18lh1-5 cf1">A</span><span class="fs18lh1-5"> </span><span class="cf1">di </span><i><span class="cf1">Attore</span></i></b></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><i>Tu hai fatto il regista, hai scritto, hai lavorato con Pergolati alla biografia di Salce …</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Un libro necessario, che ho volutamente affidato a Pergolati, grande “salcista”, laureatosi con una tesi su mio padre. Abbiamo messo mano in due su tutto il materiale che avevo, ma il libro è opera sua. Ci tengo a sottolinearlo perché ho fermamente voluto che fosse così: non doveva essere il libro di un figlio sul papà, ma una monografia su un uomo di spettacolo scritta da mani esterne.</div><div class="imTAJustify">Non esisteva un volume così e ho voluto colmare questo vuoto.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>… hai anche lavorato molto, e bene, come attore. Ti senti più regista o più attore?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Non lo so. È vero che abbiamo questa necessità di incasellare, ma si può vivere anche non sapendolo.</div><div class="imTAJustify">In questo momento faccio più l’attore di teatro. Ed è stato alquanto inaspettato. Il piacere di stare sul palcoscenico io non l’ho mai avuto. Stare davanti a un pubblico pensando <i>«Eccomi, sono io!»</i> era una cosa abbastanza estranea alla mia natura. Poi ho pensato che, proprio per la mia ritrosia a mettermi sotto i riflettori, anche recitare potesse essere una sfida e una sorta di terapia di gruppo al contempo.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Ma sei stato assistente di Ettore Scola, di Dino Risi e di molti altri grandi registi.</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Sì, è vero, ho fatto il loro assistente.</div><div class="imTAJustify">Ho lavorato su molti set, ho avuto la fortuna e il privilegio di stare vicino a dei veri e propri mostri sacri. Certo, oggi, con l’esperienza di vita acquisita, passare anche solo un pomeriggio con Ettore sarebbe ancora più formativo. Pagherei per poterlo fare.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><!--[if gte vml 1]><v:rect id="Rettangolo_x0020_4" o:spid="_x0000_s1030" &nbsp;style='position:absolute;left:0;text-align:left;margin-left:40pt;margin-top:7.8pt; &nbsp;width:163pt;height:26pt;z-index:-251651072;visibility:visible; &nbsp;mso-wrap-style:square;mso-wrap-distance-left:9pt;mso-wrap-distance-top:0; &nbsp;mso-wrap-distance-right:9pt;mso-wrap-distance-bottom:0; &nbsp;mso-position-horizontal:absolute;mso-position-horizontal-relative:text; &nbsp;mso-position-vertical:absolute;mso-position-vertical-relative:text; &nbsp;v-text-anchor:middle' o:gfxdata="UEsDBBQABgAIAAAAIQC75UiUBQEAAB4CAAATAAAAW0NvbnRlbnRfVHlwZXNdLnhtbKSRvU7DMBSF dyTewfKKEqcMCKEmHfgZgaE8wMW+SSwc27JvS/v23KTJgkoXFsu+P+c7Ol5vDoMTe0zZBl/LVVlJ gV4HY31Xy4/tS3EvRSbwBlzwWMsjZrlprq/W22PELHjb51r2RPFBqax7HCCXIaLnThvSAMTP1KkI +gs6VLdVdad08ISeCho1ZLN+whZ2jsTzgcsnJwldluLxNDiyagkxOquB2Knae/OLUsyEkjenmdzb 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&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-type:solid;mso-style-textoutline-fill-color:black; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-fill-alpha:100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap:round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit:0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align:center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;simple'>N</span></b><b><span style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;color:black;mso-themecolor:text1;mso-style-textoutline-type:solid; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-fill-color:black;mso-style-textoutline-fill-alpha: 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class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><i>La vita ci nutre inaspettatamente, a volte. Persone importanti segnano la nostra crescita, professionale ed umana. Ettore Scola è stato, quindi, un punto di riferimento importante per te, giusto?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Assolutamente sì.</div><div class="imTAJustify">Ettore era un grande amico di Vittorio e anche di papà, nonostante fosse una decina di anni più giovane. Lui e papà avevano scritto un programma per la televisione che si intitolava <i>Le canzoni di tutti</i>. Iniziarono così. Ricordo che, successivamente, li prese anche Dapporto come autori per le sue scenette, ma poi li licenziò, perché osarono scrivere una scenetta su una défaillance sessuale e Dapporto, vivendo sul mito del latin lover, la trovò lesiva della sua immagine. Così disse che non c’erano intenti comuni, augurò loro tanta fortuna e li liquidò.</div><div class="imTAJustify">Papà diede ad Ettore anche il copione de <i>Il Federale</i> e de <i>La voglia matta</i> e lui ci mise mano, lo aiutò sicuramente a migliorarlo.</div><div class="imTAJustify">Quando misi in scena il mio spettacolo, venne a vederlo un paio di volte e, poi, mi invitò a casa sua. Restammo un pomeriggio intero a parlare. Lodò molto il fatto che io avessi trovato una mia strada, differente da quelle paterne, e mi diede preziosi consigli anche sullo spettacolo.</div><div class="imTAJustify">Forse lui è stata la figura più vicina ad un mentore.</div><div class="imTAJustify">Per il resto non ho avuto maestri particolari.</div><div class="imTAJustify">Diciamo che ho dovuto arrabattarmi. Ho preso un po’ qua un po’ là. Veri punti di riferimento non ne ho avuti. Forse anche perché ho sempre cercato il caos, pur lamentando la mancanza di calma. Cercavo alibi che giustificassero la mia realtà, e, finché non ho interrotto questo loop, non ho potuto relazionarmi bene con nessuno. A partire da me stesso.</div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><!--[if gte vml 1]><v:rect id="Rettangolo_x0020_5" o:spid="_x0000_s1029" &nbsp;style='position:absolute;left:0;text-align:left;margin-left:41.5pt; &nbsp;margin-top:9.75pt;width:163pt;height:26pt;z-index:-251649024;visibility:visible; &nbsp;mso-wrap-style:square;mso-wrap-distance-left:9pt;mso-wrap-distance-top:0; &nbsp;mso-wrap-distance-right:9pt;mso-wrap-distance-bottom:0; &nbsp;mso-position-horizontal:absolute;mso-position-horizontal-relative:text; &nbsp;mso-position-vertical:absolute;mso-position-vertical-relative:text; &nbsp;v-text-anchor:middle' o:gfxdata="UEsDBBQABgAIAAAAIQC75UiUBQEAAB4CAAATAAAAW0NvbnRlbnRfVHlwZXNdLnhtbKSRvU7DMBSF dyTewfKKEqcMCKEmHfgZgaE8wMW+SSwc27JvS/v23KTJgkoXFsu+P+c7Ol5vDoMTe0zZBl/LVVlJ gV4HY31Xy4/tS3EvRSbwBlzwWMsjZrlprq/W22PELHjb51r2RPFBqax7HCCXIaLnThvSAMTP1KkI +gs6VLdVdad08ISeCho1ZLN+whZ2jsTzgcsnJwldluLxNDiyagkxOquB2Knae/OLUsyEkjenmdzb 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&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</div><div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<![if !mso]></td> &nbsp;&nbsp;&nbsp;</tr> &nbsp;&nbsp;</table> &nbsp;&nbsp;<![endif]></v:textbox> &nbsp;<w:wrap type="square"/> </v:rect><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs18lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="fs18lh1-5 cf1">U</span><span class="fs18lh1-5"> </span><span class="cf1">di </span><i><span class="cf1">Ubi consistam</span></i><span class="cf1">, punto stabile di appoggio</span></b><b></b></div><div class="imTAJustify"><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Mi pare di aver capito che i tuoi papà non siano stati un vero e proprio punto d’appoggio, nella vita.</i></b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Più che due padri sono stati i due mariti di mia madre, perché come padri avevano davvero poca vocazione.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Eppure, alla fine, l’ubi consistam l’hai trovato da solo, in te stesso. E, forse, questo lo devi, in parte, anche alla loro incapacità di essere padri.</i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Quello con il padre è un rapporto spesso cercato, voluto, amato, odiato, proprio perché consente di percorrere strade conoscitive del sé. Il mondo del teatro e del cinema ne serbano meravigliose icone: da Sofocle a Shakespeare, da Pirandello a Strindberg, da De Sica a Mulligan, da Burton ad Akin.</i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>È corretto dire che sei riuscito a trovare i tuoi padri più nella mediazione dell’arte che in un rapporto diretto? Mi riferisco ai due documentari che hai realizzato: L’uomo dalla bocca storta, splendida narrazione in immagini di tuo padre Luciano Salce, e La lunga strada, che racconta Vittorio Gassman.</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Sicuramente qualunque percorso io abbia intrapreso, nella vita, mi ha avvicinato a loro, anche se la vera comprensione reciproca, realizzata in ultimo solo con Vittorio, è inevitabilmente estranea a forme di spettacolo.</div><div class="imTAJustify">Il documentario su papà nasce dal tentativo di mettere ordine tra i suoi ricordi, o, meglio, tra i documenti che rievocavano in me alcuni ricordi. Ho cercato di realizzarlo con l’ironia che gli era propria. Non si è mai preso troppo sul serio e non credo avrebbe amato essere celebrato con enfasi. Neppure la Morte ha preso sul serio, a pensarci bene. Quando gli dissero che aveva pochi mesi di vita, smise la chemioterapia, acquistò una barca e, finché il fisico resse, andò per mare, godendosi la vita, onorandola.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Di quel documentario ricordo anche delle interviste improvvisate che facesti in via Salce. Simpaticissime.</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Fu una cosa del tutto casuale: volevo documentare il fatto che ci fosse una via intestata a Salce e cominciai a sentire le persone che passavano. Chi non sapeva chi fosse, chi millantava di ricordarlo, ma poi, lo collocava nel programma <i>Candid Camera</i> al posto di Nanni Loy; alcuni risposero anche in modo seccato, intimandoci di abbassare la telecamera. Ho voluto inserire questo passaggio tra la gente in chiave puramente salciana.</div><div class="imTAJustify">Di quel documentario ho tagliato tantissima roba, volevo evitare la ridondanza di lodi. Per me era importante soprattutto raccontare la vicenda umana di papà, la sua storia personale, quello che c’era dietro la bocca storta. Far convivere l’uomo con la maschera pubblica, e siccome l’uomo non lo conosceva nessuno perché lui non l’aveva mai rappresentato, ci ho pensato io.</div><div class="imTAJustify">Nel 2002, poi, feci anche un breve documentario, di trentasette minuti, su Vittorio. C’era molto suo materiale video parlato. Negli ultimi tempi, quando registrava <i>Gassman legge Dante </i>o <i>Cammin leggendo</i>, andava spesso dall’operatore e raccontava e si raccontava …Esistono quasi duecento ore di dietro le quinte. Ne traemmo con Tommaso Pagliai un racconto del suo essere attore, del suo essere Gassman e di come questi due aspetti coesistevano in Vittorio.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Ti è piaciuta la mostra per il suo centenario?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Molto bella, c’è molto Gassman, che, poi, è quello che la gente ricorda, ma forse c’è poco Vittorio. Ecco, io avrei aggiunto qualcosa in più della parte intima. La gente non lo conosce veramente nella sua complessità. Nessuno immagina che Vittorio potesse essere anche una delle persone più ironiche e autoironiche che il mondo abbia avuto, ma poteva esserlo solo in privato e in particolari momenti in cui il non dover essere trincerato dietro Gassman glielo consentiva.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Sei cresciuto con lui, l’hai conosciuto bene e, come dicevi, in ultimo vi siete anche riavvicinati. Come è accaduto?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Nella nostra maturità, verso i suoi sessant’anni e i miei venti, ci siamo incontrati, quasi conoscendoci per la prima volta.</div><div class="imTAJustify">Nella seconda parte della sua vita si ripiegò un poco su se stesso; non si trattò di una vera e propria depressione, quanto di un’improvvisa consapevolezza di non essere eterno, di non reggere più il quinto set a tennis, di non essere invincibile, di essere semplicemente un uomo, come tutti, con i dubbi, gli errori e i rimpianti che tale condizione comporta. Si accorse di essersi distratto dagli altri per qualche decennio. Era come se fosse salito su un treno che non aveva mai smesso di correre per quarant’anni e che era arrivato fin su Marte. Nelle poche stazioni di passaggio aveva avuto mogli, figli, ma quasi senza accorgersene o senza che questi lo distogliessero da sé. Quando lo realizzò, fu aggredito dai sensi di colpa. Cercò di rimediare. Iniziò con l’incontrare le persone nei confronti delle quali riteneva d’esser stato manchevole. Io ero tra queste. Quindi, tra noi, cominciò un bel dialogo, molto intenso, cosa prima di allora impossibile. E negli ultimi suoi dieci anni siamo stati molto uniti, anche professionalmente (che era il modo più semplice per stargli vicino): fui suo assistente e un paio di volte mi buttò persino in scena.</div><div class="imTAJustify">Di questo ne sono molto felice, felice di aver recuperato un rapporto fondante la mia esistenza. Lui fece un passo verso me ed io ne feci subito dieci per abbracciarlo.</div><div class="imTAJustify">Con mio papà invece non ci sono riuscito: è morto che ero troppo giovane, non ci fu né il tempo, né sufficiente consapevolezza. Con Vittorio è stato come avere una seconda chance e non me la sono fata scappare.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><!--[if gte vml 1]><v:rect id="Rettangolo_x0020_6" o:spid="_x0000_s1028" &nbsp;style='position:absolute;left:0;text-align:left;margin-left:37.5pt; &nbsp;margin-top:8.25pt;width:163pt;height:26pt;z-index:-251646976;visibility:visible; &nbsp;mso-wrap-style:square;mso-wrap-distance-left:9pt;mso-wrap-distance-top:0; &nbsp;mso-wrap-distance-right:9pt;mso-wrap-distance-bottom:0; &nbsp;mso-position-horizontal:absolute;mso-position-horizontal-relative:text; &nbsp;mso-position-vertical:absolute;mso-position-vertical-relative:text; &nbsp;v-text-anchor:middle' o:gfxdata="UEsDBBQABgAIAAAAIQC75UiUBQEAAB4CAAATAAAAW0NvbnRlbnRfVHlwZXNdLnhtbKSRvU7DMBSF dyTewfKKEqcMCKEmHfgZgaE8wMW+SSwc27JvS/v23KTJgkoXFsu+P+c7Ol5vDoMTe0zZBl/LVVlJ gV4HY31Xy4/tS3EvRSbwBlzwWMsjZrlprq/W22PELHjb51r2RPFBqax7HCCXIaLnThvSAMTP1KkI 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&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align:center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;simple'> </span></b><b><span style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;color:black;mso-themecolor:text1;mso-style-textoutline-type:solid; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-fill-color:black;mso-style-textoutline-fill-alpha: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth:.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join:bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash:solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound:simple'>M A N U </span></b><b><span &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif;color:red; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-type:solid;mso-style-textoutline-fill-color:black; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-fill-alpha:100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap:round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit:0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align:center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;simple'>E</span></b><b><span style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;color:black;mso-themecolor:text1;mso-style-textoutline-type:solid; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-fill-color:black;mso-style-textoutline-fill-alpha: 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class="imTAJustify"><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Il passato che tutti abbiamo sulle spalle, il presente e il futuro. Qual è il tuo rapporto con le età della vita? Il passato è realmente passato o permane nel presente?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Avevo vent’anni quando ebbi per la prima volta la percezione del passato. Realizzai di non essermi accorto del passaggio del tempo: mi sembrava che fossi nato ieri.</div><div class="imTAJustify">Poi ne ho compiuti quaranta e ora nel ho cinquantacinque.</div><div class="imTAJustify">Quello che ho capito è che l’unica vera responsabilità che il tempo ci impone è sapere cosa farne, tenendo a mente che non sappiamo nemmeno quanto ne abbiamo. Evito di dire che bisogna vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, perché l’ho sempre trovato un monito esagerato. Ma consapevolmente, si.</div><div class="imTAJustify">Negli ultimi anni, ho cominciato a concedermi più cose, ad abbandonare la severità di prima. Mi piace viaggiare, ad esempio, e appena posso parto. Senza sensi di colpa.</div><div class="imTAJustify">Io, all’inizio, contestavo i valori sociali precostituiti, i modelli, i comandamenti &nbsp;– anche perché sono andato a scuola dai preti e, di qui, probabilmente le radici del mio ateismo -, &nbsp;ma la contestazione esasperata ti fa perdere di vista la bellezza e tutto ciò che dà valore al tempo.</div><div class="imTAJustify">Insomma, nutro grande rispetto per il tempo e, senza diventarne ossessionato, senza avere continuamente in testa il ticchettio dell’orologio, cerco di farne buon uso. È l’unica cosa che non si può comprare e che non ritornerà. Non è “rinnovabile”.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><i>E quanto incide il tuo passato sulla progettualità futura?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Noi siamo la risultante di ciò che abbiamo fatto, di ciò che ci è stato fatto. Quindi non so se si stacca con il passato. È il famoso bagaglio. Cambia solo il modo di portarlo. All’inizio te lo carichi sulle spalle ed è un baule pesante, poi col tempo scopri che ha anche le rotelle e che, addirittura, ci possono essere dei corrieri che te lo portano, volendo. Per molto tempo sono stato uno sherpa di me stesso sulle montagne e avrei potuto semplificare, ma non rimpiango le asperità esperite. Forse è proprio ciò che mi serviva per arrivare dove sono.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Arriviamo al futuro, anche prossimo. Progetti?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Riprenderò <i>Diario di un inadeguato</i>, che in questa stagione ho fatto solo per cinque sere a causa di tutti i problemi organizzativi legati a questi due anni di pandemia.</div><div class="imTAJustify">È uno spettacolo nato quasi per caso. Mi hanno chiamato un pomeriggio Silvano Spada e Carmen Pignataro dell’Off-Off Theatre di via Giulia, chiedendomi un testo inedito per la stagione.</div><div class="imTAJustify">In realtà, la chiamata di Carmen non è stata casuale, ma si è inserita in quel minimo sindacale di attività artistica che ci è stato concesso di fare in pieno periodo pandemico. A teatri chiusi, Gigi Marzullo aveva preso a convocare attori all’Off-Off affinché mettessero in scena lo spettacolo che il covid gli aveva negato o una parte di esso, dopo di che ne estrapolava una parte e la trasmetteva. In quell’occasione ho letto un paio di lettere del nutrito carteggio di papà, un mondo di lettere che rappresenta uno spaccato dello spettacolo italiano e non solo.</div><div class="imTAJustify">L’idea è piaciuta tanto che mi hanno proposto di realizzare uno spettacolo intero su questo.</div><div class="imTAJustify">Poco tempo dopo sono tornato all’Off-Off con un paio di paginette di progetto teatrale sul carteggio, ma Silvano ha pronunciato delle parole magiche che mi hanno fatto cambiare strada e per le quali ancora lo ringrazio: mi ha chiesto se quello sul carteggio fosse lo spettacolo che avevo veramente voglia di realizzare. <i>«Io voglio che sia uno spettacolo che senti, che vuoi fare, che ti diverte fare»</i>.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><!--[if gte vml 1]><v:rect &nbsp;id="Rettangolo_x0020_7" o:spid="_x0000_s1027" style='position:absolute;left:0; &nbsp;text-align:left;margin-left:38.5pt;margin-top:8.25pt;width:163pt;height:26pt; 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&nbsp;&nbsp;<![if !mso]> &nbsp;&nbsp;<table cellpadding=0 cellspacing=0 width="100%"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<tr> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<td><![endif]> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<p class=MsoNormal align=center style='text-align:center'><b><span &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif;color:black; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-themecolor:text1;mso-style-textoutline-type:solid;mso-style-textoutline-fill-color: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;black;mso-style-textoutline-fill-alpha:100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap:round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit:0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align:center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;simple'>E M A N U E </span></b><b><span style='font-size:16.0pt;font-family: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;"Britannic Bold",sans-serif;color:red;mso-style-textoutline-type:solid; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-fill-color:black;mso-style-textoutline-fill-alpha: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth:.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join:bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash:solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound:simple'>L</span></b><b><span &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif;color:black; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-themecolor:text1;mso-style-textoutline-type:solid;mso-style-textoutline-fill-color: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;black;mso-style-textoutline-fill-alpha:100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap:round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit:0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align:center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;simple'> E<o:p></o:p></span></b></p> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</div><div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<![if !mso]></td> &nbsp;&nbsp;&nbsp;</tr> &nbsp;&nbsp;</table> &nbsp;&nbsp;<![endif]></v:textbox> &nbsp;<w:wrap type="square"/> </v:rect><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--><b></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs18lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="fs18lh1-5 cf1">L</span><span class="fs18lh1-5"> </span><span class="cf1">di </span><i><span class="cf1">Ludus</span></i><i></i></b></div><div class="imTAJustify"><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Parole magiche davvero: piacere, divertimento, gioco se vogliamo. È realizzabile?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Sicuramente. È la meta vera: riuscire a fare qualcosa che diverte, che piace, che porti nella vita una ventata di gioco. Nella tua e in quella degli altri. Ma il gioco non è mai solo tale. Si gioca anche nella serietà, nel cercarsi, nel trovarsi. Per me il lavoro è fondamentalmente un percorso umano.</div><div class="imTAJustify">Forse, senza la loro proposta, avrei replicato per il dodicesimo anno <i>Mumble Mumble</i>. Non che fossi stanco di farlo, perché è uno spettacolo cresciuto con me, cambiato con me, l’ho sempre sviluppato diversamente. Ma cambiare spettacolo è stato importante. Ha fugato anche il dubbio che avessi paura a scrivere una seconda cosa.</div><div class="imTAJustify">Mi solleticava l’idea di realizzare un seguito di <i>Mumble Mumble</i>, nonostante io e Andrea Pergolari avessimo giurato di non farlo. Decisi, quindi, di prendermi questo rischio enorme e scrissi di getto questo nuovo spettacolo.</div><div class="imTAJustify">Ovviamente, tenuto conto dell’ondivaga solidità della mia autostima, ero convinto di aver fatto una schifezza. Mi sentivo già pronto per il terzo capitolo, liquidando il secondo come quello che &nbsp;– si sa – &nbsp;viene sempre male. Invece, con mia grande sorpresa, ha riscontrato un notevole successo, tanto che lo riprenderemo in autunno, ripartendo sempre da Roma, al Cometa Off. Uno spazio ideale per un rapporto diretto con il pubblico. Uno spazio raccolto è salvifico, è fatto di carne, sudore e di anima.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Il Direttore di Quarta Parete Roma, Andrea Cavazzini, che, nel frattempo, ci ha raggiunti, chiede ad Emanuele notizie circa l’arrivo di Giuseppe Marini alla regia.</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Tutti noi di <i>Mumble Mumble</i>, da Paolo Giommarelli, fratello acquisito, ad Andrea Pergolari fino al nostro tecnico Giacomo eravamo come una famiglia, abitavamo una comfort zone dalla quale era difficile uscire. Per questo era necessario introdurre un elemento esterno, qualcuno con cui sentirsi anche a disagio, ove necessario, e che stimolasse le due grandi P: paura e perfezionismo. Era necessario buttare all’aria tutto e ricominciare da capo, rimettersi in discussione. Avevo bisogno di ripartire da zero. E qui entra in gioco Giuseppe che ha interpretato alla perfezione il suo compito senza mai lasciarci “scampo”. Ha costruito meticolosamente il reticolato divenuto poi una preziosa e rigorosa confezione all’interno della quale Diario ha trovato la sua necessaria forma e il suo senso ultimo.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Però la consapevolezza di avercela fatta con Mumble Mumble c’era, no?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Avevo, sì, la consapevolezza di avercela fatta in passato, ma avevo nuove paure, perché c’era il timore di tradire la fiducia del pubblico costruita con <i>Mumble Mumble</i>, di non essere all’altezza del primo successo. Chiamiamola pure ansia da prestazione.</div><div class="imTAJustify">L’occhio esterno di Marini, invece, non mi ha consentito di adagiarmi sulla capacità affabulatoria ormai consolidata e mi ha obbligato a fare quello che io da solo avrei probabilmente cercato di svicolare. <i>«Qui non diciamola questa cosa, cerchiamo di esserla» </i>… E così via via a tirar fuori e a mettere a nudo i propri sentimenti, i propri pudori fino a giungere ad una necessaria “verità”.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Anche la narrazione ci sta, però. Alterniamola. Io sono una ferma sostenitrice dell’alternanza tra narrato e agito.</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Sì, anche per una rilettura elaborata dei fatti. Però in qualche momento è necessario agire. Bisogna mantenere l’equilibrio, giustamente.<span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><!--[if gte vml 1]><v:rect id="Rettangolo_x0020_8" o:spid="_x0000_s1026" &nbsp;style='position:absolute;left:0;text-align:left;margin-left:38.5pt; &nbsp;margin-top:11.25pt;width:163pt;height:26pt;z-index:-251642880;visibility:visible; &nbsp;mso-wrap-style:square;mso-wrap-distance-left:9pt;mso-wrap-distance-top:0; &nbsp;mso-wrap-distance-right:9pt;mso-wrap-distance-bottom:0; &nbsp;mso-position-horizontal:absolute;mso-position-horizontal-relative:text; &nbsp;mso-position-vertical:absolute;mso-position-vertical-relative:text; &nbsp;v-text-anchor:middle' o:gfxdata="UEsDBBQABgAIAAAAIQC75UiUBQEAAB4CAAATAAAAW0NvbnRlbnRfVHlwZXNdLnhtbKSRvU7DMBSF dyTewfKKEqcMCKEmHfgZgaE8wMW+SSwc27JvS/v23KTJgkoXFsu+P+c7Ol5vDoMTe0zZBl/LVVlJ gV4HY31Xy4/tS3EvRSbwBlzwWMsjZrlprq/W22PELHjb51r2RPFBqax7HCCXIaLnThvSAMTP1KkI +gs6VLdVdad08ISeCho1ZLN+whZ2jsTzgcsnJwldluLxNDiyagkxOquB2Knae/OLUsyEkjenmdzb 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&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap:round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit:0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align:center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;simple'>E</span></b><b><span style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;color:red;mso-style-textoutline-type:solid;mso-style-textoutline-fill-color: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;black;mso-style-textoutline-fill-alpha:100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap:round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit:0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align:center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;simple'> </span></b><b><span style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;color:black;mso-themecolor:text1;mso-style-textoutline-type:solid; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-fill-color:black;mso-style-textoutline-fill-alpha: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth:.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join:bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash:solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound:simple'>M A N U E L </span></b><b><span &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif;color:red; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-type:solid;mso-style-textoutline-fill-color:black; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-fill-alpha:100.0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dpiwidth: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;.75pt;mso-style-textoutline-outlinestyle-linecap:round;mso-style-textoutline-outlinestyle-join: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;bevel;mso-style-textoutline-outlinestyle-pctmiterlimit:0%;mso-style-textoutline-outlinestyle-dash: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;solid;mso-style-textoutline-outlinestyle-align:center;mso-style-textoutline-outlinestyle-compound: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;simple'>E</span></b><b><span style='font-size:16.0pt;font-family:"Britannic Bold",sans-serif; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;color:black;mso-themecolor:text1;mso-style-textoutline-type:solid; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mso-style-textoutline-fill-color:black;mso-style-textoutline-fill-alpha: 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class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><i>Se dovessi scegliere un classico da portare in scena, cosa sceglieresti?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Difficile scegliere. Forse direi Dostoevskij, il mio autore preferito. Si può ancora dirlo di questi tempi vero?... </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><i>In queste pagine sicuramente: l’arte è arte. Moravia lo considerava il padre dell’esistenzialismo</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Esattamente. Lo scrisse in una prefazione a Memorie dal sottosuolo. Il suo modo di far parlare il personaggio, di scavare nei meandri dell’animo umano sono incredibilmente moderni e fortemente psicanalitici.</div><div class="imTAJustify">Preferisco un teatro che sia introspettivo, che scavi e indaghi l’uomo, che produca personaggi in grado di interrogarsi sulle grandi domande e attori capaci che arrivino alla pancia.</div><div class="imTAJustify">A volte vado a teatro a vedere attori pur bravissimi, in grado di fare grandi virtuosismi recitativi, ma ai quali, a fine spettacolo, dici bravo, e non grazie.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTACenter"><b>**** ° ***</b></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">L’intervista è finita. È stato un magnifico pomeriggio. Emanuele Salce è uno dei pochi artisti che sanno essere se stessi, sul palcoscenico e fuori. All’inizio ho descritto questa intervista come una pièce. Lo è stata. Abbiamo riso, abbiamo affrontato temi più seri. Emanuele ha sfoggiato la sua fresca attorialità, la sua innata ironia molto salciana, caustica e gentile al contempo.</div><div class="imTAJustify">Nel ringraziarlo e nel dargli appuntamento al Cometa-Off in autunno, dunque, non posso che chiudere con una parola: <i>Sipario</i>.</div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[QuartaPareteRoma.it, 15.06.2022]</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© Foto per gentile concessione di Emanuele Salce</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 15 Jun 2022 20:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sexy e Indecise. Viaggio in un mondo di amiche]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008B"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify">Al teatro Manzoni, fino al 17 aprile, è in scena <i>Sexy e indecise</i> di Mauro Graiani, regia di Cinzia Berni, con Patrizia Pellegrino (Pat), Milena Miconi (Fede), Matilde Brandi (Milly) e la giovanissima Sofia Graiani (Aurora).</div><div class="imTAJustify">Una commedia briosa in perfetta linea con il cartellone del Manzoni, una ventata d’aria fresca che, ancor più in questo momento oscuro che il mondo sta vivendo, rigenera l’umore.</div><div class="imTAJustify">Marco Graiani ha attinto con grande efficacia alla sua esperienza di drammaturgo ma anche di sceneggiatore e di regista, ben coniugando le sue complementari e diverse doti artistiche. I dialoghi hanno un bel ritmo, quasi cinematografico, in perfetta sintonia con la regia di Cinzia Berni, anche lei versatile artista formatasi nel Laboratorio di Proietti. Apprezzabili anche i diretti riferimenti cinematografici e alcune citazioni nei dialoghi, camei preziosi per l’appassionato, come il riferimento a Sergio Leone, o a <i>Quattro Matrimoni e un Funerale</i> con la gag deliziosa della critica mossa a quello che si ritiene un ex fidanzato dell’amica e che poi si scopre essere stato il marito. Graiani si rivela un uomo sensibile, capace di interpretare con ottimo spirito l’animo femminile. Mi ricorda l’Enrico Ruggeri di <i>Quello che le donne non dicono</i>.</div><div class="imTAJustify">Più che una storia è uno spaccato di vita, di quotidianità, con tutti i problemi, le incertezze, gli errori del caso, ma anche con i sorrisi, i confronti, le scivolate umane che hanno sempre una loro intrinseca spontanea comicità. <i>«Ogni essere umano ha una storia da raccontare»</i> osserva Fede. In effetti siamo tutti fatti di storie; le storie, le nostre e anche quelle delle persone che amiamo, sono i mattoni che sostengono l’esistenza, che raccontano quello che siamo.</div><div class="imTAJustify">Tre amiche si ritrovano casualmente dopo trent’anni e fanno i conti con quello che erano allora e con quello che sono oggi, cinquantenni sexy, indecise, o, forse, insicure, in perenne bilico sui loro tacchi; tacchi che si muovono abilmente sopra una strada lastricata anche di insuccessi e di amori sbagliati, di timori: <i>«Io non ho paura, è il coraggio che mi manca»</i> confessa Pat. Ma poi il coraggio arriva; lo fa sempre. Le donne sono coraggiose anche quando hanno paura. E come dice Pat, storpiando amabilmente un famoso motto della letteratura francese, diventano <i>«Tutte per una, una per tre»</i>.</div><div class="imTAJustify">L’arte cinematografica e teatrale ha sempre dedicato spazi interessanti al ritrovarsi di vecchi amici. Forse perché con gli amici dell’adolescenza siamo talmente noi stessi che ritrovarli significa affrontare lo specchio, fronteggiare prima di tutti il nostro mondo interiore, i sogni che non abbiamo inseguito e quelli che ci hanno abbandonato, la vita che abbiamo scelto, i bivi che abbiamo imboccato, lasciandoci alle spalle le alternative ignote. Da un capolavoro assoluto del cinema come <i>Il grande freddo</i> di Kasdan a <i>Gli amici di Peter</i>, che Kenneth Branagh ha meravigliosamente adattato per il teatro, dal crudo, tagliente film <i>Compagni di scuola</i> di Verdone e dall’altrettanto amaro ma sublime <i>C’eravamo tanto amati</i> di Ettore Scola<i> </i>al testo teatrale di Cristina Comenicini <i>Le Due Partite</i>, lo spettacolo ha corteggiato gli incontri tra vecchi amici. <i>Amiche</i>, nel testo di Graiani. Va sottolineato. Quando a ritrovarsi sono le donne, è tutto amplificato, sia il conflitto iniziale, sia il momento della verità, sia l’affetto che riemerge.</div><div class="imTAJustify">La barriera della verità è la prima che richiede lo sforzo di tutte per crollare. Pat, in modo opposto al Gassman di <i>C’eravamo tanto amati</i>, finge un benessere in realtà perduto, ma le sue amiche non sono ingenue come Manfredi e Satta Flores, gli amici di Gassman; loro capiscono e a loro volta si trovano a dover confessare qualche menzogna. Ecco, verità e confessione vanno a braccetto, in questa pièce, e marciano verso il superamento degli ostacoli. Le donne, d’altronde, si mettono sempre in cammino su sentieri montani: all’inizio faticano, ma poi superano la vetta e il sentiero diventa discesa. <i>«Se uno non riesce ad uscire dal tunnel, lo arreda»</i> esclama candidamente Pat.</div><div class="imTAJustify">Patrizia Pellegrino non ha bisogno di presentazioni: viene da una lunghissima esperienza televisiva, cinematografica e teatrale ed è perfetta per questo ruolo; dona al suo personaggio un mix di giovialità e ingenuità adolescenziale e di amaro ma anche costruttivo risveglio nell’età matura. Anche Milena Miconi e Matilde Brandi sono molto brave a percorrere questa stessa strada; una strada tracciata anche dai costumi, inizialmente caratterizzati da colori confetto, lo stesso colore che domina nella scenografia; costumi che cambiano solo quando arriva la nipote di Pat. Da quel momento è lei a portare i colori dell’adolescenza, almeno inizialmente, sebbene, come spesso accade nella vita, si mostri decisamente più matura delle tre cinquantenni. È sempre un piacere vedere giovanissimi attori sul palco: la loro presenza, in questo caso corredata da ottima capacità recitativa, è una promessa per il futuro.</div><div class="imTAJustify">Ci sono altri protagonisti, però, che è necessario menzionare. E non mi riferisco solo alle voci fuori campo, ma ai favolosi anni Ottanta. Gli anni del mondiale di calcio, di una discomusic ancora in pieno vigore, delle discoteche e dei piano-bar, degli abiti di taffetà e delle spalline, degli show televisivi, del Telegatto e di Discoring. E tutto questo entra anche attraverso la musica, oltre che attraverso il <i>com’eravamo</i> delle protagoniste. La musica parla, sia nel corso della vicenda, sia, in ultimo, con un brano storico di Gloria Gaynor che già nel titolo racconta la meta raggiunta dalle protagoniste: <i>I will survive</i>.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[QuartaPareteRoma.it, 16.04.2022]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 16 Apr 2022 10:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Le voci del passato tra ironia e disillusione]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008A"><div class="imTACenter"><br></div><div>All’Off-Off di via Giulia, in quel delizioso salotto teatrale che anima una delle più belle strade del centro di Roma, è in scena, fino al 27 febbraio, <i>Diario di un inadeguato</i>, scritto da Emanuele Salce insieme ad Andrea Pergolari e interpretato dallo stesso Salce affiancato da Paolo Giommarelli; regia di Giuseppe Marini.</div><span class="fs12lh1-5">La verità, quella della rievocazione pubblica di eventi privati, entra in teatro mascherandosi, come il palcoscenico impone, affiancata da una non verità che rende pièce la vita. Emanuele Salce rievoca episodi del suo passato sull’onda delle pagine di un diario. Ma i ricordi sono verità che riaffiorano? Forse rendono solo l’idea di quel vissuto filtrato attraverso la percezione personale. Federico Fellini, nel suo Amarcord, ha trasformato un seno abbondante in qualcosa di esagerato, ha descritto muri di neve invalicabili … Distorsione mnesica, introiezione psicologica del ricordo.</span><br><div>E bisogna riconoscere che Emanuele Salce fa tesoro di una raffinata psicologia nel rievocare e inventare e ancora rievocare: la sua è un’onda piacevole di parole che marciano sulla più sottile e intelligente ironia; un’ironia che ricorda i primi racconti a sfondo autobiografico di Giuseppe Berto.</div><div>È un teatro di narrazione, certo, ma non solo. Del resto, la narrazione teatrale è una sorta di spugna che chiama a sé stili e temi molteplici, trasformandoli come in un caleidoscopio. Sul palcoscenico dell’Off-Off il pubblico ha visto frammenti di vita vissuta e di vita inventata comporsi a formare un quadro toccante. A tratti quest’opera ricorda il teatro-conferenza de <i>L’uovo</i> di Marceau, che, alla fine degli anni Cinquanta, Giorgio Albertazzi interpretò con la regia proprio di Luciano Salce, il padre di Emanuele.</div><div>Paolo Giommarelli è il suo perfetto antagonista: un alter ego che pronuncia le parole brutali che il protagonista non riesce a dire di sé; un corifeo greco, che ascolta, giudica, dialoga.</div><div>La regia di Giuseppe Marini è raffinata, perché non imbriglia il flusso di coscienza, ma anzi lo evidenzia nel costante passaggio dal soliloquio al dialogo, un falso dialogo con personaggi presenti solo nella voce del protagonista; e, quindi, dal dialogo al sogno. Salce e Giommarelli sono prigionieri in un cubo, all’interno del quale è allestito uno spettacolo nella vita, più che sulla vita. Una sedia da scrivania si muove da una parte all’altra, inventando, di volta in volta, una scena diversa e disegnando un invisibile arco, forse quello del Tempo, forse quello della Vita. Salce e Giommarelli si trasformano in diversi personaggi. Tante le voci. In fondo è proprio così che spesso il passato si presenta: con un affollarsi di voci da riordinare nella mente. Tutto questo dà adito ad un’eccellente prova attoriale. Bravissimo Giommarelli, ma davvero strepitoso Salce, che riesce a dialogare con se stesso interpretando più ruoli, più ombre del passato, sia femminili, sia maschili. Il pubblico vede tanti personaggi. In scena sono lui e l’onda dei ricordi, secondo lo stile proprio che la narrazione in teatro richiede. A volte il suo soliloquio è un <i>a parte</i> sui generis: non esclude gli altri attori, che non ci sono, esclude se stesso da se stesso e offre al pubblico un Salce visto dagli occhi dell’inadeguato, attraverso un’intenzionale rottura degli schemi di finzione. Un bel gioco di immedesimazione e straniamento. Salce è un architetto di fatti e di emozioni; racconta storie che lo vedono inadeguato; parte dal vero per arrivare alla maschera, alla drammatizzazione della vita. Ma chi è veramente adeguato nella propria pelle, nella vita relazionale?</div><div>Egli si rende medium tra realtà e finzione, in ciò vestendo il ruolo dell’attore grotowskiano; e si immerge nella vasca dei ricordi disegnati dall’inconscio, seguendo i canoni di Stanislawskij.</div><div> </div> &nbsp;<div><i>«Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso»</i> esordiva Gigi Proietti in uno dei suoi più famosi spettacoli. È ciò che accade anche qui.</div> &nbsp;<div>Le vicende sono apparentemente semplici, vicende di vita, ma la cura dei particolari, la scelta delle parole le rendono iconiche: la prima parla dell’indeciso amore per una donna, che arriva nella sua vita all’improvviso, la seconda di istanze autodistruttive, ma suonano un falso schermo ove si riflette un’altra forma d’amore, quella per il teatro, per l’interpretazione, che è salvezza, infine.</div><div><i>Diario di un inadeguato</i> è un ideale seguito di <i>Mumble Mumble</i>, lo spettacolo con il quale 12 anni fa Salce portò in teatro un altro spaccato della sua vita, descrivendosi come una pallina di carta, chiuso in se stesso di fronte ai due giganti che ha avuto come figure paterne, Luciano Salce e Vittorio Gassman. Con lo humor molto inglese della commedia macabra aveva narrato gli accadimenti e le manifestazioni d’affetto amicali e familiari legate alla morte di entrambi. Anche qui la vicenda risibile si consuma in parte all’interno di un funerale, quello di una zia acquisita; anche qui si affaccia un analista; anche qui trionfa l’essere timoroso, isolato, quasi trasparente. Il testo di dodici anni fa racchiudeva un percorso contrario a quello del protagonista del bel romanzo di Didier van Cauwelaert <i>Fuori di me</i>, ove un uomo non viene riconosciuto da nessuna delle persone che dovrebbe conoscerlo. Ecco, Salce, in <i>Mumble Mumble</i>, descrive esilaranti scene in cui parla con parenti ed amici che gli sembra di non conoscere. In realtà, anche in <i>Diario di un inadeguato</i> c’è il fenomeno della spersonalizzazione relazionale; meno evidente, ma c’è, poiché è lui stesso che, a volte, non si riconosce e si presenta vestito di dubbio, di dilemma, amletico e ironico al contempo, capace di lasciare alle parole di Majakovskij o di Montale quel senso dell’amore che gli va stretto, prediligendo la confessione della propria traballante eppur esilarante esistenza relazionale. Tutto questo ha un impatto teatrale notevole. Il pubblico vive la storia narrata e ritrova qualcosa di simile nella propria vita, ridendo infine di se stesso. Il personaggio Salce ben potrebbe chiamarsi <i>Ognuno</i>, come il protagonista di una famosa Leggenda, o George Antropus, come l’eroe di Wilder, che, all’interno di un percorso diacronico, rappresenta Adamo, il primo uomo, l’uomo tout court. Salce e Giommarelli piacciono anche perché parlano della vita di molti, delle paure di molti, delle ossessioni di molti. E, diciamocelo, è bello, ogni tanto, ridere di noi stessi in compagnia di chi ci assomiglia!</div><div> </div><div><b><br></b></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[QuartaPareteRoma.it, 26.02.2022]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 26 Feb 2022 11:27:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L'apostrofo roseo di Matteo Fasanella]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000089"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È in scena al teatro Stanze Segrete, fino al 20 febbraio, </span><i class="fs12lh1-5">Cyrano de Bergerac</i><span class="fs12lh1-5">, regia di Matteo Fasanella, che ne ha curato anche l’adattamento, con lo stesso Fasanella nel ruolo del titolo, Virna Zorzan (Maddalena Robin, detta Rossana), Alessandro Onorati (Cristiano di Neuvillette), Lorenzo Martinelli (conte De Guiche), Nicolò Berti (Le Bret) e Alessio Giusto (un cadetto).</span><br></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il Cyrano di Rostand perdura nel tempo. Con la sua verità cantata, con la freschezza dell’amore vissuto e la profondità di quello sognato, con le storie di coraggio e sfrontatezza, è un’opera che affonda le radici nella tradizione poetica cavalleresca, ma vi aggiunge una vena fortemente ironica che, a dispetto del tempo, trasporta il tutto in epoca contemporanea. Ed è un bene. Pur essendo in parte sciolti dai dolci vincoli del romanticismo e dal titanico senso dell’onore, gli spettatori d’oggi vengono ancora catturati dalle avventure di Cyrano de Bergerac; questo personaggio risveglia le emozioni, smentisce gli scettici e gli spregiudicati.</span><br><div class="imTAJustify">Roberto Bracco, nella sua bella nota alla prima edizione italiana del Cyrano curata da Mario Giobbe definì Rostand <i>«risvegliatore d’un mondo d’illusioni rutilanti, in cui era dolce il morire come il vivere, in cui si viveva e si moriva per la Donna e per l’Onore, in cui l’amore e l’eroismo davano all’esistenza umana ali divine»</i>. </div><div class="imTAJustify">Cyrano è un cadetto di Guascogna innamorato da sempre della cugina Maddalena Robin, detta Rossana. Non le ha mai confessato il suo amore perché lei è bellissima e lui, invece, ha un enorme naso che gli deturpa il volto. Quando la cugina gli chiede di prendere sotto la sua ala protettiva tal Cristiano di Neuvillette, un nuovo cadetto di cui ella è innamorata, Cyrano con il cuore sanguinante promette. Rossana, per quell’assioma antico che vuole il bello anche buono, bravo, intelligente e sensibile, ritiene che il bel Cristiano sia anche un fine dicitore. Se non lo fosse ne morirebbe, confessa al cugino. Inutile dire che non lo è. Cyrano, invece, è poeta e, per non deludere Rossana, parlerà e scriverà a nome di Cristiano. Lo farà con un trasporto senza pari. Sarà quello, infatti, il solo modo per confessarle i propri sentimenti. Il finale, anche se noto ai più, lo lascio nel bel luogo dove regna la sorpresa.</div><div class="imTAJustify">Cinema e teatro hanno fatto di questo personaggio un’icona. Tantissimi grandi nomi si sono misurati con esso. Memorabile l’interpretazione di Gino Cervi (1953), altrettanto quella di Gigi Proietti (1985); la prima tradizionale, corposa, l’altra moderna, agile, accompagnata da una versatilità vocale che genera musica nella musica dei versi. Al cinema, poi, José Ferrer (1951) e Gerard Depardieu (1991) sono stati capaci di volare veramente alto.</div><div class="imTAJustify">Fasanella lo interpreta bene. Imprime una sua originalità, a cominciare dal tono di voce. Il suo Cyrano ha la voce bassa, interiorizza molto. In alcuni momenti, però, il pubblico rischia di perdere qualche battuta, anche a causa del sottofondo musicale, forte e martellante. Peccato. Quando il conte De Guiche, interpretato dal bravissimo Lorenzo Martinelli, con aria sprezzante e vendicativa, dopo aver impedito che Rossana e Cristiano consumassero il loro amore, si rivolge a Cyrano dicendo <i>«Una notte di nozze in là da venire»</i>, si perde nella musica la risposta di Cyrano, ironica e perfetta, quella che, nella versione cinematografica di Rappenau e Carrière, in questo caso persino migliore della splendida traduzione di Mario Giobbe, diventa <i>«E il cretino pensa di farmici soffrire»</i>.</div><div class="imTAJustify">Anche il suo modo di pronunciare alcune battute, a volte, rende difficile seguire la cadenza ritmata dei versi. Forse c’è la volontà di modernizzare il dialogo attraverso una maggiore fluidità delle parole, legandole tra loro; ma, se così fosse, sarebbe stata più adatta una riduzione in prosa. Il naso finto, poi, non aiuta. Si percepisce leggermente falsata la pronuncia delle consonanti nasali-dentali. Sulla “n” e la “t”, a volte, sembra sia raffreddato.</div><div class="imTAJustify">In scena padroneggia benissimo gli spazi, moltiplicandoli come i pani e i pesci dei Vangeli. Il palcoscenico di Stanze Segrete è ristretto, lo sappiamo tutti, quantunque delizioso, ma lui lo estende attraverso movimenti aggraziati e ampi. I duelli con la spada, certo, sono parecchio statici; è felice la scelta registica di puntare sull’aspetto danzato della scherma, ma, a volte, non basta. Nel complesso, la vicenda si muove un po’ scomodamente. L’azione descritta da Rostand, del resto, si svolge in ampi spazi, ha una durata importante, non c’è unità di tempo e di luogo, e molti sono i personaggi. Inevitabili i tagli, le semplificazioni, i riassunti. Qui, però, avvengono anche attraverso momenti di buio e di scene in silhouette, segnati ancora una volta da una musica che giganteggia. Non sortisce un buon effetto. Distrae. Confonde. Una voce fuori campo o un leggio con pochi versi avrebbe accompagnato forse in modo più armonioso le silhouette e, comunque, le silhouette dovevano entrare in scena una volta, non di più. Forse la scelta di rappresentare il Cyrano in un teatro così piccolo avrebbe dovuto essere accompagnata da uno sforzo drammaturgico in più, da una riduzione della storia a pochi quadri iconici ed esaustivi.</div><div class="imTAJustify">Di certo, non è un personaggio facile da interpretare. Quest’opera non è soltanto la storia di un uomo. È anche la storia di un’idea. Come il Frankenstein della Shelley o il Quasimodo di Hugo, il protagonista di questa commedia ribalta il principio greco della kalokagathia (kalos kai agathos: bellezza e bontà): Cyrano è un eroe, un coraggioso spadaccino, un uomo d’onore, un romantico, un poeta, ma la sua bruttezza lo rende malinconico, solitario, chiuso nei propri segreti, innamorato in modo impossibile e, proprio per questo, sofferente. Un viaggio attraverso il problema degli affetti e della incomunicabilità.</div><div class="imTAJustify">A pensarci bene, quello di Cyrano è un mondo non lontano da un certo mondo che oggi conosciamo. Si pensi, nella dimensione della fantasia, al recente romanzo inglese <i>Brutti</i> (2005) di Scott Westerfeld; e si pensi, nella dimensione della più triste realtà, alla critica dell’idea altrui basata sulla critica di un difetto fisico, come si è visto, negli ultimi tempi, in tanti dibattiti, anche da parte di famosi giornalisti e di politici.</div><div class="imTAJustify">Cyrano, dunque, è un personaggio che richiede un’interpretazione tale da trarre amore e rassegnazione, dolore e ribellione dalla parte più profonda di sé. E in questo Fasanella è molto bravo: modula bene sguardi e pause, facendo parlare anche i silenzi. L’azione a volte assurge al clima della tragedia, di una sottile crudeltà, viva e bruciante, dovuta all’impossibilità autoindotta di amare. È di briciole che si nutre l’anima di Cyrano: pensieri, speranze, segretezza, esigenze morali. Sotto il balcone di Rossana, troppo vecchio e troppo brutto per essere Romeo, canta il suo amore di cui altri coglierà il frutto. Qualunque appassionato di teatro ha vissuto la propria vita sentimentale cercando quell’<i>apostrofo roseo messo tra le parole t’amo</i>.</div><div class="imTAJustify">Molto poetici alcuni momenti in cui l’immagine si ferma e raccoglie le potenzialità di un quadro: il bacio, che ricorda il bel dipinto di Hayez e che vede il riflesso illuminato di Cyrano allo specchio, quasi una fotografia del suo cuore afflitto … <i>«bacia le parole ch’io dissi poc’anzi»</i>; l’abbraccio disperato di Rossana e Cristiano sul campo di battaglia, che trova la veste rossa di Rossana adagiata sui loro corpi come il sangue della ferita e come la lava del dolore più profondo. Il dolore sale sempre dal vulcano ribollente dell’anima.</div><div class="imTAJustify">L’interpretazione di Virna Zorzan è buona, anche se manca di un po’ di morbidezza nel finale.</div><div class="imTAJustify">Ecco, il finale. Purtroppo la prima fila non riesce a vederlo, se non allungando parecchio il collo: le lastre di plexigas anticovid riflettono l’immagine della balaustra e si perde il gruppo degli attori. Si sarebbe dovuta spostare la scena a metà scale: lei seduta sui gradini a ricamare e gli altri che sopraggiungono. Molto apprezzabile, però, l’idea del cerchio che si chiude, perché con una parte del finale si apre la pièce, quasi la vicenda sia un flashback di gusto cinematografico.</div><div class="imTAJustify">In generale, l’esecuzione non ha avuto picchi da applauso a scena aperta, ma neanche fossi insidiosi. Mai sciatta; sicuramente rispettosa del valore di una parola complessa come quella di Rostand. Una parola che merita di essere ascoltata e vista in questa messa in scena.</div><div class="imTAJustify">I costumi di Rita Forzano sono molto ben curati.</div><div class="imTAJustify">La scenografia di Maurizio Marchini è glabra per esigenze di spazio, ma con angoli sfruttati bene. Peccato che non sia mai presente la luna, l’astro che Rostand fa menzionare più volte al suo Cyrano, in omaggio a chi gli ha ispirato quel personaggio, il vero Cyrano de Bergerac, soldato, filosofo e scrittore seicentesco, precursore della letteratura fantascientifica grazie agli impossibili viaggi nello spazio che è stato capace di immaginare.</div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[QuartaPareteRoma.it, 19.02.2022]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 19 Feb 2022 11:21:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il personaggio del mese: Raffaella Bonsignori]]></title>
			<author><![CDATA[Leonardo Mattioli]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altre_recensioni_e_interviste"><![CDATA[Altre recensioni e interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000C9"><div class="imTACenter"><b><span class="cf1">CENTRITALIA NEWS</span></b></div><div><b><span class="cf1"><br></span></b></div><div><b><span class="cf1">Leonardo
Mattioli</span></b></div>

<div><span class="cf1"><i>1° febbraio 2022</i></span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf1"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><i><span class="cf1">Il personaggio del mese di febbraio 2022 è Raffaella
Bonsignori avvocato, giornalista, scrittrice, drammaturga, nata a Roma, ma
legata alle sue origini senesi tanto da sentirsi figlia di entrambe le “Lupe”.
“Nonostante lavori su più fronti- racconta- trascorro molto tempo immersa nei
miei studi e nelle mie letture e trovo stimolante dedicarmi a lavori manuali
come cucinare, ricamare, lavorare a maglia, lavorare il legno. Il lavoro
manuale è una bacchetta magica che libera la mente dal superfluo. Alcune delle
mie migliori idee letterarie mi sono venute durante tali attività”</span></i></div>

<div><strong><span class="cf2"> </span></strong></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Come in un contrappasso,
per il mese di febbraio, il più breve dell’anno, desideravo un personaggio che
riempisse il vuoto lasciato da quella manciata di giorni la cui assenza sembra
accorciare la nostra vita. Un personaggio che fosse in grado di donare ai
lettori la gratificazione di sapere che la giornata può essere fatta di
quarantotto ore. La scelta, dunque, non poteva che cadere su </span><strong><span class="cf2">Raffaella Bonsignori</span></strong><b><span class="cf2">, </span><strong><span class="cf2">avvocato, giornalista, scrittrice, drammaturga, </span></strong></b><span class="cf2">nata
a Roma, ma legata alle sue</span><strong><span class="cf2"> origini senesi</span></strong><span class="cf2"> tanto
da sentirsi figlia di entrambe le “Lupe”. Scopriremo insieme il personaggio,
ma, ciò che più conta, la persona. Raffaella Bonsignori, oltre alle sue
capacità, alla sua vasta cultura, al coraggio, possiede quella dote che sta diventando
rara in coloro i quali molti talenti hanno ricevuto: l’umanità, che è come una
calamita. Raffaella Bonsignori vi attirerà a sé, vi incuriosirà e arricchirà in
riflessione e ricerca. In questa intervista troverete solo una parte della
grandezza della Bonsignori che, sono certo, sarà di stimolo alla lettura dei
suoi scritti. Fermarsi qui, alle poche domande che le ho rivolto e alle
interessanti risposte che ha fornito, ma perdere l’occasione di leggere i libri
che ha scritto, sarebbe come arrestarsi all’idea di un febbraio intenso ma
breve, senza pensare che è proprio questo il mese dell’anno che sacrifica parte
di sé, al fine di permettere alla primavera di giungere a noi il prima
possibile. &nbsp;</span><strong><span class="cf2"> &nbsp;&nbsp;</span></strong></div>

<div class="imTAJustify"><strong><span class="cf2"> </span></strong></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Iniziamo dalla leggenda. Senio
e Ascanio, figli di Remo, gemello di Romolo, fuggono da Roma e si dirigono a
nord, ove fondano Siena e Asciano, portando con loro il simbolo della Lupa
capitolina che diverrà Lupa senese. Le fortificazioni, che Senio erige su
tre colli, per difendersi dallo zio che voleva ucciderlo, daranno vita proprio
alla città del Palio. E lei che è nata a Roma, con il cognome “Bonsignori”,
testimonianza delle sue origini senesi, di quale “Lupa” si sente maggiormente
figlia? </span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Pur amando moltissimo Roma
e le tradizioni romane, ho, sin da bambina, un inspiegabile accento toscano che
si amplifica non appena attraverso i confini del </span><em><span class="cf2">Granducato</span></em><span class="cf2">. Forse quando l’anima parla il linguaggio
dei ricordi più antichi usa il dialetto! Devo dire che amo moltissimo Siena.
Ogni volta che ci vado, mi sento a casa. E seguo il Palio con interesse,
parteggiando per la contrada cui appartiene il palazzo Buonsignori, oggi
pinacoteca pubblica, ossia la contrada dell’Aquila. &nbsp;La mia famiglia,
infatti, appartiene ad un ramo collaterale della nobile casata di Orlando
Buonsignori, fondatore della Gran Tavola, la prima importante banca d’epoca
medievale; una casata poi unitasi ai Salimbeni. Con il tempo una parte della
famiglia si diresse a sud, stabilendosi sia a Roma e dintorni, sia in Sicilia.
Anche il cognome si modificò: con l’influenza dialettale dei nuovi luoghi di
elezione, divenne Bonsignori, e, in alcuni casi, Bonsignore. &nbsp;I Bonsignori
di Roma avevano fiorenti attività commerciali e svariate importanti proprietà
nel rione Campo Marzio. Nel Quattrocento, però, divennero partigiani dei
Colonna contro papa Sisto IV della Rovere, e ingaggiarono una battaglia che non
si sarebbe dovuta fare. Se c’è una cosa che la Storia ci ha insegnato è che
difficilmente il papato soccombe, a prescindere dalle ragioni e dai torti che
hanno determinato il conflitto. E così fu anche in questo caso. Le punizioni
fioccarono, prima fra tutte la confisca e la distruzione dei beni. Le famiglie
più potenti si salvarono comunque. Succede sempre. I Bonsignori, invece, si
ritrovarono in breve tempo defraudati di ogni cosa e finì così la loro presenza
tra le casate romane di spicco.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Le lontane origini
familiari mi hanno sempre affascinata e con i miei cugini Armando, Isabella e
Maria Letizia stiamo pensando di scrivere un libro sulla famiglia. Sarà una
buona occasione per soggiornare qualche tempo in quel di Siena, respirando la
sua aria frizzante di toscanità discreta. Difficile davvero scegliere una delle
due Lupe. Roma è la mia città, ma anche Siena. La sua vita si riflette con
delicatezza nei colori che l’avvolgono: il verde delle colline circostanti, il
rosso aranciato, profondo e bello, della </span><em><span class="cf2">terra di Siena</span></em><span class="cf2">,
pregno di suggestioni solari smorzate nel crepuscolo. E profumano di vita
autentica, quei luoghi, di valori antichi. A Siena, come in tutta la magnifica
Toscana, le tradizioni non si limitano a </span><em><span class="cf2">sopravvivere</span></em><span class="cf2">, come
usualmente si dice, ma fanno parte della quotidianità. A volte si viaggia nel
Tempo. E i senesi sono come la loro città: hanno una memoria antica che è
sempre presente ed uno sguardo al futuro; sono garbati, ma anche taglienti;
sono assolutamente se stessi. È una terra di mistici e di poeti. Dante li
definì </span><em><span class="cf2">vani</span></em><span class="cf2"> e S. Bernardino </span><em><span class="cf2">pazzi dal sangue dolce</span></em><span class="cf2">. Adoro questa definizione;
rende i senesi degli eterni fanciulli. Uno dei soprannomi che mi sono stati
dati, nella vita, è </span><em><span class="cf2">Matto</span></em><span class="cf2">, al maschile,
perché origina da una delle maschere più intriganti del teatro shakespeariano:
dice sempre quello che pensa, privo di timore reverenziale; capisce gli altri e
le cose del mondo più di quanto si pensi, vede la vita a modo suo … Forse,
oltre a Shakespeare, nel mio soprannome c’è un po’ di Siena.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Siena non è solo paesaggio e
non è solo persone; è anche arte. E che arte! Lei è un’appassionata, se non
erro.</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Sì, amo molto l’arte e
Siena ne è manifesto. Spesso viene identificata con Il Campo, con la Torre del
Mangia, con il Duomo o il Palazzo Pubblico, ma Siena è anche nella Chigiana, è
nella Loggia della Mercanzia, nel palazzo Tolomei … Ogni strada, ogni vicolo
respira Storia e Arte. Persino il Monte dei Paschi di Siena ha sede in un
magnifico palazzo, quasi una fortezza, quello dei Salimbeni, che collega la
banca di oggi alla Gran Tavola del mio avo. E, poi, c’è l’inarrivabile
scuola pittorica locale. Ho sempre avuto il vezzo di dare del </span><em><span class="cf2">tu</span></em><span class="cf2"> ai personaggi storici e agli artisti che amo
in modo speciale. Durante il liceo presi il coraggio di farlo pubblicamente, in
classe. Le insegnanti tollerarono di buon grado questa mia eccentricità.
Ebbene, uno degli artisti cui ho sempre dato del </span><em><span class="cf2">tu</span></em><span class="cf2"> è Simone Martini. La raffinatezza delle sue
figure, dei colori illuminati dall’oro, quella ritrosia da nobildonna che
manifesta Maria nella sua Annunciazione sono di impareggiabile bellezza e
raccontano la storia eterna della città. A proposito di Simone, ricordo un
episodio buffo: un giorno la scuola organizzò una gita a Siena proprio per
andare ad ammirare la sua Maestà. Io, purtroppo, mi buscai l’influenza e non
potei partire. Le mie amiche, ovviamente, mi mandarono una cartolina – la
conservo ancora – sulla quale scrissero: </span><em><span class="cf2">«Simone ci ha chiesto di
salutarti»</span></em><span class="cf2">, cosa che mi procurò l’ingelosita reazione del mio primo
adolescenziale fidanzatino.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Studi classici, poi la laurea
in Giurisprudenza. Avvocato, giornalista, scrittrice, drammaturga. Lavora in
questi ambiti da molti anni e con successo. A quale non potrebbe rinunciare?</span></i></strong><span class="cf2"> </span><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">L’Arte credo sia
irrinunciabile. È qualcosa che si ha dentro. I mestieri, le professioni fanno
parte del bagaglio del </span><em><span class="cf2">fare</span></em><span class="cf2">, per quanto mi
riguarda; solo l’Arte tocca quello dell’</span><em><span class="cf2">essere</span></em><span class="cf2">. Scrivere è
il mio unico modo di esprimermi, mettendo a nudo l’anima, scavando nelle
profondità di me stessa e del mondo di persone e di cose che mi circonda. L’ho
sempre fatto. Ho da poco ritrovato un diario dei primi anni delle elementari.
Imparai a leggere e scrivere con mio nonno e i miei genitori ancor prima di
andare a scuola e, rileggendo quelle pagine, mi ha meravigliato l’ottimo stile,
sia nella prosa, sia nella poesia, e il livello di approfondimento di alcuni
concetti. Avevo sei anni quando, proprio in merito alla mia passione per la
scrittura, ho buttato giù queste parole: </span><em><span class="cf2">«Quando scrivo i miei pensieri
diventano vivi e mi portano in altri mondi. Mi piace viaggiare con loro.
Invento tante storie. Con la mia penna posso andare ovunque senza muovermi dalla
mia cameretta. E soprattutto posso diventare chiunque. Una vita è poca se puoi
viverne tante»</span></em><span class="cf2">.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Ero una piccola,
inquietante bimbetta saggia con l’arte nella penna. Peccato che mi sia persa
per strada, crescendo! C’è da dire, comunque, che non mi sono mai
allontanata troppo dal seminato. Anche fare l’avvocato richiede spesso abilità
nello scrivere e, soprattutto, nell’approfondire un tema, sviscerandolo in ogni
suo aspetto, in tutte le sue </span><em><span class="cf2">verità</span></em><span class="cf2">, cosa
utilissima nell’impostazione di una storia narrata, che sia romanzo, racconto,
saggio o testo teatrale. Pirandello sarebbe stato un fantastico avvocato:
avrebbe insinuato il legittimo dubbio in più di un giudice. Ecco, credo che,
oltre ai preziosi insegnamenti di mio nonno paterno e dei miei genitori, io debba
ai miei studi giuridici e, soprattutto, al mio maestro Franco Cordero, la
capacità, ancorché mediocre e in perenne via di miglioramento, di vedere la
realtà nelle sue molteplici sfaccettature, di usare un approccio critico di
fronte a qualunque fatto, di non credere a verità spacciate per assolute e di
cercare sempre di disvelare le ragioni dei soccombenti, dei derelitti, degli
accusati dalla Storia.</span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><span class="cf2"> </span></strong></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Partiamo allora dalla
professione di avvocato, tra le tante libere professioni colpite dalla crisi economica,
aggravatasi nel periodo pandemico. Molti suoi colleghi hanno abbandonato la
toga proprio negli ultimi due anni. Cosa o chi la determina a resistere e
quali, a suo parere, potrebbero essere le soluzioni per una rinascita della
categoria forense, così importante per la salvaguardia dei diritti del
cittadino?</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">È un momento molto
difficile. La pandemia ha dato il colpo di grazia ad una professione che la
politica sta mettendo a dura prova da anni. Forse la mattanza dei liberi
professionisti è una delle poche costanti nel passaggio da un governo
all’altro. Pensiamo già solo alla pressione fiscale e previdenziale esercitata
a prescindere dai guadagni effettivi, anche a fronte di fatturati che di poco
superano la somma richiesta. In pratica, per gli avvocati vige la </span><em><span class="cf2">presunzione di evasione fiscale</span></em><span class="cf2">. Io so di giovani
colleghi che pagano i contributi di Cassa Forense con la pensione dei nonni o
con l’aiuto dei genitori. E sappiamo bene che non possono esimersi dal pagare,
perché, al contrario di quanto avviene per i giornalisti, non si può esercitare
la professione se non si è iscritti alla Cassa. La risposta che spesso si
ottiene dalle Istituzioni, a fronte di tali lamentele, è </span><em><span class="cf2">«Se non guadagni, vuol dire che non fai l’avvocato seriamente.
Quindi cancellati dall’Albo»</span></em><span class="cf2">. La nostra società soppesa la serietà
professionale come fosse un sacchetto di monete. Quel </span><em><span class="cf2">pro bono</span></em><span class="cf2"> che negli Stati Uniti è virtuoso
esercizio della professione, da noi diventa </span><em><span class="cf2">invito</span></em><span class="cf2"> a
rinunciare ad un titolo conquistato con esame di Stato, a rinunciare ad un
titolo che potrebbe portare un incremento di lavoro pagato in futuro. Non credo
possa dirsi </span><em><span class="cf2">civile</span></em><span class="cf2"> un Paese che costringe
il lavoratore a contrarre debiti o a chiedere aiuti per poter esercitare la
professione. La contribuzione, anche la minima, dovrebbe essere modulata in
base all’effettivo percepimento dei soldi, senza </span><em><span class="cf2">presunzione di evasione fiscale</span></em><span class="cf2">, e, tra l’altro,
sarebbe auspicabile che si rendesse facoltativa, quanto meno per coloro che si
iscrivono all’Albo dopo una certa età, la scelta di affidarsi alternativamente
ad un’assicurazione privata, che consentirebbe la capitalizzazione dei
versamenti. &nbsp;Quanto al motivo per cui ancora svolgo la professione
forense, credo sia uno solo: il ruolo di garante di giustizia che ogni avvocato
riveste. Sono un’idealista e mi piace il pensiero di poter fare la differenza
per qualcuno. Qualche giorno fa i giornali hanno dato la triste notizia della
scomparsa di Silvia Tortora, figlia del noto giornalista e conduttore
televisivo, e ciò ha riportato sotto i riflettori il clamoroso errore
giudiziario che lo vide protagonista. Egli fu vittima di un sistema giudiziario
orbo e incauto. Il suo nome fece scalpore e i giornali sguazzarono nella
notizia, sorvolando sul fatto che per Tortora, come per i suoi famigliari, non
era una </span><em><span class="cf2">notizia</span></em><span class="cf2">, ma era la </span><em><span class="cf2">vita</span></em><span class="cf2">. Ecco, gli
avvocati sono spesso l’unico veicolo di giustizia che hanno le vittime del
sistema.</span><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Lasciamo Raffaella Bonsignori
avvocato e andiamo dalla giornalista. Lei collabora con </span></i></strong><em><b><span class="cf2">QuartaPareteRoma</span></b></em><strong><i><span class="cf2">, giornale web che si occupa di
cultura, in particolare di teatro. Le sue recensioni, relative agli spettacoli
in scena nella Capitale, invogliano il lettore più che a recarsi… a correre in
teatro. Anche quando uno spettacolo non la convince del tutto, sembra lasciare
al potenziale fruitore la possibilità di accertare personalmente quanto la sua
critica corrisponda a realtà, rinunciando, dunque, come alcuni suoi colleghi, a
quelle “stroncature” senza appello. Per lei vale, dunque, il motto </span></i></strong><em><b><span class="cf2">de gustibus non est
disputandum </span></b></em><strong><i><span class="cf2">o il motivo è un altro</span></i></strong><em><b><span class="cf2">?</span></b></em><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Innanzi tutto grazie per
l’apprezzamento e per aver compreso il mio atteggiamento nei confronti della
critica. Sempre per quelle molteplici verità di cui parlavo prima, quelle che
non smetto mai di notare, non posso pensare che il mio giudizio sia
necessariamente definitivo. Cerco di vedere uno spettacolo a tutto tondo,
analizzando la scena, la musica, la regia, l’interpretazione; da scrittrice
dedico molta attenzione anche al testo e, ove possibile, lo leggo sempre prima
di andare a vedere lo spettacolo. È un qualcosa che mi insegnò mio nonno quando
iniziai ad andare a teatro. Avevo sei anni. Ciò non toglie che la mia </span><em><span class="cf2">lettura</span></em><span class="cf2"> possa non collimare con quella di altri
critici o del pubblico. Non credo ci siano cose assolutamente giuste e cose
assolutamente sbagliate in uno spettacolo. Ci sono percezioni, aiutate da uno
sguardo più o meno tecnico. L’unica certezza è che il teatro deve essere
vissuto e, dunque, non scriverò mai una recensione che allontani il pubblico
dal teatro e dall’opportunità di farsi la propria idea su uno spettacolo. Credo
che, negli ultimi tempi, sia fortemente frainteso il termine </span><em><span class="cf2">critica</span></em><span class="cf2">: fare il critico non significa </span><em><span class="cf2">criticare</span></em><span class="cf2">, ma fornire una lettura </span><em><span class="cf2">critica</span></em><span class="cf2">, ossia una valutazione, un’indagine volta a
formulare un giudizio che non deve mai porsi come </span><em><span class="cf2">il</span></em><span class="cf2"> giudizio. Amo gli articoli indeterminativi, in
questo campo. Spero di riuscire sempre ad offrire parole non definitive.</span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><span class="cf2"> </span></strong></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Restiamo a teatro, ma stavolta
non da spettatori. Lei scrive testi teatrali e il suo “Giuda” ha conosciuto un
notevole successo di critica e di pubblico quando è stato portato in scena da
un superbo Maximilian Nisi. Un’opera intensa, anche per il personaggio
decisamente controverso, e per la capacità che ha avuto di descrivere ben tre
volti di Giuda, in tre finali diversi. Tre, il numero perfetto, il numero della
Trinità; come si lega a chi, secondo la tradizione, tradì l’Uomo, il Figlio di
Dio?</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Giuda è un personaggio che
mi ha sempre affascinato, non solo leggendo i Vangeli, ma anche studiando, a
scuola, </span><em><span class="cf2">La Gloria</span></em><span class="cf2"> di Giuseppe Berto. Durante
un’intervista a Maximilian Nisi, nel 2018, nacque l’idea di portare Giuda a
teatro e il modo migliore mi è sembrato quello di dargli voce dall’aldilà in
cui si trova. È una mia prerogativa quella di prediligere storie di confine. I
miei personaggi si trovano sempre su una linea tra Vita e Morte, tra Bene e
Male, tra Luce e Oscurità, tra Sonno e Veglia … &nbsp;La storia dei tre finali
è presto detta. Dapprima il testo prevedeva due personaggi, Giuda e Ombra, un
suo </span><em><span class="cf2">alter ego</span></em><span class="cf2">; poi Maximilian ha chiesto di poter leggere
anche una versione monologata e ho lavorato ad un testo alternativo. Ho scritto
più di un finale. Alla fine ne ho conservati due. Maximilian ha operato i tagli
ritenuti opportuni per la scena, anche per evitare che fosse troppo lungo, e ha
scelto un finale tra quelli che io avevo scartato, inserendo, come frase
conclusiva, quella di uno dei due finali da me scelti. Nasce, così, il terzo
finale ed il testo, acquistabile su Amazon, contiene sia la versione non
tagliata, sia il finale alternativo, sia la versione di scena con il terzo
finale. Scrivere per il teatro è un perenne divenire. Certo, il tre è anche il
numero della Trinità ed è particolare che, alla fine, siano proprio tre i
finali prescelti. Del resto, il mio Giuda è un uomo che ha partecipato al
disegno divino; è in contatto con la Trinità, benché viva una punizione eterna
nella quale, forse, la Trinità entra poco. Nel mio modo di vedere le cose,
l’anima è la sede dell’Inconscio.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Quando ha visto il suo “Giuda”
prendere vita sul palcoscenico, quali emozioni ha provato?</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Un intero arcobaleno di
sensazioni: eccitazione, divertimento, paura, sollievo e un prezioso,
inestimabile apprendimento, perché sono stata catapultata in un mondo sconosciuto,
quello del dietro le quinte, e ho imparato tantissimo. Maximilian Nisi è un
professionista serio, infaticabile e molto capace, in grado di trasmettere arte
con grande generosità. Non è da tutti. Ho assistito alle prove, alla creazione
delle musiche da parte del bravissimo Maestro Stefano De Meo, al trucco, alle
decisioni registiche e attoriali; ho collaborato al reperimento e al montaggio
di oggetti di scena. Ho imparato che in teatro tutti sono sulla stessa barca e
lavorano insieme in un concerto di bravure e di competenze semplicemente
sublime. &nbsp;E, poi, è stato un battesimo del palcoscenico davvero
importante: la prima nazionale si è tenuta al teatro Gassman di Borgio Verezzi,
nel corso del prestigioso Festival del Teatro diretto da Stefano Delfino. Una
delle sedi più autorevoli. La sera della prima mi sono seduta sul fondo,
defilata. Quando Maximilian, alla fine dello spettacolo, ha menzionato il
Maestro Stefano De Meo e la sottoscritta a stento mi ha individuata, ma devo
dire che mi ha fatto un dono preziosissimo: mi sono alzata in piedi per
prendere il mio primo applauso e ancora ho i brividi nel raccontarlo.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">L’anno seguente, ossia la
scorsa estate, è arrivato il premio della Camera di Commercio della Regione
Liguria e sono addirittura salita sul palcoscenico accanto a Maximilian per
ricevere una targa sulla quale campeggia una motivazione lusinghiera: </span><em><span class="cf2">profondità dei contenuti</span></em><span class="cf2"> ed </span><em><span class="cf2">alto livello dell’interpretazione</span></em><span class="cf2">. Anche questa è
stata un’esperienza indimenticabile.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Come primo passo nella drammaturgia
non c’è male!</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Sono stata molto fortunata
e illuminata dal Cielo.</span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2"> </span></i></strong></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Chi la guarda dal Cielo?</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Mio padre, che è parte di
me in ogni istante della mia vita, e mio nonno Renato, il papà di papà. Sono i
miei due angeli custodi.</span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><span class="cf2"> </span></strong></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Non è un mistero la datata e
profonda amicizia che la lega anche a un altro bravissimo attore, formatosi nel
laboratorio di Proietti e che tanto ha dato, e darà ancora, al teatro. Parliamo
di Gianfranco Jannuzzo, che oggi abbiamo scoperto essere anche un bravissimo
fotografo grazie alla pubblicazione di </span></i></strong><strong><span class="cf2">Gente mia </span><i><span class="cf2">(</span></i></strong><em><b><span class="cf2">Ed. Medinova Onlus</span></b></em><strong><i><span class="cf2">)</span></i></strong><strong><span class="cf2">,</span><i><span class="cf2"> una raccolta di scatti in
bianco e nero che ritraggono persone comuni incontrate da Jannuzzo nella sua
Agrigento. Ha mai pensato di scrivere un testo teatrale per lui?</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Gianfranco Jannuzzo è un
grande attore ed una persona di rara sensibilità. Lo dimostra in ogni sua
attività artistica e nei suoi rapporti umani. Il libro fotografico </span><em><span class="cf2">Gente Mia </span></em><span class="cf2">esprime con grande intensità il suo
modo di vedere la vita, l’attenzione al particolare, il concentrarsi su una
ruga che attraversa il volto di uno sconosciuto e che va oltre il volto,
raccontando una storia, rappresentando la memoria dell’esistenza, il senso
dell’esperienza, a volte il richiamo della solitudine, sicuramente la saggezza
del Tempo. Il suo libro è un capolavoro formato da capolavori e non lo dico in
amicizia ma seguendo la mia solita </span><em><span class="cf2">linea di verità</span></em><span class="cf2">,
quella del Matto shakespeariano. &nbsp;Progetti con lui ce ne sono. Ogni tanto
ne parliamo. Il progetto di un libro, che vorrebbe raccontare, attraverso
l’obiettivo fotografico di Gianfranco e la mia penna, la sua lunga amicizia con
Gigi Proietti, prima come discente e, quindi, come collega. E, poi, un’idea
teatrale, sì. Ci sto lavorando. Si tratta di un personaggio famoso di origini catanesi.
Un grande uomo. Ma serbo segreto il suo nome, per ora … Lo sappiamo solo io e
Gianfranco. Entrando nel mondo del teatro ho imparato tante cose, anche a
cedere amabilmente ad un pizzico di scaramanzia!</span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><span class="cf2"> </span></strong></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Torniamo al giornalismo, per
affrontare una questione spinosa. Sappiamo tutti quanto parte della categoria
sia stata al centro di polemiche in questi difficili anni di emergenza
sanitaria. L’accusa principale è stata quella di aver diffuso timori nella
popolazione con una campagna di informazione definita martellante e di non
avere mosso critiche a scelte governative rivelatesi, con il tempo,
discutibili. Qual è la sua opinione in merito?</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Quando mi sono iscritta
all’Albo dei Giornalisti ho coronato un sogno. Sono orgogliosa di far parte
della categoria, ma, proprio per questo, di fronte a tanti casi in cui la
stampa sposa acriticamente le notizie ufficiali, soprattutto su un tema così
importante, che investe la vita e la salute dei cittadini, resto basita e
spiacevolmente impressionata. Mi chiedo che fine abbia fatto il coraggioso
giornalismo che ho studiato, quello dei corrispondenti di guerra o delle grandi
inchieste. Il giornalismo, nel mio modo di vedere le cose, non deve mai essere
di parte; deve farsi tramite tra la gente e la notizia, accertando le fonti e
prestando orecchio a tutte le campane; deve mettere in condizione chi legge o
chi ascolta di farsi un’opinione critica; deve essere coraggioso e, se occorre,
andare contro corrente, cercando quanta più verità possibile.</span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><span class="cf2"> </span></strong></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Arriviamo a Raffaella
Bonsignori scrittrice di saggi e romanzi. Non le nascondo che mi sono
innamorato di “Fiume Bojaccia” (Ed. Bibliotheka), la sua opera più famosa, a
metà tra saggio e romanzo storico, dedicata ai delitti avvenuti sulle sponde
del Tevere, da Eliogabalo ai giorni nostri. Non è soltanto il grande lavoro di
ricerca, ma quel suo modo di scrivere accattivante e coinvolgente, quella
narrazione viva che emerge dalle pagine di questo libro – da molti definito “un
capolavoro” – a fare di lei una autrice di indubbio talento. Può raccontare ai
nostri lettori come è nato questo libro e a quale delle sue opere è più legata?</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><em><span class="cf2"> </span></em></div>

<div class="imTAJustify"><em><span class="cf2">Fiume Bojaccia</span></em><span class="cf2"> nasce nel 2013, da
un invito dell’Associazione </span><em><span class="cf2">Figli della Lupa</span></em><span class="cf2">,
di cui faccio parte; un’associazione di </span><em><span class="cf2">fiumaroli</span></em><span class="cf2">, come a
Roma vengono definiti coloro che nel fiume svolgono attività lavorative o
sportive. Io ne faccio parte perché pratico il canottaggio, oltre ad essere
figlia e nipote di fiumaroli nuotatori, che hanno salvato anche qualche vita,
in quell’acqua. Nella riunione annuale dei </span><em><span class="cf2">Figli della Lupa </span></em><span class="cf2">c’è
sempre un fiumarolo che parla del Tevere nell’ambito della propria sfera di
competenza: archeologia, storia, ingegneria, architettura … Ebbene, quando lo
chiesero a me, ad un avvocato penalista, venne fuori una storia criminale del
Tevere. L’anno seguente lavorai al progetto e nacque il canovaccio del libro;
ampliai i casi e mi persi amabilmente nelle ricerche bibliografiche e
d’archivio, nel corso delle quali ho, con grande emozione, maneggiato
moltissimi documenti antichi.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Ho lavorato al libro per
due anni, trattando undici casi celebri, dall’antica Roma ad oggi. È stato un
lavoro di ricerca molto impegnativo, ma di grande soddisfazione. Ogni capitolo
racchiude un caso ed un periodo storico. Ho scelto la disposizione cronologica,
ma, in realtà, ognuno può leggerlo seguendo l’ordine che crede. Sono storie a
sé stanti; singoli saggi, corredati dalla propria bibliografia. Devo dire che
ad ogni saggio collego ricordi peculiari. Il caso Mattei, ad esempio, mi ha consentito
di ritrovare una pergamena manoscritta da Marcantonio Colonna nella quale ho
trovato la soluzione ad un’annosa disputa storica. Mi sono sentita un po’ come
la Biancamaria dannunziana quando mette tra i capelli il pettinino appartenuto
a Cassandra. &nbsp;Sull’opera preferita ho qualche difficoltà a rispondere.
Forse, parafrasando Hikmet, direi quella che devo ancora scrivere. Le ho amate
tutte, anche i troppo ingenui primi racconti editi da Giuffré, che uscirono
senza correzione di bozze e, dunque, con tantissimi refusi e frasi modificate e
non rilette. Di </span><em><span class="cf2">Fiume Bojaccia</span></em><span class="cf2"> prediligo
il caso Borgia. Approfondendo la vita del Valentino, ho stretto con lui quella
stessa amicizia provata per pochi altri artisti o personaggi famosi. Ne parlavo
poco fa a proposito di Simone Martini. Ancora oggi mi rivolgo a lui chiamandolo
semplicemente Cesare e non tollero il fango che la Storia gli ha gettato
addosso, dovuto alla parzialità di certi cronisti – a proposito di giornalisti
da propaganda -. Di </span><em><span class="cf2">Blue Christmas</span></em><span class="cf2">,
invece, amo l’atmosfera. Il Natale è una mia grande passione e, anche in questo
caso, la storia che ho costruito è una storia di confine, il confine tra
Possibile e Impossibile, tra Realtà e Fantasia.</span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><span class="cf2"> </span></strong></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">I “Quaderni di critica e
Cultura” sono un’altra sua creatura, una Collana nata da quella che sembra
essere la sua necessità di coinvolgere gli altri, di attrarli nella sua orbita,
anche per valorizzarli. Molti di coloro i quali hanno scritto per i “Quaderni”
parlano di lei come persona generosa. E nella vita professionale e artistica,
la generosità non è caratteristica comune ai più. È d’accordo con questa
definizione? Si sente come la descrivono?</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Gli autori dei Quaderni
sono fin troppo gentili. Non credo di essere generosa. Li ammiro molto, questo
sì. Li scelgo sulla base della stima che nutro per loro per quello che hanno
scritto e che scrivono, per l’approfondimento che dedicano agli argomenti, per
la loro capacità critica, per l’elasticità mentale di fronte alla Storia.
Questo non mi rende generosa, ma solo consapevole della bravura altrui.</span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><span class="cf2"> </span></strong></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Restiamo sui “Quaderni”, che
escono con Amazon Publishing. Grande successo per il volume dedicato alle donne
(“La donna, un volto, cento anime”), per quello che ha visto protagonista la
Capitale (“Storie di Roma. I tanti volti della Città Eterna”), e ultimo, ma non
ultimo, “Viaggi, avventure e imprese </span></i></strong><em><b><span class="cf2">quasi</span></b></em><strong><i><span class="cf2"> impossibili”, nel quale
abbiamo potuto leggere il contributo di Marcello Veneziani e la sua intervista
a Edwin Aldrin, ma non sono mancati nomi famosi anche per i precedenti. Come
nasce l’idea della Collana e quale il bilancio, sia pur parziale, di questa
intrapresa?</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">L’idea nasce per
contrastare il pressappochismo dilagante che si nota in giro. Il web è
infestato da una subcultura pericolosa: articoli scopiazzati da Wikipedia,
recensioni che si limitano a raccontare la trama od a riportare quanto scritto
nei comunicati stampa, notizie falsate dall’attuale tendenza propagandistica
della politica. Ho voluto creare uno spazio in cui persone di valore potessero
esprimersi liberamente, affrontando i temi prescelti con serietà, capacità
d’indagine, indipendenza intellettuale, stile accattivante. Ogni libro è
dedicato ad un argomento, sviscerato in modo multidisciplinare. &nbsp;Il volume
sulla donna fa ancora parte del mio progetto iniziale, quello di un Dossier
legato al giornale su cui ho scritto fino allo scorso anno; ma la testata, pur
di pregio, non aveva risorse per portare avanti il progetto, avrei dovuto
continuare a fare tutto io e, così, ho scelto di farlo ma sotto l’egida del mio
marchio Critica e Cultura. Nell’interazione con gli autori la presenza di un
curatore accanto a referenti non operativi crea confusione, incoerenza.
Da </span><em><span class="cf2">Storie di Roma</span></em><span class="cf2">, dunque, il Dossier è diventato
Quaderno ed è stata ampliata la rosa degli scrittori partecipanti, puntando
sulla capacità creativa e sulla specializzazione rispetto all’argomento
trattato.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Alla stesura di </span><em><span class="cf2">Storie di Roma</span></em><span class="cf2"> hanno partecipato, tra gli altri,
anche Gianfranco Jannuzzo, con un bel ricordo di Gigi Proietti corredato da alcune
sue foto inedite, mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara, con un
importante contributo su Pio IX, Alfredo Baldi storico del cinema e noto
critico, con un interessante descrizione del Centro Sperimentale di
Cinematografia; anche l’attore Ugo Pagliai, il quale ha accettato di essere
intervistato sul cinquantenario di uno dei più noti e visti sceneggiati tv
degli anni Settanta, </span><em><span class="cf2">Il Segno del Comando</span></em><span class="cf2">.
Il libro, inoltre, contiene l’ultimo articolo di Gian Piero Galeazzi,
recentemente scomparso: un incantevole quadro della Roma fiumarola tra
Ottocento e Novecento. Il suo testamento di giornalista e di appassionato di
storia romana. </span><em><span class="cf2">Viaggi, avventure e imprese quasi impossibili</span></em><span class="cf2">,
invece, ha visto la partecipazione, tra tantissimi autorevoli nomi, di Marcello
Veneziani e di Edwin Buzz Aldrin, il quale, nel 1969, scese sulla Luna con Neil
Armstrong. Aldrin ha letto la mia lettera di presentazione del progetto e ha
accettato entusiasticamente di essere intervistato da me. È stata una grande
emozione. In suo onore l’intervista è stata pubblicata sia in italiano, sia in
inglese. Dal 2022 i Quaderni avranno cadenza annuale. Il prossimo numero uscirà
a novembre.</span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><span class="cf2"> </span></strong></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Ormai i nostri lettori hanno
compreso le sue doti, la sua poliedricità, la sua valenza in ambito
professionale e artistico. Vogliamo svelare loro qualcosa del suo privato? Se
le dicessi, ad esempio, famiglia, amicizia, amore, cucina… dalle sue
pagine </span></i></strong><em><b><span class="cf2">social</span></b></em><strong><i><span class="cf2">, oltre ai contenuti culturali, emerge una Raffaella Bonsignori
quale figlia premurosa, compagna affettuosa, amica leale, eccellente cuoca.
Sembrerebbe proprio che la passione sia la sua parola d’ordine…</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Sì, </span><em><span class="cf2">passione</span></em><span class="cf2"> è uno dei termini che prediligo. La mia
vita privata è fatta di piccole cose, di brevi attimi di assoluta perfezione,
come mi piace definirli. Sono l’unica difesa nei confronti del sovraccarico di
impegni e di problemi quotidiani. Nonostante lavori su più fronti, trascorro
molto tempo immersa nei miei studi e nelle mie letture e trovo stimolante
dedicarmi a lavori manuali come cucinare, ricamare, lavorare a maglia, lavorare
il legno. Il lavoro manuale è una bacchetta magica che libera la mente dal
superfluo. Alcune delle mie migliori idee letterarie mi sono venute durante
tali attività, ecco perché, quando le pratico, ho sempre accanto un
registratore acceso. Mi piace anche giocare, quando posso: giochi di società e
di strategia. Il gioco ci aiuta a non perdere quella preziosa parte di noi che
si chiama infanzia. &nbsp;Poi c’è la famiglia. Mia madre è al centro dei miei
pensieri e le dedico molto tempo. La pandemia ha colpito duramente anche sotto
il profilo psicologico e sembra che i nostri politici e i giornali che ne
riportano pedissequamente le dichiarazioni non si rendano conto di quanto il
martellamento sulla conta dei morti e dei contagiati, che si sta scoprendo
anche alquanto falsata, se non erro, incida negativamente sulle persone più
fragili, quelle che, spesso, restano inermi a </span><em><span class="cf2">bere</span></em><span class="cf2"> le
notizie provenienti dalla televisione. È atroce l’insensibilità e la crudeltà
con cui questo tema viene trattato. Nel circondario delle mie conoscenze
tantissime persone plurivaccinate hanno contratto il covid anche gravemente. Le
notizie ufficiali, però, dicono il contrario, alimentando l’odio sociale nei
confronti dei non vaccinati, la spaccatura. In un simile contesto, le persone
fragili, soprattutto se anziane, si isolano sempre di più e sempre di più
perdono contatto con la realtà.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><strong><i><span class="cf2">Consuetudine impone che
l’ultima domanda sia fantastica e la fantasia certo non le manca. Se avesse la
possibilità di incontrare un personaggio del passato, di trascorrere una intera
giornata insieme, chi sceglierebbe e come organizzerebbe l’incontro?</span></i></strong><i></i></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Risposta difficile. Sono
affascinata da molte grandi personalità del passato, ma voglio rispondere sull’onda
dell’emotività, guidata dal cuore, e il cuore mi porta nel Rinascimento, verso
un fiorentino. Certo, una giornata è poca, ma si può fare. Meglio alzarsi
presto, però. Del resto lui è sempre stato mattiniero. L’incontro avverrebbe
poco dopo l’alba nei pressi di Santa Croce, perché è la sua zona. Sebbene sia
nato fuori Firenze e sia stato tenuto a balia a Settignano, la sua infanzia
fiorentina trascorre lì ed è lì che riposa nella luce dell’eternità. Forse
passeggerei con lui nei vicoli di Firenze, ricordando i suoi primi passi
nell’arte; raggiungeremmo il luogo dove sorgeva la bottega del Ghirlandaio e,
poco dopo, via Larga, entrando in quel giardino dove, da giovane scultore,
iniziò ad accarezzare il marmo con lo scalpello, guadagnandosi anche un naso rotto
a causa dell’invidia di un altro giovane artista. Poi ci recheremmo insieme a
Roma. Certo, dovendo viaggiare a cavallo, sarebbe difficile raggiungerla in
serata. Peccato, perché gli avrei volentieri preparato una buona cena nella sua
casa di Macel de’ Corvi. Ma poco importa. Ci fermeremmo a riposare in una
locanda e resterei fino a tarda ora a parlare con lui di arte e di poesia,
incantata; gli chiederei della sua vita, dei suoi pensieri, dei suoi amori e la
mia anima diventerebbe più grande perché arricchita dall’amicizia di quell’uomo
che è noto al mondo come il Divino Buonarroti, ma che io, sempre per il mio
irriverente vezzo di diventare amica di personaggi storici e grandi artisti, mi
permetto di chiamare semplicemente Michelagnolo.</span><i></i></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 01 Feb 2022 22:24:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[A Spasso con Daisy. Emozioni e sorrisi]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000088"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Quando vado a teatro a vedere un’opera che è stata già portata sul grande schermo e con un successo come quello ottenuto da </span><i><span class="cf1">A spasso con Daisy</span></i><span class="cf1"> nel 1989, vincitore di quattro premi Oscar, ho sempre paura: le potenzialità di tempi e luoghi del cinema sono così grandi che è difficilissimo riprodurre tutte le sensazioni. In questo caso, però, si tratta di un’opera che nasce per il teatro e per la quale Alfred Uhry ha conquistato anche il Premio Pulitzer per la drammaturgia. E, poi, mi tranquillizzava molto sia la regia di Guglielmo Ferro, figlio dell’immenso Turi e firma prestigiosa di spettacoli teatrali di prosa e operistici, sia il cast, sia l’adattamento di Mario Scaletta. Nessuno di loro ha tradito le mie altissime aspettative. Lo spettacolo è meraviglioso, è un treno di lusso che porta lo spettatore in una bella storia tra il riso e la commozione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Atlanta, Georgia. 1948. Tutto ha inizio lì, in quella stessa America che una decina di anni prima ha applaudito il libro e il film </span><i><span class="cf1">Via col Vento</span></i><span class="cf1">, ambientati proprio in Georgia, e che non sembra cambiata molto da quel quadro epico sulla guerra civile di metà Ottocento: la schiavitù è stata abolita, certo, ma i diritti civili degli afroamericani sono ancora frutto di lotta, di contestazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Atlanta, Georgia. 1968. Tutto finisce lì. Un delicato affresco familiare lungo vent’anni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Daisy Werthan, interpretata dalla magistrale Milena Vukotic, è una benestante signora ebrea; suo figlio Boolie, un magnifico, esilarante Maximilian Nisi, è un imprenditore di successo; e Hoke Colburn, che il bravissimo Salvatore Marino fa camminare sempre sulla via di un’umanità profonda, è un vedovo di colore, che viene assunto da Boolie come autista per la madre. Tre vite. Un intreccio apparentemente semplice, che, in realtà, racchiude una storia nella Storia. Dalle vicende private si desumono le pubbliche; nelle vicende private si affonda sotto il peso di concetti universalizzati: l’integrazione razziale, il rapporto tra genitori e figli, la propriocezione falsata della vecchiaia e la mancata accettazione del tempo che passa, l’amicizia che nasce lentamente come una Tuia Occidentale piantata nella terra dei sentimenti. Anche la musica, curata dal Maestro Massimiliano Pace, racconta il cammino della vita e accompagna il dinamismo di ogni singolo quadro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Ecco, dinamismo è una delle prime parole che mi vengono in mente: ci sono passaggi cadenzati, ritmici, ben congegnati. Non è facile per gli attori: all’interpretazione si aggiunge una sorta di danza collettiva. La stessa automobile richiede un costante movimento per portare il volante in primo piano. Così la spasmodica ricerca dei compiti corretti da parte della Vukotic. Lei di danza se ne intende: è sempre leggiadra, sul palcoscenico vola con grazia sublime. Anche le entrate e le uscite di Nisi sono cronometriche e incisive; hanno qualcosa della commedia francese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Una regia ineccepibile; quasi una direzione d’orchestra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Hoke è una figura commovente. Plasmato con determinazione e ingenuità, dotato di una logica contadina e di modi gentili, è un uomo trasparente come l’acqua e, come l’acqua, è dissetante. Marino offre una prova davvero pregevole: la sua aria svagata, i suoi gesti, la sua parlata. È un attore che, sin dall’inizio della sua carriera, ha dato prova di una versatilità vocale notevole. Ricordiamo tutti le sue </span><i><span class="cf1">raffiche verbali</span></i><span class="cf1">, i suoi giochi satirico-giornalistici. Ebbene, quella versatilità è un bagaglio attoriale molto utile, in questa commedia. Marino, infatti, riesce a posarsi con morbidezza sul personaggio anche sotto il profilo vocale, ne sposa la calata, la profondità dei toni, e accosta tutto ciò allo stupore costante per le cose semplici e alla capacità di guardare al di là dell’apparenza. Tutto ciò è in linea con il testo: dietro ogni personaggio c’è un mondo non detto ma perfettamente presente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Anche Nisi caratterizza benissimo il suo Boolie, lo forgia con gesti rotondi, accentati, lo tira fuori dalla sua normalità di uomo focalizzato sul lavoro, su una moglie ingombrante, su se stesso e lo porta nei corridoi oscuri dei rapporti familiari. È un figlio adulto con una madre anziana. Un rapporto difficilissimo composto da due personalità che l’amore vuole dipendenti e il tempo ha reso indipendenti; una sorta di tela finemente ricamata di sensi di colpa per l’assenza, di autoindulgenza per l’elargizione di denaro, di conforto per la presenza di Hoke, che è un suo alter ego: lo paga per stare accanto alla madre. Si percepisce l’istanza di cesura con la famiglia di origine per vivere negli spazi della propria vita e, al contempo, il desiderio di colmare i vuoti della vecchiaia altrui: la solitudine, le piccole incapacità che sopraggiungono, l’energia vitale che scema, la sclerotizzazione del carattere, un variegato coacervo di personalità e fragilità che la Vukotic porta in scena in maniera sublime. Ci riesce con l’interpretazione verbale e con quella non verbale: la camminata veloce, i lievi tremori, le piccole insicurezze, gli sguardi che a volte fuggono per raggiungere i pensieri che corrono troppo; e, poi, quel fantastico tono perentorio che cela il desiderio di allontanare gli affetti, perché gli affetti fanno paura, gli affetti possono andare via. Nella vita, però, non è il tono che conta, ma le azioni. Daisy marcia verso una splendida amicizia accanto a Hoke, gli insegna a leggere, memorizza quel suo intimo modo di avere accanto la moglie defunta attraverso un profumo e, pur nelle nebbie di una vita che confina con la morte, riesce a fargli un dono inestimabile. È il suo migliore amico, del resto. E si amano profondamente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Amore è un’altra parola che esce prepotentemente dal teatro insieme al pubblico. Ci si sente pervasi da quell’amore puro, disinteressato, vero, che lega Daisy a Hoke e dall’amore altrettanto profondo che lega Boolie a sua madre; ci si sente catturati dall’amore per la libertà e l’uguaglianza che traspare dai riferimenti a Martin Luther King, l’uomo dai mille volti, l’eroe della resistenza non violenta, il pastore protestante, il politico involontario, il coraggioso trascinatore di masse, il premio Nobel per la pace, l’assassinato, l’uomo dalle parole di fuoco. Le abbiamo tutti stampate in mente e tutti abbiamo imparato che la storia dell’uomo è piena degli stessi errori, trascinati nelle spire del tempo tanto da rendere i discorsi di King universali. </span><i><span class="cf1">«I have a dream»</span></i><span class="cf1">. A dirla tutta alcune sue parole sembrano scritte oggi: </span><i><span class="cf1">«La Storia dovrà registrare il fatto che la più grande tragedia di quest’epoca di transizione sociale, non fu costituita dalle parole velenose e dalle azioni violente della gente malvagia, ma dall’orribile silenzio delle persone per bene, dall’ignavia e dai timori dei figli della luce»</span></i><span class="cf1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Questa pièce è un capolavoro, una piccola perla teatrale in mezzo a molto teatro insignificante. Anche i costumi di Graziella Pera sono eccezionali, frutto di scelte fatte con cura e grande competenza. La trasformazione fisica di Nisi è strabiliante, quasi cinematografica. Ricordo che da piccola amavo molto andare ad applaudire Eduardo De Filippo al teatro Eliseo; non perdevo un appuntamento. Una delle sue commedie che prediligevo era </span><i><span class="cf1">Gli esami non finiscono mai</span></i><span class="cf1">. Ebbene, ricordo che, nel preambolo, Eduardo spiegava al pubblico che la storia avrebbe richiesto una presenza giovane, all’inizio, e, quindi, un suo progressivo invecchiamento, pertanto aveva deciso di attaccare al colletto una barba finta: nera per la gioventù, grigia per la mezza età e bianca per la vecchiaia. Ecco, qui il discorso è completamente diverso. C’è un trucco mirabile, soprattutto tenuto conto dei tempi ristretti in cui viene applicato, ma c’è molto di più: Nisi non invecchia solo grazie al trucco e agli abiti, ma anche grazie alla sua straordinaria capacità mimica e mimetica: i suoi gesti rallentano, pur mantenendo la caratteristica propria del personaggio, il suo modo di parlare si fa più stanco, ma conserva le tonalità del passato. Non interpreta un uomo giovane e, poi, un uomo anziano, bensì riesce a far invecchiare il suo personaggio sul palcoscenico in modo assolutamente coerente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Anche le scene di Fabiana Di Marzo mi sono piaciute molto. Accurata scelta degli oggetti, arco di rappresentazione ben disegnato. Con un sapiente uso delle luci entra tutto e nulla è mai di troppo: ogni ambiente riesce ad essere protagonista assoluto: il salotto, l’automobile, la scrivania di Boolie, il telefono ... Persino gli ambienti che non vediamo sono presenti, come la cucina o il garage, la sinagoga o la casa di Boolie, con i più pacchiani arredi natalizi voluti da sua moglie. Entrano attraverso particolari disseminati nei dialoghi e gli attori sono così bravi ad evidenziarli da farli uscire dal dialogo e donare loro vita autonoma. Presenza nell’assenza. La stessa cosa accade con i personaggi che non entrano in scena: Florine, con il suo naso brutto, il suo egoismo, la sua predilezione per l’apparenza; Idella con la sua pazienza, la sua onestà, i suoi manicaretti, il suo insostituibile caffè; i bambini della scuola dove Daisy insegnava, che aspettavano ogni giorno i compiti corretti; e la nipote di Hoke, che, alla fine, lo accompagna in macchina e che è icona del cambiamento tanto agognato, perché insegna all'università. Le lotte per i diritti civili hanno dato frutti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">È uno spettacolo che merita di essere visto e rivisto, credetemi. Di occasioni ce ne sono molte. La tournée è appena partita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">[QuartaPareteRoma.it, 29.01.2022]</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 29 Jan 2022 11:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giuda citato nel libro "Scrivere il monologo"]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Giuda"><![CDATA[Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000DB"><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Franca De Angelis</b> è l'autrice di un bellissimo libro, <i>Scrivere il monologo </i>(Dino Audino Editore, Roma, 2022). Un libro destinato agli appassionati di teatro ma anche a chi il teatro lo studia e a chi ne ha fatto un lavoro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'Autrice è sceneggiatrice, drammaturga e docente di scrittura creativa. Il cortometraggio con cui ha debuttato, <i>Senza parole</i>, ha rappresentato l'Italia agli Oscar del 1997; da allora ha lavorato con registi quali Carlo Lizzani e Giuliano Montaldo e ha firmato più di venti titoli per il cinema e la televisione oltre che numerosi testi teatrali rappresentati con successo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ebbene, ho avuto l'onore di scoprire che Franca De Angelis ha citato il mio </span><i class="fs14lh1-5">Giuda</i><span class="fs14lh1-5"> nel suo libro </span><i class="fs14lh1-5">Scrivere il monologo; un libro</i><span class="fs14lh1-5"> che, a prescindere dalla citazione personale, è magnifico e merita di essere letto.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ecco il brano in cui si menziona il mio <i>Giuda</i> (pagg. 77-78). Un onore davvero insperato che mi ha commossa e mi ha dato il coraggio di proseguire sulla via della drammaturgia:</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">[…] Avere paura di perdere la memoria delle proprie gesta &nbsp;- del proprio sacrificio, del proprio talento, del proprio valore o delle motivazioni che hanno generato determinati eventi e comportamenti - &nbsp;può già costituire una buona ragione per raccontarsi. Da un punto di vista drammaturgico, tuttavia, può rivelarsi più fruttuoso andare a scavare più a fondo in quelle che possono essere le ragioni del personaggio &nbsp;- lo ripetiamo, spesso non consapevoli - &nbsp;e ciò vale anche per la signorina Margherita e Njuchin.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Forse, in ciò che gli è accaduto, qualcosa gli sfugge e vuole cercare di scoprire cosa sia. Forse è in cerca di una risposta. In <i>Giuda</i>, di Raffaella Bonsignori, l’apostolo racconta la nota storia dal proprio punto di vista e il suo interlocutore è, quasi in tutto il testo, Dio; con l’eccezione di rari momenti in cui si rivolge agli spettatori, che apostrofa come <i>«i buoni, i fedeli»</i>, ma che in questo caso &nbsp;- è facile intuirlo - &nbsp;rappresentano l’umanità intera. Come scrive la stessa Bonsignori nelle sue note: <i>«L’uomo che le genti di ogni tempo e di ogni luogo hanno condannato senza riserve si trova in un aldilà grigio e freddo per scontare la sua pena: ricordare, pentirsi e morire, e poi, ancora, ricordare, pentirsi e morire. Ogni giorno»</i>. Molte le domande per cui Giuda vorrebbe ricevere una risposta, nel testo; ma la principale, quella che in fondo percorre sotterraneamente tutto il racconto, arriva, com’è giusto, sotto il finale e riguarda il suo rapporto con Gesù: <i>«Ancora non so se mi abbia mai amato. Ed è l’unica cosa che avrei bisogno di sapere»</i>.</span></div> &nbsp;<div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 08 Jan 2022 21:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Libertà di esistere per quello che siamo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000087"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify">All’Ambra Jovinelli è in scena, dal 26 dicembre al 2 gennaio, <i>Mine Vaganti</i> di Ferzan Ozpetek, che ne cura anche la regia, con Francesco Pannofino, Iaia Forte, Erasmo Genzini, Carmine Recano, Simona Marchini, Roberta Astuti, Sarah Falanga, Mimma Lovoi, Francesco Maggi, Edoardo Purgatori e Luca Pantini (sostituito da Arturo Muselli).</div><div class="imTAJustify"><i>Mine Vaganti</i> è stato un film molto toccante, per me, e l’idea di andare ad assistere ad una sua riduzione teatrale mi spaventava un po’, non lo nego. Paura infondata. La poesia di Ozpetek non risulta scalfita dalla minore possibilità, per la vicenda, di espandersi nel tempo e nello spazio.</div><div class="imTAJustify">È la storia di Tommaso e della sua famiglia, una storia di silenzi e di affetti, di paure e di ostacoli, ma anche di amore, come la migliore tradizione letteraria sull’argomento ci insegna, dalla Natalia Ginzburg di <i>Lessico famigliare</i> alla Edith Wharton di <i>Uno sguardo indietro</i>, dalla Nadine Gordimer di <i>Storia di mio figlio</i> alla Marguerite Yourcenar di <i>Archivi del Nord</i>.</div><div class="imTAJustify">In Ozpetek, però, la famiglia-culla e la famiglia-prigione coesistono prepotentemente e vengono disegnate con una profondità emotiva davvero unica, con grande acume psicologico e con una pregevole ironia, che rende vivo e vero ogni passaggio delle sue storie; un’ironia che chiama il fruitore del messaggio artistico all’interno della vicenda, tirando fuori dalla sua intimità taciuta tante cose da dire, perché quando, in una storia, percepiamo il lato serio e quello faceto, ci sentiamo maggiormente disposti a metterci in gioco, a trovare similitudini e disuguaglianze con i personaggi, ad essere noi stessi, a <i>partecipare</i>. Ed è questo il gioco del cinema e, ancor più, del teatro: <i>partecipare</i>.</div><div class="imTAJustify">Proprio in quest’ottica si entra subito nel vivo della storia con Tommaso che è seduto sul palco e osserva gli spettatori finire di accomodarsi. Quando si abbassano le luci inizia a parlare. Sipario chiuso alle sue spalle. Parla di ricordi. Prospetta un viaggio nella memoria. Il primo ricordo è per il suo Marco. Lo spettacolo, dunque, si apre all’insegna dell’amore. Commuove sempre tanta attenzione al mondo emotivo. Ed è qui che si leva il sipario.</div><div class="imTAJustify">La scena è minimalista. Si gioca con i veli. Un tema ricorrente, in Ozpetek. Il velo consente di intravedere la realtà, sfiorando ciò che all’occhio è negato, ma che la sensibilità sa cogliere, proprio come accade quando si percorrono i corridoi emotivi. Anche l’abito di Alba è fatto di veli, fino a che restano sospesi alcuni pensieri. E si gioca con le luci, quelle in sala e quelle in scena; persino il lampadario si alza e si abbassa, sottolineando, a volte, il piano della conversazione, sempre in bilico tra razionalità ed emotività.</div><div class="imTAJustify">La presentazione della famiglia è volutamente acre: spariti i veli, i personaggi appaiono in una scatola bianca dai muri disadorni, che, al pari delle parole, ci racconta chi sono. Tornano i veli quando entra in scena il padre e, da quel momento, faranno parte della pièce; uno di essi cadrà in terra con lui. Chi ha visto il film sa perché, gli altri lo scopriranno. Ma non è un caso che la nostra lingua ci regali un verbo come <i>disvelare</i>. </div><div class="imTAJustify">Il padre &nbsp;- ci insegna la psicanalisi - &nbsp;è simbolo dell’organizzazione psichica individuale, rappresenta la legge che impedisce l’incesto edipico, l’unione, anche identificativa, con la madre. È inevitabile che sia la figura più temibile rispetto allo sbocciare della nostra natura, dei nostri desideri, della forma del nostro amore. A volte, le sue istanze censorie affogano nell’ipocrisia, nel perbenismo più bieco, nella cecità sentimentale. Ozpetek racconta con grazia sublime sia la difficoltà di interagire con un padre chiuso nel proprio rifiuto dell’omosessualità, con una famiglia costruita all’interno dei propri inviolabili schemi lavorativi, relazionali, culturali, sociali, sia l’involontaria comicità di certi atteggiamenti piccolo-borghesi. Per Tommaso, il protagonista di questa storia, l’outing diventa un sistema per appropriarsi dell’esistenza che gli spetta sotto tutti i profili; attraverso l’outing spera di essere cacciato di casa, di uscire dal sistema di gabbie concentriche &nbsp;- famiglia, pastificio, paese - &nbsp;e di poter trovare finalmente la propria dimensione di vita. Ma non ha fatto i conti con il fratello, che lo precede, liberandosi per primo, liberandosi da solo.</div><div class="imTAJustify">I paesaggi interiori tipici di Ozpetek richiedono grande maestria nell’interpretazione: bisogna saper recitare due ruoli contemporaneamente, la maschera e l’uomo, la vita per gli altri e la vita per se stessi con il conflitto che ne consegue, con la lacerazione interiore. In questo caso, inoltre, c’è un precedente cinematografico che pesa molto, con grandi interpreti, tutti capaci di un’intonatissima coralità. È una difficile eredità quella raccolta dagli attori che stanno portando in scena questa pièce.</div><div class="imTAJustify">Ci sono momenti di buona recitazione ed altri in cui si procede un po’ troppo di maniera, con accenti e gesti visti e rivisti nella commedia dialettale Novecentesca.</div><div class="imTAJustify">Carmine Recano mi è piaciuto molto. È l’unico che ha partecipato anche al film, sebbene qui non interpreti più Marco, ma Antonio, il fratello di Tommaso. Mi è piaciuto come approfondisce il personaggio. Lo si segue bene. Nella sua rivelazione, forse, corre un po’ troppo. Anche lo scontro tra i fratelli emoziona. Bravissimi entrambi. Caratteri diversi per due anime impantanate nello stesso fango di parole non dette, di finzioni forzate, che ricordano il sommerso mondo di acredini de <i>La Famiglia </i>di Ettore Scola. </div><div class="imTAJustify">Ottimo incontro di comunicazione verbale e di mimica per Mimma Lovoi nel ruolo della cameriera, e autografo da mattatore per Pannofino nel ruolo di Vincenzo.</div><div class="imTAJustify">La nonna, la <i>mina vagante</i>, che nel film è stata interpretata da Ilaria Occhini, sul palcoscenico ha il volto di Simona Marchini. Brava, ma non entusiasma. Un po’ troppo statica; a volte assente anche quando presente, si guarda intorno più da spettatrice che da interprete, e i suoi discorsi più profondi si concludono senza quella spinta che dalle orecchie fa scendere le parole nel cuore di chi ascolta. Mancano i silenziosi sorrisi sapienti che il testo sembra tratteggiare. Anche una delle sue frasi chiave cui sono maggiormente affezionata &nbsp;- <i>«Normalità … che brutta parola!»</i> - &nbsp;viene pronunciata con un’enfasi che si perde in chiusura. La sua saggezza è più raccontata che introiettata e trasmessa. <i>«Gli amori impossibili non finiscono mai. Sono quelli che durano per sempre»</i> confida ad Alba; ma lo fa senza il peso che ognuna di quelle parole meriterebbe. Sono scritte con lo scalpello, infatti, e la loro anima di marmo andrebbe enfatizzata: il susseguirsi di due modi contrastanti per esprimere lo stesso concetto (<i>non finiscono mai</i> e <i>durano per sempre</i>), è un rafforzativo, un po’ come la <i>«cana eternità»</i> del Belli. Sono parole che dovrebbero sprofondare nell’anima e non lasciarla più, proprio come l’amore impossibile.</div><div class="imTAJustify">Tutto ciò non priva la Marchini di momenti intensi, ovviamente, come quelli allo specchio della toletta: scelta registica felice, che richiama il gioco di riflessi racchiuso nel perenne confronto tra essere e apparire.</div><div class="imTAJustify">Erasmo Genzini interpreta Tommaso, si misura con un personaggio che, più di tutti gli altri, deve dar voce al silenzio attraverso lo sguardo, la mimica, la calibrazione dei movimenti. Non è facile, ma ci riesce; a volte più a volte meno, certo. Il risultato finale, però, convince.</div><div class="imTAJustify">La storia aiuta tutti, di sicuro. È bella. È emozionante. È autentica.</div><div class="imTAJustify">Le dinamiche familiari sono sempre estremamente complesse, forse perché <i>famiglia</i> non è semplicemente un nucleo di persone, ma un forziere che contiene la mappa della memoria; è una danza antica che cela affetti e contese. La famiglia è un castello turrito dalle pareti a volte invalicabili ed è una lente di ingrandimento attraverso la quale guardare noi stessi, consapevoli dell’altezza di quelle pareti; è un gioco di gerghi e di silenzi. E Ozpetek è sempre in ascolto del silenzio: nei suoi film, nel suo teatro, nei suoi libri ne trasmette le vibrazioni pregne di significati.</div><div class="imTAJustify">Il silenzio è spesso assimilato alla notte, alle tenebre. Il buio dantesco è <i>«d’ogne luce muto»</i> e la selva oscura è là <i>«dove il sol tace»</i>. Anche il silenzio di Ozpetek nasce dal buio; un buio interiore in cui la luce, a causa della costrizione ambientale, non filtra se non quando la scelta si fa urgente e supera la paura. Lo sottolineano anche le luci a teatro. <i>«Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere»</i> scrisse Wittegstein. Non è sempre così, per fortuna. In quest’opera Ozpetek valica efficacemente l’impervio ostacolo di ciò che alcuni ritengono non conveniente dire, di ciò che potrebbero non voler ascoltare: la <i>mina vagante</i> scompagina la realtà, accende la luce nel buio, dà parola al silenzio e lo fa ironizzando finemente sull’ipocrisia di una certa società. <i>«È più faticoso stare zitti che dire quello che si pensa»</i>, dichiara la zia Luciana del film.</div><div class="imTAJustify">E quando il silenzio parla ne ha di cose da dire! L’amore ha mille sfaccettature e <i>Mine Vaganti</i> le tocca tutte: l’omosessualità nascosta a forza, che soffoca l’anima; la sensualità emozionante, che non ha sesso ma solo sentimento e che stringe Marco e Tommaso, così come Tommaso e Alba; l’amore impossibile, quello che <i>non finisce mai</i>, come confessa la nonna. Già … L’amore impossibile. A volte amare è difficile e affascinante. Capita che ci faccia soffrire e, allo stesso tempo, ci faccia sorridere, come funamboli incoscienti, sospesi su un vuoto che possiamo chiamare libertà di esistere.</div><div class="imTAJustify">Ozpetek è un poeta della fragilità, degli esseri umani fatti di cristallo <i>«così trasparenti e luminosi, ma difficili da maneggiare»</i>, e, al contempo, è il poeta della forza, della volontà d’essere se stessi sempre, della curiosità e dell’ironia per tutto ciò che si incontra sulla strada della vita.</div><div class="imTAJustify"><i>Mine Vaganti</i> usa la morte per insegnare il coraggio di vivere, trovando espressione pura nella parola. Dio, quanto amo le parole!</div><div class="imTAJustify">Tommaso è uno scrittore. Il suo primo romanzo è stato appena rifiutato da una casa editrice, ma non ha importanza. Non si diventa scrittori solo quando i libri vengono pubblicati. Scrivere è un moto dell’anima, perché la parola è creazione. Adamo sceglie i nomi, ci racconta la Bibbia, e fa esistere gli animali. Anche la Rosa di Bernardo di Cluny e di Umberto Eco è legata al suo nome, e così quella di Shakespeare, sebbene, in un caso, la caducità prevalga sull’eternità ed il nome resti il vuoto involucro di ciò che non è più, e, nell’altro caso, il fiore, la vita, superi il nome che lo ha distinto: <i>«</i><i><span class="cf1">Quella che chiamiamo rosa non cesserebbe d'avere il suo profumo dolce se la chiamassimo con altro nome»</span></i>. Ebbene, a Tommaso sarà affidato, infine, il compito di scrivere la storia della sua famiglia, di <i>disvelare</i> le verità nascoste, di dare loro un nome, facendole esistere, abbattendo le barriere soffocanti che le hanno sempre rinchiuse nell’ombra muta di dantesca memoria. Perché verità è libertà; verità è amore. Sembra questo il messaggio. Ma, forse, è errato parlare di verità. Cos’è la verità? Un inconoscibile Leviatano che abita le profondità oceaniche in un mondo di cui gli uomini sono solo in parte padroni. Nessuno di noi conosce la verità. O, meglio, ognuno di noi ne ha una. Siamo come i ciechi che descrivono l’elefante in una famosa parabola buddista. Parziali. Sarebbe più coerente parlare di sincerità. Quando diciamo la nostra verità siamo sinceri; potremmo essere in errore, certo, ma non verrebbe meno la purezza del nostro intento. Essere sinceri ci rende liberi. Essere sinceri è un atto d’amore, qualunque cosa venga detta, perché l’amore è donarsi e non si può donare se stessi se ci si nasconde. Ozpetek lo sa. Lo sa e lo dice con grande poesia in un breve dialogo la cui intensità non è minimamente intaccata dal sorriso che pur produce:</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i>«Quanto sei brutta!»</i> esclama la nonna.</div><div class="imTAJustify"><i>«Anche io le voglio bene, signora»</i> replica la cameriera.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Come nel film, anche sul palcoscenico si alternano momenti di grande intensità a momenti di spensieratezza, di leggerezza, anche se, qui, si trasformano, a tratti, in una sorta di Varietà: le tante entrate e uscite in platea, il coinvolgimento del pubblico nel ruolo della gente del paese, lo spettacolo delle drag queen, la canzone che cantano in coro, e di cui, nella festosità generale, si perde il senso, mentre un senso ce l’ha, quell’incontro con <i>«un angelo che non poteva più volare»</i>.</div><div class="imTAJustify">Come nel film, anche sul palcoscenico si parla del travolgente e misterioso viaggio nella vita e nei sentimenti. E il quadro finale è il più convincente di tutti, sotto questo profilo: coralità e armonia, leggerezza e profondità, danza, musica. La bella firma, indelebile, di Ferzan Ozpetek.</div><div class="imTAJustify">Nel 1950 John William Van Druten scrisse un’opera teatrale, <i>Bell, Book and Candle</i>, destinata a diventare un cult movie con un’affascinante Kim Novak che perde i suoi poteri magici nel momento in cui si innamora di Jimmy Stewart. La storia è deliziosa, ma quel finale non mi è mai andato giù. Quando ci si innamora la magia non si disperde ma si amplifica e ci pervade. L’amore, soprattutto quando si fa passione, sembra distruttivo, ma non lo è mai; è vita nascente, come quella del Big Bang; è ispirazione, è pulsione irrefrenabile. Come scrive Ozpetek:</div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i>«Nei sentimenti siamo guidati da leggi misteriose, forse il destino o forse un miraggio, comunque qualcosa di imperscrutabile e inspiegabile. Perché, in fondo, non esiste mai un motivo per cui ti innamori. Succede e basta, è un entrare nel mistero: bisogna superare il confine, varcare la soglia. E cercare di rimanerci, in questo mistero, il più a lungo possibile»</i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Ed è esattamente questo il messaggio che sottende <i>Mine Vaganti</i>. Come è accaduto quando lo abbiamo visto al cinema, da teatro usciamo sentendoci innamorati. Di noi stessi, di un’altra persona, di un lavoro, di un sogno. Non ha importanza. L’importante è sentire la <i>magia</i> dei sentimenti che riempie l’anima nel travolgente ritmo della libertà di esistere per quello che siamo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[QuartaPareteRoma.it, 28.12.2021]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 28 Dec 2021 11:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il marciapiede e la vita]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000086"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify">Domenica 12 dicembre al teatro Lo Spazio di Roma. “Off per scelta”, o, come lo chiamo io, <i>Casa Teatrale</i>, perché l’aria di famiglia ti accoglie e ti avvolge con il suo angolo bar, la sua sala, i suoi spettacoli ben scelti, mai banali e i volti sempre sorridenti di Manuel Parruccini e Antonella Granata. Era in scena la replica finale di <i>Uomini da marciapiede</i>, di e con Pino Ammendola, anche regista, Pietro Bontempo e Giorgio Gobbi.</div><div class="imTAJustify">La similitudine con il film di Schlesinger del 1969, tratto dal bel romanzo di Leo Herlihy, lo scrittore degli emarginati, dei disingannati, dei rifiutati dal mondo, è solo nel titolo, perché sono storie diverse e diverse sono le disperazioni narrate e rappresentate.</div><div class="imTAJustify">L’argomento non è facile e l’interpretazione nemmeno.</div><div class="imTAJustify">La scenografia è necessariamente minimalista: un guard-rail, tre sedili arrangiati, tre uomini di vita, con i loro caratteri diversi, con la loro amicizia conflittuale, con la loro idea di identità sessuale, che, dal fondo del lago interiore dell’esistenza, si rende protagonista e parla di piacere, di natura, di scelta di vita, di mercimonio, di rifiuto, di vergogna, di cattiveria altrui.</div><div class="imTAJustify">Diciamo subito che non si tratta di teatro d’azione e, pertanto, avrebbe, forse, richiesto una punta di coraggio in più: l’escamotage di entrare ed uscire di scena per <i>movimentare</i> non serviva. Quello che propone Ammendola è un teatro di parola e la parola non patisce la mancanza d’azione, mi pare chiaro: in <i>Aspettando Godot</i>,<i> </i>Vladimiro ed Estragone attendono qualcuno che non arriva mai e restano lì, tutto il tempo; in <i>Chi ha paura di Virginia Woolf</i>, George e Martha mettono in moto un massacrante <i>gioco della verità</i> con i loro due ospiti, prigionieri di una stanza e di quattro sedie. Nel teatro di parola non serve altro, sul palco, se non la parola stessa. E le parole vanno ascoltate e vanno capite, possibilmente.</div><div class="imTAJustify">Dell’universo della parola l’Ammendola drammaturgo ha, in questo caso, esplorato aspetti interessanti, scivolando, però, su alcune macchie d’olio dovute a qualcosa di troppo e a qualcosa di troppo poco. Innanzi tutto ha ben esplorato l’aspetto riempitivo della parola, funzionale alla storia perché utile a cancellare il silenzio: <i>«il troppo silenzio fa paura»</i>, come dice uno dei suoi personaggi, il troppo silenzio mette le persone di fronte a se stesse, anche quando non hanno intenzione di ascoltarsi o di vedersi. Particolare, poi, lo sviluppo dell’aspetto comunicativo: la parola assume il ritmo di una danza antica, una pavana, direi, con i suoi passi lenti che, tuttavia, raccontano il venirsi incontro e l’allontanarsi reciproco. Si alternano, infatti, incomprensione e comunanza. L’incomprensione è quella che graffia di più, come sempre. Pensiamo al personaggio interpretato da Ammendola, che ha origini napoletane: a volte cede ad un dialetto stretto che gli altri due non comprendono; e il dialetto è intimità. La barriera linguistica tra persone che dovrebbero parlare la stessa lingua, se, in superficie, strappa la risata, in realtà mette il pubblico di fronte alla profonda solitudine di chi prova ad essere se stesso e non viene capito. Anche Ciccio, il personaggio di Gobbi, sembra parlare un’altra lingua anche se non usa il dialetto: lui tenta di aprirsi, tenta di comunicare su un piano al quale gli altri non sono disposti ad accostarsi. Preferiscono rispondere con lo sfottò. Ne consegue l’immediata chiusura dopo la ferita. Ho trovato singolare anche l’aspetto musicale della parola, che a me piace sempre molto: la cadenza data dalla geminatio di alcuni concetti, quel <i>“non c’è nessuno”</i> e quel continuare a vedere qualcuno che non c’è, entrambi portali per luoghi psicologici, che si sveleranno nel surrealistico <i>perché</i> di quel mondo sospeso. Meno accattivante l’aspetto umoristico, troppo cercato con battute spesso già sentite, che fanno un po’ scendere il tono del dramma, che distraggono; così anche quella parte di dialogo racchiusa nei ripetuti lamenti e nei cataloghi dei vizi e delle noie, nel tópos che, a volte, satura l’aria. E decisamente poco accattivante la parola urlata. Non l’ho mai amata. Suona come un tentativo di richiamare l’attenzione del pubblico quando l’attenzione è focalizzata sulle emozioni e l’urlo la distoglie. Quanto alla volgarità di alcune frasi, si può pensare connaturata all’ambiente in cui i tre personaggi si muovono, ma, forse, qualcosa in meno avrebbe comunque reso l’idea.</div><div class="imTAJustify">Buona la caratterizzazione dei personaggi. Non c’era dubbio: Pino Ammendola, Pietro Bontempo e Giorgio Gobbi sono tre grandi interpreti. Abbiamo Pietro (Bontempo), un romano fanfarone, apparentemente aggressivo che, in realtà, teme la sua stessa ombra e subisce le angherie violente della madre. Freud ci andrebbe a nozze, su questo punto. Poi c’è Pino (Ammendola), nei panni di un travestito napoletano con gli occhi che mostrano se stesso e le labbra che raccontano quel che di se stesso vuole mostrare agli altri. E, infine, il terzo uomo da marciapiede, ossia Ciccio (Gobbi), una dolcissima figura ottocentesca che dal fango della prostituzione non viene insozzata neanche per sbaglio. È lì per meretricio, certo, ma con il suo cesto da Mary Poppins, dove c’è il mondo, accudisce gli altri, si preoccupa per gli altri, vuole bene agli altri, compresi tutti gli animali, anche la piccola lucciola che muore &nbsp;- e sappiamo tutti bene il significato che viene attribuito alla parola <i>lucciola</i> -. L’unico essere che non riesce ad amare è se stesso.</div><div class="imTAJustify">Siamo di fronte a tre uomini-isola: soli, tanto soli da non riuscire a vedere altro che la propria solitudine.</div><div class="imTAJustify">Il dialogo segue un arco: all’inizio i tre sembrano legati solo da un alternarsi di indifferenza e cattiveria reciproche; poi si dedicano ad un carosello di <i>confidenze</i> sugli affari altrui che ricorda <i>I Pettegolezzi</i> di Norman Rockwell, perché alla fine del carosello, il cicaleccio segreto viene sempre svelato, le parole pronunciate dietro le spalle tornano all’ignaro destinatario; infine riescono a capirsi, ma capirsi significa mescolare le proprie disperazioni e renderle ancora più ingombranti. E l’anima, si sa, ha spazi infiniti per tante cose, ma non per la disperazione. La disperazione, quando supera la capienza dell’anima, trabocca.</div><div class="imTAJustify">Si segue abbastanza bene il tragitto verso il finale; un finale che mi piace racchiudere nelle scarpe, le quattro scarpe affiancate sul palco, che rappresentano tutti loro: un paio da donna, alte, un po’ volgari, la maschera; e un paio da uomo, vecchie, da risuolare, che forse maleodorano, ma che hanno camminato tanto. Il senso dell’empatia e dell’umanità, se ci pensiamo, consiste proprio nel <i>mettersi nelle scarpe degli altri</i>.</div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[QuartaPareteRoma.it, 16.12.2021]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 16 Dec 2021 11:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Gian Maestri. Mio padre Cesare, il "Ragno delle Dolomiti"]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000064"><div class="imTACenter"></div><div><span class="fs12lh1-5">Madonna di Campiglio, per me, è un luogo dell’anima, sin da quando ci misi piede la prima volta. Ancora oggi considero quel luogo familiare, intimo. Lo devo anche al fatto che mi sono rimasti nel cuore gli amici di quando ero ragazza, come se avessimo continuato a sentirci e vederci regolarmente. Tra questi c’è Gian Maestri, il figlio del grande alpinista Cesare Maestri, scomparso quest’anno. Ero diciottenne quando Cesare mi disse che avevo il fisico per fare roccia. Mia madre era accanto a me ed ascoltò in silenzio; poi, tornando a casa, prima che io potessi aprire bocca per chiedere entusiasticamente di acquistare corde e imbracature, mi disse semplicemente: «Non pensarci proprio» e la mia carriera di alpinista finì lì, prima di cominciare, arenandosi miseramente sulle ansie materne.</span><br></div><div>Avevo pensato di porre a Gian qualche domanda sul padre, le tre o quattro domande che riservo agli intervistati sui Quaderni di Critica e Cultura, ma più che una breve intervista è uscita fuori una chiacchierata, un modo amicale per ricordare uno dei più grandi alpinisti italiani e alcune delle sue leggendarie imprese.</div><div> </div> &nbsp;<div><b><i>In un bel libro autobiografico, Arrampicare è il mio mestiere tuo padre si narra con una sincerità emozionante, a partire dai suoi giorni romani all’Accademia di Arte Drammatica, sulle orme della sorella. Con il cinema smette prima di iniziare, invero, e si dedica a vari lavori e alla palestra di pugilato: «Imparai anzitutto che, stringendo i denti, non si sente il dolore, e poi che bisogna conoscere le proprie forze». Questa frase mi sembra perfetta per descrivere il Cesare Maestri che ho avuto il privilegio di conoscere da ragazza a Campiglio. Ma &nbsp;-ti chiedo- descrive anche il Cesare Maestri di ogni giorno, quello in famiglia, il padre?</i></b></div> &nbsp;<div>Cara Raffaella, che ricordi mi fai tornare vivi, soprattutto quanti …!</div><div>Tu parli di <i>Arrampicare è il mio mestiere</i>, ma, secondo me, il libro in cui Cesare si descrive meglio per tutta la sua vita fino alla fine degli anni Novanta è <i>E se la vita continua</i>, in questo libro scava nel suo intimo e si riesce a conoscerlo al meglio.</div><div>L’avventura della nostra famiglia è stata veramente un’epopea; per descriverla non bastano poche righe, ci vorrebbe un libro. Per questo motivo, quanto riuscirò a dire nel rispondere alla tua domanda è comunque enormemente riduttivo rispetto alle quantità di emozioni che tuttora mi porto dietro come esperienze di vita.</div><div>Per cominciare ti dico che in effetti Cesare a Roma in cerca di futuro visse pochissimo, neanche un anno. Pensa che, comunque, al suo ritorno a Trento per un bel periodo gli amici lo chiamarono <i>il romano</i>, e nella sua storia alpinistica sono sicuro che il fatto dell’essere stato in altri ambienti che non fossero quelli che al tempo erano chiusi ed un poco bigotti come quelli trentini, lo fece passare come un <i>teatrante</i> qualunque cosa facesse. </div><div>La nostra famiglia si formò a Trento, ma già dopo la mia prima elementare ci trasferimmo a Canazei, Cesare aveva bisogno di stare più vicino alle montagne su cui cimentarsi, e facendo anche qualche uscita come Guida Alpina riusciva a recuperare del denaro per poter vivere. Erano tempi veramente duri per noi, così non poteva andare avanti, i soldi erano pochissimi e come riporti tu nella domanda credo che Fernanda e Cesare in quel periodo avessero veramente <i>stretto i denti</i>. Infatti quando il caro amico Rolly Marchi propose loro di trasferirsi ad Andalo, finanziando la costruzione di un bar ristorante con tavernetta, loro accettarono con entusiasmo. Finalmente avevano una fonte di entrata che dava una maggiore tranquillità. Io ad Andalo feci la seconda e parte della terza elementare. Il fatto era che fare tardi la notte partecipando alla conduzione di quel locale notturno non era l’ideale per Cesare, che doveva essere ben riposato per poi andare ad arrampicare. Per cui, quando nel 1963 venne l’occasione di trasferirci a Madonna di Campiglio aprendo un’attività commerciale, finalmente trovammo un approdo sicuro in cui vivere e dove tu e la tua famiglia ci avete conosciuti.</div><div>Questa nostra vita spiegata in dieci righe mi serve per far capire che già per come la stessa si è articolata è stata parecchio movimentata, aggiungici tutto il resto legato alla storia alpinistica di Cesare ed immaginati che ricordi possano uscirne. Infatti, come riporti tu nella domanda, alla “conoscenza delle proprie forze”, nella nostra famiglia ci arrivammo dopo aver vissuto parecchie peripezie.</div><div>Come era Cesare di ogni giorno, in famiglia, come padre? </div><div>Considera che lui si era costruito intorno una figura di persona molto decisa, a volte molto polemica al limite della superbia, era sempre molto schietto nel porsi verso il prossimo e non accettava compromessi di sorta. Questo suo modo di essere, per chi non lo conosceva di persona, condizionava molto l’essere accettato all’esterno: la gente o lo amava o lo odiava. Fino a quando, però, non approfondivano la conoscenza: in quel momento le stesse persone che lo avevano visto di traverso cambiavano idea, perché Cesare era dotato di un’umanità travolgente e, conoscendolo, quelli che prima sembravano dei difetti diventavano dei caratteri che ne facevano una persona unica.</div><div>Non si può parlare di lui se non in un’ottica di un forte gruppo familiare in cui all’interno sì c’era anche Cesare, ma in perfetta parità con Fernanda, che è stata la persona fondamentale per dare una quadratura al nostro essere. Poi la famiglia si allargò, io e Paola ci sposammo, nacque Carlotta che sicuramente fu la persona che Cesare amo di più in vita sua, più avanti con Andrea lei ci regalò due magnifiche bimbe Mya ed Amy.</div><div>Cesare ebbe la fortuna di arrivare ad essere bisnonno per due volte, era una persona dolcissima e per noi avrebbe dato tutto se stesso, lo ricorderemo sempre con grande affetto.</div><div> </div> &nbsp;<div><b><i>Tra le tante avventure di tuo padre sulla roccia, mi ha colpito il salvataggio di Luciano Eccher sullo spallone ovest del Campanil Basso, con una grandinata che infieriva, e quel chiodo che aveva ceduto, e gli altri chiodi che lo avevano seguito poco dopo, e la corda che soffocava; poi la notte che era scesa e la grande nevicata. Ebbene Cesare non lasciò l’amico: si slegò per raggiungere i soccorsi e con loro gli salvò la vita. Ecco, l’alpinismo di Cesare Maestri era fatto di richiamo della roccia ma anche di solidarietà ed eroismo. Cosa ti ricordi di questo modo di fare cordata nelle difficoltà più estreme?</i></b></div> &nbsp;<div>Cesare nella sua vita alpinistica ha effettuato 3.500 salite di cui circa un terzo in solitaria.</div><div>Lui cercava sempre un confronto con i suoi limiti e per arrivare a ciò doveva arrampicare da solo, affinando la sua tecnica salita dopo salita per arrivare alla perfezione. Le grandi scalate in libera e cioè in solitaria e senza assicurazione (ora si chiamerebbero, come si usa ormai inglesizzare tutto, “free solo”) Cesare le fece soprattutto negli anni Cinquanta, anche le discese sempre in libera e senza assicurazione sulle stesse vie di 6° grado superiore (il massimo grado di difficoltà riconosciuto a quei tempi) furono effettuate in quel periodo. </div><div>Cesare entrò nella nostra vita alla fine di quegli anni; perciò non posso avere ricordi vivi di quel suo modo di arrampicare, quello che ti posso dire è il fatto che dopo che trovò mamma e me, sicuramente la sua responsabilità verso di noi fece sì che il suo approccio verso il limite di estrema pericolosità che andava ad affrontare in parete si modificasse.</div><div>Fare nuove vie negli anni Sessanta era concepito molte volte anche tramite l’uso dell’arrampicata artificiale e con le salite “a goccia d’acqua”, cioè prendendo una linea verticale e dove non si poteva passare in arrampicata tradizionale si usavano chiodi a pressione e staffe per passare strapiombi altrimenti non affrontabili.</div><div>Da quel momento lui arrampicò quasi sempre con compagni che potevano garantirgli un’assicurazione mentre saliva, e che recuperavano il materiale da lui lasciato in roccia dopo l’uso. Ti posso aggiungere che i suoi compagni storici di cordata, per noi tutti diventarono dei fratelli tanto era forte il loro affetto per Cesare.</div><div>Per quanto riguarda il salvataggio in parete del suo fraterno amico Luciano Eccher, che avvenne nel 1954, ho vissuto molte volte tramite i loro ricordi questa incredibile storia. Luciano perse un appiglio e volò, si strapparono i chiodi con cui Cesare lo assicurava a monte ed anche lui fu tirato verso il vuoto, soltanto un chiodo resistette e Cesare riuscì a testa in giù a tenere sospeso nel vuoto Luciano per parecchie ore. Quando Luciano vide che non era possibile per Cesare resistere ed issarlo a braccia gli urlò <i>«Cesare taglia la corda che almeno tu ti salvi»</i>, invece con le ultime forze che gli erano rimaste Cesare riuscì a rimettersi in una posizione in cui piantare un chiodo e rifare una vera assicurazione a Luciano, poi chiamò i soccorsi. Per questa vicenda entrambi furono insigniti della medaglia al valor civile, Luciano per aver detto a Cesare di tagliare la corda, e Cesare per non averla tagliata.</div><div> </div> &nbsp;<div><b><i>Ho i brividi. Ascoltando le tue parole mi sono ritrovata sospesa nel Tempo ad assistere con gli occhi della mente a quel secco dialogo tra due amici, due eroi pronti a dare la vita l’uno per l’altro. Taglia la corda e mettiti in salvo. No, o ci salviamo in due o non si salva nessuno. La montagna ti mette di fronte a scelte drastiche. </i></b></div><div><b><i>Veniamo al Cerro Torre. Più di una spedizione. La prima nel 1957, in contemporanea con Bonatti e Mauri, cosa che genera un’inutile corsa italiana alla cima; è una spedizione che lascia l’amaro in bocca a tutti, ed a Cesare lascia anche la prospettiva di un appuntamento, perché promette a se stesso di tornare. E così è. Torna nel 1959 e arriva la rivincita con la montagna inviolata. La sera prima di salire tuo padre scrive: «Nella vita di un uomo c’è sempre un momento nel quale tutto viene pesato, nel quale altro non vale che vincere e arrivare; il momento di lasciare la speranza per il volere. Oggi, questo momento è mio. Se non tornassi, direte che ho cercato il mio senso della vita lassù al Torre. E ricordatemi».</i></b></div><div><b><i>Ogni volta che leggo queste parole mi pervade un brivido e, come se lo sentissi per la prima volta, si chiarisce in me il senso della vita. Cesare conquista il Cerro con Toni Egger ma in discesa accade qualcosa: una valanga porta via Toni. Per sempre. «Sono l’uomo più solo del mondo» scrive tuo padre raccontando quel momento, ma il desiderio di vivere prevale, grazie a Dio, e riesce a scendere. Nel 1970, però, accade qualcos’altro: qualcuno nega che l’ascensione al Torre del ’59 sia andata a buon fine. Tuo padre è giustamente amareggiato e infuriato. Nonostante la promessa fatta a tua madre di non dedicarsi più a scalate estreme, decide di tornare sul Torre, di riaffrontare il mostro, di vincerlo ancora una volta e di dimostrare a tutti la verità. La salita non è facile, ovviamente. Ci sono momenti in cui si perde il contatto visivo e l’assenza di notizie è un macigno che grava su tutti. Nel diario incrociato di Cesare e Fernanda, pubblicato con il titolo Duemila metri della nostra vita ci sei anche tu: «Gian e Vittorio sono andati con l’aereo al Torre» scrive tua madre. «Io non ho potuto perché stavo male. Il tempo era buono. Hanno visto il Torre. Gli uomini no. Gian non me lo voleva dire, ma che faccia aveva! Non aveva il coraggio di guardarmi. Parlava e inventava». A pochi metri dalla vetta, Cesare deve ritirarsi, però. Cercate tutti di convincerlo a considerare vinta nuovamente la montagna, ma lui sente di non aver vinto e tua madre sa che tornerà di nuovo sul Torre. Così è. Sette mesi dopo. «E di nuovo il Torre entrò in casa, a pranzo, a cena, nel lavoro, in vacanza» scrive Fernanda. Questa volta tu e lei restate a Campiglio. Il Torre è lontano. Dovete attendere notizie. Fernanda ha il suo negozio da gestire, bello, bellissimo, in piazza Righi, un appuntamento immancabile; tu, dopo una gara di sci, hai riportato una frattura alla gamba e sei immobilizzato. Ma Cesare dissipa le nebbie, uccide i fantasmi. Sale nuovamente sul Cerro e questa volta non ci sono dubbi. Altre polemiche si accenderanno sui chiodi ad espansione, ma lasciano il tempo che trovano. Cesare può tornare a casa con l’animo sollevato.</i></b></div><div><b><i>Gian, cosa ti viene in mente quando senti parlare di Cerro Torre?</i></b></div> &nbsp;<div>Intanto posso dirti cosa verrebbe in mente a Cesare: ti direbbe<i> «Raffaella non voglio più parlare del Cerro Torre, per me potrebbe anche disintegrarsi che non me ne fregherebbe niente»</i>.</div><div>In effetti per lui e per tutta la nostra famiglia, le tante polemiche sulle salite di Cesare su quella montagna sono state fonte di profonda amarezza e, con il tempo, sono diventate ferite laceranti ogni volta che si ripropongono, succede ancora adesso.</div><div>Purtroppo, Cesare si ricorderà quasi esclusivamente per quella montagna, mettendo così in ombra tutto il suo incredibile arrampicare che già basterebbe per farne un numero uno.</div><div>Il Torre delle due prime spedizioni 1958/1959 io non l’ho vissuto, però come dici tu quello della spedizione del 1970 in cui avevo 16 anni invece lo ricordo benissimo, impossibile non ricordare delle emozioni così forti. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</div><div>Poco fa ho parlato di come Cesare condividesse con noi la sua vita alpinistica; ecco, in questo caso vi è la dimostrazione di quanto fossimo coinvolti nelle sue avventure. Infatti in Terra del Fuoco andammo anche Fernanda ed io, inizialmente collaborando nell’organizzazione logistica, più avanti, ossia da quando loro iniziarono ad arrampicare, noi servimmo come collegamento tra la spedizione ed il mondo esterno.</div><div>A quei tempi l’ultimo baluardo prima del nulla era Rio Gallegos, un paesone di duemila anime (ora sono centomila) dove esisteva l’ultimo aeroporto con pista in asfalto. Da lì, trovando dei piloti coraggiosi, si poteva partire con dei piccoli aerei Piper ed arrivare dopo quattrocento chilometri ad atterrare su di una specie di pista sterrata all’ultima fattoria in vista del Torre (ove ora sorge Chalten, rinomato centro turistico con tremila abitanti che gestiscono molte strutture ricettive all’avanguardia). Ora vi si può arrivare anche con una superstrada asfaltata che percorre i luoghi dove le prime spedizioni del 58/59 passavano con i carri trainati dai buoi, facendo i guadi dei grandi fiumi con le carrucole e le chiatte.</div><div>A Chalten, quasi ai piedi del Torre, qualche anno fa c’è stato il raduno di facoltosi proprietari di Ferrari, e &nbsp;- capirai - &nbsp;&nbsp;che per chi ha vissuto i tempi eroici di quella zona queste realtà &nbsp;equivalgono &nbsp;ad un dito in un occhio.</div><div>Per me quell’esperienza è stata incredibilmente forte. Come dici tu, i voli che si facevano intorno al Cerro Torre su di un aeroplanino sballottato dalle fortissime correnti che creavano dei vuoti d’aria in cui si precipitava per centinaia di metri rimangono ancora adesso dei ricordi vivissimi. Come ricordo i lanci di materiali e di viveri alla spedizione che per via di quelle correnti andavano a finire lontani chilometri da dove avevamo calcolato dovessero arrivare. Come ricordo benissimo il fatto che tu racconti: non sapevo come dire a mamma che, pur volando vicino alla montagna e in una giornata di tempo buono, non eravamo riusciti a vedere nessuna traccia di persone. Ma altre volte ricordo anche la felicità di scorgere quei puntini che si sbracciavano per farsi notare. In quel momento ti saliva un’euforia incontrollabile.</div><div>Guarda Raffaella, troppo lungo spiegare quanto il Torre abbia condizionato nel bene e nel male la nostra esistenza, ti dico che per me è stata un’occasione per formarmi come persona. Assorbendo i lati positivi ma anche quelli negativi di questa vera epopea che ormai dura da sessant’anni, è stata una vera e propria scuola di vita.</div><div> </div> &nbsp;<div class="imTACenter"><b>**** ° ****</b></div> &nbsp;<div> </div><div>Grazie, Gian, per la tua testimonianza, per i tuoi ricordi. I libri di tuo padre restano tra i più preziosi della mia biblioteca, soprattutto Duemila metri della nostra vita, su cui ha vergato la sua dedica. Raccontano una montagna che era coraggio, concentrazione, capacità, eroismo; era dialogo con la roccia, condivisione con un mondo da scoprire, confronto con se stessi. Nel suo alpinismo c’era sempre un’identificazione tra uomo e montagna.</div><div>Restando in Patagonia, mi piace ricordare le sue parole scritte proprio nel bel libro che hai menzionato tu all’inizio, <i>E se la vita continua: </i></div><div><i><br></i></div><div><i>«Improvvisamente la notte spense il giorno e la Patagonia fu coperta da un buio profondo. Il cielo sopra di noi sembrava finto e attorno c’era il mondo che, come noi, si era acquattato per riprendere fiato …»</i>.<i></i></div><div><i>Ed è sull’immagine del mondo che riprende fiato che saluto te, Gian, e saluto Cesare e Fernanda, ovunque siano, nell’aria, sui monti, nel profumo dei fiori campigliani, nel Paradiso che hanno scelto di condividere. Secondo me Fernanda dovrà tenerlo a bada anche Lassù.</i></div><div><b> </b></div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[dal libro <i>Viaggi, avventure e imprese quasi impossibili</i>, dicembre 2021, p. 285, in vendita su Amazon]</div> &nbsp;<div> </div><div><b>© Foto per gentile concessione della Famiglia Maestri</b></div><div><b> </b></div><div><br></div><div><b>Per approfondire:</b></div><div><b>Lorenzo Carpanè</b>, <i>Sulle vette più alte. Cesare Maestri: il Ragno delle Dolomiti</i>, Alpine Studio, Lecco, 2021</div><div><b>Franco Giovannini</b>, <i>Primo di cordata</i>, CDA &amp; Vivalda, Torino, 1994</div><div><b>Cesare Maestri</b>, <i>E se la vita continua</i>, Baldini &amp; Castoldi, Milano, 1996</div><div><b>Cesare Maestri</b>, <i>Il Ragno delle Dolomiti</i>, Rizzoli, Milano, 1981</div><div><b>Cesare Maestri</b>, <i>Arrampicare è il mio mestiere</i>, Garzanti, Milano, 1961</div><div><b>Cesare Maestri</b> - <b>Fernanda Maestri</b>, <i>Duemila metri della nostra vita</i>, Garzanti, Milano, 1972</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Dec 2021 21:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Buzz Aldrin. Io e la Luna]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000063"><div class="imTACenter"></div><div><i class="fs12lh1-5">«Fly me to the Moon, let me play among the Stars»</i><span class="fs12lh1-5"> canta Frank Sinatra. La Luna è sempre stata la meta dei poeti, ma c’è chi l’ha davvero raggiunta, c’è chi ha davvero “giocato” tra le stelle.</span><br><div>Domenica 20 luglio 1969. È prima mattina quando Neil Armstrong e Edwin “Buzz” Aldrin si svegliano dopo cinque ore di sonno. Manca un giorno all’allunaggio. Da Houston arrivano notizie, ma anche battute per sdrammatizzare: <i>«Fate attenzione ad una bella ragazza con un coniglio»</i>. Si riferiscono all’antica leggenda di Chang’O, che, dopo aver rubato il filtro dell’immortalità a suo marito Hou Yi, vola verso la Luna, ove risiede da almeno 4.000 anni. <i>«Il suo compagno, un grosso coniglio, sta in piedi sulle zampe posteriori all’ombra di un albero di cannella»</i>. E Collins risponde: <i>«D’accordo, dirò agli altri di tenere d’occhio la coniglietta»</i>.</div><div>Si scherza, ma la tensione è altissima. Sono quasi le sei di pomeriggio ora di Houston quando Collins preme il bottone di sgancio: il modulo lunare (LM) Aquila, poco più grande di un ascensore, sta scendendo verso la Luna con a bordo Armstrong e Aldrin.</div><div><i>«L’Aquila ha le ali»</i> esclama Armstrong.</div><div>Poco dopo le 8 p.m. inizia la discesa verso il Mare della Tranquillità: Armstrong e Aldrin si accingono a scendere sulla superficie della Luna.</div><div>Finalmente da Armstrong giunge una notizia eccitante e confortante: <i>«Houston, qui Base della Tranquillità. L’Eagle è allunata»</i>. Nel Centro Spaziale di Houston si levano voci entusiastiche. CapCom Charles Duke, parlando a nome di tutti gli uomini, dice: <i>«Sappiate che vi è una quantità di facce sorridenti, in questa stanza, e in tutto il mondo». </i>La risposta dalla Luna è immediata:<i> «Ve ne sono due anche quassù»</i>. E dalla Columbia Stephen Collins si aggiunge al coro: <i>«E un’altra quassù»</i>.</div><div>Tre ore all’inizio dei preparativi per l’attività extraveicolare, che ne richiede altre tre per essere completata.</div><div>Nel frattempo, Buzz Aldrin vorrebbe pregare, ma, quando Borman, in una missione precedente (Apollo 8), aveva citato un passo della Genesi, erano state sollevate molte proteste dalla presidentessa di un’associazione di atei americani, e così disse: <i>«Houston, parla il pilota del LM. Colgo questa occasione per dire a chiunque sia in ascolto di fermarsi un momento a meditare sugli eventi di queste ultime ore e a rendere grazie secondo i modi che gli sono propri»</i>. Dopo di che, privatamente, fa la comunione con un’ostia e un calice preparati dal pastore della sua Chiesta, la Webster Presbyterian, dopo che gli era stato permesso di portarli a bordo. Ancora oggi La Chiesa Presbiteriana di Webster conserva il calice usato da Aldrin e, ogni anno, commemora l’evento.</div><div>Le ore passano in fretta.</div><div>Lunedì 21 luglio. Sono le 2.39 del mattino: è giunto il tempo di uscire dal Modulo Lunare.</div><div>Neil Armstrong, superando il problema iniziale causato dal suo PLSS (Primary Life Support System), una specie di zaino, troppo grande rispetto all’apertura, scende dalla scaletta, tirando l’anello a forma di “D” per attivare la telecamera dell’Eagle.</div><div>Pochi passi ed è sulla Luna. La frase che pronuncia entra nella storia: <i>«Un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per l’umanità»</i>. Da quel momento nessun abitante della Terra sarà più lo stesso.</div><div>Piantano la bandiera americana, affiancata da una targa sulla quale sono incise le seguenti parole: <i>«Qui uomini dal pianeta Terra per primi posarono piede sulla Luna nel Luglio 1969. Siamo venuti in pace per tutta l’umanità»</i>.</div><div>Armstrong e Aldrin restano sulla Luna poco più di due ore con tantissime cose da fare. Non possono fermarsi nemmeno un minuto. Devono compiere alcuni esperimenti molto complessi, tra i quali il controllo dell’attività sismica; il macchinario deve essere posizionato in un piano perfettamente orizzontale. Devono, quindi, usare una specie di livella. Tuttavia, a causa della minore forza di gravità, ogni attività richiede più tempo. E loro ne hanno davvero poco. Così sono costretti a fare più cose contemporaneamente.</div><div>Alla fine, ritornano sul Modulo Lunare.</div><div>Avendo 20 kg di rocce lunari da riportare sulla Terra, devono alleggerire il Modulo il più possibile, pertanto lasciano sulla Luna tutto il superfluo, compresa la macchina fotografica, i loro zaini PLSS, le loro soprascarpe lunari ed altra parte dell’equipaggiamento.</div><div>Avevo cinque anni, quel giorno, e mi ricordo ogni istante dell’allunaggio.</div><div>Michael Collins, quando disegnò il logo della spedizione, un’aquila che porta un ramoscello d’ulivo sulla Luna, scelse di non mettere i nomi dei tre astronauti, perché <i>«Andare sulla Luna»</i> disse<i> «è superiore a noi come individui. La missione è più grande di qualunque Nazione o politica»</i>. Ciononostante, i nomi dei tre astronauti che andarono sulla Luna sono stampati nella memoria collettiva.</div><div>Ebbene, oggi ho avuto l’onore di intervistare il Dr. Edwin “Buzz” Aldrin, uno dei tre uomini di quel viaggio storico. Poche domande, più che altro tese a conoscere l’aspetto umano; domande cui ha risposto con l’umiltà e la generosità dei grandi.</div><div>Buzz Aldrin è sempre stato un uomo d’acciaio, un eroe, sia fisicamente che psicologicamente. Campione di ginnastica e abile subacqueo, proviene da una famiglia di valorosi militari e, prima di partecipare al programma spaziale, ha combattuto in Corea, ottenendo numerose medaglie. All’Accademia di West Point, dove arriva terzo su 457 allievi, si distingue anche per l’attitudine agli studi teorici e la sua tesi sul <i>“Controllo degli appuntamenti di navi spaziali in orbita”</i> gli vale la libera docenza al MIT e la convocazione alla NASA.</div><div>Il 12 novembre 1966 parte con la missione Gemini 12. È la sua prima esperienza nello spazio e compie un’impresa memorabile: fa una passeggiata extraveicolare per un tempo incredibilmente lungo, 2 ore e 9 minuti, legato alla nave da una corda, mentre sorvolano l’oceano Pacifico a 28.163 chilometri orari e ad una quota di 270.000 metri. Il suo compito è dimostrare che l’uomo, nello spazio, può fare lavori di precisione anche in condizioni estreme: dapprima armeggia con viti e bulloni, quindi esegue una manovra molto complessa, agganciando la capsula Gemini al razzo Agena. James Lovell, da Gemini, è in costante contatto audio con lui. Aldrin lo rassicura: <i>«Va tutto bene. Ho solo freddo ai piedi, ma la vista è meravigliosa»</i>. Il suo sangue freddo è sconfinato. A gennaio del 1969, poco dopo il rientro di Lovell, Borman e Anders dalla missione dell’Apollo 8, Aldrin viene ufficialmente convocato per l’Apollo 11: dovrà pilotare il modulo che scenderà sulla Luna.</div><div>Dopo la conquista della Luna, Aldrin va ancora nello spazio, lavora alla NASA, al MIT, scrive libri di enorme impatto scientifico e libri autobiografici; si dedica ad esplorazioni terrestri. È un esploratore nato. Tuttora è difficile tenerlo a casa.</div><div>Nel dicembre del 2016, all’età di 86 anni, partecipa ad una spedizione al Polo Sud, raggiungendo la stazione scientifica Amudsen-Scott. Mette a serio rischio la sua vita, ma scrive il suo nome sotto un altro primato: l’uomo più vecchio ad aver raggiunto il Polo Sud.</div><div>Eppure, tra tutte queste esperienze estreme, quegli 8 giorni, quei 400.000 chilometri percorsi per raggiungere la Luna, quelle 102 ore 45 minuti e 42 secondi nello spazio, quei primi passi sul nostro satellite restano indimenticabili anche per lui.</div><div>Oggi di anni ne ha novantuno, ha lo stesso indomito spirito di avventura di sempre ed è uno dei più grandi sostenitori del progetto Marte. Nel 2013, in un’intervista rilasciata al New York Times, ha dichiarato: <i>«Vedo la Luna in una luce molto differente, non come una destinazione, ma più come un punto di partenza, di quelli che pongono l’umanità sulla traiettoria per fare base su Marte e diventare una specie su due pianeti»</i>.</div><div>Questo è l’indomabile Edwin “Buzz” Aldrin. Leggiamo, ora, alcuni suoi ricordi di quel viaggio verso la Luna quando la Luna era ancora una terra inesplorata.</div><div><b><i><span class="cf1"><br></span></i></b></div><div><b><i>Quali sensazioni ha provato mentre era nel razzo, al momento del lancio?</i></b></div><div><br></div><div>È stato eccitante. Il conto alla rovescia procedeva regolarmente e noi eravamo felici di non dover ricominciare tutto da capo.</div><div>Il lancio andò liscio come l’olio e, finalmente, ci ritrovammo in viaggio! Sì, il lancio andò sorprendentemente bene, non accadde nulla di imprevisto. A dire il vero noi non ci rendemmo conto esattamente di quando lasciammo il suolo terrestre, eccetto per quello che ci dicevano gli strumenti che avevamo sotto controllo e le comunicazioni vocali.</div><div>Dagli strumenti potevamo ben vedere la nostra velocità di ascensione e i cambiamenti altimetrici, ma eravamo seduti comodi, così ci siamo guardati l’un l’altro tranquillamente e ci siamo detti: <i>«Evidentemente siamo in viaggio … cosa accadrà ora?»</i>.</div><div><b><i><span class="cf1"><br></span></i></b></div><div><b><i>Cosa avete pensato quando siete allunati?</i></b></div><div><br></div><div>Come abbiamo cominciato ad avvicinarci alla Luna, abbiamo dovuto stabilizzare il modulo mentre scendevamo e avanzavamo. Eravamo consapevoli che stavamo continuando a consumare carburante e sapevamo bene quanto ne avevamo. Ed ecco che abbiamo sentito il messaggio dei trenta secondi all’allunaggio. Fu davvero entusiasmante toccare infine il suolo lunare. Una volta allunati vedemmo la nostra stessa ombra proiettata dinanzi a noi: un qualcosa che non avevamo mai visto nel simulatore. Un’esperienza totalmente nuova. Io vidi la polvere alzarsi, creando una nebbia, non una nebbia atmosferica, ma una nebbia generata dal motore che alzava polvere di terra lunare. La luce si accese. Io annunciai <i>«Luce di contatto. Motore fermo»</i>. Eravamo allunati e ne eravamo felici. Io e Neil sorridemmo.</div><div><b><i><span class="cf1"><br></span></i></b></div><div><b><i>A</i></b><b class="fs12lh1-5"><i>vete pensato alla vostra casa mentre stavate volando verso la Luna o mentre eravate sulla superficie lunare?</i></b></div><div><br></div><div>Mentre gli altri pensavano a quello che noi stavamo facendo, noi eravamo molto concentrati sul fatto che stavamo sulla Luna. Come Neil scese gli scalini della scaletta, la stazione di controllo ci disse che ricevevano un’immagine, ma che era capovolta. Dovettero fissarla; dopo di che potemmo uscire dal modulo e toccammo il suolo lunare. Neil lo definì <i>«Un piccolo passo per l’uomo, un balzo gigantesco per l’umanità»</i>; a me la Luna diede l’impressione di una <i>«magnifica desolazione»</i>.</div><div>Ma una volta sulla Luna avevamo molto lavoro da svolgere. Avevamo esperimenti da far partire, e, quindi, ci siamo concentrati su questo più che su ogni altra cosa. Quanto a tutti quelli che ci stavano guardando, non avevamo davvero tempo per pensarci. Eravamo concentrati sulla comunicazione con la base di controllo: quelle che si trovavano lì erano le prime persone a cui dovevamo pensare. Ovviamente, ciò non toglie che il tutto era molto eccitante. Neil decise dove posizionare la macchina fotografica ed io mi dedicai ai primi due esperimenti, portandoli a termine. Eravamo entrambi molto concentrati, dovevamo assicurarci che i macchinari fossero in piano e puntati verso il sole. Uno degli apparecchi utili per questi esperimenti necessitava di una preventiva verifica del livellamento del suolo che avveniva attraverso una piccola pallina (BB) in un cono. Con una gravità pari ad un sesto di quella terrestre la pallina cominciò a girare sulla superficie interna del cono più a lungo di quanto avrebbe fatto sulla Terra. Quindi mi allontanai e lavorai ad altro; poi tornai indietro e trovai la pallina centrata nel cono e il test di livellamento finito.</div><div>Sulla Luna un dispositivo di livellamento funziona in tempi più lunghi che sulla Terra.</div><div><b><i><span class="cf1"><br></span></i></b></div><div><b><i>Pensò a qualcosa di particolare quando ritornò sulla Terra e al momento dello splashdown?</i></b></div><div><br></div><div>Ovviamente ero felice di essere a casa. C’è solo una Terra!</div><div>Nel momento dell’ammaraggio l’interruttore per sganciare i paracadute era incastrato e abbiamo dovuto disincastrarlo, così ci siamo ribaltati; poi i palloni ci hanno rimessi dritti.</div><div>È stato bello tornare e, finalmente, rivedere e parlare con i familiari.</div><div>La gente ricorda spesso la nostra foto all’oblò nella capsula per la quarantena. Una storia buffa: quando suonarono l’inno nazionale, avremmo voluto alzarci in piedi, ma, per essere visibili dall’oblò, dovemmo restare in ginocchio.</div><div>Di sicuro eravamo felici di essere nuovamente a casa, in America.</div><div>Persino dopo tutti questi anni considero un privilegio aver partecipato a quella prima missione con equipaggio umano sulla Luna, un onore aver lavorato con tante persone bravissime e di elevata specializzazione e aver lasciato le nostre impronte lassù.</div><div>Qualche volta mi meraviglio che siamo andati sulla Luna. Credo che sia giunto il tempo, per la nuova generazione, di puntare gli occhi su Marte.</div><div><b><br></b></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[dal libro <i>Viaggi, avventure e imprese quasi impossibili</i>, dicembre 2021, p. 9, in vendita su Amazon]</div><div><b><br></b></div><div><b>© Foto di Pizar Almaulidina da Pixabay</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Per approfondire</b></div><div><b>AA.VV.</b>, <i>La Luna è nostra. Le storie e i drammi di uomini coraggiosi</i>, Rizzoli, Milano, 1969</div><div><b>Buzz Aldrin – Warga Wayne</b>, <i>Return to Earth, Random House</i>, New York, 1973</div><div><b>Buzz Aldrin – Malcom McConnell</b>, <i>Men from Earth</i>, Bantam Books, New York, 1989</div><div><b>Buzz Aldrin – Wendell Minor</b>, <i>Reaching for the Moon</i>, Harper &amp; Collins Pubishers, New York, 2005</div><div><b>Buzz Aldrin – Ken Abraham</b>, <i>Magnificent Desolation. The Long Journey Home from the Moon</i>, Harmony Books, New York, 2009</div><div><b>Buzz Aldrin – Leonard David</b>, <i>Mission to Mars. My vision for Space Explorations</i>, National Geographic Books, Washington D.C., 2013</div><div><b>Andrew Chaikin</b>, <i>A Man on the Moon: The Triumphant Story of the Apollo Space Program</i>, Penguin Group, New York, 1994</div><div><b>Oriana Fallaci</b>, <i>Quel giorno sulla Luna</i>, Mondadori, Milano, 2018</div><div><b>Umberto Guidoni</b>, <i>Dalla Terra alla Luna. Il progetto Apollo 40 anni dopo</i>, <span class="fs10lh1-5 ff1">Di Renzo, Roma, 2011</span></div><div><b>Tom Hanks</b>, <i>Dalla Terra alla Luna</i> (dvd), Warner Bros Entretainment Italy s.p.a., Milano, 2006</div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<div> </div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span><b class="imTACenter fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5 cf1">Versione inglese:</span></b></div><div class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs20lh1-5 cf1">Buzz Aldrin: the Moon and Myself</span></b><br></div> &nbsp;<div><i><span class="fs11lh1-5"> </span></i></div><i class="fs12lh1-5"><span class="fs11lh1-5">«Fly me to the Moon, let me play among the Stars»</span></i><span class="fs11lh1-5"> sings Frank Sinatra. The Moon has always been the purpose of poets, but are those who has really reached it, there are those who has really played among the stars.</span><br><div><span class="fs11lh1-5">Sunday 20</span><sup><span class="fs11lh1-5"> </span></sup><span class="fs11lh1-5">July, 1969. It’s early in the morning when Neil Armstrong and Edwin “Buzz” Aldrin wake up, after five hours of sleeping. In just one day they will land on the Moon. From Houston arrive news, but also jokes to play down: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Watch out for a lovely girl with a big rabbit»</span></i><span class="fs11lh1-5">. They refer to an ancient Chinese legend, that of Chang’O, who, after stealing the filter of immortality from her husband Hou Yi, flies to the Moon and she has been living there for at least 4.000 years. </span><i><span class="fs11lh1-5">«Her companion, a large rabbit, should be standing on his hind feet under the shade of a cinnamon tree». </span></i><span class="fs11lh1-5">And Collins replies: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Ok, I’ll be sure to tell them to keep an eye out for the bunny girl»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">They joke, but the tension is very high. It’s nearly 6 o’clock p.m. Houston time when Collins presses the release button: the Lunar Module (LM) Eagle, little bigger than an elevator, is on its way to the Moon with Armstrong and Aldrin on board.</span></div><div><i><span class="fs11lh1-5">«The Eagle has wings» </span></i><span class="fs11lh1-5">says Armstrong.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Shortly after 8 o’clock p.m., the descent towards the Sea of Tranquillity begins: Armstrong and Aldrin are landing on the Moon.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">From Armstrong comes exciting and comforting news, shortly afterwards: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Houston, Tranquillity Base here. The Eagle has landed»</span></i><span class="fs11lh1-5">. In the Space Centre of Houston enthusiastic voices are raised; then CapCom Charles Duke, speaking on behalf of mankind, says: </span><i><span class="fs11lh1-5">«There are a lot of smiling faces in this room, and all over the world»</span></i><span class="fs11lh1-5">. The answer from the Moon is immediate: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Two smiling faces up here as well»</span></i><span class="fs11lh1-5">. And from Columbia Stephen Collins is added to the choir: </span><i><span class="fs11lh1-5">«And another one up here»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Three hours to the beginning of the preparations for extravehicular activity, that requires another three hours to be completed.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In the meantime, Buzz Aldrin would like to pray, but, when Borman, in a previous mission (Apollo 8), quoted a passage from Genesis, there was much controversy by the president of an American atheists association, so he says: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Houston, this is the LM pilot. I'd like to take this opportunity to ask every person listening in, whoever and wherever they may be, to pause for a moment and contemplate the events of the past few hours and to give thanks in his or her own way»</span></i><span class="fs11lh1-5">. So, privately, he makes communion with a host and a chalice, prepared by the pastor of his Church, the Webster Presbyterian one, after he had been allowed to bring on board. Still today the Webster Presbyterian Church preserves the chalice used by Aldrin and commemorates the event each year.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">The hours pass quickly.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Monday 21 July. It’s 2.39 a.m.: it’s time to get out of the Lunar Module.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Neil Armstrong, overcoming some initial problem caused by his PLSS (Primary Life Support System), a sort of backpack, too large compared to the opening, goes down the ladder, pulling the D-ring to activate the Eagle’s tv camera.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In few steps, he is on the Moon. The sentence he pronounces enters the history: </span><i><span class="fs11lh1-5">«One small step for a man, one giant leap for mankind»</span></i><span class="fs11lh1-5">. From that moment on no inhabitant of the Earth will ever be the same.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">They plant the American flag, flanked by a plaque on which these words are written: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Here men from the planet Earth first set foot upon the Moon July 1969 A.D. We came in peace for all mankind»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Armstrong and Aldrin stay on the Moon surface for a little more than two hours with a lot of things to do. They cannot stop even a minute. They must do some complicated experiments, among which the control of seismic activity; the machinery must be positioned in a perfectly horizontal plane. They need to use a sort of level. However, because of the lower force of gravity, any activity takes longer to be performed. And they have a very little time. So, they must do more things at the same time.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">At least, they come back to Lunar Module.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Having 20 kg of lunar rocks to carry on the Earth, they must lighten the Module as much as possible, so they leave all the superfluous on the Moon, including camera, their PLSS backpack, their lunar overshoes and other equipment.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I was five years old, that day, and I well remember every moment of the Moon landing.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Michael Collins, designing the Mission logo, an eagle carrying an olive branch on the Moon, has chosen not to add the names of the astronauts, because </span><i><span class="fs11lh1-5">«going to the Moon»</span></i><span class="fs11lh1-5"> he has said </span><i><span class="fs11lh1-5">«is larger than us as individuals. […] The mission is bigger than Nations or politics»</span></i><span class="fs11lh1-5">. Nevertheless, the names of the three astronauts who went to the Moon in 1969 are printed in the collective memory.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Well, today I have the honour of interviewing Dr Edwin “Buzz” Aldrin, one of the three men of that historic journey. Just few questions, more that anything else aimed at knowing the human aspect; questions which he answered with the humility and generosity of the great men.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Buzz Aldrin has always been a steel-man, a hero, both physically and psychologically. Gymnastic champion and skilled in diver, he comes from a brave military family and, before joining the Space Program, he fought in Korea, earning numerous war medals.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">At the West Point Academy, where he comes third out of 457 students, he also distinguishes by his aptitude for theoretical studies. His thesis on the </span><i><span class="fs11lh1-5">Control over the randez-vous of spaceships in orbit</span></i><span class="fs11lh1-5"> earns him a university teaching qualification at MIT and assignment to NASA.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">On November 12, 1966, he takes part the Gemini 12 space mission. It’s his first experience in space and accomplishes a memorable feat: it takes an extravehicular walk for an incredibly long time, 2 hours and 9 minutes, tied to the ship just by a rope, while flying over the Pacific Ocean at 28.163 kilometres per hour, with an altitude of 270.000 meters.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">His task is to demonstrate that man, in space, can do precision works even in extreme conditions. Firstly he tinkers with screws and bolts, then performs a very complex maneuver, hooking the Gemini capsule to the Agena rocket. James Lovell, from Gemini, is in constant audio contact with him. Aldrin then reassures him: </span><i><span class="fs11lh1-5">«Everything’s ok. I just have cold feet, but the view is wonderful»</span></i><span class="fs11lh1-5">. His cold-blood is boundless.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In January 1969, shortly after the return of Lovell, Borman and Anders from Apollo 8 mission, Aldrin is officially summoned for the next Apollo 11 mission: he will have to pilot the module that will land on the Moon.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">After the conquest of the Moon, Aldrin is committed to work into space mission again, to work at NASA, at MIT, as well as writing books of enormous scientific impact and some autobiographical ones, too. He also devotes himself to terrestrial exploration. He is a born-explorer. It is hard to keep him at home.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In December 2016, at the age of 86, he participates in an expedition to the South Pole, reaching the Amudsen-Scott Science Station and putting his life at serious risk. However, again he writes his name under another record: he is the oldest guy to have reached the South Pole.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Yet, among all these extreme experiences he accomplished, those 8 days, those 400.000 kilometres travelled to reach the Moon, those 102 hours 45 minutes 42 seconds outer in space, those first steps taken on the Earth’s satellite remain unforgettable for him too.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Today he is a ninety-one years old gentleman and he still has the same indomitable spirit of adventure as ever: he is one of the greatest supporters of the Mars project. In 2013, in an interview granted to The New York Time he stated: </span><i><span class="fs11lh1-5">«I see the Moon in a far different light – not as a destination but more a point of departure, one that places humankind on a trajectory to homestead Mars and become a two-planet species»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">That’s the indomitable Edwin “Buzz” Aldrin. Now, let’s read some of his memories of that journey to the Moon when the Moon was still an unexplored land.</span></div><div><b><i><span class="fs11lh1-5"><br></span></i></b></div><div><b><i><span class="fs11lh1-5">What was sitting in the rocket at launch like?</span></i></b></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Well, it was exciting. As countdown proceeded, and we were glad we didn’t have to start over. The launch went very smoothly, and at last we were on our way! The launch itself was surprisingly smooth, and nothing unexpected happened. We actually did not know exactly when we had left the ground except from the instruments we were watching and voice communications. From the instruments, we could see our rate of climb and altitude changing, but we were comfortable in our seats. We sort of looked at each other and thought, </span><i><span class="fs11lh1-5">«We must be on our way. What’s next?»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><b><i><span class="fs11lh1-5"><br></span></i></b></div><div><b><i><span class="fs11lh1-5">What went through your mind when you landed on the Moon? </span></i></b></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">As we approached the Moon, we leveled off and kept moving down and forward to land. We knew we were continuing to burn fuel. We knew what we had, then we heard 30 seconds left. So, it was nice to finally touch down. We saw our shadow cast in front of us as we landed, something we never saw in the simulator. That was new. I saw dust creating a haze, not particles but a haze from the engine pushing dust up. The light turned on, I announced </span><i><span class="fs11lh1-5">«contact light»</span></i><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">«engine stop»</span></i><span class="fs11lh1-5">. We were happy to have landed. Neil and I smiled.</span></div><div><b><i><span class="fs11lh1-5"><br></span></i></b></div><div><b><i><span class="fs11lh1-5">Did you think a lot about home while you were flying to the Moon, or when on the Moon?</span></i></b></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">While others thought about what we were doing, we were very concentrated on being on the Moon.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">As Neil climbed down the ladder, mission control told us they were getting an image, but it was upside down. They fixed that, and soon we were both out of the lunar module and on the surface. Neil called it </span><i><span class="fs11lh1-5">«one small step for man, one giant leap for mankind»</span></i><span class="fs11lh1-5">, and the Moon looked to me like </span><i><span class="fs11lh1-5">«magnificent desolation»</span></i><span class="fs11lh1-5">. But, on the Moon, we had jobs to do. We had experiments to set out, and so we concentrated on that more than anything else. As for thinking about all those watching, we really did not think much about that. We were focused on Mission Control, they were the people we had to think about most. &nbsp;Of course, it was exciting. Neil decided where to put the camera, and I got out two experiments and carried them. We were focused on the experiments, making sure they were level, pointed toward the sun. One experiment involved a sort of level which with a small “BB” settling in the center of a cone. In one-sixth gravity, the “BB” kept going around and around. I stepped away, did other work, and then came back – and found the BB centered and experiment level. On the Moon, a leveling device does not give level right away!</span></div><div><b><i><span class="fs11lh1-5"><br></span></i></b></div><div><b><i><span class="fs11lh1-5">Did you have any special thoughts as you returned to Earth, and at splashdown time?</span></i></b></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Well, we were glad to be coming home. There is only one Earth.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">On splashdown, we had to throw a switch to release the parachutes, only it was a bit bumpy, so we tipped over before we could release the parachutes, then the balloons tipped us right side up again. It was good to be back, eventually to see and talk with family. People often remember the photo of us at a window in the containment trailer. Funny story. When they played the national anthem, we wanted to stand up but to be at the window, we had to kneel. We certainly were glad to be back home in America.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Even this many years later, it was a privilege to have been on that first manned mission to the lunar surface, an honour to have worked with so many good and dedicated people, and to have left our footprints there. Sometimes, I marvel that we went to the Moon. I think, it is time for the next generation to set their eyes on Mars.</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Dec 2021 21:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Federico Giudiceandrea. Il mio M. C. Escher]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000062"><div class="imTACenter"></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella mia ricerca escheriana mi sono più volte imbattuta nel nome dell’Ing. Federico Giudiceandrea, uno dei massimi esperti e collezionisti privati di Escher. Ceo della Microtec di Bressanone e past President di Assoimprenditori, è oggi Presidente, il primo di lingua italiana, del Wirtschaftsring (swrea), associazione che rappresenta gli imprenditori delle principali categorie e associazioni economiche dell’Alto Adige. I suoi molteplici impegni lavorativi, però, non lo allontanano mai dal mondo dell’arte. Su M. C. Escher, in particolare, è tra gli autori dei saggi inseriti nei cataloghi di varie mostre, unitamente allo storico dell’arte Marco Bussagli, al matematico Piergiorgio Odifreddi, a Luigi Grasselli, professore ordinario di Geometria all’Università di Modena e Reggio Emilia.</span><br><div>È, inoltre, curatore, insieme a Mark Veldhuysen, ceo della M. C. Escher Company, della mostra Escher, attualmente al Palazzo Ducale di Genova fino al 20 febbraio 2022.</div><div>Ebbene, con la mia ormai nota faccia tosta, l’ho contattato affinché potesse rispondere a qualche domanda sull’artista che tanto bene conosce. E anche lui, come gli altri intervistati e gli autori dei miei Quaderni, con la grandezza d’animo di chi non è mai troppo impegnato per la cultura, ha risposto con entusiasmo.</div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i>Sappiamo che M. C. Escher non attribuiva alle sue opere alcun retro-significato, anzi prendeva atto con stupore delle spiegazioni psicologiche, filosofiche e persino religiose che venivano date. Tuttavia, la tassellazione di Escher si distacca dalla rappresentazione astratta dell’Alhambra per calarsi in una realtà fatta di uomini, di animali, di conchiglie, persino di mostri. Siamo sicuri che, in quelle figure e nel modo in cui sono rappresentate, non si possa leggere un messaggio ulteriore rispetto al rigore matematico?</i></b></div><div><br></div><div>L’approccio di Escher alle tassellature era prevalentemente matematico. Infatti, egli sviluppò una propria teoria matematica in base alla quale i singoli tasselli corrispondevano a diverse tipologie di simmetria. Ma Escher era soprattutto un artista e quindi nell’uso delle tassellature, nei suoi racconti grafici, quelli che lui chiamava “metamorfosi”, prediligeva elementi contrapposti come il giorno e la notte, l’acqua e l’aria, l’ottimista e il pessimista, il bene ed il male (angeli e diavoli). Questi elementi contrapposti si riconducevano nella loro unione ad un unico elemento generatore: un triangolo, un quadrato o un esagono, le uniche figure regolari che tassellano il piano. L’opera che più di altre evidenzia questo approccio è la litografia <i>Verbum</i> del 1942 dove il giorno e la notte, in combinazione con terra, acqua ed aria in un turbinio metamorfico, si incontrano nel centrale triangolo generatore.</div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i>Le architetture impossibili, da Piranesi ad Escher, rappresentano un viaggio in una realtà parallela, in un mondo ignoto, forse destabilizzante, che, tuttavia, sfiora quello in cui viviamo e … cosa accade? Secondo lei il mondo del possibile, ossia l’architettura che utilizziamo ogni giorno, viene arricchita da quella visionaria?</i></b></div><div><br></div><div>Escher è un maestro nel rappresentare il paradosso, una realtà che va oltre l’apparenza (<i>para doxa</i>). Il paradosso è stato fin dai tempi dei filosofi eleatici un potente strumento di conoscenza. Ma è stato il ventesimo secolo che ha dato al paradosso vera sostanza ontologica. Infatti, le teorie scientifiche che hanno rivoluzionato il modo in cui percepiamo la realtà hanno dato fondamento a realtà paradossali. Il paradosso dei gemelli per la teoria della relatività speciale, lo spazio curvo della teoria della relatività generale, il paradosso del gatto di Schrödinger per la teoria dei quanti ed infine il paradosso di Russell, chiamato, nella sua versione divulgativa, il paradosso del barbiere, che ha minato le basi della logica classica aprendo la strada ai lavori di Kurt Gödel e di Alan Turing. Nel rappresentare le strutture paradossali Escher, più di qualunque altro artista, ha colto il <i>Zeitgeist</i> del ‘900. Le sue opere ci fanno intuire che dietro all’apparenza, la realtà osservata superficialmente, si possono nascondere verità più profonde.</div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i>Escher sembra decisamente un artista fuori dagli schemi, soprattutto avuto riguardo al fine ultimo dell’arte. È sempre stato difficile classificarlo. Peraltro, abbiamo un primo periodo pittorico ed un successivo periodo grafico. Quanto futurismo, quanto surrealismo e quanto cubismo ci sono, se ci sono, nella sua opera?</i></b></div><div><br></div><div>In effetti Escher è un unicum nella storia dell’arte, non ha precursori se non un certo interesse per l’ornamento che trova le sue radici nell‘Art Noveau di cui il suo maestro Jesserun de Mequita, che è stato un importante esponente nella natìa Olanda. Ma Escher era anche un figlio dei suoi tempi e non si possono trascurare certe influenze futuriste; in particolare dell’areopittura. Infatti, le prospettive aeree dei paesaggi italiani ricordano quelle di Dottori, artista acclamato dal regime e contemporaneo di Escher nella Roma del ventennio. Escher poi apprezzava Magritte, tanto che, se proprio si vuole inserire Escher in una corrente artistica, il surrealismo è certamente quello che più gli si addice. Opere come <i>Bond of Union</i> o <i>Corteccia</i> hanno una forte connotazione surrealista. Alcuni intendono il cubismo come una risposta alla inquietudine che le teorie scientifiche del ‘900 avevano provocato nell’immaginario collettivo. Infatti, la teoria della relatività e la teoria dei quanti avevano minato alla base concetti come lo spazio euclideo o il principio che la realtà era indipendente dall’osservatore e quindi dipendeva dal <i>punto di vista</i>. Questi concetti sono presenti nell’arte di Escher e quindi in questo senso la sua arte ha le stesse radici.</div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i>La Gestalt è la teoria della forma; una corrente psicologica che studia la percezione e l’esperienza. Escher può dirsi psicanalitico, oltre che matematico?</i></b></div><div><br></div><div>L’interesse di Escher per i paradossi grafici nasce dalla sua frequentazione con lo psichiatra e genetista britannico Lionel Penrose e suo figlio, il matematico, fisico e cosmologo Roger Penrose. Roger Penrose aveva visto le opere di Escher in occasione del congresso mondiale di matematica ad Amsterdam del 1954, rimanendo affascinato dalla sua arte. In particolare, l’opera <i>Relativity</i> del 1953 esercitò un'influenza determinante sugli studi che Penrose padre e figlio intrapresero sugli oggetti che possono essere disegnati ma non possono esistere in 3 dimensioni e che pubblicarono qualche anno dopo, nel 1958, con il titolo <i>Impossible objects: a special type of visual illusion</i> sul British Journal of Psychology. Ma questo non è l’unico contributo che Escher diede alla psicologia della percezione. Infatti, anche se non si riferì mai direttamente alla teoria della Gestalt, le sue tassellature sono basate sull’ambivalenza figura-sfondo, una delle regole principali di organizzazione della percezione visive.</div><div class="imTACenter"><b>**** ° ****</b></div><div>La ringrazio di cuore, dott. Giudiceandrea, per le sue risposte interessanti e per la sua cortese disponibilità. Escher racchiude un piccolo vasto mondo pieno di intuizioni, di paradossi, di ardite interpretazioni della realtà, di simmetrie, ma anche di immagini interiori, che alla simmetria anelano senza successo; in questo piccolo vasto mondo ce ne sono molti altri e l’arte rappresenta la nave che solca gli oceani degli spazi noti e di quelli ignoti, degli universi paralleli e dei microcosmi a stento osservati. In questo senso Escher è stato un grande esploratore, un uomo d’avventura, che ancora oggi continua a condurre il fruitore del messaggio artistico verso realtà mai osservate.</div><div><br></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[dal libro <i>Viaggi, avventure e imprese quasi impossibili</i>, dicembre 2021, p. 369, in vendita su Amazon]</div><div><b><br></b></div><div><b>© Foto di Cdd20 da Pixabay</b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Dec 2021 21:20:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[I mondi impossibili di M. C. Escher]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000048"><div class="imTAJustify"><b class="imTALeft fs12lh1-5">Viaggio in Italia</b><br></div><span class="fs12lh1-5">Maurits Cornelis Escher nasce in Olanda, a Leeuwarden, il 17 giugno 1898 e la propensione per il disegno, già evidente nel corso della scuola secondaria, lo porta a seguire la via dell’arte e dell’architettura presso la Scuola di Architettura e Disegno Ornamentale di Haarlem, ove insegna anche Samuel Jessurun de Mesquita, il quale per primo individua in Maurits Cornelis l’uzzolo per l’arte grafica e gli consiglia di dedicarsi interamente ad essa, abbandonando l’architettura. Una decisione che gli cambierà la vita e di cui resterà eternamente grato al suo maestro.</span><br><div>L’altro evento che imprime un cambiamento nella sua vita è il viaggio: nei primi anni Venti dalla natìa Olanda si trasferisce in Italia con la famiglia e vi resta fino al 1935; da quel momento l’idea del viaggio permeerà la sua vita e la sua opera, anche se Escher lo tradurrà in un viaggio interiore.</div><div>Va ad abitare a Roma, all’ultimo piano di via Poerio 122, nel cuore di Monteverde vecchio, ma visita molte regioni, soprattutto nel sud, e si lega a molte tradizioni regionali.</div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/Escher-2.jpg"  title="" alt="" width="525" height="296" /><br></div><div>Dell’Italia si innamora a prima vista e la ritrae tra nuvole, sentieri, case incastonate nella roccia, barche adagiate sulla sabbia. La guarda attraverso le diverse esperienze spaziali che la sua arte gli suggerisce: si libra nell’aria, offrendo nuove prospettive (<i>S. Pietro</i>, che richiama la <i>Chiesa di S. Bavo</i>, di Haarlem); lavora sul chiaroscuro per rendere non solo la profondità, ma la solennità (<i>Colonnato di S. Pietro</i>, e, ancor più, <i>Sogno</i> e <i>Scala a volta</i>); gioca con la pioggia in un chiostro (<i>Chiostro di Monreale</i>); incastona la strada solinga di un piccolo paesino in uno specchio da toletta, come se una finestra alle sue spalle gli restituisse il mondo pigro e assolato in cui villeggia (<i>Natura morta con specchio</i>), lavorando, così, sull’immagine riflessa e, dunque, sulla duplicazione della realtà, da buon estimatore qual era di Lewis Carroll; ritrae la vita di un vicolo di Savona, offrendo con pochi tratti il chiacchiericcio dei suoi abitanti (<i>Savona</i>) …. A volte la rivisitazione surrealistica della realtà che lo circonda è tanto forte da trasformare un castello arroccato in collina (<i>Castello in aria</i>) in un misterioso e affascinante luogo che galleggia nell’aria, come trent’anni dopo farà Magritte con <i>Il castello dei Pirenei</i>.</div><div>Ha un carattere chiuso, ama la solitudine. In qualche modo si perde nell’entroterra e cattura il paesaggio che lo circonda, facendolo proprio ancor prima di renderlo immagine. È come se quei luoghi parlassero la sua stessa lingua, consentendogli di essere null’altro che se stesso. Si sente a suo agio, cullato da quel conforto che risiede nell’approssimarsi della perfezione soggettiva: la parola giusta in un momento di crisi, il sorriso giusto di un amico, il caffè giusto bevuto al bar del paese, la pennellata giusta in quadro.</div> &nbsp;<div> </div><div><b>Colpo di fulmine all’Alhambra</b></div><div>Passa con agio dal dipinto al disegno e alla grafica, in specie xilografie e litografie, secondo le tecniche apprese alla scuola d’arte olandese. La sua tecnica di elezione è l’intaglio con la sgorbia di pannelli di filo, usualmente in legno di pero. Nel 1929 si dedica alla litografia e nel 1931 si appropria della tecnica ad incisione con bulino su legno di testa. Nel 1946 sperimenta anche la tecnica della mezzatinta con la calcografia in rame. Sperimentare. Mai verbo è stato più indicativo di una personalità artistica. La vita di Escher è una costante sperimentazione, un costante viaggio attraverso l’arte.</div><div>Quando lascia l’Italia perde un pezzo della sua anima ormai radicata nell’invisibile armonia mediterranea, tra architetture straordinarie, fatte di muri e di silenzi.</div><div>Da quel momento altri viaggi segnano la sua vita, alcuni di essi compiuti per stabile dimora: nel 1935, lasciata l’Italia, va ad abitare a Château d’Oex, in Svizzera, nel 1937 in Belgio e, a partire dal 1941 in Olanda, prima a Baarn e poi, negli ultimi due anni della sua vita, a Laren. Al di là di questi spostamenti, ovviamente, non smette di visitare altri luoghi, sia per vacanza, sia per studio e per conferenze. Il viaggio che segna una svolta decisiva nella sua arte lo compie immediatamente dopo aver lasciato l’Italia: nel 1936, infatti, si reca a visitare l’Alhambra, il famoso complesso palaziale di Granada che tanta parte avrà nell’evolversi della sua arte grafica. In Spagna non trova le stimolanti forme architettoniche e naturali che aveva visto e introiettato in Italia. Lui stesso afferma che, da quel momento, inizia a servirsi delle <i>immagini interiori</i>. Ed è, questo, il viaggio più importante che compie; un viaggio che lo porta nei meandri del sé, pur se mai voluti e sempre rifiutati, tenuti a distanza attraverso il filtro della matematica. <i>Quali implicazioni psicologiche possono originare da figure geometriche e simmetrie?</i> sembra chiedersi. La matematica diventa il suo scudo.</div><div>Il soggiorno a Granada lo aiuta moltissimo in questo percorso “matematico”, iniziato, invero, con alcune opere italiane, nelle quali è già visibile e apprezzabile un taglio geometrico (<i>Otto teste</i>). È un percorso che passa attraverso la <i>tassellazione</i>. I mosaici arabi dell’Alhambra catturano la sua attenzione.</div><div>Approfondisce, dunque, il tema della simmetria, elaborando disegni caratterizzati dalla ripetizione di un modulo sul piano: una figura od un complesso di figure che si ripetono una dopo l’altra, come avviene con la carta da parati, per intenderci. Attinge alla fonte della matematica ma anche della cristallografia, poiché, come gli spiega il fratellastro, docente di Geologia presso l’Università di Leida, il cristallo osservato strutturalmente, presenta atomi disposti secondo simmetria e ripetizione. Escher nutre un grande rispetto per la scienza e, in qualche modo, la fa propria, la introietta, lasciandola emergere nella sua arte, pur dichiarandosene estraneo. Sembra quasi <i>inciampato</i> casualmente nella matematica, a giudicare dalle sue parole: <i>«Confrontando attentamente gli enigmi che ci circondano e analizzando le osservazioni da me compiute, sono finito nel regno delle matematiche. Anche se sono assolutamente digiuno di studi e di conoscenze nel campo delle scienze esatte, sembra spesso che io abbia più cose in comune con i matematici che con gli altri artisti»</i>.</div><div>La scienza, però, entra nelle sue opere in modo affatto personale: egli apre una via originale nel modulo grafico simmetrico su piano. Si distacca presto dai mosaici dell’Alhambra, affidando al segno un significato intrinseco. Sviluppa le proprie tassellazioni seguendo una diversa ispirazione: le figure geometriche diventano individui, animali, conchiglie, persino mostri; diventano angeli e demoni.</div><div>La simmetria varia a seconda del modulo disegnato e segue sempre criteri cristallografici: dislocazione (traslazione), rotazione attorno ad un asse e riflessione. La simmetria è rotatoria quando la porzione figurativa ha un angolo che può essere fissato al centro del modulo mentre il resto ruota lungo un’invisibile circonferenza, in modo da generare tante porzioni sovrapponibili. La simmetria di riflessione, invece, è tale quando la porzione minima del modulo disegnato non scorre sul piano rotando, ma viene “sfogliata” come si fa con la pagina di un libro, mantenendo fermo uno dei lati della stessa. Ciò significa che nella tassellazione di Escher è sempre possibile trovare un centro del modulo, individuare la porzione minima di esso e, ruotando o riflettendo tale porzione, o facendo entrambe le cose, individuare il numero delle simmetrie che il modulo contiene. Nello stesso disegno, poi, è possibile trovare più fulcri a differente numero e diversa tipologia simmetrica. Ciò significa che, in alcune sue opere, accanto alla suddivisione geometrica dello spazio, tale da rappresentare potenzialmente l’infinito, si assiste a sotto-suddivisioni che preludono a porzioni finite, a racconti chiusi. Il suo è un mondo<i> plurale</i>, vasto, ricco di suggestioni e, allo stesso tempo, coerente, ordinato. Non ignora l’esistenza del caos, ma lo incasella in un mondo fatto di simmetrie, un mondo che potrebbe essere facilmente abitato da Melvin Udall (Jack Nicholson in <i>Qualcosa è cambiato</i>), o da Adrian Monk (Tony Shalhoub in <i>Detective Monk</i>).</div> &nbsp;<div> </div><div><b>Amata matematica</b></div><div>Molte sue opere sono state utilizzate da matematici, fisici e geologi come semplificazione grafica di concetti complessi relativi alla simmetria. D’altronde l’arte si apre al problema tra ciò che è e che non è ed è qui che si accosta alla scienza. Cambia solo il linguaggio.</div><div>In occasione del Congresso Internazionale di Matematica del 1952 Escher disse: <i>«I partecipanti al Congresso saranno compiaciuti di riconoscere le loro idee interpretate con mezzi così differenti da quelli che sono abituati ad usare»</i>.</div><div>Anche la psicologia e l’estetica hanno portato le opere di Escher come esempio nello studio dell’interrelazione tra disegno e fruitore del messaggio artistico: <i>«Nella ricerca sulla percezione visiva, è stato studiato intensamente il rapporto tra figura e sfondo […] sulla base dell’interpretazione di immagini ambigue, nelle quali hanno una parte importante le illusioni ottiche»</i> [C. H. A. Broos].</div><div>Il passo successivo e quasi inevitabile rispetto allo studio della simmetria è la tridimensionalità con l’IsoAxis, ossia con un reticolo di triangoli che, adeguatamente piegato, forma un solido mutevole, un caleidociclo, in cui le figure possono muoversi all’infinito. Molti di noi ne hanno realizzati di rudimentali alla scuola materna con un foglio di carta disegnato in più parti e piegato a formare quattro tasche triangolari in cui mettere le dita per muovere il solido, facendo apparire i diversi disegni.</div><div>I solidi platonici esercitano su Escher un fascino pari, forse, a quello che pervadeva Leonardo da Vinci e Dürer: <i>«Essi simbolizzano il desiderio di armonia e di ordine dell’uomo, ma nello stesso tempo la loro perfezione desta in noi il senso della nostra impotenza»</i>, afferma. </div><div>Dopo Granada, la matematica lo pervade definitivamente, tanto che alcune sue opere famose, come <i>Salita e discesa</i> e <i>Cascata</i>, si ispirano proprio all’illusione ottica teorizzata dal matematico e fisico inglese Roger Penrose e da suo padre Lionel, psichiatra e genetista, la cosiddetta <i>Scala di Penrose</i>, ossia una scala impossibile, infinita, che non porta da nessuna parte. Un paradosso grafico.</div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/Escher-3.jpg"  title="" alt="" width="417" height="242" /><br></div><div>Nella sua geometria si muove la luce, si anima il contrasto; e la struttura conserva una rigidità che porta l’occhio ad incastonarsi nel rappresentato, imprigionato in esso, impossibilitato a vedere altro se non quello che vede l’artista. Nulla è lasciato al caso: le linee guidano l‘occhio in un tour obbligato.</div><div>Torna la tematica del viaggio, ma, in questo caso, è un viaggio compiuto dall’osservatore.</div><div>Escher vive una lunga e fantasiosa avventura grafica nel mondo matematico, manifestando uno stupore fanciullesco, un amore per il bello originato dalle leggi che regolano il mondo; regole che prevedono attente simmetrie, rigorose suddivisioni dello spazio, sebbene egli preferisca parlare di riempimento dello spazio piuttosto che di suddivisione dello stesso. Non è distinzione di poco conto. I suoi spazi affollati e ordinati al contempo comunicano ben più di quanto farebbe un severo reticolo geometrico. Lo conferma il fatto che il riempimento va oltre l’impostazione simmetrica, assumendo un precipuo significato anche al di fuori della sovrapponibilità della porzione minima del modulo disegnato e che si spinge nel territorio delle associazioni logiche, come nel ciclo delle <i>Metamorfosi</i> ove vengono coniugate apparenti differenze: <i>«Le trasformazioni che vediamo non sono soltanto dipendenti dalla forma, ma sono determinate anche dal contenuto del soggetto. Gli esagoni che si trasformano in favi rappresentano una possibilità logica suggerita dal contenuto»</i> [J. L. Locher]. Alcuni suoi disegni, infatti, sono costituiti da figure che, pur riempiendo la superficie, non presentano caratteri di dislocazione, di rotazione o di riflessione, come, ad esempio, <i>Mosaico I</i> e <i>II</i>. In quest’ultimo caso, il messaggio riguarda solo l’assenza del vuoto, quasi l’artista scelga di rappresentare la sensazione di un affollamento mentale decisamente onirico, nel quale si animano diversi esseri, tutti con tratti inquietanti, che portano verso reminiscenze cinquecentesche della sua terra, quelle degli incubi di Hieronymus Bosh.</div> &nbsp;<div> </div><div><b>Le architetture impossibili</b></div><div>Il viaggio di Escher nel mondo impossibile non si ferma qui. Torna in Italia, anche se solo con i ricordi. È sempre stato un grande ammiratore di un incisore italiano del Settecento, Giambattista Piranesi e, nella casa romana abitata da Escher fino al 1935, quella di via Poerio, erano conservate anche alcune incisioni di questo straordinario artista. Rivede, dunque, le <i>Carceri d’Invenzione</i> del Piranesi, geniali e raffinate raffigurazioni di architetture fantastiche. In esse viene frantumata la realtà, pur in apparente coerenza strutturale; viene esaltato un nuovo ordine nel disordine delle coordinate spaziali; viene evidenziata la falsità e l’ingannevolezza della prospettiva; in esse le figure si muovono all’interno di un labirinto ottico. Escher reinterpreta tutti questi ricordi, queste intuizioni e visioni figurative e le trasforma in quella che diverrà la sua più nota prerogativa, estendendole al mondo matematico dell’infinitamente grande (<i>Stelle</i>) e dell’infinitamente piccolo (<i>Striscia di Moebius II</i>). Il senso dell’infinito diventa il nuovo confine del suo pensiero e nell’infinito lascia coesistere gli opposti, cambiando la prospettiva dell’essere umano, sganciandosi dalla precarietà dell’esistenza, perché &nbsp;&nbsp;- si sa - &nbsp;&nbsp;una sola dimensione è destabilizzante, perdendola si perde tutto, ad avere molte dimensioni, invece, si hanno alternative.</div><div>I suoi pensieri artistici, quelli tradotti in disegno, squarciano definitivamente il rumore del mondo, spargendo il seme del silenzio, dello stupore. Tutti si fermano ad ascoltarli.</div><div>Nel 1965, sul <i>Jardin des Artes</i>, Albert Flocon, grafico, scrive di Escher: <i>«La sua arte è sempre accompagnata da una eccitazione passiva, dal brivido intellettuale di scoprirvi una struttura plausibile che contraddica la nostra esperienza quotidiana e la metta in discussione»</i>. Del resto, l’uomo che cerca, guarda lontano, fino al Paradiso, se necessario; cercare l’oggetto che abbiamo accanto serve a poco.</div><div>L’opera di Escher è un inganno per l’occhio, ma va ben oltre la tecnica del <i>trompe l’oeil</i>, poiché costruisce una realtà alternativa, un universo nel quale operano leggi matematiche pure, che vengono tradotte in nuove leggi visive accompagnate da elementi illusionistici.</div><div>Escher, come l’Abbott di <i>Flatlandia</i>, disegna un mondo matematico con una vita a sé stante. La sua opera complessiva non è altro che una ricerca costante: tecniche, rappresentazioni, soggetti. Escher si evolve attraverso ciò che produce e, nel farlo, inevitabilmente si guarda dentro. La natura dell’esistenza emerge da una penombra mercuriale, da una finta oscurità. È in questo contesto che sono inquadrabili le spirali, che egli usa anche nella rappresentazione dell’uomo e della donna (<i>Vincolo d’unione </i>e <i>Corteccia</i>). È anche questo un viaggio; un viaggio nell’inconscio, perfettamente rappresentato dagli spazi aperti che la spirale disegna. Parte dei volti emerge dal nastro che si svolge, ma, in realtà, l’essenza della figura rappresentata è nelle parti apparentemente vuote; apparentemente, sì, perché abitate da nubi e da sfere, elementi aerei che evocano primordialità. Il vuoto è pura potenzialità, è infinito, è possibile e impossibile. Ed ecco che i suoi molteplici mondi entrano nell’essere umano e lo rendono parte di loro.</div><div>Accade anche con <i>Tre mondi</i>, un’opera in cui gioca con l’acqua. Va oltre l’effetto specchio altrove cercato per creare un portale che attraversa molteplici realtà.</div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://raffaellabonsignori.it/images/Escher-4.jpg"  title="" alt="" width="507" height="381" /><br></div><div>Anni fa scrissi un romanzo, sul quale sono tornata a lavorare in questi giorni. Il dipanarsi della storia, una storia di amore e morte, è accompagnato da alcuni disegni di Escher che il protagonista ha ammirato ad una mostra e che occhieggiano costantemente dal catalogo acquistato in quell’occasione e poggiato in pianta stabile sulla sua scrivania. Per scrivere il romanzo, per costruire la storia, ho osservato a lungo quelle litografie; ho cercato di <i>viverle</i> con gli occhi del mio protagonista e, dunque, a lui lascio esprimere le impressioni su <i>Tre mondi:</i></div><div><i><br></i></div><div><i>«Avevo appena iniziato a sfogliare distrattamente il catalogo di Escher, quando la mia attenzione si soffermò su Tre mondi: alberi stagliati sullo sfondo e visibili soltanto attraverso il loro riflesso sull'acqua, foglie autunnali che galleggiano, un grande pesce sul fondo. Poteva ispirare tranquillità quel paesaggio autunnale, quasi si poteva percepire il triste fruscio delle foglie secche che, danzando sull'acqua, si incontravano, si scontravano, si allontanavano in un gioco di coreografie fantasiose, e lo sgrigliolio del vento tra i rami spogli degli alberi, che ondeggiavano nell'aria tersa ed umida. Avrei voluto trovarmi lì, ma, improvvisamente, l'immagine si trasformò e mi assalì il terrore dell'incognito, m'invase la paura di una minaccia celata: qualcosa d'inquietante, di tenebroso. Il pesce era lì a difendere il proprio microcosmo; celato dietro le ombre delle foglie, aspettava: non un guizzo, non un movimento. Immobile.</i></div><div><i>Immaginai gli ultimi eventi della mia vita riflessi in quello stagno; la loro esteriorità fatta di buone cose, di sagge decisioni, di una serenità generata dall'amore più mendace; immaginai le mie mani affondate nell'acqua immobile dei fatti, sfiorate da qualcosa di sommerso e, ancora una volta, mio malgrado, auspicai la fuga».</i></div> &nbsp;<div> </div><div><b>Escursioni nell’anima</b></div><div>Non pensiamo, però, ad Escher come ad un artista arrovellato, incline a dare alle sue opere chissà quali significati, anche se la fantascienza e l’esoterica si sono a lungo interessate a lui e i suoi disegni compaiono addirittura su copertine di dischi pop di anni in cui il senso del mistero suscitava gran fascino. Lui li rifiuta, quei significati; non vuole vederli. Anche alle metamorfosi, che molti suoi disegni contengono, non dà alcun peso simbolico, sono significanti privi di significato, secondo lui. Nel corso di un’intervista lui stesso racconta di una signora che, tempo prima, lo aveva fermato per dirgli che <i>Rettili</i> rappresentava, per lei, un simbolo convincente della reincarnazione. <i>«Se lei crede di trovarvi ciò»</i> le rispose Escher <i>«sarà davvero così!»</i>. Palese il suo distacco dalle convinzioni della signora. Non riesce a dismettere quell’aureola di isolamento ed austerità, quella spigolatura tenebrosa che lo segue dalla nascita. Cerca il minore contatto possibile con il suo prossimo, quand’anche si tratti di un contatto meramente verbale, una comunicazione attraverso i suoi disegni: <i>«La mia opera non ha nulla a che fare con gli esseri umani. […] L’umanità non mi interessa. […] Ho un grande giardino per tenermi alla larga da tutta questa gente. Tuttavia, questa si insinua nei miei pensieri e grida: </i>Che cosa te ne fai del tuo grande giardino?<i> Hanno naturalmente ragione, ma io non riesco a lavorare se so che loro sono là»</i>. Ovviamente, dato che il fruitore del messaggio artistico tende ad interpretare la realtà dell’opera che sta ammirando, rifugge anche dalla realtà e dalla psicologia. <i>«Neanche la psicologia mi interessa e non so proprio che farmene della realtà; la mia opera non ha nulla a che vedere con la realtà. […] Perché bisogna sempre mettersi sotto il naso la misera realtà? Perché non si può giocare? A volte mi chiedo: ho il permesso di farlo? Il mio lavoro è sufficientemente serio?»</i>. Ora, non bisogna essere Freud per cogliere in queste frasi tante e tali implicazioni psicologiche da riempire un manuale. Siamo tutti il prodotto di pensieri e consapevolezza, ma anche di istinti e moti dell’inconscio. Escher non fa eccezione. I suoi viaggi onirici all’interno di realtà che non vuole definire realtà lo dimostrano, così come lo dimostra il fatto che nella sua arte emergono le domande che egli pone al mondo, pensando di avere già la risposta: perché bisogna sempre fare i conti con la realtà? Perché non si può affrontare la vita con la leggerezza del gioco infantile, quello di quando i problemi dell’età adulta non erano ancora iniziati? Perché devo chiedere il permesso a qualcuno o sento di doverlo fare? Fare l’artista è un lavoro serio?</div><div>Si evidenzi che negli anni in cui fa queste dichiarazioni imperversa la guerra del Vietnam e fare arte, forse, stare in contatto con la leggiadria e la bellezza dell’arte genera sensi di colpa. Infatti, nonostante faccia manifesto del suo distacco dagli altri esseri umani, Escher è dotato di una carica umana e di un’empatia notevoli e le sue parole, probabilmente, lo aiutano a costruire uno schermo fittizio dietro il quale proteggere la propria sensibilità, messa più volte a dura prova, come in occasione del dramma vissuto dalla famiglia De Mesquita. Una breve storia che merita d’essere narrata non solo come spaccato dell’anima di Escher, ma come monito costante all’umanità di non ricadere mai più nel pozzo di certi orrori.</div><div>Jesserun De Mesquita era stato suo maestro d’arte e con lui Escher aveva instaurato un profondo rapporto di amicizia ed ammirazione. Jesserun era riuscito a scalfire il guscio di autoprotezione di Escher e lo aveva condotto per mano, con competenza e delicatezza, verso l’arte, il filtro per eccellenza tra lui e il mondo, la sua catarsi, la sublimazione di rapporti umani che gli era difficile instaurare. Nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 1944 Jesserun De Mesquita, sua moglie e suo figlio caddero nelle mani dei nazisti e furono deportati in un campo di concentramento dal quale non uscirono più. Un mese dopo Escher si recò nella loro casa e, attraverso gli oggetti, visse con il suo maestro quegli atroci accadimenti. La porta era spalancata sul vuoto lasciato da quelle vite martoriate; il disordine urlava dolore, paura e devastazione; dai vetri rotti delle finestre s’insinuava il vento che sibilava un desolante requiem. Le opere di De Mesquita erano in terra, calpestate dagli stivali dei nazisti. Escher, immerso in un silenzio che accompagnava un pianto ingoiato fino nei più remoti recessi dell’anima, si chinò a raccoglierle e le riordinò in una cartella che, nel 1945, consegnò al Museo Cittadino di Amsterdam.</div><div>È stato anche questo M. C. Escher, sebbene si sia sempre protetto dietro una maschera di apparente distacco da tutto e da tutti, descrivendo le sue opere come mere <i>«notizie sulle sue scoperte»</i>. Nient’altro. Di certo, l‘inconscio si è sempre mosso, in lui, e sappiamo bene che l’inconscio non ha bisogno di essere <i>scoperto</i> per lavorare.</div><div>Sono sempre stata una grande estimatrice dell’opera di Escher ed è difficile esprimere una preferenza. Ciononostante, quando parlo di lui, non posso non pensare a <i>Relatività</i>. L’immagine interiore che ho trovato tra quelle scale, però, la lascio nuovamente dire al protagonista del mio futuro romanzo:</div><div><br></div><div> </div><div><i class="fs12lh1-5">«</i><i>[…] In particolar modo rimasi incantato davanti a </i>Relatività<i>. Nella litografia convivono tre piani e, dunque, tre dimensioni esistenziali differenti: tredici uomini e tre donne, tutti egualmente avvolti da una sorta di guaina che copre anche il volto, si muovono, perfettamente anonimi, ognuno nella sua dimensione, in modo tale che la stessa scala che uno di loro sta salendo può essere discesa da un altro individuo che trova il suo Sud ad Est, ad Ovest oppure a Nord dell'altro, e, così, pur trovandosi a calpestare il medesimo elemento architettonico, non s'incontrano mai.</i></div><div><i>Ricordo che l’impressione immediata fu quella di trovarmi di fronte ad una rappresentazione metafisica di me stesso e tra quelle scale presi ad inseguirmi freneticamente. Provai, allora, un bruciante senso d'inquietudine e le mie certezze iniziarono a vacillare: non c'era nulla di più vicino alle tortuosità dell'animo umano. Immaginai me stesso salire e scendere quelle scale, passando da un piano all'altro, da una dimensione all'altra, da un universo all'altro e soffrii nel vedermi tanto inutilmente affannato a rincorrere una sfuggente ed irraggiungibile certezza.</i></div><div><i>Sedotto dal fascino della presunzione, non conoscevo altro che la mia piccola fetta di esistenza e mi aveva sempre sostenuto l'idea che in ciò si esaurisse l'universo intero, ma in quel momento le prospettive iniziarono a mutare e sentii un irrefrenabile bisogno di scrutare nei meandri più nascosti della mia mente, vagando in quei percorsi noti soltanto alla coscienza dimenticata che, pur tuttavia, riaffiora, di quando in quando, portando con sé vaghi ricordi, indistinti e lontani come mondi sconosciuti. Fino ad allora avevo fornito ai miei sonni la tranquillità aberrante di un grafico privo di variabili; quel giorno imparai cosa fosse il caos, quella forza inarrestabile in grado di distruggere ogni forma di controllo. E le scale di Escher si confusero con il nome di una donna</i><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">».</span></i></div><div> </div><div><br></div><div>In questi giorni e fino al 22 febbraio 2022 è in corso una splendida mostra su Escher, allestita nelle sale del Palazzo Ducale di Genova. Spero che il breve racconto dei viaggi interiori suoi e dei fruitori delle sue opere abbiano stimolato sufficiente curiosità da andare a vederla. Entrare nel mondo di M. C. Escher è un’avventura vissuta ai confini dell’anima, tra realtà irreali e mondi paralleli; un’avventura che merita di essere vissuta.</div><div> </div><div><b><br></b></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[dal libro <i>Viaggi, avventure e imprese quasi impossibili</i>, dicembre 2021, p. 353, in vendita su Amazon]</div><div><b><br></b></div><div><b>© Foto di copertina di Annamaria Pieri</b></div><div><div><b>© Foto nel testo di Raffaella Bonsignori </b><span class="fs12lh1-5">(casa di via Poerio e disegno della scala di Penrose)</span><b> e Paola Lai</b></div><br></div><b class="fs12lh1-5">Per approfondire</b><div><b>C. H. A. Broos</b>, <i>Escher: scienza e fantascienza</i>, in AA.VV., Il mondo di Escher, Garzanti, Milano, 1988</div><div><b>Harold Scott MacDonald Coxeter</b>, <i>L’opera di Escher e le matematiche</i>, in AA.VV., Il mondo di Escher, Garzanti, Milano, 1988</div><div><b>Bruno Ernst</b>, <i>Lo specchio magico di M. C. Escher</i>, Taschen, Berlino, 1990</div><div><b>Maurits Cornelis Escher</b>, <i>M. C. Escher. Grafica e disegni</i>, Taschen, Berlino, 1990</div><div><b>Maurits Cornelis Escher</b>, <i>Passi verso l’infinito</i>, in AA.VV., Il mondo di Escher, Garzanti, Milano, 1988</div><div><b>Gottfried Wilhelm Locher</b>, <i>Sensazione strutturale</i>, in AA.VV., Il mondo di Escher, Garzanti, Milano, 1988</div><div><b>Johannes Lodewijk Locher</b>, <i>L’opera di M. C. Escher</i>, in AA.VV., Il mondo di Escher, Garzanti, Milano, 1988</div><div><b>Doris Schattschneider – Wallace Walker</b>, <i>M. C. Escher. Caleidocicli</i>, Taschen, Berlino, 1990</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Dec 2021 19:20:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il mondo verticale di Walter Bonatti]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008F"><div class="imTACenter"></div><div><i>Walter Bonatti è l’uomo dell’avventura per eccellenza. Parlare adeguatamente di lui non è facile. Ci vorrebbe una trilogia. Tre libri, sì, uno per ogni fase della sua vita. La fase dell’alpinismo estremo, durante la quale ha conquistato vette e aperto vie ai limiti della sopravvivenza. Quella delle esplorazioni e dei fotoreportage per Epoca, tanto amati da Arnoldo Mondadori e durati fino al 1979. Quella, infine, della storia sentimentale con Rossana Podestà, con la quale ha dato inizio all’avventura più pericolosa e affascinante della sua vita: l’amore.</i></div><div><i>Quando incontra Rossana, Walter non lavora più per Mondadori: Arnoldo era morto nel 1971 e con le nuove direzioni erano sorti disaccordi che, otto anni più tardi, l’avevano portato alla chiusura della sua rubrica.</i></div><div><i>La fine dei reportage per Epoca, però, non ferma Walter, ovviamente. Negli anni Ottanta scrive per altre case editrici, tiene lezioni e conferenze in giro per il mondo … In tutto questo ha sicuramente poco tempo da dedicare alla mondanità. Così, quando quell’affascinante attrice dichiara in un’intervista che, se dovesse naufragare su un’isola deserta, vorrebbe accanto a sé Bonatti, lui non se ne accorge neppure. Sono gli amici al bar ad accoglierlo da eroe, il giorno dopo, riportandogli quelle parole. Bonatti sorride meravigliato e riprende la sua routine. Passa del tempo prima che si decida a fare la sua mossa, invitando Rossana ad incontrarsi. È il 2 giugno 1981. Si danno appuntamento a Roma, scalinata dell’Ara Coeli. Walter, però, sbaglia e attende Rossana sotto la scala del Campidoglio: pochi metri li separano, ma si attendono invano per un bel po’. Infine si incontrano: </i>«Non dirmi che il grande esploratore Walter Bonatti si è perso a Roma!»<i> esclama Rossana, ma lo fa senza ombra d’offesa, poiché pronuncia quelle parole con dolcezza, con ammirazione, persa negli occhi grigio-verdi di Walter, e lui sorride. Pochi istanti dopo stanno passeggiando in via dei Fori Imperiali e le loro mani, quasi calamitate, si stringono in un intreccio che racconta i loro pensieri, le loro speranze. Da quel momento non si lasceranno più: </i>«Siamo scivolati l’uno nell’altra e ci siamo tenuti stretti fino alla fine»<i> ricorda Rossana.</i></div><div><i>Walter deve ancora digerire la fine della sua carriera di fotoreporter; vive a Milano, ma si sente in gabbia. Rossana lo porta all’Argentario con la sua numerosa e accudente famiglia; lo guarisce da se stesso. Decidono di andare a vivere insieme in una meravigliosa casa seicentesca a Dubino, non lontano dal Monte Bianco, che lui considera un padre. Walter insegna alla sua Rossana il senso della montagna; organizza con lei viaggi avventurosi. E Rossana lo segue, sentendosi a casa in ogni luogo già solo per averlo accanto, ma, soprattutto, gli insegna ad amare senza dubbi o timori, a rapportarsi con i bambini; squarcia la sua corazza anti-sentimento, una corazza che si era costruito per paura che i sentimenti potessero tenerlo lontano da se stesso e dalla sua libertà, lontano dai pericoli che correva. Walter scopre che si può essere liberi anche in due e che l’amore è, forse, l’avventura più grande della vita.</i></div><div><i>La loro storia d’amore ha qualcosa di fiabesco: nasce immediata e li vede felicemente insieme fino a dieci anni fa, fino al 13 settembre del 2011, il giorno della morte di Walter, e anche oltre: Rossana gli sopravvive solo due anni e tre mesi, tutti spesi a riordinare le carte del suo amato compagno di vita, a ricordarlo in un libro e in un toccante video, a stringersi nell’aria della loro casa, il loro “Campo Base”.</i></div><div><i>Sì, ci vorrebbe una trilogia per parlare di Bonatti, quindi farlo in un articolo ha qualcosa della sfida impossibile. Per riuscirci ho dovuto scegliere quale Walter narrare, purtroppo. Solo uno dei tre. E ho prediletto quello della montagna, quello che ha abitato la verticalità con il coraggio, la classe e la forza di chi ha la roccia nel sangue; il Walter Bonatti alpinista, quello che Reinhold Messner ha definito </i>fratello<i>, quello che Cesare Maestri ha definito </i>«uno degli scalatori più forti del mondo»<i>, quello che tutti conoscono, di cui tutti hanno sentito parlare: un dio pagano capace di parlare con la roccia e di ascoltare quel che la roccia ha da dirgli, nel bene e nel male.</i></div><div><i> </i></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><b>**** ° ****</b><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div><b><br></b></div><div><b>Le montagne da lontano e le montagne da vicino</b></div><div>Walter Mauro Bonatti nasce il 22 giugno 1930 a Bergamo. Sono anni difficili, per la sua famiglia. I genitori, per garantirgli un’infanzia di studio e di serenità, preferiscono affidarlo ad alcuni zii di S. Pietro in Cerro, vicino Piacenza. Di lì per vedere le Alpi non basta il binocolo; si trova in piena pianura padana e le uniche montagne sono quelle dell’Appennino settentrionale, eppure il seme che ha dentro inizia a mettere radici sin da allora. Nuota nel fiume, fa lunghe passeggiate immerso nella natura, esplora i dintorni, riconosce le stagioni dai profumi della campagna. Vive con entusiasmo le avventure dei suoi libri preferiti, quelli di London, di Curwood, di Melville, di Conan Doyle; le stesse avventure che vivrà come fotoreporter anni dopo, mosso da una passione irrefrenabile che, in un’intervista rilasciata ad Airone nel 1986, descrive in questo modo:<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Volevo spingermi in quelle immense solitudini senza mezzi tecnici, senza radio, senza aerei al seguito. Andavo alla ricerca della forza e della volontà dell’uomo antico, che esplorava il mondo contando unicamente sulle proprie forze»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Nell’immediato dopo guerra si trasferisce a Monza con i genitori ed entra a far parte della società di ginnastica Forti e Liberi, mostrando sin dal principio una particolare attitudine per lo sport.</div><div>In quell’ambiente incontra alcuni amici appassionati di montagna e li segue nelle escursioni domenicali. Sin dall’inizio, come scriverà nelle sue memorie, sente il richiamo della roccia e si ferma ad osservare la danza acrobatica degli alpinisti in parete.</div><div>Con l’amico Camillo Barzaghi, anche lui digiuno di scalate ma pieno di passione per la roccia, acquistano qualche chiodo e una corda e fanno un primo tentativo, senza assolutamente sapere cosa fare. Walter inizia a salire senza piantare nemmeno un chiodo, fino a giungere ad un passaggio molto difficile dove sente il bisogno di essere assicurato in parete, ma, a quel punto, non ha le mani libere per farlo. Aiutati entrambi dalla dea Fortuna, riescono a non precipitare e imparano la loro prima lezione: i chiodi vanno piantati prima che se ne senta il bisogno.</div><div>Il momento topico del suo approccio alle pareti rocciose, però, è un altro. Arriva una domenica del 1948. Ha diciotto anni appena compiuti. Sta passeggiando in montagna, cercando di rubare con gli occhi i movimenti degli alpinisti esperti: la sua scuola. Incontra un certo Elia, il quale gli propone di salire con lui. La risposta di Walter è <i>«Non chiedo di meglio»</i> e, da quel momento, la montagna non lo lascerà più. Ha due scarponi comprati su una bancarella, roba militare dismessa, ma non importa. Affrontano il Campalinetto sulla Grigna meridionale. Elia è esperto, ma si ferma dopo pochi metri: non riesce ad andare avanti. Walter freme: vuole salire e, se il suo compagno di cordata dovesse rinunciare, addio scalata. Percependo forse la sua impazienza, Elia gli propone di andare avanti, di fare il capocordata. Lui accetta. È la sua prima ascensione, ma non sente il peso dell’inesperienza e porta entrambi in vetta.</div><div>Il mese successivo, sempre con l’amico Camillo Barzaghi, entra nel gruppo alpinistico monzese <i>Pell e Oss</i>. Il nome è il loro emblema: sono giovani, sono squattrinati, tutto ciò che guadagnano lo spendono in attrezzature per scalare, mangiano poco e faticano tanto, sono tutti pelle e ossa, ma stanno per segnare la storia dell’alpinismo.</div><div>Lì Walter incontra Andrea Oggioni, al quale lo legherà un’amicizia profonda e un sodalizio alpinistico senza pari. Non c’è solo l’amicizia a legare due persone che scalano nella stessa cordata, c’è l’intesa e c’è il totale affidamento di uno nelle mani dell’altro. Si diventa una persona sola.</div><div>A fine giugno del 1949 Bonatti, Oggioni e Aiazzi scalano il Croz dell’Altissimo sulle Dolomiti di Brenta. Sono passati solo dieci mesi dalla prima scalata fatta con Elia sul Campalinetto, a digiuno di qualunque nozione di alpinismo.</div><div>Inizia il sesto grado.</div><div>Dall’estate all’autunno del 1949 scala pareti come la Nordovest del Badile, l’Ovest dell’Aiguille Noir de Peuterey e lo sperone Nord della punta Walker sulle Grand Jorasses.</div><div>I <i>Pell e Oss</i>, anche grazie a Walter, raggiungono risultati insperati, ma restano i ragazzi squattrinati di sempre, con la loro attrezzatura arrangiata e, a muoverli, solo tanta voglia di montagna, tanta spudorata passione. Scrive Gianni Brera: <i>«Walter Bonatti guida i </i>Pell e Oss<i> monzesi a prodigi di ardimento sportivo forse mai conosciuti prima. I </i>Pell e Oss<i> danno luogo ad un puro epos di popolo. I dabben aristocratici che li vedono comparire ai rifugi rabbrividiscono inorriditi: due calzonacci grigioverdi, una blusa malconcia, umili gavette per nutrirsi, come soldati cenciosi o zingari. </i>“Che cima è quella?”<i> domandano con inconscia jattanza ai patentati accademici della piccozza: e appreso il nome della montagna, senza tante chiacchiere la scalano a tempo di record»</i>.</div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b>Il Gran Capucin</b></div><div>L’osmosi con la roccia è ormai completata: Walter fa parte della montagna quanto la montagna di lui. La sua anima è fatta anche di roccia, c’è un microcosmo geologico nel suo corpo. Lui e la montagna si sentono, si capiscono, si innamorano.</div><div>Ed è un vero e proprio innamoramento quello che lo coglie la prima volta che vede la guglia rossa del Gran Capucin sul Monte Bianco. Gli spiegano che è una parete ancora inviolata perché particolarmente difficile. L’idea di realizzare un’impresa alpinistica tutta sua lo cattura e il 24 luglio 1950, poco meno di due anni dopo la prima scalata della sua vita con Elia, Walter, insieme all’amico Camillo Barzaghi, tenta di aprire la sua via sul Grand Capucin.</div><div>Le difficoltà sono enormi sin dall’inizio: la scalata è appena iniziata quando vengono investiti da temporale, vento e neve che non daranno tregua per un giorno e mezzo. Passano due notti all’addiaccio, la prima sotto le intemperie, in parete; la seconda sulla via del ritorno, dopo l’abbandono, a pochi metri dal rifugio Torino perché non avevano i soldi per pernottare al coperto. Hanno comunque ancora l’entusiasmo per apprezzare la luna e le stelle che si sono fatte finalmente largo tra le nubi.</div><div>Walter non si dà per vinto e venti giorni dopo, il 13 agosto, tenta di nuovo. Al suo fianco non più Barzaghi, ma Luciano Ghigo. L’estate continua a mascherarsi da inverno, però, e la parete del Capucin viene nuovamente investita da bufera e neve. A mano a mano che i due avanzano la roccia si fa meno accogliente: tetti sporgenti, muraglie verticali, placche lisce che rifiutano i chiodi. Il sole è tornato a splendere, anche troppo: li sta disidratando.</div><div>Dopo due giorni hanno già terminato i due terzi dell’acqua. Non ci vuole molto prima che l’acqua finisca del tutto. L’unica speranza è raggiungere una cengia nevosa in alto, ma sembra non arrivare mai e la disidratazione sta facendo i suoi effetti. Scrive Bonatti:<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«La lingua si è gonfiata, dando la sensazione che la bocca non riesca più a contenerla. Brucia, e ad ogni tentativo di formare saliva segue un colpo di tosse irritante che peggiora la situazione»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Il tempo cambia di nuovo. Questa volta è in parte una fortuna. Inizia a nevicare. Possono finalmente bere, ammesso che il loro possa dirsi “bere”:</div><i class="fs12lh1-5">«Già ai primi fiocchi diamo sfogo alla nostra sete succhiando tutto ciò che di bagnato arriva a portata di labbra. Basta quel poco liquido impastato di sabbia a ridarci le forze»</i><span class="fs12lh1-5">.</span><br><span class="fs12lh1-5">Le corde di canapa bagnate si irrigidiscono, però: li stringono in vita oltre il sopportabile, scorrono male negli occhielli di metallo e si fanno vischiose. Bonatti le paragona a delle anguille. È a quelle corde che sono assicurati mentre salgono; è cinti da quelle corde che dormono appesi in parete, dentro sacchi non impermeabili dove si infilano bagnati fradici di pioggia e neve:</span> <div><i>«Purtroppo il nostro modesto equipaggiamento non comprende nessun indumento imbottito di piumino: è ancora un lusso, per noi. Ma non è neppure fatto di buona lana, né tanto meno è impermeabile, essendo tenuto insieme da rudimentali cuciture»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>La mattina seguente, giunti alla grande cengia nevosa, li accoglie una tormenta di neve. Devono scendere. Walter deve abbandonare ancora una volta la nuova via a cui tiene tanto. Il maltempo e le corde irrigidite rendono difficoltosa anche la discesa in corda doppia. Walter, secondo la tecnica tradizionale, fa passare la corda attorno alla gamba sinistra e poi sulla spalla destra. Tuttavia, durante la discesa, lo zaino colpisce la corda sulla spalla che scende a strozzare l’avambraccio e Walter si ritrova appeso a testa in giù. Con un sangue freddo impareggiabile, scende in quel modo nella speranza di trovare un anfratto che gli consenta di rigirarsi ed è ciò che accade qualche metro sotto.</div><div>Il Grand Capucin l’ha rifiutato per la seconda volta, ma Walter non accetta rifiuti e un anno dopo, il 20 luglio 1951, lui e Ghigo ci riprovano. Tante le acrobazie cui la montagna li costringe, ma infine raggiungono la vetta. Quella via difficilissima, quasi impossibile, porta il loro nome.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><br></b></div><div><b>Le Cime di Lavaredo in inverno</b></div><div>Il rientro dal Grand Capucin non è dei migliori: il cuore di Agostina, la madre di Walter, non supera l’emozione e cede. La morte della madre lo segna profondamente.</div><div>La sua vita è ad una svolta.</div><div>Un mese dopo la tragedia, parte militare e, dopo una prima assegnazione al Reparto Motorizzato della Cecchignola, a Roma, riesce ad unirsi agli alpini. La roccia lo chiama nuovamente a sé. Saranno giorni di montagna che lo assorbiranno totalmente e gli consentiranno di realizzare imprese alpinistiche degne di rilievo, preparandolo a nuove conquiste subito dopo il congedo. Tra queste, nel 1952, l’invernale sulla Nord delle Cime di Lavaredo insieme a Carlo Mauri, detto il Bigio, con il quale aveva stretto amicizia tra gli alpini. Dario Cassin aveva vinto le Cime in estate, ma l’invernale era un’impresa ancora mai compiuta. La prima ascesa, sulla Cima ovest, è particolarmente complessa. Walter e Carlo riescono a sfruttare qualche chiodo, pochissimi invero, lasciati dalla cordata Cassin. Su uno di questi, posizionato in un punto dal quale non si può non stare appesi, con i piedi puntati sulla roccia e totalmente sporgenti verso il vuoto, era stato fissato un cartellino rubato in un treno: <i>«È pericoloso sporgersi»</i>. Probabilmente è ancora lì. Ridono. Quel momento di spensierata allegria sembra riscaldare il sangue nelle vene, ma dura poco. Hanno bisogno di riposare. La speranza di un momento di requie risiede tutta nel secondo bivacco Cassin, la caverna, ma una brutta sorpresa attende i due alpinisti: la caverna è piena di neve e ricoperta di ghiaccio. Devono nuovamente trascorrere la notte in parete e questa volta in un punto in cui i chiodi tengono poco e non sono utili ad appendersi in sicurezza. A gambe divaricate, poggiati su sporgenze di roccia grandi quanto un dito, trascorrono una notte più lunga e terribile di quella dell’Innominato: non devono addormentarsi, altrimenti rischiano di precipitare.</div><div>Parlano, parlano, a volte il sonno li coglie anche così e si scuotono a vicenda:<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Più di una volta, e per fortuna mai nello stesso tempo, ci sorprendiamo l’un l’altro a dormire anche ad occhi aperti e a vaneggiare. Una volta, per esempio, Mauri mi scuote in tempo quando si accorge che in un mio strano ragionamento su Medesimo ho inserito alcune strofe parlate di una canzone della Val Sugana. A mia volta urlo a Mauri, afferrandolo per un braccio, quando, accompagnato da parole sconnesse, egli compie un brusco movimento. Poi così mi racconta la sua allucinazione: </i>Ad un certo momento mi parve che il nevaio sottostante, così illuminato dalla luna, si fosse alzato fino alla nostra altezza e che bastasse allungare una gamba per potervisi sdraiare e finalmente dormire<i>»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Hanno alle spalle uno sforzo fisico incredibile, due notti in bianco, pochissimo cibo e solo qualche goccia di cognac al posto dell’acqua. Raggiungono la vetta il 24 febbraio alle 12.30 e due giorni dopo scalano anche la Cima Grande.</div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b>L’avventura del K2</b></div><div>L’anno seguente Bonatti abbandona il lavoro di contabile per trasferirsi in montagna e dedicarsi interamente all’alpinismo.</div><div>Con l’amico fraterno Roberto Bignami porta a termine scalate impegnative e prime vie, tra le quali la parete est del Cervino.</div><div>Il 15 dicembre 1953 gli arriva la chiamata al K2. Solo Bonatti viene scelto, però. Le strade dei due amici si dividono per sempre. Roberto Bignami, infatti, andrà in un’altra parte della catena himalayana per scalare il monte Api, ma morirà cadendo da un ponte di tronchi nel gelido torrente Chamlia. A Bonatti la notizia giungerà solo dopo la conquista del K2.</div><div>Il 30 aprile 1954 ha luogo la partenza. Saranno tre mesi indimenticabili nel bene e nel male.</div><div>Quelli che passeranno alla storia come gli uomini del K2 sono: il capospedizione Prof. Ardito Desio, il medico Guido Pagani, l’operatore cinematografico Mario Fantin, l’ingegnere chimico responsabile dell’equipaggiamento tecnico Pino Gallotti e gli alpinisti Erich Abram, Ugo Angelino, Walter Bonatti, Achille Compagnoni, Cirillo Floreanini, Lino Lacedelli, Mario Puchoz, Ubaldo Rey, Gino Soldà, Sergio Viotto, nonché i quattordici membri pakistani, l’ufficiale di collegamento Col. Ata-Ullah e tredici hunza, tra i quali Mahdi, che dividerà con Bonatti una lunga terribile notte.</div><div>30 luglio ore 8. Ottavo campo 7.627 metri. Sono in quattro: Compagnoni e Lacedelli, ossia la cordata prevista per l’attacco alla vetta, Bonatti e Gallotti. Deve ancora essere impiantato il nono e ultimo campo e le bombole di ossigeno sono rimaste nei pressi del settimo. Se Compagnoni e Lacedelli dovessero andare a prenderle, non avrebbero tempo e forze per impiantare il nono e aggredire la vetta la mattina dopo. E non si può attendere nemmeno un giorno di più: è in arrivo il maltempo.</div><div>Bonatti e Gallotti si offrono di scendere a prendere le bombole e di portarle al nono campo che, nel frattempo, Compagnoni e Lacedelli avrebbero impiantato. Stabiliscono insieme il luogo: non oltre i 7.900 metri, altrimenti Bonatti e Gallotti non potrebbero tornare indietro prima che faccia notte. Si marcia con difficoltà a quell’altitudine.</div><div>Al settimo campo i due incrociano la via con Abram e due hunza, Mahdi e Isakhan, che portano viveri ed altri oggetti necessari al campo successivo. Prese le bombole, marciano tutti insieme. Giunti all’ottavo campo, però, Gallotti si ferma: è stremato e non è in grado di proseguire. Le pesantissime bombole, dunque, vengono trasportate al nono campo da Bonatti e dall’hunza Mahdi, per le prime tre ore di cammino aiutati da Abram, che, infine, torna indietro.</div><div>La fatica è inenarrabile. La rarefazione dell’ossigeno rende ogni passo un’impresa sovraumana.</div><div>Nei suoi libri e nelle sue conferenze, Walter trasmette un pathos incredibile nel descrivere gli avvenimenti. Cercherò di narrarli seguendo fedelmente il suo racconto, che, più degli altri racconti su questa vicenda, mi ha convinto.</div><div>Superano la quota 7.900, dove era concordato che fosse approntato il campo nono, ma di Compagnoni e Lacedelli nemmeno l’ombra. Il cielo comincia a scurirsi. L’aria si riempie delle voci di Walter e di Mahdi:</div><div><i>«Linoooo! Achilleeeee! Dove sieteeee?»</i></div><div>Nessuna risposta.</div><div>I due cominciano a sentirsi perduti. Bonatti è aiutato dal suo eccezionale sangue freddo, ma Mahdi rivela tutta la sua umanità e inizia ad alternare i nomi dei due con parole nella sua lingua. Walter non ne conosce il significato, ma il tono è inequivocabile: c’è un fondo di paura, sovrastato da rabbia e disperazione. Ormai sono ad 8.000 metri, con le gambe immerse nella neve fino alle ginocchia, trascinano due pesantissime bombole di ossigeno e sono senza fiato. La notte è scesa. Nemmeno la torcia funziona: il gran freddo ha scaricato le pile.</div><div>Si chiedono perché. Perché Compagnoni e Lacedelli non hanno fissato il nono campo dove era stato concordato? Perché, sapendo che stavano arrivando con le bombole, non si sono messi di vedetta ad attenderli? Perché? È possibile che temano Bonatti, più giovane e più forte di loro, per l’attacco alla vetta dell’indomani? E questo giustificherebbe un simile abbandono? Intanto il buio ha portato il gelo e i due sono all’addiaccio, senza cibo, senza acqua, senza equipaggiamento notturno. Continuano a chiamare: ancora silenzio. Ormai procedono a tentoni. Si trovano nel cosiddetto <i>collo di bottiglia</i>, un canale nevoso e strapiombante. Walter crea con la piccozza un gradino nel ghiaccio su cui sedersi per passare la notte. Anche lui, l’uomo di acciaio, cede ad un momento di disperazione e più a se stesso che al cielo, pronuncia le seguenti parole:<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«No, non voglio morire! Non devo morire! Lino! Achille! Non potete non sentirci! Aiutateci! Maledetti!»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Si siedono vicini. Cercano di darsi calore. Sopra di loro un seracco che, se dovesse cedere, li trascinerebbe via. Sono seduti sul ghiaccio; dal ginocchio in giù le gambe penzolano sulla verticalità estrema di quel luogo inospitale. Sono ad 8.000 metri. Non c’è nemmeno la luna a rischiarare quella notte terribile; solo le stelle che mostrano le guglie maestose delle montagne circostanti. La parte bassa dei colossi è immersa nella nebbia. Un paesaggio irreale.</div><div>Cercano di restare svegli: dormire nel gelo è facile, ma non ci si risveglia mai. Battono gli arti con la piccozza per scuoterli dal torpore del congelamento. Non hanno cibo, non hanno acqua. Solo tre caramelle, ma quando provano a metterne una in bocca sono costretti a sputarla, perché non hanno saliva. A quel punto, nel cuore di quel silenzio di morte, intravedono una luce alla loro sinistra. È Lacedelli. Mahdi inizia a camminare verso di essa, rischiando di cadere di sotto. Walter capisce che si tratta dei suoi due compagni del campo nove:<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Siamo qui! Perché vi fate vivi solo ora?»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>La risposta, come la ricorda Walter, ha dell’incredibile quanto ad algida incuranza della sorte altrui:<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Non vorrai che stiamo fuori tutta la notte a gelare per te»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Dopo di che dice loro di lasciare le bombole e di tornare al campo otto. Sono stremati e non hanno nemmeno la torcia. Non capisce che è impossibile? O non vuole capirlo? La luce sparisce e così quella voce che prometteva un minimo di calore, un po’ di acqua.</div><div>Mahdi torna verso Walter urlando <i>«No good Compagnoni saib. No good Lacedelli saib»</i>.</div><div>Nel cuore della notte arriva anche una tormenta di neve. Bisogna proteggersi persino naso e bocca per resistere, per non soffocare. Mahdi rischia di cadere, ma Walter riesce a trattenerlo.</div><div>Solo all’alba calerà il vento e smetterà di nevicare. Al primo chiarore, ancor prima che il sole riscaldi l’aria, Mahdi è in cammino verso il campo otto. Walter non lo ferma, non ne ha le forze; riesce a mala pena a mettergli i ramponi. Fosse per l’hunza si sarebbe messo in cammino senza, segnando la sua fine.</div><div>Walter è preoccupato: la neve fresca della notte può trasformarsi da un momento all’altro in slavina. Mahdi scende, fermandosi di tanto in tanto. Walter lo segue con lo sguardo fino all’uscita del canalone. Da quel momento in poi non è più in pericolo. Nel frattempo, va a liberare le bombole dalla neve che vi si era depositata e le rimette al loro posto. La sua priorità è ancora quella di consentire a Compagnoni e Lacedelli di salire in vetta, di conquistare il K2, di portare l’Italia nell’Olimpo himalayano. Affronta finalmente la discesa. Appena scorge le tende del campo otto chiede di Mahdi: è salvo, ma ha le dita dei piedi in necrosi per il freddo.</div><div>Ore 17.30. L’hunza Iskhan avvisa gli altri che i saib stanno giungendo in vetta. Sono due puntini, visti da lì, ma l’entusiasmo di tutti cancella persino l’orrenda notte trascorsa all’addiaccio in compagnia della Morte.</div><div>Ore 23. Compagnoni e Lacedelli, dopo l’impresa, tornano al campo otto. Fanno festa tutti. Nessuno fa cenno a quella notte infame. Non è quello il momento. Ciò che Bonatti non sa è che il momento del confronto e soprattutto della verità si farà attendere parecchio, perché lui e Mahdi, gli eroi che hanno reso possibile la conquista del K2 portando l’ossigeno a quota 8000 metri, gli eroi che sono stati abbandonati all’addiaccio, nella tormenta, senza acqua e cibo, che hanno rischiato la vita, verranno anche a lungo calunniati e questa vicenda segnerà duramente la vita di Walter e le sue scelte future.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><br></b></div><div><b>I giorni del tradimento e della menzogna</b></div><div>Molte e contrastanti le versioni date di quanto accadde quella notte. Ardito Desio, nel suo resoconto, afferma che Compagnoni e Lacedelli avevano dovuto cambiare le coordinate del nono campo per via dei seracchi che lì incombevano e che le voci di richiamo di Bonatti e di Mahdi si erano perse nel vento. Quindi afferma che questi ultimi avevano <i>preferito</i> passare la notte in una buca nella neve piuttosto che tornare all’ottavo campo, come se ciò fosse possibile.</div><div>Compagnoni e Lacedelli, invece, adombrano una colpa di Bonatti e Mahdi, troppo lenti a salire con le bombole, quando loro due, senza bombole, avevano impiegato un tempo maggiore. Insistono, inoltre, sulla loro follia nel passare la notte all’addiaccio e che avrebbero dovuto tornare indietro, come se ridiscendere stremati all’ottavo campo, su un canalone strapiombante e ghiacciato in piena notte ad ottomila metri, senza nemmeno una torcia non potesse essere definito folle. Compagnoni, infine, afferma che l’ossigeno era finito molto prima del raggiungimento della vetta a causa di quello usato da Bonatti nel corso della notte all’addiaccio. Peccato, però, che Bonatti e Mahdi avevano portato le bombole, ma le maschere per usarle le avevano Lacedelli e Compagnoni, quindi non potevano usare quell’ossigeno neppure volendo.</div><div>Passano dieci anni. Il 26 luglio 1964 su La Gazzetta del Popolo esce un articolo a firma di Nino Giglio: <i>Dieci anni dopo la verità sul K2. Come Bonatti cercò di precedere Compagnoni e Lino Lacedelli</i>. Esce fuori un magma di parole che Bonatti ritiene palesemente menzognere e che lo feriscono profondamente: gli si attribuisce il desiderio di precedere Compagnoni e Lacedelli sulla vetta, usando il loro ossigeno, senza spiegare, peraltro, come avrebbe potuto fare senza le maschere e senza attrezzature, neanche per il bivacco notturno. Eppure la gente inizia a crederci. Accade spesso. La gran parte delle persone, purtroppo, si stanca a ragionare e prende per buono ciò che viene detto, ciò che viene scritto sui giornali, anche se impossibile o, quanto meno, improbabile.</div><div>Walter non regge a quest’ulteriore insulto e querela giornalista e giornale per diffamazione a mezzo stampa. Inizia un lungo processo. Il giornalista Giglio si difende dicendo che era stato Compagnoni a raccontargli quanto da lui scritto. Probabilmente il conquistatore della vetta aveva esternato quelli che erano i suoi timori: vedere Bonatti, più giovane e più forte, raggiungere la vetta prima di lui.</div><div>Passano altri tre anni. Il tribunale accerta le ragioni di Bonatti. Il 5 marzo 1967, sempre su La Gazzetta del Popolo, Gigli scrive un altro articolo a parziale modifica del precedente: <i>Dopo tredici anni i documenti svelano come gli italiani hanno vinto il K2. Bonatti trascorre la notte all’addiaccio, a ottomila metri, per assistere l’hunza Mahdi sull’orlo della pazzia. Leale affermazione dei fatti da parte del colonnello Ata Ullah, rappresentante del governo di Karaki</i>. La mancata risposta di Compagnoni e Lacedelli ai richiami disperati di Bonatti e Mahdi viene liquidato come <i>equivoco</i> ed <i>equivoco</i> sarebbe stato anche quello di Lacedelli che chiude la luce e se ne va, convinto che i due sarebbero tornati al buio verso il campo ottavo.</div><div>Ancora due anni e il CAI chiede a Bonatti i suoi appunti di varie scalate per un’imponente opera antologica: <i>Alpinismo italiano nel mondo</i>. Bonatti inserisce anche i suoi appunti completi sulla notte del K2, ma per esigenze editoriali gli si chiede di tagliarli di tredici pagine su ventidue. Bonatti non accetta e l’opera esce con il buio sulla sua versione di quella notte himalayana; si menziona il suo libro, <i>Le mie montagne</i>, e si dice che l’autore non ha prestato il consenso alla pubblicazione dell’estratto.</div><div>Altre pubblicazioni escono in quegli anni, tutte fedeli al racconto ufficiale di Desio e Compagnoni. E Walter continua a puntualizzare, a scrivere, a puntualizzare, a scrivere … Attorno a lui sembra esserci un muro di ghiaccio, quello delle parole altrui.</div><div>Passano trent’anni.</div><div>È il 1984. L’8 agosto Compagnoni rilascia dichiarazioni al settimanale Oggi, in cui afferma che Bonatti, se veramente avesse avuto tante cose da dire su quella notte, l’avrebbe fatto nell’immediatezza, ossia nel corso dell’istruttoria del Dott. D’Acunzo, ambasciatore italiano in Pakistan. In realtà, Bonatti, allora, non era stato sentito e non esistono, dunque, verbalizzazioni della sua versione dei fatti.</div><div>Il 2 novembre dello stesso anno, Rai Uno trasmette un <i>Film Dossier</i> sul K2 e Desio, intervistato, conferma la sua versione, affermando di aver redatto il suo rapporto solo dopo aver sentito tutti. Bonatti nega fermamente.</div><div>Le polemiche non si spengono e passano così altri dieci anni.</div><div>Siamo giunti al 1994, il quarantennale della conquista. L’australiano Robert Marshall, un medico appassionato di alpinismo e particolarmente attento alle vicende del K2, scova in un vecchio annuario svizzero, il Berge der Welt, una foto scattata da Lacedelli e mai entrata tra quelle ufficiali pubblicate dopo il raggiungimento della vetta. Anzi, escono fuori cinque foto in sequenza e guardandole si capisce perché non erano mai state divulgate: Compagnoni, che aveva accusato Bonatti di aver consumato una parte dell’ossigeno nella famosa notte all’addiaccio e che, dunque, aveva dichiarato di essere stato costretto ad affrontare l’ultima parte della scalata senza, indossa, in vetta, la mascherina dell’ossigeno collegata al tubo e ha le bombole dietro le gambe. Nello stesso momento Lino Lacedelli, in un’intervista rilasciata alla Rivista della Montagna, afferma che lo spostamento del nono campo fu voluto da Compagnoni per ragioni a lui ignote; di sicuro non per pericolo di slavine o di distacco di seracchi.</div><div>Bonatti viene riabilitato, ma non pensiamo che tutto ciò sedi le polemiche. Compagnoni reagisce con vigore, alimentandole.</div><div>Anno 2002. Nel libro <i>Milano e le sue montagne</i> appaiono stralci del diario di Gallotti che sembrano smentire Bonatti. Walter scrive all’amico, il quale fa ammenda: gli manda le pagine intere del diario, stralciate in sede editoriale, e ammette di non ricordare bene gli accordi relativi al nono campo, perché sapeva che non gli sarebbe spettato raggiungerlo.</div><div>Desio, ormai 104enne, inevitabilmente si cela dietro la voce della figlia e non accetta interviste, Compagnoni è sempre più inasprito contro Walter e lo accusa di <i>«gettare fango sugli eroi»</i>. L’esclusione di Walter da quelli che lui considera eroi fa sorridere.</div><div>Si giunge al cinquantenario e finalmente, con imperdonabile ritardo, Lacedelli conferma la versione di Bonatti nel libro <i>K2 il prezzo della conquista</i>, scritto con Giovanni Cenacchi.</div><div>È la fine di un’infinita e inutile bugia che non solo ha segnato la vita di Walter, ma ha macchiato per cinquant’anni la conquista italiana della seconda vetta più alta del mondo.</div><div>Il 21 dicembre il Quirinale conferisce a Walter il titolo di Cavaliere di Gran Croce, ma quattro giorni dopo Walter si fa un eccezionale regalo di Natale. Dimostrando la sua titanica personalità e la rettitudine morale con cui ha sempre viaggiato nella vita, restituisce al mittente la Croce, accompagnandola con le seguenti parole:<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«La cosa in sé non può che onorare chi la riceve e suscitare gratitudine. Nel mio caso, invece, ha provocato sconcerto l’essermi dovuto incontrare al momento della premiazione faccia a faccia con Achille Compagnoni, anche lui lì a ricevere uguale onorificenza. […] Quel 21 dicembre, al Quirinale, si è visto premiare il sottoscritto appaiato ad un Compagnoni, che della sua vita ha fatto una costruzione falsa e denigratoria per l’Italia e per la mia persona. In altre parole, nella scala dei meriti sono stato collocato sullo stesso livello di un uomo assai lontano dai comuni valori. Ne consegue, ma lo dico con benevolo sorriso, che mai in passato si era arrivati in modo tanto formale ad umiliarmi.</i></div><div><i>Colto di sorpresa al momento della consegna dell’onorificenza, ovviamente non l’ho rifiutata, anche se d’impulso l’avrei fatto; mi sono astenuto soltanto per il rispetto che porto all’autorità del Presidente. Oggi però è diversa la condizione, e nel rispetto dei miei principi tengo ad affermare la coerenza che sempre mi ha accompagnato.</i></div><div><i>Pertanto, e pur con grande rincrescimento, restituisco questo titolo di Cavaliere di Gran Croce, che, per quanto ho esposto sopra, per me non ha più valore.</i></div><div><i>Con tutta cordialità»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Chissà se al Quirinale la lettera è stata incorniciata. L’avrebbe meritato.</div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b>Il Petit Dru</b></div><div>Il versante del Monte Bianco che affaccia su Chamonix è costellato da guglie aguzze, le <i>Aiguilles</i>; procedendo verso l’Aiguille Verte si nota una triplice piramide rocciosa particolarmente ostica e, come tutte le pareti ostiche, alpinisticamente attraente. È il complesso del Dru, di cui fanno parte il Grand Dru (3.754 mt) e il Petit Dru (3.733 mt) divisi dalla Breccia del Dru (3.697 mt). Il Petit Dru, più basso del Grand di una manciata di metri ha, in realtà, le pareti più impegnative da scalare. È come se in ogni suo versante fosse racchiusa una montagna diversa.</div><div>Nel 1879 la vetta fu conquistata scalando il versante sud; nel 1935 fu aperta una via sul versante nord; e nel 1952 sul versante ovest. La parete sud-ovest, però, è sempre stata considerata assolutamente inaccessibile.</div><div>Un giorno di fine luglio 1953 Bonatti decide di isolarsi qualche ora per schiarirsi le idee. Anche io, quando devo pensare, quando voglio concentrarmi, mi isolo uscendo di casa, ma di solito, faccio due passi intorno al palazzo. Bonatti, invece, segue il suo istinto di vagabondo, un vagabondo incredibilmente coraggioso e capace. La lascio raccontare a lui, questa <i>passeggiata</i>, che lo condurrà ad una delle decisioni più importanti della sua vita:<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Rispondendo ad un imperioso impulso di evasione, il pomeriggio di venerdì 31 luglio, ancor prima della fine settimana, mi infilo lo zaino in spalla e parto per una qualsiasi montagna. All’ultimo momento decido di andare a Courmayeur. Arrivo in serata e mi dirigo per caso verso la Val Veni, forse attratto dalla vetta del Bianco illuminata dalla luna appena sbucata dalle nubi piovose. […] A tu per tu con i miei pensieri, il pomeriggio del primo agosto mi trovo sulla punta Pic Eccles nel cuore del Monte Bianco. […] Seduto fra le rocce su un relitto di legno, circondato dal silenzio assoluto che avvolge quelle altezze, vivo ogni fase del pittoresco tramonto sull’antistante Gran Paradiso, poi il calare della notte e la spettrale trasfigurazione della montagna sotto i raggi della luna. In questo incanto notturno del 4.000 metri, quasi inconsciamente incomincio a trascorrere un altro bivacco. Di lassù, nell’atmosfera solenne di quella notte, dall’altissimo podio del Pic Eccles, quasi sospeso tra cielo e terra, mi pare di vivere un privilegio divino e il mio pensiero, finalmente libero e purificato dai problemi che affliggono l’umanità 4.000 metri più in basso, può vagare nell’infinito, scoprendo nuove mete, nuovi ideali.</i></div><div><i>L’alba successiva, quando ritorno a valle, mi sento rinnovato, fortificato e con lo spirito pronto ad affrontare il picco più affascinante che i miei occhi abbiano conosciuto. Quella notte sentii che era giunto il momento di cimentarmi con il pilastro sud-ovest del Dru»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Obbediente alla sua stessa decisione, quindici giorni dopo Walter tenta, dunque, la scalata della parete sud ovest del Dru insieme a Carlo Mauri.</div><div>La costituzione rocciosa è tra le più inospitali: protogino ruvido, poche fessurazioni ed enormi placche strapiombanti su cui aggettano anche tettoie sporgenti fino a cinque metri.</div><div>Le difficoltà si vedono subito. Poco dopo un salto verticale di 40 metri entrano in un canalone ghiacciato che sembra la cappa di un camino: è tanto stretta la fessura di entrata che la luce sembra giungere solo dall’alto. Cercano di salire il più rapidamente possibile, ma le placche, a volte, determinano frane, e il maltempo li coglie all’improvviso: fulmini incuneati nel canalone, grandine, pioggia. Al bivacco serale sono bagnati fradici. Il giorno seguente proseguono fino alla fine del canalone per uscire sulle rocce. I 400 metri centrali, che Walter chiamerà <i>Placche Rosse</i> sono una parete di verticalità assoluta completamente liscia. Dopo pochi metri ricomincia il maltempo. Durante il bivacco iniziano a meditare la ritirata. Il sole della mattina dopo, però, cancella il proposito abortivo. Proseguono ad arrampicare e giungono ad una serie di placche che assomigliano ad un ramarro gigante: sono lisce e prive di appigli come uno specchio. Sentono la stanchezza dei due giorni precedenti, hanno quasi esaurito le scorte alimentari e decidono di ritirarsi.</div><div>La parentesi del K2 allontana Walter dal Dru, ma a luglio del 1955 tenta una nuova ascensione con Mauri, Oggioni e Aiazzi. È un Walter diverso, amareggiato dalle vicende del K2, sfiduciato.</div><div>Il Dru continua a non amare intromissioni umane. Nel canalone sfuggono a mala pena ad una serie di scariche di pietre. Il giorno dopo arriva il maltempo e persino una nevicata. Passano il pomeriggio e la notte nei sacchi da bivacco e assistono atterriti ad un fenomeno inquietante: sentono la montagna tremare, hanno quasi la sensazione di precipitare insieme ad una parte di essa; in realtà si è staccato un pezzo poco distante che è sceso graffiando il canalone dove loro si trovavano poco prima. L’alba li trova pronti per la discesa. La montagna continua a muoversi. Molti sassi scendono anche su di loro. Uno colpisce Oggioni alla testa, che sanguina ed è stordito. Il Dru, con caparbietà e violenza, li costringe nuovamente all’abbandono.</div><div>Walter sa che deve affrontare quella parete; è l’unico modo che ha per affrontare se stesso. Non può nuovamente coinvolgere gli altri, però; non può costringerli a rischiare la vita. Quella è una sua partita e deve giocarla fino in fondo. Da solo. Si confida con un caro amico. Si aspetta un tentativo di dissuasione, ma l’amico comprende bene ciò che anima Walter e lo appoggia, accompagnandolo ai piedi del pilastro. In compagnia di un sacco di 30 kg alto quasi quanto lui, Walter affronta per la terza volta il Dru nell’oscurità dell’11 agosto. Ma il maltempo allunga l’attesa. Dopo quattro giorni, finalmente, può iniziare l’ascensione. Parte di notte, guidato dalla debole luce di una torcia tascabile. Dopo i primi 150 metri inizia a nevicare e deve ridiscendere. Il Dru lo rifiuta per la terza volta. Alleggerisce un po’ il sacco, sacrificando il cibo, e il 17 agosto riaffronta il “mostro”, riaffronta se stesso. Deve trovare un’altra via per raggiungere il pilastro sud ovest. Sceglie di dirigersi verso la brèche delle Flammes de Pierre e di lì salire per la via normale del Dru per raggiungere il canalone dall’alto, calarvisi e attaccare, quindi, la parete sud ovest.</div><div>Trascorre la notte al rifugio Charpoua con il suo amico, ma la parola riposo non sembra definire al meglio le ore che lo separano dalla partenza: è una notte assurda, piena di timori, di pentimenti inascoltati, di dubbi.</div><div>Parte alle 4 di mattina; alle 11.30 è sulla brèche. Il sacco è il suo compagno di cordata: ogni volta, deve tirarlo su. Quando si incastra deve scendere e risalire. Si moltiplica la fatica, dunque. Un’ultima voce ai suoi amici che lo stanno seguendo con lo sguardo dallo Charpoua e scavalca la sella per una calata nel vuoto di 40 metri verso il pilastro sud ovest del Dru.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Ad un dato momento, mi vengo a trovare nella necessità di dover piantare un chiodo stando in posizione molto precaria, incastrato in uno stretto camino che il disgelo pomeridiano ha ridotto una doccia ghiacciata. Operando delicatamente con la mano sinistra sorreggo il chiodo nella fessura, poi con la destra che impugna il martello batto uno, due, tre colpi, infine il quarto, che è più secco degli altri, sfugge dal chiodo per andare a schiacciarmi la punta dell’anulare contro la roccia. Mi sento mancare dal dolore, il sangue esce subito a fiotti; con altri pochi colpi di martello fisso il chiodo abbastanza da potermi sorreggere, mi aggancio ad esso e finalmente posso constatare l’entità della ferita e provvedere alla medicazione. Il colpo è stato così forte che mi ha asportato completamente la punta del dito; un terzo di unghia con tutti i relativi tessuti»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Lascio all’immaginazione il dolore di quel momento e dei successivi: quelle mani hanno continuato ad arrampicare per altri cinque giorni, durante i quali alla difficoltà della parete si è aggiunto il maltempo che, a tratti, si scatenava con violenza.</div><div>Durante il secondo bivacco insonne in parete è tormentato da pensieri nostalgici e da una solitudine infinita che morde il cuore. Le difficoltà si moltiplicano: affronta le placche lisce e strapiombanti che ha soprannominato “Il Ramarro”. Gli pare di sentire una voce lontana e indistinta. Forse il suo amico è sulla morena. Risponde con un <i>«Tutto bene»</i>, ma non è affatto sicuro che la sua voce possa giungere così lontano.</div><div>La solitudine comincia a farsi sentire e lo pervade più della neve, del freddo, del vento; lo spaventa più dei fulmini che pur sente vicini. Il rumore della folgore è davvero spaventoso.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«La solitudine che mi accompagna è così assoluta, allucinante, che più volte mi sorprendo a parlare inconsciamente, a fare considerazioni ad alta voce»</i><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Parla persino con il sacco.</div><div>Ha sempre considerato la solitudine una dimensione preziosa, l’ha sempre vista come una strada indispensabile da percorrere <i>«perché acutizza la sensibilità ed amplifica le sensazioni»</i>, ma in quel momento, è così tanta da far paura. Ancora non sa che, forse, saranno proprio la sensibilità acutizzata dalla solitudine, le sue sensazioni amplificate che lo aiuteranno a non morire nel corso di questa impresa che, più tardi, definirà <i>«la più allucinante che un alpinista possa fare»</i>.</div><div>Al quarto bivacco, finalmente su un piccolo terrazzo che gli consente di sdraiarsi, scruta l’oscurità in cerca delle luci degli amici. Niente. Lo circonda la notte più notte che ci sia; una dimensione irreale. Anche quell’ultimo barlume di contatto con la vita di prima è svanito. Poi pensa che, se avesse visto i segnali luminosi da terra, avrebbe dovuto trasmettere il suo <i>tutto bene </i>con altri segnali e avrebbe mentito nel farlo. Ogni notte che passa, ogni giorno che torna le mani sono sempre più indolenzite ed è sempre maggiore la difficoltà nell’articolarle.</div><div>Sente un aereo. Lo stanno cercando. Si sporge e agita il braccio nella speranza di essere visto, ma una nuvola bianca lo avvolge. Prova quasi un senso di rabbia. Quell’aereo che si allontana è più doloroso della solitudine di prima.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Mi invade una strana sensazione, come se quell’aereo fosse una parte di me stesso che ora sfugge, lacerandomi dentro. Mi accorgo che avrei preferito la solitudine assoluta»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Da quel momento la sua salita diventa un percorso di sopravvivenza.</div><div>Giunto ad un punto morto, si cimenta in alcune pendolate, che inevitabilmente gli tagliano la via del ritorno, perché la pendolata porta ad un punto più basso di quello di partenza e, a voler tornare indietro, non ci si potrà mai agganciare allo stesso appiglio, allo stesso chiodo della partenza. Le rocce sono segnate dal sangue che lasciano le sue mani. Ma ecco che le pendolate devono interrompersi: è giunto dinanzi a una parete dove non può piantare chiodi. Roccia durissima, nessuna frattura, nessuna fessura. È fermo su una piccolissima cengia. Non può tornare indietro, non può pendolare in avanti, non può salire, né scendere.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Il vuoto è assoluto e ormai nauseante»</i><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Si sente perso.</div><div>Una decina di metri più su, in diagonale rispetto a lui, c’è un tetto di rocce con due o tre denti aggettanti che assomigliano alle dita di una mano. Pensa di fare un lazzo e issarsi, ma le <i>dita della roccia</i> non tengono il lazzo. Passano minuti infiniti durante i quali pensa persino di lasciarsi cadere nel vuoto, ma è troppo attaccato alla vita, troppo padrone dei sogni per farlo.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Non c’è nulla di più tragico dell’avere la consapevolezza di morire»</i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">dirà nel corso dell’ultima conferenza della sua vita, raccontando l’esperienza sul Dru.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mentre mi documento su quella scalata, immagino la voce della montagna; la mia penna di scrittrice prende il sopravvento e lascio che la roccia parli:</span></div><div><span class="ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ho sempre pensato che voi uomini foste dei piccoli, infestanti e rumorosi esseri da tenere lontani. Io sono una parete di roccia.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Voi cosa siete?</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Carattere e sostanza: questi dovrebbero essere i criteri per giudicare la vita; ma la gran parte di voi non conosce né carattere, né sostanza. Vivete gli uni sugli altri, gli uni contro gli altri sotto quel vostro cielo poco azzurro, che ogni giorno vi impegnate ad ingrigire un po' di più con i miasmi ammorbanti dei vostri fumi, che ogni giorno solcate alacremente con giganteschi uccelli di metallo incapaci di rubare alle aquile la loro eleganza.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Per me siete null'altro che insignificanti e microscopici segni di vita nella mia immensità. </b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ma tu … </b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Non immaginavo che sapeste essere anche dei giganti.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ce l’ho messa tutta a rifiutarti, a mandarti via, ma tu niente. Testardo più di me. Mi stai abbracciando con la forza della disperazione, e non cedi, non cedi. Il tuo sangue riga il mio corpo, ma il dolore non ti piega.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Chi sei, uomo?</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Non posso permetterti di rendermi possibile, accessibile. Come osi?</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Avete raggiunto la vetta da altre vie, lungo pareti meno impervie di me, ma qui non si passa.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Io voglio continuare ad essere inarrivabile, voglio essere ammirata, desiderata e mai avuta.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Non puoi farcela con me. Il fallimento è il tuo destino. Sei solo un uomo. </b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ancora qui?</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Sei caparbio, sei forte; tu sai fare della paura la tua energia, ma non puoi vincere. Lo vuoi capire? Non puoi vincere!</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Sei finito. Sei prigioniero della tua stessa presunzione. Sei arrivato dove le tue forze non possono aprirti altra via se non la morte. Tu guardi la Montagna e la Montagna guarda te. Scacco matto, uomo. Devi accettare la sconfitta.</b></span></div><div><span class="ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>No, Walter non ha nessuna intenzione di darsi per vinto. Crea con la corda una specie di <i>bolas</i>, diversi capi che terminano con un nodo, e li lancia sulla mano della roccia nella speranza che i nodi vi si ancorino. La corda non tiene nemmeno così. Passa una lunga, eterna ora. Continua a fare lanci su lanci. Finalmente la corda resta incastrata, ma basta un piccolo strattone che torna giù.</div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Sei ostinato, uomo; sei maledettamente ostinato. Hai deciso che la mia mano deve tenerti, deve salvarti. Chi sei tu per decidere cosa io debba fare, eh?</b></span></div><div><span class="ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Walter si dà coraggio cantando e parlando ad alta voce con se stesso; si fa attraversare dai ricordi e dalle emozioni che, come il sangue nelle vene, scorrono portando vita.</div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><b><span class="cf1">P</span><span class="cf1">arli, parli … Ma sentiti! Gridi i tuoi ricordi all’aria che ti circonda; confessi le tue paure, ti sorreggi ai tuoi sogni. Sei ridicolo, sei … </span></b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>… Non pensavo che sognare avesse tanto fascino. Ho sempre creduto che i sogni fossero inconcludenti baggianate umane. Sono belli, invece. </b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ma che mi succede? Smettila di parlare. Smettila! Mi stai confondendo. </b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Il tuo cuore continua a battere sul mio corpo di roccia. Lo sento così forte che sembra spaccarmi. È un rumore profondo. Come fate a resistere a questo rumore? Da quassù vi vedo quando dimenticate d’avere il cuore.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Come fate a dimenticarlo?</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Batte così forte, così forte ….</b></span></div><div><span class="ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Finalmente, dopo altri lanci a vuoto, la corda si ferma nuovamente. Walter strattona. Regge. Strattona di nuovo. Regge. Certo sta strattonando lateralmente. L’ancoraggio terrà una volta che sarà perpendicolare e lui vi si sarà abbandonato, appeso nel vuoto? Non c’è risposta. È il momento di lasciare la razionalità e affidarsi al destino e Walter attraversa il confine che separa ciò che si può fare da ciò che si può solo sperare che accada.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>C’è della roccia, in te. Lo sento. Non sei solo carne, e muscoli, e ossa, e pensieri.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Te l’ho data io, questa roccia? L’hai presa abbracciandomi?</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Se così fosse anch’io avrei preso un po’ di cuore da te.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>La vita è osmosi. </b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Che mi hai fatto, Dio mio!</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Mi hai resa fragile.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Mi hai dato un cuore. </b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Il cuore non conosce l’egoismo, non conosce la solitudine. </b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>E sia!</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ti tengo, uomo. Dai, lanciati. Ti tengo. Tu non devi cadere, quel tuo cuore … voglio ancora sentire il suo battito su di me.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><br></div><div>Nella vita, si sa, esistono più domande che risposte e la decisione di Walter ne è l’esempio tipico. Forte della sua speranza, chiude gli occhi e si lancia nel vuoto, confidando in quella corda, in quella mano di roccia. Urla. All’inizio gli sembra di precipitare.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Sono stati secondi che, per me, sono durati minuti. Ho rivissuto la mia vita, le persone care; ho rivisto il passato. È incredibile l’accelerazione che si prova in circostanze del genere»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>L’accelerazione del Tempo: tutto in un attimo. Poi il movimento pendolare si affievolisce e, raggiunta la verticalità assoluta, inizia a penzolare. Riapre gli occhi. La corda sta tenendo. O forse è la roccia che sta tenendo.</div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Forza, non fermarti! Avanti, piccolo uomo, arrampicati!</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Tengo io la corda, non ti preoccupare.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ti chiamerò Vincimorte: sei fatto di determinazione, di lucidità, di una paura che non sa fermarti. </b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Le tue mani … sono piene di sangue. Sento quasi il tuo dolore.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Non pensavo che nel dolore ci fosse tanta vita. </b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Sono vecchia e stanca, a volte mi sgretolo, ma questa tua voglia di vivere è contagiosa.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>È anche in me, ora.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><b> </b></span></div><div><br></div><div>Da buon ginnasta quale è si arrampica. Teme che le oscillazioni possano muovere l’ancoraggio improvvisato:<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Più arrivavo là dove la corda era incastrata, più sollecitavo la corda a saltar via»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Riesce a raggiungere la roccia. Con una manovra acrobatica, si issa su quella mano rocciosa, rotola su quelle <i>dita</i> che avevano tenuto la corda, si lascia alle spalle il vuoto.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Oggi si parla di 7°, 8°, 9° grado. Credo che sul Dru io abbia fatto il 50° grado»</i><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>ha esclamato sorridente pochi mesi prima di morire.</div><div>Ce l’ha fatta, ma non è tempo di cantare vittoria. Il Dru gli riserverà ancora brutte soprese: nuove placche strapiombanti, nuove pendolate. È sospeso in un vuoto denso, vivo. Gli sfugge una staffa, evita di seguire con gli occhi la sua caduta. Finalmente trova un terrazzino su cui bivaccare. Il dolore alle mani è atroce, la stanchezza infinita; è disidratato.</div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Io ti ho salvato, è vero, ma, forse, tu hai salvato me. Mi hai fatto capire il significato della vita.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Non siete solo rumorosi puntini lontani, siete carne e coraggio, siete sangue e speranza, siete dolore e tenacia.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ti ammiro. Hai dato un senso alle mie mani di roccia che ti hanno portato fin qui. Ora ti affido ai tuoi compagni. Senti le loro voci? Sono saliti dall’altro versante per aiutarti nella discesa, per abbracciarti nel trionfo.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Rimpiango di non avere anche io le braccia per avvolgerti, per salutarti. Sarebbe un addio più giusto. Abbiamo condiviso così tanto, noi due …</b></span></div><div><span class="ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Da lontano un’eco di voci. Un’allucinazione? A quell’altitudine parla anche il vento. Ascolta meglio. Sono voci, ne è certo. I suoi amici hanno scalato l’altra via per accoglierlo in cima con cibo e acqua. È un momento, quello, in cui il suo animo definisce esattamente la parola conforto.</div><div>È il 22 agosto. Sono passati cinque giorni da quando si è lasciato alle spalle il mondo orizzontale per entrare in quello verticale. Il cammino si fa via via più facile; dal 6° grado si passa al 5° e poi al 4°, al 3°, al 2°, ma è una fortuna che, nell’alleggerire ulteriormente lo zaino in quest’ultimo tratto, non abbia abbandonato tutti i chiodi e tutte le staffe, perché il Dru ha ancora un’insidia per lui: negli ultimi 50 metri tornano lastroni di roccia strapiombante.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Pensi davvero che ti lasci proprio adesso? Adesso che mi hai regalato il senso della vita, che mi hai spiegato come funziona il cuore, che mi hai dato l’emozione della tua forza? No, devo resistere, come stai resistendo tu. Ce la faremo insieme.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Sono stanca quanto te, non credere. Mi hai donato una parte di umanità, ma questo ha un costo: ora sono più debole, più fiacca. E tutto questo ghiaccio mi sfianca. Sento che una parte di me sta cedendo. Fai attenzione, ti prego.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ascolta le mie parole, Walter. Posso chiamarti per nome? Ascolta le mie parole, so che puoi farlo. Devi concentrarti: non sentire mai in tasca una vetta prima di averla raggiunta. So che questo consiglio ti servirà ancora, lontano da qui, dove le mie mani di roccia non potranno aiutarti, ma i miei occhi ti vedranno e sentirai ancora la mia voce, perché gli amici si chiamano, gli amici si parlano, gli amici si amano anche da lontano.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><br></div><div>La voglia di farcela e la rabbia vincono su stanchezza e sconforto. Durante l’ascensione una roccia si stacca e lo colpisce alla gamba, ma le mani, ancorché martoriate, lo tengono saldamente, non mollano; Walter non molla. Ed ecco che la pendenza torna ad addolcirsi.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Sento solo i tuoi piedi e le tue mani, ormai, ma, anche se non sei più abbracciato a me, il ricordo del tuo cuore vive nella mia roccia.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ce l’hai fatta, amico mio. Ce l’hai fatta.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ora puoi urlare nel vento il tuo nome, il nostro nome.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Dimmi, sei riuscito a cancellare il grande torto subìto su quella montagna lontana? Sei finalmente in pace con te stesso?</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Percepisco ancora un dolore profondo, ma arriveranno i giorni del conforto, te lo assicuro; arriveranno i giorni del riposo e della distensione.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Ti ricorderai di me? Ricorderai la mia mano di roccia, Walter?</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Io lo farò.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>E ti starò accanto finché quel nodo che hai dentro non sarà sciolto. Ti sosterrò con la mia mano di roccia anche da lontano finché non avrai smesso di lottare. Allora potrò smettere di lottare con te. Vivrò seguendo il battito del tuo cuore. Come lo chiamate voi uomini? Sentimento …</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><br></div><div>Questa volta non ci sono più sorprese: è in vetta. Il sesto e ultimo bivacco lo farà con gli amici, raggiungendoli in discesa fino al punto in cui si erano fermati, sull’altro versante.</div><div>Ha raggiunto se stesso, finalmente, ma il K2 non è stato cancellato; la sofferenza delle accuse altrui resterà ancora viva per altri quarantanove anni, fino alla verità sputata a denti stretti da Lacedelli. Solo allora Walter potrà sciogliere il suo nodo dolente. E, come promesso, lo farà anche il Dru. Poco dopo aver ottenuto tardiva giustizia, poco dopo la fine di quell’infame carosello di racconti sul K2, poco dopo aver ricevuto un riconoscimento che più di altri lo ha commosso, la laurea Honoris Causa in Scienze Ambientali presso l’Università dell’Insubria di Como, gran parte della via Bonatti sul Dru cede e crolla. È il 2005. Quella montagna stanca ha mantenuto la sua promessa: anche da lontano ha continuato a sostenerlo con la sua mano di roccia, gli è stata accanto fino alla verità. Il crollo, però, pur se massiccio, non è totale: una parte di lei resiste ancora. È come se con un filo di voce gli stesse ripetendo</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Sono qui per te. Ricordi? Vivrò seguendo il battito del tuo cuore.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span></div><div><br></div><div>E la montagna non mente; la montagna non tradisce mai.</div><div>Passano sei anni.</div><div>Nel 2011 Walter si ammala; in pochi mesi il suo corpo si piega fino a non sostenerlo più. Il Dru ha un nuovo crollo. La voce della sua montagna si fa sempre più flebile. Combatte per vivere, come Walter, ma, alla fine, l’ultimo tratto di quella parete impossibile, che un solo uomo riuscì a scalare, l’ultimo soffio di vita di una roccia innamorata crolla, esattamente poche ore prima che il cuore di Walter si fermi.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Non avere paura, la mia mano di roccia ti tiene. Devi salire, amico mio.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Questa volta la vetta è il Paradiso.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>E io sono con te. Con te. Ti tengo.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Continueremo le nostre cordate insieme. Te lo prometto. Guarda: ho la mia mano di roccia sul cuore. È così che si fa, no? Mano sul cuore.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Me l’hai regalato tu, il cuore.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1"><b>Dai, saliamo. Insieme.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><br></b></div><div><b>Dopo il Dru</b></div><div>Impossibile seguire nel dettaglio tutte le sue ascensioni che arrivano dopo il Dru, ma posso tentare di menzionare alcune tappe importanti per lui e per l’alpinismo.</div><div>A marzo del 1956, insieme a Luigi De Matteis, Alfredo Guy e Lorenzo Longo, compie la traversata sci-alpinistica dell’arco alpino, dai confini con la Jugoslavia alla Liguria: 1.795 km, 146.386 metri di dislivello, 66 giorni di marcia, di cui solo 6 di riposo a causa del maltempo.</div><div>A dicembre dello stesso anno, con l’amico Silvano Gheser, si dirige sul Monte Bianco per la via del Poire. Strada facendo incontrano due alpinisti francesi, François Henry e Jean Vicendon, diretti sullo sperone della Brenva. Hanno un primo tratto di via da percorrere insieme. Si salutano al bivio e ognuno va per la sua strada. Ma il maltempo ci mette lo zampino. Walter e Silvano devono abbandonare la loro via e ripiegare su quella più facile scelta dagli alpinisti francesi. Si riuniscono a loro su quella parete, dunque, ed essendo più esperti salgono più rapidamente. Il maltempo, però, ha altri programmi: li sferza, li batte, li sommerge di neve. Sono infreddoliti e bagnati.</div><div>Dopo il primo bivacco in parete in quelle condizioni, Walter dà una voce ai francesi e la risposta flebile che ne riceve lo induce a scendere fino a loro per aiutarli a salire. Henry, così come l’amico Gheser, ha un principio di congelamento a un piede.</div><div>La decisione più ovvia sembra quella di calarsi verso Chamonix, che sembra vicinissima, ma scendere, a quel punto, è pericolosissimo, perché l’abbondante nevicata ha aumentato il rischio di slavine. Tutti e quattro convengono che la via più breve per uscire da quell’inferno sia salire e raggiungere il bivacco fisso Vallot.</div><div>Le due cordate procedono a portata di voce. Scalano alla cieca: la bufera non fa vedere nulla e il ghiaccio blocca le palpebre.</div><div>Quando finalmente raggiungono il bivacco Vallot, Bonatti soccorre l’amico Gheser, gli friziona i piedi con l’alcol ed esce continuamente chiamando i due francesi, ma di loro non c’è traccia. Capisce che devono aver deciso di scendere verso Chamonix.</div><div>Il giorno dopo Walter e Silvano affrontano un altro assurdo tragitto, lungo il quale Walter cadrà in un crepaccio e Gheser riuscirà a tenere la corda, sulla quale l’amico si arrampicherà uscendone vivo.</div><div>Devono affrontare un nuovo bivacco tra i ghiacci, che è fatale per i piedi di Gheser, cui, al ritorno, verranno amputate tutte le dita. Anche Walter accusa i primi sintomi di congelamento e batte forte la piccozza sui piedi per riattivare la circolazione.</div><div>Il giorno dopo lega a sé Gheser, i cui piedi e le cui mani sono ormai assolutamente insensibili, e lo trascina sdraiato sulla schiena. È così che raggiungono il rifugio Gonella dove finalmente trovano i soccorsi.</div><div>Il primo pensiero di Walter è per i due francesi. Viene subito tranquillizzato: <i>«Sono scesi verso Chamonix e si sono bloccati su un terrazzo in parete, ma un elicottero sta andando a ricuperarli»</i>.</div><div>Sono tutti felici per quella notizia. Ancora non sanno, però, che l’elicottero si è appena schiantato su quel terrazzino. I due francesi moriranno di assideramento e di stenti due giorni dopo tra quei rottami. </div><div>Questa scalata provoca nuove polemiche, ma lo spirito di avventura e di sfida che anima Walter non si ferma.</div><div>Nell’aprile del 1957 inizia il triennio di prova per diventare Guida Alpina a Courmayeur e, da quel momento, infila una serie di scalate importantissime, tra le quali il Grand Pilier d’Angle con Toni Gobbi e la via della Poire con Marcello Bareux, fino ad allora inviolata.</div><div>Nel 1958 va in Patagonia con Carlo Mauri, in contemporanea con la prima spedizione di Cesare Maestri. L’obiettivo di tutti è il Cerro Torre, ma, in quell’occasione non ci riuscirà nessuno.</div><div>Dopo il tentativo fallito del Torre, Bonatti e Mauri ripiegano su altre cinque ascensioni in pochi giorni: Cerro Mariano Moreno, Cerro Adela (vetta fino ad allora inviolata), Cerro Doblado, Cerro Grande e Cerro Luca, anch’esso ancora inviolato, così chiamato in onore del figlio di Mauri.</div><div>Il risultato più sorprendente di quell’anno, però, Bonatti e Mauri lo compiono sulla catena himalayana, perché regalano all’Italia un’altra prima ascesa importantissima: il Gasherbrum IV, o G IV, senza ossigeno. La cosiddetta <i>Montagna Scintillante</i>.</div><div>Spicca al centro della catena del Karakorum. Pareti levigate e strapiombanti, creste affilate. 7.980 mt. Non raggiunge gli Ottomila per venti metri, ma la difficoltà che presenta è maggiore di molti altri Ottomila.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«È una montagna veramente magnifica e insieme diabolica, da qualunque parte la si guardi. La sua vetta è una cresta lucente come il cristallo, incredibilmente affilata»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Tra coloro che partecipano alla spedizione e che attendono dal basso la conquista della vetta, anche Fosco Maraini, alpinista, antropologo, fotografo e scrittore, padre di Dacia, il quale di Walter scrive: <i>«C’è poco da dire: Bonatti è un dio. Quando tocca a lui vedo il puntino rosso della sua maglia che avanza, vorrei dire senza sforzo, certo con decisione e leggerezza uniche, fino al punto di sosta; gli altri a paragone sono creta e terra, umile carne umana»</i>. Invero anche Mauri è bravissimo, ma Bonatti sembra salire in assenza di peso, bisogna riconoscerlo.</div><div>Dal 1959 al 1961 seguono altre grandi imprese, altre avventure ai limiti dell’impossibile. All’immenso bagaglio di viaggi e di scoperte, alla sua vita con la roccia, si aggiungono altre cime inviolate, come il Pilastro Rosso del Broullard, conquistato in due giorni, nel pieno di una memorabile tempesta con folgori, grandine e fuochi di S. Elmo, come il Rondoy Nord del gruppo di Huay Huash nelle Ande.</div><div>Il 10 luglio del 1961, però, ha inizio un’impresa che trascinerà Walter nuovamente nella polemica giornalistica e persino in quella giudiziaria. Ripercorriamone qualche tappa.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><br></b></div><div><b>La tragedia del Pilone Centrale del Freney sul Monte Bianco</b></div><div>Walter Bonatti, Roberto Gallieni e Andrea Oggioni decidono di scalare l’inviolato Pilone Centrale del Freney in invernale. Anche un altro gruppo aveva fatto lo stesso pensiero, una cordata francese composta da quattro alpinisti: Pierre Mazeaud, Robert Guillaume, Antoine Vieille e Pierre Kohlmann. I sette decidono di unirsi in un’unica spedizione. In un giorno e mezzo, con tre cordate che si alternano al comando, arrivano a poche decine di metri dalla vetta. Sentono la vittoria in tasca, ma il destino ha altri progetti. Poco dopo mezzogiorno dell’11 luglio si scatena un temporale violento e loro si trovano su uno sperone di roccia che Walter giustamente descrive come <i>«il parafulmine del Monte Bianco»</i>. L’aria si satura di elettricità. Scendono rapidamente per sistemarsi su due cenge vicine. Kohlmann viene sfiorato in viso da un fulmine. Mazeaud riesce ad afferrarlo, evitando che cada. È stordito e paralizzato. Dopo una dose di coramina si riprende un poco. Lo lasciano su una cengia un po’ più in basso rispetto alle loro: è più ampia e può distendersi. Il bivacco li vede bagnati e congelati. Sono seduti su una piccola sporgenza della roccia, gambe nel vuoto, assicurati ad un chiodo dal quale pendono gli altri chiodi e le staffe, oggetti metallici che attirano i fulmini; indossano la tenda come un sacco e da sotto vedono il chiarore delle saette, delle folgori e sentono il loro sinistro crepitio. Gli italiani vengono sfiorati dall’elettricità alle gambe, vengono quasi strappati dall’ancoraggio. Urlano dal dolore. Sembra un girone dell’inferno dantesco. Walter confesserà d’aver rivisto la sua vita, in quel momento, con la certezza di non averne più molta davanti.</div><div>Finalmente il temporale si allontana e inizia a nevicare.</div><div>La mattina arriva con il sole. Riprendono ad arrampicare, ma la bufera è in agguato e torna ad aggredirli. Devono fermarsi di nuovo; devono di nuovo proteggersi alla meglio sotto il sacco improvvisato. Sono bagnati, ghiacciati, hanno poche scorte di cibo e le condizioni atmosferiche impediscono loro di accendere il fornello. Succhiano palline di neve, per dissetarsi, ma la neve non disseta e la disidratazione inizia a farsi sentire. Mazeaud e Bonatti decidono che, al prossimo miglioramento, saranno solo loro due a salire, in modo da attrezzare la parete per gli altri, che sono fin troppo provati. Il miglioramento, però, contrariamente ad ogni statistica metereologica, non arriva. Siamo al quarto bivacco in parete. Alle 3.30 del 14 luglio Walter si consulta con Pierre Mazeaud e decidono di tentare la discesa, nonostante il rischio di slavine dovute alla neve caduta in quei giorni. Sono sessanta ore che stanno sopravvivendo nella bufera e non possono salire oltre.</div><div>Walter va avanti per piantare i chiodi ai quali ancorare le corde doppie. Mazeaud si prende cura degli altri e Oggioni chiude la cordata, perché è il più esperto nel recupero delle corde. Alle sei Walter inizia la discesa: tra vento e neve non riesce a vedere nulla. Riesce a piantare un chiodo e attende che scendano, ma nessuno arriva. Finalmente intravede Mazeaud, il quale gli spiega che alcune corde si sono incagliate. Ne avranno a disposizione meno per scendere, da quel momento in poi.</div><div>Dopo dodici ore di discesa a corda doppia individuano un crepaccio in cui bivaccare. Kohlmann ha le mani congelate e Walter gli passa l’alcol per frizionarle, tanto, con quel vento e quei teli tirati addosso come una seconda pelle, non può essere certo utilizzato per accendere il fornello. Kohlmann, però, già disorientato dalla folgorazione e dallo sforzo sovraumano di resistenza, vede nell’alcol qualcosa da bere, forse l’acqua tanto desiderata, e ne butta giù due sorsate prima che riescano a togliergli la bottiglia dalle mani. Ormai non è più in grado di distinguere neppure i sapori.</div><div>Andrea Oggioni è esperto di montagna e riesce a vedere bene il dramma. Si rende conto che potrebbero non farcela: <i>«Facciamoci una promessa»</i> urla a Walter nel vento sibilante <i>«Se veniamo fuori da questa avventura, dimentichiamoci che esiste il Pilone»</i>. L’amico annuisce. Probabilmente, dentro di sé, sta archiviando anche lui quell’impresa: al diavolo il Pilone. Al diavolo, al diavolo il Pilone!</div><div>La sveglia li sorprende già svegli. Sono le tre e mezza di mattina e la tormenta non ha cessato un attimo. Nella notte sono scesi altri sessanta centimetri di neve. Kohlmann sta sempre peggio: deve assumere nuovamente la coramina. È assolutamente necessario scendere verso i <i>Rochers Grüber</i> e raggiungere il rifugio Gamba. Scavano un tunnel nella neve per poter trovare un punto in cui piantare un chiodo e ricominciare a calarsi in corda doppia. Vieille cade più volte al suolo, sfinito. Guillaume lo libera dello zaino, ma il calo di peso non sembra migliorare il suo andamento. Walter scende per primo con Kohlmann. Si fermano su una cengia, ma gli altri non li raggiungono. Ancora una volta deve essere successo qualcosa. Lascia Kohlmann fissato lì e risale per vedere se serve una mano. I compagni stanno dando l’ultimo saluto a Vieille: è agonizzante e muore poco dopo. Lo assicurano in parete insieme ad uno zaino con pesi superflui e scendono.</div><div>A mezzogiorno sentono delle voci dal basso. I soccorsi stanno, dunque, arrivando. Nemmeno la speranza, tuttavia, riesce a rianimarli. Oggioni dà segni di sfinimento e cenni di scollamento dalla realtà.</div><div>Continuano a calarsi.</div><div>Alle 17.30 Walter, che è sempre il primo di cordata per poter allestire la parete ed assicurare la discesa degli altri, si trova dinanzi ad un muro in cui è impossibile piantare chiodi e tiene, quindi, sulla sua spalla la corda su cui si caleranno i suoi compagni.</div><div>Raggiungono finalmente, il ghiacciaio del Freney. È qui che i soccorritori avrebbero dovuto trovarsi e, invece, non c’è nessuno. C’è solo un infinito nulla bianco e il vento che ulula e lo sconforto che aggredisce le membra quanto il gelo. Dove sono finiti? Si saprà in seguito che erano al ghiacciaio del Brouillard.</div><div>Cosa fare?</div><div>Una sola risposta giunge loro dall’immenso vuoto che li circonda: devono proseguire da soli, scalare una parete ghiacciata ed impervia chiamata <i>Canalino dell’Innominata</i> e scendere sull’altro versante verso il rifugio Gamba. Oggioni cade continuamente, anche Guillaume è esausto e Kohlmann sembra appartenere, ormai, ad un mondo ignoto. Decidono di separarsi: Mazaud sarebbe rimasto indietro con Guillaume, Kohlmann e Oggioni, mentre Walter e Gallieni li avrebbero anticipati sul canalino dell’Innominata attrezzandolo per loro. Quando il gruppo si ricompatta, alla base della parete, Bonatti e Gallieni si accorgono che manca Guillaume: è morto durante il cammino. In quei momenti rabbia e paura superano il dolore: devono andare avanti, devono salvarsi. Arriverà il tempo di piangere i morti, ma, in quel momento, devono preoccuparsi di restare vivi.</div><div>È sceso il buio. Sono le nove. Walter giunge nuovamente in un punto in cui non può piantare chiodi e torna a caricarsi sulla spalla la corda che consentirà agli altri di salire. La cordata, tuttavia, è bloccata da Oggioni, il quale non riesce ad avanzare. Lo incitano a voce, ma risponde solo con lamenti. Sembra in trance. Non possono permettersi di fermarsi oltre. Gallieni lo assicura in parete e gli chiede di attendere lì, avrebbe fatto arrivare i soccorsi. A questo punto devono essere solo Walter e Gallieni a salire per trovare gli aiuti: sono gli unici abbastanza in forze e lucidi, insieme a Mazeaud, che, però, deve restare con gli altri. Kohlmann, però, sfugge al controllo, e con una forza recuperata dall’adrenalina e dalla follia che ormai gli aveva bruciato il cervello, supera Oggioni e Gallieni, urlando che vuole raggiungere il rifugio. Bonatti e Gallieni non possono fare altro che assicurarlo alla corda, tra loro due. Arrivati in cima al canalino trovano una corda che era stata lasciata da due americani, Harlin e Hemming. Costoro, saputo della loro cordata e di un’altra cordata svizzera in difficoltà, erano saliti dal rifugio per fissare quella corda e lasciarla pendere sulla parete strapiombante, in modo da dare aiuto. Purtroppo, però, gli svizzeri, che ne avevano usufruito per primi, non l’avevano lasciata sulla parete strapiombante, ma sul versante del rifugio. Quella corda, nel punto giusto, avrebbe forse salvato più di una vita.</div><div>Nel frattempo Kohlmann viene abbandonato dall’ultimo filo di razionalità: a Gallieni cade un guanto e, istintivamente, mette la mano nuda sotto l’ascella per ripararla dal gelo, Kohlmann, però, ritiene che stia tirando fuori una pistola per ucciderlo e lo aggredisce. Nasce una colluttazione che vede coinvolti tutti e tre. La forza di Kohlmann è amplificata dal suo stato di squilibrio. Se non vogliono morire tutti lì, devono slegarsi da lui. Bonatti e Gallieni tirano le corde. Kohlmann è nel mezzo. Continuano a tirare con i denti, mentre si slegano l’imbracatura. Quindi, all’unisono, lasciano e cercano di allontanarsi il più rapidamente possibile.</div><div>Raggiungono il rifugio Gamba alle tre di notte. I soccorritori sono tutti lì. Dormono. Walter racchiude la rabbia di quel momento in una sola frase, sufficiente a descrivere tutto: <i>«I dispersi avevano trovato i soccorritori»</i>. Instradati da Bonatti e da Gallieni, finalmente i soccorritori raggiungono gli altri, ma porteranno giù solo Mazeaud: Oggioni è morto, nel frattempo, e Kohlmann è alla fine della sua agonia.</div><div>Le polemiche italiane e gli attacchi gratuiti a Bonatti che seguirono quei giorni non resero di certo onore ai morti, oltre che infangare i vivi. </div><div>Incredibile come i fatti possano cambiare a seconda dell’orecchio che li ascolta. Bonatti fu accusato di aver commesso errori fatali. Molti giornali sguazzarono nello stagno delle accuse. Non videro i fatti per quello che erano, si limitarono a dire che aveva abbandonato Oggioni a morire sul Canalino, che aveva condotto i francesi verso il disastro. Lo misero alla gogna; fu persino aperto un procedimento penale nei suoi confronti.</div><div>Dal versante francese le cose andarono in modo di gran lunga differente. Pierre Mazeaud raccontò come Bonatti gli avesse salvato la vita, raccontò quello che aveva fatto per salvare la vita di tutti e gli fu conferito dapprima il titolo di Chevalier de l’Ordere du Mérite Sportif e, quindi, la Légion d’Honneur.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><br></b></div><div><b>Verso il Cervino e oltre</b></div><div>Bonatti sembra destinato ad avere addosso ombre da dissipare. Dopo la vicenda del K2, ancora aperta e quella della Brenva, con il Pilone torna a fare i conti con se stesso, ingabbiato nel suo feroce perfezionismo. Tra il 1963 e il 1964 scala la parete est del Pillier d’Angle sull’Aiguille Blanche, la nord delle Grand Jorasses in invernale e conquista l’inviolato sperone nord della Punta Whymper.</div><div>Nel frattempo arriva un primo assaggio dei viaggi che compirà per Epoca: a gennaio del 1964, infatti, insieme al fotografo Mario De Biasi, si reca in Siberia per un reportage: paesaggi incontaminati e temperatura a – 65° C. È un’avventura che gli piace.</div><div>Tuttavia, ha ancora un conto in sospeso con la montagna prima di dedicarsi a tempo pieno ai reportage giornalistici. Lo salda a febbraio del 1965. Apre una nuova via sulla parete nord del Cervino in inverno.</div><div>Il primo attacco lo fa con due amici storici, Gigi Panei, detto Goitone, e Alberto Tassotti, detto Tass, ma, poco dopo aver superato la Traversata degli Angeli, giunti alla barriera di rocce strapiombanti, sopraggiunge una bufera che li costringe ad un bivacco rischiosissimo e, il giorno dopo, alla ritirata.</div><div>Walter vuole tornare su il prima possibile. I compagni abbandonano il progetto; lui ci rimane male, ma, alla fine, non li biasima.</div><div><div>Decide di partire da solo. Era suo, del resto, il conto in sospeso con la montagna invernale. L’amico Mario De Biasi, con il quale era andato in Siberia, lo accompagna fin sotto la parete. Non è un alpinista e, dunque, deve infine salutarlo. È un arrivederci pregno di paure non dette, che giganteggiano tra loro e riempiono l’aria.</div><div><i>«Sono stordito dall’emozione e dal profondo silenzio che avvolge la montagna nell’ora del tramonto»</i> scrive Bonatti. <i>«Mi guardo attorno e vedo un mondo vuoto e spento, che respinge l’uomo e la vita. Ogni cosa, stranamente, appare come sospesa. La roccia, il ghiaccio, la neve, la stessa montagna, tutto è lì in equilibrio tra realtà e immaginazione. Per non cadere nello sgomento mi impongo di non pensare più a nulla e proseguo come un automa verso la base della parete. Supero il grande seracco. […] Il buio mi sorprende sotto la parete mentre mi spiano sulla neve un riquadro dove potermi rannicchiare nel sacco da bivacco. Penso: </i>“Se almeno arrivasse il maltempo! Domattina potrei fuggire, tornare indietro. E se lo facessi già adesso?”<i>. Ma non è che la voce del fragile alter ego che in questo difficile momento vorrebbe averla vinta»</i>.</div><div>Ovviamente non l’avrà vinta, quella parte fragile di lui. La sua volontà titanica è più forte di ogni paura.</div><div>Per quattro infiniti giorni avrà come compagni solo ghiaccio e vento e tanto di quel cielo da sentirsi minuscolo. La fatica è immensa; il suo zaino è pesantissimo.</div><div>L’amico De Biasi lo segue con gli occhi della mente, perché fisicamente è quasi impossibile vederlo. Neppure l’aereo che si leva il 20 febbraio riesce ad individuarlo. Di Walter abbiamo solo i segnali luminosi che provengono dal bivacco, ai quali Mario risponde.</div><div>Mano a mano che sale sono sempre più lontani.</div><div>La sera del 20 Walter replica alle luci di Mario con due razzi dal preciso significato: quello bianco di avvertimento e quello verde, che significa <i>continuo la scalata</i>. Il razzo rosso dell’abbandono lo getta via.</div><div>I giornali riportano un immaginario diario di scalata e la domanda che riempie le pagine è: <i>Dov’è Bonatti?</i></div><div>Gli strapiombi si moltiplicano. Sente la mente distrarsi: la stanchezza e la solitudine giocano brutti scherzi. Distrarsi, però, è l’ultima cosa che può permettersi.</div><div>Vuota lo zaino di ogni possibile peso superfluo, rinunciando anche a gran parte del cibo.</div><div>La sera del 21 febbraio, superata la seconda grande muraglia verticale, raggiunge un terrazzino di trenta centimetri. Si assicura in parete e si siede. Le mani sanguinano, il corpo è dolente. Fame e sete sono le sue sole perfide compagne.</div><div>Da quel punto non si vede la vetta e nemmeno si vedono più le luci di Zermatt.</div><div>È circondato dal vuoto.</div><div>I segnali luminosi di De Biasi giungono lontanissimi, ma recano comunque grande conforto: sono l’unico contatto con la vita, quella vita che ha lasciato dietro di sé per affrontare ancora una volta un mostro, non un mostro di roccia e ghiaccio, ma un mostro interiore da vincere ad ogni costo:</div><div><i>«Io, uomo del mio tempo, ho sentito ancora il bisogno di vivere l’avventura a misura d’uomo, quella del confronto tra Davide e Golia»</i>.</div><div>Il giorno dopo, superato un salto strapiombante di trenta metri, vede la vetta avvicinarsi.</div><div>Con le ultime forze che gli sono rimaste alleggerisce ancora il carico: getta il cibo residuo, chiodi, staffe. Sale sotto un sole accecante. L’aereo che lo sta cercando finalmente lo vede: sta camminando sulla cresta, sta andando ad abbracciare la croce, agita le braccia in segno di saluto. Sembra stia facendo una passeggiata.</div><div>Questa memorabile scalata segna la fine del suo alpinismo estremo. Continuerà ad arrampicare, è ovvio, ma dirà addio alle scalate impossibili, alle vie inaccessibili, alle sfide contro il cielo e contro se stesso.</div><div>Da quel momento lavorerà a tempo pieno per Epoca, recandosi nei luoghi sognati sin da ragazzo: cascate, deserti, foreste vergini, vulcani, fiumi da percorrere in canoa, l’Antartide … Affronterà animali pericolosi, stabilirà contatti con popolazioni indigene fino ad allora assolutamente inavvicinabili.</div><div>Rossana Podestà, come detto, arriverà sul finire della carriera giornalistica. Con lei vivrà ancora tante avventure. La più grande di tutte sarà il viaggio nel proprio cuore, ovviamente, la via per la vetta dei sentimenti che, forse, fino a quel momento, era l’unica avventura che lo aveva davvero spaventato, perché la solitudine, a volte, è una difesa e nell’amore vero non si è mai soli.</div><div><br></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[dal libro <i>Viaggi, avventure e imprese quasi impossibili</i>, dicembre 2021, p. 119, in vendita su Amazon]</div><div><b><br></b></div><div><b>© Foto di copertina di Raffaella Bonsignori – Monte Cervino</b></div><div><div><b><span class="fs12lh1-5">© Foto</span><span class="fs12lh1-5"> in calce di Adriana Cerato - Raffaella Bonsignori nell'incontro virtuale con Walter Bonatti presso il Museo della Montagna di Torino</span></b></div></div><div><b><br></b></div><div><b>Per approfondire</b></div><div><b>AA.VV.</b>, <i>Le Alpi di Walter Bonatti</i>, in Meridiani Montagne, gen. 2012</div><div><b>AA.VV.</b>, <i>Walter Bonatti. Stati di grazia</i>, catalogo dell’omonima mostra presso il Museo della Montagna di Torino, Solferino, Milano, 2021</div><div><b>Walter Bonatti</b>, <i>K2. La verità. Storia di un caso</i>, Rizzoli, Milano, 2014</div><div><b>Walter Bonatti</b>, <i>Montagne di una vita</i>, Baldini &amp; Castoldi, Milano, 2013</div><div><b>Walter Bonatti</b>, <i>I miei ricordi. Scalate al limite del possibile</i>, Baldini &amp; Castoldi, Milano, 2013</div><div><b>Walter Bonatti</b>, <i>In terre lontane</i>, Baldini &amp; Castoldi, Milano, 2014</div><div><b>Walter Bonatti</b>, <i>Terre alte</i>, Rizzoli, Milano, 2010</div><div><b>Walter Bonatti</b>, <i>Un mondo perduto. Viaggio a ritroso nel tempo</i>, Baldini &amp; Castoldi, Milano, 2014</div><div><b>Walter Bonatti</b>, <i>Una vita così</i>, a cura di Angelo Ponta, Rizzoli, Milano, 2014</div><div><b>Walter Bonatti</b>, <i>I giorni grandi</i> (prefazione Dino Buzzati), Zanichelli, Bologna, 1978</div><div><b>Walter Bonatti</b>, <i>La montagna scintillante</i>, Solferino, Milano, 2018</div><div><b>Arturo Desio</b>, <i>La conquista del K2</i>, Corbaccio, Milano, 2008</div><div><b>Lino Lacedelli – Giovanni Cenacchi</b>, <i>K2 il prezzo della conquista</i>, Mondadori, Milano, 2006</div><div><b>Reinhold Messner</b>, <i>Walter Bonatti. Il fratello che non sapevo di avere</i>, Mondadori, Milano, 2013</div><div><b>Franco Michieli</b>, <i>La seconda vita di Walter Bonatti</i>, in Montagne 360, Club Alpino Italiano, apr. 2021, pp 28 ss.</div><div><b>Rossana Podestà – Angelo Ponta</b>, <i>Walter Bonatti. In viaggio. Cronache e taccuini inediti</i>, Rizzoli, Milano, 2014</div><div><b>Rossana Podestà</b>, <i>Walter Bonatti. Una vita libera</i>, Rizzoli, Milano, 2012</div><div><b>Angelo Ponta</b> (a cura di), <i>Walter Bonatti. Scalare il mondo</i>, Solferino, Milano, 2019</div><div><b>Angelo Ponta</b> (a cura di), <i>La grande traversata. Una storia scritta dai giornali mentre gli eventi accadevano</i>, in Meridiani Montagne, gen. 2017</div><div><b>Angelo Ponta</b> (a cura di), <i>Walter Bonatti. Giorno per giorno l’avventura. Appunti radiofonici</i>, Contrasto, 2020</div><div><b>Angelo Ponta</b> (a cura di), <i>Walter Bonatti. Il sogno verticale. Cronache, immagini e taccuini inediti di montagna</i>, Rizzoli, Milano, 2016</div><div><b>Angelo Ponta</b> (a cura di), <i>Bonatti. Una vita libera</i>, Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport, 16 volumi, 2019</div><div><b>Roberto Serafin</b>, <i>Walter Bonatti. L'uomo, il mito</i>, Priuli &amp; Verlucca, Scaramagno (TO), 2012</div><div><b>Luigi Zanzi</b> (a cura di), <i>K2. Una storia finita. Relazione di Fosco Maraini, Alberto Moticone, Luigi Zanzi sulla spedizione italiana al K2 del 1954</i>, Priuli &amp; Verlucca, Scaramagno (TO), 2008</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Dec 2021 11:45:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Viaggi, avventure e imprese quasi impossibili]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Quaderni_e_Dossier"><![CDATA[Quaderni e Dossier]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000F5"><div class="imTAJustify"><b><i>Viaggi, avventure e imprese </i>quasi<i> impossibili </i></b>è il secondo <i>Quaderno di Critica e Cultura</i>. Un libro sui viaggi e sulle grandi avventure dell’uomo, certo, ma anche un luogo fatto di pagine e di parole: una terra lontana da raggiungere solcando l’oceano, scalando una montagna, volando in tanti cieli, fin sulla Luna. È un libro, ma è anche un sogno, il sogno di chi ha fatto dell’impossibile una missione, di chi si è dedicato ad accendere l’immaginazione attraverso l’arte pittorica o la pagina scritta, attraverso il Pensiero, che è la macchina più potente che abbiamo, quella in grado di portarci ovunque, basta salirci non dimenticando mai il cuore.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Come sempre molti sono gli autori, tra i quali la sottoscritta. </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il grande scrittore e filosofo <b>Marcello Veneziani</b>, con la sua consueta sagacia, parte dal mito del buon selvaggio di Rousseau per giungere al selvaggio di oggi.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il Prof. <b>Stefano Marini</b>, della Facoltà di Ingegneria dell’Università Roma Tre, vi parlerà delle “Macchine” di Leonardo Da Vinci e della sublime capacità di viaggiare che aveva il suo pensiero.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Poi, ovviamente, si arriverà sulla Luna.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Lo farete attraverso la letteratura fantascientifica con <b>Carmine Treanni </b>e, <b>insieme a me</b>, ne varcherete sia la soglia artistica, fatta di poesia e di romanticismo, sia quella reale, perché ho avuto l’onore di intervistare <b>Edwin Buzz Aldrin</b>, protagonista della missione Apollo 11, che lo portò sulla Luna nel 1969.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Lo storico <b>Ernesto Zucconi</b> vi racconterà le coraggiosissime imprese dei ragazzi della X<sup>a</sup> Flottiglia MAS: un viaggio nelle terre spesso inesplorate del coraggio e dell’ardimento.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">E tante altre imprese vi attendono con <b>Stefano Di Pinto</b>, il quale ripercorre, con piglio di storico e di grande narratore, le tappe dell’avventura nordica di Umberto Nobile.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Emanuele Maestri</b>, poi, vi farà volare sull’Atlantico insieme ad Italo Balbo e alla più temeraria flottiglia aerea, tra cieli ostili e insidiose notti di volo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Anche<b> Francesca Andruzzi</b> vi condurrà a bordo di un aeroplano, ma è tutta femminile la sua avventura, perché ripercorrerà le tappe della memorabile impresa di Amelia Earhart nei giorni del suo sogno di compiere il giro del mondo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Come sempre non mancherà una passeggiata nel mondo dell’arte. La farete in compagnia della storica dell’arte <b>Maurizia Tazartes</b>, che vi porterà nel mondo selvaggio ed onirico di Rousseau il Doganiere.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Io</b>, invece,<b> </b>vi accompagnerò tra i mondi paralleli di M. C. Escher, in un viaggio onirico fatto di dimensioni di vita oltre che di prospettive, regalandovi, tra l’altro, anche le parole di <b>Federico Giudiceandrea</b>, uno dei più grandi collezionisti ed esperti di Escher, che ha gentilmente risposto ad alcune mie domande.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ma come si può parlare di avventure e imprese quasi impossibili senza parlare della montagna? Le più alte vette del mondo, le più impervie sono da sempre meta di arditi alpinisti.</div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/3-baita.jpg"  title="" alt="" width="800" height="606" /><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Adriana Cerato</b>, neofita rocciatrice, ha trascritto per voi una bella conversazione avuta con alpinisti che hanno affrontato diverse pareti in Nepal, <b>io</b> ho parlato con Gian Maestri, figlio del grande alpinista Cesare, il Ragno delle Dolomiti, ricordando con lui alcune imprese del padre. E ho raccontato anche la storia alpinistica di un altro grande “Uomo delle Montagne”, Walter Bonatti. Attraverso la pagina scritta l’ho seguito nelle sue avventure e disavventure in un mondo di roccia e di ghiaccio e, per l’occasione, la mia fantasia di scrittrice ha voluto dar voce anche ad una parete, quella del Petit Dru. Il capitolo su Walter Bonatti è disponibile anche isolatamente, in un libricino a parte sempre in vendita su Amazon, ma a breve disponibile anche presso il Museo della Montagna di Torino.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ci sono montagne anche altrove, però. Nella città resa deserta dalla pandemia, ad esempio, che ho girato, fotografato e narrato; così come tra i ghiacci dell’Antartide, in cui l’Ing. <b>Marco Buttu</b>, che ho avuto il piacere di intervistare, ha soggiornato per ben due anni.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il Prof. Emiliano Sarti vi parlerà di Odisseo ed io di Polifemo; il ricercatore del CNR Federico Focher racconterà le imprese di von Humboldt, il documentarista Pino Pace racconterà le avventure di Marco Polo, mentre il giornalista e saggista Mirko Molteni vi porterà sull’oceano prima di Colombo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il Prof. Tropea, dell’Università di Catania, vi porterà nel mondo di Salgari e Arianna Di Pace trarrà dalla letteratura classica i riferimenti alle più antiche avventure nel Regno dei Morti.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Interessante e toccante il viaggio che potrete compiere accanto ad alcuni passeggeri del Titanic con uno dei massimi esperti di questa vicenda, Claudio Bossi, mentre con Cristiano De Liberato assaggerete un pizzico di mistero, perché ci parlerà di un racconto di fantasia che ha anticipato l’affondamento del Titanic. Un caso? Una premonizione?</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Avrete, infine, il consueto appuntamento con lo chef e storico culinario Stefano Sorrentino, che vi porterà sulle navi cariche di cibi in viaggio da un luogo all’altro, e quello con il campione di Canottaggio Michele Petracci, che racconterà di un’improbabile squadra di Canottaggio americana che giunse alle Olimpiadi di Berlino come nettamente sfavorita ed umiliò gli atleti di Hitler.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Elisa Sironi vi porterà in un cunicolo spazio-temporale e il famoso criminologo Ruben De Luca vi accompagnerà nella mente di un serial killer.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Come ogni <i>Quaderno</i>, anche questo ha dei “separatori”, ossia delle piccole finestre in cui si affacciano brevi accenni ad un tema ricorrente. In questo libro si faranno accenni ai fumetti d’epoca che hanno, in qualche modo, parlato di avventure. Si inizia con l’episodio dei selvaggi di Fortunello e si prosegue con Cino e Franco, Tarzan, Buck Rogers, Topolino, Mandrake, Gordon e Jim della Jungla.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Bravissimi anche i fotografi Enrico Artegiani, autore della foto in copertina, Paola Lai, Annamaria Pieri, oltre ad altri, compresa la sottoscritta, specificati nel testo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ogni capitolo è un mondo a sé stante.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Come tutti i Quaderni di Critica e Cultura, è un libro che può essere divorato in pochi giorni o centellinato nel tempo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Di sicuro terrà compagnia a voi e a chiunque decidiate di regalarlo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il prezzo è invitante, per un volume così complesso di 580 pagine, e suggerisce doni, anche natalizi: può essere acquistato su Amazon a 15 euro, poco più di un paio di riviste.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Buona lettura e buona avventura.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 07 Dec 2021 23:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giovanna Dark. Viaggio nella storia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000085"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify">Al teatro Stanze Segrete, fino al 28 novembre, è in scena Giovanna Dark, regia di Matteo Fasanella, testo tratto dal film <i>Giovanna d’Arco</i>, sceneggiatura di Andrew Birkin e regia di Luc Besson, e dal dramma <i>Santa Giovanna </i>di George Bernard Shaw.</div><div class="imTAJustify">A parte Edoardo Sala, Diana Forlani e Lorenzo Martinelli, che sono sempre in scena, gli interpreti si alternano nei vari giorni di spettacolo. Dall’11 al 15 e dal 22 al 28 novembre sono in scena Virna Zorzan, Alessandro Onorati, Federico Boccanera e Matteo Fasanella, mentre dal 16 al 21 novembre la pièce è stata interpretata da Sabrina Sacchelli, Antonino Palmeri, Alessio Giusto e Nicolò Berti. </div><div class="imTAJustify">Parlare di uno spettacolo messo in scena al teatro Stanze Segrete significa parlare del teatro stesso. È inevitabile. Stanze Segrete, la cui direzione artistica è dei bravissimi Ennio Coltorti e Adriana Ortolani, è un progetto teatrale molto raffinato: con pochissimi posti a sedere, vede fondersi platea e palcoscenico in uno spazio articolato e arricchito da un gioco di specchi e di luci che lasciano a bocca aperta e che spesso diventano rappresentazione nella rappresentazione, quasi spiragli caravaggeschi in scena. Presenta, inoltre, una scelta di spettacoli davvero interessante: testi intriganti ed alta qualità attoriale e rappresentativa. <i>Giovanna Dark</i> racchiude tutto questo.</div><div class="imTAJustify">È senza dubbio un testo ben costruito. Come detto, affonda le radici in un film contemporaneo e in un dramma dalla sensibilità decisamente meno contemporanea, scritto poco dopo la beatificazione di Giovanna; <i>«una tragedia senza antagonisti»</i>, come la definì lo stesso Shaw, in quanto concentrata su ciò che è stato detto e fatto solo perché andava detto e fatto. In realtà, il testo che ho visto in scena la scorsa settimana trova agganci in molte altre opere, nelle parole di molti altri artisti. Il fervore della Giovanna di Fasanelli, che affronta il rogo dopo aver piantato le sue ragioni come chiodi nei cuori della gente, ricorda, ad esempio, quello della <i>Pulzella d’Orléans</i> di Schiller: è la guerriera ad oltranza e poco rilevano le differenze narrative.</div><div class="imTAJustify">La vicenda prende le mosse dalla storia, si sa.</div><div class="imTAJustify">Giovanna nasce a Domrémy nel 1412, ma presto lascia il paese natio spinta da un fervore mistico e politico: riesce a sentire la voce di Dio che le chiede di combattere per liberare la Francia, restituendo dignità regale a Carlo VII di Valois. Nel 1429 si reca, dunque, da Carlo, ottenendo da questi la possibilità di condurre un esercito in soccorso dell'assediata Orléans.</div><div class="imTAJustify">L’ardore di Giovanna infiamma gli animi dei soldati, donando loro una forza e un coraggio capaci di liberare la città, contro ogni pronostico. Carlo VII viene consacrato re di Francia, ma, a quel punto, abbandona Giovanna, negandole l’appoggio militare per le campagne successive. Ella tenta comunque la liberazione di Parigi, rimanendo ferita, e, poco tempo dopo, con una compagnia di appena 200 uomini, marcia su Compiègne. Al ritorno da una ricognizione oltre l'Oise cade prigioniera. Contro quella fanciulla politicamente pericolosa, che dichiara di sentire la voce di Dio, viene richiesto l’intervento dell’Inquisizione in quel di Rouen. Carlo VII non muove un dito per salvarla e il rogo chiude l’esistenza della Pulzella, condannata per eresia. È il 1431. Beatificata da Pio X nel 1909, verrà canonizzata da Benedetto XV nel 1920. La Chiesa post inquisitoria non è nuova a simili riparazioni.</div><div class="imTAJustify">Quella di Giovanna è una storia apparentemente semplice, ma difficilissima da rappresentare, perché contiene molti drammi, racchiusi spesso gli uni negli altri come matrioske.</div><div class="imTAJustify">Il primo dramma è senza dubbio quello che nasce nell’anima di Giovanna, illuminata da quella luce inconoscibile che i religiosi chiamano Dio, gli inquisitori Demonio e gli scettici, forse, schizofrenia. Non è facile far emergere dalle parole tutto questo senza cadere in momenti eccessivamente estatici o melensi. Nel film di Besson le parti in cui Giovanna racconta se stessa sono il punto debole della catena, dove più facilmente si scivola via dalla tensione della storia. Sabrina Sacchelli, che ha interpretato Giovanna nella pièce di Fasanella, invece, conserva un ottimo equilibrio tra dire ed essere. Molti i passaggi interpretativi richiesti, tutti raggiunti, anche se, forse, in alcuni di essi ci sarebbe voluta un po’ più di grinta, un più elevato tasso di frequenza da concedere alle parole. È un ruolo, però, molto, molto difficile e, nel complesso della rappresentazione, la Giovanna della Sacchelli ha convinto ed emozionato.</div><div class="imTAJustify">Il secondo dramma è quello che vive il Delfino di Francia, invischiato nella sua pochezza caratteriale e nella sua ambizione sfrenata. Bravo, decisamente bravo Lorenzo Martinelli, il quale alla recitazione e al movimento in scena unisce un intenso lavoro mimico. Parla anche con gli occhi. Nel momento dell’incoronazione, ad esempio, assistiamo ad un’iniziale fissità che si conclude in un lento abbassamento delle palpebre, ad evidenziare il risultato ottenuto: è re. Mi è tornata alla mente una delle più belle scene del cinema shakespeariano: Kenneth Branagh all’inizio dell’Enrico V, quando socchiude gli occhi, raccogliendosi, come l’elastico teso di una fionda, prima di dare al messaggero la sua risposta in un galop magistrale di parole.</div><div class="imTAJustify">Anche Diana Forlani, interprete di Maria d’Angiò, ha centrato il suo personaggio. Lei si muove nell’universo della manipolazione ed è anche questo un dramma nel dramma. Per manipolare bisogna saper indossare maschere che non coprano solo il volto. Corpo e voce devono assecondare falsità e verità, nell’alternarsi mefistofelico di chi è ciò che non vuole sembrare. A volte il cambio di tono è troppo marcato; forse la manipolazione potrebbe essere sottolineata meglio da una maggiore gradualità nel passaggio vocale. Anche i resoconti del processo, benché sia evidente l’intento registico di lasciarli nel fondo, privi di emotività, meriterebbero, secondo me, un maggiore coinvolgimento. Ciò nulla toglie, ovviamente, alla bravura della Forlani.</div><div class="imTAJustify">Da Edoardo Sala, che interpreta l’odioso vescovo Cauchon, non si può che restare irretiti, affascinati. Bravo. Un torrente di moduli espressivi che disegnano perfettamente l’ambiguità ecclesiastica di allora, che è, poi, il dramma del suo personaggio: una stupefacente indifferenza per la sofferenza altrui, sullo sfondo di un egoismo sfrenato. Sala porta nel dialogo la solennità di quelle lettere d’investitura che definivano la missione inquisitoriale, e la crudeltà della misericordia apparente. Ha dato al suo personaggio un’ottima andatura.</div><div class="imTAJustify">Anche Nicolò Berti ha ben interpretato un personaggio non facile. Ruolo di Dustin Hoffman, nel film di Besson. Possiamo chiamarlo Buio, possiamo chiamarlo Coscienza; assomiglia tanto al Daimon socratico, ancor più a quello di Kierkegaard, che richiama il concetto di angoscia e di disperazione. Il suo dramma è proprio questo. Interpretare quel ruolo significa essere Giovanna e, al contempo, essere altro da lei; entrare nel suo fervore religioso e porre il dubbio, generare il conflitto, barcamenandosi tra affermazione e negazione. Tutto ciò richiede parole che sappiano seguire il metronomo dell’inconscio. Poche guglie espressive, molta profondità. Parole come pietre. È una lapidazione vocale e Nicolò Berti s’è immedesimato tanto da divenire tutt’uno con il personaggio. Persino durante i ringraziamenti, a spettacolo finito, sorride a stento: resta l’oscuro signore, l’inconoscibile essere del delirio, sospeso tra divino e umano.</div><div class="imTAJustify">Ho volutamente atteso a parlare di Antonino Palmeri, nel ruolo di Jean d’Aulon, e di Alessio Giusto in quello di Gilles de Rais. Ho atteso perché entrambi hanno offerto un’altissima interpretazione che, nel ricordo, ancora suscita forte emozione. Mi hanno entusiasmata.</div><div class="imTAJustify">Il dramma di Jean è quello di un uomo combattuto tra Dio e il Re, tra Giovanna e il Re, tra la sua coscienza e il Re e Antonino Palmeri dà luogo ad una vastissima gamma di preziosi stati d’animo; cattura; lascia sopraffatti. Il suo monologo, recitato tenendo un coltello alla gola di Carlo VII, è sublime, così come sublimi sono le sue parole nel finale: ha una cadenza perfetta, una musicalità capace di rendere ancor più intenso quel che, già nel testo, è particolarmente toccante.</div><div class="imTAJustify">Il dramma di Gilles, invece, è quello dell’egotismo, del mito di sé. Di lui sappiamo che, forse, stimò Giovanna, affiancandola in battaglia, ma anche che fu giustiziato dieci anni dopo di lei per aver praticato orrendi delitti. Passò alla storia come Barbablù. È un uomo insondabile, dunque. Non dà fiducia, non concede aiuti, non è amico di nessuno. La sua anima oscura è scolpita sul suo volto. E Alessio Giusto ha centrato il personaggio in pieno. Di lui colpiscono la ferocia nello sguardo, la malignità in alcuni mezzi sorrisi e quei pensieri che gli corrono in testa e che il pubblico vede nelle pieghe degli occhi, nel fiato trattenuto prima di parlare, nelle movenze perentorie e pur sempre eleganti.</div><div class="imTAJustify">Tutti gli interpreti sono concertati in modo ragguardevole e hanno aderito con arte e mestiere all’espressione dello spettacolo voluta dal regista, che è riuscito ad estrarre dalla storia il vigore richiesto dalla vicenda, e, dall’arte, una calibrata miscela di pathos e di distacco narrativo. Non a caso sono stati scelti due testi, uno pregno di vigore passionale e l’altro interprete di una storia vista sotto la luce della redenzione di una donna difficile da capire.</div><div class="imTAJustify">Una parola, poi, va spesa sulla scelta dei costumi, preziosi e importanti, che, accanto a scene fantasiose e ad un rogo finale che, in sé, narra l’arte della scenotecnica, hanno contribuito a saturare l’aria su quel palcoscenico che è stato anche platea; è stato lo spazio dedicato ad un pubblico felice, che è riuscito a vivere il dramma, oltre che ad applaudirlo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[QuartaPareteRoma.it, 27.11.2021]</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© Foto di Andrea Vitiello</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 27 Nov 2021 11:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'accelerazione di gravità emotiva]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000084"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al teatro Quirino di Roma, fino al 14 novembre, è in scena </span><i class="fs12lh1-5">Le leggi della gravità</i><span class="fs12lh1-5">, atto unico tratto dall’omonimo romanzo di Jean Teulé. Gabriele Lavia, che ha curato l’adattamento e la regia, ne è sublime interprete accanto a Federica Di Martino e al giovane talentuoso Enrico Torzillo.</span><br></div><div class="imTAJustify">Molte le opere di Teulé ad essere state rappresentate al cinema o a teatro. È un autore molto particolare, il cui stile letterario è un mix di narrativa e scrittura visuale, con prevalenza di quest’ultima. L’incipit del romanzo potrebbe ben essere quello di una sceneggiatura, infatti: <i>«Belle mani femminili chiudono una piccola valigia»</i>; si dedica anche a descrizioni più tradizionali, ma sono sempre focalizzate sull’immagine: <i>«La notte è dolce. Una brezza giunge dall’oceano e muove appena i capelli»</i>. Persino i flashback hanno qualcosa di cinematografico: nel passaggio del tempo non c’è sfumatura narrativa ma sequenza di immagini. È come se tra le pagine ce ne fossero altre, trasparenti, che segnano stacchi, dissolvenze ...</div><div class="imTAJustify">Il dipanarsi della storia ricorda vagamente il film di Tornatore <i>Una pura formalità</i>: anche lì campeggia un orologio, sebbene privo di lancette, visto che siamo in una dimensione ultraterrena, anche lì c’è un poliziotto (Roman Polanski), un giovane attendente (Sergio Rubini) e un interrogato (Gerard Depardieu), anche lì si deve realizzare qualcosa che va oltre la storia.</div><div class="imTAJustify">Sì, la scrittura di Toulé è basata molto sulla resa scenica. E, in effetti, nel 2003, da <i>Le leggi della gravità </i>è stato tratto un film di Jean-Paul Lilienfeld con Sophie Marceau e Miou-Miou. La trasposizione teatrale di Gabriele Lavia, però, mi ha emozionata molto di più. Innanzi tutto viene ripristinato il binomio dialogico originale, quello tra un uomo e una donna; inoltre la realizzazione della storia, nella sua aristotelica unità di tempo e di luogo, ha qualcosa di potente: un dialogo che si fa monologo per entrambi i personaggi e dal quale entrambi i personaggi escono cambiati. Le rievocazioni degli eventi passati sono inizialmente gentili, aggraziate, sono voli, sono viaggi nel tempo, in cui l’uso del presente fa da motore. Poi arriva il ritmo incalzante delle pretese e delle offese di un uomo, le ferite emotive sulla pelle di una donna, e solamente un tuono, un’esplosione può azzittirle.</div><div class="imTAJustify">Come in ogni rappresentazione di Lavia la storia si intreccia ad un raffinato simbolismo scenico; in questo caso anche Toulé ci mette del suo, ma Lavia riesce meravigliosamente a parlare anche <i>attraverso</i> la scena, in ciò coadiuvato egregiamente da Alessandro Camera per le scene, da Andrea Viotti per i costumi e da Antonio Di Pofi per le musiche.</div><div class="imTAJustify">Vita e morte si fronteggiano costantemente; un dualismo freudiano cronometrico, quasi musicale: ora l’una, ora l’altra.</div><div class="imTAJustify">È vita l’immagine del giardino, dell’aiuola fiorita e del platano, ma diventa morte quando i fiori vengono recisi, rubati e quando dal platano pende il cadavere di un corvo accecato. Un corvo: l’animale totemico capace di penetrare nell’aldilà.</div><div class="imTAJustify">È vita il treno che passa, con i suoi uomini, le sue donne e le loro mete ignote, con la loro esistenza che fugge … <i>«Dove andateeeee?»</i>; ma è anche morte quando il suo rumore scandisce il racconto della violenza del passato in una sorta di atroce similitudine sinestetica: ta-tan-ta-tan, ta-tan-ta-tan, ta-tan-ta-tan.</div><div class="imTAJustify">È vita quella che con Theodor Reik possiamo chiamare <i>coazione a confessare</i>, a liberare la coscienza, ad accettare la buia prigionia in cambio di una nuova luce interiore, ma diventa morte quando cade la <i>deprecatio</i>, l’autoindulgenza e<i> </i>si vogliono ignorare le spinte motivazionali, le paure, i dolori che esistono dietro ogni gesto: <i>«Lei ha suicidato suo marito e suo marito ha suicidato lei»</i>.</div><div class="imTAJustify">È vita il fazzoletto che il poliziotto porge alla donna piangente, perché la consolazione è sempre vita, ma smette di esserlo nel momento in cui viene estratto dallo stesso cassetto in cui è riposta la pistola, strumento di morte.</div><div class="imTAJustify">È vita la luce, quella gialla del lampione, che entra dalla finestra e crea quadri suggestivi nello stile di Edward Hopper; ma è anche morte quando appartiene a quella stanza e viene spenta sovente, perché il buio è buio, è amico, fa sparire le brutture dell’esistenza e rende sicure quelle due vite in caduta libera, gravate dal peso dell’anima. Quando cadiamo dentro noi stessi, nel nostro abisso, lo facciamo a 9,81 m/s<sup>2</sup>? <i>«A volte mi perquisisco per capire se esisto veramente»</i> afferma il personaggio interpretato da Lavia, mentre si trascina avanti e indietro, zoppicando, perché il terreno accidentato dell’esistenza non consente altro. Il messaggio nascosto dietro le parole di questo dramma è un qualcosa che va oltre Cartesio e oltre Berkley: la percezione di noi è sufficiente ad assicurarci la nostra esistenza? Forse viviamo tutti in Matrix e non abbiamo a disposizione la pillola blu, per evitare di vedere quanto sia profonda la tana del Bianconiglio. È tanto profonda che, a caderci dentro, l’accelerazione di gravità fa danni seri.</div><div class="imTAJustify">Anche l’orologio è vita. Scandisce il tempo della narrazione e dell’azione, il tempo dell’esistenza, e, nel complesso scenografico, diventa parte della vita esso stesso, un Sole o, forse, una Luna, che giganteggia su colline di cartone. Non sono colline, però, sono faldoni, sono mucchi di guai, di orrori, sono le brutture denunciate e in attesa di giustizia, una giustizia che, come la verità, non esiste. Ed ecco che un apparente paesaggio esteriore si fa interiore, disegna una <i>normalità</i> atroce e devastante. E, in questo senso, si rende morte.</div><div class="imTAJustify">È vita l’arte con i suoi quadri fatti di colla e sabbia colorata, possibilmente senza grinze, senza imperfezioni, ma quella sabbia è effimera e volerà nel vento, atterrerà nel mare. Polvere alla polvere.</div><div class="imTAJustify">Gabriele Lavia è il tormento interiore che si rende uomo e si offre generosamente al pubblico. È prodigioso nella composizione fisica e psicologica del personaggio e ho trovato particolarmente coinvolgente il modulo di preoccupazione e rassegnazione nel quale lo ha tenuto costantemente, anima nera e luminosa al contempo. Il suo è un inno alla vita gridato a pieni polmoni: la vita sua, quella da cui lo separano poche ore e che inizia a vivere nel momento in cui indossa il cappello anche nella stanza, come se fosse già fuori di lì; e la vita della donna che ha di fronte.</div><div class="imTAJustify">Non vado mai a vedere uno spettacolo senza il mio binocolo da teatro; lo uso anche quando sono in prima fila: adoro i particolari. Ebbene, quando Lavia calca la scena bisognerebbe dotare di binocolo tutti gli spettatori, perché è un delitto che vada persa anche solo un’espressione, una piega delle labbra, uno sguardo. La sua mimica è emozionante quanto la vocalità. Lo seguo da sempre ed ogni volta è Lavia, pur essendo altro da sé.</div><div class="imTAJustify">Bravissima anche Federica Di Martino, che cammina con intensa espressività sul ponte invisibile delle sensazioni e delle emozioni, avanti e indietro, dal pianto allo stupore, dallo stupore alla concitazione, dalla concitazione all’arrendevolezza, alla rassegnazione, al volo dentro se stessa, seguendo l’accelerazione di gravità. Lo schianto è inevitabile e lei lo esprime con grande maestria. Il suo linguaggio espressivo è vivido.</div><div class="imTAJustify">Un testa-a-testa sostenuto, vibrante, incalzante, quello di Lavia e della Di Martino. Hanno saputo dare l’idea della fragilità umana e della sua crudeltà.</div><div class="imTAJustify">Il dialogo aiuta molto: non è mai banale; e il carattere tragicomico di alcune battute fa sorridere e riflettere al contempo, coinvolge.</div><div class="imTAJustify">C’è anche una terza presenza, in scena. Non è facile inserirsi in una partita giocata con tanta precisione da due attori del genere. Enrico Torzillo ci riesce perfettamente. Al pari del rumore del treno, le sue entrate e le sue uscite scandiscono il tempo, portano una ventata di freschezza nell’aria plumbea del dramma. Il suo personaggio è lì a rendersi icona delle scelte non fatte, di ciò che il poliziotto non è mai stato, di ciò che la donna non vuole più essere; è icona di potenzialità, di libertà. E il brio interpretativo di Torzillo rende perfettamente l’idea. Abbasserà un po’ il proprio tono solo quando anche lui si accorgerà della vita che scorre fuori della finestra. <i>«Dove andateeeee?»</i> griderà anche lui ai passeggeri del treno, istituzionalizzandosi nel suo ruolo di poliziotto chiuso in quella triste stanza, che fatalmente lo allontanerà da sé.</div><div class="imTAJustify">La vita, a volte, è una strada fatta non già di scelte ma di non-scelte, fatta di ciò che non è stato. Il tempo, ci raccontano i fisici, è fluido e, forse, un giorno, si troverà il modo di viaggiare in esso e di rendere possibili le infinite alternative, ma la vita che conosciamo, al momento, è una freccia scoccata alla nascita e vivere è anche contare le delusioni, constatare i fallimenti, subire i crolli, come quello che, in scena, muta la quinta all’improvviso. È su questa linea che si adagia l’orizzonte di attesa dell’intera pièce.</div><div class="imTAJustify">Uno spettacolo da vedere e rivedere, come sempre quando è Lavia a regalarsi al pubblico.</div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[QuartaPareteRoma.it, 14.11.2021]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 14 Nov 2021 11:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Slot. Teatro e gioco d'azzardo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000083"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al teatro Manzoni di Roma, dal 26 ottobre al 14 novembre, è in scena “Slot”, scritto e diretto da Luca De Bei, drammaturgo, regista e sceneggiatore.</span><br></div><div class="imTAJustify">Protagoniste due grandi signore del teatro, Paola Quattrini, nel ruolo di Alessandra, e Paola Barale, nel ruolo di Giada, affiancate dal talentuoso e versatile Mauro Conte, che interpreta Francesco, il figlio di Alessandra, giovane uomo alla perenne ricerca dell’armonia persino oltre la logica, il quale scopre nella madre una dipendenza dal gioco d’azzardo.</div><div class="imTAJustify">Il tema della ludopatia è stato recentemente trattato, sebbene con accenti teatrali completamente differenti, in “Come va?”, scritto e diretto da Paolo Spannocchi nel 2015, un percorso monologato attraverso i malanni capitali di oggi, e in “Gran Casinò” del 2017, scritto e interpretato da Fabrizio Di Giovanni, che ha portato a teatro il dramma sociale, la denuncia. A differenza di queste due rappresentazioni, però, “Slot” ha un nucleo storico che si inserisce perfettamente nella commedia tradizionale. E non è un tema facile da affrontare in una commedia; bisogna portare il pubblico a sorridere e a riflettere al contempo, a vedere l’aspetto insidiosamente seduttivo del gioco, ma anche quello distruttivo; è necessario dare alla pièce sfumature di dramedy, marciando tra il sorriso allegro e quello amaro. E Luca De Bei ci riesce bene.</div><div class="imTAJustify"><i>Il Giocatore</i> di Dostoevskij ci insegna che gioco e piacere sessuale vanno di pari passo, che l’eccitazione è una sola anche se ha due nomi. Ebbene, anche qui l’appagamento, o, meglio, il non appagamento di coppia e la ricerca del piacere nel gioco marciano su strade che si incrociano costantemente. Se ci pensiamo, anche quel biglietto di cui Giada e Alessandra parlano, quello che contiene un certo recapito, chiude il cerchio della sovrapposizione tra piacere ludico e piacere sessuale. Huizinga, nell’<i>Homo Ludens</i>, descrive perfettamente l’elemento ludico della vita, che può anche giungere all’aberrazione della guerra. E cos’altro è il gioco d’azzardo se non un conflitto bellico con se stessi?</div><div class="imTAJustify">Paola Quattrini, come sempre, colpisce per la bravura, per i suoi frequenti e cronometrici passaggi di tono recitativo: dal sorriso alla rabbia, dalla rabbia al pianto, dal pianto all’autoconsolazione snob, che, per il suo personaggio, rappresenta lo scudo per non farsi ferire dal mondo che la circonda; ma la ferita c’è e traspare anche quando la sua Alessandra non vorrebbe farla trasparire. Inutile sottolineare, poi, la sua bellezza e la sua naturale eleganza, “prestate” ad Alessandra, una donna che vive in un mondo di moda molto femminile e molto sensuale. Bravissima anche Paola Barale, che interpreta il non facile ruolo di Giada, una giovane mamma, sportiva e charmant, che ha rinunciato alla sua carriera di indossatrice per dedicarsi interamente al figlio piccolo. Anche lei è molto elegante, un’eleganza più sportiva, con tratti maschili, impreziosita da accessori molto femminili. Gli abiti contribuiscono a raccontare i personaggi e sono scelti benissimo.</div><div class="imTAJustify">Siamo di fronte a due donne in apparenza molto diverse, ma con eguali fragilità; due donne che hanno qualcosa in comune, la stessa polla da cui scaturisce il loro malessere di vita, ossia un uomo, ex marito di Alessandra e attuale marito di Giada.</div><div class="imTAJustify">Si tratta di un uomo senza nome, a differenza di tutti gli altri personaggi, persino di quelli che restano nell’ombra, come il bambino di Giada e la fidanzata di Francesco, il cui nome entra in scena come prova della sua stessa esistenza, tanto che la corretta pronuncia arriva con l’accettazione del suo ruolo. Questo non significa, però, che al pubblico non sia dato conoscere quest’uomo. È una conoscenza indiretta, che giunge non per quello che è, ma per l’effetto che produce sugli altri. Ognuno dei tre protagonisti offre la sua parte di lui, riverberata su se stesso. Interessante questa “tassellazione” conoscitiva della personalità attraverso le personalità altrui. In fondo, è ciò che facciamo tutti giorni: ci presentiamo al mondo come prodotto delle esperienze fatte e delle persone incontrate. Sotto questo profilo è molto toccante il momento in cui Giada “racconta il marito” ad Alessandra. Ricorda la splendida canzone di Mina “Anche un uomo”, solo che qui si invertono i ruoli. La donna di Mina è stata lasciata dal marito per una donna più giovane ed è a questa donna che si rivolge: le racconta quanto gli uomini siano fragili, <i>«fatti di briciole che l’orgoglio tiene su»</i>; le fa notare che un uomo può essere dolcissimo, soprattutto se al mondo gli resta solo una donna; le consiglia di non illudersi d’essere capita. <i>«Ragazza mia»</i> conclude <i>«adesso sai com’è quell’uomo che mi porti via e vuoi per te»</i>. Al contrario, in questa pièce la donna che parla è quella che ha strappato il marito all’altra; è lei che dispensa consigli, che parla saggiamente di come capire gli uomini, salvo, poi, essere smentita dai fatti.</div><div class="imTAJustify">In questo duello al femminile, Mauro Conte è “l’uomo che non è”: non è narcisista e distruttivo come il padre, non è un figlio dipendente, come il piccolo Giacomo, non è snob e politicamente scorretto, come la madre, non è gay, come Alessandra vorrebbe per poter essere la sola donna della sua vita, non è onnivoro, perché nutre amore per ogni essere vivente. Lo conosciamo attraverso le negazioni. Funge da fulcro: cerca di instaurare un buon rapporto con la nuova moglie del padre, si interessa al fratellino ed è accudente con la madre, a parte un momento di rimproveri e rivendicazioni relative al passato che ai più anziani potrebbero far canticchiare <i>Balocchi e profumi</i>. Le vicende degli altri gli ruotano attorno. Nel suo ruolo Conte è molto bravo, sempre misurato, persino nei momenti in cui si lascia andare, ma fa parte del personaggio, in fondo: mai sopra le righe.</div><div class="imTAJustify">Il testo è buono, divertente, profondo; è piacevole il carosello delle tre personalità che si incrociano costantemente, nel bene e nel male. Ci sono, tuttavia, alcuni punti che generano frizione. Pensiamo, ad esempio, a Francesco, al suo carattere morbido, delicato, ben disegnato anche dal veganismo. Che sia vegano viene detto nella parte iniziale, quando mangia il suo panino con il formaggio vegetale accanto alla madre, ed è una descrizione perfetta: attraverso quel dialogo scopriamo qualcosa di lui, grazie ai particolari arriviamo al tutto, abbracciati da quel meccanismo deduttivo sempre imposto al pubblico teatrale, cui non si può “narrare” la vicenda in modo letterario. Purtroppo, però, sul suo veganismo si torna poco dopo, quando Francesco incontra Giada e con lei instaura un “botta e risposta” sulle ricette a base di pesce, e questo dialogo suona ripetitivo, frena il buon andamento della storia, inceppa l’ingranaggio. Un inceppamento che si nota anche quando Alessandra racconta al figlio d’aver sognato l’ex marito a cena con la sua nuova moglie. È un racconto che introduce un vicolo cieco narrativo. Cosa aggiunge alla storia? Il senso onirico della realtà? L’esistenza della premorte cosciente o del viaggio astrale? Un’anticipazione puramente intuitiva di quanto verrà detto a breve? Tutti argomenti affascinanti, ma che, per far parte della pièce, dovrebbero trovare spazio nella storia, essere sviluppati; invece è una notizia che resta lì, viene confermata poco dopo, quando Giada afferma d’aver mangiato risotto con gli scampi, proprio come visto in sogno da Alessandra, ma prende forma di mero enunciato.</div><div class="imTAJustify">Anche sulle scelte registiche e scenografiche bisogna fare qualche notazione. Ottimo il dialogo tra Paola Quattrini e le luci della slot machine, in un bel simbolismo scenografico che racchiude sapientemente il mondo patinato e seducente del gioco, lo stesso che potremmo trovare nella Roulettenburg di Dostoevskij. Altrettanto buona la scelta del velatino di fondo, che immette in scena una parte immaginativa, evanescente, un’<i>impressione</i>, come direbbero i pittori francesi della seconda metà dell’Ottocento. Le quinte, invece, avrebbero bisogno di un camuffamento più deciso rispetto alla mera illuminazione che distingue esterni e interni; basterebbe anche solo oscurarle, di quando in quando. Inoltre, la terza chiusura di sipario con le mezze luci in sala è distraente. Non se ne coglie la ragione precisa: prelude ad un terzo atto o è meramente funzionale al cambio di scena? In quest’ultimo caso avrebbe, forse, mantenuto più alta la soglia dell’attenzione del pubblico un cambiamento fatto a scena aperta ancorché a luci affievolite. Infine, l’escamotage del telefono per introdurre i personaggi o per spiegare un antefatto va benissimo, ma ripetuto più volte diventa troppo “meccanismo scenico” e poco “fatto concreto”.</div><div class="imTAJustify">Nel complesso è uno spettacolo che dona due ore di leggerezza e profondità al contempo, che rappresenta un dramma quotidiano e, fedele alla quotidianità, non s’involve solo nel dramma. Merita d’essere visto.</div><div class="imTAJustify">Un’ultima osservazione riguarda il pubblico: nonostante la direzione del teatro, all’inizio dello spettacolo, si raccomandi di tenere spenti i cellulari, c’è sempre chi li tiene accesi, incurante del fastidio che reca agli attori e al pubblico. C’è chi annulla la suoneria, ma, di tanto in tanto, controlla i messaggi, generando un irritante abbagliamento in chi gli siede accanto; c’è chi evita persino di annullare la suoneria. Durante lo spettacolo cui ho assistito, ha iniziato a squillare un cellulare nel corso di un dialogo segnato dall’intimità. Le due attrici sono state strepitose nell’inserire quel trillo nello spettacolo, improvvisando con arte e mestiere, ma sarebbe stato meglio se non vi fossero state costrette. Vi assicuro che si può vivere benissimo due ore senza cellulare. Provateci e godetevi lo spettacolo!</div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[QuartaPareteRoma.it, 02.11.2021]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 02 Nov 2021 11:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giuda - Il racconto di un'avventura]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Giuda"><![CDATA[Giuda]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000DD"></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 15 Oct 2021 21:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Émile du Châtelet e lo specchio del tempo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000082"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">All’Off Off di via Giulia Milena Vukotic interpreta il ruolo di Émile du Châtelet, testo scritto da Francesco Casaretti, regia di Maurizio Nichetti.</span><br></div><div class="imTAJustify">È immediata l’impressione di avere in scena un gigantesco specchio in cui la Vukotic si riflette nell’immagine di Émile e viceversa. È il segreto dell’interpretazione: un continuo flusso, un’osmosi tra essere e apparire, che arricchisce di mistero sia il personaggio, sia l’interprete.</div><div class="imTAJustify">La scenografia è minimalista ed è una scelta condivisibile, data la prorompenza delle immagini narrate, la sovrabbondanza di avvenimenti. Si narra la storia di una donna dalla sua infanzia ai suoi quarant’anni. <i>Narrare</i> è il verbo chiave e, stando a teatro, dobbiamo aggiungere un <i>purtroppo</i>. Il testo presenta molti inserti raccontati, molte citazioni riferite a soggetti e contesti lontani tra loro, seppure uniti da un fil rouge: si passa da Mileva Marić e dalla sua influenza sul lavoro del marito, ad una lettura filosofica delle teorie quantistiche di Schrödinger, si parla della teoria di Einstein, cercando di spiegare la formula E=MC<sup>2</sup>, e si fa cenno in modo necessariamente sommario agli studi di Émile che hanno ispirato la fisica del futuro. I versi poetici, poi, quelli di Eliot in inglese e quelli di Voltaire in francese rappresentano una buona occasione per virtuosismi attoriali, ma distraggono e stancano.</div><div class="imTAJustify">Peraltro, anche sotto il profilo contenutistico il testo non convince. È una personalità complessa, quella di Émile du Châtelet e purtroppo non appare completamente messa in luce: troppe <i>licenze storiche</i>. Non si pretende certo che si porti sul palcoscenico un saggio, ma la verità parziale distorce la realtà. Quella vista a teatro è una coraggiosa paladina della parità di genere, si batte persino a suon di spada per il diritto delle donne a studiare e a frequentare circoli e caffè al pari degli uomini e non esita a tirare fuori la parte maschile di sé, come accadrà a George Sand poco più di mezzo secolo dopo; è una donna intelligente, una scienziata di pregio e, al contempo, una tipica donna settecentesca libertina e gaudente, che si muove nella vita in una spasmodica ricerca del piacere inteso come contraltare alla noia, ma, nel raccontarsi, fa anche un minestrone tra amore, passione, piacere e vizio. La parola <i>amore</i> ricorre anche quando non è amore e non viene pronunciata quando, forse, i fatti assomigliano ai sentimenti e tutto ciò confonde.</div><div class="imTAJustify">Le verità parziali, a volte, sono affascinanti ma infide. Un simile personaggio va bene se lo si inventa, ma se viene preso dalla storia, allora bisogna raccontarlo per quello che è.</div><div class="imTAJustify">L’Émile che nei suoi <i>Discours</i> pubblicamente prende le parti delle donne e della parità di genere, è, in realtà, invischiata in un irrefrenabile narcisismo. Vive in un universo Émile-centrico e si abbandona spesso a deprecabili piccolezze d’animo in netto contrasto con i suoi manifesti. Si rivolge con superiorità a chiunque sia di ceto più modesto, comprese le donne che lavorano nella sua casa; manifesta con parole di fuoco la sua spudorata invidia quando, nel 1746, viene conferito alla poetessa Anne-Marie du Boccage il primo premio dell’Accademia di Rouen, che Emile riteneva di meritare di più; ma è nel suo ruolo di madre che dà il peggio di sé. Dal matrimonio con Florent Claude du Châtelet-Lorraine nascono tre figli: Gabrielle-Pauline, Louis Florent e Victoir Esprit, che muore a sedici mesi. Émile si dispiace molto della morte del bimbo e segue abbastanza la vita di Louis Florent, che finirà ghigliottinato nel 1793. Sono i suoi figli maschi, del resto, i figli importanti dell’epoca. Ed Émile, la paladina delle donne Émile, l’eroina anticonformista che sfida i costumi della sua epoca per studiare, con la figlia agisce in modo nettamente contrastante rispetto al femminismo di cui è portavoce. Anche Gabrielle-Pauline ha attitudini per lettere e scienze, ma Émile non l’aiuta minimamente, non le offre le possibilità che suo padre aveva offerto a lei. Al compimento dei sedici anni la manda sposa al duca napoletano Montenero-Carafa, allora trentenne e descritto da Voltaire come basso, grasso e orrendo, ma per Émile il matrimonio della figlia è motivo di vanto personale. Inserisce il fatto che la figlia sia duchessa persino in una lettera di autopresentazione inviata al matematico svizzero Johann Bernoulli. Tempo dopo il matrimonio, poi, in una lettera ad amici, parlando della figlia scrive <i>«mi sembra che si stia consolando»</i> e questo la dice lunga su quanto la ragazza fosse felice di quel matrimonio. A causa dell’ossessivo desiderio del marito di avere una discendenza, avrà sei gravidanze, perderà quattro bambini, morirà di <i>febbre puerperale</i> a 28 anni a causa dell’ennesima gravidanza e, di lì a due anni, la seguiranno nella tomba anche i due figli sopravvissuti. In tutto questo tempo non vedrà mai la madre, che si limiterà a scriverle qualche lettera e a mandarle un medico di fiducia poco prima della morte. Forse, scrivendo di Gabrielle-Pauline, sarebbe uscita una storia pregna della tensione drammatica autentica che manca nella vita di Émile.</div><div class="imTAJustify">È un attento studioso del Tao e del Tantra, Francesco Casaretti; di un affascinante universo in perenne divenire, pregno di potenzialità, di energia. Anche Émile du Châtelet era taoista, come molti pensatori della sua epoca e delle successive. Lo racconta lo stesso Casaretti nel suo libro <i>Taoisti d’Occidente</i>. Inevitabile che questa sia anche una chiave di lettura del testo teatrale: la forza primigenia che informa l’esistenza intera. Dunque la sua è un’Émile di cui si vuole vedere principalmente la dirompente energia interiore, la <i>cinetica delle molecole invisibili</i>, quelle che compongono la personalità e il pensiero. Émile è energia quando studia, è energia quando si dedica al piacere; è una grandissima scienziata e una donna estremamente moderna nella gestione della sua vita relazionale. Va bene. L’immagine è corretta, ma Émile non è solo questo e traballa parecchio come icona coerente di femminismo, come eroina di istanze libertarie per le donne.</div><div class="imTAJustify">L’interpretazione di Milena Vukotic segue perfettamente le pieghe caratteriali di un personaggio in bilico perenne tra riflessione e iperbole emotiva. È dotata di una freschezza interiore che traspare dal suo sorriso, dai suoi occhi sempre accesi sul mondo, dal suo corpo agile. Veste in modo abbastanza credibile i panni di una donna sui quaranta che si racconta in un tempo senza tempo. Milena è una donna senza età, del resto, che viaggia nel mondo dei suoi personaggi con immensa grazia. La sua Émile è appassionata, vibrante. Ha lavorato molto anche sulla voce, Milena. Pur sempre connotata da una vena di delicatezza ottocentesca che finisce spesso in un amabile falsetto, diventa, qui, a tratti profonda e sensuale e, a tratti, cattedratica e imponente, realizzando momenti di alta qualità drammatica e anche di sottile ironia. Il suo è un monologo che guarda dentro e fuori di sé con scetticismo e spregiudicatezza; Milena si trasforma ora in un’Émile prònuba, conoscitrice della morale che critica aspramente, e ora in un’Émile nubenda, frizzante e curiosa del piacere.</div><div class="imTAJustify">Conosciamo bene il valore del monologo, quello vero: è un modo intimistico di fare teatro, significa lavorare sull’anima del personaggio in modo totalizzante. A volte si vedono monologhi che sono tali solo per avarizia di produzione e un solo attore si ritrova a dire cose che avrebbero richiesto un dialogo a più voci. Non è questo il caso, sebbene la voce fuori campo di Milena stessa, che evoca i trascorsi teatrali di Émile e di Voltaire, rischi di assumere una sfumatura lievemente artificiosa. E, a quel punto, viene in mente che, forse, anche la Milena che racconta e l’Émile che si racconta avrebbero potuto interagire. Le cose dette tra loro sarebbero uscite allo scoperto senza necessità di essere raccontate e il leggio, un po’ ostico, in questo contesto, avrebbe perso di significato.</div><div class="imTAJustify">La regia di Nichetti è calibrata, apprezzabile. Lui è bravo, oltre che tanto simpatico. Stonano solo alcune notazioni vagamente pletoriche. Mi riferisco all’avvicendarsi delle immagini sul cavalletto, che contribuisce a raccontare quel che viene già fin troppo raccontato a parole; al <i>panier</i>, che entra nella storia e subito sparisce, immagine di corredo alle parole che sottolineano come le donne, allora, fossero vincolate da sovrastrutture non solo nell’abbigliamento; all’abito appeso sullo sfondo, che entra in scena con un apparente litigio da vaudeville ottocentesco tra attrice e regista in modo da indicare non solo l’epoca in cui ci troviamo, ma il carattere ribelle della donna, altrove più volte evidenziati. Domina il colore rosso, nell’abbigliamento di Émile. Narra qualcosa anche quello: storie di passione. Sotto questo profilo l’ho trovata una scelta perfetta, sicuramente migliore del giallo e dell’azzurro, che erano i colori che Émile amava indossare. Non è meramente strumentale il risalto dato alla passione, del resto: nel suo modo spudorato e spavaldo di amare, Émile assomiglia ad una donna goldoniana, <i>«pazza e saggia»</i> per dirla con la Duse; ha l’arguzia e l’intelligenza della Porzia shakespeariana, che ha in mano la propria vita e si muove in essa da regina assoluta; ma è anche una perdente di fronte all’amore, in tutte le sue sfaccettature inteso.</div><div class="imTAJustify">Nonostante questo spettacolo abbia suscitato in me più d’una perplessità, nel complesso è un’opera da vedere. Sarebbe bello farlo dopo aver studiato la vita di Émile du Châtelet, in modo da apprezzare quel che c’è di lei e tenere presente quel che non c’è, sebbene la Vukotic, nella sua interpretazione, metta tutto, anche il non detto.</div><div class="imTAJustify">L’esperienza teatrale merita sempre di essere vissuta. Quello di martedì, poi, è stato un ritorno alla piena capienza e vedere la sala dell’Off Off gremita di teste attente e di applausi è stato un piacere enorme.</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[QuartaPareteRoma.it, 15.10.2021]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 15 Oct 2021 10:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ferzaneide - sono ia. L'arte di raccontarsi]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000081"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">All’Ambra Jovinelli di Roma, dal 6 al 9 ottobre,</span><i class="fs12lh1-5"> </i><span class="fs12lh1-5">il teatro del racconto ha in Ferzan Ozpetek un interprete interessante. L’Ambra è un teatro che riapre dopo seicento giorni di chiusura a causa della pandemia. Qualche brivido percorre il pubblico a sapere di essere protagonista di un ritorno alla vita. Il distanziamento delle poltrone allontana, ma le persone si sentono comunque vicine, in quella sala, accomunate dalla passione, dalla curiosità, dalla voglia di sedersi e osservare un palcoscenico che si anima sotto i loro occhi, saturando l’aria di parole e di storie.</span><br></div><div class="imTAJustify">La scena è aperta già quando si prende posto.</div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i>(Sulla destra un tavolino da bar e due sedie, sulla sinistra due fari. Sullo schermo alle spalle del protagonista vengono proiettate foto del suo passato)</i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Preferisco descriverla così, come farei su un copione, perché <i>Ferzaneide</i> è una chiacchierata libera di Ferzan Ozpetek con il suo pubblico, un’autointervista, sì, ma è anche teatro; un teatro che mi ricorda il cinema di De Niro ne <i>Gli ultimi fuochi</i>, quello di una storia che esiste o che forse non esiste, una storia che non si conclude, perché è in itinere perenne e, quando al protagonista viene chiesto: <i>«E allora? Cosa succede dopo?»</i>, la risposta che ottiene è: <i>«Non lo so. Stavo solo facendo del cinema»</i>. Ecco, al pari di De Niro, Ozpetek fa di se stesso, della sua storia semplicemente “teatro”: abbatte con eleganza e ironia la quarta parete, quella che si erge tra artista e fruitore del messaggio artistico, chiedendo le mezze luci in sala per tutto lo spettacolo; sovrappone i diversi aspetti della sua immagine artistica, piegandoli alla comunicativa, alla simpatia; sconvolge il tempo, poiché ogni partenza è un arrivo ed ogni arrivo una nuova partenza. E, forse, il messaggio più importante dello spettacolo è proprio questo: il costante divenire della sua vita artistica attraverso gli accadimenti privati in un totale caos esistenziale che, per dirla con Bodei, genera quella verità formata da un puzzle con le tessere fuori posto, dalla frammentarietà, dal sacrificio dell’armonia in favore di una conoscenza parziale eppure illuminante. </div><div class="imTAJustify">Ozpetek entra sull’onda degli applausi. Simpaticamente scherza sulla scaramanzia di chi si muove nel mondo dello spettacolo: una bustina di sale in tasca, i calzini rossi che gli portano fortuna, amuleti nascosti. Inizia a dare indicazioni su una parte della sua personalità: le sue parole sono tessere disordinate di quel puzzle chiamato a comporre il racconto della vita. Svuota le tasche sul tavolino, un gesto pieno di significato. Tra i tanti oggetti anche un ansiolitico, un’altra tessera del puzzle. Sono tutti oggetti che hanno funzione mnesica, per lui, certo, ma che rappresentano anche qualcosa di privato da esporre e ne costituiscono emblema, perché, da quel momento, immobili e pur presenti, quegli oggetti fanno parte della scenografia, entrando nel racconto.</div><div class="imTAJustify">Il <i>privato esposto</i> è il leit-motiv dello spettacolo; è la nascita del <i>mito intimo</i>, che incarna la necessità di aprirsi agli altri, di lasciare, negli altri, traccia di sé; è il manifestarsi della perenne battaglia dell’uomo contro l’oblio. Ferzan Ozpetek si racconta e lo fa senza il tramite di attori, in un monologo che si fa dialogo con il pubblico, spezzando, così, il flusso di coscienza puro alla Svevo, alla Joyce.</div><div class="imTAJustify">Devo confessare che temevo molto questo spettacolo, all’inizio. Temevo l’assenza degli attori; non della recitazione, ma dell’interpretazione che sanno offrire. <i>Interpretare</i> va al di là dell’<i>essere</i>. Il bravo attore, entrando in un personaggio, anche in un personaggio realmente esistito, riesce a tirare fuori aspetti psicologici forse ignoti al personaggio stesso, poiché vede da fuori e interiorizza. La sua è psicanalisi in arte. Forse è da lì che nasce il tormento che spesso divora gli attori. Tuttavia i miei timori si sono infine rivelati non del tutto fondati. La mancanza della compiutezza rappresentativa che avrebbe offerto un attore e che comunque si percepisce ove si guardi alla teatralità pura, è stata mitigata dalla freschezza e dall’immediatezza di Ozpetek nel raccontarsi con l’aria scanzonata dell’amico di vecchia data. Ha fuso <i>persona</i> e <i>personaggio</i>, facendo rivivere il concetto espresso dal termine etrusco <i>fersu</i>, che aveva il duplice significato di <i>persona</i> e di <i>maschera</i>, quello insito nel verbo latino <i>personare</i>, che significa rimbombare, proprio in riferimento all’eco che viene a crearsi quando qualcuno parla indossando una maschera<span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify">C’è una vena ironica e autoironica assolutamente naturale, in Ozpetek. Niente di forzato. Si ride con naturalezza di avventure e sventure. La possibilità di conoscerlo veramente irretisce tutti. Anche se non basta una lunga chiacchierata per conoscere qualcuno, a volte non basta neanche una vita, nell’ascoltarlo il pubblico prova le stesse emozioni descritte da Proust nella <i>Recherche</i> quando parla dei divi che il protagonista non ha mai visto e che sfiorano &nbsp;da lontano la sua vita: <i>«</i><i>Ma se gli attori destavano in me tanto interesse e inquietudine, […] la vista del volto di una donna che pensavo potesse essere un'attrice dietro il vetro di un coupé, che passava per strada con i suoi cavalli fioriti di rose sulla fronte, che turbamento ben più prolungato lasciava in me, che sforzo impotente e doloroso per rappresentarmi la sua vita!»</i></div><div class="imTAJustify">Sul palco Ferzan trasforma se stesso in un <i>personaggio collettivo</i>: il pubblico resta pubblico ma si fa anche protagonista. Grotowski accosta la narrazione al gioco e il gioco al rito. C’è una liturgia comunicativa imponente dietro le parole teatrali; una liturgia che coinvolge molteplici piani: quello razionale attraverso la comunicazione, quello emotivo attraverso le impressioni, quello sensoriale attraverso l’immedesimazione.</div><div class="imTAJustify">Ebbene, il pubblico di <i>Ferzaneide</i> prova le prime attrazioni del Ferzan ragazzo, i suoi primi sentimenti, palpita con lui per un appuntamento mancato, un’attesa in un luogo sbagliato che trasforma un incontro in qualcosa di più grande, cristallizzato per sempre nella memoria. E, qui, di lui si nota lo scrittore, perché Ozpetek sa bene come si scrive, conosce l’arte del narrare e trova le parole giuste per catturare l’attenzione; ma è riduttivo pensare che il palcoscenico di Ozpetek sia un confessionale pubblico. La vita privata si intreccia costantemente con quella artistica: lui è nelle sue opere e le sue opere sono una parte importante di lui, di ciò che vede, di ciò che è stato e di ciò che è.</div><div class="imTAJustify">Trentacinque anni fa mi capitò di assistere ad una conferenza di Alberto Moravia, uno dei miei scrittori preferiti, in occasione dell’uscita di una sua breve autobiografia letteraria scritta per Bompiani. Gli posi una domanda, quella che, ingenuamente, ritenevo la domanda regina, la domanda delle domande: <i>«Quanto c’è di lei nei suoi personaggi?»</i>. Scoprii l’ingenuità e la banalità di quello che avevo chiesto dal sorriso bonario di Moravia e dalla sua risposta: <i>«Tutto e niente»</i>. E spiegò come un artista non possa non entrare in quello che fa, pur restando altro da quello che fa. Ho trovato la stessa fusione e la stessa separazione nelle opere di Ozpetek e nelle sue parole di ieri sera, pronunciate in volo radente sui suoi meravigliosi film: <i>Bagno Turco</i>, <i>Le Fate ignoranti</i>, <i>La Finestra di fronte</i>, <i>Saturno contro</i> … </div><div class="imTAJustify">Il teatro nasce dalle parole, che a volte creano storie e altre volte raccontano la vita. Usualmente, per teatro di narrazione si intende un monologo teso a narrare una storia con un principio, una fine e un corpo centrale, che seguono un indirizzo cronologico. Tutto questo rende necessaria una parola che sappia muoversi sul cursore della narrazione, che non subisca gli sbalzi e i singhiozzi della parola vissuta nel teatro <i>rappresentativo</i>; rende necessaria una parola sempre misurata, che incanti il pubblico e lo porti serenamente attraverso il contenuto, in assenza di colpi di scena e di conflitti. Una bella favola, insomma. Sotto questo profilo, Ferzan Ozpetek non si discosta solo dal teatro rappresentativo, ma anche da quello narrativo, poiché i suoi passaggi verbali sono quelli della quotidianità, mai perfetti, mai troppo distaccati, assolutamente diacronici. Il suo è <i>teatro di salotto</i>, potremmo dire; lui è Oscar Wilde con accenti decisamente più contemporanei nel descrivere cose e persone, un Proust sospeso tra Swann e Marcel, è un un Artista che non deve difendere dagli attacchi beceri di Saint-Beuve, anzi grida a gran voce quel <i>Sono ia</i> che affianca il titolo e che origina dalla femminilizzazione che un suo amico faceva del pronome; una femminilizzazione che trovo contenga una meravigliosa e spiritosissima esplosione di personalità. La storia narrata da Ferzan si nutre di autobiografismo: un ricchissimo microcosmo interiore che esce allo scoperto.</div><div class="imTAJustify">Trovo inutile raccontare per filo e per segno cosa Ozpetek ha raccontato di sé; non mi piacciono le recensioni basate sulla trama. Vorrei, però, parlare di tre parole che mi hanno colpita: follia, velo e sensualità. La prima ricorre spesso; anche la seconda e la terza, invero, poiché sono contenute in molta parte del racconto, quand’anche non pronunciate.</div><div class="imTAJustify">La follia, nel racconto di Ozpetek, è l’indeterminazione di Heisenberg applicata non già alle particelle, ma alle persone, intese quali agglomerati di particelle. Il vorticoso girare degli atomi che ci compongono ha un ordine apparente; l’intero universo ha un ordine apparente. Ed è questo il succo della follia che Ozpetek sente di possedere e che ama negli altri, nei suoi amici, nei suoi amori, nei suoi genitori. Caos ed imprevedibilità. Anche Shakespeare amava i folli. Io dico sempre che nel <i>Re Lear</i> la figura in assoluto più centrata è quella del Matto, fedele alla sua verità, coraggioso nell’amare fino a sopportare l’allontanamento da parte di chi ama. Anche la follia di cui parla Ozpetek ha un’accezione positiva: la disegna sulla capacità di essere se stessi, al di là degli schemi e delle convenzioni sociali; sulla capacità di rivelarsi con tutti, di inseguire i propri ideali, ovunque portino; e, soprattutto, sulla capacità di ridere di se stessi e del mondo. Una follia dove lo spirito allegro raffigura <i>«nella stessa forma espressiva, il delirio e la verità»</i>, sempre per dirla con Bodei.</div><div class="imTAJustify">Il velo, invece, è il filtro del mondo; è l’anti-follia. La vita è fatta anche di questo. Il velo vorrebbe coprire, vorrebbe nascondere. È la follia, forse, ad impedirlo, a renderlo traslucido, a lasciar passare qualcosa di ciò che la ragione vorrebbe mantenere nell’ombra. Ferzan bambino riceve i consigli della mamma: <i>«fallo ma non farti scoprire»</i>. Il velo copre ma non troppo; dietro al velo ci si nasconde ma non troppo. È il paradigma di <i>Ferzaneide</i>, a pensarci bene.</div><div class="imTAJustify">E dal velo il passo alla sensualità è davvero breve. I sensi tessono la trama di questo racconto con fili dorati. Non parlo delle immagini più esplicite, che catturano risate ma, secondo me, fanno scendere un po’ il tono della storia, sottraendo ad Eros la contesa raffinata con Amore. Parlo della sensualità racchiusa nell’idea del primo incontro, della prima conoscenza di se stessi e della propria sessualità; parlo della sensualità racchiusa nello sguardo, lo stesso che accarezza le forme belle di un uomo, come quelle altrettanto belle dell’arte, di un ponte, di una chiesa, di un paesaggio; parlo della sensualità racchiusa nelle diverse sfumature di un rossetto, che seguono le diverse sfumature della vita, un intero arcobaleno di cose dette e di cose taciute, persino di cose legate per sempre a quella parte intima e familiare di sé che Ozpetek ritiene sempre viva anche quando la vita è cessata. E torna il velo, quello che separa il <i>qui e ora</i> dall’<i>altrove in qualche altro tempo</i> e che, a guardare bene, in trasparenza, si può ancora vedere. L’eternità esiste fuori da noi o dentro di noi, nel nostro pensiero vivo?</div><div class="imTAJustify">Apre molte porte e molte finestre, questo racconto, non solo nell’anima del protagonista, ma anche in quella di chi ascolta e, come sempre accade, da porte e finestre aperte entra anche il vento che agita le tende, che fa cadere un lume dando luce al pavimento. Cambi di prospettive. Tra Ferzan e il pubblico c’è in mezzo una danza di immagini interiori che mutano da persona a persona e si esce sempre divertiti e arricchiti da una festa danzante.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[QuartaPareteRoma.it, 08.10.2021]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 10:01:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il mondo fotografico di Gianfranco Jannuzzo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000047"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È uscito da pochi giorni il bel libro fotografico </span><i class="fs12lh1-5">Gente mia</i><span class="fs12lh1-5"> di Gianfranco Jannuzzo per Medinova Editore.</span><br></div><div class="imTAJustify">Gianfranco, che il grande pubblico conosce come bravissimo attore, è parimenti un fotografo eccezionale. Chi lo conosce bene sa che non si muove senza la sua macchina fotografica, un po’ come Toquinho con la sua chitarra. A volte, persino a teatro, poco prima dell’inizio dello spettacolo, si può notare un obiettivo che sbuca dal sipario chiuso e che fotografa il pubblico. È un curioso, un osservatore, un artista, e, oggi, ha finalmente raccolto una parte delle sue tantissime fotografie per farne un libro. Sono foto che raccontano la gente siciliana, la <i>sua</i> gente, per l’appunto; foto che rappresentano un cammino di anni. </div><div class="imTAJustify"><i>Gente mia</i> racconta la sua Sicilia. Non quella delle cartoline, ma quella che vive; e nella vita si fondono passato e presente, perché noi tutti siamo alberi con le gambe e peschiamo la linfa dell’esistenza attraverso radici invisibili che non si lasciano intimorire dalla distanza fisica e continuano ad affondare dove sono nate.</div><div class="imTAJustify">A 12 anni si è trasferito a Roma con la sua famiglia, ma l’amore viscerale per la sua terra lo ha forgiato nel profondo. <i>«Puoi allontanarti dalla tua Città … è la tua Città che non si allontana da te»</i> recita nel suo spettacolo <i>Girgenti, amore mio</i>, citando Angelo Callipo. La sua sicilianità brilla e commuove; ed è in quell’ubertoso campo isolano di caratteri e sentimenti che sono cresciute la sua generosità e la sua spontaneità, la sua ospitalità e la sua umiltà, l’umiltà dei grandi, come dico sempre. Anche a Roma, la loro casa <i>«era aperta a tutti. Sempre figli di Pepè e Liliana eravamo!»</i>. In questa frase c’è Gianfranco e c’è la bella Sicilia tutta intera.</div><div class="imTAJustify">Gianfranco ha studiato e approfondito i dialetti italiani, la gestualità regionale, i modi di dire; uno studio iniziato nel Laboratorio di Proietti e mai finito. Tuttavia non è mero mestiere, il suo; lo si percepisce ogni volta che i dialetti entrano in una sua pièce, poiché la sua capacità d’analisi disvela l’anima che li sottende, le parole che si annidano dietro le parole, e accarezza la diversità come l’unica vera forza dell’uomo. È il segreto dell’armonia, se ci pensiamo: solo note diverse danno vita alla musica, solo parole diverse generano poesia, solo sfumature diverse compongono un dipinto.</div><div class="imTAJustify">Nelle pagine che precedono le fotografie, Gianfranco, con uno stile accattivante e nitido, racconta e si racconta, rintracciando la sicilianità negli atteggiamenti, nelle parole, nella cultura variegata di una regione che ha visto greci, arabi, latini, normanni … Nella gente siciliana ci sono mille genti. La differenza accomuna, viene da dire, e chi dovesse individuare incoerenza in questa frase, vada nella bella Sicilia e viva le mille vite e le mille origini che, in armonia, abitano gli occhi e i sorrisi delle persone.</div><div class="imTAJustify">Ecco, occhi e sorrisi. Su questo voglio soffermarmi, perché <i>Gente mia</i> è un libro fotografico e, come scrive Gianfranco, <i>«la fotografia è poesia»</i>; poesia delle immagini, sì.</div><div class="imTAJustify">Laszlo Moholy Nagy, famoso pittore e fotografo del Bauhaus ungherese, disse: <i>«Il livello qualitativo in campo fotografico non deve essere valutato semplicemente in base a criteri di estetica fotografica, bensì in base alla carica umana e sociale della rappresentazione»</i> e le fotografie di Gianfranco, particolarmente curate sotto il profilo artistico, hanno il valore aggiunto di una carica umana profonda.</div><div class="imTAJustify">Nel linguaggio fotografico esistono termini che racchiudono “tecnicismi”, ma la tecnica è solo una parte delle fotografie, come giustamente afferma Laszlo. E, dal momento che le foto di Gianfranco non sono solo tecnicamente ineccepibili, ma hanno qualcosa in più, la mia recensione sarà scandita da termini tecnici interpretati emotivamente.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Bianco e nero</b></div><div class="imTAJustify">La pellicola in bianco e nero ha le sue caratteristiche: si lavora sulla luce e sul buio, sulle ombre, sui toni e i mezzi toni; è una pellicola che consente una maggiore incisività. Il bianco e nero, però, è anche un concetto filosofico, un’isola magica ove si incontrano gli opposti, e Gianfranco è avvezzo a cogliere gli opposti come si colgono i quadrifogli, con l’attenzione per la rarità e la bellezza.</div><div class="imTAJustify">Nelle sue fotografie, il paesaggio, le strade, le persone esistono al di là delle leggi del Tempo, in un nitore ricco di chiaroscuri esistenziali ancor prima che figurativi; il suo occhio di fotografo si fa medium tra realtà e rappresentazione, facendo ingresso delicato nella vita altrui e cogliendone il senso unico di cui è foriera, la sua configurazione auratica.</div><div class="imTAJustify">Le foto di Gianfranco non sono mai banali: passa da inquadrature che possiedono punti di fuga visivi capaci di catturare l’osservatore all’interno della foto, a volti che si raccontano senza veli artificiali, com’è l’inutile anelito alla perfezione. Gianfranco trova e trasmette l’unica vera perfezione, ossia l’imperfezione: la ciocca di capelli mossa dal vento, i sacchetti della spesa pesanti, il gioco scomposto dei bambini, il divenire di parole dette durante lo scatto, il panino addentato da un fanciullo e le mani rugose che stringono un bastone: alfa e omega.</div><div class="imTAJustify">È questo che distingue il fotografo dall’artista: l’occhio per il canone della vita, per la posizione dell’esistenza. Respirano, le persone che Gianfranco ritrae; sorridono e vivono in un <i>qui e ora</i> perenne.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Profondità di campo</b></div><div class="imTAJustify">In fotografia la <i>profondità di campo</i> indica la porzione di spazio messa a fuoco tra soggetto e sfondo, ma in Gianfranco è molto di più, perché nel suo mondo fotografico esiste anche la <i>profondità di campo emotiva</i>. Lui fotografa persone e cose nella loro essenza; <i>temporalizza</i> il Tempo. Dall’astrazione scende al concreto, alla vita vissuta. In queste foto si sentono odori e si odono echi di voci e di nenie familiari. C’è tutto il suo teatro: l’immagine che prende vita, la cogenza dei valori, una configurazione spaziale dinamica.</div><div class="imTAJustify">Nelle fotografie di Gianfranco sono celati codici che riguardano l’arte e l’uomo, inseriti entrambi in un complesso plastico vivo, pulsante. Non c’è nulla di ieratico; c’è la definizione della scultura, ma c’è anche lo scorrere del sangue nelle vene. Ognuno dei soggetti fotografati, siano essi persone o cose, è dotato di presente e di passato. L’intensità dei ricordi si affaccia in ogni chiaroscuro e rappresenta l’immanenza della vita.</div><div class="imTAJustify">Non troviamo la posa del ritratto pittorico degli Alinari, bensì la spontaneità, la vita che esce allo scoperto, che buca il velo del visibile e si fa presente di fronte a chi guarda.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Messa a fuoco e definizione</b></div><div class="imTAJustify">La potenza rappresentativa e la dialettica delle immagini di Gianfranco vanno oltre la nitidezza, che pur ottiene sempre, padroneggiando stile e tecnica. Gianfranco suscita l’interesse per il particolare, inteso come espressione pura degli oggetti e delle persone. Il suo occhio teatrale coglie la vita, genera spaccati istantanei di esistenze. Nelle sue foto non c’è distanza: l’obiettivo è nel soggetto così come nel paesaggio. Lui fotografa il mondo da dentro il mondo, creando un equilibrato confronto, quasi raffaellita, tra spazio, oggetti e figure.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Sensibilità</b></div><div class="imTAJustify">In fotografia la sensibilità è la capacità della pellicola di reagire alla luce. Ma come posso soffermarmi solo sull’ottima scelta riguardo alla pellicola usata o ai tempi di esposizione? La <i>sensibilità</i>, nelle foto di Gianfranco, va oltre la mera reazione alla luce e risiede nella capacità di vedere ciò che gli altri non vedono, donando all’osservatore una parte di mondo sconosciuta e pur presente.</div><div class="imTAJustify">Racconta ciò che <i>sente</i>. Singolarizza le identità, le mette in dialogo intimo con l’osservatore, per dirla con Beyaert.</div><div class="imTAJustify">Nei volti che ritrae, in quegli sguardi, nei sorrisi e nelle malinconie c’è comunione e c’è contagio polisensoriale con il fruitore del messaggio artistico. Attraverso il suo obiettivo c’è diffusione identitaria. E questo mi fa pensare al racconto. Le sue foto racchiudono tante di quelle storie che ti fa venire voglia di scrivere e a scriverle tutte non basterebbero tre vite.</div><div class="imTAJustify">A pagina 106, ad esempio, c’è un venditore di fichi d’India. Si percepisce il caldo e il senso dell’attesa, in quell’immagine, attesa di un cliente, di una vendita o forse solo della fine di quella giornata; si odono i pensieri che riposano nella sua testa e che lo seguono ogni giorno, pesanti più del suo cesto di frutti, frutti dolci e spinosi come la vita. Si sentono in lontananza pigri passi ticchettare su quel pavimento verso impegni e svaghi, verso altri mondi. Perché non si avvicina nessuno? Perché la città sembra non accorgersi di quella quieta e solitaria dimensione contadina della vita? Cosa stiamo diventando? Questa foto è un racconto e un monito al contempo: in questo mondo feroce dove Avere ha soffocato Essere, quest’uomo <i>È</i> e ognuno di noi ha un pezzo d’anima che gli assomiglia.</div><div class="imTAJustify">E che dire del gatto di pag. 88? Immerso in una solitudine apparente, osserva il mondo invisibile che lo circonda. Le vibrisse raccolgono le onde del movimento. Lui basta a se stesso. Distratto da una formica o da una lucertola, salterà presto verso le avventure che lo circondano. E canterà alla luna, così come, nel sole, si sta riposando. Le linee focali dell’immagine conducono tutte a lui. La foto non è quella di una strada con un gatto ma di un gatto con una strada intorno, e il silenzio non è silenzio, ma fruscio, miagolio, vitalità in perenne divenire, che cammina su quei sampietrini con morbidezza felina.</div><div class="imTAJustify">Le foto dei bambini sono tante e tutte così emozionanti da lasciare senza fiato: senti il loro vociare, il piacere nei giochi; senti l’energia del rincorrersi e la potenza dei sorrisi con cui affrontano la vita; senti la rivoluzione dei pensieri che si accavallano e si moltiplicano, conoscendo, capendo, imparando. Imparano sempre, i bambini. E semplificano. Nelle fotografie dei bambini Gianfranco è riuscito a riprodurre la semplicità della vita, perché la vita, la complichiamo noi adulti. Poi ci sono le donne: madri, figlie, sorelle; donne in compagnia d’altre donne e donne sole, regine di case che le seguono, come un carapace disegnato dal destino: un pezzo di finestra, un filo di panni stesi, una cucina, una sedia accanto al portone. La donna siciliana incarna la casa ed è la forza e la bellezza della vita.</div><div class="imTAJustify">Anche i luoghi parlano, in queste foto, raccontano mestieri e misteri, come le scale che salgono verso qualcosa, verso qualcuno o, forse, dentro noi stessi, o il rumore di un’automobile attutito dai vetri chiusi di una finestra, una finestra che sa di casa, di focolare, di protezione. </div><div class="imTAJustify">Difficile scegliere una foto tra tutte queste meraviglie, ma una ce n’è che mi ha rapito il cuore. Pagina 61. È l’immagine di un uomo anziano, che cammina appoggiato al suo bastone su una strada deserta. La parabola della vita. La sua voce sembra l’eco di tante voci che mi sono fermata ad ascoltare nel tempo. Il volto si indovina nell’ombra, ma è un volto che tutti abbiamo visto almeno una volta nella vita, un volto con tanti nomi, sorgente di viaggi e di naufragi, di rapsodie emozionali nascoste nella notte. In quella luce bianca che bagna la strada e nelle ombre che abbracciano i muri, lui cammina curvo. Si dice che siano gli anni a pesare, ad incurvire, ma non è vero. Sono i sentimenti, le persone amate, quelle perdute; e pesano le parole che hanno raccontato gioie e dolori. Alla fine della vita siamo forzieri di emozioni; le emozioni ci piegano ma ci fanno ricchi. Quest’uomo mi dà la sensazione nitida della futilità dei calendari, degli appuntamenti, delle scadenze. La vita è altrove; è nelle scelte, nei contatti umani, nelle carezze sulla testa di un neonato; è nel gioco, nella curiosità, nella bellezza; è nei ricordi. La vita risiede nel <i>prima</i> e nel <i>dopo</i>: prima è tutto possibile, dopo è tutto già stato, ma le possibilità, le scelte non fatte, le rinunce e le conquiste non le dimentichiamo mai. Il silenzio di quest’uomo è loquace e parla di cose vicine e lontane, sciolte nelle lunghe ombre del crepuscolo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Click</b></div><div class="imTAJustify">È il rumore dello scatto. Quando c’è Gianfranco c’è sempre un <i>click</i>. Gli amici sono nel suo cuore e anche nel suo obiettivo. A volte ti verrebbe da dirgli <i>«Gianfranco sono struccata e piena di difetti; ho dimenticato di indossare gli orecchini. Aspetta che mi sistemo prima di fotografarmi»</i>, ma poi ti fermi perché sai bene che lui non sta fotografando un volto struccato, non sta fotografando l’assenza degli orecchini, lui sta fotografando la tua anima e non puoi che emozionarti per un simile privilegio.</div><div class="imTAJustify">Le fotografie di Gianfranco Jannuzzo sono opere d’arte e questo libro è un viaggio che merita di essere vissuto; un viaggio tra la gente vera, alla scoperta delle loro parole e dei loro pensieri chiusi in <i>click</i>.</div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[QuartaPareteRoma.it, 19.09.2021]<span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 19 Sep 2021 18:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Brevi riflessioni su Venere e Adone]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000FE"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify">Al Globe Theatre di Roma è tornato in scena il <i>Venere e Adone</i> di Shakespeare, con la regia di Daniele Salvo e l’interpretazione di Melania Giglio, Gianluigi Fogacci e Riccardo Parraccini.</div><div class="imTAJustify">La storia affonda le radici nel mito narrato da Ovidio nelle <i>Metamorfosi</i>: Venere si innamora perdutamente di Adone e soffre per la sua morte. Dal mito, però, Shakespeare si discosta con originalità, sviluppando il tema dell’amore non corrisposto, anticipato anni prima da Tiziano Vecellio in un dipinto per Filippo II di Spagna e Maria Tudor la Sanguinaria. Alcuni ipotizzano che il Bardo abbia tratto ispirazione anche da lì. La Venere di Tiziano, infatti, sembra respirare lo sguardo di un Adone più condiscendente che coinvolto, nonostante il cromatismo racconti una storia diversa: Venere si presenta in una semplice nudità, priva dei trucchi seduttivi celati in abiti e gioielli; Adone, invece, indossa il colore della passione, che, forse, anticipa quello del sangue.</div><div class="imTAJustify">Questa fusione di elementi tra pittura e poesia è forte quanto quella tra poesia e scena nel linguaggio di Daniele Salvo. Portare a teatro un lungo componimento poetico non è una scelta facile, ma lui lo ha fatto divinamente. Sarebbe bello potersi dividere tra teatro e lettura al contempo, perché si capirebbe la connessione intima tra il testo e questa realizzazione scenica, moderna eppure perfettamente rappresentativa dell’intima intenzione di Shakespeare, della sua ispirazione segreta, tanto da sembrare un tutt’uno. Salvo ha tradotto la poesia in materia viva, le ha dato forma e sostanza, movimento e presenza.</div><div class="imTAJustify">Nel quadro di Tiziano le due figure generano quasi un vortice, si avvitano su se stesse, come una molla sotto carica; ci aspettiamo da un momento all’altro che quella molla ceda e li faccia roteare, inseguendosi loro malgrado. Non meno efficace l’effetto ottenuto in scena da Salvo attraverso il movimento di una stanza rotante con le pareti trasparenti e con scale esterne che consentono di arrampicarsi, lasciando che i due piani della narrazione si giustappongano: esterno e interno, parola e storia.</div><div class="imTAJustify">All’inizio è la parola ad essere rinchiusa nella stanza di cristallo mentre la storia si dipana all’esterno sotto il suo comando; poco dopo, però, è la storia ad entrare tra quelle pareti, rendendosi parola e il Poeta, magistralmente interpretato da Gianluigi Fogacci, cessa il suo ruolo di burattinaio per assumere quello di coreuta.</div><div class="imTAJustify">Nella rotazione si cela l’avvicendamento. Fatti, sentimenti, ore. La stessa Terra ruota sul proprio asse disegnando il Tempo che scorre. Ed è proprio il Tempo ciò che manca a Venere; lei, la dea bella e volitiva, tenace e passionale, lei lo insegue, questo Tempo balordo, nemico infido che rende caduca la vita; lo insegue per fermarlo, o, forse, per farlo indietreggiare. E, così, si sostituisce al Poeta nel sospingere infaticabilmente la stanza rotante, e in senso antiorario: contro il Tempo. Una stanza che è ora alcova, ora prigione, ora letto di morte.</div><div class="imTAJustify">Bravissimo Riccardo Parraccini nella sua algida ritrosia, sottolineata dal colore bianco delle sue vesti, nel suo distacco dalle passioni ardenti, nella sua gioventù sbandierata come schermo ove proiettare un’indifferenza proustiana, agitata come uno schiaffo che fende l’aria e incontra non già una guancia ma un cuore innamorato.</div><div class="imTAJustify">Semplicemente strepitosa Melania Giglio nel ruolo di Venere, avvolta in un abito che è rosso come il fuoco, ma anche rosa come il cielo quando il sole si spegne, e racchiude passione, amore, bellezza. Bisognerebbe vederla due volte, forse tre, questa rappresentazione; un giorno dopo l’altro, per poter studiare la mimica, le intonazioni cangianti, il viaggio che attraversa il volto di Melania, tra passione e disperazione, tra riso e pianto, tra sicumera e fragilità, tra allegria e disperazione. Lei è uno sconfinato zibaldone di espressioni e la sua voce è un velluto, ora morbido, ora increspato, su cui scivolano i sentimenti per giungere ad un pubblico giustamente entusiasta.</div><div class="imTAJustify">Increspato, sì; persino violento. Se ci pensiamo bene, nell’opera di Shakespeare ritroviamo decenni di psicanalisi. Il narcisismo di Adone, certo, nasce dal mito, ma Shakespeare lo mette in relazione con la donna rifiutata; ed è un narcisismo che trasforma, indurisce, tira fuori un nucleo incandescente. Ed ecco che Venere diventa quasi strega e sappiamo bene quanto il Bardo amasse la figura della strega. C’è un fondo di ammirazione, in lui, per la sapienza ancestrale, tanto che Adone non la teme; non fugge da lei, ma dall’amore, che è vita, sì, ma anche morte. E, nel dirlo, anticipa quella che sarà la maledizione finale di Venere: <i>«Il duolo sempre amor seguirà, sarà scortato dalla fremente gelosia, preludi avrà pieni d’ebbrezza e il fine amaro …»</i>.</div><div class="imTAJustify">La Venere shakespeariana, però, non è solo passione, determinazione, rabbia e maledizione, ma anche fragilità, forza che illanguidisce, malinconia; è timore capace di scalfire il ferro della volontà. Quando ciò accade, Venere si abbandona al lamento ed è perfetta la scelta registica di musicare, con le note e le parole di allora, i suoi momenti più intimi, intensi, le sue espressioni più languide e struggenti. Gli inserti di musica elisabettina consentono alla Giglio di superarsi, peraltro, nella sua prova attoriale già eccellente, sfoggiando una voce potente e intensa, versatile e comunicativa.</div><div class="imTAJustify">Il Bardo, omaggiando la sua Regina, aveva fatto della musica una parte essenziale di molte sue opere e Salvo palesa una vasta preparazione shakespeariana in questa sua regia.</div><div class="imTAJustify">L’appropinquarsi del finale è sottolineato da un galop emotivo, da un tifone di parole e di tumulti dell’animo. Venere intuisce, o, meglio, prevede &nbsp;&nbsp;– e, qui, torna strega – &nbsp;&nbsp;che Adone verrà ucciso dal cinghiale e cerca di fermarlo. È l’amore che tenta di essere salvifico o la donna? Il destino si compie, però: nemmeno una dea può arrestarlo, nemmeno un cuore innamorato.</div><div class="imTAJustify">Quando Adone muore la stanza si frantuma, sparisce una parete. La Morte invade la scena più di quanto abbia fatto l’Amore fino a quel momento; inonda le vite dei protagonisti. È una morte che giunge insieme alla bellezza, tra i petali dei fiori.</div><div class="imTAJustify">Il corpo di Adone giace in terra, come un Cristo deposto. L’umanità diventa divina e la vita gli ruota attorno: si parla della sua fine, si piange, ci si macchia di morte attraverso il suo sangue. Venere, invece, diventa totalmente umana nella sua follia disperata e si imbratta il volto, si lascia trascinare dalla ferinità del momento al punto da chiedersi cosa avrebbe fatto se avesse avuto zanne di cinghiale. Lo avrebbe ucciso lei, baciandolo, come un Giuda preda di malsano amore? Torna Freud prepotentemente. Eros e Thanatos, Amore e Morte, pulsione di vita e altrettanto creativa distruttività.</div><div class="imTAJustify">Commuove, questa pièce. Arriva al cuore, passando per una mente ebbra delle belle parole del Bardo e dell’esistenza scenica donata loro da una regia ineccepibile.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[LF Magazine.it, 10.09.2021]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b><b></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 10 Sep 2021 09:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giuda - Premiazione a Borgio Verezzi]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Giuda"><![CDATA[Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000DE"></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 20 Aug 2021 21:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[I tanti volti di Roma]]></title>
			<author><![CDATA[Giulio Picchia]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altre_recensioni_e_interviste"><![CDATA[Altre recensioni e interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000CA"><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><b>CORRIERE DI ROMA</b></span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b>Giulio Picchia</b></div><div class="imTAJustify"><i>15 agosto 2021</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify">Ha scritto opere giuridiche,
racconti, romanzi e saggi storici. Il suo <i>“Fiume Bojaccia. Delitti e misteri
romani sul Tevere”</i><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span>è stato
inserito nel Catalogo delle Nuove Opere Editoriali della Regione Lazio, creato
per internazionalizzare le opere più rappresentative della Regione e, come
tale, è stato presentato anche alla Fiera del Libro di Francoforte 2016. Ha
scritto anche per il teatro. Nel 2020 il suo monologo <i>“Giuda”</i>, diretto e interpretato da
Maximilian Nisi, ha conseguito la menzione speciale della Camera di
Commercio della Regione Liguria <i>“per la profondità del testo e per l’alto
livello dell’interpretazione”</i>. Oggi Raffaella Bonsignori si è lanciata in
un’altra avventura culturale. Sotto l’egida del suo marchio Critica e Cultura,
ha dato vita ad una pubblicazione semestrale a più voci: un tema diverso per
ogni libro, trattato in modo interdisciplinare; una sorta di mosaico formato da
tasselli di storia, filosofia, letteratura, arte, scienza e costume.</div>

<div class="imTAJustify">A giugno è uscito il primo volume,
<i>“Storie di Roma. I tanti volti della Città Eterna”</i>. Oltre a Raffaella
Bonsignori, curatrice del volume ed autrice di diversi articoli, hanno
partecipato al progetto molti pregevoli autori.</div><div class="imTAJustify"><br></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><i>I Quaderni di Critica e Cultura sono
un progetto al quale la Bonsignori tiene molto.</i></b></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E’ un momento storico
difficile, questo. Si nota un calo di curiosità, di capacità critica, di
desiderio di imparare; un preoccupante impoverimento della lingua parlata e
scritta. I libri e le biblioteche sono merce rara e persino tra gli accademici
o tra i giornalisti c’è chi si rende complice di disinformazione. Viviamo
dolorosamente gli ostracismi della “cancel culture”. In questo trionfo del
pressappochismo culturale, ho pensato ai Quaderni come ad uno strumento non già
per imparare, ma per stimolare la curiosità. Ogni articolo è seguito da una
bibliografia essenziale che spero invogli il lettore a saperne di più, a
leggere, ad approfondire</span></div>

<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>S<i>otto questo profilo, devo dire
che mi hanno colpito molto sia la storia di Mastro Titta, di Stefano Di Pinto,
sia quella del bombardamento di S. Lorenzo, di Ernesto Zucconi. In uno si sente
il vociare del popolo davanti al patibolo, si percepisce l’atroce
spettacolarizzazione della morte; nell’altro si sente il fischio lontano delle
bombe che annientano vite in una Roma inerme. Il bello di un libro-mosaico come
questo, però, è che all’improvviso si cambiano scenari e ci si ritrova in più
lieti contesti. Il ricordo di Gigi Proietti, ad esempio, scritto dal bravissimo
attore di prosa Gianfranco Jannuzzo, è intenso, vero, ma anche esilarante. Jannuzzo
ci presenta Proietti, l’amico e il maestro, e ci presenta se stesso,
raccontandosi con la sua naturale verve, la sua innata simpatia.</i></b></span></div>

<div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><b>Anche la Roma “fiumarola” tra
Ottocento e Novecento descritta da Gian Piero Galeazzi ha un fascino particolare,
bisogna riconoscerlo. Il “bisteccone” di casa nostra ha una scrittura fluida e,
allo stesso tempo, incisiva, ricca di storia e di aneddoti.</b></i></div>

<div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><b>Molti gli articoli firmati dalla
stessa Bonsignori. Argomenti diversi tra loro: passa con competenza da
Michelangelo a Moravia; fa critica cinetelevisiva ricordando lo sceneggiato “Il
Segno del Comando” e intervista Ugo Pagliai; racconta il teatro romanesco
di Checco Durante e le vicende del Rossini. Mi viene spontaneo definirla una donna
rinascimentale.</b></i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mi è stato detto più volte, confessa sorridendo. Il
primo fu un mio insegnante di inglese di mille anni fa. Molto più
semplicemente, credo di essere solo un po’ secchiona: amo leggere di
tutto, imparare cose nuove. Inoltre, avendo fatto tanti lavori diversi, sono
entrata in contatto con moltissime persone, ognuna delle quali mi ha
arricchita. Attraverso lo studio e la capacità di immedesimazione propria degli
scrittori, poi, riesco a conoscere anche persone che le leggi del Tempo mi
hanno impedito di incontrare</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><i>Chiunque abbia letto questo libro sa bene a
chi si riferisce, anche se è troppo riservata per parlare dei suoi articoli;
preferisce presentare quelli degli altri. Ma il suo pezzo su Michelangelo
Buonarroti e Vittoria Colonna è una vera e propria opera d’arte e non si può
non parlarne. Racchiude in sé un breve saggio e un incontro quasi medianico con
il Buonarroti. Lo studio che c’è dietro quelle pagine è incredibile, ma lo è
altrettanto la capacità della Bonsignori di far parlare Michelangelo,
addirittura con la cadenza poetica cinquecentesca. Nel leggere quelle pagine sembra
di stare a teatro.</i></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non era mia intenzione fare teatro, ma solo lasciar
parlare Michelangelo di sé, dei suoi sentimenti, in un’intimità particolare,
segnata dall’ultimo giorno della sua vita. L’ho voluto incontrare in quel
momento in cui tutto è possibile, in cui, a volte, si parla col muro o con un
tavolo. Non ha importanza. L’importante è narrarsi, mettendo ordine dentro di
sé. Se l’avessi scritto per il teatro, forse, non avrei inserito tanti suoi
brani poetici od epistolari; avrei dato meno spiegazioni e più impressioni. Il
palcoscenico risponde a regole di essenzialità, di cui, spesso, la vita non si
cura.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><i>In realtà, sembra perfetto anche per il teatro. Dopo averlo letto si
continua a pensarci per ore. C’è la possibilità che lo allunghi e lo modifichi,
trasformandolo in un dramma?</i></b></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ci penserò. Mi piacerebbe, ma ora sto
lavorando in contemporanea a tre progetti e l’elaborazione di Michelangelo deve
attendere.</span></div>

<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><i>Tre progetti! Vedremo a breve il
nome della Bonsignori sulla locandina di una nuova pièce?</i></b></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i>“ù</i><span class="fs12lh1-5">Non lo so. Io
scrivo perché non posso farne a meno, perché fa parte di me. Mi è stato chiesto
di scrivere qualcosa di nuovo, ma, per scaramanzia, non voglio mai credere
troppo nelle belle cose. Di sicuro, nel nostro Paese, un autore italiano
contemporaneo ha davanti a sé una strada in salita che neanche Bonatti sul
Petit Dru ha mai conosciuto. Quello teatrale è un mondo molto esterofilo, i
cognomi stranieri attraggono di più; inoltre, chiunque prenda in mano un testo
ama intervenire a modo suo: attori, registi, produttori … I più intelligenti e rispettosi
chiedono al drammaturgo di cambiare una parola, una frase, di tagliare una
parte; altri lo fanno da soli, a volte storpiando il senso di una scena. Io
leggo sempre i testi originali, prima di andare a teatro, e, spesso, mi rendo
conto di orribili mutilazioni fatte senza criterio. Sinceramente, ancora non mi
capacito di aver visto rappresentata la mia prima opera teatrale e di aver
addirittura conseguito un prestigioso riconoscimento. Di sicuro ho un grande
debito di riconoscenza con alcune persone: l’attore Maximilian Nisi, che ha
creduto sin dall’inizio nel mio testo, lavorando con me e non contro di me,
Stefano Delfino, Direttore Artistico del Festival teatrale di Borgio Verezzi,
per aver letto il mio testo e averlo fermamente voluto al teatro Gassman
nell’estate del 2020, Stefano De Meo, per aver partecipato al progetto </span><span class="fs12lh1-5">“Giuda”
con le sue splendide musiche, Marino Lagorio per i video evocativi, l’aiuto
regista Paola Schiaffino, la brava e solare Cristina Ferrazzi e Luigi Sironi, tutti
artisti ed artigiani di un teatro autentico, fatto di professionalità e
sentimento, e parlo di artigiani come ne parlava Michelangelo riferendosi a se
stesso</span></div><div class="imTAJustify"><br></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><i>Nonostante le parole della
Bonsignori non esprimano certezze, è lecito continuare a sperare di vedere il
suo Michelangelo sul palcoscenico, quanto meno per una lettura. A dire il vero,
sarebbe bello vivere sul palcoscenico anche la passeggiata della Andruzzi in
compagnia di Belli e Trilussa. Originalissima. </i></b></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sarebbe stato impossibile
parlare in poche pagine di due colossi della romanità come Belli e Trilussa.
Cosa avrebbe dovuto prediligere, l’autrice? La loro vita? Le loro opere? Le
avevo dato un tema difficilissimo, una brutta gatta da pelare. Ma lei è stata
straordinaria e ha trovato un escamotage fuori dal comune: ha effettuato una passeggiata
romana con entrambi, chiacchierando con loro di vita e di poesia. Tra l’altro,
lei è anche scrittrice e poetessa e ha scritto bei versi in dialetto.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><i>Cosa riserva il mese di dicembre?</i></b></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un nuovo Quaderno, ovviamente. Un argomento con mille sfaccettature: Viaggi,
avventure e imprese quasi impossibili. Ci muoveremo dallo spazio alle
avventure letterarie, dalle vette conquistate alla mente dell’uomo. Ci saranno
anche un paio di interviste particolari. Vi aspettiamo su Amazon.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 15 Aug 2021 21:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Storie di Roma. I tanti volti della Città Eterna]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Quaderni_e_Dossier"><![CDATA[Quaderni e Dossier]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000F3"><div class="imTAJustify"><b><i>Storie di Roma. I tanti volti della Città Eterna </i></b>è il primo <i>Quaderno di Critica e Cultura</i>. Più che un libro, è un viaggio nel tempo e nello spazio, una passeggiata tra parole e fotografie alla scoperta di una città in parte sconosciuta e, in parte, vanitosa ed esibizionista sotto i riflettori del mondo intero. La Storia la conosce, giustamente, come “Caput Mundi”.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">In qualità di ideatrice e curatrice ho voluto iniziare con Roma, l’avventura dei <i>Quaderni</i>, perché è la mia città ed è la città della mia famiglia, almeno nelle generazioni più vicine a me. A Roma sono nata, cresciuta e ho mosso i primi passi di appassionata di storia e di arte. Dedicarle il primo <i>Quaderno</i> era un doveroso omaggio.</div> &nbsp;<div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/3--Io.jpg"  title="" alt="" width="970" height="728" /><br></div><div class="imTAJustify">Molti gli autori, tra i quali la sottoscritta. Tra le pagine di questo libro potrete scoprire personaggi e storie che fanno parte della Città, della sua anima.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Incontrerete un Gigi Proietti inedito, raccontato dal suo allievo ed amico <b>Gianfranco Jannuzzo</b>, anche attraverso le sue splendide fotografie, perché, oltre ad essere un bravissimo attore, Gianfranco è anche un eccellente fotografo!</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Tornerete indietro nel tempo, fino alla Roma “fiumarola” di fine Ottocento, raccontata da <b>Gian Piero Galeazzi</b>, quasi un suo testamento spirituale, scritto poco prima di lasciarci.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">E conoscerete la Roma di Pio IX, vista con gli occhi del teologo, <b>Mons. Luigi Negri</b>, Arcivescovo Emerito di Ferrara e dello storico <b>Emanuele Maestri</b>, entrambi studiosi di questo Pontefice.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Vivrete le luci e le ombre di una Roma affascinante e misteriosa, quella di uno dei più noti sceneggiati televisivi degli anni Settanta, <b><i>Il Segno del Comando</i></b>, di cui parla lo stesso <b>Ugo Pagliai</b> nell’intervista che mi ha concesso, dalla quale emerge uno sceneggiato nello sceneggiato.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Percepirete il clima tenebroso e luminoso al contempo della Roma cinquecentesca di <b>Michelangelo Buonarroti e Vittoria Colonna</b>, da me, qui, raccontati in quella che è la prima bozza di una mia opera teatrale, <i>Fuoco Sublime</i>, che sarà, poi, pubblicata nel 2022.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Sono davvero tanti i volti di Roma che si riflettono sulle pagine di questo Quaderno.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Leggerete di cinema con il critico <b>Alfredo Baldi</b>, una colonna portante del Centro Sperimentale di Cinematografia, e leggerete di teatro con <b>Michela Zaccaria</b>, che ci regala un’anteprima del suo bel libro su Mario Scaccia, con il quale ha a lungo collaborato.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Leggerete di teatro anche con la sottoscritta, a dire il vero, perché tanti anni fa ebbi il privilegio di conoscere <b>Checco Durante</b> e, quando morì, feci una promessa ad Anita, la moglie: avrei scritto la sua storia.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Rintraccerete, con <b>Francesca Bonomini</b>, l’idea di Roma nell’opera dantesca; mentre con <b>Giorgio Colangeli</b> la scoverete in Shakespeare e con l’architetto <b>Roberto Vianello</b> in Sir Arthur Conan Doyle.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ascolterete le parole di <b>Moravia</b>, quando parlò di se stesso e dei suoi libri, tanti anni fa, in un incontro universitario cui mi trovai a partecipare; e guarderete negli occhi Pasolini insieme ad <b>Arianna Di Pace</b>, percorrendo le vie della sua vita e delle sue opere.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Con <b>Stefano Di Pinto</b> incontrerete Mastro Titta, il più famoso boia di Roma … no, tranquilli, non vi farà alcun male …</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Con la storica dell’arte <b>Nicoletta Fattorosi Barnaba</b> scoprirete i segreti della “rota” di S. Spirito in Saxia e dei bambini abbandonati.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Con <b>Adriana Coltrioli</b>, invece, attraverserete la Porta Santa, disvelando le tradizioni giubilari.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Con lo storico <b>Ernesto Zucconi</b>, poi, rivivrete il terribile bombardamento di S. Lorenzo, quando gli Alleati assomigliavano ai nemici, argomento sul quale io stessa intervengo con <b>un ricordo familiare</b>.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">La scrittrice e poetessa <b>Francesca Andruzzi</b> vi accompagnerà nel mondo di Belli e di Trilussa, passeggiando con loro nella Roma di qualche secolo fa, oltre a regalarci alcuni suoi <b>bei versi in vernacolo</b>, così come fa il poeta romanesco contemporaneo <b>Bicilussa</b>.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Con <b>Laura Vasselli</b> farete una lunga passeggiata per Città Giardino. E non sarà l’unica occasione per camminare.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Anche <b>Giuliano Spingardi</b> vi farà scoprire un centro storico attraversato da ricordi e aneddoti.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Con <b>Stefano Sorrentino</b>, chef e storico culinario, attraverserete, invece, i sapori della tradizione romanesca, una tradizione di cui scrivo anche io, ricordando, in una pagina di rimembranze, la <b>Sora Lella</b>, meravigliosa attrice e donna romana, cuoca sopraffina.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Con <b>Michele Petracci</b>, inoltre, rivivrete le emozioni delle Olimpiadi del 1960.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">E leggerete, infine, le parole di un testimone d’eccezione, <b>Luigi Marini</b>, un “ragazzo” del 1928, che dona al lettore il bagaglio dei suoi ricordi.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Caratteristica del <i>Quaderno</i> è avere dei “separatori”, ossia delle piccole finestre in cui si affacciano brevi accenni ad un tema ricorrente. In questo libro sono delle fotografie parlanti, ossia immagini collegate ad episodi storici o artistici di rilievo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Bravissimi anche i fotografi <b>Gianfranco Jannuzzo</b> e <b>Claudio Colis</b>, oltre ad altri specificati nel testo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ogni capitolo è un mondo a sé stante.</div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/33-Copertina-con-triangolo-definitiva--risol.-600-.jpg"  title="" alt="" width="382" height="586" /><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">È un libro che può essere divorato in pochi giorni o centellinato nel tempo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Di sicuro terrà compagnia a voi e a chiunque decidiate di regalarlo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il prezzo è invitante, per un volume così complesso di 484 pagine, e suggerisce doni, anche natalizi: può essere acquistato su Amazon a 13 euro, poco più di un paio di riviste.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Buona lettura e buona scoperta della mia Città.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© Raffaella Bonsignori anche foto</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 21:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Un incontro con Moravia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000065"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 16 aprile del 1986, all’Università di Roma “La Sapienza”, nell’Aula Magna del Rettorato, Alberto Moravia incontrò gli studenti universitari, raccontandosi con schiettezza e simpatia. Anche io ero lì. Emozionatissima. Mi colpì subito la scarsa partecipazione: l’aula non era certo gremita. Per una come me, che aveva letto tutti i suoi romanzi, era una cosa inconcepibile; lo evidenziai anche nel breve articolo che scrissi qualche giorno dopo, per la terza pagina del Corriere di Roma.</span><br></div><div class="imTAJustify">Orbene, a trentacinque anni di distanza da quell’incontro, ho voluto riscoprire le parole di Moravia, raccolte nel mio articolo e nei miei appunti, e ho voluto farlo nel Quaderno Storie di Roma, perché egli fu uno dei più raffinati cantori di questa città, pur se legato ad essa da un curioso rapporto di amore e odio: da un lato la trovava bella, nonostante quelli che lui definiva gli interventi devastatori dei piemontesi e, successivamente, delle giunte democristiane, dall’altro la considerava una pigra cortigiana, perché dedita a concedersi solo per tornaconto: priva di socialità culturale, si presentava come un luogo di trionfo per l’individualismo più assoluto.</div><div class="imTAJustify">Del suo legame con Roma sono testimoni i romanzi che vi ha ambientato.</div><div class="imTAJustify">Era romano solo di nascita, perché il padre era veneziano e la madre anconetana. La sua primissima infanzia è legata al ricordo della splendida villa in cui vivevano tra via Pinciana e via Sgambati, nel quartiere Pinciano che, ai suoi tempi, si chiamava Sebastiani, anche se fu presto costretto ad abbandonarla per un lungo periodo di cure: aggredito dalla tubercolosi ossea all’età di nove anni si trasferì in un sanatorio a Cortina d’Ampezzo.</div><div class="imTAJustify">Il ritorno in città, peraltro in un’altra casa, non si tradusse in una vera e propria accoglienza: nel giovane Alberto regnava sempre un senso di solitudine e di distacco.</div><div class="imTAJustify">Con gli anni, poi, Roma divenne la sua base intermedia tra un viaggio e l’altro, pur riempiendo i suoi pensieri di narratore. Corrado Alvaro lo fece collaborare con la rivista 900 di Bontempelli, Mario Pannunzio lo invitò a collaborare con la rivista Il Mondo. Viaggiò moltissimo, inizialmente per sottrarsi ai fascisti e ai nazisti che lo sapevano loro oppositore, anche se aveva trascorsi ondivaghi sotto il profilo del pensiero politico, e, successivamente, come corrispondente. Da Roma, però, non riuscì mai a staccarsi, fino alla fine dei suoi giorni.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify"><b>Quel giorno all’Università</b></div><div class="imTAJustify">Alberto Pincherle, in arte Moravia, è seduto al centro di una lunga cattedra, mettendo involontariamente in ombra tutte le personalità universitarie che lo affiancano. Siede quasi incurvito su se stesso eppure giganteggia, lasciando trasparire l’arte che ha nelle dita; l’avevo già notato quando, con i miei genitori, mi era più volte capitato di cenare nello stesso ristorante che frequentava lui, in quel di piazza Ungheria, o di incontrarlo in strada, tra il Lungotevere e viale Carso, abitando nel suo stesso quartiere.</div><div class="imTAJustify">L’ambiente universitario, però, amplifica il senso di sorpresa e di emozione che aleggia attorno alla sua figura.</div><div class="imTAJustify">Di lui mi colpiscono immediatamente il volto austero e quel mezzo sorriso che punge chiunque abbia di fronte, facendolo sentire piccolo, inadeguato, anche se i suoi occhi, celati sotto i cespugli bianchi delle sopracciglia, sembrano sorridere, a volte, e raccontano chi è veramente, raccontano l’uomo che vive e quello che scrive, illuminando la sua naturale ritrosia, il suo burbero silenzio con un che di giocoso.</div><div class="imTAJustify">Pur invitati a restare seduti, ci accalchiamo attorno a lui. Firma gli autografi con circospezione, muto di fronte ai suoi giovani ammiratori, quasi spaventato. Non si è mai abituato ad essere un <i>classico</i> della letteratura, un <i>classico</i> vivente. Appare stanco. Insiste affinché si dia inizio a questo suo affascinante monologo letterario. Si muove continuamente: mani, gambe. C’è una tensione nervosa costante, in lui.</div><div class="imTAJustify">Mi avvicino rapidamente e lascio il mio registratore sulla cattedra; mi sorride con aria leggermente interrogativa. Preferisco prendere appunti e registrare al contempo: non voglio rischiare di perdermi nemmeno una parola. Sforzo inutile. Di quell’incontro ricordo ogni particolare ancora oggi.</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Dovrei parlare di me stesso e non è una cosa facile. Ultimamente, in una pubblicazione Bompiani, ho scritto trentacinque pagine intitolate </i>Piccola Autobiografia Letteraria<i>, dove mi sono occupato dei miei libri senza nessun riferimento alla mia vita personale o, comunque, non letteraria. Ora, cercare di fare lo stesso in un’aula non è certo semplice»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Inizia, a questo punto, a giocherellare con il mio registratore, passando il dito sul microfono, cosa che, in sede di riascolto, mi creerà seri problemi.</div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Ho cominciato molto presto; il primo romanzo l’ho scritto che non avevo ancora 17 anni, </i>Gli Indifferenti<i>. Con questo romanzo ho anche cominciato a scrivere nel vero senso della parola, cioè ho imparato a scrivere. Ero stato in sanatorio un anno e leggere aveva occupato la mia vita dalla mattina alla sera. Oggi si può dire che sia stato il primo, vero romanzo esistenzialista in Europa. Specifico che il romanzo esistenzialista non coincide con la filosofia esistenzialista. Nel romanzo del ‘700 e anche dell’800, nel romanzo tradizionale, era soprattutto illustrato il rapporto tra individuo e società. Fino a Tolstoj, sempre la stessa cosa: la società da una parte e l’individuo dall’altra. Le cose cambiano radicalmente con Dostoevskij e Kafka. Con loro nasce l’esistenzialismo letterario, che è all’origine della mia produzione artistica».</i></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Parlando dell’esistenzialismo letterario dà vita ad un oceano di immagini, di fatti, di notizie, saltando dalla sua esperienza di scrittore alle linee generali della prosa. Su ogni sua parola si potrebbe iniziare un discorso a parte; su ogni argomento che solleva si potrebbe scrivere un libro. È questo il segreto di un buon narratore, trovare argomenti universali e calarli nel particolare, in modo che il fruitore del messaggio trovi nelle parole molto più di una storia narrata, trovi uno spunto di riflessione, uno zibaldone di concetti che non sapeva gli appartenessero.</div><div class="imTAJustify">Torna a parlare di Dostoevskij, ma in riferimento alla teatralità della sua opera:</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Sin dal mio primo romanzo, </i>Gli Indifferenti,<i> ho scritto ad orecchio, ossia pronunciando a voce alta la frase prima di scriverla. Ha un che di teatrale, questo sistema. Del resto, il teatro è sempre stata una mia grande passione. Nei miei romanzi tendo a rappresentare un dramma con pochi personaggi-chiave. Non è affatto vero che, con </i>Gli Indifferenti,<i> io volessi scrivere un ritratto della borghesia romana o cose simili; non mi è passato neanche per la testa. La mia idea principale era di scrivere un romanzo in forma teatrale, un dramma travestito da romanzo. E ci sono riuscito, a quanto pare, esplorando la solitudine interiore. Il romanzo tradizionale, quello manzoniano, è pieno di personaggi principali e collaterali. Io, invece, ho sempre scritto tragedie mascherate da romanzi, con molti dialoghi, anche se non sono dialoghi teatrali, perché troppo lunghi e articolati; la scena, però, ne risente, acquista azione oltre alla descrizione. Anche sotto questo profilo ho un debito con Dostoevskij: il suo modo di scrivere ha un che di teatrale. È stato per me un grande maestro. L’ho sentito sempre affine. L’ho sempre definito una mia malattia».</i></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>Gli Indifferenti</i> rappresentano l’inizio, l’alfa di un cammino letterario mai finito. Inevitabile che si soffermi a parlarne:</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«</i>Gli Indifferenti<i> ha preceduto </i>La Nausea<i> di Sartre e </i>Lo Straniero<i> di Camus, ma solo per motivi contingenti: Sartre e Camus andavano a scuola e percorrevano le loro tappe per giungere alla maturità artistica e scrivere romanzi; io ero malato, studiavo in sanatorio, leggevo e scrivevo. È una tipica opera precoce. Io non sapevo nulla, allora, nulla di me stesso. Avevo diciassette anni. Ho imparato a conoscermi proprio attraverso questo libro. Inizialmente mi esprimevo in modo rappresentativo e non riflessivo. La riflessione è arrivata dopo e sicuramente ha migliorato la qualità dell’opera. Gli scrittori sono spesso contraddittori: appaiono filosofi senza esserlo»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Sarà anche una mera apparenza, dico a me stessa, ma la filosofia si vede; si percepisce ad ogni riga. <i>«La cosa più bella che noi possiamo provare»</i> ha affermato Einstein <i>«è il senso del mistero»</i>. Tutto termina e si annulla nel “perché”, un interrogativo che in sé racchiude l’universalità del sapere e dell’inconoscibile. E di “perché” Moravia se n’è sempre posti molti. Sulla scia dell’analisi positivista, ha spostato il cursore della propria indagine verso l’individuo, scrutando il male dell’uomo e della società moderna, edificata sull’indifferenza e sull’errore.</div><div class="imTAJustify">Nelle sue opere c’è di più, però. Ci sono suggestioni filosofiche e psicologiche fortissime.</div><div class="imTAJustify">La sua voce torna a prevalere sulle mie digressioni mentali. Ha parlato di dramma teatrale mascherato da romanzo e non si può non notare quale consumato attore egli sia, nel parlare: le sue pause tra una frase e l’altra, tra una parola e l’altra, catturano l’attenzione del pubblico in un silenzio quasi religioso, conferendogli l’aria di un vero istrione. Sono tutti catturati dalle sue parole. È un affabulatore nato.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify"><i>«Ideologicamente sono vicino a Marx e, per la psicologia dei miei personaggi, a Freud, anche perché la letteratura è un filtro e ciò che deve filtrare è l’inconscio. Tuttavia non ho mai approfondito lo studio delle teorie dell’uno o dell’altro. La mia è una strada parallela alla loro che, tuttavia, sembra frutto di studi. È nella natura dello scrittore lasciare emergere quel qualcosa in più rispetto alla storia; un qualcosa che origina da altre discipline».</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">L’ho sempre pensato. Marx e Freud entrano costantemente nei suoi scritti, anche senza entrarvi veramente. Moravia vela ogni suo personaggio con una patina di alienazione, rifiuto di una società dall’esasperata idolatria consumistica; con un pessimismo esistenziale privo di matrici fideistiche o politiche ma comunque vicino alla lotta di classe marxista, che in lui appare come uno strumento di indagine, di constatazione. Crea i suoi personaggi con le immagini più degradanti, stereotipi di una società borghese ormai decaduta; fa attraversare loro le fasi dello stupore, della presa di coscienza e della razionalità per condurli all’indifferenza e alla noia esistenziale e vive questo penoso iter distruttivo attraverso il primordiale e quanto mai istintivo linguaggio sessuale. Il sesso diviene strumento comunicativo della lotta di classe e si accosta al denaro, fondendo le suggestioni marxiste con quelle freudiane. Moravia, in buona sostanza, non fa altro che strumentalizzare le immagini di un simbolismo freudiano più casuale che ricercato ed erge il sesso a dominatore della debole, misera società borghese, prigioniera della sua stessa ragione di vita e di potere, imbibita di una carnalità a volte brutale e perversa, altre volte annoiata e insensibile. Fa uso violento, schietto e sbalorditivo del linguaggio e presta un’attenzione ossessiva al particolare. Nei suoi libri, il sesso si congiunge con un classismo netto che spacca la società in due, una società fatta di poveri e di ricchi, una società dove il dio-denaro si accoppia con il dio-sesso, generando un aborto: un mondo falso e superficiale.</div><div class="imTAJustify">Nel raccontarsi, si allontana di nuovo dal seminato della sua produzione letteraria. Mi tornano in mente le parole che Indro Montanelli scrisse di Moravia: <i>«Parla come i canguri saltano, a frasi rotte, smozzicate, ad affermazioni categoriche e perentorie, anticipando con i suoi gli stupori, le risate, le esclamazioni degli altri. Ma quel che dice è di prima qualità»</i> (Corriere della Sera 05.02.1958).</div><div class="imTAJustify">Continuando a tracciare le linee essenziali del romanzo tradizionale e di quello esistenzialista, introduce la figura, mai dimenticata, di Elsa Morante, che definisce <i>la sua scrittrice preferita</i>.</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Elsa Morante è un nome molto vicino a me. Nei suoi romanzi vengono fuori il panorama della società con famiglie, annessi e connessi. I miei personaggi sono pochi e, quando ce ne sono, molti vanno via. Ad un certo punto, scrivendo, mi accorgo che non sono necessari e li elimino. Tutto questo è propriamente teatrale. Invece Elsa aveva un talento particolare. Paragonando il suo libro </i>Aracoeli <i>con </i>Agostino<i>, risulta che nel mio romanzo tutto è ridotto all’essenziale, cioè al rapporto tra madre e figlio, invece nel suo c’è tutta quella capacità, che io non ho, di ampliare il quadro, di descrivere, in fondo, tante altre cose. L’intera società, praticamente»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">La sua unione con Elsa è durata ventuno anni. Un rapporto difficilissimo. Due personalità titaniche. L’unione letteraria sicuramente ha cementato i loro sentimenti, ha avvicinato le loro diverse personalità. Si sono ammirati moltissimo. L’ammirazione è spesso il motore primo dell’attrazione. Adriana Pincherle, la sorella di Moravia, ha definito Elsa <i>l’angelo sterminatore</i> di Alberto, <i>la sua oscura coscienza critica</i>. Non hanno mai smesso di sentirsi, di volersi bene, anche dopo la fine del loro rapporto. Il giorno del funerale di Elsa, Moravia venne catturato da un’immagine fortemente simbolica, lo riferisce la Folli nel suo bel libro sull’amore tra i due; un’immagine che lo fece pensare al modo in cui Elsa era andata via dalla sua vita: dal carro funebre, affiancato dalla macchina di Alberto, una delle corone mal assicurate iniziò a sciogliersi spargendo fiori sull’asfalto; giungevano fiori, dunque, da lei a lui.</div><div class="imTAJustify">Anche dopo il divorzio dalla Morante, Moravia ha vissuto storie importanti solo con scrittrici: Dacia Maraini prima, ancora una volta per ventuno anni, e Carmen Llera poi, dal 1986 al 1990, anno della morte di Moravia.</div><div class="imTAJustify">Il capitolo Elsa Morante è breve nelle sue parole di quel giorno all’università. Non vuole rischiare di scendere troppo nel personale. Il loro addio, sugellato dalla morte di lei, è troppo recente. I suoi sentimenti sono soltanto suoi, come è giusto che sia.</div><div class="imTAJustify">Saltando ancora una volta, come il canguro di cui parlava Montanelli, torna a parlare dei suoi romanzi e cita <i>La Vita Sbagliata</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify"><i>«un romanzo che considero senza molto favore, se non altro perché mi è costato molta fatica e penso che sia necessario esprimersi senza fatica, con molta passione, se vogliamo, e con molta meticolosità, ma senza sforzo»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Discorso a parte per i tre libri scritti in prima persona e incentrati sullo spaccato di una società popolare: <i>La Ciociara</i>, <i>La Romana</i> e <i>Racconti Romani</i>, ispirati ai sonetti del Belli. Qui il suo esistenzialismo tocca il popolo e vive in esso. Tutti gli altri suoi libri, al contrario, hanno per protagonista un intellettuale.</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Il personaggio che dice </i>io<i>»</i> spiega Moravia <i>«è un personaggio del popolo che esprime il senso comune dell’umanità; al contrario, l’intellettuale riflette, pensa e dà un ordine morale e culturale a ciò che racconta. È importante far parlare il popolo. La letteratura deve esprimersi come tutti i potenziali lettori fanno, a volte con il linguaggio degli intellettuali, altre volte con il linguaggio del popolo. Pier Paolo Pasolini ha firmato dei capolavori assoluti, sotto questo profilo, anche se il suo, più che racconto, è poesia allo stato puro»</i>.</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Finalmente parla de <i>La Noia</i>, libro cui sono particolarmente affezionata, che ho letto e riletto più volte e ogni volta con immagini interiori diverse.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«E’ la storia di un amore: la cosa più banale e semplice del mondo. Un uomo si innamora di una ragazza che ha un certo carattere e che lo tradisce, anche se il tradimento non ha, poi, grande importanza. È un libro in cui, ameno così mi hanno detto, si illustra un processo psichico, la de-realizzazione, che fa parte dei sintomi psichici del distacco dal reale. È un romanzo d’amore nel vero senso della parola. La morale è che amare non vuol dire già desiderare che la persona amata sia come fa comodo a noi, ma desiderare che sia come fa comodo a lei, anche se questo comporta il tradimento»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify"><i>La Noia</i> è un romanzo che considero pregno di un <i>antimoralismo</i> affatto personale e fortemente critico, sempre presente in Moravia, ma qui particolarmente acuto. Il giudizio realista che si scontra con la corruzione dei costumi e con il più bieco florilegio di peccati e piccolezze dell’uomo contemporaneo, rappresentante della classe borghese, imprime alla storia un pessimismo profondo ma sempre intelligente e mai passivo.</div><div class="imTAJustify">Moravia ha fiducia nella parola, questo appare chiaro in ogni sua opera. Orbene, qui questa fiducia si amplifica e assorbe onnipotenza dalla propria convinzione di poter esprimere l’inesprimibile. Il senso di dannazione è descritto con un dinamismo estraneo a <i>Gli Indifferenti</i>, pur riprendendone le critiche strutturali rivolte alla società ipocrita e ambigua, al mondo degli uomini privi di sogni, invischiati nelle maglie dell’erotismo che li domina, dell’incomunicabilità priva di evasione, quand’anche momentanea. Il nudo femminile di Cecilia, la protagonista, è mero simbolo e si erge a coprire ogni altra ragion d’essere; si traduce nell’alienazione intellettuale di un’intera generazione borghese catturata dal possesso: solo rinunciandovi si può recuperare il senso della realtà, è questo che ci dice l’Autore alla fine.</div><div class="imTAJustify">Il suo racconto di sé sta volgendo al termine. È giunto un atteso momento di interazione: il dibattito.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><b>Moravia risponde</b></div><div class="imTAJustify">Molte le domande che gli vengono rivolte.</div><div class="imTAJustify">Gli viene chiesto se il tempo abbia inciso sul suo pessimismo, modificandolo o mitigandolo, in un certo qual modo.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«La letteratura è pessimismo. Non vi aspettate che uno scrittore vi dia dell’ottimismo, se lo fa non è un bravo scrittore»</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify">afferma ironicamente.</div><div class="imTAJustify">Gli viene chiesto un consiglio per la futura generazione di scrittori.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Di sicuro posso consigliare di leggere molto e di fare tanto esercizio. Di essere costanti. Scrivere è un mestiere. Io ho sempre scritto ogni mattina. Funziona solo nei film la figura dello scrittore che scrive una tantum, quando viene colto da un’ispirazione febbrile, come se l’ispirazione fosse un fulmine che gli cade in testa. Che sia un mestiere è importante tenerlo a mente. Secondo la mia esperienza, si deve pensare alla scrittura solo quando si scrive; il resto del tempo bisogna pensare ad altro, altrimenti ci si ingolfa»</i>.</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Ma è davvero sufficiente scrivere con sistematicità per pubblicare un libro? Spesso il difficile rapporto con le case editrici prescinde dalla volontà di chi scrive; chiunque abbia dato vita ad un’opera letteraria ne è consapevole e Moravia lo conferma inequivocabilmente.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«</i>Gli Indifferenti <i>fu sottoposto all’attenzione di Bontempelli, fondatore della rivista </i>900<i> per la quale avevo scritto una novella, </i>Cortigiana stanca. <i>Ma lui definì il romanzo una </i>“nebbia di parole”<i>; quindi andai da Alpes, e Giardini lo volle pubblicare chiedendo, però, un contributo di 5.000 lire. Era il 1929. Quella somma rappresentava un investimento forte. Per fortuna, la mia famiglia se lo poteva permettere e pubblicai. Chissà quanti scrittori, pur talentuosi, hanno dovuto desistere perché impossibilitati a sopportare un così grave peso economico. Il libro ebbe uno strepitoso successo, ma di certo non grazie alla lungimiranza degli editori. Oggi, poi, le case editrici preferiscono puntare sul sicuro e pubblicano solo autori di successo, senza prestare ascolto alle nuove voci della letteratura. Ragionano in termini di pubblicità e ritorno economico, non in termini di letteratura e cultura»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Prendo la parola io.</div><div class="imTAJustify">Ho cinque domande per lui, frettolosamente appuntate sul mio quaderno. Cinque domande che mi rendono ingiustificatamente orgogliosa di me. La prima parte da una critica che gli viene mossa spesso da chi pronuncia la parola eclettismo a bocca storta.<b><i></i></b></div><div class="imTAJustify">La facilità con cui Moravia passa dallo stile giornalistico a quello letterario, dal saggio alla poesia, dalla poesia al romanzo e dal romanzo al teatro assume, per alcuni, una connotazione negativa, riverberandosi addirittura su Moravia uomo, al quale si rimprovera incoerenza. </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify"><i>«Hanno sempre detto di me che sono molte persone perché ho scritto romanzi, testi teatrali, articoli letterari e resoconti di viaggi. Io non credo di essere tante persone in una, ma di essere una persona che sa scrivere. Saperlo fare non significa scegliere una sola via di espressione e percorrerla tutta la vita. La versatilità è preferibile alla monotonia».</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">La seconda domanda attiene sempre ad una critica, ma ha che fare con le contestazioni del Sessantotto. Fu aspramente attaccato, durante un incontro universitario.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i> </i></div><div class="imTAJustify"><i>«Un periodo di grande fermento, quello. È vero, mi contestarono, ma io rimasi a sentire le loro ragioni e a farne tesoro. Risposi a tono, intendiamoci. Molti di loro parlavano di </i>proletariato <i>senza sapere dove fosse di casa, e definivano me un </i>borghese<i>, quando erano di gran lunga più borghesi di me, ma ammiravo comunque la sintesi vitale delle loro idee, che riuscivano efficacemente a nascere da un humus variegato di filosofia, alchimia, pratiche orientali … Erano giovani che si interessavano a tutto e, per questo, non potevo non ammirarli. Molto differenti i contestatori del decennio successivo, i cosiddetti </i>autonomi<i>, lontani anni luce dalla cultura. Loro parlavano per slogan e basta. E poi la violenza, il terrorismo non li ho mai apprezzati. Non sono mali che colpiscono il momento in cui prendono vita, ma uccidono il futuro. Non mi prenda per uno strenuo difensore dello Stato, però. Non lo sono»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Gli chiedo, quindi, come definirebbe la letteratura in pochissime parole.<b><i></i></b></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«La letteratura è un modo riflessivo per seguire il corso della storia, ma non dovrebbe mai dimenticare se stessa, dimenticare d’essere un’espressione d’arte, e, soprattutto, non dovrebbe mai perdere l’occhio critico sui fatti».</i></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Approdo al cinema, altra mia grande passione, e gli chiedo se<b><i> </i></b>ritiene che le rappresentazioni cinematografiche delle sue opere siano fedeli al suo messaggio artistico.</div><div><b><i><span class="cf1"> </span></i></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«I romanzi sono opera di un certo artista, il film di un altro artista: non c’è nessun rapporto. Anzi, il buon regista fa un film tanto migliore quanto più infedele è la sua interpretazione del testo originario. Approfitto della domanda per aggiungere due parole sull’accusa di pornografia che viene mossa ad alcuni film tratti da mie opere. La pornografia non esiste. Esiste un trattamento volgare dell’argomento sessuale, come esiste un trattamento volgare dell’argomento mondano, religioso, eccetera»</i>.</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Gli pongo, quindi, quella che ingenuamente ritengo “la domanda delle domande”, la domanda regina, pensandola frutto di un’ispirazione felice, della manifestazione di un’intelligenza brillante; gli chiedo<b><i> </i></b>quanta parte di lui c’è nei suoi personaggi.<b><i> </i></b>Il suo sorriso fa crollare il castello delle mie certezze: forse la mia domanda non è poi tanto intelligente, forse è piuttosto banale; ma la curiosità vince persino sull’autocritica feroce cui sono sempre pronta a sottopormi e attendo comunque incuriosita la risposta.</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Tutto e niente. Flaubert, dopo aver scritto </i>Madame Bovary<i>, disse </i>“Emma c’est moi”<i>. Nel suo caso era vero, perché come Emma era ambizioso, ma questo è un discorso a parte. Scrivere significa dare la propria anima e i propri pensieri ai personaggi, ai luoghi, persino alle condizioni meteorologiche, ma ciò non implica che quei personaggi agiscano o pensino come noi agiamo e pensiamo: sono pur sempre frutto della fantasia e si muovono in un contesto narrativo che richiede moduli di comportamento artificiali. Per quanto mi riguarda, una volta partoriti, dei miei personaggi mi dimentico completamente, e non mi forzo a ricordarli rileggendo i miei libri. Non mi rileggo mai. Preferisco leggere i libri degli altri»</i>.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify">Ancora un paio di domande gli giungono dal fondo dell’aula. La prima ha a che fare con la definizione di scrittore:</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><i>«Tendo sempre a sottolineare la differenza tra romanziere e scrittore: romanzieri si nasce, scrittori, avendo un po’ di talento e predisposizione allo studio, si può diventare. Il romanziere, innanzi tutto, ha una naturale inclinazione a raccontare balle e, poi, a crederci tanto da farle diventare vere per lui e per gli altri; inoltre, non si limita a raccontare una storia, ancorché inventata, ma ci si immerge, la condisce con la psicologia, la filosofia, con tutte quelle cose che ha dentro anche senza sapere di averle, universalizza i concetti e i contesti; infine filtra il mondo che costruisce attraverso le sue mani, i suoi occhi. Come dico sempre </i>“Scrivo per sapere perché scrivo”<i>. Scrivere significa imparare a conoscersi e a conoscere le ragioni per cui siamo quello che siamo, per cui vediamo il mondo nel modo in cui lo vediamo, che è un modo che cambia continuamente»</i>.</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">La seconda, invece, riguarda un argomento dalla tragica perenne attualità: la minacciosa nuvola atomica che incombe su S. Pietro nel suo romanzo <i>L’Uomo che Guarda</i> rivela la sua posizione in merito al problema nucleare?</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i>«Mi occupo del problema atomico da svariati anni. Ho fatto inchieste in Giappone, in Germania e in Unione Sovietica. Sono stato eletto deputato europeo proprio sul programma atomico. A me non interessa la guerra. La guerra atomica è la morte e la morte è una realtà. Quel che mi interessa è la pace, mentre ci sono 50.000 ordigni atomici nell’arsenale delle due massime potenze. Anche se, per un’utopia, dovessimo liberarci di tutte le bombe atomiche, la formula è lì e non si può disinventarla. L’uomo, perciò, è condannato a convivere con la potenzialità della propria morte violenta; il problema non è più militare, ma metafisico e interiore»</i>.</div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">La conferenza si chiude con un lungo applauso e una standing ovation assolutamente meritata per uno scrittore che ha segnato la rivoluzione del romanzo neorealista italiano.</div><div class="imTAJustify">Io e altri due ci avviciniamo a lui e continuiamo a farlo parlare un po’ della sua vita scandita dalla letteratura che ha prodotto e da quella che ha letto, della sua <i>autobiografia letteraria</i>. Ci accoglie benevolmente. Parla con la stessa naturalezza con cui scrive e, nel dialogo diretto, si lascia andare spesso all’ironia, alla battuta pungente, all’osservazione mai banale della realtà letteraria del Novecento. È un dialogo che crea agio e senso di fraternità. A parlare con lui entriamo nel mondo dorato della Letteratura, quella con la elle maiuscola.</div><div class="imTAJustify">Tutto ciò accadeva trentacinque anni fa.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[dal libro <i>Storie di Roma. I tanti volti della Città Eterna</i>, giugno 2021, p. 263]</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><b>© Foto da disegno di Raffaella Bonsignori</b></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div class="imTAJustify"><b>Giuliano Dego</b>, <i>Moravia in bianco e nero. La vita, le opere, i viaggi</i>, Giampiero Casagrande Editore, Bellinzona, 2008</div><div class="imTAJustify"><b>Oreste Del Buono</b> (a cura di), <i>Moravia</i>, Feltrinelli, Milano, 1962</div><div class="imTAJustify"><b>Anna Folli</b>, <i>MoranteMoravia. Una storia d’amore</i>, Neri Pozza, Vicenza, 2018</div><div class="imTAJustify"><b>Fulvio Longobardi</b>, <i>Moravia</i>, in Il Castoro, gen. 1975</div><div class="imTAJustify"><b>Alberto Moravia – Alain Elkann</b>, <i>Vita di Moravia</i>, Bompiani, Milano, 2007</div><div class="imTAJustify"><b>Geno Pampaloni</b>, <i>Alberto Moravia</i>, in Storia della Letteratura Italiana, a cura di E. Cecchi e N. Sapegno, Garzanti, Milano, vol. IX, 1969, pp. 753 ss.</div><div class="imTAJustify"><b>Edoardo Sanguineti</b>, <i>Alberto Moravia</i>, Mursia, Milano, 1970</div><div class="imTAJustify"><b>Roberto Tessari</b>, <i>Alberto Moravia</i>, Le Monnier, Firenze, 1977</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 20:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervisa ad Ugo Pagliai. Il Segno del Comando: ricordi dal set]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000061"><div class="imTACenter"></div><div><span class="fs12lh1-5">Ugo Pagliai mi ha fatto l’onore di rispondere ad alcune domande su </span><i class="fs12lh1-5">Il Segno del Comando</i><span class="fs12lh1-5">, magnifico sceneggiato di cui ho parlato nell’articolo </span><i class="fs12lh1-5">Il Segno del Comando cinquant’anni dopo</i><span class="fs12lh1-5">.</span><br></div><div>Un affascinante colloquio con l’Attore e con il Personaggio.</div> &nbsp;<div> </div><div><b><i>Maestro, tra i tantissimi personaggi che ha interpretato nella sua brillante carriera teatrale, cinematografica e televisiva, pensa mai a Edward Forster?</i></b></div> &nbsp;<div>Devo dire che ho Edward Forster nel cuore. Mi ricordo benissimo la genesi del personaggio nella mia vita, sin da quando lessi la sceneggiatura. La feci leggere a Paola e anche lei, come me, rimase molto impressionata dalla storia; non ci dormì la notte.</div><div>È un personaggio molto particolare e l’ho sentito dentro di me. Lo circondava un’aura di affascinante inconoscibile dovuto a Byron, alle strade di Roma, ai sogni. Forse Byron mi ha prescelto per questo ruolo. Chissà! </div><div>Era un po’ come penetrare la cortina del vero per giungere ad un coinvolgente verosimile.</div> &nbsp;<div> </div><div><b><i>Una splendida storia. Scritta molto bene …</i></b></div> &nbsp;<div>Ma, sa, gli sceneggiatori sono moltissimi. D’Agata e Bollini, ma anche Mandarà, Guardamagna per il soggetto e lo stesso D’Anza, intervenuto in sede di realizzazione dello sceneggiato. Era un gruppo di artisti talentuosi. La sceneggiatura era sotto studio di molte persone. Giustamente sapevano di avere l’oro in mano e si sono dedicati a questo, realizzando una storia complessa e affascinante.</div><div>Lo stesso Direttore della Rai, Ettore Bernabei, con altri dirigenti e funzionari, fu attivamente partecipe nello sviluppo sceneggiato della storia. Si facevano grandi riunioni.</div><div>Ma soprattutto fu il regista Daniele D’Anza che confezionò il prodotto di successo che fu Il Segno del Comando. Dietro una scorza burbera, con la sua voce molto profonda, era una persona di grande dolcezza, sensibilità, intelligenza, qualità che ha riversate interamente in questa “avventura” televisiva. Attraverso i mesi di lavorazione, è stato D’Anza a trasmettere a tutti noi il costante senso del mistero che doveva avvolgerci.</div> &nbsp;<div> </div><div><b><i>Fu D’Anza a volerla per il ruolo di Forster, giusto?</i></b></div> &nbsp;<div>Sì. Fu lui a volermi. Io, nel 1969, avevo interpretato il ruolo di Lawrence d’Arabia ne L’Aviere Ross di Terence Rattigan, con la regia di Giuseppe Fina, film che ebbe un notevole successo. E lui volle farmi fare uno spettacolo al teatro di Pompei, le Bacchidi di Plauto, una cosa leggera, tipicamente plautina. Inizialmente faticavo ad entrare nel personaggio, ma, un giorno, mi buttai e lui si entusiasmò per la mia performance e per la mia dedizione al teatro, tale che non riusciva a fermarmi neppure un ruolo che non sentivo mio e, così, mi volle per Il Segno del Comando, perché vedeva in me una sorta di versatilità, di capacità di adattamento a qualunque personaggio.</div><div>Poi ho nuovamente collaborato con D’Anza ne La baronessa di Carini e ne Il giudice e il suo boia. Fu una collaborazione proficua.</div><div> </div> &nbsp;<div><b><i>In quegli anni D’Anza si ritagliò un ruolo di regista dell’esoterico e diede il la ad un vero e proprio filone cinetelevisivo. Molti furono gli sceneggiati, anche non firmati da lui, che affrontarono tematiche attinenti all’occulto …</i></b></div> &nbsp;<div>Sì, è vero. Con Il Segno del Comando abbiamo rotto il ghiaccio. E felicemente, direi.</div><div>Quello sceneggiato fu davvero particolare. Eravamo tutti presi da quella storia, catturati. Io per primo.</div><div> </div> &nbsp;<div><b><i>Si sono anche verificati episodi strani, se non erro: porte che si chiudevano senza ragione, fondali che crollavano, l’improvvisa e inspiegabile affezione agli occhi del bravissimo Augusto Mastrantoni durante le riprese …</i></b></div> &nbsp;<div>Assolutamente sì. Pensi che, durante l’esecuzione in diretta del brano musicale di Baldassarre Vitali a Caracalla, la script doveva prendere il tempo e, alla fine del brano, quando D’Anza le chiese la durata, lei constatò che il cronometro aveva segnato il tempo a ritroso, quindi la durata del brano risultava di 38 secondi in meno! Forse eravamo tutti troppo immedesimati, suggestionati e tendevamo ad interpretare come stranezze dei fenomeni altrimenti spiegabili …</div><div>Un altro episodio significativo si verificò durante la seduta spiritica. Ricorderà che gli interni di quel palazzo avevano un carattere misterioso essi stessi. D’Anza aveva voluto anche alcuni uccelli rapaci in gabbia. Ebbene, durante la seduta spiritica, questi uccelli iniziarono a garrire in modo spaventoso, terrorizzando tutti.</div><div>C’era un clima molto particolare anche dovuto alla luce. Pensi che, quando abbiamo girato in piazza di Spagna, c’era una lunga fila di lampade per fare la luce azzurra. Quindi anche la luce rendeva suggestivo questo splendido sceneggiato …</div><div> </div> &nbsp;<div><b><i>… sì, D’Anza ha lavorato molto con la luce; anche in modo quasi caravaggesco, sottolineando il senso del mistero. Ricordo, ad esempio, i servitori di palazzo Anchisi, che restavano immobili nell’ombra, con il volto illuminato mentre guardavano un candelabro …</i></b></div> &nbsp;<div>È vero, verissimo.</div><div> </div> &nbsp;<div><b><i>C’era un clima amichevole sul set? Qual era il rapporto con gli altri attori?</i></b></div> &nbsp;<div>Un rapporto meraviglioso. C’era grande condivisione, grande amicizia. Si trovavano anche momenti di leggerezza e simpatia.</div><div>Ricordo in particolare una sera. Faceva un freddo incredibile. Io, Massimo Girotti e Carlo Hintermann avevamo appena finito di girare in notturna a Caracalla, letteralmente congelati. A quel punto D’Anza ci disse di andare con lui nel set accanto a bere un grappino per scaldarci. Ci avviammo al buio in quei viottoli assolutamente isolati, ci girammo e non vedemmo più Girotti. Tornammo indietro chiamandolo a gran voce. Nessuna risposta. Tornai nel set che avevamo appena lasciato e lo trovai lì, in silenzio.</div><div>«Massimo, che fai lì? Dobbiamo andare via»</div><div>«Niente” mi rispose “Volevo vedere se avevo fatto bene la scena»</div><div>E lì, ovviamente, ci facemmo matte risate e lo prendemmo in giro, alimentando l’attenzione di tutti per le stranezze sul set.</div><div>Ho veramente uno splendido ricordo dei miei colleghi, dei miei amici. C’era anche Rossella Falk, una vera signora, un’attrice straordinaria.</div><div>Tra tutti noi si era instaurato un bel clima di goliardia, rispetto e professionalità. Leggerezza quando si poteva e grande serietà ed impegno.</div><div>Bei ricordi. </div> &nbsp;<div> </div><div><b><i>Un cast alla Altman: tanti grandissimi nomi del teatro tutti insieme</i></b></div> &nbsp;<div>Beh, erano lavori che valeva la pena fare. Anche se un attore non aveva tantissime scene, preferiva esserci, perché capiva la qualità del progetto e il sicuro ritorno di immagine e di pubblico.</div><div> </div> &nbsp;<div><b><i>Alla fine, era un concerto di bravure: l’armonia generale prescindeva dal numero di pose</i></b></div> &nbsp;<div>Proprio così. </div><div>Era una televisione completamente diversa. Pensi che noi provavamo su un tracciato, quello che poi andavamo a girare nei diversi luoghi di Roma, e già in quella fase facevamo alcuni movimenti, curavamo la recitazione, eravamo coinvolti sin dall’inizio. Adesso una cosa così non esiste più. Persino in teatro si fanno pochissime prove … È tutto cambiato. Devo dire che sono molto legato a quei tempi, perché era una gioia lavorare. Anche adesso, lo è, intendiamoci, ma c’è meno spazio, ci mettono bocca tante persone. Invece, allora …</div> &nbsp;<div> </div><div><b><i>In quale delle tante location romane si è sentito più intimamente legato al suo personaggio? Palazzo Mattei, dove Lucia si muove nella notte con un candelabro in mano? Oppure i vicoli di Trastevere, o, ancora, quelli intorno a via dei Coronari, via Margutta? &nbsp;</i></b></div> &nbsp;<div>Ovunque, devo dire. Roma ha una magia cui è impossibile sottrarsi. Comunque, devo dire che Trastevere era molto magico.</div><div>A quel quartiere lego più di un ricordo divertente. Io e Carla stavamo girando e c’erano molte persone affacciate alla finestra, incuriosite. Uno di loro scese e mi si mise vicino. Voleva a tutti i costi entrare nella scena. Continuava a ripetermi «Io sono amico tuo. Dove vai tu, vado anche io». All’inizio io cercavo di assecondarlo con gentilezza, ma, quando abbiamo capito che non se ne sarebbe andato sua sponte, arrivarono delle persone della produzione per farlo andare via. Questo episodio, però, fa capire quanto, allora, il mondo televisivo facesse parte della vita di tutti: non c’era persona che non si sentisse coinvolta, che non lo seguisse.</div><div>Sempre a Trastevere, poi, accadde un’altra cosa molto particolare. In uno dei vicoli, quello dove si girava la corsa di Carla, c’erano un paio di Cinquecento parcheggiate. Non disturbavano più di tanto, ma D’Anza voleva assolutamente il vicolo deserto e, così, chiamò due uomini abbastanza robusti che le sollevarono di peso e le portarono fuori dal vicolo. Scene che oggi non si vedrebbero più ...</div><div>Trastevere stesso è cambiato tantissimo. Allora era un piccolo paese. Lo erano quasi tutti i quartieri. Si respirava un’aria di intimità.</div><div> </div> &nbsp;<div><b><i>La magia di Roma. Ecco: quanto ha inciso Il Segno del Comando nel suo rapporto con Roma?</i></b></div> &nbsp;<div>Molto. Io sono di Pistoia e, quando venni a fare l’Accademia d’Arte Drammatica &nbsp;&nbsp;- &nbsp;era il ’58 - &nbsp;&nbsp;mi piaceva girare, perdermi per Roma. Amavo soprattutto la sua luce, i suoi tramonti, quella veste di antichità che indossa sempre, con la classe di una vecchia signora, a tratti un po’ maga. Ebbene, quando girai Il Segno del Comando, io ritrovai quelle sensazioni in me: il mio spirito era sempre attratto da certe bellezze con senso di meraviglia, di gioia; integrava l’interesse del personaggio. Posso dire che sono una persona molto gelosa della mia vita privata, non amo condividerla con nessuno, non accetto interviste su Pagliai uomo, perché ho un grande senso dell’intimità, però la mia vita privata entra nei miei personaggi. Sempre. Ci metto l’anima e ci metto i miei ricordi, le mie esperienze, il mio modo di essere, di sentire. Il palcoscenico è questo, in fondo: un posto dove si sale e si interpreta un personaggio rendendosi medium con il proprio corpo e la propria anima. Infatti noi attori siamo tutti “maledetti”, siamo “pazzi” che sanno di essere pazzi. Il coinvolgimento del pubblico risiede nel segreto dell’interpretazione, credo. &nbsp;Forse, in questo modo, ho reso vera, o, meglio, veritiera la finzione.</div><div> </div> &nbsp;<div><b><i>Sicuramente. E tutto questo si è riverberato anche sul pubblico, mi creda. Io stessa, in questo momento, sto intervistando due persone: Ugo Pagliai e Edward Forster, che è altrettanto vero, reale. Questo il pubblico lo deve alla eccezionale bravura sua e di tutto il cast, perché siete riusciti a trasformare uno sceneggiato in uno spaccato di vita ai confini con la magia, con il mistero.</i></b></div> &nbsp;<div>In effetti, ancora oggi sento molte persone che fanno vedere ai figli o ai nipoti Il Segno del Comando: che comprano il dvd. È rimasto nel cuore a molti. I personaggi sono stati un po’ degli amici, per il pubblico, delle persone di famiglia. E questo credo abbia generato la longevità del successo di questo sceneggiato.</div><div>Lei era molto piccola …</div><div> </div> &nbsp;<div><b><i>Avevo sette anni, ma lo vidi con grande interesse. Mi spaventai, anche, soprattutto durante la scena della seduta spiritica. Quell’estate approfondii con i miei genitori la vita di Byron. Fu uno stimolo enorme.</i></b></div> &nbsp;<div>Questo che dice mi fa un immenso piacere, perché vuol dire che, oltre ad una storia fantastica, abbiamo anche donato uno stimolo ad approfondire certi temi artistici. Oggi questa funzione la vedo più raramente. Da ragazzo prendevo spesso la bicicletta per fare la salita del San Baronto, che partiva da Candeglia e giungeva a Vinci. Lì mi fermavo a pensare a Leonardo, alla sua genialità, alla sua vita nata e cresciuta in quei paesaggi. Quest’anno c’è stata una fiction su di lui. Devo dire che, per ragioni contingenti, non ho potuto seguirla se non parzialmente, ma ho visto che c’era molta invenzione. Non che sia una scelta artistica sbagliata, intendiamoci, ma è differente da quanto accadeva negli anni Settanta. Del resto, il tempo passa e le cose è giusto che cambino. </div> &nbsp;<div><b><i>Sceneggiato: una parola che indica un mondo purtroppo svanito. Gli anni Settanta rappresentano l’epoca d’oro degli sceneggiati tv, dove regnavano i grandi attori di prosa e, con raffinato gusto teatrale, si realizzavano belle sceneggiature originali o riduzioni dei grandi classici della narrativa. Oltre a Il Segno del Comando, lei ne ha interpretati molti altri: Dimenticare Lisa, con la regia di Salvatore Nocita, La dama dei veleni, con la regia di Silverio Blasi, L’amaro caso della baronessa di Carini, Il giudice e il suo boia e Madame Bovary, tutti diretti da Daniele D’Anza … Ecco, dell’arte dello sceneggiato che ricordo ha?</i></b></div> &nbsp;<div>Un ricordo meraviglioso, ma non credo che possa tornare. Ora c’è un modo di lavorare completamente diverso. C’è un gusto particolare per gli effetti speciali, per la sensazionalità; si lavora molto con il computer. I mezzi sono completamente diversi. Più ricchi, da un lato, ma, forse, meno fantasiosi dall’altro. Noi lavoravamo anche in modo creativo, sull’improvvisazione, non solo gli attori, ma anche i registi, i tecnici. Ci si inventava soluzioni che oggi basta digitare un tasto e una macchina li fa per noi.</div><div>Ne La baronessa di Carini, ad esempio, c’era una scena girata in un mercato. Eravamo in Sabina. La scenografa creò un mercato con poche cose, ma era talmente vero, che io stesso mi meravigliai di come potesse aver creato un ambiente così reale nella finzione. Andò in giro per le case a chiedere oggetti vari … Dietro tutto ciò c’era uno studio accurato, una sorprendente creatività, ma anche una partecipazione di tante persone.</div> &nbsp;<div> </div><div><b><i>Maestro, io la ringrazio infinitamente per questa lunga e interessante chiacchierata. Spero di tornare presto ad applaudirla a teatro, quando i teatri torneranno nei pensieri di chi ci governa. Ha progetti, nell’immediato futuro?</i></b></div> &nbsp;<div>Questa pandemia ci ha messo a dura prova anche sotto il profilo professionale. Io spero di tornare presto su quelle tavole. Adesso sono i settecento anni dalla morte di Dante e anche io sto per rendere omaggio al Sommo poeta. Reciterò “Donne che avete intelletto d’amore …” tratto dalla Vita Nova.</div><div> </div> &nbsp;<div class="imTACenter"><b>**** ° ****</b></div><div class="imTACenter"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div>Bene, allora sarò in prima fila ad applaudirla. Intanto la ringrazio per questa sua preziosa testimonianza e saluto, con lei, anche il professore Edward Forster.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[dal libro <i>Storie di Roma. I tanti volti della Città Eterna</i>, giugno 2021, p. 103, in vendita su Amazon]</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 20:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[19 luglio 1943. Bombe su Roma]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Almanacco"><![CDATA[Almanacco]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000051"><div class="imTACenter"></div><div>Questo giorno, questo terribile giorno lo ricordo bene per averlo sentito narrare tante volte da mio padre, che l’ha vissuto. Ora non è più in questo lato della vita, ma la sua è una testimonianza che, come tutte le testimonianze, aiuta a comporre il puzzle della storia ed è giusto darle voce.</div><span class="fs12lh1-5">Ha 17 anni e vive nelle case popolari di via Sabotino, poco lontano da piazza Mazzini. È in cortile con il suo amico Candido.</span><br><div>L’eco del bombardamento di S. Lorenzo si risente in tutta Roma.</div><div>Una vicina interroga mia nonna:</div><div><i>«Sora Eveli', che succede?»</i></div><div><i>«Non lo so. Chiediamo al generale»</i></div><div>Il generale, in realtà, è appena tenente. Due ferite gravi nella Grande Guerra e una gamba lesa lo hanno fatto passare di grado, tra la gente del quartiere; è quello che, di solito, nel rifugio, scandisce il bombardamento battendo il suo bastone a terra e sembra che le bombe siano più vicine di quello che sono. È una delle massime autorità militari, da quelle parti. L'altra è mio nonno. Tre guerre: Libia come volontario a 19 anni, Prima Mondiale come soldato; Seconda Mondiale come tenente dei Granatieri, tre croci al merito ... In quei giorni, però, è di stanza fuori Roma.</div><div>Nessuno sa niente. Dalle finestre, voci materne richiamano i ragazzi. C’è chi corre nelle cantine, chi avvicina la poltrona alla radio, alzando il volume. Poi tutto si ferma, tutto tace. Le notizie che giungono sono allarmanti.</div><div>In casa Bonsignori si trema. Una vicina di casa, la sora Pasqua, riferisce il bollettino: «Dicono che hanno bombardato S. Lorenzo. Oh Giuseppe e Maria! Non è rimasto niente».</div><div>Mia nonna richiama papà:</div><div><i>«Luciano, Luciano …»</i></div><div>La sua voce si è alzata di un paio di ottave; è tremula. Papà accorre.</div><div><i>«Prendi la bicicletta, corri. Vai a vedere se trovi gli zii. Avrebbero dovuto essere in casa, a quest’ora…».</i></div><div>Vivono a S. Lorenzo.</div><div>Mio padre prende la bicicletta: via Sabotino, piazza Mazzini, lungotevere, e poi su, fino a Castro Pretorio. Una densa nube di polvere e macerie in lontananza. Ancor prima di arrivare nel cuore di S. Lorenzo, le macerie gli impediscono di pedalare. Scende dalla bici e la porta in spalla. Sa bene dove abitano gli zii, ma è disorientato. Non ha più riferimenti. Sente solo l’odore acre del fumo, della polvere e si preme un fazzoletto davanti alla bocca; sente gli occhi bruciare; sente voci lontane che invocano aiuto da sotto le macerie. Dà una mano ad un paio di persone. Cerca gli zii disperatamente. Di loro nessuna traccia. Dopo qualche ora, torna a casa con il cuore a pezzi per aver visto quello che a diciassette anni non si dovrebbe vedere; quello che non si dovrebbe vedere mai, a nessuna età. Ad accoglierlo, però, ci sono anche gli zii che aveva cercato invano. Non erano in casa, al momento del bombardamento.</div><div>Purtroppo, a quasi duemila persone non andò altrettanto bene.</div><div><i> </i></div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[dal libro <i>Roma. I tanti volti della Città Eterna</i>, giu. 2021, p. 145]</div><div><br></div><div> </div><b class="fs12lh1-5">Foto di Pubblico Dominio (da Wikipedia)</b></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 18:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Segno del Comando cinquant'anni dopo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004F"><div class="imTACenter"></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal 16 maggio al 13 giugno 1971 la Rai trasmise uno sceneggiato destinato ad entrare nella storia della televisione. Si tratta de Il Segno del Comando, regia di Daniele D’Anza e un cast strepitoso: Ugo Pagliai, Carla Gravina, Rossella Falk, Massimo Girotti, Carlo Hintermann, Franco Volpi, Paola Tedesco, Silvia Monelli … Erano gli anni in cui la televisione si avvaleva degli attori di prosa e offriva prodotti televisivi di altissima qualità interpretativa. Quindici milioni di spettatori a puntata e uno strascico di parole che serpeggiavano tra il pubblico per giorni e giorni, tra una puntata e l’altra. Lo ricordo bene.</span><br></div><span class="fs12lh1-5">Nonostante nel 1971 io avessi solo sette anni, Il Segno del Comando mi tenne incollata al video, facendomi trascorrere l’estate ad approfondire, con l’aiuto dei miei genitori, la poesia di Byron e il significato dei simboli esoterici, del mondo dell’occulto. Ero un’inquietante bimbetta secchiona, una “nerd letteraria”, me ne rendo conto, ma il punto non è questo, è che il pregio di certe opere risiede nella capacità di stimolare le persone, di qualunque età e di qualunque estrazione culturale, ad andare oltre i loro confini intellettuali, a lasciarsi catturare dalla curiosità di esplorare l’inesplorato.</span><br><div>Il Segno del Comando è un capolavoro della “narrativa televisiva”, è la storia che avrei voluto scrivere e che altri hanno scritto prima di me, come dico sempre: un perfetto intreccio tra accadimenti e interno psichico, un cocktail letterario sublime.</div><div><b><br></b></div><div><b>Che storia affascinante!</b></div><div>Un professore inglese di Letteratura, Lancelot Edward Forster, scopre alcuni diari inediti di Byron e giunge a Roma dalla natia Inghilterra su duplice invito: da un lato, il British Council lo chiama a tenere una conferenza sulla sua scoperta in occasione della settimana di studi byroniani, dall’altro un certo Marco Tagliaferri, pittore, gli invia una fotografia in cui sarebbe raffigurata la piazza descritta da Byron in una di quelle pagine inedite … <i>«21 aprile 1817, notte, ore 11. Esperienza indimenticabile, luogo meraviglioso, piazza con rudere di tempio romano, chiesa rinascimentale e fontana con delfini. Messaggero di pietra, musica celestiale e tenebrose presenze»</i>. Quella foto sconfessa lo studioso che, nell’articolo pubblicato per presentare la propria scoperta, aveva definito quel luogo frutto di pura fantasia.</div><div>Forster, dunque, giunge a Roma per partecipare alla conferenza, ma soprattutto per incontrare questo Tagliaferri, incuriosito da quella foto. Poco dopo il suo arrivo, si reca all’indirizzo di Tagliaferri, in via Margutta 33 interno 13; gli apre Lucia, una splendida ragazza che gli dà appuntamento per la sera in piazza di Spagna: l’avrebbe condotto lei ad incontrare il Tagliaferri. Il prof. Forster, però, nel pomeriggio apprende che il pittore Tagliaferri è morto da cento anni e che l’unico Tagliaferri che abita ancora nel palazzo di via Margutta &nbsp;&nbsp;- e non nella casa in cui Forster ha incontrato Lucia - &nbsp;&nbsp;è un suo discendente, un militare in pensione collezionista di orologi antichi. È tutta una burla? È il gioco di uno squilibrato? Affascinato dal mistero ma anche dalla bellezza di Lucia, Forster va comunque all’appuntamento, deciso a farle confessare l’ordito truffaldino ai suoi danni. Si recano alla Taverna dell’Angelo, in Trastevere, ma, dopo qualche bicchiere di vino, Forster si sente male e sviene. Si risveglia nella sua macchina. Non riesce a ritrovare l’osteria, che, peraltro, nessuno, in zona, conosce; non trova la sua valigetta, contenente i microfilm con il diario inedito di Byron; e di Lucia, ovviamente, nessuna traccia. Di quella serata assurda gli resta solo il medaglione che lei aveva appeso al collo e che lui trova sul sedile della sua auto.</div><div>Da qui ha inizio un’intricata trama che, accanto ad una giovane studiosa di antichità, ad un affascinante funzionario britannico, accanto ad una vecchia amica inglese e al suo compagno, un antiquario di dubbia reputazione, accanto ad un nobile romano e ad una cerchia di esperti di arte antica, accanto ad appassionati di esoterismo e negromanzia, vedrà il prof. Forster sulle tracce del codice segreto nascosto nelle parole di Byron, soprattutto in un verso oscuro: <i>«Voltai le spalle al Signore e m’incamminai sui sentieri del peccato. Voltai le spalle al Signore e quando il tempo finì seppi che ero giunto dove non dovevo. Diritta è la strada del male. Ma quando lo compresi, la strada era finita e anche l’anima mia, perché avevo voltato le spalle al Signore»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><br></b></div><div><b>Un’intrigante novità</b></div><div><i>Il Segno del Comando</i> inaugura un genere che unisce sapientemente il giallo, la spy story e l’esoterismo, anticipando i grandi thriller del XXI secolo, che, tuttavia, non presentano analoga eleganza stilistica e raffinatezza culturale.</div><div>La moda era nata qualche anno prima. Nel 1966 lo sceneggiato francese <i>Belfagor</i>, con una bravissima Juliette Gréco diretta da Claude Barma, aveva spopolato anche in Italia, ripetendo il successo francese dell’anno precedente. Ho il dvd e lo rivedo volentieri, di quando in quando, sebbene vi rintracci non poche ingenuità ed una certa “staticità”. Nel 1969 era stata la volta del <i>Jekyll</i> di Stevenson, che Giorgio Albertazzi, nella duplice veste di attore e di regista, aveva ambientato, con ottima intuizione, in epoca contemporanea.</div><div><i>Il Segno del Comando</i>, però, porta il genere “thriller esoterico” al più alto livello di critica e di pubblico, tanto che, negli anni seguenti, la televisione, sulla scia del suo straordinario successo, realizza altri sceneggiati incentrati sul mistero e sul paranormale: <i>E.s.p.</i> (1973) con il grandissimo Paolo Stoppa, sempre con la regia di Daniele D’Anza; <i>Ritratto di Donna Velata</i> (1975), con Nino Castelnuovo, Daria Nicolodi e Massimo Serato diretti da Flaminio Bollini, quello stesso Bollini che, come vedremo, scrisse con Giuseppe D’Agata la sceneggiatura de <i>Il Segno del Comando</i>; <i>Il Fauno di Marmo</i> (1977), con Orso Maria Guerrini e Marina Malfatti e la regia di Silverio Blasi; <i>La Dama dei veleni </i>(1978), sempre diretto da Silverio Blasi, con Ugo Pagliai e Susanna Martinková; <i>Racconti fantastici </i>(1979), tratto dai racconti di Edgar Allan Poe e ambientato nella casa Usher, con Philippe Leroy, Nino Castelnuovo e Janet Agren, diretti da Daniele D’Anza, ancora una volta lui, il maestro dello sceneggiato esoterico. Se vogliamo, anche <i>L’Amaro Caso della Baronessa di Carini</i> (1975), sempre diretto da Daniele D’Anza, con il versatile e bravissimo Ugo Pagliai e con Janet Agren, può annoverarsi in questa produzione, poiché all’intreccio storico unisce la suspense per un antico delitto che sembra riaffacciarsi nel presente; e così <i>Malombra</i> (1974) con Marina Malfatti e Giulio Bosetti, diretti da Raffaele Meloni, dal momento che trae spunto dal romanzo di Fogazzaro, ove si tocca il tema della reincarnazione di un’anima &nbsp;inquieta.</div><div><i>Il Segno del Comando</i>, però, svetta sugli altri, frutto di una storia ben costruita, di una regia ineccepibile, di un luogo suggestivo come solo Roma sa essere, e di un livello davvero alto nella recitazione.<i> </i>Carla Gravina si muove con assoluta grazia nella gabbia di mistero che la imprigiona e Ugo Pagliai buca lo schermo con l’eleganza e l’intensità interpretativa che lo contraddistinguono; porta lo spettatore dentro la storia. Ha una tale varietà espressiva che, sul suo volto, si riesce a percepire persino il pensiero del personaggio. È una magia che porta ovunque vada. Lo seguo a teatro da sempre e non mi stanco mai di applaudirlo. Ho ancora nel cuore un <i>Re Lear</i> di qualche anno fa al Globe. Fantastico. Rossella Falk, poi … Rossella Falk è sempre stata una delle mie attrici preferite. Ebbi il privilegio di fare con lei una lunga chiacchierata sul teatro quando venne al Circolo Canottieri Roma, poco prima della sua scomparsa, per parlare del <i>suo</i> teatro Eliseo. Una donna incantevole e un’interprete sublime che serberò sempre nei miei ricordi teatrali, in particolare nel ruolo di Elisabetta I nella <i>Maria Stuarda</i> di Shiller con Valentina Cortese. Anche Massimo Girotti ho amato molto. Bellissimo, atletico, versatile nei tanti ruoli interpretati per il cinema e il teatro; e così Carlo Hintermann. Quanto a Franco Volpi, serissimo attore teatrale e cinematografico, resta indelebile, nei miei ricordi di bambina, sia come principe Anchisi, sia come giudice della serie Maigret con Gino Cervi, e, ovviamente, come testimonial della China Martini accanto al compianto Ernesto Calindri, oltre che nei tanti altri ruoli interpretati nei film e negli sceneggiati dell’epoca, come il bel poliziesco <i>Il giudice e il suo boia</i>, tratto da un romanzo di Dürrenmatt, accanto ad Ugo Pagliai, Glauco Mauri e Paolo Stoppa.</div><div>E vorrei spendere una parola anche sull’incantevole Luciano Luisi, giornalista e scrittore, che, nella prima puntata, in un piccolo cameo, interpreta se stesso, ossia un giornalista televisivo chiamato al British Council per presentare la conferenza che avrebbe tenuto Edward Forster di lì ad una settimana: la sua dizione perfetta, l’eleganza della sua esposizione, la cultura che esprime sono quelle della televisione di quei tempi, la televisione della mia infanzia. Una professionalità che spesso, oggi, si è costretti a rimpiangere.</div><div>Persino la colonna sonora originale de <i>Il Segno del Comando</i>, firmata dal Maestro Romolo Grano, diventa un cult della musica romana, tanto che la canzone <i>Cento Campane</i>,<i> </i>una “ballata pop”, che narra in musica un amore complicato e sorprendente, è ancora oggi un classico della canzone dialettale. Il testo viene scritto dall’immenso Fiorenzo Fiorentini e interpretato da Nico Tirone, il cantante del gruppo <i>Nico e i Gabbiani</i>, anche se altrettanto famosa è la cover di Lando Fiorini, soprattutto dopo la sua performance a Canzonissima due anni dopo la trasmissione dello sceneggiato.</div> &nbsp;<div><i>«Nun me lo di’ stanotte,</i></div><div><i>a chi hai stregato er core;</i></div><div><i>la verità fa male,</i></div><div><i>lasciame ‘sta visione pe’ spera’.</i><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>Din-don, din-don, amore,</i></div><div><i>cento campane stanno a di’ de no,</i></div><div><i>ma tu, ma tu, amore mio,</i></div><div><i>si m’hai lasciato ancora nun lo di’.</i><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>No, nun lo di’, nun parla’.</i></div><div><i>Sei una donna o una strega chissà?</i></div><div><i>Me resta ‘na speranza, la speranza de quer sì ….</i><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>Din-don, din-don, amore,</i></div><div><i>pure le streghe m’hanno detto no,</i></div><div><i>ma tu, ma tu, amore mio,</i></div><div><i>si m’hai stregato dimmelo de sì».</i></div><div> </div><div><b><br></b></div><div><b>Roma e i suoi misteri</b></div><div>Flaminio Bollini e Giuseppe D’Agata, affiancati da Dante Guardamagna e Lucio Mandarà, buttano giù le prime idee per il soggetto sin dal 1968, ma la sceneggiatura vera e propria la realizzano solo Bollini e D’Agata, legati da un sodalizio artistico ed amicale che facilita il lavoro comune. Completa l’opera la splendida regia di Daniele D’Anza, che partecipa anche alla sceneggiatura. Tutti e tre, due milanesi e un bolognese, contribuiscono a creare una Roma a tratti onirica e a tratti reale, una Roma che nemmeno il più radicato dei romani avrebbe potuto tratteggiare con tanto amore e fascino per il suo naturale senso del mistero, un mistero che, attraverso diverse vicende, corre verso un fulcro esistenziale importantissimo, quello del rapporto tra vita e morte.</div><div>La prima impressione che si ha guardando lo sceneggiato è quella di una città dove regnano solitudine e silenzio: rumore dei passi sul selciato, strade deserte, portoni dove governa la quiete, case dove risuona il ticchettio degli orologi, biblioteche dove si muovono personaggi appassionati di storia locale, che sembrano vivere all’interno della materia studiata. Più che una città è un portale sulla linea del Tempo e presenta luoghi noti e meno noti persino agli stessi romani, come i vicoli di Trastevere, quelli intorno a via dei Coronari, l’Isola Tiberina, il Caffè Greco, la Biblioteca Angelica, il bel chiostro di S. Salvatore in Lauro, via Margutta, dove viene collocata l’abitazione del pittore Tagliaferri … un flashback dello sceneggiato esce prepotentemente dai miei ricordi: <i>«Dica, che vole?»</i> chiede la portinaia al prof. Forster e, nel sentire che sta cercando la casa di un pittore, replica con tono polemico <i>«Qui non c’è nessun pittore. Stanno dall’altra parte, i pittori!»</i>; dall’altra parte di quel condominio fatto di cortili interni, ballatoi e piani rialzati.</div><div>Non è casuale la scelta di via Margutta. È sempre stata la “via dei pittori”, frequentata, anni addietro, dal gotha dell’arte contemporanea, da persone del calibro di Picasso, Severini, Guttuso, Burri, De Chirico, è ancora oggi sede di un’importante mostra di strada <i>I Cento Pittori di via Margutta</i>, dove, in passato, hanno esposto molti artisti famosi, come Luba Simansky, Rinaldo Caressa, Roberto Micheli, Franco Dore e, naturalmente, lei, la regina della Dolce Vita romana, Novella Parigini, che ricordo sempre amabile con la me bambina. Andavo tutti gli anni alla mostra, con i miei genitori, e la trovavo lì, seduta sulla sua seggiola pieghevole, con i vestiti ampi e i capelli biondissimi. Restavo a lungo ad ammirare i suoi quadri, gli occhi magnetici dei suoi gatti e delle sue Madonne.</div><div>Anche ne <i>Il Segno del Comando</i>, come in ogni opera di fantasia, soprattutto di stampo cinetelevisivo, luoghi reali si intrecciano con luoghi inesistenti, frutto dell’arte e dell’ingegno di abili scenografi e scenotecnici. Di solito nessuno è in grado di distinguerli con chiarezza. Non in questo caso, però. È stato tale il successo dello sceneggiato che in molti si sono dedicati a cercare corrispondenze, ad improvvisarsi cartografi per individuare strade, palazzi, chiese … Una sorta di caccia al tesoro per buttare giù uno stradario utile a veri e propri pellegrinaggi: la Taverna dell’Angelo, ad esempio, è un luogo costruito ad hoc, ma esiste il vicolo in cui lo hanno collocato, vicolo del Piede, a Trastevere; le scene relative alla chiesa di S. Onorio al Monte sono state in gran parte girate a S. Gregorio al Celio; anche la dimora del principe Anchisi, nelle cui stanze immerse nella notte si aggira la misteriosa Lucia vestita di bianco con un candelabro in mano, è reale, anche se non riconducibile a tale schiatta, trattandosi del bellissimo palazzo Mattei Di Giove, in via Caetani, alle spalle di largo Argentina, oggi sede del Centro di Studi Americani e della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea.</div><div>In una Roma pregna di magia e di malia, in questa storia magnetica, che tocca in modo elegante e appassionante i temi dell’occulto, i personaggi si muovono con un’armonia tale da rendere tutto assolutamente credibile. Persino per gli interpreti. Già … a quanto pare, l’ordito narrativo è tanto coinvolgente da aver creato un velo di suspense soprannaturale anche sul set. Narra D’Agata: <i>«La troupe tecnica e gli attori mi hanno riferito, scherzando ma non troppo, che durante la lavorazione si verificarono dei piccoli inspiegabili incidenti: fondali che crollavano, luci che si spegnevano senza motivi apparenti, porte che si aprivano quando dovevano restare chiuse … Normali contrattempi ingigantiti dalla suggestione»</i>.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>Byron, il soggetto perfetto</b></div><div>Devo dire che i diari di Byron sono un aggancio narrativo ideale. Il poeta inglese ha scritto, infatti, molte pagine di diario, e, per la vita che ha condotto e gli scritti che ha lasciato, rappresenta certamente un soggetto esemplare per dar luogo ad un intrico esoterico.</div><div>Byron è l’icona del poeta istrionico, stravagante, iniziato all’ermetismo e alle arti magiche, curioso dell’invisibile.</div><div>Tra aprile e maggio 1817 egli si reca a Roma e alloggia al civico 66 di piazza di Spagna, a pochi passi dalla casa dove Keats morirà quattro anni dopo e dove anche Shelley soggiornerà, oggi interessante museo letterario del romanticismo inglese.</div><div>Piazza di Spagna è un luogo frequentatissimo dalla maggior parte degli inglesi di allora.</div><div>A Roma Byron si trattiene circa venti giorni e non si risparmia un attimo: scrive il terzo atto del <i>Manfred</i>, cavalca quotidianamente, entra in una cerchia di persone dedite all’esoterismo e, con loro, si reca a visitare i tesori più magici della città, come la Porta Ermetica di piazza Vittorio o la Domus Aurea; resta romanticamente affascinato dal palazzo Borgia; vede Roma <i>«come un </i>tutto<i>, </i>antica<i> e </i>moderna<i>»</i>, superiore alla Grecia e a Costantinopoli. È catturato nel vortice della sua esaltazione poetica, di un romanticismo privo di confini tra lecito e illecito, tra luci e tenebre.</div><div>Non evita nemmeno i rituali più macabri, infatti. Assiste persino ad un’esecuzione pubblica, che, tuttavia, suscita in lui contrastanti sentimenti di attrazione e repulsione: <i>«Il giorno prima di partire per Roma vidi ghigliottinare tre ladroni»</i> scrive a John Murray <i>«La cerimonia, comprendente i preti mascherati, i boia seminudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il palco, i soldati, la lenta processione, il rapido crepitio e la pesante caduta della scure, lo schizzo del sangue e l’orrore delle teste esposte è nell’insieme più impressionante del volgare e poco signorilmente sporco </i>new drop<i> e della canina agonia inflitta alle vittime della sentenza inglese»</i>.</div><div>Byron “sente” il romanticismo di Roma e lo traduce in romanticismo poetico: decanta in strada versi, abbigliato in modo elegante ed eccentrico al contempo, sfoderando la spada, dando spettacolo di sé. Roma racchiude ogni ideale byroniano: bellezza e decadenza, vita e morte.<i></i></div><div>Aver scelto Byron per dare il <i>la</i> ad un thriller esoterico, dunque, è stato un autentico colpo di genio. Ogni mistero romano, ogni codice segreto racchiuso nelle parole del romantico George, quand’anche non scritte da lui, è assolutamente credibile. Se, poi, lo si unisce alla vita di una Roma passata si ottiene la mistura perfetta per uno sceneggiato di successo.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>Dallo sceneggiato al romanzo</b></div><div>Ecco, <i>sceneggiato</i>, parola magica, per me; apre la porta su un mondo d’arte ormai perduto negli angusti, ripetitivi, banali meandri della fiction e della sit-com.</div><div>L’epoca degli sceneggiati a puntate, durata, con qualche strascico, fino agli anni Novanta, era l’epoca delle storie create per la televisione, ma anche della trasposizione televisiva dei grandi classici, delle biografie di artisti e personaggi storici, che, oltre al diletto, miravano anche all’acculturazione delle masse dei non lettori.</div><div>Una forma d’arte di cui molti auspicano il ritorno, molti tranne i produttori, a quanto pare. Guai a proporre uno <i>sceneggiato</i>. Guai anche solo a pronunciare questa parola! Io ci provai qualche anno fa. Ti guardano come l’ultimo dei dinosauri e, convinti di trovarsi davanti a un pazzo o ad uno stolto, ti chiedono di seguire il labiale mentre dicono: <i>«È roba sorpassata»</i>.</div><div>Quella <i>roba sorpassata</i>, tuttavia, è ancora oggi venduta in dvd, a distanza di cinquant’anni; è vista ed apprezzata; è ricordata con passione e nostalgia; è manifestazione di buona regia, di prestigiosa interpretazione e di bella penna.</div><div>E sulla bella penna, per mia inclinazione naturale, non posso non soffermarmi. <i>Il Segno del comando</i> gode di una sceneggiatura ineccepibile, che traspare prepotentemente anche dalle pagine del romanzo pubblicato da D’Agata con Rusconi sedici anni dopo la messa in onda dello sceneggiato. È un romanzo, ma si percepisce sin dalla lettura delle prime righe che è stato scritto partendo dalla sceneggiatura:<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>«Una berlina nera targata Gran Bretagna si arrestò davanti ad un austero portone di via Margutta, all’altezza dello stabile contrassegnato dal numero 53/B. L’auto &nbsp;&nbsp;- una Jaguar un po’ vecchiotta - &nbsp;&nbsp;era molto impolverata, come se avesse compiuto un lungo viaggio …»</i>.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Basterebbe sostituire il tempo presente al passato remoto per ritrovarci sul set.</div><div>Ciò che rende interessante questo romanzo, al di là del piacere di ripercorrere anche in lettura il bell’intreccio narrativo, è trovarvi i particolari eleminati o cambiati in sede di realizzazione televisiva e, soprattutto, scoprire il finale alternativo, quello originariamente scritto da D’Agata e Bollini e, poi, modificato seguendo i suggerimenti di D’Anza, della produzione, degli attori … Un finale che, senza voler, qui, rivelare la soluzione dell’intreccio, si aggancia ad una parola della canzone scritta da Fiorentini, che, altrimenti, non si spiegherebbe. Quale? Il mio suggerimento è di vedere lo sceneggiato, o rivederlo, e di leggere il libro in biblioteca o acquistandolo nel circuito dei libri fuori commercio, come ho fatto io.</div><div>Accade spesso, nel mondo dello spettacolo, di scrivere anche in base ai suggerimenti di chi deve dirigere o interpretare. Anche Shakespeare sembra abbia modificato le sue opere in base alle istanze degli attori. Tuttavia, da scrittrice, non posso non tenere in gran conto le parti tagliate e quelle modificate: aiutano ad entrare nella testa dell’Autore. È un’indagine, una scoperta, una trama anche quella.</div> &nbsp;<div><b>1992: un remake da dimenticare</b></div><div>Ovviamente, come tutti i capolavori, anche <i>Il Segno del Comando</i> ha avuto i suoi emulatori e discorso a parte merita il cosiddetto <i>remake</i> del 1992, con la regia di Giulio Questi, un film che di remake ha poco: della storia originale c’è solo qualche accenno, nulla di più. D’Agata firma la sceneggiatura accanto a Questi e a David Grieco, ma non si percepisce più la magia della storia originale. Nasce pochi anni dopo l’uscita del romanzo. Forse, c’era il desiderio di promuovere il libro con un’opera cinematografica che si sperava ripercorresse lo stesso successo dello sceneggiato con il mutato “sentire” degli anni Novanta. Tentativo non riuscito.</div><div>La vicenda è ambientata tra Londra e Parigi, città incantevoli, ma prive di quell’antica magia romana sempre in bilico tra sacro e profano. A Londra vediamo come Forster entra in possesso dei diari di Byron, una ricettazione al confine con la dannazione eterna. È un personaggio che non ha nulla a che fare con la raffinatezza culturale e il savoir-faire del suo omonimo degli anni Settanta: si introduce in casa di altri senza permesso, abbandona una donna in una strada deserta di notte, si lascia mettere in difficoltà durante la sua conferenza e perde le staffe … Non parliamo, poi, del fascino: il nuovo Forster non ne possiede un’oncia.</div><div>Il film è lentissimo e le scene sono scollate le une dalle altre da stacchi sgraziati: una sorta di alfabeto morse narrativo e scenico che dovrebbe generare suspense. A me ha generato solo sbadigli. Di sicuro, dipende anche dal fatto che nasceva come film in due puntate e che fu poi messo in onda in un’unica soluzione, tagliato della metà. La versione integrale è stata trasmessa dalle reti Fininvest nel 2006, ma mi è piaciuta persino meno di quella tagliata, il che è tutto dire.</div><div>Il commento musicale è monotono e martellante, lontano anni luce dalla raffinata armonia delle musiche di Romolo Grano. Persino la misteriosa frase attorno alla quale ruota parte dell’intreccio, quella che, nel 1971, iniziava con <i>«Voltai le spalle al Signore … »</i>, qui è stata semplificata e banalizzata; trasformata in una poesiola da sussidiario in facilissima rima baciata: <i>«Le spalle all’Angelo voltai e sul sentiero del peccato camminai. Le spalle all’Angelo voltai, dodici passi, dodici rintocchi per giunger là, dove non sia mai»</i>.</div><div>E andrebbe steso un velo pietoso anche su una parte degli interpreti. Capisco che misurarsi con attori di prosa del calibro di Ugo Pagliai, Rossella Falk, Carla Gravina, Massimo Girotti, Franco Volpi … deve essere stato difficile, ma qualcosina in più si poteva anche fare. Robert Powell, il Gesù di Zeffirelli, che interpreta il ruolo di Forster, ha un’unica espressione per tutto il film e quando l’abbandona per raccontare dolore o paura sembra colto da mal di denti. Una giovanissima Elena Sofia Ricci è decisamente più varia nelle sue espressioni, così il sempre bravo Paolo Bonacelli, ma entrambi si misurano con personaggi tagliati male; e poco possono fare gli attori, in questo caso. Gli altri giocano il ruolo di ombre ed è un peccato perché, non avendo modo di esprimersi, depauperano l’intreccio narrativo.</div><div>Il buio impera. Il gusto gotico dei volti illuminati e statici nell’oscurità, con cui D’Anza aveva decorato alcune piccole parti dello sceneggiato, qui straripa. E sarebbe già un successo se il buio fosse solo quello fisico. È buio il film in sé e per sé. Le battute sono banali e, spesso, incomprensibili. Mi perplime, ad esempio, il fatto che un prete, parlando con enfatica ammirazione di una composizione d’organo, la definisca <i>«sospesa tra Paradiso e Inferno»</i>. Un prete non avrebbe mai menzionato l’Inferno per esaltare una musica, nemmeno in un thriller esoterico.</div><div>Persino l’oggetto che rappresenta il segno del comando è inguardabile, inelegante, pacchiano.</div><div>Infine, un po’ di nudo femminile integrale, assolutamente fuori contesto e privo di senso, confeziona il tutto per quello che è: un tentativo mal riuscito di catturare l’attenzione del pubblico. Nel complesso è un capitolo cinetelevisivo da archiviare nel dimenticatoio.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[dal libro <i>Roma. I tanti volti della Città Eterna</i>, Amazon Publishing, giugno 2021, p. 89]</div><div> </div><div><b> </b></div><div><b>© Foto di Raffaella Bonsignori – Roma, Palazzo Mattei di Giove (particolare del camminamento di Lucia)</b></div> &nbsp;<div><b>Per approfondire</b></div><div><b>Giuseppe D’Agata</b>, <i>Il Segno del Comando</i>, Rusconi, Milano, 1987</div><div><b>Masolino D’Amico</b> (a cura di), <i>Lord Byron. Vita attraverso le lettere</i>, Einaudi, Torino, 1989</div><div><b>Daniele D’Anza</b> (regia), <i>Il Segno del Comando</i>, dvd Elleu Multimedia su licenza Rai Trade, voll. 1-2, 2002</div><div><b>Gabriele La Porta</b>, <i>George Gordon Byron il romantico lord</i>, in Roma ieri, oggi e domani, 1989, n. 8, p. 76</div><div><b>André Maurois</b>, <i>Byron</i>, Corbaccio, Milano, 1931</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 16:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Checco Durante. Una vita tra teatro e poesia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000080"><div class="imTACenter"></div><div><i class="fs12lh1-5">Dicembre 1973. Ho nove anni. Sono andata a vedere una commedia di Checco Durante al teatro Rossini di Roma. Alla fine, come suo costume, Checco recita per il pubblico una delle sue poesie. Data la vicinanza delle feste natalizie, ha scelto </i><span class="fs12lh1-5">La Befana</span><i class="fs12lh1-5">, un commovente quadro che vede protagoniste una bambina ricca, che sta in un negozio di giocattoli per scegliere una bambola insieme alla mamma, e una bambina povera, al di là della vetrina </i><span class="fs12lh1-5">«cor nasino appiccicato, sfranto su cristallo … co’ certi occhietti neri, che già pareno pieni de pensieri»</span><i class="fs12lh1-5">. Ha solo un desiderio, quella bimba: </i><span class="fs12lh1-5">«sotto a quer vestitino ch’è uno straccio, nun sente manco er mozzico der ghiaccio, manco er gelo dell’acqua indove sguazza; lei vede solamente la pupazza, bella come ‘na fata, che, assai più fortunata de lei che nun ce l’ha, po’ dì papà e mammà»</span><i class="fs12lh1-5">. A nove anni, con le mie splendide bambole che mi aspettano a casa, con i miei amorevoli genitori che mi accudiscono, mi tocca nel profondo il pensiero delle bambine meno fortunate di me. Di fronte a quelle parole, dunque, piango in silenzio e applaudo con il cuore ancor prima che con le mani.</i><br></div><div><i>Alla fine dello spettacolo andiamo a trovarlo in camerino. Ho ancora gli occhi lucidi e stringo tra le braccia il libro di Checco, </i>I miei ricordi, le mie poesie<i>. Voglio una dedica. Il camerino mi sembra grande, immenso, e tanto, tanto affascinante nel suo disordine </i>artistico<i>: abiti sparsi, due sgabelli di legno sormontati da cuscini di velluto rosso, un grande specchio sopra un tavolo di legno con i cosmetici di scena, una caraffa d’acqua e due bicchieri, scatole di latta e fogli dattiloscritti. Mio padre si presenta. Nome e cognome. Checco ingigantisce gli occhi e gli chiede se non sia parente di Armando e di Renato Bonsignori. Renato era mio nonno e Armando suo fratello. Papà sa dei trascorsi teatrali di suo zio, che, negli anni della prima giovinezza, con lo spirito della ribalta nel cuore, aveva per qualche tempo tentato la fortuna nel teatro. Checco lo abbraccia con l’affetto di un vecchio amico: </i>«Ani’»<i> dice alla moglie </i>«Sai chi è? È er nipote de Armando Bonsignori, er fijo de Renato … Te ricordi?»<i>. E Anita si avvicina sorridente, con le ciabatte di scena in una mano e l’altra pronta a stringere la nostra</i>: «Che piacere!»<i>.</i></div><div><i>Ecco, </i>piacere<i> è proprio la parola giusta per descrivere quell’incontro.</i></div><div><i>Ho ancora davanti agli occhi le mani grandi di Checco, il suo viso rotondo e sorridente; sento la grazia delle sue carezze sulla testa e dei suoi ganascini: </i>«La nipote de Renato … Ma dimme te! Quanto sei bella!»<i>. Nota i lucciconi nei miei occhi: </i>«Ma che t’ho fatto piagne co’ la poesia? Anima bella, fossero tutti bboni come te!»<i>. A quel punto anche a mamma scendono due lacrime e la cosa porta tutti a riderci sopra. Gli porgo il libro, troppo emozionata per parlare, e mi scrive la dedica.</i></div><div><i>Da allora non abbiamo mai smesso di andare ad applaudirlo e, anche dopo la sua scomparsa, avvenuta di lì a tre anni, non abbiamo perso i contatti con Anita, con le figlie, Leila e Luciana, con Enzo Liberti, il marito di Leila, che sostituì Checco sulla ribalta.</i></div><div><i>A vent’anni ho intervistato Anita e, con mio padre, la sono andata a trovare a casa più di una volta. In quelle occasioni abbiamo parlato di teatro e di cinema, mi ha raccontato i retroscena di </i>Un Americano a Roma<i>, dove lei aveva interpretato il ruolo della mamma di Alberto Sordi, e mi ha fatto dono di alcune foto di scena che la ritraggono sul palcoscenico insieme a Checco, nella speranza che, prima o poi, avrei scritto un libro sul Rossini dei Durante. L’avevo in progetto, ma è uno dei tanti dattiloscritti incompiuti rimasti nel cassetto. Oggi sono felice di rendere finalmente onore, anche se solo con un articolo, a quell’antica promessa.</i></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><span class="cf1">Francesco Durante, per gli amici Checco</span></b></div><div>Checco Durante, classe 1893, è una pietra miliare del teatro dialettale romano.</div><div>Nasce nel cuore della sua città, in via dei Salumi, a Trastevere, e vive una vita segnata da perdite importanti: suo padre muore che lui ha appena diciotto mesi e suo fratello cade nella Grande Guerra. Entrambi erano uomini di animo nobile; erano pragmatici e sognatori al contempo; amavano scrivere poesie.</div><div>Legge tantissimo: Sienkievitz, Gorkji, Tolstoj, Cecov, Dostoevskij, Zola, Balzac e tutti gli autori italiani, soprattutto i contemporanei. È incline alla narrativa e alla poesia. A quei tempi Trilussa imperversa e Checco lo ammira molto. Gli fa dono di <i>Acquarelli</i>, la sua prima raccolta di poesie, con una bella dedica: <i>«Er DUE de briscola all’ASSO»</i>. Le parole che Trilussa gli riserva sono molto lusinghiere.</div><div>Sin dall’infanzia sviluppa un’indole bonaria che lo caratterizzerà sempre e di cui parlerà con grande ironia in un suo bel componimento del 1962, <i>A lo specchio</i>.</div><div>Il primo lavoro è in una ditta di trasporti dove uno zio, suo omonimo, è dirigente. Checco ha 18 anni e vive con entusiasmo questa esperienza, sebbene precaria, che lo porta a frequentare il mondo affascinante e confusionario della stazione Trastevere e del porto fluviale di Ripa Grande. Nel tempo libero si dedica alla poesia. La sua onestà e la sua attitudine al lavoro gli valgono un impiego permanente che, tuttavia, è meno <i>avventuroso</i>, perché più sedentario. Impara a dattiloscrivere, cosa che gli tornerà utile in più occasioni.</div><div>Nel frattempo, un nuovo lavoro ben remunerato gli sta dando la giusta serenità, ma anche il desiderio di dedicarsi all’arte. Ce l’ha dentro. Non solo l’arte poetica ma quella teatrale. Inizia, così, a frequentare, nelle ore serali, una filodrammatica. </div><div>Nel 1913 viene chiamato alle armi e assegnato all’ospedale del Celio per diventare caporale. Due anni dopo parte per il fronte nella zona di Selva di Cadore. La sua abilità con la macchina da scrivere lo tiene spesso lontano dalla linea di fuoco e, forse, gli salva la vita, chissà.</div><div>Nel raccontarmi il suo Checco, Anita mi disse che tornava spesso con la mente a quei giorni e che era essenzialmente una la parola con cui li riassumeva, <i>mamma</i>, quella dei suoi pensieri e quella dei pensieri dei suoi compagni d’arme, quella cui tutti si rivolgevano quando stavano male e quella che invocavano prima di morire.</div><div>Da adulto tornerà in quei luoghi. Il classico pellegrinaggio dell’anima. Ne trarrà ricordi struggenti e senso di sconforto nel vedere quei posti privati della vita di allora, anche se una vita affiancata ogni giorno dalla morte.</div><div>Il ritorno all’<i>abito borghese</i> non è facile per nessuno. L’Italia è da ricostruire. Non si trova lavoro.</div><div>Checco inizia a scrivere di teatro per <i>La Gazzetta degli Spettacoli</i>, ma lo fa gratuitamente, mosso solo dalla sua passione per le scene. I suoi articoli e le sue poesie piacciono nell’ambiente teatrale e, considerati i suoi trascorsi nella filodrammatica, a Checco cominciano ad arrivare proposte per fare teatro.</div><div>Entra, come <i>generico utilité</i>, nella costituenda Compagnia Drammatica di Ercole Manzoni, ma i finanziamenti vengono improvvisamente meno. Si tenta comunque l’avventura prospettando una divisione di utili al posto della paga; a Checco e ad altri robusti volontari viene affidata anche l’opera di facchinaggio, come racconta lui stesso nei suoi <i>Ricordi</i>:</div><div><i> </i></div> &nbsp;<div><i>«Mi rivedo ancora attraversare il Tritone col baule di Manzoni, tenuto da una parte da me e, dall’altra, dall’allora giovanissimo Carlo Sammartin. […] La fatica maggiore fu caricare i cassoni della signora Garavaglia (vedova del celebre Ferruccio) facente parte della Compagnia quale attrice madre. Si trattava di cassoni teatrali vecchio stile, confezionati con spesse tavole, rinforzati da ferramenta, vere e proprie casseforti ognuno dei quali, vuoto, pesava quanto tre bauli normali, pieni, messi insieme. Contenevano tutti i costumi per </i>La Cena delle Beffe<i>, per </i>Il Cardinale<i>, per </i>La Fiaccola sotto il Moggio<i>, per </i>Romanticismo…<i>»</i>.</div><div> </div> &nbsp;<div>La prima piazza è Velletri. Molti i reduci di guerra che riempiono il teatro, ma nelle città successive si comprende subito che di utili da dividere ce ne sarebbero stati davvero pochi.</div><div>Inizia una tournée caratterizzata dalla fame, quella nera: pasti saltati e pasti rubacchiati nelle trattorie con la promessa di pagare il giorno dopo. Checco, per onorare la parola data al ristoratore, si fa mandare una vaglia dalla madre, ma è un’eccezione. Nessuno naviga nell’oro, a quei tempi.</div><div>Il ritorno a Roma, inevitabilmente, coincide con la ricerca di un lavoro stabile. Vuole dimenticare la miseria e la fame. Grazie ad un suo compagno d’armi, trova impiego in una ditta di tessuti, ma il teatro continua a pulsargli nelle vene e il destino ignora raramente ciò che pulsa nelle vene.</div><div>Nella primavera del 1919 incontra casualmente Fernando Durot, con il quale aveva calcato le scene. Gli propone di tornare a recitare. Può farlo la sera, mantenendo l’impiego. Checco non se lo fa ripetere due volte. E il destino rincara la dose: in quella filodrammatica conosce Anita Bianchi, infatti, che diventerà sua moglie e sua compagna di scene. L’amatissima donna della sua vita.</div> &nbsp;<div><b><span class="cf1">Alla corte di </span><i><span class="cf1">Re Petrolini</span></i></b></div><div>Pochi giorni dopo incontra Trebbi, il segretario di Petrolini, incaricato di trovare nuovi attori per la Compagnia. Propone il nome suo e quello di Anita. Due giorni dopo incontrano Petrolini al Teatro Drammatico di via Nazionale e vengono scritturati. Ha inizio un sodalizio artistico lungo dieci anni.</div><div>Petrolini è bravo, è famoso, è un divo.</div><div>È un <i>meta-attore</i> che fa <i>meta-teatro</i>, come lo definirà Sanguineti, perché le sue maschere vanno oltre la realtà, oltre i riferimenti letterari per diventare parte di lui. Sin dagli inizi, attraversa il teatro in tutte le sue forme: si traveste da Sirena a piazza Pepe; fa il macchiettista, il capocomico; si cimenta nel varietà, nel café-chantant, persino nel circo; approda al teatro di Moliere; si presta alla pubblicità, reclamizzando vari prodotti: una brillantina, una polvere per rendere frizzante l’acqua, la <i>Salsolitina</i>, e il <i>Campari</i>; è l’attore, che, attraverso la sua geniale <i>arguzia nonsensica</i>, per dirla con Milli Graffi, plasma lo scherzo e l’umorismo, miscela motti e parodie, trasformandosi in un idolo dell’avanguardia futurista; è un autore di testi. Soprattutto è un grande improvvisatore. Sa come catturare il pubblico. Il suo repertorio macchiettistico si arricchisce continuamente e non smetterà mai di farlo, visto che in punto di morte, di fronte al prete con l’olio santo, pare abbia esclamato: <i>«Adesso sì, che sono fritto!»</i> </div><div>Riempie le sale più di Pirandello e di Rosso di San Secondo.</div><div>Per lui fare teatro è interpretare la vita in ogni sua manifestazione: <i>«Da ragazzino»</i> scrive in <i>Modestia a parte</i>,<i> «se vedevo un funerale, immediatamente mi accodavo. Assumevo un’aria afflitta e fingevo di commuovermi fino alle lagrime per farmi compatire dalla gente. Ma perché facevo tutto questo? Facevo teatro»</i>. Mi ricorda un film, questo suo aneddoto. <i>Gli Ultimi Fuochi</i>.<i> </i>Robert De Niro, davanti a tre persone, racconta una storia: una donna entra in una stanza, al buio, si toglie un paio di guanti neri, svuota la borsetta sulla scrivania, ci sono pochi spicci e dei fiammiferi; prende i fiammiferi, rimette gli spicci nella borsetta e lascia un nichelino sul tavolo; quindi afferra i guanti e, con i fiammiferi in mano, si avvicina alla stufa; squilla il telefono; alza il ricevitore e ascolta, dopo di che afferma perentoriamente di non possedere un paio di guanti neri; riaggancia, torna alla stufa, tenta di accendere un fiammifero, ma, all’improvviso, si accorge che c’è un altro uomo nella stanza … Il racconto si interrompe. Una delle persone che sono con De Niro chiede cosa stia per accadere e la risposta è: <i>«Mah, non lo so. Stavo solo facendo del cinema!»</i>. Ecco, in entrambi i casi il succo della questione è prendere la vita e trasformarla in spettacolo. Questo fa Petrolini. Si appropria del mondo e lo porta in palcoscenico; e del mondo fa parte tutto: l’esperienza personale e quella teatrale. Anche il teatro classico, infatti, viene filtrato attraverso la sua capacità di guardare alla realtà che lo circonda con l’occhio del caricaturista. Non si salva nessuno, neppure Shakespeare:</div><div><i> </i></div> &nbsp;<div><i>Io sono il pallido prence danese</i></div><div><i>Che parla solo, che veste nero,</i></div><div><i>che si diverte nelle contese,</i></div><div><i>che per diporto va al cimitero</i>.</div><div> </div> &nbsp;<div>La sua Compagnia è composta da tantissimi elementi, ma tutti rivestono ruoli assolutamente secondari. La sua rapida ascesa al successo lo ha reso fortemente individualista. Solo lui deve stare al centro della scena. Ruota tutto attorno alla sua figura di interprete. È anche vero che Petrolini è Petrolini. Non stiamo parlando di un interprete, ma di una maschera, di un uomo-teatro, anche se lui non avrebbe amato questa mia definizione: <i>«Io non discendo affatto dalle vecchie maschere; io discendo unicamente, tutte le mattine, dalle scale di casa mia»</i> soleva dire. La scena è lui, non può essere altrimenti: <i>«Credeva, e lo diceva candidamente, d’essere il più grande attore del mondo, ma si sbagliava. Si sbagliava non tanto sull’aggettivo, quanto sul sostantivo; il più delle volte Petrolini non era affatto quel che siamo usi a definire </i>un attore<i>»</i> scrive Silvio D’Amico. È un assetato di caratteri, un affamato di personalità; plasma i personaggi sulla vita, ma della vita coglie gli aspetti buffi. Gioca con le parole, con i sensi comuni e con la voce dell’assurdo. I suoi scherzi verbali rivelano comicità e filosofia al contempo.</div><div>A volte aggrediva i critici, altre volte se la prendeva con il pubblico. La volgarità delle sue battute andò diminuendo con il tempo, ma era comunque e sempre <i>frizzante</i> nel rivolgersi agli altri. </div><div>Certo, non deve essere facile stargli accanto. Il carattere pacato di Checco lo facilita. Tra i due si instaura subito un buon rapporto, tanto che Ettore, pochi giorni dopo averli scritturati, gli affida la riduzione in romanesco de <i>La Stonatura</i> di Fausto Maria Martini, che diventa, così, <i>Il Cortile</i>, un classico del teatro petroliniano.</div><div>Petrolini gli darà sempre del tu; Checco, invece, lo chiamerà sempre <i>sor Ettore</i>. È così che nasce il loro sodalizio. Checco Durante ha per lui un’ammirazione sconfinata:</div> &nbsp;<div> </div><div><i>«Bisognava avere la possibilità di penetrare nel suo spirito tutt’altro che superficiale per comprendere e godere la forza interpretativa mai studiata, sempre diversa con la quale raggiungeva degli effetti sbalorditivi, drammatici o comici, satirici o sentimentali»</i>.</div><div> </div> &nbsp;<div>Insieme viaggiano molto, anche nelle Americhe. Ed è proprio a Rio de Janeiro che nasce un’idea che diventerà quasi un marchio di fabbrica di Petrolini. Da quelle parti è molto in voga una canzone, <i>Mimosa</i>, di Leopoldo Flores. L’orchestra della Compagnia la suona negli intermezzi. Musica orecchiabile, che facilmente può adattarsi a dei versi. Nel viaggio di ritorno, Checco Durante pensa di scriverne alcuni. Nasce <i>Gastone</i>. Giorni dopo, nel camerino del Carignano di Torino, prende il coraggio di far sentire la canzone al <i>sor Ettore</i>. A Petrolini piace. La inserisce nello spettacolo immediatamente, ancor prima di impararla, chiedendo il suggerimento di Checco da dietro il sipario. Da quel momento diventerà un suo classico, su cui metterà mano più e più volte. Imbattibile.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><i><span class="cf1">O con me, o contro di me</span></i><span class="cf1">. L’uscita dalla Compagnia Petrolini</span></b></div><div>Nel frattempo, a Checco e Anita nasce la piccola Leila. Più forti si fanno sentire le esigenze economiche. È giunto il tempo di lasciare il nido petroliniano e spiccare il volo, mettendo su una propria Compagnia. Al <i>sor Ettore</i> viene data la notizia due mesi prima della fine della stagione, in modo da dargli il tempo di trovare una sostituzione. Petrolini, però, non la prende affatto bene. Vive questo distacco come un tradimento e affretta i tempi, allontanando Checco e la moglie immediatamente. Nel distacco più brusco, spesso, si nasconde dolore. Sicuramente Petrolini, uomo profondo e sensibile, era stato colpito al cuore da quella notizia.</div><div>Grazie all’attore Nello Carotenuto, il padre del compianto Mario, impareggiabile volto del cinema italiano della seconda metà del Novecento, Checco e Anita radunano frettolosamente la Compagnia della Commedia Romanesca, provano un paio di commedie e partono alla ventura. Sono passati esattamente nove anni dall’incontro con Petrolini.</div><div>Il battesimo avviene il 7 aprile 1928 al teatro Traiano di Civitavecchia con <i>La Commedia de Rugantino</i> di Augusto Jandolo. E, come tutti i debutti, nasce fortunato grazie ad un’iniziale sventura. Gli inesperti macchinisti Armando Pace e Alberto Cocchi non riescono a montare la scena. Siamo a poche ore dallo spettacolo. Checco, incontra casualmente Angelo Castrucci, che proviene come lui dalla Compagnia di Petrolini; è un esperto macchinista. Il suo aiuto è decisivo. Il successo è grande, ma la serata è praticamente tutta ad inviti. Nessun pagante. La paura di finire gambe all’aria ancor prima di iniziare è tanta. I pochi soldi a disposizione svaniscono presto e il terzo giorno di repliche, per garantire la cena alla Compagnia, Checco impegna il proprio orologio. Alla seconda tappa, Tarquinia, la situazione migliora: il pubblico paga e la Compagnia rifiata. Chiedono consiglio sulla tappa successiva e viene detto loro che a Canino sarebbero potuti andare bene, ammesso che la stagione dell’olio fosse stata buona. Arrivano a Canino con un unico pensiero in testa: il raccolto delle olive. Quando vengono a sapere che il raccolto era stato un disastro capiscono che avrebbero dovuto fronteggiare un’altra stretta di cinghia.</div><div>La sfiducia prende il sopravvento. Checco, Anita e le due figlie, perché nel frattempo è nata anche Luciana, tornano a Roma e si stabiliscono a casa della madre di Checco. Il dovere morale verso la Compagnia, però, lo induce a tentare la sorte nuovamente. Inizia una nuova tournée. Gli accordi li vogliono a Tivoli, ma Preziotti, che amministra la Compagnia, pensa di poter organizzare anche a Sora. Inutile dire che saltano entrambi gli ingaggi. Ripiegano a Subiaco. Paga minima che, tuttavia, in quel momento, sembra una manna dal cielo. In quei giorni il pugile Enzo Fiermonte si trova a Subiaco per allenarsi e accetta, tra un atto e l’altro, di fare un’esibizione pugilistica con un attore della Compagnia che millanta trascorsi di boxe. Le parole di Checco credo possano rendere al meglio quanto avvenne:</div><div> </div> &nbsp;<div><i>«Il povero attore non fece che correre terrorizzato per il palcoscenico, sordo alle esortazioni di Enzo che sottovoce lo incoraggiava a colpirlo»</i>.</div> &nbsp;<div> </div><div>La tournée sembra finita prima di cominciare, ma Nello Carotenuto si allontana un paio di giorni e torna con un ingaggio. Località Montelibretti. Nessuno ha mai sentito parlare del teatro di Montelibretti. <i>«Proprio proprio un teatro no»</i> spiega Carotenuto. Lo spettacolo, infatti, si tiene in un fienile. Grazie al più facoltoso cittadino del luogo, compagno d’armi di Checco durante la Grande Guerra, riescono a sopravvivere bene. Checco liquida la Compagnia, li rimanda tutti a Roma, si trattiene qualche giorno dal suo amico con Anita e le bambine e aspetta di tornare, abbandonando definitivamente il teatro. Ma l’uomo propone e Dio dispone; è così che si dice.</div><div>Orbetello brulica di avieri e gli spettacoli teatrali sono molto apprezzati dai militari in congedo. In qualche modo la Compagnia torna insieme. Si devono aggiungere due numeri di varietà: Carotenuto si occupa di trovare un’<i>eccentrica</i> ed una <i>stella</i>. Le canzoni vengono affidate a Franco Sereni, nella vita Umberto Maraldi, poi noto libraio della Capitale.</div><div>Il numero della <i>stella</i> è un disastro. Si paralizza in scena. Non riesce a cantare. Il pubblico rumoreggia e se ne va indispettito. Il teatro chiude i battenti in faccia alla Compagnia che, dal giorno dopo, deve trovare altri ingaggi. Il giro continua nel grossetano, ma senza soddisfazioni economiche. Ancora una volta.</div> &nbsp;<div><b><span class="cf1">Avanspettacolo e cinema-teatro</span></b></div><div>Il ritorno a Roma vede Checco alla ricerca di un lavoro che esuli dal mondo dello spettacolo; ma è il mondo dello spettacolo a non volersi staccare da lui. Catoni gli propone di scrivere qualcosa per la sua Compagnia. Fa avanspettacolo, un genere molto diverso da quello dei Durante ma assai remunerativo. Nonostante un nuovo contatto con Petrolini, che sembra li rivoglia in Compagnia, Checco e Anita iniziano l’avventura dell’avanspettacolo debuttando al cinema teatro Eden di piazza Cola di Rienzo. Dura poco quella Compagnia, ma l’assaggio del cinema-teatro, decisamente più remunerativo, lascia un buon sapore in bocca e, dunque, i Durante tentano quella strada anche in proprio. Ci riescono con un gruppo di giovani attori provenienti da una filodrammatica appena sciolta: tutti bravi e pieni di energie, con il sacro fuoco del palcoscenico. Nomi indimenticabili sia per i Durante, sia per il mondo dello spettacolo di allora: Amedeo Nazzari, Tina Carelli, Gina Amendola, Nino Bonanni, Armando Cataluffi, Nino Capriccioli, Ugo Feriaud, Andrea Maroni, Fernanda Riboni.</div><div>Il debutto avviene al cinema teatro Due Allori di Tor Pignattara. Il successo è tale che la Compagnia viene scritturata per 27 giorni al Morgana, che sarebbe diventato, poi, il teatro Brancaccio, con un cambio di commedia previsto tre volte a settimana in linea con il cambio del film in programmazione. Il repertorio dei Durante non è così vasto; ricorrono, quindi, alle riduzioni dialettali dei classici, già rappresentate da altre Compagnie.</div><div>Ovviamente nel cinema-teatro il problema è l’affollamento: quando c’è tanta gente che attende fuori lo spettacolo successivo, l’impresario affretta l’ingresso per non perdere il pubblico e, quindi, tende a forzare la fine dello spettacolo.</div><div>Checco Durante riporta nelle sue memorie un dialogo surreale con Graziano Jovinelli del cinema-teatro La Fenice, avvenuto in camerino nell’intervallo tra il secondo e il terzo atto:</div><div><i> </i></div> &nbsp;<div><i>«Guarda che ce sta ‘n sacco de gente de fori che aspetta. A te quanto te manca pe’ finì?»</i></div><div><i>«‘Na trentina de minuti»</i></div><div><i>«So’ troppi. Regolate perché io fra un quarto d’ora, ‘ndo stai stai, manno giù er sipario»</i></div><div> </div> &nbsp;<div>Ci si abitua, dunque, anche a dimezzare i tempi di rappresentazione, improvvisando.</div><div>A quel periodo i Durante legano molti bei ricordi, come gli applausi ricevuti da Pirandello e il biglietto di congratulazioni ricevuto da Ugo Betti.</div><div>Inizia una tournée finalmente prestigiosa: Milano, Napoli, Bari, Venezia, Vicenza, Verona ... Le piazze più importanti, grandi teatri e ingaggi più che dignitosi. Siamo giunti al mese di luglio 1939. La guerra è alle porte. Per i Durante arriva l’Africa: il teatro Augustus di Asmara, il teatro Italia di Adis Abeba e, poi, Massaua e altre importanti località. Tre mesi.</div><div>Il peso della guerra sovrasta il futuro; la progettualità si perde. Ciononostante, Checco Durante, con i suoi attori, viene scritturato per andare a recare conforto ai soldati schierati nel nord Italia. La “prima” di questo nuovo giro “militare” di spettacoli parte dal teatro reale di Racconigi, alla presenza del Re, per poi spingersi in Val di Susa. Giungono a Condove il 10 giugno 1940, ma devono ritardare lo spettacolo per sentire il discorso del duce; un discorso che difficilmente potranno dimenticare, tutti loro, pubblico e teatranti: l’Italia è appena entrata in guerra. Alcuni sembrano entusiasti, altri, come Checco, sono terrorizzati al ricordo della guerra combattuta anni prima. Il pensiero va ai nuovi e più potenti mezzi bellici: sarà una guerra certamente più cruenta della precedente.</div><div>La notte dormono a Torino e assistono impotenti ai primi bombardamenti aerei sulle città italiane.</div><div>Lo spettacolo deve andare avanti, si usa dire. In quel momento i Durante sentono di farlo con una marcia in più. <i>«Platee sterminate di soldati di tutte le armi»</i> ricorda Checco. Ottocento spettacoli in più di cento località. La Compagnia Durante combatte coraggiosamente la sua guerra, portando un momento di spensieratezza, portando il ricordo di un sorriso a chi è chiamato alla guerra.</div><div>Fanno ritorno a Roma il 24 luglio 1943. Manca un giorno alla caduta del fascismo, mancano quarantasei giorni all’armistizio.</div><div>La Roma dei giorni successivi all’8 settembre la conosciamo tutti: un campo di battaglia tra gli alleati di un tempo e gli alleati del momento, come tutta l’Italia.</div><div>Alla fine della guerra la Compagnia, in una formazione diversa, riprende qualche recita nelle caserme, per i reduci, o, meglio, per quel che resta di loro. Recitare in ruoli comici con l’angoscia addosso non è facile. Ci riescono solo nella consapevolezza di arrecare sollievo.</div><div>Nella vita dei Durante, però, sta per arrivare una novità che rivoluzionerà non solo il loro mondo teatrale, ma quello romano: nel 1949 porteranno a nuova vita il teatro Rossini.</div><div>Cos’è il Rossini? Quando i Durante ne prendono le redini è un magazzino da ristrutturare, eppure ha un glorioso passato come teatro.</div><div>Facciamo un passo indietro nella storia per scoprire i suoi trascorsi.</div> &nbsp;<div><b><span class="cf1">La prima vita del Rossini</span></b></div><div>La tradizione teatrale romanesca è antica e ricchissima. La prima commedia in dialetto sembra risalga addirittura al 1264. Roma è sempre stata un teatro vivente. Si pensi che nel 1667 saliva al soglio pontificio, col nome di Clemente IX, tal Giulio Rospigliosi, librettista e amante delle arti.</div><div>Ed è sempre nel Seicento che si ha memoria non solo di spettacoli pubblici, ma di molti spettacoli privati, realizzati in casa, come ci ricorda Anton Giulio Bragaglia in <i>Maschere Romane</i>, dove le Compagnie si esibivano a pagamento: <i>«Il teatro era una frenesia, lo si faceva in tutte le case, oltre che in tutte le piazze. Un </i>vago teatro<i> per commedie fu fatto persino nel palazzo del cardinale Lancellotti, che vi faceva recitare tante belle ragazze: le vestiva da uomo con le sue proprie mani: spiritoso modo per osservare le regole della unità sessuale»</i>.</div><div>Taddeo Barberini fece costruire nel suo palazzo un teatro, noto come il teatro delle Quattro Fontane, che nulla aveva da invidiare ai più noti teatri cittadini, come il teatro Pace e il teatro del Mascherone, l’Alibert e il Valle. </div><div>La dialettalità è sempre stata una linfa vitale per il teatro, anche all’estero: tedeschi e russi, ad esempio, inserivano parti dialettali persino in Shakespeare.</div><div>Ai primi dell’Ottocento, accanto alle rappresentazioni <i>domestiche</i> delle opere settecentesche, spesso <i>barbose</i> per dirla con Bragaglia, si assisté ad una francesizzazione dei temi trattati e si diede spazio anche ad argomenti più libertini, affidati al burattinaio romano Gaetano Santangelo, detto <i>er Ghetanaccio</i>, nonché alle classiche e alle nuove maschere romane, come Cassandrino, Ninetta, Tarantola, Rugantino, il Pulcinella romano …</div><div>Ovvio che il linguaggio libero sfociasse anche in satira politica. A Roma parlavano anche le statue, come Pasquino e Marforio, o Madama Lucrezia, cui venivano attaccati anonimi fogli con parole al vetriolo. A Leone XII il gioco delle critiche non piaceva, però. Era un Papa arroccato all’ombra del proprio potere e particolarmente ostile a qualunque innovazione, persino di carattere medico, tanto che osteggiò le vaccinazioni contro il vaiolo. Racconta Benedetto Croce: <i>«il papa che similmente abolì codici e tribunali istituiti dai francesi volle tornare agli ordini del vecchio tempo, e rinchiuse daccapo i giudei nei ghetti e li costrinse ad assistere a pratiche di una religione che non era la loro, e perfino proibì l’innesto del vaiuolo che mischiava le linfe delle bestie con quelle degli uomini: vani sforzi che poi cedettero dal più al meno alle necessità dei tempi»</i>. Il divertimento e la chiassosità non potevano, dunque, essere tollerate, tanto che condannò al supplizio del cavalletto chiunque facesse rumore. Marforio commentò la cosa, idealmente parlando con Pasquino:</div><div> </div> &nbsp;<div><i>«Ah, Pasquin, niun te l’ha detto?</i></div><div><i>Li decreti senza effetto,</i></div><div><i>a teatro il cavalletto,</i></div><div><i>questo Papa sempre a letto</i></div><div><i>dentro Roma allarga il Ghetto,</i></div><div><i>alle scienze l’interdetto</i></div><div><i>anche al vino il cancelletto,</i></div><div><i>questa legge è di Maometto.</i></div><div><i>Ah, Governo maledetto!»</i></div><div> </div> &nbsp;<div>La romanità teatrale, comunque, non si fermò. Trovò spazio ospitatata qua e là, spesso in teatri minori; poi arrivarono il teatro della Pace, Tor di Nona e la Pallacorda e si formò l’Accademia Filodrammatica Romana.</div><div>Tra il 1847 e il 1870 l’occupazione francese, se non favorì la crescita degli spazi teatrali, quanto meno non impedì gli spettacoli e determinò la revoca dell’odioso decreto papale.</div><div>In questo clima nacque il teatro Rossini: la nuova Capitale doveva arricchirsi di spazi culturali degni di tale nome e non si fece risparmio alcuno (troppo facile osservare come oggi si lavori esattamente al contrario). Si trattava di un piccolo spazio interno del palazzo Santa Chiara, tra Largo Argentina e il Pantheon. Tanta era la buona volontà nel creare spazi teatrali che, quando ci si rese conto che al nuovo teatro mancava un degno vestibolo, il Comune, con decreto n. 16 del 18.03.1873, autorizzò l’annessione dell’adiacente vicolo senza uscita, un tempo utile a raggiungere la bottega di un famoso ebanista, tal Menicanti, ma a quel tempo in istato di abbandono e spesso usato come latrina a cielo aperto. Pagata una congrua buonuscita alla vedova Menicanti per annettere anche la sua bottega e farne una sala da caffè e stipulato un contratto di affitto per un altro piccolo locale affacciato sul vicolo, reso biglietteria, all’architetto Virgilio Vespignani rimasero sufficienti fondi per creare l’ampio ingresso. Sul <i>Fanfulla</i> apparve un articolo che descriveva il teatro come un’opulenta bomboniera: <i>«Bellissimo teatrino quella scatola di dodici canditi che si chiama il Rossini. Tutto stucchi e oro, tutto fronzoli e trine come una donnina civetta che alle forme assenti supplisce con l’eleganza»</i>.</div><div>L’attività teatrale era remunerativa. I romani andavano a teatro anche ai primi caldi, e ancor prima dell’estate teatrale firmata dall’architetto Mariani con l’Anfiteatro di ponte Margherita.<i></i></div><div>Giggi Zanazzo, dalle pagine del <i>Rugantino</i>, reclamava a gran voce la rappresentazione al Rossini di commedie vernacolari e, finalmente, il 19 gennaio del 1879 Pippo Tamburri, imbianchino per mestiere, ed attore, bravissimo attore e cantante, per passione, portò in scena <i>Meo Patacca</i>. Il teatro dialettale entrò al Rossini trionfalmente, anche se sotto forma di operette, cosa che, in seguito, allontanerà Zanazzo dalla <i>Compagnia Comica Romana</i>, perché desideroso di creare una tradizione di prosa romanesca, anche se ciò non gli impedirà di continuare a scrivere libretti da musicare.</div><div>Sul palco del Rossini si avvicendarono le più famose maschere romane. Nel 1887 debuttò Rugantino e due anni dopo, rappresentato ora al Rossini e ora al Metastasio, entrambi teatri dell’impresario Gambardella, fece breccia nei cuori romani la figura del Marchese del Grillo. In quel periodo nacque anche <i>Pippetto</i>, icona del classico <i>figlio di papà</i> nullafacente, fanatico, pretenzioso ed elegante, fasciato nel suo abito attillato o, come si dice a Roma, <i>tirato ar sugo</i>. Zanazzo, che, da autore, non tollerava molto le maschere nate dall’improvvisazione degli attori, inizialmente criticò Pippetto, ma, poi, lo fece suo e lo inserì in testi esilaranti.</div><div>L’avvento del cinema, però, mutò radicalmente l’approccio al teatro dialettale. Il primo cinema romano fu il Lumiere, di via del Mortaro. Il popolo, incuriosito dalla nuova arte, abbandonò in parte i teatri dialettali. Il Rossini non sopravvisse e, nel 1897, chiuse i battenti, diventando prima un <i>Gabinetto pubblico di lettura</i> e, l’anno seguente, un ufficio, cosa che determinò un abbassamento del soffitto e lo smantellamento della struttura interna.</div><div>Ma la romanità non morì. Si percepiva ad ogni angolo di strada, dove allora imperversava <i>Er sor Capanna</i>, al secolo Pietro Capanna, stornellatore irriverente e un po’ osé, che sulla base musicale di una novena religiosa, cantava pregi e difetti dell’umanità. </div> &nbsp;<div> </div><div><b><span class="cf1">La seconda vita del Rossini</span></b></div><div>Nel 1949, come detto, a Checco Durante si presenta l’occasione di ripristinare il Rossini e di farne uno stabile del teatro romanesco. Ce lo racconta Francesco Possenti, il quale, un giorno, incontra Checco vicino a via delle Botteghe Oscure: <i>«Mi accompagnai con lui per un lungo tratto di strada e mi parlò entusiasticamente di un suo progetto che stava maturando e che finalmente &nbsp;&nbsp;&nbsp;- pensava - &nbsp;&nbsp;avrebbe risolto i problemi della sua vita e posto fine a quel lungo peregrinare su tanti palcoscenici d’Italia. Si trattava, in una parola, di dare a Roma un teatro stabile che si fosse potuto considerare fra quelli tradizionali del glorioso teatro dialettale italiano»</i>.</div><div>La ristrutturazione, a spese dei Durante, non è di poco conto, ma il progetto li ha fatti innamorare e investono volentieri i loro risparmi.</div><div>L’ingresso di un tempo è ormai stato inglobato dall’adiacente albergo e il Rossini dei Durante si affaccia direttamente su piazza S. Chiara n. 14, i cui battenti si schiudono di nuovo al teatro ai primi di aprile del 1950; il 6, secondo i ricordi di Checco, con la commedia in tre atti di Andrea Maroni, <i>Un Santo</i>, nonostante i giornali romani riportino il <i>Don Luigi</i>.</div><div>La Compagnia Stabile del Teatro di Roma diretta da Checco è composta da Checco, da Anita, dalle loro figlie Leila e Luciana, da Enzo Liberti, che sposerà Leila, e da Carlo Sanmartin, Gina Amendola, Anna Sanmartin, Marcello Giachetti, Ugo Feriaud, Giovanni Simonetti, Silvio Bucciarelli, Armando Pace, Paolo Faggi.</div><div>È un pubblico di affezionati, quello che frequenta il nuovo Rossini e ciò comporta la necessità di cambiare spesso la commedia in cartellone. Solo nella stagione 1950-51, ossia in circa otto mesi, ne vengono messe in scena venti.</div><div>Il lavoro instancabile della Compagnia e il successo risvegliano anche i giornali, fino a quel momento pigri nel recensire le opere del Rossini. Il 10 gennaio 1952 un cronista de <i>Il Tempo</i> scrive un lungo e ammirato articolo, romantico, pieno di cuore, che parla del Rossini come di una piccola preziosa pianta: <i>«Una pianticella che occorre tenersi cara come una qualità o un difetto di famiglia, ché vengono affidati al teatro dialettale i nostri sentimenti più semplici, il primo moto del nostro animo»</i>.</div><div>È chiaro che il necessario avvicendarsi di molte commedie non dà tempo a Checco di scriverne di nuove. Fa ricorso ai soggetti di molti bravi autori romani e fa riduzioni in romanesco di commedie scritte in altri dialetti o in lingua italiana. Un infaticabile lavoro parallelo a quello svolto sul palcoscenico.</div><div>L’estate, chiuso il teatro, la Compagnia si esibisce a Villa Aldobrandini. Non c’è un attimo di riposo.</div><div>Così come l’avvento del cinematografo aveva messo in crisi il primo teatro Rossini, l’avvento della televisione, sebbene presente nelle poche case dei più benestanti, mette in crisi il secondo Rossini, ma non tanto da farlo chiudere, per fortuna. Programmi come <i>Lascia o raddoppia?</i> tengono gli italiani inchiodati al piccolo schermo e il Rossini si adegua facendo entrare in scena il televisore: all’inizio della trasmissione, lo spettacolo si interrompe per trasmettere il quiz di Mike Bongiorno e riprende la scena alla fine.</div><div>Checco, nel frattempo, arricchisce il repertorio, inserendo, al termine della commedia, la recitazione di alcuni suoi versi.</div><div>Il 15 aprile 1953 la sua abnegazione viene premiata con una medaglia d’oro dallo stesso Comune di Roma in persona dell’allora Sindaco Salvatore Rebecchini.</div><div>Nel frattempo, il Rossini fa scuola e molti attori giovani, che muovono i primi passi teatrali con Checco, trovano la strada del successo. Uno di essi è Gianfranco Funari che racconta: <i>«A trentasei anni io ero ancora uno spiantato. Decisi di tentare la strada dell’attore teatrale e non mi vergognai di accettare la parte del morto in una commedia allestita da Checco Durante, un capocomico che a Roma era una vera istituzione. Così, una volta in scena, invece di fingermi morto, per l’emozione mi sentivo morire davvero. Tant’è che la mia partner che interpretava la vedova, Anita Durante, vedendomi sbiancare in volto, mi bisbigliava tra una battuta e l’altra del copione:</i> Ahò, vedi de nun crepa’ pe’ davero!<i> Io mi rasserenai solo quando, a fine recita, Checco Durante mi disse che come cadavere funzionavo»</i>.</div><div>Checco è di una bontà e di una gentilezza proverbiali. Non si arrabbia mai con nessuno, nemmeno con gli attori giovani che arrivano in ritardo. È il <i>sor Checco</i> per tutti, a volte un buon padre, altre volte un fratello maggiore. Fa teatro con l’anima che possiede, quella di una persona per bene.</div><div>Il suo teatro è una formula che funziona e continua ad avere pubblico anche se i tempi si fanno sempre più difficili: il cinema avanza e toglie spettatori ai teatri.</div><div>Il 5 maggio 1975 Vito De Anna organizza una rappresentazione di <i>Alla fermata del 66</i> al teatro Quirino per festeggiare i 60 anni di teatro di Checco. L’emozione è grande. Presenziano molte autorità e grandi nomi dello spettacolo. C’è anche la vedova di Petrolini, cosa che colpisce particolarmente Checco, ancora triste per come si erano chiusi i rapporti col <i>sor Ettore.</i> L’applauso che precede lo spettacolo dura dieci minuti e commuove sia Checco, sia Anita.</div><div>La nuova stagione viene, dunque, inaugurata con grande entusiasmo, ma il 4 gennaio 1976 Checco accusa un dolore alla testa. Si pensa alla stanchezza. Lo attendono i due giorni di chiusura del teatro e ritiene che riposando passerà, ma non è così: il giorno dopo muore e, con lui, muore quella romanità genuina e buona, generosa e simpatica, mai volgare, sempre divertente.</div><div>La Compagnia, pur con il peso della sua assenza, prosegue il suo cammino d’arte, ma è un cammino verso un inevitabile traguardo. Il teatro Rossini chiuderà definitivamente i battenti sul mondo romanesco dei Durante nel 1992, quando Anita, novantaquattrenne, darà l’addio alle scene, due anni prima di morire, due anni prima di seguire Checco sui palcoscenici celesti sui quali ancora oggi, ne sono certa, stanno facendo spettacolo.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><br></b></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[dal libro <i>Storie di Roma. I tanti volti della Città Eterna</i>, giugno 21, p. 185]</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><span class="cf1">Per approfondire</span></b></div><div><b>Franca Angelini</b> (a cura di), <i>Petrolini. La maschera e la storia</i>, Laterza, Roma-Bari, 1984</div><div><b>Pietro Bianchi </b>(a cura di), <i>Petrolini</i>, Garzanti, 1961</div><b class="fs12lh1-5">Anton Giulio Bragaglia</b><span class="fs12lh1-5">, </span><i class="fs12lh1-5">Storia del teatro popolare romano</i><span class="fs12lh1-5">, Colombo, Roma, 1958</span><br><div><b>Anton Giulio Bragaglia</b>, <i>Le maschere romane</i>, Colombo Editore, Roma, 1947</div><div><b>Anne Ciccone</b>, <i>Il teatro dialettale romanesco</i>, in Roma ieri, oggi, domani, n. 79, pp. 84 ss.</div><div><b>Germana Consalvi</b>, <i>Il teatro romanesco</i>, in Roma ieri, oggi, domani, n. 38, pp. 72 ss.</div><div><b>Benedetto Croce</b>, <i>Storia d’Europa nel secolo decimonono</i>, Laterza, Bari, 1965</div><div><b>Silvio D’Amico</b>, <i>Bocca della Verità</i>, Morcelliana, Brescia, 1943</div><div><b>Giuseppe D’Arrigo</b>, <i>Vecchio varietà romano</i>, in Strenna dei Romanisti, 1971, pp. 121 ss.</div><div><b>Checco Durante</b>, <i>I miei ricordi, le mie poesie</i>, Tip. Don Guanella di G. Liberati, Roma, 1973</div><div><b>Riccardo Mariani</b>, <i>Sentite che ve dice er Sor Capanna</i>, I Dioscuri, Roma, 1981</div><div><b>Renato Merlino</b>, <i>Il teatro Rossini dalle origini ad oggi</i>, Sovera, Roma, 2000</div><div><b>Francesco Possenti</b>, <i>I teatri del primo Novecento</i>, Orsa Maggiore, Milano, 1987</div><div><b>Francesco Sabatini</b> (a cura di), <i>Il Volgo di Roma. Raccolta di tradizioni e costumanze popolari</i>, Loescher, Roma, 1890</div><div><b>Mario Verdone</b>, <i>Checco Durante: un attore “de core”</i>, in Roma ieri, oggi, domani, n. 24, pp. 42 ss.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 09:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[I Quaderni di Critica e Cultura]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Quaderni_e_Dossier"><![CDATA[Quaderni e Dossier]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000F2"><div class="imTAJustify">I <i>Quaderni di Critica e Cultura</i>.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">La caratteristica di questi libri a più voci è l’interdisciplinarità. Esistono diversi mondi nel mondo degli argomenti. Attraversarli è un gioco affascinante. Non si può essere esaustivi, nello spazio di un libro, è ovvio, ma si può sempre comporre un mosaico il più possibile variopinto, offrendo di un singolo argomento tasselli storici, filosofici, artistici, scientifici, politici e di costume. L’intento è quello di suscitare curiosità attraverso l’accuratezza dell’esposizione e delle fonti e attraverso un taglio piacevolmente divulgativo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il senso di queste pubblicazioni possiamo trovarlo in quest’antica favola africana.</div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/3--Composizione-fiaba.jpg"  title="" alt="" width="970" height="529" /><br></div><div class="imTAJustify">C’era una volta un lontano mondo ricco di vegetazione, nel quale, un triste giorno, scoppiò un incendio. Tutti gli animali si diedero alla fuga, allontanandosi dalle fiamme; tutti tranne un colibrì. Interrogato da un leone sul perché volasse proprio in direzione dell’incendio, il colibrì rispose che era sua intenzione raccogliere acqua con il becco e gettarla sulle fiamme. Il leone rise per l’ingenuo progetto: con il suo piccolo becco non avrebbe mai potuto raccogliere acqua sufficiente a spegnere l’incendio. Il colibrì, tuttavia, con grande orgoglio e consapevolezza della propria fondamentale importanza nel libro dell’esistenza, rispose: <i>«Almeno faccio la mia parte. Faccio quel che posso»</i>.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ecco, <i>fare quel che si può </i>è esattamente ciò che mi sono proposta io sin dall’inizio, come curatrice e scrittrice, e che si propongono i generosi partecipanti a questo progetto. Oggigiorno siamo tutti aggrediti da una dilagante superficialità: serpeggia una subcultura pericolosa, la cultura della cancellazione, un pensiero unico che tende ad abolire il vero storico, la capacità critica, l’obiettività e il desiderio di conoscere; che distorce l’arte, modificandone i tratti. Da una parte assimiliamo notizie false come vere e dubitiamo di quelle vere perché avvezzi alla falsità, dall’altra leggiamo capolavori “edulcorati” dove clamorosi tagli e altrettanto clamorose sostituzioni di parole e di frasi gridano vendetta.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ebbene, i <i>Quaderni di Critica e Cultura</i> nascono dall’esigenza di navigare controcorrente nelle perigliose acque dell’oblio forzato, offrendo al lettore una rosa di saggi, ma anche di interviste e di fantasie narrative, teatrali o poetiche senza la corruzione e la distruttività delle voci di certa finta intellighenzia.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">È una goccia nell’oceano, certo, ma l’oceano è fatto di gocce, in fondo; tante gocce, ognuna importante quanto le altre.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">L’avventura dei Quaderni, preceduta dalla pubblicazione di due Dossier realizzati per una testata giornalistica con cui ho collaborato in passato, è iniziata nel 2021 ed ogni dicembre si arricchirà di un nuovo volume. Sono in vendita su Amazon al prezzo di un paio di riviste, ma tengono molta più compagnia.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Buona lettura!</div><div class="imTAJustify"><div> </div> &nbsp;<div><b>© Raffaella Bonsignori</b><b></b></div> &nbsp;<div><b> </b></div> &nbsp;<div><b>© Foto </b><b><i>Fiabe</i></b><b> di Trixie Liko (Pixabay) con fotomontaggio da: <i>Incendio autunnale</i> di Raffaella Bonsignori (olio su tela di Mirino), <i>Africa</i> di Andreas G</b><b>ö</b><b>llner (Pixabay), <i>Colibrì</i> di Iva (Pixabay)</b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 01 Jun 2021 21:21:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[“Giuda”. Confessioni di un traditore]]></title>
			<author><![CDATA[Sofia Chiappini]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000B1"><div class="imTACenter"><b>QUARTA PARETE ROMA</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Sofia Chiappini</b></div> &nbsp;<div><i>12 maggio 2021</i></div> &nbsp;<div> </div> &nbsp;<div>“Giuda” con Maximilian Nisi è un testo di Raffaella Bonsignori incentrato sul tema del tradimento e, ancor di più, sul carattere di ambiguità, che contraddistingue l’amore umano. L’ambientazione in cui le spettatrici e gli spettatori sono accolti è dark e fosca, in perfetta coerenza con la discesa infernale, compiuta dal protagonista, verso i meandri più oscuri della sua anima.</div> &nbsp;<div>La confessione a tratti dostojevskiana del Giuda di Nisi e Bonsignori è approfondita dall’attore, grazie a un inteso lavoro sulla vocalità. Quest’ultima segue, come in una partitura musicale, l’andamento del suo pensiero: dove la voce è roca, il ricordo si fa oscuro e peccaminoso, gravido di rabbia e senso di colpa, ma laddove il pensiero si fa più lucido e chiaro, lì alberga l’immagine più nitida, lì sta l’Eterno. Tale atmosfera èaccompagnata e rafforzata dalle musiche di Stefano De Meo, che conferiscono potenza alla scena, in maniera espressionistica, nonostante l’estremo minimalismo.</div> &nbsp;<div>Le tematiche trattate nella pièce rimandano a un’indubbia complessità psicologica, storica e teologica. In virtù di ciò, lo spettacolo risulta globalmente riuscito e, nondimeno, il risvolto psicologico, contenuto nella narrazione di Giuda, appare talvolta appiattito sul piano dottrinale. Quest’ultimo, come è ovvio, è pienamente secolarizzato, il testo di Bonsignori non ha certo la pretesa di immischiarsi nelle dispute religiose o teologiche, tipiche del cristianesimo delle origini.</div> &nbsp;<div>L’intento dell’autrice è quello di svelare il mondo psicologico, che si cela dietro a personaggi biblicitanto complessi quanto celebri, nonostante ciò non sia sempre pienamente riuscito. Anche laddove la narrazione biblica è giustamente tradita e ampliata, i meandri della natura “umana, troppo umana” di Giuda non appaiono sufficientemente sviluppati. Il modo in cui sono affrontati i temi dell’invidia e dell’eterna convivenza in Giuda di amore e gelosia, nei confronti di Gesù, non si distaccano a sufficienza dal senso letterale del Nuovo Testamento.</div> &nbsp;<div>Nel momento in cui ci confrontiamo con il libro per eccellenza dell’Occidente, il compito che ci poniamo risulta davvero arduo. Ci si presentano, generalmente, due vie: la via della fedeltà e quella del tradimento. Questo è il medesimo bivio dinnanzi al quale è posto Giuda: tradire Gesù o rimanergli fedele?</div> &nbsp;<div>L’interpretazione di Nisi è netta e curata, svolta quasi interamente di spalle, mentre è relegato su quella che, più che una sedia, appare come un vero e proprio trono di spine e di sbarre. Il monologo è accorato e sentito, nonostante sia a volte un po’ forzata l’eccessiva staticità dell’interprete.</div> &nbsp;<div>Quest’ultimo è accompagnato da uno sfondo animato di sequenze video a cura di Marino Lagorio, un telo su cui sono proiettate le immagini, che si affollano nella testa del protagonista. Di questa scelta registica si apprezza, soprattutto, l’intensità e la forza del connubio tra immagini virtuali e parola recitata, capaci di condurre lo spettatore in uno stato onirico alterato, tipico del carattere più esistenzialistico e moderno della narrazione evangelica.</div> &nbsp;<div>“Giuda” con e a cura di Maximilian Nisi, di Raffaella Bonsignori è andato in scena dal 6 al 9 maggio al Teatro Lo Spazio, accompagnato dalle musiche di Stefano De Meo e video art di Marino Lagorio.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 12 May 2021 17:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da Corsetti a Lavia ritorno in sala con il teatro d'autore]]></title>
			<author><![CDATA[Rodolfo Di Giammarco]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000009B"><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><b>LA REPUBBLICA</b></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/La-Repubblica--9-maggio-2021----rosso.jpg"  title="" alt="" width="718" height="501" /><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 09 May 2021 21:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Teatro Lo Spazio. Platea piena per la ripresa degli spettacoli]]></title>
			<author><![CDATA[Roberta Petronio]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A6"><div class="imTACenter"><b>CORRIERE DELLA SERA</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Roberta Petronio</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>8 maggio 2021</i></div> &nbsp;<div><b> </b></div> &nbsp;<div>Poter tornare a vivere l’arte e il teatro dal vivo, una grande gioia. I sorrisi e le espressioni di felicità degli artisti e degli spettatori alla prima dello spettacolo <i>Giuda</i> si intuivano al di là delle mascherine richieste per vivere l’evento in sicurezza. Il teatro Lo Spazio è ripartito inaugurando la “mini stagione” di maggio con l’opera scritta da Raffaella Bonsignori, interpretata e diretta da Maximilian Nisi, dedicata all’uomo che l’umanità intera ha messo sotto accusa. Nella platea numerosa, accolta nel pieno rispetto delle norme imposte dal dpcm, tanti volti noti come gli attori Milena Vukotic, Pino Ammendola e Maria Letizia Gorga, il regista Riccardo Castagnari, Massimo Zannola, accolti con calore dal direttore artistico Manuel Paruccini, che ha deciso di rialzare il sipario mettendo in campo entusiasmo e coraggio.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 08 May 2021 21:45:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Se Giuda potesse parlare]]></title>
			<author><![CDATA[Renata Savo]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000AF"><div class="imTACenter"><b><span class="ff1">LIMINA TEATRI</span></b></div><div><b><span class="ff1"><br></span></b></div><div><b><span class="ff1">Renata Savo</span></b></div> &nbsp;<div><i><span class="fs10lh1-5 ff1">8 maggio 2021</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">A Roma, dopo il Teatro Vascello e il Teatro di Roma, anche il Teatro Lo Spazio, situato alle spalle della Basilica di San Giovanni, è approdato nell’era post-covid riaprendo le sue porte lo scorso 6 maggio. Qui, fino a domenica 9, è in scena Maximilian Nisi con </span><i><span class="ff1">Giuda</span></i><span class="ff1">, un testo di Raffaella Bonsignori che narra la versione dei fatti del discepolo di Gesù passato alla storia per essere il traditore di Cristo, colui che con un bacio, per trenta denari, portò al riconoscimento del figlio di dio e alla sua crocifissione. Nella scrittura intensa di Raffaella Bonsignori, Giuda è una sorta di spirito dall’oltretomba che immagina di rivolgersi direttamente al Dio padre per tentare una rivalsa nei confronti della Storia, quella che gli ha addossato le colpe della morte di Gesù e lo ha destinato all’imperitura fama di personaggio negativo per antonomasia. L’uomo tratteggiato in questo spettacolo ha tradito per troppo amore, un amore ovviamente malsano, e il famoso bacio, quindi, non era che «una parte della verità». Anche se un dubbio in alcuni momenti sfiora lo spettatore, non si tratta di un amore omosessuale, ma di una vera e propria voragine affettiva: «Eravamo tutti uguali. E questo era un problema… sì… perché noi uomini siamo meschini: per sentirci amati, abbiamo bisogno di vedere il non-amore posarsi sugli altri (…) E più Gesù amava tutti più noi facevamo follie per diventare speciali ai suoi occhi, cosa che, oltre a renderci abbastanza ridicoli, gli dava un potere enorme su di noi». Gesù viene, nelle parole di questo Giuda, spogliato della sua natura divina e ricondotto su un piano di mera umanità, con riferimenti anche alla sua passione per le donne, «piene d’amore», soprattutto per Maria Maddalena.</span><br><span class="ff1"> Lo spettacolo è accompagnato dalle musiche di Stefano De Meo, che ricreano suggestive atmosfere emotive conferendo dinamismo e ritmo a un monologo che, per la sua trasposizione sulla scena, curata da Maximilian Nisi, sarebbe risultato altrimenti troppo statico. Non bastano, infatti, le proiezioni alle spalle, la “video art” di Marino Lagorio, a conferire movimento al bel testo della Bonsignori, su cui anche l’interpretazione vocale di Nisi si articola bene, merito il tappeto sonoro, mai invadente o soverchiante, fatto di strumenti musicali diversi e leitmotiv. Ciò che non convince, o che non appaga lo spettatore ritornato finalmente a teatro dopo sei mesi di astinenza, è la scelta di confinare il corpo a una porzione esigua e laterale del palco, quasi interamente vuoto. Nella semioscurità. Inchiodato in un angolo della scena. Su un “trono” che allude a una prigione, con uno schienale segnato da sbarre, Nisi infatti giace per la maggior parte del tempo di spalle al pubblico. Sembra recitare più per se stesso che per gli spettatori. E se da un lato ci lascia l’amaro in bocca perché in questo momento desideriamo più che mai guardare l’altro nel volto libero da dispositivi di protezione, quasi una “fantasia” concessa almeno a teatro, dall’altro lato emerge, in modo prepotente, il valore sonoro dello spettacolo, la sua totale riuscita sul piano vocale e musicale.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 07 May 2021 22:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Un marito]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Alcune_poesie"><![CDATA[Alcune poesie]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000D8"></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Mar 2021 21:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ballata di una farfalla]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Alcune_poesie"><![CDATA[Alcune poesie]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000D7"></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Mar 2021 21:21:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Bastoni tra le ruote sulla strada della scienza]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000036"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Roma, primi anni Ottanta. Mi sono da poco diplomata al liceo classico. La scienza, dunque, l’ho toccata in modo marginale, ma mi appassiona, mi incuriosisce. Ho un cugino di poco più grande di me, che è da sempre il mio migliore amico; un cugino intelligentissimo, un medico nell’anima prima ancora che sulla carta. Lo seguo spesso quando va ad ascoltare interventi e approfondimenti scientifici.</div><span class="fs12lh1-5">Un giorno mi porta nella sede di un’associazione di cui non ricordo il nome, un appartamento ubicato in una traversa di via Nazionale. Lì, in un’aula sguarnita, accanto ad una lavagna, c’è una signora magra, con un’acconciatura d’altri tempi, elegante e sobria, una cartella di cuoio piena di appunti poggiata sul tavolo e un bel sorriso. Il suo accento ancora risente dei tanti anni trascorsi negli Stati Uniti d’America. Il suo nome è Rita Levi Montalcini. Non è ancora il premio Nobel conosciuto da tutti, anche dagli estranei all’ambiente scientifico; è una scienziata che, davanti ad una platea composta da non più di trenta persone, tra le quali la sottoscritta, racconta i suoi progressi nello studio delle cellule nervose, spiegando il </span><i class="fs12lh1-5">Nerve Groth Factor</i><span class="fs12lh1-5">, che qualche anno più tardi, nel 1986, la porterà a Stoccolma per ritirare il più ambito dei premi.</span><br><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Rimasi molto affascinata da lei. Certo, mi colpirono le sue ricerche scientifiche, anche se le capivo parzialmente e prevalentemente grazie alle spiegazioni di mio cugino, ma a colpirmi profondamente fu la donna. La sua serietà, la sua intelligenza, la forza del suo carattere; una donna che non si è mai lasciata fermare da nulla, nemmeno dalle leggi razziali, che la costrinsero a lasciare l’Italia.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Da allora ho letto con passione i suoi libri non scientifici e l’ho immaginata molte volte mentre faceva i suoi esperimenti sugli embrioni di pollo, rubacchiando le uova alla madre e lavorando nella sua stanza da letto. Ha subito la discriminazione razziale, un dolore intenso, ottuso, di quelli che battono nell’anima, soprattutto quando si è costretti a fuggire, a lasciare i parenti, gli amici, la casa; ma la sua fuga l’ha portata in un Paese che le ha consentito di proseguire le sue ricerche, di insegnare all’università, di crescere come donna e come scienziata. Altre donne, altre scienziate, invece, sono state discriminate proprio perché donne e proprio perché scienziate, anche in quello stesso Paese. E a questo ancora oggi non si riesce a porre rimedio. Alcuni nomi sono altisonanti, altri ancora sconosciuti. Lo spazio è tiranno e possiamo ricordarne solo alcuni. Che siano emblema di tutti gli altri.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Ada Lovelace (1815-1852) è più nota per essere figlia di lord Byron che per essere l’eccezionale matematica che fu. Un vero genio. A lei si deve il primo algoritmo idoneo ad essere elaborato da una macchina e, come tale, può dirsi madre di tutti i moderni computer. Grazie ai suoi studi, Charles Babbage mise a punto una sofisticata macchina da calcolo, ancora oggi nota come la macchina di Babbage. In sua memoria è stato dato il nome Ada ad un linguaggio del computer. Solo Ada. Chiunque non conosca la sua storia non saprà mai che la dedica è rivolta a lei.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Ida Tacke Noddack (1896-1978) è una ricercatrice di chimica all’università di Friburgo. Rielaborando alcuni studi di Enrico Fermi, inizia a parlare di fissione dell’atomo. È donna, però, e la sua teoria viene considerata frutto della bizzarria femminile. Non può essere una teoria corretta. Viene accantonata. Qualche anno dopo, un’altra donna è incuriosita dalla fissione atomica e studia il potenziale energetico che se ne può ricavare. Il suo nome è Lise Meitner (1878-1968). All’università di Berlino Lise inizia a collaborare con due colleghi, Otto Hahn e Fritz Strassamann. La Meitner, lavorando anche insieme al nipote, Otto Robert Frisch, fisico teorico dell’Istituto di Niels Bohr a Copenhagen, applica la teoria della relatività di Einstein per studiare la dispersione di energia durante la fissione. I risultati dei suoi studi hanno vasta eco in campo accademico. Niels Bohr ritiene che la Meitner abbia chiarito un punto focale in tema di fissione dell’atomo. Il fermento attorno all’energia atomica è incredibile, a quei tempi. La Meitner, però, è una pacifista convinta e ha orientato le proprie ricerche sulla fissione atomica solo per sfruttare l’energia nucleare, non per costruire un ordigno di distruzione di massa. Il clima politico della fine degli anni Trenta la preoccupa molto. Durante la guerra si stabilisce in Svezia dove, nel 1947, assume la dirigenza della sezione di Fisica Nucleare del Politecnico di Stoccolma. Due anni prima aveva visto il suo collega Otto Hahn conseguire il Nobel per la Chimica anche in qualità di scopritore della fissione dell’atomo, risultato impossibile da raggiungere senza gli studi di Lise. Purtroppo, però, Hahn non ha mai menzionato, nemmeno nel suo discorso di Stoccolma, l’intuizione di Ida Tacke Noddack e gli studi di Lise Meitner come premesse necessarie ai suoi meriti.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Gertrude Belle-Elion (1918-1999) si laurea in chimica nel 1941. L’unica nel suo corso. Nonostante sia una mente brillante, nessuno vuole assumerla, perché è credenza diffusa che una donna possa portare solo scompiglio in un ambiente di lavoro composto da uomini. Fortunatamente, però, incontra un uomo illuminato, George Hitchings, che le consente di lavorare nel suo laboratorio. L’apporto scientifico di Gertrude nella cura delle leucemie è ancora oggi fondamentale e nel 1988 le vale il premio Nobel per la Medicina.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Barbara McClintock (1902-1992) ha un’inclinazione particolare per la genetica, ma è una branca della scienza vietata alle donne di allora. Si laurea, quindi, in botanica senza mai abbandonare le sue ricerche genetiche, eseguite in gran segreto. Nel 1983 conquista il premio Nobel per la Medicina, grazie ad uno studio pubblicato trentacinque anni prima e passato fino a quel momento sotto silenzio, nonostante avesse nel frattempo ottenuto la presidenza della Società Genetica d’America. Trentacinque anni di silenzio e questo solo perché donna e genetica era un binomio che non doveva esistere.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Emmy Noether (1882-1935) è una matematica tedesca tanto talentuosa che viene chiamata a Gottinga per insegnare, ma i colleghi si oppongono alla sua docenza. È donna! Emmy insegnerà ugualmente, ma sarà costretta a farlo quale sostituta di David Hilbert che l’aveva proposta per l’insegnamento. Dopo qualche anno le viene finalmente concesso di insegnare in proprio, ma senza stipendio. Einstein l’ha definita <i>«il più significativo e creativo genio matematico»</i>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Jean Marian Purdy (1945-1985) è un’embriologa e infermiera che, insieme al biologo Robert Edwards e al chirurgo Patrick Steptoe, rende possibile la nascita, con fecondazione artificiale, di una splendida bambina, la prima in assoluto. È il 25 luglio 1978. Nell’ospedale inglese di Oldham nel Lancashire, dove è avvenuto questo miracolo della scienza e della vita, una targa ricorda gli scienziati che lo resero possibile. I nomi sono solo due, però. Il nome di Jean Purdy, il nome della donna, il nome di una semplice infermiera, non c’è. Edwards si batte a lungo per il riconoscimento dei meriti della Purdy, che aveva avuto un ruolo fondamentale, sia nella fase della ricerca, sia in quella dell’embriologia applicata, ma inutilmente; ottiene solo che nella targa venga ringraziato <i>anche lo staff</i>. Nel 2010 a Robert Edwards va il Nobel per la Medicina. Il nome della Purdy finalmente trova risonanza mediatica. Il Nobel avrebbe dovuto essere assegnato anche a lei e al chirurgo Steptoe, ma, nel frattempo, sono morti entrambi e il regolamento di Stoccolma vieta assegnazioni postume. Un premio, però, l’ha conseguito anche la Purdy; un premio che ha un nome, Louise Brown, oggi quarantaduenne e a sua volta madre di due splendidi figli. È un premio che si chiama vita e che la Purdy ha contribuito a creare.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Recentemente, la società francese di marketing OpinionWay ha effettuato un interessante sondaggio che disegna in modo nitido la persistenza di un immaginario collettivo che vede gli uomini prevalere, soprattutto nelle scienze. Hanno chiesto ad un campione di persone, con domande a scelta multipla, chi avesse scoperto il virus dell’HIV e più della metà degli intervistati, anche di sesso femminile, ha dato il nome di un uomo, quando, in realtà, è stata l’immunologa francese Françoise Barré-Sinoussi, premio Nobel per la Medicina nel 2008. Analogo il risultato quando si è parlato del gene del tumore al seno, scoperto dalla genetista statunitense Mary-Claire King, o della composizione a base di elio e idrogeno nelle stelle, scoperta di cui è responsabile l’astrofisica anglo-statunitense Cecilia Payne.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Elizabeth Blackburn, che ha conseguito il premio Nobel per la Medicina nel 2009, ha raccontato un episodio emblematico della sua adolescenza: quando un suo professore del liceo le chiese come mai, carina com’era, volesse dedicarsi agli studi scientifici, lei non seppe rispondere, vittima essa stessa, a causa della giovane età, del cliché spudoratamente palesato dal suo insegnante.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Certi muri sono difficili da abbattere.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Possiamo cominciare a farlo, però, introducendo un nuovo cliché, quello che parla delle donne come di grandi menti, in grado di raggiungere le vette del sapere nonostante i tanti bastoni messi tra le loro ruote.</div> &nbsp;<div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs11lh1-5">[dal libro </span><i><span class="fs11lh1-5">La Donna. Un volto, cento anime</span></i><span class="fs11lh1-5">, dossier di InLibertà.it, mar. 2021, pp. 171]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs11lh1-5">© Foto di Alan 9187 da Pixabay</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">Per approfondire</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">Rita Levi Montalcini</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Elogio dell’imperfezione</span></i><span class="fs11lh1-5">, Garzanti, Milano, 1987</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">Piergiorgio</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Odifreddi</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Il genio delle donne. Breve storia della scienza al femminile</span></i><span class="fs11lh1-5">, Rizzoli, Milano, 2021</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">Sara Sesti – Liliana Moro</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Scienziate nel tempo. 100 biografie</span></i><span class="fs11lh1-5">, Ledizioni, Milano, 2018</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">Sara Sesti – Liliana Moro</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Donne di scienza. 55 biografie dall’antichità al Duemila</span></i><span class="fs11lh1-5">, Università Bocconi, Milano, 2002</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Mar 2021 19:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[George Sand. Nel nome di un uomo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000035"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="imTALeft fs12lh1-5">Il principio dell’abbandono</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">È un’infanzia traumatica, quella di Amandine-Lucie-Aurore Dupin, in arte George Sand.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">È il 1808 e lei ha solo quattro anni quando la famiglia Dupin rientra in Francia da Madrid: è nato il suo fratellino, l’erede maschio tanto atteso anche dalla nonna paterna. E proprio da quest’ultima, nella sua grande tenuta in quel di Nohant, la famiglia di Aurore si stabilisce. Ma il piccolo non supera il terzo mese di vita. La madre, Sophie-Victoire, è disperata. Nelle sue memorie, la Scrittrice ricorderà la notte in cui la madre obbligò il marito a disseppellire dal giardino il corpo del neonato per verificare che realmente avesse smesso di respirare.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Otto giorni dopo questo immenso dramma, il padre di Aurore, montando un bellissimo cavallo acquistato in Spagna, cade e muore. La vita della bambina è totalmente sconvolta. Intorno a lei vede muoversi rapidamente un mondo di affetti che la abbandonano. E c’è un altro abbondono in arrivo, forse il più importante; un abbandono con cui farà i conti tutta la vita, chiedendosi il perché non meritasse d’essere amata dall’unica persona che per legge divina non può non amare: sua madre. </div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">La nonna paterna, infatti, mal tollera la madre di Aurore e, dopo la morte del figlio, le due arrivano ai ferri corti, tanto che la signora Dupin conclude un contratto con la nuora: Sophie-Victoire si tra-sferirà a Parigi e lascerà Aurore a Nohant. L’astio della suocera sembra originato dal fatto che Sophie-Victoire fosse già incinta al momento del matrimonio con suo figlio e, soprattutto, dal fatto che avesse già un’altra figlia, Caroline, nata da una precedente unione. In verità, anche Maurice Dupin, il padre di Aurore, ha un altro figlio, Hippolyte, avuto da una precedente relazione. Al contrario di Caroline, di cui a Nohant non si pronuncia nemmeno il nome, il ragazzo vive lì, con la nonna paterna. Una famiglia allargata stile Ottocento.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">L’infanzia della piccola, dunque, trascorre in una realtà ovattata che sembra averle tolto i suoni della spensieratezza, i profumi della gioia, i sapori degli affetti più intimi. Da quel momento, dell’abbandono farà un suo cavallo di battaglia, abbandonando per non essere abbandonata; abbandonando nella speranza di cancellare la sofferenza provata, l’umiliazione subita.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Trascorre il tempo con la nonna nella tenuta di Nohant, insieme a Dechartres, il precettore.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Studia molto e fa molto sport, cavalcando ogni giorno fino ai confini estremi della sua tenuta; e lo fa in abiti maschili. Il suo precettore approva, la nonna non si oppone, ma, dal momento che Aurore assomiglia molto a suo padre, le chiede di tornare agli abiti femminili appena rincasata, perché non vuole confonderla con il figlio morto. Resta il fatto che la chiama spesso Maurice.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Dalla sua famiglia molto particolare Aurore eredita uno spirito indomito e un’intelligenza acuta. Inevitabile che nascano conflitti con la nonna, che rappresenta l’ala conservatrice dell’esistenza. A tredici anni, dunque, viene spedita per quattro anni nel Collegio delle Dame inglesi, a Parigi. Quando rientra a Nohant sembra un’estranea rispetto alla sua vita precedente. Ragiona fuori dagli schemi. Considera lo “scandalo” mero effetto di lingue taglienti indaffarate a mettersi in moto senza che il cervello le diriga. Provoca il mondo ottocentesco, affermando la parità tra uomo e donna, la necessità di considerare l’essere umano non in base alla differenza di sesso ma alla sua intelligenza, alla sua indole, alla sua capacità. </div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Dipinge e scrive.</div> &nbsp;<div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>Nascita di uno pseudonimo</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Alla morte della nonna, dopo un matrimonio sfortunato con monsieur Dudevant e la nascita di due figli, Maurice e Solange, la seconda probabile frutto di uno dei suoi tanti amori clandestini, si trasferisce a Parigi dove inizia a lavorare nella redazione de Le Figaro. Non le piace imbrigliare la sua penna nelle maglie rigide di un padrone: nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a decidere per lei cosa sia bene scrivere e cosa no. La libertà che ha nel cuore preme per uscire; ma il mondo della letteratura non è mai stato facile, soprattutto per una donna.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Le indagini di mercato di allora testimoniano come la letteratura femminile sia considerata una forma d’arte minore e come persino le donne prediligano leggere libri scritti da uomini.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Non a caso le sorelle Bronte, nel 1846, firmano le proprie poesie con pseudonimi maschili: Currer, Ellis e Acton Bell; non a caso Mary Anne Evans, a partire dal 1858, anno di pubblicazione del suo primo libro, si firma con lo pseudonimo George Eliot, in parte per evitare che le sue opere vengano considerate espressione di letteratura “femminile” e, dunque, minore, in parte perché i suoi libri non restino macchiati per osmosi dallo scandalo che la circonda, in quanto amante di un uomo sposato. Anche Louisa May Alcott, prima di scrivere <i>Piccole Donne</i>, firma con lo pseudonimo A. M. Barnard alcune sue novelle noir, abitate da donne manipolatrici, a volte malvagie e a volte sensuali, conferendo ai suoi scritti una maggiore credibilità, perché è opinione comune, a quel tempo, che una donna non sia in grado di scrivere storie simili rendendole accattivanti. Queste novelle verranno attribuite a lei solo negli anni Settanta del Novecento e sono il figlio perduto della Alcott, quello che lei ha tutelato sacrificandosi, imponendo il silenzio sul proprio nome. Ma c’è anche un altro suo figlio perduto, un bel romanzo noir, <i>Un lungo fatale inseguimento d’amore</i>, che affronta il tema dello stalking violento e che, nel 1866, la Alcott propone al suo editore, ricevendo un rifiuto. Resterà un inedito finché il manoscritto non verrà casualmente rinvenuto alla fine del Novecento. Stephen King lo ha presentato in un’interessante conferenza del 1995, dove ha evidenziato, thriller nel thriller, come il romanzo della Alcott assomigliasse ad un suo romanzo, <i>Rose Madder</i>, scritto qualche anno prima. Un gemellaggio di anime? La Alcott ha definito <i>Piccole Donne</i> un «libro noioso», ma è stato quello l’unico genere letterario che gli editori sono stati disposti a concederle di firmare con il suo nome di donna, anche se lei ha continuato a scrivere di tutto. Intrepida e caparbia proprio come la sua “Jo” di <i>Piccole Donne</i>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Anche Mary Shelley è costretta a firmarsi con il nome del marito, Percey Shelley; e così Violet Page, che, alla fine dell’Ottocento, pubblica sotto lo pseudonimo Vernon Lee. Ancora nella prima metà del Novecento la scelta di nascondersi dietro un nome maschile sembra salvifico per l’arte di una donna, se pensiamo a Karen Blixen che, per pubblicare i suoi racconti gotici nel 1934, usa il nom de plume Isac Dinesen, o a Katharine Burdekin, che, nel 1937, pubblica un romanzo tristemente profetico <i>Swastica Night</i> con lo pseudonimo Murray Constantine. Anche oggi abbiamo esempi di scrittrici che scelgono uno pseudonimo maschile, una per tutte J. K. Rowling, la madre di Harry Potter e del suo affascinante mondo magico; un’autrice molto famosa e molto brava che, per non restare ingabbiata nel genere fantasy, ha firmato i romanzi di altro genere con uno pseudonimo. Nulla da dire sulla scelta commerciale. Peccato, però, che abbia optato per un nome maschile, Robert Galbraith. Perché non un nome femminile? Sul fondo di questa decisione che alcune scrittrici ancora prendono, una decisione apparentemente adagiata sulla mera commercializzazione del prodotto editoriale, sedimenta, forse, il timore che un’opera letteraria possa ancora oggi essere tenuta in maggiore considerazione se scritta da un uomo.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Ma torniamo alla Sand. Nel frattempo, si innamora di un giovane collega giornalista, Julien Sandeau, più giovane di lei di sette anni. Scandalo nello scandalo, diventano amanti e vanno ad abitare in una soffitta parigina molto bohemien. Scrivono un primo libro insieme, <i>Rose et Blanche</i>, firmandolo J. Sand, ma quando Aurore scrive <i>Indiana</i> e lo fa senza che Julien metta una virgola di suo, lui stesso si rifiuta di farlo uscire con uno pseudonimo che potrebbe richiamare più il suo nome che quello di lei. Nasce, così, George Sand, nome con il quale Aurore firmerà tutte le sue future opere, passionali e femministe, che le varranno amicizie illustri e illustri aspre critiche. Stringe calorosa amicizia con Saint-Beuve, tanto criticato da Proust, con Balzac e con Flaubert. Taine, Renan, Heine, Dostoevskij e Hugo la considerano una delle più illustri presenze nel pantheon degli scrittori a loro contemporanei. Balzac manifesta la sua grande ammirazione per lei chiedendole di scrivere la prefazione alla sua <i>Comédie humaine</i>, ma, allo stesso tempo, Nietzsche la definisce <i>«vacca da scrittura»,</i> Zola, pur da lei grandemente ammirato, deride i suoi romanzi sociali, e Baudelaire si rivolge a lei e al suo lavoro tracciando un parallelo con una <i>«latrina»</i>. Ciò avviene dopo che le aveva chiesto di intercedere presso il direttore di un teatro affinché assumesse la sua amante, Marie Daubrun, per il Maitre Favilla. George ci prova, ma inutilmente. Baudelaire le fa di questo una colpa, lo considera un torto personale; e Baudelaire ha un gran seguito.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><i>Indiana</i> è un pezzo di lei. Non che non lo sia ogni libro di ogni scrittore, ma Aurore esce spesso, prepotentemente, dalla storia della bella e giovane creola, madame Delmare, impegnata in una perenne e infine tragica ricerca di sé attraverso la passione, nel timore dell’abbandono, quell’abbandono che Aurore vive sin da piccina con la morte del fratellino, del padre, con l’allontanamento della madre, e persino con la distanza caratteriale e generazionale che la divide dalla nonna; quell’abbandono che corregge con un’intensa e tormentata vita amorosa, con un’idea latente di morte. Sì, in madame Delmare c’è una gran parte di lei: «<i>C’era una cosa che lei temeva ancor più che l’essere ingannata: era l’essere abbandonata. Non poteva più fare a meno di credere in lui, di sperare l’avvenire che egli le aveva promesso, dal momento che la vita che trascorreva fra il signor Delmare e il signor Ralph le era divenuta odiosa, e se non avesse avuto la prospettiva di sottrarsi fra non molto alla dominazione di quei due uomini, si sarebbe annegata. Vi pensava spesso …».</i> </div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">C’è da chiedersi se lo pseudonimo maschile dietro il quale Aurore celerà la sua arte per tutta la vita sia solo una scelta letteraria, un modo per ovviare all’esecrabile scarsa considerazione dell’epoca per la letteratura femminile. Leggendo le sue lettere e i suoi romanzi, scandagliando nella sua ricchissima vita amicale si ha l’impressione che in lei si celino due personalità: da un lato il suo carattere determinato e volitivo e, dall’altro, la sua fragilità, la sua paura della solitudine; da un lato l’accavallarsi quasi caotico delle sue esperienze di vita, i vicoli ciechi relazionali in cui spesso si addentra, e, dall’altro, la sua ansia di perfezione e di bellezza che si traduce in un rigido schema di vita e che permea sia la sua sfera sentimentale, visto che lasciare un amante per un altro è, nelle sue stesse parole, <i>«lasciare l’imperfetto per avvicinarsi al perfetto»,</i> sia quella professionale, poiché mai consentirà ad un editore di imporle la seppur minima correzione.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Senza alcun travestitismo di tipo sessuale, sembra che Aurore stessa sia prigioniera degli stereotipi ottocenteschi e lasci alla parte femminile di sé la gentilezza e i timori, l’amore disperato e il piacere della bellezza, affidando a George, alla sua parte maschile, con i suoi abiti più pratici e il suo sigaro provocatoriamente fumato in pubblico, la forza, la determinazione, l’approccio narcisistico all’amore che la porta a chiamare fedeltà l’onestà nel vivere il tradimento “causato” dall’atteggiamento altrui: <i>«Sono stata fedele a coloro che ho amato, perfettamente fedele, nel senso che non ho mai ingannato nessuno e che non ho mai smesso di essere fedele se non per ragioni molto gravi che avessero ucciso in me l’amore, per colpa di altri»,</i> scrive al suo confidente Wojciech Grzymala.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>Gli amori di una vita</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Delusa dal rapporto con Sandou, la Sand tenta di consolarsi tra le braccia dello scrittore Prosper Mérimée, ma è un’esperienza fallimentare. Lui è pacato, sereno. La Sand è un vulcano. Non riesce a sentirsi capita, aiutata. Si lasciano presto e nel 1833 intreccia una burrascosa relazione sentimentale con Alfred De Musset, di cui si conserva un vivace epistolario. Si prendono, si lasciano, si riprendono. Lei arriva a parlare di suicidio. Si recano insieme a Venezia e lui si ammala di tisi. In quei giorni la Sand intreccia una relazione amorosa con il medico che lo ha in cura, tal Pietro Pagello. De Musset guarisce e torna a Parigi furioso. Ma la loro storia non è ancora finita. Si trascinerà per altri due anni. Infine George Sand lo lascerà, pur non riuscendo a dirgli addio: <i>«Io morirò. Addio, addio. Non voglio lasciarti, non voglio riprenderti, non voglio nulla, nulla: ho le ginocchia a terra e le reni spezzate: che non mi si parli più di nulla. Voglio baciare la terra e piangere. Non ti amo più, ma ti adoro sempre. Non voglio più saperne di te, ma non posso fare a meno di te. Soltanto un colpo di fulmine dall’alto potrebbe guarirmi e annientarmi. Addio, resta, parti, soltanto non dire che non soffro, c’è solo questo che possa farmi ancora più soffrire. Mio solo amore, mia vita, mie viscere, fratello mio, mio sangue, andatevene, ma partendo uccidetemi».</i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Intanto l’educazione dei figli è affidata a un precettore, sebbene la Sand non smetta mai di occuparsi di loro e di amarli. A pensarci bene, è materna anche con i suoi amanti, almeno finché la passione dura.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Quattro anni dopo inizia una relazione sentimentale con il musicista Fryderyk Chopin. Tra alti e bassi, rimarranno insieme dieci anni. Anche lui, come De Musset e come Julien Sandou è più giovane di lei. La Sand lo conosce per il tramite di Franz Liszt e della contessa Maria D’Agoult, amante di Liszt, anche lei scrittrice e anche lei costretta a firmare le opere più significative, come l’<i>Histoire de la Révolution </i>de 1848, con uno pseudonimo maschile, Daniel Stern. </div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Chopin non è solo più giovane di George Sand, è emotivamente fragile, inesperto rispetto ai trascorsi sentimentali della Sand; è schivo, dedito alle sue malinconie, alla sua musica. Niente di più misterioso e affascinante per una donna come Aurore.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Lei è in partenza per Majorca. Suo figlio Maurice non sta bene e il medico gli ha prescritto l’aria salmastra della Spagna. Anche la figlia, Solange, andrà con la madre e il fratello. Chopin, costituzionalmente cagionevole di salute, le dice che, se fosse al posto di Maurice, anche lui tornerebbe guarito. Nella sua autobiografia la Sand specifica: <i>«Non lo misi al posto di Maurice, ma vicino a Maurice»</i>. Chopin li segue in Spagna, dunque, ma partono separatamente e le Sand si organizza in modo da lasciare a casa Mallefille, il precettore dei ragazzi, con il quale, nel frattempo, aveva intrecciato una relazione amorosa. Inutile dire che il loro viaggio è chiacchieratissimo a Majorca: non sono sposati, ma dormono nella stessa stanza con i due figli di lei. La società ottocentesca spagnola non può uscirne indenne. Inoltre Chopin si aggrava. Tossisce in continuazione. Curioso contrappasso: Chopin ha la tisi, proprio come De Musset a Venezia. La Sand è stanca, ma questa volta adempie al suo dovere “infermieristico” e così continuerà anche a Parigi. Chopin è un terzo figlio, intrecciato alla sua anima da un rapporto ancestrale e alchemico. Trascorrono lunghi periodi insieme ma anche separati.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Chopin la ama in modo premuroso, si preoccupa per lei, cerca di sbrigarle le incombenze ordinarie affinché lei viva il più serenamente possibile; nei periodi in cui la Sand si trova a Nohant, Fryderych le cerca casa a Parigi secondo le direttive che lei gli impartisce, compra la stoffa dei suoi abiti affinché la sarta li prepari in tempo per il suo arrivo, le sbriga la corrispondenza …: <i>«Il vostro abito è di seta nera, del tipo migliore. L’ho scelta io stesso secondo le vostre raccomandazioni. La sarta l’ha portata via con tutte le vostre istruzioni. Credo che ne sarete soddisfatta. Qui ci sono mol-te lettere per voi …».</i> Chopin gioisce del fatto che la sua amata si trovi bene, quand’anche lontana da lui, si mostra entusiasta per i suoi successi teatrali e non manca mai di mandare un saluto ai ragazzi. Tutto di lei lo coinvolge e lo irretisce.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">L’affetto che Solange prova per Chopin lentamente muta in un’attrazione che rivela il conflitto tra madre e figlia. La Sand non vorrà mai crederlo. Resta il fatto che l’unione con Chopin sta giungendo al termine. Sand scrive <i>Lucrezia Floriani</i> e descrive nel protagonista, il principe Karol, la resistenza passiva di Chopin che la ingabbia. Legge all’ammalato le parti salienti. Gusto sadico o desiderio di farlo reagire, di chiedergli aiuto nell’interrompere quella relazione diventata solo un soccorso medico?</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Nell’autunno del 1849, quando Chopin sarà sul letto di morte, attorno a lui ci saranno gli affetti di una vita. Tutti tranne George Sand e, come scrive Salvaneschi, <i>«La sua assenza riempie la camera dove il musicista agonizza». </i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">Intanto, George Sand scrive molto. Dal femminismo e dalla lotta per l’emancipazione, passa al socialismo per poi aderire ai moti rivoluzionari del 1848. La rivoluzione fallita le fa sentire l’esigenza di rifugiarsi nell’alveo familiare, nel luogo dove tutto è iniziato: Nohant. Lì si occupa dei nipoti e scrive altri romanzi, che, come ogni suo scritto, seguono l’andamento mutevole delle sue ideologie e dei suoi impegni sociali. Ora si accosta alle storie dell’aristocrazia di campagna.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5">L’unica cosa certa è che resterà per sempre George, sui suoi libri. Una scelta audace che, forse, parte dall’esigenza di contrastare la scarsa considerazione che l’Ottocento nutre per la letteratura “femminile”, ma che diventa un irrinunciabile stile di vita, suggellato dalle sue scelte audaci, dal suo stile provocatorio, dai suoi abti di forgia maschile, dal suo irrinunciabile sigaro, dalle idee politiche, dalla sua capacità di seguire sempre e comunque il suo cuore di donna.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"> </div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs11lh1-5">[dal libro </span><i><span class="fs11lh1-5">La Donna. Un volto, cento anime</span></i><span class="fs11lh1-5">, dossier di InLibertà.it, mar. 2021, pp. 81 ss.]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">© Foto di Gianfranco Jannuzzo – Profilo di donna (modella Ombretta Cantarelli)</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs11lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">Per approfondire</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">Alfred De Musset – George Sand</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Il nostro amore</span></i><span class="fs11lh1-5">, Rizzoli, Milano, 1963</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">Francine Mallet</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">George Sand</span></i><span class="fs11lh1-5">, Editori Riuniti, Roma1980</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">André Maurois</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Lélia. La vita di George Sand</span></i><span class="fs11lh1-5">, Rusconi, Milano, 1978</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">Valeria Rossella</span></b><span class="fs11lh1-5"> (a cura di), </span><i><span class="fs11lh1-5">Vita di Chopin attraverso le lettere</span></i><span class="fs11lh1-5">, Lindau, Torino, 2003</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs11lh1-5">Nino Salvaneschi</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Il tormento di Chopin</span></i><span class="fs11lh1-5">, Cobaccio, Milano, 1934</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Mar 2021 19:49:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[In principio era Eva. Storia della donna attraverso il peccato]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008E"><div class="imTACenter"></div><div><b>La donna del peccato</b></div><div>Paradiso Terrestre. Anno zero. Un uomo, una donna e il seme della curiosità, della tentazione, della conoscenza del Bene e del Male che conduce alla cacciata, all’inizio di una vita gravata dal peccato originale.</div><div>Eva mangia la mela. Disobbedisce a Dio.</div><div>Quando le viene chiesto conto delle sue azioni, incolpa il serpente, un serpente che qui incarna il Male, anche se altrove è simbolo di potere benefico, di rinascita e guarigione, come il Nehushtan di Mosè o il serpente di Esculapio; è simbolo di eternità, come l’Uroboros; è la morbida spira che accoglie il riposo di Vishnu, incarnata da Ś̃eṣa, suo avatar.</div><div>Il serpente, ovviamente, si difende: stando alla mistica ebraica medievale, accusa Eva d’essersi fatta influenzare, mancante com’è di resistenza morale, di intelligenza, di discernimento, come tutte le donne. A rincarare la dose interviene Adamo: anche lui ha mangiato il frutto proibito su suggerimento di Eva, ma trova una valida ragion d’essere per la scarsa resistenza morale che ha mostrato: facendosi interprete di un primo assaggio di cavalleria, che la dice lunga sugli atteggiamenti futuri di una parte della sua progenie, si limita a gettare tutta la colpa su di lei.</div><div>Sembra solo una storia, ma è molto di più: è un mito che si concretizza in dogma e diviene insegnamento religioso; è una narrazione che racchiude la parola del Dio degli ebrei e dei cristiani e disegna l’origine di un mondo abitato da donne sulle quali grava la causa d’ogni peccato e che meritano la condanna divina.</div><div>Conoscenza e femminilità diventano il binomio peccaminoso per eccellenza e il peccato deve essere espiato. La pena è particolarmente aspra: si concretizza nella dominazione maschile, cui la donna non potrà sottrarsi perché il pacchetto punitivo comprende la sua attrazione verso il dominatore: <i>«Moltiplicherò le doglie delle tue gravidanze; partorirai i figli nel dolore, tuttavia ti sentirai attratta con ardore verso tuo marito, ed egli dominerà su di te»</i> [Genesi, 3, 16].</div><div>A molte donne d’oggi potrebbe risultare incomprensibile, quando non minacciosa, l’immagine che da ciò si ricava; potrebbe essere vista come uno schermo che oscura l’amore, l’unione, la passione. In effetti quello che è sembra cancellare quello che dovrebbe essere, relegandolo nel campo fertile di tutte quelle impurità assegnate ad Eva come risultato della sua disobbedienza.</div><div>Neanche Zeus ci va leggero, a dire il vero. Per gli antichi greci il fuoco della conoscenza lo ruba un uomo, Prometeo, che fa una gran brutta fine, ma è Pandora, la splendida e desiderabile Pandora, a scoperchiare il vaso che contiene tutti i mali: le sofferenze degli uomini arrivano da lei. Lei è l’origine dei patimenti del genere umano. Proprio come Eva.</div> &nbsp;<div><b>Il nodo da sciogliere tra virtù e peccato</b></div><div>Si conoscono antichi miti per i quali il femminino non incarna affatto il peccato, bensì la sacralità, la potenza. Mi riferisco alla Grande Madre, sorgente del Creato, l’archetipo primordiale che rappresenta la terra, l’alveo che offre la vita, la madre misericordiosa, la guaritrice; la gloriosa Nanâ dei Sumeri; la Mawu africana; la Sheela degli irlandesi; mi riferisco alla deificazione del Sole, sì, ma anche della Luna, dell’uomo e della donna paritariamente potenti e necessari alla vita.</div><div>Ugo Foscolo, in una sua prolusione inaugurale di anno accademico all’Università di Pavia, intitolata <i>Dell’origine e dell’ufficio della Letteratura</i>, guarda alla deificazione femminile della luna: <i>«La Luna, emula del Sole nelle prime adorazioni degli uomini, era Astarte ai Fenici, e Dione agli Assiri, ed Iside e Bubaste agli Egizi; poi, da regina celeste degli imperii, ottenne, in Grecia e nel Lazio, tanti nomi e riti ed altari, quant’erano le umane necessità»</i>.</div><div>La luna. L’omonima dea dei romani, col suo bel santuario sull’Aventino, compagna di Trivia e di Diana; l’Artemide, la Selene e l’Ecate dei greci … la luna che Bellini glorifica nella Norma, la Casta Diva in grado di spargere in Terra la stessa pace che reca in Cielo.</div><div>Ecco, la pace in Terra. È auspicio che ricorda il <i>Gloria in Excelsis Deo</i>. In ogni cultura elargirla compete alla divinità. Per noi cristiani è Dio, per molti popoli dell’antichità erano divinità femminili spesso accostate al simbolo della fertilità per eccellenza, ossia il bacile, il vaso, quel Calice di Vita che il Dan Brown de <i>Il Codice da Vinci</i>, e prima di lui, Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln ne <i>Il Santo Graal</i>, hanno identificato con la Maddalena.</div><div>In antico Egitto il geroglifico corrispondente al vaso significa “tutto”, “ogni cosa”, così in molte altre culture dell’antichità: niente di più vicino all’onnipotenza divina.</div><div>Sacralità e procreazione, però, rappresentano un binomio che, per il cristianesimo, racchiude una contraddizione: come conciliare la purezza con l’atto impuro, macchiato dalla conoscenza carnale? Il compromesso perfetto è la Madre Vergine, calice di limpidezza assoluta, in grado di allontanare il peccato di Eva dalla figura femminile. Attraverso il parto virginale, Dio distingue la donna salvifica dalla prima peccatrice e dalle sue discendenti.</div><div><i>«Ave Maria»</i> esclama l’Arcangelo nell’Annunciazione. Avrebbe potuto dirle <i>Salve</i>, saluto più aggraziato da rivolgere ad una donna, ma Ave non è solo un saluto, è anche il nome Eva letto al contrario, esattamente come Maria Vergine è il contrario della colpevole dell’Eden. </div><div>Nel mito e nell’evoluzione storica del pensiero umano, però, sulla donna, ancorché salvata dal sacro concepimento di Maria Vergine e dalla nascita di Gesù, non smette di gravare un fondo di ambivalenza edenica. A guardare bene, la storia della donna è tutta qui, interamente segnata dal dualismo purezza/peccato, obbedienza/disobbedienza, bontà/cattiveria, verginità/sesso; lo stesso dualismo di cui parla Hermann Hesse nel suo <i>Demian</i> (e che gli appassionati di rock come me ricorderanno anche in un album dei Santana del 1970). Abraxas, in una parola: la divinità degli opposti, che richiama le contraddizioni attribuite ad Iside in uno degli inni a lei dedicati, ritrovato nei codici di Nag Hammadi.</div> &nbsp;<div><i>«Io sono la prima e l'ultima</i></div><div><i>Io sono la venerata e la disprezzata</i></div><div><i>Io sono la prostituta e la santa</i></div><div><i>Io sono la sposa e la vergine …»</i></div><div> </div><div><br></div><div>La donna è dunque un coacervo di contraddizioni; è colei che incarna l’Altro rispetto ad un Io corretto dal suo doppio animico, è la prostituta sacra del Gilgamesh e, come tale, viene sistematicamente trattata in ogni epoca. Ce lo insegna la storia; in misura di volta in volta diversa, ma l’essenza resta quella. Il dualismo che contraddistingue la natura umana in lei si accentua e sfiora quello di Jekyll e Hyde, quello di Dorian Grey, di William Wilson, di Baldovino, lo studente di Praga di Ewers. Il doppio maschile, però, è mero frutto di fantasia, il doppio femminile, invece, fa parte della natura. Così dicono. Insomma, per la mentalità maschilista, non esce niente di buono da una duplicità tanto netta da ricordare quella dell’albero da cui Eva ha colto la mela: la donna è Bene e soprattutto Male.</div> &nbsp;<div><b>Viaggio nella storia antica</b></div><div>L’antica Roma pagana esalta egualmente Cornelia, madre virtuosa dei Gracchi, Hortensia, oratrice appassionata, e Messalina, splendida fanciulla trasgressiva; le matrone godono di stima, ma non se ne riserva di meno alle cortigiane. Le donne impositive e tenaci, intelligenti e astute, spesso, rappresentano le eminenze grigie alle spalle degli uomini di potere, come le tre Giulie di Eliogabalo.</div><div>Non che le donne romane possano aspirare alla parità con l’uomo, intendiamoci: inferiori nell’educazione scolastica e nelle potenzialità lavorative, vedono precluso ogni ruolo; tuttavia è concesso loro di avere una vita a volte brillante e in tal modo percorrono la via di una progressiva emancipazione.</div><div>Nel 313, con l’editto di Costantino, la religione cristiana si espande a macchia d’olio. È l’inizio di una conquista cultuale progressiva che culminerà in una vera e propria egemonia spirituale, soprattutto dopo la caduta dell’Impero.</div><div>Il Medioevo, infatti, sorge in seno al dogma cristiano. Il mito di Adamo ed Eva genera anelito alla redenzione. I Vangeli non tracciano una strada di emancipazione femminile come quella conosciuta dalla donna romana: esaltano la verginità e la preghiera, la vita monastica, o i matrimoni bianchi, come quello di Santa Cunegonda, moglie di Sant’Enrico, il quale, stando a quanto riportato nella Bolla papale di Innocenzo III, dal letto di morte dice ai suoceri con vanto: <i>«Ve la rendo come me l’avete affidata»</i>, ossia vergine.</div><div>La santità di Cunegonda è un’eccezione, ovviamente. Per tutte le altre donne l’unica chance per condurre un’esistenza onorevole è scegliere la vita monastica o rifugiarsi in un matrimonio che le preservi dalla lussuria generalizzata di cui sono portatrici. Il corpo della donna passa dalla potestà paterna a quella maritale secondo accordi perfettamente aderenti ai contratti di vassallaggio. È regina di cuori solo in apparenza; nella realtà rappresenta l’oggetto degli interessi di due maschi autorizzati a praticare un severo controllo sulla sua vita, e permane il suo ruolo assolutamente secondario.</div><div>Nel XII secolo all’amore si attribuisce una sottile sfumatura in più: la relazione amorosa diviene poesia del proibito. Nasce l’amor cortese per una dama sposata ad un altro uomo. Dati i tempi, ovvio che un simile sentimento diventi il portale per una dimensione dove la consumazione del rapporto conduce alla morte, si pensi a Tristano e Isotta, a Lancillotto e Ginevra, a tutte quelle coppie che, come era stato anche per Priamo e Tisbe, le creature di Ovidio che Shakespeare ha trasformato in Romeo e Giulietta, vivono un amore non libero.</div><div>L’interpretazione stilnovistica delle rime d’oltralpe ci offre un amore identificato con il cuore gentile, che è tale per virtù; un amore vissuto attraverso la morale, sospeso tra religione e laicismo e ancora più fatale nel suo concretizzarsi, perché non solo si muore, ma si finisce all’inferno! La morte non è punizione sufficiente, a quanto pare. Ne sanno qualcosa Paolo e Francesca, gli infelici amanti del V canto dell’Inferno dantesco.</div><div><i> </i></div><div><i><br></i></div><div><i>«Amor, che a cor gentil ratto s’apprende,</i></div><div><i>prese costui della bella persona</i></div><div><i>che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.</i></div><div><i>Amor, che’a nullo amato amar perdona,</i></div><div><i>mi prese del costui piacer ‘sì forte,</i></div><div><i>che, come vedi, ancor non m’abbandona»</i></div><div>[Inferno, V, 100-105]</div> &nbsp;<div>Il racconto di Francesca è costruito sul moralismo stilnovistico: il cuore nobile non può non aprirsi all’amore e chi è amato non può non riamare. Sullo sfondo della loro passione si erge un fatalismo giustificativo. Lei è sposata con Gianciotto Malatesta, fratello di Paolo; tuttavia l’amore del cognato, che dal cuore gentile di Francesca non può non essere ricambiato, esplode fatalmente a causa di un libro galeotto: stanno leggendo del bacio tra Ginevra e Lancillotto e la passione esplode. Si baciano a loro volta. Vengono scoperti. Vengono uccisi. Finiscono all’Inferno. Dal loro uccisore li separerà in eterno qualche girone.</div> &nbsp;<div><i>«Amor condusse noi ad una morte:</i></div><div><i>Caina attende chi a vita ci spense»</i></div><div>[Inferno, V, 106-107]<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><br></div><div>La donna medievale, dunque, incarna un peccato che, attraverso la tentazione, uccide, o, conseguenza più lieve, induce l’uomo a perdere se stesso, facendogli abbandonare la propria strada, il proprio destino. Eva tentatrice continua a resistere annidata nel cuore delle donne.</div><div>Nell’<i>Erec et Enide</i> di Chrétien de Troyes, un cavaliere, Erec, viene aspramente criticato dai suoi compagni d’arme per essersi allontanato dai doveri di battaglia a causa delle gioie d’amore che gli offre sua moglie Enide. Per non rischiare di perdere se stesso nelle mollezze sentimentali e sensuali, di cui la donna è per natura portatrice, relega Enide nel ruolo di sorella, di amante platonica.</div><div>Identica la strada imboccata da Eloisa, che, per amore del suo Abelardo, si rinchiuderà a vita monastica, dipingendolo unico padrone del suo corpo e della sua anima.</div><div>Il trascorrere del tempo non modifica la geometria delle colpe bibliche e la donna, sia essa oggetto d’amore romantico, di passione, di ammirazione o di affinità elettiva, è portatrice di peccato e, come tale, deve essere allontanata, rinchiusa, prevaricata, trattata da essere inferiore. E non parlo solo dell’inferiorità morale, retaggio del peccato di Eva. S. Tommaso evidenzia l’inferiorità della donna sia sotto il profilo fisico che mentale. </div><div>L’uomo, dunque, non solo relega la donna in un ruolo subalterno, ma la convince d’essere fisicamente e intellettivamente carente.</div><div>È un’equazione senza incognite, l'esistenza femminile: l’inferiorità si correla direttamente alla debolezza morale che rende la donna facile strumento del Demonio. Ella si penta, si sottometta all’uomo quale gaia suddita e umile serva, si ritiri in preghiera e accetti la redenzione, altrimenti abiti gli inferi e ne paghi le conseguenze. E che conseguenze!</div><div>È vero che il Duecento è l’epoca dell’evoluta Bitisia Gozzadini, lettrice di Giurisprudenza all’università di Bologna, e che il Trecento è l’epoca di Novella D’Andrea, sostituta del padre canonista nelle sue lezioni, benché costretta a celarsi dietro una tenda, ma la nascita dell’Inquisizione porta, verso la fine del Quattrocento, e per trecento anni, a una visione della donna estremamente negativa. Un nome per tutti: Giovanna d’Arco.</div><div>Si comincia a parlare della donna-strega come di un essere non più avvolto dal fascino pagano e sapiente che aveva nell’antichità, bensì come messaggero del Demonio; un messaggero da condannare, punire, bruciare.</div><div>C’è un preciso disegno politico-religioso dietro tutto ciò: <i>«Senza la strega le dottrine demonologiche dei teologi rimarrebbero astratte e infondate; se la strega non esistesse, verrebbe meno tutta la costruzione metafisica che pretende congiungere Satana alla natura e all’umanità. Come lo scienziato ha bisogno della verifica sperimentale che convalidi la sua ipotesi, così il teologo ha bisogno dell’esistenza effettiva delle streghe per apportare una verifica alle sue elucubrazioni»</i> correttamente osserva Faggin.</div><div>In buona sostanza, la donna, da incarnazione del Male dopo la cacciata dall’Eden, passa a strumento di verifica dell’esistenza stessa del Male. Provare per credere, recitava una vecchia pubblicità: il Maligno esiste, ne è prova la donna che lo evoca; la donna va bruciata in quanto ha evocato il Maligno.</div><div>Le streghe … donne vecchie e sole, scontrose, abili nell’uso delle erbe mediche; donne giovani e belle, segnate, per loro sfortuna, da una lentiggine di troppo; donne intelligenti e politicamente impegnate da mettere a tacere; donne semplici, ingenue, con il cuore capace di vedere oltre la realtà; donne che credono nelle fate, nei folletti, negli spiriti benevoli e in quelli malvagi; donne suggestionabili; donne forti nell’odio a causa dell’ingiustizia. Donne.</div><div>Per secoli costoro saranno vittime preferenziali d’un sistema repressivo basato sull’odio e sulla presunzione d’impurità che origina dal peccato di Eva.</div><div>Passano i secoli e siamo ancora lì, al momento della cacciata dall’Eden.</div><div><b> </b></div><div><b><br></b></div><div><b>La strada della donna mezzo millennio dopo</b></div><div>Sul finire del Medioevo all’angelo del focolare viene concesso di avvicinarsi al lavoro artigianale, spesso esercitato nelle botteghe dei mariti. E non solo. Lo scriptorium familiare è alveo anche di miniaturiste, di copiste, di calligrafe. Le donne leggono, si accostano al lavoro e alla cultura.</div><div>Umanesimo e Rinascimento vedono il ruolo della donna subire un cambiamento. Non aspettiamoci rivoluzioni, ma la donna, senza dubbio, assume un ruolo di maggiore rilevanza. Per lo meno è quanto vale per alcune. Grazie ai legami di sangue, infatti, vi sono donne nobili che si accostano alla politica, manifestando caratteri determinati almeno quanto gli uomini. Patiscono ancora un’educazione di rango inferiore, ma spesso incarnano icone di cultura, di potere, di grandezza.</div><div>Si pensi a Vittoria Colonna, ad esempio, tipica donna raffinata e colta che dei tradimenti e della lontananza del marito fa apparente virtù, scrivendo sonetti d’amore per lui, ma, al contempo, muovendosi da regina nella vita politica e religiosa di allora e mietendo ammirazione sconfinata. Accanto al cardinale Reginald Pole forma un gruppo in odore di eresia, gli Spirituali, malvisti dalla Chiesa del cardinale Carafa, futuro papa Paolo IV, in quanto ritengono che la chiave del perdono divino sia un dialogo privato con il Cristo risorto e non le indulgenze vendute in Vaticano. È pericoloso appartenere a quella cerchia di spiriti liberi, eppure, la bella Vittoria non organizza solo riunioni segrete, ma fa accoliti. Tra questi Michelangelo Buonarroti. Pur avvezzo a barcamenarsi spesso tra diverse ideologie e diversi indirizzi politici senza prendere posizioni che possano compromettere il suo lavoro, il Sommo Artista, per Vittoria, sfida l’eresia. In quel periodo, egli realizza alcune opere significative, focalizzando la sua attenzione sulla figura del Cristo crocifisso, cardine dell’esistenza e signore dell’anima, essere supremo che rappresenta il tutto, che racchiude ogni cosa, come il Cristo-vortice attorno a cui ruotano la vita e la morte nel Giudizio Universale. Vittoria, con la sua intelligenza, il suo coraggio, la sua vitalità e, al contempo, la sua latente tristezza, le sue fughe in convento, spazza via qualunque sentimento che Michelangelo possa aver provato in passato. Per lei dipinge, disegna e scrive rime; è presente anche quando assente e le rimarrà accanto fino al giorno in cui ella chiuderà gli occhi per sempre: un evento improvviso e oscuro che lo fa invecchiare, lo abbatte, lo devasta, lo imprigiona nei pensieri e nei sentimenti per lei. Non ha mai fatto segreto di quella sensazione di completezza provata solo accanto a madonna Vittoria. Conoscerla l’ha fatto sentire come un marmo scolpito che vale molto più di quando era solo una pietra in cava:</div><div> </div><div><i><br></i></div><div><i>«Io mi son caro assai più ch’io non soglio;</i></div><div><i>Poi ch’io t’ebbi nel cor, più di me vaglio:</i></div><div><i>Come pietra ch’aggiuntovi l’intaglio,</i></div><div><i>È di più pregio c’el suo primo scoglio»</i></div><div>[M. Buonarroti, sonetto XIX]</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Anche Lucrezia Borgia è esponente di simile fascino e di un’indipendenza parimenti esemplare, sebbene di segno senz’altro diverso da quella di Vittoria Colonna. Passata alla storia come vendicativa avvelenatrice e donna dagli amori discutibili, è, nonostante tutto, una figura imponente, che assume ruoli politici definiti, anche se, sotto certi aspetti, è fragile, forse vittima della personalità titanica di suo fratello Cesare, il Valentino, e di suo padre, papa Alessandro VI, contro il quale Savonarola scaglierà la sua voce affilata che gli varrà la vita.</div><div>E del pari vittima di quell’epoca brillante e tagliente come lama di coltello, è la bella Beatrice Cenci, decapitata come parricida da papa Aldobrandini, desideroso di accaparrarsi gli ingenti beni della sua famiglia. I fatti dei quali è accusata fanno gridare allo scandalo: un pover’uomo ucciso dall’ingrata figlia, con la complicità della matrigna e dei fratelli. Oggi, al contrario, invocheremmo a gran voce la legittima difesa per quella fanciulla imprigionata da un padre-padrone che si dilettava a stuprarla, ad obbligarla a guardare mentre stuprava la moglie, a farsi grattare la rogna nelle parti intime, a tenerla al buio, a pane raffermo ed acqua, qualora desse cenno a chiedere un briciolo di dignità. Purtroppo la legge della fine del Cinquecento non la tutela. È donna: che ubbidisca, accetti lo stupro e ringrazi per i maltrattamenti; reagire non le conviene. Ma la sua personalità non la abbandona nemmeno sul patibolo: maledice il Papa che ha consentito una condanna a morte senza prestare ascolto alle sue ragioni. Poi la sua testa cade. Le donne del popolo la raccolgono in un cesto di fiori: per tutte loro, che sanno bene cosa significhi essere donna a quel tempo, Beatrice è una martire. A dirla tutta, non può non esserlo anche per le donne d’oggi.</div><div>Accanto ad una timida evoluzione dei costumi femminili, dunque, resta una violenza morale e fisica forte, fortissima, nei confronti delle donne, e un pregiudizio che si erge come una montagna invalicabile, restringendo il loro spazio vitale: il pregiudizio dell’inferiorità. Da Galeno di Pergamo a Möbius, la filosofia e la scienza non abbandonano mai il concetto di inferiorità fisica e mentale della donna, in base al quale ella è null’altro che un uomo imperfetto. Oggi, fortunatamente, ne ridiamo: «<i>Come fa a descrivere le donne così bene?»</i> chiede una giovane signora al Jack Nicholson scrittore maschilista, narcisista, intollerante e ossessivo di <i>Qualcosa è Cambiato</i>. <i>«Penso ad un uomo e gli tolgo razionalità e affidabilità!».</i></div><div>È un miracolo che, con tutte le vessazioni subite, la donna sia riuscita comunque ad emergere, ad imporsi, ad esistere!</div><div>Nel Seicento, accanto alle figure femminili di potere e di cultura, tipicamente rinascimentali, si incontrano le prime donne dissenzienti che, coraggiosamente, rischiando tutto, denunciano le storture della discriminazione e della prevaricazione: Artemisia Gentileschi, pittrice, che, appoggiata da un padre protettivo e di aperta mentalità, ha il coraggio di denunciare lo stupro subito dal collega Agostino Tassi; Anna Maria von Schurman, letterata, che, con un suo epistolario, si batte per il diritto allo studio; Arcangela Tarabotti, alla quale era stata imposta la vita monastica nella dimora benedettina di Sant’Anna, a Venezia, e che, con il libro <i>L’inferno monacale</i>, denuncia la violenza insita nell'obbligo di abbracciare i voti in assenza di vocazione; Olimpia Maidalchini, che, instradata anch’essa verso il velo, con uno stratagemma riesce a seguire i propri sogni, i propri desideri. La vicenda merita d’essere narrata per la simpatica furbizia della protagonista. Olimpia si finge malata per non incontrare il confessore che, su insistenza della famiglia, avrebbe dovuto convincerla ad abbracciare la vita monastica; quindi fa in modo di “guarire” proprio in concomitanza con un impegno dell’ecclesiastico e ottiene di incontrarne un altro, meno permeabile alle istanze dei genitori. A questi consegna una lettera per il vescovo in cui confessa la sua mancanza di vocazione e denunzia il tentativo di coercizione. Dopo aver punito il confessore corrotto, il vescovo parla con i genitori di Olimpia e li convince a darla in moglie, in modo da onorare le sue aspirazioni e non le loro. Rimasta vedova presto, sposa in seconde nozze Pamphilo Pamphili e Roma serba ancora ricordo di questa donna forte, libera e gaudente, soprannominata la Pimpaccia e persino la Papessa, stando alle sferzate di Pasquino, una delle statue parlanti romane. In effetti, non è lieve la sua influenza negli affari di un certo Papa: moglie annoiata del modesto Pamphilo, diventa presto amante focosa del fratello del marito, uomo potente, prima come cardinale e poi come papa Innocenzo X, e si dedica con eguale impegno e ambizione alla gestione degli affari della Curia e alla carriera del figlio, Camillo Francesco Maria, che lei ha fatto nominare cardinale. Il ragazzo, però, ha tutt’altra vocazione e abbandona la porpora per una nobildonna, un’Aldobrandini, che porta lo stesso nome della madre, Olimpia &nbsp;&nbsp;- guarda un po’, a volte, i casi freudiani della vita! -, &nbsp;&nbsp;e che la madre, avendo sognato per il figlio la tiara papale, non approverà mai, come da manuale.</div><div>Il fermento culturale che, nella seconda metà del Cinquecento, aveva raggiunto altissime vette soprattutto sotto il profilo dell’arte, si spinge, nel secolo successivo, ad esplorare con maggiore attenzione la scienza, confidando nelle potenzialità dell’individuo in un processo di crescente laicizzazione della cultura. È il secolo di Cartesio, ma anche di Elisabetta di Boemia con la quale il filosofo intrattiene un fecondo rapporto epistolare; è il secolo di Galilei, ma anche di Cristina di Lorena, sua interlocutrice epistolare, con la quale lo scienziato ragiona d’ogni sua idea. Entrambe mostrano d’essere donne di alto livello culturale, vanto d’un secolo che sta ponendo le basi per la nascita dei lumi; ma nessun lume può accendersi nelle menti se la cultura non diventa un bene comune.</div><div>Mary Astell, nel 1700, riprende la lotta per l’istruzione, dunque: le donne ne devono ricevere una pari a quella che viene impartita agli uomini. Si batte, inoltre, contro il matrimonio usato come strumento coercitivo per la donna.</div><div>Ecco, il matrimonio. Argomento pungente. Sacro alveo d’amore o prigione di indifferenza? Luogo di scelte o di costrizioni?</div><div>Sicuramente il matrimonio cui si riferisce Mary Astell è la gabbia che viene innalzata attorno alla donna, spesso costretta a sposare un uomo che non ama, dal quale non è amata e ciò in risposta a mere esigenze familiari e patrimoniali, o come correttivo dell’onore leso.</div><div>Tuttavia la gabbia può anche stringersi attorno all’uomo. È quanto affermano alcuni italiani nella seconda metà dell’Ottocento. In occasione di un noto caso giudiziario romano, che vede un tal Augusto Formilli imputato per l’omicidio della moglie, Rosa Angeloni, sul Messaggero appaiono articoli che, più o meno velatamente, descrivono l’auspicato divorzio come alternativa all’uxoricidio.</div><div>Non c’era proprio da star serene ad indossare la gonna!</div> &nbsp;<div><b>Tempi moderni</b></div><div>Il XIX secolo si apre tra le macerie di una rivoluzione, quella francese, e si conclude ponendo le basi per una guerra, la prima mondiale. Nel mezzo troviamo cambiamenti economici, sociali, politici e culturali che inevitabilmente investono anche la millenaria questione della subalternità femminile.</div><div>Con l’avvento della rivoluzione industriale, la donna entra in modo massivo nel mondo del lavoro, che diviene alveo di sfruttamento e di nuove forme di violenza, vero, ma anche di emancipazione, quanto meno personale, visto che, sotto il profilo economico, poco è cambiato e la donna non può neppure disporre del proprio salario.</div><div>Ancora si tende a preservare l’esclusione delle donne dalla gestione della cosa pubblica. La giustificazione che se ne offre è bizzarra: una condizione sociale che veda paritari i diritti degli uomini e delle donne, potrebbe generare un inutile e paralizzante conflitto sociologico dei sessi.</div><div>All’attenzione delle donne, dunque, si pone in primis l’uguaglianza.</div><div>Le identità femminili crescono: oltre ad essere mogli e madri, divengono lavoratrici, parlano senza paura, si presentano come entità dotate di opinioni e ideologie. Ancor più si percepisce il divario tra la situazione economica e lavorativa e l’emarginazione sociale e politica. Le voci delle donne, dapprima isolate e poi unite in un coro delicato, si fanno ora potenti.</div><div>Nel 1789 hanno la gonna le incendiarie dietro le barricate rivoluzionarie francesi e stilano una richiesta di riconoscimento dei diritti, il Cahier de Doléances des Femmes. Olympe de Gouges è una di loro: pubblica accesi scritti politici e finisce ghigliottinata nel 1793, poco meno di un anno dopo l’uscita di un magnifico testo sui diritti della donna, scritto dall’inglese Mary Wollstonecraft, madre della scrittrice Mary Shelley: <i>«È tempo di compiere una rivoluzione nei modi di esistere delle donne. È tempo di restituire loro la dignità perduta».</i></div><div>L’Ottocento è un secolo di grandi contraddizioni. Si fregia di donne lavoratrici, che vivono personalmente la rivoluzione industriale; di donne-guerriere, come Anita Garibaldi e Rosalia Montmasson; di donne che lottano per l’uguaglianza, come la coraggiosa Anna Maria Mozzoni, che critica apertamente il codice italiano del 1865 e chiede a gran voce l’emancipazione sociale della donna; ma è anche un secolo in cui molte donne restano immerse senza particolari lamentele in un clima di subordinazione, e altre, addirittura, disdegnano l’emancipazione femminile.</div><div>Il distacco storico ci consente di vedere la foresta invece degli alberi, per dirla con Einstein, e possiamo, dunque, cogliere in volata i punti salienti di un cammino che, dalla fine dell’Ottocento al XX secolo, porta all’agognata parità giuridica, sociale e politica dell’uomo e della donna.</div><div>Nel 1860, al Congresso della Prima Internazionale, viene fatta una dichiarazione che ben inquadra la posizione della donna nella società italiana di allora: <i>«La donna ha per scopo essenziale quello di essere una madre di famiglia, la donna deve restare a casa, il lavoro deve esserle proibito».</i> Le cose non mutano andando oltralpe, anzi peggiorano: il filosofo austriaco Otto Weininger afferma che <i>«Le donne sono senza anima, senza intelletto e senza morale. Possono essere solo madri o prostitute»</i>. E la Chiesa, purtroppo, ci mette il carico da undici. Nell’enciclica <i>Rerum Novarum</i>, papa Leone XIII scrive che le donne <i>«sono fatte da natura per i lavori domestici, i quali grandemente proteggono l’onestà del debole sesso».</i> Sembra che l’umanità si sia mossa davvero poco rispetto all’alto Medioevo!</div><div>Nel 1869 John Stuart Mill scrive <i>The Subjection of Women</i> e propone, senza successo, di concedere il diritto di voto alle donne. Nel 1872 nasce il movimento delle suffragette che spargerà la sua eco in tutto il mondo, tanto che poco più di vent’anni dopo in Nuova Zelanda il voto alle donne diventerà realtà, mentre dovrà attendere il 1928 in Inghilterra e il 1945 in Italia e con l’appoggio del Vaticano che, sin dal 1919 si dice favorevole al voto femminile, forte anche del fatto che, siano esse religiose o madri di famiglia, le donne sapranno ben esprimere un moderato voto cattolico.</div><div>Nel 1889 viene fondato a Washington il Council International of Women; in Francia le donne trovano rappresentanza nell’Alliance international du suffrage.</div><div>Il femminismo diviene un’onda che lambisce il mondo intero, pur con diversa intensità e con diversi intenti. Da Desirée Gay e Marie-Reine Guindorf si giunge all’anarco femminismo di Voltairine de Cleyre e di Emma Goldman.</div><div>Malgrado ciò, ancora sono moltissime le resistenze.</div><div>Nel 1904 la scrittrice Anna Maria Zuccari, in arte Neera, nel suo libro <i>Le idee di una donna e confessioni letterarie </i>scrive parole di fuoco contro la cultura impartita ad alcune donne: <i>«Vi sono donne colte che hanno sentimento, passione, buon senso, amore della casa e della vita intima; ma queste belle qualità femminili le conservano ad onta della cultura, non per essa. Essa, la cultura, impartita a donne vane, leggere, superficiali, senz’anima e senza criterio, le lascia tali e quali, colla saccenteria in più. Non è solamente inutile; è in molti casi dannosa»</i>.</div><div>Al primo Congresso delle Donne Italiane del 1908, il diritto di voto viene osteggiato da molte donne, come la professoressa Chiarini che parla di <i>«immaturità politica e intellettuale della donna».</i></div><div>Nel 1912, con la Legge n. 666 &nbsp;&nbsp;- che, numerologicamente, evoca un’immagine discutibile almeno quanto l’esclusione delle donne, visto che è il numero che si attribuisce al Demonio - &nbsp;&nbsp;Giolitti fa giungere l’Italia al <i>«suffragio universale riservato agli uomini, anche analfabeti, che avessero compiuto il trentesimo anno di età».</i> Anna Kuliscioff rivendica a gran voce il voto anche per le donne, ma non lo ottiene. Nemmeno il suo compagno, Filippo Turati, la appoggia.</div> &nbsp;<div><b>Il mondo delle donne dalla Grande Guerra ad oggi</b></div><div>Fino alla Prima Guerra Mondiale il destino della donna italiana è fare lavori che le consentano di assolvere alla sua primaria funzione di madre, ma la guerra muta radicalmente le cose per molte donne. Alcune di loro iniziano a lavorare al posto degli uomini che si trovano al fronte; lavorano nelle fabbriche, nei campi; altre intraprendono la via della scrittura per far giungere notizie alle madri, alle mogli o alle figlie di soldati, come fa nel 1916 la prima corrispondente di guerra, Stefania Türr; altre ancora partecipano alla guerra attraversando ogni giorno le linee controllate dai cecchini nemici per recarsi sulle postazioni montane e portare cibo ai soldati: </div> &nbsp;<div><i>«Quelli che riecheggiano lassù, fra le cime, non sono tuoni. Il fragore delle bombe austriache scuote anche i villaggi, mille metri più giù. Restiamo soltanto noi donne, ed è a noi che il comando militare italiano chiede aiuto: alle nostre schiene, alle nostre gambe, alla nostra conoscenza di quelle vette e dei segreti per risalirle. Dobbiamo andare, altrimenti quei poveri ragazzi moriranno anche di fame. […] Lassù hanno bisogno di noi e noi rispondiamo alla chiamata. Alcune sono ancora bambine, altre già anziane, ma insieme, ogni mattina, corriamo ai magazzini militari a valle. Riempiamo le nostre gerle fino a farle traboccare di viveri, medicinali, munizioni, e ci avviamo lungo gli antichi sentieri della fienagione. Risaliamo per ore, nella neve fino alle ginocchia, per raggiungere il fronte»</i> scrive Ilaria Tuti nel bellissimo romanzo-verità <i>Fiore di Roccia</i>.</div><div><br></div><div>Nel primo dopoguerra, gli uomini tornano dal fronte e riprendono il loro lavoro. Molte donne, che, pur se immerse nella drammaticità del momento, avevano assaggiato l’indipendenza, la perdono in uno schiocco di dita. E non si riesce neanche a parlare veramente di questo loro drammatico rientro in un’esistenza casalinga che è diventata stretta, perché l’emancipazione non ha più una posizione primaria rispetto ai problemi creati dalla crisi economica e dalla ricostruzione sociale.</div><div>Le donne che continuano a lavorare in fabbrica o nei posti che avevano occupato durante la guerra si trovano comunque penalizzate. Anna Kuliscioff continua a battersi per loro: <i>«Lo Stato sembra incoraggiare i privati nell’ingiusto, odioso, vergognoso sfruttamento della donna. Le impiegate al telegrafo, al telefono, alle ferrovie, nelle manifatture dei tabacchi sono tutte regolarmente retribuite meno degli uomini, mentre esercitano funzioni identiche con eguali capacità ed abilità. Sembrerebbe quasi che anche il la-voro abbia sesso e si trasformi per il solo fatto che è una donna che lo esegue».</i></div><div>Sembra che anche il lavoro abbia sesso, parole che pesano ancora oggi.</div><div>Il problema delle donne, finora visto solo come conquista dei più fondamentali diritti, inizia a parcellizzarsi in diverse correnti. Le principali sono il femminismo liberale, che mira alla conquista dei diritti civili, e il femminismo socialista delle donne di fabbrica, che si inserisce nel più vasto movimento operaio e punta a rivendicazioni salariali e sindacali e che contribuisce a creare una maggiore coesione tra le donne: «<i>L’associazionismo operaio favorì la comunicazione tra donne, la loro crescita come gruppo accomunato dagli stessi ideali, dalle stesse novità»</i> osserva De Grazia nel libro <i>Le donne nel regime fascista</i>.</div><div>La legge n. 1176 del 17 luglio 1919 focalizza l’attenzione sulla donna e, tra le varie statuizioni, abolisce il diritto di opposizione del marito e l’autorizzazione maritale sugli atti compiuti dalla moglie, e ammette le donne ad esercitare, al pari degli uomini, tutte le professioni e a ricoprire tutti gli impieghi pubblici, escluso il potere militare, quello giurisdizionale e quello politico (<i>sic!</i>). È solo un piccolo passo. Si continua ad escludere le donne dal voto, dalle cariche giurisdizionali, politiche, militari, dalla gestione della Nazione, in pratica. Ma anche un piccolo passo è importante per progredire.</div><div>Erano stati alcuni utopisti ottocenteschi, soprattutto Owen, con il suo avveniristico modello produttivo, e Fourier, con la destrutturazione dell’unione monogamica, a ritenere, anche se sotto punti di vista differenti, che l’emancipazione femminile fosse l’ago della bussola sociale e che indicasse la direzione del progresso. Lo aveva confermato Engels ne <i>L’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato</i>. Tutto ciò in contrasto con l’opinione espressa da Proudhon nel suo libello sulla pornocrazia, che lo vedeva rivolgersi alla donna come ad un essere inferiore che avrebbe dovuto rimanere a casa. Ovviamente, l’opinione di Proudhon fu quella che si radicò in modo più esteso, prendendo piede anche tra le donne.</div><div>Ancora negli anni Venti del Novecento donne di cultura si pronunciano con eguale esecrabile piglio. Matilde Serao dalle pagine de <i>Il Giorno</i> dipinge la maggior parte delle donne come <i>«impermeabile alle idee e alle conoscenze».</i></div><div>È questo l’humus su cui mette radici il fascismo.</div><div>Il consenso femminile è fondamentale per consolidare il regime, ma Mussolini si rende ben presto conto che la sua iniziale apertura verso le donne, verso i loro diritti, come quello di voto, mina il consenso maschile. Inoltre deve far fronte alla cosiddetta “politica delle nascite”: la guerra ha decimato la popolazione maschile, cosa che, inevitabilmente, ha portato ad un notevole affievolimento della natalità. In un’economia ancora legata alla produzione, la crescita zero di un Paese significa povertà. Mussolini, dunque, incentiva il ruolo della “donna genitrice”, instradandola verso lavori compatibili con la gestione della maternità ed esaltando il ruolo di madre di famiglia. Si verifica un tipico effetto psicologico condizionante: il ruolo della donna muliebre diventa un modello positivo e non più un’alternativa deleteria alla donna emancipata; in tal modo aumenta la risposta positiva anche delle donne. Ciononostante, l’emancipazione femminile non regredisce, né si blocca, fortunatamente. La forza delle donne non si affievolisce. Le istanze di emancipazione ancora si fanno sentire ed ottengono risultati. &nbsp;Si concede alle donne un 10% di quota rosa per il pubblico impiego e il diritto di voto amministrativo, sebbene limitato ad alcune categorie. La donna fa sport, lavora, studia. In Italia, sotto il fascismo, hanno modo di studiare grandi menti femminili del futuro, come Margherita Hack e, almeno fino all’emanazione delle odiose leggi razziali, Rita Levi Montalcini; e nel 1926 è una donna a conquistare il premio Nobel per la Letteratura, Grazia Deledda. I numeri raccontano una donna che sta faticosamente uscendo dagli stereotipi ottocenteschi nei quali è stata ingabbiata a lungo: tra il 1929 e il 1939 l’Italia vanta diciottomila laureate e venticinquemila diplomate nei licei e negli istituti tecnici.</div><div>Nel 1930 entra in vigore il codice Rocco, che consolida le antiche consuetudini ottocentesche e dei primi del Novecento, disegnando un pesante fardello sotto il profilo dei reati sessuali e dell’adulterio, con gli artt. 544, 559 e 587 c.p. Il primo, relativo al matrimonio riparatore, prevede che, a fronte del matrimonio tra lo stupratore e la sua vittima, si estingua il reato; il secondo considera l’adulterio una condotta penalmente rilevante punibile a querela del marito; il terzo, rubricato come delitto d’onore, concede uno sconto di pena qualora la vittima sia la moglie, la figlia o la sorella, e il delitto sia compiuto per salvaguardare l’onore della famiglia. Queste norme sono oggetto di tre icone del cinema italiano di Pietro Germi, <i>Divorzio all’italiana</i>, del 1961, ispirato al bel romanzo di Giovanni Arpino <i>Un delitto d’onore</i>, <i>Sedotta e abbandonata</i>, del 1964, e <i>Signore &amp; Signori</i>, del 1965, e, come tali, sono entrate nel patrimonio culturale di tutti, anche dei non giuristi.</div><div>Per fedeltà al dato storico, tuttavia, non si può non osservare che, se il codice Rocco è creatura del fascismo, non altrettanto può dirsi delle leggi e delle consuetudini che lo hanno preceduto e di quelle successive alla caduta del regime, tutte orientate verso lo stesso svilimento della violenza sulla donna, interpretata come offesa all’onore familiare e ovviabile con pratiche riparatorie.</div><div>È un matrimonio riparatore, ad esempio, quello che subisce Marta Felicina Faccio, in arte Sibilla Aleramo, nel 1893, dopo uno stupro: <i>«Appartenevo ad un uomo, dunque? Lo credetti dopo non so quanti giorni d’uno smarrimento senza nome. Ho di essi una rimembranza vaga e cupa»</i> scrive la Aleramo in <i>Una Donna</i>, inondando l’anima di chi legge con quello smarrimento senza nome in cui è racchiuso un dramma insopportabile.</div><div>Non muta la situazione dopo la caduta del fascismo, visto che quelle tre norme presenti nel codice del 1930 sono rimaste in vigore per molti anni: quella sull’adulterio fino al 1968 e le altre due fino al 1981! La verità è che la condizione della donna segue un sistema di ataviche prevaricazioni, spesso disancorate da qualsiasi colore politico.</div><div>La colpa di Eva è un abito cucito sulla pelle della donna a doppio filo.</div><div>Nel 1938 Virginia Woolf, ne <i>Le tre ghinee</i> ipotizza il finanziamento della cultura e della professione femminile su istanza di un’associazione pacifista maschile, sottolineando l’importanza di un dialogo, di un accordo tra i due sessi.</div><div>Ma il dialogo non diventa realtà.</div><div>Nel 1949 Simone de Beauvoir, nel suo libro <i>Il secondo sesso</i>, nonostante alcuni eccessi della sua vita, che la porteranno a firmare un odioso manifesto a favore della pedofilia, tutelando l’immagine della donna è ancora costretta ad affermare <i>«Questo è un mondo che è sempre appartenuto al maschio: ma nessuna delle spiegazioni che ne è stata data, ci è sembrata sufficiente».</i></div><div>E di spiegazioni non ne arrivano.</div><div>Dieci anni dopo Gabriella Parca scrive <i>Le italiane si confessano</i>, libro in cui dalle voci delle donne parte la denunzia dei ricatti e delle prevaricazioni subite.</div><div>Ma nulla cambia.</div><div>Nel 1963 Betty Friedan pubblica <i>La mistica della femminilità</i>, un libro-inchiesta dal quale emerge come la società statunitense, fatta di mogli perfette e madri perfette inserite in perfette famiglie, in realtà nasconda un disagio femminile invisibile, spesso privo di nome, ma persistente e legato ad uno status percepito, nel profondo, come frustrante e insoddisfacente: <i>«La mistica della femminilità consente e persino incoraggia le donne ad ignorare la questione della loro identità. Essa sostiene che alla domanda chi sono io? possano rispondere la moglie di Tom &nbsp;… la madre di Mary».</i></div><div>Ma l’idea della donna-moglie di qualcuno, della donna-madre di qualcun altro persiste.</div><div>La donna è ancora un tutt’uno con la famiglia di cui fa parte, con l’onore di quella famiglia.</div><div>Sono anni in cui, in Italia, le tre norme del codice Rocco sull’adulterio, sul matrimonio riparatore e sul delitto d’onore sono ancora vigenti.</div><div>Una scossa importante che mina il perdurare di queste norme nel sistema penale dell’Italia repubblicana e democratica giunge dalla Sicilia, terra di sole, di profumi e di valore; terra di una giovanissima donna coraggiosa. Il suo nome è Franca Viola. Siamo nel 1965. Franca ha diciassette anni e viene sequestrata e stuprata da Filippo Melodia, l’uomo che intende sposarla contro la volontà della ragazza e della sua famiglia; una famiglia di sani principi, che lo ha allontanato perché lui è un poco di buono. Filippo usa lo stupro come strumento per forzare la scelta di Franca, tronfiamente certo che preferisca il matrimonio allo scandalo. Lei si oppone, però. Andando contro tutte le convenzioni sociali del momento, contro quel deviato concetto di onore che espone lei, la vittima, alla pubblica riprovazione, ad un’esistenza da svergognata nel caso resti nubile, si rifiuta di sposare il suo carnefice, e, dunque, di concedere allo stesso e ai suoi complici, attraverso il matrimonio riparatore, l’estinzione del reato come previsto dall’art. 544 c.p.</div><div><i>«Io non sono proprietà di nessuno»</i> dichiara la Viola. <i>«Nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto. L’onore lo perde chi fa certe cose, non chi le subisce».</i> Una giovane donna meravigliosa, appoggiata da una famiglia altrettanto meravigliosa.</div><div>Il coraggioso gesto di Franca è l’apice di un iceberg che il femminismo sta da tempo tentando di frapporre tra la donna e il lato violento e prevaricatore dell’uomo e anticipa di qualche anno un’importante rivoluzione ideologica, quella del Sessantotto, che porta nuova linfa al femminismo, accostandolo a movimenti più vasti di origine politica.</div><div>In Italia la voce delle donne trova interpreti in Elvira Banotti, Carla Lonzi, Carla Accardi, nella Luisa Muraro de <i>L’ordine simbolico della madre</i>, tutte esponenti di un marcato anti-hegelismo. <i>«Sputiamo su Hegel» </i>scrive la Lonzi nel 1970, criticando la visione smaccatamente patriarcale del filosofo. Un anti-hegelismo sfociato in molte vittoriose battaglie: quella che, finalmente, avrebbe condotto all’illegittimità costituzionale dell’art. 559 c.p., che prevedeva il reato di adulterio; quella per il divorzio, che diviene legge nel 1970 e resiste anche allo scossone referendario del 1974, promosso dalla più intransigente falange democristiana; quella per l’aborto, che viene legalizzato nel 1977; quella per la condanna della discriminazione e del sessismo.</div><div>Da allora le donne hanno fatto molta strada nel campo delle arti e delle scienze; hanno visto riconosciuto il loro impegno, apprezzata la loro intelligenza, eppure … Riflettiamo su un dato significativo, uno dei tanti: dall’anno in cui è stato istituito il premio Nobel, ossia il 1901, ad oggi solo 58 donne hanno conseguito il prestigioso riconoscimento: meno del 4%. &nbsp;E solo due sono italiane, Grazia Deledda per la Letteratura, nel 1926, come detto, e Rita Levi Montalcini per la Medicina, esattamente sessant’anni dopo. Questo significa che le donne incontrano ancora molta difficoltà a veder riconosciuto il proprio lavoro, ma soprattutto a poterlo svolgere, a poter mettere in atto le proprie capacità.</div><div>C’è chi dice che il femminismo sia morto; che non vi sia più ragione di imporsi per avere attenzione, combattendo per migliorare la vita. Non è così. Le giovani donne del nuovo millennio non commettano l’errore di dare per scontate quelle conquiste che sono state frutto di lotte, di coraggio e di morte.</div><div>Oggi le donne hanno la parità dei diritti fondamentali, compresa quella lavorativa e retributiva (art. 37 della Costituzione, art. 20 della Carta Sociale Europea, ecc.), ma è un dato di fatto che questa parità esiste, in molti casi, solo come enunciazione di principio e il divario permane.</div><div>Un recente sondaggio condotto dagli economisti Luigi Zingales, Paola Sapienza ed Ernesto Reuben, pubblicato su Pnas, rivela che, in aree scientifiche, le donne hanno la metà delle possibilità di impiego rispetto agli uomini. I selezionatori del personale, infatti, quand’anche donne, preferiscono assumere uomini e l’uso dei test di associazione implicita (lat) evidenzia la permanenza dei pregiudizi e degli stereotipi di sempre.</div><div>Il tentativo di svalorizzazione e sottomissione continua, dunque, e più le donne, a dispetto degli ostacoli, conquistano posizioni di prestigio, più l’impotenza che ciò suscita negli uomini meno intelligenti li conduce a usare la prevaricazione sociale, lavorativa e politica e, soprattutto, la violenza, la supremazia fisica: maltrattamenti, violenze morali e stupri sono all’ordine del giorno.</div><div>Il cammino della donna nel peccato prosegue, dunque. Come figlia di Eva è chiamata ancora a lottare per esistere, ma ha spalle forti e cervello grande. Nessuno osi fermarla!</div><div> </div><div><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">[dal libro </span><i><span class="fs11lh1-5">La Donna. Un volto, cento anime</span></i><span class="fs11lh1-5">, Dossier di </span><span class="fs11lh1-5">www.inliberta.it</span><span class="fs11lh1-5">, mar. 2021, pp. 11 ss.]</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">© Foto di Jeff Jacobs da Pixabay</span></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Per approfondire</span></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Simone de Beauvoir</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Il secondo sesso</span></i><span class="fs11lh1-5">, Il Saggiatore, Milano, 1961</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Olympe de Gouges</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Écrits politiques</span></i><span class="fs11lh1-5">, Côté-femmes, Paris, 1993</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Joseph Campbell – Riane Eisler – Marija Gimbutas – Charles Musès</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">I nomi della Dea. Il femminile nella divinità</span></i><span class="fs11lh1-5">, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1992</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Victoria de Grazia</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Le donne nel regime fascista</span></i><span class="fs11lh1-5">, Marsilio, Venezia, 1993</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Georges Duby – Michelle Perrot</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Storia delle donne</span></i><span class="fs11lh1-5">, Laterza, Bari, voll. I-V, 1990-1992</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Giuseppe Faggin</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Le streghe</span></i><span class="fs11lh1-5">, Longanesi, Milano, 1959</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Betty Friedman</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">La mistica della femminilità</span></i><span class="fs11lh1-5">, Comunità, Milano, 1976</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Robert Graves</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">The White Goddess</span></i><span class="fs11lh1-5">, Faber and Faber, London-Boston, 1961</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Anna Kuliscioff</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Il monopolio dell’uomo</span></i><span class="fs11lh1-5">, Ortica, Roma, 2011 </span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Rita Levi Montalcini</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Elogio dell’imperfezione</span></i><span class="fs11lh1-5">, Garzanti, Milano, 1987</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Jules Michelet</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">La strega</span></i><span class="fs11lh1-5">, Einaudi, Torino, 1971</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Kate Millet</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Sexual Politics</span></i><span class="fs11lh1-5">, Sphere Books, London, 1972</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Anna Maria Mozzoni</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">La donna in faccia al progetto del nuovo Codice Civile italiano</span></i><span class="fs11lh1-5">, Tipografia Sociale, Milano 1865</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Erich Neumann</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">La Grande Madre</span></i><span class="fs11lh1-5">, Astrolabio, Roma, 1981</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Gabriella Parca</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Le italiane si confessano</span></i><span class="fs11lh1-5">, Feltrinelli, Milano 1964</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Rosantonietta Scramaglia</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Storia dei movimenti e delle idee. Femminismo</span></i><span class="fs11lh1-5">, Editrice Bibliografica, Milano, 1997</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Arcangela Tarabotti</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">L’inferno monacale</span></i><span class="fs11lh1-5">, Rosenberg &amp; Sellier, To-rino, 1990</span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Mary Wollstonecraft</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Sui diritti delle donne: una rivendicazione dei diritti della donna con osservazioni di carattere politico e morale</span></i><span class="fs11lh1-5">, Rizzoli (BUR), Milano, 2008</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Mar 2021 11:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Albero di Natale. Storia di un simbolo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000034"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">S<span class="fs12lh1-5">i narra che, in una notte di Natale, mentre stava attraversando un bosco, Martin Lutero vide gli alberi illuminati dalle stelle e immaginò che, anche nelle case dei fedeli, la celebrazione della Santa Natività potesse essere allietata da uno spettacolo simile.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Basandosi su questa leggenda, che non ha appigli nel vero, il pittore ottocentesco Otto Schwerdgeburth, in una delle sue opere, <i>Natale in casa di Martin Lutero</i>, decise di porre sulla tavola un piccolo albero illuminato da candele.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In verità, l’albero di Natale decorato, così come lo conosciamo oggi, è ben più tardo. Risalenti nel tempo, invece, sono le motivazioni che hanno determinato la scelta dell’albero, e non di altro simbolo, per rappresentare il Natale; motivazioni che precedono di gran lunga il luteranesimo e che affondano le proprie radici nelle tante tradizioni pagane e cristiane, unite da un nucleo comune di spiritualità.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Sacralità arborea</b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La ritualità cultuale dei popoli più antichi è disseminata di alberi sacri. Pensiamo, ad esempio, al Sicomoro degli antichi Egizi, al sacro albero di Ceiba dei Maya, all’Axis Mundi degli Yakuts siberiani e dei Navaho nordamericani, all’Irminsul sassone, all’Yggdrasil della mitologia scandinava, ad un ramo del quale Odino restò appeso per nove giorni e nove notti, sacrificando un occhio pur di apprendere i segreti della saggezza e della divinazione runica; all’albero della Bodhi, sotto il quale Gautama Buddha ricevette l’illuminazione. Il culto silvestre dei Celti, poi, era estremamente sentito: vivevano in un mondo di boschi, i loro luoghi sacri erano le radure, persino il loro calendario era arboreo, il <i>Beth-Luis-Nion</i>, nome originato dai primi tre alberi della sequenza, ossia la betulla, il sorbo selvatico e il frassino. Per i Celti, gli alberi rappresentavano il rinnovamento costante della vita nel suo ciclo naturale di morte e rinascita, rappresentavano la forza della Natura che si riverberava in chiunque li venerasse. Ed erano in molti a venerarli. In particolare, i guerrieri, i quali avevano spesso nomi legati al mondo boschivo, come Figli della Quercia, o Uomini del Sorbo; e i Druidi, sacerdoti e saggi, che usavano un sistema segreto di comunicazione, l’Ogham, concesso ai mortali dal dio Ogmios e ricavato proprio dall’estrema stilizzazione di elementi arborei.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Molte le culture, infine, che attribuivano un’anima agli alberi: <i>«I vecchi contadini di alcune parti dell’Austria»</i> spiega Frazer ne <i>Il ramo d’oro</i>, <i>«credono che gli alberi della foresta siano animati, e non ne inciderebbero mai la corteccia senza una ragione speciale; essi hanno sentito dire dai loro padri che un albero sente il taglio quanto un uomo le sue ferite. Tagliando un albero gli chiedono perdono»</i>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche i contadini tedeschi del passato si muovevano nel mondo verde come in un mondo di anime: a Natale facevano <i>sposare</i> gli alberi da frutto, legandoli insieme, e garantendosi, così, una buona <i>filiazione arborea</i>, ossia un raccolto abbondante.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il perché tante diverse religioni, a grande distanza di tempo e di luogo, abbiano visto nell’albero un elemento sacro è presto detto. Innanzi tutto, l’albero evoca un’immagine che in sé contiene il sacro e il profano, avendo radici nella terra ed essendo proiettato in altezza verso il cielo, cosa che lo rende simbolo perfetto del collegamento tra uomo e divinità. Inoltre, producendo frutti e foglie per il sostentamento e la cura del corpo, nonché legname per le costruzioni, o per scaldarsi e cuocere il cibo, l’albero racchiude tutte gli aspetti sacrali della vita.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alla luce di tali considerazioni, l’albero di Natale è stato a lungo erroneamente percepito come un intruso in un mondo di cristianità francescana rappresentato dal presepe. Certo, nei boschi nordici, abitati da gnomi e folletti, non c’è molto spazio per stalle, Sacre Famiglie e re Magi, ma la contrapposizione tra i due simboli del Natale è errata, come dimostra il fatto che entrambi convivono ogni anno in piazza S. Pietro, nel cuore della cristianità. Del resto, nell’iconografia cristiana, l’albero reca memoria della Natività: la stella tradizionalmente apposta in cima all’albero simboleggia la cometa e le lucine sono le stelle sotto le quali, in una fredda notte a Betlemme, il Salvatore venne al mondo. Frutta, dolci, e piccoli oggetti inoltre, sono doni, doni della terra e dell’uomo, che si sovrappongono alla generosità dei Magi nel festeggiare Gesù.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>L’albero nella geografia cristiana</b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel libro della Genesi si pongono al centro del mondo sia l’Albero della Vita, sia l’Albero della Conoscenza, ossia l’albero del Bene e del Male, il cui frutto fa cadere nel peccato Eva, Adamo e l’umanità intera. Sono l’uno accanto all’altro, quasi in sovrapposizione. Una leggenda medievale vuole che la croce di Cristo, nota come <i>lignum vitae</i>, sia stata fatta con il legno dell’albero del peccato, trasformato, così, in albero di nuova vita: <i>«Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni»</i> [Apocalisse, 22, 1 ss.].</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo stesso Gesù Cristo, attraverso la croce del suo supplizio, assume le sembianze di un albero, come nella magnifica tavola trecentesca che Pacino di Bonaguida dipinse per il convento di Santa Croce a Firenze: la croce è inserita nell’albero, Gesù è parte di esso, le sue braccia si stendono sui rami, il suo corpo sul tronco. Come l’albero, egli è portatore di vita. E non è il solo. L’albero come mediatore di divinità viene accostato anche alla Vergine Maria, nel cui grembo germina il frutto della salvazione, Gesù il Redentore, tanto che molti sono i luoghi di culto mariani che portano il nome di un albero: Maria delle Tre Querce, Maria la Verde, Maria dei Tigli e così via.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Amico Aspertini, eccellente protagonista del Rinascimento bolognese, nel 1496 dipinse un’<i>Adorazione dei Magi</i> che, al centro, presenta un albero e, in corrispondenza esatta con la linea invisibile delle sue radici, il Bambin Gesù, quasi le radici affondino nella santità che Gesù esprime. E l’albero è protagonista anche di un’altra <i>Natività</i>, quella dipinta nel 1471 da Giovanni Bellini, che ha riversato sulla tela tutta la sua attenzione alla natura, tipica della scuola veneta. In questo splendido dipinto, l’inquadratura è molto moderna, quasi fotografica: la scena della Natività è spostata sulla destra e a conquistare l’attenzione, accanto a Gesù, è un grandissimo albero.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Vita e luce nel sempreverde</b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’albero, tuttavia, non è solo un simbolo spirituale. In particolare, il sempreverde rappresenta la vittoria contro il decadimento naturale delle cose, contro l’inverno della vita<i>. <em>U</em></i>na splendida canzone natalizia tedesca, <i>Oh, Tannenbaum</i>, esprime ammirazione proprio per la capacità dell’albero di Natale di mantenersi verde anche in inverno.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dalla vita alla luce il passo è breve. Ancora oggi usiamo l’espressione “venire alla luce” per indicare la nascita. E la luce, soprattutto nell’inverno dei popoli nordici, è un fattore essenziale, a causa del freddo e della prolungata oscurità, per quanto il clima rigido e la neve abbiano un loro fascino indiscusso e dominino l’immaginario natalizio collettivo. Pensiamo a Frank Sinatra e al suo <i>«White Christmas»</i>, a Nat King Cole, che racconta il fascino di un Natale freddo nella canzone <i>The Christmas Song,</i> a Bing Crosby che invita ad apprezzare la bellezza della neve, <i>«Let it snow, let it snow, let it snow».</i></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ecco che l’albero illuminato, dunque, rispecchiando lo scintillio della luna e delle stelle sul candore della neve, si trasforma in un’entità portatrice di luce e di vita. Pensiamo alla sua stilizzazione nel candelabro.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>“A sud del Golfo di Finlandia. La Notte vicino al mare brumoso. L’albero di Natale scintilla tra oscure torri gotiche” </i>scrive Nazim Hikmet.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Luce, sì. Anche il presepe è fonte di luce, ma nel presepe sono protagonisti l’uomo e il Dio fatto uomo, che <i>scende dalle stelle </i>per nascere<i> in una grotta al freddo e al gelo</i>, come recita una nota canzone natalizia; nell’albero, invece, sono protagonisti solo la neve e le stelle, che generano luminescenza persino nell’oscurità dell’inverno più solitario.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Il fascino dell’albero decorato</b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Una delle prime notizie relative all’usanza di decorare abeti per il Natale risale al 1570: le Cronache di Brema parlano di un albero decorato con mele, datteri e noci. Nel 1605, poi, lo ritroviamo in Germania, nei <em>Memorabilia Argentorati</em>, che è l’antico nome di Strasburgo, dove è scritto che gli abeti vengono adornati con carta colorata, mele, zucchero e oggetti dorati. Tale tradizione si è conservata per i duecento anni successivi e ha dato inizio, anche nei paesi meno legati alle tradizioni boschive, all’usanza natalizia di attaccare ai rami di un sempreverde delle mele e anche delle ostie eucaristiche, poi trasformatesi in molliche di pane e dolcetti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In una magnifica terracotta smaltata di Giovanni Della Robbia raffigurante la <i>Natività</i>, opera del 1521, la Sacra Famiglia è circondata da ghirlande arboree ricche di pigne, fiori e frutta, che ricordano da vicino le nostre ghirlande natalizie. Rami ricchi di frutti pendono anche nella <i>Madonna col Bambino</i> di Carlo Crivelli, risalente al 1480, mentre nel <i>Polittico della Madonna dell’Umiltà</i> che Bartolomeo Vivarini dipinse nel 1465, la Madonna che tiene Gesù in braccio, è stagliata su un bosco di alberi ricchi di succosi frutti rossi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dell’albero di Natale, i poeti romantici tedeschi, soprattutto Goethe, Schiller e Hoffman, esaltarono sia l’aspetto religioso, sia quello folkloristico. La Lotte de <em>I dolori del giovane Werther</em> prepara l’albero e vi appende i regali per i fratellini e nelle poesie che Goethe scrive per Carlo Augusto ce n’è una intitolata<em> Notte di Natale</em>, in cui vengono descritti alberi che scintillano di luci nella notte.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In una splendida poesia di Yeats, <i>Gli amici portano un albero di Natale</i>, un albero decorato viene portato al capezzale di una moribonda affinché <i>“rimiri cose graziose che rallegrano”</i>. E c’è da chiedersi se non ci sia anche un’altra ragione, nascosta tra le righe, ossia il desiderio che il sempreverde combatta la caducità del corpo e allontani la Morte, o garantisca, quanto meno, il prolungarsi della Vita nell’aldilà: un’anima sempre verde, come sempre verdi sono le foglie dell’abete.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A partire dall’Ottocento, in Germania e in Svizzera, si inizia a sostituire la frutta e le decorazioni naturali con piccoli coloratissimi oggetti di vetro soffiato o legno intagliato. L’arte si raffina nell’Inghilterra vittoriana, dove le decorazioni natalizie non sono più solo riproduzioni delle frutta e degli altri simboli silvestri, ma si disperdono nel più vasto effimero: gnomi, fate, bambole, fiocchi, strumenti musicali, piccoli pendant porta-essenze, dolci e candele.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il primato dell’usanza di decorare l’albero, però, resta tedesco. In Inghilterra, infatti, l’arte della decorazione arborea viene introdotta da un illustre teutonico: Alberto di Sassonia, consorte della regina Vittoria. L’origine tedesca delle decorazioni natalizie sull’albero viene evidenziata dallo stesso Charles Dickens, maestro indiscusso del Natale vittoriano: nel racconto <i>L’albero di Natale</i>, pubblicato dalla rivista Household Words nel 1850, descrive lo stupore dei bambini attorno al <i>“giocattolo tedesco”</i>, ossia l’albero di Natale.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Con Dickens la festa del Natale raggiunge il suo apice rappresentativo: alberi decorati, neve, buoni sentimenti, lieto fine. <em>Canto di Natale</em> è un condensato dell’immaginario natalizio che inevitabilmente fa il giro del mondo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La magia del Natale attorno all’albero cattura molti scrittori. Impossibile citarli tutti. Alexandre Dumas scrive <i>Storia di uno schiaccianoci</i>, poi musicata per balletto da Čajkovskij. È il 1844. Dal ramo di un albero pende il protagonista del racconto, dal ramo di un albero germina la favola, l’incanto, la magia natalizia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il Natale letterario è carico di bellezza anche nelle ristrettezze. Louise May Alcott ben lo descrive in <i>Piccole Donne</i>; ma una lacrima scende inevitabile, nel leggere la poesia di Rodari sull’<i>Albero dei poveri</i>, l’albero di un bambino che sogna doni e decorazioni e poi si sveglia:</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5"><br></span></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">«… ed ecco, adesso, mi sono destato.</span></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">Nella mia casa, accanto al mio letto </span></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">non è fiorito l’alberetto.</span></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">Ci sono soltanto i fiori del gelo</span></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">sui vetri che mi nascondono il cielo.</span></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5">L’albero dei poveri sui vetri è fiorito</span></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>e io lo cancello con un dito»</i>.<i></i></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Del Natale, poi, torna a scrivere la Alcott, anche in scenari più ricchi, in molti altri suoi scritti, racconti dove aleggia una sincera aria di festa attorno ad alberi addobbati.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ne <i>La coltivazione degli alberi di Natale</i> di T. S. Eliot un bambino, nel guardare l’albero, vede stelle nelle luci, vede un angelo in un paio di ali di legno e viene toccato da un <i>«fulgente rapimento»</i>, da una sensazione affascinante che resterà nel suo cuore per sempre.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel mare magno dei racconti natalizi, però, ci sono anche “storie al contrario”, che possiedono il pregio dell’originalità: i gialli d’autore, che ci portano nelle fosche ma pur sempre affascinanti feste di Poirot, di Nero Wolfe, o di Maigret; i noir, che tingono di oscurità e di misteri paurosi i giorni di festa; e, poi, ci sono racconti in cui i protagonisti sembrano discostarsi dalla tipica disponibilità ai festeggiamenti: <i>Fuga dal Natale</i> di John Grisham, ad esempio, da cui è stato tratto anche un film di successo, e <i>L’albero di Natale</i> della scrittrice contemporanea Julia Salamon, ove una bimba orfana viene ospitata in un convento e diventa amica di un abete, tanto amica che, quando sarà ormai un’anziana suora, non vorrà prestare il consenso affinché lo stesso venga trasformato nell’albero di Natale più importante di New York, quello del Rockfeller Centre. La vicenda ha i suoi risvolti narrativi che non è bene svelare, ma ci porta in un mondo di alberi e di decorazioni. E il mondo degli alberi di Natale è lo stesso mondo della tradizione arborea più antica; un mondo pregno di significati pagani e significati cristiani; un mondo che cela simbolismi mistici e spiritualità naturali; un mondo che rappresenta la nascita ed il sacrificio di Cristo e, dunque, la vita e la luce per gli uomini, ma rappresenta, del pari, un gioco romantico che consente di viaggiare nel tempo, tornando bambini, tornando a quella felicità pura che ben racchiude, la Salamon, in una frase del suo libro: <i>«Perché non dovrei essere felice? Sto andando a cercare un albero di Natale»</i>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">[dal libro </span><i><span class="fs11lh1-5">Il Natale</span></i><span class="fs11lh1-5">, dossier di InLibertà.it, dic. 2020, pp. 19 ss.]</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - Abete decorato (particolare)</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5"> </span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">Per approfondire</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">Piero Bargellini</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Il Natale</span></i><span class="fs11lh1-5">, Vallecchi, Firenze, 1960</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">Ileana Chirassi Colombo</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Abeti di vita</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Storia e Dossier n. 57, dicembre 1991, pp. 29-34</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">Marie-Madeleine Davy</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Il simbolismo medievale</span></i><span class="fs11lh1-5">, Edizioni Mediterranee, Roma, 1988</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">James G. Frazer</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Il ramo d’oro</span></i><span class="fs11lh1-5">, Bollati Boringhieri, Milano, 1973</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">Stefano Gasparri</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Alberi sacri e blasfemi</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Storia e Dossier, 1986, n. 2, pp.14-17</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">René Guénon</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">Il simbolismo della croce</span></i><span class="fs11lh1-5">, Adelphi, Milano, 2012</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">Luciano Pelliccioni di Poli</span></b><span class="fs11lh1-5">, </span><i><span class="fs11lh1-5">L’albero di Natale ed altri miti arborei</span></i><span class="fs11lh1-5">, Libreria Romana, Roma, 1993</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 18:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Coalescenze]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Alcuni_racconti"><![CDATA[Alcuni racconti]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000095"><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5">Aveva letto spesso, sui giornali, di processi penali sfociati in un’assoluzione per </span><i class="imTALeft fs12lh1-5">particolare tenuità del fatto</i><span class="imTALeft fs12lh1-5">, e si era sempre chiesto fino a che punto un giudice potesse non già quantificare un danno, ma comprendere il valore che il bene leso ha per la vittima. Quel giorno, suo malgrado, quel pensiero tornò. Aveva appena subito un furto. Gli era stato rubato un euro. Ma era davvero tenue, per lui, quel </span><i class="imTALeft fs12lh1-5">fatto</i><span class="imTALeft fs12lh1-5">? Gli era stata rubata la sua sola speranza di comprarsi un panino. Quell’euro era tutto ciò che aveva.</span></div><div>Era un violinista eccellente, ma, a causa del Covid-19, il teatro in cui suonava era stato chiuso, l’orchestra sciolta, il suo più caro amico era morto in un reparto di rianimazione, lontano da tutti e da tutto, persino dal suo sax, che era una parte di lui ... era da brivido il suo assolo di Rafferty!</div><div>Per un po’ aveva cercato di sopravvivere con i suoi pochi risparmi, ma erano finiti presto e aveva iniziato a suonare per strada.</div><div>Quello era il Natale più difficile della sua vita.</div><div>Le note del <i>Liebesleid</i> di Kreisler saturavano l’aria. <i>Afflizioni d’amore</i> era il titolo italiano. Ognuno ha le proprie: il suo amore era il violino, la musica, la melodia celata nella vita. Un amore infelice, in quell’Italia serrata, impaurita, disinformata, depressa, distrutta, povera, attonita, spaesata.</div><div>Ed ecco un ragazzo, un monopattino. Il furto. Chissà se, nella sua corsa spavalda, il ragazzo avrà capito la rilevanza soggettiva di quella moneta, rubata con leggerezza e volgarità da una custodia di violino. <i>Tenuità</i> del fatto e disvalore di un bene.</div><div>La gente non si accorse di nulla, ma il destino, a volte, ha buone orecchie e fiuto sottile. La corsa di quel ragazzo non proseguì a lungo: per evitare una macchina, quasi cadde in terra e perse la moneta. E, così, quell'euro rotolò via.</div><div><i>«Ferma Flavia, non toccare!»</i> disse una mamma preoccupata alla sua bambina.</div><div><i>«Un soldo!»</i> rispose orgogliosa la bimba con il suo tesoro stretto nella piccola mano.</div><div>La mamma pulì la moneta e le mani della figlia, e le fece tenere il suo tesoro, riflettendo sul fatto che, nelle grotte dei pirati o tra le pentole d’oro dei leprecauni si stava insinuando il gel disinfettante. Poveri bambini!</div><div>Una soave melodia le raggiunse. La bimba prese la mano della mamma e camminò fino all'angolo della strada di fronte, dove stava suonando il violinista. Poi guardò la moneta, incrociò lo sguardo di sua madre, ebbe in cambio un cenno di assenso, e corse verso <i>l'uomo della musica</i>, posando il suo tesoro nella custodia del violino.</div><div>Una donna si fermò, affascinata da tanta tenerezza, e a sua volta donò alcune monete; lo stesso fece un uomo. I due si guardarono … e si riconobbero … e si commossero … e si sfiorarono le mani in un turbinio di affetti ritrovati.</div><div><i>«Quanto tempo!»</i> esclamarono quasi all’unisono.</div><div><i>«Sei sempre bellissima»</i> disse l'uomo.</div><div>Lei sorrise con un ingenuo piacere che non ha età, nascondendo dietro la mascherina un lieve rossore.</div><div><i>«Raccontami … Sei qui con … vivi …?»</i><i></i></div><div><i>«Sono sola, separata da molti anni. Vivo qui accanto»</i><i></i></div><div><i>«Non mi dire! Anche io vivo qua dietro. Da poche settimane»</i><i></i></div><div><i>«E ...?»</i><i></i></div><div><i>«Via! Era stato un errore fin dall’inizio ...»</i><i></i></div><div>Poi, quasi sciogliendo le parole nella musica, entrambi tacquero.</div><div>A volte, i silenzi sono le uniche parole che l’anima impone, pensò il violinista, e accarezzò il suo archetto con ancora più sentimento.</div><div>L’uno accanto all’altra, rimasero a lungo ad ascoltare quella musica che rapiva i cuori. Il violinista, con un cenno della testa, li ringraziò per l’attenzione e per i soldi ricevuti e si sentì confortato dal fatto che il mondo, a volte, gira in un modo strano, perché ciò che ci appartiene, prima o poi, sebbene per le vie più impervie, torna sempre indietro!</div> &nbsp;<div> </div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[<i>Calendario dell’Avvento Giuridico</i>, a cura di Saveria Mobrici, Nuova Editrice Universitaria, dicembre 2020]</div><div><br></div><b class="fs12lh1-5">© Foto di Ilkeval da Pixabay</b><div><b></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 13:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il presepe teatrale di Eduardo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000007F"><div class="imTAJustify"><i class="imTALeft fs12lh1-5">«Te piace o presepe?»</i><br></div><div><i>«No»</i></div> &nbsp;<div>Un dialogo secco tra padre e figlio che racchiude un dramma educativo e generazionale. </div><div>In Natale in casa Cupiello, Eduardo De Filippo firma un quadro spietato e al contempo poetico di una difficile realtà familiare, in cui si agitano miseria, piccolezze, bassezze; una realtà nella quale il protagonista, Luca, ha un animo troppo semplice per rimanere coinvolto. Il figlio rubacchia dove può, persino gli abiti dello zio ammalato; lo stesso zio ammalato, il fratello di Luca, si risarcisce da solo allungando le mani nelle tasche del fratello; la figlia, maritata ad un brav’uomo, si innamora di un altro e viaggia lungo lo scandalo costantemente sfiorato, emerso, taciuto, ingoiato; la moglie, che sa tutto, che cerca di aggiustare tutto, tiene all’oscuro il marito e diseduca i figli nel classico lassismo del troppo amore. In realtà, tutti lo tengono all’oscuro di tutto. Il suo candore quasi infantile, che ben si riverbera nella sua attenzione, nella sua cura per il presepe, li spaventa. In parte, lo vedono come un cristallo, un fragile cristallo che potrebbe spezzarsi, se messo di fronte alla bruttezza della vita; e in parte, forse, sentono che la sua purezza potrebbe inquinare il loro fango. E, così, ogni volta che Luca chiede cosa stia succedendo, gli rispondono <i>«Niente. Niente, Lucarie’. Niente»</i> e lui torna ai personaggi del suo presepe: la lavandaia, il cacciatore, i re magi, alle loro storie cristallizzate nel giorno della Natività; un mondo che gli altri non capiscono e per il quale lo prendono in giro; un mondo dove nessuno vuole manipolarlo, dove nessuno ignora i suoi desideri; un mondo di legno e cartapesta dove rivive il suo passato, la sua infanzia accanto al padre, dal quale è fiero di aver ereditato questa passione, di aver ereditato la dirittura morale, di aver ereditato persino il lavoro: uomo di fiducia in una tipografia. Fiducia. Una parola che Eduardo sottolinea più volte.</div><div>Le meschinità della sua famiglia, però, esplodono. Lo fanno sempre. Le meschinità sono bombe ad orologeria negli armistizi della vita.</div><div>E il Natale di Luca Cupiello si trasforma in tragedia. Ormai serve a poco che il figlio gli dica di apprezzare il presepe, serve a poco che la moglie gli parli con dolcezza. Il cristallo della sua semplicità si è infranto, il suo mondo puro si è mischiato al fango e non riesce più a capire nulla. La scena si trasforma in una Pietà al maschile: al centro del dolore non c’è una madre, ma un padre che ha accanto una figlia, abbattuta dalla vergogna e dal dispiacere, e un uomo che le deve promettere eterno amore, perché, anche in quel momento, in cui l’opacità del dramma ha investito i suoi occhi, ha preso il sopravvento nella sua testa, la sua grande preoccupazione è che la figlia sia amata quando lui non potrà amarla più.</div><div>Una Pietà accanto ad un Presepe: l’alfa e l’omega della vita di Cristo, quel Cristo che vive e muore ogni giorno nelle case di tanta povera gente.</div><div>In una delle sue riflessioni sul teatro, Eduardo scrisse <i>«Chissà, forse un giorno la gente si scervellerà per capire, dalle mie commedie, qual era la mia concezione della vita e non s’accorgerà che neanche io ho capito niente, che nessuno capirà mai niente e che forse capire, in fondo, è inutile»</i>. Magari aveva ragione, o, magari, capire tanto gli ha fatto venire voglia di non capire niente, di abbandonarsi al mero sogno, ai perenni presepi dell’anima, come Luca Cupiello. Il palcoscenico aiuta: realtà e fantasia si incontrano e la vita ricomincia ad ogni replica.</div> &nbsp;<div><i>«Lucarie’ scetate, songh‘e nnove» …</i></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[dal libro <i>Il Natale</i>, dossier di InLibertà.it, dic. 2020, p. 39]</div> &nbsp;<div> </div><div><b>© Foto di Matches21 GmbH da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 10:58:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Felice Della Corte. Il teatro è passione]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000060"><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5">Il teatro dove incontro Felice Della Corte è il Marconi, di cui è direttore artistico, un piccolo gioiello situato sull’omonimo viale: parcheggio interno, giardino e una comoda sala teatrale. Un’oasi di arte e spettacolo dove si percepiscono in lontananza il traffico cittadino, le incertezze della vita, i mali della politica e persino i problemi che sta attraversando il teatro, soprattutto nell’era del covid; anche se tenerli lontani non basta ad eliminarli, è ovvio. La crisi c’è, inutile nascondersi dietro un dito, ma c’è anche tanta voglia di cambiare le cose, di realizzare spettacoli.</span><br></div><b class="fs12lh1-5"><i><div><b class="fs12lh1-5"><i><br></i></b></div>Questa estate, grazie all’impegno profuso da Stefano Delfino nell’organizzazione del Festival di Borgio Verezzi, è andato in scena un mio testo interpretato da Maximilian Nisi, e ho constatato in prima persona la bella energia, la dedizione che ruota attorno allo spettacolo dal vivo, da parte di tutta la grande famiglia teatrale. E tu ne sei un chiaro esempio, Felice. Sei costantemente impegnato come attore, curi la direzione artistica del teatro Marconi e del teatro Nino Manfredi di Ostia, hai lavorato persino ad agosto, mantenendo salda la presenza dello spettacolo nella vita dei romani. In entrambi i teatri da te diretti hai allestito scuole di recitazione e di danza, avvicinando i giovani a questo mondo magico della scena. Il teatro come passione va ancora di moda?</i></b><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il teatro come passione non può essere messo in discussione. In quelli che mi piace definire “oltranzisti” del teatro, la passione è un fuoco perennemente acceso. Il grande problema del teatro, soprattutto in questo momento, non tocca chi ha la passione per il teatro, perché costoro non si faranno mai fermare neppure dal covid; il vero problema risiede negli altri, in tutti coloro che il teatro dovrebbe catturare, irretire, interessare in modo da sviluppare una dimensione importante, perché sono molti e, sotto il profilo economico, rappresentano la forza. Ma per coinvolgerli, per accendere la fiamma della passione anche in loro, serve investire sul teatro con riforme concrete. Forse la disattenzione delle istituzioni che il mondo del teatro sta percependo da anni non dipende da cattiva volontà, ma da mancanza di esperienza diretta. Probabilmente, per legiferare in materia di spettacolo dal vivo, dovrebbe venire interpellato qualcuno che, nello spettacolo dal vivo, si muove da sempre.</span><br><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i>Noto che al Marconi c’è una scuola di teatro anche per adulti; un giorno a settimana, dalle 19.30 alle 22.30, se non erro. Sembra molto fattibile. Iniziare il teatro da adulti non è solo un vezzo; in realtà, incide sulla voce, sulla dizione, sulla postura … Ha una funzione meta-teatrale. Potrebbe essere un’ottima base per migliorare la propria comunicazione anche in ambito lavorativo. Che ne pensi?</i></b></div><div><br></div><div>I Laboratori, oggi, sono una realtà che tutti i teatri hanno giustamente inteso sviluppare, perché sono linfa vitale, sono un bacino di risorse costanti e il teatro ne ha sempre bisogno. Inoltre, le scuole fanno anche da traino per il pubblico. Per quanto riguarda l’applicazione, nella vita quotidiana, delle arti teatrali, concordo pienamente con te: sotto il profilo professionale ci sono vantaggi enormi. Anzi, ti dirò di più: il teatro dovrebbe essere insegnato a scuola, secondo me. C’è bisogno di esperti per capire che la pratica del teatro è di ausilio in molti casi in cui sussistono problemi relazionali o di linguaggio? Attraverso il teatro, si è costretti ad esercitarsi continuamente nel parlare, nel muoversi in pubblico, si acquisiscono vocaboli, si approfondiscono gli aspetti psicologici della vita. È terapeutico. Tutte le volte che liceali o universitari studiano anche teatro, agli esami rendono il doppio, perché, attraverso il laboratorio teatrale, hanno acquisito padronanza di sé, del proprio linguaggio. E tutto ciò si riverbera nel loro futuro, anche se non dovessero seguire la strada attoriale. È un vero delitto che il teatro non faccia parte delle materie di insegnamento. E sicuramente la scuola per adulti tende, in parte, a colmare questo vuoto passato.</div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i>Il Marconi ha inaugurato una tradizione che apprezzo molto: prima di ogni spettacolo si canta l’inno e questo ben prima dell’avvento del covid, che ci ha visti un po’ tutti usignoli esauriti e non sempre intonati spalmati sui balconi. Nel tuo teatro, durante l’inno, ognuno è libero di alzarsi in piedi, di restare seduto, di cantare, di tacere. In molti casi l’iniziativa è stata apprezzata, ma c’è stata anche qualche occasionale opinione contraria. Da cosa è nata questa bella tradizione?</i></b></div><div><br></div><div>Con questa storia dell’inno sono stato oggetto di tantissime critiche. È stato visto da alcuni come una presa di posizione politica. Lungi da me fare politica in questo modo e a teatro. Far cantare l’inno era, in realtà, un modo per creare aggregazione, per giocare. Il teatro è un salotto dove si viene per stare insieme. Il pubblico che ha condiviso anche solo banalmente un canto, è più coeso, più uniforme, più vicino. Inizialmente, avevo pensato di far cantare “We will rock you”, figurati! Ma, poi, ho pensato all’inno di Mameli, perché contiene in sé il seme dell’aggregazione. Inoltre, faceva parlare del Marconi, cosa che non guasta mai. Comunque, ora non lo faccio cantare più. Non per le critiche ricevute, ma semplicemente perché ogni tanto bisogna cambiare. L’inno ha fatto da padrone per due anni, adesso penserò a qualche nuovo strumento aggregativo. Vedremo …</div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i>Parliamo di te, Felice. Dal 17 al 19 settembre andrà in scena al Marconi il Festival dei Nuovi Tragici di Pietro De Silva, uno spettacolo composto da monologhi. Sarai in scena anche tu. Il monologo, nell’era teatrale covid, è linfa vitale, perché evita l’eccessiva vicinanza degli attori in scena. Ma c’è molto di più. È una forma di spettacolo che amo profondamente. Nel monologo c’è la possibilità, per l’attore, di esprimere il carattere ma anche il conflitto, riempiendo interamente la scena; c’è una comunicazione a tutto tondo che attinge alla prosa come alla poesia; c’è un’emersione dal sottosuolo, per citare Dostoevskij; c’è un investimento personale molto più intenso. In questo spettacolo, poi, si toccano temi intimamente connessi con l’essere umano nella sua apparenza e nella sua realtà, sollecitato dagli inevitabili cortocircuiti della vita. Me ne parli?</i></b></div><div><br></div><div>Il “Festival dei Nuovi Tragici” ha una sua tradizione. Era già stato fatto tantissimi anni fa e ne hanno fatto parte molti grandi attori di oggi, come Brignano e Insinna. L’attenzione è focalizzata sull’uomo, attraverso monologhi che presentano personaggi esasperati dalla quotidianità, dai loro problemi personali; problemi che li rendono tragicamente comici. Ecco, noi abbiamo ripreso questa tradizione, rispettandone i canoni e parleremo proprio di cortocircuiti della vita, come li hai giustamente definiti tu.</div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i>Cos’altro c’è in serbo nella stagione 2020-2021 per Felice Della Corte?</i></b></div><div><br></div><div>Il primo progetto, in assoluto, è far ripartire la stagione sia del Marconi, sia del Nino Manfredi. Per quanto riguarda me, invece, è qualche anno che ho preso l’abitudine di dedicarmi a due rappresentazioni, una più impegnata, l’altra meno, ossia rivolta alla comicità, o, meglio, all’ironia. E credo che farò così anche quest’anno, sebbene i programmi non siano ancora ben definiti, dato il momento incerto che stiamo tutti vivendo. Di sicuro, manterrò in piedi lo spettacolo che, nel corso di quest’anno, mi ha dato grande soddisfazione, incontrando un eccezionale favore da parte del pubblico, ossia i “Sei personaggi in cerca di autore”, che abbiamo portato anche in Versiliana con grande successo. Una versione dei Sei Personaggi davvero particolare. Ecco, sicuramente quest’opera verrà ripresa anche nella stagione 2020-2021.</div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i>Bene. Vorrei parlare, ora, dei personaggi, gli amici-nemici che accompagnano l’attore e lo possiedono come anime ingombranti nel corpo di un medium.</i></b></div><div><b><i>Quando ti vidi ne Il Fu Mattia Pascal, splendida riduzione a cura di Claudio Boccaccini, con te e Alessia Navarro, mi innamorai dei personaggi, perfettamente usciti da un romanzo per abitare la scena. Non è facile portare così efficacemente un romanzo in teatro. Claudio è stato un maestro. Tutti voi avete acceso una scintilla di magia. In particolare, tu e la Navarro mi avete regalato delle grandi emozioni. Hai un’incredibile capacità di catturare il pubblico. Immagino che, a volte, possa riuscire più spontaneo, altre volte meno. Entrare nel personaggio è un viaggio o un tormento?</i></b></div><div><br></div><div>Sicuramente un viaggio. Un bellissimo viaggio. Può diventare un tormento se assume la forma di uno psicodramma, perché, a volte, il personaggio può costringere l’attore ad aprire gli occhi su aspetti particolari della sua vita che aveva fino ad allora deciso di ignorare. Ma, anche in questo caso, non è mai una fonte di sofferenza; semmai può essere un dolce tormento. L’interpretazione ti consente di guardarti da prospettive che mai avresti osato sperare ed è una cosa, questa, che può solo migliorarti.</div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i>Ancora una domanda, che si affaccia sul finale dell’intervista come fosse il finale di una rappresentazione, perché tocca un elemento essenziale, voluto, cercato, sperato, accolto: l’applauso. Ce ne sono a scena aperta e ci sono quelli a chiusura di sipario. Mi descrivi l’applauso per Felice Della Corte?</i></b></div><div><br></div><div>L’applauso è tutto e non basta mai. Anche quando è lunghissimo. Se noi attori dovessimo restare mezz’ora in piedi per un applauso, non ci basterebbe comunque. L’applauso è un bagno di gratificazione che fa svanire stanchezza, stress, insicurezze, paure. All’improvviso, senti la pienezza di quello che hai appena fatto, comprendi appieno il significato della tua fatica.</div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><div class="imTACenter"><b>**** ° ****</b></div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><div>Ed è proprio sull’onda di un applauso silenzioso e sempre meritato, che Felice viene nuovamente catturato nel vortice dei suoi impegni, uno dei quali ha il bel volto di un neonato: Sebastian, suo nipote. Michelangelo Buonarroti fu mandato a balia dalla moglie di uno scalpellino e, ricordando la sua infanzia, amava dire che la sua abilità di scultore era dovuta a quel latte che sapeva un po’ di polvere di marmo. Se il teorema di Buonarroti vale, Sebastian avrà sicuramente un brillante futuro teatrale.</div><div>Il giardino si è affollato, nel frattempo. Sono arrivati i membri della giuria di <i>Teatramm</i>, il Festival ideato e diretto da Emiliano De Martino, ospite, in questi giorni, al teatro Marconi. Mi trattengo un po’ in loro compagnia. Bella conversazione, commenti interessanti sulle rappresentazioni del giorno prima, una divertente commistione di “parlato” e di “percepito”. Sono tutte persone con le quali &nbsp;ci si intrattiene gradevolmente: la splendida e bravissima Yassmin Pucci, attrice internazionale, nipote di Ashraf Pahlavi, che era la sorella gemella dell’ultimo Scià di Persia, dalla quale Yassmin ha catturato lo sguardo magnetico e la capacità di riempire gli spazi che la circondano con la sua sola presenza; Sissi Corrado, giornalista radiofonica che ha il sole nel sorriso e nella voce; la reporter e scrittrice Teresa Comberiato, autrice del libro <i>Il muscolo dell’anima</i>; la travolgente Rossella Pugliese, attrice ed autrice di grande talento, che, in questa stagione teatrale, Roma ha calorosamente accolto con il suo <i>Rusina</i> al Brancaccino; le incantevoli attrici Irene Antonucci, intenso volto televisivo e teatrale, e Maria Lauria, versatile presenza nel cinema, nella televisione e nel teatro in produzioni di grande successo; la giornalista e conduttrice Paola Zanoni e Vitaliano Loprete, protagonista della web serie <i>Single allo sbando</i>. Nella giuria figura anche Mario Parruccini, noto filmmaker, e, naturalmente, Felice, che la presiede. A condurre il Festival la preparatissima Valeria Mafera.</div><div>Il tempo vola. È ora, per la giuria, di accomodarsi in sala, e, per me, di tornare al computer a scrivere il resoconto di questo bel pomeriggio al teatro Marconi, un teatro sempre in ascolto delle voci nuove di un’arte in perenne evoluzione e rivoluzione.</div><div><b> </b></div><br><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[InLibertà.it, 05.09.2020]</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 05 Sep 2020 20:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il condannato Giuda. Sul palcoscenico un’ipotesi di revisione]]></title>
			<author><![CDATA[Anna Maria De Santis]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A9"><div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">GIURISPRUDENZA PENALE</span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Anna Maria De Santis</span></b></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 cf1">26 agosto 2020</span></i></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Il 13 e il 14 agosto, al teatro Gassman di Borgio Verezzi, nell’ambito del 54° Festival Teatrale verezzino, è andato in scena, in prima nazionale, </span><i><span class="cf1">Giuda</span></i><span class="cf1">, un testo di Raffaella Bonsignori. Protagonista Maximilian Nisi, che ne ha curato anche la messa in scena, musiche di Stefano De Meo, video art di Marino Lagorio.</span></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 cf1">Prossimo appuntamento a Roma, in autunno.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 cf1">Raffaella Bonsignori è giornalista e scrittrice, ma è soprattutto avvocato penalista e assistente universitaria di Procedura Penale all’Università di Roma La Sapienza. Per me, oltre che una collega, è una cara amica: siamo entrambe allieve del prof. Franco Cordero.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">In una recente intervista ha rivelato che nel suo </span><i><span class="cf1">Giuda</span></i><span class="cf1"> c’è molta parte della sua professione. Non stento a crederlo.</span></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 cf1">Dal testo emerge un uomo concentrato sulla carnalità della vita, sui dubbi, sui propri interessi, incapace di rinunciare al peccato, ma anche un uomo che sa amare, coraggioso e assertivo, pieno, dunque, di quelle contraddizioni che spesso si riconoscono in molti protagonisti di vicende giudiziarie. Chi frequenta le aule di giustizia sa bene che non esiste un confine netto tra bene e male, tra cattiveria e bontà.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Giuda è prigioniero nel suo aldilà e racconta la propria versione dei fatti, ma si rende perfettamente conto che le sue parole non hanno altro riscontro che se stesse e, disperato, esclama: </span><i><span class="cf1">«Gli uomini vogliono sempre la prova di tutto. Maledette prove …. Tutti sotto processo. Nella vita e nella morte»</span></i><span class="cf1">.</span></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Le prove, già … gli strumenti utili a raggiungere la verità processuale, </span><i><span class="cf1">una delle tante verità</span></i><span class="cf1">, direbbe il Giuda di Raffaella, incredulo sia di fronte alla verità di Dio, identificata con Cristo (</span><i><span class="cf1">Ego sum Via, Veritas et Vita</span></i><span class="cf1">), sia di fronte alla verità degli uomini.</span></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 cf1">Giuda è un personaggio che incarna il “colpevole perfetto”, di fronte al quale tutti gli altri si sentono innocenti, anche quando non lo sono; il colpevole da rinchiudere, gettando via la chiave; il colpevole che, oggi, troviamo in molti uomini condannati dal sentire popolare ancor prima che da un giudice. Nelle sue parole ritroviamo il senso dell’autodifesa disperata, che impone domande più che fatti accertati.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 cf1">Dalla premessa al suo libro, in vendita su Amazon, apprendiamo che l’Autrice ha approfondito la storia e la personalità dell’apostolo traditore sia su testi teologici, sia su saggi storici e opere di narrativa; ha letto con attenzione i Vangeli canonici e quelli aprocrifi, evidenziando alcune incongruenze e facendone tesoro. Tutto ciò emerge con chiarezza dalla lettura del copione: la fantasia letteraria affianca mirabilmente un’attenta esegesi dei testi sacri. Da buon avvocato ha usato i fatti noti per giungere a quelli ignoti, che minano la credibilità della condanna; una condanna che ancora oggi sembra un pesante, indistruttibile mantello posato sulle spalle di Giuda.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 cf1">Se non avesse tradito, come avrebbero fatto le Sacre Scritture a compiersi? Il destino di morte di Gesù avrebbe trovato egualmente la via per realizzarsi?</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Raffaella Bonsignori si chiede se Giuda e Gesù non siano stati alleati, in quel gioco di morte, e lo fa anche sulla scorta di quanto emerge dal vangelo di Giuda, ritrovato nei pressi del Nilo negli anni Settanta; uno dei vangeli rifiutati </span><i><span class="cf1">ab origine</span></i><span class="cf1"> dalla Chiesa.</span></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 cf1">La storia del tradimento è nota: Giuda porta le guardie da Gesù su ordine dei sacerdoti e consente che lo arrestino. Il processo è rapido e culmina con la crocifissione, con la morte di Gesù. Nell’ottica cristiana, Giuda pecca due volte: quando tradisce e quando si dà la morte impiccandosi. Sotto il profilo strettamente penale, invece, come possiamo inquadrare la sua condotta? Possiamo dire che è in concorso con l’omicidio di Gesù, avendolo consegnato nelle mani dei suoi carnefici? Oppure, dal momento che Gesù doveva morire e sapeva di morire per mondare l’umanità dal peccato e adempiere le Sacre Scritture, è possibile pensare all’istigazione al suicidio, da parte di Giuda, ossia di colui che facilitò il piano di morte?</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Raffaella, pur senza addentrarsi in dinamiche processuali, sfiora i più forti argomenti difensivi. Giuda amava Gesù e lo amava al punto da seguirlo, anche se non sempre concorde con i suoi insegnamenti (</span><i><span class="cf1">«Non ho mai detto di essere d’accordo con lui su ogni cosa. Anche se, alla fine, lo seguivo sempre. La foglia non può dire al vento dove deve portarla. Ero rapito dal suo spirito ….»</span></i><span class="cf1">); ed è un Giuda che sa amare profondamente, quello che emerge da questo testo, basti solo pensare alla poetica descrizione dei sentimenti di un uomo per la donna che gli cattura il cuore (</span><i><span class="cf1">«…Ti manca l’aria se solo smetti di pronunciare il suo nome. Il pensiero di lei prende vita, t’invade. Più cerchi di allontanarla dall’anima, più la riempie. Il tuo mondo si fa improvvisamente piccolo, perché lei lo abita in ogni angolo. Dà colore ai tuoi sensi, sostanza ai tuoi sogni. Ti accorgi di non essere niente al di fuori del suo respiro. Persino quello che mangi contiene il suo sorriso e il vino ti racconta storie allegre e storie tristi che parlano di lei. Tutte le altre donne non esistono se non per la loro imperdonabile colpa di non essere lei. La donna che ami è un demone senza peccato, disperso in una felicità che confina con il mondo delle lacrime»</span></i><span class="cf1">), o alla dichiarazione d’amore per la Maddalena (</span><i><span class="cf1">«…amavo persino i suoi demoni. E non ho mai smesso, neppure adesso che sono morto. Mai. È una fiamma che non può essere soffocata nemmeno da questo grigio niente che mi circonda, nemmeno dal gelo del mio inferno»</span></i><span class="cf1">). Giuda, che appartiene alla Resistenza ebraica, allo zelotismo, e vuole combattere contro la tirannia dei Romani, tradisce nella speranza che Gesù si salvi con un miracolo e convinca, così, anche i più restii degli ebrei a combattere al suo fianco (</span><i><span class="cf1">«Un ultimo miracolo, il più grande … Ma ci pensi? Lui che si tira via i chiodi dalle mani e dai piedi, che scende dalla croce sano come un pesce, che trasforma le spine in oro, indossando finalmente una corona degna del re dei giudei. A quel punto tutti avrebbero creduto, tutti avrebbero finalmente combattuto. E Roma sarebbe finita in ginocchio»</span></i><span class="cf1">). Giuda non ha idea che vogliano veramente uccidere Gesù e, quando se ne rende conto, quando si rende conto che Gesù non avrebbe compiuto il miracolo di salvarsi, tenta di cambiare le cose, restituendo il denaro, cancellando il patto scellerato (</span><i><span class="cf1">«Ecco i vostri soldi insanguinati. Che Dio vi maledica! Non potete farlo morire, non potete …»</span></i><span class="cf1">).</span></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 cf1">Anche sul suicidio del traditore Raffaella accende la fiamma del dubbio. Giuda muore sopraffatto dal rimorso, dal dolore. Ma si è davvero suicidato? Se lo chiede lui stesso, in questo testo. Nel vangelo di Matteo si parla di impiccagione; negli Atti degli Apostoli, Pietro afferma che Giuda finisce in terra con il ventre squartato e le viscere sparse ovunque. Una dinamica non poco dubbia. Da un albero si può cadere, ma è improbabile che ne consegua un simile sventramento. E se Giuda fosse stato ucciso per aver tradito?</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 cf1">Le nebbie storiche in cui è avvolta la vita e la morte dell’apostolo traditore sono plasmate da Raffaella Bonsignori come una magnifica creta dalla quale emerge una verità, la verità di Giuda, o, meglio, una delle tante verità di cui è composta la vita, come accennavo sopra, e chiunque svolga la professione di avvocato penalista sa bene che è nel ginepraio delle verità che si intravede il confine tra lecito e illecito.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 26 Aug 2020 21:49:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[54° Edizione del Festival Teatrale di Borgio Verezzi. "Giuda", regia e interpretazione di Maximilian Nisi]]></title>
			<author><![CDATA[Roberto Trovato]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000B3"><div> &nbsp;</div><div class="imTACenter"><b>SIPARIO</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Roberto Trovato</b></div><div> &nbsp;</div> &nbsp;<div><i>17 Agosto 2020 </i><i></i></div><div><i><br></i></div> &nbsp;<div> &nbsp;</div><div><span class="cf1 ff1"> </span></div><div> &nbsp;</div> &nbsp;<div><span class="cf2">Il settimo spettacolo della 54ma edizione del Festival di Borgio Verezzi, l’unico ad essere rappresentato non in piazzetta Sant’Agostino ma al teatro Gassman, è una prima nazionale come lo spettacolo d’esordio, </span><i><span class="cf2">Parlami d’amore Mariù</span></i><span class="cf2">. L’allestimento dell’atto unico della </span><span class="cf3">Bonsignori</span><span class="cf2"> era destinato in origine alle Grotte di Verezzi, spazio nel quale avrebbe avuto differenti suggestioni interpretative. Tuttavia anche la collocazione all’interno del Gassman per le norme di sicurezza si è rivelata felice. Il compito della </span><span class="cf3">Bonsignori</span><span class="cf2">, valente narratrice, giornalista e giurista, coadiuvata nella stesura dello spettacolo da </span><span class="cf3">Maximillian Nisi</span><span class="cf2">, era arduo. Infatti scandagliare l’abisso tenebroso della coscienza di un uomo controverso, da venti secoli bollato col marchio indelebile di un tradimento infame, di cui peraltro gli Evangelisti non precisano mai del tutto le cause, non era semplice. È stato scritto molto su Giuda, la figura più tragica del Vangelo. Quelli che emergono da questo bel testo, pensato e scritto per il palcoscenico, sono ipotesi e pensieri, che indagano i motivi più intimi e segreti alla base delle scelte fatte da una figura rimasta nei secoli enigmatica e misteriosa. Nel 1853 in un saggio l’inglese </span><span class="cf3">Thomas De Quincey</span><span class="cf2"> scriveva che gli pareva giunto il momento di portare il caso del tradimento di Giuda davanti ad un tribunale umano, per individuare l’intreccio fra aspirazione storiche e politiche della Palestina di Gesù e l’alto messaggio da lui trasmesso. Giuda per tradire dovette avere provato una forma di disinganno totale sull’insegnamento, l’opera e la persona del maestro tanto amato. Del resto Giuda riflette bene gli ideali e le illusioni dei coevi gruppi ebraici antiromani riconducili allo zelotismo. </span><span class="cf3">Nisi</span><span class="cf2">, per la tredicesima volta al Festival, da solo sul palco interpreta, indossando un disadorno saio, la parte dell’uomo descritto concordemente dal Nuovo Testamento come avaro, calcolatore e freddo. Di lui nel suo colloquio con Dio, vengono ridefiniti il rapporto con la religione e la libertà. A quanto annota lo stesso attore- regista quello proposto è “un testo poetico in cui la parola spesso si sostituisce all’azione”. Papa Benedetto XVI scrive in </span><i><span class="cf2">Gesù di Nazaret</span></i><span class="cf2"> che avrebbe salvato Giuda se non si fosse suicidato. Di grande rilievo è l’indagine condotta in questo copione sulle responsabilità etiche del singolo e dell’intera comunità su quanto accade nel mondo. La </span><span class="cf3">Bonsignori</span><span class="cf2"> nella sua rigorosa riabilitazione di Giuda lo presenta intrappolato in una sorta di cappio psicanalitico reso figurativamente come un luogo senza porte e finestre, in apparenza senza vie d’uscita, che è costituito da pochi elementi scenografici: due tende nere ai due lati del palco, un fondale sul scorrono immagini sgranate, una sedia con uno schienale di cinque tubi che allude alle grate di una prigione, una corda pendente al centro del palco e a terra un teschio. Il protagonista già morto vive in un al di là grigio e freddo nel quale sconta la pena del tradimento che per lui consiste, come scrive la </span><span class="cf3">Bonsignori</span><span class="cf2"> nella didascalia iniziale, nel “ricordare, pentirsi e morire, e poi, ancora, ricordare, pentirsi e morire” ogni giorno. In questo convincente testo l’autrice e l’attore evidenziano paure, passioni, delusioni e entusiasmi di questo ebreo osservante e istruito. Nel monologo per riscattarsi dalle accuse che gli sono state mosse, Giuda racconta la propria verità, i sentimenti, le sensazioni, i pensieri che gli si accavallano nell’animo. Egli è consapevole che nel mondo si sopravvive attribuendo colpe e lanciando accuse. Come uomo non riesce ad amare se non in modo imperfetto. Icona delle contraddizioni dell’uomo moderno, di cui vengono indagati disperazioni e inquietudini, Giuda si smarrisce nella ricerca di amore, finendo per commettere, cedendo ai sensi di colpa che lo tormentano, delitti peggiori di quelli che gli suggerirebbe l’odio. In un’intervista </span><span class="cf3">Nisi</span><span class="cf2"> nel parlare del lungo blocco della attività dal vivo determinate dalla pandemia afferma “I pensieri di Giuda mi hanno aiutato ad evadere. Dialogare con lui, nel silenzio assordante di quei giorni, è stato importante, direi quasi vitale”. Un indubbio arricchimento dello spettacolo viene dalla bravura dell’attore, dalle suggestioni musicali di </span><span class="cf3">Stefano De Meo</span><span class="cf2">, dalle immagini evocative di </span><span class="cf3">Marino Lagorio</span><span class="cf2">, dalla scenografia e dal costume firmati da </span><span class="cf3">Tiziana Gagliardi</span><span class="cf2">. Il protagonista di questo spettacolo asciutto e privo di inutili orpelli è una figura che nei secoli ha ispirato poeti, romanzieri, pittori, musicisti, filosofi, registi teatrali e cinematografici e drammaturghi. “Giuda– dichiara </span><span class="cf3">Nisi</span><span class="cf2">- non può comprendere l’amore universale di Gesù, non riesce ad ammettere condivisioni, il suo amore è ossessivo e possessivo”. Dalla disillusione del suo desiderio di essere amato più degli altri apostoli, nasce nel suo animo angosciato, dal risentimento nei confronti di Gesù che lo porterà a tradirlo. Dietro la sua scelta c’è anche l’ineluttabilità di un disegno divino che non comprende. Giuda non riesce a dimenticare la forza devastante di quell’amore disilluso che per lui era diventato importante più della sua stessa vita e che lo ha trascinato ad agire come lui forse non avrebbe mai voluto. Emblematiche sono anche le dichiarazioni di amore carnale per le donne. In questo testo, articolato nella versione a stampa in 16 snelli quadri, Giuda viene considerato un uomo contemporaneo con tutte le fragilità, i tormenti interiori e le disperate e vane ricerche di amore, privo come è oramai di una definita scala di valori. Il protagonista viene presentato come un uomo che soffre molto per non esser stato capito e per ciò che crede di non aver avuto. Innervato da un forte impegno morale e civile, il lavoro invita l’uomo a prendere atto che tutte le vicende misteriose della storia nascono dalla resistenza ad accogliere l’esigenza di giustizia, avvertita con forza dai credenti e dai laici.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 17 Aug 2020 17:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Io e Giuda a Borgio Verezzi]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000007E"><div class="imTAJustify"><div>Ho ancora viva in me l’eco degli applausi scroscianti che il pubblico del teatro Gassman di Borgio Verezzi ha tributato al mio <i>Giuda</i>, il testo che ho scritto per Maximilian Nisi e che, il 13 e il 14 agosto scorsi, è stato rappresentato in prima nazionale nell’ambito del 54° Festival teatrale verezzino, grazie alla sensibilità organizzativa di Stefano Delfino, Direttore Artistico del Festival, e di Renato Dacquino, sindaco di Borgio.</div> &nbsp;<div>Per me è stata un’emozionante esperienza attraversare quelle serate da protagonista. Gli applausi del pubblico, che Nisi mi ha generosamente chiamata a raccogliere alla fine della Prima, i complimenti ricevuti nel foyer, le attenzioni dei giornalisti …</div> &nbsp;<div>Ho sempre pensato che scrivere equivalga a partorire: il personaggio esce dalla penna e dall’anima dello scrittore per prendere la sua strada, vivere autonomamente. La strepitosa interpretazione di Maximilian me ne ha dato conferma, insegnandomi molte cose che non sapevo sul mio Giuda, e il pubblico stesso ha aggiunto particolari, aspetti inusuali del suo carattere, raccontandomi le sensazioni ricevute nel sentire la sua versione dei fatti, la sua verità. È la magia del teatro: il fruitore del messaggio entra in scena con il suo bagaglio esperenziale; ognuno è spettatore e protagonista al contempo.</div> &nbsp;<div>Ma non voglio, certo, parlare del mio testo. Il mio intento è raccontarvi i miei giorni con Giuda in quel pittoresco borgo ligure che, in estate, si trasforma in un palcoscenico vivente; un borgo immerso nei sapori inarrivabili della cucina locale, nella gentile accoglienza dei verezzini, nell’eleganza di piazzetta S. Agostino, con il suo magnifico palcoscenico all’aperto, e della sala del teatro Gassman, con le sue poltrone Frau, rosse come i tramonti marini e come la passione per il teatro che accomuna tutti, da quelle parti.</div> &nbsp;<div>Io, Maximilian e il maestro De Meo, che ha composto le musiche originali di <i>Giuda</i>, arriviamo in terra ligure l’11 agosto, due giorni prima dello spettacolo, e incontriamo subito gli altri protagonisti di questa splendida avventura: Marino Lagorio, artefice delle suggestioni visive che accompagnano il monologo, Paola Schiaffino, che ha affiancato Nisi nella realizzazione scenica, Lorenzo Vio, giovane aspirante attore, Cristina Ferrazzi, coordinatrice di questo progetto, Luigi Cerati, che ha firmato il magnifico book fotografico, Luigi Sironi, che, su disegno dello stesso Nisi, ha sapientemente realizzato l’elegante rivisitazione minimalista di un trono, una sorta di microcosmo sul quale Giuda si siede, si alza, danza, dà vita ad un flusso naturale di movimenti e di stasi che detengono il potere fondamentale del dramma; un luogo dell’anima dove la maschera antica delle passioni e della lotta comunica l’essenza concreta della verità di Giuda. E incontriamo anche tutti gli altri collaboratori del teatro: una grande famiglia con cui dividere amabilmente lavoro e pause, serietà e facezie. L’essenza dello spettacolo e della vita.</div> &nbsp;<div>Maximilian cura la messa in scena. Non è un’impresa facile. Il testo nasce per essere rappresentato nelle grotte di Borgio, allestimento naturale di quell’aldilà indefinito in cui si trova Giuda, ma l’estate del Covid-19 ha reso impraticabile questa soluzione. L’allestimento scenico è inevitabilmente più complesso, in teatro. Nisi, però, riesce a realizzare un piccolo gioiello che evoca il surrealismo di Dalì. Gli oggetti da me descritti nella scarna didascalia introduttiva al testo sono tre: un sudario, una corda e un teschio. Nisi li concretizza attraverso un sapiente uso delle luci, rendendoli protagonisti assieme a Giuda: presenti, vivi, tangibili, in un mare grigio e nero di indefinita assenza, dove anche gli spazi vuoti hanno un ruolo preciso.</div> &nbsp;<div>La scena costruita da Nisi è glabra, grigia e severa, come il tormentato paesaggio dell’anima in cui sosta Giuda, ma è tutt’altro che statica. Neppure se Giuda rimanesse immobile, lo sarebbe. È dinamismo puro, è un divenire costante. E la trasformazione avviene attraverso le emozioni.</div> &nbsp;<div>Le luci, poi, vergano accenti: luci fredde e lapidarie, che tirano fuori dal buio la corda e il teschio, e luci dai toni più caldi che si avvicendano su Giuda in una progressione sfumata che ricorda le “nuove lucerne” di Giovanni Aldini. Nella luce arriva anche un’idea del Cristo che Giuda cerca disperatamente; è una luce più chiara, più filtrata, più evidente; accende colori. La luce è immagine, è il cuore di ogni cosa, come diceva Fellini.</div> &nbsp;<div>L’arte teatrale di Nisi è espressiva e critica al contempo; traduce anche nel messaggio scenografico la sventura dell’uomo, la solitudine del peccatore, la coscienza di un Dio invisibile e pur concreto, presente nel dubbio come nelle certezze.</div> &nbsp;<div>La bellezza è tiranna, a volte: richiede un armonico uso di forme, colori, oggetti, e di costumi che buchino il velo che divide la platea dalla ribalta. Ecco, Nisi ha manifestato una grande familiarità con la bellezza, in questo senso intesa. Mi ha stupita e affascinata con le sue scelte. È riuscito a rendere le mie parole vive non solo attraverso un’interpretazione sublime, ma anche attraverso la scenografia e la scelta del costume, operata in accordo con Tiziana Gagliardi: una tunica che reinterpreta gli abiti d’epoca biblica, offrendo più il senso della nudità che quello della vestizione. Il mio primo pensiero è andato all’<i>ecce homo</i> di Pilato e ben si sposa con la sovrapposizione di Giuda e Gesù che viene spesso sfiorata.</div> &nbsp;<div>Ad aiutare la difficile realizzazione scenica, le altre due grandi protagoniste: musica e immagini.</div> &nbsp;<div>Louis-Bertrand Castel, nel Settecento, accostò felicemente lo spettro dei colori al pentagramma: le luci dialogano con la musica. È vero anche nella rappresentazione di Giuda.</div> &nbsp;<div>La musica è stata composta dal maestro Stefano De Meo per il mio testo e ha un suo linguaggio sensoriale che duetta con le parole. Il piano musicale si fonde mirabilmente con il tema tragico. Sin dal primo giorno in cui l’ho ascoltata, mi è sembrato di iniziare un viaggio verso il mio Giuda, un cammino su sentieri noti e ignoti al contempo. Sonorità oniriche accompagnano i passi dello spettatore che Nisi chiama a sé, ora guardandolo negli occhi, ora voltandogli le spalle, nascosto anche a se stesso dopo l’ignominia subita nei secoli; più delicate melodie accompagnano le parole d’amore che Giuda dedica alla donna; e un gioco ritmico si affaccia a narrare i momenti corali, fino a rallentare in una serie di note cupe che scandiscono la recitazione sincopata dei rimpianti, del dolore, della morte.</div> &nbsp;<div>Nasce in modo anomalo il dialogo tra musica ed immagini, che vengono inserite solo in un secondo momento, ma l’efficacia non si perde.</div> &nbsp;<div>I filmati evocativi di Marino Lagorio, in realtà, sono didascalie fluide e volutamente sfocate chiamate a suggerire impressioni, ad accompagnare le parole, offrendo accenti di colore che, a volte, assomigliano a fendenti in grado di lacerare lo schermo, e, altre volte, a morbide suggestioni.</div> &nbsp;<div>Grazie a questo concerto di bravure, il mio Giuda ha spiccato il volo.</div> &nbsp;<div>Una sorta di magia accompagna le prime volte della nostra vita. Tendiamo a ricordarle commossi, a segnarle in rosso nel libro immaginario del passato. Anche io ne ho alcune nel cuore: il primo giorno di scuola, la prima nevicata, la prima volta sul podio nei 400 stile libero, la prima volta che centrai il bersaglio con il 3.57 magnum, il primo amore, è ovvio, il primo esame da studentessa e il primo da assistente universitaria, il primo articolo per un mensile di pugilato, il primo processo vinto, il primo libro pubblicato … Oggi ne ho una in più: il 13 agosto 2020 ho vissuto la mia prima “Prima” ed è stato l’inizio di un’avventura che non smetterò di vivere.</div> &nbsp;<div>A Borgio dico solo “arrivederci”, sentendo già una grande nostalgia dei suoi colori, dei suoi profumi, del suo vivere lento, scandito dalla risacca di un mare cristallino e dai profili dei monti avvolti nelle nubi bianche di calore. Sì, arrivederci.</div> &nbsp;<div> </div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div> &nbsp;<div>[InLibertà.it, 17.08.2020]</div> &nbsp;<div> </div> &nbsp;<div><b>© Foto di Luigi Cerati</b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 17 Aug 2020 09:56:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Nisi-Giuda, l'anima in pena che voleva un'altra rivoluzione]]></title>
			<author><![CDATA[Lino Zonin]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000B6"><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><b>IL GIORNALE DI VICENZA</b></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/Vicenza---Zonin.jpg"  title="" alt="" width="970" height="1293" /><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 14 Aug 2020 17:31:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Maximilian Nisi in scena. È lui il "Giuda" di Borgio]]></title>
			<author><![CDATA[Farian Sabahi]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000AE"><div class="imTACenter"><b>LA STAMPA</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Farian Sabahi</b></div> &nbsp;<div><i>13 agosto 2020</i></div> &nbsp;<div><i> </i></div> &nbsp;<div><br></div><div>«Giuda è il malvagio per eccellenza, il suo nome è sinonimo di traditore ma, se non avesse tradito, il disegno di Dio non si sarebbe compiuto e l'uomo non si sarebbe salvato». </div> &nbsp;<div>Inizia così la conversazione con l'attore Maximilian Nisi stasera e domani sul palco del teatro Gassman di Borgio Verezzi con il monologo «Giuda» scritto da Raffaella Bonsignori e musiche di Stefano De Meo, nell'ambito della 54esima edizione del Festival Teatrale (ore 21:30). Sarà una prima nazionale, in cui «Giuda è amico e complice di Cristo, il più istruito dei suoi discepoli. Al tempo stesso, è un'icona dell'uomo contemporaneo: costretto in un mondo dove sembra si possa sopravvivere solo attribuendo colpe e lanciando accuse» - spiega l'attore. Nisi ha una lunga esperienza nell'interpretare figure religiose del mondo cristiano: «In passato ho recitato San Francesco d'Assisi e San Giovanni Battista, e in occasione del Giubileo del 2000 interpretai Cristo, affiancato dalla bravissima Piera Degli Esposti nelle vesti di Maria».</div> &nbsp;<div>Da dove nasce questa passione per le figure del Cristianesimo? «A diciotto anni avrei voluto farmi frate e per questo trascorsi un mesetto dai frati ad Assisi. Rientrato a Torino per l'esame di maturità, mi resi conto che i voti di povertà e obbedienza non mi avrebbero pesato, ma sarebbe stato difficile gestire le pulsioni dell'adolescenza e quindi rispettare il voto di castità! Non essendo tipo da mezze misure, decisi di fare altro. Presi le immagini sacre di Cristo, San Francesco e San Giovanni Battista, le misi in una busta con la preghiera di poter essere, un giorno, strumento della Sua pace». </div> &nbsp;<div>Romagnolo di Faenza e torinese d'adozione, dopo il liceo Nisi si trasferisce a Milano per studiare alla Scuola del Teatro d'Europa di Giorgio Strehler. Nel 1993 debutta nel Faust di Goethe al Piccolo Teatro. Due anni dopo, si trasferisce a Roma per seguire il corso di perfezionamento di Luca Ronconi. </div> &nbsp;<div>Successivamente, approda al cinema e in tv. </div> &nbsp;<div>Collabora con il Cardinale Gianfranco Ravasi leggendo testi sacri nella trasmissione Le frontiere dello spirito. Alla domanda se sia molto religioso, Nisi risponde: «La fede nasce dal contrasto, disse S Agostino. Sono religioso in maniera contrastata, e per questo credo di essere un buon cristiano. Più cristiano che cattolico: credo al messaggio di Cristo e quindi ai Vangeli, più che alla Chiesa fatta dagli uomini».</div> &nbsp;<div>Le interpretazioni di Nisi sembrano convincere il pubblico: «Ci sono state persone che hanno abbracciato il cristianesimo dopo aver assistito alle mie pièce teatrali. E in occasione della messa in scena del Cristo nella splendida chiesa di Santa Maria della Sanità in via Durini, a Milano, una spettatrice lasciò un assegno di 30 milioni di lire. Servirono a mettere in scena un altro spettacolo».</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 13 Aug 2020 21:58:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Al Festival di Borgio Nisi interpreta Giuda]]></title>
			<author><![CDATA[Silvia Andreetto]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000AA"><div class="imTACenter"><b>IL SECOLO XIX</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Silvia Andreetto</b></div> &nbsp;<div><i>13 agosto 2020</i></div> &nbsp;<div> </div> &nbsp;<div><br></div><div>Doppio appuntamento questa sera e domani alle ore 21.30, con un'altra Prima Nazionale in cartellone al Festival Teatrale di Borgio Verezzi che, per due sere, accende i riflettori non in piazzetta Sant'Agostino ma al Teatro Gassman. </div> &nbsp;<div>All'affezionato pubblico del Festival, giunto alla cinquantaquattresima edizione, sarà proposto il nuovo lavoro di Maximilian Nisi che, anche nei panni di regista, interpreterà l'uomo che l'umanità ha messo sotto accusa senza appello. Sarà infatti Giuda, sul palco, a prendere la parola grazie al testo di Raffaella Bonsignori, nato da una conversazione con Nisi per "Autunno di Fuoco", protagonista con Milena Vukotic durante il Festival del 2018. Fu Nisi a confessare alla regista di voler dare voce a un "cattivo biblico" e le chiese di scrivere un monologo su Giuda. </div> &nbsp;<div>Nisi aveva già interpretato tre figure emblematiche della cristianità: Gesù, Giovanni Battista e Francesco d'Assisi. Ad accompagnare il testo saranno le musiche di Stefano De Meo, le immagini evocative di Marino Lagorio e i costumi di Tiziana Gagliardi. Con questo spettacolo Nisi darà a Giuda, il cui nome viene pronunciato come sinonimo di infame, la possibilità di riscattarsi dalle varie accuse tra cui quella di traditore. </div> &nbsp;<div>Sicuramente Giuda non è solo l'uomo del passato ma anche un'icona dell'uomo contemporaneo, costretto in un mondo dove sembra si possa sopravvivere solo attribuendo colpe e lanciando accuse.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 13 Aug 2020 21:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giuda - Galleria fotografica]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Giuda"><![CDATA[Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000DF"></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 13 Aug 2020 21:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giuda e l'Adultera]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Giuda"><![CDATA[Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000E9"><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Gesù ferma la lapidazione dell'adultera.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">L'episodio vissuto e raccontato dall'apostolo traditore nel mio testo teatrale "Giuda".</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Magistrale interpretazione di Maximilian Nisi; musica strepitosa del Maestro Stefano De Meo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Le foto usate nel video sono di Luigi Cerati.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 13 Aug 2020 21:03:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Maximilian Nisi racconta il suo "Giuda"]]></title>
			<author><![CDATA[Elisabetta Ruffolo]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000CE"><div class="imTACenter"><b><span class="cf1">MEDDIMAGAZINE</span></b></div><div><b><span class="cf1"><br></span></b></div><div><b><span class="cf1">Elisabetta
Ruffolo</span></b></div>

<div><i><span class="cf1">13
agosto 2020</span></i></div>

<div><span class="cf2"> </span></div>

<div><span class="cf2">In
Prima Nazionale al Festival Teatrale di Borgio Verezzi, stasera e
domani “Giuda” con Maximilian Nisi.</span></div>

<div><span class="cf2">Testo
di Raffaella Bonsignori. Musiche di Stefano De Meo, immagini evocative
di Marino Lagorio. Costumi di Tiziana Gagliardi.</span></div>

<div><span class="cf2"> </span></div>

<div><b><i><span class="cf2">Come
nasce l’idea dello spettacolo?</span></i></b></div>

<div><span class="cf2"> </span></div>

<div><span class="cf2">Al
di là dell’interpretare il ruolo di Giuda, la cosa che più m’interessava era
curare la messa in scena, tirare fuori il testo, dare voce a Giuda trovando la
giusta vocalità, far lavorare Stefano De meo su delle musiche evocative,
aggiungendo anche delle immagini di Marino Lagorio. </span></div>

<div><span class="cf2">Era
un progetto sul quale stavo già lavorando prima del Covid e nasceva come
Reading all'interno delle Grotte di Borgio Verezzi che non erano agibili e
quindi lo faccio in Teatro. Più che uno spettacolo è una performance. Regala un
bel momento di riflessione e mette insieme una serie di tasselli storici. Giuda
è uno dei personaggi più saccheggiati in qualsiasi campo sia stato
rappresentato.</span></div>

<div><span class="cf2"> </span></div>

<div><b><i><span class="cf2">Perché
dare voce a Giuda? </span></i></b></div>

<div><span class="cf2"> </span></div>

<div><span class="cf2">Rappresenta
il fascino del malvagio. Attorno alla figura di Gesù oltre a Giuda che lo ha
tradito si parla di Pietro che lo ha rinnegato e di Tommaso che non credeva in
lui. &nbsp;Tutti noi abbiamo la consapevolezza di essere buoni e
contemporaneamente anche cattivi. Giuda è terribilmente umano ma non ha la
possibilità di avvicinarsi ad un concetto di amore universale. &nbsp;Era
necessaria una pedina di Dio e in questo caso Giuda malgrado fosse il più ricco
e il più colto degli Apostoli, aveva più limiti rispetto agli altri. </span></div>

<div><span class="cf2">Ci
sono alcune teorie che dicono che Giuda e Gesù avessero una grande intesa.
Giuda era l’unico a poter capire il desiderio di Gesù e ad aiutarlo nella
realizzazione del suo mandato.</span></div>

<div><span class="cf2"> </span></div>

<div><b><i><span class="cf2">Non
sei neofita sul palcoscenico del festival di Borgio Verezzi, cosa ti aspetti
dal pubblico? </span></i></b><span class="cf2"> </span></div>

<div><span class="cf2"> </span></div>

<div><span class="cf2">Voglio
semplicemente raccontare “la storia” che è una delle più conosciute. 
L’idea di dare voce a Giuda nel 2020 è una cosa che m’intriga. E’ una storia
che ha delle dinamiche molto importanti. E’ vero che con il lockdown siamo
tutti destabilizzati emotivamente ma abbiamo bisogno di cose che ci possano far
riflettere, darci una speranza e ci possano riportare su una via che credo in
questo momento abbiamo smarrito. Siamo molto disorientati e ricominciare dalle
origini parlando di un amore maltrattato può essere un buon avvio. </span></div>

<div><span class="cf2"> </span></div>

<div><b><i><span class="cf2">Giuda
avrà una tournée?</span></i></b><span class="cf2"> </span></div>

<div><span class="cf2"> </span></div>

<div><span class="cf2">È
un progetto che porterò avanti, perfezionandolo ulteriormente. A fine ottobre,
inizio novembre, sarò al Teatro Lo Spazio e poi ci sono altre tappe anche al
Nord, in Teatri più piccoli ma non meno importanti. Noi abbiamo bisogno anche
solo di una manciata di spettatori per far sì che il Teatro possa continuare a
fare quello che ha fatto nel corso dei secoli. Quando ho proposto lo spettacolo
al Direttore Stefano Delfino, il mio intento era quello di dare speranza al
nostro lavoro e se ci fosse stato anche un solo spettatore sarebbe stato giusto
farlo ugualmente. Lui ne è stato subito entusiasta. Il Teatro non si deve
fermare, deve comunque andare avanti e quando si sbloccherà questa situazione
saremo pronti a continuare il nostro percorso.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 13 Aug 2020 08:51:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Giuda, al festival di Borgio Verezzi ]]></title>
			<author><![CDATA[Red. La Platea]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000AD"><div class="imTACenter"><b>LA PLATEA</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Redazione</b></div> &nbsp;<div><i>10 agosto 2020</i></div> &nbsp;<div> </div> &nbsp;<div> </div> &nbsp;<div><br></div><div>Giuda al Festival di Borgio Verezzi il 13 e 14 agosto 2020 ore 21:30 al Teatro Comunale Vittorio Gassman.</div> &nbsp;<div><span class="cf1">Giuda racconta la sua verità. L’uomo che l’umanità intera ha messo sotto accusa esce dall’ombra per dare la sua versione dei fatti, riscrivendo i confini del suo rapporto con Cristo.</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Il suo è stato solo un tradimento?</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Cosa significa essere colpevole e le condanne sono per sempre?</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">La scelta del soggetto nasce da una conversazione tra Raffaella Bonsignori e Maximilian Nisi. A luglio 2018 lei lo intervista in occasione del suo debutto a Borgio Verezzi con 'Un Autunno di Fuoco' di Eric Coble. Maximilian le confida di avere un’idea nel cassetto: avendo interpretato, negli anni, anche tre figure emblematiche della cristianità - Gesù, Giovanni Battista e Francesco d'Assisi - vorrebbe dar voce a un 'cattivo biblico' e le chiede di scrivere un monologo su Giuda. Il testo che oggi viene portato in scena differisce in parte da quello originario, perché frutto di uno stimolante </span><i><span class="cf1">labor limae</span></i><span class="cf1"> fatto da entrambi nel corso di svariati incontri, è stato arricchito per l'occasione dalle suggestioni musicali di Stefano De Meo, dalle immagini evocative di Marino Lagorio e dai costumi di Tiziana Gagliardi.</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Giuda.</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Un uomo.</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Capace di amare ma come, purtroppo, spesso si riducono ad amare molti esseri umani, con la loro innata imperfezione: il loro è un amore-possesso, vissuto guardando allo specchio solo i propri sentimenti e il proprio desiderio di essere, per gli altri, gli unici destinatari della loro attenzione, dei loro pensieri. Non si ammette alcuna condivisione, non si comprende un amore diverso da una catena che unisca indissolubilmente lo spirito di due esseri fino a fare sì che solo nell' esistenza dell'uno l'altro trovi le motivazioni sufficienti per continuare a vivere.</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Gesù.</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Il figlio di Dio.</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Maestro di amore ma di un amore universale, sublime, che Lui sa offrire a piene mani a tutti gli uomini capaci di comprendere i suoi insegnamenti e di seguirlo. Non c'è alcun vincolo esclusivo, in questo amore, è un amore universale, che dovrebbe affratellare, permettere a tutti gli uomini che ne abbiano volontà di affrontare le intemperie della vita riscaldandosi al focolare di uno stesso Padre. Non è un amore-possesso ma è un amore che, come un pane, si spezza in parti uguali per essere distribuito a tutti i commensali che di quel pane abbiano fame.</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">L'amore-possesso di Giuda incontra li messaggio di un Amore diverso, immensamente più grande, di Gesù Cristo e in quell'oceano infinito si perde, sente la propria inadeguatezza ma rimane prigioniero dei propri limiti terreni. Vorrebbe essere riconosciuto, avere un premio solo per il fatto stesso di esistere, una ricompensa per la sua devozione che lo porta a desiderare la vicinanza di un uomo che, pure, è lontano da quell'ipotesi di Messia che per tanti anni aveva vagheggiato. Non un leone capace di scacciare i romani dalle terre occupate con la loro protervia di conquistatori ma un "agnello" che percorre una strada impervia che lo porterà ad un inevitabile sacrificio finale. L'amore di Giuda non comprende tutto questo, vorrebbe da Gesù quelle risposte che l'uomo Giuda, inutilmente, chiede a suo Padre, quel Dio di cui soffre terribilmente la presenza-assenza. Eppure, potrebbe anche accettarlo, in cambio, però, di essere amato come lui pretende, con una forza unica, esclusiva, più del prediletto Giovanni, più di Pietro, che pure per amore di Gesù potrebbe anche uccidere.</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Dalla disillusione cocente di questo suo desiderio di essere amato come lui vorrebbe, non "come" gli altri ma "più" degli altri, nasce poi, dentro l'animo di Giuda, il risentimento feroce che lo porterà al tradimento, alle trenta monete lorde del sangue di Colui che, pure, tanto amava. Certo, c'è anche l'ineluttabilità di un disegno divino dietro tutto questo, Giuda sente che, in qualche modo, quello che ha fatto gli è stato chiesto: ma dentro la sua tragedia non si può dimenticare la forza devastante che ha avuto quell'amore disilluso che per lui era diventato più importante della sua stessa vita e che lo trascina ad agire come lui non avrebbe mai voluto. Nel suo tormento interiore, Giuda è un'icona delle contraddizioni dell'uomo moderno, tanto fragile che, a volte, si smarrisce nella sua ricerca di amore e finisce per commettere delitti persino peggiori di quelli che gli suggerirebbe l'odio.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 10 Aug 2020 21:56:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[In viaggio verso Giuda]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Clavenzani]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000AC"><div class="imTACenter"><div class="imTACenter"><b><span class="cf1">IN LIBERTÀ</span></b></div></div><div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">Valentina Clavenzani</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2">10 agosto 2020</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="cf2"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf2">Giuda Iscariota è il traditore di Gesù. Di questo siamo tutti a conoscenza. Ma chi era veramente quest’uomo e perché ha tradito? Di sicuro, le nebbie in cui sono avvolte la sua vita e la sua personalità, le sue scelte e la sua fine non smettono di affascinare.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Oggi incontro chi ha deciso di misurarsi con questa figura, dandogli una storia ed una voce teatrale: Raffaella Bonsignori, autrice del testo </span><i><span class="cf2">Giuda</span></i><span class="cf2">, Maximilian Nisi, che, in prima nazionale, lo porterà in scena il 13 e il 14 agosto al teatro Gassman di Borgio Verezzi nell’ambito del 54° Festival del Teatro diretto da Stefano Delfino, e il maestro Stefano De Meo, che ha realizzato le musiche originali.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Come è nata l’idea di una pièce teatrale su Giuda?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M -</span></b><span class="cf2"> In teatro sono stato Gesù, Giovanni Battista, Francesco d'Assisi; un giorno ho cominciato a desiderare di dar voce ad un “cattivo” biblico e, avendo già vestito i panni de Il Caprone, di Zerbinotto e di Mefistofele, mi è sembrato che Giuda, il traditore, potesse essere la scelta più stimolante. È un personaggio misterioso, ancora oggi molto dibattuto, che mi ha sempre affascinato. Due anni fa il caso ho voluto ch'io conoscessi Raffaella Bonsignori e al termine di un'intervista mi è venuto spontaneo chiederle se avesse voluto scrivere per me un monologo su di lui.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R -</span></b><span class="cf2"> La domanda più importante l’ha fatta lui a me ad intervista finita. Ho detto di sì ancor prima di capire in quale ginepraio stessi per cacciarmi. Scrivere per il teatro non è cosa da niente. Chi, come me, è abituato a scrivere romanzi o saggi deve abbandonare la descrizione e inserirla nel dialogo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M -</span></b><span class="cf2"> Ero sicuro che mi avrebbe risposto di sì. Raffaella è una donna sensibile, una scrittrice capace e un'anima curiosa con quel pizzico di follia che fa tanto bene al teatro.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R –</span></b><span class="cf2"> Non a caso Maximilian mi ha dato un soprannome che amo molto, assolutamente suo: Matto</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Matto? Al maschile?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R –</span></b><span class="cf2"> Sì. Il </span><i><span class="cf2">Fool </span></i><span class="cf2">shakespeariano, come quello del </span><i><span class="cf2">Re Lear</span></i><span class="cf2">. È l’essere più libero della terra, quello che può dire tutto ciò che pensa nell’esatto momento in cui lo pensa. Lo adoro.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M –</span></b><span class="cf2"> E Raffaella è un Matto in piena regola. Difficile tenerla a bada e non farle dire ciò che vuole dire.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Raffaella, ho l’impressione che Maximilian si stia riferendo a qualcosa in particolare.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R –</span></b><span class="cf2"> Sono portata a crederlo anche io. Abbiamo lavorato insieme e non sono mancate occasioni per ridere, scherzare, approfondire argomenti storici e teologici, confrontarci sulla nostra spiritualità, ma ci siamo anche accapigliati spesso! Accade, tra autori ed attori; c’è da dire, però, che persino le litigate sono state un arricchimento reciproco. Da un lavoro così intenso è nata una splendida amicizia.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M –</span></b><span class="cf2"> È fumantina!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R –</span></b><span class="cf2"> Senti chi parla!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M –</span></b><span class="cf2"> Cercare di individuare il linguaggio che potesse esser giusto per entrambi, senza tradire un personaggio storico e importante come quello di Giuda, credo sia stato formativo sia per me, sia per lei. Ne è scaturito un monologo che cela un dialogo: quello di Giuda con la storia e con il tempo, che segna il confine tra vita e morte, tra mondo del corpo e mondo dell’anima.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R -</span></b><span class="cf2"> Devo molto a Maximilian e non solo perché ha creduto in me e nel mio lavoro, ma perché mi ha dato preziosi consigli: abbiamo fatto un magnifico </span><i><span class="cf2">labor limae</span></i><span class="cf2"> su tutti i miei testi.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Tutti i tuoi testi? C’è più di un Giuda?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R -</span></b><span class="cf2"> Decine. Dialogo a due voci, a tre, monologo … Le uniche cose certe, sin dall’inizio, sono state il luogo e il personaggio. Il mio Giuda doveva stare nell’aldilà ad espiare la sua pena. Il ciclo, lo spazio onirico in cui Giuda si trova, la notte perenne sono le classiche conseguenze joyciane del monologo interiore. Mi piaceva inquadrarlo in questo contesto. Su queste poche certezze ho lavorato in diverse direzioni. Per il resto, ho lasciato che Giuda sgorgasse dalla mia anima. Confrontarmi con il cattivo per eccellenza è stata un’esperienza molto bella e molto complessa; forse persino pericolosa. Nietzsche diceva che a guardare a lungo nell’abisso, si rischia che l’abisso guardi dentro di noi. Sicuramente, oggi che sono entrata in confidenza con Giuda, con il suo modo di essere un colpevole innocente, mi sento in parte cambiata. Solo la passionalità non si è modificata: intensa quanto la sua. Ho sempre amato senza riserve e ho sempre messo l’amore davanti a tutto, come il mio Giuda.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M –</span></b><span class="cf2"> Anche se lui non sa amare veramente.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R –</span></b><span class="cf2"> Ma non è vero! </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M –</span></b><span class="cf2"> È un uomo coraggioso, idealista ma con un grosso limite: è innamorato soprattutto di se stesso.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R –</span></b><span class="cf2"> Ama sua madre, la sua patria, le donne e ama Gesù …</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Se aspettate un attimo vado a prendere i pop-corn e mi metto comoda. Non pensavo di assistere ad uno spettacolo, oggi. Siete fantastici!</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M –</span></b><span class="cf2"> Sostiene di averlo amato ma ha fallito. L'anima di Giuda è dannata perché è indefinita, confusa, narcisista, incapace di elevarsi verso valori più alti di quelli umani. È dannata perché è ancora intrappolata nel suo corpo, è incapace di comprendere e soffre terribilmente soprattutto per se stessa, per non esser stata capita e per ciò che ritiene che la vita avrebbe dovuto dargli e non le ha dato.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R –</span></b><span class="cf2"> Giuda è un uomo, non è e non può essere Dio. Nessun può comprendere davvero il modo di amare di Dio. Amiamo da uomini, con i nostri limiti. È Dio stesso che ci ha creati così. Il vero tradimento, nei suoi confronti, sarebbe non comportarci da uomini.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M -</span></b><span class="cf2"> Non si può amare per ricevere amore. L'amore non è un </span><i><span class="cf2">do ut des</span></i><span class="cf2">, è un sentimento.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R -</span></b><span class="cf2"> Ognuno ama a modo proprio. Giuda è Giuda. È capace di sentimenti profondi che lo seguono in eterno nell’aldilà, ma vuole anche sentirsi amato e soffre nel non esserlo … Sin da quando ha accettato i trenta denari, si trova nell’occhio del suo personale ciclone fatto di pentimento, di sensi di colpa, di rabbia nei confronti di Dio, che lui non capisce e dal quale non si sente capito. La scelta di tradire un uomo in grado di salvarsi con un miracolo avrebbe anche potuto essere un modo per spronarlo a rivelarsi a tutti e diventare finalmente il re dei Giudei come meritava di essere, aiutandolo suo malgrado a compiere il proprio destino </span><span class="cf2"> </span><span class="cf2">… Non è come tradire un amico inerme. Giuda, per me, è un colpevole innocente.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M –</span></b><span class="cf2"> No. È un peccatore addolorato, ma non pentito. È un colpevole che </span><i><span class="cf2">si sente</span></i><span class="cf2"> innocente. Tradisce Gesù e poi si pente e uccidendosi raddoppia addirittura la sua colpa. Un uomo che vende il suo amico ed è causa della sua morte, rimane, a parer mio, imperdonabile. Il libero arbitrio esiste. Liberi almeno di scegliere ciò che non va fatto. È una sensibilissima anima nera che non sa amare.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">E Maximilian Nisi come ama?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M -</span></b><span class="cf2"> </span><span class="cf2">Non in modo ossessivo e possessivo come Giuda. Io amo per liberare la mia anima, per arricchirla, e questo finora mi è bastato. È capitato a volte che amando non sia stato ricambiato, ma il valore di quell'amore è rimasto inalterato e ho sempre ringraziato chi, suo malgrado, avesse fatto nascere in me quel sentimento</span><span class="cf2 ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Per il momento ho solo letto il testo, ma devo dire che la dichiarazione d’amore di Giuda per le donne è da brivido …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R –</span></b><span class="cf2"> Quelle parole piacciono molto anche a me. Mi sono uscite dall’anima. Ho sempre pensato che la perfetta dichiarazione d’amore fosse quella di Steven Tyler degli Aerosmith, quando canta </span><i><span class="cf2">I don’t want miss a thing</span></i><span class="cf2">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Ti piace vincere facile …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R –</span></b><span class="cf2"> Sì, lo so, Steven Tyler è meraviglioso, la sua voce è sensuale e quella musica è travolgente. Ma, da scrittrice, mi concentro molto anche sulle parole. L’uomo di quella canzone dice che vorrebbe rimanere sveglio solo per sentire respirare la sua donna, che potrebbe rimanere perso in quel momento per sempre, che non vuole chiudere gli occhi perché lei gli mancherebbe, si chiede cosa stia sognando e non vuole perdersi niente di lei. Ecco, il mio Giuda ama nello stesso modo, anche se si intuisce che il suo è un amore infelice, irrealizzato, un desiderio che sconfina nell’idea totalitaria e pregnante di ciò che non si ha. Interpretato da Maximilian e musicato da Stefano De Meo, poi, è un amore con la A maiuscola. Tutta la musica di Giuda è eccezionale. Ha connotazioni che richiamano l’impressionismo. È stata un’idea registica davvero felice, quella di musicare quasi tutto il monologo, a parte i brevi tratti di un silenzio necessario.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M –</span></b><span class="cf2"> </span><span class="cf2">Quelle di Stefano De Meo sono suggestioni musicali. Hanno una grande forza evocativa. Note fragili, morbide e, improvvisamente, gravi: un eccentrico viaggio tra i suoni della natura, del mondo e i temi emotivi del personaggio. Ci siamo visti più volte tutti e tre, io, Stefano e Raffaella, per provare voce, testo e musica. Stefano è un artista che sa cogliere qualunque sfumatura e la traduce in melodia.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R –</span></b><span class="cf2"> Lavorare al loro fianco è stato magnifico: tra Maximilian e Stefano esiste un feeling particolare, si capiscono al volo. Maximilian è anche musicista e, dunque, il loro dialogo musicale è ricchissimo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Sono curiosa, ragazzi! Dopo averlo letto, non vedo l’ora di vedere Giuda interpretato da Maximilian Nisi e musicato da Stefano De Meo.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R -</span></b><span class="cf2"> Il testo che ho pubblicato con Amazon in questi giorni differisce in qualcosa da quello che Maximilian porterà in scena. I tempi teatrali, soprattutto per un monologo, devono essere necessariamente più stretti, e l’anima di chi sale sul palcoscenico deve emergere e personalizzare alcuni aspetti: ciò che va in scena è un concerto di personalità che va rispettato.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M -</span></b><span class="cf2"> E nel concerto, oltre a me, a Raffaella e a Stefano, ci sono anche Marino Lagorio, con le sue immagini evocative e Tiziana Gagliardi, che ha curato i costumi. Il teatro è un lavoro corale. È un privilegio poter lavorare con loro in un momento in cui il teatro ha bisogno di tutta la nostra cura e il nostro amore.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Nel testo pubblicato ci sono due finali alternativi. Qual è quello che andrà in scena?</span></i><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R –</span></b><span class="cf2"> Nessuno dei due. L’alternativa che offro è un finale a cui sono molto affezionata. Non mi andava di lasciarlo nel cassetto. In scena, invece, andrà un terzo finale. Io e Maximilian abbiamo scelto di sposare due differenti versioni tra le tante scritte in questi due anni, ma è una differenza che richiama più la sfumatura che la tinta. Peraltro, Maximilian ha voluto inserire due battute del finale alternativo, creando una bella suggestione. E qui mi fermo. Niente spoiler.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Il tuo Giuda è quasi un ritorno ad un teatro intimista, dove l’uomo è messo a nudo in modo poetico e forte. Si può dire che sembra un uomo molto moderno?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R -</span></b><span class="cf2"> Per me lo è di sicuro. C’è un po’ di Giuda in ognuno di noi. Secondo me, teatro significa anche illuminare un microcosmo, uno spaccato di vita, e far viaggiare lo spettatore nell’anima del personaggio. Io ho cercato di fare questo, trasportando il pubblico da Giuda, ma anche Giuda dal pubblico. È spesso fuori dagli schemi, rispetto ai suoi tempi. E, poi, si pone come il mostro per eccellenza, quello che fa sentire innocenti tutti gli altri: i colpevoli perfetti fanno spesso comodo e, al giorno d’oggi, ne individuiamo sempre molti.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Ecco, parliamo di colpevoli perfetti. Quanto della tua professione di avvocato penalista c’è nel tuo Giuda?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">R -</span></b><span class="cf2"> Tantissimo. Del resto, parliamo spesso di teatro processuale. Giuda è carnefice e vittima al contempo. È inevitabile che l’avvocato che ho dentro abbia fatto capolino. Il messaggio fondamentale che ho voluto dare è che non c’è mai un colpevole assoluto, un mostro che è solo mostro. Tutti dovremmo imparare a guardare negli occhi chi ha sbagliato, punire, se necessario, ma senza impedirgli di sperare.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Maestro De Meo, lei è pianista, arrangiatore e compositore, è autore di musical, musiche originali, arrangiamenti per la televisione e per il teatro. Come nascono le musiche di un dramma o di una commedia?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">S –</span></b><span class="cf2"> Le musiche di scena nascono dagli stimoli e dalle suggestioni che il regista mi suggerisce. Dopo la lettura del testo comincio il lavoro in piena libertà; più riesco ad esprimere le mie idee, più la sintonia con il regista diventa totale. Nel caso di Giuda, l’intesa con Maximilian, tra i maggiori interpreti di oggi del teatro italiano, come sempre è stata perfetta.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Giuda è un tema particolare. Che percorso ha seguito per raggiungere questo personaggio nel suo aldilà?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">S –</span></b><span class="cf2"> È vero. Il bellissimo testo di Raffaella è particolarmente intrigante e, allo stesso tempo, impegnativo, dato che la musica procede in interazione con la drammaturgia in maniera continuativa, senza soluzione di continuità. Le suggestioni alternano temi minimali con elementi metallici, graffiati, asciutti, in contrasto con motivi melodici e rarefatti. I diversi stati d’animo del personaggio, a volte, si fondono e si inseguono tra loro attraverso la commistione e l’opposizione dei diversi temi musicali.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Maximilian, il tuo lavoro è il teatro vero, non quello processuale di Raffaella. E lo è da più di trent’anni, sin dai tuoi esordi con Giorgio Strehler. Cosa significa il palcoscenico, per te?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M - </span></b><span class="cf2">È la mia vita. Non saprei e non vorrei far altro. È la migliore delle terapie. È un'ottima compagnia. È studio, immaginazione, divertimento. È un lavoro che, malgrado i tempi di profondo oscurantismo, sento ancora utile e necessario, sia socialmente che umanamente.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Hai fatto anche televisione e cinema. Ti ricordo ad esempio in </span></i><span class="cf2">Incantesimo</span><i><span class="cf2">, nel </span></i><span class="cf2">Bello delle donne</span><i><span class="cf2">, nella </span></i><span class="cf2">Dottoressa Giò</span><i><span class="cf2">. Preferisci il teatro o la recitazione cinematografica e televisiva?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M - </span></b><span class="cf2">Il teatro dipende soprattutto da te. Il prodotto televisivo e quello cinematografico sono quasi sempre il compromesso del lavoro di molte persone. Oltre alla recitazione ci sono le luci, il doppiaggio, il montaggio... Capita spesso che quello che viene mandato in onda o proiettato sia molto lontano dal tuo gusto o da una tua idea iniziale. Quindi ti posso rispondere con certezza che il teatro è la mia prima scelta. Ho fatto molta televisione, è vero, il cinema è rimasto un sogno in un cassetto lasciato aperto, anche se mi capita sempre più raramente di vedere film italiani di cui vorrei far parte. </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Ti abbiamo visto recentemente in </span></i><span class="cf2">Un Autunno di Fuoco</span><i><span class="cf2">, e ne </span></i><span class="cf2">Il piacere dell’onestà</span><i><span class="cf2"> con la regia di Liliana Cavani. Oltre a Giuda, cosa bolle in pentola nel tuo futuro teatrale?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">M - </span></b><span class="cf2">In questo periodo non vedo pentole. Continuerò a studiare e a far teatro. Dove, come e con chi me lo dirà il tempo. Non è un bel momento. Il teatro è fatto di scambio, di condivisione, di contatto. E il Covid19 questo non lo permette, lo aborrisce. È come amare qualcuno senza poterlo vedere, senza poterlo toccare. È una sensazione terrificante.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Maestro De Meo, la sua attività artistica è molto intensa. Oltre a Giuda ci sono altri progetti che sta portando avanti? E cosa la attende in futuro?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">S –</span></b><span class="cf2"> Sono impegnato, nelle vesti di esecutore e compositore, insieme a Pasquale Laino, in uno spettacolo dedicato ad Amelia Rosselli, </span><i><span class="cf2">Il Folle Volo</span></i><span class="cf2">, scritto da Ulderico Pesce e interpretato dalla straordinaria Maria Letizia Gorga. Per la televisione sto preparando, insieme al mio collega Pino Iodice, le musiche di un nuovo programma RAI e, parallelamente, continua il mio lavoro di arrangiatore presso StudioB di Iodice.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="cf2"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="cf2">Qual è il suo sogno nel cassetto?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">S –</span></b><span class="cf2"> Beh, lo devo ammettere: ho scritto molto per il teatro e, a parte le musiche per un paio di cortometraggi e la partecipazione come arrangiatore nel film </span><i><span class="cf2">Youth</span></i><span class="cf2"> di Sorrentino, non ho mai composto per il cinema. Chissà, forse un giorno …</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf2">****</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="cf2"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="cf2">È ora di lasciare gli artisti al loro viaggio verso Giuda, in attesa di applaudirli a Borgio Verezzi a metà agosto e a Roma in autunno.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="cf2">Giuda è imperdonabile? Io dico che, sicuramente, è imperdibile. Leggetelo e andatelo a vedere e non ne rimarrete delusi.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 10 Aug 2020 21:55:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Giuda - La vigilia della partenza]]></title>
			<author><![CDATA[Maximilian Nisi]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Giuda"><![CDATA[Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000DC"></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 10 Aug 2020 21:10:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA["Giuda": Una prima nazionale da non perdere con Maximilian Nisi]]></title>
			<author><![CDATA[Gabriella Chiarappa]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000B7"><div class="imTACenter"><b>WONDER YOU</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Gabriella Chiarappa</b></div>

<div><i>10 agosto 2020</i></div>

<div> </div>

<div>Un appuntamento da
non perdere quello con Maximilian Nisi giovedì 13 e venerdì 14 agosto, con
“Giuda” di Raffaella Bonsignori, impegnato in una prima nazionale al teatro
comunale “Vittorio Gassman” per il 54° Festival Teatrale di Borgio Verezzi.
Giuda è senza dubbio la figura più enigmatica e controversa del Nuovo
Testamento; la sua storia presenta molti misteri e lati oscuri che fanno di lui
un personaggio problematico e complesso.</div>

<div>Giuda racconta la
sua verità. L’uomo che l’umanità intera ha messo sotto accusa, esce dall’ombra
per dare la sua versione dei fatti, riscrivendo i confini del suo rapporto con
Cristo. Il Giuda di questo testo non è solo un uomo del passato, ma rappresenta
anche un’icona delle contraddizioni di quello contemporaneo. Per Nisi non è una
novità interpretare con grande abilità figure emblematiche della cristianità,
come: Gesù, Giovanni Battista e San Francesco. In questo caso si ritrova ad
interpretare il cattivo, il traditore, probabilmente la figura più controversa
della storia cristiana.</div>

<div>La scelta del
soggetto nasce da una conversazione tra Raffaella Bonsignori e Maximilian Nisi,
quando, nel 2018, durante un’intervista in occasione del suo debutto a Borgio
Verezzi con “Un Autunno di Fuoco” di Eric Coble accanto a Milena Vukotic,
l’attore le racconta di avere un’idea nel cassetto: dar voce ad un cattivo
biblico.</div>

<div>Racconta Nisi: <i>“Inizialmente
pensai al demonio tentatore, ma poi focalizzai l’attenzione su Giuda, il
traditore”</i> prosegue l’attore <i>“Il testo che oggi viene portato in scena è
frutto di modifiche, tagli e stimolanti ragionamenti scenici fatti insieme a
Raffaella nel corso di tanti incontri e svariate letture. È stato arricchito,
in seguito, dalle suggestioni musicali di Stefano De Meo, dalle immagini
evocative di Marino Lagorio e dai costumi di Tiziana Gagliardi. Tutti insieme
uniti in un momento in cui il teatro ha bisogno di cura e di tutto il nostro amore”</i>.</div>

<div>Per Giuda, la
video-art è a cura di Marino Lagorio, le musiche di Stefano De Meo, i costumi e
gli elementi scenici di Tiziana Gagliardi, l’aiuto regia è di Paola Schiaffino,
il coordinamento di Cristina Ferrazzi. Si ringrazia per la collaborazione la
Sartoria Farani di Roma.</div>

<div>Un segno di speranza
e di riresa per il teatro comunale “Vittorio Gassman” che ha deciso di
riaprire, nel rispetto delle norme per la sicurezza, con un primo obiettivo:
mettersi al servizio della comunità.</div>

<div>Per la sicurezza e
la serenità del pubblico si sono rispettate tutte le norme vigenti. Il teatro
Gassman e tutti i suoi spazi sono stati sanificati e igienizzati, la platea è
stata allestita nel pieno rispetto del necessario distanziamento fra gli
spettatori.</div>

<div> </div>

<div>© Foto di Azzurra Primavera</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 10 Aug 2020 17:47:00 GMT</pubDate>
			<enclosure url="https://raffaellabonsignori.it/blog/files/WonderYou----foto-_thumb.jpg" length="559011" type="image/jpeg" />
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Ritratti d'autore: Maximilian Nisi]]></title>
			<author><![CDATA[Alessio Neroni]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000CF"><div class="imTACenter"><b>PERSINSALA</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Alessio Neroni</b></div>

<div><i>7 agosto 2020</i></div>

<div> </div>

<div>Il
13 e 14 agosto Maximiliam Nisi porterà in scena <b>Giuda </b>al
54° Festival di Borgio Verezzi. Abbiamo approfondito con l’attore la figura di
questo personaggio controverso e conosciuto meglio l’uomo che lo interpreta.</div>

<div><b> </b></div>

<div><b><i>Maximilian
lei ritorna sulla scena dopo questi lunghi e difficili mesi in cui il teatro ha
subito un forte arresto. Quali sentimenti hanno accompagnato il periodo di
lockdown?</i></b></div>

<div><b> </b></div>

<div>Sono
sempre stato consapevole di quello che ci stava accadendo. Dopo il
disorientamento iniziale ho cercato di capire e di informarmi in modo sano. Ero
chiaramente molto preoccupato, ma non ho mai smesso di coltivare speranze e
sogni. Malgrado facessi molte cose, anche piacevoli, la sensazione era
quella di buttar via le mie giornate.</div>

<div>Ho
riflettuto molto su questo e mi sono chiesto se la vita più sana per me fosse
quella precedente o quella che il lockdown mi costringeva a fare. Oggi trovo
grande difficoltà a ripartire. È stata un’esperienza, peraltro non
completamente trascorsa, che mi ha profondamente cambiato.</div>

<div><b> </b></div>

<div><b><i>Come
nasce l’idea di questo testo?</i></b></div>

<div><b> </b></div>

<div>Da
una conversazione fatta con Raffaella Bonsignori, l’autrice. Raffaella è una
bravissima scrittrice-giornalista, alla quale, nel corso di un’intervista che
mi fece due anni fa, confidai di avere un grande desiderio: interpretare il
personaggio di Giuda. Figura di orrida grandezza, misteriosa, emblematica, che
nei secoli ha ispirato poeti, romanzieri, pittori, musicisti, filosofi,
drammaturghi. Qualche mese dopo mi arrivò la sua prima stesura del testo e la
mia emozione fu grande.<br>
Lo spettacolo che viene portato in scena oggi è frutto di modifiche sul testo
fatte insieme a lei nel corso di innumerevoli incontri, duranti i quali si sono
aggiunte le suggestioni musicali di Stefano De Meo, delle immagini evocative di
Marino Lagorio e i costumi di Tiziana Gagliardi.</div>

<div><b> </b></div>

<div><b><i>Se
dovesse spiegare questo controverso personaggio di cui vestirà i panni, come
definirebbe Giuda?</i></b></div>

<div><b> </b></div>

<div>Un
uomo capace di amare, ma in modo imperfetto, che si trova a vivere accanto a
Gesù, il figlio di Dio, che invece è maestro d’amore. Giuda non può comprendere
l’amore universale di Gesù, non riesce ad ammettere condivisioni, il suo amore
è ossessivo, possessivo.</div>

<div>Dalla
disillusione del suo desiderio di essere amato come lui vorrebbe, non come gli
altri ma più degli altri, nasce, dentro il suo animo, il risentimento feroce
che lo porterà al tradimento di Gesù che, pure, tanto amava.</div>

<div><b> </b></div>

<div><b><i>Cosa si
nasconde a suo avviso dietro il tradimento di Giuda?</i></b><i></i></div>

<div><b> </b></div>

<div>Dietro
il suo tradimento c’è sicuramente anche l’ineluttabilità di un disegno
divino. Giuda sente che, in qualche modo, quello che ha fatto gli è stato
chiesto, ma dentro la sua tragedia non si può dimenticare la forza devastante
che ha avuto quell’amore disilluso che per lui era diventato più importante
della sua stessa vita e che lo ha trascinato ad agire come lui, forse, non
avrebbe mai voluto.</div>

<div><b> </b></div>

<div><b><i>Giuda
può essere forse considerato un uomo contemporaneo?</i></b></div>

<div><b> </b></div>

<div>Sì,
assolutamente. Lo è nel suo tormento interiore. Giuda è un’icona delle
contraddizioni dell’uomo moderno, fragile e alla continua ricerca di amore. È
un uomo contemporaneo in quanto egotico e spesso privo di una scala di valori
definita. Un uomo che soffre molto per se stesso, per non esser stato capito e
per ciò che crede di non aver avuto.</div>

<div><b> </b></div>

<div><b><i>Che
rapporto ha Maximilian Nisi con la fede?</i></b></div>

<div><b> </b></div>

<div>Un
rapporto litigioso, discontinuo, altalenante e allo stesso tempo anche molto
appassionato e profondo. Considerando ciò che sosteneva Sant’Agostino, secondo
il quale dal contrasto dovrebbe nascere la fede, questo dovrebbe significare
che la mia fede è vivida e reale. A diciassette anni mi volevo fare frate, il
tempo poi ha sublimato questo mio desiderio e lo ha trasformato in altro. Da
attore, anni dopo, mi sono ritrovato ad interpretare Gesù, Francesco d’Assisi,
Giovanni il Battista, Zerbinotto, Mefistofele, il Caprone e questo mi ha
aiutato, seppur nella finzione, a sentirmi un valido strumento di Dio, anche
quando mi trovavo a impersonare il demonio.</div>

<div><b> </b></div>

<div><b><i>Per lei
questa non è la prima volta al Festival, che sensazione prova a farne parte?</i></b><i></i></div>

<div><b> </b></div>

<div>No,
è la tredicesima. Sono molto legato a Borgio Verezzi, gli devo moltissimo. Ho
ricordi bellissimi legati al Festival e tornarci è sempre una grandissima
gioia. Anche questa volta mi sento di dover ringraziare tutti per l’opportunità
che mi è stata data, forse con un pizzico di veemenza in più rispetto alle
altre volte: aver avuto la possibilità di evadere col pensiero nei mesi del
Covid è stato importante. Questo progetto è il mio modo per ricominciare, per
questo non ho scelto di raccontare ‘una’ storia ma ‘la’ storia.</div>

<div> </div>

<div>©
Foto di Azzurra Primavera</div>

<div> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 07 Aug 2020 08:54:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Teatro, Maximilian Nisi è Giuda]]></title>
			<author><![CDATA[Giovanni Zambito]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000CC"><div class="imTACenter"><b><span class="cf1">FATTITALIANI</span></b></div><div><b><span class="cf1"><br></span></b></div><div><b><span class="cf1">Giovanni Zambito</span></b></div>

<div><i><span class="cf1">4 agosto 2020</span></i></div>

<div><span class="cf1"> </span></div>

<div><span class="cf1"> </span></div>

<div><span class="cf1">Il 13 e il 14 agosto al </span><b><span class="cf1">54°
Festival Teatrale di Borgio Verezzi</span></b><span class="cf1"> andrà in scena "Giuda"
testo scritto da Raffaella Bonsignori, diretto e interpretato da </span><b><span class="cf1">Maximilian
Nisi, intervistato da Fattitaliani</span></b><span class="cf1">. L'attore e regista ci parla del
personaggio, di come lo ha vissuto e conosciuto attraverso la sua stessa
interpretazione e di come ne ha evidenziato alcuni aspetti con la regia.</span></div>

<div><b><span class="cf1"> </span></b></div>

<div><b><span class="cf1">"Giuda"
non è molto simpatico nella memoria collettiva. Potrebbe essere un ulteriore
motivo per accettare la sfida di interpretarlo?</span></b></div>

<div><span class="cf1"> </span></div>

<div><span class="cf1">Le anime malvagie mi sono sempre
piaciute. Le trovo seducenti. Ho sempre cercato di capirle e non ho mai avuto
il desiderato di cambiarle. Spesso mi hanno ferito, è vero, ma grazie a loro ho
compreso tantissime cose e son cresciuto. Accade lo stesso con i personaggi che
interpreto. Il carisma del cattivo è un dato di fatto. Gli scellerati da sempre
ricevono i benefici di noi attori e degli spettatori. Tutti attratti dalla
moralità dubbia, soprattutto se questa è anche intelligente, abile e a
tradimento fragile. Ci identifichiamo quando percepiamo la complessità di un
personaggio e ne condividiamo i contrasti quando ci riconosciamo nella sua
storia, spesso nata da dolore e sofferenza.</span></div>

<div><span class="cf1">Tuttavia, non credo che i malvagi
abbiano un unico colore.</span></div>

<div><span class="cf1">Giuda non è un personaggio solo buono o
solo cattivo. Non è solo bianco o solo nero, per intenderci. È grigio e le sue
sfumature sono tutte interessanti e anche molto affascinanti. È certamente un
personaggio pieno di limiti, di contraddizioni ma sono proprio queste a
renderlo umano e disperatamente vicino ad ognuno di noi. </span></div>

<div><b><span class="cf1"> </span></b></div>

<div><b><span class="cf1">Che Giuda viene fuori dal testo? e come
la messa in scena ne mette in risalto la personalità?</span></b></div>

<div><span class="cf1"> </span></div>

<div><span class="cf1">Raffaella Bonsignori, in questo testo,
ha cercato l'uomo più dell'apostolo; un uomo con i suoi ideali, i suoi
sentimenti, le sue piccolezze e le sue grandezze, un uomo sempre in bilico tra
fede e peccato.</span><br><span class="cf1">
Non so ancora bene come si relazionerà il pubblico con lui, quali percezioni
potrà avere e che cosa accadrà. &nbsp;Sono veramente molto curioso di
scoprirlo.</span></div>

<div><span class="cf1">La messa in scena è volutamente
evocativa. Parole, musica ed immagini unite insieme per rievocare vicende e
relativi stati d'animo.</span></div>

<div><b><span class="cf1"> </span></b></div>

<div><b><span class="cf1">Oggi Giuda chi potrebbe essere o
rappresentare?</span></b></div>

<div><span class="cf1"> </span></div>

<div><span class="cf1">C’è un po’ di lui in ognuno di noi.
Giuda è un uomo dalle infinite domande e dalle insufficienti risposte.</span><br><span class="cf1">
Il Giuda di questo testo non è solo un uomo del passato, ma ha in sé diversi
aspetti dell’uomo contemporaneo: vede in Dio, ad esempio, il creatore di una
vita che, dopo creata, procede secondo le regole del caso, è spesso incredulo,
egotico, infantile.</span></div>

<div><span class="cf1">È un Giuda che mette lo spettatore di
fronte al mostro per eccellenza, quello che fa sentire innocenti tutti gli
altri.</span></div>

<div class="imTACenter"><span class="cf1"> </span></div>

<div><b><span class="cf1"> </span></b></div>

<div><b><span class="cf1"> </span></b></div>

<div><span class="cf2"> </span></div>

<div><b><span class="cf1">In che modo "Gesù" viene
richiamato e ricordato nello spettacolo?</span></b></div>

<div><span class="cf1"> </span></div>

<div><span class="cf1">Gesù è il nodo irrisolto di Giuda: lo ha
amato ma lo ha anche tradito.</span><br><span class="cf1">
Gesù è simbolo di perfezione non solo divina ma anche umana. La sua capacità di
amare in modo universale è sublime e non può che contrapporsi in maniera
violenta al modo di amare basico, ossessivo e semplicistico di Giuda. Gesù è
il figlio di Dio, è maestro di vita, è il Messia per tanti anni vagheggiato, ma
non un leone capace di scacciare i romani dalle terre occupate con la loro
protervia di conquistatori ma un agnello che percorre una strada impervia che
lo porterà ad un inevitabile sacrificio finale. Giuda non è in grado di
comprende tutto questo, o forse lo comprende e semplicemente si rifiuta di
accettarlo. </span></div>

<div><b><span class="cf1"> </span></b></div>

<div><b><span class="cf1">Che cosa hai messo di te nel
personaggio?</span></b></div>

<div><span class="cf1"> </span></div>

<div><span class="cf1">La passione. Giuda è ferito ed è
arrabbiato con il mondo e con un Dio che sente lontano, distaccato, assente.
Desidera essere ascoltato e pretende di essere finalmente compreso. È un uomo
appassionato. Ho cercato di condividere la sua passione e mi sono ritrovato
molto spesso a mescolarla con la mia.</span></div>

<div><b><span class="cf1"> </span></b></div>

<div><b><span class="cf1">Quale insospettabile sfaccettatura hai
conosciuto di Giuda interpretandolo?</span></b></div>

<div><span class="cf1"> </span></div>

<div><span class="cf1">Mille sfaccettature. Mi sono confrontato
con molte ipotesi e ho ricevuto tantissime sollecitazioni. Hanno scritto di
tutto su di lui. È uno dei personaggi più saccheggiati dalla letteratura, dalla
musica, dalla poesia, dalle arti figurative. Ho potuto quindi studiarlo per
bene. Ho diverse immagini in questo momento nella mia testa. Ho conosciuto ad
esempio il suo grande amore per la vita, la profonda dedizione al suo popolo,
assoggettato in quel momento ai romani. Il suo comprensibile desiderio di
riscatto, di rinascita che ne faceva certamente un ottimo zelota. La sua
debolezza per le donne e per il buon vino. La sua cultura. E poi il suo
coraggio, il suo entusiasmo, ma anche il suo egoismo, la codardia, il suo
profondo narcisismo... il suo essere terribilmente umano.</span></div>

<div><b><span class="cf1"> </span></b></div>

<div><b><span class="cf1">Cosa speri che il pubblico colga della
tua interpretazione?</span></b></div>

<div><span class="cf1"> </span></div>

<div><span class="cf1">Vorrei solo che ascoltasse la sua voce.
Non desidero il suo riscatto, voglio solo dargli modo di raccontare la sua
storia.</span></div>

<div><span class="cf1">Noi attori questo possiamo fare. Non
possiamo né dobbiamo chieder altro</span></div>

<div class="imTACenter"><span class="cf1"> </span></div>

<div><span class="fs10lh1-5 cf1">LO SPETTACOLO</span></div>

<div><span class="fs10lh1-5 cf1">Giuda racconta la sua verità. L’uomo che
l’umanità intera ha messo sotto accusa esce dall’ombra per dare la sua versione
dei fatti, riscrivendo i confini del suo rapporto con Cristo. Il suo è stato solo
un tradimento?</span></div>

<div><span class="fs10lh1-5 cf1">Il Giuda di questo testo non è solo un
uomo del passato, ma rappresenta anche un’icona delle contraddizioni dell'uomo
contemporaneo.</span></div>

<div><span class="fs10lh1-5 cf1">L'amore-possesso di Giuda incontra li
messaggio di un Amore diverso, immensamente più grande, di Gesù Cristo e in
quell'oceano infinito sente la propria inadeguatezza ma rimane prigioniero dei
propri limiti terreni. Vorrebbe essere riconosciuto, avere un premio solo per
il fatto stesso di esistere, una ricompensa per la sua devozione che lo porta a
desiderare la vicinanza di un uomo che, pure, è lontano da quell'ipotesi di
Messia che per tanti anni aveva vagheggiato. </span></div>

<div><span class="fs10lh1-5 cf1">Certo, c'è anche l'ineluttabilità di
un disegno divino dietro tutto questo, Giuda sente che, in qualche modo, quello
che ha fatto gli è stato chiesto. Nel suo tormento interiore, Giuda è
un'icona delle contraddizioni dell'uomo moderno, tanto fragile che, a volte, si
smarrisce nella sua ricerca di amore e finisce per commettere delitti persino
peggiori di quelli che gli suggerirebbe l'odio.</span></div>

<div><b><span class="fs10lh1-5 cf1">Maximilian Nisi</span></b></div>

<div><b><span class="fs10lh1-5 cf1"> </span></b></div>

<div><b><span class="fs10lh1-5 cf1"> </span></b></div>

<div><b><span class="fs10lh1-5 cf1">© Foto di Azzurra Primavera</span></b></div>

<div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5 cf1"> </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 04 Aug 2020 21:57:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Maximilian Nisi in Giuda a Borgio Verezzi]]></title>
			<author><![CDATA[Flaminio Boni]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000B5"><div class="imTACenter"><b>UN POSTO IN SALA</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Flaminio Boni</b></div> &nbsp;<div><i>4 agosto 2020</i></div> &nbsp;<div><b> </b></div> &nbsp;<div><br></div><div>Giuda racconta la sua verità. L’uomo che l’umanità intera ha messo sotto accusa esce dall’ombra per dare la sua versione dei fatti, riscrivendo i confini del suo rapporto con Cristo.</div> &nbsp;<div>Il suo è stato solo un tradimento?</div> &nbsp;<div>Cosa significa essere colpevole e le condanne sono per sempre?</div> &nbsp;<div>La scelta del soggetto nasce da una conversazione tra Raffaella Bonsignori e Maximilian Nisi. A luglio 2018 lei lo intervista in occasione del suo debutto a Borgio Verezzi con ‘Un Autunno di Fuoco’ di Eric Coble. Maximilian le confida di avere un’idea nel cassetto: avendo interpretato, negli anni, anche tre figure emblematiche della cristianità <span class="cf1"> &nbsp;</span>– Gesù, Giovanni Battista e Francesco d’Assisi – <span class="cf1"> &nbsp;</span>vorrebbe dar voce a un ‘cattivo biblico’ e le chiede di scrivere un monologo su Giuda. Il testo che oggi viene portato in scena differisce in parte da quello originario, perché frutto di uno stimolante labor limae fatto da entrambi nel corso di svariati incontri, è stato arricchito per l’occasione dalle suggestioni musicali di Stefano De Meo, dalle immagini evocative di Marino Lagorio e dai costumi di Tiziana Gagliardi.</div> &nbsp;<div class="imTACenter">Giuda.</div> &nbsp;<div class="imTACenter">Un uomo.</div> &nbsp;<div>Capace di amare ma come, purtroppo, spesso si riducono ad amare molti esseri umani, con la loro innata imperfezione: il loro è un amore-possesso, vissuto guardando allo specchio solo i propri sentimenti e il proprio desiderio di essere, per gli altri, gli unici destinatari della loro attenzione, dei loro pensieri. Non si ammette alcuna condivisione, non si comprende un amore diverso da una catena che unisca indissolubilmente lo spirito di due esseri fino a fare sì che solo nell’ esistenza dell’uno l’altro trovi le motivazioni sufficienti per continuare a vivere.</div> &nbsp;<div><span class="cf2"> </span></div> &nbsp;<div class="imTACenter">Gesù.</div> &nbsp;<div class="imTACenter">Il figlio di Dio.</div> &nbsp;<div>Maestro di amore ma di un amore universale, sublime, che Lui sa offrire a piene mani a tutti gli uomini capaci di comprendere i suoi insegnamenti e di seguirlo. Non c’è alcun vincolo esclusivo, in questo amore, è un amore universale, che dovrebbe affratellare, permettere a tutti gli uomini che ne abbiano volontà di affrontare le intemperie della vita riscaldandosi al focolare di uno stesso Padre. Non è un amore-possesso ma è un amore che, come un pane, si spezza in parti uguali per essere distribuito a tutti i commensali che di quel pane abbiano fame.</div> &nbsp;<div>L’amore-possesso di Giuda incontra li messaggio di un Amore diverso, immensamente più grande, di Gesù Cristo e in quell’oceano infinito si perde, sente la propria inadeguatezza ma rimane prigioniero dei propri limiti terreni. Vorrebbe essere riconosciuto, avere un premio solo per il fatto stesso di esistere, una ricompensa per la sua devozione che lo porta a desiderare la vicinanza di un uomo che, pure, è lontano da quell’ipotesi di Messia che per tanti anni aveva vagheggiato. Non un leone capace di scacciare i romani dalle terre occupate con la loro protervia di conquistatori ma un “agnello” che percorre una strada impervia che lo porterà ad un inevitabile sacrificio finale. L’amore di Giuda non comprende tutto questo, vorrebbe da Gesù quelle risposte che l’uomo Giuda, inutilmente, chiede a suo Padre, quel Dio di cui soffre terribilmente la presenza-assenza. Eppure potrebbe anche accettarlo, in cambio, però, di essere amato come lui pretende, con una forza unica, esclusiva, più del prediletto Giovanni, più di Pietro, che pure per amore di Gesù potrebbe anche uccidere.</div> &nbsp;<div>Dalla disillusione cocente di questo suo desiderio di essere amato come lui vorrebbe, non “come” gli altri ma “più” degli altri, nasce poi, dentro l’animo di Giuda, il risentimento feroce che lo porterà al tradimento, alle trenta monete lorde del sangue di Colui che, pure, tanto amava. Certo, c’è anche l’ineluttabilità di un disegno divino dietro tutto questo, Giuda sente che, in qualche modo, quello che ha fatto gli è stato chiesto: ma dentro la sua tragedia non si può dimenticare la forza devastante che ha avuto quell’amore disilluso che per lui era diventato più importante della sua stessa vita e che lo trascina ad agire come lui non avrebbe mai voluto. Nel suo tormento interiore, Giuda è un’icona delle contraddizioni dell’uomo moderno, tanto fragile che, a volte, si smarrisce nella sua ricerca di amore e finisce per commettere delitti persino peggiori di quelli che gli suggerirebbe l’odio.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 04 Aug 2020 17:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sotto le stelle, e al Teatro Gassman, il 54° Festival di Borgio Verezzi (Savona)]]></title>
			<author><![CDATA[Laura Sergi]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A7"><div class="imTACenter"><b><span class="fs11lh1-5 cf1">IL CORRIERE DELLO SPETTACOLO</span></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5 cf1">Laura Sergi</span></b></div> &nbsp;<div><i><span class="fs11lh1-5 cf1">31 Luglio 2020</span></i><i></i></div> &nbsp;<div><b><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span></b></div> &nbsp;<div><b><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5 cf1">Sotto le stelle, e al Teatro Gassman, il 54° Festival di Borgio Verezzi (Savona)</span></b></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf1">Tre prime nazionali quest’anno al 54° Festival di Borgio Verezzi (Savona), in un cartellone di undici titoli. La Prima nazionale che ha avuto l’onore di accendere i riflettori in piazzetta Sant’Agostino è stata “Parlami d’amore Mariù”, regista Francesco Bellomo, che ha raccontato il Novecento italiano con le canzoni di Cesare Andrea Bixio, rielaborate da Roberto Procaccini (sul palco, Rocío Muñoz Morales, Paolo Conticini e Alessandra Ferrara). Domani sera, sabato 1° agosto (alle 21.30), l’appuntamento è con Michela Andreozzi (e Alessandro Greggia al pianoforte) per “A letto dopo Carosello” e, a seguire, lunedì 3 agosto, “M’accompagno da me” con Michele La Ginestra. Poi ci allieteranno, via via, Igor Chierici, Antonio Cornacchione e Gabriele Pignotta.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf1">La seconda Prima nazionale ci sarà il 13 e il 14 agosto: il teatro Gassman si aprirà per “Giuda” di Raffaella Bonsignori, musiche di Stefano De Meo. Sul palco Maximilian Nisi (nella foto Azzurra Primavera), che abbiamo intervistato.</span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs11lh1-5 cf1">Nisi, sarà la sua 13ma volta al Festival di Verezzi…</span></i></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf1">Sì, sarà la mia tredicesima volta, ma è come se fosse la prima: stesso entusiasmo, stesse incertezze.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf1">Tanti sono stati i personaggi nati in piazzetta Sant’Agostino, al teatro Gassman, persino in Duomo, che da lì hanno poi preso il volo. Ho ricordi bellissimi legati a quei luoghi. Tornare a Borgio Verezzi è sempre una festa grandissima. Sono molto legato al Festival, gli devo molto e anche questa volta mi sento di dover ringraziare il direttore artistico Stefano Delfino e il sindaco Renato Dacquino per la meravigliosa opportunità che mi stanno dando, e poi il teatro Gassman nelle persone di Barbara Visentini, Paola Schiaffino, Luigi Sironi e Cristina Ferrazzi per il loro preziosissimo aiuto. So di avere degli amici lì, persone vere, con le quali non sempre è necessario parlare per essere capiti.</span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs11lh1-5 cf1">Il suo spettacolo metterà a fuoco aspetti sconosciuti di una figura qualificata per secoli come traditore!</span></i></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf1">È stato detto e scritto moltissimo su Giuda. È uno dei personaggi più saccheggiati dalla letteratura, parlare di aspetti sconosciuti non sarebbe onesto. Sono ipotesi, pensieri, che però contribuiscono a scandagliare e forse approfondire una figura rimasta nei secoli enigmatica, misteriosa, affascinante. Ho incontrato Giuda vent’anni fa quando, nelle vesti di Cristo ne ‘La Passione’, diretto da Antonio Calenda, ho dovuto interagire con lui. Dopo quell’esperienza la mia curiosità nei suoi confronti non si è affievolita, anzi, è cresciuta a dismisura.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf1">Il caso ha voluto che una sera, due anni fa, nel mio camerino al teatro Quirino di Roma, conoscessi Raffaella Bonsignori, una splendida scrittrice-giornalista, ora anche cara amica. Nel corso di un’intervista che mi fece, tempo dopo, in occasione del mio debutto proprio a Borgio Verezzi con ‘Un Autunno di Fuoco’, le confidai che mi sarebbe piaciuto dar voce a Giuda Iscariota, il traditore, e dopo due anni eccoci qui.</span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs11lh1-5 cf1">Sarà uno spaccato anche per capire di più l’uomo del ventunesimo secolo?</span></i></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf1">Le paure, le passioni, gli entusiasmi di Giuda appartengono all’Uomo in generale, per questo hanno scavalcato i secoli e credo che non potranno che essere eterni. Giuda è un uomo e come tale non può che amare in modo imperfetto. Non può comprendere l’amore universale di Cristo. È icona delle contraddizioni dell’uomo moderno, tanto fragile che, a volte, si smarrisce nella sua ricerca di amore e finisce per commettere delitti persino peggiori di quelli che gli suggerirebbe l’odio.</span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs11lh1-5 cf1">Un debutto che avrebbe immaginato nelle Grotte di Verezzi?</span></i></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf1">L’idea inizialmente era quella. Purtroppo, i decreti per il Covid-19 hanno reso impossibile la sua realizzazione. Sarebbe stato bello debuttare nelle Grotte. Quello sarebbe stato il luogo più adatto e in quel caso la performance sarebbe stata diversa. La scenografia naturale avrebbe regalato suggestioni interpretative differenti e suggerito idee musicali forse anche opposte.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf1">In questi giorni sto lavorando con Stefano De Meo, meraviglioso maestro di musica, con Marino Lagorio, un nuovo collaboratore che sento veramente molto vicino e con Tiziana Gagliardi, amica storica e artista sensibilissima. Credo che la strada che abbiamo intrapreso sia quella più giusta per portare sul nudo palcoscenico di un teatro un testo poetico in cui la parola spesso si sostituisce all’azione.</span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs11lh1-5 cf1">Come ha vissuto, da attore, il periodo del lockdown?</span></i></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf1">Non sono mai uscito dalla tana in cui mi sono rifugiato durante il lockdown e sinceramente non so se mai ne uscirò. Ho sicuramente approfondito il rapporto con me stesso, sia nel bene che nel male. Mi sento profondamente cambiato. Il mio lavoro mi è stato scippato ed è rimasto congelato per mesi e ora la situazione non è poi molto differente.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf1">I pensieri di Giuda mi hanno aiutato ad evadere. Dialogare con lui, nel silenzio assordante di quei giorni, è stato importante, direi quasi vitale.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 31 Jul 2020 21:47:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Intervista a Maximilian Nisi protagonista di “Giuda” al 54esimo Festival Teatrale di Borgio Verezzi]]></title>
			<author><![CDATA[Loredana Filoni]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000CD"><div class="imTACenter"><b>LF MAGAZINE</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Loredana
Filoni</b><b></b></div>

<div><i>17
luglio 2020</i><i></i></div>

<div> </div>

<div>Giuda racconta la sua verità. L’uomo che
l’umanità intera ha messo sotto accusa esce dall’ombra per dare la sua versione
dei fatti, riscrivendo i confini del suo rapporto con Cristo.</div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div><b><i>Il suo è stato solo un
tradimento?</i></b><b><i></i></b></div>

<div> </div>

<div>Il Giuda di questo testo non è solo un
uomo del passato, ma rappresenta anche un’icona delle contraddizioni di quello
contemporaneo. </div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div><b><i>Cosa significa essere
colpevole e le condanne sono per sempre?</i></b><b><i></i></b></div>

<div> </div>

<div>La scelta del soggetto nasce da una
conversazione con Raffaella Bonsignori. Nel corso di un’intervista che mi fece
due anni fa, in occasione del mio debutto a Borgio Verezzi con ‘Un Autunno di
Fuoco’, accanto a Milena Vukotic; le confidai di avere un’idea riposta con cura
in un cassetto: avendo interpretato, negli anni, tra le tante anche tre figure
emblematiche della cristianità, Gesù, Giovanni Battista e S. Francesco, mi
sarebbe piaciuto dar voce a un “cattivo” biblico. Inizialmente pensai al
demonio tentatore, ma poi focalizzai l’attenzione su Giuda, il traditore. Il
testo che, oggi, viene portato in scena è frutto di modifiche, tagli e
stimolanti ragionamenti scenici fatti insieme a Raffaella nel corso di tanti
incontri e di svariate letture è stato arricchito in seguito dalle suggestioni
musicali di Stefano De Meo, dalle immagini evocative di Marino Lagorio e dai
costumi di Tiziana Gagliardi. Tutti insieme uniti in un momento in cui il
teatro ha bisogno di cura e di tutto il nostro amore<i>.</i><i></i></div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div><b><i>Come emergono, in
quest’opera, le figure di Giuda e di Cristo?</i></b><b><i></i></b></div>

<div class="imTACenter"> </div>

<div>Giuda è un uomo capace di amare ma come,
purtroppo, spesso si riducono ad amare molti esseri umani, con la loro innata
imperfezione: il loro è un amore-possesso, vissuto guardando allo specchio
solo i propri sentimenti e il proprio desiderio di essere, per gli altri, gli
unici destinatari della loro attenzione, dei loro pensieri. Non si ammette
alcuna condivisione, non si comprende un amore diverso da una catena che unisca
indissolubilmente lo spirito di due esseri fino a fare sì che solo nell’
esistenza dell’uno l’altro trovi le motivazioni sufficienti per continuare a
vivere.</div>

<div>Gesù è il figlio di Dio, Maestro di amore
ma di un amore universale, sublime, che Lui sa offrire a piene mani a tutti gli
uomini capaci di comprendere i suoi insegnamenti e di seguirlo. Non c’è alcun
vincolo esclusivo, in questo amore, è un amore universale, che dovrebbe affratellare,
permettere a tutti gli uomini che ne abbiano volontà di affrontare le
intemperie della vita riscaldandosi al focolare di uno stesso Padre. Non è un
amore-possesso ma è un amore che, come un pane, si spezza in parti uguali per
essere distribuito a tutti i commensali che di quel pane abbiano fame.</div>

<div>L’amore-possesso di Giuda incontra li
messaggio di un Amore diverso, immensamente più grande, di Gesù Cristo e in
quell’oceano infinito si perde, sente la propria inadeguatezza ma rimane
prigioniero dei propri limiti terreni. Vorrebbe essere riconosciuto, avere un
premio solo per il fatto stesso di esistere, una ricompensa per la sua
devozione che lo porta a desiderare la vicinanza di un uomo che, pure, è
lontano da quell’ipotesi di Messia che per tanti anni aveva vagheggiato. Non un
leone capace di scacciare i romani dalle terre occupate con la loro protervia
di conquistatori ma un “agnello” che percorre una strada impervia che lo
porterà ad un’ inevitabile sacrificio finale. L’amore di Giuda non comprende
tutto questo, vorrebbe da Gesù quelle risposte che l’uomo Giuda, inutilmente,
chiede a suo Padre, quel Dio di cui soffre terribilmente la presenza-assenza.
Eppure potrebbe anche accettarlo, in cambio, però, di essere amato come lui
pretende, con una forza unica, esclusiva, più del prediletto Giovanni, più di
Pietro, che pure per amore di Gesù potrebbe anche uccidere.</div>

<div>Dalla disillusione cocente di questo suo
desiderio di essere amato come lui vorrebbe, non “come” gli altri ma “più”
degli altri, nasce poi, dentro l’animo di Giuda, il risentimento feroce che lo
porterà al tradimento, alle trenta monete lorde del sangue di Colui che, pure,
tanto amava. Certo, c’è anche l’ineluttabilità di un disegno divino dietro
tutto questo, Giuda sente che, in qualche modo, quello che ha fatto gli è
stato chiesto: ma dentro la sua tragedia non si può dimenticare la forza
devastante che ha avuto quell’amore disilluso che per lui era diventato più
importante della sua stessa vita e che lo trascina ad agire come lui non
avrebbe mai voluto. Nel suo tormento interiore, Giuda è un’icona delle
contraddizioni dell’uomo moderno, tanto fragile che, a volte, si smarrisce
nella sua ricerca di amore e finisce per commettere delitti persino peggiori di
quelli che gli suggerirebbe l’odio.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 16 Jul 2020 22:11:00 GMT</pubDate>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Riapre il Teatro Gassman di Borgio Verezzi: ad agosto la prima nazionale di “Giuda” con Maximilian Nisi]]></title>
			<author><![CDATA[Teatro Gassman]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Giuda"><![CDATA[La stampa e Giuda]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000B4"><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5">TEATRO GASSMAN</span></b></div> &nbsp;<div><i><span class="fs14lh1-5"><br></span></i></div><div><i><span class="fs14lh1-5"><br></span></i></div><div><span class="fs14lh1-5"><b>Uff. Stampa</b></span></div><div><i><span class="fs14lh1-5">20 giugno 2020</span></i></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><strong><span class="fs14lh1-5"><br></span></strong></div><div><strong><span class="fs14lh1-5">Borgio Verezzi</span></strong><span class="fs14lh1-5">. Dopo la chiusura forzata per tutto il periodo del lockdown e la cancellazione dei tanti eventi previsti nella stagione di prosa e danza 2019 – 2020, il Teatro Comunale “Vittorio Gassman” ha deciso di riaprire, nel rispetto delle norme per la sicurezza, con un primo obiettivo: mettersi al servizio della comunità.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5">Per questo in prima battuta metterà a disposizione i suoi ampi spazi (sala riunioni interna, sala principale, spazi esterni) per incontri, riunioni, seminari. In particolare, in questo periodo, in cui risulta fondamentale evitare assembramenti e assicurare le giuste distanze fra le persone, si rende disponibile ad esempio quale sede per assemblee condominiali, incontri delle associazioni locali o di altri enti pubblici e privati del territorio, eventi privati anche di tipo commerciale e promozionale (presentazione prodotti, etc.). Il rimborso richiesto per l’uso dei locali sarà contenuto e comunque commisurato al tipo di richiesta, ai luoghi coinvolti e alla durata.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A dare un segno di concreta speranza per il futuro dello spettacolo dal vivo, estremamente colpito dall’emergenza, arriva inoltre la collaborazione con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi, che anche quest’anno (malgrado la situazione di difficoltà e i limiti) andrà coraggiosamente in scena con ben 12 diversi spettacoli in cartellone: la I.So THeatre, affidataria della gestione del “Gassman”, in accordo con la direzione artistica del Festival, ospiterà infatti la prima nazionale di “Giuda” con Maximilian Nisi, il prossimo 13 e 14 agosto (testo di Raffaella Bonsignori, musiche di Stefano De Meo), ampliando così la tradizionale offerta del festival e allo stesso tempo ricordando il legame che esiste da sempre fra il teatro e la rassegna estiva verezzina.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Stefano Delfino, direttore artistico del Festival, la riapertura del Teatro “Gassman” </span><i><span class="fs14lh1-5">“un importante segnale di ripresa, ancor più perché avviene con la messa in scena di un monologo in prima nazionale del 54esimo Festival di Borgio Verezzi, di cui in passato aveva già ospitato alcuni spettacoli con protagonisti quali Gianfranco Jannuzzo, Cloris Brosca, Alberto Giusta e Antonio Zavatteri. L’augurio è che da qui il ‘Giuda’ scritto da Raffaella Bonsignori e interpretato da Maximilian Nisi, due vecchi amici del Festival, possa spiccare il volo verso un luminoso successo. Lunga vita a ‘Giuda’ e al teatro, ‘il luogo dove si incontrano le persone civili’, secondo la definizione che ne aveva dato a suo tempo un pilastro del Piccolo di Milano come Renato De Carmine”</span></i><span class="fs14lh1-5">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nell’attesa di poter programmare gli eventi futuri nel Teatro Gassman sono stati sanificati e igienizzanti tutti gli spazi e si sta organizzando la possibile platea nel rispetto del necessario distanziamento fra gli spettatori. Il teatro borgese si mette così a disposizione quale sede sicura e agevole per servizi e incontri, sperando che la comunità sappia sfruttare questa opportunità. Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare il numero 333.7381561 (Barbara di Iso Cooperativa Sociale) o scrivere all’indirizzo e-mail isoscrl@tin.it.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5"> </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Jun 2020 17:28:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Franco Cordero. Un uomo rinascimentale nella città del diritto]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Franco_Cordero"><![CDATA[Franco Cordero]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000092"><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5">Qualche giorno fa, poco dopo aver appreso della scomparsa di Franco Cordero, ero inevitabilmente immersa nei ricordi universitari, quelli che mi hanno vista sua studentessa, prima, e sua assistente, dopo; impegnata per anni al suo fianco negli esami, nei seminari, in ricerche e approfondimenti non solo giuridici, in molti miei periodi e fasi del sapere, in cui seguivo i corsi di archeologia, di storia e di discipline dello spettacolo alla facoltà di Lettere, o quelli di psicologia, mondi che lo affascinavano molto.</span></div><div>In quel mentre, stavo sfogliando un meraviglioso libro fotografico sulla Cappella Sistina e, come sempre accade, il pensiero si è fuso con l’azione distratta che stavo compiendo. L’occhio si è fermato sulla creazione di Adamo. Ebbene, quel che ho visto nella fotografia di quell’affresco mentre ero immersa nel ricordo di Cordero va al di là della poderosa pittura, dei colori, dei corpi, dei volti, degli occhi. La mia attenzione si è posata sul non-figurativo, ossia sullo spazio infinitesimale tra il dito di Dio e quello di Adamo. Lì, in quel punto “vuoto”, in quella distanza piccolissima eppure gigantesca, <span class="fs12lh1-5">Michelangelo ha inserito il concetto di svezzamento, di indipendenza, di libero arbitrio, di crescita, di sapienza. In quello spazio c’è l’uomo figlio di Dio che diventa se stesso, che si stacca dal Padre per vivere la vita che il Padre gli ha donato. La nostra esistenza è tutta lì, se ci pensiamo. A noi esseri umani spetta di riempire quel “vuoto” e di farlo al meglio. Siamo corpo, anima e ingegno, e ci muoviamo nello spazio che ci separa da Dio.</span></div><div>Ecco, Cordero in quello spazio è riuscito ad affastellare mirabilmente esperienze ricchissime, un sapere enciclopedico, una capacità di guardare l’uomo e le sue azioni nella loro essenza: l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo non gli erano sconosciuti. Ha fatto tesoro dello spazio della vita.</div><div>Una volta, a proposito dell’anima, mi citò Leonardo da Vinci e andammo a leggere insieme quel che scrisse: <i>«L’anima desidera stare col suo corpo, perché, senza li strumenti organici di tal corpo, nulla può operare, né sentire»</i>. Cordero, al pari di Leonardo, riteneva che l’anima si esprimesse al meglio <span class="fs12lh1-5">attraverso il corpo e soprattutto attraverso la mente. Non aveva grande fiducia in quella che lui definiva la dottrina delle indulgenze: se fai questo, ti sarà perdonato quest’altro. Preferiva vivere nella propria coerenza di puro intellettuale, padrone di una spiritualità affatto personale.</span></div><div>Nasce filosofo del diritto, ma, in realtà, era un filosofo tout court e, come ogni filosofo, mirava a quella conoscenza capace di superare la verità intuitiva per accedere alla verità derivata, che presuppone principi deduttivi. I suoi ragionamenti lo spingevano spesso verso un territorio di profonde riflessioni, tanto da estraniarsi da tutto e da tutti. Amava la propria solitudine.</div><div>Era un raffinato artigiano del pensiero, come artigiani venivano definiti gli artisti rinascimentali: vedeva il pensiero formarsi oltre costumi e convenzioni, come Michelangelo vedeva le sue sculture già nella cava, oltre il blocco di marmo; lo costruiva con ingegno e fantasia, il pensiero, come Leonardo da Vinci con le sue macchine.</div><div>Credeva fermamente nel sapere.</div><div>La sua biblioteca, nell’accogliente studio di via Palermo, era una raccolta inestimabile di testi di ogni genere, non soltanto giuridici; era una summa dello scibile umano. E non avrebbe potuto amarli di più, i suoi libri, se fossero stati amici o parenti. Da buon umanista ha trascorso con loro gran parte della vita, li ha letti, riletti, studiati, memorizzati. Aveva una capacità mnesica straordinaria e insuperabile era la sua abilità nel rielaborare criticamente qualunque concetto, aggiungendovi la sua esperienza e portandolo a nuova vita.</div><div>Franco Cordero è, forse, l’ultimo vero uomo rinascimentale che l’Italia abbia avuto.</div><div>È stato professore ordinario di Procedura Penale all’Università La Sapienza di Roma, e, prima di allora, professore ordinario di Filosofia del Diritto; eccellente giurista, filosofo, storico, politologo e romanziere. I suoi libri rappresentano un viaggio sia nell’argomento trattato, sia nella linguistica. Uno stile asciutto, essenziale, quasi una trasposizione dei principi di Occam alla letteratura, e un uso sapiente della forma, delle figure retoriche, dell’innesto elitario d’altri idiomi.</div><div>Nel mondo letterario contemporaneo, soprattutto dopo il successo di Dan Brown, le parole “codice”, “mistero”, “manoscritto”, “profezia” e simili sembrano contendersi i titoli dei best seller più venduti. Ebbene, le opere di Cordero, persino quelle di saggistica, le contengono tutte, sebbene in modo tacito.</div><div>Non hanno bisogno di essere espresse nel titolo perché sono insite nel percorso di scoperta sempre presente in ogni suo scritto. Persino i suoi romanzi hanno due piani di lettura: la storia narrata per tutti e quella narrata per pochi, che si svela agli occhi di chi è in grado di comprenderla.</div><div>Del resto, era enigmatico anche nella comunicazione interpersonale, a volte: un colpo di tosse poteva essere una risposta complessa e i suoi sorrisi abbozzati davano la misura dell’apprezzamento o della disistima a seconda del pensiero che li sottendeva; un pensiero accessibile a pochi. Ma sapeva anche <span class="fs12lh1-5">essere uno straordinario affabulatore. Quando parlava lui, qualunque fosse l’argomento, il silenzio, negli altri, prendeva il sopravvento. Diventavamo tutti personaggi de </span><i class="fs12lh1-5">Il Castello dei Destini Incrociati</i><span class="fs12lh1-5"> di Calvino: muti senza un perché apparente.</span></div><div>Cordero ha attraversato il mondo della cultura lasciando un segno indelebile.</div><div>La famiglia di Temi Romana, di cui orgogliosamente faccio parte, ha deciso di ricordarlo non solo con le mie modeste parole, ma con un suo scritto. E io ho proposto i due capitoli finali di un suo magnifico libro, Il Giudizio d’Onore, edito da Giuffré nel 1959.</div><div>In questa interessante monografia, Cordero analizza nel dettaglio i risvolti processuali penali della tutela dell’onore. Tema affascinante. Le questioni d’onore sono affare intimo; toccano l’individuo nel profondo e questo le rende particolarmente vive, coinvolgenti.</div><div>La buona reputazione, scriveva Shakespeare nell’Otello, è un bene prezioso. Chi ruba un monile o dei soldi, non ottiene niente più di questo. Riempie la propria borsa, ma solo fino a quando quella ricchezza effimera non passi, lecitamente o illecitamente, nelle mani di un altro. Chi offende l’onore altrui, invece, commette un furto abietto, il peggiore, poiché rende miserabile la vittima senza diventare ricco. Esiste una componente soggettiva fortissima, nella tutela dell’onore. Ed è proprio questa componente a rendere febbrile l’attività ermeneutica da parte della dottrina sostanzialista e della giurisprudenza.</div><div>Molti, nel diritto penale, i tentativi classificatori, gli indirizzi interpretativi. C’è chi ha letto nell’onore il sentimento della dignità, parcellizzandone il contenuto in singoli fatti, a seconda del rilievo interno o esterno che assume tale sentimento. È una definizione che mi piace molto. La ricordo mirabilmente spiegata e approfondita da un altro grande intellettuale dell’Università La Sapienza, il compianto prof. Mario Spasari, ordinario di Diritto Penale.</div><div>Seguendo questa linea esegetica, al termine onore corrisponde la consapevolezza del valore delle proprie qualità morali (profilo soggettivo); alla reputazione il riflesso di quel valore nel pensiero altrui, cui vanno ad aggiungersi i concetti di prestigio, fama e credito (profilo oggettivo); mentre nel decoro sono racchiuse tutte le altre qualità personali di cui un individuo “si fregia”, “si adorna”, raccogliendo le immagini del ruolo esornativo del termine dall’etimologia aristotelica e da quella latina, cui sono riconducibili tutte le derivazioni terminologiche applicabili alle belle arti.</div><div>Il termine di paragone, quindi, è l’essere umano, il suo modo di percepire l’offesa all’onore. Non per tutti è uguale.</div><div>Mi torna alla mente una meravigliosa commedia italiana, <i>Totò, Vittorio e la Dottoressa</i>, con Titina De Filippo che recitava la parte della madre severa e timorata di Dio di un Vittorio De Sica donnaiolo: all’idea che altri potessero conoscere comportamenti discutibili del figlio, la De Filippo esclamava <i>«Meglio morto che chiacchierato!»</i>, mentre De Sica replicava <i>«Meglio chiacchierato, mammà!»</i>. Ovviamente, non è sempre così facile rinunciare alla reputazione ed accogliere la chiacchiera, lo scandalo, come vorrebbe il personaggio di De Sica. Nella vita vera le persone si muovono, lavorano, amano all’interno del proprio guscio di reputazione.</div><div>Da una parte, quindi, c’è la tipizzazione normativa del reato, che deve fornire inevitabilmente parametri validi per tutti, dall’altra c’è il sentimento personale. Non è un caso se per lungo tempo le <span class="fs12lh1-5">questioni d’onore sono state affidate a risoluzioni violente che trasudano tutti i sentimenti e i bollori legati alla questione da dirimere: il delitto d’onore, perpetrato dal marito tradito, e il duello, che, a volte, scaturiva da gesti rituali rappresentativi dell’onta subita, come l’atto di sfiorare l’altrui volto con un guanto; era, poi, un sistema per dirimere questioni sorte da leggi o consuetudini contrapposte. Narra il Manzoni ne </span><i class="fs12lh1-5">I Promessi Sposi</i><span class="fs12lh1-5"> che frate Cristoforo, quando ancora si chiamava Lodovico, uccise un uomo per un puntiglio d’onore dovuto a due consuetudini contrastanti: chi avesse il muro alla propria destra non doveva cedere il passo all’altro e così chi fosse nobile e, avendo Lodovico la diritta e l’altro la nobiltà, il resto è storia.</span></div><div>Le azioni decisorie, ossia il duello, le ordalie e il giuramento, sono state oggetto di approfondito studio, da parte di Cordero. Ne ha parlato nella sua <i>Procedura Penale</i>, ma anche in altri suoi scritti, come il magnifico libro <i>Riti e Sapienza del Diritto</i>. Del resto, Cordero, persino in alcuni dei suoi romanzi, ha trovato nella storia il divenire perpetuo, ossia quel collegamento tra gli eventi che produce consapevolezza e allarga la visuale, che rende qualunque fatto figlio del fatto che l’ha preceduto sulla linea del tempo.</div><div>Ed è proprio muovendoci sulla linea del tempo che possiamo comprendere a fondo l’istituto del giurì d’onore, trattato nella seconda parte dello scritto corderiano che qui si riporta. Il deferimento della questione d’onore al giurì, istituto tuttora esistente e regolato dagli artt. 596 <sup>2</sup> c.p. e 177 ss. disp. att., <span class="fs12lh1-5">rappresenta un rimedio extraprocessuale, come tale dotato di quella componente privatistica che caratterizza l’offesa; ma è anche una stazione lontana sui binari della storia. Ha sapore antico. Si tratta di un organo di censura assolutamente spoglio di qualsivoglia carattere di giurisdizionalità; è un’assemblea di saggi chiamata, in tempi brevi (tre mesi dalla nomina, prorogabili solo di altri tre), a verificare la verità dell’addebito offensivo nei limiti dell’illiceità morale, unica ragione della propria attività decisoria, prescindendo da qualunque pronunzia impugnabile e passibile di giudicato, a differenza di quanto accade, con diversi caratteri e diverse finalità, sia nell’ambito del diritto penale, che, tuttavia, si sta progressivamente spogliando della tutela dell’onore (il reato di ingiuria, infatti, è stato abrogato dal D. Lgs. 7/16 e la diffamazione, esclusa quella a mezzo stampa, è ormai competenza del Giudice di Pace, ossia di un organo giurisdizionale semplificato), sia nell’ambito del civile, che, al contrario, presenta una tutela dai margini un po’ più ampi (in tema di onore vige il principio del </span><i class="fs12lh1-5">neminem laedere</i><span class="fs12lh1-5"> di cui all’art. 2043 c.c). Il giurì, in pratica, è un paese descritto da Tolkien, una terra di mezzo: opera nel penale ma è un esempio tipico di negozio giuridico.</span></div><div>A questo punto, ci si potrebbe chiedere perché non sia un sistema praticato, visto che risolve molto rapidamente la questione, mentre la tutela giurisdizionale richiede spesso tempi lunghi per giungere ad una pronunzia definitiva; tempi che potrebbero vanificare gli interessi dell’offeso. Ci si potrebbe chiedere, come fece Carnelutti, se il giurì non possa rappresentare un precedente storico del processo penale, valido quale accertamento del fatto, trasferendo al giudice la decisione <i>in jure</i>.</div><div>La risposta a queste e ad altre domande la offre Cordero nel suo contributo. Noi possiamo solo dire, a premessa di ciò, che non bisogna mai dimenticare il ruolo della verità nella contesa, soprattutto in quella giurisdizionale, dove è tale la conoscenza che si fonda sull’<i>auctoritas</i> in un difficile equilibrio teso ad evitare sia l’arbitrio generato da un processo senza verità, sia l’utopia di una verità in grado di trionfare in assenza di processo.</div><div>L’essere divino, che è onnisciente, conosce immediatamente la verità, non ha bisogno di allestimenti probatori, né di argomentazioni più o meno confutabili. A volte, il sottoposto a giudizio può parlare in propria difesa, come i defunti nel mio amato antico Egitto, ma l’elencazione dei peccati non commessi non è in alcun modo manipolabile, non lascia spazio a furbizia o negazione dell’evidenza: alla pesatura del cuore presieduta da Anubi segue la vita ultraterrena o l’annientamento definitivo nelle fauci di Ammit la divoratrice.</div><div>Diverso è per la giustizia umana. I processi nascono dal bisogno di approntare rituali finalizzati ad una contesa sostenuta da prove. Il giudizio ha una parvenza logica di veridicità. L’argomentazione ben costruita prevale sul concetto di vero, o, forse, plasma il vero in nuove forme. Del resto, la verità è un organismo vivente; è una creatura che si trasforma continuamente. A volte si cela per gioco o per paura, altre volte è sfacciata e seduce come una diva irraggiungibile, bravissima nel farsi desiderare, nel farsi sognare. Proprio ciò che accade nei processi, se ci pensiamo: la verità non vi giunge che nell’eco d’un sogno. Trionfa il “vero probabile” tra differenti scorci storici nei quali il giudice deve potersi muovere liberamente, a parte i casi in cui opera una cosiddetta prova legale. Nel <span class="fs12lh1-5">sistema penale ne troviamo una che rappresenta un punto di discrimine focale tra processo e giurì d’onore.</span></div><div>L’argomento merita d’essere approfondito. Facciamolo, senza ulteriore indugio, attraverso le parole di Franco Cordero, l’uomo rinascimentale del diritto, il grande pensatore contemporaneo che ha scavato nelle norme, le ha viste oltre la verbosità che spesso il legislatore ha riservato loro e le ha spogliate del “marmo superfluo” mostrandole nella loro nudità.</div><div><b> </b></div><div><b><br></b></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[Temi Romana, giu. 2020, n. 2, p. 19]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 20:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giuda. Il testo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Giuda"><![CDATA[Giuda]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000E8"><div><b><span class="fs14lh1-5 cf1">Giuda</span></b></div><div><i><span class="fs14lh1-5 cf1">La verità è che l'amore universale di Gesù ci stava trasformando in nemici.</span></i></div><div><i><span class="fs14lh1-5 cf1">Quando gli affamati si nutrono di briciole, litigano tra loro per averne una in più degli altri.</span></i></div><div><i><span class="fs14lh1-5 cf1">L'amore ...</span></i></div><div><i class="fs14lh1-5"><span class="cf1">Si litiga benissimo per amore</span><span class="cf1">.</span></i></div><div><b><i><br></i></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">**** ° ****</span></b></div><div><i><b><br></b></i></div><div class="imTACenter"><span class="fs16lh1-5"><i><b><span class="imUl cf1">Giuda</span></b></i><span class="imUl cf1"> </span><span class="imUl cf1">è un monologo in atto unico</span><span class="cf1">.</span></span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Interpretato e diretto da</span><span class="fs14lh1-5 cf1"> </span><b><span class="fs14lh1-5 cf1">Maximilian Nisi</span></b><span class="fs14lh1-5 cf1">, il testo teatrale</span><b><span class="fs14lh1-5 cf1"> </span><span class="fs14lh1-5 cf1">Giuda</span><span class="fs14lh1-5 cf1"> </span></b><span class="fs14lh1-5 cf1">è a</span><span class="fs14lh1-5 cf1">ndato in scena in prima nazionale al 54° Festival Teatrale di Borgio Verezzi ad agosto 2020 e in successive altre tappe di tournée.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Nel 2021 io quale autrice e Maximilian Nisi quale interprete abbiamo ottenuto una menzione speciale nell'ambito del premio della Camera di Commercio Riviere di Liguria</span><span class="fs14lh1-5 cf1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 cf1">"Per la profondità dei contenuti e l'alto livello dell'interpretazione".</span><span class="fs14lh1-5 cf1"> </span></i><span class="fs14lh1-5 cf1">La targa è stata loro consegnata nel corso del 55° Festival Teatrale di Borgio Verezzi.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">**** ° ****</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Da un aldilà grigio e freddo, Giuda racconta la sua versione dei fatti con una sincerità spietata e a tratti ironica, dove errori e peccati affiancano sentimenti e fede.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Gesù è il suo nodo irrisolto: lo ha amato e lo ha tradito. Ma è stato solo un tradimento?</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Di sicuro, quello che incontriamo in questo testo è un Giuda più uomo che apostolo: è arrabbiato con il mondo e con Dio; è</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5 cf1">appassionato, innamorato delle donne, della patria, della vita, del buon vino, egoista e impertinente, coraggioso e codardo, narcisista e volitivo,</span><span class="fs14lh1-5 cf1"> </span><span class="fs14lh1-5">mai prono; r</span><span class="fs14lh1-5 cf1">appresenta il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">“colpevole perfetto”, quello che fa sentire innocenti tutti gli altri</span><span class="fs14lh1-5 cf1">.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf2">Arriva infine alla verità, la sua verità, e lo fa, a volte, con intuizioni che trascendono il tempo e lo rendono un uomo molto moderno: vede in Dio il creatore di una vita che, dopo creata, procede secondo le regole del caso; fornisce spiegazioni razionali ai miracoli; è colto da dubbi psicoanalitici.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Giuda è Giuda e c'è un po’ di lui in ognuno di noi.</span></div><div><br></div><div class="imTARight"><span class="fs14lh1-5 cf1">Raffaella Bonsignori</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 cf1">Il testo può essere acquistato su Amazon al prezzo di € 4,00</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 31 May 2020 19:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cuori pulsanti e confessioni maledette]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000007D"><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">29 maggio. Al teatro Lo Spazio di Roma è in scena </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">Occhio al cuore</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> di Emiliano Metalli, con Mauro Toscanelli, che cura anche la regia, e Bruno Petrosino. Una splendida pièce d’impatto che conferma Lo Spazio come un tempio di voci teatrali che hanno molto da dire.</span></div><div class="imTAJustify">È un dramma liberamente tratto da uno dei racconti più intimistici di Poe, <i>The Tell-Tale Heart</i> (<i>Il cuore rivelatore</i>, o, in traduzione Einaudi, <i>Il rumore del cuore</i>); un racconto brevissimo e pregno di materiale umano ancor prima che narrativo. Ed è proprio sul materiale umano che Metalli ha voluto concentrarsi, a partire dalla forma comunicativa, cromatica e musicale oltre che verbale.</div><div class="imTAJustify">La scenografia irrompe e crea una realtà che va oltre il narrato, oltre il detto; riproduce il manicomio interiore. Il colore rosso genera la memoria inconsapevole della carnalità, del sangue, del fuoco, dell’inferno. Ognuno ha il suo. Abitiamo tutti in un inconscio che è lava pura. </div><div class="imTAJustify">Anche la musica entra a comunicare stati d’animo: a volte serena, altre incalzante, martellante, altre ancora meramente immaginata dietro le parole delle canzoni accennate dai protagonisti; parole che entrano nell’ordito narrativo.</div><div class="imTAJustify">Il dialogo, poi, in alcuni punti sembra muoversi su righe appositamente storte. Iconograficamente lo immagino scritto su un quaderno dove le frasi si intersecano le une con le altre: vocali e consonanti in comune vogliono raccontare il mondo sotterraneo, quello celato, affogato nell’anelito ad una vita come le altre. Ma non si vive mai come vivono gli altri. Ognuno ha la sua normalità diversa dalle altre normalità; la sua follia diversa dalle altre follie. E la follia sa urlare; riesce a farlo anche con il silenzio. Forse perché il silenzio è tutto e il contrario di tutto: nel silenzio si celano torti e ragioni, pensieri giusti e sbagliati; nel silenzio possiamo permetterci di non sapere ma soprattutto di non spiegare. E, a volte, non spiegare è la forma più sottile di violenza. Non spiegare agli altri e non spiegare a noi stessi. Ebbene, in <i>Occhio al cuore</i> i silenzi urlano: il dramma è concentrato anche nelle spiegazioni mancate che dividono mente e anima. C’è una forte tensione mimica. Toscanelli emoziona in alcune pose ieratiche; pose che incidono l’attenzione come il coltello la carne. Vi sono momenti in cui la scena si ferma e potremmo metterla su un cavalletto, perché si fa quadro: il dipinto tragico di una realtà tragica macchiata di grottesco. Toscanelli e Petrosino si offrono generosamente al pubblico. Anche laddove avrebbero potuto chiudersi, escono allo scoperto, lasciano che il pubblico veda la costante metamorfosi che subisce il pensiero dell’anima.</div><div class="imTAJustify">Aleggia una sorta di turbamento, in platea, di paura, di pensieri sull’originalità assoluta dell’essere umano, che potrebbe non essere compresa, potrebbe essere additata come follia. L’uomo, in fondo, non è altro che il sindaco in una città di ombre interiori e, di fronte alla follia, siamo tutti come l’Enrico IV di Pirandello, ci poniamo la fatidica domanda: sono io il pazzo o chi asseconda la mia pazzia?</div><div class="imTAJustify">È <i>la libertà del folle</i> a contare veramente; quella del Matto shakespeariano, che è sempre se stesso, che dice sempre quello che pensa senza chinare il capo alla convenienza, ma donando a se stesso e agli altri non già la verità, perché di verità ce ne sono molte, ma la sincerità, dea incompresa. Sotto questo profilo ad essere folli sono solo gli uomini veramente liberi, quelli che vivono al di là del concetto del bene e del male.</div><div class="imTAJustify"><i>«La pazzia rende la vita tollerabile»</i> scriveva Erasmo da Rotterdam nel suo <i>Elogio</i>.</div><div class="imTAJustify">Il protagonista del racconto di Poe, da cui sgorga l’idea di <i>Occhio al cuore</i>,<i> </i>rivendica il diritto alla sua normalità, una delle tante normalità. In questo assomiglia agli assassini di Max Aub, quelli di <i>Delitti esemplari</i>: vive una condizione che impone l’assassinio, vero o fittizio che sia.</div><div class="imTAJustify">Anche Natalia Ginzburg, in <i>È stato così</i>, ha esplorato una mente situata nell’altro lato della realtà, quello dove il gesto folle è il più ovvio. L’incipit è potente, devastante: <i>«Gli ho detto: - Dimmi la verità – e ha detto: - Quale verità? – e disegnava in fretta qualcosa sul suo taccuino e m’ha mostrato cos’era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto. Gli ho sparato negli occhi»</i>.</div><div class="imTAJustify">Stesso può dirsi delle prime parole de <i>Il rumore del cuore</i> di Poe: <i>«Sì, è vero! Sono stato sempre, sono tuttora nervoso, straordinariamente nervoso; ma perché mai mi volete pazzo?»</i>.</div><div class="imTAJustify">Ebbene l’inizio di <i>Occhio al cuore</i> è parimenti efficace.</div><div class="imTAJustify">Siamo in una macelleria. La vita entra a pezzi, sezionata, affettata, raccontata attraverso i diversi tagli che si ottengono dalla lacerazione del muscolo, dalla frantumazione delle ossa. Si sovrappongono sin dall’inizio il piano mentale e quello fisico: si sottolinea che anche il cuore è un muscolo, si immagina della carne in più nella cella frigorifera, si parla di <i>scena del crimine</i>. Ma quale crimine? C’è un filo conduttore psicanalitico che lega il macellaio all’apprendista e l’apprendista al suo amico Marco che, come una crisalide a metamorfosi compiuta, diventa farfalla nelle vesti di Lavinia, una farfalla triste, forse, ma profondamente serena nella sua dimensione scelta, voluta, vissuta e non imposta da una natura beffarda; un filo conduttore che lega l’apprendista ad un padre assente, ad una madre ingombrante, ad uno “zio” inquietante, ad un desiderio che si fa ossessione, ad una luna che si rivela l’occhio del cielo. L’occhio è il simbolo delle cose viste, anche se nascoste. Mi piace l’accostamento dell’occhio di Poe alla luna: da un lato la Casta Diva di Bellini che <i>inargenta</i> il mondo, e, dall’altro, l’occhio divino onnipresente, onnisciente. In entrambi i casi espressione di potenza e soggezione. In effetti siamo tutti soggiogati da ciò che di noi si vede e da ciò che nascondiamo e che temiamo si veda. Il rapporto dell’uomo con il resto del mondo dipende da quanto a fondo può andare l’occhio altrui, da quanto si può essere denudati dallo sguardo di chi giudica. Anche il rapporto dell’uomo con se stesso e con il concetto di Dio celato nella sua coscienza dipende dall’occhio, il proprio. Siamo quello che vediamo? Riusciremo mai a denudarci veramente per essere noi stessi? Sotto questo profilo anche la scelta dei costumi ha il suo ruolo, in <i>Occhio al cuore</i>.</div><div class="imTAJustify">Il protagonista del racconto di Poe, al pari di quello della pièce, è un uomo ingabbiato all’interno di se stesso, è un uomo solo, anche quando è in compagnia; è tante cose, ma rifiuta di essere un pazzo. È un’anima folle in un suo mondo dove la follia si colloca come normalità. E l’ottima interpretazione di Toscanelli e di Petrosino accompagna il pubblico sul palcoscenico. Tutti ci sentiamo ingabbiati, tutti ci sentiamo soli, tutti ci sentiamo pazzi e tutti, proprio tutti, rifiutiamo di esserlo.</div><div class="imTAJustify">È così che il gioco del teatro trionfa.</div><div class="imTAJustify">Com’è che si diceva da piccoli? <i>«Facciamo che io sono …. e tu sei ….»</i> e si iniziava a giocare. Sotto questo profilo il teatro è un ritorno all’infanzia e, come tutte le cose che riguardano l’infanzia, è una magia, un esperimento quantistico che consente di viaggiare nel tempo e nello spazio, ma soprattutto dentro e fuori l’essere umano, nel microcosmo delle sue passioni, delle sue paure, dei suoi furori e dei suoi sorrisi, dei suoi errori. Sotto questo profilo è perfetta la sintonia tra il teatro e la narrativa di Edgar Allan Poe. Un introibo immediato, il suo: il lettore entra subito nelle sue storie, ne resta coinvolto. Eppure, fu un Autore dalla fortuna alterna.</div><div class="imTAJustify">Tennyson riteneva che fosse un genio assoluto, Emerson lo definì <i>l’uomo dei cattivi versi</i>; Paul Valery ammirava il lirismo della sua poesia mentre Henry James si stupiva del suo successo, dovuto, secondo lui, ad <i>«un livello intellettuale decisamente primitivo»</i>. Di sicuro ha sempre diviso pubblico e critica: tutti avevano qualcosa da dire sul suo curriculum, quasi fosse una cartella clinica in un ospedale affollato di dottori, come scrisse Emilio Cecchi con impareggiabile ironia. Nessuna via di mezzo: odiato o amato, criticato o lodato. Ha comunque segnato la sua epoca, riuscendo a giungere indenne nella nostra. La sua vita non è stata da meno: affascinante per alcuni, modello di depravazione per altri. Griswold ne fece addirittura un mostro seguace del Demonio. Di sicuro è stato un maestro nell’esplorazione del lato oscuro della vita.</div><div class="imTAJustify">Nel racconto di Poe da cui Metalli ha tratto ispirazione per <i>Occhio al cuore</i>, la fruttifera legge del sangue si muove sul binario dei sensi di colpa. Che siano fittizi, come quelli di Alfredo Traps ne <i>La Panne </i>di Dürrenmatt, o reali, muovono spesso verso un meccanismo autodistruttivo e liberatorio al contempo, che Reik ha magistralmente definito <i>impulso a confessare</i>.</div><div class="imTAJustify">L’incontro tra Edgar Allan Poe e il teatro è tardo. Solo nel 1983, grazie all’attore Norman George, inizia l’attenzione del palcoscenico per le sue opere. George ha lavorato molto sulla caratterizzazione dei personaggi, studiando a fondo non solo gli scritti di Poe ma la sua vita, tanto da dare al dialogo sfumature gergali. E il dialetto entra anche in <i>Occhio al cuore</i>, rendendo più immediato il linguaggio dell’anima. Petrosino, con grande maestria, dà vita ad un personaggio perfettamente pasoliniano, con più domande che risposte, fino alla fine.</div><div class="imTAJustify">Sì, l’incontro tra Poe e il teatro è arrivato tardi rispetto al cinema, ma è ormai diventato un appuntamento atteso. Guardando anche solo all’Italia, sono stati moltissimi, negli ultimi anni, gli spettacoli tratti dalle sue opere e <i>Occhio al cuore</i> conquista a pieno titolo un posto nell’Olimpo delle interpretazioni più originali.</div><div class="imTAJustify">Nella riduzione di Metalli si legge la volontà di stigmatizzare una vitalità sofferta, una fobia misconosciuta, una realtà sotterranea, tanto presente per l’uomo quanto inesistente per il mondo. Nell’universo dell’arte teatrale, egli disegna un luogo di mezzo tra mondo esteriore e mondo interiore, un luogo dove movimenti e parole assumono differenti connotazioni e il pubblico è chiamato a trovare le proprie in base all’autoanalisi. Mi ha fatto tornare alla mente <i>Racconti fantastici</i>, uno sceneggiato tv del 1979 con Philippe Leroy: ambientato nella casa Usher, questo pot-pourri di racconti di Poe ha tratti psicanalitici marcati. Stesso dicasi per <i>Occhio al cuore</i>, dove tutto, ogni parola del testo, ogni particolare della scena, ogni gesto degli attori, ha una sua precisa collocazione nella griglia della storia; una storia in cui follia e normalità &nbsp;- ammesso che abbia un senso parlare dell’una o dell’altra - &nbsp;vivono in simbiosi.</div><div class="imTAJustify">Freud ci ha insegnato che noi siamo anche in ciò che cattura la nostra attenzione, siamo nelle diverse parti dei nostri sogni e dei nostri incubi, siamo nella figura paterna e in quella materna che la mente ci restituisce. Poe ci ha insegnato che siamo vittime e carnefici, che siamo vivi e morti, che siamo gli opposti e che la coscienza ha un suo linguaggio che non conosce parole, ma materializza rimorsi o, forse, cerca vitalità attraverso il cupo, sordo rumore di un cuore che batte. Bisogna ascoltarlo. Bisogna prestarvi attenzione. Scandisce il tempo della vita e quello della mente. Occhio al cuore!</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 30.05.2021]</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 30 May 2020 09:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Beethoven dentro]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000007B"><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5">È fruibile da ieri, su youtube, </span><i class="imTALeft fs12lh1-5"><span class="cf1">Il testamento di Ludwig van Beethoven</span></i><span class="imTALeft fs12lh1-5 cf1">, una singolare ed emozionante opera teatrale a leggio della durata di dieci minuti.</span><br></div><div><span class="cf1">Maximilian Nisi, noto attore di prosa, più volte ospite del nostro giornale, ha raccolto e studiato la biografia e le lettere di Beethoven e le ha sintetizzate e drammatizzate per raccontare il grande musicista; lo ha fatto parlare sulle note della musica immortale che Beethoven ha scritto, qui mirabilmente arrangiata ed eseguita dal Maestro Stefano De Meo.</span></div><div><span class="cf1">È emozionante come questi due artisti siano riusciti a dipingere con parole e musica tutte le sfumature della passione che ha sempre mosso Beethoven, trasformando il mito ingannevole dell’</span><i><span class="cf1">uomo solo</span></i><span class="cf1"> nell’apoteosi del sentimento e di una gioia mai perduta, neppure quando ha attraversato il lago della disperazione.</span></div><div><span class="cf1">La vera protagonista di questa lettura è la libertà di Beethoven, che si eleva sopra il Leviatano delle avversità; che supera i mille confini dell’esistenza. E Beethoven, di confini, ne ha attraversati molti.</span></div><div><span class="cf1">La sua stessa vita rappresenta un confine, quello tra il Settecento e l’Ottocento. La sua infanzia, poi, si colloca al confine tra una spinetta suonata quasi per gioco e la severità del padre che vuole fare di lui un novello Mozart e non lesina ceffoni per riuscirci, a quanto pare. Anche il suo carattere è un confine. Come narra Theodor de Wyzewa, Beethoven ha in sé l’implacabile austerità del padre, il rigore morale del nonno e il sentimentalismo della madre. Un coacervo di sensazioni contrastanti che tradurrà nella sua musica, a volte romantica, delicata, altre volte potente e incisiva. Ed è un confine anche quello tra musica e vita scolastica, che l’incontro con Christian Gottlob Neefe rende, in qualche modo, meno netto. È suo maestro di musica, ma è anche un letterato e porta Beethoven verso la cultura a tutto tondo.</span></div><div><span class="cf1">E, poi, quanti altri confini, nella vita di Ludwig! Quelli che varca costantemente, tra uno strumento e l’altro: l’organo, il violino, la viola, il clavicembalo, il pianoforte … E quello tra arte pura e insegnamento. Insegna per guadagnarsi da vivere, ma odia farlo, persino quando riesce a formare allievi come Karl Czerny, che diventerà un eccellente musicista e maestro di Liszt. L’arte di Beethoven è tiranna: non ama essere abbandonata per prosaiche esigenze economiche.</span></div><div><span class="cf1">Poi ci sono i confini geografici. Ha diciassette anni quando lascia Bonn per recarsi a Vienna. Vuole incontrare Mozart, anche se quello del loro incontro è un confine a parte, perso nelle nebbie di racconti contraddittori e leggende, così come quello con Hayden, qualche anno dopo.</span></div><div><span class="cf1">L’alcolismo del padre segna un altro confine netto, nella sua esistenza. Deve prendersi cura dei fratelli: uomo e ragazzo al contempo. Ma la vita gli riserva ben altro.</span></div><div><span class="cf1">Vienna, quella Vienna che è patria della musica sinfonica, lo accoglie di nuovo per non lasciarlo più. Lì attraversa spesso il confine tra insegnante e discente, ma insegnare non lo infastidisce come un tempo. Frequenta il bel mondo, ora; si fa amici potenti. Crea con le sue stesse mani uno dei più importanti confini della sua vita, quello tra la sua infanzia difficile e modesta e la ricchezza della sua nuova vita salottiera. Il principe Lobkowitz e il principe Kinsky gli garantiscono addirittura una pensione di quattromila fiorini.</span></div><div><span class="cf1">È il preludio di un altro confine, quello che dai salotti gli fa fare ingresso nelle sale dei pubblici concerti, cui Beethoven accede da autore e interprete.</span></div><div><span class="cf1">La vita sembra sorridergli, ma un altro confine importante è in agguato: non ancora trentenne inizia ad accusare disturbi all’udito che peggioreranno fino a condurlo alla sordità. E quel confine segnerà la sua esistenza. L’uomo è pugnace, l’artista è afflitto. Sulla linea di questo confine si alternano reazione e abbattimento, forza e scoramento, vita pubblica e vita privata.</span></div><div><span class="cf1">La voce del mondo gli giunge ovattata. Persino i cannoni di Napoleone sembrano lontani. E con i suoni spariscono anche molte altre certezze. I principi che gli hanno garantito la pensione muoiono senza lasciare disposizioni e lui dovrà far valere i propri diritti con gli eredi; dalla famiglia arrivano solo noie, in un intreccio perverso e irrisolvibile di dipendenze e ricatti affettivi. Gli spigoli della sua rabbia, a volte, offuscano la vita, ma sono solo brevi attimi. Poi torna la musica e, con la musica, che vibra nel suo corpo, che egli sente anche senza sentire, torna il colore, che copre il rumore bianco di cui è composto il silenzio. La sua arte non si ferma, anzi si espande.</span></div><div><span class="cf1">Arriva anche il Fidelio, un’opera destinata a rappresentare essa stessa un confine, perché sarà universalmente conosciuta come la prima opera romantica.</span></div><div><span class="cf1">Persino l’amore è un confine, nella vita di Beethoven: donne amate e donne che lo amano. Conosciamo alcuni nomi, anche se ci sfugge quello più importante, l’</span><i><span class="cf1">amata immortale</span></i><span class="cf1"> di una delle sue lettere più struggenti.</span></div><div><span class="cf1">Sono solo due i confini che deve ancora attraversare: quello tra voce e penna, perché sarà costretto a comunicare attraverso fogli di carta, e quello tra vita e morte. Ma quest’ultimo è un confine solo apparente. L’arte ha le chiavi del Tempo e riesce a dare voce anche a chi non c’è più. Esattamente ciò che hanno fatto Maximilian Nisi ed il Maestro Stefano De Meo.</span></div><div><span class="cf1">Dalla luce di pietra che abbraccia il tempo passato, Beethoven è tornato a parlare della sua fiera, coraggiosa, solitaria verità.</span></div><div><span class="cf1">Avrebbe meritato un pubblico in sala, questa lettura, ma anche la scelta di farla uscire libera nel web è in parte legata a un confine, quello che ha portato oltre la vita Ada Pucci, ricordata con la foto che appare dopo i credits; una sensibile e raffinata cultrice di musica sinfonica, che ha partecipato alla scelta dei testi recitati e dei brani musicali di questa lettura.</span></div><div><span class="cf1">Maximilian Nisi e Stefano De Meo hanno deciso di liberare, attraverso il web, il risultato del loro lavoro in suo onore, nel terzo mese dalla scomparsa, quasi a volerla raggiungere nell’aria che chiamiamo Paradiso, affinché nella musica torni a sorridere.</span></div><div><span class="cf1">In questa iniziativa, però, c’è anche un altro confine non segnato sulla carta geografica di questa splendida lettura, quello tra il mondo che noi tutti conoscevamo prima di febbraio, prima della pandemia, e quello di oggi: un mondo di divisioni, di paura, di guerra contro un nemico invisibile, di assenza; un mondo dove il lavoro è &nbsp;affievolito, l’economia è in ginocchio, la salute è tutelata a metà; un mondo senza cinema, teatri, musei, senza arte; un mondo che, al contrario, è proprio della bellezza e dell’arte che avrebbe bisogno per recuperare ciò che solitudine e paura stanno soffocando. Nella luce declinante di un giorno lungo tre mesi, tutto sembra esile, etereo e separato da distanze gigantesche. Decidere di mettere questo lavoro a disposizione di tutti e gratuitamente, è, dunque, un generoso messaggio di speranza; è una condivisione che fa tremare l’anima; è un gesto che rende semplice la pace, la quiete, il sorriso; è un’aspettativa che nasce da quell’essere artisti di chi l’arte ce l’ha nel cuore, come Nisi e De Meo.</span></div><div><span class="cf1">La voce di Beethoven si sovrappone a quella di tutti quando dice: </span><i><span class="cf1">«Pazienza, di questo si tratta. E la pazienza è ormai la guida che debbo scegliere»</span></i><span class="cf1">.</span></div><div><span class="cf1">Dal momento in cui la pandemia ci ha costretti a relazionarci con la vita diversamente da come avevamo sempre fatto, siamo tutti immersi in uno stato d’animo in cui lente onde riflessive si allungano su un oceano di incertezze, sulla superficie del quale si scorge di lontano qualche guizzo improvviso di normalità. Ci attende un bel cammino da fare per tornare all’esistenza che conducevamo, per passare da una condizione di sopravvivenza a una condizione di vita, ma il cessare dell’armonia, della libertà non ha fatto altro che rendere il loro ricordo più vivo e più vivo il desiderio di riconquistarle. Arte e bellezza sono una via per farlo e la conclusione che ci offre il Beethoven di Nisi è uno strepitoso inno alla vita: </span><i><span class="cf1">«Io spesso ho pensato a voi per rendervi felici. Siatelo»</span></i><span class="cf1">.</span></div><div><span class="cf1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="cf1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="cf1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">[InLibertà.it, 25.05.2020]</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 25 May 2020 09:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La geometria nel pensiero di Franco Cordero]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Franco_Cordero"><![CDATA[Franco Cordero]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000091"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify">Franco Cordero è stato mio Maestro e dalla sua scomparsa, dunque, traggo un duplice senso di vuoto: quello che lascia un grande umanista, un giurista raffinatissimo, e quello che lascia un mentore, un amico.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Pier Francesco Bruno, suo allievo, eccellente giurista e avvocato, all’indomani della scomparsa di Cordero ha così definito il suo pensiero giuridico: </span><i class="fs12lh1-5">«Franco Cordero stava alla procedura penale come l’alchimista alla materia»</i><span class="fs12lh1-5">. Una definizione perfetta, che condivido pienamente.</span></div><div class="imTAJustify">Tutti coloro che, come me, sono stati suoi studenti prima e suoi assistenti dopo, hanno potuto apprezzare da vicino il suo pensiero acuto, profondo, mai banale, improntato su una logica rigorosa, su una chiara consapevolezza dei caratteri, dei metodi, degli scopi della ricerca, della posizione e della dignità proprie del diritto e non solo del diritto, ma della cultura in generale. La sua tendenza alla critica, la sua lotta agli errori, la sua difesa del diritto contro i luoghi comuni di un’apparente saggezza rappresentano un contributo affatto originale alla dialettica insita nel rapporto tra ragionamento e natura.</div><div class="imTAJustify">Con il suo pensiero, Cordero ha tracciato un cammino che ha una rigorosa linearità: <i>«In qualche misura il diritto è anche geometria e, supponendo che la corvée sia disegnare nello spazio euclideo un triangolo i cui angoli non siano 180°, vengono fuori faticosi sgorbi»</i> usava dire.</div><div class="imTAJustify">Che il diritto contenga in sé un ordine geometrico lo rivela l’universo delle parole. <i>Nomos</i>, osserva Cordero, origina da <i>nemo</i> che significa “spartire”, “distribuire”; <i>ordinamento</i> viene da <i>ordo</i>, ossia da ordine, sistemazione, distribuzione armonica delle cose.</div><div class="imTAJustify">In buona sostanza, il diritto si oppone alla tendenza dell’uomo all’auto disgregazione istintuale e alla prevaricazione, mediando tra istinto e logos, tanto che la disorganizzazione legislativa assume un significato metagiuridico, andando a coincidere, nel più ampio contesto filosofico-religioso della lotta tra Bene-ordine e Male-disordine, con il trionfo di quest’ultimo, come viene ben descritto nel mio amato mondo del teatro: <i>«Leggi e diritti si ereditano come una malattia eterna»</i>, afferma il Mefistofele di Goethe, instillando in Faust il seme della ribellione interiore concretizzato nel rifiuto della norma, unico correttivo al caos esistenziale.</div><div class="imTAJustify">L’iter formativo dell’ordinamento segue una progressione politico-fattuale prima che giuridica. Il momento prodromico all’atto legislativo consiste nell’individuazione del fatto tipico, cui segue la repressione codificata nel corpus normativo sostanziale. A fronte di un eventuale comportamento licenziosamente indifferente alla norma, infine, si instaura un processo, regolato a sua volta dalla legge, tale da garantire una giustizia eguale e costante, con caratteristiche omogenee.</div><div class="imTAJustify">Tuttavia, le norme procedurali hanno sempre avuto un’esigua rilevanza, nella tradizione penalistica, tanto che Carnelutti, in tempi relativamente recenti, parlava della procedura come della <i>Cenerentola</i> del diritto. Ebbene, Cordero, attraverso i suoi studi e i suoi scritti, ha innalzato la procedura penale al suo giusto, fondamentale ruolo e si è battuto affinché le norme regolatrici avessero sempre una loro coerenza e rispondessero alla Costituzione.</div><div class="imTAJustify">Le norme devono essere inserite in un sistema e il sistema soggiace ad una forma, ha in sé una sua geometria necessaria. Che contenga regole recepite da altri corpi normativi o meno, il sistema è e resta unico e, come dico sempre io, rappresenta la foresta di Einstein, quella che non deve mai essere dimenticata nel suo insieme, pur se, attraversandola, si vedono solo gli alberi. Le norme devono necessariamente essere inquadrate al suo interno con un’armonia che impedisca la creazione dei <i>«faticosi sgorbi»</i> di cui parlava Cordero.</div><div class="imTAJustify">E lui li ha combattuti tenacemente, gli sgorbi normativi, sia come giurista, sia come politologo, sempre strenuo difensore della Costituzione, anzi della geometria costituzionale, e convinto nemico di leggi portatrici di scompiglio in tale assetto. <i>«È una legge che nasce morta»</i>, era solito ripetere di fronte a norme non inquadrabili logicamente nel sistema, come, ad esempio, quella che voleva inappellabili i proscioglimenti (L. 46/06), legge sulla quale, in effetti, ha interloquito più volte la Corte costituzionale con dichiarazioni di illegittimità; o come quella contenuta nell’art. 195<sup>4</sup> c.p.p. che sempre il giudice costituzionale, con una pronuncia assai discutibile (sent. 24/92), aveva inizialmente dichiarato illegittimo nella parte in cui vietava alla polizia giudiziaria di deporre in via indiretta sui fatti appresi nel corso delle indagini. In questo caso, il pretore remittente aveva sollevato la questione ritenendo che la norma fosse incompatibile con l’art. 3 Cost., poiché disegnava come intrinsecamente inattendibili gli organi di polizia giudiziaria, e con l’art. 24 Cost., poiché segnava una compressione dei diritti di difesa della parte civile. Era una questione palesemente infondata, stante l’incompatibilità a testimoniare degli ausiliari del pubblico ministero sancita dall’art. 197 lett. d) c.p.p., e i principi cardine del nuovo processo, ma venne presa sul serio e la veste accusatoria del nuovo codice venne lacerata, tanto che, poco dopo, si mise mano anche all’art. 500 c.p.p., ossia alle contestazioni nell’esame testimoniale. Il rilievo dato alle parole raccolte nella fase investigativa, fuori dallo spazio processuale improntato al contraddittorio, apparve chiaramente come un rigurgito inquisitorio. Cordero lo affermò in modo categorico. E aveva ragioni da vendere. Ma l’attesa è stata lunga prima di vedere il problema nuovamente trattato secondo gli schemi accusatori di cui all’art. 111 Cost. (L. 63/01), in modo che la somma degli angoli delle norme all’interno del triangolo sistemico tornasse ad essere pari a 180°.</div><div class="imTAJustify">Le battaglie procedurali di Cordero sono state molte e non è questa la sede per parlarne compiutamente. Ce n’è una però che non posso non menzionare. Rappresenta la <i>vexata quaestio</i> per eccellenza. Mi riferisco alle sue critiche in tema di riapertura delle indagini, fase eventuale seguente all’archiviazione.</div><div class="imTAJustify">Ne parlammo a lungo, io e lui, visto che mi chiese di aggiornare la sua voce <i>Archiviazione</i> per l’Enciclopedia del Diritto edita da Giuffré. Ricordo la grande emozione nel constatare la stima che mi stava mostrando, affidandomi il compito di dare seguito ad un suo scritto. Correva l’anno 1994. Io trentenne dovevo aggiornare la voce che aveva scritto lui alla mia stessa età. Un parallelo praticamente impossibile da tracciare. La aggiornai, sebbene con il manierismo dell’allieva. Il contributo di Cordero, ovviamente, restò inarrivabile. Anzi, direi che il Cordero trentenne, scrivendo la sua voce, inconsapevolmente scrisse anche l’aggiornamento, benché ancora nulla si potesse sapere del codice Vassalli di decenni dopo. Il rigore e la logica con cui Cordero affrontava lo studio della norma, infatti, i suoi ragionamenti, che partivano sempre da un sostrato estremamente lucido, erano universali e costituivano le premesse necessarie a pensieri ed argomentazioni anche in là da venire e persino tese ad evidenziare future impasse.</div><div class="imTAJustify">Il codice vigente vuole che il pubblico ministero, qualora ritenga di non avere sufficienti elementi probatori per sostenere l’assunto accusatorio in giudizio, chieda l’archiviazione al giudice delle indagini preliminari. È previsione in linea con il suo dovere di agire. Tuttavia, anche nel caso in cui voglia tornare ad indagare dopo l’archiviazione, recita l’art. 414 c.p.p., deve chiedere l’autorizzazione al giudice. La questione si fa più complessa: è comprensibile il controllo sull’inazione, essendo il pubblico ministero obbligato all’esatto contrario, ma non è altrettanto comprensibile un controllo sulla sua determinazione ad agire, visto che è obbligato a farlo. La norma, tuttavia, quand’anche discutibile, c’è e va applicata. Quid iuris, però, nel caso in cui, ad archiviazione pronunciata, il pubblico ministero decida di agire senza che debbano essere riaperte le indagini? Stando alla rubrica e al dettato normativo, l’art. 414 c.p.p. sembrerebbe riferirsi solo al caso in cui debbano essere eseguite ulteriori investigazioni, ma, sin dai primi anni dell’entrata in vigore del codice, la Cassazione, dopo solo un paio di sentenze in linea con questa interpretazione, iniziò a pronunciarsi in senso opposto e, il 19 gennaio 1995, venne affiancata dalla Corte costituzionale che sancì la preclusività del provvedimento archiviativo. Aspre le critiche di Cordero.</div><div class="imTAJustify">Leggiamo un sunto delle sue stesse parole pronunciate nel corso del Convegno <i>La Costituzione ha 60 anni</i>, tenutosi ad Ascoli Piceno il 14 marzo 2008.</div><div class="imTAJustify"><i>«Il requirente chiede un provvedimento che lo autorizzi a non agire. Idem nel caso inverso, quando voglia riesumare l’affare archiviativo. Ma sono ipotesi profondamente diverse. In regime di azione obbligatoria, l’organo inattivo ha bisogno di un permesso, mentre adempie degli obblighi quando indaga su possibili reati. Che sgorbio sia questa riapertura delle indagini risulta nella prospettiva del chiamato ad interloquirvi, il giudice delle indagini preliminari: o l’assenso è doveroso solo che l’instante prospetti un piano, e siamo sul terreno dei formalismi gratuiti, o il destinatario si arroga una supervisione e, letto così, l’art. 414 viola l’art. 112 Cost. Le indagini sono propedeutiche all’azione obbligatoria, inibendole alteriamo l’equilibrio dei poteri. </i></div><div class="imTAJustify"><i>Supponiamo, ora, che l’organo requirente non abbia chiesto la riapertura, o il giudice gliela neghi. Secondo l’art. 191 gli atti compiuti non valgono. Ma può anche capitare che il pubblico ministero, a caso archiviato, chieda il rinvio a giudizio, omettendo la richiesta di una riapertura perché non ha indagini da compiere. La Cassazione aveva cominciato bene: gli atti compiuti dall’indagante sono inutilizzabili, ma niente osta all’azione. Dov’è scritto che, mancando l’assenso del giudice, l’azione sia preclusa? Poco dopo, però, interloquisce la Corte costituzionale (sent. n. 27/95) in termini da dimenticare. L’art. 414 c.p.p. violerebbe l’art. 24 Cost. se non impedisse l’azione finché un decreto riapra le indagini. La preclude, dunque. Perché mai? Lo spiega una rumorosa </i>petitio principii: <i>in difetto dell’assenso, l’imputazione nasce morta, tale essendo la sorte dell’atto precluso. Con argomenti simili Pangloss erudisce Candido nell’omonimo scherzo narrativo di Voltaire.</i></div><div class="imTAJustify"><i>Sia detto sommessamente, stavolta la Corte sbaglia tre volte: piglia sul serio una chicane postulando che archiviazioni non preclusive sminuiscano il diritto alla difesa, fraintende l’art. 414 c.p.p.su cosa sia l’archiviazione, e prescrive agli operanti una norma che, se esistesse, violerebbe l’art. 111 Cost. nel settimo comma, che esige l’impugnabilità in Cassazione di ogni atto giurisdizionale.</i></div><div class="imTAJustify"><i>La Cassazione aveva argomenti forti per difendere lo zoccolo duro della procedura. Nei repertori, invece, solo due volte ribadisce l’ovvia conclusione che la mancata riapertura implichi l’inutilizzabilità degli atti di indagine ma non osti alla richiesta d’un rinvio a giudizio, né causi nullità. Pendono piccoli discorsi ossequiosi: finché non sia rimossa dalla riapertura delle indagini, l’archiviazione impedisce al pubblico ministero di agire. Tali logomachie ricordano i tè dal Cappellaio Matto raccontati dal reverendo Lewis Carroll in Alice»</i>.</div><div class="imTAJustify">Ancora una volta il suo ragionamento si è mosso all’interno di una rigorosa geometria processuale, tra simmetria e coerenza. La legge deve essere interpretata secondo criteri obiettivi. Il sistema determina il significato delle norme, laddove le formule risultino poco chiare; un sistema che deve essere compreso nella sua interezza, anche alla luce dei precedenti storici e delle basi filosofiche che ne hanno determinato la nascita. Lo scibile è costituito da un fitto reticolo molecolare in cui ogni parte e collegata all’altra.</div><div class="imTAJustify">Non è facile gestire un lascito intellettuale vasto come quello di Cordero. Noi allievi ci sentiamo orfani, oggi, privati di una delle nostre fonti di pensiero più importanti. Franz Kafka, nelle sue <i>Lettere a Milena</i> scrisse: <i>«Non amo te, ma piuttosto la mia esistenza che tu mi hai donata»</i>. È lo stesso sentimento che nutriamo per Cordero noi allievi. La nostra esistenza di intellettuali è in parte originata da lui e tale resterà. Essere <i>allievi</i> di un docente, di un filosofo, di uno storico, di un letterato, di un sapiente come Cordero non significa essere stati necessariamente insediati sulla scranna di cattedre più o meno prestigiose, ma significa aver ricevuto un insegnamento meritevole di ogni attenzione, di essere stati testimoni di un pensiero e di averlo appreso e introiettato, portandolo avanti nella vita, in qualunque ambiente il destino ci abbia condotti a lavorare. Purtroppo, la <i>capacità di ragionare</i> è un po’ sottovalutata, ultimamente, perché se ne possa cogliere l’importanza al di là del lucro che è in grado di generare. È un difetto dei nostri tempi. Io, però, sono allieva di Cordero e non la sottovaluto mai.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><span class="fs12lh1-5">[GiurisprudenzaPenale.com, 16.05.2020]</span><div><br> <div><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 16 May 2020 20:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Franco Cordero. L'uomo dei libri e il suo Olimpo di via Palermo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Franco_Cordero"><![CDATA[Franco Cordero]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000090"><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5">Non è facile, per me, scrivere un ricordo di Franco Cordero. Sono stata sua allieva, sua assistente e ho condiviso con lui molti anni di approfondimenti giuridici, di rispetto e di amicizia. Non siamo andati sempre d’accordo, ma ci siamo sempre perdonati. Credo sia questo il cardine su cui ruotano gli affetti veri.</span></div><div class="imTAJustify">È difficile pensare a cosa scrivere di un uomo intellettualmente tanto ricco e versatile. Un grande giurista, un bravissimo docente, un impareggiabile scrittore, sia nella saggistica, dal diritto alla storia, dalla filosofia alla teologia e persino alla psicologia, sia nella narrativa e nel giornalismo. È stato autore, infatti, anche di raffinati romanzi e infuocati editoriali politici sul quotidiano La Repubblica contro il sistema berlusconiano.</div><div class="imTAJustify">Ha sempre analizzato la vita con aristotelica precisione: la logica era il suo punto di forza, la sua leva per sollevare il mondo. Era capace di una satira pungente ma mai banale. C’era una geometrica precisione nei suoi ragionamenti, qualunque fosse la loro natura. Sarebbe vissuto comodamente nella <i>Flatlandia</i> di Abbott, ma non si pensi a lui come ad un adepto del semplicismo. Aveva il potere di chiudere in una frase diversi piani comunicativi. La sua prosa era una matrioska: concetti espressi e concetti inespressi disvelavano se stessi via via che si entrava nell’atto linguistico. Faceva un uso sapiente della metafora. Spesso attingeva ad inusuali fonti esplicative. Nella sua Procedura Penale scomoda persino Lewis Carroll con il <i>Tè dal Cappellaio Matto</i>: l’idea che se ne ricava è perfettamente calzante alla norma criticata generatrice di paradosso.</div><div class="imTAJustify">A voler raccontare una simile personalità si rischia sempre di dire troppo poco, di focalizzare l’attenzione su parti di un tutto impossibile da inquadrare nella sua interezza.</div><div class="imTAJustify">Per questa ragione, lasciando ad altre sedi il profilo dell’uomo accademico, voglio qui ricordarlo percorrendo i corridoi della quotidianità, disegnando il profilo di un Cordero inedito, serio e faceto, sempre acuto nelle sue osservazioni, nelle sue invettive, nell’uso affilato della dialettica, dedito alla cultura a tutto tondo e, soprattutto, al suo cosmo di libri.</div><div class="imTAJustify">Sin dai primi anni in cui mi aveva cooptata come assistente all’università, andavo a trovarlo nel suo studio di via Palermo, un grande appartamento-biblioteca in cui aveva pazientemente raccolto i libri della sua vita. Era un bibliofilo, oltre che uno studioso. Si circondava, dunque, di volumi preziosi, prime edizioni, libri antichi, addirittura meravigliosi incunaboli.</div><div class="imTAJustify">Spesso lo accompagnavo dagli antiquari a ritirare i nuovi acquisti e lo divertiva molto il modo “creativo” con cui guidavo e posteggiavo. Altre volte andavo da sola e gli consegnavo a fine giornata i piccoli tesori che attendeva con ansia.</div><div class="imTAJustify">Con lui ho imparato ad amare il libro anche come oggetto, oltre che come porta magica verso la dimensione del sapere. Erano sue creature, i libri. Le poche volte che affrontammo il tema della morte, mi colpì non solo l’originale e a tratti inquietante volto che le dava, ma il pensiero residuo, quello focalizzato sulla vita appena abbandonata: la sua era occupata, in parte, dai libri. Paventava l’idea che la sua biblioteca potesse essere smembrata, dopo la sua morte, anche se trovava comunque consolante la prospettiva che quei libri potessero tornare a nuova vita presso altri studiosi. Un atteggiamento quasi paterno.</div><div class="imTAJustify">Come sempre accade in contesti emotivi, i ricordi fluiscono anche sotto il profilo sensoriale. È la memoria olfattiva, in questo momento, a riportarmi indietro nel tempo. Ricordo una legatoria d’arte dove lo accompagnavo con i volumi da risistemare: l’odore del cuoio, le cuciture delle pagine, l’uso di colle naturali e artigianali che profumavano di farina bagnata; ricordo quando chiudemmo in grandi sacchi di plastica pieni di canfora gli incunaboli che erano stati aggrediti dagli insetti della carta.</div><div class="imTAJustify">Oggi anche io, nella mia biblioteca decisamente più modesta della sua, raccolgo qualche volume antico, benché, al momento, non mi sia spinta più in là dell’Ottocento, e, nel leggerlo, provo l’emozione della Bianca Maria dannunziana quando mette tra i capelli il fermaglio appartenuto a Cassandra, poiché leggo le parole stampate, ma, contestualmente, sfioro le pieghe del tempo attraverso pagine che provengono da un lontano angolo di storia. La Bianca Maria dannunziana …. Fu proprio Cordero che mi donò <i>La Città Morta</i>. Lo conservo gelosamente. Quando seppe che l’avevo letto al liceo, ma che l’avevo incautamente prestato senza mai averlo indietro, mi fece trovare una bellissima prima edizione del 1916. E sempre in prima edizione mi donò l’epistolario di Papini e Prezzolini, la storia di un’amicizia strettamente legata al rinnovamento culturale italiano, che approfondimmo in più occasioni, leggendo insieme una parte delle lettere. Gli piaceva sentirmi leggere e, al termine della lettura, scioglieva il nodo del silenzio, spiegava quello che aveva percepito, raccontava aneddoti, inquadrava quei brani nell’universo sconfinato del suo sapere.</div><div class="imTAJustify">Era sorprendente la sua sete di conoscenza, la memoria prodigiosa con cui assorbiva tutto quello che leggeva e la sua capacità elaborativa, specchio di un’intelligenza da uomo rinascimentale. Chiunque lo ascoltasse rimaneva incantato. Era un affabulatore prezioso, poiché alla raffinatezza della prosa, alla delicata musicalità del suo accento piemontese affiancava il valore dei contenuti.</div><div class="imTAJustify">In via Palermo trascorrevamo pomeriggi interi a bere tè, ad ascoltare musica jazz, la sua preferita, e a parlare di diritto, ma soprattutto di letteratura, di filosofia, di storia. E di nuoto, sua grande passione. Sapeva che l’avevo praticato nella squadra nazionale juniores e gli piaceva condividere con me i piani dei suoi allenamenti. Era uno sportivo. Credeva fermamente nella <i>mens sana in corpore sano</i>.</div><div class="imTAJustify">Ho ancora davanti agli occhi le finestre con i vetri cattedrale, la sua grande scrivania ad elle, il divano di pelle bianco, le pareti allestite interamente a libreria con i globi di luce fissati sui divisori, la scaletta da biblioteca con i suoi libri poggiati sui gradini, il mappamondo seicentesco, il silenzio.</div><div class="imTAJustify">Tra i suoi assistenti eravamo davvero pochi a non aver discusso la tesi in Procedura Penale: io venivo dal Diritto Romano. Tuttavia, mi volle come sua assistente in quanto la mia tesi sulle fonti delle <span class="fs12lh1-5"><i>obligationes</i></span> negli antichi popoli del Mediterraneo gli era piaciuta molto; era incuriosito dai miei approfondimenti sulla storia e sul diritto dell’antico Egitto e del Medio Oriente. Ne parlavamo spesso, ma parlavamo molto anche di teatro, l’altra grande passione della mia vita. Era un raffinato conoscitore dell’opera di Pirandello e un grande ammiratore di Shakespeare. Ci vuole poco, si potrebbe osservare. Chi non li ammira? Ma Cordero aveva letto la loro opera omnia e ne ricordava la gran parte.</div><div class="imTAJustify">Il suo era un ricchissimo mondo pieno di personaggi, alcuni realmente esistiti, altri frutto della fantasia degli scrittori o della propria. I quattro volumi che scrisse sulla vita del Savonarola lo legarono al frate in modo amicale e conflittuale al contempo; le vicende sulla pestilenza nella Milano seicentesca, narrate dal Manzoni nella <i>Storia della Colonna Infame</i> e da lui riprese ne <i>La Fabbrica della Peste</i>, lo misero a contatto con personaggi noti e meno noti, furbi, loschi, innocenti e colpevoli che lo avrebbero accompagnato in molti altri suoi scritti; persino il mostro ricorrente che disturbava i suoi sonni infantili divenne un personaggio di un suo romanzo. Era un uomo capace di attingere a fonti reali, irreali e soprannaturali, rielaborandole in modo affatto personale.</div><div class="imTAJustify">Un giorno andammo a trovarlo io ed un collega, Fabio Alonzi. Il professore era disperato perché la tastiera del computer sembrava non rispondere bene ai suoi comandi. Mi chiese di mettermi a dattiloscrivere su sua dettatura, per vedere se anche con me si verificassero gli stessi problemi, ma niente: scrissi tutto perfettamente. Rimase in silenzio. Si rimise alla tastiera e iniziò a scrivere in modo ripetitivo la parola <i>poltergeist</i>. Poi ci sorrise e ci disse che probabilmente il computer era posseduto. Ecco, Cordero era anche questo. Un uomo che comunicava persino con gli oggetti, e non sempre in armonia; non escludeva nulla, neppure l’occulto, come qualunque intelligenza vera. Il suo era un mondo spesso abitato dalle creature di Bosch.</div><div class="imTAJustify">Il suo Credo era illeggibile, sebbene fosse un uomo spirituale. Aveva una visione affatto peculiare delle cose del corpo e di quelle dello spirito. Aveva approfondito il dogma cristiano come ho visto fare a pochi studiosi, anche ecclesiastici. Il suo saggio sull’Epistola ai Romani e quello su Erasmo contro Lutero sono eruditi e raffinati viaggi nell’antropologia del Cristianesimo e del pensiero teologico.</div><div class="imTAJustify">Era inevitabile, del resto. Il suo universo di libri non aveva confini. Come tutti i veri umanisti, egli conviveva quotidianamente con il sapere, il ragionamento, lo studio. Alla lettura sono legati i momenti più importanti della sua vita, quasi dei passaggi di rito. Ricordo che raccontava spesso della prima volta in cui si incuriosì degli affari giuridici. Era un bambino piccolo. Aveva letto l’albo Disney <i>Topolino e il tesoro di Clarabella,</i> dove si parlava dell’ipoteca e il fascino per il sistema normativo, meccanismo regolatore dei rapporti umani, non lo abbandonò più. Da ragazzo, poi, la letteratura gli entrò nel sangue: raccontava spesso di quando acquistò con i propri soldi una copia de <i>La figlia del capitano</i> di Pushkin. Impossibile menzionare in questo contesto il suo infinito percorso tra le strade di carta. Andrebbe scritto un libro sui libri della sua vita. E, forse, un libro non basterebbe.</div><div class="imTAJustify">Di sicuro, però, un altro rito di passaggio va menzionato. Questa volta si tratta di una sua opera, <i>Gli Osservanti</i>, un magnifico testo di filosofia del diritto che Cordero scrisse quando era docente all’Università Cattolica di Milano. Un libro in cui viene approfondita la fenomenologia delle norme, la figura dell’uomo legislatore e dell’uomo osservante, mossi da dinamiche complementari di repressione e soggezione. Un incredibile viaggio attraverso la teologia, la filosofia e il diritto. Questo libro segna un momento molto particolare nella vita di Cordero, poiché accende una controversia dogmatica che coincide con la fine del suo insegnamento in quell’ateneo, seguita da importanti strascichi processuali, e culmina con il suo nuovo incarico come docente di Procedura Penale all’Università di Roma La Sapienza. Anche la copia che ho di questo libro mi fu donata dal professore in un giorno particolare che ricordo con molto piacere. Ancora una volta ero con un mio collega e, in occasione del compleanno del professore, gli avevamo donato una moneta d’argento del 1928, il suo anno di nascita. Lui ci spiegò la sua complessa teoria del dono: va ricambiato perché altrimenti frammenta l’anima e, così, ci donò il suo libro più bello, più discusso, assolutamente introvabile, allora. L’ho letto molte volte e ogni volta che lo apro trovo qualche sfumatura che mi era sfuggita. È questo che rende immortali certi libri: non sono mai banali e hanno sempre qualcosa di nuovo da offrire a seconda del momento della vita in cui vengono letti.</div><div class="imTAJustify">Di sicuro, il monsignore che diede inizio alla querelle milanese, mettendo all’indice le idee di Cordero, non uscì un gran che bene da quella vicenda, soprattutto dopo la replica che gli venne indirizzata. <i>“Risposta a Monsignore”</i>, infatti, è il pamphlet con cui Cordero ha contestato e ridicolizzato le accuse che gli erano state mosse e lo ha fatto con la sagacia e l’arguzia tipiche del suo stile. Uno stile inconfondibile.</div><div class="imTAJustify">Tutti i suoi libri hanno un’impronta originale, una musicalità assolutamente inedita. Qualcuno li considera criptici, troppo eruditi. Io li ho sempre visti come i sentieri e le ferrate che si inerpicano sulle pareti dolomitiche: se fissiamo lo sguardo solo sui nostri piedi, perdiamo la bellezza del cammino e rischiamo anche di cadere. Devo dire che sono molto curiosa di leggere la sua ultima fatica, <i>La Tredicesima Cattedra</i>, edito da La Nave di Teseo.</div><div class="imTAJustify">Non siamo in molti a poterci definire suoi allievi e, di sicuro, non abbiamo mai smesso di esserlo. Credo che da ragazzi, tutti noi in qualche modo abbiamo cercato di essere suoi cloni. Aspettativa inevitabilmente frustrata, è ovvio. Eravamo recipienti che si riempivano di lui, anche senza rendercene conto. Oggi, però, ne siamo consapevoli, poiché, nonostante siano trascorsi molti anni dal suo pensionamento, i suoi insegnamenti sono assolutamente vividi. Ci basta leggere una sentenza, una norma, affrontare un problema filosofico, addentrarci nel mondo delle arti, studiare un periodo storico per capire che, in noi, c’è sempre una chiave che apre porte di ragionamenti fuori dagli schemi, a volte scomodi, ma difficilmente imprecisi. E lo dobbiamo a lui, al nostro Professore, da cui siamo stati scelti, forgiati e uniti in una bellissima amicizia che non ha mai cessato di esistere. Ancora oggi ci definiamo <i>corderiani </i>e ci vogliamo un gran bene.</div><div class="imTAJustify">Mi accorgo solo ora che avrei dovuto scrivere della morte di Franco Cordero, ma che, in realtà, ho parlato della sua sopravvivenza in tutti coloro che hanno avuto il privilegio di averlo come Maestro. Forse è questo il segreto dell’eternità.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[InLibertà, 10.05.2020]<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><br></div><div><b>© Nella foto Franco Cordero e Raffaella Bonsignori</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 10 May 2020 19:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Blue Christmas. Il Trailer]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Blue_Christmas"><![CDATA[Blue Christmas]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000E3"></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 08 Dec 2019 13:34:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'uomo, la donna, il cinema]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004E"><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">A quanto si dice, uno dei più arditi e illusori desideri femminili è quello di essere realmente comprese da un uomo. Il cinema ha fornito fantasiose soluzioni, sul punto; non tutte praticabili.</span><br></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">In </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Quello che vogliono le donne</span></i><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> (2000), un affascinante Mel Gibson, incallito sciupafemmine, sviluppa la dote di leggere nella mente delle donne a seguito di un’accidentale elettro-folgorazione. Inizialmente ne rimane atterrito, poi cerca biecamente di sfruttare la cosa a proprio vantaggio, infine realizza che, forse, quel che legge non è solo la mente, ma l’anima delle donne, visto che nel femminino si agitano continue osmosi tra l’una e l’altra; e inizia a capirle davvero. Il tema trattato è seducente. Il film decisamente meno, ma poco importa.</span><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il fatto è che uomini e donne in grado di capirsi, di leggersi dentro, di compenetrarsi, nella maggior parte dei casi non sono altro che l’espressione di una scintillante utopia. Quella lettura di intenti che molti auspicano è lo Shangri-La, l’El Dorado; è Atlantide; è cosmogonia, puro mito creativo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I disturbi di sintonia sui canali di comunicazione, infatti, sono un dato atavico. Ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La verità è che non gli piaci abbastanza</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (2009) di Ken Kwapis i protagonisti si muovono in nove fallimentari storie di incomprensione e altrettanti esilaranti tentativi di decodificazione dei reciproci segnali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Decriptare le intenzioni dell’altro sesso. Cielo! Non basterebbero Enigma e la Cifratrice Lorenz messe insieme. La Stele di Rosetta, in confronto allo scambio di informazioni tra uomo e donna, è senza dubbio più esplicativa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A chi non è capitato almeno una volta di abbinare un sentimento, una “spiegazione” a un vago gesto altrui, ad una parola pronunciata distrattamente, all’intonazione di una voce, ad un messaggio scritto? Lo abbiamo fatto e lo faremo, continuando a non capire, peraltro, che, se cerchiamo riferimenti occulti nelle parole altrui, è perché l’altra persona non comunica con chiarezza e la mancanza di chiarezza, nella migliore delle ipotesi, annoia. Siamo stati tutti, almeno una volta, Sherlock Holmes armato di lente di ingrandimento puntata su parole, segni di interpunzione, riferimenti mediati. Nemmeno le ordalie aiuterebbero a venirne a capo, perché sono giudizi divini che implicano verità assoluta: l’innocente cammina sul fuoco senza bruciarsi, il colpevole no. Qui l’alternativa è tra modi diversi di intendere la stessa realtà. Dipende da cosa scoviamo dietro le parole; dipende da come vediamo il mondo, o forse, come afferma Humpty Dumpty nella versione letteraria di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Alice nel paese delle meraviglie</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, personaggio purtroppo ignorato dal film disneyano del 1951, dipende da chi comanda, perché solo chi comanda può dare un senso diverso alle parole.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La domanda sul piatto, allora, sembrerebbe: chi comanda tra uomo e donna, visto che</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">- mi pare evidente -</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">attribuiscono spesso significati differenti alle stesse parole?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il supremo Jack Nicholson di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Qualcosa è cambiato</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1997) afferma di descrivere bene le donne, pensando ad un uomo e togliendogli razionalità ed affidabilità; Helen Hunt, a sua volta, non è lieve nelle critiche nei suoi confronti. Eppure si innamorano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La verità è che uomini e donne sono pianeti destinati a ruotarsi attorno in un gioco di costante attrazione e repulsione, ma senza mai sfiorarsi veramente. Sono diversi e hanno un differente modo di vedere la vita e di viverla, anche fisicamente. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Hai visto quella come si muove? Sembra fatta di gelatina. Se io mi dimenassi così mi perderei i pezzi. È inutile: è un sesso del tutto diverso»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> esclama Jack Lemmon in tacchi a spillo e gonna a pieghe, mentre osserva il corpo di Marilyn Monroe molleggiare sinuosamente in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">A qualcuno piace caldo </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">(1959). Poco dopo, al suono della Cumparsita, annuncerà a Tony Curtis, di essersi fidanzato con un miliardario, lo stesso che, alla fine, quando Lemmon si rivelerà essere un uomo, replicherà candidamente: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Nessuno è perfetto»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Come dargli torto, del resto?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Qual è il messaggio di film in cui gli uomini vestono panni femminili? Dustin Hoffman, in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Tootsie</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1982), dopo aver recitato per tutto il film nei panni di una donna ed aver provato sulla propria pelle ogni tipo di giudizio e pregiudizio, dice a Jessica Lange di essere stato un uomo migliore con lei, come donna, di quanto non sia stato, come uomo, con tutte le altre. Anche Robin Williams, in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Mrs Doubtfire</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1993), riesce in un’impresa analoga, indossando gli abiti di un’attempata governante, la cui saggezza, ahimè, sembra crescere in misura direttamente proporzionale alla malinconia del pubblico per l’affievolirsi dei caratteri più frizzanti della sua personalità maschile. Adam Sandler, in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Jack e Jill</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (2011), si traveste da donna, impersonando sua sorella. È costretto a farlo perché lei è improvvisamente partita, proprio quando un noto attore, che lui vorrebbe ingaggiare per la propria agenzia di pubblicità, ha subordinato la firma del contratto ad una serata con lei. Nel corso di quell’incontro, Adam Sandler, capisce finalmente le fragilità di sua sorella, le ragioni dell’essere donna e pone le basi per ricostruire il rapporto con lei.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il messaggio è chiaro: l’uomo che sa entrare in contatto con la propria parte femminile, di cui la maschera cinematografica è l’iperbole, può godere di una maggiore sintonia con la donna.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Certo, questo funziona finché uomo e donna non decidano di abitare lo stesso individuo mantenendo tutte le proprie caratteristiche inalterate. Si potrebbe pensare di aver raggiunto la perfezione, in questo caso, l’ermafroditismo sentimentale e intellettuale, la risposta al sesso degli Angeli, ma il cinema, la vita</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">- e mio cugino psichiatra -</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">ci insegnano che, in questi casi, non va mai a finire bene e, spesso, ci scappa il morto. In </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Psycho</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1960) o in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Peacock</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (2009) lo sdoppiamento di personalità apre scenari a dir poco inquietanti. La sovrapposizione del maschile e del femminile, poi, travolge e spaventa anche in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Rocky Horror Picture Show</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1975), pellicola dotata di originalità, follia creativa, e, soprattutto, della simpatia senza pari dell’immenso Tim Curry.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In buona sostanza, l’argomento dell’incomunicabilità tra universo femminile e universo maschile presenta così tanti aspetti umani da indagare, che sembra assurdo andare a scomodare il fato, i fulmini divini, la lettura del pensiero, o persino Belzebù.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È successo anche questo, infatti. Ernst Lubitsch, con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">il Cielo può Attendere</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1943), e Blake Edwards, con la brillante commedia </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nei panni di una bionda</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1991), hanno chiamato in causa il Diavolo in persona. Nel film di Edwards, Ellen Barkin è l’incantevole involucro dell’anima di un egocentrico omuncolo sottaniere che, dopo essere stato ucciso, torna sulla terra al fine di trovare almeno una donna che lo ami, evitandogli, così, di finire all’inferno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Paradiso, inferno, reincarnazione, insomma è stato usato di tutto pur di riproporre il solito vecchio schema della perfezione raggiunta attraverso l’integrazione degli opposti. In </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Flawless. Senza difetti</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1999) il mio amato Philip Seymour Hoffman, che interpreta una drag queen, dice al suo vicino: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Sono più uomo di quello che tu sarai mai e più donna di quelle che hai mai avuto»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Questa frase mi fa viaggiare verso l’Abraxas di Hermann Hesse, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Angelo e Satana, uomo e donna insieme, umanità e bestialità, supremo Bene e Male estremo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. È dalla fusione degli opposti che si nasce, se ci pensiamo. Lo spermatozoo penetra nell’uovo. L’incontro si fa vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse, però, la faccenda è più semplice e decisamente molto, molto più intrigante. La diversità tra uomo e donna, la loro naturale, reciproca incomprensione hanno anche risvolti romantici, infatti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutti si dicono certi che non vi sia donna al mondo indifferente al sogno di incontrare un uomo galante, in grado di capire le sfumature del cuore; ma quello che pochi osano pensare è cosa accade se e quando il sogno si avveri. Forse, se l’evoluzione psicologica degli esseri umani non ha ancora prodotto l’affrancamento dalle incomprensioni tra uomo e donna, è perché un sogno è bello finché resta tale ed ogni tentativo di realizzarlo non lascerebbe più spazio alcuno per la fantasia, vera ed unica linfa vitale per chiunque.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutti dicono I Love You</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1996), la figlia di Woody Allen è un’adolescente ribelle della New York bene che ascolta segretamente le sedute di una psicanalista, della quale Julia Roberts è paziente. Woody, che s’innamora fatalmente della bella Julia, conosciuta casualmente a Venezia, sfrutta, per conquistarla, ogni particolare che la figlia gli rivela su quel che le piace, dalle escargots gustate in piena notte con un bicchiere di ottimo vino alle opere del Tintoretto, dalla mansarda a Montmartre alle gerbere regalate evocando la quarta sinfonia di Mahler. La conseguenza è inevitabile: lei lascia il bellimbusto narcisista e distratto con cui è sposata e si abbandona tra le braccia dell’uomo comprensivo e sensibile. Eppure qualcosa nella perfezione sembra non funzionare: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«… è che ho sempre avuto questa fantasia, che un giorno avrei incontrato l’uomo perfetto, che avrebbe realizzato i miei sogni e che avrei avuto una vita perfetta. Ma questa fantasia faceva parte dell’insoddisfazione che provavo verso Greg e verso la mia vita. Poi sei arrivato tu e sembrava che conoscessi ogni segreto di me. Mettiamola in questo modo: io ho visto tutti i miei sogni avverarsi e le mie fantasie non mi torturano più; riesco a gestirle!»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Ecco perché decide di lasciarlo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In conclusione, mi chiedo, noi donne vogliamo davvero avere qualcuno che sappia interpretare tutti i nostri pensieri? Vogliamo un uomo che sappia entrare nella nostra testa al punto da toglierci il gusto di non svelare, se non in parte, le nostre fantasie?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non so.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse il sale di una storia d’amore sta nell’idea della perfezione e non nella perfezione stessa: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Noi donne non diciamo quello che vogliamo, ma ci riserviamo il diritto di romperci le palle se non lo otteniamo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> esclama Jeanne Tripplehorn in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sliding Doors</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1997). Niente di più vero. In qualche modo se ne parla anche nel </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cyrano</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Rostand, che, nel 1990, ha visto luce al cinema con un fantastico, affascinante Gerard Depardieu. Il dialogo sotto il balcone è emblematico e dovrebbero guardarlo attentamente tutti gli uomini che si lamentano di non capire le donne. Intanto cominciamo col dire che Rossana è sul balcone, all’aria pulita della notte, sotto le stelle, immersa nello stormire delle foglie di un albero accarezzato dal vento. Cyrano, invece, è per strada, nella polvere, a nascondere il proprio aspetto fisico dietro l’immagine di Cristiano e a lottare strenuamente contro le proprie insicurezze. E questo già vi dovrebbe dire qualcosa, cari uomini: potete anche essere famosi, intelligenti, forti, coraggiosi, poeti, ma le donne sono sul balcone e voi per strada. La storia, poi, vuole che, durante il loro romantico dialogo, proprio poco dopo che s’è fatto cenno ad un bacio, passi un monaco su quella via. Il dialogo si interrompe. Rossana rientra in casa. Con l’allontanarsi dell’intempestivo viandante, si affaccia di nuovo e vuole riprendere il discorso da dove si è interrotto. Quel bacio le interessa non poco. Vuole concederlo e, di sicuro, non ha alcun timore a parlarne, tuttavia non vuole essere lei a riprendere il discorso. Lei vuole baciarlo, ma deve essere lui ad implorarla, a spasimare per quella sua attenzione. Così dice con voce suadente </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Parlavam di …. d’un …»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e Cyrano, da vero uomo, ci casca con tutte le scarpe: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Bacio. Né vedo, in verità, perché la vostra bocca sia così timorosa»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (illuso) </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Se la parola è dolce che sarà mai la cosa? Irragionevol tema non vi turbi la mente»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (Ma quale turbamento?) </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Non poco fa lasciaste, quasi insensibilmente, l’arguto cinguettio per passar senza schianto dal sorriso al sospiro e dal sospiro al pianto? Ancora un poco, un poco solo ancora, vedrete: non c’è dal pianto al bacio che un brivido»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e Rossana, sempre più ipocrita, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Tacete!»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Nella mia Roma verrebbe spontaneo dire: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">“Tacete de che? Je l’hai chiesto tu”</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Ma no. Cyrano, come la maggior parte degli uomini avrebbe fatto, prosegue il suo serrato crescendo di immagini sensuali e romantiche finché il bacio non viene colto, purtroppo per lui da Cristiano. Orbene, cosa insegna questa scena? Che le donne sono essenzialmente incoerenti e manipolatrici e gli uomini, forse, fin troppo ingenui. Tutto questo, però, ha un nome. Si chiama gioco di seduzione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Io non credo che le donne siano così pazze da rinunciare alle schermaglie amorose, al dire-senza-dire-quel-che-c’è-da-dire per avere in cambio un uomo che le capisca così a fondo da non cadere nei loro deliziosi tranelli. No davvero.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quindi coraggio, donne incomprese e donne incomprensibili, mettiamocela tutta: cerchiamo, sì, di concretizzare in ogni modo il sogno di un uomo che ci capisca, che sappia lusingare le nostre fantasie con un’intesa perfetta, proseguiamo caparbie nella disperata ricerca di una sua capacità relazionale matura e sensibile che, ahimè, non gli appartiene, ma, vi prego, vi scongiuro, continuiamo a non riuscirci.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà, 07.09.2019]</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Arek Socha da Pixabay</span></b><b></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 07 Sep 2019 16:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Palio di Siena. Contrade e contradaioli.]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002E"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Si disputa oggi pomeriggio il Palio senese dell’Assunta, l’ultimo di due appuntamenti estivi a data fissa di questa corsa, o, come si dovrebbe dire, di questa </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">carriera</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> al cardiopalmo che vede Il Campo di Siena trasformarsi in una macchina del tempo in viaggio verso il Medioevo. L’altro è stato il 2 luglio ed entrambi coincidono con una solennità mariana. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sena vetus civitas virginis</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> si legge in molti angoli della città. La devozione senese alla Madonna ha origini antiche e raggiunge l’apice nel 1260, alla vigilia della battaglia di Montaperti combattuta contro i guelfi fiorentini, quando Siena e il contado furono donati alla potestà della Madonna, in modo che i senesi fossero fatti salvi da qualunque giogo terreno che, per il loro carattere, sarebbe stato davvero intollerabile.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Si gareggia per conquistare il Palio, che in dialetto si chiama Cencio, ossia il drappo prezioso che è simbolo della vittoria e che, quest’anno, è stato firmato da Milo Manara.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Palio di Siena non è una competizione sportiva, ma un viaggio nell’anima di una città, un’anima antica che ancora pulsa e affascina invariabilmente. Ho letto spesso aspre critiche per il modo in cui si corre, per la salute dei fantini e quella dei cavalli, a volte compromessa. In realtà, il rapporto tra il fantino ed il cavallo è qualcosa di magico, di intimo, di solidale. Entrambi corrono, entrambi rischiano, entrambi si mettono in gioco. E i contradaioli non sono da meno. Il Palio va capito e vissuto. Si prega, si combatte, si ama, ci si danna. Bisognerebbe vederlo almeno una volta per capirlo veramente, bisognerebbe avere Siena nell’anima almeno un po’ per viverlo fino in fondo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Io, ad esempio, Siena nell’anima ce l’ho. Appartengo ad un ramo collaterale dei Buonsignori, nobili feudali del XIII secolo e banchieri della Gran Tavola. Una delle prime banche, che vantava papi e re come clienti e che subì un tracollo finanziario anche a causa della prepotente richiesta di un credito inesistente da parte di Filippo IV il Bello, il re che sterminò i Templari per non onorare l’ingente debito che aveva con loro. C’era poco da scherzare con lui. Dopo il fallimento della Gran Tavola e la cessione dei beni personali dei banchieri, tra i quali il bel palazzo nobiliare, alcuni dei Buonsignori si trasferirono a Roma ed altri in Sicilia. È decisamente lontano il mio legame con Siena, dunque, eppure ogni volta che ci torno, mi sento a casa. Nei secoli è caduta la “u” arcaica e toscana dal mio cognome, ma non il senso di appartenenza dalla mia anima.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Contradaioli si nasce, nel senso proprio del termine. Appartieni alla Contrada in cui hai emesso il primo vagito. In passato, dunque, poteva anche capitare che i membri di una stessa famiglia appartenessero a Contrade diverse, a seconda della casa in cui erano nati. Ma questo valeva nei tempi in cui si partoriva in casa. Il concetto si è fatto più elastico, oggi. Visto che i parti avvengono quasi tutti all’ospedale, si diventa contradaioli per influenza genitoriale o per appartenenza ad un luogo familiare. Sotto questo profilo, mi considero contradaiola anche io, sebbene il mio “luogo familiare” non appartenga, certo, a me o alla mia famiglia. Mi riferisco a palazzo Buonsignori, oggi pinacoteca pubblica. Si trova nella Nobile Contrada dell’Aquila ed è per l’Aquila, dunque, che parteggio, che mi emoziono, che mi altero e mi esalto. È all’Aquila che appartengo e ne vado orgogliosa. È una sensazione irrinunciabile. Forse dipende dal fatto che, a Siena, il tempo fluisce in molte direzioni e il passato è un eterno presente.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Anche il Palio è testimone della persistenza del tempo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Rispetto ad altri luoghi italiani, culle anch’essi di rievocazioni storiche, di competizioni antiche, a Siena non si assiste a un dramma, ma si entra in esso, si prende parte alla sua coralità e alla sua attualità. Per i senesi è un importante spaccato della propria vita e il turista lo percepisce, si mette quasi in disparte, capisce che non è uno spettacolo allestito per il suo piacere, capisce che, se lui non ci fosse, si correrebbe lo stesso, come accadde nel 1945, ad esempio, nel Palio cosiddetto della Pace, che, per un paradosso tutto toscano, fu teatro di una storica scazzottata fra i sostenitori della contrada favorita e quelli della contrada vincitrice. Il Palio è una realtà che non ha niente a che fare con il pubblico distratto, con i curiosi, con i meri spettatori; ha il suo pathos, la sua potenza, il suo grande impatto emotivo, psicologico, e persino politico.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, perché le Contrade hanno un loro governo e lavorano su alleanze e coalizioni. Benché l’art. 89 del Regolamento vieti </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«qualunque partito o accordo diretto a far vincere il Palio ad una piuttosto che a un’altra Contrada»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> nei mesi precedenti la carriera, si animano i più bizzarri giochi di potere, non ultima la richiesta di soldi ai contradaioli, utili per comprare favori di altre Contrade.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono 17 le Contrade. Anticamente erano di più. Le loro linee di confine e la loro organizzazione possono tuttora essere lette in un bando mediceo settecentesco emesso dalla governatrice Violante Beatrice di Baviera. Sarebbe interessante equiparare la prosa chiara ed esaustiva del bando con l’iperfabulatoria normativa contemporanea in tema di decentramento amministrativo. Le Contrade, infatti, hanno una loro autonomia. Vengono definite </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«organismi territoriali con personalità giuridica, con competenze amministrative e con capacità di possedere immobili e di regolare le norme di vita comune della popolazione compresa nei loro confini»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Alcune hanno patenti di nobiltà: L’Aquila, il Bruco, il Nicchio e l’Oca sono Nobili Contrade; la Civetta è la Contrada Priora, in quanto fu la prima in cui si radunarono i Priori; la Giraffa è la Contrada Imperiale, visto che vinse il Palio dell’Impero, quello etiope, si badi bene; l’Istrice è la Contrada Sovrana e l’Onda è la Contrada Capitana, per aver fornito, anticamente, i distaccamenti difensivi in maremma.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ciascuna Contrada ha la propria chiesa, un centro sociale, un museo in cui è racchiusa la sua storia e i suoi trofei. Accanto alla chiesa, la fontana in cui ogni nuovo contradaiolo viene battezzato. Sullo stendardo che la contraddistingue figura il simbolo araldico dal quale prende nome e che si ritrova anche su varie targhe affisse in città, a voler segnare le linee di confine. Il governo di ogni Contrada è affidato ad un Priore, a parte l’Oca che ha un Governatore e il Bruco che ha un Rettore. Poi esistono Seggi con funzioni ministeriali e parlamentari, eletti da una commissione elettorale scelta da tutti i contradaioli con diritto di voto. Il Capitano e due Tenenti, invece, sbrigano le faccende relative alla corsa.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le faccende relative alla corsa …</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È il momento in cui cresce la tensione, cresce l’ansia, cresce l’interesse di tutti. È un fuoco che si alimenta piano piano fino all’incendio del 2 luglio e del 16 agosto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non è una corsa facile. Solo le regole sono semplici e nessuna fa riferimento a vocaboli comunemente in uso. Il viaggio nel tempo deve essere assolutamente completo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I fantini, che, ricordiamolo, cavalcano a pelo, ossia senza sella né staffe, sono gli unici che guadagnano denaro. Per tutti gli altri, alla fine della corsa, c’è solo l’orgoglio.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’arbitro che dà inizio alla carriera è il mossiere e “mossa” è il via, ossia quando cade uno dei canapi, una delle grandi corde all’interno delle quali si trovano i cavalli.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono solo dieci, i partecipanti: sette partecipano per il solo fatto di non aver partecipato l’anno precedente e tre vengono sorteggiati tra chi rimane. Anche i cavalli vengono sorteggiati. Sono una ventina, inizialmente. All’esito delle corse di selezione restano quelli da assegnare per sorte alle Contrade partecipanti. Da quel momento, il cavallo diventa il membro più importante della Contrada, da accudire, proteggere, allenare nei giorni di prova, benedire in chiesa. C’è una forte sacralità, in questa manifestazione. La stessa sede delle Contrade è accanto alla cappella di appartenenza. &nbsp;A differenza del fantino, il cavallo non potrà essere sostituito in nessun caso.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Pochissime le donne chiamate a correre. La prima di cui si ha memoria è una pastora del 1581, tale Virginia, che corse per il Drago.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le dieci Contrade che si disputeranno il Palio, oggi, sono: Aquila, Pantera, Bruco, Torre, Oca, Onda, Drago, Istrice, Selva, Chiocciola.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tra di loro due coppie di storiche rivali: Aquila e Pantera, e Torre e Oca.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La Contrada che non vince da più tempo è soprannominata </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nonna</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Il pericolo della </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">cuffia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (il copricapo delle nonne, per l’appunto) è la cosa più temibile dopo il secondo posto, che implica aver sfiorato la vittoria senza aver vinto. Purtroppo per me è proprio l’Aquila, attualmente, la Contrada Nonna, visto che da 27 anni non vince un Palio.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La notte della vigilia, il Cencio viene benedetto e così fantini e cavalli. Siena si anima di preghiere e banchetti, di canti e di battaglie, a volte a suon di pugni, in attesa dei rintocchi della Torre Campanaria del Mangia, chiamata ad aprire ufficialmente il Palio. Segue il rullare dei tamburi, la sfilata dei rappresentanti delle Contrade, lo sventolio delle insegne, delle bandiere, l’esplosione dei colori. Poi, ecco un lungo istante in cui il fiato si sospende. Escono i cavalli. La </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">carriera</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> ha inizio.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono solo tre giri di Campo che, tuttavia, suscitano eccitazione e stupore, sorrisi e lacrime, entusiasmo, paura, delirio, facendo rivivere un passato radicato nel presente, perennemente vivo, perennemente attuale. Un odierno medioevo in cui tuffarsi senza paura di affogare.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A partire dalle 18.30 di oggi Rai 2 trasmetterà la diretta. Fremo al solo pensiero.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Che il Palio accompagni i nobili cuori di chi voglia immergersi con me in un’epoca lontana e sempre attuale, nel clima mutevole e immobile della splendida Siena.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="ff1">[InLibertà.it, 16.08.2019]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© Foto di Rebel1965 da Pixabay</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Per approfondire</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Duccio Balestracci</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Contradaioli si nasce</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in Medioevo, 1998, n. 7 (18), p. 72</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Giovanni Cecchini – Dario Neri</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Palio di Siena</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Electa, Milano, 1958</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Maria A. Ceppari Ridolfi – Marco Ciampolini – Patrizia Turrini</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’immagine del Palio. Storia, cultura e rappresentazione del rito di Siena</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Monte dei Paschi, Siena, 2001</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Alessandro Falassi – Giuliano Catoni</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Palio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Electa, Milano, 1982</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Maria Luisa Rizzatti</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il palio di Siena</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in Storia Illustrata, nov. 1961, 626</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 16 Aug 2019 08:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'estate nel cuore]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000098"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">È tempo di fare, di fare, di fare, di correre, di sorridere, di litigare, di sbattere porte, di viaggiare, di fare, di fare, di fare.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">È tempo di credere, di sognare, di amare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">È tempo di vivere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Che si perda nelle pieghe del nulla chi taglia le ali agli angeli e chi se ne infischia dei demoni; chi non corre sotto la pioggia, chi non si asciuga al sole, chi non parla alla luna, chi non si bacia con lo sguardo, chi non sa cosa sia la mancanza, chi non si ubriaca di vino, di whisky e di passione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">È arrivato il tempo delle vacanze.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Come formiche impazzite ci spostiamo da una parte all’altra girando il mondo. Bollini rossi, bollini neri. Non ci ferma niente. Corriamo incontro all’estate e alle emozioni che scalpitano nello scrigno di questa stagione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Mi viene in mente l’amore</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Per molti l’estate è un nuovo incontro. Per altri è un filo di pensiero che lega due cuori al senso di mancanza. Lontananza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Mi pensi? Ti penso. Mi manca il respiro, mi mancano le tue parole sulle mie labbra. Ti rapirò il cuore con il pensiero in attesa del ritorno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">In entrambi i casi </span><span class="cf1">si sogna ad occhi aperti</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">A volte capita che il più solerte spegnersi della luce pomeridiana verso il presagio di un buio che inargenta di luna le cime ispide di una montagna, o le acque increspate del mare, o quelle placide di un lago, o la campagna diventi simbolo di un nuovo sentire. </span><span class="cf1">È tutto amplificato quando si è in vacanza</span><span class="cf1">. Sembra una scia luminosa di nuove emozioni, girandole festose di sentimenti, sbalorditive ondate di attimi indimenticabili, ombre silenziose oltre ogni oblio, che corrono verso un ignoto destino di persistenza o di addio. </span><span class="cf1">Ce lo dirà l’autunno</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Vogliamo chiamarlo amore? Perché no? Un nome come un altro, per descrivere il turbamento, la dolce confusione, il palpitante desiderio, il pensiero insistente, l’attrazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Quell’improvvisa corrente di sensuali scompigli che, senza apparente ragione, non di rado investe i pensieri, trapassando i corpi con ignota e mirabile intensità, fa di due persone il simbolo di un qualcosa che ha a che fare con i sentimenti.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Designati a stringere tra le braccia un destino che sfugge alla loro stessa comprensione, essi vanno ad abitare un infinitesimo mondo dorato e si lasciano pervadere dal crepuscolo di fuoco di fronte al quale si ergono, in silente contemplazione, con i loro avidi pensieri, le loro bocche affamate di parole e le loro mani distanti e pur vicine, ouverture, forse, d’un futuro gesto d’intimità.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Chi non ha vissuto, almeno una volta, l’esaltante esperienza di guardare prima il tramonto e poi le stelle in compagnia di una persona speciale, perdendosi nel suo sguardo lusinghiero, orlato dalle lievi premesse di un tenero mistero? E chi, almeno una volta, non si è rifugiato da solo sul sentiero argenteo della luna a pensare a qualcuno lontano nello spazio del mondo ma non in quello del cuore? </span><em><span class="cf1">«Assenza più acuta presenza. Vago pensier di te, vaghi ricordi turbano l’ora calma e il dolce sole. Dolente il petto ti porta come una pietra leggera»</span></em><span class="cf1"> scrive </span><span class="cf1">Attilio Bertolucci</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">È dolce il ricordo capace di riempire gli spazi infiniti che si allungano sulla sera poco prima di dormire, quando un cuscino si fa persona e nei suoi occhi si sceglie di sognare; sì, è un ricordo capace di colmarci interamente così nei giorni di tensione, di solitudine, di malinconia, come in quelli di una nuova allegria, o, impudentemente, persino, tornati a casa, in quelli di lavoro, impegnativi, ruvidi, duri, faticosi, scabri, facendo esclamare a noi tutti, con </span><span class="cf1">Prévert</span><span class="cf1">, </span><em><span class="cf1">«amo più le tue labbra che i miei libri»</span></em><span class="cf1">!</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">L’estate della presenza e dell’assenza non è mai un’estate senza anima</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Sì, direi che possiamo chiamarlo amore o possiamo cercare, per esso, nuove parole, ma il senso non cambia. Che duri un’eternità, oppure un attimo, un giorno, una notte, il tempo dorato di una cena, di una sigaretta fumata sotto la luna, di un lungo raccontarsi, di un timido pensarsi, quando muove certi magnetismi, certe suggestioni e alimenta i ricordi, le più intriganti malie, le seduzioni, credetemi, è così che il cuore lo ricorda, lo reclama, lo impone a se stesso: </span><em><span class="cf1">«L’Amore dà un’impronta alla memoria»</span></em><span class="cf1"> scrive la </span><span class="cf1">Dickinson</span><span class="cf1">, mia grande fonte di ispirazione.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">A volte, dunque, l’estate serba, nei suoi profumi e nel suo calore, immagini d’una gioia fanciulla, di più intensi tramestii, poco importa se duraturi o fugaci. Ah, sapessi sciogliere con le parole il nodo di tali stupori predaci! Sì, li vergherei con raggi di sole sulle nuvole, sull’aria, sugli alberi, su ogni fiore. Invece temo di non saperli raccontare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Forse posso provare a dire cosa non sono.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Non sono</span><span class="cf1"> rapsodie impure di giorni che racchiudono una finzione, una sciocca imitazione di ciò che non si prova, il moto d’un cuore menzognero, o, forse, naufrago nel mare della paura di soffrire, di morire a causa del dardo di Cupido, come accade alla </span><span class="cf1">ninfa di Lemoyne</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Non sono</span><span class="cf1"> pensieri indifferenti a quello stare insieme che, a volte, si prolunga anche dopo essersi salutati e in breve si rende interprete di un supplemento di dolci pensieri celati in un messaggio di buonanotte, in un bacio lanciato nell’etere da un cellulare, o in un fiore mattutino, in un piccolo dono, una timida espressione per farsi ricordare.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Non sono </span><span class="cf1">desideri insensati, che nascono da quelle voci salmodianti intenzionate a condurre verso i fasti di una cattedrale qualunque amore, anche quello vacanziero, piccolo, infinitesimale, un feto di poche settimane ancora beatamente immerso nella sua cenestesi prenatale. </span><span class="cf1">Né sono</span><span class="cf1"> meri incontri di corpi affamati, di orgasmi privi di ogni sentimento, di piaceri mutilati, di godimenti divelti dall’emozione e cercati senza impegno al di là della bellezza, della sensibilità, al di là del vero piacere, tra selve di </span><em><span class="cf1">«cosce-vulcani sotto il ghiaccio delle vesti»</span></em><span class="cf1"> come scrive </span><span class="cf1">Majakovskij</span><span class="cf1">, di</span><em><span class="cf1"> «messi di seni mature già per il raccolto»</span></em><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Come un contrabbasso che accompagni, lieve, una melodia, irrompendo in essa con subite intrusioni piene di suoni profondi, di intima armonia, accade che l’estate porti con sé un inconsueto gareggiare con se stessi verso le vette del sentire, del sorridere, dell’arrossire, del posare i pensieri su qualcuno, anche quando è lontano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Sì, </span><span class="cf1">l’estate, come in un sogno shakespeariano, a volte è teatro d’un frizzante balletto silvestre</span><span class="cf1">, di una delicata commedia sentimentale e poco importa quanto sia destinata a durare. È vero: molti di questi amori svaniscono, ma, a dirla tutta, non è la loro sopravvivenza che li rende speciali, bensì l’averli vissuti, o l’averli sognati, desiderati, attesi, recando con sé ricordi duraturi chiusi nel cuore: </span><em><span class="cf1">«Allo stesso modo incantano, le parole d’amore, / quando l’albero del piacere è allo schianto: / un sorriso dolce cavano di languore, / tra l’oscurità del dolore e del pianto»</span></em><span class="cf1"> scrive </span><span class="cf1">Keats</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Buona estate e tanto amore a tutti.</span></div><div><b> </b></div><div><b><br></b></div><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div><span class="fs11lh1-5">[InLibertà.it, 03.09.2019]</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">© Foto di Charles Rondeau da Pixabay</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 03 Aug 2019 19:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA["Il Punto è nel Cuore"]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Maria_Grazia_Grilli"><![CDATA[Maria Grazia Grilli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000EF"><div>Nel 2019 ho scritto la prefazione ad un libro di poesie di
Maria Grazia Grilli. Eccone un breve stralcio:</div>

<div> </div>

<div><i>«Non è mai facile scrivere di poesia. La poesia è
un’entità fragile che deve essere lasciata all’arte dei poeti. Solo loro sanno
plasmare e dare vita alle parole in versi. Il fruitore del messaggio poetico
deve limitarsi a </i>sentire<i>, secondo me. Ogni tentativo critico non fa che
appiattire </i>la terra delle parole che risuonano<i>, come la definisco io. E
la terra piatta non piace a nessuno.</i></div>

<div><i>[…] Maria Grazia Grilli crea una poesia colloquiale,
comunicativa, autonoma nella forma e nel linguaggio; c’è un ardore cavalleresco,
in essa. L’anima è parcellizzata nei versi e vive senza strappi in un mondo di
contrari, dove anche le parole semplici, i neologismi, la dialettalità entrano
a comporre il puzzle della vita.</i></div>

<div><i>Parla di rabbia e di paura, ma anche di amore, di rinascita,
della fusione tra passato e presente che genera il futuro […]»</i></div>

<div> </div>

<div>È stato interessante e piacevole misurarmi con il suo modo
di fare poesia: il mondo delle parole è vasto più degli universi che le parole
stesse descrivono e muoversi in esso è sempre affascinante e istruttivo.</div>

<div>Buona lettura a tutti. Con gli occhi e con il cuore, mi
raccomando.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 01 Jul 2019 13:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Michele Placido. L'amore tra poesia e musica]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000007A"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Roma, 12 giugno – Il suo nome meritatamente figura tra i Soci Onorari del </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Circolo Canottieri Roma</span><span class="fs12lh1-5 cf1">, accanto a quello di </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Sean Connery</span><span class="fs12lh1-5 cf1">, di </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Nicola Pietrangeli</span><span class="fs12lh1-5 cf1">, di Uto Ughi e altre illustri personalità del mondo dello sport e della cultura. Lui è </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Michele Placido</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> e, in quel bel Circolo, alla presenza del Presidente </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Massimo Veneziano</span><span class="fs12lh1-5 cf1">, del Consigliere </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Edmondo Mingione</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> e di moltissimi Soci, ha dato vita ad </span><span class="fs12lh1-5 cf1">un’emozionante fantasia di poesie in musica</span><span class="fs12lh1-5 cf1">, affiancato dalla voce di </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Gianluigi Esposito</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> e dalla chitarra di </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Antonio Saturno</span><span class="fs12lh1-5 cf1">.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Tra il pubblico, anche </span><span class="cf1">Masolino D’Amico</span><span class="cf1">, un altro Socio del Circolo, rappresentante a tutto tondo del mondo dorato delle parole, del senso delle parole e dello spettacolo.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Accade frequentemente al Circolo Canottieri Roma di avere il privilegio di un angolo d’arte e di cultura per i Soci e i loro amici.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Ieri sera ho capito una cosa: </span><span class="cf1">il palcoscenico è una struttura importante ma non essenziale</span><span class="cf1">. In realtà, </span><span class="cf1">c’è palcoscenico ovunque ci si un artista in grado di far viaggiare il pubblico attraverso un testo, una poesia, una musica</span><span class="cf1">. L’arte ha ali grandi. E Michele Placido le sa usare. Vola alto. Bastano poche battute, quel suo divertente modo di mischiare vita e teatro.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Eccolo, dunque, padroneggiare la scena anche senza scena. Parla di sé, del suo amore per la poesia e per il teatro, un amore nato grazie ad </span><span class="cf1">un libro di tragedie greche della sorella</span><span class="cf1">. Parla della sua endemica distrazione, a scuola … un raggio di sole oltre il vetro della finestra, uno spiraglio di cielo … una distrazione che sarebbe meglio chiamare </span><span class="cf1">passione per la vita. La vita, spesso, è poesia</span><span class="cf1">. Parla del suo amore per Napoli: lui, foggiano di nascita, con un occhio sempre puntato al mondo partenopeo. Ed è proprio in quel mondo che incontra </span><span class="cf1">Antonio Saturlo</span><span class="cf1"> e </span><span class="cf1">Gianluigi Esposito</span><span class="cf1">, con i quali nasce una bella amicizia e un sodalizio artistico.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">In scena, dunque, entrano le parole dei poeti</span><span class="cf1">, attraverso la voce di Placido,</span><span class="cf1"> e le parole della canzone napoletana</span><span class="cf1">,</span><span class="cf1"> in un divertente botta-e-risposta</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Protagonista è l’amore e, sullo sfondo, ovviamente, c’è Napoli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Sono di </span><span class="cf1">Salvatore di Giacomo</span><span class="cf1"> la prima poesia e la prima canzone: </span><em><span class="cf1">Pianoforte ‘e notte</span></em><span class="cf1">, </span><span class="cf1">interpretata anche dal grande Eduardo</span><span class="cf1">, ed </span><em><span class="cf1">Era di Maggio</span></em><span class="cf1">. Una degna introduzione a questa </span><span class="cf1">osmosi tra versi e musica</span><span class="cf1">: </span><em><span class="cf1">«Nu pianefforte ‘e notte sona lontanamente e ‘a museca se sente pe ll’aria suspira’»</span></em><span class="cf1">. Al Canottieri Roma non accade nulla di diverso: </span><span class="cf1">la musica sospira, respira, parla per tutta la sera</span><span class="cf1">. Saturno ricama note sulla chitarra, Esposito, con la sua voce limpida e potente, regala spaccati di una Napoli che tutti conosciamo.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Il viaggio napoletano prosegue con </span><span class="cf1">una dedica a Massimo Troisi</span><span class="cf1">, artista straordinario, persona meravigliosa; </span><span class="cf1">maschera dell’uomo contemporaneo</span><span class="cf1">, con le sue fragilità, le sue fobie, il suo coraggio improvviso, la sua ironia. Ricordo quando venne a Roma per dare l’estremo saluto ad una cara amica comune, Anna Moretti. Affrontò il viaggio, ma poi non raggiunse la chiesa. Poche ore dopo se ne andò anche lui. E per tutti noi il lutto raddoppiò.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Troisi era un Pierrot con dentro il mare di Napoli reso diamantino dai raggi del sole</span><span class="cf1">. Simpatia e solitudine, risata e pianto, c’era tanta verità nel dualismo che lo avvolgeva, che avvolge ognuno di noi, a pensarci bene. Amava la poesia, in particolare </span><em><span class="cf1">Ho dormito con te tutta la notte</span></em><span class="cf1"> di </span><span class="cf1">Pablo Neruda</span><span class="cf1">, che esprime l’amore come incontro d’anime. È partendo dalle sue poesie che Troisi trasformò Neruda nel protagonista de </span><em><span class="cf1">Il Postino</span></em><span class="cf1">, dandogli la voce ed il corpo dell’immenso </span><span class="cf1">Philippe Noiret</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Michele Placido</span><span class="cf1">, quindi,</span><span class="cf1"> recita Neruda</span><span class="cf1"> come omaggio al grande Troisi.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>«<span class="cf1">In alto, come i rami che muove uno stesso vento, in basso come rosse radici che si toccano»</span></i><span class="cf1">. Sembrano solo parole, semplici parole, ma nella voce di Placido, nel suo mirabile viaggio sulle ali della tonalità e dell’espressione, prendono vita e diventano i vertiginosi salti del sogno descritto da Neruda. &nbsp;Emozione. La canzone con cui Esposito e Saturno “rispondono” a Neruda è </span><i><span class="cf1">O’ Marinariello</span></i><span class="cf1">: </span><i><span class="cf1">«Vicino ‘o mare facimmo ‘ammore, a core a core»</span></i><span class="cf1">. Cantiamo tutti, lo confesso.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">L’amore non è solo vaghezza e passione, però.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Natale Polti, poeta romanesco dell’Ottocento, scrisse </span><i><span class="cf1">L’uccelletto in chiesa</span></i><span class="cf1">, poesia ironica e piccante, spesso attribuita a Trilussa. Con i suoi versi l’amore diventa irriverente: un parroco maldestro, senza volere, attiva una serie di fraintendimenti. La risposta musicale napoletana può essere solo una: </span><i><span class="cf1">La pansé</span></i><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Ma c’è dell’altro, in questa parola desiderata, sospirata, usata ed abusata, mai dimenticata.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Amore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">È amore anche la carnalità dei sapori, la vita da mordere. Si dice che la via per il cuore di un uomo passi per lo stomaco. Secondo Guido Gozzano anche il cuore delle donne si trova in fondo a quella stessa strada. L’amore per il cibo. Ah, quanto lo capisco! Ne </span><i><span class="cf1">Le golose</span></i><span class="cf1"> Gozzano racconta, con la sua bella musicalità crepuscolare, l’amore delle donne per le paste, il loro tornare bambine nelle confetterie, e il fascino che in tal modo trasmettono; vorrebbe baciarle, il poeta, le bocche di quelle eterne bambine golose. In questa poesia le donne amano i dolci e Gozzano ama le donne che amano i dolci: forse l’amor che nullo amato amar perdona, passa anche attraverso la crema e il cioccolato. Ma cosa sarebbero le paste senza una </span><i><span class="cf1">Tazza ‘e cafè</span></i><span class="cf1">? Uno dei cavalli di battaglia di Roberto Murolo, torna a vivere con Esposito e Saturlo nel coro di tutto il pubblico.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">E l’amore torna ancora una volta a prendersi lo spazio, prepotentemente, a far battere il cuore. A volte è eterno; a volte è un incontro d’anime. Lo so bene: sono cresciuta accanto a due anime che si sono amate senza respiro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Ebbene, Eugenio Montale e sua moglie Drusilla Tanzi hanno condiviso un sentimento intenso e meraviglioso, che il poeta ha descritto nei suoi versi. </span><i><span class="cf1">«Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale»</span></i><span class="cf1">. Inizia così la quinta poesia della sezione </span><i><span class="cf1">Xenia II</span></i><span class="cf1"> della raccolta </span><i><span class="cf1">Satura</span></i><span class="cf1">. In questa poesia, Montale non pronuncia mai la parola amore, come osserva Michele Placido, ma non c’è sillaba che non trasudi quel sentimento.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Anni or sono, la sentì recitata dal suo maestro, Vittorio Gassman, che la dedicò alla madre, una dedica che fa propria. È la poesia della vita, quella dei passi malfermi di due anziani, degli occhi offuscati dalla cataratta, del tenersi saldi con le anime intrecciate. C’è tutto questo nella voce di Placido, nelle sue pause profonde, negli accenti, nella morbidezza delle parole pronunciate piano, in una piega di malinconia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Ed è amore che non finisce anche quello raccontato in musica con </span><i><span class="cf1">Reginella</span></i><span class="cf1">: i protagonisti di questa canzone si sono voluti bene, si sono lasciati, ma, poi, c’è un pensiero distratto che sfugge. Difficile fermare i pensieri distratti …</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">I pensieri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Nei pensieri si addensa il mondo del possibile e dell’impossibile. Anche il cuore pensa. Sicuramente pensava quello di Gabriele D’Annunzio quando animò il suo gioco di seduzione in una pineta, sotto la pioggia. Credo che ogni donna che abbia familiarità con la poesia dannunziana non possa non pensare alle tamerici salmastre, quando piove, e sognare di trovarsi accanto ad un uomo che sia in grado di dirigere l’orchestra della natura per sedurla. Sembra di sentire anche il profumo della terra bagnata, mentre Michele Placido recita </span><i><span class="cf1">La pioggia nel pineto</span></i><span class="cf1">; sembra di vedere le foglie muoversi sotto il ticchettio delle gocce che creano una sinfonia e rivelano i pensieri d’amore. È un crescendo costante: ritmo, passione, voluttà. La voce di Placido genera un’emozione indescrivibile.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Interpretazione perfetta. Meritata la standing ovation.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">D’Annunzio porta Michele Placido verso un ricordo personale: fu un altro suo grande maestro, Giorgio Albertazzi, a condurlo al Vate. Lui pronuncia quel nome e il pensiero di Albertazzi cattura tutti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Chi, come me, ha avuto il privilegio di applaudire i grandi attori di prosa del passato, ha sempre una punta di dolore nel pensare che l’eterno Albertazzi non stia più calcando le scene. Il palcoscenico era la sua vita. Me lo disse lui stesso, dopo un meraviglioso </span><i><span class="cf1">Mercante di Venezia</span></i><span class="cf1"> messo in scena al teatro Ghione di Roma, l’anno prima di morire.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Michele Placido fa il suo nome con voce emozionata e annuncia che ad Albertazzi dedicherà il suo prossimo appuntamento con il teatro: </span><i><span class="cf1">Le memorie di Adriano</span></i><span class="cf1"> della Yourcenar. Non vedo l’ora di andarlo ad applaudire.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Siamo giunti al termine della serata, purtroppo. Quando ci si nutre d’arte, il tempo dovrebbe fermarsi, ma è dispettoso, irriverente e non la fa mai.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="cf1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="cf1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 13.06.2019]</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 13 Jun 2019 09:51:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[14. Un monologo al cardiopalmo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000079"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Scritto e diretto da </span><span class="cf1">Paolo Vanacore</span><span class="cf1">, interpretato da una strepitosa </span><span class="cf1">Carmen Di Marzo</span><span class="cf1">, </span><span class="cf1">“14”</span><span class="cf1"> è un monologo non facile: intenso, sconcertante, carico di </span><span class="cf1">una violenza che si trasforma in tragedia interiore</span><span class="cf1">, in </span><span class="cf1">dolore e</span><span class="cf1"> </span><span class="cf1">contro-dolore</span><span class="cf1">, poiché parla di una sofferenza che tocca, sebbene in modo diverso, sia vittime che carnefice.</span></span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">L’arte del monologo non è facile: privilegia una </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">dimensione intima della narrazione</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">, che parte dalla storia per raggiungere lidi onirici e psicologici. Il monologo presuppone sempre, in scena, un </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">invisibile specchio infranto</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">, sul quale il protagonista può moltiplicare se stesso in una dimensione quasi medianica.</span><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">La protagonista di questa pièce è </span><span class="cf1">Giovanna Denne</span><span class="cf1">, una serial killer che si racconta dalla prigione, in una costante fusione tra passato e presente, tra delirio e lucida follia, tra sogno e realtà. Gli spazi scenici sono suddivisi e intrecciati allo stesso tempo, quasi come </span><span class="cf1">campi ipnotici</span><span class="cf1">: il </span><span class="cf1">tempo presente</span><span class="cf1">, dove Giovanna si racconta; l’</span><span class="cf1">angolo del flashback</span><span class="cf1">, dove prende vita la genesi dell’istinto omicida; la </span><span class="cf1">stanza dei colloqui psichiatrici</span><span class="cf1">, dove Giovanna passa costantemente dalla manipolazione alla ragionevolezza, consapevole di non poter perdere quell’unico aggancio con una realtà esterna al suo ormai definitivo, triste oblio carcerario; la </span><span class="cf1">cella</span><span class="cf1">, dove la solitudine la aggredisce fino a farle desiderare la morte; il </span><span class="cf1">sogno</span><span class="cf1">, dove rivive follia, eccitazione, dramma …</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">«D-E-ENNE-ENNE-E».</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Scandisce il proprio nome con cura, quando si presenta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">È un personaggio che </span><span class="cf1">focalizza la propria attenzione esclusivamente su se stesso e sull’impatto mediatico dei propri crimini</span><span class="cf1">. Esibisce come un vanto l’</span><span class="cf1">aggressività predatoria</span><span class="cf1"> tipica della sua </span><span class="cf1">perversione narcisistica</span><span class="cf1">, della sua </span><span class="cf1">psicopatia</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Si tratta di </span><span class="cf1">una donna affascinante e crudele</span><span class="cf1">. Si prende il sesso dagli uomini come, solitamente, fanno gli uomini violenti con le donne. Dalle percosse passa al desiderio di veder scorrere il sangue; e da lì scende rapidamente verso l’omicidio.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">È una storia attinta dalla realtà</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Nel </span><span class="cf1">2013</span><span class="cf1">, in Inghilterra, viene arrestata la serial killer </span><span class="cf1">Joanna Dennehy</span><span class="cf1">: nell’arco di 14 giorni aveva ucciso tre uomini, e ne aveva feriti altri in una furiosa sete di sangue. Ora sta scontando l’ergastolo.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Tra gli elementi probatori in mano agli inquirenti anche un suo selfie postato sui social media subito dopo uno degli omicidi, mentre brandisce il coltello ancora insanguinato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">La sua </span><span class="cf1">esaltazione narcisistica totalmente amorale </span><span class="cf1">le fa ignorare le più elementari regole di autoprotezione: il rischio di essere catturata e condannata, postando una foto del genere, è niente rispetto al desiderio di apparire, di avere followers, di diventare famosa.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Carmen Di Marzo ha affrontato </span><span class="cf1">una prova attoriale davvero impegnativa</span><span class="cf1"> e lo ha fatto al meglio, sia attraverso la</span><span class="cf1"> comunicazione verbale</span><span class="cf1">, sia attraverso la </span><span class="cf1">mimica</span><span class="cf1">. Le parole sono sottolineate da una lieve balbuzie, da movimenti frenetici delle mani, da tic nervosi, da sguardi a volte sfuggenti e altre volte diretti e indagatori. L’esperienza artistica di Carmen Di Marzo emerge tutta, in questo contesto. È un’esperienza che tocca diversi campi. In primo luogo, il</span><span class="cf1"> teatro</span><span class="cf1">. Ha recitato in produzioni importanti, come il </span><em><span class="cf1">Berretto a Sonagli</span></em><span class="cf1"> di Pirandello, con </span><span class="cf1">Gianfranco Jannuzzo</span><span class="cf1"> per la regia di </span><span class="cf1">Francesco Bellomo</span><span class="cf1">, opera che riprenderà in autunno al Manzoni di Milano. Dal teatro di livello arriva la sua padronanza scenica, la sua sorprendente capacità di immedesimazione. In secondo luogo, la </span><span class="cf1">televisione </span><span class="cf1">e il </span><span class="cf1">cinema</span><span class="cf1">. Basti citare il recente film </span><em><span class="cf1">Arrivano i Prof</span></em><span class="cf1">, che la vede accanto a </span><span class="cf1">Claudio Bisio</span><span class="cf1">. Del cinema si porta dietro la capacità di rendere quasi visibile la telecamera che intervista Giovanna Denne. Infine, la </span><span class="cf1">danza</span><span class="cf1">, disciplina che ha praticato e pratica da molti anni e che le ha donato un’attenzione particolare al linguaggio del corpo.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Questo monologo è una ricerca di </span><span class="cf1">sensazioni annerite dal Male</span><span class="cf1">, uno </span><span class="cf1">stato d’animo sceneggiato</span><span class="cf1">, che, a tratti, richiama il dramma futurista, ma con una sviluppata capacità di comunicazione. </span><span class="cf1">Una comunicazione a tutto tondo</span><span class="cf1">. Accanto all’interpretazione di Carmen Di Marzo, infatti, hanno un ruolo essenziale la</span><span class="cf1"> forza della parola di Paolo Vanacore</span><span class="cf1">, incisiva e, al contempo, musicale, dotata di un ritmo incalzante, e la</span><span class="cf1"> musica di Alessandro Panatteri</span><span class="cf1">, grande musicista dai trascorsi teatrali illustri. Per questa pièce il maestro Panatteri ha creato </span><span class="cf1">quattordici inserti musicali</span><span class="cf1"> che parlano quanto la protagonista, sia con le gocce di sangue che sottolineano gli omicidi, quattordici anch’esse, sia con </span><span class="cf1">la melodia</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1"> </span><i><span class="cf1">14</span></i><span class="cf1"> è un testo interessante non solo sotto il profilo puramente artistico, ma anche</span><span class="cf1"> criminologico </span><span class="cf1">e </span><span class="cf1">storico-criminale</span><span class="cf1"> Sinceramente, suggerirei a tutti gli avvocati, soprattutto penalisti, di andarlo a vedere. Quale componente della </span><span class="cf1">Commissione Cultura del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati</span><span class="cf1">, ho proposto una serata per gli iscritti, poiché trovo davvero stimolante il meta-teatro, ossia il teatro che va oltre il puro messaggio artistico.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">La nostra è un’epoca in cui sembra andare tristemente di moda il cosiddetto </span><em><span class="cf1">femminicidio</span></em><span class="cf1">, in cui sembra dilagare l’</span><span class="cf1">amoralità</span><span class="cf1">, alimentata anche dalla fama che si vuole conquistare sui social media. Portare in scena una donna assassina potrebbe sembrare una provocatoria inversione di marcia, ma non è così.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">La Giovanna Denne di Vanacore è una donna </span><span class="cf1">con un lato maschile molto sviluppato</span><span class="cf1"> e, quando uccide, si trasforma in vittima e carnefice al contempo. È come se in lei convivessero due persone: un uomo e una donna. La violenza maschile rende vittima la sua parte femminile.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Una frase mi ha colpito particolarmente. Vado a memoria, mi perdonerà l’autore: </span><i><span class="cf1">«non sopporto le donne, sono piagnucolose, deboli; da morte, però, mi fanno pena»</span></i><span class="cf1">. In questa frase c’è tutto il</span><span class="cf1"> dualismo del personaggio</span><span class="cf1">, il </span><span class="cf1">dramma del doppio</span><span class="cf1">, perfettamente rappresentato anche dalla foto della locandina, dove la Di Marzo è donna e uomo al contempo, e dalla scritta sulla sua maglietta </span><em><span class="cf1">“(wo)man”</span></em><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Difficile essere sintetici nel recensire </span><i><span class="cf1">14</span></i><span class="cf1">. È un’opera che parla il linguaggio della violenza, ma anche della psicologia, della vittimologia, e della realtà. Soprattutto, è un’opera che parla il linguaggio dell’arte a cinque stelle: drammaturgia, interpretazione, musica. A volerla racchiudere in una frase, potrei solo dire: </span><span class="cf1">va assolutamente vista</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="cf1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="cf1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 28.05.2019]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 24 May 2019 09:49:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il viaggio nel tempo di Rosy D'Altavilla]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000078"><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">A volte penso all’uomo come ad un viandante su strade che corrono lungo la spirale infinita dell’universo. Un continuo nascere, morire e rinascere; una costante trasmigrazione d’anime, con le loro energie; un’eterna trasformazione di queste energie, per dirla con Lavoisier.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Non basta dire “mondo” per indicare la dimensione in cui viviamo. I mondi sono tanti. C’è quello dell’anziano, fatto essenzialmente di ricordi filtrati dalla saggezza e dagli occhi umidi e malinconici della vecchiaia; c’è quello dell’adulto, perso in un sistema di certezze fragili ma vivide, che celano sotto la volta gigantesca della “follia” tutto ciò che non si può spiegare; c’è quello del ragazzo, che ha lo sguardo della speranza e fagocita colori, odori, suoni, sentimenti; e c’è il mondo del neonato, che ha forma di mammella e sapore di latte, ma che affonda le radici in un pleroma intrauterino che possiede il gene di ciò che è stato e di ciò che sarà, della memoria dell’anima, memoria millenaria. Come faremmo e, soprattutto, cosa saremmo se ricordassimo tutto?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Ebbene, ieri sera ho avuto modo di pormi ancora questa domanda, in modo estremamente piacevole. Sono andata al Barnum della Garbatella a vedere uno spettacolo teatrale contemporaneo, </span><i><span class="cf1">Rosy d’Altavilla. L’amore oltre il tempo</span></i><span class="cf1">, scritto e diretto da Paolo Vanacore e magistralmente interpretato da Carmen di Marzo, che padroneggia la difficile arte del monologo con fluidità e versatilità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">È un vulcano, Carmen. L’ho intervistata qualche mese fa, in occasione della sua interpretazione della Saracena ne </span><i><span class="cf1">Il</span></i><span class="cf1"> </span><i><span class="cf1">Berretto a Sonagli</span></i><span class="cf1">, diretto da Francesco Bellomo, con un protagonista d’eccezione come il grande Gianfranco Jannuzzo. Teatro, cinema, televisione, prosa, ballo, canto: Carmen è un’artista davvero completa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">In questa pièce interpreta una donna molto intensa, tale Rosetta, di modeste origini, bidella in una scuola napoletana, fondamentalmente sola. Ha visto crescere la maggior parte degli studenti e li chiama per nome, dispensa consigli. Giannino è uno di loro e rappresenta un invisibile interlocutore in tre fondamentali momenti, che scandiscono l’inizio e la fine della storia di Rosy, e le incoerenze che vi si insinuano … </span><i><span class="cf1">«non credere a quello che ti ho detto» </span></i><span class="cf1">….</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Dalle parole di Rosetta capiamo che Giannino è innamorato di Tina, studentessa di un anno più grande, fidanzata con un suo compagno di classe. I due hanno un flirt di nascosto e, in un primo tempo, Rosetta consiglia a Giannino di portare quella storia alla luce del sole. C’è un altro? Non importa. Giannino deve avere coraggio, perché l’amore è sempre coraggioso, altrimenti non è amore. Mi tornano alla mente le considerazioni sociologiche di Goffman sulla predominanza del comportamento rispetto al sentimento: due persone possono amarsi con grande intensità, ma se non riescono a comportarsi adeguatamente, se, a fatti, a parole, non riescono ad esprimere quel sentimento, rischiano di perderlo, perché l’altro non capirà le intenzioni e volgerà l’attenzione altrove.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Rosetta ne sa qualcosa. Nella sua solitudine, infatti, è in compagnia di molte persone, in realtà: tutti coloro che hanno corredato la sua vita precedente, di cui lei serba un preciso, dettagliato ricordo, al punto da amare ancora, perdutamente, Alfonso, l’uomo che le rapì il cuore cent’anni prima.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Ed ecco che Rosetta si trasforma in Rosy d’Altavilla, celebre diva dei cafè chantant, la donna che era nella sua vita precedente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Narra la sua storia. Lo fa parlando, ma anche cantando bellissime canzoni napoletane d’epoca che entrano nella trama, spiegano, raccontano. Il monologo diventa quasi un musical. La canzone napoletana ha una peculiarità: si canta, sì, ma soprattutto si recita, si sente, si vive nel profondo. Carmen di Marzo è bravissima nel rendere tutte queste sfumature della musicalità partenopea. Mentre canta piange, ride, ricorda, si commuove … Ci sono stati momenti in cui ho volutamente abbassato lo sguardo sul palcoscenico, abbandonando l’immagine in modo da sentire nel profondo il recitato in musica. Eccezionale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Il racconto parte da quando era bambina in un’umile famiglia. La sua bambola era uno strofinaccio sul quale aveva incollato occhi, naso e bocca di carta. Ebbene, Carmen di Marzo fa davvero parlare, quello strofinaccio; lo muove al ritmo delle sue parole, un ritmo che non ha a che fare solo con la scansione del tempo, ma con l’intensità. Mi ha fatto pensare al Fred Astaire di un vecchio filmato, quando balla con una scopa e riesce a farla volteggiare, leggiadra, come se fosse una danzatrice esperta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">La trama s’infittisce. Si arriva presto all’amore con Alfonso, alla guerra, alla separazione, alla vita che prosegue, ai ricordi, ai pentimenti, al desiderio mai sopito … </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">L’intensità interpretativa di Carmen di Marzo commuove; l’attenzione con cui cura il linguaggio del corpo è davvero notevole. Nulla è lasciato al caso. Dal piede leso e trascinato di Rosetta, alle mani dapprima timide e poi vogliose di applausi di Rosy.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Il tema del doppio, poi, è da brivido. È come se Rosetta, attraverso i suoi ricordi, si guardasse allo specchio e vedesse Rosy. Questo specchio immaginario, fatto di rimembranze, è una porta che dà accesso a un’altra dimensione. Lo specchio, però, ha un retro, una superficie non riflettente che non fa parte della dimensione in cui vive il riflesso, ma dell’altra; in qualche modo congiunge le due dimensioni. Rosetta e Rosy, dunque, potrebbero appartenere a un’unica realtà ed è un dubbio che permane e commuove.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Dietro questa pièce c’è un lavoro di ricerca sulla canzone napoletana davvero notevole e c’è un grande potenziale narrativo: è come se la storia di Rosy contenesse tanti semi, uno diverso dall’altro a seconda della persona che la sente narrare. Si comprende, dunque, il perché Giuseppe Bellone della Lilit Books abbia voluto pubblicare un breve romanzo tratto da questa storia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Carmen di Marzo sarà presto impegnata in un’altra pièce, </span><i><span class="cf1">14</span></i><span class="cf1">, che racconterà la storia di un’assassina seriale. Attendo con ansia la sua nuova performance, ovviamente, ma spero anche che riprenda presto Rosy d’Altavilla, perché questa donna innamorata e infelice, saggia e perduta merita ancora molti applausi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 24.02.2019]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 10:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Massimo De Francovich e Maximilian Nisi. Il nostro Mr Green]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005F"><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">7 febbraio. Teatro Comunale di Vicenza. È in scena </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">Mr Green</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> di Jeff Baron, regia di Piergiorgio Piccoli e musiche di Stefano De Meo, con Massimo De Francovich nel ruolo del titolo e Maximilian Nisi nel ruolo di Ross Gardiner.</span><br></div><div class="imTAJustify">Il teatro, per me, è una personale ricerca del Graal e testi come <i>Mr Green</i> di Jeff Baron facilitano il viaggio, perché sono ricchi di indizi da scoprire, di tasselli conoscitivi non tanto di un fatto rappresentato, di una storia, ma del mondo sotterraneo che la storia nasconde.</div><div class="imTAJustify">Ricordo il caldo giorno della scorsa estate in cui mi giunse un pacchetto postale dagli Stati Uniti: avevo ordinato il testo di Jeff Baron ed era finalmente arrivato. Lo aprii con cura e, per qualche istante, tenni tra le mani il libricino verde che conteneva, quasi a dargli il benvenuto nella mia libreria. Lo faccio spesso, soprattutto con i testi teatrali, che, oltre alla storia narrata, contengono il seme delle anime che la rappresenteranno.</div><div class="imTAJustify">È un testo molto bello. Poco meno di un’ora dopo l’avevo letto e avevo gli occhi lucidi per l’emozione.</div><div class="imTAJustify">La scena è una, la casa di Mr Green, allestita in perfetta sintonia con la sua personalità, con la sua storia; il passaggio del tempo è scandito dalle battute e dal cambio degli abiti; i protagonisti sono due: un uomo giovane, Ross Gardiner, e un uomo anziano, Mr Green. Quest’ultimo rimane coinvolto in un incidente stradale provocato da Gardiner, il quale viene obbligato dal giudice a trascorrere un giorno a settimana con Mr Green, assicurandosi che stia bene e sollevandolo dagli impegni più gravosi. L’iniziale forzatura a stare vicini si trasforma via via in un’amicizia. Le loro storie si srotolano lentamente nel dialogo, passando dal serio al faceto, e arrivano a toccare corde molto personali, che, tuttavia, risuonano in gran parte del pubblico: rapporto con la religione, con la famiglia, con l’amore, con l’amicizia, con il tempo che impone mutamenti, con se stessi.</div><div class="imTAJustify">Il mondo teatrale è eterno, del resto; la compressione estrema del tempo, sul palcoscenico, universalizza il messaggio emotivo, lo rende simbolo di molte realtà simili, di simili sentimenti. Mr Green è un’icona dell’uomo contemporaneo, un uomo anziano, sospeso tra una società che corre e una vita che marcia ai ritmi delle proprie tradizioni. La sensazione che si ricava già solo guardando la sua casa è quella di un uomo che vive nell’assenza, in un cimitero degli elefanti dove gli unici segni vitali sono dati dai ricordi. Ed è proprio con i ricordi che la scenografia verbale e mimica subentra a vivacizzare i fatti, conducendo il pubblico nei meandri delle vite dei protagonisti.</div><div class="imTAJustify">Mr Green mi ricorda alcuni personaggi di Neil Simon. Inserito in una società cui appartiene, nel bene e nel male, non riesce a liberarsi del bagaglio delle proprie esperienze, delle convinzioni, dei sentimenti, dei principi che rappresentano i mattoni della sua vita e che, con il passare degli anni, si fanno sempre più resistenti, come se l’avanzare dell’età comportasse la sclerosi dei pensieri, oltre che delle arterie.</div><div class="imTAJustify">Il suo carattere, in qualche modo, emerge già dal fatto che non ha un nome, un po’ come il Ciampa di Pirandello. Conosciamo il nome della moglie, Esther, della figlia, Rachele, della madre e della nipote, Hannah, ma lui è solo Mr Green, è un cognome, il suo e quello di suo padre, cosa che implica l’uniformarsi alla tradizione, il perpetuarsi della famiglia, il camminare nelle orme di un dover essere più che di un voler essere.</div><div class="imTAJustify">Pongo a Massimo de Francovich una domanda non già sul suo personaggio, ma su ciò che rappresenta, sul simbolo che racchiude.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i> </i></div><div class="imTAJustify"><b><i>Ritmo del vivere sociale, ritmo del vivere interiore: dove si trova la saggezza?</i></b><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Massimo De Francovich - </b><i>All’età di Mr Green la saggezza si trova solo nel vivere interiore, ma è una conquista molto difficile e aspra e questo vale per tutti e a tutte le età. Andare d’accordo con il vero se stesso, situato nel rapporto con il prossimo: ecco la saggezza.</i></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Anche Ross è un personaggio iconico dell’uomo contemporaneo. A differenza di Mr Green, però, è giovane. Una differenza non da poco. È ancorato ai doveri sociali, rallentato dalla grettezza che incontra, ma riesce comunque a seguire il mutamento, l’evoluzione del sé; affronta i fantasmi annidati nell’anima liberandosi dall’impalcatura ideologica che lo ingabbia.</div><div class="imTAJustify">Mr Green e Ross hanno bisogno l’uno dell’altro, in qualche modo.</div><div class="imTAJustify">Vivono a stretto contatto con i propri segreti, con una perenne istanza di fuga, che in Mr Green si esprime attraverso il rancore e l’isolamento. Insieme riescono a mettersi in discussione, a recuperarsi, a scarabocchiare sul foglio della vita istanze e preghiere, il credere nei valori custoditi oltre il velo delle convenzioni. Il loro dialogo è una sorta di officina teorica con un unico vasto argomento, la vita, ed è caratterizzato da violenze verbali e alternanze dialogiche che creano ispirazioni sotterranee.</div><div class="imTAJustify">In tutto questo marciano sulla via dell’amicizia. La più improbabile. Accade spesso, del resto: commettiamo l’errore di pensare che l’amicizia, come l’amore, non attecchisca dove sorgono differenze. È vero il contrario. Qui si incontrano vecchiaia e giovinezza, tradizione e innovazione, differenti realtà che si contemperano, si completano, due distinte personalità che arrivano a comprendersi parlando lingue diverse.</div><div class="imTAJustify">L’invidiosa vecchiaia di Ovidio non trova spazio; è cancellata dall’intelligenza e dal cuore. Sia Mr Green, sia Ross ne sono dotati in abbondanza.</div><div class="imTAJustify">Il cuore, però, è spesso assassino. Pensiamo agli affetti familiari dipinti da Eugene O’Neil e Sam Shepard, dove si fa strumento di conflitti e recriminazioni. Ross, vampirizzato dagli schemi sociali imposti dal padre, è costretto a nascondere una parte di sé. Nel mancato dialogo con il padre, così come nel dialogo errato con il resto della famiglia, si addensa il grumo palpabile di acrimonia e di tristezza, che impedisce il fluire degli affetti. La madre piange invece di parlare, il padre si chiude ad ogni forma di comunicazione, se non allo scherno.</div><div class="imTAJustify">Ogni contatto tra due esseri umani presuppone due teste, due cuori, due paure e due coraggi. Per capire l’altro bisogna capire se stessi: l’altro diventa uno specchio in cui scrutarsi. Fuori da questo sistema relazionale si è soli. Soli anche in mezzo a tanta gente; soli anche vicino ai figli, ai genitori, agli amici. A volte è difficile parlare di sé. Mi torna in mente il film <i>I Segreti di Brokeback Mountain</i> di Ange Lee, con Heath Ledger e Jake Gyllenhaal. Il silenzio che avvolge il personaggio di Heath crea un muro con il resto del mondo. Quando finalmente trova una persona con cui parlare, le emozioni fluiscono in modo spontaneo e travolgente e, in una notte, parla più di quanto abbia parlato negli ultimi anni.</div><div class="imTAJustify">Il teatro ha spesso affrontato il tema del silenzio forzato, della mancata accettazione sociale e familiare dell’individuo, inteso come complesso di ragione e sentimento, fino al dramma estremo. Pensiamo al Miller di <i>Uno sguardo dal ponte</i>, al Williams di <i>Improvvisamente l’estate scorsa.</i> Nel testo di Baron, al contrario dei drammi novecenteschi è tutto estremamente naturale, anche se fondamentalmente doloroso.</div><div class="imTAJustify">Il messaggio finale che se ne trae è profondo e confortante: i sentimenti non hanno sesso, non hanno etichette, non hanno stereotipi cui uniformarsi. Sono sentimenti e null’altro. L’uomo comunica, conosce e si fa conoscere.</div><div class="imTAJustify">Maximilian Nisi è capace di raggiungere livelli davvero alti di interpretazione. Quando la sua voce si rompe e le lacrime sottolineano il dramma che il suo personaggio vive, in sala succede la stessa cosa: Nisi riesce ad entrare nell’anima dello spettatore. Benché affetto da una bruttissima influenza, attraverso la grande professionalità che lo contraddistingue è riuscito a chiedere al suo fisico l’impossibile e il pubblico ha avuto un Ross Gardiner eccezionale. </div><div class="imTAJustify">Del pari sublime è Massimo De Francovich, attore che non ha bisogno di presentazioni. Egli rappresenta con vigore ed intensità tutte le variegate emozioni che caratterizzano il suo personaggio.</div><div class="imTAJustify">Il risultato è un’esplosione di sentimenti e risentimenti, di approfondimenti psicologici, di grandi e piccole verità.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i> </i></div><div class="imTAJustify"><b><i>Maximilian Nisi, Ross è un uomo libero?</i></b><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Maximilian Nisi - </b><i>Ross, con grande fatica e dopo periodi di crisi profonda, ha finalmente acquisito il coraggio delle proprie idee. È ora libero dai propri incubi e non serba più paura, in profondità; non teme più le conseguenze o i rischi di ciò che in cuor suo sente. Desidera esprimere il suo pensiero in libertà. Tuttavia, subisce ancora violentemente il condizionamento di chi gli vive accanto, della sua famiglia, da cui si sente rifiutato e dalla quale pretende comprensione e incondizionato amore. In conclusione, direi di no: Ross non è un uomo libero, o, meglio, non completamente. È un uomo libero dentro ma non fuori. Rousseau diceva che la libertà non consiste tanto nel fare la propria volontà, quanto nel non essere sottomessi a quella di altri. Condivido pienamente.</i></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Il dialogo di questa pièce è meraviglioso. Michela Zaccaria l’ha tradotto con piglio di donna di teatro, conservando la bella musicalità del testo originale. </div><div class="imTAJustify">Jeff Baron, nelle note d’autore, ha sottolineato il suo desiderio di costruire un dialogo realistico, come tale in perfetto equilibrio tra gioia e dolore, tra risata e lacrima. La realtà è sempre una fusione di emozioni, del resto. Tuttavia, leggendo il testo e assistendo alla magnifica rappresentazione di De Francovich e Nisi, ritengo che il desiderio di Baron non debba intendersi in senso assoluto. Un dialogo totalmente realista dovrebbe contenere le pause, le ripetizioni, le sovrapposizioni, i cambi di argomento tipici del parlare quotidiano, cosa che renderebbe il dialogo poco scenico. È lo stesso Baron, dunque, che conferisce teatralità al dialogo, realizzandolo con battute semplici ma ben costruite, capaci di entrare a fondo in chi le ascolta; battute prive degli eccessi d’enfasi tipici del teatro tradizionale. In <i>Mr Green</i> prevale una doppia faccia del sentire: non c’è puro dramma, né assoluta leggerezza. Come nella vita, quella vera, è un’opera che marcia in bilico tra serietà e facezia, alternando spunti di riflessione e di dramma a momenti farseschi, ma lo fa con la metrica, conferendo alle parole un ritmo che il pubblico segue e dal quale si fa piacevolmente catturare. La bravura degli attori, in un simile contesto, è essenziale e la coppia De Francovich – Nisi non delude le aspettative. Il loro scambio dialettico segue un invisibile metronomo drammaturgico. La loro interpretazione cattura il pubblico con un ritmo che tiene sempre altissima la soglia dell’attenzione, non consentendo mai flessioni e distrazioni.</div><div class="imTAJustify"><i> </i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Ho ancora una domanda per te, Maximilian. L’attore che si fa personaggio sul palcoscenico, come si rapporta con il realismo, con la naturalità del dialogo?</i></b><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Maximilian Nisi - </b><i>Non credo che possa esistere un teatro realista o naturalista. In apparenza forse sì, ma non credo sia possibile. Il teatro è convenzione e, in quanto tale, non potrà mai prescindere dalle leggi rigorose, anche se nascoste ed impercettibili, della rappresentazione. Scene di vita vissuta, situazioni quotidiane, sentimenti, relazioni, condizioni condivisibili e a noi assai vicine, simili, a volte identiche, a quelle delle nostre vite, in una trasposizione teatrale non possono che rimanere aggrovigliate a regole che operano segretamente, ma che è impossibile negare. Inoltre, c’è un pubblico presente col quale è necessario dialogare e credo che le condizioni dell’osservazione non possano che modificare profondamente il gusto di ciò che accade in scena. Il compito di un attore è quello di essere il più possibile credibile. È questo che lo rende reale e naturale.</i><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Nell’universo relazionale di questa pièce l’amore è un argomento pregnante: genitoriale, filiale, sentimentale, carnale, amicale. È pressoché inevitabile, a pensarci bene: l’amore è il sentimento più indagato e meno compreso dall’arte e dalla filosofia. Ognuno ne rappresenta una parte come fosse un tutto. L’amore è come la divinità nella parabola buddista dell’elefante e dei ciechi: ogni cieco tocca una parte diversa dell’elefante e, quando viene chiamato a descriverlo, fornisce un’interpretazione personale basata sulla parte toccata. Ogni cieco, dunque, dà un’immagine diversa dell’elefante, pretendendo che sia quella giusta ed entrando in conflitto con gli altri.</div><div class="imTAJustify">Ebbene, tra Ross e Mr Green si sviluppa un’amicizia che compone i conflitti generati dalle diverse immagini dell’amore e questa, a mia opinione, è la forma più alta d’amore. Il conflitto che li vede inizialmente in posizioni contrapposte, si perde lentamente nella consapevolezza di sé e dell’altro, e finiscono per scoprire che, una volta abbattuti i muri sociali e religiosi che li separano, il concetto dell’amore è lo stesso in entrambi, perché prescinde dal chi e dal come. Ross e Mr Green partono dal conflitto catulliano tra amore e odio e giungono alla perfezione del pleroma parmenideo.</div><div class="imTAJustify">A proposito di sentimenti, chiedo a Massimo De Francovich:</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i> </i></div><div class="imTAJustify"><b><i>Quali sono i sentimenti di Mr Green, in questa pièce?</i></b><b> </b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>Massimo De Francovich - </b><i>Mr Green è un vecchio ebreo osservante, il quale, nella sua vita, ha avuto fortissimi traumi causati dal suo pessimo carattere, cosa che non vuole riconoscere, tanto che, per evitare di riconoscere i propri difetti, si rifugia nell’osservanza ferrea e anche ridicola della sua religione. È assolutamente omofobo. Arriva ad affermare che i ragazzi ebrei non sono omosessuali; ha praticamente cacciato di casa sua figlia perché ha conosciuto, amato e sposato un ragazzo non ebreo, con il quale ha avuto tre figli; disconosce i suoi stessi nipoti in quanto non ebrei o, peggio, ebrei a metà. Per tutte queste ragioni ha costretto la moglie, fino alla morte di lei, a fare il funerale ad una figlia ancora viva. Rimasto vedovo è costretto a frequentare Ross, ragazzo ebreo gay, anche lui pieno di traumi, sebbene più umano di Mr Green. Sarà lo scontro, anche violento, con Ross a far emergere il lato umano di Mr Green. Sarà per tutti e due una lunga, involontaria autoanalisi, molto dolorosa, che li porterà ad avere un rapporto più sereno con se stessi e con gli altri. La grande bravura di Jeff Baron è che sa narrare tutto questo facendo commuovere e sorridere allo stesso tempo, arte difficilissima e molto rara nella nostra drammaturgia. </i></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Di sicuro i due interpreti hanno donato al pubblico la più vasta gamma di sentimenti.</div><div class="imTAJustify">In teatro sono molteplici i sistemi comunicativi e dovrebbero essere tutti parimenti presenti. Spesso, invece, prevale la carne, la mimica contingente; il corpo primeggia sul cuore. E non va bene; non basta quella che Louis Jouvet definiva la “vocazione del commediante”, serve l’immedesimazione propria dell’attore. Padroneggiare corpo e anima è l’unico modo per rendere vivo un personaggio. Il motto di Diderot, che vedeva il bravo attore nell’uomo privo di sentimenti, guscio vuoto pronto a ricevere qualunque personaggio, è un mero paradosso. La maschera, il trucco, l’abbigliamento riguardano l’apparire e sono in scena ad uso e consumo dell’occhio; al contrario, il tono della voce, le pause, l’intensità nel dire, gli sguardi, le movenze quali espressioni del sentimento dell’interprete passano dall’occhio per entrare nell’anima di chi fruisce il messaggio artistico, ampliando la scala di interazione emotiva e trasformando l’opera poetica, l’arte del dire, in vera, introiettata, sentita drammaturgia.</div><div class="imTAJustify">Ebbene, su pochi metri quadrati d’impiantito, magistralmente diretti, De Francovich e Nisi fanno esistere i personaggi, donando loro una profondità di sentimenti tale da renderli due vite insostituibili. Il pubblico si meraviglia, alla fine, di non poterli incontrare, di non poterli conoscere, di non potersi confidare con Ross e Mr Green. Il pubblico li ama; li sente vicini.</div><div class="imTAJustify">Nel bel teatro comunale vicentino, salotto in un salotto di città, <i>Mr Green</i> ha registrato un meritatissimo successo. La tournée prosegue altri quattro giorni, poi il regista ha annunciato la fine delle rappresentazioni, poiché proseguire nei grandi circuiti teatrali spesso impone di camminare su sentieri tortuosi e inaccessibili.</div><div class="imTAJustify">È un vero peccato. Pensare che un’opera così bella, così attuale, così intensa, che vanta l’interpretazione di due grandissimi attori, non possa più essere rappresentata per ragioni burocratiche e organizzative significa calpestare il teatro, quello vero, e disincentivare il pubblico giovane ad accostarsi a questa magnifica forma d’arte. Mi auguro che coloro che sono in una posizione tale da poter evitare tutto ciò, agiscano.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 08.02.2019]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Grazie a Maximilian Nisi per aver apprezzato e condiviso la mia recensione:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2019---Mr-Green--screenshot-commento-Nisi-fb----piccola.jpg"  title="" alt="" width="970" height="654" /><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 08 Feb 2019 21:07:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'idea di ucciderti. Un thriller mozzafiato]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000077"><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">Fino al 27 gennaio è in scena al teatro Ghione di Roma </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="cf1">L’idea di ucciderti</span></i><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1"> scritto e diretto da Giancarlo Marinelli, con Fabio Sartor, Caterina Murino, Antonio Rampino, Maurizio Racanati, Francesca Annunziata e Paila Pavese.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Una donna uccisa; un sospettato; un pubblico ministero; un avvocato; una persona che verbalizza, un’altra che vigila; e madri che riempiono la vita dei protagonisti, come riempiono e massacrano il loro inconscio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">La storia si dipana nel dialogo, in un sovrapporsi di ruoli e di ragioni, di sentimenti, come un puzzle che lentamente prende vita, il puzzle di una litografia di Escher, però, dove convivono il tutto e il suo contrario. Il pubblico viene catapultato in una situazione che inizialmente sembra chiara e, mano a mano, si mostra ambigua per tornare alla chiarezza: gli indizi, del resto, ci sono tutti per capire.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="cf1">L’idea di ucciderti </span></i><span class="cf1">è un meraviglioso dramma contemporaneo; un thriller psicologico, forse, sebbene io sposterei il cursore dei fatti dalla psiche all’anima. È nell’anima che il dramma si forma, è da lì che cola, come lava incandescente, sui protagonisti e sul pubblico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Storie, intrecci, verità che si moltiplicano, si uniscono e si disgiungono, irretiscono il pubblico in un moto pendolare sospeso tra ricordo e realtà, tra racconto e immaginazione; tra giustizia e ingiustizia; tra Bene e Male; tra amore e amore. Domina il dualismo, nei fatti come negli esseri umani; un dualismo che investe anche le splendide scene di Lisa De Benedittis. Come in un gioco di scatole cinesi aperte, i mondi rappresentati entrano ed escono costantemente, sotto lo sguardo vigile di una donna che emerge da una gigantografia sullo sfondo, il femminino sacro e quello profano; si muovono nell’essenzialità degli elementi scenici, fino a momenti di plasticità che ricordano raffigurazioni pittoriche. E c’è dualismo anche nei costumi di Teresa Acone, che accentuano la contrapposizione dei due poli toccati dall’invisibile pendolo dei fatti, passando dalla sfera del razionale, dominata da indumenti lineari e quasi monocromatici, alla sfera dell’emotività, dove la forgia sottolinea il non detto e il colore lo amplifica, soprattutto il rosso, il colore del sangue, ma anche il colore della passione e del fuoco che consuma, il colore dell’inferno e del tramonto; il colore del cuore, perché il cuore è rosso anche quando si spezza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Le luci di Luca Palmieri, poi, entrano in scena e recitano accanto ai protagonisti, seguendo anch’esse il passaggio dalla mente all’anima: massimo chiarore durante l’interrogatorio, dove domina la razionalità; penombra quando si scivola verso la paura, verso il dolore, verso un ricordo potente, impositivo, alla Pinter. Anche nelle luci il rosso è in primo piano; nel rosso il protagonista parla di sé, dei suoi ricordi; nel rosso si anima il suo dialogo con l’investigatore, o, forse, con una parte di sé. L’impermeabile stropicciato, il cappellaccio, la voce cavernosa dell’investigatore, infatti, fanno pensare all’Es freudiano, ad un inconscio crudo, brutale, alla personificazione dell’intuito che non lascia spazio ad illusioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Il moto pendolare tra gli opposti, però, è solo l’inizio, poiché il dualismo ben presto si moltiplica. Le verità diventano tante: temute, sospirate, rivelate, taciute in una complessa geometria di volti e maschere, di mondi esterni e interiori. Un universo di indizi, ognuno dei quali è il testimone di una staffetta, passando da una storia all’altra. Gli attori stessi sono chiamati a interpretare più ruoli. Lavoro impegnativo e perfettamente riuscito. Gli oggetti, persino gli oggetti, i più significativi, trasmigrano. La stola rossa, ad esempio, che racchiude sole e sangue, amore e abbandono, vita e morte attraversa tutte le storie.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Da questa pièce, Giancarlo Marinelli esce come un artigiano, un intagliatore della realtà, che scruta in tutti suoi particolari, parcellizzandola in simboli dal preciso significato psicologico. In quest’opera si respira la vita in ogni aspetto, anche il più brutale, il più spaventoso, quello che rifiutiamo di aver percepito in noi, coacervo di sentimenti che riteniamo di non aver mai provato. Egli ci mette di fronte ad una necessaria riflessione che sgorga dagli eventi, anche quelli apparentemente più insignificanti, creando un intreccio degno di una tragedia greca. Eccezionale la sua capacità drammaturgica e splendida la regia. Non è una novità. La sua carriera è costellata di successi. Scrittore, regista, sceneggiatore, editorialista, drammaturgo e docente di regia teatrale, si muove con sorprendente destrezza nell’universo della creatività. Dalla sua penna è recentemente uscito </span><i><span class="cf1">Il silenzio di averti accanto</span></i><span class="cf1">, un romanzo che, nella migliore tradizione delle saghe familiari, dalla Ginzburg alla Morante, ripercorre la storia della sua famiglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Un testo, però, per quanto bello e profondo, lascia il segno, sul palcoscenico, solo se affidato a grandi interpreti. Fabio Sartor è un grande interprete, senza ombra di dubbio. Bravissimo attore di teatro, che ha lavorato con maestri come Strehler e Ronconi e che si è misurato anche con il cinema e la televisione, interpreta il protagonista, Luca Modin, il marito della vittima, il sospettato; ed è semplicemente strepitoso. Una recitazione realistica, emotiva e fisica al contempo, mossa da una metrica incalzante nella gestualità, negli spostamenti in scena, nelle pause. La sua interpretazione ha qualcosa di medianico: è un ponte tra essere e non essere. La sua voce segue eccessi e depressioni, segue il ritmo di “un cuore che si spezza”. È un uomo shakespeariano nel dramma che vive; un uomo pirandelliano per le tante ambiguità in cui è invischiato; un uomo kafkiano per il peso dell’ingiustizia e della giustizia che grava sulle sue spalle.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Modin, imprigionato nel disinganno di una vita che ha creduto felice e che si è rivelata un castello di carte spazzate via dall’intrigo e dall’adulterio, sembra quasi divertito dall’antipatia che desta, dall’aridità sentimentale che dimostra sin dall’inizio. Il destino, a volte, è un avversario invincibile e Modin lo sa bene; sa che sta attraversando l’inferno e che deve farlo da eroe e anti-eroe. In mezzo c’è tanta, tanta arte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">In lui ho visto un pezzetto dell’anima di Romeo Daddi, il protagonista del dramma pirandelliano </span><i><span class="cf1">Non si sa come</span></i><span class="cf1">; un’ombra del professore protagonista de </span><i><span class="cf1">La lezione</span></i><span class="cf1"> di Ionesco; un ricordo dello sfortunato protagonista de </span><i><span class="cf1">La panne</span></i><span class="cf1"> di Dürrentmatt. Uomini che nuotano nella tempesta dell’aggressività, dei rimorsi, dell’idea di uccidere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Molto brava anche Caterina Murino, impegnata nel duplice difficile ruolo del magistrato e della donna uccisa. Nel ruolo della moglie è perfetta; in quello del pubblico ministero che interroga il sospettato cede forse un po’ troppo all’enfasi. Sono giornalista e scrittrice, ma anche avvocato penalista, una delle tante me con cui convivo. Ho, dunque, assistito a molti interrogatori. Di solito i pubblici ministeri, anche donne, non si lasciano facilmente intrappolare dalle parole dell’omicida, o del seviziatore; non stanno al suo gioco. Lei, invece, alza il tono della voce, le sue movenze sono nervose, le sue risposte indignate. A volte, sembra un po’ troppo influenzata dalle provocazioni del sospettato. È vero anche, però, che il personaggio della Murino entra nella storia con tutta la sua vita, con le sue fragilità di donna e di moglie, di figlia, con le sue debolezze, e tutto ciò è inevitabile che porti, nello svolgimento del suo lavoro, un importante coinvolgimento verbale, una certa concitazione gestuale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Brava anche Paila Pavese, attrice e doppiatrice di chiara fama. Anche per lei sono qui previsti più ruoli, tutti materni, recitati in bilico tra una lucidità a volte spietata, e una follia onirica, sospesa tra immaginazione e realtà, una realtà più folle della follia stessa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Bravo Antonio Rampino, attore che ha interpretato ruoli teatrali e cinematografici di prestigio anche in produzioni straniere. Qui interpreta un mediocre avvocato incline alla malinconia e all’alcol. Buonissimi i passaggi recitativi tra un aspetto e l’altro della sua personalità: lo sciocco credulone, l’impaurito, l’avvocato che recupera un po’ di orgoglio professionale, il fallito, il prigioniero di un passato doloroso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Altrettanto bravi Mauro Racanati e Francesca Annunziata. Il primo, giovane attore di talento, impegnato sia nel teatro che nel cinema e nella televisione, impersona il braccio armato della legge, una legge di cui arriva a dubitare e che stenterà a trovare in se stesso prima che negli altri. Ottima la sua performance, l’evoluzione dei suoi stati d’animo, la sua versatilità attoriale nei diversi ruoli che interpreta. La seconda, recita con grande intensità nella parte di una donna che, intenta a verbalizzare l’interrogatorio, esce lentamente dall’ombra, rivelando un bagaglio di doppiezze e disillusioni personali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Di Ginevra, invece, la figlia di Modin, conosciamo solo il nome, un nome che compare anche ne </span><i><span class="cf1">Il silenzio di averti accanto</span></i><span class="cf1">, l’ultimo romanzo di Marinelli; un nome che ricorda una principessa, una sposa al fianco di Artù, ma anche una fedifraga al fianco di Lancillotto; un nome imprigionato nell’ambiguità esso stesso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Bisogna far ridere il diavolo, afferma Modin; bisogna narrare la propria storia affinché qualcuno la ascolti. Nel vedere questa pièce, forse il diavolo ride; di certo, il pubblico ascolta. Non può farne a meno. Ascolta, introietta, si emoziona. E questo è il segreto del grande teatro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 24.01.2019]</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© Foto Clker-Free-Vektor-Images da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 24 Jan 2019 10:45:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il cinema e la ricerca dell'anima]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004D"><div class="imTACenter"> </div><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">A volte, quando scaviamo nei meandri dell’animo umano, parliamo di noi come di </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">viandanti</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1"> e catturiamo oggetti ed azioni dalla quotidianità per aiutare l’immaginazione nel cammino introspettivo. In buona sostanza, </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">per raggiungere l’anima abbiamo bisogno di un cielo in cui volare, di un mare in cui nuotare, di una strada su cui camminare</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">. Metafora. Tropo. Immagine. La sconfinata solitudine contemporanea, però, rende sempre più difficile l’arte della rappresentazione simbolica: l’uomo si è ormai allontanato da quella parte erratica e istintuale della propria natura che più facilmente gli forniva immagini del sé. </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">La sua ricerca, ora, si tinge dei toni grigi delle città</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1"> e la discesa verso le profondità dell’io, perduto il carattere selvaggio di un volo nel cielo infinito, di un’esplorazione nelle profondità della terra, di un tuffo nell’oceano, assomiglia più alla scala di una cantina, come nel film </span><em class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="cf1">Sesto Senso</span></em><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">. Ma prosegue; incessante. E scende quelle scale ogni giorno </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">Bruce Willis</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">; si rifugia tra le carte e le registrazioni raccolte durante il suo lavoro di psicologo infantile, un lavoro di paziente ricostruzione. </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">Un puzzle dell’esistenza, </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">come quello di </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">Depardieu</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1"> in </span><em class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="cf1">Una Pura Formalità</span></em><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1"> di </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">Giuseppe Tornatore</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">, che narra </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">una storia molto simile a quella di un mio racconto di un paio di anni prima, </span><em class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="cf1">Biglietto di Sola Andata</span></em><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">. Sono storie che non ruotano soltanto attorno alla difficile, lenta presa di coscienza della propria morte, ma, come un’ombra al tramonto, si allungano verso </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">il</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">rapporto dell’uomo con se stesso, con la propria anima</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5 cf1">.</span><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Anima. Che grande parola! L’idea stessa che evoca risulta irrinunciabile. </span><span class="cf1">Abbiamo bisogno di sapere che c’è persino dove non può esistere</span><span class="cf1">. Dell’odissea spaziale di </span><span class="cf1">Kubrik</span><span class="cf1"> &nbsp;(</span><em><span class="cf1">2001 Odissea nello Spazio</span></em><span class="cf1">) è protagonista un computer dalla voce suadente, al quale, per mezzo di una semplice operazione crittografica, la cosiddetta </span><i><span class="cf1">sostituzione di Cesare</span></i><span class="cf1">, viene dato il nome </span><span class="cf1">Hal</span><span class="cf1">, attribuendogli, così, quel pezzo d’anima, quella parvenza di umanità che non avrebbe avuto se fosse stato chiamato </span><span class="cf1">IBM</span><span class="cf1">, sigla da cui il suo nome trae origine (</span><span class="cf1">Hal, infatti, in base alla “sostituzione di Cesare”, è nome formato da lettere che, nell’alfabeto, precedono esattamente di un posto quelle che formano la scritta IBM</span><span class="cf1">). Anche </span><span class="cf1">Tim Burton</span><span class="cf1">, in </span><em><span class="cf1">Edward Mani di Forbice</span></em><span class="cf1"> aiuta il bravo </span><span class="cf1">Johnny Depp</span><span class="cf1"> a scoprirsi poco a poco un’anima nell’amore, nell’amicizia, così come nella cattiveria e nel rifiuto altrui. In </span><em><span class="cf1">Pinocchio</span></em><span class="cf1">, poi, </span><span class="cf1">Collodi</span><span class="cf1">, </span><span class="cf1">Comencini</span><span class="cf1">, che ne ha curato una delle più suggestive riduzioni cinetelevisive, nonché Benigni hanno scovato l’anima di un burattino di legno nella bacchetta magica di una fata.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">L’anima ha fascino, non c’è che dire. </span><span class="cf1">Sa far parlare di sé, sia quando alimenta il fuoco delle persone vive, sia quando racchiude la memoria dei corpi che ha abbandonato</span><span class="cf1">. </span><span class="cf1">Patrick Swayze</span><span class="cf1"> non è altro che un’anima, in </span><em><span class="cf1">Ghost</span></em><span class="cf1">, ma nulla gli impedisce di continuare ad amare. Un giovane e bellissimo </span><span class="cf1">Warren Beatty</span><span class="cf1"> passa da un corpo all’altro ne </span><em><span class="cf1">Il Paradiso può Attendere</span></em><span class="cf1">, ma sarà la sua anima, infine, a trasparire dai suoi occhi, ad essere riconosciuta dalla donna amata, benché lui abbia ormai dimenticato chi sia. </span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Cos’è un uomo senza l’anima?</span><span class="cf1"> Assomiglia al sacco vuoto di pirandelliana memoria: non sta in piedi.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Il </span><em><span class="cf1">Dracula</span></em><span class="cf1"> di </span><span class="cf1">Bram Stoker</span><span class="cf1">, sia nell’intensa interpretazione di </span><span class="cf1">Bela Lugosi</span><span class="cf1">, sia in quella dell’affascinante </span><span class="cf1">Gary Oldman</span><span class="cf1">, ci insegna che </span><span class="cf1">l’anima sopravvive alla morte e non ha paura delle tenebre</span><span class="cf1"> se decide di attraversare i secoli pur di ritrovare l’amore perduto. L’argomento, con più di una variante, è tornato spesso sul grande schermo, compresa la maldestra e melensa saga </span><em><span class="cf1">Twilight</span></em><span class="cf1">, in cui la scelta di diventare un vampiro viene presentata come un’ottima soluzione per poter vivere liberamente una cotta adolescenziale. Decisamente più farfallone del Dracula di Oldman, ma non meno seducente, il </span><span class="cf1">Don Ameche</span><span class="cf1"> de </span><em><span class="cf1">Il cielo può attendere</span></em><span class="cf1"> trova nelle tante donne della sua vita, prima fra tutte la sua amata Martha, quelle preghiere che gli consentono di abbandonare l’inferno.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Ecco, l’inferno. </span><span class="cf1">Racchiudendo in sé ogni più intenso sentimento, buono e cattivo, l’anima è una mappa per raggiungere le profondità dell’uomo e dell’umanità</span><span class="cf1">. Anche il Male la brama, dunque. Nei film di </span><em><span class="cf1">Harry Potter</span></em><span class="cf1">, tratti dalla fortunata saga letteraria di </span><span class="cf1">J. K. Rowling</span><span class="cf1">, Voldemort parcellizza la sua anima negli horcrux per assicurarsi l’eternità. </span><span class="cf1">Il Diavolo, invece, non sembra fare altro che tentare di comprarla</span><span class="cf1">. Dal </span><em><span class="cf1">Faust</span></em><span class="cf1"> di </span><span class="cf1">Murnau</span><span class="cf1"> ad </span><em><span class="cf1">Angel Heart</span></em><span class="cf1"> ogni demone ha avuto la sua anima. </span><span class="cf1">Al Pacino</span><span class="cf1"> ha persino avviato un prestigioso studio legale a New York per tentare </span><span class="cf1">Keanu Reevs</span><span class="cf1"> ne </span><em><span class="cf1">L’Avvocato del Diavolo</span></em><span class="cf1">. È solo una questione di prezzo e, prima o poi, il Diavolo si nutre di un’anima. Tuttavia, ciò che lo rende insaziabile è che, nonostante tutto, non riesce mai veramente ad afferrarne il senso, inscindibilmente legato alla natura umana. Proprio così: </span><span class="cf1">nessun demone è in grado di comprendere la profondità dell’anima, che sia Mefistofele o un gruppo di alieni in fin di vita che cercano nell’essenza dell’uomo il segreto della sopravvivenza</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">È una città avvolta nelle tenebre e fluttua nel buio siderale. </span><span class="cf1">È </span><em><span class="cf1">Dark City</span></em><span class="cf1">. Nelle sue strade si fugge senza saperlo; si inseguono false idee, ricordi inesistenti, giungendo da un passato che non esiste più per camminare verso un futuro che non è mai esistito; si sogna Shell Beach, che è solo un’immagine, una pubblicità, una cartolina. Ogni notte i suoi pallidi dominatori, affiancati da un poliziotto incline al buon intuito e alla malinconia, magistralmente interpretato da </span><span class="cf1">William Hurt</span><span class="cf1">, e coadiuvati da un bravissimo </span><span class="cf1">Kiefer Sutherland</span><span class="cf1">, infelice dottore perennemente al margine tra coraggio, paura e follia, modificano la struttura di quel mondo e iniettano negli uomini ricordi chimicamente elaborati per studiarne le reazioni emotive. Lavorano sul cervello alla ricerca di ciò che rende ogni uomo unico, dell’anima in una parola; ma, </span><span class="cf1">come Sewell dirà loro alla fine del film, è una ricerca nel posto sbagliato</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">L’investigazione spasmodica su tutto ciò che esula dalla pura razionalità è un tema di fondamentale importanza per la cinematografia di tutti i tempi che, di volta in volta, si ritrova ad assorbire ed interpretare, con la rivoluzione delle immagini, i concetti filosofici dominanti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">In modo pressoché uniforme </span><span class="cf1">la cultura arcaica ha collocato nell’anima ogni forma d’amore e le ha donato un paio d’ali, affidandole un ruolo di mediazione tra la vita terrena e quella ultraterrena</span><span class="cf1">; </span><span class="cf1">lo scetticismo contemporaneo, invece, le ha tarpate</span><span class="cf1">, spostando l’attenzione verso i più arditi meccanismi introspettivi. Una cosa sola è certa: è una ricerca, questa, in cui si incontrano </span><span class="cf1">molti falsi percorsi</span><span class="cf1"> che conducono verso luoghi inutili come Shell Beach. Oddio, proprio inutili no: </span><span class="cf1">non si torna mai a mani vuote, neppure da un vicolo cieco</span><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 18.01.2019]</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Jennifer Helbling da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 18 Jan 2019 17:20:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Blue Christmas un magico Natale. Un libro per un Natale romantico]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Bonaudi]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altre_recensioni_e_interviste"><![CDATA[Altre recensioni e interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000C8"><div class="imTACenter"><b>CORRIERE DI ROMA</b></div><div><b><br></b></div><div><b>Maria Benaudi</b> per Il
Corriere di Roma</div>

<div><i>31 dicembre 2018</i></div>

<div> </div>

<div>Dotata di una straordinaria
capacità di spaziare da un genere all’altro, capacità propria dei grandi
scrittori, la Bonsignori, con <i>Blue Christmas</i> ha abbandonato la cinica
descrizione dei crimini endofamiliari, affrontati nel libro di racconti <i>Il
bene che crediamo di fare</i>, edito da Giuffré, e, soprattutto, ha abbandonato
l’orrore dei delitti che, da avvocato penalista ed esperta di criminologia, ha
descritto nel suo recente saggio di storia criminale <i>Fiume Bojaccia. Delitti
e misteri romani sul Tevere</i>.</div>

<div><i>Blue Christmas. Un magico Natale</i>,
edito da Bibliotheka Edizioni, è un romanzo dove il romanticismo si accosta
alla favola, dove il Natale si fa magia.</div>

<div>L’avvocato Ralph Bennet giunge a
New York il 22 dicembre per difendere uno strano signore dall’accusa di tentato
furto. Nevica. La più abbondante nevicata di tutti i tempi. La città è caotica,
affollata, ma in tutta quella confusione di luci, colori, decorazioni e gente
alla ricerca di un regalo, Ralph entrerà in contatto con persone che gli
sfioreranno l’anima e si troverà coinvolto nelle loro vite, inevitabilmente
cambiando la propria. Ad ogni incontro un po’ di più.</div>

<div>Molti i sentimenti che Raffaella
Bonsignori sapientemente miscela in questo libro: paura, coraggio, rimpianto e
speranza, malinconia e amore. E sono sentimenti che non hanno a che fare solo
con i personaggi, ma con i luoghi, i sapori, i profumi, le musiche. Sì, le
musiche, perché la Bonsignori, sempre originale in tutti i suoi scritti, ha
tracciato una vera e propria colonna sonora tra le righe, facendo entrare nella
storia le più note canzoni natalizie classiche e moderne.</div>

<div>La capacità narrativa della
Bonsignori è davvero elevata: ti porta per mano nei luoghi che ha descritto. Li
vedi, cammini in quelle strade, incontri quei personaggi che diventano persone,
conoscenti, amici, amori. Molto cinematografico. Per come è narrata, è una
storia perfetta per un film natalizio; ne verrebbe fuori una di quelle commedie
eterne, come <i>La vita è meravigliosa</i>, o <i>Miracolo sulla 34<sup>a</sup>
Strada</i>.</div>

<div>L’Autrice è qui con me per rispondere
ad alcune domande.</div>

<div> </div>

<div><b><i>La prima domanda è
inevitabile: come sei arrivata a parlare del Natale dopo le trame oscure dei
primi libri?</i></b></div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div>Il Natale fa parte del mio DNA. Sin
dall’infanzia i miei genitori mi hanno regalato il Natale felice, magico,
illuminato che ritroviamo nei racconti e nei romanzi, che continuiamo a vedere
nei film intramontabili di Frank Capra, di George Seaton e tanti altri. I doni,
l’aspetto consumistico, passano in secondo piano. È l’atmosfera che conta, i
sentimenti.</div>

<div> </div>

<div><b><i>Però un avvocato c’è anche
qui, un penalista che conosce il lato peggiore dell’umanità</i></b></div>

<div> </div>

<div>Sì, il protagonista è un avvocato
penalista e, proprio per questo, sembra assolutamente refrattario a qualunque
senso romantico del Natale. Nei tre giorni in cui si dipana la storia, vive
diverse avventure, incontra persone molto interessanti e particolari,
soprattutto una donna che lo affascina.</div>

<div> </div>

<div><b><i>Si ricrederà sul Natale?</i></b></div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div>Lo scopriremo leggendo …</div>

<div> </div>

<div><b><i>Certi incontri lo cambiano,
però. Questo si può dire …</i></b></div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div>È ciò che accade nella realtà, in
fondo: se ci apriamo ad ascoltare gli altri, gli altri capiranno noi e le loro
storie ci cambieranno. Osmosi emotiva.</div>

<div> </div>

<div><b><i>Molto originale l’inserimento
di una sorta di colonna sonora nel romanzo. Suggerisci canzoni …</i></b></div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div>La musica ha un canale preferenziale
per veicolare emozioni nel cuore. Le canzoni che cito crano atmosfera al pari
delle parole. L’effetto viene amplificato, a mio parere. E, poi, sono canzoni
che esprimono il Natale, lo interpretano, lo rappresentano; <i>sono</i> il
Natale, in alcuni casi. Per me, ad esempio, non esiste Natale se non ascolto <i>White
Christmas</i> cantata da Frank Sinatra. Durante un viaggio a New York mio
padre, anche lui grande estimatore di Sinatra, mi regalò una splendida
compilation. La conservo gelosamente. Ascoltarla oggi è doppiamente piacevole,
perché mi fa sentire accanto mio padre, che, purtroppo, non ho più.</div>

<div> </div>

<div><b><i>Perché New York?</i></b></div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div>New York è una città che amo molto.
Moltissimi anni fa mi recavo spesso lì, per lavoro e per vacanza, trattenendomi
a lungo. È una città in perenne evoluzione e rivoluzione, eppure ha in sé una
tradizione mai abbandonata; e il Natale fa parte delle migliori tradizioni
newyorkesi. Già a fine novembre diventa un gigantesco albero di Natale vivente.
Inoltre, per la storia che volevo raccontare, era la location perfetta. I
sentimenti più autentici affiorano spesso quando si è circondati dal caos; è il
desiderio di intimità che ci rende più attenti, più disponibili ad ascoltare il
cuore ben oltre il consumismo, ad isolarci, ad assecondare i sentimenti oltre
il caos, a leggere tra le righe del frastuono per sentire la musica.</div>

<div> </div>

<div><b><i>So che ami scrivere con la
tua vecchia Lettera 22 dell’Olivetti. È solo un vezzo o produci così i tuoi
libri?</i></b></div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div>Purtroppo è solo un vezzo. Ogni
tanto dattiloscrivo qualche appunto con la mia amata <i>Letty</i>, ma niente
più. Ormai il computer ci ha viziati e catturati nelle sue spire. E sono spire
infide, a volte. Mi capita spesso, a libro pubblicato, di accorgermi dei danni
del taglia-incolla e della mia distrazione: taglio una parte della frase, la
sostituisco con un’altra e mi scordo di modificare la seconda parte,
concordando il verbo o evitando ripetizioni … È successo anche in questo libro,
ma non dico dove: posso sempre serare che i lettori non se ne accorgano. <i>(Ride)</i>
Ho già mandato richiesta all’editore di apportare la modifica necessaria per le
copie che verranno ristampate. Certo, quelle già in circolazione conterranno
l’errore.</div>

<div> </div>

<div><b><i>Magari diventeranno più
pregiate con il tempo</i></b></div>

<div> </div>

<div>Dici che anche i libri rispondono
alle regole della filatelia, dove l’errore genera rarità e pregio?</div>

<div> </div>

<div><b><i>In questo caso, le copie con
l’errore potrebbero diventare il “Gronchi rosa”</i></b></div>

<div> </div>

<div>Non mi dispiacerebbe <i>(Ride)</i></div>

<div> </div>

<div><b><i>Prossimi progetti editoriali?</i></b></div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div>Una raccolta di racconti e un
thriller. Inoltre sto completando un progetto teatrale con un noto attore di
prosa italiano; è un progetto che mi sta catturando piacevolmente e che
rappresenta il mio debutto nella drammaturgia, se non consideriamo una dramedy
in due atti unici, <i>Due vite</i>, scritta qualche anno fa ma ancora non
rappresentata.</div>

<div> </div>

<div><b><i>Ti cimenti in tanti generi
letterari. Come fai?</i></b></div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div>Io credo che uno scrittore non
possa identificarsi con un solo genere, ma debba saper spaziare, affrontando
ogni genere letterario al meglio. In questo siamo molto simili agli attori.
Scrivere, come anche studiare un testo ed interpretarlo, è un’arte che offre la
privilegiata potenzialità del viaggio multidimensionale: si può tornare
indietro nel tempo, andare nel futuro, recarsi su altri pianeti o raggiungere
universi paralleli, spingersi nei più inesplorati meandri di se stessi; essere
uomini e donne, vecchi e bambini, angeli e demoni. Quando creo un personaggio,
vivo in parte la sua vita, le sue emozioni.</div>

<div>Questo non significa che, scrivendo
di angeli mi spuntino le ali, o scrivendo di omicidi diventi una serial killer;
significa che, mentre scrivo, mentre creo, in parte mi identifico con il
personaggio, imparo a conoscerlo, gli faccio spiccare il volo dal nido per
renderlo autonomo ma lo tengo pur sempre legato a me. Limitarsi ad un solo
genere, ad un solo ruolo, significa non cogliere a pieno il proprio dono
artistico, la propria potenzialità di conoscere tante altre realtà. <i>«Variety
is the very spice of life, that gives it all it’s flavour»</i> (La varietà è la
Spezia della vita, che le dà tutto il suo gusto) scrisse William Cowper. Non
posso che concordare. </div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 31 Dec 2018 21:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sange. L'urlo di una donna]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000076"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Una serata particolare, quella di venerdì 14 dicembre: all’auditorium dell’Ars Medica, l’attrice e drammaturga Maria Grazia Grilli, attualmente impegnata anche nel cinema con un lungometraggio e due cortometraggi in fase di lavorazione, ha messo in scena una sua pièce, </span><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Sange</span></i><span class="fs12lh1-5">, un monologo che racchiude anche un dialogo; un dialogo con un uomo, con più uomini, in realtà, con un padre, con una madre, con il pubblico, con se stessa.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il buddismo insegna che nel “magazzino del karma” sono concentrati tutti i caratteri della vita, positivi e negativi: ciò che siamo stati, il perché, le influenze che abbiamo subito, ciò che siamo diventati. Alcuni di essi determinano il karma immutabile: una condanna alla mancata evoluzione. Solo una cosa è in grado di sradicare l’immutabilità: il pentimento, il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sange</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; non il rimorso, bensì l’assunzione di responsabilità, una richiesta di perdono al Gohonzon, l’essenza luminosa di noi stessi, per il male seminato. Per noi occidentali è forte l’assonanza tra sange e sangue; del resto, anche il pentimento, come il sangue, nasce da una ferita; come il sangue, il pentimento produce coagulazione, risanamento. Orbene, assistendo al </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sange</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> della Grilli, si capisce lentamente e inesorabilmente quale sia il male da perdonare nella storia della protagonista. Quello di un’anima violata nell’innocenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La scenografia è minimalista: una tavola da stiro sulla sinistra, un pouf con un velo rosso sulla destra; a delineare il perimetro del teatro, palco e platea, tanti fogli su cui sono disegnati cuori. Ebbene, quel cerchio di cuori, che avvolge anche il pubblico, è preludio di quanto verrà inscenato. Bisogno d’amore, osmosi emotiva nell’abbraccio, empatia, partecipazione del pubblico ai cambiamenti del personaggio, che avvengono tra corpo e anima, tra Io ed Es, per dirla con Freud.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La Grilli, sin dalle prime battute passa dal ballo al pianto, come un Pierrot in bilico perenne tra piacere e dolore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La richiesta di perdono, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Sange-Sange-Sange»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, rappresenta il leit-motiv di un dramma che è matrice di tanti altri drammi. Il dramma della formica schiacciata con crudeltà, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«come fosse un serial killer»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Facile schiacciare una formica, un esserino minuscolo che chiede solo un granello di zucchero. Facile e crudele.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La quarta parete crolla quasi subito. La Grilli coinvolge il pubblico, si fa spettatore degli spettatori. Non si limita a far entrare la scena teatrale nella vita di chi guarda, ma capovolge la situazione e segna l’ingresso della vita in scena. Una vita non facile, come quella di tutti, una vita drammatica, come quella di pochi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Una prova attoriale impegnativa. La Grilli passa con sorprendente rapidità dalla disperazione all’immobilità, dall’immobilità al fou rire; dal riso alla disperazione, dalla disperazione all’urlo, un urlo accompagnato dalla deformità del corpo, come se l’Es, il mostro da cui siamo vissuti, per dirla con Groddeck, fuoriuscisse dai corridoi oscuri delle proprie profondità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Parla dell’uomo come contadino: semina e raccolto. Cita Gogol e Grotowski. Secondo quest’ultimo, il teatro non è imitazione della realtà e l’attore non recita, non copia l’essere umano che rappresenta, ma è se stesso, mette in scena il proprio corpo e la propria anima all’interno del personaggio. Credo sia proprio questo il lavoro che la Grilli ha inteso fare: entrare nel personaggio con tutta se stessa, passando da realtà a realtà rappresentata e portando con sé il pubblico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In un simile frangente il teatro diventa un microcosmo emozionale, ma, come il viandante di una famosa operetta morale di Leopardi, la Grilli dissipa il velo d’illusione del pubblico poco prima che ne sia completamente avvolto. Il teatro è finzione, spiega; non bisogna credere che sia verità ciò che viene narrato. La vita, a volte, non è da meno. C’è un artista in ognuno, una persona in grado di mentire. A volte la menzogna trasforma gli uomini in mostri, però. Possiamo ancora dire d’essere a teatro? Anche nel velo rosso trovo una vicinanza al sangue e di sangue sono le parole della Grilli quando rievoca un’infanzia violata nel contesto usualmente più protettivo, quello familiare.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Fingiamo che tu sia mia figlia»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, è una frase che sentiamo all’inizio, ma che, alla fine, assume un significato ben diverso. Improvvisamente le due parti del corpo, la destra e la sinistra, normalmente simmetriche e coordinate, perdono la loro armonia: l’anima di una bambina parla per bocca della donna che è diventata. Perdona e accusa, parla e urla, chiede perché e non vuole sapere, ricorda e dimentica, ama e odia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Due gli oggetti che introduce in scena, a quel punto: una pistola, oggetto idoneo ad uccidere, un pacco di patatine, oggetto idoneo a nutrire. Entrambi hanno connotazioni sessuali, nel gergo comune; ma, soprattutto, entrambi si fanno emblema, in quel contesto, di un rapporto genitoriale malato. Il genitore nutre e non dovrebbe uccidere. Ci sono tanti tipi di assassinio, però. Anche l’anima può essere uccisa dentro un corpo che continua a vivere. A volte, il genitore non si limita a nutrire; riesce anche ad uccidere l’anima. Questo dice la Grilli e lo fa, dedicandosi a nutrire gli altri, il pubblico: offre le patatine, corregge il karma.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Se fossimo negli Stati Uniti, definiremmo quest’opera un off-off Broadway: ci sono minimalismo e simbolismo; c’è un ritorno al passato attraverso la fuga da esso; c’è la famiglia come territorio di conflitto; c’è il dolore generato dal conflitto tra sogno e realtà, tra desiderio e disillusione; c’è il senso della violenza che racconta la violenza della vita. È un bel percorso tematico, affrontato con pathos e ironia, disagio e semplicità; un percorso che cela voglia di stupire, ma, soprattutto, grande amore per la scena.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 16.12.2018]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Raffaella Bonsignori</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 16 Dec 2018 10:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Blue Christmas. Il libro]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Blue_Christmas"><![CDATA[Blue Christmas]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000E4"><div><b><i><span class="fs14lh1-5">Blue Christmas. Un magico Natale</span></i></b><span class="fs14lh1-5"> è un romanzo che ho scritto inseguendo il mio incommensurabile amore per il Natale e tutto ciò che comporta nell’immaginario collettivo e mio personale, sia sotto il profilo spirituale, sia sotto il profilo magico-sacrale legato alla simbologia universale del </span><i><span class="fs14lh1-5">pater</span></i><span class="fs14lh1-5"> buono e generoso, del dono, del freddo che porta al focolare domestico, a stringersi negli affetti …</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">La trama è una strada che attraversa due terre, quella dell’amore e quella della magia favolistica e della fantasia. </span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">L’avvocato Ralph Bennet giunge a New York l’antivigilia di Natale per difendere un certo Al Caustans dall’accusa di tentato furto. In realtà, in quell’affollata città, Ralph Bennet troverà molto più di un cliente e di un processo. Vivrà avventure particolari, incontrerà angeli senza ali, assisterà al ritorno della speranza nel cuore di alcuni disperati, guarderà gli occhi di una donna, sentendoli nell’anima.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTARight"><span class="fs14lh1-5">Raffaella Bonsignori</span></div><div class="imTARight"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">La </span><b><span class="fs14lh1-5">Redazione di Bibliotheka Edizioni</span></b><span class="fs14lh1-5"> ha così descritto la storia:</span></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5">Raffaella Bonsignori ci conduce negli innevati territori della commedia natalizia, con una storia che fonde sapientemente le agrodolci nuance del rimpianto, le malinconiche sfumature dell’amore, la dolcezza della rimembranza e l’ovattato piacere del sogno. In una New York che sembra uscita da un set cinematografico (la Bonsignori cita apertamente Frank Capra, ma non mancano echi alleniani di </span><i><span class="fs14lh1-5">“Manhattan”</span></i><span class="fs14lh1-5">, il sapido umorismo di </span><i><span class="fs14lh1-5">“Harry ti presento Sally”</span></i><span class="fs14lh1-5">, o l’immaginifico romanticismo de </span><i><span class="fs14lh1-5">“Il paradiso può attendere”</span></i><span class="fs14lh1-5">) l’opera ha il pregio di raccontarci una storia volta alla totale riscoperta del sentimento natalizio e della sua magia.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 08 Dec 2018 13:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Blue Christmas, il nuovo libro di Raffaella Bonsignori: parole e musica per il Natale]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Clavenzani]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altre_recensioni_e_interviste"><![CDATA[Altre recensioni e interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000D4"><div><div class="imTACenter"><b>INLIBERTÀ</b></div></div><div><b><br></b></div><div><b>Valentina Clavenzani</b></div>

<div><i>27 novembre 2018</i></div>

<div><b> </b></div>

<div>Ci sono due tipi di persone: quelle che il Natale lo amano e
quelle che sarebbero felici di addormentarsi all’inizio delle festività e
risvegliarsi dopo Capodanno.</div>

<div>Ralph Bennet, giovane e noto avvocato di Boston, è uno di
coloro che il Natale non riesce proprio ad apprezzarlo: tanta confusione,
acquisti consumistici, cosa ci sarà mai di bello nel Natale, si domanda mentre
cammina per una New York bianca di neve, il 22 dicembre. </div>

<div>Ma Ralph non è un uomo qualsiasi e vanta origini molto
fortunate: nasce, infatti, dalla penna di Raffaella Bonsignori che con il suo
ultimo romanzo, Blue Christmas, in uscita il 29 novembre, regala ai suoi
lettori una favola tutta natalizia.</div>

<div>Avvocato, scrittrice, redattrice giornalistica ed apprezzata
critica teatrale, appassionata di storia, di cinema e di cucina, Raffaella
Bonsignori è versatile nella vita così come nello scrivere.</div>

<div>Il suo Fiume Bojaccia. Delitti e misteri romani sul Tevere,
pubblicato nel 2015, ha affascinato i lettori per la meticolosa ricostruzione
storica e la narrazione avvincente di famosi delitti del passato, arricchita da
dettagli giuridici capaci di spiegare avvenimenti e processi.</div>

<div>Con Blue Christmas, edito, come il precedente, da Biblioteka
Edizioni, Bonsignori abbandona crimini e criminali e porta il lettore nel
magico mondo del Natale. </div>

<div>È un Natale magico, quello di Blue Christmas, popolato di
ladri gentiluomini, di strani signori anziani, di nonne e di zie che, con
infinita dolcezza, indirizzano i più giovani verso la strada dell’Amore.</div>

<div>Ralph Bennet non crede in quell’Amore: è un uomo concreto,
un avvocato penalista a contatto, tutti i giorni, con il lato peggiore
dell’umanità. Ma, come sua nonna gli dice sempre, i buoni sentimenti “sono in
ognuno di noi, basta imparare a vederli con un po’ di coraggio e non lasciarli
sfuggire”. Saranno un ladro di giocattoli, uno scippatore, un rapinatore e
altri strani personaggi a far capire a Ralph quanto siano vere le parole della
nonna. Guardare oltre ciò che appare, ecco cosa imparerà Ralph nei due giorni
che precedono il Natale, nel corso dei quali la sua vita sarà scombussolata da
avventure inaspettate.</div>

<div><i>«Riuscire ad apprezzare ed onorare l’Amore è l’unico vero
segno di grandezza di un uomo»</i>, dice George, un signore che Ralph incontra
in un bar, intento a consolare una ragazza che vive una relazione tormentata.
Ralph non ci aveva mai pensato, forse credeva che l’Amore fosse debolezza o
sofferenza ed invece capisce che <i>«i saggi amano, soffrono, si lasciano, ma
tornano sempre ad amare».</i> </div>

<div>Nella favola di Blue Christmas, Natale ed Amore sono un
binomio indissolubile, come lo sono la magia ed il sogno; e si trovano sulla
strada di Ralph Bennet. Sarà in grado di vederli? Imparerà che <i>«i sogni si
avverano solo se si ha il coraggio di sognarli»</i>?</div>

<div>È lunga la strada che Ralph deve percorrere, ma questa dolce
favola scorre leggera, si fa leggere tutta d’un fiato e fa divertire,
commuovere, ridere e sognare.</div>

<div>Mirabile l’idea della Bonsignori di creare anche la colonna
sonora del libro: le musiche di Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Barbara
Streisand e tanti altri giganti della musica vengono, via via, suggerite
dall’autrice, così da fondere la lettura con le melodie natalizie. Tra le
tante, non poteva mancare Blue Christmas, suggerita nella versione cantata da
Celine Dion. </div>

<div><i>«L’idea di questo libro è nata dal testo di questa
canzone»</i>, dice Raffaella Bonsignori che immaginava un racconto malinconico
(“blue”, in inglese, significa anche triste). Poi, come spesso accade, i
personaggi, prendendo vita, si sono resi indipendenti dalla loro creatrice,
hanno scelto la loro strada ed il Natale di Blue Christmas si è tinto anche di
altri colori e di emozioni: c’è malinconia, ma c’è anche gioia ed allegria, ci
sono i colori del Natale, ci sono freddo e neve e ci sono tavole imbandite di
cibi che, solo a leggerli, fanno venir fame.</div>

<div>Insomma, non manca davvero niente, in questo libro, perché
ci si possa immergere in un Natale meraviglioso.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 27 Nov 2018 20:23:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Intervista a Carmen Di Marzo. Una vita tra teatro e cinema]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005E"><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Metro Ottaviano. È lì che abbiamo appuntamento, io e Carmen. Cerchiamo un luogo dove sederci con calma davanti a un buon caffè per parlare di spettacolo, della luminosa carriera di questa giovane, brava attrice.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Baci e abbracci. Ci salutiamo come vecchie amiche anche se ci conosciamo appena. Adoro l’affabilità e il trasporto che sempre dimostrano coloro che calcano le scene.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È splendida: lunghi e ricci capelli rossi, occhi castani e profondi, sorriso luminoso. Una giovane donna entusiasta della vita, così mi appare. È giovane solo di età, però, poiché la sua esperienza lavorativa è davvero notevole. Artista eclettica, muove i primi passi nel mondo dello spettacolo come danzatrice classica e moderna, poi arriva la prosa e si trasferisce a Roma, dove frequenta l’Accademia d’Arte Drammatica Menandro. Da allora ha fatto molto teatro; si è divisa tra prosa, danza e canto, padroneggiando anche la difficile arte del monologo con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Rosy D’Altavilla. L’amore oltre il tempo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> per la regia di Paolo Vanacore, andato in scena dal 2016 al 2018 in una lunga tournée italiana che proseguirà ancora nei prossimi mesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il primo maggio scorso è uscita la sua ultima fatica cinematografica, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Arrivano i Prof</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, di Ivan Silvestrini; pellicola in cui Carmen recita accanto a Claudio Bisio, Maurizio Nichetti e tanti altri simpaticissimi attori. Della sua interpretazione parlerà lei stessa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È attualmente impegnata nelle repliche romane de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Berretto a Sonagli</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in scena al teatro Ghione per la regia di Francesco Bellomo. Affianca attori strepitosi: Gianfranco Jannuzzo, Emanuela Muni, Anna Malvica, Caterina Milicchio, Alessandra Ferrara, Franco Mirabella e Gaetano Aronica. Un cast di pregio per un’opera davvero ben realizzata, di cui ho avuto recentemente modo di scrivere. Carmen interpreta la parte della Saracena, la cartomante che, con la sua divinazione, dà il via al dramma di gelosia: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Le carte non mentono. Gli uomini sì. Specialmente i mariti!»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il suo ruolo teatrale pirandelliano mi ha dato l’idea per quest’intervista. Saranno le lame dei tarocchi a scandire la nostra chiacchierata. Del resto … le carte non mentono mai!</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cominciamo con il diciassettesimo arcano maggiore, le Stelle, che simboleggia il cielo dell’anima, l’illuminazione interiore e, dunque, anche la chiaroveggenza. Ne Il Berretto a Sonagli, che hai interpretato sia con Caruso, sia con Jannuzzo, tu sei la Saracena, la maga, la cartomante. Parlami di questo tuo ruolo.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La Saracena è un personaggio molto particolare. In questa edizione del Berretto parlo napoletano; andava sottolineata, anche attraverso una differenza dialettale, la contrapposizione di ceto e di contesto culturale con gli altri personaggi. Mi sono ispirata a Raffaele Viviani, nell’interpretarla, poiché nelle sue opere egli ha sempre tratteggiato personaggi del popolo e lei una popolana, una pettegola, una donna sottilmente perfida, che si diverte ad istigare rabbia, a fomentare rancori; è una donna che macchia con i sospetti il buon nome della famiglia di Beatrice, persona forte e fragile al contempo, che, in qualche modo, da vittima diventa involontariamente connivente con la Saracena, a causa della sua anticonvenzionalità e della sua capacità di ribellione che la portano sulla via dello scandalo. La Saracena è quasi divertita dal dolore che porta nella vita altrui; pensiamo alla sua risata chiassosa, al suo modo subdolo di insinuare tarli, come quando parla della collana a pendagli. È ambigua. A volte la immagino come un serpente.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Erpetologia teatrale: bella immagine! Veniamo ad altro. Dispongo sul nostro inesistente tavolino divinatorio il Bagatto, il Mago, che si destreggia in giochi di prestigio e, in alcune raffigurazioni, tiene in piedi un tavolino a tre zampe. Mi fa pensare alla tua versatilità artistica: ballo, canto, recitazione; teatro, televisione e cinema. Avremo modo di parlare del tuo recente successo cinematografico. Al momento vorrei che mi riassumessi il tuo rapporto con il cinema in genere.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il cinema è l’altro mio grande amore, oltre al teatro. Credo che siano due facce della stessa medaglia: non ci sono attori di teatro e attori di cinema, ci sono solo bravi attori tout court, in grado di recitare in ogni situazione. Fare cinema, per me, è stata l’occasione per approfondire il linguaggio recitativo: stare sul set non è la stessa cosa che stare sul palcoscenico. Sono due esperienze e due modalità espressive diverse e complementari, perché hanno in comune la ricerca della verità soggettiva, dell’onestà intellettuale. Il lavoro dell’attore si muove sempre su realtà intime e delicate, ma nel cinema si recita in sottrazione, mentre sul palcoscenico in amplificazione. Sono entrambe delle grandi scuole. Ho avuto la fortuna di fare provini con persone che hanno creduto in me. Ho iniziato con i cortometraggi e poi sono passata ai film.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ecco, i cortometraggi. Ne sono affascinata. È una forma d’arte che, nell’universo narrativo, paragono al racconto: contengono l’essenziale, rappresentano l’estrema sintesi. Quando sono ben realizzati compongono una storia con poche pennellate.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Uno dei corti a cui sono più legata è </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Uno studente di nome Alessandro</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che, nel 2012, ha vinto il Nastro d’Argento. È una storia molto toccante, magistralmente diretta da Enzo De Camillis. Alessandro Caravillani è l’ultima vittima di Francesca Mambro. La storia, dunque, ondeggia tra il macrocosmo della violenza degli anni di piombo ed il microcosmo della vita di questo ragazzo che, andando a scuola, si ritrova nel bel mezzo di una sparatoria, rimanendo ucciso. Io interpreto il ruolo della sua fidanzata. Ero molto giovane. Devo dire che ho introiettato il personaggio fino a farmi toccare l’anima: questa ragazza saluta il fidanzato pensando di rivederlo nel pomeriggio e si ritrova a fronteggiare il più crudele e definitivo degli addii, la morte. Oggi ad Alessandro è intestato un liceo. È consolatorio pensare che tanti studenti, che avranno il radioso futuro a lui negato da un proiettile, studino in un luogo che porta il suo nome. Un altro cortometraggio che amo molto è </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Confinati a Ponza</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 2016, diretto da Francesco Maria Cordella ed interpretato da grandi attori come Peppino Mazzotta, Bruno Torrisi, lo stesso Cordella, Debora Caprioglio, Antonella Piccolo e Francesco Dainotti.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Stiamo parlando dell’estate del 1943, quando, caduto il fascismo, Mussolini viene confinato a Ponza, luogo in cui egli stesso aveva mandato molti esponenti dell’antifascismo, giusto? Lui e Pietro Nenni si ritrovano sulla stessa isola: il primo per volere del re, il secondo per volere di Mussolini, come ebbe a scrivere lo stesso Nenni …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È esattamente questo il contesto storico. Io interpreto la cuoca dei confinati, Luisa De Luca Spignesi, una donna ponzese umile e, proprio per questo, dotata anche di grande buonsenso, di una dirittura morale quasi sconcertante. È un personaggio realmente esistito. È morta nel 2012 a 104 anni. La pièce è inevitabilmente un po’ romanzata, ma si basa comunque sui fatti storici. Questa donna ascoltava le confidenze di tutti …</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">… spesso si rendeva tramite di comunicazioni segrete, persino amorose, come quelle tra Pertini e Giuseppina Mazzella …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Esatto. Proprio per questo abbiamo immaginato che potesse aver tentato di fare da mediatore di pace tra Nenni e Mussolini. Nenni, però, aveva perduto la figlia ad Auschwitz, non aveva chiesto aiuto a Mussolini e la frattura tra i due era ormai insanabile. Luisa entra nel complesso rapporto tra i due con i suoi consigli semplici e tanto saggi da mettere in crisi entrambi. È stato un ruolo molto impegnativo e di grande soddisfazione.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Veniamo ai lungometraggi</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ho fatto molti film. Voglio ricordare, tra i tanti, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Viva l’Italia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Confusi e felici</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, entrambi diretti da Massimiliano Bruno, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Gomorroide</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, una divertente parodia di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Gomorra</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ed</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> Il flauto magico di piazza Vittorio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, un musical metropolitano e visionario che rivisita in chiave moderna l’opera di Mozart. Faccio una piccola parte, in questo film, la mamma di un bambino, ma è stata una produzione importante, con la regia di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu e con la partecipazione di grandi artisti. Sono molto onorata di aver fatto parte del cast. Poi, ovviamente, c’è </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Arrivano i Prof</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, uscito a maggio di quest’anno …</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">… e ne parleremo a breve. Ora, voglio scegliere un’altra lama dall’invisibile mazzo di tarocchi che abbiamo sul tavolo: il Sole, per parlare di te. Sei diplomata in lingue; ho visto un tuo video in inglese in cui ti misuri con una parte molto difficile tratta dal film The Silence of Lambs. Sei, come è giusto che sia oggi, una donna internazionale …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Grazie per aver parlato di quella mia prova attoriale in inglese. Nasce come un provino linguistico. Un famoso regista internazionale, prima che io facessi il provino per una parte in un suo film, mi chiese un video con un saggio recitativo in lingua, al fine di valutare il mio livello d’inglese. Devo dire che fu entusiasta della mia prova, tanto che mi scelse. Peccato che, poi, il film non venne realizzato per problemi di produzione. In ogni caso, lui stesso mi disse di diffondere on line il video perché la mia interpretazione era così intensa da meritare visibilità.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Tuttavia, non è all’inglese e alla tua internazionalità che ricollego il sole dell’arcano “scelto” per la domanda, quando a Napoli, una città che amo molto. Tu hai portato in scena anche un testo di Raffaele Viviani, Festa di Piedigrotta. Dialetto impegnativo, il suo, assonanze antiche … Ricordo una magnifica serata che passai, anni fa, a casa dell’amico giornalista Mimmo Liguoro. Qualcuno lesse con grande pathos una poesia di Viviani, Mast’Errico, e mi spiegò la difficoltà di quella lettura, degli arcaismi di quel dialetto. Anche ne Il Berretto a Sonagli interpreti la parte di Saracena e reciti in napoletano, come, del resto, hai fatto in molte altre occasioni. Qual è il tuo rapporto con la napoletanità?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È sicuramente un rapporto viscerale, sebbene non privo di conflitti, come tutti i grandi amori. Napoli è una città cui devo moltissimo, come moltissimo devo a Roma; rappresenta l’origine, la radice più profonda. La </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Festa di Piedigrotta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Raffaele Viviani è stato un lavoro che mi ha profondamente toccata. In parte ha rappresentato un mio ritorno a Napoli, abbandonata per Roma ai tempi dell’Accademia, una mia riconciliazione con la città natia; in parte è stato un punto di partenza per la costruzione di molti altri miei personaggi partenopei, compresa la Saracena, come ti dicevo.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ed è una costruzione fatta ad arte, lasciatelo dire. Peschiamo, ora, la lama della Giustizia. Anche nel mondo dello spettacolo, al pari di ogni altro, esiste la mortificazione della meritocrazia? Hai mai visto avanzare raccomandati privi di talento e che reazione hai avuto?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Qualunque sia il lavoro che si svolge nella vita, credo che sia capitato a tutti, almeno una volta, di vedersi passare davanti il raccomandato privo di talento. Il mondo dello spettacolo non differisce da qualunque altro lavoro, in questo. Quando ero più giovane vivevo molto male il nepotismo. Forse, da ragazzi, si è più idealisti. Oggi vedo e passo oltre. Non mi lascio scalfire dalle bassezze altrui. Credo fermamente che studio e lavoro, serietà e dedizione paghino sempre. È una cosa che insegno anche ai ragazzi delle scuole di recitazione dove sono docente. Ciononostante, i favoritismi esistono, non si può negarlo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È la volta del nono arcano, l’Eremita. Molti gli aspetti positivi di questa carta: la concentrazione, l’approfondimento, la sobrietà. Ma è la solitudine ciò che mi interessa, in questo caso. Nel dorato mondo dello spettacolo, che il pubblico percepisce come pieno di vitalità, di riflettori, di eleganza, di sorrisi, ci si sente anche molto soli. La solitudine è insita nel concetto di maschera, pensiamo a Pierrot. Tu sei una giovane donna partenopea, hai il sole dentro. La mia domanda, però, vuole scoprire una parte della tua intimità: ti senti mai sola? Il tuo lavoro ti porta spesso a viaggiare, ad allentare le radici, a lasciarti dietro molti affetti …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Come no! La solitudine è una costante della mia vita. Un po’ perché, come hai detto tu, noi attori viaggiamo spesso, ci muoviamo e, dunque, non riusciamo a relazionarci con gli altri attraverso le medesime modalità di chi è stanziale; un po’ perché la solitudine è, per me, un percorso di conoscenza di me stessa, di ritrovata intimità, di riflessione. Ne ho bisogno. Ho tanti amici, una vita sociale ricca, ho vissuto amori meravigliosi, ma sono irrinunciabili i momenti che passo con me stessa. Forse, ad influenzarmi c’è anche la consapevolezza di quanto sia difficile poter essere capita da chi non fa il mio stesso lavoro, o comunque un lavoro artistico. L’arte richiede abnegazione, presenza, concentrazione, sacrificio. Convivo con la mia solitudine, dunque, ma lo faccio con grande serenità.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il progresso, l’avanzata costante e migliorativa verso il futuro, simboleggiata dalla settima lama, il Carro, muta prospettiva, in questa mia domanda, perché voglio sapere se, dal carro della tua poliedrica attività artistica, che marcia speditamente verso nuovi successi, ti guardi mai indietro. Hai rimpianti, rimorsi professionali?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sicuramente guardo dietro le mie spalle per essere certa che l’esperienza fatta fino ad oggi mi segua e costituisca l’arricchimento utile ad andare avanti; ma rimorsi e rimpianti, no, non ne ho. Con grande onestà, posso dire che non mi pento di nulla.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Estraggo dal mazzo fittizio dei miei tarocchi la carta della Forza per indagarne l’aspetto meno evidente: nulla a che fare con la temerarietà e la potenza fisica di chi apre la bocca di un leone a mani nude. No. Voglio parlare della calma morale, dell’intelligenza che domina l’istinto. Shakespeare diceva che la calma è la virtù dei forti. Ti è mai capitato, durante uno spettacolo, di dover fare appello a tutta te stessa per non perdere la calma con un collega, pur sapendo che avresti avuto ragione a perderla?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sicuramente. Ogni giorno. Io sono una donna molto passionale e devo dire che, da giovane, prevaleva l’istinto, un istinto spesso in grado di smascherare certi pensieri. Negli anni, invece, sono diventata più riflessiva. Mi dedico a contare fino a dieci, come si suol dire, e consento all’eccesso di passione di sedarsi nella riflessività. Ho lavorato molto su me stessa e ne ho trovato giovamento.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">A volte si deve contare fino a venti …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">… anche fino a cento. L’importante è farlo.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E veniamo alla passione, a quella fuori controllo, a quella irrinunciabile. I tarocchi la racchiudono nell’immagine del Diavolo. Recitare, cantare, ballare sono le passioni della tua vita. A quale altra passione vorresti legarti? Di fronte alla classica bacchetta magica in grado di esaudire un desidero, cosa chiederesti per accendere la tua vita con una nuova passione?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono una grande estimatrice dell’arte pittorica. Visito spesso musei e mostre. Sono assolutamente negata, nella pittura, ma ho l’occhio per apprezzarla. Dunque, al Genio della lampada chiederei senza dubbio una mano da pennello.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nello studio dell’iconografia antica, una lama che mi ha sempre affascinato è quella della Luna. Sembra un’immagine notturna serena, ma c’è un’insidia che si affaccia. Le cose nascoste del mondo, a volte, fanno paura. C’è qualche paura legata alla tua vita artistica?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Paure legate a mie interpretazioni, a miei progetti direi di no, perché io sono una che osa, che si lancia con fiducia e tanto studio. Forse la paura che ho è legata alla salute: vorrei che mi assistesse per consentirmi di realizzare tutto ciò che ho in mente di fare. Ma credo che sia una paura di molti, a prescindere dal lavoro che fanno.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Veniamo al tuo più recente progetto cinematografico. Nel film Arrivano i Prof interpreti la parte di una professoressa, la signora Carli, che si ritrova circondata da colleghi un po’ sui generis, chiamati ad insegnare in una scuola dal bassissimo rendimento, nella speranza che le loro stranezze, sommate a quelle degli studenti, producano bravura. La storia ha origini francesi: un libro trasformato in film, Les Prof, del 2013. Come insegnante in questa folle scuola, ti senti più vicina al secondo arcano, la Papessa, introspettiva e silenziosa, oppure al terzo, l’Imperatrice, brillante ed assertiva?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Direi che il mio ruolo è in bilico tra i due caratteri. La professoressa Carli è una donna molto conservatrice, tradizionalista; guarda con sospetto a questo gruppo di professori naif, sebbene, alla fine, si scioglierà anche lei, cadrà il suo guscio di durezza ed uscirà fuori la sua femminilità.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ancora un arcano, il Mondo, la carta del successo, della completezza, della perfezione; una carta che ho scelto per simboleggiare una domanda sul tuo futuro. Innanzi tutto, so che a breve ti verrà assegnato un prestigioso premio …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, parteciperò al Festival del Cinema di Salerno dove riceverò un premio molto importante. Per darne notizia, però, vorrei attendere ancora un poco, ma posso dire sin d’ora che mi emoziona molto.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Altri progetti, desideri? Cosa bolle in pentola?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dopo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Berretto a Sonagli</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> riprenderò il mio monologo, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Rosy D’Altavilla. L’amore oltre il tempo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. È un progetto cui sono molto affezionata. Attraverso parole e musica porto lo spettatore in una Napoli allietata dalle più famose canzoni dialettali dei primi del Novecento. Devo dire che sta avendo molto successo da più di due anni, in tutta Italia. Sto lavorando, inoltre, ad un secondo monologo che si intitolerà </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">14</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, un lavoro davvero particolare, la cui trama verrà rivelata a tempo debito. Nella pentola del mio immediato futuro, inoltre, bollono anche alcuni progetti cinematografici.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 ff1">**** ° ****</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tanti piani per il futuro, dunque; tutti interessanti e preannunciati con grande entusiasmo e vitalità. Non si può che attenderli con altrettanto entusiasmo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 09.11.2018]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Giacomo Spaconi</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 09 Nov 2018 21:05:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Elogio della pazzia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000075"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sabato 27 ottobre 2018 – Un pomeriggio autunnale romano. Vento di scirocco e nuvole che minacciano pioggia. Al primo piano del teatro Impero, in una grande sala adibita alle prove, raggiungo Francesco Bellomo, Gianfranco Jannuzzo e la Compagnia che dal 30 ottobre all’11 novembre metterà in scena Il Berretto a Sonagli di Luigi Pirandello al teatro Ghione di Roma.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tanta emozione nel varcare la soglia di un luogo in cui il pubblico, usualmente, non è ammesso. È il luogo in cui germina lo spettacolo; il luogo nei cui spazi si animano ombre di oggetti inesistenti che la bravura degli attori rende reali, visibili, tangibili. Poche sedie, due tavoli da giardino sono sufficienti agli attori per mantenere diagonali, inseguirsi ritmicamente nella geometria scenica con cadenza quasi musicale. Tutti collaborano nel ricreare la scena; a volte si scambiano consigli. Sembra di stare al centro di un vulcano in piena attività.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La versatilità di chi recita non finisce mai di stupirmi e affascinarmi. Gli attori sono dentro al personaggio, poi il regista suggerisce una modalità espressiva diversa, un piccolo particolare, e loro si fermano, introiettano il consiglio e riprendono dalla battuta precedente, come se non ci fosse stata interruzione, modulando l’enfasi secondo il suggerimento ricevuto. Entrano ed escono dal personaggio come fosse una chiesa: porte sempre aperte e cuore in cambiamento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Francesco Bellomo è un regista eccezionale. Silenzioso e serio per carattere, ha occhi che bucano l’aria e vedono tutto, si soffermano sulla punteggiatura del testo, sul registro di voce, sui tratti prosodici della battuta, sulla mimica. Gli bastano poche parole per spiegare ciò che ritiene più giusto e, quando si concretizza quel che ha detto, si capisce anche il perché, si colgono le sfumature che lui ha visto prima degli altri e che fanno parte della sottile trama pirandelliana. Agrigentino di nascita, è un serissimo cultore di Pirandello. Produttore e regista, ha diretto molti grandi attori, tra i quali Monica Guerritore, Orso Maria Guerrini, Arnoldo Foà e, naturalmente, Nino Bellomo, suo padre e grande interprete. Ha, dunque, mangiato pane e teatro anche in casa, accanto al padre e accanto alla sorella, Virginia, docente di lettere, profonda studiosa di Pirandello e raffinata donna di teatro, scomparsa prematuramente lo scorso anno ma sempre presente, anche sul cartellone di questo spettacolo, accanto al fratello, nella produzione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Pirandello di Bellomo è autentico, non inquinato da stravolgimenti testuali o scenografici; nel suo adattamento della versione originale, quella precedente agli interventi di Angelo Musco, si coglie tutto il “non detto” dell’Autore. Meravigliosa, poi, la scelta di inserire squarci dialettali, più marcati nei momenti intimi, meno nel dialogo con funzione narrativa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel dialetto, ovviamente, la sicilianità di Gianfranco Jannuzzo, che interpreta Ciampa, il protagonista assoluto di questa pièce, trionfa, diventa musica, sottolinea l’espressione, il significato di ogni singola parola. Lo capiscono tutti, perché è un parlare limpido che arriva diretto nell’anima e lì si accomoda spiegando le sensazioni che si nascondono dietro le azioni. C’è accusa, amarezza, rassegnazione, forza nel Ciampa di Jannuzzo; c’è un incredibile vigore mimico, sia nel dialogo, sia nelle controscene. È dirompente. Deflagra in ogni spettatore. Ben diverso dai Ciampa precedenti, pur magnificamente interpretati da grandi artisti, alcuni dei quali ho avuto il privilegio di vedere in scena. Il primo fu Salvo Randone in un’edizione televisiva per la regia di Fenoglio. Era il 1970. Il Pirandello di Randone, in ogni testo delle Maschere Nude che egli ha affrontato, era intenso e prepotente. Lui non si limitava a recitare, ma viveva sul palcoscenico insieme ai suoi personaggi, che diventavano Salvo negli umori, nelle angosce, nell’irritabilità, persino nella ferocia. Poi fu la volta di Eduardo De Filippo, che vidi nel 1979 al Quirino, nella sua versione napoletana del dramma. Il suo Ciampa era anziano, senza futuro, sopraffatto dalla vita, con un profondo senso del tragico dietro le parole e persino dietro ai suoi monosillabi aspirati, capaci, come sempre, di racchiudere un mondo di pensieri e sentimenti: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Eh….»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ah…»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Quando, nel 2013, vidi Pino Caruso al Piccolo Eliseo, diretto da Francesco Bellomo nella stessa versione oggi in scena, trovai un altro Ciampa ancora: introspettivo, lento, delicato, intimista. Splendido, senza dubbio, ma nel 2016, alla Sala Umberto, trovai in Gianfranco Jannuzzo un Ciampa più vicino a quello che io avevo letto e percepito nel testo; un Ciampa in grado di parlare un linguaggio pirandelliano in tutte le sue sfumature, nella rabbia e nell’orgoglio, nell’intimo dolore che riempie le sue loquaci e commoventi pause; un Ciampa giovane, la cui rassegnazione non origina da spalle gravate dagli anni, ma da un cuore gravato dall’amore, un cuore tenuto in una mano come in una morsa, egli dice; una rassegnazione che origina dalla resa incondizionata di un uomo innamorato di fronte ad un bacio che gli chiude la bocca. Ebbene, la mano di Jannuzzo posata sulle labbra, mentre lo dice, è oro colato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La vis recitativa di Jannuzzo raggiunge la vetta, poi, quando fa ingresso la pazzia, uno dei temi fondamentali del teatro pirandelliano, amplificato dalla malattia spirituale dell’Autore, dalle tristi vicende della sua vita familiare. La pazzia è una delle più grandi manifestazioni di passionalità teatrale, un terremoto emotivo, l’espressione di una vita che non può raggiungere altro se non una perfezione parziale, un assoluto relativo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La corda civile si trova sulla fronte di ogni uomo, afferma Ciampa, nel mezzo tra due forze eguali e contrarie, regolate dalla corda seria e da quella pazza; è la risultante di una difficile equazione che determina i comportamenti, influenza i fatti. La corda civile è la maschera; è il saluto per strada, è il camminare sotto braccio, è il sorridere, è l’apparire quand’anche difforme dall’essere. Ciampa è perduto quando cade la maschera, quando il vero assume un aspetto serio, credibile. Occorre pazzia perché la verità non sia creduta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Pazzia e verità costituiscono un binomio che ritroviamo anche in Shakespeare. In particolar modo nel </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Re Lear</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Sono particolarmente affezionata alla figura del Matto che emerge in quell’opera. William Blake scrisse: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Se il Matto persistesse nella sua follia, diventerebbe saggio»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Il Matto shakespeariano è una sorta di angelo custode; è un saggio ammorbato dal rigore che la saggezza comporta; è un arguto che, tuttavia, vive anche l’aspetto deleterio dell’arguzia, quell’aspetto che obbliga a vedere più di quello che si vorrebbe vedere, proprio come accade a Ciampa, la cui corda folle è più tesa di quel che si pensi. Il Matto shakespeariano incarna il Coro, la voce della coscienza; anche ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Berretto a Sonagli</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> la pazzia si lega alla voce della coscienza. È alla coscienza della signora Beatrice che Ciampa, matto a causa della verità che intuisce e che, infine, esterna, vuole rivolgersi. Il Matto umanizza Lear, così come la pazzia conduce Ciampa a dare sfogo alla propria umanità calpestata, minacciando di commettere uno sproposito pur di non giacere nell’inferno in cui è stato gettato. Il Matto del re Lear non smette mai di amare il suo re, come Ciampa non smette di amare sua moglie. Il Matto del Re Lear sparisce. Allo stesso modo la follia pirandelliana fa sparire qualcuno dalla storia; qualcuno che si ritira nella pazzia, vera o presunta, nel privilegio di urlare la verità e nella condanna di non essere creduti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ciampa è ossessionato dall’inversa relazione tra menzogna della maschera, del “pupo” e verità del folle. La verità pirandelliana, solitamente frantumata in tanti pezzi, ognuno dei quali adatto a rappresentare un tutto, un punto di vista, un’angolazione, qui si addensa intera nella follia. La follia è il contenitore di una verità scomoda, come tutte le verità, ma unica. Non ci sono punti di vista alternativi credibili, ma solo le palesi falsità dettate dalla corda civile di Spanò e di Fifì, della signora Assunta e di Fana. È una verità che veste il berretto a sonagli, il berretto del giullare, e fa tremare chiunque assista allo spettacolo, costretto a fare i conti con la follia della propria esistenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Partecipare alle prove è divertente. Si assiste ad uno spettacolo spezzettato in parti diacroniche, come un puzzle che si compone nel ricordo del testo; ogni parte, a sua volta, viene ripetuta, leggermente cambiata, aggiustata. È un sano lavoro contadino di semina e raccolto. Meraviglioso. Maya Melis, assistente alla regia, è un metronomo: dà le battute, la cadenza dei suoni, suggerisce caratteri, posizioni in scena. Infaticabile, entusiasta. Si percepisce la grande passione che nutre per il suo lavoro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Oltre alla performance di Jannuzzo, praticamente perfetta anche nelle prove, ho avuto il privilegio di assistere all’avvicendarsi di tutti gli altri bravissimi attori della Compagnia. Anna Malvica, attrice di grande esperienza, che, nella sua lunga carriera, è stata diretta da registi come Giorgio Strehler e Mauro Bolognini e che ha recitato accanto ad attori del calibro di Turi Ferro. Qui interpreta la parte della signora Assunta. È una forza della natura. Brava è dir poco: ha presenza scenica, carattere, incisività, simpatia. Non da meno Emanuela Muni, che interpreta la parte di Beatrice, affidando ad un pathos autentico ogni sua parola, persino gli “a parte”, le parole pronunciate tra sé e sé. Uscita dalla scuola di recitazione del Teatro Stabile di Catania, la Muni ha diversificato notevolmente la sua attività attoriale, dedicandosi al teatro, sua grande passione, al cinema, alla televisione. La Saracena, cartomante istigatrice della denunzia di infedeltà che dà il via al dramma, è una splendida, espressiva Carmen Di Marzo che, per la seconda settimana di repliche romane e per altri tratti della tournée, sarà sostituita dalla frizzante Veronica Rega. Brava anche Caterina Milicchio, che interpreta la parte di Nina, la moglie di Ciampa; brava la piccola, dolcissima Alessandra Ferrara nel ruolo di Fana, la saggia cameriera timorata di Dio, con la sua passione, le sue paure, il suo attaccamento alle convenzioni. Completano il quadro di composite bravure Gaetano Aronica nel ruolo di Fifì e Franco Mirabella in quello del commissario Spanò, entrambi eclettici attori con un passato di studi d’arte drammatica che li hanno condotti a dividere la propria carriera tra cinema, televisione e teatro. Riescono qui a tratteggiare personaggi iconici assolutamente in linea con l’immaginazione pirandelliana. Sono personaggi che sembrano nascere con loro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Vedere all’opera tutti questi grandi artisti, incrociarli durante le pause, scambiare con loro impressioni di scena, è stato un arricchimento personale ancor prima che professionale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A proposito delle tre corde di cui parla Ciampa, chiedo agli attori in sala se, nella vita, sia capitato loro di girare ora l’una ed ora l’altra. Un’affermazione corale riempie l’aria.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Io sono seria»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> interviene Anna Malvica </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«ma le corde che aggiusto costantemente sono la civile e la pazza»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Anche per Giancfranco Jannuzzo la corda che serve di più, nella vita, è quella civile: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Capita sovente di tenderla a dovere per tenere a bada quella pazza, sollecitata da un mondo che sembra volerla vedere in azione ad ogni costo. Quanto a quella seria, mi piace, ma ho quasi timore ad usarla, perché si rischia d’essere fraintesi, di essere trasformati, per serietà, in persone poco serie, altere o noiose»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Azzardo un’ulteriore domanda prima che riprendano le prove.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Vi portate i personaggi in casa o li lasciate in camerino?</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Siamo attori-personaggi»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> sintetizza efficacemente la Malvica.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Io amo lasciarli in camerino»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> interviene Gianfranco Jannuzzo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«anche se ci metto sempre del mio e quella è una parte che mi segue ovunque»</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Prendiamo dai personaggi quello che c’è di nostro e lo sviluppiamo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> aggiunge Franco Mirabella. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«È Pirandello stesso che, attraverso lo studio psicologico dei personaggi, porta l’attore a questa fusione di caratteri»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La psicologia affascina tutti, soprattutto chi lavora sull’interpretazione. Trasportiamo ben presto la conversazione dal teatro al cinema; arriviamo a parlare di Hitchcock e di quel suo film, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Io ti Salverò</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, dove la sequenza del sogno fu realizzata secondo i bozzetti di Salvador Dalì, il cui surrealismo vive di psicanalisi. Pregio dell’arte: a parlarne si vola sempre lontano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Gianfranco, cosa cerchi nel palcoscenico?</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«L’esigenza fondamentale è quella di comunicare, di entrare in connessione con il pubblico, con chi deve conoscere una storia attraverso un testo, attraverso ciò che di quel testo portano in scena gli attori. Il pubblico è la mia forza, il mio alleato»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E devo dire che gli riesce davvero bene. Quando, nella scena finale, i suoi occhi incrociano il pubblico in sala, crolla la quarta parete, il muro ideale che separa attori e pubblico: è come se tutti salissero sul palcoscenico con lui. Giovanni Verga confessò ad Ojetti di non amare il teatro perché richiede un intermediario tra autore e fruitore del messaggio artistico. Al contrario, Pirandello, pur riconoscendo in Verga un suo grande maestro, trasformò il teatro nella sua arte prediletta. Il suo teatro è la forma più pura e diretta per trasmettere la propria idea della vita, un ottativo di odio e amore, di distruttività e rinnovamento. È proprio il dialogo interpretato dagli attori, quello osteggiato da Verga, che rende l’opera viva per il pubblico; e Jannuzzo è un grande maestro in quest’arte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È tempo di riprendere le prove; ancora una scena, poi il meritato riposo. Sono passate quattro ore e mezza. Fuori è buio e scende una pioggia insistente. Il ritorno a casa è un viaggio che mi vede immersa nelle battute pirandelliane, nelle voci degli attori, nei loro movimenti, nel piacere immenso di essere stata invitata in questo angolo privato di teatro, nel gusto dell’attesa che mi vedrà in sala, al Ghione, il giorno della prima, pronta ad applaudire questa straordinaria Compagnia di artisti.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 29.10.2018]</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Raffaella Bonsignori</span></b><b></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 29 Oct 2018 10:41:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sgarbi e la voce di Leonardo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000074"><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">È in scena al teatro Olimpico di Roma, fino al 14 ottobre, </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Leonardo</span></i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">, una magnifica lectio magistralis di Vittorio Sgarbi sul più grande genio del Rinascimento.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nell’ottimo allestimento scenico di Tommaso Arosio c’è tutta la dialettica contemporanea tesa all’essenzialità, ad un minimalismo geometrico ottenuto attraverso strutture esili e lineari, assolutamente perfette nell’incorniciare l’opulenza pittorica e visiva delle opere di Leonardo proiettate sullo schermo centrale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sgarbi supera agilmente, senza mai annoiare, senza mai stancare, senza mai perdere l’attenzione del pubblico, le tre ore di palcoscenico. Nessuna interruzione, se non per i piacevoli interludi musicali del bravissimo maestro Valentino Corvino, eseguiti mentre il grande schermo centrale restituisce al pubblico geometrie danzanti; poliedri che potrebbero anche far viaggiare nel tempo artistico fino al Novecento, fino alle litografie di Escher, l’artista delle false prospettive; solidi dalle facce cangianti, volti, forse, a rappresentare l’essenza della tridimensionalità, della “scienza pittorica”, che sottende l’arte di Leonardo. In qualche modo quelle geometrie parlano di lui. Leonardo, infatti, ha rovesciato i punti fermi del suo e del nostro mondo attraverso una pittura in cui la prospettiva pittorica, introdotta dal Brunelleschi, assume tratti affatto personali, originali, e i colori oleosi dei grandi maestri del nord Europa vanno ad affiancare la tempera.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Con la pittura ad olio, Leonardo arricchisce di luce le sue figure; dona loro quella corposità che le rende assolutamente vivide, pregne di sfumature caratteriali. Con la sua arte, però, va ben oltre la tecnica pittorica e dona vita autonoma alle figure che dipinge, elargisce loro un fondo di pensieri, di cuore. Ogni suo personaggio ha una precisa gestualità, ha ben definite caratteristiche emotive, tratti psicologici che ci fanno conoscere il “pensiero dell’immagine”, ci fanno ascoltare le sue parole.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Attraverso la lettura di alcuni brani delle Vite del Vasari, Sgarbi ci fa entrare nel significato più profondo dell’ispirazione di Leonardo, della sua fase ideativa, che implica l’avvicinamento dell’uomo a Dio, o, meglio, la sovrapposizione dell’uno all’altro. Dio è nell’artista. Leonardo, dunque, è Dio dentro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Durante lo spettacolo, l’arte di Leonardo viene esplorata con gioiosa accuratezza in ogni suo aspetto peculiare, a cominciare dai primi esperimenti pittorici presso la bottega del Verrocchio, fino al suo autoritratto senile, conservato, oggi, nella Biblioteca Reale di Torino, un autoritratto in cui ho sempre trovato molti caratteri fisici comuni all’Uomo della Sindone, quasi il sacro drappo stia a testimoniare quella divinità che ha sempre albergato in Leonardo, alito d’arte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’excursus dialettico di Sgarbi è davvero notevole. Attraversa le opere, ma anche la storia; traccia interessantissimi paralleli con altre forme d’arte, in particolare la fotografia; rende visibile l’invisibile racchiuso nelle opere proiettate al centro del palcoscenico. Il pubblico, accompagnato dalle sue parole, vede la </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vergine delle Rocce</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> nei suoi particolari, quelli che all’occhio esperto forniscono gli elementi caratterizzanti della pittura leonardesca; comprende l’estrema originalità della posa della </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dama con l’Ermellino</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; indaga l’enigmatico sorriso della </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Gioconda</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, donna ammaliatrice; viaggia nelle emozioni che animano il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cenacolo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Il deterioramento dell’affresco di Santa Maria delle Grazie, purtroppo, toglie ai nostri occhi molto della pittura di Leonardo, nonostante il restauro. È un deterioramento iniziato prestissimo; già nel 1517, Antonio de Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona, ne osserva il principio. Probabilmente il fenomeno si deve ad un insieme di concause: in parte alle caratteristiche del muro, adiacente alle cucine, in parte, una gran parte, alla scelta di Leonardo di usare olio e tempera su fondo gessoso, una tecnica pittorica inadatta all’affresco, che, tuttavia, gli ha consentito di ottenere su muro la stessa espressività, lo stesso dinamismo dei volti che caratterizzano la sua pittura su tela e su tavola.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">C’è tanta pittura, tanta storia, tanta passione, nelle parole di Sgarbi. Emerge un Leonardo nostro amico. Lo incontriamo sul palco, lo avviciniamo, comprendiamo il suo mondo intenzionale. Riusciamo finalmente a cogliere quella sua magnifica ansia di conoscenza che lo spinge verso l’incompiutezza; l’incompiutezza perfetta del </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">San Girolamo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, conservato oggi nella Pinacoteca Vaticana, in cui mirabilmente si mischiano olio e tempera; o, ancora, l’incompiutezza dell’</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Adorazione dei Magi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, serbata agli Uffizi. La realizzazione dell’opera spetta alla mano ed è quasi pura meccanica rispetto all’occhio, alla passione, all’arte, afferma Sgarbi. Quei soggetti sono completi nell’immagine catturata dall’artista prima della realizzazione pittorica ed è quanto basta. Leonardo, in qualche modo, anticipa l’incompiuto michelangiolesco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sgarbi è un fantastico affabulatore. Parla di arte e sa molto bene quel che dice; soprattutto, ama dirlo. Il pubblico percepisce questo amore e ricambia. Ho assistito a un’osmosi quasi passionale tra Sgarbi e tutti noi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’arte è sempre stata studiata poco, a scuola, ora quasi per niente, denuncia Sgarbi. Ha ragione. È una follia la limitazione che subisce, poiché è il vero linguaggio universale, decisamente più della letteratura, prosegue a dire. Sotto questo profilo, ritengo d’essere una privilegiata. Ho sempre mangiato pane e arte, in famiglia, e appartengo a una generazione che, al liceo classico, ha studiato con accuratezza e approfondimento ogni materia, forse anche grazie a una scuola particolarmente illuminata. Di sicuro, conversazioni teatrali come questa sono un bel nutrimento, sia per chi conosce la storia dell’arte, sia per chi non ha avuto questa fortuna. Al teatro Olimpico, in questi giorni, c’è qualcosa in più dello spettacolo, qualcosa in più di una lectio raffinata, c’è un pizzico di magia. Apriamo il nostro animo a questa magia e potremo accedere a una ricchezza che nessuna moneta saprà mai eguagliare.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 13.10.2018]</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Raffaella Bonsignori</span></b><b></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 13 Oct 2018 09:40:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Io e Sinatra. Cinema, arte e senso dell'amore]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004C"><div class="imTACenter"><div class="imTALeft"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Frank Sinatra, i miei film in dvd e qualche sorso di ottimo whisky scozzese. Una serata tranquilla a meditare sul senso dell’amore. </span><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Fly me to the moon, let me play among the stars …»</span></i></b><span class="fs12lh1-5 ff1"> (Fammi volare sulla luna, fammi giocare tra le stelle), canta Sinatra. L’amore è, dunque, un volo verso la luna? Un gioco tra le stelle? È una fuga nello spazio profondo? Forse è solo una passeggiata nell’anima, dove è racchiuso l’universo intero. Ma quando abbandona gli spazi cosmici interiori e affiora nel mondo reale, un mondo fatto anche di parole, cos’è l’amore?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non è mai impresa facile parlarne; men che mai comunicarlo alla persona che amiamo. Dire </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«ti amo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, dirlo seriamente, intendo, è come lanciarsi col deltaplano: un meraviglioso viaggio in un cielo dove il sole splende imperioso, ma non senza qualche brivido. E se l’altro non condividesse? Se esternando l’amore rovinassimo tutto?</span></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«… and then I go and spoil it all by saying somethin’ stupid like I love you …»</span></i></b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">(… e poi inizierò a rovinare tutto dicendo qualcosa di stupido come ti amo), canta ancora il grande Frank. Fa un po’ paura, quella frase, diciamocelo. Però è bella più del bello, è profonda ed è una gran persona quella che riesce a pronunciarla per prima, senza cedere al timore d’essere sola. Di sicuro assume proporzioni infinite, nel cuore degli amanti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando si fa realtà, però, scendendo nei fatti, le proporzioni cambiano tra uomo e donna.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nella fase iniziale dell’amore gli uomini procedono più lentamente. Nella migliore delle ipotesi tengono l’andatura di quella tartaruga, che, secondo Zenone, corre più veloce di Achille. Personalmente non ci trovo nulla di sbagliato. L’amore dovrebbe generare in tutti noi meditazioni accurate; e, poi, il corteggiamento, il lento scoprirsi a vicenda, il primo appuntamento, i primi baci, la morbida intensità della fiamma che aumenta a poco a poco sono pura magia. Ciononostante, la gran parte delle donne non la pensa così. Come Cenerentole strafatte di cocaina, sono per metà principesse romantiche e per metà iene iperattive. Il fuoco femminile genera, sin dalle prime ore, una rivoluzione telefonica con le amiche, un’entropia di pensieri, di interpretazioni, di progetti che, nell’arco di una settimana, arrivano già alla chiesa in cui sposarsi, alla casa da comprare insieme e al numero di figli da mettere al mondo. E l’uomo, poverino, decide di andare avanti per inerzia, con la velocità di un bradipo, sfiorando l’immobilità. C’è da capirlo. E, in tutto questo, assume uno sguardo vagamente stupefatto, che, di solito, le donne scambiano per amore. No, è paura; terrore dell’ignoto, del tornado, del caos che una donna può far entrare nella vita di un uomo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le cose non migliorano nella fase successiva. Le donne, di solito, calibrano l’intensità delle parole secondo rigidi e complessi schemi matematici da proiettare sulle azioni, secondo algoritmi di cui non lasciano trapelare i criteri. Nessun libretto di istruzioni. L’uomo deve fare quello che gli viene spontaneo ma, se il suo pensiero ed il suo modo di fare non sono allineati con quelli che la donna ritiene consoni, il volto di lei si trasforma all’improvviso in quello di un’upupa affamata: serio, affilato, concentrato sulla preda, e il povero malcapitato, non potendo essere ingoiato come un insetto, viene spedito al centro di un buco nero senza nemmeno una torcia. Lì, forse, troverà la strada per tornare ad una realtà parallela dove la relazione che stava vivendo, distrutta da un ordigno di cui non sa, né saprà mai nulla, è così finita da richiedere una nuova parola per dirlo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Woody Allen in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutti dicono I Love You</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> si meraviglia che la sua storia d’amore sia finita. Gli amici gli chiedono se non ci sia stato un qualche segnale premonitore. E lui risolutamente nega con la sua classica argomentazione per assurdo: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Mi prendi per un idiota? Che genere di segnale mi avrebbe mandato? Secondo te avrei trovato la foto di lui tra le sue mutande, oppure ha mormorato il suo nome mentre facevamo l’amore nell’orgasmo? No, perché è successo, ma io non ho capito, non ho capito …»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sentimenti ed ormoni portano gli uomini verso noi donne, ma è come se per raggiungere la passione, fossero costretti a salire sull’astronave di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Alla fine del film, Richard Dreyfuss è attratto da quello che può trovare in quella specie di lampadario volante, ma non è che proceda di corsa come ha fatto per raggiungere quel luogo. No. Ha qualche comprensibile remora, ora che le cose si stanno concretizzando. Tuttavia, viene circondato dagli alieni, preso per mano e condotto dentro. In realtà viene fatto prigioniero. Secondo me, quelle figure aliene sono femmine.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’amore non c’entra niente con la fantascienza, si potrebbe obiettare. Forse. In realtà, conosco coppie che ancora non sanno di vivere su pianeti diversi, ma non è questo il punto. Il punto è che l’amore, per l’uomo e per la donna, non ha solo tempi differenti, ma anche differenti vesti. Molte donne, ad esempio, sono imbattibili nell’usare il cinema come paradigma d’amore. Non vedono un film, bensì assistono ad una storia vera; ritengono di essere affacciate alla finestra più che sedute davanti ad uno schermo. Ridono, piangono, si emozionano; e, come in ogni storia vera, rischiano persino di innamorarsi del protagonista, o, meglio, del suo ruolo, soprattutto se romantico, accudente e galante, espressione, parimenti, di intelligenza e sensualità. Praticamente la perfezione. Così, nella vita, non cercano solo l’intelligenza, il romanticismo, in alcuni casi la bellezza, o, comunque, il fascino, ma il gesto estremo d’amore, il coraggio nell’impegno immediato. E, quando escono con un uomo che non assomiglia al Clark Gable di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Via col Vento</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, al Gregory Peck, di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vacanze Romane</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, al Brad Pitt di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vi presento Joe Black</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, al Jude Law de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’amore non va in vacanza</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, allo Hugh Grant di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Love Actually</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, al Jean-Louis Trintignant di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un uomo e una donna</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> sono tentate di scaricarlo a priori, senza neanche provare ad apprezzare le sue qualità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Bisogna riconoscere, però, che il cinema ha una sua indiscutibile attrattiva, a volte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Richard Gere è Lancillotto, ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il primo cavaliere</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; un Lancillotto un po’ troppo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">American Gigolo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ma poco importa ai fini della storia. Incontra Ginevra prima che lei raggiunga Artù, il suo promesso sposo, ossia Sean Connery</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">- quando si dice: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">“a chi tutto, e a chi niente”</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> -.</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">Bene, Lancillotto, folgorato a prima vista, la bacia appassionatamente. Lei gli fa giurare sul suo onore che non l’avrebbe più baciata. Lui giura di non baciarla più se non su sua richiesta. Qualche giorno dopo il bel cavaliere entra a Camelot dove si sta festeggiando il fidanzamento di Artù e Ginevra. La futura regina, sollecitata in ciò dal popolo e con il permesso del suo fidanzato, promette un bacio a colui che supererà tutte le insidie di una pericolosissima giostra medievale. Inutile dire che Lancillotto affronta impavido il pericolo senza neanche proteggersi con le giuste armature. Rischia la vita per quel bacio, come se ne avesse più d’una da perdere. Quando, infine, deve riscuotere il suo premio, mantenendo la promessa fatta nel bosco, sussurra a Ginevra: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Chiedetemelo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Lei rifiuta. Lui insiste: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Chiedetemelo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Lei sottolinea la negazione con un </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Mai»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Allora Lancillotto, rivolgendosi al popolo che sta aspettando, esclama: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Non oso baciare una Signora così bella, ho solo un cuore da perdere»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e si inginocchia per baciarle la mano. Ecco, in quel bacio mancato c’è tutto: l’ardore del loro primo incontro, la parola mantenuta, la promessa di un amore immortale. Per me è in assoluto il “bacio” più romantico di tutti i tempi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ah, l’amore!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ne sono state celate di cose, dietro il suo nome. Secoli di pensieri, parole, poesie.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«È poca cosa il pianto,</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">sono brevi i sospiri,</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">eppure, per fatti di tal guisa,</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">noi, uomini e donne, moriamo»</span></i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">scrive Emily Dickinson.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Niente di più vero: tra speranza e realtà, tra amore e non-amore c’è lo stesso sottile confine che esiste tra vita e morte. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Odi et amo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> canta Catullo, preda d’una storia d’amore estranea agli ottativi disperati del suo cuore. Sì, l’amore può essere anche problematico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel cinema, per tornare alla sola e vera realtà di molte donne, dolcezza e tormento sono spesso accompagnati da un destino beffardo, segnando tragici e travolgenti amori, come quello di Gary Oldman e Winona Ryder in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dracula</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ecco, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dracula</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Una delle più intense e struggenti storie d’amore, secondo me. Lui, per averla persa, rinnega Dio e vive nelle tenebre eterne, ma, quando infine ritrova la sua anima reincarnata e può condurla con sé, si ferma: la ama troppo per dannarla. Troppo … un avverbio che incarna, invero, l’essenza dell’amore. Il cuore che si innamora non può che essere il “troppo”, l’Everest, l’oceano, l’infinito.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A volte, certo, l’amore da problematico diventa fortemente scompigliato e fa soffrire. Pensiamo alla grande bugia dantesca. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Amor che a cor gentil ratto s’apprende … Amor che nullo amato amar perdona»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Balle! A volte amiamo senza essere riamati; altre volte l’amore, semplicemente, cessa di esistere e fa una paura folle tornare ad amare. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ho chiuso con l’amore, non m’innamorerò più» </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">canta la sensualissima Marilyn Monroe in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">A qualcuno piace caldo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ho detto addio all’amore. Non chiamarmi più. Perché non voglio nessuno se non te. </span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E quindi ho chiuso con l’amore»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. </span><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«I’m through with love, I’ll never fall again. Said adieu to love. Don’t ever call again. For I must have you or no one. </span></i></b><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">And so I'm through with love»</span></i></b><span class="fs12lh1-5 ff1">. Si fa presto a dire </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">“Ho chiuso con l’amore”</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; in realtà è un assioma che in sé contiene il proprio contrario. Nonostante tutto, infatti, è impensabile non tornare ad amare. La via di fuga passa per le rovine della speranza su cui si costruiscono nuove speranze. Quella forza dirompente che ci trascina nel suo vortice di sensazioni contrastanti, sempre ignote, delicate, violente, meravigliose, deliranti non è cosa che possa indurre alla rinuncia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Barbra Streisand, ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’amore ha due facce</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, è un’acuta e divertente insegnante universitaria che chiede ai suoi studenti il motivo per cui nessuno sembra volersi sottrarre all’innamoramento, pur nella certezza che, a volte, può recare dolore. Gli studenti forniscono soluzioni psicologicamente e antropologicamente ineccepibili: esigenza di interconnessione, perpetuazione della specie … Lei li guarda ammirata per l’alto livello intellettuale delle loro risposte, ma delusa per lo scarso senso dell’amore che contengono. Continuiamo ad innamorarci perché l’amore, come lei dice </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«è un’esperienza che ci fa sentire completamente vivi; ci rigenera; risveglia tutti i sensi; ingigantisce ogni emozione. La nostra realtà quotidiana è scossa e siamo catapultati in Paradiso. Può durare anche un solo momento, un’ora, un pomeriggio, ma questo non toglie una virgola al suo valore, perché ci lascia dei ricordi preziosi che conserveremo per tutta la vita …</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">Finché l’amore dura, cazzo, non c’è niente di meglio»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Come darle torto? Innamorarsi significa raggiungere un luogo di perfezione e completezza; significa vedere il mondo al suo meglio. Sulla luce dei sentimenti si staglia un senso esaltato del bello, dell’armonia, dell’unicità, dell’eleganza, della perfezione. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Colei che sola a me par donna»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> recita Petrarca. L’amato diviene atopos: è intelligente, affascinante, originale; il suo volto è bello che non si può dire e il suo corpo non si può non amare. Naturalmente agli altri le cose appaiono leggermente differenti, lo leggi nei loro occhi quando ti guardano stupiti e si chiedono se sia un problema risolvibile con un paio di occhiali o non, invece, qualcosa di più grave. Che importa, però? Conta quel che abbiamo dentro, come ci sentiamo. Non c’è donna che non trovi irresistibile il Billy Crystal di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Harry ti presento Sally</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, quando dichiara così il suo amore: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ti amo quando hai freddo e fuori ci sono trenta gradi; ti amo quando ci metti un’ora a ordinare un sandwich; amo la ruga che ti viene qui quando mi guardi come se fossi pazzo; mi piace che, dopo una giornata passata con te, sento ancora il tuo profumo sui miei golf e sono felice che tu sia l’ultima persona con cui chiacchiero prima di addormentarmi la sera. E non è perché mi sento solo; e non è perché è capodanno. Sono venuto stasera perché quando ti accorgi di voler passare il resto della vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutte noi vorremmo essere amate per i nostri difetti più che per i nostri pregi e tutte noi, anche le più ciniche e le più balorde, le più indipendenti e le più anaffettive, subiamo il fascino di un uomo intenzionato a trascorrere con noi il resto della vita. Non importa se, dopo un po’, lui si stufa di vedere bigodini e maschere antirughe, tristemente constatando che non trasformeranno mai la sua donna in ciò che lui vorrebbe, ossia un misto tra Monica Bellucci e Charlize Theron; non importa se lei si stufa di trovarlo spiaggiato sul divano a guardare la partita, come un pigro balenottero, invece di sfoggiare il fisico e il sex appeal di Orlando Bloom o di Clive Owen; non importa se i due arrivano a dirsi cose diverse da quelle che pensano, come in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un sogno lungo un giorno</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Coppola, dove le canzoni di Tom Waits interpretano i pensieri delusi di chi, a parole, ancora se la racconta. Il “per sempre” ha un effetto più o meno garantito. Non dico che non spaventi. A volte suona più come una minaccia che come una promessa. In chiesa si trasforma in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Finché morte non vi separi»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> … praticamente una clausola vessatoria. Sarebbe più coerente dire </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Finché vi amerete»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, perché l'amore che finisce nulla toglie alla bellezza di ciò che è stato. Tuttavia, dai finali delle fiabe ai sonetti del mio amato Bardo, all’amore vero si abbina l’impegno per la vita e noi ce la beviamo, soprattutto se a descriverlo è Shakespeare:</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Amore non è amore</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">se muta quando scopre un mutamento</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">o tende a svanire quando l’altro s’allontana.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Oh no! Amore è un faro sempre fisso</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">che sovrasta la tempesta e non vacilla mai …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">amore non muta in poche ore o settimane,</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio;</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">se questo è errore e mi sarà provato,</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il “per sempre” non attiene solo al Tempo, è anche un fatto d’anime. Implica gemellaggi che superano le barriere della vita e della morte: l’amore vero fa che le anime si riconoscano e si fondano. E, così, anche il semplice prendersi per mano ha una sua valenza eterna: le mani degli amanti non si stringono per necessità, ma si allacciano presaghe dell’unione d’anime, si prendono, si compenetrano, diventano l’una parte dell’altra come fossero una sola. Sul tavolo di un ristorante, nella sala di un cinema, per la strada. Non si perdono mai:</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Così vicino che la tua mano sul mio petto è mia</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">scrive Neruda.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tenendosi per mano, gli amanti possono volare, come ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Passeggiata</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Chagall.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’amore è sempre un trionfo di irriducibile tensione; è un impero di emozioni. È la </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Geometria della Notte</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Vettriano; è il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Bacio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Hayez. È l’avidità estrema, il desiderio infinito di vivere sempre nuove emozioni, mai sazi, mai paghi di quanto si è avuto. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ancora»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, sembrano dire gli amanti; </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«ancora»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«ancora»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> … perché, come ha sintetizzato Hikmet</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Il più bello dei mari</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">è quello che non navigammo</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">[…] e quello di più bello che vorrei dirti</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">non te l’ho ancora detto»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Cosa posso aggiungere? L’amore è un cocktail perfetto: due quarti di sentimento, un quarto di passione, un quarto di romanticismo, una spruzzata di sorrisi, una fetta di incoscienza, due foglioline di confidenza amicale. Agitate bene e gustate lentamente. Se potete, sorseggiatelo ascoltando Frank Sinatra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 02.10.2018]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di S K da Pixabay</span></b></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 02 Oct 2018 16:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Thomas Becket. Assassinio nella Cattedrale]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002D"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTALeft"><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">La Corona di Enrico II</span></b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La figura di Thomas Becket che noi tutti conosciamo è quella di santo e martire, che ha ispirato grandi opere letterarie e musicali, in particolare quella di Thomas Eliot, rappresentata nei maggiori teatri del mondo. Ma cosa accadde storicamente a Becket? Molto prima del XVI secolo, che segna la definitiva frattura tra la corona inglese e il cattolicesimo, Becket ed Enrico II ingaggiano un conflitto di potere che giunge all’assassinio.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Alla morte di Enrico I, si apre un’aspra lotta dinastica tra sua figlia Matilde, unica figlia dopo la morte del figlio maschio nel naufragio della reale </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">White Ship</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, e Stefano, nipote di Enrico I in quanto figlio di sua sorella Adele, maritata a Stefano di Blois. Matilde è giovanissima vedova del Sacro Romano Imperatore Enrico V, moglie in seconde nozze di Goffredo il Bello duca di Normandia e madre di Enrico Plantageneto.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Alla morte di Enrico I, Matilde si trova in terra d’Angiò e Stefano, dunque, prende il potere, reclamando per primo il trono. Così facendo, però, spacca in due l’Inghilterra. Una gran parte di baroni, infatti, capeggiati da Roberto di Gloucester, fratellastro di Matilde, appoggiano costei come destinataria del potere regale. La questione si risolve nel 1154 a Winchester, dove viene concluso un trattato in base al quale Stefano si impegna ad adottare il figlio di Matilde, Enrico, in modo che sua sia la successione al trono d’Inghilterra, oltre ai già vasti possedimenti francesi. Dopo l’improvvisa morte del padre, Goffredo il Bello, infatti, Enrico, è diventato uno dei più potenti uomini di Francia, cosa che ancor più ingolosisce gli inglesi, sempre molto interessati ad espandersi oltre la propria isola. Nel 1154, il figlio di Matilde diviene re Enrico II e dà inizio alla dinastia dei Plantageneti.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sua legittima consorte e madre dei suoi eredi, tra i quali Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra, è Eleonora d’Aquitania, ex moglie di Luigi VII di Francia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’annullamento del matrimonio tra Eleonora ed il Re francese, deciso a Beaugency davanti ad un consesso di notabili e prelati, era stato approvato persino dal Papa, essendo i due coniugi imparentati tra loro ed essendo Eleonora </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">sterile</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, perché aveva dato alla luce solo femmine. A parte il tragico e becero accostamento, meritevole d’ogni più aspra critica, tra la nascita di figlie femmine e la sterilità, come se solo la nascita di un maschio potesse essere definita tale, il legame parentale tra i coniugi non era certo una novità. La maggior parte dei matrimoni d’alta nobiltà venivano contratti tra parenti stretti. A dirla tutta correva lo stesso legame anche tra Eleonora ed Enrico II. In realtà, dietro quell’annullamento, che fa scalpore in tutta Europa, ci sono le tante avventure amorose attribuite a questa moderna e indomita donna. Quando era ancora sposata, ad esempio, si dice abbia avuto una storia con suo zio paterno, Raimondo, affascinante trovatore, con un suo maestro, Gilberto Porretano, con il nemico per eccellenza, il feroce Saladino, e, forse, persino con Goffredo, padre di Enrico. La storia è spesso scritta da prezzolati nemici, o da invidiosi dediti alla chiacchiera come vecchie comari in piazza. Di certo, però, il legame con Enrico nasce mentre lei è ancora sposata, perché convolano a nozze solo due mesi dopo l’annullamento. Lui ha diciannove anni, lei trenta. Le malelingue affermano che la sua dote, ossia la terra d’Aquitania, estesa tra Poitiers e Bordeaux, è allettante tanto da rendere giovane e avvenente qualunque donna. Un cronista del tempo riassume così la questione: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Il Poitou e la Guyenne ch’ella portava in dote, ne facevano una vestale agli occhi di Enrico»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Ma non è questa l’unica ragione di quel matrimonio, sebbene Enrico II, a crisi matrimoniale in atto, dichiarerà che l’unione era stata frutto di mera ragion di Stato.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In verità, al tempo, l’avvenenza di questa donna fuori dal comune non è affatto sfiorita, anzi è amplificata dal fascino consapevole della sua età. In pochi sanno resisterle. Ecco dunque che Eleonora da regina di Francia diviene regina d’Inghilterra.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La politica di Enrico II è inizialmente molto saggia. Per prima cosa libera l’Inghilterra dai soldati di ventura che re Stefano aveva assoldato e che, in realtà, invece di mettere ordine nelle strade, creavano disordini. Poi estende l’autorità dei tribunali regi, ponendo le basi per la nascita del diritto comune (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Common Law</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">), estraneo al sistema strettamente feudale conosciuto sotto re Stefano. Quindi riprende la politica dello Scacchiere, inaugurata da Enrico I, e, per favorirla, cambia la conformazione dei nuclei abitativi, creando, attraverso l’estensione del villaggio, maggiore coesione tra popolo, cavalieri e governanti. In quest’ottica, anche i castelli vengono lentamente trasformati in manieri di pietra, meno idonei a sopportare un assedio, ma più indicati per le attività ludiche, le giostre, l’arte, il contatto con il popolo, pur sempre segnato da precisi confini. I cavalieri divengono ben presto esperti d’armi ma anche gentiluomini di campagna, dediti al governo delle contee in nome del re e allo sfruttamento del patrimonio rurale. Enrico, inoltre, si circonda di saggi consiglieri, esperti di varie materie, in modo da creare un apparato governativo solido e inattaccabile.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Uno di questi esperti, nel campo del diritto, è Thomas Becket. Enrico coglie in lui un grande valore intellettuale e, nonostante non sia di nobili origini, lo nomina cancelliere, una carica di grande importanza che presuppone egualmente grande fiducia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Inizialmente Becket difende gli interessi della Corona con lealtà e scrupolo. Enrico II si affida completamente a lui. È così profonda la sua fiducia, che gli concede l’arcivescovado di Canterbury. La nomina, tuttavia, muta radicalmente il loro rapporto.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’onestà intellettuale di Becket, infatti, non è in vendita. Come cancelliere aveva fatto gli interessi della Corona, ma ora che sta per indossare i paludamenti sacri sa per certo che farà, con pari zelo, gli interessi della Chiesa. La sua lealtà nei confronti del ministero svolto, qualunque esso sia, supera anche la più salda delle amicizie. Arriva egli stesso a dirlo al Re, con grande stupore di quest’ultimo. È il principio della fine.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Omicidio a Salisbury: lo sbocciare del seme della discordia</span></b><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando un prete di Salisbury viene accusato di omicidio, Becket esercita i privilegi ecclesiastici privando l’assassino del suo status religioso e obbligandolo a chiudersi in convento da penitente. Ad Enrico II la soluzione piace poco, poiché la ritiene estremamente discriminatoria nei confronti degli altri cittadini, i quali, in quella stessa posizione, sarebbero stati condannati a morte. Per il Re, del resto, la parola privilegio è esclusivo affare della Corona; e non si è mai tirato indietro nell’affermarlo, come dimostrano i contrasti con i feudatari, infine piegati al volere regio. Può, dunque, il Re accettare che l’arcivescovo di Canterbury eserciti apertamente un siffatto privilegio, quand’anche ecclesiastico?</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Onde evitare il ripetersi di un simile conflitto di interessi nell’immediato futuro, Enrico II riunisce a Clarendon un’assemblea di nobili e prelati al fine di emanare costituzioni che dirimano qualunque futuro conflitto tra Sovrano e Chiesa.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Cinque sono le costituzioni in cui si afferma senza limiti la supremazia del potere civile su quello ecclesiastico. Nella prima si destituisce, di fatto, il potere del pontefice, al quale non ci si può più appellare. Nella seconda viene proibito ai preti di recarsi a Roma senza permesso regale, onde evitare che si rendano informalmente messaggeri di lamentele. La terza impedisce al Papa di scomunicare sia il Re, sia le alte cariche del regno. La quarta, che si riallaccia all’episodio di Salisbury, concede giurisdizione esclusiva allo Stato sui crimini più gravi, anche commessi da prelati. La quinta, infine, nega ai tribunali ecclesiastici la competenza in materia patrimoniale a prescindere dallo status laico o religioso di chi sia coinvolto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le Costituzioni di Clarendon animano accese discussioni, è chiaro, ma, infine, vengono approvate all’unanimità e sottoscritte dallo stesso Thomas Becket.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Papa Alessandro III, che in quel momento risiede a Sens, a causa dell’ingerenza di Federico Barbarossa negli affari di Roma, condanna aspramente le statuizioni di Clarendon, rivendicando i privilegi del clero e il suo potere.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Becket, il quale, come detto, se chiamato a fare gli interessi di qualcuno, si prodigava per farlo al meglio, rimane scioccato dalla condanna papale e, colto da sensi di colpa per aver firmato quelle costituzioni, revoca la sua approvazione. Tornare indietro, però, non è possibile: la sua firma ha valore legale. Gli rimane una sola via, pertanto, coraggiosa ai limiti dell’incoscienza: rifiutarsi di applicarle. E così fa, dando inizio ad un’aperta battaglia tra l’arcivescovado di Canterbury e la Corona; una battaglia che durerà sette anni.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La ritrattazione di Becket induce il Re a convocarlo, ma l’arcivescovo non si presenta. Viene, dunque, tacciato di ribellione e, soprattutto, di spergiuro, visto che ha iniziato a disapplicare una legge che egli stesso ha contribuito a varare; una legge che, ironia della sorte, impone il suo arresto, in questo frangente. Becket lo sa e fugge dall’Inghilterra, rifugiandosi nelle Fiandre sotto falso nome. Poco dopo raggiunge il Papa a Sens.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Eleonora ed i suoi uomini</span></b><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il ricongiungimento tra Becket e Papa Alessandro III in territorio francese mette in una posizione molto difficile il re di Francia nei confronti di Enrico II.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tuttavia, un po’ per evitare fratture insanabili con l’Inghilterra, un po’ per intercessione della bella Eleonora, ex moglie di Luigi VII, suo eterno amico ed alleato e mai dimentico dell’amore nutrito per lei, il Sovrano francese cerca di fare da paciere tra Becket ed Enrico II, mostrando a quest’ultimo comprensione ed alleanza. Tuttavia, neppure la dichiarata vicinanza dei due Regnanti soffoca la ribellione di Becket, il quale, con l’appoggio del Papa, minaccia l’interdetto sull’Inghilterra e la scomunica del Re, quand’anche vietata dalle costituzioni di Clarendon.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Enrico II replica con altrettanta durezza, invitando chiunque a non unirsi a Beckett pena l’immediata impiccagione. In più sospende ogni tributo alla Chiesa.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A questo punto si sarebbe dovuta realizzare la minaccia del Papa, il quale, invece, non reagisce.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">S’infosca il cielo; esplode la tempesta</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ben altro evento subentra a fiaccare il Re d’Inghilterra, però. Per volere del destino o per effetto delle preghiere del Papa, Enrico II si ammala. Inevitabilmente lo scontro ideologico e politico si attenua. Sia il Re, sia Becket sembrano più disponibili ad un accordo e il re di Francia si fa da tramite. Ciononostante, in un primo incontro non si giunge ad accordo alcuno. Viene chiesto loro di scambiarsi un segno di pace. Becket si dichiara disposto a farlo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«per volere di Dio»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; Enrico II, timoroso che in quella frase pronunciata dall’arcivescovo possa celarsi un inganno, rifiuta. Il tentativo di conciliazione riuscirà qualche mese dopo nel castello di Amboise, ma sarebbe un errore pensare che la pace diplomatica ivi raggiunta abbia basi concrete.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Becket è libero di rientrare in Inghilterra, questo sì, e riveste ancora la carica di arcivescovo di Canterbury, ma, in virtù di questi suoi poteri, scomunica tutti i vescovi che avevano dato appoggio al Re durante il loro dissidio. E fa qualcosa di ancora più grave: il giorno di Natale del 1169 pronunzia anatema nei confronti di Nigel, di Sackville, e di Robert Broock, nobili di alto lignaggio, i quali, per fedeltà alla Corona, si erano appropriati dei terreni dell’arcivescovado, disperdendo alcuni beni. Nonostante la malattia, Enrico II tenta di proteggere i suoi fedeli e pronuncia le parole passate alla storia come una condanna, ma che forse non lo sono: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Sono ben disgraziato, se fra tante persone che io mantengo, non ve ne sia una che sappia vendicarmi degli affronti che ogni giorno ricevo da un miserabile prete»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’interpretazione che se ne dà è quella di una richiesta uccisione.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Passa ancora un anno nella tensione tra Enrico II e Thomas Becket. Il dissidio non cessa di esistere e, dunque, quattro nobili vicini al Re decidono di passare all’azione: si intromettono con la forza nel palazzo dell’arcivescovo e gli chiedono di revocare le scomuniche. Becket, con fare sereno e niente affatto spaventato, si rifiuta di obbedire. I quattro congiurati esitano ad attaccarlo, vedendo in lui una sicurezza che solo la vicinanza a Dio può dare. Vogliono davvero attaccare e uccidere un messaggero dell’Altissimo? Le ore del giorno si allungano verso la sera. Becket, anteponendo il proprio ufficio sacro alla propria incolumità, si avvia verso la cattedrale per i Vespri. Si dirige all’altare, muovendosi con cautela e grazia nell’oscurità del luogo. La voce di uno dei congiurati lo raggiunge: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Dov’è il traditore?»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Becket tace; ma la sua mancata risposta non ha nulla a che fare con la paura. Semplicemente non si sente un traditore e, dunque, non può rispondere a quel richiamo. Lo dimostra il fatto che, quando viene chiamato per nome, risponde con sicumera, si presenta ai congiurati e si dice pronto a morire in nome di Cristo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«L’uomo giusto, come audace leone, dovrebbe essere senza paura. Eccomi. Non traditore del Re. Io sono prete, un cristiano, salvato dal Sangue di Cristo, pronto a soffrire col mio sangue»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> gli fa dire T. S. Eliot nel suo dramma. Il punto di non ritorno è stato superato. I pochi uomini che tentano di difendere l’arcivescovo vengono facilmente vinti e le spade insanguinate raggiungono lo stesso Becket, ferendolo a morte sull’altare della sua chiesa. Pochi istanti e l’arcivescovo si accascia, affidando la propria anima a Dio, a Maria, e ai Santi patroni della cattedrale; quindi scivola esanime sui gradini avvolto nel suo stesso sangue.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Coloro che non hanno dato battaglia sono ancora immobili, terrorizzati da quanto appena accaduto; di fronte a loro i congiurati si muovono con passo rapido, uscendo dalla chiesa indisturbati.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’eco di questo assassinio si propaga per tutta Europa e diviene argomento di sdegno e di accusa per lo stesso Enrico II, al quale si attribuisce il maledetto ruolo di mandante, un ruolo che la storia ancora oggi non nega.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Thomas Becket, invece, diviene Santo per il martirio coraggiosamente affrontato in nome del suo Dio, sebbene la sua santificazione sia oggetto di parole favorevoli e meno favorevoli sia tra i contemporanei, sia tra i posteri. Circa cinquant’anni dopo l’assassinio, un dotto dell’Università di Parigi, giocando con il paradosso, dirà che Beckett ha meritato la morte perché ribelle nei confronti del Re, che era tale per designazione divina. Gli antichi egizi lo chiamavano Uroboros, il serpente che si morde la coda: al sovrano designato da Dio la Chiesa deve sottomettersi, ma la Chiesa è rappresentata dal Papa che parla in nome di Dio, al quale qualunque sovrano deve sottomettersi. Niente di più simile ad un cerchio, ad un loop logico.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Di certo, al di là dei torti e delle ragioni, l’assassinio consumato in una chiesa perde gran parte del carattere punitivo per assomigliare ad un sacrificio umano e il sangue che scorre sul pavimento di una navata sacra grida quasi sempre vendetta con una voce capace di squarciare il velo del tempo ed essere udita per l’eternità.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 23.09.2018]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© Foto di Wolfgang Claussen da Pixabay</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><br></b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Per approfondire</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Thomas Stearns Eliot</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Assassinio nella cattedrale</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Bompiani, Milano, 2002</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">David Knowles</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Thomas Becket</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Liguori, Napoli, 1977</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Antonio Sennis</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Assassinio nella cattedrale</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in Medioevo, 1998, n. 6 (17), p. 55</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 23 Sep 2018 08:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cinema e fumo: una coppia inossidabile]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004B"><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Dopo più di un decennio di rigoroso bando del pur esiguo fumo dalla mia vita, giorni fa mi è capitato di ripensare alla sigaretta. Aveva ragione mio padre: </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">«Non si smette mai veramente di fumare. Si finge di farlo, come si finge di non amare chi ti ha spezzato il cuore»</span></i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Senza dubbio il fumo fa male e va disincentivato. Eppure, al di là degli assiomi scientifici incontestabili, nel fumo sopravvive una parte di poesia, forse ancora più irrinunciabile di qualunque dipendenza fisica. Quel bianco rotolino di carta, tabacco, nicotina e catrame, che chiamiamo sigaretta, donandole gusto già solo nel pronunciarne la sibilante, evocatrice di sospiri e sensualità, resta, infatti, il sogno proibito di molti. Un sogno spesso cristallizzato in belle pagine di letteratura, in capolavori cinematografici, cosa che ha indotto alcuni a dar vita a leggi e progetti di legge tesi a bandire il fumo dai film, il che, secondo me, è un po’ come riportare in vita Daniele da Volterra e quel suo affannoso dipingere braghe sui nudi del Giudizio Universale michelangiolesco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Per favore, evitiamo di criminalizzare l’arte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non c’è nessuna istigazione al fumo in un film, nelle pagine di un libro, in un quadro. Vogliamo condannare anche </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Smoker 1 (Mouth 12) </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">l’olio su tela di Tom Wesselmann, esposto al MoMA di New York? L’arte non insegna la vita, è la vita ad ispirare l’arte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Certi personaggi sono spesso iconici, hanno un forte impatto nell’immaginario collettivo, è vero, ma pensare ai nostri giovani e a noi tutti come a tanti imbecilli che assorbono i comportamenti di quei personaggi in modo acritico, mi sembra esagerato. Se così fosse, peraltro, bisognerebbe evitare che nei film apparissero anche armi, alcol, droga, giuoco d’azzardo, suicidi, nonché bibite gassate e dolciumi, che comportano l’insorgere del diabete. E se lasciassimo distinte sanità ed arte? &nbsp;Un paio di anni fa, contro il progetto di limitare il fumo nei film si sollevarono, giustamente, le voci di Ammaniti, Muccino, Salvatores, Sorrentino, Virzì, della Archibugi e di molti altri. Concordo con loro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ricordo che, da bambina, non sempre interessata all’eccessivo buonismo delle fiabe, preferivo lasciare la mia immaginazione libera di vivere avventure esotiche a Mompracem, tra le pagine dei romanzi di Salgari, e, sin da allora, non era Sandokan ad affascinarmi, bensì Yanez, quel portoghese spavaldo, forte e coraggioso, che Philippe Leroy interpretò magistralmente per il piccolo schermo nei primi anni Settanta. E mi chiedo: come immaginarlo senza le sue sigarette, le stesse cento che fumava Salgari ogni giorno, mentre scriveva nella sua soffitta torinese? Non è facile; anzi sembra impossibile, come impossibile è rievocare le scene di alcuni tra i più bei film della storia del cinema, senza rievocare, al contempo, quelle nuvole di fumo che avvolgono l’immagine nei loro grigi cangianti, formando caratteri indimenticabili.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Mi sovviene una scena che tutti ricorderanno: le ha appena detto addio, amandola troppo per volerla con sé; cammina accanto ad un uomo con il quale condivide la speranza di una nuova amicizia; torna verso </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Casablanca </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">fumando una sigaretta. Sono immagini che vivono in noi. Sublimi. Perfette. Trasmettono l’intensità delle emozioni attraverso ogni particolare e, sicuramente, capiremmo un po’ meno Bogart se il fumo non ci raccontasse il suo pianto represso e i suoi pensieri per un amore impossibile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il fumo, nel cinema come nella vita, non è solo un gesto legato ad un’assuefazione fisica, ma un mezzo espressivo che racchiude in sé una serie di cause ed effetti. Paura, vergogna, gioia, aggressività, solitudine, trasgressione.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Le cose sono nel fumo, l’arte sta negli anelli»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> diceva il pittore e scultore Marcel Duchamp. Il cinema sembra aver fatto tesoro di un simile concetto. Nel fumo è avvolta una parte incancellabile dell’iconografia cinematografica. Come possiamo immaginare Jean Gabin senza quella sigaretta sempre stretta tra le labbra, mentre seduceva, mentre correva, persino mentre moriva? I film con Marlene Dietrich, i primi Bond con Sean Connery, i western, i film di Fellini, con il nostro meraviglioso Marcello Mastroianni non sarebbero gli stessi film senza le sigarette. Come non ci sarebbe lo Sherlock Holmes di Basil Rathbone o il Maigret di Gino Cervi senza la pipa, che è comunque un’immagine e non la realtà, proprio come nel provocatorio paradosso dipinto da Magritte, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ceci n’est pas une Pipe</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Silkwood </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">Maryl Streep fuma perché è l’unica valvola di sfogo rispetto ad una vita pericolosa e poco gratificante, anche sotto il profilo della solidarietà tra colleghi, di una storia sentimentale in fallimento, di un amore omosessuale che, per sua natura, non può corrispondere. Rita Hayworth, in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Gilda</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, fuma perché è sola, infelice e disperatamente innamorata di un uomo troppo orgoglioso per amare; le sue sigarette entrano nella trama stessa del film, lasciando intuire il disagio celato dietro l’indiscutibile fascino di una donna perduta. Dalla Gloria Swanson di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Viale del Tramonto</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> alla Bette Davis di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Scopone Scientifico</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, dalla bella e spregiudicata Sharon Stone di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Basic Instinct </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">alla Uma Thurman di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Pulp Fiction</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, fino alla femme fatale dei cartoni animati, Jessica Rabbit, il cinema non ha mai saputo resistere al fascino della donna fumatrice, di volta in volta creando dark ladies sempre più aggressive, che nella sigaretta non dissolvono solo le proprie passioni, ma l’essenza stessa dell’emancipazione femminile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Chiedi la Luna</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, un raffinato road movie italiano, Margherita Buy lega al fumo le proprie insicurezze, mostrando aggressività e sfrontatezza, ma, in fondo, cercandosi continuamente; mentre Giulio Scarpati, che interpreta un perbenista intristito da una vita matrimoniale del tutto insoddisfacente con la prima ed unica donna della sua vita, inizia a fumare solo alla fine del film, nel momento culminante della sua crescita interiore, proprio quando la Buy, che forse ha trovato quel che stava cercando, decide di smettere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’immagine cinematografica, dunque, crea insondabili abissi meramente intuibili e il fumo in scena aiuta ad esprimere emozioni, entra nella storia, sostituisce una battuta, si rende protagonista di un messaggio. Pensiamo ad una delle tante magnifiche scene de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Padrino (The Godfather)</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Michael Corleone (Al Pacino) sta in piedi sulle scale di accesso dell’ospedale in cui è ricoverato suo padre, don Vito Corleone, il Padrino, in fin di vita per essere caduto, giorni prima, in un agguato. Accanto a Michael, Enzo il pasticcere, persona mite e per bene, che deve al Padrino un favore ed è andato a trovarlo, portandogli dei fiori. Una macchina rallenta. Al suo interno, uomini armati di un’opposta fazione sono venuti a finire il moribondo. Michael ed Enzo, per allontanare gli assassini, fingono di avere una pistola in tasca. Ma non ce l’hanno. Si espongono ad un possibile attacco armato senza avere alcuna possibilità di difendersi. Orbene, è quando i nemici se ne vanno che una sigaretta segna la differenza tra il coraggio di Michael Corleone e la mera lealtà di Enzo il pasticcere, il quale non riesce nemmeno ad accenderla, tanto gli tremano le mani. Lo fa per lui Michael, mandandolo via, subito dopo, per proteggerlo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E che dire del legame balordo tra fumo e poker? Iconico. Da Paul Newman ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Stangata</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> a Clark Gable in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Via col Vento</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, passando dal magnifico Walter Matthau de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Strana Coppia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, con Jack Lemmon che mette i piattini sotto i bicchieri di whisky e accende il deumidificatore per purificare l’aria dal fumo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ogni sigaretta crea il suo tipo. Steve McQuinn è l’eroe malinconico; Audry Hepburn una sofisticata fanciulla; James Dean è un giovane ribelle; Anna Magnani è una donna ingabbiata negli eventi drammatici della vita. Si potrebbe scrivere un’enciclopedia di caratteri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Carol</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, diretto da Todd Haynes, due donne si innamorano l’una dell’altra nella società puritana degli anni Cinquanta. Il fumo sottolinea la loro indipendenza emotiva. Ci scherzano su: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Quando pensi </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">cos’altro mi può succedere?</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e ti accorgi che hai finito le sigarette …»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, dice la protagonista, magistralmente interpretata da Cate Blanchett.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Con il passare del tempo mutano gli stereotipi, forse, ma non l’efficacia dell’elemento che rappresenta la ribellione: Clarence, l’angelo di Frank Capra ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La vita è Meravigliosa</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, trova trasgressivo bere del vino cotto con molta cannella, mentre l’arcangelo Michele, interpretato da John Travolta nel </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Michael</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Nora Ephron, fuma senza soluzione di continuità. Qual è il messaggio? Forse risiede nel fatto che anche gli angeli, quando scendono sulla terra, amano macchiarsi di qualche peccato, di qualche errore. Li fa sentire vivi, li fa sentire uomini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Film come </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Insider</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> denunciano apertamente i danni del fumo e destabilizzano i magnati del tabacco, portando alla conoscenza del grande pubblico una storia vera che vede la Philip Morris protagonista di un clamoroso processo. Il messaggio è chiaro: non si fuma. Ma cosa accade, in realtà, sotto la spinta dei buoni consigli?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il fumo non è stato bandito dai film. Anzi, un recente sondaggio del New York Times rivela che è in netta crescita. Forse, si è fatto solo un po’ più “cattivo”, definendo l’interprete di un ruolo problematico: il Leonardo Di Caprio di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Django Unchained</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; lo Sean Penn di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Mystic River</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; il Brad Pitt di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Fight Club</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; la magnifica, impareggiabile Cate Blanchett di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Io non sono qui</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, impegnata ad interpretare en travesti il ruolo di un martire del rock and roll della metà degli anni Sessanta, dietro cui si cela Bob Dylan; il bravo Toni Servillo de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Grande Bellezza</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, malinconico personaggio avvolto da una nube indistinta di vita varia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Poi ci sono i veri brutti, sporchi e cattivi, che sono anche fumatori. Gli hanno tagliato via la faccia, lasciandogli solo tessuti grondanti di sangue, eppure la prima cosa che Nicholas Cage fa al risveglio dal coma è accendersi una sigaretta; non vogliamo neppure immaginare come, ci basta sapere che lo fa, definendo, così, ancor più efficacemente, il personaggio: in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Face Off </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">di certo è lui il cattivo. Non vi sono dubbi, così come non ve ne sono guardando lo smoker Dannis Hopper in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Waterworld</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Il cattivo? È sicuramente quello con la benda sull’occhio, la faccia dura e la sigaretta in bocca.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In buona sostanza, il sodalizio tra cinema e fumo non è mai finito, né finirà mai. Sono solo cambiati gli schemi di rappresentazione della realtà. La sigaretta è ancora il simbolo di un personaggio di frattura, di quelli su cui Tarantino, Jarmush, Wang o Buscemi costruiscono i propri film, ma l’essenza della negatività sta cambiando: i contestatori nostalgici, i viaggiatori in cerca di se stessi, i contemplativi di una vita che scorre apparentemente senza di loro non fumano, o, meglio, Kasdan e Salvatores, Nakace e Toledano, ci dicono che prediligono qualcos’altro, qualcosa di simile, forse. Ma quello è tutto un altro fumo.</span></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 22.08.2018]</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Foto di Pubblico Dominio (Robert Coburn, 1946)</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 22 Aug 2018 16:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Breve itinerario di epistole ed affetti]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000046"><div class="imTALeft"><i class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">«Cara Raffaella, ho ricevuto ieri la tua lettera. Ciò dovrebbe essere sufficiente, se davvero mi conosci, più di mille parole. È bastato saggiarne la consistenza, aprirne i bordi, sfiorare le linee dei segni, immaginarne il senso per segnarmi. Repentini tuffi al cuore, evoluzioni dell’animo, acrobazie dei sensi».</span></i></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Inizia così uno dei miei più cari ricordi epistolari. Una lettera di trent’anni fa, scritta dalla mano di un giovane allievo ufficiale, un incantevole amico di allora e di oggi, bravissimo avvocato e raffinato esteta della pagina scritta.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ho voluto esordire con queste parole non solo per un giusto tributo alla fortuna che una donna ha quando è destinataria di simili sentimenti, di simile eleganza e di stile, ma per ragionare su quanto oggi, nelle frettolose comunicazioni via e-mail, o, peggio, via sms, whatsapp e messenger, ci perdiamo delle emozioni di cui una lettera è foriera, già solo nell’attesa che genera, gustosa attesa, nella calligrafia, che dal suo etimo, kalos, ricava il senso della bellezza, e nella consapevolezza, poi, di leggere le parole di una persona che si è fermata un poco a riflettere, a pensare, a dedicare del tempo al suo assente interlocutore, a creare un contatto con quella pagina, un tramite ideale con la mano del destinatario.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Mi vengono in mente le donnine di Vermeer in trepidante attesa di un foglio di carta che porti loro notizie lontane di animi sempre presenti; fanciulle timide, ritratte in un raggio di luce, assorte nel leggere e rileggere parole evocatrici di sensazioni desiderate. Così è anche l’elegante giovinetta dipinta da Raimundo de Madrazo y Garreta ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Lettera d’Amore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">: delicatamente appoggiata sullo schienale della sua poltrona, sembra sognare guardando la lettera che stringe tra le mani, una lettera ancora chiusa dal sigillo in ceralacca. Il solo riceverla, dunque, il solo toccarla, come diceva il mio amico che mi scriveva nei suoi giorni d’Accademia, è fonte d’emozione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Scrivere una lettera, in qualche modo, significa aprire la propria anima, commuovendo a distanza, donando il senso della persistenza di sé oltre ogni limite che lo spazio impone:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Comprendendo subito, dal titolo, che era tua, ho incominciato a leggerla con tanta più passione quanto più grande è l’affetto che mi stringe al suo autore; e l’ho fatto per potermi consolare, ora che ti ho perduto, almeno con le tue parole, come se fossero l’immagine di te»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scrive Eloisa ad Abelardo, in uno dei più noti epistolari medievali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quel foglio, quella pergamena delicata dai colori tenui, quella carta fine, lieve come i pensieri che è destinata a raccogliere, si rende tramite d’un dono che non può essere trasmesso se non con le parole.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Sempre e tutto tuo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scriveva lord Byron a conclusione di una breve lettera d’amore diretta alla contessa Teresa Guiccioli. La pienezza di questa frase è sorprendente. Non ammette tentennamenti, non apre il cuore a timori. Poco importa l’evanescenza di quei sentimenti: possono durare anche un solo giorno, ma in quel giorno l’amore è per sempre e quella frase ne è testimone, poiché esprime eternità e completezza, le uniche caratteristiche che si richiedano all’Amore.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Sei il profumo dei miei sogni»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> mi scrisse un altro mio caro amico, ancora oggi mio confidente, mio meraviglioso compagno di cinema e di spensieratezza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Lettere, biglietti e cartoline rimangono, accedono direttamente al bagaglio dei ricordi. Possono essere letti, riletti, conservati, rievocati e portano con loro una parte dell’altro, attraverso il tocco delle mani, la calligrafia, o, magari, una lacrima che ha macchiato il foglio, attraverso il profumo. Possono accompagnarci chiusi in un libro, a segnare pagine con la loro intima presenza, con un’essenza densa di parole dirette al cuore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Anche nel disappunto le lettere assumono un valore. A volte, sotto l’influsso dell’impulso, scriviamo parole che seguono le involuzioni di uno stato d’animo alterato di cui potremmo pentirci: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Felice di non averLe mandato la prima lettera, che era un po’ dura come il mio stato d’animo di ieri. Ora […] nella mia anima si è fatta luce e così dovrebbe avvenire anche nella Sua»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scrive Sabina Spielrein a Jung nel corso della loro lunga, tormentata, segreta passione. Non credo che il suo sollievo per non aver inviato la prima lettera risiedesse nel timore della reazione, comunque scongiurabile con un chiarimento, bensì nell’idea che, anche dopo anni, l’acrimonia, la durezza della prima missiva sarebbero rimaste vive, leggibili, imperiture dimostrazioni di un momento di sfiducia, di sconforto, di un torto, di uno schiaffo vergato con le parole dure di un cuore disingannato. La chiamo immortalità epistolare, io: le lettere esistono anche quando ce ne dimentichiamo, quando le ritroviamo in fondo a qualche cassetto e le rileggiamo, come ho fatto io in questo piovoso giorno d’agosto, fronteggiando il mio io di ieri e i sentimenti che mi hanno condotta ad essere ciò che oggi sono.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le lettere sono un ponte sul fiume del distacco che, a volte, capita di attraversare; le parole scritte sono capaci di dire, senza imbarazzo, senza l’oppressione d’una puntuale spiegazione, semplicemente: eccomi, son tornato, sono sempre tuo amico. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ed eccomi attorniato dai ricordi a scriverti un’epistola che spero leggerai con piacere. Carissima amica mia, il tempo passa incessante, ma ritengo che i nostri animi siano sempre fondamentalmente gli stessi … Nell’infinito desiderio di riabbracciarti presto, mi confermo, come sempre, Tuo» </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">mi scrisse un giorno un altro mio caro amico dei tempi dell’università, come me “giurista per caso” e ricercato cultore di versi e prose; un amico volato in Cielo troppo presto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ho i brividi ogni volta che rileggo tutte le lettere e le poesie che ho avuto la fortuna di ricevere. Splendide amicizie, amori vissuti e amori mai sbocciati, affetti eterni, profondi. Se avessi vissuto oggi tutto ciò, non avrei che una manciata di emoticon memorizzati sul telefono.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Scrivere una lettera, un biglietto d’amore non è solo scrivere, ma aprire uno spiraglio di sé. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Colle tue lettere»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scrive Goethe alla Brentano, sua eterna innamorata, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«hai riversato sopra di me una vera cornucopia, o cara Bettina»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’universo dei sentimenti conosce anche la notte, però. E le parole che compongono una lettera ne seguono il presagio oscuro, facendosi tramite della fine di una storia d’amore. Tuttavia, la lettera d’addio, quand’anche aspra e forte, non rappresenta mai il vero addio, bensì un’immagine romantica di esso; si fa garante di un disagio e, al contempo, di un rimorso e, soprattutto, di una certezza, quella dell’imperituro ricordo: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Io e te ci siamo amati come non era possibile amarsi di più, come nessuno potrà mai amare di più»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, scrive la Aleramo a Dino Campana, in uno dei tanti addii della loro turbolenta relazione. Le lettere d’addio si trasformano nell’icona di un lutto, dunque, di un plateale e pur intimo strappo sul cuore; esprimono un latente pentimento, una persistenza che il tempo non è in grado di cancellare. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Addio creatura mia»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scrive de Musset all’amata George Sand. Tenerezza e drammaticità. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Forse il giorno in cui noi due sorrideremo tranquilli insieme, in riva al mare, baciati da un sole primaverile, non verrà più, ma io lo sognerò per tutti gli anni che mi darà Cristo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, mi scrisse il mio primo amore quando ci lasciammo. Non credo che lo sogni ancora, ma la vita ci vede tuttora amici, legati da un affetto immenso. Le lettere d’addio, no, non sono quasi mai un addio. Sono imperituri momenti d’amore persino quando l’amore svanisce.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene, vogliamo paragonare il peso di queste parole, della carezza delicata di un’espressione che in sé rivela quanto l’amore più che l’amato sia una creatura dell’altro, ad un messaggio telefonico? Vogliamo paragonare una cartolina alla notizia di un viaggio inviata ad un gruppo di persone via whatsapp? Nella cartolina, accanto alle parole, è contenuto il tempo dedicato a comprarla, ad affrancarla, a spedirla. Perché non si mandano più cartoline? Io ancora ne mando a chi le gradisce e ne ricevo, sebbene sempre più raramente. Il fatto è che ci siamo tutti convertiti, me compresa, alla messaggistica telefonica, alla condivisione sui social. Persino gli amici che mi scrivevano in passato, gli autori dei brani epistolari che ho citato, usano il computer e il telefono, oggi: un breve squillo ti avvisa che hai ricevuto un messaggio. Altro che attesa trepidante del servizio postale! A quel messaggio puoi rispondere in tempo reale, ingaggiando una “conversazione”. Frasi lapidarie, emoticon, abbreviazioni … La cosa buffa è che siamo così abituati a questa forma di comunicazione da trovarvi persino connotazioni simpatiche o romantiche; per un emoticon sognante può scatenarsi il batticuore; le emozioni galoppano quando ci mandano un cuore e poco importa se quello stesso cuore arriva ad altre cento persone quasi in contemporanea. Abbiamo “like” e smiles così dentro le nostre abitudini da sentirne la mancanza quando ci accade di attivare ordinari schemi di dialogo, scritto o parlato. Prima o poi arriveremo a portarci in tasca palette raffiguranti pollici all’insù e faccine buffe, in modo da alzarle mentre parliamo, come fossimo giudici di una gara olimpica, sostituendole ai tratti prosodici del discorso, alla mimica facciale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Questo fenomeno, poi, raggiunge l’apice con i più giovani, che di carta e penna non hanno mai sentito parlare. Usualmente, affastellano in una stessa frase lettere, numeri, immagini e parole straniere, dando vita ad un’estrema sintesi decisamente meno chiara del geroglifico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I nuovi sistemi comunicativi, del resto, rappresentano perfettamente la ricostruzione identitaria di chi, in giovane età, oscilla tra la tradizione espressiva e l’accattivante novità dei segni convenzionali, pur lontani anni luce dalla affascinante complessità alfanumerica dei sistemi crittografici del passato. Il fonosimbolismo gergale dei messaggi telefonici contiene elementi pittografici &nbsp;&nbsp;-smiles, cuori, fumetti-, &nbsp;&nbsp;singole lettere che dalla loro pronuncia ricavano la vocale che manca, numeri che debbono essere letti come parole o parte di esse, la X che sostituisce il per, la K il ch e la doppia NN che contiene, invisibile, la vocale idonea a pronunciare una negazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il plurilinguismo dei messaggi telefonici non offre spazio alcuno ad eleganza stilistica. Altro che languide e romantiche lettere d’amore, dove trionfa l’iperbole! Un innamorato, oggi, al massimo scrive: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Aminfi 6 la +. Sono strac8. Tat+. Ba&amp;Ab» </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">(Amore infinito sei la migliore. Sono stracotto. Ti amo tantissimo. Baci e abbracci). Poesia che commuove … fino alle lacrime.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà, 20.08.2018]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Margarita Kochneva da Pixabay</span></b><b></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 20 Aug 2018 18:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Un Autunno di Fuoco a Borgio Verezzi]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000073"><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">La mia recente intervista a Maximilian Nisi, protagonista, accanto a Milena Vukotic, di </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> di Eric Coble, </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">intervista</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> in cui abbiamo sviscerato i segreti dei personaggi e la genesi del loro agire, ha rappresentato la lunga premessa ad una serata particolare, la prima nazionale di questa bella pièce in quel di Borgio Verezzi, nell’ambito di un prestigioso Festival Teatrale, appuntamento fisso dell’estate ligure, ma soprattutto del migliore teatro italiano. Profumi fruttati nell’aria salmastra, sole, mare, arte. Ho affrontato qualche ora di treno per assistere a questo spettacolo, mi sono immersa nel caldo torrido che, in questi giorni, ha privato della brezza marina persino la Liguria. Ne è valsa la pena, però.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il teatro, allestito nella splendida piazza S. Agostino, accoglie il pubblico sotto una Luna brillante e un’idea luminosa di Marte nel cielo stellato. La scena allestita sul palco sembra una grande aiuola attorno ad un albero; un grande, magnifico albero autunnale, con le sue foglie rosso fuoco, che permea l’essenza di questa favola metropolitana, di questo spaccato di vita newyorkese, di questo incontro e scontro verbale tra madre e figlio, tra vecchiaia e giovinezza, tra saggezza ed impeto, tra paura e paura. Sì, perché la vita, l’amore, a volte, fanno paura; in modo diverso a seconda dell’età, ma fanno paura.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La storia è semplice: una donna anziana non accetta la vecchiaia che ingrigisce il suo corpo e la sua mente e rifiuta di andare a vivere in un pensionato, come vorrebbero i figli; si barrica in casa, minacciando di far saltare il palazzo con bombe artigianali. L’unico figlio che riesce a parlare con lei è Chris, che si arrampica sull’albero ed entra dalla finestra. Passato e presente si fondono nel loro intenso dialogo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La grande luna gialla di una canzone di Tom Waits rappresenta il ricordo di una vita libera, di un qualcosa che è difficile da dimenticare, impossibile da nascondere: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Grapefruit Moon, one star shining it’s more than I can hide»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Capita. Il ricordo del passato, di ciò che eravamo bussa prepotente alla porta di ciò che siamo diventati. A volte innalza scudi invisibili dietro i quali ripararsi; altre volte genera istinti di fuga. Non conto le volte che succede a me. Ebbene, il passato, non riescono a nasconderlo nemmeno Alexandra e Chris, i due protagonisti della pièce, ossia i bravissimi Milena Vukotic e Maximilian Nisi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quella narrata in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è una storia che questi due grandi attori elevano a paradigma, a messaggio universalizzato, portando il pubblico a immedesimarsi, a ridere, a gioire, a soffrire, a credere. Ecco, sì, a credere nella verità scenica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono una giornalista, ma, in un’altra parte della mia vita, faccio l’avvocato. Nelle aule di giustizia parliamo spesso di “verità processuale”, che non corrisponde alla realtà in tutte le sue sfumature, ma solo a ciò che le prove evidenziano. Pirandello ci ha insegnato che le verità sono tante anche nella vita di ogni giorno. Ognuno ha la sua e la vive come fosse l’unica: convinzioni, sentimenti, impressioni e interpretazioni del gesto altrui nell’ottica del proprio. È ciò che accade anche a teatro, quando gli attori sono bravi. La “verità scenica” diventa realtà per chi guarda, così come per chi recita. La forza dell’interpretazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Mi sia consentita un’assonanza mnesica personale: nel vedere </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> mi è tornato in mente mio nonno; ho sentito, in quella parte di me che custodisce il passato, le sue sagge parole all’ombra delle quali, nei primi nove anni della mia vita, è cresciuta la piccola me, dotata di un’anima desiderosa di imparare il mondo. Era un appassionato di teatro e di opera lirica e mi ha portato a tantissime splendide rappresentazioni; sapeva lavorare il legno e con lui ho imparato ad usare il traforo; era uno scacchista eccellente e nella sua voce si perde il ricordo dei miei primi arrocchi; aveva fatto tre guerre e i suoi racconti dal fronte erano spaccati di vite e cuori e paure e amor patrio e amicizie e morte e vita. Qualcosa che non si leggeva nei libri di scuola.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sedeva sulla sua poltrona; io pendevo dalle sue labbra. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Dai, nonno, racconta ancora»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Una poltrona. Per me era il trono di un re. Accoglieva un uomo anziano, ossia un uomo che era stato tanti uomini, che aveva attraversato tante vite. Una poltrona. La stessa che ho visto in scena a Borgio Verezzi, nell’allestimento di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. La poltrona dalla quale emerge, in tutta la sua forza, l’urlo titanico di una donna che vuole sentirsi padrona della sua vita, della sua vecchiaia; una donna impaurita ma anche mordace, vera, incisiva, bella. Sì, bella. Milena Vukotic è assolutamente bella: grazia e forza, lineamenti delicati e parole di fuoco. È energia pura. Si muove con grazia sulle modulazioni di tono che disegnano presente e passato; supera la barriera delle parole per comunicare con gli occhi, con il volto, con tutto il suo corpo in un continuum narrativo difficilissimo; è abile nel far recitare persino la sua lunga stola che, impertinente, scivola sulla sua spalla, di quando in quando, e obbediente la segue, come uno strascico regale, in ogni suo movimento; è una donna che si trasforma in un vortice, una spirale di fiamma e di passione, e muta, come mutano i tasselli di quel grande puzzle che chiamiamo vita, una donna che danza con il suo Chris ridendo, ma che ha gli occhi velati di paura e di tristezza quando sfiora con le mani muri invisibili.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non da meno Maximilian Nisi. Non voglio dilungarmi nel lodare, come ho più volte fatto, la sua capacità di immedesimarsi nei personaggi che interpreta, nel suo entrare in scena col vigore di chi è in grado di incidere una pietra invisibile entrando in chi lo guarda e rimanendovi. Un suo lungo monologo ha strappato un applauso a scena aperta. Meritatissimo. Ce ne sarebbero stati altri da fare, ma, a volte, il pubblico ha timore di interrompere la recitazione. In quel monologo si percepisce il dramma non già della scena raccontata, di quel che Chris ha visto, dramma volutamente narrato come fatto di cronaca, quasi caratterizzato da una glaciale sequenza di atti, ma di come quell’episodio è stato introiettato dal personaggio. Chris traspare da dietro il dramma che narra e, via via, la sua figura si fa più intensa: scelte giuste e sbagliate, inerzia e desiderio di movimento; una seconda chance dietro l’angolo da cogliere prima che il niente la vanifichi. Armata, come sempre, del mio binocolo da teatro, ho osservato attentamente il volto di Nisi durante quel monologo: era teso, vero, appassionato, impaurito, duro e commosso al contempo; le labbra si serravano, durante le pause, quasi a voler tenere dentro le parole che lo spaventavano, parole che uscivano loro malgrado; la fronte era corrucciata quasi a cercare con gli occhi il ricordo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Felice, a mio parere, la scelta del regista, Marcello Cotugno, di far entrare la platea in scena attraverso una chiamata diretta, quella dell’attore che, in alcuni momenti, tra i quali il monologo di Chris, si rivolge al pubblico. Anche la Vukotic è magistrale in questo passaggio dalla scena alla platea con parole intime e intense che tratteggiano il suo personaggio. È come se gli attori allungassero la mano fino a toccare quella di chi li ascolta, stabilendo un contatto, allestendo una confessione, uno spazio di sincerità. Di fronte alla sincerità non c’è scudo psicologico che tenga; la sincerità è meravigliosamente disarmante e coinvolgente. Quel racconto diventa il racconto di tutti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Anche in Nisi il linguaggio non verbale è prepotente protagonista accanto al testo; scandisce il ritmo della narrazione con una musicalità intrinseca al gesto. È bravissimo nel sottolineare con i movimenti la sua storia, una storia di gentilezza, di amore, di rabbia, di rancore. Persino la sua borsa ha un ruolo recitativo: lo segue e, quando gettata in terra veementemente, rappresenta il tamburo della sua danza scenica; persino il fumo che si leva da una pipa rappresenta un volo nebuloso di pensieri condivisi. A volte, esprime il suo essere figlio con sguardi di un’intensità commovente, che sembrano emergere dal profondo dell’anima.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il dialogo tra Alexandra e Chris, la loro storia, i loro sentimenti e risentimenti sono una strada teatrale che è davvero bello percorrere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Io l’ho percorsa a Borgio Verezzi e lo farò ancora a Roma, al teatro Ghione, dove </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> sarà in scena dal 16 al 25 novembre. Farà freddo, allora. Almeno così spero. Sarà comunque lontano il ricordo di Borgio Verezzi; lontano ma indelebile. Forse, nel rivedere Alexandra e Chris, mi pervaderà ancora il profumo del mare e i colori di quel bel borgo ligure; forse rivedrò la luna argentea che ha illuminato la terrazza di un ristorante dove ho avuto il privilegio di cenare con la Compagnia, con l’organizzatore del Festival, Stefano Delfino, e la sua consorte, con la deliziosa Livia Amabilino</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">in rappresentanza della produzione del Teatro La Contrada di Trieste; forse avrò davanti agli occhi le fotografie che non ho scattato e che, già solo per questo, riposano sull’anima e sono immagini incancellabili e vivide di una serata di grande teatro e di amabile compagnia.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 04.08.2018]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><b>© Foto di Ileana Mascherpa </b>per gentile concessione</span><b></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Grazie a Maximilian Nisi per aver apprezzato e condiviso la mia recensione:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/Screenshot-Autunno-di-Fuoco1.jpg"  title="" alt="" width="970" height="820" /><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 04 Aug 2018 09:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Maximilian Nisi. Un Autunno di Fuoco e dintorni]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005D"><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">11 luglio. Ho appuntamento con Maximilian Nisi per una nuova conversazione di teatro, alle porte del suo debutto con </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> di Eric Coble, accanto ad una grande signora del teatro, Milena Vukotic, con la regia di Marcello Cotugno e la produzione del Teatro Stabile La Contrada di Trieste. La scenografia di Luigi Ferrigno, i costumi di Andrea Stanisci ed il disegno luci di Bruno Guastini sono protagonisti tra i protagonisti, introducendo il pubblico nell’intento del drammaturgo e, al contempo, nel carattere peculiare di questa rappresentazione. La commedia andrà in scena i primi due giorni di agosto sul prestigioso palcoscenico di Borgio Verezzi, nell’ambito di un Festival del Teatro che è segno di cultura ancor prima che di spettacolo</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ho letto con interesse la versione in inglese del copione di Coble. Maximilian mi ha poi fatto dono dell’adattamento in traduzione di Marco Casazza. È un testo interessante, pregno di simbolismo e di cristallizzazioni dell’animo umano. Merita approfondimenti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dopo la prima intervista fatta a Nisi, tre mesi or sono, in occasione de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Piacere dell’Onestà</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, abbiamo entrambi capito che la parola “intervista” ha poco a che fare con i nostri incontri. Imbastiamo conversazioni, flussi di coscienza teatrale e personale, voli tra parole e personaggi, caratteri da inquadrare, motivazioni da esplorare. Quando parliamo di teatro ci trasformiamo in astronauti sparati sulla luna di Méliès ed i nostri discorsi trascendono il palcoscenico per entrare nel cinema, nella musica, nella poesia, nella pittura, nella vita …</span></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">**** ° ****</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ore 16.30. Maximilian mi raggiunge in studio, dove ci siamo dati appuntamento. Roma è stretta in una morsa di calore tropicale. Sembrano affannati anche i gabbiani; i grilli friniscono a fatica. Cerco di esorcizzare l’estate visualizzando cime dolomitiche, gelidi laghi montani in cui fare una nuotata. Training autogeno. Al contrario di me, Maximilian vola sul caldo mantenendosi apparentemente fresco. Indossa persino la giacca; stranamente non ha il collo fasciato dal suo immancabile foulard. Io ho caldo con tutta l’aria condizionata.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ciao Raf, come stai? Bello rivederti»</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ciao Maxi»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Chiudo per un attimo il mio infaticabile ventaglio, che nemmeno Lady Windermere avrebbe mai potuto usare a questi ritmi, e ci abbracciamo.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Hai caldo?»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> lo chiede davvero come se fosse possibile non averne.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La risposta che ho negli occhi deve essere eloquente. Ride. Ha un modo di gioire assolutamente comunicativo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Allora, Maxi, intanto complimenti vivissimi per la lettura scenica dall’Edipo Re del 23 giugno scorso al teatro Olimpico di Vicenza. Hai condiviso la scena con l’affascinante e bravissima Maria Letizia Gorga e con GIPETO, accompagnati dalle musiche di Stefano De Meo. Tuo anche il coordinamento e l’allestimento. So che è stato un trionfo.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È stata un’esperienza davvero emozionante. Il Teatro Olimpico di Vicenza è un luogo magico. Nel 1995 l’Accademia mi conferì il Lauro Olimpico per la mia interpretazione di Emone, nell’Antigone di Sofocle, diretto da Terzopoulos. Da allora ho più volte calcato quel palcoscenico. È stato un privilegio tornarvi, oggi, con un reading da l’</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Edipo Re</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che è la prima tragedia ad essere stata rappresentata in quel teatro. Con lo sfondo della magnifica scenografia cinquecentesca dello Scamozzi, ho voluto in scena sei manichini con costumi antichi, in modo che accanto a Giocasta, Edipo e Tiresia, cui stavamo dando voce noi attori, fossero rappresentati anche il Sacerdote, o, meglio, la Sacerdotessa, l’Uomo di Corinto ed il Pastore. La musica dal vivo e le luci, poi, hanno completato un quadro altamente suggestivo. Oltre al tributo di un pubblico generosissimo, abbiamo ricevuto lettere di stima, sia da parte del Sindaco, sia da parte dei Direttori dei teatri del Veneto e degli Accademici.</span></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il teatro greco cattura nel profondo</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Vi ritrovo sempre un profilo di modernità. Sofocle descrive un uomo che pensava di avere tutto, ma, al contempo, ci insegna che nessuno può dire di essere stato fortunato sino alla fine della propria vita.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Modernità anche nell’approfondimento delle dinamiche più nascoste dell’uomo. Molti personaggi, infatti, sono diventati immagini iconiche per la psicologia. L’Edipo soprattutto.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Certo. E non è facile comunicare tutto quello che si annida dietro simili personaggi: psicologia, mito … soprattutto dovendo lavorare ad una riduzione della durata massima di un’ora. Il calore con cui il pubblico ha accolto il nostro lavoro mi ha fatto capire che ci siamo riusciti, siamo arrivati al centro del dramma, presentandolo nel suo nucleo essenziale, pur senza trascurare la semplicità.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non hai avuto tempo di dormire sugli allori, però. Subito dopo l’Edipo hai iniziato le prove di Un Autunno di Fuoco, che debutterà a Borgio Verezzi il primo agosto …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il 23 c’è stato l’Edipo, sono tornato il 24 e il 26 sono iniziate le prove di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, cosa che mi ha generato non pochi sensi di colpa: io, normalmente, arrivo alle prove un pochino più preparato, ma non ho avuto proprio modo. Mi ero anche portato il copione dietro, dicendomi che avrei studiato nel viaggio di ritorno, ma ero veramente distrutto. E, poi, avevo ancora in bocca le battute del personaggio appena interpretato; a me rimangono nella testa, nelle orecchie per settimane.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Figurati che violenza che hai dovuto fare su te stesso per annullare quel flusso di pensieri residui e agganciarti ad un altro personaggio, peraltro completamente differente …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Decisamente differente! </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è un’opera contemporanea. Una signora ottantenne, Alexandra, si barrica in casa minacciando di far saltare in aria l’intero palazzo con delle moltov artigianali, perché due dei suoi tre figli vorrebbero mandarla in un pensionato per anziani. Io interpreto Chris, il terzo figlio, che torna dopo vent’anni di lontananza e di silenzio. Mi arrampico sull’albero, entro dalla finestra, e tento di far cambiare idea a mia madre. Il nostro dialogo, tra rievocazioni e recriminazioni, è il fulcro della storia.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Debutterete il primo agosto al Festival di Borgio Verezzi, con una replica il giorno dopo.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono alla mia decima presenza a Borgio: nove come attore ed una come regista. È un Festival prestigioso che amo molto.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Stefano Delfino è raffinato nelle sue scelte teatrali</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Lui è sicuramente molto raffinato. Questo Festival è cresciuto negli anni ed è, ormai, un magnifico salotto sul mare dove si fa ottimo teatro.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Quali sono le tappe successive?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In autunno saremo a Trieste e zone limitrofe, poi sarà la volta di Roma e Torino. Riprenderemo in modo più consistente nel 2019.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il titolo. </span></i></b><b><span class="fs12lh1-5 ff1">The Velocity of Autumn</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è stato tradotto con </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un autunno di fuoco</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Perché?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Devo dire che </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La velocità dell’Autunno</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> mi piaceva molto, ma non volevamo rischiare di focalizzare l’attenzione solo sul tramonto della vita. Avevamo anche pensato di intitolarlo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Fuoco d’Autunno</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ma era troppo simile al titolo di un libro di Irène Némirovsky.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, </span></i></b><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Fuochi d’Autunno</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A quel punto, abbiamo evitato tout court di conservare </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Autunno</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> come seconda parola, in modo da non richiamare alla memoria altre opere, e ce ne sono tante, tra le quali un famosissimo film di Bergman, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sinfonia d’Autunno</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Splendido film, dove, peraltro, la storia ricorda quella di Coble, perché è focalizzata su un dialogo tra una madre ed una figlia che non si vedono da tempo e che sviscerano antiche incomprensioni.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Siamo, quindi, approdati a </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, titolo riconducibile in parte alla minacciata esplosione delle molotov della protagonista.</span></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse vi si può trovare anche un riferimento a quello che viene detto, al dialogo tra madre e figlio, che, sotto il profilo emotivo e personale, è altrettanto esplosivo.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, certo!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">C’è più autunno o più inverno, in questa pièce?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A giudicare dal titolo, escluderei l’inverno. Sebbene … Io ho un giardino e ti posso dire che il momento in cui le piante sono più vive è proprio quello invernale, perché hanno dentro un grandissimo potenziale, si preparano alla fioritura, e in quest’opera, sotto il profilo del dialogo tra i protagonisti, c’è una gestazione di sentimenti ed emozioni quasi invernale.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">In effetti Coble sorvola su come o dove le emozioni affiorate nel dialogo sbocceranno. Sappiamo solo che lo faranno. È inevitabile. L’inverno è meraviglioso sotto tutti i punti di vista.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo so, lo so che sei una creatura invernale.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono più che invernale, sono uno Yeti. Mio padre mi chiamava Fiocco di Neve, che era, poi, la mia maschera preferita, quando ero piccola; a volte Smilla, dal libro di Peter Hoeg.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">[Ridiamo. Abbiamo entrambi un’assoluta repulsione per l’equanime estraneità che, a volte, anima i dialoghi giornalistici. Maximilian non vuole rinunciare ad un’esplorazione dei reciproci universi: gli ho, dunque, promesso di non tagliare le frasi che parlano di me, almeno non tutte]</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Fiocco di Neve … mi piace. Comunque, ti dirò: nemmeno noi abbiamo ancora messo perfettamente a fuoco il titolo. A volte, durante le prove, ci sbagliamo: mettiamo l’articolo, non lo mettiamo … Ciò che sappiamo è che, in linea di massima, è il titolo giusto.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Molti i piani di lettura di questo testo: rapporto con la vecchiaia, con se stessi, con la famiglia …. Iniziamo con Alexandra e la vecchiaia. Nelle note di regia, Marcello Cotugno ha assimilato il testo di Coble ad una poesia di Dylan Thomas: «Non andartene docile …». Che ne pensi?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È una splendida poesia, molto profonda. A me, però, non suscita le stesse emozioni rispetto al testo. I personaggi di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> sono alla ricerca di risposte, sono in cammino. Di sicuro, la loro non è una fine. Il futuro di Alexandra è pieno di colori. Forse, tra i due, quello che ha meno colore è Chris.</span></div> &nbsp;&nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">[Le parole di Maximilian mi riportano alla mente un’altra poesia, </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">Viaggio a Bisanzio</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Keats: </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Un uomo anziano non è che una misera cosa, una giacca a brandelli sopra un bastone, a meno che l’anima batta le mani e canti, e più forte canti»</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Ha ragione Maximilian: nella sua vecchiaia, Alexandra batte le mani e canta, urla, si fa sentire, si impone]</span></i></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Parlando di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è quasi inevitabile tracciare un parallelo con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Visiting Mr Green</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Jeff Baron, che tu hai portato in scena accanto a due mostri sacri del teatro italiano, Corrado Pani, prima, e Massimo De Francovich, poi, con il quale, se non erro, tornerai in scena nella prossima stagione.</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, stanno lavorando per organizzare un piano di recite che renda significativa una ripresa. Per ora siamo in stagione a Vicenza e in Friuli Venezia Giulia.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Anche lì due persone costruiscono un rapporto attraverso il dialogo, anche lì c’è un giovane con una famiglia poco comprensiva alle spalle, e un anziano che vive ignorando d’esserlo, con i suoi antichi rancori, le sue antiche paure ormai sclerotizzate. Alexandra e Mr Green: rabbia o follia?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In Alexandra vedo molta rabbia. È una donna che, in questo momento della vita, non si sente capita e, soprattutto, ascoltata. Lo ripete costantemente: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Tu non mi ascolti … tu vuoi confondermi»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. La sua reazione, ovviamente, è eccessiva e, forse, poco credibile, visto che costruisce bombe artigianali per farsi saltare con tutto il palazzo, ma in questo escamotage scenico, che Coble prende anche dal mondo americano, dove le armi fanno parte della quotidianità, si annida la reazione estrema al disagio di non essere più ascoltata, pur avendo ancora grandi energie, grandi cose da dire.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È vero: in Alexandra c’è rabbia. Quando fa cenno a ciò che le impedisce di essere giovane &nbsp;– le ginocchia, i vuoti di memoria … – &nbsp;ha gesti stizzosi, adirati.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La paura di Alexandra, infatti, è quella di perdersi, di dover fronteggiare, in un luogo estraneo, in mezzo ad estranei, il fatto di non essere più quella che era. Pretende pazienza, pretende la possibilità di compiere questo passaggio lentamente, in casa propria, senza nessun tipo di trauma.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Trovi questa stessa rabbia anche in Mr Green?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In Mr Green c’è più rancore che rabbia; c’è chiusura al mondo. È la natura stessa, se ci pensi, a segnare la differenza tra i due. L’uomo, se sta per morire, smette di lottare; la donna no, resta in gara fino all’ultimo; è abituata a farlo, lo ha sempre fatto nella vita. Alexandra è un personaggio che ancora lotta, perché vuole assolutamente essere ascoltata. L’altro si chiude in solitudine. Sono due personaggi anziani che rispondono al dipanarsi della vita in maniera completamente diversa.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Tu e Milena Vukotic dividerete il palcoscenico con un albero.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È un magnifico albero, cui Alexandra è affezionata come a un figlio. Una presenza altamente simbolica. Lei ha combattuto affinché non venisse tagliato e sottolinea il fatto che </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«non si è mai lamentato»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, proprio come se fosse un membro della famiglia. Uno dei freni a far saltare tutto in aria è proprio l’albero. Chi se ne occuperà, dopo? Inoltre, l’albero rappresenta l’avvicendarsi delle stagioni e, soprattutto, la rinascita dopo l’inverno. È la conferma al fatto che anche quando sembra finita, si può tornare a fiorire.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Concezione celtica della natura: rispetto delle stagioni, sacralità arborea. Del resto Eric Coble ha origini scozzesi. L’albero, radici in terra e chioma al cielo, è simbolo dell’uomo stesso e, come tale, è simbolo cosmogonico della vita.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nella nostra scenografia, curata da Luigi Ferrigno, avrà un ruolo preminente, centrale. Non può essere diversamente.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ho notato che Mr Green è solo un cognome, come il Ciampa di Pirandello, mentre Alexandra è solo un nome. Per le donne, normalmente, il cognome è qualcosa di estraneo, di maschile: passano da quello del padre a quello del marito; è solo il nome a definirle per quello che sono. Di Mr Green, invece, non importa il nome, perché lui è chiamato a rappresentare la famiglia, la tradizione. Le sue donne hanno un nome: sua moglie, sua madre, sua nipote. Lui no. È come se non esistesse fuori dai suoi valori familiari e religiosi.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, è vero, nessuno sa come si chiami. Mr Green è Mr Green; è un’istituzione … Alexandra, invece, è se stessa fino in fondo, coerente con ciò che è stata in passato, con i suoi cambiamenti, le sue esplorazioni della vita, i suoi viaggi; viaggi nel corso dei quali il proprio nome, ossia la propria identità libera da convenzioni familiari, era il suo unico bagaglio. Tra l’altro, facendo le prove, abbiamo visto che, nel testo di Coble, nessuno chiama Alexandra per nome. &nbsp;Io, parlando con lei, non dico mai </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Alexandra»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, perché sono il figlio. Probabilmente faremo pronunciare il suo nome citando in forma diretta un discorso del marito. Sarebbe un peccato che il pubblico non ne venisse a conoscenza. È un nome talmente bello e così aristocratico! Perfetto per dare l’idea di questa donna, quanto meno nella versione italiana. Nelle edizioni americane il personaggio è differente, meno elegante, più diretto, aggressivo, sicuramente più vicino alla sit-com.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Del resto è un’opera rappresentata a Broadway. Non è un off, non è un off-off. La tradizione di Broadway è quella; la nostra è diversa e diverse sono le esigenze artistiche.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Questo personaggio è splendido, se accostato alla serietà di Milena, alla sua bravura!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Viziata dal mio sconfinato amore per Shakespeare, nella vecchiaia di Alexandra vedo un po’ Re Lear: l’effetto morfinizzante dell’età, la fragilità legata al passare del tempo, il carattere spigoloso e volitivo seppur, ormai, ovattato, l’andatura instabile, il rallentamento delle facoltà cognitive … </span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Certo! Il suo modo di essere anziano ed egocentrico, ma anche debole. Soprattutto il suo rifiuto di dover subire le decisioni altrui, come se lui non potesse prenderne, che è, poi, quello che teme Alexandra.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">[Mentre Maximilian parla del Re Lear, accendendo gli occhi, come sempre accade quando parla di Shakespeare, ascolto in silenzio, nei meandri della mia memoria, le parole di Regana: </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Oh signore, voi siete vecchio; la natura in voi si trova proprio sull’orlo del suo limite: voi dovreste lasciarvi governare e dirigere dalla prudenza di qualcuno, capace di comprendere il vostro stato meglio di voi stesso». </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non vuole farlo Re Lear e non vuole farlo Alexandra]</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Alexandra non vuole che i figli si occupino di lei, che la facciano sentire vecchia, incapace, decidendo al suo posto cosa sia giusto o sbagliato. Afferma di aver cominciato a capire che stava invecchiando guardandosi negli occhi dei figli.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Gioco di specchi</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Guardarsi negli occhi degli altri è fondamentale per completare il quadro di noi stessi.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">A proposito di quadri, tu sei un artista a tutto tondo, visto che ami anche dipingere. Bene, in questo momento ti chiedo di dipingere un quadro e raccontarmelo. Abbiamo parlato della vecchiaia di Alexandra; ebbene, come dipingeresti la vecchiaia di Maximilian? Colori, movimento, figure …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Amo dipingere. Iniziai da ragazzo ed una cara amica, molto più grande di me, credendo nella mia arte pittorica, mi aiutò a commercializzare i miei quadri. Aveva un marito molto geloso, però, che vedeva, tra noi, una liaison che non c’era; così ho dovuto usare uno pseudonimo. Anche a mio padre, uomo brillante, colto, pieno di fascino, piacque la mia pittura e tentò di aiutarmi, a modo suo; solo che era un modo che non si addiceva al mio carattere. Lui voleva organizzare una mostra grandiosa, incuriosire il pubblico attraverso la stampa, con articoli che annunciassero la mostra come un evento che </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">finalmente</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> stava per realizzarsi. Peccato che non avessi dipinto più di tre quadri, allora! Negli anni seguenti ne ho venduti parecchi; ancora oggi ho qualche richiesta. Dipingere è liberatorio e mi dà grandissima soddisfazione. È un lavoro creativo. Se io trovassi uno spazio, porterei lì tutti i miei colori, le mie tele, i miei pennelli e penso che sarei la persona più felice del mondo, perché, ad essere sincero, a volte sono stanco di recitare.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non fare scherzi.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Recitare è quasi sempre una fatica mal ricompensata. Dipingere è un’attività che si può gestire più facilmente; e, poi, è una forma d’arte indipendente, come la musica, la tua scrittura: tu ti svegli, nel cuore della notte, e puoi scrivere. Io, invece, non posso svegliarmi nel cuore della notte e recitare in salotto. Per farlo ho bisogno di una scrittura e, soprattutto, di un pubblico.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Però non mi hai risposto: la tua vecchiaia …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La mia vecchiaia … Io non riesco ad immaginarmi vecchio. Sono molto crepuscolare su questa cosa. I colori di un ipotetico quadro sarebbero grigi, gelidi, quasi irreali. Colori vivi resi freddi dal bianco di zinco, per intenderci. Il tempo che passa mi gela. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Tempus fugit</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E, se potessi manipolare il tempo? Vorresti tornare indietro o ti vorresti fermare qui?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tornare indietro. Fermarsi ora sarebbe già tardi. Fa molto </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Faust</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, lo so. Il fatto è che sono molto affascinato dalla gioventù. Le persone giovani mi incuriosiscono; poi, magari, non le capisco, però mi piace la loro energia e la loro possibilità di fare qualsiasi cosa. I giovani hanno il mondo in mano, che è il loro scettro, ma spesso non ne sono consapevoli.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La potenzialità dell’inverno …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La potenzialità di un albero a dicembre! Un tempo pensavo che sarei vissuto fino a novanta o cento anni. Ragionavo con la testa di un giovane che è fisiologicamente lontano dal decadimento fisico. Oggi mi spaventa l’idea del mancato controllo del corpo che la vecchiaia porta con sé.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non è sempre così. Frughiamo nell’ottimismo della vita, ti prego. A me piace vedermi centenaria, mentre passeggio in un bosco scozzese, con i capelli bianchi, un abito comodo, prima di tornare a scrivere accanto al camino!</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tu sei una donna e le donne sono stoiche e meravigliose. Mia madre, ad esempio, è una donna che, nonostante gli acciacchi e la complessità della vita che ha vissuto, è di una saggezza, di una letizia senza pari.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E ha un senso artistico incredibile, secondo me. È vero che ti portavano a teatro in due, da piccolo, ma qualcosa mi dice che era una sola, ossia tua mamma, l’anima con cui condividevi nel profondo quello che stavi vedendo, o la musica che stavi studiando. Deve essere una donna fantastica. Forse mi sbaglio, ti conosco da poco tempo, ma sento che c’è molto tua mamma dietro quello che hai appreso da piccolo, dietro la nobiltà della tua arte recitativa, della tua passione, della tua curiosità.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">C’è </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">solo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> lei. Solo lei. Anche se viviamo lontani e non ci vediamo spesso come vorremmo, la incontro quotidianamente, dentro di me, in ogni cosa che faccio, in quello che sono. Forse le parole che possono descrivere bene il nostro legame le ha scritte una poetessa californiana, Sharon Doubiago: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Mia madre è una poesia che non sarò mai in grado di scrivere, anche se tutto quello che scrivo è una poesia a mia madre».</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E di colpo il mondo si riempie della tua voce, Maximilian. L’amore per la madre fa sempre tremare l’anima. </span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non che mio padre sia stato meno importante, intendiamoci; ha inizialmente rappresentato il lato eccentrico della vita e, poi, quello severo. Quando decisi di seguire la scuola di Strehler a Milano, lui non fu d’accordo; mi avrebbe voluto avvocato. Così mi ostacolò, tagliandomi i fondi. Andai a Milano con 40.000 lire in tasca e vi rimasi cinque anni. Di giorno frequentavo la scuola; la sera, per mantenermi, andavo a lavorare nei teatri come maschera. Inoltre davo lezioni di pianoforte e ripetizioni per i maturandi. Per un mese ho anche lavorato in un bar. Non so se, in quegli anni, io abbia fatto un lavoro perfetto, a scuola. Al contrario dei miei colleghi di corso, che potevano alzarsi la mattina alle nove e, dunque, erano pieni di energie durante le lezioni, io la sera finivo le lezioni alle 19 e, alle 19.30, ero in teatro a fare la maschera fino a mezzanotte. A volte non riuscivo neppure a mangiare. Ero distrutto. Pesavo poco più di cinquanta chili. Però ce l’ho fatta: mi sono pagato la mia casa e mi sono diplomato. Alla fine, devo dire che l’atteggiamento oppositivo di mio padre si è rivelato un grande insegnamento. Ancora oggi, se c’è un momento in cui vagamente mollo, mi viene in mente quello che ho fatto per arrivare qui e mi rialzo in piedi</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le difficoltà forgiano il carattere.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì. Ed è ciò che manca a molti miei allievi.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Torniamo a teatro per parlare di Chris. Si è lasciato alle spalle padre, madre e fratelli. Le streghe del Macbeth, come li definisce lui stesso. Nel mancato dialogo con il padre, così come nel dialogo errato con la madre e con i fratelli, si addensa il grumo di rancore, palpabile, che impedisce il fluire del dialogo, vuoi a causa dell’originalità di Chris, vuoi per la sua diversità; un grumo di rancore che ostruisce le arterie della comunicazione, generando l’ictus insanabile che paralizza quella famiglia. Ciononostante, dopo vent’anni, dopo un silenzio tenace, dopo aver disertato persino il funerale del padre, Chris torna per fare la cosa giusta, apparentemente.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Torna, si arrampica sull’albero, entra in casa della madre, che si è barricata dentro con le sue bombe artigianali, e parla con lei. Riesce ad aiutarla? Fa la differenza? Non lo so. Noi stiamo ancora provando, siamo ancora in cerca di risposte sul senso del personaggio e degli eventi.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Diciamo che, aiutando la madre, aiuta anche se stesso a fare i conti col passato. Se sia la cosa giusta non lo so. Di certo non è una cosa sbagliata. E di cose sbagliate se ne potevano pensare a iosa. Parenti Serpenti di Monicelli. Ricordi? È un film che rappresenta l’antimateria rispetto alla pièce di Coble: i figli, per non occuparsi dei genitori, li fanno saltare in aria con una vecchia stufa a gas. Una cosa disumana.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Di un cinismo atroce. Sei sicura che anche qui non vi sia eguale cinismo, almeno in Michael e Jennifer, i due fratelli di Chris?</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dici che non stanno salvando la madre da se stessa?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Lei, ad un certo punto, manifesta chiaramente una preoccupazione: Michael e Jennifer non sono tanto impensieriti dal fatto che lei muoia, quanto, piuttosto, dal fatto che, facendo saltare in aria la palazzina, Alexandra vanifichi il loro patrimonio immobiliare. In realtà è un testo dove è possibile tutto e il contrario di tutto.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È vero …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le relazioni familiari sono sempre complicate.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">A proposito di relazioni familiari, forse possiamo far tornare l’albero. Non a caso la genealogia ne ha catturato la struttura: un unico ceppo e tanti rami quante sono le generazioni che si susseguono. A dirla tutta, nel Paradiso Terrestre l’albero dispensa anche frutti del peccato.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Veleni sottili dai quali fuggire.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E proprio di fuga voglio parlare. Un noto neuroscienziato e filosofo francese, Henri Laborit, ha scritto: «Quando non può più lottare contro il vento ed il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa, che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa ed un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo per salvare barca ed equipaggio. In più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme». Ebbene, Chris riesce a lasciarsi alle spalle tutto, scoprendo nuovi lidi, o la famiglia malata da cui si è distaccato lo segue?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">No. Assolutamente no. Non ci riesce. La famiglia lo segue. Nella fuga ci portiamo sempre dietro ciò da cui scappiamo.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">[L’estrema sintesi e la chiarezza della risposta di Maximilian mi fanno tornare alla mente Tom, nello </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">Zoo di Vetro</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Tennessee Williams: </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Non andai sulla luna, molto più lontano andai, perché il tempo è la linea più lunga tra due punti. Viaggiai e viaggiai. […] Avrei voluto fermarmi, ma qualcosa mi perseguitava. Mi prendeva all’improvviso, mi coglieva a tradimento. Forse un motivo familiare». </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ciò che ci buttiamo alle spalle, a volte, assomiglia a ciò che abbiamo di fronte]</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando sei giovane sembra più semplice affrontare l’assenza, ma poi ti rendi conto che non è così. Mia nonna diceva sempre che i conti si fanno con l’oste: finché non hai il conto tra le mani non sai quanto ti è costato quel che hai mangiato. Anche nella vita è così: i conti arrivano alla fine. Chris, ad esempio, accenna anche al suicidio, la fuga estrema, anche se io non credo che si voglia suicidare.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nemmeno io lo credo. Almeno non ho percepito così questo personaggio. Le sue mi sembrano più asserzioni nietzschiane, utili a passare una notte di crisi. Certo è che non si può dire sia un uomo sereno. Non dobbiamo dimenticare il suo allontanamento ventennale dalla famiglia, il suo mancato rientro persino per il funerale del padre, che, forse, fa pensare ad una sua eccessiva rigidità caratteriale, quasi ad un velo di rancore.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Chris, come tante persone, ha i suoi nodi inestricabili, i suoi conflitti profondi con il tessuto familiare. Non è andato al funerale del padre, ma questo non fa di lui una persona rigida o rancorosa. Non è il solo. Anche a me non piacciono i funerali e più le persone sono care, più voglio ricordarle vive. Inoltre, pensiamo che la pièce è ambientata in America, ossia in un paese dove, a sedici anni, si va dall’altra parte del mondo e i rapporti familiari si riducono a un paio di incontri l’anno.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Anche questo è vero. L’allontanamento di Chris, dunque, rientra nella normale dilatazione dei rapporti familiari americani, ruota attorno ad un conflitto generazionale alla Father and Son di Cat Stevens, o nasce da una più profonda spaccatura familiare, soprattutto con il padre? Sto pensando al mio amato Phil Seymour Hoffman in Onora il Padre e la Madre, quando, piangendo di rabbia, manifesta il suo odio per il padre dicendo: «Per tutta la vita ho avuto paura di diventare come lui. Per tutta la vita».</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse tutte queste cose insieme. Io credo che non sia tanto importante la fuga quanto il ritorno. Sono i conti che Alexandra e Chris fanno con il passato a rappresentare il fulcro della storia.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È importante che Chris fronteggi le streghe del Macbeth, come egli stesso definisce la sua famiglia? Deve immergersi in modo catartico nelle incomprensioni antiche, nel vortice di ferite reciproche, come accade nel Lungo viaggio verso la notte di O’Neill?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì. Deve fronteggiare gli spettri familiari. Prendi, ad esempio, la maschera da Universo indossata da piccolo. Inizialmente la madre era sua alleata: gli aveva comprato il libro sull’universo, lo aveva aiutato a fare il costume. Poi, però, cambia idea e quella stessa originalità per cui l’aveva lodato, e che agli altri due figli aveva rimproverato di non avere, diventa motivo di critica. Alexandra è una madre sui generis: ha trascorso la sua giovinezza fuggendo da un paese all’altro, inseguendo se stessa senza costrizioni; si è sposata quasi per caso; confessa che i figli le erano di peso; e, da vecchia, critica ancora il marito per aver voluto a tutti i costi comprare la casa, comprando, con essa, una stabilità che la faceva inorridire. Nella fuga di Chris c’è anche quel DNA.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È un dialogo fantasioso, il loro; una sorta di officina teorica con un unico vasto argomento, la vita, ed è caratterizzato da violenze verbali ed alternanze dialogiche. Mi piace molto anche la scenografia verbale e mimica, che vi si inserisce, perché le note scenografiche di Coble sono abbastanza facili: una stanza, porta sigillata, poltrona, albero. Quando rievocate il passato, invece, il pubblico deve vedere attraverso le vostre parole. Mi è piaciuto molto, ad esempio, il gesto a spirale che Alexandra fa con il braccio per parlare del Guggenheim, perché non le viene in mente il nome del museo. Chiunque conosca il Guggenheim sta lì, in quel momento.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dobbiamo ancora un po’ lavorare su questa cosa qui. Sicuramente, rispetto a </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Mr Green</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è un’opera meno complessa. Lì ci sono più colpi di scena; c’è un po’ di tutto. Manca un duello ed un avvelenamento e siamo al completo, il tutto nel giro di dieci-dodici quadri. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un Autunno di Fuoco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è una cosa un po’ diversa. Non è nemmeno lunghissimo, perché tutto si svolge nell’arco di un’ora, l’ora che i due fratelli danno a Chris per convincere la madre ad uscire di casa prima di chiamare la polizia.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Succede spesso, a teatro, che in pochi minuti accadano eventi memorabili. Pensa a Rodolfo e Mimì che in un solo atto della Bohème si incontrano, si piacciono, escono insieme e si promettono amore.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Glauco Mauri diceva che il tempo teatrale è relativo. Guarda Goldoni: il Cavaliere la mattina odia la Locandiera e il pomeriggio ne è innamorato, neanche lei avesse messo un filtro d’amore nella sua zuppa. Oppure Lady Anna, nel Riccardo III di Shakespeare, che in due pagine passa dall’odio all’amore.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">A proposito d’amore, esco ancora una volta dal teatro, come ho fatto per la rappresentazione della vecchiaia, e raggiungo Maximilian. Cos’è l’amore, per te?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Mmh, domanda impegnativa. Sicuramente posso dirti che senza amore, senza empatia, senza condivisione la vita, per me, non avrebbe senso. Paragono l’amore alla musica: non è tangibile, non è visibile, però rapisce. Mi piace farmi rapire dall’amore. Ogni forma d’amore; non solo l’amore per le persone, ma anche per il lavoro, per la bellezza, per l’arte, per la musica. Ecco, torna la mia musica. La amo con tutto me stesso. Una delle più belle espressioni d’amore, per me, è quando, al mattino, mi sveglio nella mia tana colorata, piena di oggetti, ascolto musica, apro la finestra e vedo il sole, perché sono metereopatico e patisco il brutto tempo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Torniamo all’amore …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Io sono perennemente innamorato di tutto e di tutti, ma il lavoro che faccio mi rende un gatto randagio. Conosco centinaia di persone ed alcune di esse vorrebbero adottarmi. Ma il gatto, come sai, è un animale indipendente, non ama le costrizioni e non accetta di essere ammaestrato. Quando non si trova bene con un padrone lo cambia, ammesso che un gatto abbia dei padroni</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non ne ha, infatti.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ancora oggi non so come relazionarmi con questa cosa. Non è che mi faccia paura sentirmi posseduto; anche io, a mio modo, sono possessivo; però penso all’esempio che ho avuto nella vita, a mia madre che mi ha detto: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ti amo con tutta me stessa, però vai dove devi andare e sii felice».</span></i></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È stata meravigliosamente Madre, direi.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Come ti dicevo poc’anzi, ancora oggi, pur vivendo lontano da casa, ho con lei un legame fortissimo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo stesso accade a Chris ed Alexandra.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Un bell’intreccio tra vita e teatro!</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È vero anche, però, che l’amore di una madre è molto particolare. L’amore, in una coppia, non può toccare l’altruismo estremo di quello materno o di quello amicale. Ciò non toglie che bisogna imparare a starsi accanto senza pensare di possedere la persona amata.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Credo che, oggi, esista una grandissima incapacità a provare anche solo un sentimento semplice di solidarietà, di condivisione. L’amore è anche quello. Potrà sembrarti assurdo, ma, se mi dessero l’Oscar e non avessi una persona, o un gruppo di persone, con cui condividerlo, proverei sicuramente meno gioia. Purtroppo, in questa società, l’amore è un sentimento sacrificato; sembriamo incapaci di instaurare legami autentici.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">C’è una forte tendenza a schermarsi. L’amore ti denuda e non è facile convivere con l’idea di essere inermi di fronte alle aggressioni che ci circondano.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Me ne rendo conto e mi dispiace moltissimo per chi vive queste aggressioni, ma, quando incontri una persona che non ti vuole aggredire …</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">… chiudersi non ha senso.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Trovo che sia un peccato, quanto meno. È un modo depauperante di vivere. Io so solo che, nel momento in cui entro in relazione con una persona che ha degli schermi, delle chiusure, a me viene spontaneo di chiudermi a mia volta; ho bisogno di proteggermi, perché non conosco limiti. Sono una personalità compulsiva. Ho smesso di fumare, perché io non fumavo, ma strafumavo; ho smesso di mangiare dolci perché a me i dolci piacciono e li stramangiavo. E in amore sono sempre stato bulimico.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Due balconi famosi del teatro: ti senti più Cyrano sotto il balcone di Rossana, o Romeo sotto quello di Giulietta? Non ne faccio una questione di età, ovviamente!</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Io ho sempre pensato che in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Romeo e Giulietta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> il personaggio vincente fosse Mercuzio, così brillante, esuberante e pieno di vita, un po’ come la musica di Mozart. Detto ciò, la scelta è tra Romeo, ossia l’incarnazione dell’amore puro e, al contempo, della semplicità, e Cyrano, forte della sua poesia, della sua sensibilità, della sua intelligenza anche se vittima di un amore segreto. Sono decisamente più Cyrano, il poeta che lotta contro i mulini a vento.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ci avrei giurato!</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Perché?</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Perché sei anche molto cerebrale.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È vero, lo sono. Brava …</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Per cui quel bacio che viene raccolto da Cristiano, ti fa soffrire, ma l’hai suscitato tu con la tua poesia, con i tuoi sentimenti e questo è già appagante</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Mi piace entrare nella testa delle persone.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Appunto.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Cyrano è stupendo. Anche questo fatto che lui per tutta la vita non palesa i suoi sentimenti se non quando è troppo tardi per viverli.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">In punto di morte, finge di leggere una lettera che sapeva a memoria, perché l’aveva scritta lui firmandola con un altro nome, e Rossana scopre la verità …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il tutto in un momento in cui ogni azione è ormai impossibile. Certi personaggi mi affascinano; mi piacciono le vite uscite da penne ispirate. Io mi sento sempre in una pièce, anche nella mia vita privata. In una pièce non drammatica, ma significativa. Mi piace. Amo il mondo, amo le persone. Tutte. Gli anziani, dai quali ho tanto da imparare, i giovani per gli occhi con cui scoprono il mondo. Rispetto a questo amore così travolgente, il sesso passa quasi in secondo piano.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Anni fa uscì un film in cui Al Pacino faceva la parte del Diavolo e diceva che il sesso era assolutamente sopravvalutato, perché sostituibile con una buona scorpacciata di cioccolata.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’alchimia sessuale accompagna l’innamoramento, ma è transeunte. Poi subentrano altre cose.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un sentimento più vasto, profondo …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, l’amore! Un privilegio non così frequente da ottenere, soprattutto per noi attori, girovaghi.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">C’è da dire, però, che conoscete molte persone, tanti luoghi, tante diverse tradizioni, tanti modi di essere e di pensare, rispetto a noi che, essenzialmente, ci muoviamo nell’ambito di un quartiere o, forse, due.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Questo è vero, ma aumentano le scelte e ogni scelta implica una rinuncia.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutti rinunciamo a qualcosa. Non puoi pensare alle rinunce che fai. Devi pensare a quello che hai realizzato, a quello che stai realizzando, alla tua strada. La vita è fatta di scelte.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sliding Doors …</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Però Sliding Doors è crudele. Quella delle due che riesce a prendere la metro e coglie il compagno con l’amante, è quella che elabora il lutto per prima e per prima si costruisce una vita appagante, un bel lavoro, un nuovo amore, ma è anche quella che muore, alla fine.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Muore? E come? Non me lo ricordo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ha un incidente. L’altra, invece, continua il suo percorso di inconsapevolezza e sacrificio prima di staccarsi dal narcisista fedifrago, ma, alla fine, sopravvive ed incontra comunque l’amore vero. Il messaggio sembra quello di dover necessariamente attraversare il sacrificio per avere la ricompensa.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse, però, è meglio un giorno da leone che cento da pecora.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Massimo Troisi ne proponeva cinquanta da orsacchiotto; io, meno realisticamente, ne pretendo cento da leone.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Un vecchio adagio dice che ci vorrebbero due o tre vite. In realtà non ne basterebbero duecento.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Facciamo un migliaio.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non siamo mai paghi di nulla. A volte ho paura di non avere il tempo di fare tutto ciò che sento di voler fare. E se stessi scrivendo sull’acqua e nulla rimanesse delle mie parole?</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">No, Maxi, tu non scrivi sull’acqua. Non te lo dico con condiscendenza o falsa cortesia. Io sono come il Matto del Re Lear: dico sempre quello che penso. Sei una persona incisiva, sia sotto il profilo umano che professionale.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A volte mi sento sulla soglia di porte significanti; in bilico tra due pensieri, due modi d’essere. L’11 e il 12 ottobre sarò a Bergamo, al Festival </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Fiato ai Libri</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, cui partecipano molti noti attori per alcuni reading. Mi è stato chiesto di trarre la mia prima lettura da </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le Libere Donne di Magliano</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Mario Tobino, un libro molto bello sulla legge Basaglia; per la mia seconda lettura, invece, mi hanno chiesto di scegliere un libro di Hermann Hesse. Tendenzialmente mi piacciono tutti, ma ho scelto …</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">… Narciso e Boccadoro.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Esatto! Ho selezionato i primi cinque capitoli; ho scritto dei piccoli riassunti di raccordo; quindi leggerò altri capitoli. Il tutto accompagnato dalle musiche di Stefano De Meo. Non so che effetto mi farà rileggere questo libro con gli occhi e la sensibilità di oggi, ma so che io nasco Narciso, che si chiude in convento e conosce la vita a livello filosofico, ma vivo da Boccadoro che cerca il punto di partenza e di arrivo, sporcandosi le mani e senza risparmiarsi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">**** ° ***</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sull’eco di queste parole che vedono Maximilian come un perfetto coacervo di contraddizioni, traccio a malincuore il mio “passo e chiudo”. Il tempo è volato. Ci siamo detti molte altre cose, ovviamente; abbiamo progettato un lavoro teatrale insieme; abbiamo riso, scherzato e parlato di cose serie; abbiamo bevuto il caffè e mangiato i biscotti che la dolcissima Katia ci ha portato; abbiamo fotografato le ali di Niche. Maximilian mi ha mostrato il copione che sta studiando, con tutti i suoi appunti colorati e con il bozzetto del suo abito di scena.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Roberto Rossellini diceva di voler </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«scoprire gli esseri e le cose come sono, nella loro estrema semplicità»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Assomiglia molto al lavoro che facciamo io e Maximilian durante le nostre chiacchierate sul tutto. Un giorno, forse, le raccoglieremo in un libro e potrò inserire le parti che uno spazio giornalistico, pur molto generoso, ha comunque imposto di tagliare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’appuntamento è a Borgio Verezzi, i primi due giorni di agosto. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un Autunno di Fuoco. </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">Buon teatro a tutti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 18.07.2018]</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Claudio Ammendola</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 18 Jul 2018 20:01:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Dieci Cravatte. Una toccante storia sindacale]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000072"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Claudio Boccaccini è in scena al teatro Marconi, dal 26 al 28 giugno, con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dieci Cravatte</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, interpretato dai giovani allievi della sua scuola di recitazione </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Stazione</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Claudio è sempre una garanzia, per me: già solo quest’anno, tra Pirandello, Beckett e il suo meraviglioso monologo della memoria, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Foto del Carabiniere</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ha reso facile il mio lavoro, perché la penna scorre beatamente quando si scrive di un teatro come il suo. Lo incontro nel foyer per un saluto; nella piacevole area all’aperto antistante questo bel teatro, diretto da Felice Della Corte, ci fermiamo a parlare dell’impegno di questi ragazzi, della forza del testo. Sin da quando avevo ricevuto il messaggio di Claudio che mi preannunciava queste tre serate, avevo pregustato buon teatro e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dieci Cravatte</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> non ha, di certo, smentito l’aspettativa: anche in questa occasione, Claudio si è rivelato bravo sia nell’adattamento dell’opera, sia nella regia &nbsp;– ma questo lo sapevamo già -, &nbsp;sia come insegnante. I suoi allievi sono strepitosi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Una scena disadorna. Sedie disposte ad anfiteatro e un gruppo eterogeneo di persone, uomini e donne, o, meglio, ragazzi e ragazze: nove operai e due amministrativi. Stanno tutti aspettando che il loro rappresentante sindacale esca da una riunione fiume con i nuovi proprietari dell’azienda; stanno pregando di non essere licenziati, di poter continuare a portare soldi nelle loro modeste case, nelle loro modeste vite. Quei soldi non sono un’eccedenza con cui comprare futilità, sono il cibo, la casa, l’istruzione dei figli. Dopo ore di attesa, vengono finalmente a conoscenza di quanto sta per accadere: nessuno verrà licenziato; tuttavia, il nuovo direttivo chiede loro di rinunciare a sette minuti della pausa pranzo. Sette minuti! E cosa sono rispetto allo spettro di ritrovarsi senza lavoro? L’entusiasmo generale mette in ombra il vero significato di quella proposta. Tuttavia, Giacomo, il rappresentante sindacale, vuole che si fermino a riflettere su quella condizione apparentemente innocua, insignificante, che cela, in realtà, un atteggiamento volto ad esercitare controllo e potere, a sfruttare. È questo il nocciolo del dramma. Uno ad uno fronteggeranno quel che i piatti della bilancia restituiscono loro: da una parte il lavoro, dall’altra la dignità. Devono decidere. Alcuni cambieranno idea e il finale lascerà il pubblico senza una risposta o, forse, con la risposta che vorrà darsi, perché, in quest’opera, ben realizzata al culmine di un percorso laboratoriale, il pubblico entra nella storia con i personaggi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È una sorta di “thriller sindacale”, dove la costruzione della realtà, al pari di un’indagine di polizia, viene portata avanti lentamente ma con progressiva chiarezza; dove l’attenzione alla questione sociale, il licenziamento, la crisi economica, la paura del futuro anche da parte di persone giovani, viene spettacolarizzata e, per questo, diviene ancor più incisiva. È teatro che insegna e fa pensare. Lo leggi nel volto dei protagonisti, che varcano, tutti, il confine con il personaggio, portandolo con sé ovunque.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Rispetto al dramma </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">7 Minuti</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di &nbsp;Stefano Massini, messo in scena da Alessandro Gassman con Ottavia Piccolo nel ruolo della rappresentante sindacale e riproposto al cinema da Michele Placido lo scorso anno, dramma che, prendendo spunto dall’occupazione di un’azienda tessile di Yssigeaux, in Francia, avvenuta nel 2012, vede protagoniste solo donne, Boccaccini mette in scena un gruppo composto da uomini e donne, amplificando le problematiche personali, arricchendo il microcosmo dei sentimenti in gioco, coinvolgendo il pubblico su più piani e, soprattutto, spostando l’attenzione del fruitore del messaggio artistico dall’affermazione femminile, la lotta di genere, di cui l’altro copione è intriso, al dramma del lavoro, la paura del domani, lo stato di precarietà diffusa, soprattutto tra i giovani.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutti gli attori sono protagonisti assoluti: undici persone nell’intrecciarsi delle loro paure, dei loro desideri. Tuttavia, c’è anche un dodicesimo protagonista. Il suo nome è </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">dialogo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che costruisce e distrugge, cambia, isola, mette in gioco, plasma i personaggi, uno ad uno. Una tecnica ben sperimentata, soprattutto in quelle opere che narrano tasselli di verità, che denunciano, evidenziano accadimenti reali. Pensiamo a </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Parola ai Giurati</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Reginald Rose, il quale ebbe l’idea per il suo dramma dopo aver fatto parte di una giuria popolare in un caso di omicidio. Scritto nel 1954 per la televisione e rappresentato più volte a teatro, divenne un film di successo nel 1957, con Henry Fonda diretto da Sidney Lumet, e tornò al successo quarant’anni dopo, con un magnifico Jack Lemmon diretto da William Friedkin. Anche in questo caso una sola persona, con le sue argomentazioni, la sua logica, il suo sentimento porta un gruppo di persone d’altra opinione a spaccarsi, a cambiare punto di vista, a dubitare, a ragionare. Identica la tensione dialettica tra i due drammi; identico l’approfondimento delle personalità dei protagonisti, delle loro vite, pur sviscerando un singolo, ben determinato argomento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Bravissimi gli allievi di Boccaccini, che palesano un’ottima padronanza della scena, una grinta non indifferente, una non facile predisposizione alla naturalezza che, in questo particolare contesto, è assolutamente fondamentale. È un tipico “dramma della strada”, dove la verità traspare da ogni particolare. Gli abiti semplici, che, in modo evidente, mostrano la differenza con le </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">cravatte</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, o, meglio, con gli uomini che le indossano. È perfetta la scelta di Boccaccini di sottolineare, anche nel titolo, il messaggio della pièce, racchiudendo in quel particolare accessorio il segno distintivo tra padrone e operaio, tra ricco e povero, tra potere e sottomissione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La verità, poi, emerge </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">da ogni movenza, gesti semplici chiamati a rivelare, nel profondo, colui che li compie, persone prima che personaggi; dall’uso di inflessioni dialettali; dalla tempistica, a volte confusa, delle battute, accavallate l’una sull’altra proprio come accadrebbe in un gruppo di persone infervorate, impaurite, impegnate; dal muoversi attorno alle sedie, che sono quasi dei totem, muti spettatori di una danza di corpi seduti, in piedi, appoggiati allo schienale, con la testa tra le braccia, con la testa alta in segno di sfida; una danza di corpi che sarebbe piaciuta a Caravaggio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando si apre il sipario parlano al pubblico per qualche istante. Uno dopo l’altro, nei panni del proprio personaggio, si raccontano, si presentano. Claudio mi confida che l’idea è nata dopo aver chiesto ai suoi allievi qualche riga sul proprio personaggio: tanto approfonditi i tratti da loro descritti di ciascuna personalità che non ha resisto a mettere in scena quelle parole in una sorta di prologo che mi riporta alla mente le accurate descrizioni pirandelliane.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono davvero bravi. Sanno caratterizzare: c’è la donna calma, un po’ malinconica, che capisce il timore degli altri, ma finge che non si possa mai verificare; c’è il timoroso, il generoso preda di facili attacchi d’ira, il riflessivo, la giovane pluri-licenziata, la disincantata, il calmo apparente …</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Questo dramma è il trade union tra il “teatro civile”, che porta in scena uno spaccato di vita attraverso l’azione di professionisti dello spettacolo, e il “teatro sociale”, dove il realismo si impadronisce tanto del dramma da volerlo realizzato, quasi con piglio pasoliniano, da gente comune o da attori che catturano battute e atteggiamenti dalla gente comune. C’è stata più di una pièce, di recente, inquadrabile in un contesto simile e proprio sullo stesso scottante tema del lavoro. Mi riferisco a </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Buon Lavoro</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Elisabetta Vergani e Maurizio Schmidt, i quali, in collaborazione con il teatro Piccolo di Milano, hanno messo in scena un’opera sul mondo del lavoro, partendo da interviste fatte a tanti diversi lavoratori italiani ed elaborate in forma teatrale. Il titolo vuole essere un augurio, una speranza, un obiettivo da raggiungere, sempre più difficile in un Paese come il nostro. Altro pregevole esempio di “teatro sociale” è </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Neve Azzurra</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Angela Caterina, tratto da </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Racconto Giusto</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Anselmo Botte, che narra il dramma degli operai dell’Isochimica di Avellino.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Che altro dire se non “bravi”? Regista e attori di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dieci Cravatte </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">meritano pienamente gli applausi che hanno ricevuto, scroscianti, al termine della rappresentazione. &nbsp;È in scena ancora stasera. Vale davvero la pena di vederlo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 28.06.2018]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Raffaella Bonsignori</span></b><b></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 28 Jun 2018 09:35:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Riccardo III. Sovrano illuminato o perfido mostro?]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002C"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">La Guerra delle Due Rose</span></b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Inghilterra, 1377. Edoardo III muore e lascia sei figli maschi, quattro dei quali in una invidiabile posizione economica e sociale. Inevitabilmente nascono lotte per ereditare la corona.<br></span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il primogenito, Edoardo di Woodstock, detto il Principe Nero, muore un anno prima del padre. Il trono, dunque, passa a suo figlio Riccardo II e, se questi avesse avuto eredi maschi, la storia dell’Inghilterra, forse, avrebbe avuto una piega differente. Così non è.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sul finire del suo regno, Riccardo designa come proprio successore il biscugino Ruggero Mortimer e, morto costui troppo presto, il figlio di quest’ultimo, Edmondo, quarto conte di March. Ma le cose vanno diversamente, poiché, nel 1399, incattivito dalla sottrazione di terre ed averi subìta dal re, Enrico, cugino di primo grado del Principe Nero e primo duca di Lancaster, obtorto collo, convince Riccardo II ad abdicare in suo favore. È l’inizio della genìa dei Lancaster: Enrico IV, suo figlio Enrico V, suo nipote Enrico VI.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel frattempo, infuriano aspre battaglie tra i due rami della famiglia; la rosa bianca degli York e la rossa dei Lancaster, contenute nei loro stemmi, sventolano su vessilli insanguinati. Sono tutti parenti, hanno tutti lo stesso sangue, cosa che rende questa furiosa, lunga lotta dinastica ancora più inaccettabile.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Enrico VI è un re fisicamente debole. Ed è proprio una sua lunga malattia a segnare l’inizio della sua fine. Si fa sempre più pressante Riccardo di York, nipote di Ruggero Mortimer, il quale, inizialmente, si fa nominare Protettore del Regno, un’anticamera della corona, ma la ripresa di Enrico VI e la nascita del suo legittimo erede, Edoardo di Lancaster, mutano le cose. Riccardo di York, tra alti e bassi conserva la carica di Protettore del Regno, ma, la lotta per la corona si fa sempre più aspra. Enrico VI viene imprigionato, la regina Margherita, sua moglie, prosegue la battaglia alleandosi con gli scozzesi e Riccardo di York perde la vita a Wakefield nel 1460. È il primogenito di Riccardo, Edoardo, a prendere le redini della lotta dinastica, insediandosi sul trono l’anno seguente, dopo aver dichiarato decaduto Enrico VI.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Edoardo IV di York, dunque, è il nuovo re, ma il suo non è un regno felice. Forse, il destino diventa nemico in mezzo a tanto sangue. Anche dopo la sua investitura prosegue la lotta contro i Lancaster.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il culmine delle battaglie vede teatro in Tewkesbury il 4 maggio 1471. La disfatta dei Lancaster è completa. Pochi giorni dopo, Enrico VI viene trovato morto nella Torre di Londra, ove, in quegli anni turbolenti, dopo essere stato liberato, aveva nuovamente trovato dimora; suo figlio Edoardo, invece, muore in battaglia e Margherita trova rifugio in Francia. Di fronte alla disfatta, Jasper Tudor, fratellastro di Enrico VI, fugge in Bretagna portando con sé il figlio, Enrico Tudor, per timore di una rappresaglia nei loro confronti. Lì, ospiti del conte di Bretagna, Jasper e suo figlio restano per 14 anni.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1478, Edoardo IV fa imprigionare il fratello, Giorgio di Clarence, il quale aveva tradito la causa familiare per allearsi con i Lancaster. Qualche giorno dopo, come accaduto ad Enrico VI, la Torre restituisce il suo cadavere. Luogo malsano.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Oscure manovre</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È sempre molto sconfortante fronteggiare il fatto che la storia si basa su testimonianze di parte, a volte non veritiere. Riccardo di Gloucester, fratello di re Edoardo IV e di Giorgio di Clarence, forse in ottemperanza alle regole della kalokagathia, ossia della bellezza che si accompagna alla bontà (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">kalos kai agathos</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, dicono i greci, bello e buono), viene descritto deforme, con una gibbosità invalidante, un braccio più corto dell’altro e una mano mutila di tre dita. I quadri, al contrario, riportano di lui un’immagine assolutamente normale e un bel volto pensoso e malinconico; altrettanto dicasi per le memorie dei contemporanei, come la contessa di Desmond, la quale, rievocando in vecchiaia le danze a Corte, descrive il conte di Gloucester come il più affascinante dopo il re. È ben possibile, dunque, che le malefatte che gli vengono attribuite abbiano, col tempo, portato al perpetuarsi di un’immagine fisica brutta e deforme, in linea con la perfidia. Shakespeare sposa in pieno questa distorta versione dei fatti</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">ma è vero anche che Riccardo III era uno York e che il Bardo scriveva sotto l’ala protettrice di Elisabetta I, una Tudor, ossia una Lancaster, in linea dinastica. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Io che sono [..] frustrato di sembianza dalla Natura che sì mi dispaia, deforme, incompiuto, anzi tempo inviato in questo spirante mondo, appena plasmato a mezzo, e pur questo in modo così monco e contraffatto che i cani latrano di me quand’io zoppico accanto a loro»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scrive Shakespeare nel </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Riccardo III</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, abbinando, per stessa ammissione di Riccardo, la crudeltà alla sua bruttezza: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«E così, dacché io non posso far l’innamorato per intrattenere questi bei giorni soaveloquenti, son risoluto a mostrarmi uno scellerato, ed a colpir col mio odio i frivoli piaceri di questi giorni»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I parenti di Elisabetta Woodville, moglie di Edoardo IV, sono molto invadenti e di bassa levatura sociale e intellettiva. Riccardo mal li tollera e sono sempre maggiori le occasioni in cui si assenta da Corte. Per un lungo periodo si trasferisce al nord, portando avanti battaglie contro gli scozzesi nella striscia di confine tra i due Paesi. È un bravissimo generale. Pur non amando l’entourage della regina, resta comunque fedele alla corona. Nel suo stemma si legge </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Loyaulté me lie</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. È francese di corte: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Lealtà mi lega»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Un simile motto mal si concilia con l’accusa di aver ucciso i nipoti o di aver spinto il re a far uccidere il loro fratello Giorgio di Clarence. In realtà, è vero il contrario: Riccardo si era adoperato fino all’ultimo affinché i suoi fratelli si riappacificassero.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il 9 aprile 1483 Edoardo IV muore. La storia non ci insegna con precisione le cause della morte, ma sappiamo che lascia testamento. Era, dunque, in qualche modo pronto all’evento. La sua volontà è chiara. Il trono va al primogenito maschio, Edoardo, ma la reggenza, quale Protettore del Regno, va a suo fratello Riccardo di Gloucester.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La morte di re Edoardo coglie Gloucester ancora militarmente impegnato nelle terre del nord e gli desta un grande turbamento. Nonostante l’infuriare della battaglia, fa celebrare una messa a suffragio e convoca i nobili locali affinché, davanti a lui, giurino fedeltà al nipote, il nuovo sovrano Edoardo V. Poco dopo si mette in viaggio per Londra, scortato dal suo esercito vestito a lutto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sa di doversi sbrigare: è sicuro che la regina e il suo seguito di parenti opportunisti non accetteranno di buon grado la sua reggenza. Così è. Il giovane re è già manovrato dallo zio, il conte di Rivers e dal figlio di primo letto della regina, lord Grey, i quali iniziano sin da subito a firmare ordini e norme come </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">avunculus regis</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">frater regis uterinus</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Strada facendo, Riccardo unisce le proprie forze a quelle del duca di Buckingham, il quale nutre odio profondo per i Woodville. Con lui raggiunge Stony Stratford, dove si trova il nipote, e lì si inginocchia prestando la propria fedeltà alla corona. Al contempo fa arrestare il parentame della regina. Senza più nessuno che furbescamente devii i poteri del re verso interessi personali, Edoardo V fa ingresso a Londra scortato dall’esercito dello zio.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È il 4 maggio1483.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’ingresso trionfale vede la popolazione in festa. Il nuovo re, come d’uso prima dell’incoronazione, si reca agli alloggi della Torre di Londra. Riccardo fissa la data per l’incoronazione al 22 giugno. Manca più di un mese, periodo che il principe, raggiunto poco dopo dal fratello minore, dovrà restare nella Torre di Londra. La regina, vista la mal parata, si rifugia nell’abbazia di Westminster insieme agli altri suoi figli.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Mancano pochi giorni all’incoronazione quando una notizia esplode nel palazzo reale e cambia radicalmente la linea dinastica. Robert Stillington, vescovo di Bath, annuncia che il matrimonio tra Edoardo IV ed Elisabetta Woodville non è valido. Edoardo, infatti, al momento delle nozze era unito ad Eleonora Butler con un legame prematrimoniale assolutamente vincolante. Eleonora non può dire la sua, perché, nel frattempo, deceduta in convento. Stando così le cose, il matrimonio reale è nullo; stesso dicasi per la successione del principe Edoardo V.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Due sono le cose: o davvero il vescovo Stillington ha trovato solo in quel momento le prove dell’invalidità delle nozze reali, oppure è stato sollecitato a farlo. In entrambi i casi, in un momento come quello di costanti lotte dinastiche con i Lancaster, una simile notizia rischia di regalare il regno alla fazione avversaria. Inevitabilmente Riccardo deve proporsi come regnante al posto dei nipoti, in modo che la corona resti agli York.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Parlamento decreta la decadenza dei figli di Edoardo IV senza battere ciglio. Probabilmente il timore dell’acuirsi di lotte intestine era un deterrente ad ulteriori indagini. Inoltre, Riccardo di Gloucester si era rivelato un ottimo condottiero, fedele alla causa inglese. Ed è quanto basta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il 26 giugno, pertanto, quattro giorni dopo la data fissata per l’incoronazione di Edoardo V, viene fatto re Riccardo III. Sul suo regno, però, grava un’ombra fitta e oscura. Domenico Mancini, cronista italiano a Londra, afferma che i due principini spodestati, figli di re Edoardo IV, non giocano più nei giardini della Torre come erano soliti fare fino a qualche tempo prima. Si vocifera che, per ragioni di sicurezza, siano stati trasferiti nei recinti interni. A confermare il fatto che siano ancora vivi c’è il dott. Argentine, medico curante della Real Casa, il quale afferma che Edoardo si confessa ogni giorno.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Da quel momento, però, nessuno ne parla più, né è noto dove siano.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La tradizione vuole che ad agosto Riccardo li abbia fatti uccidere o li abbia murati vivi. Lo riferisce Tommaso Moro, attingendo, come fonte, agli scritti di tal Morton, un vescovo acerrimo nemico di Riccardo. Secondo il racconto di Moro il re si trovava nelle Contee meridionali, quando, colto da improvviso timore che i nipoti potessero, crescendo, rivendicare il trono, avrebbe mandato a Londra un sicario, tal James Tyrrel, con una missiva per il connestabile della Torre, nella quale si autorizzava lo stesso a dare le chiavi a Tyrrel affinché questi potesse portare a termine gli ordini del re. Tyrrel avrebbe portato seco due sgherri per uccidere i bambini, seppellendoli sotto la scala della Torre.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sul mandante dell’omicidio restano dubbi, però. C’è da chiedersi perché, ad esempio, Riccardo III avrebbe avuto questa folgorazione improvvisa e avrebbe preso questa decisione, se i due ragazzi erano stati già esclusi dalla linea dinastica. Di cosa aveva paura? Per la lealtà sempre dimostrata a suo fratello Edoardo IV, inoltre, è poco credibile che abbia compiuto questo delitto atroce. Più facile che sia stato commesso da suoi nemici, intenzionati a screditarlo come re.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Del resto, anche l’essersi cinto della corona al posto di Edoardo V, non è affatto indicativo di una smodata bramosia di potere, quanto, piuttosto, di un fondato timore che l’illegittimità del principe ereditario potesse portare al potere un uomo della fazione opposta. La cosa andava scongiurata immediatamente, prendendo il potere con fermezza.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A sostegno dell’innocenza di Riccardo III c’è anche un altro elemento non di poco conto: Elisabetta Woodville viene riammessa a Corte con le sue figlie, cui viene dato ogni onore. Anche il suo figlio di primo letto, macchiatosi della colpa di approfittarsi del piccolo Edoardo V, torna dall’esilio in Francia, perdonato da Riccardo III. Se veramente Riccardo avesse ucciso i principini, la cosa avrebbe avuto la notorietà tale che la madre dei bimbi uccisi non avrebbe certo accettato l’ospitalità del loro assassino.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il regno di Riccardo III non è lungo, appena due anni, ma sono due anni di una prosperità che da tempo l’Inghilterra non vede. Riesce a risistemare la situazione economica senza gravare sui cittadini e riforma il settore amministrativo, migliorando il rendimento dell’apparato. Inoltre, investe molto nella cultura, istituendo la prima tipografia inglese, quella di Caxton, e finanziando università e chiese; protegge ad oltranza il popolo da qualunque sopruso, quand’anche attuato da nobili vicini alla Corte, tanto che deve fronteggiare non poche ribellioni di questi ultimi, sempre sedate a favore del popolo e della Corona.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ovviamente, questo atteggiamento intransigente nei confronti di alcuni nobili, fa sì che questi si alleino con la mai sopita ribellione dei Lancaster, a capo della quale è quell’Enrico Tudor fuggito in Francia alla caduta di Enrico VI. Il Tudor torna in Inghilterra dal suo rifugio bretone nell’ottobre 1483. È un primo tentativo di dare battaglia al re. Viene fermato, ma ha ormai riacceso la fiamma dei Lancaster.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel frattempo, Riccardo deve affrontare prove molto difficili nella sua vita privata. Nel 1484 è costretto a piangere la morte del suo unico figlio, Edoardo; poco dopo muore anche la sua sposa e cugina Anna Neville.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nell’estate 1485, Enrico Tudor tenta ancora una sortita dalla Francia: sbarca a Milford Haven con, al seguito, più di 5.000 uomini, unendosi, strada facendo, ai nobili rivoltosi con i loro eserciti. Riccardo III è costretto alla battaglia. È il 21 agosto1485. Il re si dirige a Market Bosworth alla testa di 7.000 uomini. Prima di essere re era un soldato, un valente generale, ed è pronto a combattere personalmente con coraggio. Si aspetta l’appoggio di Stanley, il quale, però, facendo il doppio gioco, ha già concesso il suo appoggio ad Enrico Tudor. Il 22 mattina, Riccardo III sospetta di Stanley e lo manda a chiamare, prendendo preventivamente in ostaggio uno dei suoi figli, lord Strange, in modo da assicurarsi la sua fedeltà. Tutto inutile. Stanley risponde al re in modo vago, sul suo intervento; quanto all’ostaggio conclude affermando d’avere altri figli. Semplicemente disumano.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La battaglia infuria a mezzodì. Riccardo capisce presto che non solo Stanley l’ha tradito. La nobiltà che egli aveva combattuto in favore del popolo gli si rivolta contro, ripagandolo con la sua moneta di disonestà: mai comandare con polso e senso di giustizia su persone avide e grette! Molti sono i soldati, soprattutto nelle retrovie, che non combattono con convinzione e che si allontanano dal campo. A causa dei tradimenti, è spacciato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Shakespeare lo descrive terrorizzato dai fantasmi, dalle maledizioni della regina Margherita e della duchessa di York, e voglioso di fuga: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Il mio regno per un cavallo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. La realtà è ben diversa. A detta dei pochi sopravvissuti tra i suoi alleati, egli ha fatto l’esatto contrario: non ha indietreggiato, non è fuggito; ha combattuto fino alla fine, da degno re d’Inghilterra.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La battaglia infuria. Riccardo si dirige verso il portabandiera dei Tudor e lo uccide, ma viene ben presto circondato e perisce, battendosi con la stessa forza e la stessa tenacia del cinghiale che reca sul suo stemma. La sua corona, un semplice cerchio d’oro, rotola in terra insanguinata. Lord Stanley la raccoglie e la pone sulla testa del figliastro, Enrico Tudor, il quale, da allora, avrebbe regnato col nome di Enrico VII e, sposando Elisabetta di York, ossia l’ultima esponente della casata avversa, avrebbe anche posto fine alla Guerra delle Due Rose, dando inizio alla lunga e prospera dinastia dei Tudor.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Enrico entra a Londra da re, ma indossa pur sempre una corona insanguinata e il popolo, tenuto conto dei favori ricevuti da Riccardo III, non apprezza punto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Enrico VII, dunque, deve trovare in fretta una valida giustificazione a quella battaglia e a quella morte. È così che nasce il mito della crudeltà di Riccardo III. Non viene tirato in ballo l’omicidio dei principi. È già stato commesso? Per quanto ne sappiamo, potrebbero ancora essere a Corte. Riccardo III, infatti, non aveva motivo di ucciderli; Enrico Tudor, invece, sì. Per sposare Elisabetta di York, sorella dei due bambini, aveva bisogno che fosse revocata la dichiarata illegittimità. Ordina, dunque, la distruzione di tutti i documenti in cui se ne fa menzione. Revocata l’illegittimità di quella famiglia, però, si restaura la linea dinastica York e il legittimo erede al trono sarebbe proprio il piccolo Edoardo V e non Enrico Tudor. Sicuramente Enrico ha più interesse di Riccardo a far uccidere, nell’ombra tipica delle congiure, i due bambini.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Alla sparizione dei principini si legano altre misteriose scomparse: Elisabetta Woodville, madre dei ragazzi, che al tempo di Riccardo godeva di prestigio a Corte, viene fatta sparire, finendo i suoi giorni in un convento; il vescovo Stillington, che per primo aveva sollevato il problema dell’illegittimità, viene imprigionato e finirà i suoi giorni in carcere; e James Tyrrel, il sicario che si dice abbia ucciso i bambini per conto di Riccardo e che, invece, risulta essere molto legato ad Enrico VII, viene arrestato a Calais, condannato e giustiziato per crimini comuni, forse nel timore che riveli il nome del vero mandante dell’efferato omicidio dei due bambini, ossia di Enrico VII. Solo dopo la morte di Tyrrel, infatti, non potendo egli più negare, si sparge la notizia che abbia ucciso i principini su ordine di Riccardo III.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dei due principini restano solo ossa; ossa murate nella Torre di Londra. Vengono ritrovate, nel 1674, sotto la scala di pietra, da due operai, durante lavori di manutenzione. Regna, in quell’anno, Carlo II Stuart, il quale predispone ogni cosa affinché i due scheletri siano trasportati a Westminster e inumati nella tomba reale col nome di Edoardo V e Riccardo di York.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sui due corpicini viene effettuata un’altra ricognizione nel 1933, definitivamente provando che trattavasi di adolescenti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quelle ossa narrano ancora oggi una violenza inaudita, ma nulla dicono del colpevole. Riccardo III è un nome che affiora dalla storia, una storia scritta dai partigiani dei Tudor, compreso il grande Bardo, spiace dirlo. Qualche dubbio resta sul fatto che sia la verità. D’altronde, la verità è una dama sfuggente, una fata, una strega, una dea che si nasconde; e muta con il mutare della lingua che la racconta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 05.06.2018]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© Foto di Waldiwkl da Pixabay</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Per approfondire</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Anthony Cheetam</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Life and Times of Richard III</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Weidenfeld &amp; Nicholson, London, 1972</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Edward Hall</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Union of the Two Noble and Illustrious Families of Lancaster and York</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in Hallìs Chronicle, London, 1809</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">William Shakespeare</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Riccardo III</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in Opere, Sansoni, Firenze, 1985</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Horace Walpole</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dubbi storici sulla vita e sul regno di Riccardo III</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Euno, Leonforte, 2015</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 05 Jun 2018 08:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Benvenuto Cellini. Oscure presenze al Colosseo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002B"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Roma esoterica</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Roma antica è una città che ne contiene un’altra occulta. Dal Medioevo alla prima metà dell’Ottocento le sue storie di magia e fantasmi, di talismani e tesori nascosti, di demoni e santi tessono l’ordito della quotidianità, rendendo sempre più labile il confine tra il possibile e l’impossibile, tra verità e leggenda; è la città del sacro e del profano. Pensiamo agli obelischi. Sisto V fa issare l’obelisco di Caligola a piazza S. Pietro, completando il progetto dei predecessori. È ancora lì: il fulcro della magia egizia di fronte al tempio della cristianità contemporanea.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene, uno dei luoghi romani considerati magici per eccellenza è l’Anfiteatro Flavio, più noto come Colosseo, cui il venerabile Beda, nel Medioevo, legò il destino di Roma e a Roma quello del mondo: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Quamdiu stabat Colyseus stabit et Roma; quamdo cadet Colyseus cadet et Roma; quamdo cadet Roma cadet et mundus»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (Finché resisterà il Colosseo, resisterà anche Roma; quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma; quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo).</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ai tempi del buon Cellini, il Colosseo ha fama d’essere luogo abitato da demoni. Sin dall’antichità, infatti, le vite che vi erano state sacrificate e l’esposizione all’interno delle sue mura di idoli pagani, avevano richiamato l’attenzione sull’aspetto oscuro di quel luogo, fino a ritenerlo un portale per l’Inferno. Per spiegare l’origine del suo nome, si narra, addirittura, che fosse sede del Tempio di Belzebù e che ai nuovi adepti venisse chiesto: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Colis Eum?»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (Adori Lui?).</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Per irretire il suo sconosciuto Amore</span></b><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Torniamo alla notte brava dell’avventuroso orafo fiorentino. Sembra che solo i demoni, sapientemente interrogati, possano rivelargli come conquistare in modo duraturo la bella fanciulla di cui si è innamorato ed egli non ci pensa due volte: decide di affrontare, impavido, anche l’Oscurità eterna. Non so se chiamarlo amore (soprattutto considerato il fatto che nella sua autobiografia specifica, poco signorilmente, d’aver avuto Angelica e averla poi abbandonata), ma il gesto di dannarsi pur di averla è parecchio romantico.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Mosso da ardente desiderio per la sua Angelica, dunque, viene condotto al Colosseo da uno dei maghi più potenti di allora, un prete di origini siciliane. Molti erano i preti che praticavano occultismo: la coesistenza di magia e religione in una sola persona rendeva il prete un profondo conoscitore dei due mondi, quello della luce e quello dell’oscurità.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Cellini porta con sé un amico, Vincenzo Romoli. L’oscurità sembra aver privato Roma persino delle stelle e della luna; le tenebre sono tangibili, come un sudario nero calato sulle loro vite, temerarie vite intenzionate ad aprire la porta dell’Inferno. Del Colosseo si indovinano solo le ombre delle arcate; ombre che, dal centro dell’arena, figurano gigantesche e incombenti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il prete sparge profumi d’erbe protettive, porta con sé il pentacolo e traccia in terra cerchi magici. Alla fine del lungo rito di evocazione sembra che l’arena si riempia di demoni, ma nessuno intenzionato a rispondere alle domande che gli vengono poste. Manca il medium, il tramite, afferma il prete. È necessario tornare in altro momento, con un fanciullo vergine.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Benvenuto torna al Colosseo la sera seguente, sempre in compagnia di Vincenzo Romoli e del prete mago. Alla comitiva aggiunge tal Agnolino Gaddi, suo domestico, e, come medium, il suo fattorino dodicenne.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Invocano nuovamente quelle oscure figure e pare riescano a farle giungere nuovamente al loro cospetto e a farsi dire quel che è nel loro interesse. La parte difficile di quell’avventura è liberarsene, però. A nulla valgono le erbe di protezione che si sono portati dietro, né il Sigillo di Salomone, il più potente dei talismani. Ciò che rende possibile la dipartita di quelle tenebrose presenze è qualcosa di molto più prosaico: Agnolino Gaddi, vedendo il piccolo medium che, per la paura, si è gettato in terra con le mani sugli occhi per non vedere la macabra danza di quei giganteschi demoni, che descrive nei minimi particolari, si abbandona a quella che Cellini efficacemente descrive come una </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«strombazzata di correggie con tanta abundanzia di merda»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, cui segue una gran risata di Cellini e degli altri astanti. Ebbene, i diavoli, cui non piace punto né lo sgradevole odore, né il gran ridere di chi avrebbe dovuto temerli, di fronte a quello spettacolo poco edificante se ne vanno indignati.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’evocazione pare non sia stata inutile, comunque. A Cellini viene detto dove e come relazionarsi con Angelica. Anche il prete-mago potrebbe aver avuto un suo tornaconto. All’epoca era molto ambito il tesoro sepolto sotto Roma, nel quale figuravano lo specchio magico del mago Merlino, capace di individuare il nemico in avvicinamento, le statue parlanti di antiche divinità, talismani d’ogni genere, oltre ovviamente ad una quantità indicibile d’oro e d’altri preziosi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A dire il vero non ci sono riscontri che sia stata trovata anche una sola moneta di quel tesoro. Di esso restano solo poche parole segrete, avvolte nel mistero, che hanno contribuito a mantenere vivo il mito. Forse il fantastico tesoro potrebbe essere stato infine trovato e rapidamente dilapidato senza che il popolo n’abbia avuto il più vago sentore. La speranza, però, è l’ultima a morire e c’è chi ancora lo cerca. Attenzione alle notti buie, però, soprattutto intorno al Colosseo!</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà, 04.06.2018]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© Foto di Manuel Reina da Pixabay</b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Per approfondire</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Ivan Arnaldi</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La vita violenta di Benvenuto Cellini</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Laterza, Roma-Bari, 1986</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Benvenuto Cellini</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Società Editrice Internazionale, Torino, 1928</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 04 Jun 2018 08:20:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Gian Piero Galeazzi. L'uomo dello sport]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005C"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Gian Piero Galeazzi nasce a Roma nel 1946. Mentre porta a termine gli studi universitari, laureandosi in Economia e Commercio con una tesi in Statistica, pratica il canottaggio per il Circolo Canottieri Roma, sotto la guida del padre Rino, un vero campione, medaglia d’argento agli europei del 1932 nel “due senza”, un uomo di alta competenza tecnica, un grandissimo allenatore, che, ancora oggi, il popolo del fiume ricorda con stima e deferenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Rino forgia il figlio non solo sotto il profilo atletico, ma sotto quello psicologico. Concentrazione. Impegno. Fatica. Gian Piero, a quell’epoca, è facile a disperdere le proprie energie e la sua passione sportiva è tutta focalizzata verso il pallone. Rino lo instrada al remo piano piano, senza farsene accorgere, iscrivendolo al Circolo Canottieri Roma, luogo dove non esistono solo le barche, ma una splendida piscina, campi da tennis, palestra…; un luogo che, ancora oggi, esprime l’eleganza e la gioiosità del vero sport.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Per Gian Piero, quello è il primo passo di una lunga, sfolgorante carriera remiera, perché il canottaggio è uno sport che fa innamorare. E questo vale sia per il campione, sia per il vogatore amatoriale come me, che ho mosso i miei primi passi remieri proprio al Circolo Canottieri Roma. Dapprima lo vedi da lontano, questo sport, ammiri il contesto in cui si pratica, il ritmo dei vogatori, l’eleganza dei movimenti, lo scivolamento della barca sull’acqua diamantina. È come guardare un quadro di Renoir, o leggere un racconto di De Maupassant, dove l’attività remiera ha un che di romantico. È uno sport affascinante ma lontano da te. Poi la curiosità vince, sali in barca per la prima volta, inizialmente sulla iole, poi sui fuori scalmo, remata di punta o a doppio remo. Ti rendi conto che quell’armonia, quella leggerezza che ammiri da lontano costa una fatica enorme, allenamenti durissimi, sudore, fiato corto, muscoli roventi. È già troppo tardi, però. Sei innamorato. Sei irretito. Sei conquistato. Ti alleni e dai anche l’anima nel “serrate” finale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Gian Piero, dunque, si innamora del canottaggio ed inizia a praticarlo con tenacia. Il fisico c’è; così anche l’allenatore: il padre gli insegna a “capire” l’acqua, a “sentire” la barca e piovono i primi successi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1964, sul singolo, vince il campionato FISA, corrispondente all’attuale campionato mondiale juniores; e, sul doppio, con Giuliano Spingardi, vince il campionato italiano juniores ed il campionato italiano del mare; nel 1965 è campione italiano sul singolo; nel 1968 è campione italiano assoluto sul doppio, sempre con Giuliano Spingardi, con il quale, lo stesso anno, non conquista per un soffio il prestigioso titolo di Lucerna, all’epoca la più importante regata internazionale. Sempre nel 1968, poi, arriva la convocazione alle Olimpiadi di Città del Messico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Terminata la carriera di sportivo, si distingue come radiocronista, prima, e telecronista, poi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In entrambi i ruoli è incisivo, memorabile. Canottaggio, tennis, calcio: tre sport in cui esprime competenza assoluta e un accattivante modo di comunicare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Indimenticabili le telecronache di canottaggio: dopo un crescendo di entusiasmo e di particolari tecnici che fanno vivere la gara a tutti gli spettatori, anche a quelli digiuni di questo sport, aumenta il ritmo, seguendo i colpi degli atleti fino all’esplosione di entusiasmo nel finale.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«La prua è italiana!»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> esclama sulla vittoria dei fratelli Abbagnale alle Olimpiadi di Seul nel 1988. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«E andiamo a vincere!» </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">è la chiusa sulla straordinaria gara di Antonio Rossi e Beniamino Bonomi sui mille metri in K2, ai campionati mondiali di Sydney, nel 2000.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Arrivano, poi, gli anni di Domenica In. È il giornalista sportivo di 90° Minuto, ma anche l’uomo di spettacolo accanto a Mara Venier.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Oggi Gian Piero è un ragazzone di 72 anni, un perfetto mix di simpatia da eterno ragazzo ed incisività da serio cronista. È una fonte inesauribile di ricordi sportivi. Sono andata a trovarlo per una chiacchierata.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Gian Piero e il canottaggio. Tutti noi conosciamo i tuoi risultati, in singolo e nel doppio anche insieme al comune amico Giuliano Spingardi, grandissimo campione di canottaggio e di umanità. Quello che voglio da te, oggi, è conoscere qualche episodio meno noto, qualche ricordo divertente legato al tuo passato di sportivo. </span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ci vorrebbe un’enciclopedia! Ho cominciato a fare canottaggio per correggere il braccio, perché mi ruppi il piatto radiale quando ero piccolo. Io non pensavo al canottaggio. Mi piaceva giocare a calcio. Mio padre mi portò in barca lavorando di fine psicologia, invogliandomi ad andare al Circolo Canottieri Roma per giocare a pallone, per andare in piscina e, piano piano, mi ha attirato in questa “trappola” del canottaggio, che, poi, ti entra nel sangue e non te ne stacchi più. Di episodi da raccontare ce ne sono cento milioni. Ti posso parlare di un qualcosa che non ho mai raccontato. Riguarda i miei esordi. Ero ad una gara zonale a Castel Gandolfo e avevo uno skiff vecchio, cui attribuivo tutte le colpe. Ovviamente, la barca non c’entrava niente; la colpa era solo mia che non ero ancora bravo, che ero solo un debuttante con tanto da imparare. Ebbene, quel giorno mi arrabbiai e puntai il pontile con la barca, prendendolo lateralmente. La distrussi, è ovvio. Quando uscii dall’acqua e raggiunsi mio padre lo vidi incredibilmente calmo. Non inveiva. In realtà stava solo aspettando che mi avvicinassi e fossi a portata di piede. Dopo di che mi sferrò un calcio nel sedere che ancora me lo ricordo …</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Meritato, diciamocelo …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In effetti, sì. Proprio qualche giorno fa, sono andato in un ristorante sul lago e il proprietario, che ha una certa età, ha ricordato con me l’episodio, narrandolo con il suo accento locale. Divertentissimo. Questo piagnisteo sulla barca, però, non mi valse solo il meritato calcione, ma anche l’acquisto di uno skiff nuovo, uno Stämplfi, praticamente la Ferrari delle barche; una barca svizzera, un vero gioiello. Mi ricordo ancora quando arrivò allo scalo S. Lorenzo. Io, mio padre e l’avvocato Felici, allora Consigliere al canottaggio del Canottieri Roma, andammo a ritirarla come fosse una reliquia. La caricammo sul camioncino e la portammo al Circolo per cominciare a montarla, entrando in crisi a causa delle scritte in tedesco; ma, alla fine, ce la facemmo. Comunque, su quello skiff ho conquistato più di un titolo importante. E non solo sullo skiff. Io sono stato uno dei pochi ad aver vinto il titolo italiano sia nella canoa, sia nel canottaggio.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dagli anni delle gare a quelli del giornalismo. Esperto di canottaggio, ovviamente, ma anche di tennis e di calcio, con il cuore biancoceleste come il mio. Quand’è che Galeazzi ha deciso di dedicarsi alla cronaca sportiva?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non ci pensavo proprio, a dire il vero! Appena laureato, andai a fare pratica da un commercialista. Fu un’esperienza totalmente negativa. Mi sfruttava dalle otto alle venti per andare a fare giri in tribunale e non mi pagava nemmeno la benzina. Un giorno, un vecchio impiegato mi disse: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«A Galea’, ma che stai a fa’ qua dentro? Te manderà sempre a fa’ i giri e non te insegnerà mai niente»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Così, dopo sei mesi, senza dire nulla a mio padre, perché era suo amico, me ne andai. Fu allora che cominciai a collaborare quasi per caso con la RAI, accanto a cronisti come Ciotti, Ameri, Evangelisti, Icardi e Moretti. Le loro voci raccontavano lo sport e ti facevano sentire in campo di gara. Mi appassionai. Come col canottaggio mi ritrovai coinvolto e, come con il canottaggio, fu un momento d’oro della mia vita.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un giorno, poi, arrivarono le Olimpiadi di Monaco …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Al secondo anno di Radio, nel 1972, fui mandato alle Olimpiadi di Monaco. In realtà, al Giornale Radio, non facevo il cronista. Pure lì, all’inizio, mi tenevano in un perenne limbo. Per dirla alla romana, portavo i cappuccini. Una mattina, non ero ancora andato in redazione, comprai la Gazzetta dello Sport &nbsp;– la leggevo sempre perché mi serviva anche per imparare il mestiere – &nbsp;e vedo, in prima pagina, un titolo altisonante: la squadra della RAI alle Olimpiadi di Monaco. Lessi i nomi degli inviati e, con mia grande sorpresa, vidi che c’era anche il mio e quello di Nino Benvenuti, che era stato campione del mondo di pugilato nei pesi medi. Tra l’altro, alcuni invidiosi sparsero la voce, falsa, che io m’ero vantato di poterlo mettere k.o. senza problemi. Nino, allora, venne da me e mi chiese spiegazioni e, già solo guardandomi in faccia, capì che si era trattato di uno scherzo di qualche buontempone, perché ero meravigliato e pure un po’ intimorito. Gli dissi: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Io so’ forte, ma non so mica scemo. Te pare che dico una cosa del genere?»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. E ci mettemmo a ridere.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">In effetti … sotto i suoi colpi avevano capitolato pugili come Mazzinghi e Griffith. Hai fatto bene a mettere in chiaro! Ma veniamo al canottaggio di Galeazzi. Tu dici che portavi i cappuccini, eppure a Monaco ti affidarono la cronaca …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ero nello staff della RAI alle Olimpiadi di Monaco, certo, ma non mi aspettavo di fare più di quello che facevo a via del Babbuino. La cronaca era appannaggio dei professionisti. Ad un certo punto, però, accadde qualcosa che fece la mia fortuna: mi chiamò al telefono Bortoluzzi, quello del Calcio Minuto per Minuto, e mi disse che Mirko Petternella, che era il titolare della cronaca del canottaggio, non era disponibile per la diretta, perché impegnato a commentare una competizione di scherma, dove c’era un italiano in finale. Dovevo andare in onda io. Ero terrorizzato. Mi disse che mi avrebbe chiamato e io gli avrei dovuto dire quello che vedevo. Mi misi seduto, passò la sigla di Radio Olimpia, e mi diedero la linea, chiedendomi di dire come stesse andando il canottaggio. Non riuscivo ad iniziare. Dissi: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Qui c’è molto vento e le bandiere sembrano di legno»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Ero nel pallone. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Vai avanti, vai avanti»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> mi dissero e, da quel momento, non mi fermai più. Ovviamente, ci misi del mio, sia sotto il profilo tecnico &nbsp;&nbsp;– i cronisti del canottaggio, ad esempio, ancora parlavano di corsia e non di acqua - &nbsp;sia sotto il profilo del carattere. Ricordo che, quando tornai in redazione temevo di non essere piaciuto; invece, si avvicinò Moretti e mi disse </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Benvenuto tra noi»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Capii che ero diventato un radiocronista.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Poi arrivò la televisione …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando passai alla televisione, Moretti fu contrariato. Ameri, invece, che mi trattava come un figlio, mi prese da una parte e mi disse: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Vai! Qui sei il numero 35, lì puoi diventare il numero 1»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. E così è stato.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Alcune tue telecronache sono rimaste storiche. I campionati di Sydney del 2000, ad esempio …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Andiamo a vincere» </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">è l’apice di una telecronaca al cardiopalmo che feci seguendo l’entusiasmante gara di Antonio Rossi e Beniamino Bonomi sui mille metri in K2. Come hai ricordato tu eravamo a Sydney nel 2000. Fu travolgente. Guarda, è la prima volta che lo dico, ho apprezzato e vissuto molto le gare dei fratelli Abbagnale, ma questa di Rossi e Bonomi, forse per il mio passato di canoista, è stata la gara che tecnicamente ho sentito di più. Erano in quattro, a pettine; la gara era emozionante e, praticamente, io stavo lì a pagaiare con loro.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È stato ed è tuttora travolgente. Non riesco a non emozionarmi ogni volta che rivedo quella gara</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse è così emozionante perché io stesso ero emozionato in modo assolutamente autentico. Alla fine della telecronaca non avevo più voce e mi sentivo come se avessi gareggiato. So che molti telecronisti stranieri raccontarono di un collega italiano che era impazzito per la vittoria di un armo azzurro! </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Andiamo a vincere»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, da quel momento, divenne uno slogan e lo usai anche con gli Abbagnale e con altri canottieri, ma nacque con il K2 di Sydney.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ecco. I fratelli Abbagnale, immensi campioni, con il mitico timoniere Peppiniello Di Capua. Loro hanno rappresentato una costante delle tue telecronache entusiasmanti. </span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sicuramente, la popolarità delle mie cronache è legata anche ai grandi campioni che ho avuto la fortuna di commentare. I fratelli Abbagnale e Peppino Di Capua, soprattutto. Io li ho raccontanti, portandoli all’attenzione del grande pubblico, anche fuori dalla cerchia di appassionati del canottaggio; loro però vincevano e vincevano alla grande, rendendo possibili quelle cronache.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">«La prua è italiana, la prua è italiana!». Quasi un grido di battaglia.</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«La prua è italiana»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, fu quello che esclamai dopo il loro oro olimpico a Seul, nel 1988. Poi ci furono anche altre frasi famose; ad esempio </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Non li prendono più, non li prendono più …»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Non c’è più tempo per morire»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Non sono mai state frasi preparate a tavolino; sono il frutto del mio entusiasmo, della mia partecipazione emotiva, del mio vedere quelle prue disputarsi l’oro.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Remavi con loro</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ho sempre seguito con grande partecipazione le gare di canottaggio; sì, in qualche modo salivo in barca ancora, sentivo nelle mie mani i remi, il ritmo dei colpi, il fiato serrato. Commentando quella gara c’è mancato poco che muovessi le braccia impugnando un remo immaginario eppure assolutamente reale. Dico sempre di essere stato il terzo vogatore nel loro “due con”.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">A proposito del modo travolgente in cui raccontavi al pubblico le gare di canottaggio, ci fu chi disse che avevi tre anime. Perché?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Che te sei andata a ricorda’, Raffae’!</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Io studio, prima delle interviste …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Fu il grande Sandro Petrucci, allora vicecaporedattore del TG1. Disse che avevo una triplice personalità: quella pop delle interviste a bordo campo nel calcio, quella british – romanesca, delle telecronache del tennis, e quella travolgente del canottaggio, dove mettevo in gara una parte di me insieme agli atleti.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E la passione per il tennis come è nata?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Grazie al Circolo Canottieri Roma, il nostro Circolo. Al tempo c’era stata una trasmigrazione di parecchi tennisti di alto livello dal Parioli di viale Tiziano al Canottieri Roma. Tra questi anche l’amico Nicola Pietrangeli. E, tu sai come funziona lì, si organizzavano i tornei, si giocava tanto e si giocava bene. Anche io ero un discreto tennista. La passione è arrivata in quei giorni e così la conoscenza di questo sport. Devo molto anche a Nicola Pietrangeli e ai suoi consigli …</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nicola è una persona meravigliosa. Ne approfitto per salutarlo. Sempre gentile, sorridente …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ricordo quando, ancora agli esordi in questo sport, mi mandarono a commentare un incontro tra Lendl e Panatta, acerrimi nemici. Ero un po’ in ansia perché, in un simile contesto, si rischiava di fare torti, aprire ferite. Chiesi a Nicola e lui mi disse di adottare lo stesso stile della BBC: parlare poco per sbagliare poco.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Restiamo in tema Panatta. Se non sbaglio vi fu un episodio molto divertente di cui l’Adriano nazionale fu protagonista in Spagna, un fuori onda abbastanza particolare</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’episodio a cui ti riferisci risale al 1977, l’epoca dei quattro Golden Boys italiani: Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli. Ero agli esordi come telecronista e mi trovavo a Barcellona per la finale della zona europea di coppa Davis Spagna-Italia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Insieme a Guido Oddo dovevamo fare le interviste in campo e il servizio per la Domenica Sportiva. Il vecchio Orantes, tutto acciaccato, carico di gloria e di guai fisici, non ce la fece ad opporsi allo squadrone azzurro e l’Italia vinse facile. Ma ci fu un incidente che ricordo con grande nitidezza e di cui si parlò poco. Panatta, che non voleva giocare a punteggio ormai acquisito, irritato dal pubblico, che non stava risparmiando critiche assai pesanti contro gli azzurri, si gettò sugli spalti e scoppiò una rissa: Panatta contro tutti. Solo la polizia riuscì a sedarla. Naturalmente, io, che dovevo fare le interviste in campo, ero pronto a commentare il fuori programma, ma la televisione spagnola, senza dire nulla, interruppe le trasmissioni. Convinto di essere andato in onda, telefonai in redazione e chiesi: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Come sono andato?»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ma la risposta mi gelò: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Qui non si è visto niente; anzi, mandaci il servizio»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Allora pregai l’Eurovisione di darmi le immagini della scazzottata italo-spagnola e riuscii a completare il servizio. Il tennis mi ha dato grandi soddisfazioni e mi sono divertito molto a seguirlo. Nonostante tutto, però, è un ambiente in cui sono sempre stato accettato a mezza bocca. Venivo dal canottaggio; lì ero bravo. Era difficile accettare che potessi essere bravo anche nel tennis.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E tu gli hai restituito il favore. Se non erro ci fu un giorno in cui mollasti a metà una telecronaca di tennis per correre allo stadio Olimpico … Come andò?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Era il 2000, anno storico per il calcio biancoceleste. Io ero al Foro Italico per commentare gli Internazionali di Tennis. Stavo vedendo un incontro abbastanza noioso tra due spagnoli. Tenevo un orecchio alla radio: si stavano disputando le partite chiave di quel campionato. La Juve stava inaspettatamente perdendo a Perugia e la Lazio aveva appena vinto con la Reggina all’Olimpico. Se fosse stata confermata la sconfitta della Juve lo scudetto sarebbe stato della Lazio, la </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">mia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> Lazio. Non riuscii a resistere. Rischiando il licenziamento, mollai tutto e corsi verso l’Olimpico insieme all’operatore video, laziale anche lui, che era lì per le interviste in campo. Strada facendo incontrammo un frate che mi disse, entusiasta, che avevamo vinto lo scudetto. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Grazie a Dio!»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> risposi continuando a correre verso lo stadio. Quando arrivammo, ci accorgemmo che non c’erano colleghi Rai: erano tutti a Perugia per quello che sembrava uno scudetto scontato, per la Juve. Invece lo scudetto era a Roma, all’Olimpico, ed era biancoceleste! Il mio fu l’unico servizio Rai dall’Olimpico, cosa che solo in parte mi fece perdonare per aver lasciato il tennis a microfono spento negli ultimi minuti di match.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vedi, sono proprio queste cose che hanno fatto di te un giornalista fuori dal coro e assolutamente amato da tutti gli sportivi: hai sempre presentato lo sport seguendo l’onda del coinvolgimento, dell’emozione del vero sportivo, con un particolare intuito per le immagini da mandare in onda. Non a caso un paio di giorni fa l’Unione Stampa Sportiva Italiana ti ha assegnato il prestigioso premio Tosatti.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È stato un grande onore, sì. Un premio importante, intitolato, peraltro, a Giorgio Tosatti, con il quale lavorai alla Domenica Sportiva. Un grande giornalista. Non un carattere facile, però. Un giorno mi chiese il motivo per cui facessi lo stupido a Domenica In, quando, invece, ero un bravo e serio giornalista. Lì per lì ci rimasi male. Gli dissi che si poteva fare benissimo il giornalista e l’uomo di spettacolo. L’importante era tenere distinti i due ruoli, sapersi relazionare con due diversi tipi di pubblico. Però tenni in considerazione quello che mi disse e devo dire che mi tornò molto utile, più in là nel tempo; non ho mai smesso di ringraziarlo per questo. Ricevere il premio Tosatti, dunque, è stato davvero un onore.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">C’è anche un altro scudetto storico, tra le tue telecronache, quello del Napoli nel 1987. Riuscisti ad intrufolarti negli spogliatoi e … cosa accadde?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Entrai negli spogliatoi grazie al massaggiatore personale di Maradona e raggiunsi Diego Armando, chiudendomi con lui in una specie di sgabuzzino del San Paolo. Lasciammo fuori tutte le troupe mondiali che pressavano per entrare. In questo modo non solo ottenni le sue prime impressioni, la sua prima intervista sullo scudetto appena conquistato, ma lo convinsi ad intervistare i suoi stessi compagni di squadra, gioco a cui Diego si prestò volentieri, perché la cosa lo divertiva. Ne uscì fuori un servizio di 18 minuti assolutamente storico, uno scoop, un pezzo originale e accattivante. Quando uscii, gli altri colleghi della stampa, che non erano riusciti ad entrare, mi avrebbero volentieri linciato.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma è vero che i poliziotti spagnoli ti presero a manganellate mentre esultavi per il mondiale italiano del 1982?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È vero. La cosa mi fa ancora ridere. Stavo abbracciando Paolo Rossi, che avrei intervistato di lì a poco, ma, per la differenza di altezza tra noi due, Paolo mi stava sotto l’ascella. Contemporaneamente saltavo e gridavo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Campioni del Mondo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. I poliziotti spagnoli, pensando che stessi aggredendo Pablito, cominciarono a manganellarmi. Peccato, che quell’intervista con Rossi non andò mai in onda, in quanto la bobina andò persa. Con Rossi ne parliamo spesso.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il tuo era un giornalismo d’assalto, ma anche fantasioso, divertente, a volte persino irriverente, sebbene sempre con simpatia. Un giorno, in una delle tue interviste, chiedesti ad Agnelli se, in Italia, ci fossero più juventini o più democristiani …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, è vero. Pensavo che mi avrebbe buttato fuori. Invece, sorrise e mi rispose, con il suo tipico aplomb e l’immancabile erre moscia: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Mi documenterò e le farò sapere»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Dopo di che mi invitò a cena con Platini e il resto della Juventus. L’Avvocato, come suo costume, mangiò poco, in modo sano; io, puoi immaginare, mangiai di gusto. Alla fine della cena mi disse: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Vedo che l’appetito non le manca»</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Com’è cambiato il mondo del giornalismo sportivo? Durante le ultime Olimpiadi di Rio 2016, ad esempio, hai evidenziato commenti un po’ discutibili, cronache poco accattivanti. Il tuo parere di esperto? C’è ancora la professionalità e la preparazione di un tempo?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sicuramente è cambiato il sistema di informazione. Ai tempi miei c’era il piccione. Non c’erano computer, non c’era niente. Adesso i giornalisti sono molto informati, più informati di noi, sanno tutto, però commettono spesso l’errore di bruciare le tappe, di non farsi un’esperienza</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Roberto Fazi, grande giornalista della Gazzetta dello Sport e mio maestro quando dirigeva Boxe Ring, di questi giornalisti, come dei pugili che vincevano facile per poi perdere miseramente al primo vero incontro, diceva che erano arrivati alla ciliegina senza passare per la torta …</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Bella questa! È proprio così. Non hanno avuto il tempo di maturazione del mestiere. Si buttano subito nella mischia e questo, a volte, li porta a sbagliare, come accaduto ad alcuni a Rio 2016, oppure a fare pezzi senza mordente</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse anche senza cuore</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Beh, sì. O, come dico io, con il cuore di plastica. È vero anche che il cuore o ce l’hai o non ce l’hai. Ci devi nascere. Però è il cuore a dare al giornalista quel qualcosa in più che lo fa uscire dal coro. A volte li sento urlare artificialmente. Non tutti, per fortuna. Ce ne sono anche di molto bravi.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Tu sei famoso per aver dato molti soprannomi fortunati agli atleti, ai colleghi, agli amici; anche a me, visto che mi hai chiamata Principessa del Fiume, soprannome che mi ha portato bene</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Principessa del Fiume! Lo ribadisco. Brava canottiera, t’ho visto remare, e brava scrittrice, con quel tuo bel libro dedicato ai delitti sul Tevere che ho avuto l’onore di presentare.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Adoro questo soprannome … Quali altri hai dato?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Flipper! Chiamai Flipper Agassi, perché giocava come un flipper. Chiamai Garellik Claudio Garella, il portiere del Verona campione d’Italia, che faceva parate impossibili. Potremmo stare qui fino a domani …</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Però anche tu hai avuto un soprannome che ti ha portato fortuna: Bisteccone. Fu Evangelisti a chiamarti così, o Mara Venier negli anni di Domenica In?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il primo fu Evangelisti. Un giorno dovevo fare un doppio di tennis all’Eur con il Consocio Venturini, che lavorava nella redazione del Giornale Radio in via del Babbuino. Lo aspettai quasi due ore sotto il suo ufficio. Eravamo irrimediabilmente in ritardo, per l’incontro di tennis. Venturini mi raggiunse e disse: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ormai ci avranno dato scratch. È inutile andare. Vieni su che ti presento ai miei colleghi»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. E così misi piede per la prima volta nella redazione del Giornale Radio. Quando entrai, tutto tirato, alto com’ero, Evangelisti si girò e mi disse: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«E ‘sto bisteccone chi è?»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Anche Mara Venier mi ha chiamato bisteccone, ma il primo fu lui. È un soprannome a cui sono molto legato; un’espressione tipicamente romana che denota apprezzamento per un fisico importante.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Hai scritto molti libri, tutti interessanti. Tra i più recenti, L’Inviato non Nasce per Caso, edito da EriRai nel 2016, dove ripercorri le tappe della tua carriera giornalistica, gli incontri, gli aneddoti, le grandi cronache, E Andiamo a Vincere, edito da Limina nel 2014, dove racconti la gloriosa storia dei fratelli Abbagnale, Il Magnifico Miglio, edito da Bideri sempre nel 2014, un libro sul Tevere tra storia, ricordi e Circoli storici, scritto con Enrico Tonali, giornalista de Il Tempo e storica voce del canottaggio. Hai altri progetti editoriali in corso d’opera?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì. Ho intenzione di scrivere un libro che partirà dai miei ricordi ma non sarà un libro di ricordi. Non voglio svelare nulla. Tu, però, il progetto lo conosci bene, visto che ti ho proposto di scriverlo a quattro mani con me.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un grande onore. Ovviamente anche io serbo il silenzio sul contenuto. La scrittrice prevale sulla giornalista, in questo caso. Il Direttore del giornale mi perdonerà.</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">**** ° ****</span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È stata proprio una bella chiacchierata, Gian Piero. Grazie per il tuo tempo e per la tua grande generosità di vero sportivo e di grande giornalista. Parlando con te mi sento come quando faccio rafting in Alto Adige: un fiume in piena di episodi, di aneddoti, tanto divertimento, ma anche tanto, tantissimo da imparare.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 24.05.2018]</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Gloria Testa</span></b></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 24 May 2018 19:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Premiazione U.S.S.I. al circolo Canottieri Aniene]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altro"><![CDATA[Altro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008D"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Roma, 22 maggio – Si è svolta ieri, nella prestigiosa sede del Circolo Canottieri Aniene, la premiazione dell’Unione Stampa Sportiva Italiana (U.S.S.I.), che, ogni anno, conferisce premi ad esponenti di spicco del mondo dello sport e del giornalismo sportivo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Devo dire che trovo sempre emozionante assistere alle manifestazioni culturali e sportive organizzate dal Circolo Canottieri Aniene, per la bellezza, la raffinatezza, l’eleganza che vi dimorano. Sin dal lontano 15 giugno 1892, quando Alessandro Morani ed i fratelli Fasoli lo fondarono, questo Circolo ha sempre mantenuto un altissimo livello nelle competizioni sportive. Le grandi coppe ed i trofei, che sono ormai parte degli arredi della sua storica sede dell’Acqua Acetosa, inaugurata cinquantaquattro anni fa, sono solo la punta dell’iceberg dei sempre più numerosi allori conquistati dai suoi atleti in molte discipline olimpiche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La cornice è delle migliori, dunque, per accogliere, come ogni anno, l’U.S.S.I. e la sua premiazione, che vede Bulgari come sponsor. Scelta perfetta, secondo me, che coniuga la preziosità delle creazioni orafe e degli accessori di lusso, a quella insita nello sport e nel giornalismo di alto livello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ad introdurre la manifestazione, le parole del Presidente in carica del Circolo Canottieri Aniene, Massimo Fabbricini, e del Presidente onorario Giovanni Malagò, che hanno sottolineato l’importanza di questa premiazione e l’onore, per il Circolo Canottieri Aniene, di ospitarla ancora una volta, contribuendo a dare giusta dignità al mondo sportivo anche sotto il profilo giornalistico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il giornalismo sportivo è parte essenziale dello sport, è il biglietto di ingresso della collettività in ogni campo di gara, è l’esperienza messa al servizio dell’appassionato e del profano, i quali, attraverso una cronaca competente ed accattivante, una narrazione od una retrospettiva approfondite, comprendono particolari che, nell’entusiasmo della gara, potrebbero aver perduto. È tanto vero, che spesso il giornalismo sportivo entra nello sport contribuendo a costruirne il successo. Le parole, l’entusiasmo di alcune storiche cronache restano nell’immaginario collettivo come espressione di un certo sport, portandolo all’attenzione di tutti, anche di chi non l’ha mai praticato, di chi non se n’è mai interessato. Nel bel pomeriggio di ieri questo aspetto del giornalismo sportivo è più volte emerso, soprattutto quando il premio è giunto nelle mani di giornalisti del calibro di Franco Melli e Gian Piero Galeazzi, della cui voce che grida </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«andiamo a vincere» </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">dopo una strepitosa gara in K2 di Antonio Rossi e Beniamino Bonomi, abbiamo tutti, canottieri e non, un commovente ricordo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Apre la premiazione una grande atleta paralimpica che ammiro molto; una donna con la tempra della vera sportiva e con un sorriso luminoso, che esprime femminilità, grazia e gentilezza d’animo; una donna sempre entusiasta, sempre pronta a mettersi in gioco, impavida, oserei dire. Una donna che ha partecipato a tre Olimpiadi in tre differenti discipline sportive: Paola Protopapa, eccellenza del canottaggio, della vela e dello sci.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È la squadra di pallavolo che ha appena conquistato la Coppa Italia, la Scarabeo Roma Volley, a conseguire il secondo premio della giornata. Sul palco, tra gli altri, l’emozionata presidentessa Maria Luisa Agostinelli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Vengono premiati, quindi, la squadra Roma Volley, recentemente salita in serie A2 con la partita dei sogni contro la SA.MA.; l’Aniene Paddle, che ha trionfato, in questi giorni, sui campi del Foro Italico; la coppia Giorgio Minisini e Manuela Flamini, aureo duo misto mondiale del nuoto sincronizzato; l’atleta moldavo Nicolae Craciun, grande canoista che gareggia per i colori dell’Aniene; Laura Rogora per l’arrampicata sportiva, che ha mandato la mamma a ritirare il premio, essendo impegnata in duri allenamenti; ed Ivan De Angelis, giovane astro dell’atletica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le premiazioni avvengono in un costante scroscio di applausi, tra i flash dei fotografi, le riprese televisive e i quaderni imbrattati di inchiostro dei pochi inviati che, come me, sono ancora anticamente attaccati a penna e carta. All’improvviso, però, si leva un brusio più forte. I fotografi si muovono come un’onda lunga, avanzando acquattati davanti alle poltrone di prima fila. Si percepisce un crescendo di entusiasmo, quell’entusiasmo che si leva sempre quando è il calcio ad andare sotto i riflettori. Così è. Viene premiato il bravissimo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Monchi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, al secolo Ramón Rodriguez Verdejo, Direttore Sportivo della Roma. Ha parole pacate e positive per il futuro della squadra; garantisce che non se ne andranno né Alisson, anche perché, afferma sorridendo, l’alternativa sarebbe che lui stesso tornasse a fare il portiere e non gli sembra il caso, né Džeko, per il quale ha parole di stima: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Il prossimo anno farà una stagione più vicina a quella che ha fatto lo scorso anno. È stato un giocatore molto importante»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La premiazione prosegue con Luigi Contu, direttore dell’ANSA, il quale, affetto dal morbo del golf, come ha scherzosamente sottolineato, ha dedicato un intero canale a questo sport.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il premio alla carriera, invece, viene conferito al grande Franco Melli. La motivazione mi colpisce particolarmente, perché racchiude il senso di quel giornalismo come lo intendo io e che, purtroppo, oggi, non sempre è compreso: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ha seguito il calcio sempre con una scrittura perfetta e trattando qualsiasi argomento, anche il più futile, in profondità»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. L’approfondimento è l’anima del vero giornalismo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È, poi, la volta di Piercarlo Presutti, figlio d’arte, oggi uomo di spicco dell’agenzia ANSA. In merito ai social, ai blog, alla verifica ed alla corretta descrizione dei fatti pronuncia parole che fanno riflettere: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«I social dobbiamo viverli per quello che riescono a dare e non li dobbiamo soffrire. Certo, è difficile, perché spesso non c’è gerarchia, non c’è conferma, non ci sono fonti …»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Le sue parole mi hanno fatto tornare indietro nel tempo, quando, da giovane apprendista, lavoravo nella redazione di Boxe Ring. Il direttore di allora, Roberto Fazi, grande giornalista sportivo della Gazzetta dello Sport, intelligente e colto, puntava molto sulla competenza del giornalista, sul rigoroso controllo del pezzo che doveva andare in stampa, e, soprattutto, sulla gerarchia, perché la rivista doveva avere un’unità ed una completezza assolutamente nemiche dell’anarchia, del laissez-faire. Noto con piacere che è considerata ancora una modalità seria di lavoro. Lo dimostra, del resto, anche il premio “giovani” conferito, subito dopo, ad Andrea Lucchetta di Rai Sport. Interessante la motivazione, ove si evidenzia la sua </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«facilità di scrittura»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, la sua capacità di costruire </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«testi mai banali»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«incipit interessanti e finali importanti»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Insomma, giornalisti si diventa ma con grande impegno; non è sufficiente mettersi al computer e digitare tasti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Di nuovo l’onda lunga dei fotografi si muove; il brusio cresce. Un altro personaggio del calcio. Il premio va a Cengiz Ünder, il giovane campione turco della Roma: atleta bravo, generoso, duttile. Un campione dall’aria sperduta, aggiungerei, quasi timido nell’assedio dei fotografi e del pubblico, gentile e taciturno, ma sempre disponibile a foto estemporanee insieme agli ammiratori, scattate con i cellulari in un travolgente stormire di braccia protese verso di lui.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Subito dopo il premio conferito al bravissimo fotografo Marco Rosi, giunge un momento molto atteso, il premio “Tosatti”. Quest’anno, il prezioso riconoscimento va al mio caro amico Gian Piero Galeazzi. Non celo commozione nel dirlo. Grande campione di canottaggio, ha inventato un suo stile di giornalismo sportivo, coinvolgendo il pubblico, portandolo con sé nelle manifestazioni sportive che era chiamato a raccontare, riuscendo a guadagnarsi la stima e l’amicizia dei grandi campioni che hanno incrociato la sua strada. Il premio gli viene consegnato dal figlio di Tosatti. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Papà mi diceva sempre che avevo due cose in comune con te»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> gli dice,</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> «la passione per il canottaggio e per la Lazio»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Mi sento coinvolta: anche io condivido quelle stesse passioni. Gian Piero è commosso; chi lo conosce bene riesce a leggere dietro le sue parole, dietro la sua apparente tranquillità. Del resto, è stata la sua capacità di emozionarsi a dare alle sue cronache quel qualcosa in più che il pubblico ha amato tanto. Ringrazia l’U.S.S.I., ricorda Paolo Rosi ed esprime ammirazione per Giorgio Tosatti del quale, con l’estrema sintesi che gli invidio tanto, dice tutto in una frase: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«una persona che sapeva centrare i problemi, non solo nello sport, ma nella vita»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Segue il premio per Benedetto Saccà, bravo giornalista de Il Messaggero, e per Roberto Fabbricini, Commissario della F.I.G.C.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Per la terza volta si solleva l’onda mediatica. I flash impazziscono quando sul palco sale l’allenatore della Roma, Eusebio Di Francesco. Qualche ora prima ha conseguito, nel Salone d’Onore del C.O.N.I., il prestigioso premio Bearzot. Nella motivazione dell’U.S.S.I. si evidenzia la sua </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«capacità tecnico-tattica eccezionale ed una grande intelligenza difficile da trovare»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Quanto al rinnovo del suo contratto gioca in modo diplomatico, strappando il sorriso del pubblico. La manifestazione si chiude con Carlo Mornati, grande campione di canottaggio, Capo della Delegazione dei Giochi Olimpici di Rio 2016 ed oggi Segretario Generale del C.O.N.I. Il suo ringraziamento va all’U.S.S.I. e a Galeazzi, per aver fatto conoscere il canottaggio a tutti attraverso le sue cronache appassionate.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La grande sala del Circolo Canottieri Aniene lentamente si svuota, alcuni si recano sulla splendida terrazza, dove è allestito un piacevole buffet, altri vanno via. Si spengono i riflettori, ma mai l’interesse per il grande sport ed il grande giornalismo che l’Unione Stampa Sportiva Italiana e questo bel Circolo continuano a promuovere con passione.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[InLibertà.it, 22.05.2018]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Raffaella Bonsignori</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 22 May 2018 10:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Martin Rua. Fortuna e fascino del thriller esoterico]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005B"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Leggere. Una buona abitudine, forse una virtù, ma anche un modo di essere; un modo di sentire; un’evocazione d’altre vite nella tua stessa vita; una passione; un viaggio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ecco, il viaggio. Qualche anno fa, il generale Luciano Garofano, nella prefazione al mio libro </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Fiume Bojaccia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, scrisse che era un viaggio nel tempo alla ricerca di antichi delitti. La cosa mi fece riflettere, perché avevo scritto un saggio di Storia Criminale; non avevo pensato di trasportare il lettore attraverso il tempo, come in un romanzo. Eppure, entrando io per prima in quelle storie, in quelle vite disgraziate, in quei diversi mondi abitati da sconosciuti che erano diventati amici, l’avevo fatto, avevo aperto un tunnel spazio-temporale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Einstein l’ha teorizzato, il viaggio nel tempo; e molti grandi fisici si sono misurati con quest’idea. Tuttavia, al momento, l’unico che davvero è in grado di realizzarlo, superando quella barriera infradimensionale che solo il gravitone, forse, può superare, è lo scrittore, perché, sul filo delle sue storie, ti accompagna in altre epoche, ti fa conoscere il passato e il futuro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Leggere, a volte, significa chiudere un libro e sentirsi cambiati, appropriarsi di ricordi d’altre vite che, solo per aver letto, ti appartengono. Non tutti gli scrittori sono in grado di creare questa magia, però. Martin Rua, sì. Leggere i suoi libri significa viaggiare nel tempo. È arte comune ad ogni bravo scrittore, questa, sebbene assuma ogni volta una connotazione diversa, affatto personale. Proust, ad esempio, attraverso l’arte, cancella il tempo degli orologi, scendendo nelle profondità dell’io; per Balzac il tempo è un modo per guardare all’uomo come essere sociale; il Thomas Mann de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Montagna incantata</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> disegna un tempo circolare che nutre se stesso nel ripetersi, fuori da ogni riferimento ai numeri che ne scandiscono il trascorrere; Virginia Woolf ci accompagna, invece, nel tempo dei particolari. Si potrebbe continuare all’infinito.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Anche Rua sapientemente usa il tempo, sia quello intessuto nella storia, sia quello stilistico, ossia l’armatura temporale del piano narrativo, che traspone nel passato ciò che è </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">in statu nascendi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, rendendolo attuale, creando l’aspettativa, l’incertezza, il brivido. Non è propriamente un presente storico, il suo, ma un presente che è tale perché, ciò che accade nel passato, accade al tempo del lettore attraverso il flashback. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Gerusalemme 1118»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è questo l’incipit de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le nove chiavi dell’antiquario</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, il primo volume della Partenope Trilogy, che l’ha portato all’attenzione del grande pubblico, al successo editoriale. Lo stesso ritroviamo nei suoi altri libri, fino agli ultimi due usciti, dove il lettore viaggia nella Linguadoca del 1548 e nella Francia del 1555. Il piano narrativo si sposta nel passato e porta con sé il lettore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È un escamotage molto usato, ultimamente, soprattutto dagli scrittori di thriller storici o esoterici, ossia quel genere che gli anglofoni definiscono mystic-thriller: vi predomina la componente esoterica, religiosa, magica. Molto usato, ma non sempre in modo corretto. Non è facile, del resto. Questo distingue il bravo scrittore dalla pletora di improvvisati ai quali vengono pubblicati libri mediocri solo perché contengono, nel titolo, qualche parola-chiave del successo editoriale di oggi: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">codice</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">mistero</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">enigma</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> …</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Thriller, fedele all’etimo inglese </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">to thrill</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (eccitare, rabbrividire, tremare), implica suspense, tensione. Il livello di tensione va mantenuto costante lungo tutta la narrazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nei libri di Martin Rua il lettore è sempre in tensione, adagiando la propria coscienza su quella dei personaggi. Per far questo, è lo scrittore stesso che deve entrare nel carattere descritto, sia esso buono, malvagio, sapiente o stolto. La preparazione specifica dello scrittore per il periodo storico di cui narra rende il tutto più credibile, più vero, più coinvolgente. Chi scrive un romanzo storico-esoterico non deve scrivere un saggio, è ovvio, ma deve presentare in modo credibile fatti inventati, e, per farlo, deve affondare le radici della narrazione in dati reali in modo da renderli polla di dati irreali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Inevitabile il riferimento al Dan Brown de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Codice da Vinci</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che ha fatto esplodere questo affascinante e redditizio filone narrativo. Il libro di Brown parte da alcune considerazioni svolte da Michael Baigent, Richard Leigh e Harry Lincoln nel saggio </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Santo Graal</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; il suo pregio è averle rielaborate inserendole all’interno di un gioco antico come il mondo, la caccia al tesoro: messaggi e tappe, ricerca, inseguimenti, fughe, raggiungimento della meta. Schema vincente che aggancia il lettore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Certo, facilissimo scivolare nell’inverosimile, nel particolare collocato in un punto sbagliato, nell’errore. Lo stesso Dan Brown ha alimentato un nutrito sottobosco di libri scritti al solo fine di screditare le basi storiche ed artistiche de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Codice da Vinci</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nei libri di Martin Rua è un rischio che non si corre. Pur cedendo correttamente all’invenzione letteraria, alla fantasia narrativa, alla costruzione di una storia che è parto della sua immaginazione, percorre una strada estremamente rigorosa, sotto il profilo delle citazioni storiche ed esoteriche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Martin Rua è lo pseudonimo di un giovane uomo napoletano che si laurea in Scienze Politiche con una tesi sulla Storia delle Religioni e prosegue, quindi, gli studi approfondendo alchimia e massoneria, che hanno un ruolo di rilievo nei suoi romanzi come nella sua vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le sue storie sono costruite attorno a pilastri inconoscibili, o noti a pochi; a realtà che richiedono una particolare attenzione per manifestarsi; a personaggi che potremmo definire </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">iniziati</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. La struttura romanzesca del thriller esoterico in tale senso è perfetta. Sicuramente in linea con quella d’altri illustri scrittori del genere, come il James Rollins de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La città sepolta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, lo Steve Berry de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La profezia dei Romanov</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, il prolifico Glenn Cooper de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La biblioteca dei morti</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, nonché la coppia Douglas Preston e Lincoln Child di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Relic</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ma anche l’Umberto Eco de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il nome della rosa</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il pendolo di Foucault</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Non parliamo, poi, del filone di storie che, negli anni Settanta, hanno dato vita a meravigliosi sceneggiati TV, molti di essi diretti da Daniele D’Anza. Primo fra tutti </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Segno del Comando</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Il successo che, ancora oggi, ha questo sceneggiato, questo thriller esoterico dalla struttura narrativa perfetta e recitato da grandi nomi della prosa italiana del tempo, dà contezza di quanto catturi, questo genere di storie. È un filone che ha addirittura cambiato l’approccio del lettore all’arte e alla storia: nel visitare un museo, nel camminare in una città d’arte, nell’ascoltare una musica antica i lettori di thriller storico-esoterici vanno a caccia di particolari, di simboli. È il grande potere di persuasione del romanzo, quello ben scritto, ovviamente. In qualche modo, invece di riflettere i gusti del pubblico, riesce a crearli, rappresentando una fonte di seduzione; fa nascere mode e tipizzazioni che il pubblico assorbe. Il buon romanzo genera cliché, persino deleteri, a volte: dopo la pubblicazione de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I dolori del giovane Werther</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Goethe, vi fu un’ondata incredibile di suicidi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dopo il grande successo della Partenope Trilogy, composta da </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le nove chiavi dell’antiquario</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La cattedrale dei nove specchi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> ed </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I nove custodi del sepolcro</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, romanzi che hanno per protagonista un antiquario esperto di esoterismo, Lorenzo Aragona, un novello Indiana Jones della pagina scritta, Martin Rua ha arricchito il panorama delle sue storie, con altre vicende e altri protagonisti non meno accattivanti. Tra i suoi libri successivi alla trilogia voglio ricordare il romanzo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La fratellanza del Graal</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, la raccolta di racconti, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sette delitti sotto la neve</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, e la nuova trilogia, di cui è uscito in questi giorni il terzo episodio, la Prophetiae Saga, di cui fanno parte </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La profezia del libro perduto</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’enigma del libro dei morti</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’ultimo libro del veggente</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Più cupa l’atmosfera di questi ultimi romanzi, anche perché fa i conti con un fondo di paura che cattura tutti gli uomini, a qualunque epoca appartengano: terrorismo, attentati. Alla figura raffinatissima dell’antiquario Lorenzo Aragona si affiancano altre figure non meno incisive, come il commissario François Ozouf. La nuova trilogia si muove sull’onda di profezie che affondano le radici nei tempi d’oggi. Entrano a far parte del campionario di personaggi di Rua anche Nostradamus, nonché i cavalieri templari, un sigillo di garantito successo in ogni thriller storico-esoterico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Oggi incontro l’autore. Non è mia intenzione centrare il focus dell’intervista sulla trama dei libri: è il lettore che deve scoprirla pagina dopo pagina e gustarla fino in fondo. Voglio parlare di Rua scrittore, dunque, di Rua studioso, di quella parte di sé che traspone nei propri libri e che cerca nei libri altrui.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ciao, Martin, è un piacere conversare con te del mondo che hai creato con i tuoi libri; un mondo pregno di simboli, come, ad esempio, il numero nove che domina la prima trilogia, il sacro tre moltiplicato per se stesso. Mi viene in mente l’Enneade del mio amato antico Egitto, i nove cori angelici e le nove sfere celesti … Cosa rappresenta il nove per Martin Rua?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il nove è il numero della generazione per eccellenza. Nove mesi occorrono perché si formi nel grembo materno un nuovo essere umano e, di conseguenza, ogni impresa che avvenga sotto il segno del nove porta con sé fertilità generativa. Il mio primo romanzo era imperniato su nove chiavi necessarie per riportare in vita (far </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">rinascere</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">) un antico demone. Che compisse il male o il bene era una scelta lasciata ai personaggi, umani e fallibili, della vicenda.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le religioni hanno una storia scoperta &nbsp;– dogma e mito – &nbsp;ed una sommersa &nbsp;– dottrina segreta e scienza occulta -. &nbsp;Due differenti livelli. Il secondo accessibile solo agli iniziati. E tu hai grande familiarità con il concetto di iniziazione. Ci puoi raccontare la tua propensione per i grandi misteri e per l’alchimia, in particolare? Non è solo una trovata geniale per vendere romanzi. Tu sei una sorta di alchimista del XXI secolo … Come è nata questa passione?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono sempre stato affascinato dal lato più discreto della conoscenza, quello nel quale si trovano i più grandi misteri della storia. Per accedere a questo lato nascosto della Gnosi, in genere, è necessario sottoporsi a un’iniziazione: l’alchimia è la dottrina esoterica per eccellenza che richiede questo passaggio. Senza un’adeguata iniziazione, risulta inutile conoscere nomi di minerali e sali da mescolare nel crogiuolo: vagheremmo per anni alla ricerca di una porta da varcare. E comunque no, non sono un alchimista, ma sono al corrente di alcuni piccoli segreti celati nei testi classici di alchimia. Di quelli che fanno perdere il sonno a più di un appassionato.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nella tua ultima trilogia il lettore è chiamato a muoversi in un mondo di Templari, di misteri legati a Rennes Le Chateau, argomenti di sperimentata attrattiva. Ma c’è anche qualcosa in più che lega la storia ai giorni d’oggi e che va ad accendere l’interruttore di un’inquietudine contemporanea. Come mai questa scelta?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non potevo tenere fuori dalle mie storie la contemporaneità più brutale, quella costante paura alla quale ci hanno abituato gli attacchi terroristici degli ultimi anni. E allora ho cercato di fondere i temi esoterici a me cari con qualcosa che richiamasse l’attenzione del lettore sulla difficile realtà nella quale ci troviamo a vivere.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il rapporto tra fratellanza dei liberi muratori, segreti e romanzi. C’è qualche argomento che, sviscerato coram populo in un romanzo, possa infastidire iniziati e studiosi?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Be’, dipende. Se in un romanzo rivelo segreti che un vero iniziato dovrebbe tenere per sé, la comunità degli altri iniziati potrebbe risentirsi. Mi riferisco soprattutto a segreti di alchimia operativa, quelli sui quali da sempre c’è una notevole discrezione. Quanto agli studiosi, ritengo che possano essere infastiditi solo nel caso in cui dovessi </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">prendere una cantonata</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> non documentandomi a dovere. Una cosa che cerco di evitare il più possibile, nonostante il filtro della fantasia mi metta in parte al sicuro da qualche </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">forzatura</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Veniamo al mondo dei libri. Hai una tua ritualità quando scrivi, un tuo ambiente preferito, un orario preferito, oppure il computer occupa il tuo spazio ad orari fissi, come accade in un qualunque lavoro?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Da questo punto di vista sono totalmente anarchico e disordinato. Scrivo quando posso, dove posso, nelle condizioni più disparate. Non posso ancora permettermi il lusso di chiudermi in una stanza a orari precisi e tenere tutto il mondo fuori. E forse neanche mi piacerebbe.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">A quale dei tuoi personaggi sei più affezionato?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Lorenzo Aragona mi assomiglia molto, abbiamo un’ironia simile, ci piacciono le stesse cose, ma anche in Luc Ravel c’è tanto di me. Il commissario Ozouf, poi, mi è particolarmente simpatico.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cosa legge Martin Rua?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I libri più disparati, dai thriller (ovviamente) ai romanzi storici, dai saggi (gli ultimi letti per documentarmi per </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’ultimo libro del veggente</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> sono stati particolarmente ostici, testi sull’informatica e la cosmofisica quantistica).</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ecco, a proposito dei tuoi nuovi studi, facciamo un accenno a L’ultimo libro del veggente. Scienza e religione vengono tradizionalmente viste agli antipodi l’una dell’altra. Pensiamo all’abiura di Galileo. Niente di più sbagliato. L’inconciliabilità è solo apparente. Nel tuo nuovo romanzo ti sei accostato alla fisica quantistica, ossia a quella branca della scienza in assoluto più vicina al concetto di anima mundi. Puoi spiegare ai lettori di In Libertà qualche particolare del tuo progetto?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È stato entusiasmante mettere la scienza al servizio di una trama esoterica e viceversa. I miei personaggi inseguono nel corso del libro delle gemme cosiddette gnostiche (credute magiche in epoca greco-romana) che hanno un importante ruolo nello sviluppo di una delle macchine più interessanti ancora in progettazione in questi anni: il computer quantistico. Studiando, per sommi capi, la fisica quantistica e in particolare quelle sue leggi che governano l’universo, mi sono reso conto di quanto siano infinitamente piccoli il nostro mondo e la nostra vita. Piccoli eppure così preziosi. Non dovremmo mai dimenticarlo: siamo una particella infinitesimale nel cosmo, eppure siamo parte di esso e dovremmo esserne degni.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Hai ragione: non dovremmo mai dimenticarlo. C’è filosofia, nei tuoi libri ed in quel che dici. La letteratura vera ne contiene sempre. Cosa avresti fatto se non fossi diventato uno scrittore?</span></i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’attore, senza alcun dubbio. È stata una delle altre mie più grandi passioni in campo artistico. E non è detto che non ricominci a farlo …</span></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">**** ° ****</span></b></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’intervista finisce qui, purtroppo, ma, dopo questa affermazione, la curiosità impone una prossima intervista a Martin Rua attore …</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ti ringrazio, Martin, per la tua disponibilità a parlare di te, oltre che della tua arte, e per aver giocato con me anche su concetti arcani, a vantaggio dei lettori di In Libertà.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È in partenza il tour di presentazioni de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’ultimo libro del veggente</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che avrà inizio il 24 maggio a Napoli e proseguirà in varie città italiane. A Roma verrà presentato il 7 giugno alla libreria Feltrinelli della Galleria Sordi. Io ci sarò. Buona lettura a tutti!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div> &nbsp;<span class="imTAJustify fs12lh1-5">[InLibertà.it, 18.05.2018</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">]</span><br> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div><b class="imTAJustify fs12lh1-5">© Foto per gentile concessione di Martin Rua</b></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 18 May 2018 19:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Fiume Bojaccia per Gianfanco Jannuzzo]]></title>
			<author><![CDATA[Gianfranco Jannuzzo]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Fiume_Bojaccia"><![CDATA[Fiume Bojaccia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000BC"><div class="imTAJustify"><div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Leggere le parole scritte da</span><span class="fs12lh1-5"><b> Gianfranco Jannuzzo</b></span><span class="fs12lh1-5 ff1"> su Facebook l’8 maggio 2018 è un’emozione forte. La sua preparazione, la sua incredibile capacità attoriale di entrare nei testi, di viverli intellettivamente ed emotivamente, e la sua abilità di “vedere” il mondo con l’occhio dell’uomo ma anche dello strepitoso fotografo d’arte qual è rendono la sua critica un tesoro prezioso. Doveroso condividerla per l’immenso onore che reca.</span></div></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Gianfranco Jannuzzo</span></b></div><div><br></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Mi ha fatto compagnia in questi giorni un libro bellissimo: <i>Fiume Bojaccia </i>di Raffaella Bonsignori. Racconta alcuni dei delitti più efferati che si sono succeduti nei secoli lungo il Tevere. Il fiume come testimone, strumento e insieme lavacro di nefandezze indicibili ma nonostante l’orrore evocato, anzi quasi a volerlo esorcizzare, un viaggio nel tempo che ci restituisce l’affresco di una Roma dalla bellezza incancellabile, dal fascino immutabile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’autrice, una importante Avvocatessa penalista Romana della cui Amicizia mi onoro, procede con l’obiettività dello storico, la disciplina del ricercatore, la passione dello studioso, la competenza del criminologo, l’intransigenza dei “giusti”, insieme ad uno straordinario talento di scrittrice ed un Amore infinito per la sua Città’! Il lettore viene condotto per mano, immerso (letteralmente) in un contesto ogni volta necessariamente diverso perché diverse sono le epoche, le leggi, gli usi e costumi in cui quei terribili fatti avvengono. E, sempre, quasi a fare da contrappeso a quei fatti orrendi (secondo me il carattere distintivo più evidente di questo fondamentale scritto) se si parla di bambini in pericolo si racconta anche di bambinaie in ansia o dello sguardo amorevole di una mamma e del pianto liberatorio di un padre... se, come nella faida cinquecentesca dei Mattei, si dà conto di prepotenze e prevaricazioni, si parla anche di solidarietà di quartiere, di orgoglio di appartenenza.</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">Se si parla di un Tevere che inghiotte con i suoi mulinelli mortali, si descrive la poesia delle sue imbarcazioni, l’emozione che provano i canottieri nel navigarlo, la bellezza inconsueta della Città vista dal fiume, la generosità dei “fiumaroli”. Amore e morte, bellezza e orrore, purezza e scempio, una testa mozzata e una carezza sul volto di una donna bellissima, lo zenith e il nadir, insomma. La folla, che può diventare e diventa assassina nel linciaggio di Carretta nel 1944 (da antologia la descrizione del moto ondivago, sia fisico che umorale, di quella massa umana), e la folla che si ribella compatta alla palese ingiustizia subita da Beatrice Cenci facendone la sua eroina popolare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nei casi in cui non ci sono prove certe di colpevolezza l’Autrice non cede alla pur fervida fantasia della scrittrice ma ipotizza le varie soluzioni del delitto descrivendole con la meticolosità del più arguto degli investigatori e (cosa che ho apprezzato particolarmente) con il rigore del più raffinato degli sceneggiatori.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel frattempo, costretto dalla cultura enciclopedica dell’autrice, prendi appunti e colmi lacune: </span><span class="fs12lh1-5"><i>“Scaccino”</i></span><span class="fs12lh1-5 ff1"> (una sorta di sagrestano laico che nelle chiese ha il compito di curare la pulizia, di riordinare le sedie e i banchi, di aprire e chiudere le porte, e, in origine, anche quello di scacciare i cani e i disturbatori), </span><span class="fs12lh1-5"><i>“Engramma”</i></span><span class="fs12lh1-5 ff1"> (un ipotetico elemento neurobiologico che consentirebbe alla memoria di ricordare fatti e sensazioni immagazzinandoli nel cervello), </span><span class="fs12lh1-5"><i>“Rasoio di Occam”</i></span><span class="fs12lh1-5 ff1"> (Un principio, ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno, che suggerisce l'inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano necessarie per spiegare un dato fenomeno quando quelle iniziali siano sufficienti), </span><span class="fs12lh1-5"><i>”Nembo” </i></span><span class="fs12lh1-5 ff1">(nube scura e minacciosa- non sapevo neanche questo e me ne vergogno un po’-), </span><span class="fs12lh1-5"><i>La grand guerre</i></span><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Magritte (un quadro meraviglioso che conoscevo ma che non sapevo si chiamasse così), </span><span class="fs12lh1-5"><i>Giorni di gloria</i></span><span class="fs12lh1-5 ff1"> (il film documentario di Luchino Visconti sull’eccidio delle Fosse Ardeatine, il processo a Pietro Caruso e il linciaggio di Donato Carretta).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Lettura affascinante!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Questo libro è una fonte inesauribile di suggestioni, sentimenti, rimandi, ricordi. Mette in moto una miriade di “sinapsi” direbbe la coltissima Autrice.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Perdonate la considerazione poco “accademica”: si capisce che mi è piaciuto moltissimo?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Bravissima Raffaella! Bravissima! Grazie</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 08 May 2018 20:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[The Post: cinema-verità o verità senza cinema?]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004A"><div data-line-height="1" class="lh1 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per anni gli Stati Uniti, attraverso film anche di gran pregio, come <em>Il Cacciatore</em>, <em>Platoon</em>, <em>Apocalipse Now</em>, <em>Full Metal Jacket</em>, <em>Good Morning Vietnam</em> e tanti altri, hanno tentato di convincere il mondo d’aver vinto la guerra in Vietnam. Certo, non la guerra di cui parlano i libri di storia, ma la guerra combattuta per dimostrare chi sia più eroe, più coraggioso, più altruista, più fedele alla propria nazione. Forse sarebbe meglio definirla gara, più che guerra. I soldati americani, da quei film, sono sempre usciti di gran lunga migliori degli altri.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Oggi, con il film <em>The Post</em> di Steven Spielberg, si osserva la questione da un altro punto di vista. A vincere sono sempre gli Stati Uniti, che non perdono mai nei propri film di propaganda, ma non gli Stati Uniti dei governanti, bensì il resto della nazione, o almeno una parte di essa, coalizzata contro i segreti e le bugie dei “piani alti” e l’inutilità della guerra in Vietnam. Forse c’è anche un messaggio più o meno subliminale a Trump, ma, per come il film è realizzato, è un messaggio che lascia il tempo che trova.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La trama si basa su una storia vera, una storia importante: sull’eroina del Washington Post, che non consentì al sistema di imporre bavagli alla stampa; sul suo coraggio, manifestato con determinazione nel mondo di uomini in cui è vissuta. Argomenti granitici che costituiscono una parte fondamentale della storia statunitense. Tuttavia, non è l’importanza degli argomenti trattati a determinare il successo di un film. Gli argomenti servono per un buon documentario su History Channel e c’è di buono che il documentario non pretende di vincere l’Oscar.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Spielberg ritiene un vanto l’aver girato il film in nove mesi. Che sia stato girato in soli nove mesi si vede. E non è un vanto. La standing ovation alla prima newyorkese suona come pura piaggeria, alle mie orecchie, e vi dico perché.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Innanzi tutto, <i>The Post</i> è un film inutilmente lungo. La libertà di stampa è minacciata dal presidente Nixon, il quale, ignaro del Watergate che sta per esplodergli in mano, tenta di bloccare la pubblicazione di documenti sfavorevoli a lui e ai suoi predecessori, usando la Procura e i giudici della Suprema Corte, i quali, infine, non lo assecondano. Ecco, ho scritto la trama in quattro righe. Spielberg ci ha girato intorno con un film di più di due ore.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A parte un paio di riprese in soggettiva, sempre molto emozionanti, e un altro paio di riprese che svelano ottima fotografia, il film è piatto e girato con lo stile cinematografico del parlarsi l’uno sopra all’altro, di cui Woody Allen è maestro ma che lascerei solo a lui, perché sa farlo davvero bene. Per il resto solo tanta confusione, mirata a rendere l’idea di una redazione degli anni Settanta, con gli attori che, o si ammucchiano l’uno sull’altro come topini in gabbia &nbsp;&nbsp;- si pensi alla scena in cui riordinano i documenti in casa di Hanks - &nbsp;&nbsp;o corrono da una parte all’altra neanche facessero una staffetta: casa, redazione, marciapiede, rischio di essere messi sotto, casa, redazione, marciapiede … Le suole delle scarpe di Tom Hanks, spesso in primo piano, perché, si sa, i piedi sulla scrivania fanno tanto cronista d’assalto, sono consumate. Più che plausibile. Corri di qua, corri di là, avranno consumato anche il pavimento dei teatri di scena, oltre alle suole delle scarpe.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quanto alla recitazione, deludente anche quella. Due mostri sacri come Tom Hanks e Meryl Streep fanno incasso, si sa. L’altra faccia della medaglia, però, è che ci si aspetta molto da loro. Io non sono tra quelli che ritengono bravo a tutti i costi un attore solo perché ormai invecchiato, né tra quelli che ritengono che un attore bravo sia necessariamente e assolutamente bravo sempre. Recitare non è una scienza esatta, non è un’equazione matematica, qualcosa tipo “bravo 10 volte = bravo da 11 all’infinito”. Dipende dalla storia, dalla regia, dal momento che l’attore vive.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tom Hanks, in questa pellicola, è quasi invisibile. C’è, intendiamoci, occupa le scene, ma non è incisivo, non buca lo schermo. È lì, con un improbabile mezzo ciuffetto in bilico sulla fronte, a dividersi tra scene da girare stampandosi in faccia il suo classico sorriso asimmetrico, che vorrebbe essere anche enigmatico, e scene in cui serrare le labbra e corrugare la fronte, nel tentativo di indicare, così, un coacervo di sensazioni che spaziano dalla preoccupazione alla rabbia. Ha sicuramente offerto un servizio migliore alla causa anti-Vietnam interpretando Forrest Gump.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Meryl Streep, invece, recita in modo manieristico, accentuando la sua classica, trita e ritrita posa tra l’indeciso e il nevrotico: occhi di qua, occhi di là, mezzo sorriso, mezze parole e risata nervosa. Brava è brava, ma, sinceramente, dà l’idea di aver recitato “pale in acqua”, come diciamo noi canottieri, ossia senza fatica, facendosi portare dalla corrente, mettendoci dentro tanto mestiere e poco cuore. La doppiatrice italiana, poi, non l’ha di certo aiutata.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma veniamo alla parte migliore del film, ossia alla motivazione della sentenza della Suprema Corte, recitata con un’enfasi da parola di Dio, nel silenzio generale: <em>«La stampa non è al servizio dei governanti, ma dei governati»</em>. Ci è mancato poco che scattasse l’inno dei Marines, in sottofondo, e che tutti facessero il saluto militare alla John Wayne. Peccato che la stampa, quella vera, non dovrebbe essere al servizio né dei governanti, né dei governati, ma della verità, che è di tutti, poiché ha una responsabilità enorme, quella di scrivere la storia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non dico che <em>The Post</em> non debba essere visto, ma aspetterei di vederlo in TV. Non serve né lo schermo grande, né il dolby surround per sorbirsi due ore e un quarto di una storia narrabile in non più di sessanta minuti e che avrebbe potuto essere realizzata decisamente meglio, tenuto conto dei mostri sacri che annovera.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">[InLibertà.it, 05.02.2018]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 05 May 2018 16:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Arte e Cinema al Circolo Canottieri Roma]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000049"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella splendida cornice romana del Circolo Canottieri Roma, per iniziativa del Presidente Massimo Veneziano e del Consiglio, in particolare di Edmondo Mingione, Consigliere preposto all’organizzazione degli eventi, si è svolto, ieri sera, un incontro d’arte e di cinema: <em>Caccia al Quadro. Quando l’arte fa capolino nel cinema</em>. Protagonisti Fulvia Strano, storica dell’arte, e Masolino D’Amico, critico teatrale e cinematografico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La raffinatissima lectio, presentata nella forma di una lieve conversazione, si è trasformata in un viaggio all’interno di due diverse manifestazioni artistiche, cinema ed arte figurativa; un percorso che ha visto film abbelliti da quadri famosi, o scene girate citando un’opera d’arte, o ancora messaggi artistici recepiti e interpretati dai grandi registi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Moltissimi gli accostamenti. Impossibile citarli tutti. Sono costretta a selezionarne solo alcuni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il quadro di Picasso che appare nel film <em>Titanic</em> è stato giustamente ritenuto, da Fulvia Strano, un simbolo di quella cesura con il passato che, come il quadro stesso, anche il Titanic rappresenta nel suo genere. Una scelta non casuale, dunque. Caustico ed estremamente divertente l’intervento di D’Amico su questo film, il quale si è chiesto come una donna tanto amante dell’arte da acquistare un Picasso e portarlo con sé in nave, possa, poi, rimanere folgorata dai disegni da “madonnaro” del personaggio interpretato da Di Caprio. Forse dobbiamo pensare che gli occhi azzurri hanno potuto più del senso artistico, professore, sebbene anche quelli non siano, poi, così fuori dalla norma!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per gli appassionati di James Bond, ha brillato il riferimento a <em>Dr No</em>. Bond, ospite del Dottor No, passa davanti ad un quadro, il <em>Duca di Wellington</em> di Goya. A quanto ricordo dai miei passati studi di cinema, lo volle lì lo scenografo Ken Adam, grande amico di Connery ed autore, nei successivi film della serie, di altre celebri trovate, dal laser di Goldfinger alla mitica Aston-Martin truccata. Adam era un grande estimatore di Goya. Quella tela, ci dice D’Amico, era stata rubata nel 1961, un anno prima della realizzazione del film. La citazione, dunque, assume un sapore davvero particolare, rappresentando quasi un attraversamento di mondi paralleli: è come se, rubato nel mondo reale, il quadro abbia trovato collocazione nella casa di un malvivente all’interno di una pellicola. Mi affascinano sempre i viaggi in altre dimensioni. Questa squisita rarità cinematografica regalataci dai due relatori, mi fa tornare alla mente un recente, geniale film di Woody Allen, <em>A Midnight in Paris</em>, premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale, dove il protagonista, viaggiando nel tempo, si ritrova a contatto con la cerchia di artisti che ruota attorno a Gertrude Stein, tra i quali Picasso e Dalì.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un altro degli accostamenti d’arte e cinema di cui si è parlato ieri sera e che ha colpito la mia attenzione è legato all’episodio <em>La Ricotta</em>, del film <em>RoGoPaG</em> di Pier Paolo Pasolini, il quale riprese da Pontormo l’immagine della crocifissione e, per sottolineare ancor più la riproduzione cinematografica del quadro, girò a colori solo quella scena. Un film spettacolare. Un pover’uomo, tal Stracci, ingaggiato per interpretare il ladrone buono in un film sulla Passione di Cristo, cede alla propria famiglia il cestino del pranzo a lui destinato, nonostante sia indebolito da una fame a lungo patita. Riesce ad averne un altro, che, però, finisce in bocca ad un cane. Viene, infine, in possesso, in modo rocambolesco, di una forma di ricotta e la mangia avidamente. La sua povertà, la sua disperazione sono oggetto di dileggio, sul set. L’indigestione, la posizione in cui si trova sulla croce e la lunga attesa gli sono fatali. Quando il regista, un magnifico Orson Welles, si aspetta la sua battuta, egli non può più pronunciarla. In questa pellicola colgo una magnifica parabola contemporanea; purtroppo, non furono in molti a vederla in questo modo, all’uscita del film. Pasolini, infatti, fu condannato per vilipendio della religione. Il Tribunale, pur riconoscendo nel film tratti di una religiosità intensa affatto personale, motivò la condanna ponendo l’accento sulla difesa del sentimento religioso inteso come espressione della maggioranza dei cittadini. Interessante notare come vent’anni dopo fu proprio un altro film, <em>L’Ultima Tentazione di Cristo</em>, di Martin Scorsese, a segnare l’inizio della fine per il reato di vilipendio della religione, poiché il Tribunale di Venezia assolse Scorsese, sottolineando l’eccessiva vaghezza del concetto espresso dalla norma, anche in relazione agli altri culti. Ma questa è tutta un’altra storia, che parla di “cinema e diritto”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Continuando la carrellata di film in rapporto osmotico con l’arte, inevitabilmente si giunge ai quadri di Edward Hopper, uno dei pittori più “saccheggiati” dal cinema, anche perché, come ha osservato Masolino D’Amico, ha una visione molto cinematografica della realtà. Nel film <em>The End of Violence</em> (<em>Crimini invisibili</em>), di Wim Wenders, viene riprodotto il bar di uno dei quadri più famosi di Hopper, <em>Nighthawks</em> (<em>Nottambuli</em>), evidenziando in esso quel senso di solitudine che Wenders voleva rappresentare. Devo aver letto da qualche parte che Hopper dichiarò di aver preso spunto, per quel quadro, da un ristorante del Greenwich Village e di aver voluto dipingere una scena notturna senza alcuna implicazione psicologica, rendendosi conto solo in seguito di aver creato un’icona della solitudine, nella quale io, peraltro, continuo a vedere anche i personaggi di Kerouac, oltre a quelli del film di Wenders. Ed è sempre Hopper ad aver ispirato il disegno dell’inquietante casa di Norman Bates, nel film <i>Psyco</i> di Hitchcock attraverso due suoi dipinti: <em>Casa vicino alla Ferrovia</em> e, per alcuni particolari, il successivo <em>Casa nel Crepuscolo</em>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ancora un’opera d’arte; ancora un film, anzi due. Quasi perfetta la sovrapposizione tra il quadro <em>L’Aria dei Carcerati</em> di Vincent Van Gogh e due note, inquietanti scene cinematografiche. La prima è la passeggiata dei carcerati in <em>Fuga di Mezzanotte</em>, costretti a girare attorno ad un monolite, sempre nella stessa direzione, tanto che l’atto di ribellione per eccellenza del protagonista è cambiare senso, camminare controcorrente. La seconda è una scena di <em>Arancia Meccanica</em>, dove il gruppo cammina in senso opposto a quello del quadro, ma si trova in un luogo che da Van Gogh prende addirittura forma e colori.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È stato un gioco dialettico davvero sottile e raffinato, quello di Fulvia Strano e Masolino D’Amico; un dialogo allegro, vivace, ricco di “impressioni” in senso pittorico e ricco di “primi piani” in senso cinematografico: focalizzazioni su particolari che narrano una storia, rappresentano un suggerimento nascosto nel film, un messaggio a sé stante in un più ampio contesto narrativo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Come entrambi hanno giustamente detto, nel finale, sono talmente tante le commistioni tra arte e cinema che ognuno di noi ne avrà in mente almeno una che non è stata citata. È vero; ce l’ho. È un film che amo moltissimo e per questo voglio parlarne. <em>Io Ti Salverò </em>(<em>Spellbound</em>), del 1945, sempre di Hitchcock, il maestro assoluto di un cinema caratterizzato da regole costitutive affatto originali, dall’umanità descritta, alle situazioni squallide, dall’ambiguità dei temi, all’ingresso nell’inconscio. È una complessa storia psicanalitica, in cui si intrecciano la fobia del dott. Ballantine (Gregory Peck) per le linee parallele, che, in sede d’ipnosi, si rivela copertura di un ricordo doloroso d’infanzia; la lucida perfidia del prof. Murchison (Leo G. Carroll) che sfrutta la fobia del collega per coprire un proprio misfatto; l’amore della dottoressa Peterson (Ingrid Bergman) per il bello e confuso Ballantine. A parte la bravura di Peck, offuscata, in questo caso, da una recitazione volutamente ma eccessivamente lagnosa, e l’algida perfezione del personaggio della Bergman, è degno di nota il fatto che, per le scene oniriche, scene che il cinema di allora, tradizionalmente, risolveva con effetti flou, Hitchcock abbia usato disegni di Salvador Dalì, sfruttando il delirio di grandezza e la visione irreale del mondo che hanno sempre caratterizzato il lavoro di quell’Artista. Le immagini legate ai sogni, pertanto, anticipando di molto una concezione assolutamente moderna, sono geometriche, surreali, quasi allucinatorie, assolutamente in linea con l’arte di Dalì: <em>«Io disantropocentrizzo. Penetro sempre di più nella matematica contraddittoria dell’universo»</em> scrive l’Artista nella sua biografia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È stata una serata davvero interessante e ricca di charme. Arte pittorica e cinematografica hanno preso vita e hanno consentito al pubblico di entrare nel mondo parallelo dell’immagine, statica e in movimento, assorbendo da essa il senso della bellezza e del simbolo, il senso dell’arte tout court, tra estasi e riflessione, e uscendone trasformati: un po’ uomini e un po’ replicanti, per citare il Rutger Hauer di <em>Blade Runner</em>, mostrato dalla Strano come trasposizione del <em>Galata Morente</em>, perché abbiamo visto cose che prima non avevamo visto, o, almeno, non avevamo visto in questo modo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 04.05.2018]</div><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><div><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></b></div>© Foto di Raffaella Bonsignori</b></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 04 May 2018 16:06:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Vespasiano Gonzaga. Un uomo e la Morte]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000028"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"> &nbsp;<b class="imTAJustify fs12lh1-5">Un amore incontrollato</b><br><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Nota come l’</span><em class="imTAJustify fs12lh1-5">Atene dei Gonzaga</em><span class="imTAJustify fs12lh1-5">, Sabbioneta è una piccola, incantevole città a forma di stella, situata tra Mantova e Parma. In realtà, non è creatura dell’intera famiglia Gonzaga, poiché uno solo fu il Gonzaga che la fece risplendere, gemma incontrastata del Cinquecento italiano: Vespasiano, figlio di Rodomonte e di Isabella Colonna.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Vespasiano ha solo un anno quando perde il padre, ucciso da un’archibugiata sparata dall’allora abate di Farfa per questioni d’interesse. Ad allevarlo, più che la madre, la quale si risposa presto con Filippo di Lannoy, è la zia Giulia Gonzaga, che lo cresce nel rispetto delle tradizioni del casato e delle gesta belliche del padre.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1549, quando Vespasiano ha diciotto anni, zia Giulia gli cerca moglie tra le nobildonne in età da marito, in modo da assicurare la successione del casato e, nello stesso tempo, di rafforzare con altri possedimenti gli averi del nipote, invero scarsi. L’amore, però, arriva inaspettato, spazzando via qualunque lavorio di palazzo. Nella dimora milanese di don Ferrante Gonzaga, Vespasiano incontra la splendida Diana di Cardona, marchesa di Giuliana, contessa di Chiusa, baronessa di Borgio. Ha i tratti fieri ed eleganti tipici di chi proviene dalla bella terra di Sicilia. Vespasiano non è men bello. Alessandro Lisca, cavaliere veronese al suo servizio, lo descrive alto, magro, con le spalle larghe, i capelli neri e gli occhi penetranti, la barba acconciata alla moda dell’epoca; un uomo di grande fascino e carisma. Di sicuro non passa inosservato.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Diana di Cardona è promessa sposa al figlio di don Ferrante, ma un litigio furibondo tra la bella dama e il padre del suo futuro sposo, manda a monte le nozze. Sulle cause del litigo neppure i cronisti si pronunziano, ma non è peregrina l’idea che la promessa matrimoniale sia stata infranta a causa di Vespasiano. Forse, il loro colpo di fulmine sbaraglia ogni altro progetto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ha da pochi giorni visto il principio l’anno 1550 quando Vespasiano e Diana convolano a giuste nozze, con il beneplacito di Ferrante, sebbene pronunziato a mezza bocca. L’usanza di chiedere il preventivo consenso dell’imperatore, invece, non viene rispettata, poiché Carlo V viene avvisato solo tre mesi dopo, quando Diana è già incinta. È, dunque, un consenso meramente formale, il suo, che, tuttavia, non manca di giungere.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La coppia si stabilisce a Sabbioneta, dove Vespasiano si sta costruendo un piccolo impero, ponendo solide basi per il governo grazie ad un selezionato gruppo di funzionari, consiglieri ed artisti, i quali, con opere brillanti, sottolineano il suo rango e la sua magnificenza. Il Tasso di lui scrive: <em>«È signore di bello e ricco stato ma d’animo, di valore, di prudenza e d’intelletto superiore alla propria fortuna e degno d’essere paragonato co’ maggiori e più gloriosi principi de’ secoli passati»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un periodo infelice, però, attende i novelli sposi. Vespasiano si ammala gravemente e Diana perde il figlio che porta in grembo. Poco dopo iniziano una serie di più o meno lunghe separazioni che allontaneranno i due coniugi anche psicologicamente.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Assenze galeotte</b></span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Vespasiano, infatti, segue l’Infante Filippo in Spagna nei suoi viaggi in Italia e nelle Fiandre. Diviene un eccezionale combattente e partecipa a battaglie epiche, tra cui quelle di Anagni e Vicovaro, che gli consentono di vendicarsi per la morte del padre.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È ovvio che la sua indole di combattente mal si accorda con la temperanza e con la non violenza, ma, più che lucidamente crudele, come è pur stato dipinto, egli è soggetto ad attacchi d’ira. È questo l’altro aspetto della sua esistenza, che, a detta di molti, tinge di delitti e vendette la sua vita privata.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1559 torna finalmente a casa dopo un’assenza di più di un anno. Ad attenderlo, però, c’è una moglie poco amorevole che le malelingue del paese vogliono incinta. Le voci, provenienti sia dal volgo, sia da quei nobili che si sono sempre palesati suoi amici e che, invece, mossi dall’invidia, sguazzano nello scandalo, non risparmiano di sussurrare anche il nome del padre del bambino, tal Giovanni Annibale Ranieri, rampollo d’un nobile e ricco casato. Il Sangiorgi, biografo di Vespasiano, ben descrive l’ambiente ostile in cui il Gonzaga torna, accolto da persone malignamente intente <em>«a gittar sospetti sulla gravidanza scopertasi della principessa, nel 14° mese dacché era assente il marito; a caricar di ridicolo il fallo, a satireggiarlo a bandita in cento guise»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inizialmente Vespasiano finge di non sentire il brusìo di malignità. Festeggia il proprio ritorno con banchetti degni di un sovrano e si mostra in pubblico con la sua sposa. Forse, una parte di lui è ancora restia a credere che Diana possa essersi concessa ad un altro uomo, possa aver gettato via la loro unione, nata dall’amore reciproco e non da un contratto familiare; o, forse, già premedita la vendetta ma non vuole che alcuno possa ricollegarla a lui.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Si dice che Vespasiano abbia abbracciato un suo fido sgherro, Pierantonio Messirotto, e, con le lacrime agli occhi, gli abbia sussurrato un orrendo comando, forse l’omicidio della moglie e dell’amante. Tale, quanto meno, è la versione che viene offerta alla storia da Giambattista Messirotto, figlio di Pierantonio, il quale scriverà le confidenze che afferma essergli state fatte dal padre e verrà tenuto in considerazione di fonte attendibile.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Di fatto, la bella Diana rende ben presto l’anima al Signore. Vespasiano scrive la notizia alla zia Giulia con parole di circostanza, senza tradire il minimo dispiacere: <em>«È piaciuto a Dio di chiamare a sé mia moglie all’improvviso, di apoplessia»</em>.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quasi contemporaneamente sparisce anche quel Giovanni Annibale Ranieri, che si vociferava essere il padre del bambino di Diana. Lo cercano la moglie e il padre. Inutilmente. Prove del delitto non ve ne sono, ma il sospetto pesa come un macigno.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il racconto del figlio di Messirotto è particolarmente disumano. Il Ranieri viene sgozzato in una stanza del palazzo, mentre attende d’essere ricevuto da Vespasiano. Quindi, a Diana viene offerta una coppa di veleno. Lei non acconsente a bere. Urla, si dispera. Prega il suo aguzzino di attendere il parto, in modo da lasciare indenne il figlio, creatura innocente. Nulla da fare. Per tre giorni, rifiutandosi di bere dal calice mortale, resta chiusa nella stanza con il cadavere del suo amante. Tuttavia, il degrado di quel corpo esanime e l’afflizione morale e fisica in cui versa Diana, immersa nei miasmi ammorbanti della putrescenza, la fanno capitolare. Beve. Muore. Il corpo di Ranieri viene occultato sotto il pavimento e mai restituito né alla famiglia, né ad una benedizione cristiana. A Diana, invece, come la storia insegna, viene riservato il funerale di Stato, attribuendo la sua prematura scomparsa ad un evento naturale.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Delitto o cronaca romanzata?</b></span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La vicenda, così come riportata dal Messirotto, è particolarmente truce, ferina, crudele. Non sembra in linea con il carattere di Vespasiano, soggetto ad ira e violenza, sì, ma non a premeditazione, a crudeltà, a compiacimento nel dolore altrui. Probabilmente, nel racconto, c’è un po’ di verità e molta fantasia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Vespasiano, da quel momento, si chiude in se stesso, dedicandosi con frenesia ad abbellire la sua Sabbioneta e a fare opere di carità.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Egli è consapevole non solo di quel che gli altri dicono di lui, ma delle sue qualità, del suo buon rapporto con le Muse, che lo ispirano in ogni forma d’arte e di attività di ingegno, dall’astronomia alla poesia, dall’architettura civile alle fortificazioni militari, che lo vedono impegnato non solo nella sua terra, ma anche in Spagna e in Marocco. Un umanista a tutto tondo che, tuttavia, non tralascia mai il combattimento, corpo a corpo o con la spada, fosse esso solo un gioco da esibire in torneo o un mezzo per vincere sanguinose battaglie.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>La seconda moglie</b></span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ormai trentatreenne, all’alba dell’età matura, Vespasiano riprende moglie. Il suo nome è Anna di Segorbia. Proviene dalla Spagna e, lungi dall’infatuarsi di Vespasiano, come accaduto a Diana, diviene triste merce d’un contratto in cui ha ruolo lo stesso Filippo II, cugino della bella aragonese, re incontrastato del cattolicesimo europeo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A settembre 1564, Anna giunge a Sabbioneta. La sposa è già incinta e partorirà due gemelle, di cui sopravvivrà solo Isabella. Undici mesi dopo partorisce il tanto atteso figlio maschio, l’erede del ducato, Luigi Gonzaga.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La felicità familiare, però, viene presto spezzata da un fato arcigno. Anna si ammala di un male oscuro, per dirla con Giuseppe Berto, e si rifugia, in abiti da penitente, nella dimora di Rivarolo, gemendo per le proprie colpe. Quali siano queste colpe, non è dato sapere.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Rifiuta contatti sia con Vespasiano, sia con il figlio maschio; raramente riceve la piccola Isabella. Il suo malessere, i suoi sensi di colpa sono, forse, legati alla nascita del figlio? Si tratta di quella che oggi chiameremmo depressione post partum, o c’è dell’altro? Una colpa legata a quella gravidanza? Qualcosa di inconfessabile?</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Due anni e mezzo dopo, l’11 luglio 1567, Anna esala l’ultimo respiro. Vespasiano ne esce distrutto, tanto che nei tre mesi successivi si chiude nel convento dei Serviti, colto da fervore mistico.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le voci, ancora quelle voci sottili e affilate del volgo e dei falsi amici che circondano il Gonzaga, tornano a parlare di veleno, ma non c’è prova alcuna che possa sostenerlo. L’unico appiglio, per chi voglia credere a queste voci, risiede in una morte sospetta di qualche anno dopo. A finire sotto la lama di un coltello è Raniero Ranieri, figlio di quel Giovanni che si vuole sgozzato perché amante di Diana. Dalle vanterie poco signorili cui il Ranieri è aduso si potrebbe dedurre che sia lui, e non Vespasiano, il padre del piccolo Luigi; e ciò collimerebbe con la crisi familiare dei Gonzaga, con i sensi di colpa di Anna.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Raniero si è suicidato, questa è la versione ufficiale; quella ufficiosa, invece, lo vede cadere sotto il fendente di un assassino mandato da due suoi acerrimi nemici, Ercole Visconti, soprintendente alle fabbriche, e Federico Zanichelli, governatore. Che costoro abbiano agito per conto di Vespasiano, però, è poco credibile. Non è nelle sue corde una vendetta così a lungo meditata. Inoltre, dopo il ritiro presso i Serviti, Vespasiano va via da Sabbioneta. Dapprima combatte la guerra dei Gonzaga nel Monferrato, poi, lasciato il piccolo Luigi a Sabbioneta e Isabella a Napoli, dalla nonna, parte per la Spagna dove, come ingegnere militare e viceré di Navarra, rimane una decina d’anni. Nel frattempo, si fa raggiungere dal figlio e con lui rientra a Sabbioneta nel 1578. Isabella è in grande agitazione: non vede l’ora di riabbracciare il padre. Vespasiano, tuttavia, pronunzia una frase che passa ai posteri come segno della sua anaffettività: <em>«Lasciate ch’io visiti innanzi ad ogni cosa la mia primogenita Sabbioneta, tutta fattura mia»</em>. Il sottolineare che solo Sabbioneta sia tutta fattura sua restituisce vigore a vecchie malignità. Tuttavia, considerato che le sue parole vengono riportate dai cronisti dell’epoca dopo lunghi percorsi di chiacchiere più o meno credibili, c’è da riflettere sulla loro attendibilità.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>L’anima lacera d’un uomo</b></span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il rientro di Vespasiano a Sabbioneta è caratterizzato da un altro dramma, però. Il peggiore in assoluto. E, questa volta, la sua colpa è evidente come il proverbiale elefante nel corridoio. Luigi ha quindici anni. Lo animano il temperamento del padre e il senso di ribellione adolescenziale. Gira spesso per Sabbioneta con un gruppo di giovinastri. Un giorno incontra il padre, ma non risponde al suo saluto. Con i suoi amici continua a cavalcare senza girarsi. Vespasiano viene colto da uno dei suoi attacchi di rabbia e gli urla contro, intimandogli di smontare da cavallo. Il ragazzo obbedisce, ma, con la calma e l’arroganza che, solitamente, fa infuriare ancora di più chi di furia è preda, gli fa notare che non è quello né il momento, né il luogo per rimproverarlo. Una lezione di saggezza che colma il vaso. Vespasiano gli si avventa contro e gli sferra un calcio al ventre che fa stramazzare al suolo il ragazzo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Luigi non si rialza. Si nota subito, dal sangue che gli esce dalla bocca, che il colpo ha fatto danni seri. Vespasiano è in preda alla disperazione. Convoca i migliori medici, appronta ogni cura. È tutto inutile. Dopo tre giorni di sofferenze indicibili, Luigi muore.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Vespasiano è annientato dal pentimento e dal dolore. Si ammala gravemente: non mangia più e soffre di lancinanti emicranie. Dio, però, non accetta ancora la sua anima. Guarisce, costretto a vivere con quello strappo profondo nel cuore, che né i tanti scudi offerti in beneficenza, né la costruzione dell’ospedale e della chiesa dell’Immacolata, suo mausoleo, possono lenire.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Verso la fine della vita e del tormento</b></span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli anni passano e Vespasiano si rende conto che non ha un erede maschio. A cinquant’anni, dunque, si sposa per la terza volta. Lei è Margherita Gonzaga di Guastalla. Nonostante abbia scelto una moglie molto più giovane di lui nella speranza che gli dia il figlio tanto desiderato, la coppia vive un’unione sterile. L’unica speranza è Isabella. Combina il suo matrimonio con Luigi Carafa, principe di Stigliano, e diventa nonno di un maschio. Il suo erede.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sabbioneta vede finalmente il compimento dei lavori, durati decenni e portati avanti da Vespasiano con tenacia e abnegazione. Non è un eufemismo dire che Vespasiano ha tirato su Sabbioneta con le sue mani e con i suoi soldi e non ce ne sono voluti pochi. Suoi i disegni architettonici, sua la direzione dei lavori. Suo il potere, ovviamente e, sotto il suo potere assoluto, il fiorire della cultura e delle arti, oltre che del commercio. Egli fa dono a Sabbioneta di una biblioteca che nulla ha da invidiare a quelle universitarie; di un monte dei pegni ed una banca; di un ospedale; persino di una casa editrice internazionale gestita da due israeliti, cosa che, con l’imperversare dell’Inquisizione, denota la sua potenza anche politica. Batte moneta. Le scuole sono pubbliche, gratuite e particolarmente curate nella struttura e nella scelta del corpo docente. Inoltre, affascinato dalle architetture del Palladio, costruisce un magnifico teatro, opera dell’architetto Vincenzo Scamozzi. Affò, storico mantovano settecentesco, lo descrive come <em>«il primo teatro che in Lombardia si vedesse all’uso antico edificato, cui venne in seguito l’altro incomparabilmente più magnifico di Parma, aperto l’anno 1619 dal duca Ranuccio Farnese»</em>. A Sabbioneta Vespasiano fa anche costruire, per sé e la propria famiglia, un palazzo d’inverno ed uno d’estate, riservandosi una chiesa per il culto familiare.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Vespasiano, nel frattempo, riprende la sua intensa vita diplomatica. Riceve il Toson d’Oro e ricopre ruoli militari di rilievo per Venezia e per l’Impero.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1588 partecipa alla Dieta di Praga, quale delegato del re di Spagna, ma due anni dopo inizia il declino fisico e politico. Ormai debilitato e stanco, non riesce più ad uscire dal palazzo. Deve sentirsi un gigante senza gambe, soprattutto perché non riesce a reagire agli sfrontati attacchi del parente mantovano Vincenzo Gonzaga, il quale, nel tentativo di metter mano sul quel fiorente ducato, gli scatena contro i Gonzaga di San Marino.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 26 febbraio 1591, dopo lo sprazzo di lucidità che spesso coglie i moribondi, Vespasiano chiude per sempre gli occhi alla vita e viene sepolto nella chiesa dell’Incoronata. Dal suo testamento risulta erede universale la figlia e molti sono i lasciti generosi per amici e servitori.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A Sabbioneta, la sua Sabbioneta, ancora oggi si può leggere il suo nome su porte, chiese e palazzi: <em>Vespasianus d. G. dux Sablonetae</em>. Il ricordo imperituro è il segreto dell’eternità. E, forse, Vespasiano Gonzaga, a modo suo, l’ha conquistata. Di lui resta l’immagine contraddittoria di un uomo affascinante e colto, forte e coraggioso, generoso, ma anche violento. Un uomo del Cinquecento.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"> </div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">[InLibertà.it, 02.05.2018]</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© Foto di Rudi Bavera da Pixabay</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><br></b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">AA.VV.</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">,
</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vespasiano Gonzaga e il ducato di Sabbioneta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, atti del Convegno
Sabbioneta-Mantova 12-13 ottobre 1991, Publi Paolini, Mantova, 1993</span></div>

<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Attilio Carli</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">,
</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vespasiano Gonzaga duca di Sabbioneta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Carnesecchi, Firenze, 1878</span><b></b></div>

<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Edgarda Ferri</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">,
</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il sogno del Principe. Vespasiano Gonzaga e l’invenzione di Sabbioneta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">,
Mondadori, Milano, 2006</span></div>

<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Luigi Muccitelli</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">,
</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vespasiano Gonzaga Colonna: dalla contea di Fondi al ducato di Sabbioneta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">,
Lo Spazio, Fondi, 1988</span></div>

<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Adelaide Murgia</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">,
</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I Gonzaga</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Mondadori, Milano, 1972</span></div>

<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Luca Sarzi Amadè</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">,</span><b><span class="fs12lh1-5 ff1">
</span></b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il duca di Sabbioneta: guerre e amori di un europeo del XVI secolo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">,
Sugarco, Milano, 1990</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 02 May 2018 07:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Maximilian Nisi. Impressioni di scena]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005A"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Maximilian Nisi, classe 1970 ma esperienza teatrale millenaria, è un “attore dentro”, di quelli che, quando entrano in scena, afferrano saldamente la mano dello spettatore e lo tirano con loro nel pieno del dramma, lo trasportano immediatamente sul palcoscenico, accanto al personaggio cui danno vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Interpretazione. È la parola che preferisco, a teatro. E Maximilian interpreta, entra nel personaggio, ci si accomoda, lo restituisce vero, vivido, con i suoi pregi e i suoi difetti, con le sue grandiosità e le sue piccolezze, con i suoi drammi e le sue leggerezze. Anche chiudendo gli occhi ti rendi conto che è entrato in scena: una voce profonda e cangiante, la sua, sempre perfettamente misurata sul personaggio, cadenzata nelle giuste pause; una voce che contribuisce a caratterizzare, a dare vita. La musicalità calibrata dell’espressione verbale è un’arte affascinante e difficile. Lavorano le corde vocali, lavora il diaframma, lavora soprattutto l’anima dell’attore che si adagia su quella del personaggio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La sua esperienza teatrale è vasta. Attore drammatico, uscito dalla scuola di Strehler e dal corso di perfezionamento di Ronconi, in più di vent’anni di carriera si è cimentato con grande bravura in testi difficilissimi, sia come protagonista, sia affiancando attori del calibro di Glauco Mauri, Gabriele Lavia, Massimo De Francovich, Corrado Pani. Il suo repertorio va dai classici greci e latini a Shakespeare, da Goethe a Pirandello, fino ai contemporanei.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel suo immediato futuro c’è l’<em>Edipo Tiranno</em> di Sofocle e <em>Un Autunno di Fuoco</em> di Eric Coble, insieme alla bravissima Milena Vukotic. Di questi progetti ci parlerà lui stesso, poiché ho avuto il privilegio di incontrarlo durante le repliche de <em>Il Piacere dell’Onestà</em>. Parlo di incontro e non di intervista perché la nostra è stata una lunghissima, meravigliosa chiacchierata sul teatro, sullo spettacolo, sull’essere attore e sull’essere pubblico. È un incontro, dunque, quello che vado a descrivere.</span></div><div class="imTACenter"><em><span class="fs12lh1-5"><b>**** ° ****</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Roma, venerdì 20 aprile. Appuntamento al teatro Quirino. Sono le sei di pomeriggio; lo spettacolo non inizierà prima delle nove. Maximilian mi raggiunge nel foyer per condurmi in camerino. Dopo aver varcato una prima porta, usualmente “proibita” al pubblico, e aver salito pochi gradini, attraversiamo il palcoscenico, dietro le scenografie. Maximilian ha un passo leggero; si percepisce la familiarità con quelle assi di legno. Per me è diverso. Ogni volta che mi capita di salire ai camerini del Quirino per salutare un attore amico, nei miei passi si riverbera l’emozione, come un tamburo silenzioso che scandisce quell’ingresso nel tempio della prosa. Ancora una scala, un corridoio e siamo arrivati. Se, invece di un articolo, stessi scrivendo un copione, le mie parole disegnerebbero la scena con pochi tratti, lasciando al dialogo le emozioni. Camerino di Maximilian Nisi. Grande specchiera e ripiano colmo di oggetti. Abiti di scena. Tre sedie.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Non ti nascondo che il camerino ha un fascino particolare, per me. Sono combattuta tra il mantenere l’imperturbabile serietà professionale della giornalista e il cedere allo stupore, sgranando gli occhi. Il fruitore del messaggio artistico vive il camerino come il luogo della trasformazione, della magia del teatro …</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il fatto di accogliere una persona nel proprio camerino è sempre una cosa piacevole, divertente, anche un po’ perversa, in qualche modo, perché nei camerini succede un po’ di tutto, diciamo; ma è anche una manifestazione di ospitalità autentica, perché il camerino non è altro che la casa di noi attori. A parte la trasformazione, che c’è quando uno si prepara per fare lo spettacolo, è un luogo di intimità dove ci proteggiamo quando ci sentiamo più vulnerabili, dove ci esaltiamo per un ruolo difficile; dove ci schiaffeggiamo moralmente davanti allo specchio quando pensiamo di aver lavorato male; ma è anche il luogo dove abbiamo la possibilità di accogliere gli amici e condividere momenti come quello che stiamo condividendo io e te in questo preciso istante.</span></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><b> </b></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Una casa per il personaggio e per l’attore, dunque</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Esatto. Tu pensa quante anime teatrali sono passate in un camerino! Lo stesso palcoscenico, quante ne ha accolte. Adesso, per carità, non dico che uno avverta delle presenze, però bisogna sempre tener conto che in posti come questo, il Quirino ma anche tutti gli altri teatri antichi &nbsp;– e l’Italia ne è piena -, &nbsp;sono passate tantissime persone, tantissime anime che hanno cercato, in un momento storico, di centrare un autore, un testo, o raccontare un personaggio dandogli voce, che, poi, è esattamente quello che dovrebbe fare un attore: cercare di portare in vita dei personaggi che sono nati dalla fantasia e dalla sensibilità, dalla cultura di uno scrittore.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>[Sono affascinata da quello che ha detto Maximilian. Mi sembra quasi di percepire l’essenza umbratile dei personaggi e dei loro interpreti aleggiare in teatro, mentre, in lontananza, una voce angelica canta </em>«In sleep he sang to me, in dreams he came …»<em>. Il </em>Fantasma dell’Opera<em>. Il canto lentamente svanisce.]</em></span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Mi viene in mente la presentazione del mio primo libro: Monica Guerritore lesse uno dei racconti e scoprii con grande emozione che quei personaggi, quelle anime uscite dalla mia penna, avevano una vita anche fuori da me.</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È la nostra funzione, diciamo; è la nostra missione. È anche la nostra dannazione, a volte, perché capita di non riuscire a penetrare profondamente l’anima del personaggio, vuoi per mancanza di sintonia, o vuoi perché ti trovi in certi contesti personali per cui allontani quella figura che ti suscita disprezzo o persino spavento. E devi lavorare moltissimo per riuscire a conciliare il tuo stato d’animo con quello del personaggio, per trasformarti, attraverso la comprensione della sua anima e, ovviamente, attraverso il trucco.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5">[Sulle parole di Maximilian immagino Canio che veste la giubba e infarina la faccia mentre Arlecchino gli invola Colombina]</span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Devo dire, però, che il personaggio lontano spaventa meno della mediocrità che si riscontra in questo momento storico, anche nel mio ambiente. Sempre più spesso, capita che ti venga detto <em>«un pochino meno»</em>, <em>«non fare troppo»</em>, oppure <em>«buttala via»</em>. Non sono richieste che attengono alla calibrazione dell’enfasi, ma all’approfondimento del personaggio. Oggi è sempre più frequente che ti chiedano di non approfondire, il che contrasta con l’essenza stessa della recitazione, sottrae sostanza sia al personaggio, sia all’attore. Allora hai la sensazione di essere una conchiglia vuota, al servizio, in maniera abbastanza sterile, di un progetto tutt’altro che artistico. Il nostro lavoro è un altro; è quello, come dicevi tu, di rendere vive le parole di uno scrittore, di un drammaturgo. Io voglio assolutamente avere un’anima anche in palcoscenico; per questo mi muove una costante ansia di superamento, la fatica quotidiana, la ricerca della poesia, della follia, della magia del mio lavoro.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><b> </b></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Il senso della vita, alla fine, è dato da tutte queste cose insieme</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È la nostra vita. È la mia vita!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>A proposito di risveglio dei personaggi alla vita, nel percorso dal tavolino al debutto, come e quando Maximilian Nisi si rapporta con il personaggio?</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Di sicuro non lo lascio a teatro. Non è che io subisca un transfert particolare, ma il personaggio, per me, diventa un amico, una persona con la quale si va a convivere per un periodo più o meno lungo. Con il personaggio ci si incontra, ci si annusa, si trovano le cose in comune o le differenze, come dicevamo prima. Io me lo porto a casa; ci litigo, lo amo; me lo porto addosso persino dopo la fine dello spettacolo, perché mi ha insegnato qualcosa di lui e, nell’insegnarmela, mi ha anche un po’cambiato. Del personaggio dobbiamo imparare a capire le ragioni, persino quando sono dei torti.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5">[I suoi occhi sprizzano luce mentre parla del suo rapporto con i personaggi, delle tante vite che è chiamato a vivere. È una luce cangiante come le espressioni del suo volto, sul quale transitano gioia, dolore, passione, paura, stupore, divertimento. È come assistere ad una prova privata di cento ruoli diversi. Osservo lui e il suo riflesso nello specchio. L’immagine fotografica di questo momento è un’icona della duplicazione dell’io che caratterizza l’attore]</span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A dire il vero, io penso costantemente al personaggio che mi vive a fianco; quando sono fuori dal teatro cerco di tenermelo vicino, di studiare il suo mondo anche attraverso le letture che faccio e le mostre d’arte che vado a vedere, tutte orientate nella stessa direzione storica e geografica del testo che sto affrontando.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Sotto certi profili, c’è quasi un collegamento medianico con i personaggi. In un mio recente saggio di storia criminale ho avuto modo di parlare di personaggi coinvolti in famosi delitti, come Cesare Borgia, Beatrice Cenci. Ebbene, io, in quei giorni, vivevo nel Rinascimento romano, in una costante proiezione all’interno di una persona estranea chiamata ad essermi amica o nemica, comunque intima …</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È un cibarsi di un’altra vita, esorcizzando, in qualche modo, gli aspetti della nostra, che un po’ ci destabilizzano. In un paese straniero, non mangerò piatti internazionali, ma mi immergerò nella sua cucina tradizionale, scoprendone i segreti, gli ingredienti, i sapori … In teatro avviene esattamente la stessa cosa.</span></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><b> </b></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Tu cucini bene, immagino</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sì.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Si capisce da come ne parli: nelle tue parole c’è passione per il cibo</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il cibo è una forma d’arte e l’intreccio armonico degli ingredienti che sfociano nel trionfo del gusto assomiglia al lavoro degli attori in palcoscenico.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Tutto è teatro, dunque</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ahimè, sì. Gli attori hanno tre piani differenti per lavorare sui personaggi. Il primo riguarda la condizione fisica del personaggio; il secondo la sua situazione psicologica; il terzo la relazione che instaura con gli altri personaggi. È possibile incontrare colleghi che hanno fatto un percorso diverso dal tuo, ma non bisogna mai perdere di vista la musica insita nel fare teatro. Prendi, ad esempio, una chitarra, strumento meraviglioso.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se vai in Andalusia e senti il suono di quelle chitarre è fantastico …</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5">[Il flamenco di Paco de Lucia si fa strada nella mia mente e fa da sottofondo alle sue parole]</span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma se ne rompiamo una contro un muro, questa produrrà un rumore e non un suono armonico. In teatro è la stessa cosa. Gli attori fanno musica nella loro coralità recitativa. Per questo è fondamentale la direzione, la regia, il principio d’ordine. Spesso sento dire che il teatro di regia ha ucciso i grandi interpreti. Non credo sia vero. In quanto allievo di Strehler, nasco dalla grande regia. La regia è l’occhio esterno di noi attori, è l’unico modo per accomunare sotto regole comuni i partecipanti al gioco del teatro, per far sì che condivisione e comunicazione funzionino.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Strehler, Ronconi e, ancor prima, nove anni di pianoforte. Il mondo dell’arte ti ha catturato da bambino</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Direi proprio di sì. Del resto, un bambino che viene chiamato Maximilian Pier Damiano (il secondo è il nome della clinica dove sono nato); che suona il pianoforte a cinque anni; che, sin da piccolo, viene portato a mostre, opere e spettacoli di prosa, è quasi un predestinato. Tanto che fa sorridere la sorpresa e l’incredulità di un genitore di fronte alla decisione di fare l’attore. In famiglia mi dissero che avrebbero preferito vedermi avvocato. Mi avessero portato almeno una volta in un’aula di giustizia l’avrei capito, ma dopo essere stato nutrito di arte era difficile che mi venisse in mente una cosa del genere! Ho, dunque, intrapreso la strada del teatro. Poi ho incontrato le persone illuminate di cui parlavi tu, che mi hanno aiutato a studiare, a comprendere, ad amare questo mestiere. Ho avuto il privilegio di studiare e lavorare con i due più grandi uomini di teatro del Novecento, ed oggi non posso che sentirmi orfano. A parte qualche sporadica eccezione, quel modo di fare teatro non c’è più, purtroppo.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Nella tua creatività spazi in generi diversi. Io ti ricordo anche come Principe Azzurro …</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mamma mia!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>… con Antonio Giuliani. C’è un “tuo” teatro, o ti senti “in parte” in qualunque ruolo?</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo spettacolo a cui ti riferisci è <em>Che fine ha fatto Cenerentola?</em>, con la regia di Enrico Maria Lamanna. Fu una mia provocazione, in un certo senso. Ero da poco stato il protagonista de <em>L’uomo che vide Francesco d’Assisi</em>, diretto da Krzysztof Zanussi, e del <em>Billy Budd</em>, diretto dal grande Sandro Sequi, ruoli molto diversi tra loro e assai impegnativi. Ricordo che mi venne detto da alcuni produttori che non mi prendevano in considerazione per ruoli leggeri perché ero un attore impegnato. Non mi piacque questa etichetta, così accettai la prima proposta “ludica” che mi è arrivò dal produttore di una fiction che avevo appena terminato di girare per Mediaset, <em>Il Bello delle Donne</em>. Devo dirti che mi sono anche divertito e che ho saputo divertire. Inoltre, quello spettacolo mi fu utile, perché si accorsero che sapevo anche cantare e venni scritturato per il <em>Don Giovanni</em> all’Argentina. In conclusione, non c’è un genere, ce ne sono mille … c’è il teatro. E cos’è il teatro se non il luogo dove è possibile mettere il proprio corpo, la propria voce, i propri mezzi espressivi al servizio di un testo? Certo, ci sono spettacoli che io ritengo più gratificanti, ma un attore deve sapersi muovere in ogni genere. Qui in Italia non tutti la pensano come me. Lo scorso anno ho portato in scena, contemporaneamente, <em>Fiore di Cactus </em>e <em>Visiting Mr Green</em>. Alcuni “addetti ai lavori” mi hanno criticato per questo. La prima è un’esilarante commedia parigina di cinquant’anni fa che non ha mai cessato d’essere rappresentata nel mondo; una pochade dai ritmi serrati, un gioco di equivoci, o, meglio, di menzogne, nel quale è difficile che il pubblico non possa in qualche modo ritrovarsi. L’altro, invece, è un bellissimo testo americano che ho avuto la soddisfazione di interpretare per la prima volta in Italia, con due mostri sacri del nostro teatro, Corrado Pani e Massino De Francovich.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>[Mentre parla rivedo con gli occhi della memoria alcune scene del loro </em>Mr Green<em>: i misurati movimenti di Maximilian, che riempie la scena senza invaderla, e la sincronia del duettare di due distinte bravure, ognuna completa eppure complementare all’altra]</em></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Due grandi interpreti, hai ragione</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Compagni di palcoscenico eccellenti e, nel tempo, veri e propri punti di riferimento, come lo è stata anche Piera Degli Esposti, con la quale ho avuto l’onore di recitare ne <em>La Rappresentazione della Passione</em>, per la regia di Antonio Calenda.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Quello che esprimi è un amore per i classici e per i grandi artisti del passato che, tuttavia, non esaurisce il tuo approccio al teatro. Maximilian Nisi guarda anche molto avanti, giusto?</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sì. A me piacerebbe avere un nuovo repertorio, sperimentare nuovi linguaggi e lavorare per un nuovo pubblico. Nei classici trovi tutte le risposte del mondo, ma penso che sia un fatto molto grave che nel nostro Paese il repertorio sia rimasto fermo. Abbiamo persone che scrivono; a me arrivano diversi testi da leggere, anche molto belli, ma i produttori e i direttori artistici non li prendono in considerazione per mere logiche di mercato.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Parli delle avanguardie, dell’evoluzione e manipolazione del linguaggio?</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Esattamente. Prendiamo, ad esempio, Anatolij Vasiliev, con il quale ho fatto <em>Edipo Re</em> nel ruolo del titolo. Lui è un grandissimo pedagogo ed è un personaggio utopico nel suo modo di intendere il teatro. Però, una volta che ti passa addosso &nbsp;– perché è come se fosse un camion – &nbsp;tu sei felice di essere stato investito da quella personalità così potente.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Nel tuo immediato futuro non ci sono testi di avanguardia, ma c’è un duplice impegno che rappresenta quasi l’alfa e l’omega del teatro, poiché passerai da Sofocle ad un drammaturgo contemporaneo</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 23 giugno, al teatro Olimpico di Vicenza, con Maria Letizia Gorga e GIPETO, sarò impegnato nell’<em>Edipo Tiranno</em> di Sofocle, accompagnato al pianoforte da Stefano De Meo. Affronteremo questo testo in maniera classica, perché, in quello spazio, gli accademici desiderano una completa aderenza al testo. Tornato da Vicenza, comincerò le prove di <em>Un Autunno di Fuoco</em> (<em>The Velocity of Autumn</em>), un testo di Eric Coble che, cinque anni fa, con grandissimo riscontro di critica e di pubblico, è stato rappresentato a Broadway da Estelle Parsons e Stephen Spinella. È un’opera che ho voluto fortemente portare in Italia e che andrà in scena al teatro La Contrada di Trieste con la regia di Marcello Cotugno. Dividerò il palco con una signora del teatro, Milena Vukotic. È un testo che parla del rapporto di una donna con suo figlio, ma anche del rapporto che ognuno di noi ha con il proprio corpo, che, inevitabilmente, muta con il tempo. Sono due progetti molto differenti, che vanno dall’inizio del teatro alla sua evoluzione odierna. È stato particolarmente gratificante trovare la complicità di un’attrice come Milena, che ha risposto al mio invito con vivissimo entusiasmo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><em>Sofocle, Coble ma anche il Pirandello di questi giorni. </em>Il Piacere dell’Onestà<em>, in cui interpreti Maurizio Setti. Pirandello descrive il tuo personaggio con cura. Non trovo un elemento che tu non abbia perfettamente messo in scena</em></b></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Grazie! Mi intrigava essere diretto da Liliana Cavani. Mi sono divertito. Il teatro è la mia vita, la mia scelta. Come vedi arrivo sempre molto presto; spesso sono il primo ad arrivare e l’ultimo ad uscire. A volte, però, è anche un luogo che disprezzo profondamente. Accade così con tutti i grandi amori: quando ami molto una persona, a volte scopri anche di odiarla, perché, pur amandola, non ottieni da lei quello che, in profondità, desideri.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Odi et amo</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">C’è sempre ambivalenza nell’amore. Se io un domani dovessi fare la parte di Romeo &nbsp;– ormai sono vecchio e non posso più farla, purtroppo -, &nbsp;non racconterei solo il calore dell’amore, ma avrei il dovere d’interprete di raccontare anche il gelo del disamore.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Sicuro che tu non possa più recitare nella parte di Romeo?</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ho fatto personaggi vecchi da giovane, grazie al trucco teatrale; da vecchio, forse, mi concederò quelli giovani che all’inizio della mia carriera non mi sono stati proposti.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>[Prepotenti, invadono la mia memoria le immagini di Nisi nel </em>Miles Gloriosus<em> di Plauto. Il trucco che lo incanutisce, la voce che si adagia sui toni più bassi di un uomo vecchio, la risata roca, la camminata instabile. Un personaggio lontano da lui, eppur vivo; una personalità che si intuisce dalle sue movenze, dalla sua voce ancor prima che dalle sue azioni e, dalle sue battute]</em></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>In conclusione, cos’è il teatro per Maximilian Nisi?</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il teatro è il luogo dove le leggi dell’arte si incontrano con la casualità della vita. È splendido riuscire ad interpretare dei personaggi vicini alla casualità della vita, creando la giusta tensione tra attore e spettatore e rendendo l’opera viva. A volte, invece, c’è troppa distanza: noi siamo lì, voi siete là.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5">[Ho sempre ritenuto il pubblico una parte essenziale del teatro. L’attenzione di Maximilian rivolta al rapporto tra attore e fruitore del messaggio artistico me lo conferma. È tradizione greca, del resto. Théatron da Theâsthai: guardare, essere spettatore]</span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È difficile per noi. In questo spettacolo, ad esempio, ho la sensazione che aperto il sipario, la gente non sia pronta ancora.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Non è così, secondo me. Quando tu e Tatiana Winteler entrate in scena, il pubblico si sente lì, nel salotto, come fosse arrivato in ritardo mentre due amici parlano. Entra nella storia mano a mano che dialogate, perché gli accadimenti si scoprono lentamente. Tutto è molto naturale.</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È una scena non semplice, come tutte le scene che aprono gli spettacoli e che devono informare e predisporre il pubblico a ciò che vedrà. Voglio farti una domanda. Mi è ancora sconosciuta la risposta. Magari stasera posso utilizzare in scena quello che mi dici. Secondo te, Maurizio Setti, oltre a quello che ha scritto Pirandello, cioè che è un uomo elegante, un uomo di mondo che ama la vita, che tipo e? Perché decide di prendere parte a tutta questa storia? Lo fa perché si annoia? Perché non sa come riempire la propria giornata? O lo fa per amicizia?</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Secondo me, la sua vicinanza a Fabio Colli è di dovere, per il rapporto che c’è tra cugini. Con Baldovino ha un rapporto amicale, quasi di ammirazione per quel suo filosofeggiare sulla vita, ma non è un’amicizia così pregnante da indurlo ad entrare in quel meccanismo un po’ perverso, diciamocelo. Secondo me, il suo porsi in questa storia è legato ad Agata. In qualche modo Maurizio non agisce per se stesso, per leggerezza, per vanità, per essere al centro dell’attenzione; agisce perché, in qualche modo, lui crede che il suo aiuto possa essere un bene.</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quasi per un senso di giustizia, dunque?</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Giustizia, sì. Persino affetto, direi, partendo dal mio inguaribile romanticismo; affetto per questa donna che si ritrova in una situazione difficile in tempi che non perdonano</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quindi è un buono, fondamentalmente</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Io l’ho letto così</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È una persona buona. Ok, va bene. Stasera, in scena, penserò a quello che mi hai detto. Siamo sempre alla ricerca. Siamo anime dannate, in un limbo, con la sensazione di vivere perennemente in assenza di qualcosa. Tadeusz Kantor diceva che, in realtà … no, questa è una cosa molto triste e non si dice.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Dai, spara. Sono curiosa</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Vidi una registrazione di un suo famoso spettacolo, <em>La Classe Morta</em>. Si trattava di una scuola che, in realtà, era una sorta di macchina del tempo, dove gli studenti, vecchi, con i capelli bianchi, truccati quasi da clown, con i vestiti polverosi, erano alunni impegnati costantemente in un valzer, un continuo giro, proprio come la vita, e portavano sulle spalle dei manichini di bambini che non erano altro se non …</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>… quello che loro erano stati …</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">… quello che erano stati in precedenza, esatto. Io ho questa immagine in testa e te la voglio semplicemente regalare, perché, secondo me, l’uomo attore non è altro che questo: indossa dei vestiti polverosi, ha mille anni e balla un valzer che non può che essere nostalgico. Sulle spalle ha quello che è stato, ma anche quello che sarà. Non volevo parlare di Kantor perché il suo è un teatro che parla di morte …</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>[Le sue parole si trasformano in immagini, dentro di me. Vedo gli attori de </em>La Classe Morta<em>, il banco di legno scalare, i loro volti truccati, quasi dei mimi che rappresentano il memento mori, come le maschere di Ensor]</em></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Forse Kantor voleva dire che quella perfezione, quella pienezza che l’uomo cerca, che lo fa dannare e che non conosce, la conoscerà solo nel momento del trapasso. Un po’ come nel <em>Faust</em>.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Guarda come si intersecano le opere e i concetti scenici …</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È bello parlare di teatro. Ho detto cose che non ho mai raccontato, perché sarebbe stato inutile parlarti di quello che si può trovare in una biografia sul web o in altre interviste. Volevo un dialogo più autentico, più esclusivo. Per me è stato un grande piacere conoscerti. Ti ho vista appassionata e la passione va presa al volo ed incentivata. Non è possibile altrimenti. Io non ho ancora rilasciato interviste su questo spettacolo, ma, quando ho letto la tua recensione, mi sono detto <em>«Che bell’anima! Voglio trovare un contatto con lei»</em>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><em><span class="fs12lh1-5"><b>**** ° ****</b></span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sono le otto. Si avvicina il momento di andare in scena. Gli altri camerini si stanno animando. Chiudo il registratore, che mi aiuterà a ricostruire con precisione il dialogo, e saluto Maximilian, consapevole che, a breve, con i capelli leggermente imbiancati da una spolverata di trucco, vestirà i panni di Maurizio Setti e salirà in scena per creare una splendida magia. La magia del Teatro.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 29.04.2018]</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div><b class="fs12lh1-5">© Foto per gentile concessione di Maximilian Nisi</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 29 Apr 2018 19:35:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Beethoven. Il teatro dell'anima]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000071"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 19 aprile, in serata unica al teatro TresArtes di Vittuone, Corrado D’Elia, a pochi giorni dal debutto del suo nuovo spettacolo <em>Poesia. La vita</em>, che andrà in scena dal 3 al 13 maggio al teatro Leonardo MTM di Milano, è tornato ad un suo “classico”, <em>Io, Ludwig van Beethoven</em>, spettacolo che porta in palcoscenico da anni e che continua a riscuotere l’apprezzamento di un pubblico entusiasta ed emozionato, come quello che, sempre al Leonardo di Milano, l’ha applaudito dalla fine di dicembre al 14 gennaio 2018.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ebbi il privilegio di assistere a questo suo splendido monologo nel maggio 2013 al teatro Belli di Roma. In occasione di questa rappresentazione straordinaria mi piace rievocare le impressioni che buttai giù illo tempore, a poche ore dallo spettacolo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando per la prima volta vidi l’olio su tela di Joseph Danhauser, <em>Le mani di Beethoven</em>, eseguito sulla maschera mortuaria, pensai che quel pittore non avrebbe potuto dipingere niente di più vivo, poiché quelle erano le mani da cui era sgorgata la sorgente di musica, di luce e tenebra, di urlo, di disperazione e di gioia che amavo tanto. Impossibile anche solo pensare di chiamarle semplicemente mani, capaci com’erano di muoversi sulla tastiera di un pianoforte, di spingersi oltre se stesse, lasciando che l’aria si riempisse di musica in un effluvio di parole non dette, linguaggio dell’anima. Ecco, l’anima, il fulcro di questa mia breve recensione. Coerentemente con la musica di Beethoven, è proprio all’anima che parla Corrado d’Elia con il suo <em>Io, Ludwig van Beethoven</em>. Spettacolo davvero unico, pregno di emozioni profonde.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La scenografia è ricercatamente minimalista e tuttavia possente nella sua essenzialità, avvolta dalle luci cangianti che interpretano umori, paure, segreti, malinconie, verità ed esplosioni di vita. Uno sgabello centrale e lui, Corrado d’Elia, seduto su quello sgabello, l’Autore, il Regista, l’Attore. La maiuscola non basta a definire la sua bravura, la sua presenza scenica, la forza della sua recitazione. Si conferma ancora una volta grandioso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’opera viene descritta come un monologo; in realtà è un dialogo tra due voci che si eguagliano: quella di Corrado e del suo testo e quella della musica di Ludwig che, nella sapiente scelta di brani curata da Andrea Finizio e Monica Serafini, entra ed esce di scena, a volte con delicatezza, altre volte con prepotenza, sempre seguendo il ritmo che d’Elia ha voluto, cercato, amato, oserei dire.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">C’è amore, infatti, c’è passione in quest’opera, lo si percepisce immediatamente. Le mani di d’Elia si muovono nell’aria a mimare sonate, direzioni d’orchestra e le sue parole narrano la vita di Beethoven, episodi salienti ch’egli cuce tra loro con lo stesso filo d’oro con cui sono fatti i sentimenti; le percepisci mentre pulsano nello stomaco, nel cuore, lentamente salendo verso le orecchie, le ultime a sentire quel che hai già sentito con tutto te stesso. L’amore impregna ogni cosa: il pubblico, la recitazione, la musica, il testo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Amore, proprio così; persino nelle parole uscite dalla penna, anzi dalla matita dello stesso Beethoven. Quando le lessi nella biografia scritta da Riezler, che tanto mi piacque, m’erano sembrate belle, commoventi. Poi le ho sentite recitate da d’Elia e ho capito che sono molto di più: hanno la musica dentro, sanno volare oltre le invisibili barriere d’un male infame che gettò Beethoven in un baratro privo di suoni da dove urlava disperato la sua maledetta condizione: <em>«Parlate più forte, gridate, perché io sono sordo!»</em>, scrisse in una lettera al fratello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La sordità di Beethoven. Oh, questa malattia che progressivamente gli strappò la gioia dalle viscere, gli tolse la sete di vivere, lo portò verso l’idea della morte! L’ingiustizia del male che colpì Ludwig brucia anche dentro di noi, fruitori del messaggio artistico; noi, pubblico immerso nell’arte; banale pubblico di fronte a tanta grandiosità. Uomini e donne seduti in un teatro che pur riescono a vivere nel profondo la disperazione lanciata verso un cielo indifferente, sordo anch’esso; sì, sordo di fronte alla sua vita, che, prima di allora, era solo musica e la musica era solo gioia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ecco, la gioia. La scandisce, d’Elia, la segue, ne accoglie il ritorno: il suo tono si fa più vivace, più ricco, ne fa cenno seguendo il tintinnare della pioggia nella Pastorale fino ad esplodere nella nona sinfonia, capace di raggiungere il cielo sordo. Sì, con essa Beethoven raggiunse anche il cielo, lanciando nell’aria i suoi pensieri persi nelle vibrazioni, percependo, commosso, quell’applauso muto disegnato da un agitarsi di braccia, selve di rami fruscianti, rigogliosi, nutriti da quella musica, ricchi di fazzoletti bianchi mossi per lui, come delicati fiori al vento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le luci, infine, si affievoliscono; in scena come nella vita; lentamente. Accenna alla vecchiaia, d’Elia; al cambiare delle percezioni, dello spazio, del tempo, della bellezza, inafferrabile bellezza. Una mano che trema, l’altra mano che la ferma. Un gesto, una pausa ed il respiro del pubblico si arresta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La musica segue il filo della malinconia, del ricordo. Poi scende definitivamente il buio; e le luci trovano il pubblico in piedi, ad agitare fazzoletti bianchi per Corrado d’Elia, proprio come era accaduto per Beethoven alla prima dell’Inno alla Gioia; quindi un applauso scrosciante che, come la musica di Beethoven, va ben oltre le mani, perché proviene dall’anima.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Corrado d’Elia non si smentisce mai, nei suoi spettacoli: regala grandi momenti di teatro. Oggi, con lo spettacolo <em>Poesia, la vita</em>, che sta per debuttare al teatro Leonardo di Milano, ha deciso di portare la poesia nella vita delle persone, rendendola cibo per una quotidianità da cui, purtroppo, è sempre più lontana. <em>«Un antidoto alla banalità. Alla volgarità, all’ovvio»</em> si legge nella presentazione dell’opera. Niente di più vero. Conoscendolo, sono certa che Corrado saprà sicuramente coniugare teatro e poesia ad altissimi livelli, proprio come ha fatto con la musica di Beethoven, giocando amabilmente con l’anima, la sua e quella del pubblico.</span></div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 25.04.2018]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 25 Apr 2018 09:33:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Boccaccini e il teatro del ricordo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000070"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 17 aprile, al teatro Marconi di Roma, è andato in scena <em>La Foto del Carabiniere</em>, monologo scritto e interpretato da Claudio Boccaccini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>«Tutto ciò che dirò è accaduto realmente»</em> premette Boccaccini. Lo stesso scrive Natalia Ginzburg nella Prefazione al suo <em>Lessico Famigliare</em>. Entrambi si muovono nella migliore tradizione del ricordo personale che traccia la via per quello collettivo, dove la Verità è un’attrice nascosta, è una muta voce fuori campo, è una presenza costante che amplifica ogni parola, udita con le orecchie e vissuta con il cuore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Teatro-verità, dunque, o, meglio, teatro della memoria. Sì, perché il viaggio che Boccaccini ci porta a compiere in sua compagnia, è un viaggio nel tempo, nel suo e nel nostro tempo, vissuto attraverso i piccoli particolari di una quotidianità che lentamente forma il quadro completo della narrazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La scena è spoglia: un attaccapanni sulla sinistra, un tavolino sulla destra; un tavolino che troverà il suo bel ruolo nel dipanarsi della vicenda. Non è mai facile, per un attore, recitare in una scena inesistente. Solo nude tavole di legno da calpestare e un vuoto da riempire con una voce che deve farsi fatto, ma anche arredo e sfondo; deve evocare eventi, ma anche immagini e sensazioni. Claudio Boccaccini costruisce un mondo da solo; coadiuvato solo da stacchi musicali che segnano gradevolmente il tempo dell’azione; è architetto di fatti ed emozioni. Bravissimo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il suo monologo parte dall’attore grotowskiano, inteso come tramite di verità, come medium tra realtà e finzione. Attraversa, in modo affatto personale, l’immedesimazione di Stanislawskij, per il quale l’attore diventa sorgente inconscia di ricordi evocati con la voce e con il gesto, quel gesto che vale più delle parole, come ripete spesso, rievocando l’insegnamento di suo padre Tarquinio. Giunge, infine, argonauta sull’oceano della storia personale e collettiva, al teatro-ricostruzione, accostandosi ai racconti di trincea (<em>1915-1918. Spero che io torni</em>), ad <em>Olokaustos 1944</em>, all’orazione civile di Marco Paolini, che narra la tragedia del Vajont partendo dai particolari di quando, bambino, andava in vacanza in treno e passava alla stazione di Longarone … <i>«<em>Pora Longaron, pora Longaron»</em></i>, ripeteva sua madre …</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>La Foto del Carabiniere</em>, però, ha un’originalità che contribuisce a completare la forma del monologo della memoria, a renderlo qualcosa di diverso dalle altre opere di genere. La storia si muove su due piani temporali distinti, il 1960, da febbraio a settembre, e il mese di settembre 1943; l’osmosi tra i due piani avviene in tre tempi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La pièce si apre con i racconti spensierati di un bambino di sette anni, narrati seguendo il ritmo delle sue emozioni, dei suoi stupori, delle sue paure, della sua giocosità: la buffa NSU Prinz, un incidente stradale, la lentezza della pioggia, la velocità delle azioni del padre, la sua capacità di compassione; i luoghi della sua infanzia; i personaggi che l’hanno caratterizzata. Su questi primi ricordi si innesta un accenno al passato, un breve flash, il primo indizio di ciò che verrà detto, narrato, vissuto intensamente alla fine del monologo: il ritrovamento casuale di una foto nella patente del padre, la paura del bambino d’aver visto qualcosa di sbagliato, il dubbio e la curiosità che permangono nel silenzio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Seguono altri racconti di quei mesi d’infanzia e, poi, secondo indizio, una domanda posta alla madre ed evocata dalla foto ricordo di un conoscente appena deceduto: di chi è il volto ritratto nella foto che il padre conserva nella patente? Il tassello conoscitivo riservato al pubblico è ora maggiore, sebbene ancora insufficiente a vivere nel profondo la storia di quell’uomo. La spiegazione della madre è asciutta, sintetica, lapidaria, strettamente connessa al rapporto tra vita e morte che solo una madre, sorgente di vita, può avere: <em>ha salvato la vita di tuo padre e, dunque, anche la tua</em>. Al pubblico viene offerta una notizia in più: quel carabiniere è un eroe che ha salvato la vita del padre. Insieme al Claudio fanciullo, le persone in sala ritrovano la saggezza scarna dell’asceta e del contadino: si nasce in un giorno, in un giorno si muore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Prosegue la rievocazione dell’estate 1960: le Olimpiadi, il mare, le scottature, fino al clima settembrino, all’approssimarsi della scuola. Ed ecco il terzo flashback, quello definitivo, quello che sposta il piano narrativo indietro di diciassette anni. È il 23 settembre e il padre si prepara ad andare, con altri amici, ad una commemorazione. <em>Cos’è una commemorazione?</em> gli chiede il figlio. <em>E chi viene commemorato?</em></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A sette anni, di solito, le zie zitelle e le comari di piazza definiscono “ometti” i bambini e i bambini gioiscono: il naturale anelito alla crescita li rende felici, felici di abbandonare l’infanzia, salvo, poi, passare il resto della vita a rimpiangerla. A pensarci bene, però, quel giorno “ometto” non sarebbe stata una definizione vuota. Claudio, dall’alto dei suoi sette anni, diventa un piccolo uomo. È papà Tarquinio a trattarlo come tale: siede con lui al tavolino, si accende una sigaretta e gli racconta, nella tenerezza di alcuni episodi e nella crudezza d’altri, la storia di quel carabiniere che gli salvò la vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il suo nome è Salvo D’Acquisto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il nastro del tempo si riavvolge. Settembre 1943. Siamo a Torre in Pietra, dove abita il nonno di Claudio. In quei giorni la sua casa ospita tutta la famiglia, persino Valeria, la fidanzata di Tarquinio, sfollata, con i genitori, a causa del bombardamento di S. Lorenzo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’armistizio ha reso l’Italia un campo di battaglia; gli alleati sono diventati nemici e i nemici alleati. La caserma dei Carabinieri è sotto il comando del vicebrigadiere Salvo D’Acquisto, ventitré anni all’anagrafe, nel cuore molti di più. Ha una fidanzata, Mariuccia; lui la chiama Mariù, come la protagonista di una famosa canzone di qualche anno prima. La cantava Vittorio De Sica ne <em>Gli Uomini che Mascalzoni</em>. Salvo, il giovane e grande Salvo, però, non ha proprio nulla di mascalzone.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 22 settembre scoppiano delle vecchie munizioni contenute in una cassa. Muoiono due tedeschi, altri due restano feriti. I vecchi alleati, ora nuovi nemici, hanno da tempo reso noto il piano di rappresaglia in caso di attentati: senza un colpevole dichiarato, avrebbero preso dieci vite per una vita. Vengono rastrellati ventidue uomini, tra i quali Tarquinio, il padre di Claudio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il pathos della narrazione sale. Dalla morbidezza dei momenti spensierati che i giovani sanno scovare nella vita, anche quando immersi in giorni di guerra, alla crudeltà lucida, infernale di chi li arresta, li obbliga a scavarsi la fossa, li lega in attesa della morte. Da lungi vedono Salvo D’Acquisto discutere con il comandante tedesco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>«Liberateli!»</em> ripete più volte Boccaccini, dando voce a quella lontana discussione. <i>«<em>Liberateli!» </em></i>E porta D’Acquisto lì, al centro del palcoscenico, in mezzo al pubblico che sente il cuore in gola per l’emozione violenta del gesto, di cui quella parola è preludio.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5">«Liberateli!»</span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I tedeschi non cedono. La morte di quegli uomini è decretata a meno che non salti fuori il colpevole di quell’attentato. Il colpevole? Ma non c’è un colpevole! Non c’è … non c’è. Forse, però … Il cuore del vicebrigadiere D’Acquisto contiene parole ma anche gesti. Quei gesti che contano più di tutto. Contiene i fatti, le azioni, quel coraggio fatto di paura e di eroismo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le cose cambiano in fretta: i prigionieri vengono slegati, scappano, tornano a rifugiarsi nella vita; tutti tranne Tarquinio, che resta ad osservare da lontano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ecco che il ritmo della narrazione rallenta, segue i passi di Salvo D’Acquisto che si immola come colpevole d’un attentato inesistente, salvando la vita di ventidue persone; segue i suoi occhi, prima bassi, poi puntati su un volto amico; segue il movimento del suo braccio che mima un brindisi, quel brindisi che mimava nei giorni lieti pensando alla sua Mariù. Boccaccini ci conduce lì, in riva al mare, a Torre di Palidoro; ci rende capaci di vedere con gli occhi di chi ha visto, di chi ha narrato. C’è il mare, alle spalle del vicebrigadiere D’Acquisto, di quel piccolo immenso uomo; un mare grande, calmo, profondo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poi, all’improvviso, comandi tedeschi urlati dall’altoparlante riempiono il teatro e uccidono il mare; spari secchi e disumani li seguono e uccidono un uomo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’emozione straripa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando, sul palcoscenico, si torna al 2018, si torna a Claudio Boccaccini che narra, siamo tutti cambiati. Nessuno esce dal teatro continuando ad essere lo stesso di quando è entrato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Claudio va al tavolino, si accende una sigaretta, si sovrappone al padre. Sì, ora tocca a lui salvare la memoria; in fondo, come gli ha detto la madre nel 1960, quel carabiniere ha salvato la vita anche a lui.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Cos’è il teatro? A volte me lo chiedo. È quell’atavica esigenza di rappresentare e raccontare che i greci hanno trasformato in arte; è fantasia, immaginazione, potere di generare vita dalle parole di uno scrittore; è sapore classico o moderno; è comunicazione intensa del falso e del vero. Qualunque cosa sia, Claudio Boccaccini, con <em>La Foto del Carabiniere</em>, ha fatto grande teatro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà, 23.04.2018]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 09:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Maschere e cuore nel Pirandello di Liliana Cavani]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006E"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È in scena al Quirino di Roma, fino al 22 aprile, <i>Il Piacere dell’Onestà</i>, con Geppy Gleijeses e Vanessa Gravina; regista la bravissima Liliana Cavani.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Pirandello scrive <i>Il Piacere dell’Onestà </i>nel 1917, subito dopo <i>Così è (se vi pare)</i>. Sul finire di quello stesso anno, Gramsci scrive di lui: <i>«E’ un ardito del teatro. Le sue commedie sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sentimenti, di pensiero»</i>. Gramsci parla di esplosioni; per spiegare l’attenzione all’uomo, usa le immagini di un mondo che è in guerra da qualche anno. Il 1917 segna l’ulteriore espandersi dei conflitti: gli Stati Uniti si armano contro la Germania; a Pietrogrado infiamma la rivoluzione. Tuttavia, è anche l’anno in cui Freud pubblica la sua <i>Introduzione alla psicanalisi</i> e Langevin progetta un apparecchio simile al sonar, per lo scandaglio delle profondità marine. In un generale teatro di battaglie per la supremazia dell’uomo sull’uomo, dunque, esistono anche sguardi che si focalizzano sulla profondità, sia dell’essere umano, sia della natura. Pirandello non è da meno: scava nell’abisso; è una prerogativa della sua arte. In Baldovino, protagonista de <i>Il Piacere dell’Onestà</i>, c’è un sonar davvero unico che scandaglia l’essenza dell’uomo diviso non solo tra essere ed apparire, ma tra essere ed essere. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per questo non è facile interpretare quel ruolo. Si rischia di centrare troppo l’uomo apparente e poco quello interiore o viceversa. Geppy Gleijeses, invece, attore, autore, regista di grande spessore, figlio d’arte del compianto Eduardo, eclettico interprete dei testi più impegnativi di drammaturghi come De Filippo, Pirandello, Faydeau, Wilde e Shaw, riesce a compiere un miracolo di interpretazione, muovendosi mirabilmente tra finzione scenica e verità emotiva; tra l’uomo che è, quello che appare, quello che diventa. Perché l’essere è anche divenire e il divenire è racchiuso nelle parole. L’estrema sintesi di Piero Gobetti descrive perfettamente la fusione tra il dramma e la scrittura di Pirandello: <i>«[…] È il vero rappresentante del mondo moderno, poeta sicuro e commosso della tragedia della dialettica»</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I personaggi sono fatti della stessa materia dei sogni, per dirla con Shakespeare, e gli attori, dunque, sono medium tra sogno e realtà. Nelle opere pirandelliane, però, e, soprattutto ne <i>Il Piacere dell’Onestà</i>, c’è un passaggio ulteriore che rende il recitare più complesso: il rapporto del pubblico con la realtà scenica staziona sull’uomo prima di arrivare al sogno. È un rapporto immediato, non c’è antefatto, non c’è il filtro di una chiara finzione; la scena si apre sulla storia già iniziata, come se, entrando in sala, il pubblico avesse raggiunto due amici nel bel mezzo di un loro discorso e, per non interromperli, si siede, ascolta, entra nella vicenda, comprende poco a poco. L’attore, oltre a stringere un legame con il sogno, dunque, deve immergersi in un ruolo che è maschera, ma che è anche uomo, perché, nei personaggi pirandelliani, c’è tutta la lacerazione dell’animo umano. Per fare questo non deve “solo” recitare, ma lavorare su se stesso. Pirandello, nel parlare dei suoi personaggi, sottolinea l’identificazione di essi con l’uomo, un uomo chiamato a guardarsi dentro e, forse, a non piacersi troppo: <i>«Quando uno vive, vive e non si vede: orbene, fate che si veda nell’atto di vivere, in preda alle sue passioni, ponendogli uno specchio davanti: […] se piangeva non può più piangere, e se rideva non può più ridere»</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La trama è un gioco di specchi: Baldovino, uomo dalla moralità disponibile a bassi intrighi, viene scelto per sposare Agata, incinta di un uomo già ammogliato, sebbene prigioniero di un’unione fallita, il marchese Fabio Colli. Il matrimonio di facciata tra Agata e Baldovino dovrebbe coprire lo scandalo e, al contempo, consentire il prosieguo indisturbato della tresca extraconiugale dei due amanti. L’uso del condizionale, però, non è casuale: <i>dovrebbe</i> …</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La metamorfosi di Baldovino è meravigliosa e trascinante; l’inversione del senso di rispettabilità tra Baldovino e Fabio Colli è dirompente e assolutamente moderna.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È un uomo intelligente, Baldovino, con una vocazione per il ragionamento e l’elucubrazione teorica. La sua filosofia, però, non è fine a se stessa, ma segna il suo percorso nell’onestà: da sofisma si fa confessione, verità; e la verità svela infine il sentimento. L’interpretazione di Gleijeses segue questa maturazione del ruolo, questa coscienza che sale nel personaggio-uomo, nella maschera smascherata, nella maschera nuda. È bravissimo. Si muove lentamente, all’inizio, con la pacatezza di chi ha ordinato il proprio e l’altrui comportamento in caselle prestabilite. Da un lato gli ammiccamenti, che fanno intendere il lato comico di quella tragicommedia in cui decide di entrare; dall’altro, un parlare posato, misurato. In alcuni momenti mi ha fatto tornare alla mente il mio amato Gino Cervi nel commissario Maigret: gli stessi occhi indagatori della realtà che lo circonda, lo stesso aplomb, la stessa capacità di leggere oltre le parole della gente. Quando i sentimenti del personaggio fuoriescono, però; quando la sua coscienza assorbe l’onestà di facciata che è chiamato a rappresentare e non può più brandirla come un affilato strumento punitivo; quando l’emozione prende il posto delle convenzioni, degli accordi di comodo; quando la confessione della sua mediocrità lo spoglia finalmente della mediocrità stessa, allora la pacatezza si trasforma in furia, in pugni battuti sul tavolo, in voce tonante e, infine, nel più intenso silenzio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Porto sempre con me il mio binocolo da teatro, anche quando sono in prima fila. Amo studiare le espressioni, di quando in quando, i particolari. Lo sguardo di Baldovino che si fissa negli occhi di Agata, poco prima che cali il sipario, è tanto intenso da trasmettere emozioni e, lo confesso, da far uscire una lacrima. Di emozionarmi nell’assistere ad una rappresentazione teatrale mi capita spesso, fortunatamente; di commuovermi fino alle lacrime, invece, è successo poche volte: quando ho applaudito Salvo Randone in <i>Pensaci, Giacomino!</i>, Rossella Falk e Valentina Cortese nella <i>Maria Stuarda</i>, Romolo Valli nell’<i>Enrico IV</i>, Eduardo De Filippo in <i>Napoli Milionaria</i>, Gianfranco Jannuzzo ne <i>Il Berretto a Sonagli</i>, Mariangela Melato in <i>Un Tram che si Chiama Desiderio</i> e poche altre volte. Oggi aggiungo Geppy Gleijeses alla lista.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>Il Piacere dell’Onestà</i> è un’opera a protagonista assoluto, ma non si commetta l’errore di togliere importanza a chi lo circonda e lo sostiene in questo viaggio nell’anima. Tutti i ruoli sono difficilissimi e, in questo caso, perfettamente interpretati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Vanessa Gravina è incantevole. Me l’aspettavo, ovviamente, perché è un’attrice che si è misurata &nbsp;magistralmente con testi di Strindberg, Pirandello e Shakespeare. Il suo primo ingresso in scena è tumultuoso: è scalza, discinta, eppure sembra l’ingresso di una regina. Riempie il palcoscenico con le sue movenze, con la sua espressività verbale intensa. Non è un caso che musica e prosa abbiano molti vocaboli in comune: pause, tempi, ritmo, modulazione, tono … L’attore, al pari del musicista, crea sinfonia con le parole e con le azioni, trasformandole in fatti. Lei è una donna disperata, che rifiuta il giogo del perbenismo a tutti i costi, ma è anche una donna in gabbia: sa che non può allontanarsi, non può uscirne, non può ribellarsi. Chiude più volte la sua vestaglia nel parlare, un gesto che nel linguaggio non verbale implica autoprotezione, difesa del corpo, quel corpo che è causa del suo stato, ma anche fonte di un più grande amore da tutelare oltre ogni falso perbenismo altrui. Vanessa Gravina entra in Agata, soffre con essa, si muove come si muoverebbe una donna incinta, accusata d’aver perso la rispettabilità da coloro che ritengono un figlio, suo figlio, una vergogna da correggere. Dopo l’iniziale ribellione, subentra la rassegnazione e, lentamente, il cambiamento, la diversa lettura degli altri e di se stessa, la capacità di valutare le persone non per quello che appaiono, ma per quello che sono.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il rapporto tra il recitato di Agata e di Baldovino, nel dipanarsi della storia, è costruito su quello che, rubando il termine alla retorica, potremmo definire un <i>hýsteron próteron</i>: un’inversione temporale nella successione delle movenze. Lei è esagitata, all’inizio, perché, lasciando liberi i propri sentimenti e risentimenti, lotta contro una realtà inaccettabile, mentre Baldovino si trincera dietro il suo pacato filosofeggiare; diventa pacata sul finire, quando Baldovino, preda di sentimenti ed emozioni è in lotta con se stesso e tira pugni sul tavolo. In mezzo c’è la presa di coscienza di entrambi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Bravissimi anche Leandro Amato (Fabio), doppiatore e attore di talento, che vedremo a breve nell’<i>Elena</i> di Euripide accanto alla Gravina; Maximilian Nisi (Maurizio), con un passato teatrale di pregio, iniziato, a soli 23 anni, con il <i>Faust</i> di Goethe diretto da Giorgio Strehler; Tatiana Winteler (Maddalena, la madre di Agata) &nbsp;brava e versatile attrice che si è cimentata con i testi più impegnativi, da Pirandello a Strindberg; da Marivaux a Ibsen, Rostand, Plauto, De Filippo, Faydeau, facendo a lungo compagnia con Giorgio Albertazzi; Giancarlo Condé (il parroco di S. Marta) che tutti abbiamo applaudito come Fenio Rufo nel <i>Nerone</i> di Sylos Labini; e Brunella De Feudis (la cameriera) giovane attrice e regista, recentemente impegnata in <i>Dionisiaca</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La coralità di tutte le bravure che si incontrano sul palcoscenico, però, la loro presenza scenica, va oltre l’attore, lo dico sempre: compete al regista. E non ha certo bisogno di presentazioni Liliana Cavani, oggi coadiuvata dall’assistente Marina Bianchi, ben nota a una melomane come me, poiché, oltre ad una collaborazione ventennale con la Cavani, ha curato regie di gran pregio di molte opere liriche. Prolifica regista cinematografica, Liliana Cavani ha firmato capolavori come <i>Francesco</i>. Anche il teatro l’ha vista impegnata, sia in opere liriche indimenticabili, sia, di recente, nella <i>Filomena Marturano</i>, sempre con Gleijeses.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il realismo della Cavani ben si sposa con questa pièce priandelliana, che necessita crudezza, quando utile a far cadere maschere. Perfetto il movimento in scena così come l’immobilità che, a volte, cattura i personaggi, quasi fossero prigionieri di un quadro, di una fotografia tesa a sottolineare il momento, esaltando la mimica facciale. Anche la scelta di non chiudere il sipario nel cambio scena è felice e coglie l’essenza del personaggio pirandelliano, che è maschera, è attore, è uomo e, dunque, <i>rappresenta</i> ma contribuisce anche ad allestire la <i>rappresentazione</i>. Pensiamo ai <i>Sei Personaggi in Cerca d’Autore</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Pochi i tagli al testo e grande il rispetto mostrato nel seguire le rigide norme di scena di Pirandello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel complesso, <i>Il Piacere dell’Onestà</i>, ora al Quirino, è un’opera da vedere e rivedere più volte, per cercare i particolari sfuggiti e assaporarne di nuovi. Consiglio a tutti di farlo.</span></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 13.04.2018]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Un ringraziamento di cuore a Geppy Gleijeses per le parole che mi ha scritto via mail sulla mia recensione:</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/Risposta-Glejieses-all-articolo---mail-cancellata.jpg"  title="" alt="" width="970" height="175" /><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 13 Apr 2018 09:27:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il misterioso tesoro di Rommel]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000026"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Questa storia inizia in Corea, qualche anno dopo la fine della guerra. Un uomo di origini tedesche, che si presenta con il nome di Peter Fleig, racconta una storia incredibile ad un’intervistatrice locale: afferma di essere l’unico a conoscere l’ubicazione di un favoloso tesoro ancorato in una grotta sul fondo del mare, tra l’isola d’Elba, Montecristo, Capo Corso e la foce del Golo. Di lui, però, si perdono ben presto le tracce. Seguiamo insieme il filo della sua storia nel dedalo di verità e menzogne che sempre coesistono in certi accadimenti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Sul finire della Seconda Guerra Mondiale</b></span><span class="fs12lh1-5"><i></i></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel maggio 1943, qualche giorno prima della caduta di Tunisi, il generale Kesselring, capo di Stato Maggiore di Rommel, fa radunare un inestimabile tesoro, allontanandolo dai territori conquistati dagli Alleati: casse di pietre preziose, oro ed oggetti d’arte, tra cui un quadro di Picasso e uno di Chagall. &nbsp;L’intento è di caricare queste ricchezze su una vedetta e farla partire il prima possibile alla volta dell’Italia, in modo che vengano custodite in uno dei presidi tedeschi prima di raggiungere il Führer.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La vedetta parte a settembre diretta in Campania, dove il tesoro sarebbe stato conservato nel quartier generale di Rommel, ma L’Italia è in subbuglio per l’armistizio appena firmato da Badoglio. Gli alleati sono ora nemici, i nemici alleati. Nel frattempo, infuriano combattimenti disperati. L’Italia è un campo di battaglia. Il panorama bellico è improvvisamente cambiato. Il tesoro non può più fermarsi in Italia; deve solo transitarvi in direzione Berlino e lì essere messo al sicuro. Il programma è il seguente: la vedetta sbarcherà a Napoli e, da lì, il tesoro, a bordo di un camion, sarà portato a Roma, che dall’11 settembre è nelle mani dei tedeschi; quindi, da un porto tirrenico nei pressi di Roma, verrà imbarcato per La Spezia; e, di lì, su un camion blindato, proseguirà per Berlino. Tra il dire e il fare, però …</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Mentre la vedetta si avvicina alla costa italiana si erge un improvviso sbarramento. È il 28 settembre e Napoli è teatro di una battaglia epica, nota alla storia come <i>Le quattro giornate</i><span class="fs12lh1-5">, all'esito della quale i</span><span class="fs12lh1-5"> ted</span>eschi sono costretti ad abbandonare la zona. Il primo ottobre, all’arrivo della Quinta Armata americana del generale Clark, Napoli è già liberata.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ovviamente, la vedetta non può sbarcare in un simile contesto. Sotto il comando dal tenente colonnello Dal, pertanto, si allontana repentinamente, ma, invece di risalire il Tirreno verso La Spezia, come da programma, nel timore di venire colpita dagli aerei nemici, si spinge ad ovest e raggiunge Bastìa, nell’alta Corsica, dove il prezioso carico viene sbarcato e nascosto in un bunker, sotto la stretta sorveglianza di quattro ufficiali delle SS. Qualche giorno dopo, la vedetta riprende il mare e si reca a La Spezia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È il 16 ottobre 1943. Peter Fleig, allora ventiquattrenne, è di stanza alla base navale di La Spezia. È molto bravo nel suo lavoro: forte, resistente; il migliore. Il tenente colonnello Dal lo imbarca, in grande segretezza, e lo porta a Bastìa.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il giorno seguente, dopo un sonno agitato, Fleig, ancora all’oscuro di tutto, viene nuovamente imbarcato sulla vedetta e portato in un punto di mare aperto a circa due ore di navigazione. Lì gli viene spiegato che deve immergersi e individuare sul fondo roccioso una caverna sufficientemente grande e solida da contenere alcune casse di oggetti. Inutile dire che viene invitato a mantenere il silenzio e che l’invito, considerata la provenienza, è estremamente persuasivo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fleig si immerge un paio di volte prima di trovare, a circa sessanta metri di profondità, la grotta ideale allo scopo. Risale a bordo e descrive il frutto della sua esplorazione subacquea. L’esito della spedizione è più che soddisfacente, per gli ufficiali. È tempo di rientrare a Bastìa, chiudere gli imballaggi a tenuta stagna e tornare nei pressi di quella grotta per celare il tesoro.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fleig è, ormai, al corrente di tutto e può accedere, dunque, anche al bunker dei preziosi. Riesce a vedere il contenuto di alcune casse prima che vengano sigillate con catrame e carta bitumata. Resta esterrefatto: una quantità indescrivibile di oggetti di valore racchiusi in sei casse alte e profonde 40 cm e lunghe 80. Un bottino di guerra valutato, allora, più di 400.000.000 di marchi. Un valore assolutamente incalcolabile, oggi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È il 18 ottobre quando, a bordo di un motoscafo mimetizzato, Fleig e gli ufficiali delle SS portano le casse con il tesoro di Rommel al punto X, dove, il giorno prima, era stata individuata la grotta. Fleig si immerge, ma non la ritrova. Evidentemente non hanno seguito con esattezza le coordinate precedenti. Fleig, però, trova un’altra grotta altrettanto capiente e, senza dire che non si trattava di quella già esplorata, risale sollecitando l’immersione delle casse. Il tenente colonnello Dal, con il sestante, individua e segna le coordinate, che Fleig sbircia e si imprime nella mente. Finalmente è tutto pronto per l’occultamento del tesoro. Fleig si immerge e porta le casse, una ad una, sul fondale, fissandole con dei gavitelli all’ingresso della grotta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Perché Rommel e i suoi ufficiali hanno voluto celare il tesoro in fondo al mare, invece di portarlo a Berlino dove Hitler lo stava aspettando? Forse un indizio può essere scorto nel carteggio segreto di Rommel, rinvenuto dal figlio Manfred, dove si critica apertamente Hitler. È ben possibile, dunque, che il tesoro servisse a finanziare la ribellione degli ufficiali, di cui da tempo si vociferava, cosa che giustificherebbe anche gli eventi immediatamente successivi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>L’arrivo della Gestapo</b></span><span class="fs12lh1-5"><i></i></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La sera stessa dell’immersione delle casse, Fleig e i quattro ufficiali di Rommel tornano a La Spezia, ove era stata riservata loro una villa poco fuori città. Nel cuore della notte, però, il loro sonno viene interrotto bruscamente da violenti colpi all’uscio: la Gestapo irrompe e arresta tutti. Fleig, nel corso dell’interrogatorio, afferma di non conoscere il contenuto delle casse affondate e di non essere in grado di ritrovarle, stante il fatto che non gli erano state fornite le coordinate del luogo. Versione credibile, dopo tutto. Anche la Gestapo deve pensarla così, poiché, invece di ucciderlo, si limita a incarcerarlo per un mese. Inoltre, su Fleig non vengono praticati quei trattamenti disumani riservati ai prigionieri ritenuti colpevoli. Una volta liberato, lo si arruola nel battaglione SS diretto in Russia. Lì viene ferito e ricoverato in ospedale fino alla fine della guerra: un percorso fortunato, in fin dei conti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Diversa sorte è riservata agli ufficiali SS arrestati nella retata spezzina, i quali vengono sommariamente processati e giustiziati. La rapida esecuzione di ufficiali appartenenti ad un’organizzazione militare d’elite come la Schutzstaffel (SS), non è cosa comune. L’unica spiegazione possibile, dunque, è che facessero parte di un complotto contro Hitler. Di sicuro, con loro muore anche quel che sanno del tesoro. Unico depositario di quel segreto, dunque, resta Fleig.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>«Il mio tesssoro», direbbe Gollum</b></span><span class="fs12lh1-5"><i></i></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1948, Fleig organizza una prima spedizione alla ricerca del tesoro con il supporto delle autorità francesi che gli avevano promesso un terzo del valore recuperato. I termini dell’accordo, però, cambiano continuamente e Fleig, capendo che, alla fine, avrebbe avuto non più di qualche spicciolo, fa fallire l’impresa, conducendoli in un punto diverso. Mentre stanno tornando sulla costa, delusi dall’esito dell’operazione, Fleig sottrae loro un binocolo e una cinepresa sottomarina. Non ha i soldi per una spedizione di recupero in proprio. Cerca di organizzarsi rubacchiando qua e là strumenti utili, ma viene imprigionato a Bastìa.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In carcere gli giunge notizia che alcuni malavitosi locali, sapendo il giorno in cui sarebbe uscito, lo avrebbero atteso fuori per obbligarlo a recuperare il tesoro a loro vantaggio. Alcuni poliziotti, egualmente interessati a spartire il bottino, stringono un accordo: protezione in cambio di una parte del tesoro: lo fanno uscire qualche giorno prima del previsto e lo scortano, ma lo stratagemma non funziona e il gruppo viene inseguito a colpi di arma da fuoco. Fleig, rifugiatosi in città presso un presidio di polizia, viene alloggiato sotto scorta all’hotel Grimaldi di Bastìa.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Qualche tempo dopo, conosce un certo “Dick”. Non si saprà mai altro di lui se non che lo protegge sia dalla malavita locale, sia dai poliziotti interessati al tesoro. Con la sua protezione Fleig cerca di organizzare il recupero da solo, ma occorre materiale costoso e difficile da reperire. Si rivolge ad una ditta di Amburgo, specializzata in materiale subacqueo, e ordina uno scafandro corredato dell’attrezzatura utile a respirare in grandi profondità.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È rischioso, però, fare un ordine a suo nome: Fleig è sinonimo di “tesoro nascosto”. Il misterioso “Dick” suo socio, gli fa avere, dunque, documenti falsi. Da quel momento, Peter Fleig è ufficialmente scomparso. Al suo posto c’è un uomo nuovo di cui non sappiamo il nome; un uomo che ritira l’ordinativo ad Amburgo e che, forse, cerca invano il tesoro.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dal racconto dell’intervistatrice coreana sappiamo che torna in Corsica nel 1954 per dare seguito, finalmente, alla ricerca che lo ha impegnato una vita, ma di lui si perdono le tracce.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ha trovato il tesoro? È morto per mano della malavita locale che aveva gabbato illo tempore? È tornato in Corea? Ma, soprattutto, è mai davvero esistito il tesoro di Rommel?</span><strong></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>© di Raffaella Bonsignori</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 09.04.2018]</span><strong></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div> &nbsp;<div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Per approfondire</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Ezio Capello</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’oro di Rommel: è davvero esistito un tesoro dell’Afrilakorps?</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> Magenes, Milano, 2013</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Giorgio Cutrone</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Caccia al tesoro di Rommel. La storia di Peter Fleig</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in www.lafenicedelflacco.info/misteri-e-curiositagrave/caccia-al-tesoro-di-rommel-la-storia-di-peter-fleig#</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">David Fraser</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Rommel</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Mondadori, Milano, 1994</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Peter Haining</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Mystery of Rommel’s Gold: the Search for the Legendary Nazi Treasure</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Pavillon Books, London, 2004</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Desmond Young</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Rommel. La volpe del deserto</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Longanesi, Milano, 1965</span><strong></strong></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><strong><span class="fs12lh1 ff2"> </span></strong></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 09 Apr 2018 07:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Codice Leopardi di Lavia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006D"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify fs12lh1-5">Al teatro Vascello di Roma, solo per due giorni purtroppo, è andato in scena </div><i class="imTAJustify fs12lh1-5">Lavia dice Giacomo Leopardi</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">.</span><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un titolo che lascia presagire alta poesia; una scelta verbale, quel “dice”, che racchiude recitazione, ma anche interpretazione, empatia poetica, magma di rime, di assonanze, di allitterazioni, di suoni, di parole. Parole come siepi, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo escludono. Lo disvela Lavia, quell’orizzonte; un orizzonte che si stende tra la limpidezza espressiva e il tormento interiore di Leopardi: egli accompagna il pubblico tra i segreti racchiusi nelle parole non scritte, in quello che, seguendo la moda del momento, potremmo definire il “codice Leopardi”. Nel farlo tocca Pirandello, Shakespeare, Sartre. Lavia trasmette al pubblico pensieri e sentimenti e lo fa tanto nel profondo da renderli parte di tutti, fiamma ardente in ogni animo. <em>«Il mondo brucia dentro di noi, non fuori di noi»</em> scriveva Hermann Broch.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In palcoscenico, una sedia. Una sedia e Lavia, che riempie lo spazio e l’aria, come la cupola di S. Pietro quando si imbocca via Piccolomini. I romani mi potranno capire: vista dall’inizio della strada, la cupola giganteggia all’orizzonte, sembra lì, tangibile; poi, procedendo verso di essa, si allontana. Ebbene, come la cupola, Lavia è lì; è immenso e sembra vicinissimo. Invece è lontano, inarrivabile nella sua arte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il suo lungo monologo è un cerchio magico: finisce dove inizia. Nella struttura dello spettacolo, Alfa e Omega coincidono.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sia all’inizio dello spettacolo, sia alla fine Lavia dialoga con il pubblico, chiamandolo a recitare con lui alcuni versi. Con quel suo interagire, che rientra nella migliore tradizione del fare teatro, trasforma la voce del pubblico in un coro emozionato di giovani liceali in festa. Attori per un istante, partecipi di quel vortice di lirismo che Lavia, Maestro, anima in palcoscenico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sia all’inizio dello spettacolo, sia alla fine, Lavia dà vita ai versi di Leopardi attraverso una raffinata lettura critica che, senza nulla togliere all’elegia, dipinge un quadro. Il quadro, poi, si fa scena e la scena movimento: mani e piedi corredano la voce, il leggere tra le righe.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È <em>Il Sabato del Villaggio </em>ad aprire lo spettacolo, diventando una complessa scenografia immaginaria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le mani ricamano l’aria seguendo la metrica: da un lato il fascio d’erba della donzelletta, dall’altro le rose e le viole; una mano sfiora il crine, l’altra il cuore. Poi si spostano, in un volo immaginario: lavorano la lana con la vecchierella e le sue vicine. Le mani di Lavia descrivono quel vicendevole, lento aiutarsi delle tre donne impegnate nella filatura: la prima, forse, regge la matassa, l’altra la dipana, la terza, chissà, taglia il filo. Facile pensare alle Moire: Cloto, che fila lo stame della vita, Lachesi che lo avvolge sul fuso e Atropo che, con le sue forbici affilate, infine lo recide.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È seduto, Lavia, eppure, attorno a sé, genera un vortice di movimento. I piedi, anch’essi recitano: punta, tacco, punta e vediamo la vecchierella da giovane, mentre danza; poco dopo, il rumore più secco di quello stesso piede battuto in terra, più volte, a simulare il martello del legnaiuolo che, di tutta lena, s’affanna a terminare un lavoro. Ed ecco che la scena recitata si arricchisce del non detto: i <em>cosa</em>, i <em>quando</em> sono lì, invisibili e pur visibili, mentre Lavia ci guida a notarli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alla fine del cerchio c’è <em>L’Infinito</em>, con la sua storia di spazio e di tempo, di tensione eroica e perfezione lirica in quel fronteggiarsi dell’uomo con l’ineluttabile. Soffrire, sentire, amare ciò che non può essere amato; immaginare l’infinito oltre la siepe, il suo silenzio inconoscibile, turbato dal lieve fruscio delle foglie. Le osservazioni di Lavia si mischiano alla realtà del borgo, di quella Recanati di oggi, che tutti conosciamo, turisti romantici alla ricerca di una siepe che non c’è più, e della Recanati di allora, chiusa e riottosamente legata alle sue tradizioni, che trova in Monaldo, forse, immagine e specchio. Il Monaldo fervente illuminista, che cresce il giovane Giacomo nel gusto del sapere, mettendogli a disposizione la sua biblioteca, che è, forse, la prima siepe tra Leopardi e il resto del mondo. Ma anche il Monaldo anaffettivo, bigotto, arcigno, privo di qualsivoglia slancio sentimentale sia nei confronti del figlio che della moglie, il primo neppure menzionato nella sua autobiografia e la seconda ivi descritta come un <em>«ottimo investimento»</em>, una donna <em>«forte, intenta solo ai doveri e alle cure del suo stato, [che] non ha mai conosciuto altra volontà, piacere od interessi se non quelli della famiglia e di Dio»</em>. Sarebbe ingenuo pensare che la rigidità paterna non sia entrata in Giacomo, uscendo nei suoi versi dolenti. Moravia, nella presentazione all’autobiografia di Monaldo, scrive: <em>«Sono convinto che non si possano comprendere completamente la figura e l’opera di Giacomo Leopardi se non si conoscono la figura e l’opera di suo padre Monaldo. Naturalmente la poesia di Leopardi non si spiega e non si valuta con il fatto che era figlio dell’autore dei Dialoghetti. La poesia, proprio perché è poesia, sfugge a qualsiasi determinazione. Ma il rapporto tra Giacomo e Monaldo che poi vuol dire rapporto tra Giacomo e la famiglia, Giacomo e Recanati, Giacomo e la società italiana del tempo, mi sembra importantissimo per spiegare perché Leopardi fu un certo genere di poeta e non un altro, cioè espresse nella sua poesia una certa visione del mondo e non un’altra»</em>. Niente di men vero.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>Il Sabato del Villaggio </em>e l’<em>Infinito</em>. Inizio e fine dello spettacolo, come detto. Apertura e chiusura del cerchio. Al centro di quella circonferenza c’è il mondo delle liriche leopardiane, l’armonia dei ricordi, la crisi esistenziale dell’uomo. Ci sono <em>Il Passero Solitario</em>, <em>La Sera del Dì di Festa</em>, <em>A Silvia, </em>il <em>Canto Notturno di un Pastore Errante dell’Asia</em>, le <em>Ricordanze</em>, l’affanno della memoria, la falsa eternità dell’anima … Il tutto in un fluire morbido e intenso di parole, che ci suggerisce l’esistenza di un unico pensiero leopardiano, di un identico sentimento. Gli uomini sono tutti lì, in quell’essere ignari del Fato e, al contempo, avvolti dal finire della vita. Ogni giorno si muore un po’, dicono i filosofi. Leopardi lo chiama <em>«soggiorno disumano intra gli affanni»</em>. Eppure, c’è qualcosa di consolatorio nel suo pessimismo. Arriva dai suoi versi, soprattutto se recitati da Lavia, che li fa vivere nel cuore di chi l’ascolta. In Leopardi c’è la consapevolezza dell’infinito; un infinito in cui è dolce naufragare. È una cosa che va al di là di ogni credo, di ogni fede, o dell’assenza di essa; al di là del pessimismo e della disperazione. Semplicemente: chi possiede il senso dell’infinito non è mai solo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà, 08.04.2018]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 08 Apr 2018 09:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Amy Robsart e il suo amore proibito]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000025"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><em><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></em></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div><em><b>Passione e prigionia</b></em></div><div><strong><br></strong></div><div><span class="fs12lh1-5">Marzo 1554. Elisabetta Tudor, futura regina, viene imprigionata nella Torre di Londra dalla sorellastra, la famigerata Maria la Sanguinaria, figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona. La sovrana, cattolica e filo-spagnola, è impegnata a sopprimere il nazionalismo protestante di Thomas Wyatt, il quale volentieri vedrebbe sul trono la piccola Elisabetta, che sembra la sola ad aver ereditato il carisma e il temperamento di Enrico VIII.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Maria è stanca delle tante rivolte protestanti che le mostrano un Paese in parte disancorato dai suoi principi e dalla sua autorità. Il primo a contestarla tanto apertamente da provocare uno scisma, addirittura proclamando una seconda regina, era stato John Dudley, duca di Northumberland, il quale aveva pubblicamente riconosciuto la sovranità di sua nuora, Jane Grey, pronipote di Enrico VII. Maria era scesa su di loro con la furia di una sovrana spodestata e di una donna offesa: i Dudley erano stati tutti condannati a morte. I primi a cadere sul patibolo erano stati il duca, il figlio sposato con la Grey e, ovviamente, la “falsa” regina. Gli altri figli di Dudley, invece, erano stati imprigionati nella Torre di Londra in attesa di essere giustiziati. E, quando arriva Elisabetta, sono ancora lì.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sicuramente, non è facile, per la giovane Elisabetta, essere trascinata attraverso la Porta dei Traditori e imprigionata negli stessi luoghi che avevano visto la prigionia e la morte della madre, Anna Bolena. Quelle celle sono oscure, sporche, affollate di prigionieri.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Uno dei Dudley rinchiusi nella Torre, Robert, ha la stessa età di Elisabetta. È attraente, ha un portamento principesco e, soprattutto, ha l’aria di non essere stato piegato dalla sorte avversa che ha colpito la sua famiglia. La sua sicumera e la sua classe innata lo rendono affascinante, soprattutto agli occhi di Elisabetta, egualmente indomita, egualmente fiera. Tra i due nasce un forte legame. A dispetto della tradizione romantica, che vuole si siano conosciuti in quel triste luogo, innamorandosi a prima vista, Elisabetta e Robert si conoscevano sin da piccoli, poiché i Dudley erano i benvenuti alla corte di Enrico VIII. È ben possibile, però, che la comune prigionia li abbia avvicinati particolarmente in un vortice di sensazioni in bilico tra amore e solidarietà. Il mal comune, a volte, è ben più che mezzo gaudio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Robert è già sposato quando incontra Elisabetta nella Torre di Londra. Un matrimonio contratto a diciassette anni. La moglie si chiama Amy Robsart e il suo nome, in qualche modo, resterà a lungo legato a Robert e ad Elisabetta con risvolti drammatici.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Robert aveva sposato Amy per amore, su questo non c’è dubbio. Al tempo del matrimonio, Amy era figlia di un benestante signorotto di campagna; i Northumberland, invece, appartenevano ad una schiatta molto facoltosa e titolata. Nulla se non l’amore poteva, dunque, averlo spinto a questa scelta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Spesso, però, le passioni adolescenziali hanno la prerogativa di bruciare intensamente e con rapidità. Al tempo della prigionia di Robert, tra i due giovani sposi non c’è più nemmeno l’ombra della passione che li aveva condotti all’altare. Amy non si reca più di un paio di volte a trovarlo e Robert non sembra farsene cruccio: nonostante la condanna a morte che grava sulla sua testa, i loro addii non sono segnati da lacrime o disperazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Filippo II di Spagna, promesso sposo di Maria Tudor, convince la sovrana inglese a liberare sia la sorellastra, sia i Dudley, pur imponendo loro di non recarsi più a Londra. Le rivolte tentate ai suoi danni vanno perdonate, se davvero Maria vuole vivere secondo i precetti del Cattolicesimo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel mese di maggio 1544, dunque, Elisabetta torna in libertà e si stabilisce nella dimora di Hatfield, conducendo una vita rurale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Robert Dudley, invece, torna dalla moglie, vivendo accanto a lei stancamente e senza sentimenti. I due scoprono di non avere nulla in comune: lui è stato educato da gentiluomo e si interessa di lettere e di arte; lei sa a stento scrivere. L’assenza di figli, poi, completa il quadro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei quattro anni successivi alla liberazione dei prigionieri, la regina Maria inizia un declino. La sua intransigenza religiosa, la sua crudeltà allontanano il suo sposo e, soprattutto, il popolo, che segretamente inneggia ad Elisabetta regina ed esulta quando finalmente ad essa giunge la corona inglese, come se non vi fosse stato altro sovrano dopo il breve regno di Edoardo VI, figlio di Enrico VIII e della sua terza moglie, Jane Seymour.</span></div><div><em class="fs12lh1-5"><b><br></b></em></div><div><em class="fs12lh1-5"><b>La regina dai capelli rossi</b></em><span class="fs12lh1-5"><i></i></span></div> <div><span class="fs12lh1-5">Dudley è tra i primi a rendere omaggio ad Elisabetta. La raggiunge con fare principesco, montando un cavallo bianco. Elisabetta non può non restarne folgorata. Lo nomina Grande Scudiere e, da quel momento, Dudley la segue come un’ombra: cavalca dietro di lei quando Elisabetta entra trionfante a Londra per l’incoronazione; è accanto alla sua lettiga quando riceve le insegne regali. Amy si cela tra il pubblico festante, estranea, tuttavia, nel profondo del suo cuore, ad ogni forma di festosità. Del resto, come avrebbe potuto gioire nel vedere suo marito palesemente affascinato da un’altra donna?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Elisabetta ha venticinque anni. Da tempo avrebbe dovuto prendere marito. Moltissimi i pretendenti che iniziano a farsi avanti; tra costoro, l’arciduca Ferdinando di Praga, Emanuele Filiberto duca di Savoia, Eric di Svezia e Filippo II di Spagna, vedovo di Maria la Sanguinaria. In gioco c’è molto più di un’unione; ci sono la sicurezza e la prosperità dell’Inghilterra. L’ambasciatore spagnolo De Feria, in quei giorni, scrive: <em>«Tutto dipende dal marito che questa donna sceglierà»</em>. Per come vanno le cose a quel tempo, non ha torto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò nonostante, Elisabetta sembra imprigionata nell’eterna indecisione. Forse è timorosa delle conseguenze del matrimonio, del trasferimento di una grande parte del potere nelle mani del marito; o, forse, è determinata ad affermare la propria personalità, la propria capacità di regnante senza intromissioni. Dice di sé: <em>«Sarà una piena soddisfazione per il mio nome e anche per la mia gloria se, quando morrò, queste parole potranno essere incise nel marmo della mia tomba: qui giace Elisabetta, che regnò vergine e morì vergine»</em>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il carattere di Enrico VIII emerge in lei prepotente: deve avere tutto sotto controllo. Più facile gestire gli amanti nell’oscurità complice delle stanze di Palazzo, che sposare un uomo a cui concedere potere sul regno e su se stessa. C’è un che di teatrale, in tutto questo. Forse non è un caso se, in epoca elisabettiana, il teatro assume un’importanza artistica senza pari.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ovviamente, sono molte le voci che la sua indecisione muove nel sottofondo ciarliero della Corte e della vita del popolo. Tra di esse, prende piede quella del suo amore segreto e corrisposto per Robert Dudley, impedito dal preesistente matrimonio di lui. I favori della Regina lo rendono via via più inviso al popolo e, soprattutto, agli uomini di Corte. Elisabetta, quasi divertita dal senso di sfida che le chiacchiere producono in lei, afferma il suo volere al di là di qualunque parere dei consiglieri, investendo Dudley di sempre maggiori onorificenze, come il cavalierato della Giarrettiera; inoltre, trasferisce ben presto l’alloggio di Robert in un confortevole appartamento accanto al suo e si traveste da cameriera pur di mischiarsi alla folla ed applaudirlo durante le sue competizioni di tiro. Le lettere degli ambasciatori diventano quasi dei rotocalchi rosa e tutta Europa tiene gli occhi addosso alla Sovrana ed al suo Scudiere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Prove di un rapporto intimo tra i due, però, non ce ne sono.</span></div><div><em class="fs12lh1-5"><b><br></b></em></div><div><em class="fs12lh1-5"><b>L’infelice matrimonio dei Dudley</b></em><span class="fs12lh1-5"><i></i></span></div> <div><span class="fs12lh1-5">Nel frattempo, Amy Robsart, la moglie di Robert Dudley, trascorre giornate solitarie nella casa di campagna, allietata dal buon flusso di denaro che gli giunge dal marito; denaro che ella adopera, in gran parte, per acquistare abiti e gioielli da sfoggiare con gli amici che vivono nei limitrofi castelli. I beni materiali, però, non la compensano rispetto a quella sua unione matrimoniale priva di intimità e di amore. È sopraffatta dalla tristezza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’unica cosa di cui Robert sembra certo è che deve liberarsi di quel matrimonio. Il come è affare delicato. Esiste la possibilità di ripudiare la moglie, ma non è soluzione che collimi con il progetto di sposare Elisabetta in seconde nozze: la Chiesa anglicana, infatti, non vedrebbe di buon occhio le nozze della Sovrana con un divorziato. L’alternativa è la morte della povera Amy. Lei stessa non può non pensarlo: né i Tudor, né i Dudley, del resto, hanno mai rifiutato il delitto, se utile ai loro interessi. Deve sentirsi sola e profondamente vulnerabile, soprattutto dopo la morte del padre, che rappresentava una vigorosa ala protettrice, per lei.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Decide di trasferirsi a Cummor Hall, un’antica badia nei pressi di Oxford, dove risiede anche Anthony Forster, amministratore dei Dudley. Porta con sé due parenti povere come dame di compagnia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’8 settembre 1560, Amy insiste affinché le sue dame di compagnia e tutti i servitori si rechino alla fiera di Abingdon. È domenica e vuole che si prendano il giorno libero. Non sente ragioni. Lei può ben cavarsela anche da sola.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La sera, però, la tranquilla quiete di Cummor Hall viene squarciata da un urlo corale. Tornati dalla fiera con il sorriso ancora sulle labbra e una lieve ebbrezza che accompagna i loro passi le dame di lady Amy e i servitori di casa sono costretti a fermarsi, impietriti dall’orrore: ai piedi di una scala interna trovano il corpo privo di vita della loro signora. Ella giace riversa in un lago di sangue. La posa scomposta e innaturale degli arti la fanno assomigliare ad un fantoccio di pezza. Appare subito chiaro che è caduta dalle scale. Si è trattato di una disgrazia, di un suicidio, oppure è stata la mano di un assassino a spingerla giù, verso quel vuoto fatto di gradini spigolosi che l’hanno uccisa?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una vita spezzata, quella di Amy Robsart, per la quale inorridisce non solo il paese in cui la donna viveva, ma anche l’Inghilterra stessa, che fa immediatamente i conti con i vantaggi che quella morte distribuisce e i sospetti che ne conseguono.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tenuto conto che Dudley, quando era ancora in vita la moglie, sembrava convinto che presto avrebbe sposato la Regina, convinzione condivisa dal popolo tutto, non è peregrina l’ipotesi che, in qualche modo, sia coinvolto nella morte della moglie e che, dunque, quella morte non sia affatto accidentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">C’è anche da evidenziare, però, l’insistenza di Amy a rimanere sola, il giorno della sua scomparsa, cosa che renderebbe credibile il suicidio, giustificato, forse, dalla sua triste esistenza sentimentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’esito incerto di una caduta dalle scale, tuttavia, potrebbe indurre ad abbandonare entrambe le ipotesi: cadendo dalle scale è possibile anche farsi male senza morire e chi decide di suicidarsi o di uccidere qualcuno è propenso a scegliere un modo che renda certo l’evento esiziale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Forse si è trattato davvero di una disgrazia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò non toglie che il vociferare attorno a quella morte non cessa un attimo, investendo inevitabilmente anche il Palazzo Reale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da Maria Stuarda, cugina di Elisabetta e allora sposa di Francesco II di Francia, escono parole affilate come lame, che sottolineano come la <em>“fortunata circostanza”</em> consenta alla cugina di sposare al fine il suo scudiere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche Alvarez de Quadra, ambasciatore di Spagna succeduto a De Feria, sembra convinto della tesi del complotto omicidiario attuato da Dudley con il beneplacito di Elisabetta. Egli, infatti, afferma che, prima della morte della Robsart, la Sovrana inglese gli avrebbe confidato che costei stava per morire. In realtà non esce mai un riferimento temporale preciso, in ordine a questa dichiarazione, né alcuna prova che sia stata davvero resa. Elisabetta può ben trincerarsi dietro il distico coniato durante la sua prigionia e che l’accompagna lungo tutta la sua esistenza, soprattutto in quelle decisioni politiche occulte di cui la sua Inghilterra fa largo uso, come l’appoggio alla guerra corsara: <em>«Much suspected of me, nothing proved can be»</em> (molte cose sospettano di me, ma non possono provarne alcuna). Non si dimentichi, del resto, che l’ambasciatore spagnolo, chiamato ad agire nell’interesse della propria Nazione, la Spagna, ha tutto l’interesse a gettare discredito sulla Corona inglese.</span></div><div><em class="fs12lh1-5"><b><br></b></em></div><div><em class="fs12lh1-5"><b>Quella morte più ingombrante della vita</b></em><span class="fs12lh1-5"><i></i></span></div> <div><span class="fs12lh1-5">Onde evitare che i pettegolezzi travolgano la sua credibilità, Elisabetta spedisce Robert Dudley a Kew fino alla chiusura dell’inchiesta sulla morte della moglie. Scelta improntata ad una saggezza che la caratterizza in ogni frangente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di sicuro, la presenza di Amy Robsart tra Robert ed Elisabetta è più ingombrante ora di quanto non fosse quando era viva. La sua morte li sta separando.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Robert accetta malvolentieri l’allontanamento da Corte. Non che possa dirsi una prigionia. È, più che altro, un limbo dorato, quello di Kew, ma la lontananza da Londra e dalla <em>sua</em> Elisabetta lo affliggono. Al fine di abbreviare i tempi di indagine, intrattiene fitti rapporti epistolari con un suo parente, Christopher Blount, chiedendogli di indagare privatamente sulla morte della moglie; morte che grava sulle sue spalle a causa del pregiudizio generale. La necessità di affidare ad un suo uomo la supervisione dell’attività investigativa implica poca sicurezza e, anzi, il dubbio che Elisabetta possa tradirlo; che egli possa essere giudicato colpevole di omicidio. Non spende una parola di rammarico per la spenta vita della consorte. Le sue lettere di quel periodo fanno trasparire solo la preoccupazione di essere coinvolto, quand’anche solo nelle chiacchiere salottiere della Londra bene: <em>«Siccome non ho altro modo per mettermi al riparo dai discorsi maligni, se non facendo luce sulla piena e intera verità, io vi prego … che usiate ogni mezzo per scoprirla, senza rispetto di chicchessia»</em>. Un marito davvero prostrato dal dolore!</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Inutile dirlo, l’Inghilterra è inchiodata sul caso Dudley. Non si parla d’altro. L’ipotesi della disgrazia, forse la più plausibile, viene accantonata dal popolo. C’è sete di sangue. L’opinione pubblica desidera un colpevole. Anche Dudley ne vuole uno, ma non per la curiosità morbosa che nutre il popolo, bensì per salvare se stesso: se il coroner avesse concluso per il suicidio o la disgrazia, la colpa morale lo avrebbe comunque infangato. In fondo, aveva di fatto abbandonato la povera Amy, causandone indirettamente la fine. L’unica cosa che Dudley ritiene utile, in quel momento, è che Blount focalizzi la sua attenzione di investigatore su qualcuno, un potenziale assassino da crocifiggere pubblicamente, da dare in pasto al popolo, da usare per lavarsi la coscienza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Inizialmente, il capro espiatorio perfetto sembra la cameriera personale di Amy. Lei insiste che deve essersi trattato di disgrazia. È una fervente cattolica e rifugge l’idea del suicidio, dalla quale vuole mettere al riparo anche la memoria della sua padrona, cui è molto affezionata. La sua insistenza viene presa come una scientifica intenzione di allontanare dagli inquirenti il sospetto che si sia trattato d’altro. La sua bontà e la sua devozione, però, rendono pressoché impossibile costruire la sua colpa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Blount continua i suoi interrogatori, le sue indagini. Riesce ad avvicinare anche i membri della giuria e scopre che sono tutti campagnoli ingenui ed onesti, assolutamente ostili ad Anthony Forster, il padrone della casa in cui Amy aveva dimora, l’amministratore dei beni dei Dudley. Robert ha una folgorazione: è lui l’uomo perfetto. Ha avuto l’opportunità di commettere il delitto e anche il movente. È il tipo d’uomo, infatti, che, per conquistare le simpatie dei potenti farebbe qualunque cosa ed è innegabile che la morte di Amy avrebbe fatto molto piacere alla Sovrana, innamorata di Dudley.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il raggiro dei giurati da parte di Blount, però, non funziona un gran che. Forse sono meno sempliciotti di quanto Robert pensi. Il verdetto è morte accidentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il 22 settembre Amy viene finalmente sepolta nella chiesa di Maria Vergine, ad Oxford. Il verdetto non convince tutti. Robert Dudley chiede insistentemente di riaprire il caso: vuole uscirne completamente pulito, vuole un colpevole che allontani da sé il sospetto dei ciarlieri di Corte. Nulla da fare.</span></div><div><em class="fs12lh1-5"><b><br></b></em></div><div><em class="fs12lh1-5"><b>Accuse ritrattate ed un nuovo amore</b></em><span class="fs12lh1-5"><i></i></span></div> <div><span class="fs12lh1-5">Poco dopo il processo, Dudley rientra a Corte e torna a rivestire un ruolo preminente al fianco di Elisabetta. Ormai nessun ostacolo sembra impedire le nozze tra i due, eppure nulla accade. Elisabetta, probabilmente, è ben consapevole del fatto che, sposando Dudley, avrebbe vergato agli occhi del suo popolo e della storia, il suo coinvolgimento nella morte di Amy; coinvolgimento che, ancorché indiretto, avrebbe gettato un’ombra pesante sulla Corona, facendole perdere il rispetto del popolo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 1567 accade qualcosa di inaspettato. Il fratellastro di Amy, sir John Appleyard, lancia accuse contro Robert Dudley, affermando che sia lui il responsabile della morte di Amy. Recuperata ormai la sua forte posizione a Corte, Dudley costringe Appleyard a ritrattare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel frattempo, allontanatasi definitivamente la prospettiva del matrimonio con la Regina, Dudley si dedica all’arte amatoria con altre donne, mantenendo assoluto riserbo per non suscitare le violente crisi di gelosia di Elisabetta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In totale segreto ha un figlio da Douglass Sheffield, la quale, più tardi, affermerà, non creduta, d’essere sua moglie, fatto categoricamente smentito da Dudley. Dopo di che sposa Lettice Knollys, biscugina di Elisabetta e sua dama di Corte. La loro attrazione risaliva a molto tempo prima che morisse la Robsart, ma era sempre rimasta latente: Dudley non l’aveva fomentata perché ancora credeva di poter sposare la Regina e Lettice, avendo capito che la prospettiva di un matrimonio regale non avrebbe potuto essere spazzata via neppure dall’amore vero, si era nel frattempo sposata con Walter Devereux. La passione, però, è come uno tsunami: all’inizio sembra un’onda sulla quale poter navigare in tutta tranquillità e poi si trasforma in una furia travolgente. Quando Devereux viene mandato in Irlanda per affari di Stato, l’attrazione tra Lettice e Robert Dudley esplode e diventano amanti. In assoluta segretezza, è ovvio. <em>“Segretezza”</em>, tuttavia, è un sostantivo inusuale in una Corte come quella inglese del Cinquecento. Elisabetta, infatti, sospetta fortemente e allontana da Corte Lettice. Sforzi inutili.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 1576 Devereux muore e, due anni dopo, Lettice sposa Dudley. Elisabetta ne viene a conoscenza due mesi dopo e reagisce come un leone ferito. Dapprima bandisce entrambi da Corte, ma, poi, pensando di fare, così, il loro gioco, lasciando che vivano la loro unione in tutta tranquillità, richiama a Corte Dudley, affidandogli pericolose missioni all’estero.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 1585, un anno dopo la morte del figlio treenne di Lettice e Robert, Elisabetta ordina a quest’ultimo di recarsi nei Paesi Bassi a combattere gli spagnoli sotto l’egida della Repubblica delle Sette Province Unite. Qui, l’anno seguente, Dudley accetta la carica di Governatore. Il timore di Elisabetta che egli porti nei Paesi Bassi la moglie e viva lì con lei, negli agi e nella felicità coniugale, non si trasforma in realtà. Ciò nonostante, Robert ha forte nostalgia della moglie, alla quale è legato da un amore profondo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel dicembre 1586 torna a casa. Elisabetta non sopporta la loro felicità e ancora una volta fa in modo che si rechi nei Paesi Bassi. L’anno seguente, compreso il fatto che non avrebbe mai potuto stare con la moglie se avesse continuato ad essere Governatore, Dudley rinuncia alla carica, ma gode poco della ritrovata unione coniugale, poiché nove mesi dopo muore di malaria.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La vendetta di Elisabetta nei confronti di Lettice, la donna che le ha sottratto il grande amore, non è ancora finita. Nel 1599 spedisce il figlio maggiore di Lettice, Robert Devereux II conte di Essex, in Irlanda, dove si sta combattendo la Guerra dei Nove Anni. Robert fallisce nel sedare la rivolta e, senza il permesso della Corona, torna in Inghilterra, di fatto disertando. Viene, dunque, arrestato. Lettice si umilia davanti alla biscugina pur di negoziare il rilascio del figlio. Forse inebriata dallo <em>ius vitae ac necis</em> che in tal modo sta esercitando, Elisabetta lo libera.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 1601, però, il giovane Robert, amareggiato per il trattamento subìto, organizza una rivolta contro la Regina, coinvolgendo anche il patrigno, Christopher Blount, l’amico investigatore di Dudley che, nel frattempo, era diventato il terzo marito di Lettice. La rivolta viene soppressa sul nascere ed Elisabetta, col gusto di una vendetta che, finalmente, si completa, manda alla forca sia Robert, sia Christopher. Lettice in un solo colpo perde il figlio e il marito.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Morte, però, non conosce classi sociali, né si lascia influenzare dalla miseria dei poteri terreni: due anni dopo si prende anche Elisabetta. Il suo successore, Giacomo IV, riabilita Lettice, la riammette a Corte, le restituisce molti dei denari che Elisabetta le aveva sottratto. Non può restituirle il figlio, ma le restituisce senza dubbio la dignità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Al contrario di Elisabetta, Lettice morirà novantunenne e porterà con sé le drammatiche e incredibili vicende che hanno legato il suo nome a quello di Robert Dudley e, indirettamente, a quello di Amy Robsart, la sfortunata prima moglie di Dudley caduta dalle scale per sua stessa volontà, o forse per disgrazia, o forse per mano di un assassino che la storia ha cancellato. Un dramma elisabettiano in piena regola.</span></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"> </div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">[InLibertà.it, 03.04.2018]</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Foto da dipinto, 1870 ca, di pubblico dominio (fonte Wikipedia)</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"> </div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff2">Carolly Erickson</span></b><span class="fs12lh1-5 ff2">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff2">Elisabetta I. La vergine regina</span></i><span class="fs12lh1-5 ff2">, Mondadori, Milano, 1983</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff2">Philippa Gregory</span></b><span class="fs12lh1-5 ff2">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff2">L’amante della regina vergine</span></i><span class="fs12lh1-5 ff2">, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 2004</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff2">Neville Williams</span></b><span class="fs12lh1-5 ff2">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff2">All the Queen’s Men</span></i><span class="fs12lh1-5 ff2">, Cardinal, London, 1974</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 03 Apr 2018 07:03:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Addio a Luigi De Filippo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006C"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Roma, 31 marzo – Il mondo del Teatro è in lutto per la morte di Luigi De Filippo, figlio dell’indimenticabile Peppino e nipote di Eduardo. Nato il 10 agosto 1930, segue sin da piccolo il padre nei vari teatri. Lo spettacolo, dunque, gli entra nelle vene. Cresciuto calcando le scene, è stato attore, regista e commediografo, e porta con sé, in quell’inconoscibile altrove chiamato aldilà, un cognome che al teatro ha dato moltissimo e che rappresenta una pietra miliare della tradizione scenica partenopea.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>«Per me non esistono teatri ma solo individui dotati di genialità artistica, e questi, secondo i loro temperamenti, faranno arte comica o arte tragica, faranno ridere o faranno piangere … Quando, poi, gli artisti veri spariscono, decade il relativo teatro» </em>scriveva Benedetto Croce in una lettera indirizzata a don Eduardo Scarpetta, capostipite della dinastia dei De Filippo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In medio stat virtus: l’opera, produzione letteraria prima che teatrale, ha una sua importanza innegabile, una sua eternità; ma gli attori, dice il vero Croce, sono fondamentali. L’attore dà voce a dialoghi inanimati, rendendo vivi i personaggi. Un atto creativo in piena regola. Il bravo attore, seguito dal bravo regista ovviamente, resta fissato in modo indelebile alla storia teatrale, al personaggio, a quella vicenda di fantasia che diventa il vissuto di un’ombra, falso eppure tangibile, più vero di molte verità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I De Filippo rappresentano ancora, nel ricordo di molti, il Teatro, con la “t” maiuscola. Il loro nome resterà legato per sempre alle grandi opere di prosa, dai classici a quelle che hanno scritto loro stessi e che hanno varcato i confini familiari per diventare magnifico esempio di drammaturgia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La morte di Luigi De Filippo segna, purtroppo, la fine di un’epoca. Era l’ultimo rappresentante del teatro dei De Filippo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La Compagnia De Filippo nasce sotto la guida di Eduardo. Ne fanno parte Titina, la sorella maggiore, bravissima attrice anche di cinema, e Peppino, due anni meno di Eduardo e una naturale, prorompente comicità. Con il passare del tempo, la direzione di Eduardo va stretta a Peppino, il quale, nel 1944, ingaggiato da Paone, lascia la Compagnia familiare, mettendo tutti in crisi. Molti teatri, persino l’Eliseo di Roma, negano ai De Filippo il cartellone, poiché, senza Peppino, temono un disequilibrio nella rappresentazione tragicomica. Eduardo entra in una profonda crisi dalla quale uscirà scrivendo <em>Napoli Milionaria</em>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel luglio del 1946 Peppino scrive una lettera al fratello nella speranza di riallacciare buoni rapporti; la risposta di Eduardo sembra possibilista, ma, in realtà, come avviene nella maggior parte delle sue opere, cela un pessimismo travolgente e un’aspra negazione: <em>«[…] La tua lettera non accusa, non offende, non giustifica: accomoda. Ancora una volta l’amore fraterno affiora e vuol riverniciare a nuovo un pezzo di ferro scalfito prima, su cui la ruggine del tempo ha disperso le tracce delle scalfitture … No caro Peppino … minuziosamente dobbiamo prima, insieme, grattare tutta la ruggine, rimettere alla luce tutte le scalfitture, individuarne l’autore … e poi … la vernice dell’amore fraterno saprà mettere a nuovo e rendere lucente questo pezzo di ferro che nulla di male fece per meritare un accomodamento ipocrita. Scusa se ti ho parlato così, ma è la maniera migliore per far diventare uomini due fratelli, e fratelli due uomini»</em>. La frattura tra i due fratelli non si risanerà più.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1980, quando muore Peppino, Eduardo pronunzia parole commosse, ma lo strappo fraterno non viene sanato neppure dalla morte: <em>«Adesso mi manca. Come compagno, come amico, non come fratello»</em>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nonostante tutto, però, quel cognome, De Filippo, continua a regnare sovrano nel mondo del teatro e del cinema, accomunando tutti i fratelli nel ricordo collettivo della migliore drammaturgia. E tanto vale anche per i loro figli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Seguendo le orme paterne, Luigi diventa presto un bravissimo artista; una carriera ricca che, nel 2011, culmina con la direzione del Teatro Parioli, denominato Parioli – Peppino De Filippo, in onore di suo padre.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A partire dagli anni Sessanta, oltre al teatro, ottiene qualche ruolo in opere cinematografiche e in fiction televisive. Il 1978 segna un momento di grande crescita professionale: lascia la Compagnia teatrale paterna per fondarne una propria, dedicandosi al teatro partenopeo ma anche ad autori classici come Pirandello, Gogol e Molière. In quello stesso anno ottiene una parte nella fiction <em>Storie di Camorra</em>, esperienza che ripete nel 1987 con <em>La Piovra 3</em>, dove interpreta magistralmente il giudice Venturi. La passione per il teatro, però, è talmente radicata in lui, viscerale e preponderante, da diventare, in ultimo, assolutamente esclusiva.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al <em>suo</em> Parioli, porta in scena il meglio della produzione dei De Filippo. Fino all’ultimo. Dal 26 dicembre al 14 gennaio 2018, recita in <em>Natale in Casa Cupiello</em>. Dal 17 al 22 aprile avrebbe dovuto ripercorrere la storia della sua famiglia in <em>De Filippo racconta De Filippo</em>, un monologo che, fatalmente, dovrà essere cancellato e che, forse, avrebbe restituito al suo pubblico, al di là di ogni incomprensione e di ogni screzio, l’immagine corretta e veritiera di una famiglia che rappresenta il teatro italiano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Luigi, infatti, sin da ragazzo non segue l’onda della divisione familiare; anzi, persevera nel cercare di ristabilire i giusti equilibri. Il suo rapporto con Eduardo non risente dei contrasti tra questi e suo padre Peppino. Al contrario, prova grande ammirazione per lo zio e, negli anni, lo va spesso a trovare, chiedendogli anche preziosi consigli professionali. Cresce, dunque, accanto a Luca, il figlio di Eduardo. I due si amano in modo fraterno e si rispettano profondamente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche Luca calca le scene sin da piccolo, assorbendo l’incredibile capacità, propria del padre, di fondere comicità e drammaticità. Prima con Eduardo e poi da solo porta in scena i capolavori paterni. I due cugini, però, decidono di non lavorare mai insieme per non replicare, agli occhi del pubblico, un binomio teatrale e familiare che, inevitabilmente, li avrebbe messi a confronto con i loro genitori. Comprensibile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Purtroppo, Luca muore nel 2015 a soli 67 anni, portandosi via gli sguardi e le pause di Eduardo, che rivivevano in lui, per genetica e per apprendimento; i suoi sorrisi mesti; i suoi ammiccamenti di fronte ad una vita che sembra qualcosa ma si rivela sempre qualcos’altro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al funerale laico del cugino, tenutosi al teatro Argentina di Roma, Luigi spende parole di grande legame con la famiglia: <em>«Quando dal palcoscenico ringrazierò il pubblico che mi applaude, ti sentirò vicino a me perché sei parte di me»</em>; e conclude il suo discorso con un riferimento a quel <em>Natale in casa Cupiello</em> che entrambi hanno portato più volte in scena: <em>«Luca, pure a me nun me piace o’ presepio»</em>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Oggi, la morte ha bussato alla porta di Luigi. Il sipario si è chiuso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Credo nella sopravvivenza dell’anima, però; credo nelle cose che non finiscono per sempre. E, dunque, mi piace pensare che, quando il sonno mortale ha preso Luigi, le voci di Peppino e di Eduardo, finalmente unite, l’abbiano risvegliato alla luce affidandogli il ruolo che ha segnato le sue prime esperienze di teatro, lo stesso che lui ha citato salutando il cugino: <em>«Lucarie’, Lucarie’, scetate, songh ‘e nnove»</em>.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 31.03.2018]</div><div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© Foto di Andreas Glöckner da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 31 Mar 2018 09:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Frizzi. L'eredità di un gentiluomo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altro"><![CDATA[Altro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008C"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify fs12lh1-5">Roma, 28 marzo 2018 – Piazza del Popolo è gremita di persone attonite, tristi, sconsolate per la scomparsa di Fabrizio Frizzi. Affollano la piazza su cui si affaccia la basilica di S. Maria in Montesanto, la Chiesa degli Artisti, dove si stanno celebrando le esequie. Anche la chiesa è gremita di volti noti e meno noti: amici, parenti, colleghi. Tutti presenti per quell’ultimo saluto.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Antonella Clerici e Carlo Conti leggono, con la voce rotta dal pianto, la preghiera degli artisti: <em>« … Ti preghiamo per noi, per tutti gli Artisti, per il mondo distratto. Fa’ che possiamo aiutare tutti gli uomini a scoprire qualcosa di Te attraverso la nostra arte …»</em>. Non c’è dubbio che Fabrizio l’abbia fatto, che abbia parlato di Dio attraverso la sua arte e, soprattutto, attraverso la sua vita. Flavio Insinna ha letto <em>Amicizia</em>, una splendida poesia di Borges che sembra scritta per Fabrizio, l’amico di tutti, quell’amico che non si tira indietro se deve aiutare, se deve camminare accanto a qualcuno. Gli era stata dedicata qualche tempo fa. Oggi ha un sapore decisamente diverso, ma segna il permanere di una sensazione bella che neppure il dolore scalfisce, quella che solo il sorriso di un amico sa dare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Applausi scroscianti e mesti al contempo seguono le parole dell’Officiante, la benedizione, il lento percorso della bara sostenuta a spalla da fratello Fabio e da alcuni suoi amici. Mi colpisce l’immobilità della moglie, Carlotta Mantovan, la sua compostezza e quel suo dolore così profondo, così viscerale da non riuscire a disincrociare le dita, serrate in una preghiera che ha tutta l’aria di essere un dialogo con lui, il suo lui, in un piano irraggiungibile a chiunque.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un maxi schermo in piazza del Popolo trasmette la cerimonia funebre, che è in onda in diretta sulla rete nazionale. Qualche turista, impossibilitato a raggiungere il centro della piazza a causa della folla, passa al margine e pensa si tratti di un funerale di Stato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In realtà è ancor più di un funerale di Stato, è una funzione che ha chiamato a raccolta tutti gli italiani per l’ultimo saluto ad uno dei volti più amati della televisione, al quale avevano già iniziato a rendere omaggio ieri, mettendosi in fila in più di diecimila, per accedere alla camera ardente allestita nella grande Sala degli Arazzi della sede Rai di viale Mazzini. Da quel triste lunedì 26 marzo in cui abbiamo tutti ricevuto, chi personalmente, chi attraverso i media e i social, la tragica notizia della sua morte, si è fermata la città, si è fermata la programmazione televisiva, completamente incentrata sul ricordo di lui e della sua vita; si è fermata l’Italia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non credo che Fabrizio, nella sua semplicità e nella sua umiltà, avrebbe mai potuto immaginare una cosa simile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo conobbi anni fa nel negozio di abbigliamento dei miei genitori, di fronte alla Rai. Era un cliente affezionato. La sua cortesia e la sua signorilità erano impagabili. Poi il negozio chiuse e, qualche giorno dopo, mio padre volò in Cielo. Ricordo ancora le belle parole di conforto che seppe dirmi Fabrizio quando lo incontrai casualmente in via Teulada: trovò il tempo di fermarsi e di offrire consolazione a me, che, in fondo, ero un’estranea.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In questi due giorni, di lui è stato detto e scritto moltissimo; abbiamo scoperto fatti ignoti e riscoperto quelli noti; abbiamo capito che la sua generosità era di quelle vere, autentiche, sentite, che non chiedono pubblicità, che non vogliono riflettori. Ha donato il midollo osseo ad una splendida ragazza, Valeria Favorito, che oggi vive grazie a lui; ha sempre fatto moltissima beneficenza; non si è mai risparmiato nel prestare il proprio volto per la ricerca medica, nel partecipare fattivamente ad iniziative umanitarie. Tutti coloro che l’hanno contattato per chiedere la sua presenza in qualche spettacolo o serata dove si aiutavano le persone meno fortunate o si dialogava con i ragazzi, ha trovato la sua disponibilità, senza mai chiedere compensi. Ne parlavo proprio ieri con il caro amico Giacomo Ebner, giudice del Tribunale Penale di Roma, il quale, quando ideò e realizzò la prima Notte Bianca della Legalità, bel progetto che mi ha immeritatamente vista tra gli avvocati ospiti e che vedeva i ragazzi di moltissime scuole romane entrare in tribunale e parlare di legalità con avvocati, magistrati e volti noti dello spettacolo, trovò in Fabrizio Frizzi un alleato, un sostenitore, una persona presente per parlare con i ragazzi, per aiutarli, con la sua esperienza e la sua semplicità di uomo per bene, nel cammino della vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Padre Angelo Celani, direttore dell’istituto Calasanzio, dove ha studiato Frizzi, rivela che, a sedici anni, aveva formato un gruppo di amici per assistere, a turno, le persone meno fortunate. Sembra di capire che non è mai cambiato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le lacrime agli occhi vengono a chiunque, parlando di lui. Non è possibile altrimenti. Tutte queste lacrime, versate da gente sconosciuta, da amici, parenti, colleghi, politici; tutte queste lacrime che lavano via qualunque differenza, accomunando tutti, ma proprio tutti nel dolore per la scomparsa di un uomo di spettacolo percepito come un fratello, un amico, una persona di famiglia; tutte queste lacrime sono molto più di un pianto corale, sono motivo di riflessione, un’attenta riflessione su quella che è l’eredità del gentiluomo Fabrizio Frizzi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fabrizio è stato un uomo di spettacolo, un serio e preparato professionista; è stato un generoso sostenitore di chiunque avesse bisogno, mettendosi in gioco personalmente, perfino sottoponendosi ad un intervento chirurgico per donare il midollo osseo; è stata una persona sorridente anche nelle difficoltà, una persona che non ha mai parlato sopra le righe, non ha mai assunto toni spiacevoli, non si è mai vantata del successo, non è mai stata cattiva; è stato un marito amorevole, un padre che pendeva dal sorriso della sua creatura, Stella, il capolavoro della sua vita, come amava ripetere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se tutto ciò ha commosso l’Italia, ha fermato l’Italia, vuol dire che gli italiani ancora sanno riconoscere il valore, il coraggio, l’empatia, la serietà, la bontà. È questa la grande eredità di Fabrizio Frizzi: averci ricordato che esiste un modo di vivere la vita che fa bene a noi stessi e agli altri e che è ammirevole, è da imitare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Da oggi, molti italiani, spero, saranno un po’ meno egoisti, un po’ meno arruffoni, un po’ meno incuranti, un po’ meno fanatici del proprio nulla o del proprio qualcosa; doneranno il sangue, se potranno; doneranno il midollo osseo; faranno beneficenza e sosterranno la ricerca medica; staranno vicini ai bambini, che sono un dono prezioso; staranno vicini alle persone anziane, che hanno dato tanto e, a volte, restano soffocate dalla solitudine; saranno più umili, perché non c’è successo, denaro o capacità che giustifichi un atteggiamento supponente; saranno più generosi, più attenti agli altri. Da oggi, molti italiani, spero, saranno un po’ meno se stessi e un po’ più Fabrizio Frizzi. Questa credo sia la sua inestimabile eredità.</span></div><div class="imTAJustify"><b> </b></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 28.03.2018]<span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di John Hain da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 28 Mar 2018 10:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Jannuzzo - Caprioglio e l'arte della commedia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006B"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In scena al teatro Quirino di Roma, dal 13 al 25 marzo, l’esilarante commedia di Pierre Chesnot <em>Alla Faccia Vostra</em>, un’importante produzione di Rosario Coppolino, con Gianfranco Jannuzzo e Debora Caprioglio per la regia di Patrick Rossi Gastaldi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Aveva ragione Dario Fo quando diceva che soltanto nel divertimento, nel ridere si ottiene una vera crescita culturale. Ridere è una cura a tutti i mali che la società impone e il ridere di Chesnot è anche un modo per guardare in quella società come in un abisso specchiato, vedendovi riflessa l’immagine degli altri ma anche di noi stessi: una piccola parte di noi, forse, quella meno generosa, meno affabile, meno ammirevole che, tuttavia, nessuno può negare di avere, quand’anche dormiente nell’angolo più remoto dell’inconscio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>Alla Faccia Vostra</em> è una commedia brillante che si innesta in una realtà problematica, meschina, affetta dalle albagie e dalle ipocrisie dell’uomo, che il Destino, grande vecchio dal raffinato <em>sense of humor</em>, si diverte a vanificare. Ed è proprio il Destino uno dei grandi protagonisti di questa pièce. È il “puparo” per dirla con i siciliani, colui che manovra le brame e i sentimenti dei personaggi; bassi sentimenti marchiati dall’avidità. È una commedia che si equilibra tra bieca cupidigia e aspirazioni irrealizzate. La storia è semplice: un eterogeneo gruppo di persone si riunisce in casa di un famoso scrittore per piangerne la morte, una morte che serba sorprese. Ogni personaggio ha lo sguardo fisso all’eredità, al proprio interesse, e si comporta in modo gretto e disumano, come fanno i <em>Parenti Serpenti</em> di Monicelli, ma dovrà fare i conti con l’imprevisto che rende la storia mai scontata, fino all’ultimo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Pierre Chesnot, noto commediografo francese contemporaneo, scrive quest’opera seguendo la migliore tradizione della commedia francese degli equivoci, dei sotterfugi; lavora sulla meschinità e sulla giocondità, che rappresentano facce diverse dello stesso universo comico. È un’opera mirabilmente in bilico tra la commedia d’intreccio e quella di carattere, per il prevalere ora dello stretto dipanarsi degli episodi scenici, ora del delineamento di difetti e viltà; tra il vaudeville, di cui cattura la malizia, e la pochade, per il ritmo serrato e il gusto dell’equivoco consapevole, che imprigiona il personaggio nelle sue stesse menzogne. Ma è anche farsa, secondo me; una farsa d’arte che evoca Moliere. Ha una struttura perfetta per ridere e riflettere sulle bassezze umane. Ha malintesi e parentesi comiche, lazzi, ambiguità, gioco di confusione e di interferenza, nonché un equilibrio caratteriale precario dei personaggi, sottolineato dal movimento dei corpi, che segue un crescendo costante. La comicità di <em>Alla faccia vostra </em>non nasce solo dalle battute e dalla mimica attoriale, ma dal contesto in cui si svolge la vicenda, che diventa esso stesso protagonista attraverso il movimento: porte che si aprono e che si chiudono ritmicamente, alla Faydeau; cadenzati ingressi in scena e altrettante uscite, il tutto segnato da un’intrinseca musicalità delle movenze, da un serrato ritmo della gestualità. Una sorta di gioco verbale e non verbale, in cui, ovviamente, riveste un ruolo importante la struttura delle scene, la disposizione delle porte e dei mobili, che parlano quanto gli attori, seguendo le armonie del testo. In questo non semplice ruolo recitativo delle scene, lo scenografo Andrea Bianchi ha fatto, secondo me, un capolavoro: giusta la scelta di disporre le tre porte vicine, ad anfiteatro, quasi a tracciare, nel percorso delle entrate e delle uscite, un invisibile doppia ellisse intrecciata, una lemniscata, simbolo dell’infinito. Una soluzione, questa, ben diversa, ad esempio, da quella adottata in Francia, nel 2016, nello stesso spettacolo, che ha visto protagonista Bernard Mendez. Le due porte laterali, in quell’allestimento scenico, erano state poste ad angolo retto rispetto all’apertura centrale, generando un gioco di entrate ed uscite forse meno fluido e morbido, meno “musicale”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inoltre, la scenografia di Bianchi ben cristallizza il contesto surreale di quel trionfo di meschinità. Mi spiego meglio. Le pareti della stanza in cui si svolge la vicenda sono per gran parte coperte da una boiserie che incornicia anche le porte, la più grande delle quali, quella centrale, si apre su un tendaggio bianco drappeggiato e, dall’inizio del secondo atto, su una corona di fiori. Legno, tessuto drappeggiato e corona di fiori: è come se quel salotto fosse una bara aperta in cui recitano i cinici parenti dello scrittore defunto, i suoi falsi amici; una bara in cui la sete di denaro anima una <em>danse macabre</em>, trasformando ogni personaggio in un morto a sua volta, morto nell’anima, nel pensiero, nell’assenza di umanità; un morto inconsapevole d’essere tale perché intento ad esorcizzare la morte con l’esultanza che origina dall’aspettativa di ricchezza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’opera di Chesnot ha anche un altro carattere, che la pone da regina nella tradizione comica francese; carattere definito dal filosofo Henri Bergson <em>inversione</em>. Lo ritroviamo in tanti fulgidi esempi teatrali d’ogni epoca, da Plauto a Shakespeare, da Pirandello a Eduardo De Filippo: l’antieroe, sia esso codardo, ignavo, meschino, o fedifrago, diventa simpatico, cattura il favore del pubblico. E, nel catturare il pubblico, Gianfranco Jannuzzo, si sa, è maestro. Il palcoscenico lo ama e lui ama il pubblico, rendendolo sempre entusiasta qualunque sia il ruolo che interpreta, dal teatro di Garinei e di Proietti al <em>One Man Show</em>, da Shakespeare a Pirandello, da Coward a Ludwig, da Ritchie a Chesnot. È così anche in questo caso, infatti: il pubblico ama con lui il piccolo uomo che interpreta, Lucio Sesto, genero del defunto, invischiato nell’avidità, nei suoi problemi economici, nelle sue speranze di miglioramento che palesano gioia laddove dovrebbe regnare solo tristezza; l’uomo che non riesce a piangere la morte del suocero, poiché quella morte rappresenta la sua prospettiva di riscatto. È un povero diavolo simpatico e arguto che diventa l’antieroe applaudito di cuore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche Debora Caprioglio è un’antieroina amata dal pubblico. In <i>È<em> ricca, la sposo e poi l’ammazzo</em></i>, che ha portato in scena qualche tempo fa, sempre con Jannuzzo, interpretava una donna bruttina, dimessa, un’entomologa ricca ma priva d’attrattive fisiche. La sua prorompente bellezza, che l’ha resa famosa al cinema, era stata occultata per lasciare spazio solo a buona recitazione e vena comica. Qui, invece, la fisicità torna, ma con una deliziosa autoironia. È la seconda moglie dello scrittore defunto, una toy-girl interessata solo alla cospicua eredità dell’anziano marito in modo da potersela godere con l’amante. Ben definita anche dall’abbigliamento provocante, assume esilaranti pose da sciantosa anaffettiva, chiamate ad evidenziare gli inesistenti sentimenti per il marito e usa un linguaggio perfettamente in linea con questo suo atteggiamento, arrivando ad esprimersi con fonemi volutamente incomprensibili e irresistibilmente comici che dovrebbero celare un singulto, un pianto sommesso: <em>«E’ diffi-ci-ci-ci-ci-le»</em>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Bravissimi anche gli altri attori, ognuno capace di rendere brillante il proprio ruolo. Antonio Rampino, che ci regala un eccezionale professor Garrone, uomo in bilico tra l’etica di medico e la brama d’acquistare a poco l’appartamento del defunto; Antonella Piccolo, che interpreta Luisa Denari, la governante, l’unica apparentemente sincera nel dolore; Paola Lavini, che tratteggia con grande bravura i sentimenti che legano Vanessa, il suo personaggio, sia al padre, lo scrittore della cui eredità tutti sono bramosi, sia al marito, Lucio Sesto; Antonio Fulfaro, il signor Corona, il becchino, anch’egli dedito ad un linguaggio a volte imprigionato in un dialetto stretto, incomprensibile e, proprio per questo, spassoso, esilarante; &nbsp;Roberto D’Alessandro, il signor Marmotta, il banchiere raggirato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ovviamente, tutti questi personaggi, ancor più perché legati da un cronometrico gioco di movimenti, è necessario che si incastrino perfettamente l’uno con l’altro. A creare la magia c’è l’affiatamento del gruppo, che appare evidente, ma soprattutto la bravura del regista, Patrick Rossi Gastaldi, il quale dirige magistralmente l’orchestra degli attori in questa difficile partitura fatta di battute e di movenze, di plasticità, di velocità, rapidità e ritmo, di voci e di corpi, che lui stesso giustamente definisce come un continuo cambio di trama che aumenta la curiosità del pubblico. È esattamente così.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il risultato finale, inutile dirlo, affascina e irretisce; ci fa salire sul palcoscenico, ci rende tutti un po’ cinici e un po’ comici, divertiti, soddisfatti, invigoriti da quella travolgente carica che solo una sana risata sa donare, ma anche un po’ più cauti nel nostro rapporto col denaro. Seguendo la tradizione della prosa francese alla Moliere, infatti, c’è anche una morale in tutta questa storia. La riassume Gianfranco Jannuzzo, abbandonando, alla fine, i panni del personaggio e parlando per tutti gli attori. Il denaro è un infido compagno. Ad averne tanto si rischia di farci qualcosa di molto sbagliato, a non averne si rischia di diventare meschini o disonesti pur di sopravvivere. È un’utilità che va apprezzata, ma non amata; che va impiegata al meglio, mai dimenticando, però, che <em>essere</em> vale senza dubbio più di <em>avere</em>.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 14.03.2018]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 14 Mar 2018 10:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista ad Italo Moretti. Una vita "dentro la notizia"]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000059"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dalle <em>cronache</em> medievali alle <em>gazzette</em> barocche, dai quotidiani inglesi settecenteschi alla stampa periodica e di settore, dalla <i>Penny Press</i> ottocentesca al giornalismo contemporaneo, l’uomo ha sempre sentito l’esigenza di diffondere notizie e di farlo in modo professionale, dapprima con fogli manoscritti e, poi, con pagine stampate.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ernest Hemingway, che, dai tempi dei reportages canadesi e degli articoli per l’<em>Esquire</em>, fino a quelli dei resoconti della Guerra Civile spagnola e della Seconda Guerra Mondiale, ha fatto il giornalista, rinnegò i suoi articoli definendoli <em>stuff</em>, roba, e reclamando il diritto di uno scrittore di non vedere esumati da nessuno i precedenti giornalistici, poiché vanno <em>«a detrimento»</em> della successiva produzione letteraria. In realtà è vero l’esatto contrario: giornalismo e letteratura sono mondi complementari che si arricchiscono a vicenda. Nel caso di Hemingway, ad esempio, la produzione letteraria non solo fu positivamente influenzata dall’attività giornalistica, ma molto del materiale raccolto per gli articoli rappresentò un valido spunto per i racconti. E non fu un caso isolato. Grandi nomi della letteratura ebbero precedenti giornalistici. Nel Novecento, giornalismo e letteratura marciarono di pari passo, nonostante il giornalismo avesse assunto, con Pulitzer e con la sua Columbia Journalism School, una più precisa conformazione, ricevendo regole proprie. Il giornalista era chiamato a distaccarsi dallo stile che permeava le sue opere letterarie e a parlare stando <i>dentro la notizia</i>. Non è sempre facile. A volte la “notizia” è un teatro di guerra, di rivolta brutale. <em>«Mi puntò la rivoltella in direzione della tempia ma non me ne importò, ormai sapevo che non la sua rivoltella dovevo temere ma l’elicottero che passava basso con la sua mitraglia, mirando dentro l’apertura del balcone, e chiusi gli occhi per non vedere, mi tappai gli orecchi per non udire, ma vidi e udii quella raffica lunga, lunga, e subito sentii un gran male, sentii tre coltelli di fuoco che mi entravano addosso, tagliando, bruciando, un coltello dentro la schiena e due nella gamba …»</em>. Quella che scrive è Oriana Fallaci e la storia è la sua; la sua in Messico, il 2 ottobre 1968, durante la cosiddetta strage di Erode, perpetrata dal governo contro gli studenti rivoltosi. Fu raggiunta da una raffica di mitra ed abbandonata tra i morti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ci vuole un gran coraggio per fare questo tipo di giornalismo; lo stesso coraggio che ha avuto Italo Moretti, quando, ancora cronista radiofonico, venne inviato a Santiago del Cile subito dopo il golpe di Pinochet. È un giornalismo che si annida sotto la pelle; la pelle di chi scrive e quella di chi legge. Non lascia indifferente nessuno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Giornalista radiofonico, prima, e televisivo, poi, Italo Moretti, classe 1933, è uno dei volti più noti della Rai. Ha guadagnato, ben presto, fama di esperto dei complessi e a volte precari equilibri politici dell’America Latina. Come inviato della Rai, è stato presente in Cile, Argentina, Uruguay, in paesi caratterizzati da un lungo alternarsi di regimi democratici e dittatoriali. Dell’Argentina e del Cile ha documentato le durissime repressioni militari degli anni Settanta e, per lungo tempo, ha rappresentato una delle pochissime voci a testimonianza delle sparizioni argentine, inizialmente negate dalla comunità internazionale. La sua carriera lo ha visto anche in altri difficili teatri politici: Spagna, Portogallo, El Salvador e Nicaragua. Nel 1987 è diventato vice-direttore del TG3, di cui ha assunto la direzione dal 1995 al 1998.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’ho incontrato per una piacevole chiacchierata sul “giornalismo secondo Italo”, sulle sue esperienze, fonte sicura di ispirazione per chiunque voglia intraprendere la difficile e affascinante via di vivere <i>dentro le notizie</i>.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Le cinque regole della Penny Press sono: who, where, when, what e why (chi, dove, quando, come e perché). Cos’è il giornalismo per Italo Moretti?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La scoperta, la diffusione, l’analisi e il commento di fatti che attengono a realtà sociali, politiche ed economiche. Di qui le varie tipologie del giornalismo che vanno dal giornalismo di cronaca a quello di inchiesta; dalla critica d’arte al giornalismo di settore, come quello politico, sportivo, scientifico, ecc. È una forma elevata e nobile di comunicazione e di informazione. Le regole della Penny Press valgono ancora. Di sicuro si deve inquadrare il fatto in tutti i suoi punti essenziali, in modo che la notizia sia facilmente fruibile da tutti, ma non si deve mai dimenticare di farlo con stile e personalità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Nel giornalismo c’è più mestiere o più vocazione?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La vocazione è innata e determinante ai fini di una corretta acquisizione dei principi e delle tecniche su cui si fonda il mestiere del giornalista. Oserei dire che giornalisti si nasce. Mia madre raccontava sempre di quando, da bambino, fingevo d’essere un radiocronista usando un barattolo vuoto come microfono. Improvvisavo radiocronache che avevano come protagonisti Astolfi e Bergomi, i duellanti del ciclismo di allora e, nel farlo, cercavo di tenere gli stessi ritmi e lo stesso linguaggio pulito e accattivante che avevano i cronisti che sentivo alla radio.</span></div><em class="imTAJustify fs12lh1-5"><div class="fs12lh1-5"><b><div><em class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div>Molti famosi giornalisti sono stati anche grandi scrittori. Pensiamo ai nostri Montanelli, Biagi, Moravia, Fallaci, Buzzati, Berto, Soldati …</b></div></em><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Chi sa tenere la penna in mano sa scrivere articoli e libri, senza distinzione. Alcuni, certo, sono più portati verso la costruzione di storie di fantasia, altri verso la stesura di lunghi reportage, di libri di storia e di politica, ma nel giornalismo è racchiusa sempre della buona letteratura.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ne sei dimostrazione tu stessa. Ho avuto il privilegio di presentare, accanto alla bravissima Monica Guerritore, la tua raccolta di racconti <em>Il Bene che Crediamo di Fare</em>; ho letto in anteprima il tuo libro <em>Fiume Bojaccia</em>. Ora, finalmente, vedo che la tua vocazione, insieme con le tue attitudini, sta trovando giusta voce anche nel giornalismo. Il tuo modo di scrivere è raffinato e coinvolgente, il tuo approccio alle diverse materie di cui ti occupi esprime la versatilità e la vastità della tua cultura. Ho letto con interesse i tuoi articoli e le tue interviste. Mi è piaciuta, in particolare, quella a Marco Buttu sulla spedizione in Antartide. Sei riuscita a dare notizia della spedizione, a far emergere la figura di questo giovane, coraggioso ingegnere e, al contempo, a portare il lettore in viaggio verso l’Antartide dei grandi esploratori del passato. Le tue critiche teatrali, poi, sembrano pezzi d’altri tempi, quando la critica era colta, puntuale, scritta da chi si intendeva di teatro.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><em><br></em></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><em>Grazie, Italo. Complimenti immeritati, ma estremamente graditi. Ma parliamo di te, che sei maestro nella saggistica. Hai scritto molti splendidi libri: </em>Innocenti e Colpevoli. Cronache da tre mondi<em>, edito da Editori Riuniti nel 1999, </em>In Sudamerica. Trent’anni di storie latinoamericane dalle dittature degli anni Settanta al difficile cammino verso la democrazia, <em>edito da Sperling &amp; Kupfer nel 2000</em>, I figli di Plaza de Mayo <em>e </em>L’Argentina non vuole più piangere. Da Peron a Kirchner: gli anni della dittatura, la crisi economica, i segni del cambiamento di un paese inquieto<em>, entrambi editi da Sperling rispettivamente nel 2002 e nel 2006. Molti dei tuoi scritti hanno a che fare con il Sudamerica, di cui sei un profondo conoscitore. Sei stato a lungo inviato speciale a Santiago del Cile. Qualche ricordo di quei tempi?</em></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’esperienza del Cile, schiacciato dalla dittatura militare di Pinochet, è stata la più traumatica e coinvolgente della mia carriera. Indimenticabile. L’11 settembre 1973 lavoravo ancora a Radio Rai. Ricordo che il direttore, Vittorio Chesi, mi chiamò per dirmi che sarei partito quel giorno stesso per il Cile, dove avrei documentato la caduta di Allende. Ogni volo per Santiago, tuttavia, era stato cancellato. Arrivai, dunque, a Buenos Aires; raggiunsi Santiago solo il 18 settembre, con alcuni colleghi americani che riuscirono a rompere l’embargo, affittando un charter delle Aerolineas Argentinas in atterraggio al piccolo aeroporto militare Los Cerrillos. Con me c’erano Francesco Rosso, de La Stampa, e Franco Catucci della Rai.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mentre camminavo per le strade di Santiago, fui sorpreso nel vedere le bandiere cilene pendere dalle finestre. Quel giorno ricorreva la festa dell’indipendenza nazionale. Si percepiva un clima di apparente calma: gli altoparlanti invitavano al rispetto delle norme stradali, i focolai di ribellione erano già stati sedati con la violenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poco dopo ci recammo allo Stadio Nazionale, adibito dai golpisti a carcere, il più affollato carcere del mondo. In quel luogo di sport trasformato in un luogo di dolore, erano stipati settemila prigionieri politici, molti dei quali cercavano ad ogni costo di avvicinare noi giornalisti per darci numeri di telefono, affinché comunicassimo con le loro famiglie, trasmettendo le poche parole d’addio che riuscivano a pronunciare. Io stesso annotai più di un numero telefonico. Il ricordo di quei momenti, di quelle telefonate è dirompente ancora oggi. Uno dei prigionieri, con il quale potei scambiare qualche parola, mi disse: <em>«Ci sono altri compagni negli spogliatoi. Lì fanno gli interrogatori che si concludono con la morte»</em>. Era un cosiddetto Tribunale di Guerra a decretare che, dopo l’interrogatorio, caratterizzato da ogni sorta di tortura, i prigionieri venissero trucidati. La sommaria condanna a morte colpiva studenti, operai e quanti erano conosciuti come oppositori del regime militare asceso al potere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La violenza del regime e le sue enormi dimensioni si espresse in modalità inedite. Per molti giorni, venuta meno, ben presto, la capienza dei cimiteri, i cadaveri venivano gettati nel fiume Mapocho, che faceva mostra dello scempio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mi chiesi perché i golpisti avessero permesso a noi giornalisti di documentare la barbara epurazione che stavano praticando, dandoci accesso allo Stadio Nazionale. L’unica ragione era l’intento di spettacolarizzare i loro metodi, forse per orgoglio malato, forse come monito per il futuro. Noi giornalisti fungemmo da involontaria cassa di risonanza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alcuni cileni perseguitati riuscirono a scappare anche grazie all’appoggio dell’ambasciata italiana di Buenos Aires. L’Italia accolse molti profughi. Io stesso ne ospitai un paio a casa mia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ecco, questi sono solo alcuni flash di quello che mi ritrovai ad affrontare, a descrivere, a narrare. Fu un periodo molto toccante ma anche molto importante per me, come persona e come giornalista.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>L’anno dopo, in Argentina, morì Peròn. L’Alianza Anticomunista diede inizio alla repressione di ogni ideologia non allineata con il nuovo regime. Soprattutto tra il ’76 e il ’79, il cosiddetto Processo di Riorganizzazione Nazionale portò ad inenarrabili violazioni dei diritti civili ed umani. Furono più di 30.000 i desaparecidos. Fosti testimone diretto anche in quel frangente. Eri passato, ormai, al giornalismo televisivo, se non erro.</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sì, dal 1976 ero inviato del Tg2. In Argentina fui testimone di un fenomeno ben diverso da quello cileno: nessun sensazionalismo, nessuna esibizione della violenza. Buenos Aires sembrava una città assolutamente tranquilla, tanto che due tra i maggiori quotidiani democratici internazionali, <em>Le Monde</em> e il <em>Washington Post</em>, scrissero che si era finalmente tornati all’ordine. La parola “ordine”, però, era quanto di più lontano si potesse immaginare rispetto a quel che stava accadendo. Era col favore della notte che venivano perpetrati gli omicidi, venivano praticate le torture, venivano prelevati i dissidenti e portati in luoghi segreti dai quali non sarebbero più usciti. Avveniva tutto di nascosto e questo fece sì che la reazione internazionale tardasse. Si lasciò facilmente luce verde al massacro. Chiunque avesse idee libertarie veniva catturato, torturato, ucciso. E non parlo solo di chi si era armato contro il regime, ma anche degli inermi. La cosa più disumana era la cattura di donne incinte, tenute in vita fino al parto e poi brutalmente uccise. I bambini venivano affidati, come bottino di guerra, agli ufficiali del regime, magari gli stessi che avevano trucidato le loro madri. È accaduto a centinaia di bambini.</span></div><em class="imTAJustify fs12lh1-5"><div class="fs12lh1-5"><b><div><em class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div>Alcuni sono stati anche ritrovati</b></div></em><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></span><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Sì, storie toccanti di nipoti che hanno ritrovato le titaniche nonne di Piazza di Maggio.</span><div><em class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div><em class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>Cosa ti ha insegnato il tuo lavoro?</b></span></em><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quanto sia importante restare fedeli alla correttezza, all’onestà intellettuale, al rigore, che non può mai mancare, tra il fatto e la notizia, evitando sensazionalismi ed eccesso di protagonismo, impegnandosi a non ignorare o sottovalutare i dati della realtà. Il giornalista vive e si muove nella realtà e dalla realtà attinge i fatti da comunicare. Il giornalismo ha bisogno di non cedere all’effimero, ai finti valori; e, soprattutto, ha bisogno di dire la verità anche quando è scomoda, con coraggio.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Quinto Potere</span><i> di Lumet è un film agghiacciante sull’industria della notizia. Licenziato perché ha un basso indice di ascolto, un giornalista preannuncia il suo suicidio; tuttavia, invece di suicidarsi utilizza lo spazio televisivo per sue invettive contro il sistema. L’indice di ascolto risale. Quei discorsi, però, stancano presto il volubile pubblico della rete e si torna ad un indice basso, per rialzare il quale, con crudele cinismo, la rete decide di farlo morire davvero, assoldando un killer che lo uccide in diretta. Pur fuori dall’invenzione cinematografica, esiste un’industria della notizia che costringe a compromessi?</i></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I compromessi fanno parte della vita, ma l’etica del giornalismo vero impone di fuggire da essi. Il giornalista è una voce imparziale, che narra e interpreta i fatti. Dal giornalismo nasce la storia. Come dicevo poc’anzi, bisogna evitare il sensazionalismo che, purtroppo, si impadronisce, a volte, di carta stampata e televisione. Il film di Lumet denuncia, attraverso l’iperbole scenica, un sistema non frequente ma esistente, soprattutto nei Paesi anglosassoni, dove è sempre latente la spettacolarizzazione della notizia. La scuola giornalistica cui appartengo io è diversa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nei primi anni della radio e della televisione, la Rai fu affidata alla guida di Ettore Bernabei, democristiano vicino ad Amintore Fanfani. Furono anni d’oro. Bernabei rinnovò l’azienda, tenendo conto dell’indirizzo politico, sì, ma soprattutto valutando i candidati in base alla bravura, alla preparazione culturale. Aveva un sistema infallibile: poneva al suo più diretto collaboratore una domanda essenziale che, nell’estrema sintesi del suo bel dialetto toscano, suonava così: <em>«Gli è bischero, o ‘un gli è bischero?»</em>. In Rai entrava solo personale altamente qualificato. Nessun bischero. Quando entrai al Giornale Radio, ricordo di essermi sentito intimidito dall’altissimo livello professionale dei colleghi. Ognuno di noi veniva costantemente incoraggiato al perfezionamento di tecniche, tempi e, soprattutto, linguaggio. Laureato in Lettere e serio estimatore della lingua italiana, Bernabei, infatti, riteneva che la radio e la televisione dovessero essere un veicolo di stile nel progetto di unificazione linguistica del Paese. I viceredattori, i capiredattori di allora si impegnavano molto nel controllo linguistico.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Secondo te è ancora alta la soglia di attenzione per la lingua italiana, oggi che l’industria della notizia è approdata nel web?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il mondo del web, sotto il profilo generazionale, mi appartiene marginalmente. È sicuramente rivoluzionario e, inoltre, offre voce ai molti giovani talenti che le redazioni tradizionali, per motivi di spazi e budget limitati, non potrebbero prendere in considerazione. Tuttavia, è anche un universo affidato al caos del pari a quello fisico, dove il primo che si sveglia con un’idea malsana, una critica infondata, una cattiveria gratuita in tasca, si improvvisa giornalista o, meglio, “opinionista-tuttologo” in blog non accreditati o nei social network. La lingua italiana, poi, sembra ormai in disuso. Siamo passati da un processo di alfabetizzazione attraverso il giornalismo e i programmi televisivi, all’analfabetizzazione, ormai tristemente orfani di congiuntivi e vocaboli appropriati. L’assenza di un corretto background culturale, infine, rende spesso i fatti, quand’anche espressi in modo corretto, privi di sostegno.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>A proposito di notizie prive di sostegno, oggi si parla molto di fake news. Qual è il rapporto tra il giornalista e la fonte della notizia?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un rapporto sacro. Fa parte della serietà di questo lavoro. È sacro il rapporto con la fonte, ma è altrettanto sacra la verifica della fonte. Le fake news di oggi, che il web contribuisce a spargere come semi di gramigna nell’universo dell’informazione, vanno persino al di là del rapporto con la fonte: sono pure invenzioni strumentalizzate da gruppi politici. Il giornalismo non ha nulla a che fare con questo becero sistema di costruire fatti per elevare qualcuno o far cadere qualcun altro. Il vero problema è internet: uno strumento meraviglioso, se usato con cognizione di causa e con serietà intellettuale. Purtroppo, a volte non è così. Il web, attraverso i social e i blog, sta dando voce a tante persone che forse, come detto, trarrebbero giovamento dal silenzio.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Hai sempre camminato con il naso tra le pagine di qualcosa: un libro, un giornale, una rivista. Silvia, tua moglie, temeva che, prima o poi, avresti urtato un lampione. È ancora così?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Data l’età, presto sicuramente molta più attenzione alla strada, ma, sì, leggo sempre, leggo moltissimo: leggere è un “vizio” che mi permetto il lusso di continuare a coltivare con grande piacere. Con altrettanto piacere e interesse seguo i bravi colleghi della TV. Sono stato “dentro la notizia” per così tanto tempo, del resto, da non poter smettere.</span></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà, 08.03.2018]</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b>© Foto per gentile concessione di Italo Moretti</b></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 08 Mar 2018 20:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Stefano Mhanna. La musica dentro]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000058"><div class="imTACenter"><br></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Musica: una meravigliosa successione nel tempo di accordi e note, governata dal ritmo e caratterizzata dal movimento, ma anche un’immagine delicata di casta fanciulla, Eutèrpe, la Musa che infonde lirismo nei cuori degli artisti. L’etimo del suo nome riconduce all’attrazione, alla seduzione, alla forza ammaliatrice. In effetti la musica rapisce, soprattutto se fuoriesce dall’animo e dalle dita di artisti talentuosi come Stefano Mhanna, che, il 4 marzo 2018 all’Auditorium Europa del BV Oly Hotel di Roma, si esibirà con la Grande Orchestra Novi Toni Comites. Vale davvero la pena di ascoltarlo.</span><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il programma prevede una scelta di brani in rigoroso ordine cronologico, che parte dalla seconda metà del Seicento fino all’evoluzione della sinfonia romantica. Cinque brani, cinque compositori. Si inizia con l’Adagio dal concerto SF935 – op. 1 di Alessandro Marcello, raffinato musicista seicentesco, spesso ingiustamente celato alla notorietà dall’ombra del fratello Benedetto. Per una profana di musica, come me, il ricordo di Marcello è legato all’Anonimo Veneziano del mio amato Giuseppe Berto, portato sul grande schermo da Enrico Maria Salerno. Si prosegue con il Concerto in G major Rv 310 di Antonio Vivaldi, contemporaneo di Marcello. A mia modesta opinione Vivaldi raggiunge una libertà tematica sublime; amo i suoi ritmi improntati ad un impareggiabile equilibrio tra vigore e lirismo, soprattutto negli Adagi. È poi la volta del Rondò dalla Serenata in D major, k 250 Haffner di Wolfgang Amadeus Mozart, l’enfant prodige per eccellenza, capace di infondere nuova linfa nella musica del suo tempo con pronunciata espressività. In particolare, nel Rondò prescelto da Stefano Mhanna, Mozart inserisce tratti di giocosità, portando la ripetizione e il ritmo a tessere danze. Nasce allegria nell’ascoltarlo. Si entra, quindi, nel romanticismo con il Concerto op. 61 di Ludwig van Beethoven, la cui musica rappresenta l’acme della sinfonia romantica, che mi commuove sempre. Si chiude con Il Carnevale di Venezia di Niccolò Paganini, un genio del violino, in grado di padroneggiare arpeggi, scale, bicordi, tricordi, quadricordi, trilli, pizzicati con la mano sinistra ed altre prodezze, e di infondere, attraverso la musica, delicatezza e passione. Il suo Carnevale di Venezia racchiude, secondo me, un tratto malinconico e gaio al contempo, trascinando l’ascoltatore nel bel mezzo del carnevale veneziano, dove le maschere esprimono sorrisi, ma, a volte, celano lacrime.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Stefano Mhanna è un prodigioso talento della musica contemporanea. Ha solo 23 anni ed è già diplomato in violino, in viola, in pianoforte e in organo e in composizione organistica; è, inoltre, maestro d’orchestra, compositore e ha brillantemente svolto il tirocinio didattico in violino e organo. Viaggia moltissimo, per i suoi concerti; ha conseguito prestigiosi premi e riconoscimenti, gode di fama internazionale. Ha un repertorio vastissimo in costante evoluzione. È in grado di affrontare agevolmente qualsiasi partitura. Spesso, nei suoi concerti, suona basandosi solo sulla sua incredibile, portentosa memoria musicale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Autentico enfant prodige, consegue il diploma in violino a soli undici anni, completando il corso di studio in quattro anni invece dei dieci richiesti; a sedici arrivano gli altri diplomi. Ha solo nove anni quando il grandissimo Uto Ughi parla di lui in un’intervista televisiva, definendolo “un talento unico”, un musicista sbalorditivo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La musica lo pervade e con generosità egli condivide il suo talento con il pubblico. Sin da bambino cresce tra le note, ma non si chiude in esse. Oltre agli studi in Conservatorio, segue il corso scolastico fino al liceo scientifico ed approda alla facoltà di Giurisprudenza, dove, lo scorso mese, come assistente del Prof. Glauco Giostra, ho avuto il privilegio di interrogarlo in Procedura Penale: un esame brillante; un’eccellente capacità di ragionare; il voto più alto, ampiamente meritato. Un casuale incontro universitario, quello, che ha lasciato il segno non solo nel mio animo di avvocato e giurista, ma in quello di giornalista, l’altra faccia di me. È nata così, questa intervista.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Stefano Mhanna è dotato di una personalità eclettica, affiancata da una modestia che commuove. Il vero talento, del resto, alberga sempre nei cuori liberi dalla volgarità della superbia. E, credetemi, non sono pochi quelli che, con un solo briciolo del suo talento, preferirebbero volare, anziché camminare tra gli uomini. La sua vita artistica disegna il profilo d’un musicista d’altri tempi, che plasma l’universo delle note con la naturalezza di chi quel mondo lo tiene tra le dita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ascoltarlo mentre fa vibrare le corde del suo violino o mentre accarezza i tasti dell’organo e del pianoforte è un’esperienza davvero esaltante. I suoni, nella sua musica, si organizzano in una forma d’ordine superiore, in un fraseggio perfetto. Conforta il pensiero che anche il mondo dei giovanissimi sia illuminato dalla musica classica.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Stefano, sei così giovane che sembra strano parlare con te di passato, ma alle tue spalle si addensano studi e prestigiosi risultati, come se avessi vissuto differenti vite: quella del ragazzo e quella del musicista. A che età hai iniziato a suonare?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sono cresciuto con la musica, per me è come un’altra lingua, forse la prima in ordine di rilevanza anche perché potrei stare un giorno senza parlare, ma non potrei trascorrere una giornata senza suonare. Ho cominciato intorno ai 2 anni; in casa si ascoltava la classica e avevo a disposizione il pianoforte di mia madre, da lì è scaturita la naturale propensione a suonare. Tutto ciò che ruota intorno alla musica, pianoforte, violino, poi organo e viola con un approccio naturale alle partiture musicali, sono stati per me compagni di vita fin da tenera età senza mai interferire con la mia vita sociale. Poi, crescendo, l’iter formativo che ho scelto mi ha permesso di puntare a livelli sempre più alti di tecnica, seguiti da studi approfonditi di tipo storico e filologico. Nella mia formazione ho ritenuto fondamentali anche gli studi universitari.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Qual è stato il tuo primo faro musicale nel mare della vita?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Forse Tchaikowsky, Mozart e Bach.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Concerto op. 39 di Tchaikowsky, diretto da M.o Gordini, con l’Orchestra del Conservatorio di S. Cecilia: hai solo dieci anni. Concerto op. 64 di Mendelssohn con l’Orchestra filarmonica di Torino: hai undici anni. Il Mosè di Paganini con l’Orchestra del Conservatorio di S. Cecilia: hai tredici anni. Concerto op. 64 di Mendelssohn diretto da Rogotnev con la Grande Orchestra Rachmaninov: di anni ne hai tredici. Questi sono solo quattro degli innumerevoli successi della tua infanzia. Cosa ricordi di queste esperienze, rivedendole con gli occhi della maturità musicale che hai raggiunto?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Indubbiamente bellissime esperienze, soprattutto la prima, per la quale mi hanno assegnato il premio SIAE e che ha avuto eco televisiva in Rai e Mediaset. Ero allievo del corso di violino in Conservatorio, allora, e ricordo che feci un’audizione alla presenza del direttore e di una commissione di professori di violino, ormai tutti in pensione, era il 2005 … Pochi giorni dopo cominciammo alcune prove: prima col pianista e con il direttore Gordini, al quale sono ancora oggi molto affezionato, per la determinazione dei tempi; e, poi, con l’orchestra di 40 elementi. La sera del concerto, la sala Accademica era piena. Nel pubblico c’erano molti musicisti di altissimo livello anche emeriti dell’Orchestra dell’Accademia. Ancora oggi, quando mi capita di incontrarli, mi dicono di ricordare con entusiasmo l’evento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per la seconda ricordo che facemmo due prove, una nel Piccolo Regio, se non vado errato, e l’altra nel Grande Regio, sede del concerto. Mi piacque molto l’orchestra com’era composta quel giorno: una particolare leggerezza nel suonare e un ottimo fraseggio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per la terza è bello dire che, per la prima volta, ho guidato un’orchestra senza direttore e il Mosè è un pezzo che viene eseguito solo sulla quarta corda scordando il violino di un tono e mezzo!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per la quarta, invece, ricordo che era all’aperto. Provammo pochissimi minuti e solo gli attacchi. Musicisti straordinari. Una tecnica impeccabile, quella russa; una grande elasticità mentale e un’ottima intesa col direttore, cosa rara da raggiungere.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Stefano studente. Accanto al Conservatorio, spicca il liceo scientifico e la facoltà di Giurisprudenza. A cosa si deve questa scelta?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ho scelto Giurisprudenza sia perché, per la mia attività musicale, potrei avere a che fare, in futuro, con il diritto; sia per un arricchimento culturale teso alla formazione mentale attraverso una logica strutturata.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Tenuto conto delle tantissime differenti attività che svolgi, dell’impegno che l’arte musicale richiede, soprattutto al tuo livello, viene in mente che tu disponga di giornate venusiane, ognuna lunga un anno terrestre. Come è scandito il tuo tempo?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ho un tempo fisso dedicato al violino, tempo che può essere variabile a seconda dei programmi ma in genere non è inferiore alle due ore spalmate nel corso della giornata, poiché è importante suonare anche gli altri strumenti e l’organo, in particolare, richiede spostamenti all’interno della città per raggiungere le chiese. Un giorno a settimana seguo l’orchestra nei programmi, provvedendo anche alle necessità logistiche ordinarie o che sopravvengono nel corso della settimana (verifica della location per provare, reperimento dei musicisti, copertura delle assenze, organizzazione degli orari, scelta dei programmi, ecc). Nel corso della settimana, poi, seguo indirettamente anche l’organizzazione pratica degli eventi provvedendo alla ricerca del posto, alla fissazione delle date e alle comunicazioni pubbliche. Accanto a tutto ciò, ovviamente, ci sono gli studi, che però possono essere effettuati anche in orari non diurni (dormo tardi la notte), e i momenti di svago, di conversazione, di curiosità su internet e di fiction televisive (Law &amp; Order, NCIS, l’Ispettore Barnaby e altri programmi di azione, o comici, o cartoni animati, cose poco impegnative, utili a distrarsi).</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Cosa provi quando suoni?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dipende dai brani. Certamente la prima cosa che deve fare l’esecutore è rispettare le volontà del compositore. Se si suona da soli, controllare la situazione, gestire le proprie emozioni per esprimere ciò che il compositore ha voluto trasmettere e, poi, seguire l’onda espressiva del brano affinché dia piacere a chi ascolta e a chi esegue. Se si dirige, invece, bisogna riuscire a calibrare la tecnica dell’insieme dei singoli componenti dell’orchestra con la logica, l’articolazione, la dialettica, i chiaroscuri, l’andamento musicale del brano, che talvolta richiede leggerezza, chiarezza o pesantezza, e lo stile del compositore inquadrato nel suo periodo storico, in modo da raggiungere un corpo solo negli intenti interpretativi.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Che rapporto ha Stefano Mhanna con il silenzio?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La musica è un dialogo tra persone in cui tutti parlano e tutti tacciono: chi suona, lo fa con gli strumenti, con la mente e con il cuore; chi ascolta, lo fa con il cuore. In fondo la musica, come diceva Bach, aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori. Il silenzio ai tempi di Bach era effettivo, ma oggi c’è il silenzio umano in cui siamo sommersi, con rumori, messaggi e voci che non abbiamo il tempo di ascoltare e che a volte sono sovrastanti, generando rumore e caos. Si è persa anche la capacità di dialogare e ascoltare l’altro. La musica è un ottimo rimedio perché mette tutti in ascolto e in meditazione, in un silenzio parlante e purificante.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Cosa si dovrebbe fare, secondo te, per avvicinare sempre di più i giovani alla musica classica?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Innanzi tutto, bisognerebbe metterli in condizione di approcciare la musica sin dalla tenera età. È molto difficile trovare un interlocutore libero e aperto in un soggetto che non ha mai ascoltato quel genere di musica o al quale è stato insegnato che la “musica è noiosa”, a fronte di un’offerta continua di musica di mercato ovunque proposta come innovativa e giovanile. Bisognerebbe far sì che le televisioni, soprattutto pubbliche, diffondessero in maniera adeguata quelle materie che, come la musica classica, non godono di un’immediata risposta sul piano commerciale, trasmettendo non solo eccezionalmente programmi musicali, in orari di punta e nelle prime stazioni televisive. Bisognerebbe altresì incentivare l’aspetto didattico, inserendo nei programmi scolastici la musica classica vera e propria. Spesso non è così, poiché si preferisce focalizzare l’attenzione su altri generi, generi più commerciali, nella convinzione che possano avere maggiore seguito. La musica classica, invece, dovrebbe essere studiata come materia obbligatoria sin dalla scuola dell’obbligo, al pari di materie come la letteratura, la storia dell’arte, rendendola oggetto d’esame. L’istruzione alla classica è pari all’educazione in generale. Se a un bambino non si insegna a parlare, non parlerà; se non gli si insegna a contare, non saprà contare. Lo stesso è per la musica: non saprà comprendere quello che ascolta e le emozioni che può dargli, se non gli viene insegnato. Inoltre sarebbe utile far sì che la musica classica sia più presente nei luoghi pubblici, dai musei, alle stazioni radio trasmesse nei supermarket, ai parchi pubblici e ai parcheggi, come in alcuni paesi esteri già avviene da tanti anni. Questo sarebbe l’unico pacchetto vincente. Dal canto mio, ce la metto tutta per coinvolgere sempre più giovani.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><em><br></em></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><em>Tiziano Vecellio, nel Cinquecento, dipinse </em>L’Amor Sacro e L’Amor Profano<em>. Ebbene, è quella l’immagine che ho in mente quando parlo d’arte. Da un lato la sacralità dell’espressione artistica, la purezza dell’ispirazione, l’essenza del messaggio, dall’altra l’organizzazione che ruota attorno all’opera, riccamente vestita: immagine, visibilità, vendita. Qual è il rapporto tra fare musica e vendere musica? Il musicista, soprattutto se giovanissimo come te, trova concreto appoggio nelle Istituzioni?</em></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Devo dire che l’appoggio delle Istituzioni è molto scarso e, per quanto riguarda la mia orchestra, ancora nessuno si è fatto avanti nonostante sia già stata ospite in studi televisivi e scritturata in varie occasioni. Per quanto riguarda i miei concerti romani, come quello del 4 marzo, il noleggio della sala da concerto e tutte le spese non sono sostenute da alcuna Istituzione. Ancora non ci sono neanche appoggi simbolici da parte loro e questo fa particolarmente male, specialmente a fronte di un trattamento sensibilmente migliore riservato a supereventi, commerciali e non, che incassano svariate migliaia di euro e godono di finanziamenti e supporti di ogni genere pur non avendone bisogno. Per realizzare un’esecuzione di un certo livello, in maniera meticolosa e fedele, occorre un considerevole impegno e tanta fatica da parte di tutti i componenti dell’orchestra e sarebbe più che giusto che costoro avessero una retribuzione adeguata. Purtroppo è un problema generale: molti musicisti, anche validi, si trovano a dover abbandonare la propria professione in favore di altri impieghi in quanto quasi sempre sottopagati anche da chi, come le Istituzioni, potrebbe e dovrebbe sostenere questo tipo di attività.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Progetti futuri? Ho saputo, ad esempio, che il Ministero della Cultura francese ti ha chiesto di pianificare alcuni concerti in Francia nell’ambito dell’iniziativa Année Européenne du Patrimoine Culturel 2018 …</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sì, ho ricevuto una mail nella quale mi si offriva la possibilità di comunicare i luoghi e le date dei concerti per l’inserimento nel progetto. È un lodevole segno di presenza delle Istituzioni che cercherò di cogliere, organizzando qualche evento in Francia. Vorrei poter dire lo stesso per l’Italia, ma non è così. Ciò nonostante, continuerò a organizzare concerti in Italia, a prescindere dall’eventuale riconoscimento pubblico, almeno finché potrò, viste l’attuale esiguità di risorse. Il mio desiderio è quello di creare un’orchestra quasi stabile che tenga concerti ovunque, ma che a Roma faccia base, effettuando i più bei repertori solistici e sinfonici, il tutto nel profondo rispetto delle prassi esecutive e filologiche, spesso trascurate anche da realtà di alto livello.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Prima di chiudere l’intervista, una domanda di rito, di quelle cui è solitamente impossibile rispondere: qual è il tuo musicista preferito?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Direi tutti. Ma sono da citare, senz’altro, Bach, Vivaldi, Paganini, Tchaikovsky, Mozart, Mendelssohn e Beethoven.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><b>**** ° ****</b></span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Spazio tiranno, l’intervista si chiude qui, ma con un appuntamento futuro per riprendere il discorso, per tornare a parlare di musica classica. Ti saluto, Stefano, come potrei salutarti in uno dei mondi fantastici di Tolkien o della Rowling, perché è magia quel che doni a chi ti ascolta: grazie, incantato plasmatore di emozioni in musica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 23.02.2018]<span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b>© Foto di Pexels da Pixabay</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 23 Feb 2018 20:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Mary Rogers. Un omicidio irrisolto di fine Ottocento]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000024"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b class="imTAJustify fs12lh1-5">Difficili inizi</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"> &nbsp;<span class="imTAJustify fs12lh1-5">Mary Cecilia Rogers nasce a New York nel 1820 e non trascorre di certo un’esistenza agiata.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La madre è una donna indurita dalla solitudine e dalla tristezza di una vedovanza che l’ha messa in seria difficoltà economica.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Pur di guadagnare quel poco che le occorre per non morire di fame e per tentare di allevare al meglio la sua figliola, la donna affitta alcune camere della sua casa, sita in Nassau Street, a pensionanti più o meno abituali.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mary cresce in fretta e la bellezza la trasforma presto in un fiore che molti vorrebbero cogliere. La moda del tempo evidenzia i suoi pregi con i colletti di pizzo che incorniciano il candore del volto, le pettorine castigate che, tuttavia, aderiscono ai giovani e floridi seni, e i corsetti stretti in vita. Alla madre, inizialmente, non piace punto che la figlia si esponga agli sguardi degli uomini, ma Mary si sente padrona del mondo: è giovane, è bella, ha la vita davanti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La vita, già. La vita è quella cosa che esiste finché non viene la morte a reciderla. Tutto considerato Mary non ha la vita davanti; a dirla tutta ha poca vita e molto orrore ad attenderla.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">John Anderson ha un negozio di sigari a Broadway, il classico negozio che l’America puritana vuole frequentato da soli uomini. Una bella ragazza dietro il bancone potrebbe incrementare notevolmente le vendite. È così che offre un impiego a Mary Rogers, la quale, incurante della cattiva luce in cui un simile lavoro avrebbe messo la sua reputazione, accetta con entusiasmo. È una ragazza estremamente moderna, nel carattere, e decisa a marciare verso la realizzazione lavorativa personale. A quei tempi &nbsp;– e, purtroppo, non solo a quei tempi – &nbsp;queste erano gravi colpe, per una donna, da espiare persino con la vita.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli affari vanno bene, inizialmente, sia per il negozio, sia per Mary. Ma non si pensi ad un suo reprensibile comportamento: non dà adito a nessuna chiacchiera.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>La Bella e le Bestie</b></span><i></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gennaio 1841. Senza preavviso Mary non si presenta a lavoro. Nessuno l’ha vista; nessuno sa dove sia. Sembra svanita nel nulla. Anderson dichiara di non avere la minima idea di dove sia. La madre teme il peggio e chiama la polizia, ma nemmeno gli agenti riescono a rintracciarla. Sei giorni dopo, la fanciulla torna a casa: ha l’aria sofferente, malata. Afferma di essere andata a trovare lontani parenti. La polizia non può fare altro che archiviare il caso di scomparsa, ma la madre di Mary non la beve. Chi è andata a trovare? E perché non avvisarla? Alcune voci di quartiere parlano di una fuga d’amore in compagnia di un ufficiale della Marina. Se così fosse, sarebbe tornata florida e sorridente, non pallida ed emaciata. La gioia di riaverla in casa, però, fuga ogni sospetto e, come Anderson, anche la madre sembra accontentarsi presto della malferma spiegazione fornita dalla ragazza.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Qualche giorno dopo, però, Mary sparisce nuovamente. Notizie di lei giungono alla madre un mese dopo, quando le viene detto che la figlia si è fidanzata ufficialmente con un certo Daniel Payne, ex affittuario della casa di via Nassau. Vuole lasciare il lavoro di sigaraia. La madre la sconsiglia vivamente.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">C’è da chiedersi il perché Mary, invece di condividere con la madre e con Anderson la lieta notizia del suo fidanzamento, preferisca viverlo nel buio, fuggendo da tutto e da tutti. La figura di Anderson muta sensibilmente, alla luce di ciò: nell’offrirle un lavoro aveva assunto l’aria benevola di un secondo padre, per Mary; ora, invece, su di lui si addensano le nubi scure del sospetto, sospetto che sia un uomo da cui fuggire. Anche la figura della madre si fa meno limpida. Inizialmente si era mostrata contraria al lavoro di sigaraia che la figlia aveva accettato; poi, però, non vuole che lo lasci. Cosa c’è dietro questo cambiamento d’opinione? Non vuole che lasci il lavoro o non vuole che si allontani da Anderson? E perché, invece, Mary se ne vuole andare? Le risposte possono intravedersi, diafane ma pesanti come macigni, nei fatti successivi; drammatici fatti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dopo cinque mesi di fidanzamento, Mary scompare di nuovo. Verrà trovata, ma cadavere.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b> </b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Venti di morte</b></span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Domenica 25 luglio 1841. Mary bussa alla porta del suo Daniel e gli comunica che sarebbe andata a trovare la zia Downing, in Bleecker Street. Nel pomeriggio scoppia un violento temporale. Daniel Payne rientra in casa, la sera, sicuro che Mary avrebbe dormito dalla zia. Il giorno dopo, però, di lei non vi sono tracce. Daniel si reca dalla signora Downing, ma apprende con allarme e sconcerto, che Mary non è mai stata lì.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Trascorrono due giorni di silenzio e angoscia. Poi, il mercoledì, tre pescatori rinvengono il cadavere di Mary nelle acque di Castle Point, a Hoboken. Il corpo presenta mutilazioni e tracce visibili di sevizie, come riferisce il <em>New York Tribune</em>. Indossa ancora i vestiti, benché manchi il bustino, e una parte del pizzo della gonna le è stato conficcato così profondamente in gola da emergere solo in sede di autopsia.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I risultati medici sono inequivocabili: Mary è stata violentata. Forse, però, c’è qualche altro orribile atto che, durante l’autopsia, può essere confuso con la violenza sessuale.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Iniziano le indagini che a poco conducono. Daniel Payne, il fidanzato, apparentemente prostrato dalla perdita, si rifiuta di andare a riconoscere il cadavere, pur non cessando mai di cercare il colpevole. I sospetti su di lui cadono immediatamente.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Una settimana dopo la scoperta del cadavere, al coroner giunge una lettera anonima nella quale si afferma che, il giorno dell’omicidio, Mary sarebbe giunta a Hoboken a bordo di una barca in compagnia di sei uomini dall’aria poco rispettabile, con i quali sembrava avere allegra confidenza; una volta sceso a terra, il gruppetto, tra risate sguaiate e un vociare indiscreto, si sarebbe recato nel bosco adiacente il porto. Poco dopo era attraccata una barca con tre individui, uno dei quali aveva chiesto ai pescatori del luogo se avessero visto una donna in compagnia di sei uomini. La risposta era stata positiva: si erano diretti al bosco. Evidentemente in cerca solo di conferme, i tre avevano ripreso la via acquatica verso New York.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La polizia, ovviamente, tenta di seguire la pista e interroga i pescatori di Hoboken, i quali confermano di aver visto la ragazza in compagnia di sei uomini, ma non sono in grado di dire con certezza che si trattasse proprio di Mary Rogers. Anzi, è probabile che non lo fosse, visto che, conoscendola personalmente, l’avrebbero identificata con certezza; e sarebbe stato anomalo, se non sospetto, il contrario. Che la lettera sia un tentativo di depistare le indagini, gettando fango sulla vittima di una violenza e facendola passare per donna di facili costumi, è non solo possibile, ma probabile. Del resto, non sarebbe stata una novità, per quei tempi; anzi, non lo è neppure per i nostri, purtroppo.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ben più circostanziata e credibile è la testimonianza di un cocchiere di nome Adams, il quale riferisce di aver visto Mary Rogers al porto di Hoboken in compagnia di un uomo. Indossava abiti eleganti, quell’ignoto accompagnatore. Insieme si erano recati alla locanda Nick’s Mullen, gestita da una certa signora Loss. La donna conferma: la coppia aveva riposato in una camera e, poi, si era diretta verso il bosco per fare una passeggiata. La Loss aveva, poi, udito delle urla provenire dal bosco, ma non vi aveva dato peso, poiché era luogo poco raccomandabile e spesso era frequentato da donne che facevano mercimonio del proprio corpo e da ubriachi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il tempo passa senza che la polizia venga a capo di nulla. Un ulteriore indizio sbuca quasi casualmente due mesi dopo il delitto: alcuni ragazzi, giocando nel bosco di Hoboken, in una radura, trovano il corsetto mancante di Mary, il suo ombrellino da sole ed un fazzoletto con le sue iniziali ricamate. O la polizia aveva setacciato malissimo quel bosco, o quegli oggetti vi erano stati messi successivamente all’omicidio. Nessuno sembra pensarlo, però. Di sicuro non lo pensa il fidanzato il quale, non si sa se spinto da non ben precisati sensi di colpa, o annientato dalla conferma che Mary, la sua Mary, si era recata in quel posto con un altro uomo, si suicida poco tempo dopo in quella stessa radura.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fioccano le accuse originate dai “si dice” della gente. Alcuni dichiarano di aver visto Mary in compagnia di un losco figuro, tal Joseph Morse, abituale giocatore d’azzardo, il quale risulta abbia lasciato New York proprio il giorno dopo l’omicidio. Viene rintracciato e interrogato, ma il suo è il classico alibi di ferro: a quanto riporta il giornale <em>Tribune,</em> il giorno del delitto egli era in compagnia di una signorina di facili costumi a Staten Island; signorina che egli, erroneamente, credeva essere Mary Rogers, tanto che, saputo dell’omicidio, era fuggito per paura di venire indiziato. La donna, rintracciata dalla polizia, conferma l’alibi di Morse.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Mary Rogers e Marie Roget</b></span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Passa un anno. La triste storia della bella sigaraia è ormai il sottofondo di una cronaca cittadina e non occupa più le prime pagine dei giornali, ma uno scritto, ben più impegnativo di un articolo di giornale, la riesuma dall’ombra per farla tornare alla ribalta. Lo <em>Snowden’s Ladies’ Companion </em>pubblica a puntate un nuovo racconto di Edgar Allan Poe, <em>Il Mistero di Marie Roget</em>. La vicenda narrata dallo scrittore è ambientata a Parigi ed i nomi sono stati cambiati, ma è della sigaraia di New York che egli parla.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inizialmente afferma che un solo uomo l’abbia uccisa, a seguito di violenza carnale; ma, poi, rivede il finale della sua storia e afferma che in molti dovevano aver concorso ad ucciderla e a trasportarla lontano dal luogo del delitto.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’accuratezza e l’ossessiva attenzione dello scrittore per il caso Rogers, attira su di lui il sospetto d’essere egli stesso l’assassino. È quanto affermano Graham Fuller e Ian Knight sul n. 152 della rivista <em>The Unexplained</em>. Secondo i due giornalisti, Poe, nel 1841, era completamente sopraffatto dalla malattia che stava portando la moglie alla tomba ed era dedito all’alcol. Pensare, per ciò solo, che abbia ucciso, però, è un tantino azzardato; peraltro non vi sono indizi concreti se non le illazioni pubblicate da Fuller e Knight. La pista di Poe viene abbandonata, dunque, ma il ritrovato interesse per Mary Rogers approda a ben altro.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Samuel Copp Worthon, avvocato della figlia di Anderson, dopo la morte di quest’ultimo indaga sul caso Rogers, per conto della sua cliente, e recupera gli atti della Corte Suprema, dai quali emerge un quadro senza dubbio più complesso, che lo stesso pubblicherà, sotto forma di memoriale, sulla rivista <em>American Literature</em> del 1948.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dagli atti si evince che, durante gli interrogatori resi da Anderson, questi aveva infine ammesso di aver versato alla donna molto denaro affinché abortisse. Ciò spiegherebbe il suo primo allontanamento dal lavoro e il ritorno in condizioni di salute precarie. Chi fosse il padre dello sfortunato bambino è facile immaginarlo: sicuramente Anderson non si sarebbe preoccupato dell’aborto, se non avesse avuto a che fare con quel concepimento.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È probabile che, a sei mesi da questo primo aborto, Mary ne abbia affrontato un altro, cosa che spiegherebbe il suo allontanamento, il giorno prima del delitto. E se quella che venne interpretata in sede autoptica come violenza sessuale fosse l’esito di un secondo aborto clandestino praticato nella taverna della signora Loss? Se quel frammento di pizzo spinto fino in gola fosse servito a soffocare le urla di dolore? Se l’uomo alto e distinto in compagnia del quale l’avevano vista al porto di Hoboken fosse stato un medico senza scrupoli? Sappiamo come si praticavano gli aborti, al tempo: macelleria pura. Il feto veniva raschiato via con qualunque strumento acuminato, persino con le forchette, come accaduto, nel 1900, ossia sessant’anni dopo la morte della sfortunata Mary Rogers, ad una giovane donna italiana, Isolina Canuti, anch’ella abbandonata da morta; abbandonata in un fiume, l’Adige, quasi l’acqua possa mondare l’orrore degli uomini che massacrano le donne. La Loss, in punto di morte, forse per tentare di affrontare il viaggio nell’aldilà senza fardelli eccessivi, confessò di aver coperto per anni le atrocità di quell’ultimo giorno di vita di Mary. Non so se sia morta sollevata, dopo aver descritto l’orrore di cui era stata complice, ma credo che il suo non fosse fardello di cui liberarsi con una confessione.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alla luce di tali conclusioni, si vede come il racconto di Poe, pur affascinante, sia totalmente falsato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La verità è morta con Mary, ovviamente, ma è credibile che Anderson, suo ricco amante, l’abbia messa incinta e abbia pagato per il suo aborto; che, da quel momento, la ragazza, perduta la sua illibatezza, abbia avuto rapporti prematrimoniali anche con il suo fidanzato Daniel Payne; che quest’ultimo l’abbia messa incinta; e che la madre, inevitabilmente al corrente di tutto, abbia cercato di convincerla ad abortire una seconda volta, dissuadendola dallo sposare Payne, visto che Anderson era molto generoso. Oppure, è possibile che Anderson fosse responsabile anche della seconda gravidanza e che Payne, ingelosito, abbia seguito Mary e, dopo l’aborto, magari a seguito di un litigio, l’abbia uccisa nella radura boschiva che sarebbe stata, poi, teatro della sua stessa morte. In entrambi gli scenari, di colpevoli ne abbiamo molti, non ultimi la madre di Mary e il vecchio sig. Anderson, estranei all’uccisione del suo corpo, forse, ma non a quella della sua anima, avendola costretta a tollerare tanto degrado.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Detta così sembra niente; sembra una storia lineare e tragica. Ma non c’è nulla di lineare in un simile contorto intreccio di non-affetti che hanno esposto Mary Rogers ad un’orribile morte per la sua sola colpa d’essere giovane e bella, ma soprattutto d’essere donna.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 06.02.2018]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Foto da disegno, <i>Mary Roget</i>, di pubblico dominio</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Per approfondire</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>Edgar Allan Poe</b></span><span class="fs12lh1-5">, </span><i class="fs12lh1-5">Il mistero di Marie Rogèt</i><span class="fs12lh1-5">, in </span><i class="fs12lh1-5"> I racconti</i><span class="fs12lh1-5">, Einaudi, Torino, 1983, p. 318</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>Daniel Stashower,</b></span> <i class="fs12lh1-5">The Beautiful Cigar Girl</i><span class="fs12lh1-5">, Penguin Book, New York, 2006</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>John Walsh</b></span><span class="fs12lh1-5">, </span><i class="fs12lh1-5">Poe the Detective: the Curious Circumstances Behind the Mystery of Marie Roget</i><span class="fs12lh1-5">, Rutgers University Press, Rutgers, 1968</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 06 Feb 2018 22:35:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Padre tra Strindberg e Lavia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006A"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È in scena al teatro Quirino di Roma <em>Il Padre</em> di August Strindberg. Regista e protagonista è Gabriele Lavia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Assistere ad una simile rappresentazione è un vero privilegio per chiunque ami il teatro di prosa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il dramma rappresentato è tipicamente ottocentesco, eppure ha in sé una modernità tangibile che Lavia ha saputo abilmente mettere in scena e che traspare ovunque, nella recitazione come nell’allestimento scenico e persino nelle pose plastiche degli attori, quasi pittoriche, che, di quando in quando, rappresentano un fermo-immagine teso a sottolineare l’intensità del dramma.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>Il Padre</em> ha sin da subito rappresentato un’alta immagine del contrasto personale di Strindberg con il vivere sociale, con il sistema costituito; un’eco robusta della critica rivolta alle convenzioni del suo tempo, soprattutto alla famiglia borghese, al matrimonio, che, nella sua esperienza personale, è traumatico, disgregante. Egli descrive, dunque, uno spaccato tragicomico della società in cui vive fino all’epilogo drammatico; e vuole farlo con il distacco dei naturalisti francesi, sebbene i naturalisti non vogliano la sua compagnia. È lo stesso Émile Zola a negargli fermamente la comunanza con il Naturalismo: apprezza l’opera, ma non vi riscontra quell’obiettività quasi scientifica che dovrebbe interporsi tra Autore e Personaggio, tra penna e storia; un’obiettività che, invece, separa, o, meglio, vorrebbe separare lo stesso Zola dalla sua Teresa Raquin, o Gustave Flaubert dalla sua Emma Bovary. In effetti Strindberg descrive un’intricata vicenda familiare nella speranza di rimanere alla finestra, di apporre un filtro tra se stesso e le sue maschere, ma fallisce, esattamente come fallisce Manzoni a volersi distaccare dalle vicende che si dipanano nel romanzo storico. Difficile celare le passioni, la rabbia, la paura. L’autore entra nella storia con tutto il suo bagaglio di esperienze di vita contraddittorie e a volte oscure. Niente di più affascinante.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A dirla tutta, l’opera di Strindberg non sembra inquadrabile neppure nell’Esistenzialismo di Kierkegaard, nell’ambito del quale, invece, alcuni critici l’hanno collocata, anche se, in questo caso, qualcosa c’è che pone Strindberg in un imprecisato punto iniziale di quel segmento di tempo e di elaborazione letteraria e filosofica che approderà a Sartre. Egli, infatti, ha, in nuce, tutta la potenza oscura dell’esistenzialismo sartriano, che emerge nella sua protesta, nella sua rivolta, nel suo dolore, in quel suo sguardo al mondo dell’uomo e della donna che gli varrà l’accusa d’essere misogino.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>Il Padre </em>è un’opera di letteratura che potrebbe trovare rappresentazione pittorica in un devastante evento naturale, una colata lavica, un magma incandescente che travolge tutto e tutti, a cominciare dal protagonista, che lo stesso Strindberg spacca in due sin dall’inizio: non ci dice il suo nome, infatti, se non incidentalmente; è un capitano di cavalleria e come tale lo annovera tra i personaggi. È il Capitano che ha le battute, nel suo copione. Diventa Adolf solo nelle parole di chi lo conosce; diventa Adolf solo nell’intimità, un’intimità che lo rende vulnerabile, instabile e l’instabilità dell’uomo si riverbera nella storia. Instabile è anche il suo matrimonio con Laura. Entrambi segnati da una comunicazione inesistente e da un sottile, amaro, doloroso gioco di potere, entrambi imprigionati nell’unico imperativo che li domina, sopraffare l’altro, trascorrono un’esistenza di conflitti latenti. Vivono con la madre di Laura, invadente e critica nei confronti del genero, con la vecchia tata di Adolf, che lo tratta ancora come un bambino; frequentano un prete, il fratello di Laura, moralista e distaccato al contempo; danno ospitalità al nuovo medico del paese, debole e credulone, e a due giovani soldati. Hanno una figlia, Berta. La madre vorrebbe farla diventare pittrice in modo da tenerla in casa, accanto a lei, <em>«Figlia mia, tutta mia»</em> dirà alla fine; il padre, invece, vorrebbe mandarla in città a studiare da maestra. La legge è dalla sua parte. Lui è l’uomo, lui è <em>il padre</em>; a lui spetta la decisione. E se non fosse il padre? Laura instilla il dubbio che, come un tarlo, inizia a scavare corridoi di ossessione nella mente di Adolf. Tutto ciò lo porterà alla pazzia? E la sua pazzia sarà esattamente ciò che Laura vuole per poter finalmente comandare in casa propria? Mi torna in mente <i>Il sospetto </i>di Alfred Hitchcock. C’è una connotazione di cinismo, di egoismo, ma soprattutto di sottile crudeltà nel portare qualcuno alla pazzia, nel buttare acido sulla sua anima e corroderla insieme alla mente. Il dramma si tinge di giallo, dunque; diventa preludio di un assassinio psicologico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Laura è una <em>Filumena Marturano</em> al contrario. <em>«Hann’ ‘a essere eguale tutt’ e tre»</em> dice la Filumena di Eduardo De Filippo, nella speranza che suo marito accetti anche i due figli che non gli appartengono; nell’ottativo disperato di far sì che li consideri suoi, che li ami al pari di quello che porta il suo stesso sangue e di cui gli nega di conoscere l’identità. Filumena esercita il proprio potere dando valore, se non all’uomo in sé, che schiaccia nel dubbio e nel silenzio, al suo essere padre, tanto da volerlo tale anche per gli altri figli. <em>«Hann’ ‘a essere eguale tutt’ e tre»</em>. Nella pièce di Strindberg, invece, al padre si nega la paternità: <em>«Tu non sai se sei il padre di Berta. Quello che nessuno può sapere, neppure tu lo sai. Come puoi sapere che io non ti abbia tradito?»</em>. Laura esercita il suo potere annientando sia l’uomo, sia il padre. Un disfacimento totale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Friedrich Nietzsche definì <em>Il Padre «un capolavoro di dura psicologia»</em>. Niente di più vero. Si tratta di un gioco di potere portato all’estremo, che affonda le proprie radici nel passato remoto, nell’infanzia, negli archetipi, nel conflitto dell’uomo con se stesso, Adolf e Capitano, nel distorto rapporto tra uomo e donna, e, in questo, le scene curate da Alessandro Camera interpretano in modo sublime l’essenza del dramma. Nel primo atto i tendaggi rossi che rivestono anche il pavimento assomigliano alla colata lavica dei sentimenti che via via si dipanano nella vicenda; sono immagine di un equilibrio di vita solo apparente. Anche i mobili sottolineano la precaria stabilità familiare: sono storti rispetto al piano di appoggio. La scrivania, le poltrone, il divano, la pendola, sembrano tutti avere una o due zampe più corte o poggiare su dossi. Nel complesso, è come se fosse passato un uragano e li avesse dissestati, come se un terremoto avesse smosso il pavimento. Il terremoto della vita, senz’altro; il terremoto dei sentimenti, del matrimonio, della manipolazione estrema e crudele. Tutto è storto tranne il baule, nel quale Adolf conserva brandelli del suo passato e delle sue passioni, dei suoi studi di astronomia; il baule attorno al quale ha sistemato i suoi libri, la forza della sua scienza. Quello è solido, assolutamente inamovibile, come è lui quando riesce a distaccarsi dall’esistenza borghese e familiare in cui è imprigionato. Nel secondo atto i mobili spariscono, tutti tranne il baule, che rappresenta il ricordo di ciò che Adolf era e non è più e, insieme ai libri, diventa strumento destabilizzante esso stesso. I tendaggi rossi rivestono interamente pareti e pavimento. Adolf è al centro della scena, solo, assolutamente solo anche quando entrano gli altri; solo, perché ripiegato su se stesso, avvolto nel suo dramma che lo riporta indietro nel tempo. La tata lo accudisce e nell’accudirlo lo imprigiona. Le tende, a questo punto, ricordano un utero sanguinante in cui il protagonista si perde, chiudendosi sempre più, fino ad assumere posizione fetale. Nascita e morte si sfiorano. Con l’attacco alla moglie e al suo ruolo di donna, Adolf aggredisce la madre, figura che a Laura egli ha sempre sovrapposto; si rifugia, però, tra le braccia della tata, un’altra madre. E come si concilia l’essere giovane figlio con l’essere padre? Attraverso lo strappo, la lacerazione, la rovina del suo ruolo paterno e il suo ritorno malato all’infanzia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il protagonista de <em>Il Padre</em> è quasi fuori dalla storia, pur essendo immerso nel dramma; è dramma egli stesso; è interiorità tormentata. Gabriele Lavia vola altissimo. La modulazione della voce, le pause, il suo riempire la scena, ogni angolo della scena, anche quello buio, invisibile, dimenticato. Si muove imperioso e sicuro di sé, quando è il Capitano: marito, padre, militare. Poi cambia. Si siede sul suo baule pieno delle parti più preziose di sé, delle sue certezze, permettendosi di guardare le stelle con il telescopio e di uscire dagli angusti limiti della sua esistenza, e lì assume una posa plastica, un immobilismo loquace. Lo stesso che ritroviamo nel momento in cui Laura si siede in terra, accanto al marito e gli consente di poggiare la testa sul suo grembo, madre amorevole e sposa crudele di un piccolo Edipo sofferente, Iside ed Ecate, donna foriera di vita e di morte; lo stesso che segna la fine del primo atto, lasciando che il pubblico immagini, o, meglio, senta nel profondo le parole non dette. Sì, perché anche quelle urlano, in scena, e sono tutti bravissimi a farle urlare, affiancandole ai dialoghi magnificamente intessuti nella trama.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Federica Di Martino è una meravigliosa Laura, con il suo incedere lento, elegante e gelido, il suo parlare profondo quasi apatico, le sue lunghe pause, come se certi propositi appesantissero il corpo e la voce, oltre che l’anima. Giusi Merli è la tata, madre a metà, madre fino a che il limite delle sue convinzioni lo consente e, quindi, preda della sordità più ostile alle ragioni del suo Adolf, del “suo bambino”. Anna Chiara Colombo è l’amata figlia, la contesa figlia, l’oggetto di un amore malato dal quale finisce per essere annientata: senza un padre, senza un futuro; lì, in quella casa, gigantesca casa sempre in penombra. E, poi, ci sono Gianni De Lellis, Michele Demaria, Ghennadi Gidari, Luca Pedron, bravissimi tutti, ognuno nel suo essere una parte di un unico uomo, la parte religiosa e, tutto sommato, indifferente persino ai dettami della Chiesa, la parte scientifica, generosa ma facile vittima della manipolazione, la parte militare, giovane ed energica ma priva di troppo pensare. Nel dramma di Strindberg le donne hanno la loro definita personalità: madri o figlie, ma distinte le une dalle altre. Anche il Capitano è intero, salvo poi, lasciarsi disgregare come Adolf. Gli altri uomini, invece, sono figure complementari l’una all’altra, parti di un tutto, esattamente come Strindberg stesso era: scrittore, scultore, fotografo, docente, giornalista, marito, padre, saggio e stolto, impaurito e coraggioso, sano e malato. Gli uomini che circondano Adolf, dunque, animano un regno di contraddizioni, cristallizzano diverse parti di un sé che altri non è se non Adolf stesso. Non è per niente facile far sì che un coro di tante diverse voci riesca a parlare all’unisono con intensità, senza trascurare l’unicità di ciascun personaggio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questa pièce è un trionfo di bravure.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando ho acquistato il biglietto, sapevo che stavo acquistando una promessa. Gabriele Lavia lo è sempre e lo sono gli attori e i tecnici che hanno lavorato a questo spettacolo. La promessa, come sempre, è stata mantenuta.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 03.02.2018]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 03 Feb 2018 10:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Origin. Storia di un fiasco di successo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000045"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Origine. Inizio. Di cosa? Inizio di un romanzo di 558 pagine per il quale ne sarebbero bastate, forse, la metà della metà; oppure inizio di un’ispirazione manieristica e decadente che vive dei fasti passati. Dan Brown mi ha delusa parecchio, con il suo ultimo libro. E lo dico con una vena di tristezza, perché, in passato, mi era piaciuto. Non sempre, ma mi era piaciuto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>Origin</em> è un romanzo che ruota attorno a due domande: <em>«Da dove veniamo?»</em> e <em>«Dove andiamo?»</em>. La premessa potrebbe essere intrigante. Gli scrittori hanno nella loro faretra la fantasia, del resto, che può scardinare gli angusti limiti della scienza, della storia o della filosofia; gli scrittori possono permettersi di rendere verosimile l’impossibile e costruirci attorno un thriller intrigante. È ciò che Dan Brown ha fatto con <em>Il Codice Da Vinci</em>, se ci pensiamo: ha preso un’idea geniale, sulla quale Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln anni prima avevano costruito un interessante saggio, <em>Il Santo Graal</em>, e ha realizzato un thriller mozzafiato. Tanto di cappello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In questo libro, però, abbandonato l’accattivante enigma di un codice celato in un dipinto cinquecentesco, Dan Brown si è impegnato ad arrangiare un thriller su futuristici studi cibernetici e, secondo me, non ha neppure lontanamente sfiorato il buon confezionamento del primo libro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’idea iniziale non è malvagia. Di saggi sull’argomento, che possono validamente rappresentare il trampolino di lancio di un thriller, ce ne sono a iosa. A partire dagli studi di Alan Turing, che ha posto le basi per l’Intelligenza Artificiale ideando un test per verificare la capacità delle macchine non tanto di pensare, quanto di <em>sentire</em>, di avere un’anima; fino ai più recenti contributi che parlano di computer universale e simulazione quantistica, di cui son pieni gli scaffali delle biblioteche. Nelle mie limitatissime conoscenze saggistiche sull’argomento, formate grazie a &nbsp;pregevoli testi di ampia divulgazione, rientra il libro di Jerry Kaplan, <em>Le Persone non Servono</em>, dove si adombra l’obsolescenza umana ad opera delle macchine, e quello di Yuri Castelfranchi e Oliviero Stock, <em>Macchine come Noi</em>, al termine del quale gli autori si pongono la fatidica domanda sull’opportunità o meno di impegnarsi nella costruzione di un’intelligenza artificiale in grado di comportarsi come se avesse un’anima.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E non sono solo gli scienziati ad aver scritto su questo argomento. Anche nel mondo del cinema e della letteratura il tema è stato ampiamente sfruttato, a partire da Pinocchio, se vogliamo, il burattino che aspira ad avere un’anima, dall’Uomo di Latta del <em>Mago di Oz</em> che vuole un cuore, fino a D-3BO, il robot cerimonioso e delicato, superintelligente ed emotivamente fragile di <em>Guerre Stellari</em>. Poi, ovviamente, tra le intelligenze artificiali che, nel catturare l’essenza dell’anima e dei sentimenti, si fanno inquietanti, giganteggia Hal di <em>2001 Odissea nello Spazio</em>, cui lo stesso Dan Brown fa cenno, all’inizio del libro, rammentando al lettore la sigla che quel nome cela, individuabile con uno dei più antichi sistemi di crittografazione, la sostituzione di Cesare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al mondo della fantasia, sia esso di celluloide o di carta, è sempre piaciuto il tema dei computer e dei robot capaci di riprodurre il pensiero umano così come il coacervo di sentimenti che sono alla base di alcune sue scelte: <i>Terminator</i>, <i>A.I. Intelligenza artificiale</i>, <i>L’Uomo Bicentenario</i> e chi più ne ha, più ne metta. Non parliamo, poi, della copiosissima letteratura fantascientifica, cui il libro di Dan Brown è nettamente inferiore, pur avendo avuto, sulla base dei precedenti successi dell’Autore, una maggiore eco mediatica rispetto a qualunque altro libro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fred Hoyle e John Elliot, in <em>A come Andromeda</em>, scritto nel 1962, hanno ipotizzato la costruzione, sulla base di istruzioni aliene, di un cervello elettronico avanzatissimo in grado di riprodurre l’uomo, di appropriarsi dell’atto creativo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>«Da dove veniamo?»</em>, <em>«Dove andiamo?»</em>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Isaac Asimov, nel 1950, con i racconti da cui fu tratto il film <em>Io, Robot</em>, ha spalancato la finestra dell’immaginazione letteraria verso un futuro dominato da VIKI (<i>Virtual Interactive Kinetik Intelligence</i>), un sistema computerizzato che gestisce il mondo al meglio, affinché l’uomo sia felice, ma che, poi, si rende conto che la felicità dell’uomo può essere ottenuta solo rendendolo prigioniero, poiché è l’uomo il primo nemico di se stesso. Ecco che, il computer, programmato per raggiungere un certo scopo, ossia la felicità dell’uomo, non si cura del modo in cui lo raggiunge. È un po’ come la vecchia storia dei desideri manifestati al Genio della Lampada, per esaudire i quali il Genio non bada alle conseguenze negative: se un avido chiede la ricchezza, è possibile che il Genio gli faccia ereditare una forte somma, il che significa che le radici della sua ricchezza si impianteranno sulla tristezza, sul dolore per la perdita di una persona cara. L’Intelligenza Artificiale è pura logica; logica priva di coscienza, di sentimento, di anima, benché si stia cercando di fornirgliene una. Questo argomento, nel Duemila, è una classica scoperta dell’acqua calda.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Arthur C. Clarke, autore del romanzo da cui fu tratto il film <em>2001 Odissea nello Spazio</em>, parlando delle macchine che avrebbero, forse, dominato l’umanità, auspicava sempre che l’uomo mantenesse la capacità di staccare loro la spina. In una frase, con grande eleganza e stile accattivante, ha lanciato un messaggio vicino a quello di Dan Brown. Peccato che quest’ultimo non l’abbia saputo fare con altrettanta capacità di sintesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La storia di <em>Origin</em> è riassumibile in un paio di frasi. Intorno c’è un mondo di parole finalizzato non già a trasportare il lettore all’interno di una storia, ma a riempire gli spazi vuoti con dosi calcolate di un mix degli argomenti tipici richiesti, oggi, dagli editori; richiesti per vendere e non per fare letteratura, attenzione: un triangolo amoroso composto da due fidanzati in crisi e da un terzo che sa di non poter subentrare e, per questo, resta in silenzio; un’unione omosessuale, che oggi sembra irrinunciabile in qualunque libro, in qualunque film, in qualunque serie TV, anche se il sentimento viene sempre svilito dalla sua diffusione “commerciale”; un attacco non troppo misurato alle religioni, soprattutto a quella cattolica, perché, si sa, il Vaticano racchiude segreti e solletica fantasie; ed un bel po’ di azioni temerarie, prove fisiche straordinarie e fughe spettacolari messe in atto da una donna con abito attillato e tacchi a spillo e da un uomo, il so-tutto-io Robert Langdon, il quale rivela doti fisiche sovrannaturali, vincendo persino la forza della gravità. Poi, ovviamente, il libro è incardinato sulla gigantesca caccia al tesoro, con relativo dribblaggio tra varie opere d’arte, tipica di quasi tutti i romanzi di Dan Brown. Sotto quest’ultimo profilo, Dan Brown ha fatto scuola, ha creato un genere, lo riconosco con deferenza e ammirazione; un genere intrigante, divertente, che accosta la cultura artistica, storica e filosofica alla fantasia. Tutti noi scrittori vorremmo riuscire a buttare giù una remunerativa “danbrownata” credibile. Pochi ci riescono, ovviamente, visto che non è affatto facile, sebbene la cosa lasci indifferente l’industria della carta stampata. Nell’era-dopo-Il-Codice-Da-Vinci, gli scaffali delle librerie pullulano comunque di voluminosi tomi che, nel titolo, contengono almeno una delle seguenti parole: enigma, codice, mistero, arcano. Si vendono anche solo per quello; se, poi, non piacciono, non è un problema. L’importante è che siano stati venduti e che l’editore abbia guadagnato bene. Lontani i tempi degli editori che scovavano talenti e puntavano sull’arte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un buon libro, in realtà, dovrebbe avere qualcosa in più di una storia con gli effetti speciali. Dovrebbe avere stile, raffinatezza linguistica, schema narrativo. Lo stile di <em>Origin</em>, invece, è ormai orientato, come è stato anche per <em>Inferno</em>, quasi totalmente verso la futura sceneggiatura. Non c’è eleganza stilistica, non c’è ricercatezza espressiva. I romanzi di Dan Brown, dopo il successo de <em>Il Codice Da Vinci</em>, sembrano costruiti solo per invogliare il produttore cinematografico di turno a realizzare un film, rendendogli facile il compito di vedere, in quella storia, scene, effetti speciali e, soprattutto, il simbolo del dollaro. E al lettore cosa resta? Un film da cassetta descritto in un tomo che è troppo alto per fermare un tavolino traballante e troppo basso per essere usato come scaletta da biblioteca. Quando mi verrà in mente cosa farci per usarlo al meglio, lo scriverò. Intanto sconsiglio caldamente di acquistarlo.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà, 17.01.2018]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 17 Jan 2018 19:08:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Un romanzo a teatro]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000069"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em><br></em></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>Il Fu Mattia Pascal</em>, nel lodevole adattamento teatrale di Eleonora Di Fortunato e Claudio Boccaccini, il quale cura mirabilmente anche la regia, è in scena al Ghione di Roma fino al 21 gennaio. Un’opera difficile da realizzare a teatro; un esperimento perfettamente riuscito.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La scenografia di Giulia Colombo è una grande protagonista: in un mondo di libri, che presuppongono conoscenza e coscienza, che accendono lanterne negli occhi degli uomini, per vedere con chiarezza ma anche per temere il buio che inevitabilmente si annida oltre la luce; in un mondo di libri che raccontano suggestivi avvenimenti, rischiando di far sembrare la vita del lettore un niente, una virgola insignificante tra tante parole prive di senso, una sequenza di fatti che non sanno comporre una storia; in quel mondo di libri si dipana la vita romana di Adriano Meis, fu Mattia Pascal, e si intuisce Pirandello in una giusta mescolanza di innovazione e fedeltà al testo. La filosofia pirandelliana non abbandona mai la scena e fa riflettere e sorridere in un delicato intreccio di ragionamenti sulla condizione dell’uomo; un uomo che, sotto un taglio nel cielo di carta di un teatro, sotto un piccolo squarcio che fa alzare la testa e guardare oltre, verso l’inconoscibile, nasce Oreste e si addormenta Amleto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La storia è nota: mentre torna a casa con le tasche piene del denaro vinto al Casino, Mattia Pascal si rende conto di essere stato dato per morto. In un sol colpo, dunque, si ritrova ricco e libero. Libero da una moglie assillante e da una suocera petulante e aggressiva; libero da una vita che non gli garba più. Può essere chiunque e può vivere ovunque. Ancora non sa, ovviamente, quanto sia difficile fuggire da se stessi. Assume il nome di Adriano Meis e va a Roma. Lì prende in affitto una camera nella dimora di brava gente. Fatalmente si innamora di Adriana, la figlia del padrone di casa. Poi, però, la sua libertà si deteriora, assomigliando sempre più alla gabbia sepolta con la sua vecchia vita. Altre le persone che lo vorrebbero diverso, altri i luoghi, altre le convenzioni cui deve rispondere senza poterlo fare, ma il risultato non cambia. E, così, abbandonando bastone e cappello sulla sponda di un ponte, lascia che lo immaginino morto, ancora una volta morto, tra le acque del fiume.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La scena teatrale non può restituire al pubblico il lento fluire del Tevere, che, nel romanzo, accompagna Mattia costantemente, fino all’ultimo, fino al suo addio alla città e alla vita che si è inventato; tuttavia entra in scena ugualmente, in parte attraverso l’iniziale descrizione della veduta di quella che diventerà la stanza di Adriano Meis; in parte attraverso le parole dei protagonisti che, proprio come un fiume, si sciolgono, ora morbide e malinconiche, ora impetuose e travolgenti, in un caso persino sapientemente sottolineate dalla musica. È davvero sublime, infatti, la trovata di rendere corale e serrata la storia del lanternino e la ripetitiva verifica che il buon Meis non si sia addormentato nel frattempo. C’è ritmo, potenza, incisività in quel coro di voci, in quel racconto filosofico che raggiunge il Meis convalescente, ma, soprattutto, raggiunge il pubblico, fortemente coinvolto da un risveglio dell’anima così cadenzato, quasi rapito da una ballata della consapevolezza.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><br></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5">«Dorme?»</span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5">«No. Rifletto»</span></em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il pubblico potrebbe dirlo insieme a Meis e senza tema d’errore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il vaneggiamento e il rovello dei personaggi pirandelliani, impegnati ad inseguire un’identità in grado di sanare le lacerazioni del Sé, l’interiorità dilaniata, la sofferenza esistenziale, quel vivere che impone un vedersi vivere, albergano senza incoerenza in Mattia Pascal e in Adriano Meis, quasi quei nomi celino davvero due persone distinte. E, così, passeggiando per Pisa, ormai morto Adriano Meis e non ancora rinato Mattia Pascal, il personaggio pirandelliano si ritrova a pensare tra sé e sé: <em>«Adriano Meis, che c’era stato, voleva quasi far da guida e da cicerone a Mattia Pascal»</em>. Ebbene, Felice Della Corte, bravissimo nell’interpretare Adriano Meis e Mattia Pascal, rende perfettamente questo dualismo: pacato, ma anche inquieto, agitato eppur sereno nei suoi dubbi, che aumentano lentamente fino alla decisione di abbandonare Roma uccidendo una parte di se stesso per risorgere in una vita che non gli appartiene più. E che non gli appartenga è poco ma sicuro, perché tutto è cambiato. Sono passati due anni e mezzo e tutto è cambiato. E la libertà? Assume un altro aspetto, un altro colore, un altro sapore, ma continua ad essere sempre la stessa: illusoria e bugiarda, assolutamente meno libera di quel che Mattia Pascal vorrebbe. Le azioni degli altri la modificano, la limitano, la invadono. È così in ogni opera pirandelliana: la supremazia della ragione altrui, la parcellizzazione della verità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Meno arrovellato il personaggio di Adriana, interpretato dall’eccellente Alessia Navarro. È una donna lineare, Adriana; una donna dai sentimenti coraggiosi, avvezza a sfiorare le bugie senza cadervi dentro, fiduciosa in Dio, suo delegato per ogni problema. Personaggio meno arrovellato, sì, ma non meno complesso in quel suo portare il carico di un amore corrisposto eppure sfortunato. La menzogna di Adriano, che lei vive come mancanza di coraggio, la distrugge e la rende titanica al contempo. Il suo amato se ne va senza voltarsi indietro, è null’altro che un’ombra lontana, ma lei non demorde e, prigioniera di un’illusione assassina, gli urla di avere fiducia in lei, nella forza dei suoi sentimenti; di credere e di appoggiarsi a lei perché il suo cuore può sanare ogni dubbio, può essere forte per due. A quante donne, deluse e disgraziate, l’ho sentito dire! L’applauso, meritatissimo, che ha seguito l’uscita di scena della Navarro, ha evidenziato quel momento da brivido. Brava. Brava. Ho ancora un fremito d’emozione nel ripensare all’intensità della sua recitazione, capace di dare vita ad un amore scoraggiato, alla delusione, alla fragilità fatta forza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E bravi tutti, ovviamente, Siddhartha Prestinari, Paolo Perinelli, Maurizio Greco, Pierre Brasolin, Ilaria Serantoni, oltre a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione delle scene, perché uno spettacolo ben riuscito è una sinfonia. Ogni attore ha attraversato le barriere di una storia difficile, in bilico tra essere, non essere, apparire; ha fronteggiato verità e menzogne; ha trattato, con una giusta mistura di serietà e di facezia, delicate questioni esistenziali; ha dato vita a personaggi capaci di uscire dal palcoscenico e accompagnare lo spettatore fino a casa, nel parlottio amicale del dopo spettacolo, nella condivisione con chi non è andato a teatro, nei pensieri solitari che sempre affiorano quando cala il silenzio e la notte si fa gigantesca. Gli attori sono scesi tra il pubblico, alla fine, a cogliere i meritatissimi applausi. In realtà sono sempre stati lì, o, meglio, hanno fatto salire il pubblico in palcoscenico per più di un’ora e mezza, coinvolgendolo nel profondo. E questo è Teatro!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 15.01.2018]</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 15 Jan 2018 10:07:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Inés de Castro. La sposa cadavere]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000023"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>Amor che nullo amato amar perdona</b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È il 24 agosto 1339 quando l’elegante Costanza Manuel di Castiglia va in isposa all’Infante del Portogallo Don Pedro, figlio di Alfonso IV. Nel trasferirsi a Coimbra, la futura principessa del Portogallo insiste affinché la accompagni la sua fidata amica e dama di compagnia Inés de Castro: ha davvero bisogno di portare con sé un condensato degli affetti castigliani che sta lasciando, un ricordo vivo dei suoi luoghi natii. Costanza è giovane e felice. Non vede l’ombra annidarsi accanto a lei sin dai primi giorni del suo sfortunato matrimonio. E l’ombra ha nome <em>amore</em>, <em>passione</em>, <em>attrazione</em>. Sentimenti che sgorgano prepotenti nel cuore del bel principe e che sono diretti non già alla sua sposa, ma ad Inés, sbocciata in una bellezza davvero esaltante. Nonostante non ne faccia sfoggio alcuno, è inevitabile che il suo fascino oscuri quello della principessa; ed è fatale che investa anche Don Pedro con il suo carico di focosità: il loro è un colpo di fulmine che dà inizio ad uno dei più passionali e drammatici triangoli amorosi della storia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inizialmente Inés si ritrae, cerca di sfuggire alla lama dorata di un sentimento che le trafigge dolcemente il cuore, ma che, se assecondato, sarebbe anche foriero di indicibile dolore per Costanza. Il suo ritrarsi, tuttavia, non fa che amplificare l’impeto passionale di Don Pedro, al quale infine ella cede: investita d’un antico amor cortese di dantesca memoria, non riesce a non riamare colui che la ama. Intrecciano una relazione adulterina, dunque, con grande scandalo per la Corona e, soprattutto, con grande sofferenza di Costanza, che, troppo mite per reagire a quell’insulto, si ritira in privato dolore nel silenzio della sua dimora, accudendo la prole che, nel frattempo, aveva dato alla luce, frutto di dovuti, prestabiliti incontri intimi con il marito per ragion di Stato, la più antica delle ragion di Stato: l’eredità al trono.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il primogenito, Luigi, nasce nel 1340. Stante il fatto che, per la legge allora vigente, la relazione intima tra un uomo e la madrina di suo figlio era considerata incestuosa, Costanza convince Inés a fare da madrina al bimbo, in modo tale da costringerla ad interrompere lo scandaloso amore con suo marito. Lo stratagemma, però, non funziona, poiché Luigi muore a pochi giorni dal battesimo. Due anni dopo nasce Maria, futura sposa del principe Ferdinando d’Aragona e, nel 1345, viene alla luce Ferdinando, futuro re del Portogallo. La sua nascita segna il definitivo declino di Costanza, anche sotto il profilo fisico. Se è vero che la voglia di vivere genera la forza necessaria a farlo oltre ogni avversità, Costanza ne è priva. La sua tristezza, la sua angoscia, la sua profonda solitudine, la piegano verso una vita indesiderata e, provata dal parto, muore.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La vedovanza rende Pedro libero di vivere la sua storia d’amore con Inés. Purtroppo, però, re Alfonso IV non vede di buon occhio quell’unione e si oppone al matrimonio: Inés è frutto di un’unione illecita, perché figlia di Don Fernandez de Castro, nipote del re di Castiglia Sancho IV, e di una sua amante. I natali illegittimi, la rendono inidonea a salire sul trono del Portogallo. Il re tenta di separarli. Tutto inutile: incurante dell’etichetta, Don Pedro segue con incredibile caparbietà la strada segnata dal suo cuore e va a convivere con la bella Inés, dimostrando a tutti, re compreso, che nessuno può dirgli chi amare o come. Anzi, pare che la sposi in segreto, sposando, con lei, però, anche quella parte della sua famiglia che, a ragion veduta, non gode di buona reputazione. I fratelli di Inés, forti dell’appoggio che avevano dal principe, assumono atteggiamenti spavaldi e violenti, tiranneggiando molti onesti sudditi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il re vede e tace, sebbene mediti un intervento risolutore che allontani il principe da quella donna e dai suoi fratelli.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Intanto, l’unione di Don Pedro e di Inés è allietata dalla nascita dei figli e il ménage prosegue nella gioia reciproca, nella serenità coniugale. Innegabile che il loro sia vero amore.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alcuni tra i più influenti ed agguerriti Consiglieri del Re, Alonso Gonçálvez, Diego López Pacheco e Pedro Coelho, da sempre ostili al principe Pedro, fanno pressioni sul Re affinché i due de Castro, fratelli di Inés, vengano resi inoffensivi. L’unico passo è togliere loro il favore di Don Pedro, allontanandolo da quella famiglia. I tre consiglieri adombrano l’inettitudine del Re a fare gli interessi del proprio Paese: se non è in grado di tenere le redini della sua stessa famiglia, non è nemmeno in grado, forse, di tenere quelle del Paese. Minaccia non troppo velata. Rischia grosso, Alfonso IV; tanto grosso da prendere una decisione davvero difficile: Inés deve morire. È l’unico modo per spezzare il legame tra Don Pedro e i fratelli di lei. Ancora non sa cosa sta per scatenare.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>La falce della Nera Signora</b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È il 7 gennaio 1355. Sono passati dieci anni dalla morte di Costanza. Re Alfonso IV, in compagnia dei tre perfidi Consiglieri e di una guardia armata, si reca personalmente presso la magnifica dimora di campagna che il figlio divide con Inés de Castro, vicino al Convento di Santa Chiara de Coimbra. Devono approfittare dell’assenza di Don Pedro se vogliono eseguire la condanna a morte che è stata decisa.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inés è al corrente del disegno infame che si sta per compiere: certe notizie godono del favore del vento. Ciononostante, accoglie il re con un mesto sorriso, accompagnata dai suoi tre pargoli ed attende che egli pronunci la condanna. Alla vista della delicata e fiera mitezza di quella donna e, soprattutto, di quei fanciulli, Alfonso IV perde il senso delle dure parole che era venuto a pronunciare: lei è amata da suo figlio e, forse, merita davvero tanta devozione; loro sono i suoi nipoti, figli di suo figlio, sangue del suo sangue. All’improvviso pesa enormemente la corona che ha sulla testa; vorrebbe essere semplicemente un nonno, un uomo qualunque che può permettersi di abbracciare i nipoti e, magari, andare a giocare con loro. Pertanto, incapace di far loro del male facendone alla madre, li saluta e lascia la stanza. Come in ogni tragedia che si rispetti, un velo di immobilità cade sui personaggi prima del consumarsi del dramma. Poco dopo tutto precipita.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I Consiglieri rimbrottano il re per essersi rimangiato la parola, per non aver dato inizio, attraverso la pronunzia della condanna, alla concordata esecuzione. Alfonso non ha nemmeno il tempo di rispondere, di spiegarsi, di convincerli a desistere, di dir loro che quei tre nipoti sono suoi nipoti e che nelle loro vene scorre tanto il sangue reale quanto quello di Inés, loro madre; non ha nemmeno il tempo di dir loro che non si deve uccidere nessuno, che non è quello il modo di agire e di risolvere le questioni della Corona. No, non ha il tempo di fare nulla, perché i Consiglieri stessi, coadiuvati dalla guardia armata, afferrano la bella Inés, che, nel frattempo, era uscita in giardino a salutare, e, davanti ai suoi figli, la trucidano a pugnalate, lasciandola affogare nel suo stesso sangue. Un’immagine che verrà perpetuata, in tutto il suo pathos, da molti drammi teatrali ed operistici moderni. Il Chronicon Conimbricensi attribuisce al re l’ordine di morte, ma il risultato non cambia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il ritorno a casa di Don Pedro, quella casa che, da luogo di gioia, è diventata teatro di morte e che, da allora, sarà conosciuta come <em>Quinta das Lagrimas</em>, è segnato da un urlo disperato, profondo, come solo l’anima può essere, roco, come solo il dolore può risuonare. E, dalla caverna del suo dolore, emerge la più aspra delle vendette.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Radunato, tra i suoi fedelissimi, un esercito, Pedro scatena una guerra civile senza pari, spaccando in due il Paese. Ormai il Portogallo è un campo di battaglia: figlio contro padre. L’avanzata di Don Pedro assomiglia a quella della dea egizia Sekhmet scatenata da Ra: non si ferma davanti a niente. Distrugge, travolge, annienta luoghi e persone. Una valanga, una colata lavica, uno tsunami. Una voce solo potrebbe fermarlo e lo ferma, in realtà, quella della madre, Beatrice di Castiglia. Sono le sue parole a lenire il dolore bruciante del figlio e a farlo desistere dal distruggere il suo stesso Paese, dall’annientare i suoi stessi sudditi, incolpevoli di tanto orrore. È così che, davanti all’arcivescovo di Braga, Don Pedro stipula una tregua con il padre, mai abbandonando il proposito, però, di vendicarsi degli infami Consiglieri una volta che fosse diventato re. E non deve attendere molto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1357 Alfonso IV se ne va al cospetto dell’Altissimo con il suo carico di colpe, con la debolezza mostrata dapprima nel volere la morte di Inés e, poi, mutato avviso, nel non impedirla.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><br><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>I</b></span><b class="fs12lh1-5">l potere che uccide, il cuore che ama</b><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il trono è ora del figlio, che regna col nome di Pedro I. Alla notizia della morte di Alfonso, i tre assassini di Inés fuggono, è ovvio. Sanno che saranno i prossimi a morire e tentano di farsi proteggere dal Re di Castiglia. Pedro gioca d’astuzia. Fa arrestare alcuni rifugiati politici castigliani e propone uno scambio. Anche il re castigliano si chiama Pedro I, ed anche lui sarà noto alla storia come Pedro il Crudele, al pari del suo omonimo portoghese. Il perché sia stato dato un soprannome simile al Re del Portogallo è presto svelato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Castiglia accetta lo scambio senza indugio. Alonso Gonçálvez e Pedro Coelho cadono nelle mani di Pedro del Portogallo; Diego López Pacheco, avvisato in tempo dell’accordo, riesce a sottrarsi all’arresto. I due vengono reclusi nelle prigioni di Santarem, nella Estremadura lusitana, e lì restano per lungo tempo, sapendo bene che sarebbero stati uccisi, ma non immaginando come.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il Sovrano portoghese assiste personalmente all’esecuzione. I due prigionieri vengono condotti al suo cospetto ed egli li condanna a morire mediante asportazione del cuore. Al supplizio del primo, Pedro Coelho, assiste anche l’altro: le gambe gli tremano e l’orrore lo porta più volte sull’orlo dello svenimento. Il boia affonda il coltello nel petto del condannato, allarga la ferita e vi introduce la mano; quindi afferra il cuore ancora pulsante e lo strappa, portandolo al cospetto del Re. Pedro I non è ancora soddisfatto e stabilisce che la seconda esecuzione debba avvenire meno velocemente, in modo che la sofferenza sia amplificata: il boia dovrà strappare il cuore aprendosi un varco dalla schiena. Una simile sanguinaria, atroce, crudele vendetta non rende, certo, onore all’amore provato per la sua Inés, ma lascia comunque capire quanto profonda sia la sua ferita, quanto faccia male l’amputazione da lui subìta di una parte della sua stessa anima che, appare chiaro, albergava nel corpo della donna amata.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Placata la sua sete di sangue, Pedro comunica ai suoi sudditi di aver sposato in segreto, anni prima, Inés de Castro dinanzi al vescovo di Guarda, casualmente morto qualche giorno prima della dichiarazione e, dunque, impossibilitato a smentire. Inés, pertanto, era sua legittima sposa al momento della morte. E, in base a ciò, leggenda vuole che ne annunci l’incoronamento. Il popolo applaude la sua decisione, aspettandosi giorni di festa, sempre ben graditi a tutti, e un’incoronazione della Regina in effige. I giorni di festa ci saranno, ma l’incoronazione avrà una sua macabra peculiarità.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dal giardino della <em>Quinta das Lagrimas</em>, re Pedro fa disseppellire il corpo di Inés, uno scheletro vestito con abiti laceri, ordina di ripulirlo dalla terra e dalle larve che ancora lo abitano, di ricostruire artificialmente i legamenti e puntellarlo in modo da darle unità ed armonia, di vestirlo sontuosamente. Appare commosso. Nel suo sguardo innamorato non c’è più nulla dell’uomo che ha assistito imperturbabile all’atroce esecuzione di Coelho e di Gonçálvez. Sembra quasi che i suoi occhi vedano, in quello scheletro, il vecchio splendore, il passato fascino, i delicati lineamenti che l’avevano fatto perdutamente innamorare.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il Paese è in festa. Molti i nobili giunti da lontano per assistere all’incoronazione. Nessuno si aspetta di vedere quel che sta per vedere: lo scheletro di Inés de Castro avanza lungo il sagrato della cattedrale su una portantina circondata da una scorta d’onore. Indossa il mantello regale ed è circondata di fiori, decorazione scelta per la bellezza, ma, forse, anche per il profumo, adatto a coprire l’odore di morte che, nonostante tutto, segue quelle spoglie.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’Arcivescovo, pallido e titubante, incorona il Re e la Regina del Portogallo, apponendo la corona sul teschio di quest’ultima, sotto l’assente sguardo delle sue orbite vuote, impietrito di fronte alla mandibola tenuta ferma da un gioco di legacci, affinché i denti appaiano stretti in un inquietante sorriso. Segue l’applauso della folla. Il macabro rito, però, non è ancora concluso: assisa sul trono, la Regina deve ricevere gli omaggi dei nobili e dei cortigiani. Lo impone il protocollo, ma soprattutto lo impone il Re e nessuno vuole mettersi contro <em>quel</em> Re. Iniziano, dunque, a sfilare verso la silenziosa Sovrana, inchinandosi a baciarle il mantello e l’anello che adorna la sua scheletrica mano. Nei loro occhi si legge non già l’orrore, ché nel medioevo si è avvezzi alla vista del sangue o delle ossa, ma la paura della morte trionfante, assisa sul trono.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Scende la sera. La Regina deve tornare al suo sonno eterno. Paludata con il manto regale, viene nuovamente deposta nella tomba, non già nell’avello scavato nella terra della <em>Quinta des Lagrimas</em>, ma in uno splendido sepolcro nell’abbazia cistercense di Alcobaça, ove una fine mano d’artista l’aveva scolpita in tutta la sua giovanile magnificenza, elegantemente vestita ed incoronata. Anche Pedro I dormirà il suo sonno eterno in quell’abbazia. Il suo sepolcro, che lo vedrà con le mani sull’elsa della spada, sorretto da sei leoni, simbolo anche della sua rabbia e della sua ferocia, sarà esattamente di fronte a quello della moglie, piedi contro piedi, come da lui voluto, in modo che allo squillo delle trombe della resurrezione, alzandosi, si troveranno l’uno di fronte all’altra, per sempre uniti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Di certo, una storia d’amore tanto tormentata non può non muovere commozione; non può non alimentare la romantica speranza che Pedro ed Inés siano ora insieme in un qualunque altrove, finalmente in pace, perché, al di là della violenza, al di là dell’orrore, il loro legame è stato così forte che è davvero difficile pensare che non trovi la via per essere eterno.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">[InLibertà.it, 10.01.2018]</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>Foto da dipinto di <i>Eugénie Servières,</i> di pubblico dominio</b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Patrizia Botta</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ines de Castro. Studi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Longo, Ravenna, 1999</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Queral Del Hierro – Maria Pilar</span></b><span class="fs12lh1-5">, </span><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Ines de Castro</span></i><span class="fs12lh1-5">, Editorial Presenca, Barcarena, 2004</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Leonardo Donati</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La regina uscita dalla tomba</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in Storia Illustrata, 1958, n. 6, p. 91</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Enrico Franceschi</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ines de Castro</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Tip. Benelli, Firenze, 1853</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Edgar Prestage</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Portogallo nel Medioevo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in Storia del mondo medievale, Garzanti, Milano, 1999</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 10 Jan 2018 22:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Leonardo da Vinci. La misteriosa sepoltura in terra di Francia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000022"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b class="imTAJustify fs12lh1-5">L’addio a Roma nemica</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’ultimo soggiorno romano di Leonardo non è tra i più favorevoli. Il suo carattere non lo rende simpatico; le sue opere continuano a sollevare profonda ammirazione e invidia di pari intensità; la sua passione per i fossili di Monte Mario suscita curiosità morbosa; i suoi studi di anatomia generano critiche; i suoi progetti ingegneristici, viepiù, fanno gola agli emissari di affaristi senza scrupoli, che, tuttavia, s’incagliano sistematicamente nelle sabbie mobili della crittografia leonardiana, nella quale solo il Maestro sa riordinare le idee. L’ostilità nei suoi confronti è in costante aumento: sicuramente quella della cerchia di artisti che ruotano attorno a Michelangelo; ma anche quella di un suo nemico di vecchia data, tal Pier Soderini, il quale, tornato nelle grazie dei Medici, ha abbandonato il proprio esilio. Ai nemici dichiarati, poi, si affiancano i falsi amici, come Giovanni degli Specchi, artiere tedesco, e il suo compare Giorgio, interessati a carpire i segreti della macchina cui Leonardo sta lavorando, la c.d. <em>centina</em>. Chiacchiere e false accuse minano la sua figura, dunque; il suo riottoso silenzio, la sua chiusura caratteriale peggiorano le cose. Si dà largo credito ai suoi nemici e i favori di cui aveva sino ad allora goduto prendono a scemare. Leone X gli nega la pratica della dissezione dei cadaveri in quel di Santo Spirito; le commissioni si fanno sempre più esigue; nel 1514, alla morte di Bramante, capo della <em>fabbrica di S. Pietro</em>, la sua candidatura non viene presa in considerazione alcuna e viene scelto Raffaello Sanzio, che, in architettura, è sicuramente meno preparato di Leonardo e di Michelangelo, l’altro candidato. Tali e tante pressioni lo inducono ad abbandonare Roma.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1515 Francesco I di Francia scende in Italia, annientando le difese degli Sforza. Il Papa decide di accoglierlo a Bologna, nella speranza di tessere accordi favorevoli. È presente anche Leonardo, che aveva seguito, da ingegnere militare, il suo amico Giuliano de’ Medici, figlio del Magnifico, nella campagna bellica appena conclusa. È qui che riceve un primo invito a stabilirsi in Francia. L’idea lo solletica, ma non abbandonerebbe mai Giuliano. Tuttavia, quando il suo amico, novello sposo di Filiberta di Savoia, viene stroncato dalla lunga malattia che lo aveva colpito già da tempo, Leonardo non ha più alcuna remora a partire; tanto più che, senza Giuliano, è venuta meno anche la protezione di cui godeva. Fiaccato dalla gotta, dunque, ed afflitto dall’isolamento cui Roma lo ha costretto, decide di accettare l’invito di Francesco I.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Parte per la Francia con al suo seguito il suo fido servitore Battista de Villanis ed i suoi allievi Francesco Melzi e Gian Giacomo Caprotti, detto Salaì, il quale, però, si ferma in Lombardia, dove Leonardo stesso gli concede di edificare un suo terreno messo a vigne. È autunno. I viaggiatori passano dalla Lombardia al Piemonte e di qui alla Savoia. Il tratto alpino è già battuto da un’aria frizzante e le cime più alte sono imbiancate di neve. L’occhio leonardesco, esperto d’arte e di scienza, si bea di tanto spettacolo e vorrebbe tirar fuori tele e pennelli, ma il cammino è lungo e non può permettersi soste fuori programma.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Gli ultimi giorni dell’uomo e dell’artista</b></span><span class="fs12lh1-5"><i></i></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il maniero di Cloux, nella parte meridionale di Amboise, dove Leonardo trascorrerà l’ultima parte della sua vita, è una dimora principesca affacciata sulla dolce campagna della Turenna. Guardare l’orizzonte dalla finestra significa possedere una parte incantevole di mondo e Leonardo non se la fa, certo, sfuggire, sebbene mai l’abbandoni la nostalgia della patria, della campagna altrettanto dolce, odorosa e brillante della sua Toscana, pur non altrettanto quieta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Vive nell’agio. Dal Tesoro Reale percepisce una pensione di tutto rispetto, pari a settecento scudi all’anno. La dimora, dal passato glorioso, trasuda buon gusto, eleganza ed opulenza artistica; vi si trova, inoltre, una biblioteca meravigliosa. Leonardo si sente finalmente protetto e sereno. Non disdegna, peraltro, la venerazione che, per lui, prova il Sovrano, il quale si duole solo di non poter stare sempre al fianco del grande Artista per abbeverarsi alla sua inesauribile fonte di sapere. E non solo il Sovrano ambisce a stargli accanto. Molti illustri personaggi, passando da Amboise, si recano a fargli visita, partecipando alle feste ed alle parate che spesso egli organizza. È tanta l’ammirazione che suscita in nobili e plebei che molti adottano il suo stile, vestendo come lui e facendosi crescere capelli e barba. La sua vena narcisistica d’artista è paga.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La salute, però, rapidamente peggiora e gli anni sono con lui inclementi: ne ha sessantacinque, ma ne dimostra molti di più. Continua a dipingere e, soprattutto, a disegnare, sebbene una paralisi gli abbia colpito il braccio destro ed abbia bisogno del costante aiuto del suo allievo Melzi; inoltre si dedica a scrivere non pochi trattati. A questo periodo risalgono un Bacco, che certa critica ritiene di attribuzione incerta, ed un S. Giovanni, entrambi espressione dell’androgino neoplatonico proiettato nell’universo di misteri sempre cari all’Artista: una sorta di testamento artistico. Non l’unico testamento di quei suoi ultimi giorni. Anche sotto il profilo giuridico Leonardo sente di dover mettere ordine nella sua vita, una vita che gli sta sfuggendo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella primavera del 1518 due eventi particolarmente lieti vengono festeggiati ad Amboise: il battesimo del Delfino e il matrimonio di Lorenzo de’ Medici, nipote di papa Leone X. Festeggiamenti che si protraggono per giorni e che investono Leonardo di una gaiezza tale da allontanare, per un po’, i fantasmi della malattia, della vecchiaia e della morte, in compagnia della quale passa sempre più spesso i suoi giorni solitari.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Le ultime parole</b></span><span class="fs12lh1-5"><i></i></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fine aprile 1519. Sabato Santo. Leonardo fa chiamare al suo capezzale il notaio Guglielmo Boreau per dettare testamento, alla presenza di Melzi e di sei testimoni ecclesiastici. Lascia quattrocento scudi ai suoi fratelli, dai quali, avendogli costoro negato l’eredità paterna, lo aveva diviso una lunga lite finita in tribunale; lascia metà del vigneto milanese al suo discepolo Salaì, che già lo stava occupando, e l’altra metà al suo servitore de Villanis. Aver diviso il vigneto tra i due è una punizione per Salaì, al quale sottrae metà di una proprietà che gli avrebbe lasciato intera se questi non si fosse distaccato da lui, scegliendo di non andare in Francia. Al Melzi va tutto il resto. Nulla è lasciato al caso. Dà precise disposizioni anche su come si sarebbe dovuto svolgere il funerale e sul luogo di sepoltura, ossia la cappella reale della chiesa di S. Fiorentino ad Amboise. Fiorentino è un nome che deve evocargli ben più d’un pensiero religioso. Nato a Vinci, comune della città metropolitana di Firenze, Leonardo è stato ed è ancora, in quel momento, radicalmente fiorentino, mai dimentico della sua patria. Lascia, inoltre, i soldi per le candele e per le trenta messe basse e le tre alte che vuole siano celebrate in suo suffragio.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Viene, quindi, lasciato solo con frate Guglielmo Croisant, suo amico di vecchia data: vuole confessarsi e fare la comunione, ma insiste per ricevere il sacramento in ginocchio e devono, dunque, rientrare nella stanza il Melzi ed il de Villanis per aiutarlo. Si aggrappa alle loro braccia e si comunica, sciogliendo nelle lacrime la consapevolezza non tanto della morte vicina, che a quel punto sente amica, quanto dell’ormai lontana immagine dell’uomo forte ed energico che era stato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Negli otto giorni successivi resta nel suo letto in un sonno continuo, interrotto solo da brevi deliri. Il Melzi, che lo veglia notte e giorno, non riferirà mai quelle sue ultime sporadiche parole, ormai sepolte nei secoli. Il 2 maggio, nella costernazione di chi lo circonda, sulla voce sommessa di frate Guglielmo, chiamato al suo capezzale per la preghiera degli agonizzanti, Leonardo, il grande Leonardo, esala l’anima. Dalla voce di Melzi, spezzata dal dolore, s’ode l’unico epitaffio tramandato ai posteri: <em>«Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per tre giorni i cittadini di Amboise possono visitare la salma, che, inizialmente, viene inumata nell’Orto di S. Fiorentino, non essendo ancora pronta la tomba nella cappella reale. Il 12 agosto la salma viene traslata nella tomba a lui dedicata. Una tomba degna del suo nome, si dice, ma di cui nessuno parla, che nessuno descrive; una tomba che nessuno si preoccupa di visitare, quasi un ingiusto oblio sia destinato a ricoprire non solo le spoglie ma il nome stesso del Maestro. Solo nel XVIII secolo, nello sforzo di ricomporre la sua opera, si cercherà quella tomba.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Risale al Settecento la scoperta del suo testamento, che offre certezza sul luogo della morte e della sepoltura, e, dunque, sul luogo dove cercare. La ricerca, però, è farraginosa: quel luogo non è più quel che era. Nel 1560, infatti, la chiesa di S. Fiorentino è stata devastata ed abbandonata. Lapidi rotte, salme trafugate, suppellettili rubate: la vendetta degli ugonotti dopo il fallito tentativo di sottrarre il Re alle influenze cattoliche dei Guisa. Poche le lapidi ancora inviolate e, tra queste, non figura quella di Leonardo. Ma di profanazioni S. Fiorentino ne avrà più d’una. Poco dopo le ricerche settecentesche, esplode la Rivoluzione Francese, che porta nuovi saccheggi, ai quali le stesse mura della chiesa non resistono. Ormai pericolante, viene fatta demolire nel 1808 da Roger Duclos, prefetto napoleonico. Le lastre di marmo delle lapidi vengono riutilizzate altrove ed il piombo delle bare fuso. Tra le macerie, seppellite alla buona, ci sono solo mucchi d’ossa e spigoli di marmo sfuggiti alle ruberie. Nessuno è in grado di verificare se, tra quelle ossa, vi siano quelle di Leonardo da Vinci.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La ricerca più accurata arriva nella seconda metà dell’Ottocento. Il poeta francese Arsène Houssaye chiede e ottiene il permesso per cercare i resti di Leonardo. Dopo estenuanti classificazioni d’ossa, rinviene uno scheletro composto, dell’altezza di Leonardo, con il teschio appoggiato alla mano. L’animo poetico di Houssaye vede in questa posa il pensatore e si convince che quello sia lo scheletro di Leonardo. Lì accanto, inoltre, nota vasi colmi di incenso e mirra, cosa che presuppone una particolare solennità nell’inumazione, ed una moneta d’argento con l’effige di Francesco I senza barba, ossia come era ai tempi del soggiorno francese di Leonardo. Prove deboli, sinceramente. Nella cappella reale erano stati inumati principi e personaggi illustri. Il particolare corredo funerario di quello scheletro non può, dunque, essere considerato una rarità, in quel contesto. Forse, gli unici elementi veramente indizianti sono tre frammenti di lapide. Nel primo compaiono le lettere INC, nel secondo LEO e nel terzo EO DUS VINC. È ben possibile che si tratti della sua lapide, ma da qui a credere che sia suo lo scheletro rinvenuto poco distante, tra migliaia di ossa sparse e d’altri scheletri più o meno completi, ne corre.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il mistero delle ossa di Leonardo, dunque, ancora oggi permane. Ad Amboise, nella cappella di S. Uberto, una tomba ha inizialmente accolto tutte le ossa ritrovate sotto la demolita S. Fiorentino, ivi comprese quelle, presunte, di Leonardo ed una lapide, nel ricordarle tutte, menzionava il grande Artista: <em>«Sous cette pierre reposent des ossements recueillis dans les fouilles de l’ancienne chapelle royale d’Amboise, parmi lesquels on suppose que se trouve la depouille mortelle de Leonard da Vinci, ne en 1452, mort en 1519»</em>. Successivamente si è voluto inumare lo scheletro a lui attribuito sotto una lapide a parte, che riportasse solo il suo nome. Tuttavia, la certezza che proprio quelle siano le sue spoglie non c’era allora e non c’è oggi. Dobbiamo accettare il fatto che, tra i tanti misteri che ammantano le opere e la vita di Leonardo, v’è anche quello che riguarda la sua sepoltura: fino all’ultimo enigmatico come il sorriso della sua Gioconda.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b> </b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">[InLibertà.it, 06.01.2018]</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - Busto di Leonardo nella sua casa di Vinci</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Clemente Fusero</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Leonardo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Dall’Oglio, Milano, 1958</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Francois Saint-Bris</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Chateau du Clos Lucé: derniere demeurede Leonard Da Vinci</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Chateau du Clos Lucé, Amboise, 2011</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Claudio Vecce</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Leonardo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Salerno Editore, Roma, 1998</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 06 Jan 2018 19:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Federico Varese. Mafia tra realtà e fantasia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000057"><div class="imTACenter"></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></b></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Era il 1972 quando uscì il primo film della trilogia di Francis Ford Coppola tratta dal romanzo di Mario Puzo </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">Il Padrino</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">. Il clamoroso successo di pubblico e di critica che la pellicola riportò ebbe anche un effetto secondario non trascurabile: il fruitore del messaggio artistico non solo fu deliziato dalla regia, assolutamente perfetta, o dalla recitazione di tutti gli attori, dai più grandi ai caratteristi, che rappresenta ancora oggi un manuale pratico dell’interpretazione cinematografica, ma entrò in contatto con un mondo solitamente relegato nella cronaca nera o nei libri di storia e di criminologia. La mafia. Già solo la parola incute terrore. Evoca sparatorie, stragi, terrore. Nemmeno si sa esattamente da dove sia giunta, questa parola; quale sia l’etimo del demonio, mi verrebbe da dire. L’arabo </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">mahyas</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">, come afferma Gambetta? Il toscano, come ritiene Santi Correnti? Il piemontese, come è scritto in un dizionario siciliano-italiano di fine Ottocento a cura di Mortillaro? O, forse, una delle altre tante lingue, uno dei tanti altri dialetti che gli studiosi hanno ipotizzato? Quale che sia la sua origine, mafia è parola che non può, certo, lasciare indifferenti.</span><br><div class="imTAJustify">Ed è esattamente quanto accaduto a chi, nei primi anni Settanta dello scorso secolo, si è trovato a leggere il romanzo di Puzo o a vedere il capolavoro cinematografico di Coppola. Non solo non è rimasto indifferente, entrando nella storia, viaggiando nella fantasia in compagnia di personaggi di carattere, ma ha approcciato da vicino il fenomeno mafia, saggiandone ora il dramma, ora l’aspetto “romantico”, se così si può dire, aiutato da una musica malinconica, languida e commovente.</div><div class="imTAJustify">Romantica è sicuramente la figura di don Vito Corleone, il quale rifiuta categoricamente di entrare nel giro della droga perché “la polverina” miete vittime. Don Vito, che balla con la figlia nel giorno del suo matrimonio; che aiuta un giovane pasticcere a rimanere in America e sposare la ragazza dei suoi sogni; che tiene sotto la sua ala protettiva il consigliere Tom Hagen, adottato da bambino; che piange la morte del figlio, Sonny, caduto in un’imboscata per andare a proteggere la sorella. Don Vito, che tenta di tenere lontano dagli affari di famiglia il figlio minore, l’eroe di guerra, colui che, nei suoi sogni, dovrà riscattare il nome della famiglia.</div><div class="imTAJustify">La famiglia, ecco. L’altro fulcro attorno al quale ruota l’organizzazione criminale cinematografica.</div><div class="imTAJustify">Ebbene, a quarantacinque anni dall’uscita de <i>Il Padrino</i>, ho incontrato un illustre criminologo per parlare della mafia di Puzo e di Coppola, di quella mafia, forse poco realistica, che, tuttavia, è ancora nel nostro immaginario; è cristallizzata nel frasario cinematografico di chi, non più giovanissimo, come me, ha visto e rivisto quel film e i successivi: <i>«gli faccio un’offerta che non può rifiutare»</i>, <i>«si va ai materassi»</i>, <i>«lascia la pistola e prendi i cannoli»</i>.</div><div class="imTAJustify">Federico Varese è docente di Criminologia all’università di Oxford, direttore dell’Extra-Legal Governance Institute e Senior Research Fellow del Nuffield College. Ha al suo attivo molti libri sulla mafia, tra i quali, in traduzione italiana, il magnifico <i>Mafie in movimento. Come il crimine organizzato conquista nuovi territori</i>, edito da Einaudi nel 2011 e la sua più recente fatica, uscita quest’anno sempre con Einaudi, <i>Vita di Mafia. Amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato</i>, splendido e documentatissimo viaggio nelle mafie di tutto il mondo, con un intero capitolo dedicato alla mafia cinematografica, scritto con lo stile accattivante che sempre distingue l’Autore e che rende i suoi testi criminologici interessanti come romanzi.</div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Federico, ci conoscemmo in occasione dell’uscita di un tuo libro, in compagnia di altri illustri giuristi, tra i quali il caro amico e Procuratore Generale di Cassazione Aurelio Galasso. È passato più di qualche anno. Molta acqua sotto i ponti, o, meglio, molta mafia sulle tue pagine. Gli scrittori, spesso, sviluppano un personale feeling con gli argomenti che più trattano, quasi un’osmosi che rende quegli argomenti parte della loro stessa esistenza, indagati in ogni aspetto, anche il meno noto. Ecco, a proposito di aspetti meno noti della mafia, esiste un “romanticismo” della criminalità organizzata? Un’immagine positiva, come quella che Il Padrino ha, in qualche modo, evidenziato, rendendo trasparente il crimine per rivelare il dramma intimo della Famiglia?</i></b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Raffaella, ricordo benissimo quell’incontro, quando cercavo di studiare la presenza della mafia post-sovietica a Roma. Da allora, ho continuato ad occuparmi di mafie in maniera comparativa, cercando di mettere in luce gli aspetti che queste organizzazioni hanno in comune, anche se nate in tempi e contesti diversi. Uso il concetto di mafia in modo analitico, non in riferimento ad un particolare contesto storico singolo, come la Sicilia. Vengo alla domanda: sicuramente il film di Coppola descrive una mafia “romantica”, di un onore lodevole, che, tuttavia, ha poco a che fare con quella vera. Lo stesso Puzo, in un’intervista, disse che lui non sapeva niente della mafia, non aveva avuto nessun rapporto con la mafia nella sua vita, tranne, forse, l’andare qualche volta a giocare al casino di Las Vegas. Aveva solo letto qualcosa sui giornali. Ha scritto, dunque, un’opera di fantasia, che nasce come romanzo e non pretende d’essere null’altro; una grande saga familiare, la storia di tentativi falliti di ascesa sociale, un complesso rapporto tra padre e figli, una complessa storia d’amore tra una donna americana e un italiano, un romanzo insomma. </div><div class="imTAJustify"><b><i> </i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Nel tuo libro Vita di Mafia hai dedicato un intero capitolo alla mafia cinematografica. La figura accattivante del delinquente, che suscita quasi ammirazione; la costruzione di un anti-eroe che, alla fine, diviene eroe egli stesso, non è unica prerogativa de Il Padrino, giusto?</i></b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Esatto. La rappresentazione del mafioso “romantico” è iniziata molto prima. La prima rappresentazione risale al 1912, il primo gangster movie americano, <i>The Musketeers of Pig Alley</i>, diretto dal grande regista D.W. Griffith. In quel breve film, ovviamente muto, il gangster salva una giovane donna da uno stupro, si veste in maniera elegante, combatte contro una gang rivale cattiva, e arriva a suscitare l’ammirazione della comunità, del quartiere, tanto che lo proteggono dalla polizia … </div><div class="imTAJustify"><b><i> </i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>È vero, dunque, che certi personaggi entrano nel cuore, penetrano sotto la pelle dello spettatore, malgrado tutto. Qual è il personaggio de Il Padrino che ha colpito di più Federico Varese?</i></b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Sicuramente tutti gli interpreti sono insuperabili. Però, a dover scegliere, direi Fredo, il fratello maggiore, interpretato dal grandissimo John Cazale, un attore purtroppo morto giovanissimo, che ha fatto film come <i>Il Cacciatore</i>, <i>Quel pomeriggio di un giorno da cani</i>, e (mio favorito, sempre di Coppola) <i>La conversazione</i> … Ecco, lui è un attore molto interessante ed interessante è anche il suo personaggio, collaterale ma assolutamente indispensabile per l’ingranaggio del film. Un debole, catturato nel vortice mafioso, dove spazio per i deboli non ce n’è.</div><div class="imTAJustify"><b><i> </i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>A proposito di Fredo. Alla fine, viene ucciso dal fratello. Un episodio dei più brutali, che lascia scioccati e quasi stride con l’idea di onore e di famiglia che fino a quel momento permea la storia. Negli affari di mafia vera si verificano di frequente omicidi in seno alla stessa famiglia? Oppure la famiglia ha una coesione che supera i dissapori interni?</i></b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">La premessa è che le mafie tradizionali non sono famiglie di sangue, sono organizzazioni criminali. Il nome “famiglia” nasce dall’esigenza di generare, all’interno del gruppo, una coesione tale da non riconoscere altro legame al di fuori di quello con i complici. È famiglia solo di nome, quindi. Infatti, difficilmente vi entrano consanguinei. Certo, il fatto che le mafie tradizionali tendono a reclutare in una zona circoscritta porta ad ammettere nell’organizzazione anche persone imparentate tra loro. Di norma, però, le famiglie mafiose non vogliono avere parenti stretti tra i loro affiliati. Solo quando c’è maggiore pressione dello Stato, o difficoltà a reclutare, è possibile che familiari, anche stretti, vengano a comporre il nucleo mafioso. Si pensi ad una nota famiglia mafiosa di Catania, dove erano entrati entrambi i fratelli, uno dei quali è rimasto ucciso nella guerra di mafia e l’altro, Antonino Calderone, si è pentito e ha fornito alle autorità una confessione indispensabile per capire le dinamiche mafiose. Comunque, i rapporti di parentela eventualmente presenti all’interno di una cosca contano poco. Il business e l’obbedienza al boss vengono prima. Quindi può ben accadere che un parente ne uccida un altro. Sono spietati, del resto: ammazzano uomini, donne e bambini, con buona pace di film come <i>Il Padrino</i>. Non hanno codici d’onore idonei a limitare i destinatari di atti violenti.</div><div class="imTAJustify"><b><i> </i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Se, a bordo di una macchina del tempo, potessi tornare al 1969 e, con l’esperienza di oggi, assistere Puzo nella stesura del suo libro, o, nel 1972, assistere Coppola nella regia del film, cosa diresti loro di cambiare?</i></b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Come dicevo, <i>Il Padrino </i>è un’opera di fantasia, che ovviamente ha diritto di esistere. Personalmente preferisco libri e film che mostrano la meschinità, la fragilità e la pochezza umana dei mafiosi. Penso alle opere di Martin Scorsese, di Ciprì e Maresco e poi di Maresco da solo (<i>Belluscone – Una storia siciliana</i> è straordinario), <i>Anime Nere</i> di Francesco Munzi, e il film <i>Gomorra</i> di Matteo Garrone. C’è poi l’aspetto del realismo del <i>Padrino</i>. Molti spettatori sono indotti a credere che il film descriva la mafia americana come è veramente. Invece è assolutamente falso, ad esempio, che i padri passino lo scettro di boss ai figli. In nessun caso il figlio è diventato boss (l’unica eccezione, post <i>Il Padrino</i>, è stato il tentativo, fallito, di John Gotti, di far nominare il figlio quale capo della famiglia Gambino). Anzi, come detto, tendono a non ammettere i figli nelle famiglie, visto che la famiglia mafiosa vera non è una famiglia di sangue. Tuttavia, un legame realistico tra l’opera di Puzo e di Coppola e la mafia vera c’è, sebbene di segno opposto a quel che si possa credere. Non è il film che ha copiato la realtà, quanto la mafia ad aver fatto propri alcuni elementi letterari, copiando atteggiamenti, abbigliamento, imparando a memoria le battute. La mafia americana ha amato moltissimo <i>Il Padrino</i>.</div><div class="imTAJustify"><b><i> </i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Nel tuo libro lo sottolinei con grande chiarezza, infatti.</i></b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Ne parlo, sì. Attraverso il film, la mafia si è fatta riconoscere come entità a sé rispetto ad altre organizzazioni delinquenziali; inoltre il film ha spiegato i loro metodi, ha risparmiato la fatica, ai mafiosi, di incutere terrore: dopo aver visto il film la gente sa perfettamente cos’è un’offerta che non si può rifiutare e non la rifiuta, come sottolineato, a suo tempo, da Diego Gambetta, docente di sociologia nella mia stessa università ed esperto di mafia. Non si trascuri, infine, il fascino che la mafia di Puzo e di Coppola ha trasposto su quella vera, donandole un più largo consenso. Lo stesso fenomeno si era riscontrato con il film del 1912 di cui abbiamo parlato poc’anzi, <i>The Musketeers of Pig Alley</i>. In quest’ultimo caso, però, fu prevalentemente il look, l’eleganza, il portamento del protagonista ad essere copiato dai gangster veri.</div><div class="imTAJustify"><b><i> </i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Ora consentimi una domanda che esula dal cinema e dalla letteratura. Guardando all’evoluzione della criminalità organizzata di stampo mafioso, assistendo alla lenta scomparsa dei grandi capi clan più carismatici, ha ancora senso parlare di mafia?</i></b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Sicuramente. Nel libro cito una bellissima e profonda frase di Falcone, il quale definisce la mafia un <i>fenomeno umano</i>. Quindi, come tutti i fenomeni umani, anche le mafie nascono, crescono e muoiono. Sicuramente le mafie possono finire, anche se non sono affatto finite in Italia. Essendo fenomeni sociali (cioè fatti di persone che si associano tra loro), possono essere sconfitti da misure atte sia a disincentivare il comportamento mafioso e a prevenirlo, sia a reprimere l’azione criminosa. La repressione di polizia è ovviamente fondamentale, ma da sola può far poco: c’è e c’è stata in Italia, ma non ha prodotto l’estinzione del fenomeno mafioso. In buona sostanza le mafie possono morire, ma bisogna <i>farle</i> morire. Nel libro discuto le misure a mio avviso utili in questo senso. La seconda considerazione che si lega alla mafia come fenomeno sociale è la capacità di evolversi, pari a quella dell’essere umano che le dà vita. Si è sempre adattata ai nuovi mercati, almeno quelli che riesce a controllare. E si tratta di un controllo prevalentemente territoriale. La ‘Ndrangheta, ad esempio, è molto forte, economicamente, perché, attraverso il porto di Gioia Tauro, controlla il traffico di droga proveniente dall’America Latina. In pratica, la mafia si adatta alle nuove esigenze, ma sempre attraverso un’azione locale. Poi, certo, oggi i mafiosi usano anche WhatsApp, Facebook, Skype, ma lo fanno come lo facciamo tutti noi. L’attività criminale viene gestita alla vecchia maniera e in modo assolutamente legato al territorio sotto controllo. Quindi solo riconquistando il territorio possiamo pensare di sconfiggere la mafia.</div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">**** ° ****</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify">Grazie, Federico, per questa piacevole chiacchierata in bilico tra il mondo vero e quello tratteggiato dalla fantasia di uno scrittore, tra la violenza e il racconto della violenza; grazie soprattutto per i tuoi studi, i tuoi libri, che aiutano non solo lo studioso di criminologia, ma il grande pubblico a capire e a riconoscere certe realtà. E la conoscenza è sempre la base prima per il discernimento, per la comprensione del Bene e del Male, per la capacità di prendere le distanze dal fenomeno mafioso. Ultimamente molti giovani, anche nati e cresciuti in località controllate dalla mafia, stanno alzando la testa, stanno combattendo affinché il fenomeno mafioso sia emarginato. Certo, non è questione di giorni e nemmeno di mesi, ne siamo tutti consapevoli. La mafia, a quanto s’è capito, è un fenomeno antico in costante evoluzione. Di volta in volta cristallizza un’epoca, vi si inserisce col suo bagaglio di negatività e di tradizione. Poi cambia, come cambia il mondo. Ma, alla fine, può anche morire. Il tuo libro ci insegna a sperare, dunque. E la speranza è una forza superiore.</div><div class="imTAJustify"><b> </b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 03.01.2018]<span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b>Foto per gentile concessione di Federico Varese</b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 03 Jan 2018 20:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'arte novecentesca del racconto]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000135"><div class="imTAJustify"><div><em>L’arte del<b> </b></em><span class="fs12lh1-5">racconto</span><em> è sublime: con poche pennellate verbali, viene narrata una vicenda e descritto l’intimo dei personaggi, viene racchiuso </em><span class="fs12lh1-5">un intero universo</span><em>. In poche pagine si condensano </em><span class="fs12lh1-5">fatti</span><em><span class="fs12lh1-5"> </span>ed </em><span class="fs12lh1-5">emozioni<em>, </em>pensieri</span><em><span class="fs12lh1-5"> </span>e </em><span class="fs12lh1-5">sentimenti</span><em>. Difficilissimo mantenere il giusto equilibrio tra gli uni e gli altri. Non basta il dono della sintesi. È necessario che alla brevità si unisca la capacità di scrivere, altrimenti ci ritroveremmo di fronte a meri sunti di libri mai nati.</em></div><div><em>Nel 2017 ho voluto pubblicare una lettura critica di alcuni tra i più significativi racconti del Novecento italiano, offrendo la mia chiave di lettura, nella speranza di stimolare molte altre interpretazioni e molti altri approfondimenti. Lo spazio tiranno, però, ha imposto non solo di indagare l’essenza dell’opera in poche righe, ma di scegliere pochi racconti e pochi autori.</em></div><div><em><b> </b></em></div> &nbsp;<div><b class="fs12lh1-5">Sommario</b></div><div><em><b>Emilio De Marchi</b></em><em>: Un condannato a morte / Carletto in collegio / La gente inutile.<b> Mario Soldati</b>: Un paese in O / La fotografia / Il Sassella del ’48.<b> Leonardo Sciascia</b>: Il lungo viaggio. <b>Carlo Cassola</b>: Diario di campagna / L’inizio di una nuova vita / La visita.<b> Giuseppe Berto</b>: Appuntamento a mezzanotte / Il figliol prodigo.<b> Dino Buzzati</b>: Racconto di Natale.</em></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Emilio De Marchi: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un condannato a morte</span></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Potrebbe suonare errata o, forse, solo frutto di disattenzione la mia scelta di esordire con un racconto ottocentesco in una rubrica sul Novecento letterario. Non è così. Emilio De Marchi, autore per il quale la sottoscritta non cela una grande simpatia, scrive, è vero, alla fine dell’Ottocento, ma, nel suo verismo sui generis, intriso di etica manzoniana e di attenzione alla piccolezza di una quotidianità che dell’Ottocento non ha più nulla, se non sentimenti in disfacimento, si affaccia tutta l’ansia della realtà novecentesca.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La sua prosa morbida lo rende cantore di una quotidianità che lotta ogni giorno tra animi grandi e vili, tra dramma e farsa, entrambi inscindibilmente uniti nella vita: è mirabile, infatti, la sua vena di sarcasmo, di umorismo, spesso compenetrata nella tragedia. I suoi personaggi non sono dei "vinti" nel senso veristico del termine, quanto piuttosto degli "umili" che navigano nelle avversità della vita, a volte cedendo ad esse, a volte fronteggiandole. I suoi sono personaggi spesso impigliati nell'ingranaggio malevolo di una realtà dura dalla quale non sanno uscire.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene, in questo racconto, è tutto il suo delicato disincanto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il ritmo della prosa è, qui, un galop: inizia con una lenta rinascita; termina con una corsa folle verso il nulla. Carlo Dieti, dedito al giuoco d’azzardo, contrae debiti e, preda della disperazione, decide di sottrarre soldi dalla cassa del negoziante per cui lavora. Dopo il primo anno di carcere il dramma più nero si abbatte su di lui: un biglietto gli annuncia che la sua splendida moglie, lasciata incinta dopo l’arresto, è, nel frattempo, morta per il dolore, portando seco la loro bambina appena nata. Schiacciato dal senso di colpa, Dieti diviene un fantoccio senza fili, portandosi il carcere dentro anche quando viene liberato. In quell'occasione, il direttore gli elargisce qualche soldo ed una lettera di presentazione da dare all'avvocato Lesti, suo amico, che, contrariamente alle aspettative, si rivelerà solo il primo anello di una catena di persone che scaricheranno Dieti sulle spalle di altri, rivelando una pochezza d'animo senza pari. È raffinatissimo il modo in cui De Marchi descrive quella capacità, che solo i malvagi hanno, di far sembrare un favore quel che è un rifiuto! Il Lesti finge d’aver dato quella mattina stessa il posto di segretario ad un altro e scrive una lettera al commerciante Sirchi, raccomandandogli Dieti; Sirchi, a sua volta, si libera di lui indirizzandolo dal ragioniere Banotti; Banotti lo liquida, chiedendogli l'indirizzo qualora decidesse di ricontattarlo. Dieti, che non ha casa, pur sapendo bene che Benotti non lo cercherà, lascia l'indirizzo dell'abitazione che condivideva con la moglie prima dell'arresto; l'indirizzo della sua altra vita, del suo passato e vi si reca per chiedere al portiere di ricevere la sua posta. Ottiene molto di più: l'antiquario che abita nell'appartamento che era stato il suo gli propone di lavorare per lui. De Marchi realizza una sorta di "catarsi inversa" attraverso un luogo: quella casa riaccoglie Dieti, ma, invece di offrirgli una seconda chance, gli sottrae definitivamente il futuro, facendo rivivere i fantasmi del passato attraverso una contorta linea di coincidenze. È uno strozzino, il vecchio antiquario, e gli serve qualcuno che vada a ritirare le quote che i suoi clienti gli devono, od, in alternativa i valori che intendono impegnare. Dieti ha bisogno di lavorare, di mangiare, non può permettersi di sdegnare il compito affidatogli per quanto infimo e sozzo si presenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È così che si reca a casa di una donna che avrebbe dovuto dare in garanzia i suoi braccialetti d'oro per trenta lire. De Marchi, con piglio quasi cinematografico, descrive quell'incontro come un terremoto, un capovolgimento del cielo e della terra, poiché il buon Dieti si avvede che trattasi della moglie. La loro bambina è nata morta, glielo conferma, ma lei, ben sopravvissuta allo scandalo, si è finta morta ai suoi occhi: il rifiuto più grande. Il pover'uomo fugge di lì, senza prendere il braccialetto della donna, senza lasciarle le trenta lire dell’antiquario; fugge senza una meta, preda di un delirio sempre più pressante. È la parte culminante del galop narrativo: l’uscita dalla città ed il vagolare sulla terra scoscesa lungo il fiume.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Le ultime righe, dopo la tempesta emotiva, sembrano riportare una calma piatta, fatta di sentimenti inesistenti, di biechi interessi, di vite che non conoscono altre vite al di fuori di se stesse. De Marchi, infatti, sempre velatamente manzoniano, non ci risparmia il suo giudizio morale, che dissemina nei messaggi che chiudono il racconto: il direttore di carcere giustamente rimprovera l’avv. Lesti per non aver dato aiuto a Dieti e Lesti dà inizio ad una sequenza di meschini messaggi. Rimprovera, infatti, il commerciante Sirchi per non aver ottemperato alla sua richiesta; Sirchi, a sua volta, rimprovera il Banotti; ed è l’antiquario a chiudere quel trionfo di disumanità e di coscienze lavate con poco, perché il suo pensiero più afflitto va a quelle trenta lire, le </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">sue</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> trenta lire, che Dieti aveva in tasca. Non posso non pensare al numero, poco causale. Trenta lire. Trenta denari. Un prezzo noto per tradire od essere traditi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Emilio De Marchi: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Carletto in collegio</span></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Secondo appuntamento con De Marchi. In questo racconto l’attenzione realista dell'Autore è focalizzata sull’affettività genitoriale in una netta spaccatura tra le abitudini contadine e quelle signorili. L'ho scelto perché, come vedremo, il tema ha un insospettabile aggancio con quanto accade in molte famiglie contemporanee.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La storia, in sé, non ha grandi spunti narrativi: una contessa e suo marito accompagnano in carrozza il figlio, Carletto, al suo primo giorno di collegio. Il marito ritiene di fare cosa giusta, dando al bambino, sin da piccolo, un'educazione aristocratica, allevandolo secondo le regole dell'alta società per il buon nome della famiglia; la contessa, invece, ritiene che il figlio dovrebbe stare ancora in casa con i genitori. L'amore materno le scoppia nel cuore, soffocando qualunque convenzione sociale. È profondamente rattristata e si chiude nei suoi pensieri, allontanando istintivamente il marito, artefice del suo forzato distacco dal figlio. Il viaggio di ritorno, dunque, li trova scuri in volto almeno quanto scuro è il cielo, che ben presto inizia a rovesciare pioggia torrenziale. La carrozza si rompe in prossimità dell'abitazione colonica di alcuni loro contadini, ben lieti di accoglierli in casa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nella sala con il camino, mentre la contessa si asciuga accanto al fuoco, entra Letizia, una delle giovani spose di quel nucleo plurifamiliare. Tiene in braccio il figlio in fasce e viene presto raggiunta dalla figlia, una bambina piccola ma già responsabile vice-madre per il fratellino. La donna inizia a parlare del neonato, del suo mondo di bisogni infantili. La contessa, lacerata nell'intimo per la separazione dal figlio, riesce a mala pena a sorridere. Il marito legge quella tristezza in silenzio, nell’ombra, immerso in riflessioni catartiche, tanto che, in ultimo, metterà in discussione se stesso, le proprie convinzioni, le proprie scelte.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La parte iniziale, davanti al collegio è nulla più di un antefatto, così come il viaggio di ritorno. Il clou del racconto è quando entrano nella casa dei contadini, avvolti in quell'atmosfera domestica tipica della prosa del De Marchi; un'atmosfera poetica ma non svenevole, intrisa d'anima e di gesti semplici che racchiudono il senso della vita. Lì si dipanano i sentimenti, si sciolgono i dubbi, si arriva a determinazioni contrarie alle premesse. Lì si svolge l’azione. Ed è un’azione perfettamente teatrale, dove la scena è idealmente divisa in due universi paralleli di affetti materni: da un lato la contessa, chiusa nel suo eremo morale, nel suo silenzio sdegnoso, nel suo lutto; dall’altro Letizia, la contadina con i due piccoli figli accanto a sé, padrona dei propri sentimenti, della propria vita, donna vera, autentica. Il lieve sorriso che, infine, schiarisce il volto della contessa è l'anima dell'amore materno: la felicità di quei bambini, liberi di crescere tra le braccia della madre, le dà gioia, anche se le sue braccia sono deserte. Il lettore può intravedere Salomone giudicante, dietro il sipario!</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutte le altre figure sono un contorno: il cocchiere, gli altri contadini, al pari di Morello, il cavallo che conduce la carrozza. Persino il marito della contessa è figura diafana, inesistente, se non fosse per quel guizzo di vitalità che muove il suo pentimento, facendolo risorgere nella forza che profonde per combattere le proprie fallaci convinzioni, per tornare sui propri passi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il grande scienziato Feynman disse che a seguire la stessa strada degli altri si ottengono solo tante persone da superare. Anche De Marchi lo dice: i suoi personaggi sono redenti quando escono fuori dagli schemi di quella società decadente di cui è sublime cantore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Questo racconto presenta un perfetto equilibrio tra poetica e realismo; un "realismo umano", che, pur frutto di un'elaborazione delle istanze antiche nelle moderne, è diverso dal naturalismo di Zola come dal verismo di Verga. De Marchi indaga le ragioni dell'anima con impareggiabile partecipazione emotiva ed introspezione psicologica, accostandovi il moralismo che mai lo abbandona; moralismo che, in questo racconto, è forse meno evidente del solito, sebbene egualmente incisivo, intessendo un problema che trascende il personale vissuto dei protagonisti per investire le usanze frutto dell'educazione borghese.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È la carnalità del rapporto genitoriale, che viene violata; violazione che De Marchi denuncia, avversando l'assenza dei genitori nella vita dei figli. Del resto è figlio di una donna forte e tenace, padrona di una propria esistenza fondata sui più puri ideali risorgimentali, eroina delle Cinque Giornate milanesi, eppure madre affettuosa, educatrice, presenza costante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">L'argomento è quanto mai attuale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Al tempo di De Marchi, colpevoli erano le regole non scritte dell’aristocrazia, in base alle quali i figli dovevano essere affidati in tenera età a collegi e severi istitutori affinché fossero forgiati intellettivamente e moralmente. Oggi, in questo XXI secolo che sbandiera il valore della famiglia, colpevoli sono le regole non scritte di una società che, attraverso l’uso sfrontato di una tassazione indecente e l’abuso di ruberie politiche capaci di depauperare il Paese nel profondo, costringe entrambi i genitori a lavorare duramente, con orari estenuanti, stipendi spesso da fame e precariato incombente, senza poter seguire personalmente i figli, affidati nella migliore delle ipotesi a scuole e dopo scuole.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ancora una volta, dunque, De Marchi rivela modernità nel suo essere cantore del popolo e di temi che, spesso, restano uguali a se stessi nei secoli.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Emilio De Marchi: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La gente inutile</span></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Più che un racconto, è una critica che De Marchi sussurra al lettore, mentre, affacciato ad una finestra, da dietro i vetri della sua arte e della sua morale, osserva le vicende poco edificanti, che si animano attorno al Club dei Farfallini, frequentato dal “bel mondo”, o, meglio, dalla gente inutile: ricchi rampolli di illustri famiglie, annoiati dalla vita, che investono tutto il loro tempo in scostumate prove d’ammissione al Club, scherzi più o meno goliardici e becere prevaricazioni nei confronti di chi è meno ricco o, forse, semplicemente più debole.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Tale è </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">zio Tek</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, al secolo barone Coriolano, il quale, in passato aveva vissuto con tanta intelligenza e probità da dilapidare la propria fortuna, facendo morire di crepacuore la moglie. Costui, ormai sostenuto solo da un modesto vitalizio, trascorre l’esistenza a fare comunella con il gruppo di giovinastri nullafacenti del Club dei Farfallini, con i quali, però, il rapporto è tutt’altro che amicale. Egli, infatti, vive un gigantesco complesso di inferiorità ed impiega tutti i suoi sforzi per farsi accettare dai Farfallini, ottenendo nulla più della loro conferma alle sue insicurezze, della loro fatale connivenza nel suo svilimento tipica d'ogni carnefice: come animali selvatici che fiutino sangue, i suoi giovani "amici" approfittano della sua debolezza e lo inducono a provare, ogni giorno, d’essere meritevole di trascorrere il suo tempo lì, tra loro, in quel bel Club che agli occhi di De Marchi e del lettore, è null'altro che una fucina di derelitti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ancora una volta assaporiamo la modernità degli scritti di De Marchi, o, quanto meno, l'immobilità di certi vizi dell'essere umano. Oggi si fa un gran dire di bullismo adolescenziale. Si è solo abbassata l'età, a quanto pare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene, nel porsi da uomo in perenne ricerca di approvazione, zio Tek accetta l'ennesima folle sfida: è una buona forchetta, che, dunque, mangi dodici porzioni di risotto al termine di una cena! Sembra una sfida senza senso, come la maggior parte delle prove ideate da quelle sveglie menti prive di pensiero, ma è qualcosa in più, è una battaglia, una durissima battaglia che Tek ingaggia con se stesso, forse nel tentativo di rispondere alla più aspra, alla più cruda delle domande che lo affliggono, quella domanda che non vuole scoprire se egli meriti l’amicizia dei suoi falsi amici, ma se meriti di vivere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ed è con questa domanda nella testa che De Marchi ci accompagna a sbirciare nella sala del Club la sera della cena; una sala che brilla di argenti e cristalli, mentre i commensali rumorosamente si mettono a tavola, ridendo l’uno dell’altro. C’è anche il marchesino di Brienne, per l’occasione vestito da dama, vezzo che, al contrario di quanto accade nella sua quotidianità familiare di ristrette vedute, nel Club saltuariamente asseconda, non cogliendo, per ingenuità o, forse, per troppa saggezza, il fondo di cattiveria che muove il falso favore dei suoi amici.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La cena ha inizio. Pietanza dopo pietanza, vino dopo vino</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">- fatale mistura per l’astemio Tek -, si avvicendano le diverse portate che precedono le famose dodici porzioni di risotto, servite come fosse sorbetto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">L’incalzare del racconto, ora, assume gli odori ed i sapori di quella cena. È come se De Marchi invitasse il lettore a tavola, tra gusto per il cibo e disgusto per la pantagruelica determinazione di andare fino in fondo a quella folle scommessa; in fondo alla grande ciotola che contiene le dodici porzioni di riso; in fondo al corridoio buio della debolezza che alberga nell’animo di zio Tek.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La scena si spacca. Un dualismo teatrale che piace molto a De Marchi; l'abbiamo incontrato anche in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Carletto in collegio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Da un lato l’interno della sala, riscaldato, anzi infuocato dal camino, dalle calorie ingerite e bevute, dal vociare, dall’agitarsi, dal prendere vita di quell’assurda scommessa; dall’altra il paesaggio esterno, restituito dalle grandi vetrate della sala, dove, diafana, compare una città buia su cui cade la neve e nella cui ombra si leva la voce </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">uggiosa</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di una donna che vende giornali, sola, infreddolita, affamata: un'esistenza agli antipodi rispetto alla dorata nullaggine dei Farfallini. Ma è davvero nel buio e nel freddo che si annida la disperazione? Non è, forse, il paesaggio degli "umili", apparentemente poco invitante, a racchiudere, invece, la libertà d'essere se stessi, senza l'obbligo di provare d'essere meritevoli della deplorevole attenzione di piccole menti ed ancor più piccoli uomini?</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Zio Tek inizia a mangiare il suo risotto. Dapprima è baldanzoso, poi sempre più stanco, ingolfato di cibo, mentre gli amici lo osservano in silenzio</span></div> <br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«con quella muta avidità e crudele curiosità con cui gli speculatori inglesi assistono alle lotte dei galli»</span></i></div> <br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Amici, parola davvero immensa per quel manipolo di crudeli nullafacenti. Di sicuro sono persone pronte a vederlo morire.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ed ecco che il cibo si trasforma in nemico, mentre Tek lentamente scende nel suo inferno personale, in un buio fatto di mancanza di respiro, di sforzo sovraumano, di confusione mentale. Inizia a far cenni d’assenso all’aria, come in risposta ad inudibili domande di invisibili persone. Inizia a piangere: il corpo si ribella.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È di Brienne che interviene, fatal caso l'unico, che, al pari di Tek, conosce il peso del desiderio inappagato d'essere accolto per la sua vera essenza; l'unico che fronteggia la falsa accettazione degli amici ed il rifiuto dei familiari e, doppiamente tradito, indossa le sue maschere con tutti, maschere capaci, come per l'Enrico IV pirandelliano, di dargli forza nella sua apparente debolezza. Sì, è lui a risolvere l'intreccio. Di proposito? Per errore? De Marchi ci dice solo che mette i suoi sovrascarpe di gomma sui carboni ardenti del paniere, spargendo un insopportabile lezzo. Improvvisamente si spalancano le grandi finestre e tutti fuggono fuori, nella neve, in quel paesaggio lunare che solo pochi minuti prima sembrava così distante; al contempo la bufera entra a soffiare sui lumi della sala imbandita. Un'osmosi prepotente che riunisce i due mondi contrapposti tratteggiati dal De Marchi, sanando la sua tipica spaccatura scenica e rappresentando un ritorno alla realtà, per quel drappello di bighelloni senza arte, né mestiere; e nella realtà le persone non si suicidano mangiando pur di vincere una scommessa, né gli amici le istigano a farlo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Quell’orribile, nauseante odore chiude la scommessa, incapsulandola in una dimensione onirica, e chiude il racconto, accompagnato dall’osservazione secca e pur loquace del De Marchi, che narra in sette parole non solo quanto accade, ma quanto accadrà:</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Zio Tek non è morto: anzi prospera»</span></i></div><div><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></b></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Mario Soldati: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un paese in O</span></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Mario Soldati si è dedicato spesso a scrivere racconti. Sarà perché aveva una sanissima passione per l’arte cinematografica e televisiva</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">- arte di sintesi attraverso le immagini -</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">che, spesso, trova similitudini nel racconto</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">- arte di sintesi attraverso le parole -; </span><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">sarà perché i suoi studi americani, nel triennio 1929-31, avevano guidato la sua vena artistica verso uno stile più asciutto ed egualmente descrittivo, verso una prosa più snella di quella che abbracciava l’Italia a lui contemporanea; sarà perché la sua cultura gesuitica, contrapposta alle esperienze di viaggio in Italia ed all’estero, lo avevano collocato a metà tra la cultura tradizionale, oscillante tra tardo romanticismo e crepuscolarismo, entrambi assorbiti nella sua Torino natia e nella Toscana del nonno materno, anch’esso scrittore, e la cultura “nuova”, pregna di istanze giovani, sebbene, per quanto lo riguarda, mai integrata con il</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">neorealismo del dopoguerra. La struttura degli scritti di Soldati resta sempre frutto d’invenzione, infatti, seppur seguita con l’occhio del regista e del saggista, oltre che dello scrittore.</span></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un paese in O</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è tratto da una raccolta molto originale, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Storie di spettri</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Gli spettri di Soldati sono molti. Alcuni assomigliano a vere figure umbratili appartenenti al regno dei morti, altri sono, invece, null’altro che frutti del ricordo, del passato, del pensiero, delle ossessioni personali. In questo senso ognuno ha i propri spettri e non sono pochi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il racconto presenta lo spaccato di una vita familiare in crisi. L’unica consolazione di un marito annoiato e sottomesso è il pensiero che sua moglie, ormai a lui estranea ed indurita dalla vita, gli sia sempre stata fedele; un pensiero che si rivela illusorio alle prime righe e che rappresenta il punto di frattura del suo delicato equilibrio sentimentale, la chiave per aprire una porta nel Tempo. Nel ripensare al suo passato amoroso, quasi quel solo pensiero possa vendicarlo per il tradimento subito, emerge un nome, Novella, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">il primo spettro che incontriamo</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, un’innamorata perduta ai tempi della guerra, quando lui era stanziato a Napoli e lei viveva a Milano. Nel 1945, al termine del conflitto, si era recato a cercarla, ma all’indirizzo che aveva c’erano solo macerie e nessuno sapeva se fosse viva o dove fosse. Anni dopo, quando si era già sposato, aveva incontrato un’amica comune alla quale aveva chiesto notizie di Novella: anche lei si era sposata e gestiva con il marito una salumeria in un paesino lombardo. Tuttavia, l'emozione o, forse, la paura di ritrovarla davvero un giorno o l'altro, gli avevano fatto presto dimenticare il nome di quel paesino. Iniziava per O; solo questo rammentava.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Spesso, nelle opere di Soldati, si leggono due storie in una: da un lato il desiderio e, dall'altro, la fuga, la paura della realizzazione. È come entrare contemporaneamente in due dimensioni parallele: prima siamo dentro il desiderio, dal quale la realtà appare in un certo modo; poi siamo nella realtà, caratterizzata dal rifiuto o dal fallimento del desiderio. La prospettiva degli eventi, è ovvio, muta radicalmente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene, ripescando quel ricordo nei suoi giorni tristi di marito tradito, decide di andare a cercare quel suo primo, lontanissimo amore. È convinto che, studiando la cartina, il nome dimenticato di quel paesino possa riaffiorare, ma la Lombardia sembra piena di paesi in O! Opta per Offanengo. Sì, gli sembra proprio quello il nome.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Un viaggio di lavoro a Milano è l’occasione perfetta, dunque, per affittare una macchina e recarsi in quel luogo estraneo che, tuttavia, Novella, con la sua sola presenza, potrebbe rendere familiare, conosciuto pur nei suoi ignoti percorsi, unico. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Ed ecco il secondo spettro della storia</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Non più il ricordo, ma l’immaginazione. Da una parte il senso di colpa per aver deciso di irrompere nella vita di Novella dopo tanti anni, una vita fatta di famiglia, di un marito e forse di figli; dall’altra la ricostruzione di eventi che non conosce, di somiglianze che ritrova, di pensieri che si accavallano per dare spiegazioni a situazioni estranee. Cerca la salumeria. Ce ne sono sette in quel piccolo paese. Un paese deserto, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">terzo spettro della storia</span><span class="fs12lh1-5 ff1">:</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«</span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Era completamente vuoto, forse per il freddo. Sui muri, sull’acciottolato, sulle guide di pietra, sui paracarri delle cantonate, sulle scritte delle botteghe, su tutto, pareva steso un velo di gelo e di polvere, di una polvere dura ed inamovibile»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nessuna di quelle botteghe sembra ricca e luminosa come si aspettava. L’amica comune gli aveva detto che il marito di Novella era un uomo ricco. Com'era possibile che vivessero lì, che avessero una bottega 'sì misera? Sceglie la meno peggio, che, comunque, non è certo uno splendore: sin dall'ingresso lo aggredisce un senso di squallore. Deve farsi forza per entrare. Nessuno ad accoglierlo. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Quarto spettro: il negozio</span><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Finalmente lo raggiunge una bambina di dodici anni. Vorrebbe chiederle di una certa Novella, ma desiste; acquista qualcosa ed esce di lì. Sarà stata la figlia? Cerca somiglianze, crea con l'immaginazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Tuttavia, ben presto, decide di non approfondire e di rimettersi sulla strada per Roma; di fuggire, forse.</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> Ed ecco il quinto ed ultimo spettro della storia</span><span class="fs12lh1-5 ff1">: l’assenza di certezza, la nebulosa in cui dovrà chiudere per sempre quell’amore di gioventù, il rimpianto che continuerà a restargli dentro per la vita, soprattutto quando scoprirà di non averla neppure sfiorata, la sua Novella, perché il paese non era Offanengo, ma un altro paese, uno dei tanti in O.</span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Mario Soldati: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La fotografia</span></i></b></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La fotografia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, un altro racconto di Soldati inserito in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Storie di spettri</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, evoca sempre spettri del passato, ma inseriti in un contesto diverso da </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un paese in O</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">: qui il ricordo che riaffiora è temporalmente vicino, concreto; lì si perde nelle nebbie della rievocazione giovanile, con annesso il rischio di accrescimenti o modifiche mnesiche di stampo felliniano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">L’incipit contiene un lirismo tipicamente crepuscolare: è col vento che certi spettri arrivano; un vento che attraversa Roma in una notte d’inverno, anche se, a mio parere, la storia si dipana interamente nell’inconscio, in una dimensione onirica, forse, che potrebbe aprirsi ad azioni inconsapevoli. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Il vento è il primo spettro che si incontra</span><span class="fs12lh1-5 ff1">: un’umbratile presenza che nasce e muore dentro il protagonista.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">L’avvocato Enrico Piolti viene svegliato nel cuore della notte da quei tipici rumori generati dal vento, dagli spifferi che, incontrandosi, fanno tremolare le porte, scricchiolare gli armadi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Mario Soldati traspare subito nell'incedere della sua prosa, nel tratto figurativo con cui riesce ad inquadrare non solo il paesaggio, l'ambiente, la scena, ma anche l'essere umano che ne fa parte.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">I pensieri dell'insonne, come sempre accade, prendono il posto della stanchezza e gli impediscono di tornare a dormire. Non sono pensieri da poco: è sull’orlo della povertà e non sa come fronteggiare le prossime spese. La moglie, che dorme e continuerà a dormire serenamente per tutto il racconto, come se il vento non battesse ai vetri e non si fosse insinuato in casa, è un'estranea, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">il secondo fantasma</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Estranea alla storia, pur entrandovi attraverso le paure, i dubbi, le ossessioni del Piolti; estranea nella vita del marito, inconsapevole della crisi economica che lo preoccupa, o, forse, solo incurante di essa pur di continuare a fare la bella, costosissima vita di sempre.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La prosa di Soldati, che si colloca tra lo studio della letteratura tardo-ottocentesca ed il realismo, sempre combinato con l'inventiva, assume spesso un ritmo incalzante, quasi nevrotico, se non nelle azioni, sicuramente nelle emozioni. Ebbene, la nottata di Piolti sembra immobile, silenziosa ed, invece, in lui si agitano, tumultuosi, pensieri d'ogni genere; pensieri che nascono dall'inconsistente legame matrimoniale per giungere ad un'indagine su ben altri fallimenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La crisi della coppia è uno dei temi cari a Soldati: l’idillio che si trasforma in incubo, le certezze che si trasformano in disillusione. Il suo mondo interiore è caotico almeno quanto è sicuro e granitico quello esteriore. Soldati ama le donne, ma le teme; teme la fine dell’idillio. Nel libro compare una dedica a Graham Greene, che aveva letto, ammirato e conosciuto nel suo soggiorno universitario a New York:</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">« … nella nostra comune preferenza per creature di carne ed ossa»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ci si è a lungo chiesti se si riferisse alla predilezione per le conquiste amorose che costellavano l’esistenza dei due scrittori, o se la carne e le ossa fossero incorporate nella carta. Nei personaggi di Soldati, infatti, si coglie una forte carnalità; soprattutto in quelli femminili. Una carnalità che, tuttavia, resta distante da quella, pur egualmente forte, dei neorealisti. La confezione letteraria gli impedisce di rendere troppi vivi i suoi personaggi; la sua educazione cattolica gli impedisce di strappare del tutto il velo del rapporto di coppia, scoprendo il disfacimento definitivo. È quanto accade al protagonista.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La solitudine interiore, accompagnata dalla notte, conduce i pensieri di Piolti verso un’altra donna. La ricorda in quel loro ultimo incontro a Firenze, di cui non resta che una foto, scattata al ristorante. Non avrebbe voluto che venisse scattata ed il giorno dopo, quando gli venne recapitata in albergo, la tagliò in due, gettando la parte che ritraeva la donna. In questo modo avrebbe potuto serbare l’immagine che lo legava a quel ricordo senza rischiare che la moglie si insospettisse, nel caso l’avesse vista.</span><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">Terzo spettro: la donna amata, tagliata via da quella foto</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> e pur legata ad essa come se fosse ancora lì, come se Piolti, in quella metà che ha gettato via, potesse continuare a vederla. Così è: vi scova spesso il suo sorriso, vi ritrova i colori del vestito che indossava, torna a provare la felicità che lo univa a lei. È ormai un suo segreto gioco: quando prova nostalgia, o, forse, solo solitudine, tira fuori quella foto dal cassetto della scrivania in cui l’ha seppellita, e la guarda a lungo, viaggiando con la mente. Lo fa anche in quella notte di vento, ma non la trova.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Gli spettri si moltiplicano.</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> Sono i dubbi, le paure a crearne tanti: l’ha trovata la segretaria, l’ha presa la moglie, è diventata strumento di un futuro ricatto, di un futuro litigio …?</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Preoccupato, torna a letto e la trova, inspiegabilmente, tra i due giornali sul suo comodino. Che sia diventato sonnambulo? </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Ancora uno spettro della mente</span><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse, gli capita di pensare, c’è una ragione che sostiene questo inspiegabile episodio: il tracollo finanziario che lo tiene sveglio è in qualche modo legato a quella foto. Fu poco dopo averla ricevuta e debitamente mutilata, che alla reception dell’hotel trovò il telegramma che annunciava il fallimento della società nella quale aveva investito tutti i suoi averi. Con la foto, dunque, era giunto l’inizio della crisi economica che ancora lo attanagliava; l’inizio della fine. Si convince che porti sfortuna e decide di distruggerla, non prima, però, d’averle dato un ultimo malinconico sguardo.</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«A pensarci bene, chissà poi, veramente, come stavano le cose. E se la sfortuna non fosse venuta dall’aver conservato la fotografia; ma al contrario, dall’aver distrutto l’immagine della sola donna che amava e che lo amasse?»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scrive Soldati.</span></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il dubbio, uno degli spettri più potenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il vento, infine, cessa. La mattina si affaccia, nel racconto, insieme alla convinzione di Piolti di udire rumore di pioggia. Forse sono solo lacrime che bagnano la sua anima dopo la tempesta emotiva.</span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Mario Soldati: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Sassella del Quarantotto</span></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Mario Soldati, soprattutto nei racconti, parcellizza se stesso anche laddove non siano storie autobiografiche. Ancor più, pertanto, lo ritroviamo negli scritti che narrano esperienze vissute personalmente. Rientra, in qualche modo, nella religiosità sui generis che ha sviluppato, dividendosi tra l’esperienza scolastica con i gesuiti e la vita universitaria torinese e post universitaria a New York, una vita fatta di tante diverse esperienze, humus fertile per la sua capacità di osservazione, di analisi, di introspezione, di trasformazione del vissuto in storia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nella trilogia di racconti autobiografici </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vino al vino</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Mario Soldati compie un tour tutto italiano alla scoperta dei grandi vini, raccontati insieme alle esperienze del viaggio, all’esito delle sue ricerche, ed ai suoi pensieri. Un reportage enologico e di vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ho scelto questo episodio, il quinto del secondo volume, perché unisce la passione per il viaggio, per il vino e per le storie, con la sua formazione letteraria.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È Carducci che idealmente lo accompagna in questa tappa del viaggio. Vediamo come.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1888, durante la villeggiatura estiva, Giosuè Carducci si recò in Valtellina. In occasione del suo compleanno, che cadeva a fine luglio, il padrone dell'albergo in cui alloggiava, tal Agostino Ciocca, si unì agli amici del poeta per giocargli uno scherzo: sull'etichetta del Sassella, ordinato da Carducci, fu modificata la data ed il 1884 divenne 1848, l'anno dei moti risorgimentali, ai quali Carducci avrebbe tanto voluto partecipare, impedito a farlo dal fatto che aveva solo tredici anni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Alla vista di quella data si accesero in Carducci tanti di quei pensieri patriottici ed appassionati da annebbiare le sue pur raffinate cognizioni enologiche. Un Sassella di quarant'anni, infatti, era improbabile che si trovasse e che avesse quel sapore! Eppure non ci fu nulla da fare: per il poeta quella bottiglia arrivava dai giorni di rivoluzione e portava con sé il magma di sentimenti e di commozione che il loro ricordo suscitava.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ed ecco che, da questa breve introduzione storica di tipo saggistico, Soldati salta al racconto, calandosi in quell'epoca, sedendosi al desco di Carducci, condividendo con lui quel vino dall'etichetta falsa ma dal sapore genuino:</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«</span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Appena vide quella data sull'etichetta, e prima ancora che si ponesse mano al cavatappi, Carducci sentì un nodo alla gola, e gli occhi gli si empirono di lacrime. Mi pare di udire la sua voce Toscana, esplosiva e squillante, incrinarsi come sopraffatta dalla commozione: o che? De i' quarantotto?!»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Carducci che ci descrive è un uomo estasiato, rapito da quel momento, da quel sapore, da quel vino che arrivava da lontano, da un tempo di eroismo e di amor patrio che avrebbe voluto condividere combattendo. Nasce così una delle sue più famose odi intitolata </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">A una bottiglia di Valtellina del 1848</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ora il racconto si fa più intimistico, diventa quasi un dialogo con se stesso nel pensare cosa accadde dopo che i primi versi presero vita, trovando fine a Bologna il 21 gennaio dell'anno seguente. Probabilmente nessuno degli amici, né l'albergatore ebbero il coraggio ed il giusto modo per confessargli lo scherzo e quel vino restò una Musa del '48, per il Carducci.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Abbandonato il saggio ed il racconto, lasciate volare via, lievi come un velo, le considerazioni personali, Soldati approda al resoconto autobiografico del viaggio, nella conclusione di quest'episodio:</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Noi, però, non poeti, che cosa possiamo se non tenerci per noi, e per gli amici più cari, il ricordo di un momento di gioia, misterioso e passeggero, che un vino vero ci ha dato?»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In poco meno di tre pagine Mario Soldati scrive un saggio, un racconto, un'epistola al suo pubblico. È questo, dunque, uno dei più fulgidi esempi di quanto egli fosse in grado di padroneggiare diversi generi narrativi al punto da mischiarli, renderli qualcosa di nuovo, di peculiare, tra verità del dato storico e fantasia del romanziere, il quale riempie gli spazi oscuri con introspezione psicologica, immedesimazione ed una fantasia distillata, incapace di distorcere i fatti realmente accaduti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In questo come negli altri brevi racconti autobiografici di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vino al Vino</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Soldati ci fa viaggiare con lui lungo un'Italia piccola e pur gigantesca, fatta anche di antichi aromi e sapori, ma soprattutto di storie, in parte vere, in parte romanzate, tutte capaci, comunque, di viaggiare nel tempo; un tempo lontano, un tempo vicino all'autore, un tempo vicino al lettore, anche quello di oggi, il quale, rispetto al tempo in cui Soldati scriveva, rappresenta il futuro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Certa letteratura, pur se non baciata dalla diffusa notorietà dei grandi premi letterari, resiste ad ogni intemperia.</span></div> &nbsp;<br><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Leonardo Sciascia: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il lungo viaggio</span></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Epoca di migranti, la nostra. Forse è meglio dire che ogni epoca ha avuto i suoi. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Tra la fine dell'Ottocento ed i primi del Novecento, ad esempio, gli italiani sognavano l'America</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. A differenza di quanto accade oggi in Europa, però, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">anche l'America, sognava gli italiani</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Fu il Congresso Americano, infatti, a dare il via all'immigrazione, poiché gran parte di quel Continente era disabitato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">L'indotto di prevaricazione a carico del migrante, tuttavia, è rimasto uguale e non riguarda il Paese ospite, bensì i sui connazionali che lo depredano di tutto prima di caricarlo, come merce scaduta, nelle stive di una nave che rappresenta la speranza di un futuro migliore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il breve racconto di </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Leonardo Sciascia</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il lungo viaggio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, è l'amara voce di questa realtà. Fedele a quella sua peculiare cronaca storica realizzata attraverso episodi di fantasia, Sciascia scava a fondo nelle radici della sua terra con </span><span class="fs12lh1-5 ff1">uno stile vicino al neorealismo appena finito</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, ma più lirico, più poetico e, al contempo, più impegnato, che trasforma l’uomo siciliano in un'icona.</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Era una notte che pareva fatta apposta, un'oscurità cagliata che a muoversi quasi se ne sentiva il peso. E faceva spavento, respiro di belva che era il mondo, il suono del mare»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">I protagonisti sono in riva al mare, in Sicilia, la terra che stanno per abbandonare alla volta del </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nugiorsi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, dove si trova </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nuovaiorche</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Lì, ad attenderli, ci saranno i loro parenti, gli amici, il benessere, una nuova vita, dove </span><b><span class="fs12lh1-5 ff1">la </span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">parola </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">speranza</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> cancella </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">disperazione</span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></i></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Eppure non è facile cancellare quella parte di se stessi adagiata sulla terra natia, su quella bella terra di Sicilia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il respiro del mare. Sciascia lo descrive in poche parole e riesce a renderlo vivo: un moto ondoso lento, gonfio; l'acqua scura; il soffiare della brezza sulla spruzzaglia. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Non è solo mare, quel mare! È un pezzo d'anima</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, è un cuore gravato dall'incognita, colmo di dubbi, di paure.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Costa caro quel viaggio notturno affrontato nel silenzio della clandestinità. Costa tutto quel po' che hanno.</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Duecentocinquantamila lire: metà alla partenza, metà all'arrivo. Le tenevano, a modo di scapolari, tra la pelle e la camicia. Avevano venduto tutto quello che avevano da vendere, per racimolarle»</span></i></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ogni volta che la disperazione della povertà spinge qualcuno ad emigrare c'è sempre qualcun altro che se ne approfitta, che si fa pagare senza ritegno, si fa dare tutto. Tutto. Nel barcone per l'America era il signor </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Melfa</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> a minacciare botte per i furbi che non avessero avuto i soldi. Paura, umiliazione. I soldi ci sono. Eccoli. Soldi che pesano, perché contengono la casa, il mulo, le coperte, tutto, persino i ricordi …</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Sciascia è un maestro nel rappresentare </span><span class="fs12lh1-5 ff1">il mondo che il vile denaro annienta</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Soldi. Rappresentazione di ciò che è stato e non è più. Volgare essenza di un nient'affatto volgare mondo, di una vita fatta di affetti e di ricordi, di amore per quella terra che l'economia, alla quale il mostro denaro è asservito, ha reso invivibile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Intanto non si fa mai giorno.</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«</span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E contavano le notti invece che i giorni»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Le notti sembrano più lunghe, sotto coperta, celati agli sguardi di tutti, persino di Dio. Nascosti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La notte</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, del resto, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">è il paradigma del viaggio</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, sì, ma soprattutto delle loro esistenze. Strappati da un atto di coraggio alla povertà, hanno la notte dentro. Nell'oscurità è impossibile vedere con chiarezza, capire, pensare. Nell'oscurità si brancola, ci si appoggia l'un l'altro, ci si aiuta, ma spesso si affoga. E non è sempre il mare che sommerge le vite. No. A volte sono le speranze stesse, tradite, bastonate, calpestate, a rappresentare il mare nero in cui affogare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando finalmente vedono le luci di una costa in lontananza, sembrano luci più brillanti di quelle siciliane, perché sono l'America; sembrano luci che illuminano paesi più grandi di quelli siciliani, perché sono in America. L'approdo timoroso, i primi passi, le considerazioni entusiastiche. Com'è diverso, qui. Tutto è diverso. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutto è più bello perché vestito di speranza</span><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Niente è come sembra, invece. I personaggi di Sciascia si muovono sempre sul binario del Bene e su quello del Male; ebbene, in questo racconto le sue riflessioni sul mondo arricchiscono il tragitto, elevandosi a teorie universali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Approdano a terra, i migranti siciliani; camminano verso la strada; si danno forza l'un l'altro attraverso le illusioni collettive, ammirando quel che ritengono straniero e, dunque, migliore di quel che hanno lasciato in Patria.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Lentamente, però, si rendono conto di una durissima realtà.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Non sono sbarcati in America</span><span class="fs12lh1-5 ff1">; non sono nel Nugiorsi, sono ancora in Sicilia; non si sono mai mossi dalle acque italiane. Sono stati derubati, turlupinati, raggirati, portati per mare intorno all'isola affinché credessero d'essere in viaggio verso l'America; sono stati assassinati nell’anima, perché a morire è la speranza di un futuro migliore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Un disincantato Sciascia, con la raffinatezza linguistica che lo contraddistingue e con la capacità di </span><span class="fs12lh1-5 ff1">una sintesi quasi musicale</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, cantilenata al ritmo lento delle onde che, lunghe, muovono delicatamente l'alto mare, ci fa viaggiare a bordo di un piroscafo della speranza, affidati alle mani maledette di un uomo senza scrupoli. Ed un po' di oscurità ci pervade, se leggiamo con il cuore oltre che con gli occhi, soprattutto al pensiero di altre barche, di altri migranti, di altri </span><span class="fs12lh1-5 ff1">maledetti traghettatori senza scrupoli.</span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Carlo Cassola: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Diario</span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di campagna</span></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">A me il Cassola dei racconti non piace. A dire il vero piace poco anche quello dei romanzi, se escludiamo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il taglio del bosco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che ho amato molto, e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La ragazza di Bube</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, nei quali si avvicina ad una prosa disincantata ma comunicativa, dove il dato storico affianca il dato sociale secondo gli schemi del neorealismo, sebbene sempre personalizzati, poiché è sua prerogativa non essersi mai inquadrato in nessuna corrente stilistica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Che l'Autore non mi piaccia è una doverosa premessa al primo dei tre articoli di critica letteraria dedicati ai racconti di Cassola, poiché bisogna essere chiari sin dall'inizio, anche se l'obiettività, nella critica, viene sempre meno, ed è facile, dunque, cogliere partigianeria, nel bene e nel male.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Cassola non ama la letteratura che lo ha preceduto. Rifiuta gli schemi del romanzo di fine Ottocento e dei primi del Novecento; sostituisce all'eleganza della prosa uno stile secco, minimalista che esula da qualunque corrente letteraria, anche a lui contemporanea.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il suo scrivere consiste nel ridurre i fatti al minimo con l'intento di usarli come trampolino per elevare i sentimenti dei protagonisti che li narrano, ma non sempre ci riesce. La rappresentazione dell’uomo coincide, in Cassola, con l’interpretazione del fatto, anche di quello storico, ma non sempre quest'intreccio emerge dai suoi racconti. Al contrario, egli abbandona spesso i fatti a se stessi: scarni, solitari, parti di un tutto non organico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il suo modo di scrivere, così usualmente si afferma, fa del quotidiano un’eccezione. Io non vedo eccezioni. Secondo me egli si limita a cercare inutilmente, nel gesto di ogni giorno, quell’aspetto rivelatore dell’esistenza del personaggio, una sorta di analisi, scritta e narrata, della sua interazione con l'ambiente che lo circonda, dal quale desumere carattere, idee, speranze, addirittura la panoramica storica. Come egli stesso ebbe modo di affermare, parlando della propria poetica:</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«</span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Subliminare significa sotto il limite, sotto il limite della coscienza pratica. Così appunto stanno le cose: la verità poetica non appartiene alla coscienza pratica, ma alla coscienza che sta sotto, alla coscienza subliminare»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il concetto, in sé, non è sbagliato, ma dovrebbe accompagnarsi ad un'introspezione che spesso non gli compete, esattamente come in questo racconto, nel quale trionfa il suo piccolo mondo di particolari, ma senza approfondimento; trionfa tanto da portare il lettore ad inseguire ciottoli e fili d'erba, perdendo la storia, ammesso che una storia ci sia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il vero protagonista è il casolare. Cassola, nel tornare da adulto nella sua casa di campagna, rievoca il brigantaggio di cui sentiva l'eco da piccolo e che, se lo affascinava di giorno, lo terrorizzava di notte, nella lunga, silenziosa e pur loquace oscurità di campagna durante la quale non si sarebbe mai avventurato nei boschi; rievoca i litigi con il fratello che incensava la fedeltà del cane ed accusava di egoismo il gatto, suo preferito; rievoca le passeggiate con il padre, che si trasformavano in un segreto quando, alla domanda della mamma su dove fossero stati, entrambi replicavano </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«non si dice»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; rievoca una coppia di alberi, diversi eppure cresciuti entrambi sul ceppo marcito di un grande ulivo.</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ma quando ti accorgesti che un noce ed un olivo erano germogliati sullo stesso ceppo, cosa pensasti? Perché non recidesti uno dei due?»</span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E qui mi sembra di ricordare che la risposta di mio padre fosse di compiacenza.</span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Dissi: lasciamoli fare. Quando saranno più grandi, vedrò quale dei due convenga salvare: se il noce o l'olivo. Crescevano ed erano entrambe due belle piante. Di anno in anno rimandavo la decisione di sacrificarne una: finché mi accorsi che potevano anche convivere. Perciò, come vedi, feci bene a non intervenire e lasciar fare alla natura»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È l'unico brano del racconto che, secondo me, merita una qualche attenzione. Intanto per il dialogo, costruito perfettamente sulla saggezza e la modestia della figura paterna, con quel parlare privo di infiorettature e di discorsi indiretti. E, poi, per il bel significato che può attribuirsi a quella strana coppia di alberi. È una diversità che coesiste, la loro, che si accompagna e si rafforza a vicenda e che, oggi, potrebbe aprire la strada a molte considerazioni di politica o di bioetica, ovviamente estranee all'intento dello scrittore. Non può essere ignorata la filosofia che traspare dalla vicinanza di questi due alberi, una vicinanza forse accomunata, come dice il padre, dal fatto che entrambi danno l'olio, come a sottolineare che un'intesa può esserci solo laddove un punto di contatto esista, uno qualunque.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il racconto prosegue con il ricordo di quando </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">parava</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> l'uva insieme agli altri ragazzi, di quando andava a racimolare le uova nelle case dei contadini e di quando iniziò a scrivere abbozzi di romanzi che i fratelli maggiori non mancavano di deridere, vuoi per l'ingenuità dello stile, vuoi per la povertà della storia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Leggendo i suoi racconti c'è da pensare che sullo stile abbia lavorato un po', rispetto ad allora, sebbene sia rimasto estraneo all'eleganza per cedere il passo ad una descrizione quasi fine a se stessa, particolareggiata, priva di emozione, una sorta di elenco di caratteristiche che spetta al lettore assemblare, scovando il non detto. Sull'elaborazione della storia, invece, il cammino dall'infanzia ai primi racconti è davvero breve, quasi inesistente. Il racconto di Cassola non è una storia, ma un abbozzo di realtà troncato senza preavviso. Ha un inizio, ma quasi mai una fine. L'arte di condensare una storia in breve, corredata di descrizioni, dialoghi ed approfondimento psicologico dei personaggi gli è estranea, diciamolo francamente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Carlo Cassola: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L'inizio di una nuova vita</span></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">L'iniziale approccio di </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Cassola</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> con i racconti risale alla seconda metà degli anni Trenta; la sua attività di romanziere, invece, parte dagli anni Cinquanta. Lo iato si spiega, forse, con quello che il racconto ha rappresentato nella vita letteraria di Cassola: </span><span class="fs12lh1-5 ff1">una linea di partenza verso i suoi romanzi</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Il racconto di Cassola è quasi sempre una vicenda che presenta elementi da sviluppare, quasi </span><span class="fs12lh1-5 ff1">uno sguardo al futuro</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, una premessa; spesso vi abbozza personaggi che diverranno protagonisti di opere successive.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È ciò che accade ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L'inizio di una nuova vita</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">,</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> dove, per la prima volta, incontriamo </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Fausto ed Anna, i protagonisti dell'omonimo romanzo del 1952.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La storia è totalmente incapsulata nell'animo di Fausto, il quale, dopo le vacanze estive a </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Volterra</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, tornato a Roma prima dei genitori per aver ricevuto la cartolina dell'adunanza premilitare davanti ai capi-manipolo fascisti, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">decide che, dall'indomani, cambierà vita</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> e, quasi prigioniero di questa decisione, si prepara a vedere sorgere un sole nuovo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ad ispirare questa vicenda è la vita che Cassola inizia approcciando il fascismo, o quella che vive abbandonandolo? Le ondivaghe idee del suo Fausto sembrano rispecchiare entrambe le esperienze. Del resto è fin troppo ingenuo cedere alla tentazione di ritenere autobiografica un'opera che non è tale. Ricordo una domanda che feci a </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Moravia</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> nel corso di una sua conferenza all'università di Roma: </span><span class="fs12lh1-5 ff1">quanto di lei c'è nei suoi personaggi?</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> Lui mi guardò con indulgenza e mi rispose: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«</span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutto e niente»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Con il tempo, iniziando a scrivere libri, capii a fondo quella verità: ogni forma d'arte è espressione dell'artista ma anche riflesso di un mondo a lui estraneo che filtra attraverso i suoi occhi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Torniamo al racconto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il progetto di Fausto prende corpo realmente quando lo comunica ad Anna, di cui è innamorato. È il vecchio adagio in base al quale </span><span class="fs12lh1-5 ff1">le cose prendono ad esistere quando gli si dà un nome</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Ce lo dice anche la Bibbia.</span></div> <br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Questa è l'ultima sigaretta che fumo»</span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Come mai?» gli aveva chiesto Anna.</span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Perché da domani ho deciso di smettere di fumare»</span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Anna lo aveva guardato interrogativamente, ed egli aveva aggiunto «Perché da domani voglio cominciare una nuova vita»</span></i></div> <br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Giunge finalmente il giorno successivo, il primo giorno della sua nuova vita. Fausto deve fronteggiare tre avvenimenti importanti: il primo è la lenta presa di coscienza d'essere innamorato di Anna, il secondo è l'adunanza premilitare ed il terzo, di cui accenna quasi in sordina, riguarda la sua aspirazione a diventare uno scrittore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Non sembrano grandi eventi, dopo tutto; piuttosto sogni di ragazzo. Ma dovrebbe essere l'attenzione di Cassola alla vita del singolo a renderli tali. Invece non è così. Egli scrive questo racconto nel mero </span><span class="fs12lh1-5 ff1">tentativo mal riuscito di universalizzare la piccola quotidianità</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, raccontando, attraverso essa, i tempi in cui vive, ed elaborando una felicità intima, fatta di piccole cose: un raggio di sole, un profumo, una sensazione, un progetto. Il rischio che corre ed in cui fatalmente cade è focalizzare l'attenzione sul particolare senza l'energia di penetrarlo: </span><span class="fs12lh1-5 ff1">un raggio di sole resta solo un raggio di sole se chi scrive non riesce a calarlo in una storia</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, in un contesto dal quale acquisire un significato. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Pirandello</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, nei </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sei personaggi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> afferma che </span><span class="fs12lh1-5 ff1">un fatto è come un sacco: vuoto non sta in piedi;</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> perché prenda consistenza bisogna riempirlo con tutte le ragioni che lo sostengono. Vale nella vita come nell'arte, peccato che Cassola non sempre se ne renda conto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Affacciato alla finestra, Fausto assapora il profilo della sua città: ogni cosa sembra renderlo felice. Poi si avvede che c'è qualcosa di nuovo e di penetrante, nella sua felicità. C'è </span><span class="fs12lh1-5 ff1">l'amore</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Osserva di nuovo, dunque, quanto appena osservato e lo confonde con la donna amata.</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Il sole era sotto la balza del cornicione, e la balza del cornicione ancora lambita dal sole era Anna. Ed erano Anna i panni tesi ad asciugare, e la curiosa torretta che sembrava qulla di una nave, ed il cielo chiaro soffuso della dolce luce della sera, ed il brusio che saliva dalla strada: tutto era consapevole di Anna, tutto era Anna!»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La premilitare è fissata alle tre. Ha un'aria svagata. Forse i suoi pensieri sull'amore ancora non lo abbandonano, o, forse, è la convinzione di aver iniziato una vita nuova a renderlo distaccato da ogni contesto. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Mostra maggiore coraggio e risolutezza rispetto al passato, ossia alla sua vita del giorno prima</span><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Terminata l'adunanza, torna verso casa guardandosi intorno con gli occhi di chi vive per la prima volta. Dal cinema Ottaviano, dove un suo compagno di adunanza si ferma per assistere alla rappresentazione de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I Miserabili</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, giunge a Monte Mario e lì si ferma a riflettere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">L'oggetto dei suoi pensieri, ora, è </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Ferruccio</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, il suo migliore amico: ateo, antiborghese ed anarchico come lui, o, quanto meno, come il lui precedente, il lui di ieri, quello ancora lontano dalla "nuova vita". Hanno sempre avuto molto in comune, non ultimo un sano distacco dalle cose che accadono intorno a loro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Qui traspare l'esperienza letteraria che Cassola fa con i novisti di Zangrandi e Vittorio Mussolini</span><span class="fs12lh1-5 ff1">; il suo attaccamento a quella congrega che ha un carattere essenzialmente culturale, fino a che non si rende conto che c'è dell'altro: gli ideali che egli crede di condividere in amicizia non sono suoi, non tutti quanto meno, e la consapevolezza del distacco coincide con la consapevolezza della fine di quelle amicizie.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene, questa esperienza trova spazio nel suo racconto:</span></div> <br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«E Fausto pensò con preoccupazione ai suoi futuri rapporti con Ferruccio. Perché certo Ferruccio avrebbe voluto riprendere con lui la polemica antiborghese, i discorsi di religione, di filosofia e di politica. Ferruccio sicuramente era rimasto ateo, antiborghese, anarchico. […] Era strano, però. Solo ora si accorgeva che non avrebbe più potuto riprendere a stare con Ferruccio. Ed invece, gli ultimi giorni che era a Volterra, quando lo aveva ripreso il desiderio di tornare a Roma, Roma significava sì, per lui, l'inizio di una nuova vita, ma in questa nuova vita c'era anche Ferruccio»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Lasciando cadere Ferruccio in un oblio che il lettore può solo immaginare, tanto è repentino l'abbandono del discorso e la scomparsa di quel nome, Fausto torna a pensare ad Anna. Ecco il flusso dei pensieri che si muovono sull'onda dei sentimenti. Ripensa ai romanzi che ha letto in quell'estate, romanzi dove amore e passione si intrecciano. È davvero quello che prova per Anna? L'idea di fare lo scrittore si affaccia prepotentemente. Sì, avrebbe scritto anche lui; avrebbe fatto il romanziere ed avrebbe riposto Anna in ogni luogo dell'animo dei suoi personaggi, ma a muoverlo non sarebbe stato quell'amore travolgente che aveva sino ad allora letto nelle opere altrui, bensì un amore virginale, profondo e distaccato al contempo. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">L'amor cortese per una Musa</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, forse.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Su questo dubbio che assomiglia molto ad una certezza cade il punto conclusivo. Improvvisamente. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">E la mancanza di intensità di un simile sentimento è esattamente ciò che resta nel lettore dopo questo racconto.</span></div> &nbsp;<br><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Carlo Cassola: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La visita</span></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Terzo appuntamento con </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Cassola</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Questa volta riuscirò a fare un paio di complimenti ad un suo racconto. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La visita</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">infatti, seppur costruito sempre attraverso quei particolari ossessivi che dovrebbero comporre il puzzle di una vicenda, ma che, senza un sostegno narrativo, sono meri elenchi di oggetti e di azioni, è anche un racconto che in sé </span><span class="fs12lh1-5 ff1">contiene una parvenza di storia</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> e che, soprattutto, presenta </span><span class="fs12lh1-5 ff1">un originale incipit, molto cinematografico</span><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Cassola ci porta al seguito di un certo </span><span class="fs12lh1-5 ff1">colonnello Delfo</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> che viaggia verso la casa di un tal </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Murchison</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. A poche righe dall'inizio comprendiamo che l'incontro tra Delfo e Murchison avviene </span><span class="fs12lh1-5 ff1">alla fine del Settecento</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Mentre viene allestito il pranzo, i due uomini escono per fare una passeggiata nel parco. Alla fine di un viale di eucalipti, giungono ad una terrazza affacciata sul fiume.</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Il colonnello vestiva in divisa e s'appoggiava ad una palizzata. Murchison indossava una redingote color crema e teneva in mano una tuba dello stesso colore. Guardavano entrambi verso il fiume. In quest'atto erano effigiati nell'arazzo della camera da letto della signora Rosa Boni</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">»</span></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, un inizio decisamente cinematografico, compatibile con il cosiddetto </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">film dell'impossibile</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> teorizzato dallo stesso Cassola nel 1942, che consiste in </span><span class="fs12lh1-5 ff1">un fermo-immagine cui corrisponde la fissità di uno sguardo estraneo alla scena</span><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">Immagino il filmato in costume d'epoca, poi il fissarsi dell'immagine dei due uomini che guardano il fiume; quindi l'infittirsi della trama tissutale sull'immagine ed il carrello con la macchina da presa che va indietro fino ad allargare la prospettiva e comprendere la stanza della proprietaria dell'arazzo che li sta guardando.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">C'è anche un assaggio di maggiore </span><span class="fs12lh1-5 ff1">poesia descrittiva</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, in questo racconto. Pur sempre con la cadenza aspra di un elenco di elementi, Cassola ci porta all'interno di un contesto abitativo che si rispecchia, questa volta sì, nell'animo della protagonista, seguendo </span><span class="fs12lh1-5 ff1">una metrica rigorosa, quasi il suono di una ballata popolare</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. E torna ad affacciarsi il cinema. In alcuni tratti, infatti, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">la musicalità delle parole diventa colonna sonora del racconto</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> accanto ai rumori descritti.</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Nella strada si sentì il rumore della fontanella. Nella stanza s'intese il volo preoccupato di una zanzara. Sul soffitto il passaggio era in aumento: la giornata caldissima spingeva la gente al mare»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ciò non toglie che, a parte il bell'effetto del fermo-immagine intessuto nell'arazzo, le due storie, quella settecentesca e quella attuale, restino completamente slegate.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La vicenda di </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Rosa Boni</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, infatti, è presto detta. È vedova da dieci anni. Riceve, come spesso accade, la visita del marito di sua sorella, che è gravemente ammalata. L'uomo insiste affinché, morta la moglie, Rosa accetti di unirsi a lui.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Rosa non disse mezza parola. Ma, a parte queste imbarazzanti allusioni, la conversazione fu piacevole, perché si aggirò sempre sul passato»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo rifiuta, dunque. E sul suo tacito rifiuto si chiude il racconto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Storia breve, come sempre nei racconti di Cassola.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Tuttavia un punto c'è su cui vorrei soffermarmi: la piacevolezza della conversazione volta al passato. Piacevole per Rosa, ovviamente, che ama il marito e che, passando davanti al cimitero gli parla, immaginandosi accanto a lui nel futuro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Qual è il rapporto tra Cassola ed il passato?</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il passato è un leit-motiv che torna ciclicamente in molti suoi personaggi avanti con gli anni, attraverso riflessioni che sembrano esprimere dolore ma sono, al contrario, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">rasserenamenti rispetto al tumulto passionale dell'età precedente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Qui come altrove, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">il passato diventa protagonista</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> e tra i tanti elementi che si avvicendano in quelle pagine, è l'unico che catturi l'intensità voluta dallo scrittore. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Il passato è un sistema di vita, è una realtà alternativa</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> che prende corpo nel momento in cui si rievoca, come se le parole potessero dargli consistenza e strapparlo al mondo delle ombre. Il passato è null'altro che la cristallizzazione di quelle sensazioni che Cassola ricerca nelle piccole cose di ogni giorno; la cristallizzazione della problematica dell'esistenza che egli parcellizza costantemente, fino a rischiare di perderla, quasi timoroso di affrontarla davvero.</span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuseppe Berto: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Appuntamento a mezzanotte</span></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuseppe Berto è una scoperta tarda, nella mia vita letteraria. Nella scuola dei miei tempi di lui si leggeva esclusivamente </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il male oscuro</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, brillante esempio di monologo esistenziale scaturito dal lutto, dall'angoscia dello scrittore di fronte alla morte del padre. Senza nulla togliere alle opere di questo suo periodo psicologista, credo che nelle scuole si dovrebbero leggere anche altri suoi libri. Di sicuro i racconti, nei quali è abile a condensare storie accattivanti, in grado di coinvolgere il lettore e di creare un'atmosfera tangibile, in cui vivere, durante la lettura, come in un mondo parallelo. E, poi, c'è la sua ironia: sottile, caustica, efficace, raffinata, assolutamente irresistibile, che sia diretta agli altri od a se stesso. È facile intuirlo già nelle poche righe che Berto scrive nel presentare </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È</span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> forse Amore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, la raccolta di racconti da cui è tratto il brano di questo nostro primo appuntamento con lui:</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Dopo la morte di Carlo Emilio Gadda, sono almeno venti gli scrittori italiani che ritengono in cuor loro d'essere, ciascuno, il più grande scrittore italiano vivente. Io sono uno di quelli. A sostegno della mia pretesa, che peraltro viene da più parti contrastata, pubblico ora questa scelta di racconti …»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">C'è spesso un fondo di autobiografia, nelle sue opere. Del resto il primo libro che lo rese famoso, al ritorno dalla prigionia negli Stati Uniti, seguita alla disfatta di El Alamein, fu </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il cielo è rosso</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">,</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> coraggiosamente edito da Leo Longanesi, dopo il rifiuto ideologico di altri editori.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ed è, in parte, autobiografico, pur con l'ironico distacco narrativo che ogni suo scritto presenta, anche il racconto </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Appuntamento a mezzanotte</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che narra di un amore giovanile sullo sfondo della guerra, e dà vita ad un eccezionale quadro delle urgenze personali che, come accade in ognuno di noi, superano di gran lunga quelle generali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È l'estate del 1940. L'Italia è appena entrata in guerra. Il protagonista del racconto vive a Mogliano Veneto, paese di origine di Berto, meta di molti veneziani, costretti dalla guerra a lasciare le proprie case cittadine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">L'ironia di Berto non cede mai il passo, neppure al dramma. È sempre sottilmente presente a leggere la storia. L'esodo dei veneziani verso la campagna per paura dei bombardamenti è descritto come una sorta di improvviso risveglio alla realtà di costoro e, al contempo, un risveglio alla vita per quel paese di campagna che, abbandonato un decennio prima in favore di Cortina d'Ampezzo e S. Martino di Castrozza, torna ad essere meta di villeggianti.</span></div> <br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«I veneziani furono, in passato, grandi guerrieri e grandi conquistatori, ma poi, non se n'abbiano a male, decaddero. Quando fu chiaro, e fu immediatamente chiaro, che gli aeroplani nemici potevano con tutta comodità venire a sfiorare i comignoli delle loro case, i veneziani danarosi si affrettarono a cercare rifugio altrove. Siccome, con la benzina e le gomme razionate, era un po' difficile andare avanti ed indietro da Cortina o da San Martino di Castrozza, molti ripiegarono, com'era già accaduto in passato, su più vicine località di campagna, concludendo che, in sostanza, eran meglio le zanzare delle bombe. A quel tempo il termine sfollati era già stato inventato, ma noi i veneziani sfollati preferivamo chiamarli villeggianti, sia perché ciò tornava a nostro decoro, sia perché essi continuavano, per quanto possibile, a fare la vita spensierata dei villeggianti di quindici o vent'ani prima, radunandosi un giorno in una villa ed un giorno in un'altra, per giocare a carte, conversare o ballare. Veramente, per ragioni di serietà bellica, non sarebbe stato permesso ballare, neppure in case private, ma, trattandosi di villeggianti veneziani, le nostre autorità chiudevano un occhio. Del resto, essi lo facevano con molta discrezione, cioè fra di loro, evitando di invitare la gente del luogo. I veneziani sono soliti considerarsi d'una qualità superiore a chi è nato in campagna. La cosa ci offendeva fino ad un certo punto: è noto, infatti, che, per essi, anche Parigi è campagna»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> <br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In uno stile essenziale, pregno di uno sforzo di normalità non letteraria, Berto ci offre l'intero scenario del racconto in poche righe, non risparmiando al lettore descrizioni che, dietro l'ironia, celano amarezza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La guerra, dunque, trasforma Mogliano Veneto in una Fenice e così il giovane animo del protagonista, che si apre all'amore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È davvero pregevole il modo in cui l'Autore cristallizza il profilo dei luoghi, gli oggetti, le persone, con un tratto deciso ed al contempo delicato, sfiorando anche argomenti che non sempre è buon costume affrontare apertamente. Lui lo fa, invece. Parla di tutto e, in questo modo, presenta personaggi tanto realistici da entrare in sintonia con il lettore, riga dopo riga.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La storia è semplice.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In quell'estate, a Mogliano Veneto giunge una facoltosa famiglia veneziana, i Bortoletti, composta da padre, madre e cinque figlie, la qual cosa, è ovvio, suscita l'attenzione dei giovanotti del luogo; un'attenzione che scema ben presto, visto che, tranne la più giovane, le ragazze Bortoletti sono tutte molto brutte:</span></div> <br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Quattro erano brutte; una, però, era bellissima. Evidentemente tutti gli sforzi dei genitori Bortoletti per fabbricare femmine decenti s'erano concentrati in lei sola, a scapito delle altre»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> <br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il protagonista, ossia il giovane Berto protetto dal filtro della fantasia romanzesca, rimane folgorato da un'esplosione quasi dolorosa dell'amore, tipica dell'adolescenza, tanto che afferma d'essersi </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«atrocemente innamorato»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e idealizza tanto la giovane Bortoletti da scrivere per lei ingenui versi d'amore, voci d'un moderno stilnovo, rendendola eterea, irraggiungibile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Non riuscendo ad interagire con lei in nessun modo, decide di costruirsi da solo l'occasione. Inizia a frequentare la casa di un suo conoscente, Lollo, studente fuori corso di Legge che si diletta di teatro, il cui unico pregio è quello di avere il giardino confinante con i Bortoletti. Lo asseconda nel suo recitare, pur di avere libero accesso all'agognata siepe di confine, oltre la quale, finalmente, incontra l'amata fanciulla, Liliana, in un abito di organdis bianco e cappello di paglia. Si fa coraggio e le parla per qualche istante, il tempo di confessarle il suo amore e vederla fuggire in casa in lacrime.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Qui Berto crea una leggera suspense: quell'amore si presenta complesso, ma il motivo è oscuro. Lei non si indigna, non lo zittisce; si limita a pronunciare una frase enigmatica che rappresenta una chiave, la chiave per aprire virtualmente la porta della casa in cui vive, della famiglia in cui è nata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Tipico di Berto. Nel suo scrivere è come se chiedesse aiuto ai particolari. La sua visione d'insieme presuppone sempre e comunque incursioni nell'infinitamente piccolo, per poi librarsi nuovamente in alto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Poco tempo dopo la incontra di nuovo e le strappa la promessa di un appuntamento: a mezzanotte accanto alla siepe, tra i due giardini.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Si incontrano in segreto, dunque. Lei ha il volto coperto da un velo, ma lui ne intuisce la bellezza. Il dialogo si fa serrato e culmina in un bacio. Tuttavia il risveglio dalla passione di un momento non è dei migliori: egli si accorge, infatti, che non si tratta di Liliana, bensì di una delle sue sorelle.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel neorealismo sui generis di Berto si affaccia la psicologia. Inevitabile, a questo punto della storia. Quali dinamiche familiari sottendono lo scambio?</span></div> <br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Avessi saputo a quei tempi quali scherzi può combinare la spinta all'identificazione in persone d'insufficiente volontà e per di più dominate da strampalati complessi di colpa, non avrei certo patito come patii»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ecco l'altro aspetto del Nostro che emerge in quasi tutte le sue opere: la conoscenza come strumento di redenzione dell'anima afflitta. Sapere. Guardare i fatti dall'interno. È così che vive tutto, persino la guerra, nei suoi libri; la guerra dei grandi romanzi, come </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il cielo è rosso</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, quella dei racconti, e quella dei resoconti, come </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Guerra in camicia nera</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Giunge l'autunno; muore l'estate e, con essa, l'ardore, la passione amorosa per Liliana, tanto bella quanto sfuggente. La pioggia lava via caldo e passioni, dunque. Almeno è quanto pensa il protagonista, il quale si sente pronto al distacco. Non è così, ovviamente. È sufficiente un secondo segreto convito notturno per farlo cedere. È Liliana stessa a sollecitare l'incontro. Egli acconsente, ma, giunti all'appuntamento, chiede la prova di trovarsi proprio di fronte a lei. L'ardore viene affiancato dalla razionalità: non vuole cadere nuovamente in errore, non vuole rischiare di corteggiare la sorella sbagliata. Dunque accende un cerino che, prima di spegnersi per il vento e per la pioggia, rischiara il volto di Liliana ed illumina la sua stessa anima che vi si riflette, come il protagonista de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La città morta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di D'Annunzio, quando solleva la maschera funeraria di Agamennone. Superomismo d'amore, potremmo definirlo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il dialogo tra i due pende verso il surrealismo, in un equilibrio perfetto tra l'assurdità delle cose dette e la marcata ironia con cui vengono narrate al lettore. Sublime. La fanciulla, che prima chiede all'amato di sposare sua sorella maggiore, avendola ormai compromessa con un bacio, infine si offre a lui anima e corpo, un corpo che il ragazzo rifiuta, chiedendole di riflettere meglio, di esserne sicura. Ma non è un gentiluomo di campagna come se ne trovano nei libri della Austen. No. È un impacciato ragazzotto che fa la scelta giusta quasi per caso, fors'anche pentendosene, e che agisce così più per incapacità di cogliere l'attimo che per convinzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Berto si diverte molto a destrutturare gli schemi morali, svelando piccolezze; a criticare, attraverso i suoi personaggi, ben altri individui, attraverso le loro storie, ben altre storie:</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Se c'è qualcosa per la quale io non sono assolutamente nato, sono proprio questi avvenimenti apocalittici che capitano all'improvviso. Intendiamoci, sono capace di tutto, nella vita, ma mi ci vuole un minimo di preparazione: le gioie più grandi, come pure i delitti, devo covarmeli un po' nella fantasia, prima di metterli in essere. È una tara, lo so, e chissà mai quale solida carriera avrei fatto, se non l'avessi avuta»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il loro convegno amoroso, dunque, è rinviato al giorno dopo. Tornano a casa, fradici di pioggia. Lui più di lei, visto che l'aveva protetta con il proprio ombrello. Fatalmente si ammala, è ovvio. Come comunicarle la sua involontaria assenza per il loro appuntamento d'amore? L'unica chance è coinvolgere Lollo, raccontargli tutto e chiedere la sua alleanza: a lui non sarebbe poi costato troppo scendere in giardino e parlarle, spiegarle il suo malanno, chiederle un secondo appuntamento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il disincantato Berto non salva neppure l'amicizia, però.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Lollo va all'appuntamento, ma per cogliere quel fiore al posto dell'amico. E va ben oltre: restio a confessargli cotanto tradimento, nei giorni seguenti finge di portare a Liliana i messaggi dell'amico, le sue poesie, ed, invece, come nel dramma di Rostand, se ne appropria per farne dono a Liliana spacciandole per sue. E sono versi romantici e delicati, perché è grazie ad essi che Liliana si innamora di Lollo, come confesserà al Nostro molti anni dopo. In qualche modo il teatro, di cui Lollo è appassionato, prende il sopravvento nella vita dei protagonisti del racconto: intrecci, intrighi, maschere, illusioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Berto sperimenta stili diversi nell'arco di un solo racconto: narrativa, poesia, teatro. Nella presentazione del libro, egli scrive:</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Due sono le caratteristiche che ho mantenuto attraverso le mie quasi incontrollate evoluzioni: la felicità del narrare ed una vena di romanticismo che tenacemente si accompagna prima alle crudezze del neorealismo e poi allo humour dello psicologismo»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nessun critico avrebbe potuto riassumere meglio la sua poliedrica arte.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Questo racconto è un delicato spaccato di vita, con le sue ricchezze e le sue miserie, con i suoi punti a capo, irrimediabili, che determinano il destino di ogni personaggio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Assolutamente da leggere, come ogni riga scritta da Berto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuseppe Berto: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il figliol prodigo</span></i></b></div> <br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Torno a parlare di </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuseppe Berto</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, con un altro racconto, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Figliol Prodigo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, anch'esso profondo ed esilarante, come è nello stile di questo magnifico scrittore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Leopoldo Tripepi sale sul treno per Cosenza</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, sua città di origine. È l'antivigilia di Natale ed il treno è comprensibilmente sovraffollato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo stile di Berto spesso conduce il lettore a </span><span class="fs12lh1-5 ff1">leggere gli eventi attraverso l'animo dei suoi personaggi e l'animo dei suoi personaggi attraverso le loro connotazioni fisiche</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Di Tripepi ci dice che ha un volto grassoccio, su cui la barba sembra l'unico elemento vitale, e che porta occhiali spessi dietro i quali si notano due occhi </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«sfranti»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, incorniciati da sopracciglia scese </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«a dare una concisa immagine della rassegnazione»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. È, dunque, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">una rinunciataria, remissiva, debole figura</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, quella di Tripepi, abbracciata da una malinconia endemica e dal senso del fallimento, insorto allo scoccare dei cinquant'anni, quando, facendo i conti con il passato, capisce d'aver commesso un grande errore nel lasciare, da ragazzo, la natia Cosenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Egli, infatti, appena conquistato il diploma in seminario, sotto la guida di uno zio prete, era partito alla volta di Roma. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Sognava il lavoro edificante della grande città, le sofisticate donne della grande città</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Il posto di lavoro era stato conquistato, ma ben al disotto di quello cui, con il suo titolo di studio, avrebbe potuto aspirare; di donne, invece, nemmeno una, tanto che lentamente si era convinto che le donne romane non fossero poi così belle come si diceva e che moralmente valessero davvero poco. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Berto gioca spesso con la fallacia celata nelle convinzioni della gente e nel meschino ma molto umano modo di cambiare le carte in tavola</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, con cui a tutti, prima o poi, capita di fare i conti. C'era una vecchia storiella di quando ero piccola che parlava di un uomo caduto da cavallo, il quale, rialzandosi, diceva d'aver inventato solo un nuovo modo di scendere. Grosso modo è quello che aveva preso ad affermare Tripepi riguardo alle donne di Roma.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In assenza di altri affetti, Cosenza, dunque, inizia ad incarnare un'alma mater, una famiglia, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">una casa a cui fare ritorno da figliol prodigo</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. Non ha più nessuno, lì, nemmeno lo zio prete, morto poco prima del suo trasferimento a Roma, ma in qualche modo si convince che qualcuno avrebbe ammazzato il vitello grasso per festeggiare il suo ritorno; forse la città stessa, i bei paesaggi che la circondano, le persone che la abitano, sempre cordiali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ecco che </span><span class="fs12lh1-5 ff1">il viaggio prende il ritmo dei suoi pensieri, dei suoi umori e timori, dei suoi sentimenti</span><span class="fs12lh1-5 ff1">: mano a mano che si avvicina a Cosenza, matura l'idea che lì avrebbe finalmente trovato la giusta dimensione di vita tanto anelata; avrebbe trovato una donna di buona famiglia da sposare e si sarebbe trasferito. In questo tramestio di sentimenti e progetti che agitano il suo cuore, anche un breve ritorno per le festività natalizie diventa, dunque, occasione di allegrezza ed </span><span class="fs12lh1-5 ff1">il suo volto, disabituato alla gioia, si apre ad un sorriso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il racconto inizia con il suo ingresso sul treno sovraffollato. Quando, però, dalla descrizione del treno si passa alla vita ed ai ricordi di Tripepi, nella narrazione si percepisce un lieve distendersi, un lungo respiro. La vita del protagonista riesce a creare nel racconto uno spazio fisico immaginario ed </span><span class="fs12lh1-5 ff1">il lettore viene catturato da un moto di parole simile ad un mare agitato, dove all'onda segue la calma e, poi, una nuova increspatura fino all'onda successiva</span><span class="fs12lh1-5 ff1">. È così che all'affollamento del treno, al vociare convulso delle persone, ai loro odori, ossia all'onda, segue il senso profondo della nostalgia, il desiderio di rivedere il paese natio, ossia il mare piatto; ciò poco prima che pensieri meno intimisti, come, ad esempio, le </span><span class="fs12lh1-5 ff1">considerazioni politiche </span><span class="fs12lh1-5 ff1">che il protagonista fa sulla Cassa del Mezzogiorno, per mezzo della quale, con la scusa del sud, si arricchisce il nord, non tornino ad increspare l'acqua del mare narrativo prima dell'onda successiva.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Passata la mezzanotte, il Tripepi deve alzarsi per andare in bagno. Per come è fatto lui, gli dispiace disturbare gli altri nel muoversi, ma non può farne a meno. Quando torna, ovviamente, il cappello che aveva lasciato sul sedile a tenere il posto, era stato scansato da un ragazzo che ora dormiva bellamente dove prima era seduto lui. La reazione del Tripepi è di delicata accettazione: lo guarda con tenerezza, pensando che, per l'età, avrebbe potuto essere suo figlio. Resta tre ore in piedi, dunque, in attesa di cambiare il treno a Paola.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando, finalmente, sale sul treno diretto a Cosenza, il moto dei pensieri di Tripepi segue quello del treno</span><span class="fs12lh1-5 ff1">: durante la ripida salita si guarda attorno e si sente vicino, nel timore, al silenzio religioso di una donna che si fa per tre volte il segno della croce, pensando, in cuor suo, che il treno non ce la faccia. E lui? Lui ce la farà ad affrontare il ritorno tanto desiderato, ma anche un po' temuto? Il tempo dei dubbi è finito: il treno ha appena scollinato ed affronta la discesa. Anche Tripepi la affronta: finalmente sta correggendo l'errore del passato che lo portò a Roma, lontano dalla sua terra e corre verso la meta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">All'arrivo, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">vuole godersi appieno le sensazioni del ritorno</span><span class="fs12lh1-5 ff1">: lascia che tutti scendano. Si vuota il treno. Lentamente si vuota anche la stazione. Poco lontano un bar. Entra per mangiare una pasta. Sa di stantio, ma non importa: era la pasta che rappresentava tutte le paste che non si era potuto permettere da ragazzo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È l'unico cliente finché non entrano due facchini che chiedono un'acquavite. Il proprietario del bar non li serve se non mostrano di poter pagare. Inizia un alterco. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">Tripepi è troppo felice del suo ritorno per sopportare che quei suoi due concittadini non possano bere l'acquavite. Sta per dir loro che avrebbe offerto lui, quando l'alterco degenera </span><span class="fs12lh1-5 ff1">ed i due minacciano il proprietario del bar di servirsi altrove e di cacciare a calci tutti i suoi clienti. Orbene, dal momento che Tripepi era l'unico cliente, prima che potesse esternare il suo anelito fraterno, evidentemente malriposto, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">viene preso a calci e messo alla porta</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> proprio da coloro ai quali stava per offrire l'acquavite.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ed ecco Berto che firma, in modo eccelso, una chiusura quasi cinematografica, bellissima, perfetta nella sua essenzialità. Come in un fermo-immagine il racconto si blocca per lasciare spazio ad una sola frase, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">una frase che rappresenta l'epilogo, ma anche la morale</span><span class="fs12lh1-5 ff1">: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Il primo treno per Roma partiva alle 7.22»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<br><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Dino Buzzati: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Racconto di Natale</span></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È di Dino Buzzati, il primo racconto con cui voglio segnare l'approssimarsi del Natale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo stile dei suoi componimenti brevi è inconfondibile: egli allontana il carico di amarezza che la quotidianità riserva, dedicandosi ad emozionare, commuovere attraverso l'intreccio di destini dei suoi personaggi. Non a caso i suoi autori preferiti sono Dante, Proust, de Maupassant. Tolstoj, Omero, Poe, che hanno costruito opere solide, massicce, guardando alla tradizione ed al contempo distaccandosene; creando qualcosa di nuovo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È ciò che fa egli stesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Una notte di Natale davvero particolare, quella di Buzzati. Fedele al suo stile favolistico, alle sue incursioni liriche nel mistero, ci descrive un sontuoso palazzo vescovile e l'annessa cattedrale, entrambi immensi e freddi, che giganteggiano nella piazza di un paesino. A dire il vero non sappiamo se si tratta di un piccolo paese o di una città; Buzzati non lo dice. Eppure dalle domande che i parrocchiani si pongono sul Natale del vescovo, dai diversi personaggi che si incontrano non sembra possano esserci dubbi sul fatto che trattasi di un piccolo centro. Forse, le sue parole arrivano dalle cime dolomitiche che Buzzati ha dentro l'animo; nel suo descrivere le cose come se arrivassero sempre da lì, dai suoi amati monti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Don Valentino sta sistemando la chiesa affinché il vescovo possa trascorrervi in preghiera la notte di Natale. Egli sa bene che Dio riempirà quel luogo e non lascerà solo il suo vescovo. Ha già cominciato a farlo, in realtà: il Duomo è traboccante della presenza divina, una presenza calda, accogliente, visibile, capace di infondere nel cuore la gioia più pura. Eppure, qualcosa sta per cambiare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Grande estimatore di Edgar Allan Poe ed esperto cronista di nera, Buzzati inserisce nella storia un'idea di mistero. Pochi colpi risuonano nella chiesa: qualcuno sta bussando. È un barbone, un uomo umile che chiede a Don Valentino di poter avere un po' di quel tanto di Dio che riempie quel luogo.</span></div> <br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«È di sua eccellenza l'arcivescovo. Serve a lui, fra un paio d'ore. Sua eccellenza fa già la vita d'un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio!»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il pover'uomo viene messo alla porta, dunque. Il problema è che la presenza, l'essenza di Dio sparisce con lui.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Inizia, dunque, per Don Valentino, un lungo pellegrinaggio in cerca di un po' di Dio da riportare in chiesa per l'arcivescovo. Bussa in casa di una famiglia che si stava accingendo a cenare; nella stanza aleggia la stessa infinita gioia, lo stesso infinito amore che c'era in chiesa poc'anzi. Valentino ne chiede un po', ma il capofamiglia, ritenendo Dio una sua proprietà, reagisce nello stesso modo in cui egli aveva reagito con il barbone. E Dio sparisce anche da quella casa. La stessa scena si ripete in ogni dove, finché in lontananza Don Valentino non vede una piccola chiesa pregna del calore divino. Entra per elemosinarne un po': c'è un uomo solo al centro della navata ed è raccolto in preghiera, si tratta dell'arcivescovo, il quale accoglie Don Valentino a braccia aperte chiedendogli dove fosse stato in quella notte così fredda.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Non si è mai mosso dal Duomo ed ha immaginato tutto? La consapevolezza d'aver perduto Dio nel momento esatto in cui si era rifiutato di condividerlo con uno sconosciuto ha reso buio e freddo il suo cammino? Oppure è morto ed è il purgatorio che attraversa quella notte? Non dimentichiamo lo stretto rapporto che Buzzati ha con la morte in tutta la sua vita, rendendola spesso protagonista dei suoi scritti. Indro Montanelli, che per anni ha diviso con Buzzati e Piovene, la stanza al </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Corriere della Sera, </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">scherzosamente e causticamente disse.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«</span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dalla mattina alla sera mi spiavano e si spiavano fra loro per vedere che smorfia avrei fatto se fossi morto; vivevano entrambi in compagnia della morte e la morte per loro ero io»</span></i></div> &nbsp;<br><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse, il pellegrinaggio di don Valentino non è altro che il vuoto interiore, il vortice oscuro in cui viene catturato l'animo che non conosce pietà, che rifiuta altruismo ed umanità. Forse, anzi sicuramente, i piani di lettura sono molteplici e non si può trascurare quello intimistico, dove Buzzati usa spargere particelle di sé, pur sapientemente universalizzate.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Egli lascia sospesa la sua verità, ma il messaggio arriva dritto al cuore ed è sua peculiarità, quella di cercare l'emozione del lettore, usando temi semplici ed uno stile facilmente fruibile; la sua verità, sì, perché ognuno ne ha una, leggendo Buzzati. La mia è questa: è nella condivisione caritatevole, che Dio risiede; sono le mani che si tendono verso gli altri, noti o sconosciuti che siano, a scaldarsi grazie all'Amor divino; è nel nostro senso di umanità e di altruismo che risiede la grotta di Betlemme, perché lì nasce il seme di Dio ed ogni giorno è Natale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse sarebbe bene ricordarlo a noi stessi, soprattutto in questi tempi in cui, sotto la parola </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">accoglienza</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> ne vengono celate diverse: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">interessi individuali</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ad esempio, o </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">arricchimento di pochi a danno di molti</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ma soprattutto tanta </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">indifferenza</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> nei confronti dell'altro, del meno fortunato, di colui che viene trasformato, dall'egoismo fintamente ideologico, in un mero corpo che produce soldi, ricche diarie per chi specula sull'immigrazione: l'ultima frontiera della schiavitù.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">[</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">InLibertà</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, da maggio a dicembre 2017]</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Veronika Andrews</span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">[Diritti liberi in Pixabay]</span></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 24 Dec 2017 16:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Enrico Darnley. Il marito scomodo di Maria Stuarda]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
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			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000019"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><strong class="imTAJustify fs12lh1-5">L’ombra persistente di un delitto</strong><br><span class="imTAJustify fs12lh1-5">D</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">avide Rizzio è morto</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">. Il suo sangue è ancora sparso nella stanza della Stuarda, che ha dovuto assistere impotente alla fine di quell’uomo che le era stato amico, forse amante; un uomo che aveva rischiarato i suoi giorni e parte delle sue notti, portando con sé il senso dell’arte rinascimentale di cui la Scozia era priva e consentendole di parlare l’idioma che ella considerava natìo, il francese.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il tempo delle invettive è finito. Inizia quello della vendetta, silente e lunga come tradizione vuole.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mostrando una lucidità eccezionale, Maria finge una minaccia di aborto e si fa condurre in una stanza dove accorrono le dame di compagnia ed il medico personale. Holyrood è circondata dai congiurati, in modo che non possano giungere soccorsi, né alcuno possa scappare. Persino la Regina è sotto stretta sorveglianza. Il medico è l’unica speranza che la Regina ha per inviare informazioni al fedele Bothwell, in modo che le mandi un uomo e due cavalli fuori le mura ad attenderla. Ha già un piano di fuga e, con incredibile lucidità, lo attua.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ammette il marito al suo capezzale e lo induce a pentirsi d’aver messo in pericolo la vita della moglie e del nascituro. Quindi lo perdona e chiede a sua volta perdono per il suo allontanamento. Darnley, che non ha mai smesso d’essere attratto da Maria e dai privilegi regali che la stessa era in grado di garantirgli, si piega subito al volere di lei. Tanto è l’entusiasmo della ritrovata unione con la moglie che Darnley le confida i nomi di tutti i congiurati. Tuttavia, le fa promettere di concedere loro l’impunità in modo che la lascino libera ed ella lo manda a riferire che firmerà un salvacondotto, ma non prima dell’indomani, perché in quel momento è esausta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Darnley riferisce il messaggio, presentando ai Lords il salvacondotto recante, in quel momento, solo la sua firma. Meno ingenui di Darnley, i Lords stentano a credere all’improvvisa magnanimità della Regina. È una Stuart, in fondo. E loro l’avevano umiliata, aggredita, messa in pericolo. Tuttavia, non possono fare a meno di assecondarla e tolgono il presidio dalle sue stanze.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tutti i congiurati festeggiano il compiuto omicidio ed il perdono della Regina con molto alcol, che, inevitabilmente, li stordisce.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A mezzanotte Maria si prepara alla fuga. Arthur Erskine, capo della sua guardia del corpo, la attende fuori del castello con due cavalli. Lei, il marito ed un servitore, passano attraverso le stanze della servitù e raggiungono la cantina; di lì, come ben descritto dallo storico Zweig, un lugubre corridoio interrato li conduce alle catacombe: la luce tremula delle fiaccole illumina cumuli di ossa e bare; l’odore penetrante di umidità rende quel passaggio ancora più macabro. Poco dopo risalgono all’aria aperta ed attraversano il cimitero per raggiungere i cavalli.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La Regina si ferma mesta e rabbiosa dinanzi al recente tumulo di Rizzio, ma non lascia trapelare il suo odio per quel finto marito che la sta affiancando nella fuga.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Due i cavalli. Darnley, se mai ci fosse stato bisogno di un’ulteriore conferma alla sua pochezza, balza sul primo e si avvia al galoppo verso la salvezza, senza fermarsi ad aiutare la sua sposa, incinta. Maria sale sull’altro cavallo con Erskine.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dopo aver percorso un miglio, si fermano al castello del fedele Lord Seton, dove anche a Maria viene dato un cavallo con 200 uomini di scorta. È di nuovo la regina di Scozia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">All’alba raggiunge il castello di Dunbar dove l’attende Bothwell, il quale ha già organizzato la difesa di tutta la zona.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><em><b> </b></em></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Amaro risveglio delle belve dormienti</b></span><b><i></i></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il risveglio dei congiurati, il mattino dopo, non è dei migliori: la Regina è scappata, Darnley l’ha seguita, ergo li ha traditi, e non hanno il salvacondotto richiesto, per reclamare il quale inviano a Dunbar lord Sempill come messaggero. La Regina lo lascia attendere tre giorni senza riceverlo. A Holyrood serpeggia tensione ed il gruppo, lentamente, prende a sfaldarsi. Molti sono coloro che si staccano per chiedere perdono; molti tranne Ruthven e Fawdonside, i più colpevoli, coloro che si erano in prima persona impegnati nell’ideare e nel mettere in pratica la congiura; Ruthven irrompendo per primo nella sala della Regina e catturando Rizzio, Fawdonside minacciando di morte la stessa Maria Stuarda. Costoro lasciano la Scozia, come fa anche John Knox, che aveva esaltato l’assassinio di Rizzio in un suo sermone.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La priorità di Maria, ora, è quella di avere il figlio senza altri rischi di perderlo. Una guerra con i Lords traditori non le gioverebbe. Per il momento le basta aver riconquistato il potere; alla vendetta penserà poi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al momento, dunque, non emette condanne neppure nei confronti del consorte. Attende la nascita dell’erede al trono cercando di evitare problemi. Presagi di morte la attanagliano. Fa testamento, non dimenticando un lascito a favore di Giuseppe Rizzio, fratello di Davide.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 9 luglio nasce l’erede, Giacomo. Il dubbio che possa essere figlio di Rizzio è un’arma potente nelle mani dei ribelli: non avrebbero potuto sperare di meglio per invalidare, un giorno, il suo diritto al trono. A malincuore, dunque, la Regina proclama ufficialmente che è figlio del marito, sebbene provveda con altrettanta solerzia a trasferire il corpo di Rizzio nella cappella reale.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Melville, fidato messaggero della Stuarda, parte quello stesso giorno verso l’Inghilterra per dare la lieta notizia ad Elisabetta. Trova la sovrana intenta a danzare in un convivio festoso a Greenwich. Accompagnato da Cecil, segretario di Stato di Elisabetta, Melville entra in sala. È Cecil, però, ad accostarsi alla Regina per darle la notizia in un sussurro. Alle sue parole il volto di Elisabetta scolorisce e l’espressione diventa dura, granitica. Con un gesto brusco ferma la musica e si reca nelle sue stanze dove si abbandona al furore dettato dall’invidia. Il giorno seguente, recuperata la forza di ricevere con apparente letizia la novella, accoglie Melville e si dichiara disposta ad essere madrina del pargolo e, ove possibile, a presenziare al battesimo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Solitudine, cattiva consigliera</b><b><i></i></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nei mesi successivi alla nascita, onde sottrarsi alle pressanti richieste coniugali di Darnley, la Stuarda è sempre in giro, ospite in vari castelli ove il consorte è indesiderato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Separarsi poco dopo la nascita del piccolo sarebbe stato come avvalorare il dubbio che non fosse suo figlio; far finta di niente e concedersi a lui, però, era impensabile. L’assenza da casa, dunque, era l’unica chance, sebbene inevitabilmente temporanea.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel frattempo, come ogni donna che porta il peso della responsabilità della propria forza, cerca un uomo con cui essere semplicemente donna e dal quale poter essere protetta, sentendosi finalmente sicura. Si avvicina molto, quindi, a Bothwell, l’unico di cui possa fidarsi. Egli incarna l’ideale di uomo di intelletto e di armi, che, peraltro, è sempre stato temerariamente al suo fianco per proteggerla. È sposato con una donna che la stessa Regina ha scelto per lui; una donna che tollera le scappatelle del marito, ma che non si può dire non sia da questi amata, sebbene in uno strano, fedifrago modo. Maria si innamora, però, e, come sempre accade quando è preda della propria passionalità, non considera quel matrimonio un ostacolo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Darnley, intanto, stretto nel suo ruolo di reietto, tenta di reagire prendendo contatti con Filippo II, re della cattolica Spagna, al quale denunzia un vacillamento nella fede della consorte; quindi progetta un viaggio a Parigi e in Inghilterra. È una mina vagante. Maria Stuarda non può, certo, permettergli di andare da Caterina de’ Medici e da Elisabetta I a mostrare i panni sporchi della corte di Scozia, quelli veri e quelli inventati. A fine settembre, quindi, Maria fa pervenire a Caterina de’ Medici un documento nel quale le narra la verità sul consorte traditore, minando, in modo preventivo, la sua credibilità. Dopo di che riammette lo stolto nel proprio talamo al fine di ammansirlo e distoglierlo dal suo progetto. Ancora una volta, attraverso il loro forte legame fisico, riesce a dominarlo e a punirlo al contempo. Infatti, dopo averlo rassicurato sul loro rapporto, convoca i Lords e l’ambasciatore di Francia e lo mette pubblicamente sotto accusa, chiedendogli <em>for God’s Sake</em> il motivo per cui aveva progettato di abbandonare lei, il loro figlio neonato e il regno di Scozia. Lui, dapprima, si chiude nel più ostinato silenzio; infine cede e si lascia estorcere la frase che Maria aspetta: la moglie non gli ha mai dato motivo di allontanarsi dalla famiglia e dal regno. L’onore e la credibilità della Regina sono salvi; un po’ meno quelli del suo debole consorte. È pubblicamente suo, infatti, il torto legato all’improvviso abbandono che stava progettando. Il <em>proud fool</em>, come viene soprannominato, esce dalla sala senza salutare nessuno, con sdegno e vergogna, rivolgendo alla moglie solo quella che lui percepisce come minaccia e che alla Regina suona, invece, come una lieta prospettiva: <em>«Madonna, non mi rivedrete tanto presto»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 16 dicembre, nel castello di Stirling, si celebra il battesimo del piccolo Giacomo. L’occasione, sempre onde fugare dicerie scomode, richiede la presenza di Darnley, il quale, però, in un ultimo guizzo di autoaffermazione, decide di non partecipare. Giunge a Stirling, sì, ma si chiude nelle sue stanze e non scende né per la cerimonia, né per i fastosi festeggiamenti. È Bothwell a ricevere gli ospiti accanto alla Regina.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La regina Elisabetta, come promesso, assolve al ruolo di madrina, ma per procura, inviando un dono senza dubbio inusuale per la sua nota spilorceria: un bacile da battesimo in oro massiccio lavorato a mano, con bordo tempestato di gemme preziose.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">L’inizio della fine</b><b><i></i></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il giorno di Natale la Stuarda mette in atto la sua vendetta: riammette in Scozia i Lords che avevano partecipato all’omicidio di Rizzio, traditi da Darnley. È come se avesse messo una taglia sulla testa del marito. Darnley, non stupido fino a questo punto, capisce d’essere in pericolo e si rifugia a Glasgow, nel castello del padre, il conte di Lennox. È il principio della fine, per lui, considerato che, a quel tempo, contrariamente a quanto accade oggi, i morti riescono quasi sempre a farsi accompagnare nella tomba dagli artefici della loro dipartita. Vendetta, atroce vendetta!</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche per Maria Stuarda inizia un periodo infelice, però. Passa spesso da un castello all’altro, sospinta da inquietudine e pensieri funesti. Appena può si isola, al buio, e piange angosciata. Forse le pesa una vita senza amore, senza appigli concreti; una vita di doveri e di apparente sicumera. Forse le manca Rizzio. Forse teme se stessa e la sua passionalità, ora che prova sentimenti per Bothwell, una storia d’amore che non può dignitosamente essere vissuta alla luce del sole finché resteranno sposati ad altre persone. Forse dubita del fatto che Bothwell voglia realmente lasciare la moglie. È certa del suo amore e ha avuto, da lui, temerarie prove di grande fedeltà e coraggio, ma egli ama anche la moglie. Inoltre, non è uomo dai sentimenti duraturi. Più facile che consumi fugaci passioni. Orbene, colui che ha detto che in amore vince chi fugge deve aver vissuto alla Corte di Scozia nella seconda metà del Cinquecento: Maria Stuarda si sottrae al marito e questi impazzisce per lei, al punto di diventare un giocattolo nelle sue mani; al contempo ella si innamora di Bothwell, che le sfugge, ed è, dunque, pronta a perdersi per lui.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Maria sembra un’adolescente al primo amore: non fa altro che scrivere al bel tenebroso Bothwell lettere appassionate, custodite in una cassetta d’argento. Saranno, poi, rese pubbliche e infine bruciate da Giacomo VI, il figlio di Maria.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La Regina si rende ben presto conto che l’unico modo per avere Bothwell è promettergli il titolo di re. Ed è ciò che fa. Perché ciò si realizzi, però, Darnley deve uscire dalla sua vita. Con il divorzio? Certo, è una possibilità, ma produrrebbe scandalo, soprattutto per il cattolicesimo che informa la politica regia; inoltre c’è sempre la diceria sui natali del figlio che non deve essere in alcun modo alimentata.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ienone Bothwell è presente alla riunione che Maria fa con i Lords ribelli, all’esito della quale ella si impegna ad accoglierli tutti nuovamente in Patria, compreso Ruthven, purché la liberino dal marito, <i>«<em>making her quit of him»</em></i> è quanto si conviene. Non si parla apertamente di uccisione, ma, a ben vedere, in quale altro modo l’avrebbero potuta “liberare” da lui?</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Bothwell è il più determinato ad usare la violenza. La trama necessariamente oscura di tale disegno impedisce di conoscere con esattezza l’identità dei Lords suoi alleati.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Darnley, ovviamente, presago dell’aleggiare di un qualcosa di molto spiacevole sul suo destino, continua a tenersi ben lontano da Holyrood. Ai primi di gennaio, poi, non deve nemmeno usare scuse per rimanere nella casa paterna, visto che si ammala di vaiolo. A quel punto è difficile che qualcuno, soprattutto uno dei suoi ex amici di congiura, possa stanarlo di lì. L’unica che può riuscirci, ancora una volta usando la seduzione per ridurlo in schiavitù d’amore, è la Regina, la quale, dunque, entra in pieno nel disegno criminoso.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Morte di un Re</b></span><b><i></i></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 22 gennaio va a trovarlo. Che il suo sia il gesto di una traditrice e non quello di una devota moglie sembra chiaro leggendo la lettera che, il giorno prima di recarsi da lui, Maria invia all’arcivescovo di Beaton: <em>«Per quanto riguarda il re, nostro consorte, sa Iddio come noi sempre ci siamo comportate verso di lui, e non meno sono note a Dio ed al mondo le sue menzogne e le sue gesta contro di noi; tutti i nostri sudditi vi hanno assistito e noi non dubitiamo che di certo lo condannino nei loro cuori»</em>. Non c’era, dunque, pietas nei suoi intenti, né voglia di riconciliazione.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ovviamente, avendo in progetto di trasportare il marito in altro luogo dove più facilmente potesse essere aggredito, va a trovarlo recando con sé un carro aperto allestito con una barella: di certo non la condizione migliore per trasportare un malato di vaiolo febbricitante nei due lunghi giorni di viaggio occorrenti per tornare a Edimburgo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">C’è, poi, il misterioso incontro con Archibald Douglas a Glasgow, il quale le chiede aperto appoggio per l’omicidio del consorte. Lei nega il suo consenso, ma non si perizia di avvisare il marito del progetto che grava sulla sua testa. Questa infamia non la abbandonerà mai.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al capezzale del marito ammalato, ella trascorre un’intera notte a scrivere una lunghissima lettera d’amore a Bothwell, manifestandogli un’alternanza di amore e paura, eccitazione e depressione, soprattutto di infinita solitudine. Gli racconta la semplice gioia del marito nell’averla accanto, cosa che le rende ancora più penoso il tradimento. Poi lenisce i suoi stessi sensi di colpa, affermando che, per se stessa, ella non avrebbe mai tradito: è l’amore per Bothwell a spingerla. <em>«Tu mi costringi a tanto dissimulare, che io stessa ne ho orrore e spavento, e mi fai sostenere la parte del traditore. Ma rammentati, se non fosse per obbedire a te, preferirei essere morta. Il mio cuore ne sanguina»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È completamente soggiogata da Bothwell e combattuta, timorosa persino d’essere dallo stesso disistimata per il tradimento che sta perpetrando ai danni del marito.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La coppia regale, infine, compie il viaggio verso Edimburgo. Tuttavia, Darnley non viene ospitato a Holyrood o a Stirling, né in nessun’altra dimora reale, poiché potrebbe ancora essere contagioso. Viene condotto in una casa di campagna a Kirk o’ Field, sobborgo rurale molto malfamato. Ovviamente, la modesta dimora viene arredata sontuosamente. La stessa Maria, dal 4 al 7 febbraio, vi dorme, in altra stanza, è chiaro, per l’occasione fa portare il suo prezioso letto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 7 febbraio Darnley sta decisamente meglio e felicemente scrive al padre che la regressione del male è dovuta alla sua amorevole moglie. Inoltre, annuncia che, di lì a qualche giorno, sarebbe tornato a Holyrood. Il suo trasferimento, infatti, è fissato per il 10 febbraio, ma la sera prima muore in circostanze misteriose.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È il 9 febbraio. A Holyrood si festeggiano le nozze di due tra i più fedeli ed affezionati servi di Maria. Ella non può mancare ai festeggiamenti. Abbandona, dunque, la casa di Kirk o’ Field, ordinando che anche il suo letto, i suoi arazzi e le sue suppellettili vengano riportate al castello.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sono le 23. Poco prima che i festeggiamenti si spostino dal castello alle strade della città, Maria torna dal marito per un saluto. Un addio che non può chiamare tale se non nel suo cuore. Al suo ritorno al castello incontra il corteo nuziale in strada. Alibi perfetto. La Regina è, dunque, al castello prima che il coniuge venga ucciso.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore due del mattino. Tutto è compiuto. Un gigantesco boato giunge fino in città. Il chiarore delle fiamme rischiara l’orizzonte. La casa del re è stata attaccata.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Bothwell, che, per crearsi un alibi, non si era mai allontanato dal castello e aveva gioiosamente partecipato ai festeggiamenti, è nella sua stanza, a Holyrood, e finge di svegliarsi di soprassalto, precipitandosi, poco dopo, come il suo ruolo di ammiraglio richiede, a Kirk o’ Field con una scorta armata. Arrivato sul posto constata che la casa che ospitava il re è crollata a seguito di un’esplosione; tra le macerie rinviene il corpo del re e quello del suo servitore, che dormiva nella stanza accanto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Bothwell torna al castello a dare il triste annuncio alla regina: il re è stato ucciso per mano di ignoti assassini.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ora Maria Stuarda può piangere: lacrime liberatorie, ma anche lacrime macchiate da un’atroce colpa. Ora è vedova. Il suo progetto matrimoniale con Bothwell non ha più ostacoli. Diverrà suo marito, in effetti, ma sarà solo un altro capitolo della sua infelicità.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 02.12.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - Castello scozzese</span></b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Per approfondire</b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Mario Borsa</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Maria Stuarda 1542-1587</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Mondadori, Milano, 1934</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Marcel Thomas</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1"> (a cura di), </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il processo di Maria Stuarda</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Il Mulino, Bologna, 1959</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Stephen Zwaig</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Maria Stuarda</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Mondadori, Milano, 1949</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 02 Dec 2017 19:21:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Marco Buttu. Io e la XXXIII Spedizione in Antartide]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000056"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La XXXIII Spedizione in Antartide vede operative, nel suo ambito, più unità di ricerca scientifica. Una di esse è partita alla volta dell’emisfero australe il 18 novembre scorso ed è composta da tredici persone – sette italiani, cinque francesi ed un’austriaca – che soggiorneranno per un anno intero nella stazione italo-francese </span><em class="fs12lh1-5">Concordia</em><span class="fs12lh1-5">, situata sul plateau del sito DOME C a 3.233 mt sul livello del mare.</span><br></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Nel periodo estivo, che coincide con l’inverno del nostro emisfero settentrionale, ossia fino a febbraio, la stazione ospiterà più persone, ma in quello successivo, che comprende anche il durissimo inverno australe, ossia da febbraio al prossimo novembre, resteranno solo in tredici e si darà inizio ad una doppia ricerca, quella effettuata da loro, e quella che viene effettuata su di loro, sulle loro capacità di adattamento e resistenza.</span><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), istituito a giugno del 1985, opera, in collaborazione con l’IPEV (Istituto Polare francese), su diversi settori di ricerca. Gli studi organizzati in Antartide rientrano in una vasta pianificazione di tematiche che vanno dai cambiamenti globali, al clima; dallo studio degli oceani e del loro ecosistema, alla tettonica globale; dalla biodiversità, allo studio dei batteri; dall’osservazione astronomica in assenza di agenti inquinanti, all’adattamento dell’Uomo in ambienti ostili, simili a quelli che potrebbe incontrare su altri pianeti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) è finanziatore del Programma e la CSNA (Commissione Scientifica Nazionale per l’Antartide) valuta e seleziona i progetti scientifici da sviluppare in Antartide. Il coordinamento scientifico di tali progetti, la corretta realizzazione e sviluppo degli stessi è competenza del CNR (Consiglio Nazionale per le Ricerche), mentre all’ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile), spetta il fondamentale ruolo attuativo delle Spedizioni, senza il quale la fase ideativa resterebbe tale. I suoi compiti sono molto delicati poiché investono non solo la programmazione operativa, la pianificazione e realizzazione logistica, ma anche la gestione pratica dell’attività di ricerca scientifica e la garanzia di sopravvivenza del gruppo mediante l’approvvigionamento di materiali e la manutenzione degli impianti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le ricerche relative all’adattamento dell’Uomo in ambienti estremi sono finalizzate ad ottenere risultati utilizzabili altrove, in analoghe condizioni, come l’alta montagna, i fondali oceanici, o le missioni spaziali. In particolare, uno dei punti focali della XXXIII Spedizione antartica sarà la valutazione della resistenza dell’Uomo in condizioni simili ad uno scenario extraterrestre, spianando la strada per una prossima stazione su Marte e per un’esplorazione non solo robotica del Pianeta Rosso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le stazioni più vicine alla Concordia sono la Vostok, che dista 600 km, e la Amundsen-Scott che ne dista 1670. Dire che l’isolamento è totale sembra eufemistico. A parte i colleghi della spedizione, unica finestra sul mondo saranno i computer, il web, i social.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’Antartide è un continente di ghiaccio staccatosi dalla Pangea milioni di anni fa, che, a differenza del Circolo Polare Artico, ha mantenuto una calotta di ghiaccio di quasi 2000 mt di spessore. La temperatura media si aggira intorno ai – 50° C. Ai primi di maggio, quando nel mondo noto a noi abitanti dell’emisfero settentrionale, inizia il caldo estivo, in Antartide un’ultima parvenza d’alba segna l’inizio dell’inverno australe; un inverno senza sole, con temperature che scendono fin sotto i 70° / 80° C ed un’oscurità così profonda da prendere corpo. Senza una torcia frontale è impensabile muovere un passo. Il cielo stellato e la luna, che sembra tangibile tanto è nitida, rappresentano l’unico appiglio per capire di essere sulla terraferma e non sul fondo dell’oceano. I venti battono il ghiaccio a velocità elevatissime. Il Blizzard, l’uragano antartico, crea turbini in grado di disorientare e contribuisce a formare le yukimarimo, strane palle di neve cristallizzata che rotolano sospinte dal vento. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A chi piace la fisica estrema potrebbe venire in mente il viaggio nel tempo: arrivare in Antartide, sentire gli occhi e i dotti nasali bruciare, vedere il respiro farsi vapore, mentre, tutt’intorno, non c’è altro che una gigantesca distesa di ghiaccio, ha qualcosa di un ritorno all’era glaciale. E non sembri folle parlarne. Il rapporto tra letteratura fantascientifica e scienza è sempre stato strettissimo. La fase ideativa ha spesso, alla base, un’intuizione geniale, a volte anche solo letteraria, che appare folle. <em>«Se un’idea non sembra inizialmente assurda, allora è senza speranza»</em> disse Albert Einstein. Molti grandi scienziati sono stati ispirati ad intraprendere il loro cammino di studi da libri e film di fantascienza. Furono Flash Gordon, il dottor Zarkov e Dale Arden ad ispirare gli studi di Michio Kaku; Edwin Hubble, invece, si dedicò alla scienza grazie alle opere di Jules Verne; e le avventure marziane narrate da Edgar Rice Burroughs furono di ispirazione per un altro grande astronomo, Carl Sagan. Si potrebbe continuare all’infinito. L’immaginazione dell’uomo, la sua sete di avventura, la dimensione ulissiaca della vita sono i primi motori delle grandi scoperte. Progetti di ricerca come questo per l’Antartide rappresentano, dunque, uno stimolo al miglioramento, un omaggio alla curiosità, un vanto per la scienza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Oggi ho l’onore di intervistare l’ingegnere Marco Buttu, originario di Gavoi, nella splendida Sardegna. Ha 39 anni, una bella moglie ed una grande, onorevole umiltà nel parlare del suo successo professionale. Fa parte della rosa dei tredici scienziati partiti per l’Antartide; è tra coloro che resteranno un anno intero nell’impervio continente di ghiaccio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Sei partito. Hai ancora diverse tappe aeree prima di raggiungere l’emisfero australe, ma sarai lì nel giro di poche ore. A cosa si è dato inizio con questo viaggio?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 18 novembre, oggi, ha il via la seconda tappa di un’avventura iniziata esattamente 3 mesi fa. Il 18 agosto inviai il curriculum per partecipare ad un <em>winter-over</em> in Antartide. É difficile immaginarsi il futuro e faccio già fatica a descrivere il presente. Posso dirti che ho la sensazione di vivere un sogno, e, ogni volta che vado a dormire, penso che al risveglio sarà tutto finito e riprenderò la mia normale vita quotidiana. In questo momento mi trovo in volo verso Dubai, in un bellissimo aereo dalla compagnia <em>Emirates</em>, che ci mette a disposizione anche la wi-fi, per cui ho trascorso parte del tempo a chiacchierare con mia moglie e con gli amici. Da Dubai prenderò un secondo volo per Christchurch, in Nuova Zelanda. Da lì ancora un altro volo, ma questa volta atterrerò sul ghiaccio, sulla banchisa prossima alla base italiana Mario Zucchelli, che si trova in Antartide, sulla costa. Spero di vedere qualche foca e qualche pinguino, prima di prendere un ultimo volo che mi porterà lontano dalla vita, nel posto più isolato del pianeta, <em>Concordia Station</em>. Questa intervista sarà particolare, diciamo dinamica, perché mi accompagnerà durante il viaggio, e risponderò alle prossime domande strada facendo, da qua sino all’Antartide.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Quale sarà il tuo ruolo?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sarà simile a quello che ricopro all’Istituto Nazionale di Astrofisica. Normalmente mi occupo dello sviluppo software e della gestione delle osservazioni del Sardinia Radio Telescope, il più grande radio telescopio italiano, nonché più moderno d’Europa. A Concordia troverò un telescopio molto più piccolo, a infrarossi, ma anche là dovrò lavorare al software ed effettuare le osservazioni astronomiche. Questo sarà il mio incarico principale, ma la vita in Antartide è caratterizzata dalla cooperazione, per cui aiuterò anche i colleghi impegnati in altri progetti, in particolare quelli legati alla sismologia e misura del campo magnetico terrestre.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>PNRA, IPEV, CNR ed ENEA. Una complessa cooperazione internazionale per la realizzazione di progetti scientifici finalizzati all’approfondimento di tematiche fondamentali per l’Uomo e per il Pianeta. Come ci si rapporta con enti così importanti?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In questo momento mi trovo a Christchurch, in Nuova Zelanda. Sono le 7 del mattino, e tra qualche ora partiremo per l’Antartide, destinazione <em>Mario Zucchelli Station</em> (MZS). Ieri all’aeroporto sono stato accolto dal personale ENEA, e colgo la palla al balzo per ringraziarli. Senza esagerare, il contributo che apportano questi enti è eccezionale, sia dal punto di vista professionale sia da quello umano. Dal primo istante mi hanno fatto sentire a casa, accompagnandomi in questo percorso passo dopo passo, sempre al mio fianco. É qualcosa che va oltre il dovere professionale, e mi sento veramente onorato di poter lavorare con e per loro.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Concordia<em> sarà il nome del tuo mondo, nei prossimi 12 mesi. Com’è organizzata?</em></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><em><br></em></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’organizzazione è molto diversa, a seconda che sia estate o inverno. Oggi o nei prossimi giorni, quando arriverò là, in base saremo in tanti; arriveranno tanti aerei e dovremmo occuparci prevalentemente della logistica (scarico e carico), indipendentemente dal nostro ruolo. D’inverno la giornata lavorativa sarà invece simile a quella italiana, e ciascuno di noi svolgerà prevalentemente il compito ad esso assegnato: il cuoco farà il cuoco, il medico il medico, e via dicendo. Lavoreremo presumibilmente dalle 8 del mattino alle 18, e mangiare tutti assieme alla stessa ora ci aiuterà ad orientarci durante la lunga notte antartica.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Dovrete convivere in spazi non limitati, ma comunque ristretti, soprattutto tenuto conto del lungo periodo in cui dovrete rimanere lì. Ci sono regole da osservare, oltre il senso naturale del rispetto reciproco?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Oltre al rispetto delle norme di sicurezza, la nostra convivenza sarà regolamentata da regole di stazione più altre che ci daremo noi. Le stabiliremo assieme e le appenderemo in bacheca, integrandole o modificandole all’occorrenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Qual è stato il tuo primo pensiero quando hai saputo di essere stato reclutato per questa impresa?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In realtà non c’è stato un momento preciso in cui ho avuto la certezza di essere stato reclutato. Almeno finché non mi sono arrivati i biglietti aerei, una settimana fa. Questo perché l’intero periodo di training non è stato solo formativo, ma anche selettivo, specie sotto l’aspetto psicologico. La psicologa dell’ENEA, Denise Ferravante, è stata con noi per tutto il tempo, sia in Italia, sia in Francia, e ho visto persone sicure di dover partire essere poi scartate. Quindi ho sempre pensato che il sogno avrebbe potuto finire anche per me, da un momento all’altro.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Il grande alpinista Reinhold Messner, che ha attraversato l’Antartide, ha parlato di senso dell’infinito. Voi sarete in 13, nel periodo dell’inverno australe. In quella landa irraggiungibile, essere solo in tredici potrebbe comunque farvi sentire nel bel mezzo dell’infinito. Secondo te ci vuole più cuore o più cervello per affrontare l’Antartide?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Forse per affrontarlo non sono necessari né il cuore né il cervello. Per affrontarlo nel modo corretto, invece, sono necessari entrambi. Devi essere appassionato di ciò che fai, curioso. Ci deve essere una forza che ti spinge a voler scoprire posti nuovi, più forte di quella che ti vorrebbe tenere al caldo, con la gente che ami e nel comfort della modernità. Ma per poter affrontare in modo corretto una avventura così estrema è fondamentale la razionalità.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b>Walter Bonatti, altro alpinista d’eccezione ed esploratore, anche lui vittorioso sull’Antartide nel 1976, disse che la città lo spaventava più degli spazi aperti e selvaggi, quand’anche pericolosi. Cosa spaventa Marco Buttu, se qualcosa ti spaventa?</b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per far parte di un progetto come questo, devi essere sereno; e questo credo sia possibile solamente con la consapevolezza che qualcosa può andare storto. È da mettere in conto, sia che potresti non tornare, sia che potresti tornare spiacevolmente cambiato. La mia consapevolezza risiede, da un lato, nel sapere che la mia esistenza è insignificante, sia nel tempo sia nello spazio. Se dovessi mancare, allora nella Terra si creerebbe una minuscola perturbazione spaziale, in una ristrettissima zona della Sardegna, dove vivono i miei cari. Una zona minuscola della Terra, che a sua volta è parte infinitesima dell’Universo. Inoltre, questa perturbazione sarebbe infinitesima anche nel tempo. In quella piccola zona della Sardegna qualcuno risentirà della mia mancanza per qualche settimana, qualcun altro per qualche anno. Ma stiamo parlando di tempi infinitesimi in una scala Universale. Si pensi che la Terra è nata 4.5 miliardi di anni fa. Dall’altro lato, la mia vita è importantissima. Il mio corpo ha una energia vitale misteriosa, di cui non sappiamo nulla. È qualcosa di prezioso, di cui devo aver cura perché niente si crea dal nulla, e in qualche forma o modo è stata spesa una parte dell’energia dell’Universo per crearmi. Quindi vado là spinto da una forte passione e curiosità di vivere in un mondo diverso, consapevole dei rischi a cui vado incontro, e allo stesso tempo attento e premuroso nei miei confronti e nei confronti dell’intero gruppo.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">**** ° ****</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non celo un brivido nel leggere quest’ultima risposta: la lucidità, l’equilibrio, la solidità dei veri valori, il coraggio a tutto tondo, che comprende anche il provare l’inevitabile timore legato alla consapevolezza dei rischi, sono espressione di una ricchezza d’animo che va ben al di là della pur ricca preparazione professionale di questo giovane, saggio ingegnere. A questo punto, volendo per scaramanzia evitare qualunque frase standard relativa ai viaggi, non posso fare altro che salutarlo e continuare, insieme ai lettori del mio giornale, a seguire su Facebook, ItaliAntartide e sul sito del PNRA gli aggiornamenti sulla sua avventura, in attesa di poterlo intervistare di nuovo al suo ritorno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Grazie, Marco, per avermi concesso il tuo tempo; grazie per non aver riso a crepapelle della mia incapacità ad attivare il microfono del computer in video chiamata, cosa che oggi saprebbe fare anche uno scimpanzé; grazie per aver risposto alle mie domande mentre eri già in volo verso l’inizio di questa avventura, regalando ai miei lettori qualcosa di assolutamente inedito: le tue prime impressioni di viaggio. Con il tuo messaggio vocale di ieri sera, inviato poco prima di affrontare la tratta finale verso <em>Concordia</em>, si è chiusa l’intervista. Dal mite inverno romano, ti saluto. Siamo tutti con te.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 21.11.2017]</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>© Foto di Marco Buttu per gentile concessione</b></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 21 Nov 2017 20:07:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Copenaghen. Il giallo della fisica nucleare]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000068"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sono finite da poco le repliche di <em>Copenaghen</em> al teatro Argentina di Roma. Protagonisti Umberto Orsini nel ruolo di Niels Bohr, Massimo Popolizio nel ruolo di Werner Heisenberg e Giuliana Lojodice nel ruolo di Margrethe Bohr, con la regia di Mauro Avogadro. Fino a maggio 2018 la Compagnia Orsini porterà lo spettacolo in un prestigioso tour italiano che prevede anche una lunga tappa milanese al Piccolo teatro Grassi dal 3 al 22 aprile ed una napoletana al teatro Diana dal 25 aprile al 6 maggio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sono passati diciotto anni dalla prima rappresentazione di quest’opera e la sua attualità è vibrante. Condivisibile, dunque, la scelta di Umberto Orsini, che ha tenacemente voluto metterla in scena.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il dramma di Michael Frayn, talentuoso drammaturgo contemporaneo londinese, ruota attorno al misterioso incontro, realmente avvenuto nel 1941, tra Niels Bohr e Werner Heisenberg nella Copenaghen occupata dai nazisti. Entrambi luminari di Fisica teorica, erano legati da profonda, lunghissima amicizia. L’avvento del nazismo, tuttavia, li aveva visti schierati su diversi fronti: Bohr era danese e per metà ebreo, Heisenberg tedesco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La storia di Frayn parte da qui; dall’incontro che segue anni di lontananza. Heisenberg va a trovare Bohr. Il luogo è la casa che quest’ultimo divide con sua moglie Margrethe; l’argomento è la Fisica nucleare, sebbene con le inevitabili contaminazioni politiche del momento. La verità su cosa si siano realmente detti i due scienziati, invece, resta ancora oggi un mistero, che viene magistralmente manipolato da Frayn in una raffinata “argomentazione della memoria”, in una concretizzazione del dubbio, in un trionfo del “forse” che dà accesso a soluzioni pluri ipotetiche. Un moderno dramma shakespeariano. <em>«Non v’è nulla di buono o di cattivo che il pensiero non renda tale»</em> dice Amleto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’escamotage letterario che l’Autore usa è quello di una rievocazione mnesica ambientata nell’Aldilà: Niels, Margrethe e Werner, ormai deceduti da decenni, si incontrano in un limbo pregno di ricordi imprecisi, un’aula di fisica, a giudicare dalle grandi lavagne sul fondo fittamente istoriate con formule, numeri e simboli. Domina il grigio. Grigi sono gli abiti dei protagonisti; grigio è il pavimento, grigio il colore che emerge dalla combinazione tra il nero della lavagna ed il bianco del gesso. La scena è volutamente disadorna. Tre sole sedie. Si ha la sensazione del freddo mortale. Non c’è desolazione, però. È un angolo di vita nell’assenza di vita. Sotto questo profilo, <em>Copenaghen </em>è un fulgido esempio di Teatro minimalista, dove, cancellando la scena evocativa tradizionale, quasi fotografica, il regista focalizza l’attenzione del pubblico sull’attore e sulle sue parole. I protagonisti, pur apparentemente reificati nell’eguale colore dominante, immobilizzati nella morte che li accomuna, possiedono una dinamicità intensa che esplode grazie al racconto e alla rappresentazione. Le parole dei protagonisti, infatti, aprono isole di calore e di colore da cui sembra emergere il mondo in cui sono vissuti. Attraverso la bellezza del testo e la bravura degli artisti, il pubblico riesce a vedere il loro passato anche senza vederlo. Vede il giardino di casa Bohr, ad esempio; vede i lampioni; respira l’aria dei boschi quando vengono rievocate le passeggiate dei due fisici, ai tempi di Gottinga; vive con trepidazione la notte buia e assassina in cui Heisenberg sta fuggendo e viene fermato da un soldato nazista.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È Margrethe ad aprire il dialogo. È lei che, in qualche modo, dà inizio a quell’incontro a quel chiarimento, a quel processo autogestito, dove il tema della verità, soggettiva e oggettiva, parcellizzata in un puzzle di ragioni e controragioni, diviene essenza del dramma, storia esso stesso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>«Ma perché?»</em> ella chiede. Una domanda che spalanca le porte del possibile e dell’impossibile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La scelta non è casuale, secondo me. La donna, generatrice di vita e, dunque, portale tra diversi mondi, è dea e, come tale, ha il compito di mettere ordine nel Caos primigenio, quello della memoria, in questo caso; forse persino nel caos della fisica dei quanti, dominata dall’Indeterminazione di Heisenberg e dalla Complementarità di Bohr. Margrethe è Iside, che scende nel regno dei Morti per ricomporre il corpo di Osiride, suo marito, fatto a pezzi dal fratello. Il rapporto fortemente familiare tra Bohr e Heisenberg, l’improvvisa fine della loro amicizia, il dubbio che sostituisce l’affetto, la ferita reciproca ricordano la fraterna lotta, al centro della quale è lei, la donna, in un vortice di sentimenti contrastanti. Margrethe è Giuliana Lojodice. Non avrei visto altre in quel ruolo. La potenza, la lucidità, l’incisività di quel personaggio fuoriescono dalle sue parole come dai suoi silenzi, dall’universo espressivo di cui è maestra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Da sempre appassionata di Teatro, ho avuto il privilegio di veder recitare molte volte i più grandi attori contemporanei, tra i quali, ovviamente, Giuliana Lojodice anche accanto all’indimenticabile Aroldo Tieri. È un’attrice che riesce sempre ad emozionarmi con quel suo padroneggiare la scena persino nel silenzio, nell’immobilità di quando ascolta i suoi compagni di palcoscenico; con quel suo comunicare muovendo anche solo una mano, nella migliore tradizione del meta-linguaggio teatrale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non da meno, ovviamente, Umberto Orsini, anche lui protagonista, negli anni, di performance teatrali eccelse, toccanti e creative, che ho avuto la fortuna di vedere. La sua interpretazione è magnifica. Vive e fa vivere al suo pubblico i contrastanti sentimenti che legano Bohr all’amico e collega Heisenberg. L’incedere di questi sentimenti è come un’onda, come una delle particelle invisibili studiate dai due fisici. Il Bohr di Orsini, che prende vita da una gestualità perfettamente equilibrata, da una modulazione di voce che riesce a donare alle parole una profondità ed un’intensità incredibili, è felice e triste al contempo; è inquieto, è allegro, è saggio, è deluso, è imprudente, è addolorato, è pater e magister di un Heisenberg che in Massimo Popolizio trova un vero e proprio alter ego, grazie alla raffinata arte dell’interpretazione, che non è solo “recitare”. Popolizio dà al personaggio una carica del pari ondivaga, tra sferzate di energia e parole di piombo, sotto le quali abbassa il collo, si piega su se stesso, si chiude nel proprio dolore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dolore per cosa? Heisenberg era andato da Bohr per chiedergli delucidazioni sulla bomba atomica, al fine di favorire Hitler? Oppure era andato dal maestro per esortarlo a non aiutare gli alleati con quella stessa arma? Ha sbagliato volutamente i calcoli? Ha fallito?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Affido la risposta a Frayn, ovviamente. E a voi, lettori, consiglio di andare a vedere questo capolavoro e di farlo avendo letto il copione, edito da Sironi con la prefazione di Gianni Zanarini, il post scriptum dello stesso Frayn e la postfazione di Martha Fabbri, poiché, se si ama il Teatro, non si può prescindere dalla connessione emozionale esistente tra la lettura del testo e la rappresentazione. È anche questo un gioco di verità nascoste che si muove sul confine tra capire e sentire.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</b><em><b></b></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 21.11.2017]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non posso non condividere lo screenshot di un post facebook della signora Giuliana Lojodice. Mi ha ringraziata per questo articolo. In realtà, sono io a dover ringraziare lei per le sue parole: averle ricevute è un onore davvero immenso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/2017---Copenhagen--commento-Lojodice-1.jpg"  title="" alt="" width="970" height="227" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 21 Nov 2017 10:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Gianfranco Jannuzzo. Il Berretto a Sonagli]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000050"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I</span><span class="fs12lh1-5">n questi giorni, tra Mantova, Torino e Cosenza, è in scena </span><em class="fs12lh1-5">Il Berretto a Sonagli</em><span class="fs12lh1-5">, con Gianfranco Jannuzzo, Emanuela Muni, Gaetano Aronica, Carmen Di Marzo, Franco Mirabella, Caterina Milicchio e Anna Malvica. Regia di Francesco Bellomo e scene di Carmelo Giammello.</span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Lo scorso anno mi recai alla Sala Umberto di Roma per assistere a questo spettacolo ed uscii entusiasta per aver ritrovato, finalmente, il Pirandello studiato, amato e visto in gioventù.</span> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>Il Berretto a Sonagli</em> è un’opera magnifica, che s’inquadra in quella particolare fase della produzione pirandelliana denominata <i>teatro del grottesco</i>, dove la quotidianità viene graffiata, scorticata dall’Autore alla ricerca delle sue contraddizioni, della sua paradossalità; dove l’uomo è maschera.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La vita che si dipana nelle vicende narrate è claustrofobica: stretta in un angolo senza luce, anela invano agli spazi esterni, alla libera espressione dei sentimenti, alla verità, quel mostro che Pirandello riflette in uno specchio infranto, parcellizzandola in mille diverse parti di un’unità forse mai esistita; sì, anela ad uscire, a rivelarsi nella sua vera essenza, libera da convenzioni sociali, silenzi e perbenismo.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><em>Mio marito mi tradisce con tua moglie</em>. E’ questo il nocciolo della storia, che, tuttavia, assume tante sfaccettature, ognuna diversa a seconda della persona coinvolta: la sete di giustizia e di scandalo di Beatrice Fiorica, la donna tradita, l’opportunismo di Fifì, suo fratello, l’ambiguità del delegato di polizia Spanò, l’immobilismo severo di Assunta la Bella, madre di Beatrice, l’umbratile lussuria di Nina, la moglie di Ciampa, il protagonista, il marito tradito, l’uomo umiliato, e, ovviamente, il muoversi di quest’ultimo in un ginepraio di sentimenti contrastanti, maschera tra le maschere, cui Pirandello non concede neppure un nome. Ciampa. Solo Ciampa. Egli è null’altro che un casato, un cognome, lo stesso dato a sua moglie il giorno delle nozze; quel cognome che lei ha calpestato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel tempo in cui è ambientata la storia esiste ancora il delitto d’onore. A cosa, dunque, la verità potrebbe costringere il marito tradito? E se preferisse ignorare, non vedere? Il focolaio di scandalo che Beatrice ha attizzato dovrebbe essere spento; la verità dovrebbe essere celata. Celata nella pazzia, forse. Del resto, solo un pazzo, con il suo berretto a sonagli in testa, può permettersi di dire il vero.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il tema della pazzia che cela la verità, è uno dei più amati da Pirandello. Pensiamo anche solo all’<em>Enrico IV</em>: sono più pazzo io che mi fingo pazzo o voi che assecondate la mia pazzia? Ne <em>Il Berretto a Sonagli</em>, però, l’aspetto filosofico della pazzia, come un amante clandestino esso stesso, resta dietro la tenda di una comicità drammatica, che fa sorridere e fa pensare. L’Autore usa l’umorismo come un’arma, poiché, meglio di ogni altra forma espressiva, rappresenta il dualismo tra convenzione sociale e libertà; tra verità pubbliche e private; tra sobrietà e follia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ebbene, Gianfranco Jannuzzo è un maestro dell’umorismo che cela segni d’altro. Il suo climax ascendente di passioni sceniche coinvolge il fruitore del messaggio artistico, lo fa sentire protagonista, lì, sul palcoscenico, accanto a quei personaggi che si muovono, tutti, con una grazia e un’eleganza che Pirandello stesso avrebbe applaudito. Bravissimi gli attori, dunque, così come il regista Francesco Bellomo, il quale riesce a costruire una coralità equilibrata e incisiva. Vincente, poi, a mia opinione, la scelta di rispettare il testo e le scene volute dall’Autore: <em>«Salotto in casa Fiorica riccamente addobbato all’uso provinciale …»</em>. Pirandello è anche lì, negli arredi, nelle suppellettili, così come nell’accento siciliano. Non dimentichiamo che la prima versione di quest’opera fu scritta in siciliano per il grande attore Angelo Musco: <em>A Birritta cu’ i Ciancianeddi</em>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Oggi ho l’onore di intervistare Gianfranco Jannuzzo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>Jannuzzo e il Teatro: che tipo di rapporto c’è tra voi?</b></span></em><br></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un rapporto viscerale. A dire il vero, Raffaella, mi sento un privilegiato, perché sono riuscito a fare esattamente ciò che volevo fare sin da bambino. La passione per il teatro è nata con me. Ancor prima dei miei ricordi, mi sostiene la memoria serbata dai miei genitori: recitavo sempre, in ogni occasione. Forse, in parte, lo devo anche al fatto d’essere siciliano. In Sicilia il teatro è ovunque, a partire dalla tradizione greca, se ci pensiamo.</span></div><em class="imTAJustify fs12lh1-5"><div class="fs12lh1-5"><b><div><em class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div>Si accende, in segreto, una lucina nell’anima quando la tua sicilianità incontra Luigi Pirandello?</b></div></em><div><div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il legame con Pirandello è fortissimo. Anche lui agrigentino, come me, è stato il fulcro di studi e approfondimenti. Io, poi, avevo un ulteriore bonus, nel mio approccio a Pirandello: mio padre. Lo dico con grande umiltà e con grande affetto. Lui era un insegnante di Lettere, un uomo di cultura e, naturalmente, a casa questa cultura si respirava. Pirandello, in particolare, era spesso oggetto di nostre lunghe conversazioni, di nostri ragionamenti. È limitativo pensare che Pirandello possa essere semplicemente letto: la filosofia e la psicologia che permeano il testo, lo spaccato sociale descritto richiedono approfondite riflessioni. Ecco, il mio Pirandello è legato molto anche alla figura di mio padre.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>Sei attualmente in scena con Il Berretto a Sonagli. Tu e Francesco Bellomo avete fatto una scelta ben precisa: avete portato in scena un Pirandello tradizionale, senza stravolgimenti nel testo o nelle scene; un Pirandello autentico. Come è nata questa scelta che, negli ultimi tempi, è quasi controcorrente?</b></span></em><br></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sia io, sia Francesco ci siamo trovati immediatamente in perfetta sintonia su questo punto, entrambi convinti che la rappresentazione debba attenersi al testo. Per quanto mi riguarda, credo che questo modo di vedere il Teatro derivi dalla formazione scolastica con Gigi Proietti, avendo io frequentato, da giovane, il suo Laboratorio di Esercitazioni Sceniche. Gigi scherzava molto sulle <em>“contaminazioni”</em>, sul <em>“teatro di ricerca”</em>. Come lui, anche io credo molto in una rappresentazione della storia e dei personaggi così come inquadrati dall’autore in un dato momento storico, con precise caratteristiche. Poi, è ovvio, ci devi mettere del tuo, se te lo puoi permettere. La rappresentazione teatrale è un gioco bellissimo. Lo spettatore sa che vedrà una storia inventata; l’attore dovrà essere così bravo da farla sembrare vera. Se questo gioco riuscirà, entrambi ne saranno arricchiti. Ed è una lezione, questa, che mi hanno impartito Gigi Proietti e tutti gli altri insegnanti che ho avuto, i grandi attori con cui ho lavorato, i quali non sapevano d’essere insegnanti e dai quali imparavo senza sapere che stavo imparando, come Bramieri, con il quale ho avuto il privilegio di lavorare per sei anni, Rossella Falk, Valeria Moriconi, Turi Ferro …</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>Le maschere, a teatro, si sentono sempre a casa loro, si sa, ma Pirandello le ha rese più che protagoniste, le ha elevate a forma di vita. Sono Maschere Nude, le sue. Coincidono con l’uomo, rappresentandone la complessità psicologica; nella commedia pirandelliana, come nella vita, c’è sempre anche il dramma, dietro la maschera. Cosa comporta recitare Pirandello per l’attore e per l’uomo?</b></span></em><br></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È<i> </i>una prova attoriale non indifferente. Le maschere pirandelliane, a volte, diventano trappole, prigioni dietro le quali il personaggio è costretto a tenere un certo comportamento, a pensare, a fare certe cose. E non basta: hanno anche un’ombra che le segue ovunque, la follia, che l’Autore universalizza, normalizza, rende filosofia di vita. In scena non è solo l’attore a confrontarsi con essa, ma anche l’uomo, cosa che comporta un mettersi in gioco, un misurarsi schietto con il testo. Del resto, il tema della follia, in Pirandello, è talmente urgente, urlante che non si può prenderlo solo come uno dei tanti caratteri del personaggio. Attraverso le sue opere egli ha sublimato un dramma personale.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>Ciampa, il tuo personaggio, afferma di avere tre corde, nella testa: quella seria, quella civile e quella pazza. Regolando ora l’una, ora l’altra si muove nella vita senza grossi traumi. Fuori dal palcoscenico, gli esseri umani di quante corde hanno bisogno, Gianfranco?</b></span></em><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Io credo che Pirandello abbia dotato Ciampa di tutte quelle che servono. Il suo ragionamento è straordinario. Certo, se vivi in un contesto sociale &nbsp;&nbsp;– e lui lo dice chiaramente – &nbsp;&nbsp;quella che ti serve di più è quella civile, perché ti consente di operare un giusto compromesso tra le altre due. <em>«Dovendo vivere in società ci serve la civile, che sta qua, in mezzo alla fronte. Ci mangeremmo tutti, signora, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati. Non si può. Io che so, impazzisco, oppure, per mia antipatia, per mio carattere mi vorrei mangiare a morsi suo fratello, ma non lo posso fare. Allora che faccio? Do una giratina qua …»</em>. Quante volte, nel quotidiano, a te come avvocato, o come scrittrice, a me come attore, a tutti noi come cittadini capita di dover frenare una reazione fuori dalle righe per evitare di finire nei guai. La corda pazza devi sempre tenerla a bada. Quella seria, poi, ti viene quasi vergogna ad usarla, perché il rischio è prendersi troppo sul serio e diventare noioso. Quindi quella più utile ed usurata è sicuramente la civile.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>Gli italiani hanno l’Italia nel cuore, ovunque si trovino, tu lo dici sempre. Pur in crisi, a volte costretti ad emigrare oltre mari e oceani, sono caratterizzati dall’intelligenza, dalla forza d’animo, dall’ironia, dalla capacità di adattarsi, ma, soprattutto, dall’attaccamento alle proprie radici. Anche l’uomo pirandelliano è un uomo spesso in crisi, che, tuttavia, trova in sé la forza di reagire, facendo appello al proprio carattere, alla propria filosofia, alle proprie radici. In questo senso possiamo dire che i personaggi pirandelliani sono dotati di un’anima intimamente italiana?</b></span></em><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Senza dubbio, cara Raffaella. Innanzi tutto, cominciamo col dire che Pirandello è esso stesso espressione altissima di italianità. Nasce nella mia Girgenti, si iscrive alla facoltà di Lettere di Palermo e poi a quella di Roma e Roma diviene la sua città di elezione. La sua italianità è talmente forte che la porta con sé all’estero, viaggiando moltissimo. Vive per un lungo periodo a Bonn, ad esempio, dove termina gli studi universitari con una tesi sullo sviluppo dei suoni nella parlata di Girgenti. Incredibile diffusione, persino all’estero, delle sue radici, di cui il dialetto è la quintessenza. Poi, con la fine del suo matrimonio e l’arrivo del teatro va a Parigi, a Londra, a New York, a Buenos Aires, a Berlino, dove si stabilisce per qualche anno, pur restando intimamente legato alla sua Italia, come scrive a Marta Abba. Infine, porta la bandiera italiana della cultura fino al Premio Nobel, che gli viene assegnato nel 1934. È inevitabile, quindi, che anche l’uomo pirandelliano, frutto della sua esperienza di vita, seppur sublimata nell’arte, sia espressione dell’Italia e dell’italianità.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>Hai recitato in tantissimi ruoli. Già solo guardando ai tuoi più recenti successi, sei stato il poliedrico one-man di Recital, tra scene comiche e poesie intense, riflessioni profonde e brani musicali; sei stato Orazio Pignatelli in È ricca, la sposo e poi l’ammazzo, brillante commedia liberamente tratta da un racconto di Jack Richtie; sei stato Il divo Garry, l’affascinante, talentuoso, capriccioso narcisista di Coward; sei stato e sarai ancora, al Quirino di Roma nel marzo 2018, il Luca Sesto di Alla faccia vostra di Chesnot, uomo imprigionato in un carosello di cupidigia e meschinità, con le sue disavventure dai tratti umoristici; sei stato e sei ancora, ovviamente, il Ciampa de Il Berretto a Sonagli di Pirandello. Potrei continuare a lungo. Tra i tanti ruoli interpretati, c’è un personaggio che ami particolarmente?</b></span></em><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non è facile scegliere, ma propendo senza dubbio per Ciampa. È stata una sorpresa, per me. Quando abbiamo deciso di mettere in scena <em>Il Berretto a Sonagli </em>non pensavo di essere pronto per affrontare un simile personaggio, peraltro interpretato, in passato, da nomi che farebbero paura a chiunque, come Salvo Randone, Eduardo De Filippo, Turi Ferro, Pino Caruso …</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’umiltà mi imponeva di astenermi e l’autostima mi suggeriva di provarci. A noi attori accade una cosa strana: viaggiamo, nella professione, sempre in bilico tra contrastanti sentimenti e non possiamo permetterci di eccedere in nessuno di essi: se siamo troppo arroganti, si vede e non è bello; se siamo troppo sicuri di noi, cadiamo; se siamo troppo modesti, falliamo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Con Ciampa è accaduto un miracolo. Innanzi tutto, sono stato affiancato da colleghi bravissimi, il che rende i miracoli possibili. E, poi sono stato, quasi, spudorato nel leggere il dramma intimo legato al tradimento della moglie. Ho percepito il personaggio non solo come un uomo tradito che sa d’essere stato tradito e non vuole che ciò si sappia; ma come un uomo che accetta il tradimento per atto d’amore. Il suo ruolo non è un mero incasellamento nella società: il tradito, il buono, il cattivo, il giovane, il vecchio e via dicendo. No. Ciampa è un uomo che sa e preferisce fingere di non sapere pur di non perdere la moglie, una donna che ama disperatamente. Dovrebbe essere un uomo anziano in base a quanto suggerisce Pirandello nel testo. Il mio Ciampa, però, non è anziano e non fa una scelta da anziano; non tace per tenersi accanto la moglie in vista del fatto che ormai la sua vita è assottigliata, o che lo scandalo possa ferire il suo orgoglio, ma fa quella scelta per amore, un amore intenso e doloroso: <em>«Se lei avesse parlato con me seriamente, io non sono un imbecille, avrei detto -Guarda che la signora ha dei sospetti, andiamocene, Ninuzza, non è il caso, non è il caso. Invece la signora mi ha voluto distruggere ed ora che devo fare io?»</em>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ecco, questo è il mio Ciampa e credo di aver trovato la chiave di lettura giusta, almeno a giudicare dalla risposta del pubblico, della critica e dei colleghi. Tra i complimenti che mi sono piaciuti di più, per questa mia performance pirandelliana, a parte i tuoi, lo scorso anno, quando ancora non ci conoscevamo e, dunque, erano i complimenti assolutamente spontanei e sentiti di una spettatrice qualunque, pur colta estimatrice di Teatro, svettano quelli di Gigi Proietti. Gigi ha appezzato molto la mia interpretazione e ha parlato di un’autostrada aperta davanti a me; un’autostrada che devo percorrere con convinzione, perché ho dentro di me i personaggi di Pirandello, anche quelli con i quali non mi sono ancora misurato. Le sue parole sono state incoraggianti: una bella sferzata di energia. Sarebbe falsa modestia negarlo.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>Quale opera teatrale, che non hai ancora portato in scena, rappresenta il tuo sogno nel cassetto?</b></span></em><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’opera che, un giorno o l’altro, mi piacerebbe mettere in scena è il <em>Cyrano de Bergerac</em>. Il gioco intellettuale di questo personaggio è bellissimo. Se riuscissimo a metterlo in scena con lo stesso rigore, con la stessa fedeltà al testo che abbiamo riservato al <em>Berretto a Sonagli</em>, realizzandolo come l’ha scritto Rostand, potrebbe uscirne uno spettacolo indimenticabile. È un testo magnifico, una poesia inarrivabile.</span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></em></div><div class="imTAJustify"><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">A</span></em><em class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><b>ncora una domanda a beneficio di tutti i lettori che vogliono venirti ad applaudire: quali sono le prossime date de Il Berretto a Sonagli?</b></span></em><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al momento saremo al Teatro Nuovo di Marmirolo (Mantova), il 12 novembre; al teatro Gioiello di Torino, dal 14 al 19 novembre; e al teatro Rendano di Cosenza il 24 ed il 25 novembre. Successivamente riprenderò <em>Alla Faccia Vostra </em>di Chesnot, con Debora Caprioglio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><b>**** ° ****</b></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il tempo e la pagina di un giornale sono tiranni, purtroppo. Saluto Gianfranco, dunque, e lo ringrazio per questa bella chiacchierata sul Teatro. In alcuni momenti, quando ha parlato con le parole di Ciampa, ho avuto la splendida illusione di trovarmi in platea. Un privilegio che, ahimè, la pagina scritta mi impedisce di trasmettere ai miei lettori. Ovviamente, spero di riprendere presto il discorso; al più tardi a marzo quando sarà nuovamente in scena </span><em class="imTAJustify fs12lh1-5">Alla Faccia Vostra</em><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> di Chesnot al teatro Quirino di Roma.</span><br> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</b><br></div><div class="imTAJustify">[InLibertà.it, 13.11.2017]</div><div class="imTAJustify"><br></div><b class="imTAJustify fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori – Gianfranco Jannuzzo</b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 13 Nov 2017 17:50:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Davide Rizzio. Un omicidio alla corte di Maria Stuarda]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000017"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><em> </em><strong class="imTAJustify fs12lh1-5">La Regina bambina</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1542, alla morte di suo padre Giacomo V, Maria Stuarda eredita il trono di Scozia. È ancora in culla. Il triste destino cui sta andando inconsapevolmente incontro è, a ben vedere, già segnato dal dipanarsi della sua giovane esistenza. Reggente è sua madre, Maria di Guisa, che riesce a sottrarre la figlia ad un futuro matrimonio con Edoardo, principe di Galles, preferendo prometterla all’erede al trono della cattolica Francia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">All’età di 6 anni, quindi, Maria viene mandata in Francia per essere educata e allevata alla corte di Enrico II e Caterina de’ Medici, quale futura sposa del loro primogenito, Francesco. La bimba, imparentata ai Guisa, schiatta cui è strettamente legata Diana di Poitiers, influente amante di Enrico II, non è ben vista da Caterina, e la sua infanzia, dunque, trascorre nell’assenza di un qualunque affetto materno.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel lungo periodo della reggenza di Maria di Guisa, l’Inghilterra non dà tregua alla Scozia. Costanti e sanguinose battaglie mettono a dura prova gli scozzesi e destabilizzano la loro antica fede cattolica. Il regno è in trepidante attesa che la sua legittima sovrana lo difenda.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La scomparsa precoce di Enrico II anticipa inevitabilmente il matrimonio con Francesco, il quale sale al trono nel 1559. Maria Stuarda ha 18 anni.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel frattempo, cresce in modo esponenziale la tensione tra la cugina di Maria, la regina protestante Elisabetta I di Inghilterra, e papa Pio IV, il quale, a maggio del 1560, scrive a quest’ultima una lettera molto incisiva, suggerendole di non fidarsi di cattivi consiglieri, ossia di coloro che l’hanno portata a giudicare apostati i cattolici. Il messaggio non scritto è chiaro: se Elisabetta avesse continuato sulla strada del protestantesimo più intransigente, il Papa avrebbe appoggiato la cattolica Maria Stuarda come legittima sovrana non solo della Scozia, ma anche dell’Inghilterra. Maria, infatti, è figlia di una delle sorelle di Enrico VIII.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’11 giugno 1560 Maria di Guisa muore, mentre a Leith i francesi, alleati della Scozia, stanno perdendo un’importante battaglia contro gli inglesi. La causa della morte è tuttora avvolta nel mistero. Si parla di idropisia, ma non manca chi abbia sollevato fondati sospetti di avvelenamento.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Pur stanziata in Francia, Maria Stuarda sale sul trono scozzese insieme al consorte Francesco II. L’unione matrimoniale tra Scozia e Francia è molto preoccupante per Elisabetta I, il cui regno si trova nel mezzo. Prima che Maria entri troppo negli affari scozzesi, dunque, Elisabetta, attraverso il suo emissario Cecil, imbastisce trattative.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 6 luglio 1560 Maria e Francesco firmano un accordo con cui la Sovrana scozzese rinuncia all’arme inglesi, ossia a rivendicare il trono inglese, e accetta di regnare unitamente ad un Consiglio di 12 persone, delle quali ad ella spetta sceglierne solo 7 tra le 25 proposte dagli Stati. Il protestantesimo inglese si fa sempre più forte, in Scozia, e la monarchia Stuart sempre più debole.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Nuove nozze</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La giovane Maria non ha tempo di godere dei piaceri del matrimonio poiché l’anno seguente alle nozze, a causa di un’infezione, Francesco II muore. Torna, dunque, in Scozia. Quel ritorno nella sua terra natìa è quasi una sepoltura per quella diciannovenne vedova che vede lontani i fasti e l’eleganza della corte francese in cui è cresciuta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mai come in questo momento, la Scozia rappresenta l’ago della bilancia tra cattolicesimo e protestantesimo. Sia per il Papa, sia per Elisabetta I, dunque, è fondamentale la religione del futuro sposo della Stuarda, la quale inizia a ricevere molte proposte. Tra i suoi pretendenti anche alcuni lords scozzesi appoggiati da Elisabetta, in quanto convertiti al protestantesimo. Il rifiuto di Maria li indispettisce e prendono a fomentare rivolte che, nel maggio del 1561, portano alla devastazione di molte chiese cattoliche.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A settembre dello stesso anno anche il Re di Danimarca avanza la sua proposta di matrimonio. Ancora un uomo di fede protestante. La Chiesa romana trema. Il nunzio in Germania, Commendone, richiama l’attenzione del Papa sulla questione. Pio IV decide di giocare d’astuzia. Se inviasse un nunzio, mostrerebbe troppo interesse e, dunque, insicurezza; non può, tuttavia, restare fermo ad aspettare gli eventi. Pertanto, manda a Maria un suo emissario sotto mentite spoglie, affinché sappia ben indirizzare la Regina di Scozia nelle sue scelte matrimoniali. Il suo nome è Davide Rizzio, musicista e poeta di ventotto anni, che giunge a Edimburgo al seguito dell’ambasciatore del duca di Savoia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Egli fa parte di quella corte di artisti di cui i nobili amano circondarsi per allietare le proprie giornate e per portare con loro quel senso d’arte, soprattutto italiano, durante i viaggi più lunghi, in particolare quelli intrapresi per raggiungere luoghi poco permeabili a certo fulgore dello spirito. Edimburgo è uno di questi luoghi; tutta la Scozia lo è. Abitata da clan di guerrieri ben distribuiti in un territorio aspro, non sembra adatta alle comodità, né predisposta all’arte. Unica eccezione il palazzo reale di Holyrood.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando Rizzio giunge a Edimburgo, portando con sé una ventata di Rinascimento, la Regina inevitabilmente ne rimane affascinata. Appassionata di musica e talentuosa pianista ella stessa, sta cercando una voce di basso per completare il suo coro; proprio la tonalità di Rizzio. Gli propone, dunque, di rimanere a Edimburgo, cosa che egli fa con entusiasmo. Il disegno del Papa si realizza perfettamente: ora Maria, senza il clamore che avrebbe fatto seguito all’invio di un nunzio apostolico, ha un consigliere che fa gli interessi della Santa Sede.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Rizzio è molto brillante: ha stile, educazione e padroneggia il latino e l’inglese, oltre a parlare da madrelingua sia l’italiano, sia il francese, essendo nato in Savoia. In sua compagnia, dunque, la Regina di Scozia può permettersi di parlare il francese e sentirsi un po’ a casa, la casa di quando era bambina, cosa che, senza dubbio, allevia la solitudine e la tristezza in cui versa dalla morte di Francesco.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Rizzio, inoltre, è portato per gli affari e per la politica e ben presto diviene segretario privato di Maria, incarnando a tutto tondo l’uomo giusto al momento giusto. Ben lo comprende Maria, che non si può, certo, dire non sappia premiare le capacità e la fedeltà dei suoi collaboratori. Ella offre a Rizzio uno stipendio generoso, gli dona abiti principeschi, gli affida il sigillo reale e i segreti dello Stato. Inoltre, sta spessissimo al suo fianco, creando con lui una sorta di isola francese all’interno di Holyrood: gli concede di desinare alla sua tavola, nella sala attigua alla stanza da letto, e di trascorrere tempo nelle sue stanze private, a volte fino a notte inoltrata.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Un’intima amicizia</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I lords scozzesi protestanti intuiscono il pericolo che rappresenta Rizzio, il <em>seigneur Davie</em>, come lo hanno soprannominato per dileggio. È troppo vicino alla Regina, troppo influente; inoltre è cattolico e italiano. Nelle corti rinascimentali i segretari reali spesso erano italiani, poiché la loro intelligenza e la loro preparazione erano perfette per gestire intrighi di corte e affari internazionali. Ma un’accusa si muoveva loro, quella di arricchire se stessi più dei regnanti per i quali lavoravano. L’invidia è sempre stato un grande motore.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Davide non si preoccupa più di tanto del giudizio negativo dei lords scozzesi; è molto più interessato a conservare i propri privilegi e a godere della confidenza della Regina, indirizzandola verso uno sposo cattolico.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le seconde nozze di Maria Stuarda sono un vero e proprio affare di Stato. Al proposito, la stessa Regina scambia messaggi affettuosi con Elisabetta I, la quale, in apparente fraterna amicizia, le consiglia di sposare il conte di Leicester, per il quale Maria non nutre alcuna attrazione. Per non offendere Elisabetta, tuttavia, inizia le trattative matrimoniali, ma Rizzio le instilla dubbi e volge la sua attenzione sul cugino, Enrico Stuart lord Darnley, buon cattolico, figlio di Matthew Stuart, conte di Lennox. È poco più che ventenne e ha un aspetto davvero poco regale. A suo favore però c’è l’altezza, fattore non trascurabile dal momento che Maria è alta quasi un metro e ottanta e non ama accompagnarsi con uomini più bassi di lei.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Grazie anche alle buone parole di Rizzio, la Regina si innamora di Darnley.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il malcontento inizia a serpeggiare. I lords ritengono illegale imporre alla Scozia un sovrano cattolico senza che il Consiglio si sia pronunciato in merito, ma Maria, forte della propria regalità e sicura dei propri sentimenti, li dichiara ribelli e, armi in pugno, si mette ella stessa alla testa di un piccolo esercito che li annienta, respingendoli oltre il confine.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Una promessa che diventa minaccia</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">I<span class="fs12lh1-5">l matrimonio si celebra il 29 luglio 1565 e Maria sembra finalmente felice. Ama il marito e lo fa con la passionalità che le è propria: in modo travolgente. Nell’eccesso sbaglia, però. Lo copre di attenzioni e di inestimabili doni, gli concede il titolo di Re, lo pone al centro del suo universo. Di fronte a tanta grazia, la pochezza di spirito e di intelletto del giovane Darnley lo conduce sulla via dell’autoesaltazione. Assume un atteggiamento sprezzante e supponente, che, ben presto, smorza gli ardori della Regina. Di fronte a tanta volgarità, Maria si chiude completamente, con pari impeto di quando gli aveva aperto il suo cuore. Estranea ai toni grigi della vita, trasforma il proprio amore in odio, in disprezzo; arriva a definire il marito <em>heart of wax</em>, cuore di cera, e se ne allontana. Pur non infrangendo il vincolo matrimoniale, cosa che avrebbe fatto vacillare, agli occhi del mondo, il suo fervente cattolicesimo, lo bandisce dalle proprie stanze e gli sottrae ogni privilegio regale: gli nega fermamente la <em>matrimonial crown</em>, ossia l’effettiva partecipazione al governo; non lo invita più alle riunioni del Consiglio; non gli consente più di leggere le pratiche di Stato prima che Rizzio vi apponga l’<em>iron stamp</em>; gli vieta persino di inserire nel suo stemma le insegne regali; ed, a coronamento di ciò, ritira le monete che li raffigurano insieme, <em>Henricus et Maria</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In quel momento Rizzio rappresenta un’ancora di salvezza, un sostegno morale, un affetto importante, soprattutto nelle lunghe sere invernali scozzesi, battute dai venti e dalla pioggia, quando desinare insieme, alla luce del fuoco che arde nel camino, diventa una consolatoria abitudine.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un altro uomo è, a quel tempo, nelle grazie della Regina, lord James Bothwell, impavido guerriero a lei fedele. Rizzio è la sua colonna politica e l’ammiraglio Bothwell quella militare. In tal modo blindata, Maria sente di poter riaffermare, titanico, il potere della Scozia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A Darnley, allontanato dal talamo e dal trono, non rimane altro da fare che assecondare i propri piaceri, stringendo amicizia con uomini di bassa levatura, insieme ai quali dedicarsi a vili giochi e scommesse. Nonostante sia cattolico, la rabbia e la gelosia nei confronti di Rizzio lo avvicinano ai lords protestanti decaduti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gennaio 1566. La Regina è incinta di tre mesi. In Scozia gira voce che l’erede che porta in grembo non sia di Darnley bensì di Rizzio. Il popolo giocosamente afferma, insieme alla corte di Francia, che il principino sarà saggio come Salomone, poiché nato da Davide. Simili dicerie, ovviamente, non fanno altro che alimentare il rancore di Darnley verso Rizzio, sicché, quando alcuni dei lords reietti, tra i quali Morton, Lethington, Murray e Ruthven, progettano l’assassinio dell’italiano, il Re si lascia coinvolgere.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per uno strano concetto di legalità, nella Scozia cinquecentesca ogni affare merita un patto siglato, foss’anche l’uccisione di un uomo. Ed è quanto accade con la congiura ai danni di Rizzio: un <em>bond</em>, un patto cavalleresco, viene stilato e firmato da tutti i congiurati. Per la prima volta nella storia vi compare anche la firma di un Re, il quale, in cambio, ottiene l’appoggio dei lords per l’agognata <em>matrimonial crown</em>, nonché il potere regale in caso di premorienza della Regina. Quest’ultima clausola cela l’inquietante possibilità di un fortuito ferimento mortale di Maria nel corso della congiura. A tanto è disposto Darnley per vendicarsi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La voce del progetto omicida inizia a serpeggiare. Giunge persino alle orecchie di Elisabetta, che, tuttavia, si guarda bene da avvisare la cugina; è conosciuta ed approvata da John Knox, grande riformatore della Chiesa scozzese, il quale sta già preparando, in tutto segreto, il sermone per benedire quell’uccisione come una salvezza per il Paese.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Solo Maria Stuarda e Davide Rizzio dormono sonni tranquilli.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>La congiura omicida</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sabato 9 marzo 1566. Ora di cena. Rizzio, come d’uso, insieme ad una dama di corte, la contessa di Argyll, si sta recando nelle stanze della Regina per consumare i pasti. La sala da pranzo privata della Regina confina con la sua stanza da letto, dove insiste una scala a chiocciola che conduce nella sottostante stanza del Re.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A cena iniziata, senza essere stato invitato, Darnley sale la scala a chiocciola e giunge nella stanza da letto di Maria; da lì, aprendo la tenda che separa i due locali, entra nella sala da pranzo e si unisce ai commensali, senza minimamente curarsi dell’aria sorpresa di costoro e infastidita della Regina.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poco dopo la tenda che separa la stanza da letto dalla sala da pranzo si apre nuovamente. Cosa inaudita, visto che solo al Re è consentito salire la scala privata d’accesso agli appartamenti della Regina. È Patrick Ruthven in armatura e spada sguainata. La Regina è infuriata e gli ordina di andarsene immediatamente, ma Ruthven non ottempera e le consiglia di non reagire: nulla sarebbe stato fatto a lei o agli altri commensali, dal momento che l’unico obiettivo è <em>Yonder Poltroon David</em>, Davide il vigliacco. La sua condanna a morte è stata firmata.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La Regina chiede il perché di una simile azione. <em>«Chiedete a vostro marito»</em> è la risposta di Ruthven. Darnley abbassa lo sguardo e nega di saperne qualcosa. Subito dopo, un nuovo sinistro tintinnio di armature si ode provenire al di là della tenda. Rizzio capisce di non avere scampo e si avvicina alla Regina, si inginocchia accanto a lei e abbraccia le sue vesti: <em>«Madonna, io sono morto! Giustizia, giustizia!»</em>. Ella, pur incinta, lo protegge col suo corpo e continua a farlo anche quando una pistola le viene puntata addosso. Il colpo parte, fortunatamente deviato da uno dei congiurati.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ruthven spinge la Regina verso il marito, affinché questi blocchi i suoi movimenti; quindi cattura Rizzio e lo inizia a pugnalare, trascinandolo nell’altra stanza. Maria, trattenuta da Darnley, grida con tutte le sue forze all’udire le strazianti invocazioni d’aiuto del suo Davide, che viene ferito ripetutamente da tutti i congiurati. Nella mattanza costoro riescono persino a ferirsi gli uni con gli altri. Poi un lungo attimo di silenzio. Rizzio non dà più segni di vita. Sul suo corpo si contano 56 ferite. Gronda sangue. Viene, quindi, gettato a calci giù per le scale. Nelle stanze della Regina si percepisce solo il forte odore ferroso del sangue di Davide e un silenzio spettrale. A Darnley e a Ruthven, che, dopo l’omicidio, torna nella sala da pranzo, Maria indirizza le più aspre minacce. Se Darnley fosse più intelligente e sensibile di quel che è, coglierebbe l’odio profondo nelle parole della moglie e capirebbe che anche la sua condanna a morte è stata appena firmata, come vedremo nel prossimo articolo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dell’unione d’anime tra la Regina di Scozia e il savoiardo Davide Rizzio oggi resta soltanto una targa d’ottone inchiodata sul pavimento di una delle sale di Holyrood: <em>«Il corpo di Davide Rizzio fu lasciato qui dopo il suo assassinio nella stanza da pranzo della regina Maria, il 9 marzo 1566»</em>. E il dubbio che nel figlio di Maria Stuarda, Giacomo VI, scorresse sangue italiano permane.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b class="fs12lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 03.11.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="imTALeft fs12lh1-5">© Foto di Scott Dee da Pixabay</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Mario Borsa</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Maria Stuarda 1542-1587</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Mondadori, Milano, 1934</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Marcel Thomas</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1"> (a cura di), </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il processo di Maria Stuarda</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Il Mulino, Bologna, 1959</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Stephen Zwaig</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Maria Stuarda</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Mondadori, Milano, 1949</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 03 Nov 2017 18:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Jannuzzo in Recital]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Teatro"><![CDATA[Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000067"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Da buon avvocato non posso non amare il teatro: il verbo <em>recitare</em> origina, infatti, dall’appello dei citati in tribunale: <i>r<em>e-citare</em></i>. Chi sale sul palcoscenico, dunque, diviene parte di una vicenda umana da esporre ad altri, sebbene fuori dagli angusti limiti probatori che il tribunale impone. Nel teatro gli “altri” sono seduti in platea e il fluire di quella vicenda verso di loro trascende la narrazione per toccare i sentimenti, i dubbi, le certezze, le fragilità umane, l’ironia, il dramma, le tante verità, come insegna Pirandello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non è facile; soprattutto quando il fulcro della vicenda è il narrarsi dell’attore, pur nel distacco inevitabile plasmato dalla finzione, dalla maschera.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In gioventù mi capitò di incontrare Alberto Moravia ad un Convegno e gli chiesi quanto di lui ci fosse nei suoi personaggi. <em>«Tutto e niente»</em>, mi rispose sorridendo. È, dunque, questo il segreto della comunicazione con il pubblico: scoprire l’anima, ma proteggerla in un gioco di specchi. Ed è ciò che fa Gianfranco Jannuzzo nel suo <em>Recital</em>, in scena, fino al 5 novembre, al teatro Ghione di Roma.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il recital, secondo me, è un meraviglioso gioco e, al contempo, una delle più impegnative prove attoriali: un monologo che deve trasformarsi in dialogo e catturare il pubblico, gli “altri”, in un viaggio comune attraverso ironia e dramma, parole e silenzi. Mentre sto scrivendo questa mia breve recensione, di ritorno dalla prima soirée, ho ancora gli applausi nelle mani, il sorriso sulle labbra e, al contempo, un morbido velo di riflessione accomodato proprio lì, dietro il sorriso, perché Jannuzzo affronta con sagacia ed ironia anche temi importanti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Innanzi tutto, l’attaccamento alla sua terra, la splendida Sicilia. La “sicilianità” di Jannuzzo è prepotente e contagiosa nel suo <em>Recital</em>: tratteggia caricature, bonariamente ridendo su pregi e difetti; condivide ricordi; commuove in quel suo farsi uno con il mare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La sua recitazione segue una metrica incalzante; sembra viaggiare allo stesso ritmo delle parole del Cyrano de Bergerac quando dialoga in segreto con la sua amata Rossana, facendola passare <em>«senza schianto dal sorriso al sospiro e dal sospiro al pianto»</em>. È ciò che fa Jannuzzo: porta il suo pubblico – da lui amato, si sente, quanto amata è la Rossana di Rostand – a volare tra il sorriso e il sospiro, fino alla commozione. Una commozione che giunge, in una delle tante cuspidi che, in questo <em>Recital</em>, dividono un sorriso dall’altro, sulle belle parole di una poesia siciliana scritta dal padre, Giuseppe, un uomo che traspare con eleganza dal suo stesso componimento, così come dalle pennellate verbali che il figlio dona al pubblico: integro, autentico, profondo conoscitore dei valori familiari e culturali. In questa poesia, un padre spiega al suo bambino cosa sia <em>l’Allammicu</em>, quel sentimento che, ovunque andiamo, richiama l’anima verso la terra natia. Il bambino è <em>«nico, nico»</em>, piccolo, piccolo, e non può capire, ma, da qualche parte, dentro di lui, c’è un piacere che è così piacere da farsi dolore nella lontananza, sebbene venga cancellato, in ultimo, dalla speranza di chi gli augura di <em>«sempri felicissimu campari»</em>. Ecco, al termine di quella poesia, di fronte alla grandezza di quei sentimenti, alla semplicità di quelle parole, alla capacità di Gianfranco Jannuzzo di farle arrivare al cuore, tanto da renderle comprensibili anche ai non siciliani, e ciò a prescindere dalla versione tradotta in romanesco dal grande Luigi Magni, gli spettatori si sentono <em>nichi, nichi</em> ed è una sensazione bellissima.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma non c’è solo la Sicilia, per Jannuzzo. C’è l’Italia tutta. Ci sono il Sud, il Nord, i dialetti, nella migliore tradizione teatrale novecentesca, che nel dialetto scova radici, genuinità, valore. La sua versatilità linguistica è prodigiosa e divertente. Sul pubblico scende una lieve spolverata di Viviani, di De Filippo, di Pirandello, di Goldoni, di Petrolini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È un attore completo: sa fare tutto, senza distinzioni e categorie. Si percepisce la sua estraneità a vivere il teatro come fosse una commode ricca di cassetti tra i quali scegliere quello da aprire, lasciando chiusi gli altri: il cassetto del Dramma, quello della Commedia; il cassetto del Varietà. No. Lui li apre tutti e lo sa fare bene. Del resto, lo ha sempre dimostrato. Gianfranco Jannuzzo, agli esordi, frequenta il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Gigi Proietti, al quale, da quel momento, lo legherà sempre uno splendido rapporto di amicizia e di intesa artistica. Poi l’incontro con Garinei, con Bramieri e il decollo verso un teatro dalle mille sfaccettature: Shakespeare, Pirandello, De Filippo, Ludwig, Coward, Cooney, Chesnot … e, al contempo, il gioco del teatro con il <em>One-Man-Show</em> di Renzino Barbera, o con <em>C’è un uomo in mezzo al mare</em>, scritto dallo stesso Jannuzzo, naufrago approdato sull’isolotto della vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ecco, la vita. La vita, nel <em>Recital</em> di Jannuzzo, è innanzi tutto ironia; è gag; è caricatura dell’essere umano; ma è anche attenzione al particolare, al filo d’eccezione che ci rende quello che siamo, nel bene e nel male. È persino musica. Musica vera. Le sue mani si muovono molto bene, sul pianoforte. Il pubblico ha appena il tempo di abbandonarsi a quelle note, però, che l’ironia torna a regnare e la musica diventa un suo esilarante dialogo con strumenti invisibili, strizzando l’occhio al Varietà.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Si ride. Si ride tanto in questo <em>Recital</em>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Eppure, si esce con la sensazione d’avere dentro molto più di una semplice risata. Forse sarà l’amore per le proprie radici, o, forse, l’idea della vera integrazione di cui la Sicilia è sede sin dall’antichità, incrocio di differenti culture e tradizioni; forse è il senso della famiglia e della vita che Jannuzzo si porta dentro e dona al suo pubblico, con generosità; forse è il bellissimo quadro della Donna, che, in poche parole, egli riesce a dipingere, definendola dea, portale di vita, di grazia, di bellezza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Io so solo che tra qualche giorno tornerò a vederlo e non aspetto altro, perché con lui noi spettatori voliamo nel buonumore e nelle emozioni; voliamo in alto, come se fossimo a bordo del <em>«pirecchio»</em> di una magnifica gag di Renzino Barbera, magistralmente interpretata da Jannuzzo; e lo facciamo per due ore. Due ore che sembrano cinque minuti e che vorremmo durassero per sempre.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Una sola parola può racchiudere tutto questo: <em>Bravo!</em><em></em></span></div><div class="imTAJustify"><em><span class="fs12lh1-5"> </span></em></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><em><br></em></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><em>© </em>di Raffaella Bonsignori</b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 26.10.2017]</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Oct 2017 20:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[I tanti volti di Jack lo Squartatore]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001D"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"> &nbsp;<strong class="imTAJustify fs12lh1-5">Il lato oscuro della Luna</strong><br><span class="fs12lh1-5"> Mansfield decide addirittura di interrompere le repliche del suo Dottor Jekyll e Mr Hyde, devolvendo gli incassi dell’ultima rappresentazione ai senza tetto di Whitechapel.</span><br><span class="fs12lh1-5"> Benché i delitti siano essenzialmente confinati nell’area dell’East End, l’intera città di Londra rimane scioccata al punto da modificare, anche nei quartieri bene, le proprie abitudini. La stessa Regina Vittoria si preoccupa di intensificare i controlli notturni, chiedendo anche l’ausilio dei cittadini riuniti in Comitati di Quartiere.</span><br><span class="fs12lh1-5"> Alberto viene, quindi, indirizzato verso la protestante Maria, figlia del duca di Teck, meno bella di Elena, ma senza dubbio all’altezza della corte reale.</span><br><span class="fs12lh1-5"> Di sicuro, i dubbi sull’effettivo coinvolgimento di Alberto restano e non si può non tenerne conto. Sono dubbi che disegnano i tratti di una classica tragedia, in cui è il trapasso ad altra vita a cancellare verità e menzogne, lasciando solo pochi personaggi chiamati, con la propria memoria, ad evocare il lontano ricordo dei fatti occorsi ai morti. Uno dei personaggi di questa tragedia inglese è, suo malgrado, incarnato dalla bella Elena d’Orleans, che, dopo aver sfiorato il matrimonio con l’amato Alberto di Clarence, va in isposa ad Emanuele Filiberto di Savoia Aosta, al quale dà due figli: Amedeo, duca d’Aosta, e Aimone, duca di Spoleto, entrambi eroi di guerra. Da lei non esce alcuna testimonianza sullo sfortunato duca inglese, men che mai sul suo coinvolgimento in quegli orrendi delitti.</span><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Alla fine dell’Ottocento, la fulgida era vittoriana ha trasformato Londra in una meravigliosa città piena di contraddizioni: da una parte l’eleganza dei quartieri alti e il dinamismo di una società in pieno sviluppo, dall’altra l’oscurità che regna nei vicoli malsani di periferia, tra abuso di alcol, delinquenza comune e prostituzione.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Whitechapel, nell’East End, è il regno del lato oscuro di Londra: un groviglio di vicoli sudici che la notte si anima di pessimi soggetti e turpi mercimoni.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Ebbene, è lì che, il Lunedì dell’Angelo del 1888, viene rinvenuto il cadavere di una prostituta, tale Emma Smith, di trent’anni. Lo scempio che è stato compiuto sul suo corpo, orribilmente mutilato, fa inorridire.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Per Londra inizia un lungo incubo</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dopo Emma Smith, è la volta di Martha Turner, uccisa nella notte del 6 agosto, e, quindi, di Mary Ann Nichols, detta Polly, trovata cadavere il 31 dello stesso mese. La Smith e la Nichols presentano analoghe mutilazioni; la Turner, invece, viene uccisa a coltellate, ben trentanove. Si ipotizza che il sopraggiungere di tal Albert Crow, abitante nei pressi del luogo del delitto, possa aver disturbato l’assassino, facendolo fuggire prima di effettuare le rituali mutilazioni. Ovviamente, considerato il differente modus operandi, non è da escludere l’ipotesi che si tratti della vittima di un altro omicida.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il dottor Jekyll di Stevenson imperversa nel mondo letterario e in quello teatrale. Ai primi di agosto Richard Mansfield lo sta rappresentando al Lyceum di Londra. L’argomento tocca nel profondo la sensibilità vittoriana: immaginare di avere in sé un essere aggressivo e amorale in grado di prendere il sopravvento intimorisce non poco.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Pertanto, quando i giornali riportano la notizia del macabro assassinio, il terrore serpeggia nelle menti degli inglesi e, con esso, la paura dell’altro. Dilaga una cultura del sospetto e l’immaginazione, spesso, prende a galoppare. Scotland Yard sarà depistata da molte false accuse ed altrettante manifestazioni di mitomania. Il paragone con il dottor Jekyll letterario è inevitabile. La gente pensa che, al pari del personaggio di Stevenson, l’omicida di Whitechapel sia un uomo che conduce una doppia vita: un rispettabile signore di giorno e un bieco assassino di notte. Tuttavia, al contrario del dottor Jekyll, angosciato dal suo dualismo, spaventato dalle potenzialità violente del suo alter ego, Jack the Ripper (Jack lo Squartatore), come egli stesso si definirà al quarto omicidio, ammira la propria oscurità, se ne fa vanto, tanto che arriva a sfidare la polizia firmando i propri delitti, addirittura scrivendo delle proprie future imprese.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La particolarità che ancora oggi fa discutere di questo caso è che non solo l’assassino non fu catturato, ma nemmeno si sa con precisione quante vittime abbia fatto, un po’ perché la scienza investigativa di allora non aveva molti strumenti per distinguere il disegno criminoso originale da quello di eventuali emulatori, un po’ perché i bassifondi di Londra erano senza dubbio luoghi di frequenti violenze. C’è chi parla di cinque sole vittime, c’è chi gliene attribuisce venti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’8 settembre tocca ad Annie Chapman. Il suo assassinio segna una svolta importante, poiché, come detto, il macabro rituale viene firmato in una lettera autografa inviata alla Central News Agency.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Pur mantenendo lo stesso rituale, la brutalità delle mutilazioni aumenta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se è mai possibile trovare una nota positiva in tanto inferno, è quella della crescente attenzione per le miserie di Whitechapel e delle sue prostitute, che il perbenismo vittoriano aveva sempre relegato nel ruolo infimo di nullità, quando non di streghe meritevoli di punizione. Scrive il Daily Telegraph: <i>«L’orribile fine di Dark Annie (NdA: Annie Chapman), ha fatto riflettere 100.000 londinesi su cosa significhi non avere una casa, e dover mangiare nelle cucine comuni e dormire nelle pensioni-dormitorio. Che cosa significhi, cioè, vivere in promiscuità, […] perché non si hanno i 4 penny per pagare un letto, venire buttati sulla strada in piena notte, e dover cercare il modo di guadagnare quei pochi soldi che mancano. Poi, mentre si cerca disperatamente qualcuno, si incontra il proprio assassino»</i>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 13 settembre viene rinvenuto, nel Tamigi, il cadavere smembrato di una donna; non sembra affatto opera dello Squartatore, ma il macabro rinvenimento non fa altro che aumentare la tensione.<br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tutto il trambusto che i suoi delitti stanno generando in ogni dove meraviglia Jack, il quale, attraverso le sue lettere, cerca di tranquillizzare le donne dei quartieri alti, affermando che il suo unico intento è quello di ripulire la città dalle prostitute; in uno di questi scritti si definisce “un pilastro della società”.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 30 settembre, come spesso accade agli assassini seriali, Jack osa di più; ma neanche questo consente la sua identificazione. Liz Stride viene trovata ancora agonizzante, con la gola recisa fino all’arteria tracheale, nel vicolo dove si era appartata con il suo assassino, il quale, mezz’ora dopo, uccide un’altra donna, Catherine Eddowes. Stesso quartiere, a poche strade di distanza dal luogo in cui ha ucciso la Stride. Commette l’omicidio mentre la polizia lo sta cercando. Il senso di sfida lo esalta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Di questi due delitti la polizia evita di dare notizia. Ciononostante, la stampa li riporta per filo e per segno grazie ad uno dei resoconti scritti che Jack le invia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Qualche giorno dopo, il dott. George Lusk, che dirige il Comitato di Vigilanza di Whitechapel, riceve un pacco dall’orripilante contenuto: un pezzo del rene della Eddowes. Che appartenga a lei lo conferma il patologo legale, poiché la porzione di arteria ad esso unita è esattamente quella che manca sul corpo della donna. Il biglietto, se possibile, è ancora più agghiacciante: <i>«Egregio signor Lusk, vi mando dall’inferno una metà del rene che ho tolto ad una donna, e che ho conservato apposta per voi. L’altra metà l’ho fatta friggere e l’ho mangiata. Era ottimo. […] Prendetemi se potete, signor Lusk»</i>. Sembra quasi un’invocazione d’aiuto, più che una sfida. Accade spesso, negli assassini seriali: chiedono d’essere catturati, di essere fermati.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Convenzionalmente, si fissa al 9 novembre 1888 la data ultima dei suoi omicidi; data preannunciata da lui stesso in una delle sue lettere dei primi di ottobre. Mary Jeanette Kelly è il nome della vittima, il cui corpo presenta un tale scempio da far svenire persino i poliziotti che avevano già visto le altre donne uccise.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Indagini e vicoli ciechi</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il motivo per cui l’accanimento dello Squartatore di Whitechapel ricade sulle prostitute può avere mille sfaccettature, in epoca vittoriana, ma, sicuramente, una probabile pista conduce alla sifilide: qualora ne sia stato contagiato, la malattia deturpante potrebbe spingerlo all’odio verso la prostituzione, che è la causa per eccellenza di trasmissione del male.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Si accavallano teorie ed ipotesi. Ogni persona in ogni luogo tiene a mente l’identikit che è stato tracciato, benché potrebbe raffigurare l’80% della popolazione maschile di allora: un metro e settanta circa, baffi, soprabito scuro, cappello ed una borsa nera.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Secondo l’ispettore Abberline, Jack lo Squartatore è un uomo che vive a Whitechapel o che, quanto meno, la frequenta assiduamente: per sfuggire così bene alla polizia, infatti, deve conoscere il dedalo di viuzze del quartiere.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Molti sono gli indagati in assenza di prove, cosa che, in realtà, causa solo rallentamenti nelle indagini. Per un po’ si sparge la voce che l’assassino possa essere un “leather apron”, un “grembiule di cuoio”, come vengono chiamati i calzolai. Innegabile che costoro usino affilati coltelli e precisione nel taglio delle pelli, ma non meno di altri. Viene, comunque, arrestato il calzolaio John Pizer, che, provata ben presto la propria innocenza, è costretto a chiedere di essere trattenuto in carcere pur di sfuggire alla folla inferocita. Da quel momento non cesserà di subire una gogna verbale, tanto che vincerà la causa intentata contro il giornale che, per primo, aveva abbinato il suo nome a quegli efferati delitti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tra gli altri innumerevoli sospettati spicca il nome di George Chapman, il quale, tra Londra e New York, aveva ucciso più di una donna, corredando l’assassinio con lettere in tutto simili a quelle di Jack. Tuttavia, le due calligrafie, sottoposte ad analisi, risultano completamente differenti. È un uomo abile a praticare la piccola chirurgia, però, e questo sembra un elemento fondamentale per il punto cui sono arrivate le indagini. Gli indaganti, infatti, ritengono che il sezionamento dei cadaveri praticato da Jack lo Squartatore denoti conoscenze di anatomia e richieda una qualche perizia chirurgica o, quanto meno, di macelleria. Alcuni affermano che Jack è, in realtà, una donna, una levatrice esperta di pratiche proibite, la quale, perso il lavoro e la dignità a causa della denuncia di una prostituta, si sarebbe accanita contro l’intera categoria. È possibile, ma non è una certezza. In una delle sue lettere Jack afferma di aver conservato il sangue di una delle vittime in una bottiglia di birra per poterlo usare come inchiostro e constata con rammarico che, essendo diventato duro come colla, non può essere utilizzabile a tale scopo. Orbene, chiunque pratichi la chirurgia o sia un macellaio, conosce i tempi e i modi di coagulazione del sangue e non avrebbe mai potuto pensare di utilizzarlo come inchiostro a giorni di distanza dall’omicidio.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ovviamente non sono pochi i medici, i veterinari, o addirittura i loro parenti, ad essere sospettati, alcuni palesemente innocenti, altri non segnati da sufficienti prove d’accusa. Tra questi Alexander Pedachenko, il quale, a dire il vero, sembra incarnare più la vittima politicamente sacrificale, che non il vero assassino, e Montague John Druitt, avvocato figlio di un medico, che si suicida a novembre del 1888, gettandosi nel Tamigi. Sulla colpevolezza di quest’ultimo insiste molto Shew nel suo libro <i>Guida all’Assassinio</i>, individuando molte coincidenze di tempo e di luogo tra gli spostamenti di Druitt e i delitti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sull’incapacità della polizia si scrive moltissimo, in quei drammatici giorni. Le redazioni dei giornali sono sommerse da critiche: chi dileggia i metodi investigativi, chi focalizza l’attenzione sull’aspetto politico-sociale, affermando che sicuramente sarebbe stato fatto di meglio se le donne uccise fossero state dell’alta società. Ovviamente, più aumentano le critiche, più la polizia va nel pallone, prendendo stravaganti iniziative. Sir Robert Anderson, ad esempio, capo del CID (Criminal Investigation Department) ordina di arrestare tutte le prostitute di Whitechapel ancora in attività dopo la mezzanotte. Sir Charles Warren, invece, responsabile della Polizia Metropolitana, tenta strade non convenzionali: usa cani poliziotto, il cui fiuto, prevedibilmente disorientato dai tanti forti odori di quel quartiere, si rivela fallace; fotografa gli occhi di una delle vittime nella speranza che la retina abbia mantenuto l’immagine dell’assassino, come in un famoso film di Dario Argento; consulta un medium, il noto Robert Lees. Costui, una sera, ha una visione relativa ad un omicidio che si sta consumando in quel momento. La polizia si reca sul luogo indicato e trova una donna agonizzante di nome Nancy. Per il modo in cui è stata uccisa non sembra opera dello Squartatore. Oggi, forse, avremmo indagato anche il medium: in assenza di prove certe sulle sue facoltà medianiche, infatti, avrebbe dovuto spiegare quelle indicazioni tanto circostanziate di un delitto che solo l’assassino poteva conoscere. Di certo, la sua fama cresce non poco alla notizia della sua medianica individuazione di un omicidio. E questo si chiama movente!</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Qualche tempo dopo, mentre sta rincasando a bordo di un Omnibus, Lees percepisce l’aura di quei delitti attorno all’uomo che gli siede accanto. Lo segue fino a casa e, poco dopo, avvisa la polizia. Si tratta di un medico apparentemente molto affidabile; il dubbio sul suo coinvolgimento sembra instillarlo la sua domestica, la quale avrebbe notato le sue assenze notturne proprio in concomitanza con i delitti. Di questi verbali, tuttavia, inspiegabilmente poco trapela.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Nomi eccellenti e scomodi sospetti</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Solo novant’anni dopo, dagli archivi di Scotland Yard, emerge un nome: William Gull, medico di fiducia della Casa Reale. A sollevare il velo da quegli interrogatori è un altro medico di corte, il successore di Gull, tal Thomas Stowell, il quale, ormai ottantenne, si dedica a scovare la verità su questa triste vicenda.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inizialmente, tenuto conto che Gull è un rispettabile professionista presumibilmente estraneo agli omicidi, si ritiene che Lees sia caduto vittima del cosiddetto slittamento, percezione di una sorta di traccia del Male che investirebbe persone e cose vicine a chi commette efferati gesti criminali. Gli si chiedono spiegazioni, ma si mostra reticente. Non è un buon segno. Di fronte alle incalzanti domande del Ministro dell’Interno in persona, però, Gull cede e confessa i propri sospetti: egli ha in cura Alberto, duca di Clarence, nipote della regina Vittoria in quanto primogenito di Edoardo, e sospetta che sia proprio lui a compiere quegli efferati delitti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alberto è preda di grandi passioni amatorie sin dall’adolescenza; passioni cui, ancora diciassettenne, dà soddisfazione, spesso comprando sesso persino nei vicoli di Whitechapel. È così che contrae la sifilide, di cui non si avvede se non anni dopo, quando compaiono i primi sintomi. Ed è proprio allora che hanno luogo i primi delitti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In considerazione del fatto che è il legittimo erede al trono, dopo suo padre Edoardo VII, nel periodo asintomatico della malattia trascorre serenamente il tempo tra studi e vita mondana, in attesa di incontrare una donna idonea a diventare sua sposa e futura regina. L’occasione per il fidanzamento si presenta quando gli Orléans vengono accolti alla corte inglese dalla regina Vittoria. Il duca Alberto s’innamora perdutamente della secondogenita Elena, una splendida, giovane fanciulla molto colta ed elegante, cresciuta come una regina. Anche lei sembra folgorata dalla bellezza e dall’eleganza del giovane rampollo della Casa Reale inglese. Il loro matrimonio, però, non può essere celebrato, poiché Elena, che tra i suoi avi vanta San Luigi, è cattolica e non potrebbe mai unirsi ad un protestante. Un così stretto legame con la Francia, poi, non è nei piani della Regina.<br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È il 1888.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I primi segni della malattia di Alberto si affacciano repentini e prepotenti: manifesta turbe psichiche ed accessi d’ira, che improvvisamente stravolgono la sua intera esistenza, precludendogli sia il matrimonio, sia la speranza, un giorno, di salire sul trono britannico.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La linea di successione reale subisce un definitivo cambiamento: è Giorgio, duca di York e fratello minore di Alberto, il designato a succedere al padre, e la giovane Maria di Teck diviene la sua sposa, dimostrandosi all’altezza delle aspettative, visto che passerà alla storia come la leggendaria Queen Mary.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Comprensibile, quindi, il furore, che Gull attribuisce ad Alberto; un furore verso la prostituzione, causa prima di quel contagio che ha gettato su di lui la sciagura della malattia, dell’isolamento, della morte. Eppure, la tipologia dei delitti, l’accanimento sui corpi, lo sventramento, la decapitazione, fanno pensare anche ad altro, ad un’ulteriore motivazione ancora più forte, più profonda, nella quale Gull non si addentra ma che ben si concilierebbe con una follia, a sfondo sessuale, causata sia dalla sifilide, sia dai tratti ereditari presenti nella famiglia reale, in particolare, quelli manifestati da Giorgio III e Giorgio IV, affetti da porfiria.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ovviamente, anche il solo sospetto, non verificato, che Jack lo Squartatore sia il nipote della Regina, potrebbe definitivamente affossare la monarchia britannica, già duramente messa alla prova non solo dall’impopolare follia dei due precedenti re, ma anche dal successo filo-repubblicano di Charles Dilke. I verbali dell’interrogatorio di Gull vengono, dunque, secretati e, per oltre un secolo, non se ne saprà nulla.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Tracce di colpevolezza o coincidenze?</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alberto avrebbe avuto la giusta prestanza fisica, nonché l’abilità per compiere quei delitti, avendo visto spesso squartare i cervi durante le battute di caccia ed essendosi personalmente cimentato in quella pratica. Inoltre, se fosse stato lui, si spiegherebbero le facili fughe dal luogo del delitto: nessuno avrebbe mai controllato una carrozza reale. Infine, gli assassinii terminano in concomitanza con il ricovero di Alberto in sanatorio; l’unico perpetrato successivamente è l’ultimo, quello del 9 novembre 1888, proprio quando Alberto sembra sia fuggito dall’ospedale. Tuttavia, resta il fatto, non trascurabile, che, quando furono uccise Liz Stride e Catherine Eddowes, Alberto era in Scozia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Di sicuro, però, anche a voler escludere la colpevolezza dell’erede al trono, un legame tra gli omicidi di Whitechapel e la Casa Reale c’è: le date dei delitti, infatti, coincidono con i genetliaci di alcuni dei suoi membri, terminando il 9 novembre, in occasione del compleanno di Edoardo. Questa curiosa circostanza, tuttavia, potrebbe anche condurre verso qualcuno, nobile o plebeo, ossessionato dalla Corona (il nome Jack, in questo caso, potrebbe anche derivare dalla bandiera britannica, l’Union Jack, e non dal personaggio di Stevenson), o verso un amico dei reali, magari un amico od un’amica intima di Albert, forse innamorata di lui, che avrebbe potuto nutrire odio per la prostituzione, causa della malattia del suo amato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non dimentichiamo il fatto che sir Arthur Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, ipotizza che l’assassino sia una donna.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le voci intorno alla responsabilità del nipote della Regina iniziano a serpeggiare, pur sempre con quel filo di voce che caratterizza i segreti mal riposti, dopo il 17 gennaio 1892, ossia dopo la morte del duca di Clarence, che coincide con la definitiva scomparsa di quegli orrendi crimini, benché non manchino coloro che individuano la stessa mano omicida anche in delitti successivi.<br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Chissà se la mente ormai ammalata di Alberto, avrà avuto un ultimo guizzo di lucidità per pensare, in punto di morte, alla sua bella Elena, alla sua regina irraggiungibile, sollevando per un breve istante, grazie all’amore, il velo dell’orrore che lo aveva avvolto; l’orrore della sua dolorosa malattia e, se davvero colpevole, l’orrore di quegli atroci delitti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 03.10.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© Foto di Mary R. Smith da Pixabay</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Per approfondire</b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Paul Begg</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Jack lo Squartatore: la vera storia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Utet, Torino, 2006</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Tommaso D’Altilia</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Elena d’Aosta e Jack lo Squartatore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in Storia Illustrata, sett. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">1980, 106</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Robert Desnos</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Jack lo Squartatore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Moretti &amp; Vitali, Bergamo, 1995</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Stewart P. Evans</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1"> – </span><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Keith Skinner</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Ultimate Jack the Ripper Sourcebook. An Illustrated Encyclopedia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Hachette UK (Little Brown Book Group), London, 2002</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Spencer E. Shew</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Guida all’assassinio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Edizioni del Borghese, Milano, 1961</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Philip Sugden</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Complete History of Jack the Ripper</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Carroll &amp; Graf Publishing, New York, 2002</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 03 Oct 2017 19:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[11 settembre 2001. L'attacco di ieri, il terrore di oggi]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000015"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Stati Uniti d’America. Martedì 11 settembre 2001.</span><br><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il presidente George W. Bush è in Florida, a Sarasota, in visita ad una scuola elementare.</span><br> &nbsp;</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong class="fs12lh1-5">«Siamo in guerra»</strong><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore 8.40. La base militare di Otis, nel Massachussetts, riceve l’ordine di preparare due caccia per una ricognizione sulla zona di New York a causa di un possibile dirottamento di un volo di linea. Sono solo quattro gli aerei adibiti al controllo del settore nord-orientale, cosa che evidenzia quanto le difese americane siano basse.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore 8.45. Il Boeing 767 n. 11 dell’American Airlines, che si sospettava dirottato, si schianta sulla Torre Nord del World Trade Centre, a New York. La Torre sta bruciando nei piani alti. La scena di quello schianto gela il sangue di chiunque sia in strada; di chiunque sia nelle proprie case, nelle scuole, negli uffici. Bush viene immediatamente avvisato. Ancora si pensa ad un fatale incidente.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore 8.52. I due caccia di Otis si levano in volo. I piloti sono all’oscuro di quanto appena accaduto a New York, pertanto partono disarmati. Del resto, il mero dirottamento non è atto di guerra. Apprenderanno i fatti via radio.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore 9.03. Il disegno criminoso che si cela dietro il primo schianto improvvisamente emerge in tutta la sua drammaticità: un altro aereo, il n. 175 della United Airlines, si schianta sulla Torre Sud, colpendola più in basso rispetto alla gemella. Ciò determina la compromissione di una via di uscita per molte più persone. Una nuvola di fiamme e fumo nero si leva nel cielo. Al momento di questo secondo schianto i piloti dei caccia di Otis sono a 70 miglia da lì. Vengono informati via radio della situazione. Ormai è chiaro che non si tratta di incidenti. C’è una volontà omicida, dietro queste azioni; un’intenzione terroristica lucida e diabolica; un maledetto disegno di morte.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella scuola di Sarasota, il capo dello staff si avvicina repentinamente a Bush e, incurante del protocollo, gli parla all’orecchio. Non più di due frasi al massimo. Forse qualcosa di simile a: <i>«Un secondo aereo si è schiantato a New York sull’altra Torre. Siamo sotto attacco»</i>. Il volto di Bush ondeggia leggermente come a dare cenno di assenso ad un suo sospetto. Gli occhi sono rabbiosi e si morde leggermente il labbro inferiore: è sconvolto e infuriato. Dalla scuola riesce a vedere il video in televisione. Mormora: <em>«Siamo in guerra»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Gli altri attacchi</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando il presidente Bush rilascia la sua prima dichiarazione alla stampa, ancora si pensa che l’attacco sia concentrato su New York.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore 9.30. Il controllo dei voli aerei rileva un altro apparecchio sospetto: sta procedendo a bassa quota con il trasponder disinserito. Si tratta del volo n. 77 sempre dell’American Airlines: ha modificato rotta e punta su Washington.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Partono altri caccia, anche dalla base di Langley, in Virginia, questa volta in assetto da guerra, con un cannoncino interno M 61 Vulcan da 20 mm e missili aria-aria tipo AIM 9 Sidewinder ed AIM 7 Sparrow.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il presidente Bush viene trasportato d’urgenza a bordo dell’Air Force One; il vice presidente Dick Cheney viene ricoverato con la moglie in un bunker situato nei sotterranei della Casa Bianca. Lo <em>Scenario del Giorno del Giudizio</em> è un protocollo da attuare in caso di potenziale attacco bellico e richiede che il Presidente venga portato in un luogo sicuro. Bush insiste per tornare a Washington, ma la sicurezza ritiene vi siano minori pericoli rimanendo in volo. Sarà così fino alle 15.06, quando, scortato da caccia armati, l’aereo atterrerà nella base di Offutt, in Nebraska, dotata di bunker antiatomico. A partire dalle 10.30 il protocollo di protezione si applicherà anche agli altri vertici governativi, in modo da assicurare, in qualunque frangente, la linea di successione alla presidenza e al governo del Paese.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore 9.35. Il volo 77, con 64 passeggeri a bordo, si scaglia sul Pentagono. I caccia più vicini sono a 12 minuti di volo da lì. I testimoni oculari parlano di un enorme boato, di un tremore della terra, di fiamme altissime e fumo denso. &nbsp;è in preda al panico; tutta l’America lo è, così come gran parte del mondo, che sta seguendo questa tragedia sugli schermi televisivi. Vengono immediatamente evacuati tutti gli uffici governativi e i caccia vengono convogliati sulla Casa Bianca, che si sospetta essere uno dei prossimi obiettivi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In quel momento ci sono ancora 4836 aerei in volo sugli Stati Uniti. Il ministro dei trasporti Norman Mineta, che condivide il bunker con il vice-presidente, ordina che siano fatti atterrare tutti. Bush e Cheney concordano nel trattare i velivoli inadempienti come aerei nemici in tempo di guerra. L’operazione è rapida. Ne restano solo 10 non identificati. Tra questi il volo n. 93 ancora una volta dell’American Airlines, che, originariamente diretto in California, sta inspiegabilmente facendo rotta verso est. Dalla centrale di controllo del traffico aereo viene intercettata una comunicazione proveniente da quel volo. Vi si fa cenno al sospetto di una bomba a bordo che richiede un cambio di rotta. Dopo di che la comunicazione viene interrotta e il transponder disattivato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore 9.50. A New York crolla la Torre Sud. È una scena apocalittica. Sembra sciogliersi su se stessa, cancellando ogni vita: le persone intrappolate, così come coloro che sono entrati a salvarle.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alcuni caccia convergono sul volo 93. L’ordine è di abbatterlo nel caso prosegua la sua corsa verso Washington senza altri contatti radio. La tensione è massima.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore 10.03. Ancor prima di essere intercettato dai caccia, il volo 93 si schianta in un’area boscosa della Pennsylvania. Come esclama di primo acchito il vice-presidente: «<em>Qualcuno, su quel volo, si è comportato da eroe»</em>. È così, infatti. Attraverso i telefoni cellulari, molti passeggeri hanno appreso degli altri attacchi e hanno capito che anche quello non è un semplice dirottamento, ma un ennesimo progetto kamikaze; hanno capito di non avere scampo e decidono di agire, affinché il loro sacrificio non sia vano, affinché quel volo si schianti senza uccidere altri innocenti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Una decina di persone, tra passeggeri e assistenti di volo, riesce a telefonare ai propri cari, a pronunciare poche parole di commiato, ad esprimere un’ultima volta il proprio amore per un genitore, un figlio, una moglie, un marito. È straziante il racconto di quei brevi messaggi, alcuni chiusi frettolosamente con poche parole su quanto sta per accadere, sul fatto che devono andare per unirsi agli altri: <em>«Stiamo per reagire. Devo andare. Addio»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sì, qualcuno si è comportato da eroe. Tutti loro, in realtà. Hanno assalito i dirottatori, si sono esposti ai fendenti dei loro coltelli, ma, numericamente superiori, li hanno infine sopraffatti. Prima di cadere l’aereo ondeggia. La scatola nera contribuisce a ricostruire quegli ultimi attimi. Il terrorista che sta pilotando vuole evitare che i passeggeri ribelli entrino nella cabina di pilotaggio e dirige l’aereo a destra e manca nella speranza di disorientarli, di intralciare la loro offensiva. Forse sta lottando con qualcuno di loro. Nel fare questo si schianta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Due minuti dopo, viene fatta evacuare anche la Casa Bianca. C’è più di un aereo in volo ancora non identificato. L’allerta è massima.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore 10.10. Crolla la parte dell’Ala E del Pentagono colpita trentacinque minuti prima.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore 10.28. Crolla anche la Torre Nord a New York. Il World Trade Centre non c’è più; si è disintegrato. New York è sovrastata da una gigantesca nuvola di polvere grigia e da un boato di morte che incombe su qualunque parola, qualunque preghiera, qualunque esile richiesta di aiuto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’attacco è finito.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Il disvelarsi di pesanti responsabilità</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ore 19.00. Il presidente Bush torna a Washington.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il bilancio dei morti cresce di minuto in minuto. È una tragedia che scriverà quasi tremila nomi su altrettante lapidi; tremila esseri umani; tremila anime innocenti. A ciò si aggiungeranno, nel tempo, alcuni suicidi per depressione e disperazione, nonché le morti per cancro, causate dalle polveri sollevate a seguito degli impatti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il mondo intero è attonito. I telegiornali, tuttavia, trasmettono anche scene di esultanza, che hanno per protagonisti alcuni gruppi islamici. Una donna, col volto incorniciato dal velo tradizionale, ride, gioisce della morte altrui e gorgheggia un suo inno alla vittoria. Alcuni intellettuali e politologi di varie nazionalità, inoltre, adombrano una meritata punizione giunta agli Stati Uniti per la politica fino ad allora condotta. Fa rabbrividire quanta mancanza di empatia e di umanità abiti la Terra.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli Stati Uniti attribuiscono immediatamente la responsabilità degli attentati a Osama Bin Laden, il miliardario saudita, integralista islamico sunnita, indiscusso leader dell’organizzazione terroristica Al-Quaeda: suoi gli obiettivi, suoi i metodi, sua la potenza economica necessaria per una simile azione. La frase di Bush, su cui, da quel momento, verrà costruita una lunga sterile polemica, è <em>«Osama Bin Laden, vivo o morto»</em>. È la frase di un Presidente, in realtà; il Presidente di un Paese ferito, attaccato, violato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inizialmente Bin Laden nega, affermando, attraverso la rete televisiva Al Jazeera, che gli attacchi suicidi sono stati realizzati da <em>«una piccola avanguardia di musulmani, la prima linea dell’Islam»</em> benedetti da Dio, affinché distruggano l’America; successivamente, pur non riconoscendo apertamente il proprio coinvolgimento nel progetto, designa gli obiettivi raggiunti come legittimi, dovendo gli islamici vendicare l’uccisione della loro gente. Nel mese di novembre, infine, durante una delle operazioni americane in Afghanistan, pare venga rinvenuta una videocassetta nella quale Bin Laden e alcuni suoi seguaci discutono i particolari degli imminenti attentati dell’11 settembre. I sospetti americani, dunque, trovano definitiva conferma: l’attentato ha una matrice integralista islamica che fa capo ad Osama Bin Laden e la guerra è stata dichiarata.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>L’Apocalisse</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">S</span><span class="fs12lh1-5">ono disumane le immagini che arrivano da New York. Mostrano persone che si gettano dalle finestre di quel che resta delle Torri Gemelle: voli disperati di chi ha solo da scegliere come morire, se bruciato, fuso alle lamiere e ai vetri esplosi che lo hanno investito, finché il fuoco non entri nei suoi polmoni e il cervello non percepisca il dolore della morte, lentamente, o gettarsi nel vuoto e sperare che la caduta sia la più rapida possibile, perché l’unica certezza è che l’impatto finale chiuderà le trasmissioni per sempre e non ci sarà più nessun dolore. Ricordo ancora l’immagine di due persone, un uomo e una donna, che si sono gettate nel vuoto tenendosi per mano: un ultimo gesto d’amore.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Molti i vigili del fuoco che restano sotto le macerie nel tentativo di portare in salvo il maggior numero di persone. Eroi. Tra di essi anche il cappellano Michael Judge, che ha anteposto l’Unzione degli Infermi alla sua stessa vita.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sin dalle prime ore e per tutti i giorni seguenti la disperazione avrà il volto di tutti coloro che cercano i propri cari dispersi. Gli ospedali hanno bisogno di sangue. I newyorkesi, uniti al di là di ogni polemica, di ogni fazione e di ogni tragedia personale, si mettono in fila per donare il proprio, mentre su tutte le finestre compaiono le bandiere a stelle e strisce e chi non ne ha una, la disegna.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Rudolph Giuliani, sindaco uscente, nonostante il cancro lo stia fiaccando, esce a porgere il proprio aiuto, il proprio incoraggiamento alla città, la sua città. Si reca subito alle Torri, prima del crollo; si rimbocca le maniche e presta soccorsi affiancando i vigili del fuoco. Le prime parole che pronuncia sono di incoraggiamento e unione: <em>«Il primo dei Diritti Umani è la libertà dalla paura. Non abbiate paura»</em>. E la città di New York risponde con i fatti al suo sindaco, perché in quattro giorni è di nuovo in piedi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La lezione offerta dai politici, poi, non è meno commovente: superato ogni dissenso, danno tutti pieno sostegno a Bush: il past-president Bill Clinton, sua moglie Hilary, allora senatore per lo Stato di New York, persino Lieberman, lo sconfitto candidato democratico alla vice-presidenza. Il Congresso vota all’unanimità lo stato di guerra e la punizione per i colpevoli. A Washington, senatori e deputati intonano <em>God Bless America</em>, una sorta di secondo inno americano, scritto nel 1918, che richiama l’attenzione di tutti sul sentimento di appartenenza; poco dopo è la volta dell’inno di battaglia della Repubblica: <em>Glory, Glory! Hallelujah!</em></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div><i>T</i><span class="fs12lh1-5">utto molto bello, ma qualche ombra gravita anche sul
mondo americano e iniziano a serpeggiare voci che parlano di un attacco già
noto alle autorità. Alcuni, inspiegabilmente, non sono andati al lavoro, quel
giorno. Avvisati da chi? La ripresa del primo aereo, che sembra professionale,
da chi è stata fatta? L’allerta su quegli obiettivi già esisteva in tutti gli
ambienti militari da qualche mese … La tesi complottista è che gli Stati Uniti
avrebbero sfruttato l’attacco per incardinare una personale battaglia contro l’Islam,
avrebbero sacrificato una parte della propria popolazione per un interesse
politico. I complotti sono sempre affascinanti, ma, di solito, restano solo
ipotesi, perché non usciranno mai le prove certe della loro esistenza, per quanto probabile sia. Anche a me suonano strani molti particolari di questa vicenda.</span></div>

<div>Resta il fatto che il
popolo americano ha mostrato un coraggio ed una forza inenarrabili. Quando, il
giorno seguente, Bush va a ringraziare tutti coloro che stanno lavorando
alacremente tra le macerie, si trova di fronte <strong>persone umili e sfinite
che, tuttavia, resistono e vanno avanti perché è ciò che va fatto</strong>;
persone che accolgono le sue parole inneggiando al loro Paese: <em>«U.S.A. –
U.S.A. – U.S.A.»</em>.</div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">C’è chi, vedendo queste manifestazioni di coesione, ha definito gli americani bambinoni, o indottrinati; io li definisco patrioti, al pari di Oriana Fallaci, che vive quella tragedia in diretta. E la scrittrice dedicherà molte riflessioni a questi attentati. Nei suoi tre libri, che seguiranno l’11 settembre (<em>La rabbia e l’orgoglio</em>, <em>La forza della ragione</em>, <em>Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci)</em>, scriverà, più che altrove, un durissimo j’accuse nei confronti del mondo islamico.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Di sicuro questa è e resterà una data che rappresenta un punto di cesura per il mondo intero.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Il sale del terrore</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">I<span class="fs12lh1-5">l dramma di quegli attacchi ha dimostrato che la guerra può avere un aspetto occulto; che in ogni istante ed in ogni luogo, in base alla pura imprevedibilità, si può subire un attacco da un nemico, che fino a quel momento nessuno ha considerato tale.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ciò comporta un terrore recondito e invasivo. Sigmund Freud lo definisce <em>Unheimlich</em>, il <em>Perturbante</em>. Stephen King ne farcisce i suoi horror. Se vediamo un uomo aggredire un altro gridando <i>«ti uccido»</i>, proviamo paura, ma non terrore; se, invece, ad esempio, è un bambino a tenere in mano un coltello mentre, avvicinandosi alla mamma, con un’infantile voce monocorde e un sorriso spento, pronuncia parole come <i>«vieni, mammina, vieni da me»</i>, allora monta il terrore. Heim, in tedesco, significa casa. Il terrore, dunque, viene da qualcosa di familiare, di sicuro che, improvvisamente, si rivolta contro di noi, si rivela pericoloso e, a pericolo passato, ci mette comunque in una condizione di sospetto e sfiducia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non a caso parliamo di terrorismo, ossia di un terrore seminato non solo nel corso degli attentati, ma anche nell’attesa irrazionale d’essere nuovamente colpiti, cosa che paralizza le normali attività, indebolisce le difese e distrugge la coesione sociale. La confusione, l’angoscia che gli attacchi terroristici generano è direttamente proporzionale al fatto che chiunque, anche il vicino di casa simpatico, o sua figlia, che siano islamici o non, possono essere cellule radicalizzate e rappresentare potenziali pericoli. In un simile contesto di sospetto generalizzato, il livello di protezione del gruppo si abbassa.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Oggi sento spesso accuse di razzismo. A volte dovremmo anche capire che il terrore agisce in modo subliminale.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Aggiungiamo a ciò l’inconoscibilità dei meccanismi psicologici che inducono i kamikaze a compiere l’estremo gesto; meccanismi che distruggono gli schemi di interazione con il nemico tradizionale, quello che, in qualunque guerra, vediamo come un nostro alter ego, dotato del nostro stesso coraggio, della nostra stessa paura, del nostro stesso istinto di sopravvivenza.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>L’altruismo deviante</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In realtà anche il kamikaze risponde ad un peculiare istinto di sopravvivenza, non del singolo, però: attraverso il suo sacrificio egli favorisce la propria genìa, assicurandole ampia crescita e nuovi territori per realizzarla.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il fenomeno è ben spiegato da Hamilton (<em>The Genetical Theory of Social Behaviour</em>). Si tratta di <i>selezione naturale</i>. Nel mondo animale è fenomeno diffuso. Pensiamo, ad esempio, alle marmotte: all’avvicinarsi di un potenziale predatore, la sentinella inizia a fischiare al fine di far rientrare le altre sane e salve nelle tane. Così facendo inevitabilmente attira su di sé l’attenzione del predatore; dunque accetta un potenziale sacrificio affinché il gruppo si salvi. Lo stesso accade in un alveare: le api sterili si affannano a proteggere la regina e la sua prole, in tal modo ponendo la propagazione del patrimonio genetico al di sopra dell’interesse del singolo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La differenza sta nel fatto che l’atteggiamento della marmotta o delle api è difensivo e non offensivo, come quello dei kamikaze. Differenza non da poco.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Noi occidentali abbiamo una parola che definisce la difesa della propria genìa: altruismo, che, tuttavia, ha significato composito, poiché il meccanismo biologico e riproduttivo irrazionale or ora descritto è attivato da un comportamento razionale rispondente all’etica. L’altruista vero viene mosso dall’amore ed agisce solo in funzione del bene altrui. Se un uomo, sacrificando se stesso, salva la vita dei propri figli, dei propri fratelli e dei propri nipoti, lo fa per supremo amore e non, certo, per l’altruismo biologico celato dietro la scelta di sacrificare un solo corredo genetico a fronte di molti corredi genetici a lui affini e potenzialmente riproduttivi. La selezione naturale è, per lui, un profitto aggiuntivo non preventivato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al contrario, il kamikaze, non agendo mai per amore, ha bisogno di un motore diverso dall’etica e tale motore è la legge divina e la promessa di un aldilà pregno di ricompense, esattamente come accadeva agli assassini del Vecchio della Montagna di cui parla Marco Polo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il trait d’union tra la spinta genetica alla sopravvivenza dell’etnia ed il precetto religioso che rende per loro “giusta” l’azione, offensiva e non difensiva, con cui essa viene messa in pratica, è l’indottrinamento, ossia l’uniformarsi del pensiero del singolo a quello di un leader particolarmente carismatico, il quale, facendo leva su un istinto sano, la selezione parentale, lo volge al male, mostrando la violenza come unica via per la sua realizzazione; e non una violenza subordinata al mancato ottenimento di ciò che si desidera. L’aggressione terroristica, infatti, non segue una richiesta negata, una trattativa non conclusa, bensì nasce come estremo atto d’egoismo. In psicologia si chiama pseudo-speciazione culturale, ossia l’attacco e la soppressione di membri della stessa specie, sebbene appartenenti a gruppi diversi, anche in presenza di atti di sottomissione, di manifestazione di non belligeranza, di inferiorità, cosa che non accade nel resto del mondo animale, come evidenziato da Konrad Lorenz. In buona sostanza, facendo leva su un istinto primordiale, quello di salvare la propria genia da una minaccia esterna, e sulla conseguente egoistica ricompensa divina, i leader integralisti islamici inducono i kamikaze e le loro famiglie a ritenere nemici i civili inermi di tutto il mondo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I terroristi dell’11 settembre e quelli delle stragi più recenti hanno agito senza segni di pietà, nonostante l’incapacità delle vittime a difendersi. Sono stati addestrati per questo. E l’addestramento, o meglio l’indottrinamento, consiste nel far credere ai militanti che ogni aspetto delle altre culture rappresenti una minaccia per il popolo a cui appartengono e per le loro famiglie, e che le azioni violente che vengono loro richieste saranno remunerate: per i terroristi con il ritorno a Dio; per i loro familiari con l’aiuto della comunità che ha beneficiato dell’azione omicida. In tal modo si promuove una cultura dell’odio e della violenza mascherandola come risposta religiosa e biologica alla salvezza della propria genìa. Sinceramente ho trovato inquietante ma anche illuminante, sotto il profilo psicologico, quel che dopo l’11 settembre la madre di Nafiz, uno dei terroristi, ha dichiarato in video: <em>«Spero che tutti i miei figli facciano la stessa fine»</em>. Per noi occidentali è assolutamente innaturale che una madre auspichi la morte dei figli, qualunque sia la causa che la determini. E, siccome un’opposizione delle donne a questo sistema di morte potrebbe vanificarlo, perché sono tante, perché sono loro a crescere i figli, sia fisicamente che moralmente, la religione islamica, attraverso la sottomissione e il condizionamento, ha trovato il modo per renderle inoffensive, o addirittura complici nell’odio e nella violenza; <em>altruistiche</em> anch’esse, in senso biologico e non etico.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il vero altruismo, però, quello che si fonda sull’amore e sulla generosità, è più forte. Lo hanno dimostrato i passeggeri del volo 93: pur disarmati, hanno sopraffatto gli attentatori. Avevano una motivazione più intensa dei loro assassini, poiché non coincideva con l’egoistica ascesa a Dio, ma con l’amore verso il prossimo, che non ha religione ed è prerogativa dell’unica, vera superiorità.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 10.09.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - Le Towers viste dall'elicottero (1991)</span></b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">AA.VV.</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">11/9 La cospirazione impossibile</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Piemme, Casale Monferrato, 2007 </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Philip Berg – William Rodriguez</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">11 settembre. </span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Bush ha mentito</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Editori Riuniti, Roma, 2006</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Oriana Fallaci</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La rabbia e l’orgoglio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Rizzoli, Milano, 2001</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Gianni Riotta</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">N.Y. Undici settembre. Diario di una guerra</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Einaudi, Torino, 2001</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 10 Sep 2017 15:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lipari e la bandiera della X Flottiglia Mas]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000020"><div data-line-height="1.15" class="lh1-15 imTACenter"><br></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Recentemente ha sollevato molte polemiche la scelta del gestore del pontile di Lipari di issare sul pennone la bandiera della Decima Flottiglia Mas.</span><br><div><span class="fs12lh1-5"> Descrivere queste azioni è facile; immaginare di compierle, quasi impossibile.</span></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fotografata da un turista e postata su Facebook, la bandiera ha fatto il giro del Web provocando recriminazioni ed accuse di apologia del fascismo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Come altrove detto, in base all’interpretazione della Corte Costituzionale che, nel 1957, ha correttamente tenuto conto della libertà di manifestazione del pensiero, l’applicazione della legge Scelba sull’apologia concerne soltanto le condotte volte alla ricostituzione del partito fascista, e questa non sembra rientrarvi. Quel che temo, piuttosto, è che, in alcuni casi, probabilmente non in questo, sull’onda dell’involontaria pubblicità suscitata dai social, dietro l’esibizione di certi simboli del passato possa celarsi solo un desiderio individuale di visibilità e, in questo caso, sarebbero proprio gli accusatori di apologia a realizzare la tanto temuta diffusione e riesumazione ideologica.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ho letto i commenti più disparati sulla questione. Pochi mostrano una conoscenza effettiva della Decima Flottiglia Mas. E, siccome persino al mio Angelo Custode ho dato nome Storia, vorrei spendere qualche riga per riassumere molto brevemente chi furono i marinai che quella bandiera rappresenta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando fu annunciato l’armistizio, l’8 settembre 1943, New York stava per essere attaccata dalla Marina Militare italiana in un’operazione particolarmente complessa e rischiosa; un’operazione che solo una flottiglia poteva pensare di mettere in atto: la Decima Mas, da tempo inquadrata in formazione autonoma. Alcuni CA, piccoli sommergibili collaudati nel lago di Iseo e portati al largo di New York da sommergibili più grandi, si sarebbero insinuati nell’Hudson al fine di attaccare gli impianti e le navi americane.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I marinai della Decima erano addestrati duramente, sia sotto il profilo fisico che psicologico. La prima regola del loro decalogo era «<i>Sta</i>‘ <i>zitto</i>». Questo valeva tra di loro, ma soprattutto nei rapporti con i propri familiari, con il resto del mondo. In un caso persino il Ministero degli Esteri fu lasciato all’oscuro di un’operazione che avrebbe richiesto un suo intervento. Si preferì prelevare carte e timbri da Palazzo Chigi, senza spiegazioni. E nel segreto operavano anche gli scienziati del centro bio-medico che seguivano serratamente la salute dei combattenti, tenuto conto dello sforzo fisico richiesto in ogni azione. Tutti loro vivevano in una sorta di isola invisibile, di microcosmo a parte, staccati dal resto del mondo. La segretezza delle loro operazioni, della loro stessa esistenza era tutto. Teniamolo a mente, perché ci aiuterà, in parte, a capire quanto accadde dopo l’armistizio. Il motivo di tanto celarsi è presto spiegato: i marinai della Decima non si limitavano a combattere tradizionalmente in battaglia, ma si infiltravano nelle basi nemiche, violavano i porti degli avversari per poter colpire la loro flotta nel momento di massima vulnerabilità e lo facevano con mezzi che li esponevano ad un estremo pericolo e che richiedevano un effetto sorpresa. Il primo di essi era il cosiddetto <i>maiale</i>, ossia il siluro a lenta corsa (SLC), che Teseo Tesei ed Elios Toschi, del Genio navale, progettarono partendo da un vecchio motore di ascensore. Il <i>maiale</i> era un sottomarino di circa sette metri, con una testata esplosiva staccabile contenente 300 chili di esplosivo. Doveva essere cavalcato in immersione da due sommozzatori, i quali dovevano fissare alla nave nemica la parte esplosiva, collegandola con un cavo ai due lati dello scafo e regolando l’esplosione a tempo. Il secondo mezzo d’assalto che usavano era il <i>barchino esplosivo</i>, ossia il motoscafo turismo modificato (MTM) contenente anch’esso 300 chili di esplosivo, progettato dal duca Amedeo d’Aosta e da suo fratello Aimone di Spoleto. Veniva guidato da un solo marinaio, il quale lo lanciava, a timone bloccato, contro la nave nemica, tuffandosi in acqua poco prima. Il marinaio del barchino non aveva il disagio di agire in immersione, ma aveva quello, altrettanto imponente, di poter essere visto mentre si avvicinava al nemico. Il terzo mezzo d’assalto era il bauletto esplosivo, piazzato sulla chiglia della nave nemica da abili nuotatori: di notte, con il viso tinto di nero ed una maglia nera attillata, costoro si immergevano nelle acque nemiche con bauletti esplosivi attaccati alla cintura e nuotavano per due o tre chilometri fino a giungere alla nave da minare.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 25 marzo del 1941 nella baia di Suda, a Cipro, è ricoverato l’incrociatore York di 10.000 tonnellate, più altre navi. Sei uomini della Decima Mas, a bordo di altrettanti barchini carichi di esplosivo, si avvicinano al porto e superano le prime ostruzioni. Notte. Anche un solo rumore può denunciare la loro presenza. Scivolano sull’acqua. Sono in mezzo alle navi nemiche, sotto i fasci di luce proiettati dalle sentinelle, tra bocche di fuoco che, se dovesse scattare l’allarme, li annienterebbero. L’ordine è attendere l’alba. Così fanno. Dopo di che scatenano l’inferno, affondando l’incrociatore britannico ed altre tre navi mercantili. Vengono fatti prigionieri. Hanno un codice segreto per comunicare attraverso le frasi standard scritte su cartoline dirette alle famiglie: <i>«Il 27 marzo domandai di scrivere alla famiglia»</i> racconterà uno di loro <i>«e, col cifrario convenzionale, comunicai la cattura da parte del nemico di un MTM inesploso»</i>. La sua unica preoccupazione.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per capire la temerarietà e il valore di questi uomini, però, conta conoscere il senso del dovere che erano capaci di mostrare anche quando era chiaro che l’obiettivo non sarebbe stato raggiunto. Mai un cedimento. Nel 1940, infiltratosi oltre le ostruzioni nemiche del porto di Gibilterra, uno dei maiali della Decima si guasta a pochi metri dalla nave da minare, adagiandosi sul fondo. Uno dei due marinai è costretto a salire in superficie perché non ha più aria. Ebbene, l’altro, tal Birindelli, pur avendo pochissimo ossigeno a disposizione, tenta di trascinare a mano il siluro sul fondale del porto; e lo fa fino a sentirsi scoppiare i polmoni, fino a perdere sangue dalle orecchie, fino a svenire. Non muore. Successivamente, parlando di quell’azione, non darà mai l’impressione di aver fatto qualcosa di eccezionale: era il suo dovere. La definisce solo <i>«un grande sforzo».</i><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1941 la Decima Flottiglia Mas, oltre a far saltare l’incrociatore York e i tre piroscafi mercantili a Cipro, affonda una nave di 28.000 tonnellate a Gibilterra; quindi le corazzate Valiant e Queen Elizabeth, nel porto di Alessandria. Negli anni seguenti taglia ai russi i rifornimenti nel Mar Nero ed affonda una loro motonave; cosa che le riesce anche con un caccia tipo Jervis presso El Alamein e con quattro piroscafi, sempre a Gibilterra, nonché altri cinque ad Algeri; distrugge navi nemiche per 24.000 tonnellate nel porto di Alessandria e Mersina e per 23.000 tonnellate ancora a Gibilterra. Altre azioni, parimenti eroiche, non portano ad affondamenti di navigli nemici, ed anzi conducono a morte i marinai impegnati, come accade a Malta. In quell’operazione Tesei non potendo armare adeguatamente la testata del siluro, poiché il radar terrestre aveva messo in allarme gli inglesi, i quali, dunque, avevano iniziato a bombardare, decide di demolire l’ostruzione facendosi saltare. Molti altri della Decima muoiono, quel giorno, senza neanche provare a battere ritirata. Ad alcuni verrà assegnata la medaglia d’oro al valor militare, ad altri quella d’argento.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La guerra è sempre un evento di straordinario sconvolgimento e dolore, di distruzione, di incomprensibile, lacerante strazio. Tuttavia, quando un Paese entra in guerra, i soldati combattono e devono farlo al meglio. Orbene, la Decima Mas è passata alla storia per aver compiuto imprese ancora oggi ineguagliate.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’eroismo dimostrato dai marinai della Decima è universalmente riconosciuto persino dagli ex avversari, ai quali non si può certo contestare l’apologia del fascismo. Winston Churchill sfidò il muro politico e ideologico che separa i nemici per tessere le lodi della Decima Mas davanti alla Camera dei Comuni, parlando del loro <em>«straordinario coraggio»</em>. Edward Jackson, vicegovernatore di Malta, a proposito del fallito attacco nel suo porto, dichiarò con ammirazione: <em>«questa impresa ha richiesto le più alte doti di coraggio personale»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Pertanto, cosa dovrebbe impedire, oggi, di ricordare il loro eroismo? Forse ciò che accadde dopo l’armistizio, potrebbe essere obiettato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Mas, aveva sposato la causa italiana come una missione. Pertanto, quando la mattina dell’8 settembre apprende la notizia dell’armistizio, stenta a credere di dover rinunciare all’attacco di New York e agli altri progetti militari; vede la guerra che prosegue intorno a lui e non capisce il perché di quell’ordine di smantellamento della flottiglia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tutte le Forze Armate restano inizialmente attonite per quell’armistizio, per quell’improvviso disarmo ordinato da Badoglio proprio mentre il nemico è sbarcato nel sud della penisola. C’è disorientamento, caos. All’improvviso ci si rende conto di non dover più attaccare il nemico e, al contempo, di dover attendere l’attacco dell’ex alleato, che, infatti, sin dal giorno successivo, come prima di una lunga serie di offensive, bombarderà ed affonderà la corazzata Roma diretta, con il resto della flotta, all’isola di Maddalena, tra le mani degli inglesi. Nella Marina Militare non è solo la Decima Mas a contrapporsi fortemente all’armistizio. Il comandante delle Forze navali ammiraglio Bergamini, che morirà a bordo della corazzata Roma, e i suoi stati maggiori, preavvisati dell’imminente armistizio, si sentono traditi e manifestano il desiderio di autoaffondare le navi piuttosto che sbarcare nei porti nemici. <em>«Il ministro della Marina, Raffaele De Courten, ricorse a tutti gli argomenti per essere ubbidito e si appellò ad un preciso ordine del Re. Usò perfino l’ascendente del grande ammiraglio Thaon di Revel, ormai novantenne. […] L’ammiraglio Bergamini ubbidì, ma non poté impedire che, a bordo, gli animi si dividessero» </em>[Quintavalle]<em>.</em></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche la Decima MAS fa la sua parte; e non una parte da poco, certo. Borghese raduna i suoi ragazzi, dà loro comunicazione dell’avvenuto armistizio e li lascia liberi di andare via. Lui resterà e continuerà a combattere una guerra che non si rassegna d’aver perso, che non crede finita, che non vuole trasformi l’Italia in un mero campo di battaglia. Anche i suoi ragazzi restano. È il loro comandante. Per anni hanno affrontato pericoli inenarrabili insieme, fidandosi l’uno dell’altro. Può, ora, venire meno quella fiducia, quell’abnegazione? Ricordiamo quel non trascurabile particolare dell’obbligo al silenzio, perché è una chiave di lettura fondamentale delle loro azioni: per anni il mondo esterno era filtrato nella loro vita attraverso silenzio e menzogna; solo con gli altri della Decima Mas potevano essere se stessi. L’obbligo alla segretezza militare cementa l’appartenenza al corpo che viene quasi a sostituire l’affetto familiare. Non è un caso che si usi la parola “corpo”: la comunità di combattenti diviene un solo essere con tante anime. Accade ancora oggi ai gruppi militari o ai corpi di polizia specializzati, che devono agire nella segretezza.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Restano uniti, dunque.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli alleati, nel frattempo, sono entrati in Italia e la loro avanzata non è incruenta. La guerra prosegue incessante; l’Italia non sembra solo una Nazione da liberare, ma un territorio da radere al suolo, al fine di sconfiggere la Germania.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Borghese decide di scavalcare anche Mussolini e di stringere alleanza direttamente con i tedeschi, continuando a combattere al loro fianco.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Una scelta di guerra ad armistizio firmato; una guerra che, concretamente, sarebbe finita solo due anni più tardi; una guerra che gli stessi alleati combatterono, tra il ’43 e il ’44, senza esclusione di colpi, bombardando obiettivi civili, persino asili nido, come accadde a Roma, nell’attacco alla Garbatella del marzo 1944, pur di snidare il nemico tedesco, di bloccargli trasmissioni e spostamenti, in una Capitale che, stando al comunicato di Badoglio dell’agosto ’43, avrebbe dovuto essere “città aperta”.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questa è la storia della Decima Flottiglia Mas. Pensare, come ho letto in questi giorni tra le polemiche sui social, che la loro bandiera rappresenti un’offesa per la Nazione solo in virtù di ciò che accadde dopo l’8 settembre 1943 è un insulto al sangue che quei ragazzi hanno versato negli anni precedenti, in una guerra che non era la loro guerra, ma la guerra della loro Patria e mal si concilia, peraltro, con gli onori ricevuti e le cariche rivestite in epoca repubblicana. Se non ricordo male, uno dei combattenti della Decima Flottiglia Mas, Luigi Durand de la Penne, fece carriera politica fino a diventare Sottosegretario di Stato alla Marina Mercantile nel secondo governo Andreotti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non mi stancherò mai di ripeterlo: la Storia è Storia. Non va cambiata, non va fraintesa, non va imbavagliata, non va cancellata.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Secondo me, nella bandiera issata a Lipari, non solo non c’è apologia ma nemmeno nostalgia della guerra, od offesa ai combattenti infine vittoriosi; c’è solo il desiderio di ricordare, a pochi giorni dal settantaquattresimo anniversario dell’armistizio, una parte dei nostri marinai che hanno combattuto coraggiosamente e sono morti eroicamente nella Seconda Guerra Mondiale.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo hanno fatto per una guerra ingiusta? Mi chiedo quale guerra non lo sia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 26.08.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.15" class="lh1-15 imTAJustify"><span class="fs12lh1-15"><b>Per approfondire</b></span></div><div data-line-height="1.15" class="lh1-15 imTAJustify"><b>Junio Valerio Borghese</b>, <i>X<sup>a</sup> Flottiglia MAS. Dalle origini all’armistizio</i>, Garzanti, Milano, 1952</div><div data-line-height="1.15" class="lh1-15 imTAJustify"><b>Junio Valerio Borghese</b>, <i>La X<sup>a</sup> Flottiglia MAS. Dall’8 settembre 1943 al 26 aprile 1945</i>, Mursia, Milano, 1995</div><div data-line-height="1.15" class="lh1-15 imTAJustify"><b>Massimiliano Capra Casadio</b>, <i>Storia della X<sup>a</sup> Flottiglia MAS 1943-1945</i>, Mursia, Milano, 2016</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Giorgio Carella</b> (a cura di), <i>X<sup>a</sup> MAS</i>, dvd Luce Cinecittà, Roma, 2019</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 26 Aug 2017 19:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Apologia del fascismo e damnatio memoriae]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000011"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><span class="imTAJustify">La legge Scelba (n. 645 del 1952) contiene le norme di attuazione della XII disposizione transitoria della Costituzione e condanna una serie di condotte descritte negli artt. 1, 2, 4 e 5.</span></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando si tratta di leggi, le chiacchiere da bar lasciano il tempo che trovano.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’art. 1 così recita: <em>«Ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o </em><i>propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia</i><em>, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La descrizione di queste condotte, che, unitamente a quelle contenute negli altri articoli, integrano i reati di riorganizzazione del partito fascista, di apologia del fascismo e di illecite manifestazioni fasciste e naziste, è chiara. L’unico aspetto discutibile attiene ai due punti in cui si fa un uso alquanto disinvolto del concetto di <em>esaltazione</em>. Il primo: <em>«[…] </em><i>esaltando</i><em>, minacciando od usando violenza […]»</em>. Esaltare è verbo transitivo e, dunque, senza un complemento oggetto (esaltando chi o cosa?), ha poco senso. Il secondo: <em>«[…] </em><i>esaltazione</i><em> di esponenti, princìpi, fatti e metodi […]»</em>. In questo caso il complemento oggetto c’è, ma l’ampio significato proprio del verbo suggerisce un’oggettiva difficoltà a circoscrivere la condotta penalmente perseguibile, soprattutto alla luce dell’art. 4, dove tale divieto sembrerebbe rivolto anche al singolo: <em>«Chiunque fa propaganda per la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità ideate nell’art. 1 è punito […]. Alla stessa pena soggiace CHI pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche […]»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Negli anni Cinquanta fu giustamente sollevata un’importante questione di legittimità costituzionale, rispetto a quest’ultima norma, perché se ne denunciò il contrasto con l’art. 21 della Costituzione, che sancisce il diritto per tutti (e non <em>per tutti tranne i fascisti</em>) di manifestare liberamente il proprio pensiero, e con l’art. 3 della Costituzione, che vuole tutti i cittadini dotati di pari dignità sociale ed eguali davanti alla legge senza distinzioni di opinioni politiche.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’impasse effettivamente c’era e fu risolta dalla Corte Costituzionale con la storica sentenza n. 1 del 1957, ove fu sancito che NON integra gli estremi del reato di apologia la <em>«mera difesa elogiativa»</em> del fascismo, a meno che non conduca a riorganizzazione del partito fascista. Un’interpretazione perfettamente logica, visti gli artt. 21 e 3 della Costituzione e scevra degli inutili sofismi elaborati da chi afferma che l’ideologia fascista non è un’opinione, ma solo un’esaltazione della violenza. È uno scudo debole quello di chi si trincera dietro parole ad effetto, evitando di approfondire i concetti con impegno e apertura mentale nell’approccio storico-politico. L’ideologia fascista può non essere condivisibile, ma è comunque un’ideologia e, come tale, deve legittimamente essere esternata.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Percorrendo i sentieri della Storia con onestà intellettuale, fuori da tabù e prevenzioni, capita di incontrare sia il fascista nostalgico che parla bene dei suoi tempi, sia il politologo senza pregiudizi, sia il non fascista favorevole ad alcune azioni di Mussolini, com’è il caso, ad esempio, di Israel Corrado Debenedetti, ebreo discriminato ed imprigionato dai fascisti, il quale, nel corso di un recente Convegno sugli Ebrei Italiani e il Sionismo, ha raccontato con ammirazione di quando Mussolini, ormai in procinto di fuggire a Salò, spedì 3.000 ebrei nel campo di Ferramonti, invece che a Bolzano dove erano destinati, salvandoli tutti da sicuro sterminio nei lager. <em>«E’ veramente una cosa straordinaria: Mussolini li ha salvati!»</em> esclama. Orbene, avremmo, forse, dovuto arrestare il sig. Debenedetti e chi l’ha applaudito per apologia del fascismo, avendo egli, in qualche modo, <em>esaltato</em> Mussolini? La risposta è no. Non è stato punito e non avremmo potuto punirlo per una semplice ragione: come spiegato dalla Corte Costituzionale, l’art. 4 L. 645/52 non può essere applicato ad ogni discorso, scritto, opinione personale sul fascismo e su Mussolini. Sono solo le condotte volte ad instaurare attività di gruppo di stampo fascista o nazista a rappresentare quell’allarme sociale cui la legge del ’52 ricollega la sanzione. Diversamente, verrebbe violato uno dei principi cardine della democrazia, poiché verrebbe censurata la diversificazione ideologica, mettendo in pratica ciò che la stessa L. 645/52 condanna, ossia la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Oggi la questione torna alla ribalta poiché, con il ddl Fiano, si vorrebbe introdurre l’art. 293 bis c.p., rubricato come <em>Propaganda del regime fascista e nazista</em>, a mezzo del quale verrebbe ad essere punita la condotta del singolo, il quale <em>«faccia propaganda di immagini o contenuti propri del regime fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie anche solo mediante produzione, distribuzione &nbsp;e vendita di beni che raffigurino persone, immagini o simboli chiaramente riferibili a tali partiti ed ideologie; richiami pubblicamente la simbologia del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie»</em>. Evitiamo di soffermarci sul finneganese giuridico, prosa mai elegante, e valutiamo la portata penalistica di una simile norma.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se si volesse punire l’istigazione a raggrupparsi per tentare la ricostituzione del partito fascista, condotta sanzionata dalla L. 645/52, la norma apparirebbe chiaramente pleonastica. Ma il pleonasmo colpirebbe la nuova norma anche se volesse solo imbavagliare chiunque esterni pubblici pensieri positivi sul fascismo e sul nazismo, poiché anche questo è già stato scritto nell’art. 4 L. 645/52 e la Corte Costituzionale ha detto come interpretarlo. Quindi c’è da pensare che lo scopo di tutta questa strenua attività legislativa sia quello di aggirare l’interpretazione restrittiva della Corte Costituzionale, promulgando una norma-clone sulla quale la Corte non si è (ancora) pronunciata, oltre, ovviamente, a sollevare, attraverso la disinformazione che spesso caratterizza il passaparola sui social, un polverone ideologico che torni a far parlare di certi argomenti nell’esatto modo in cui si vuole che se ne parli.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’art. 4 della legge del 1952 usa correttamente il termine <em>propaganda</em>, finalizzandolo all’associazione di stampo fascista; nel nuovo art. 293 bis c.p., invece, vi si sussumono idee, opinioni, esternazioni. Dobbiamo credere, dunque, che commetta reato la vecchietta che, mentre fa la fila alla posta, esclama il classico <em>«si stava meglio quando si stava peggio»</em>; o che reo sia chi esterni soddisfazione per avere la possibilità di fare sport al Foro Italico, di lavorare a Cinecittà o di studiare a La Sapienza, dicendo <em>«meno male che Mussolini ha costruito questi complessi»</em>. Forse si vuole punire solo chi afferma che Mussolini è stato un grande politico. Un’opinione che trova concordi alcuni, lascia indifferenti o fa inorridire altri, ma che è pur sempre un’opinione. Se così fosse, dietro il termine propaganda si verrebbe ad abolire la libertà di parola, la possibilità di avere un’opinione e dovremmo bandire dalle nostre biblioteche anche molti libri di storia, compresi quelli di Winston Churchill, perché egli disse e scrisse più volte che Mussolini fu un grandissimo stratega.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La norma che si vuole introdurre, però, non si ferma alle opinioni. Ritiene propaganda anche la produzione, la distribuzione e la vendita di beni riferibili al fascismo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Verranno, dunque, chiusi i musei, come Piana delle Orme, che raccolgono materiale del Ventennio? Forse no, visto che il museo è un veicolo di cultura, altrimenti dovremmo strappare e bruciare in pubblica piazza anche libri e filmati, resuscitando l’Indice. Se i musei resteranno aperti, quale sarà il punto di discrimine tra questi ed il collezionismo privato? E come faranno gli stessi musei ad acquistare materiale sul fascismo se è proibito venderlo?</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se un domani volessi donare ad un museo le medaglie che mio nonno ha conquistato nelle due guerre mondiali, o la collezione di monete antiche di mio padre, tra le quali figurano anche quelle del Ventennio con il fascio, commetterei reato? E potrei ancora trovare in vendita i libri degli anni Venti, Trenta e Quaranta, che recano la data di pubblicazione secondo l’era fascista? O ancora, ragionando per assurdo, sarà possibile acquistare e vendere, a Roma, appartamenti dell’Eur e del Flaminio? Potranno vendere ed acquistare immobili gli abitanti di Latina? Tutti quei palazzi sono oggetti (grossi oggetti) del periodo fascista, testimoni dell’architettura dell’epoca. Chi volesse vendere la propria casa, esaltandone stile, robustezza e solidità, farebbe indiretta propaganda al fascismo? L’on. Boldrini ha in questi giorni affermato che alcuni potrebbero sentirsi offesi di fronte ad un manufatto fascista. È ben possibile, ma, per evitarlo, dovremmo buttare giù e ricostruire gran parte di Roma e dell’Italia. Non è che, forse, stiamo spendendo i soldi dei contribuenti per discutere una legge che punisca il gestore di uno stabilimento balneare, o i ragazzetti che hanno una medaglia con l’aquila come portachiavi, o pubblicano sui social la foto di una croce celtica? Davvero pensiamo che costoro possano rappresentare un pericolo per la società o fare proselitismo al punto da restaurare il fascismo in Italia? Forse paventiamo che possano cedere a comportamenti violenti, ma apposite norme, già vigenti, sono poste a difesa del cittadino a fronte anche del solo tentativo. Qualora, invece, si voglia colpire un partito politico che milita sotto l’egida del fascio, allora è sempre e solo alla L. 645/52 che si deve fare riferimento. Ed è una legge che esiste già, da più di sessant’anni.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questo ddl a me sembra una reazione impaurita alla riemersione delle destre europee. Come tutte le reazioni impaurite, mostra debolezza e, nella debolezza, incapacità a presentare programmi degni di guardare al futuro, sicché si impiegano molte risorse a bloccare ogni ritorno al passato, duplicando norme esistenti pur di affermare d’aver fatto qualcosa. Come diceva Leo Longanesi, è una strana democrazia quella che si vede costretta ad impedire ad alcuni di rimpiangere un dittatore ed è uno strano dittatore quello che si fa rimpiangere in tempi di democrazia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Cancellare un pezzo del passato, come hanno fatto alcuni faraoni, scolpendo i propri cartigli sui cartigli dei predecessori e proibendo anche solo di parlarne, non è manifestazione di democrazia e rappresenta un pericolosissimo precedente.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La storia italiana è costellata anche di personaggi sanguinari e di condottieri guerrafondai; molti di loro furono Papi. Non ditemi che, nel prossimo futuro, si rischierà d’essere puniti per apologia od illecita propaganda anche a parlare della famiglia Borgia, poiché, al pari di Leonardo da Vinci, ho difeso e difenderò sempre il grande Cesare e la sua lunghissima campagna militare per l’unificazione d’Italia, benché di lui non si possa, certo, dire che abbia brillato per democrazia e non violenza.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà, 12.07.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - Foro Italico</span></b><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 12 Jul 2017 11:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La "favola" dell'accoglienza]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altro"><![CDATA[Altro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000012"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Giorni fa ero in udienza e ho avuto modo di assistere al processo di tre ragazzi ghanesi. Tre splendidi, atletici, giovani ragazzi color cioccolato, che parlavano un perfetto inglese, oltre, ovviamente, ad almeno una delle loro 47 lingue locali. Avevano l’aria intelligente. Li avrei visti bene con indosso la toga e non con le manette ai polsi, rei confessi di spaccio di droga.</span><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quella triste scena mi ha fatto riflettere molto. Il Ghana è una terra ricca di risorse naturali: caffè, cioccolato e, oggi, anche petrolio sono tra le voci di esportazione più importanti; una terra con un passato politico variegato, dal colonialismo ai regimi militari, ma che finalmente è giunta alla repubblica; una terra che accoglie diverse religioni; una terra che, pur tra mille difficoltà, sta crescendo. Tuttavia, ha un sistema scolastico che, pur arrivando fino all’università, non assicura una preparazione idonea a migliorare le risorse personali e del Paese; ha un sistema sanitario totalmente deficitario, un controllo delle nascite inesistente e una mortalità altissima, soprattutto infantile. L’aspettativa di vita, in media, non supera i sessant’anni. È un Paese con enormi problemi, ma anche con potenzialità enormi, il cui sfruttamento noi occidentali dovremmo aiutare. Non certo colonizzandolo, come in passato, né rubandogli le risorse, bensì istruendo le giovani generazioni, affinché possano trovare in quella terra, chiamata non a caso la Costa d’Oro, un futuro vero.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Invece cosa facciamo? Insieme a tantissimi altri migranti, per i quali, in parte, valgono le stesse considerazioni, li “accogliamo” quando ormai sono stati costretti a fuggire dal paese natio, depredati dagli scafisti torturatori prima di salire sui gommoni della speranza. Anche i tedeschi, i francesi, gli spagnoli, i maltesi, i norvegesi, gli olandesi e chi più ne ha più ne metta hanno navi adibite al recupero dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo, ma loro non li accolgono. No. Grazie agli accordi di Amburgo e di Montego Bay sul Search and Rescue (SAR), in Italia vengono sbarcati anche i migranti recuperati dalle navi straniere.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ho sentito tante voci levarsi contro i “muri” di Trump, ma niente sulla Francia, che, dopo decenni e decenni di colonialismo, durante i quali ha sfruttato in lungo ed in largo l’Africa, ha innalzato un muro nei pressi di Ventimiglia, presidiato dalle nostre Forze dell’Ordine, impiegate a tutelare – udite, udite – i confini francesi. A quale gioco stiamo giocando? Navi francesi sbarcano migranti in Italia e al confine francese gli italiani devono usare ogni mezzo, anche la violenza, per impedire a quegli stessi migranti di sconfinare in Francia. Macron, il presidente banchiere, l’innamorato fanciullo, li ha definiti <i>“migranti economici”</i>. Nel suo perenne far di conto, forse, ha perso di vista la differenza tra numeri, soldi ed esseri umani.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ora, poi, anche l’Austria ha sbarrato le frontiere e la Spagna ha chiuso i propri porti ai migranti. L’unico Paese europeo che, a parole, sta mostrando un po’ di apertura è la Germania, ma solo perché la Merkel ha l’obiettivo di vincere le elezioni di settembre e, per farlo, è disposta anche a dire quello che non pensa.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sento parlare ovunque di “accoglienza”. Noi stiamo “accogliendo” i migranti; noi li ospitiamo nei centri di “accoglienza”. Di sicuro salviamo loro la vita. Ed è eroico, soprattutto considerata l’indifferenza dell’Europa cosiddetta unita. Però, dopo averli salvati dal mare, li riversiamo sulle nostre coste e lasciamo che anche l’Europa lo faccia, che il mondo intero lo faccia, in un numero che non possiamo controllare e ci dimentichiamo di loro, lasciandoli in mano alla criminalità organizzata che li sfrutta. Forse è impossibile fare diversamente, dati i tantissimi migranti che ogni giorno sbarcano nel nostro Paese, ma è proprio questa considerazione che ci dovrebbe convincere ad un’inversione di rotta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Erano incensurati, quei ragazzi ghanesi; tutti e tre.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tre giovani ragazzi che avremmo potuto aiutare, nella loro terra d’origine, a diventare medici, ingegneri, artigiani, operai, contadini. Invece, in nome di “aiuti umanitari”, che rovesciano sulle coste italiane non uomini ma carne umana da macello, li abbiamo fatti finire in galera.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non ci trovo niente di umanitario, in tutto questo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se non porremo un limite alla migrazione, snatureremo la parola <i>“accoglienza”</i>, e lo faremo sulla pelle della povera gente, quella che viene dal mare e quella che vive in Italia, perché, evitando di raccontarci menzogne, la vita non è facile per nessuno con la migrazione incontrollata degli ultimi anni. Vogliamo davvero prestare “aiuti umanitari”? Non servono muri, né porti chiusi, bensì un’attenzione concretamente focalizzata sull’Africa; servono aiuti veri. Sia negli Stati in cui si può lavorare con i governi locali; sia in quelli dilaniati dalle guerre, ancora più bisognosi di una stabilità che, forse, le forze di pace potrebbero dare, sebbene l’ONU sembri più attento a controllare che sbarchino tutti in Italia, piuttosto che a muoversi per offrire a quei popoli una vita migliore. Dovremmo costruire ospedali, strade, scuole, acquedotti, università; inviare medici, docenti. Soprattutto evitare di pensare ai guadagni, ai soldi, perché questo carosello dell’accoglienza ne muove parecchi e non arrivano certo in mano ai migranti bisognosi. Se quegli stessi soldi potessimo investirli là dove ce n’è bisogno! L’Europa sta promettendo stanziamenti generosi per l’Italia. Si parla di 35 milioni di euro. Scusate il mio populismo, di cui vado fiera: chi li intascherà? Non sarebbe più fruttuoso accertarsi che vadano direttamente in Africa, investiti in strutture necessarie per rendere migliore la vita degli africani? Se veramente vogliamo aiutare, evitiamo di trasformare la tragedia di una migrazione tanto massiccia in un <em>affaire</em> vantaggioso per chi gestisce la logistica degli arrivi; e, soprattutto, non sediamo le coscienze ammucchiando corpi sulla sabbia, indifferenti a quel che andranno a fare per vivere, anzi per sopravvivere.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’Africa è un continente vastissimo. Anche un bambino delle elementari che ha appena studiato gli insiemi capirebbe che non può entrare in un piccolo Stato come l’Italia. Se, poi, consideriamo che i migranti non arrivano più solo dall’Africa, i conti si fanno ancora più semplici e, nella loro semplicità, più allarmanti, più drammatici. Attualmente, a tutti coloro che ci fregiamo di “accogliere” siamo in grado di offrire solo povertà, malattia, prostituzione, delinquenza, disperazione.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando, tra sei mesi (perché questa è stata la pena detentiva comminata), usciranno dal carcere, quei tre ragazzi ghanesi saranno delinquenti per sempre: viste le pene ridicole che si comminano in Italia, mettendosi in proprio, potranno guadagnare bene con la droga, sicuramente meglio che studiando da ingegneri o da medici, o lavorando come artigiani, operai, contadini; ma perderanno il senso della dignità. E, tra quello che avrebbero avuto la chance di diventare e quel che saranno, ci sarà solo l’<em>umanitarismo</em> egoista che infarcisce la retorica dei benpensanti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span>[InLibertà, 04.07.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5">© Foto e scultura lignea di Raffaella Bonsignori</span></b></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 04 Jul 2017 11:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lorenzino de' Medici. Un delitto in famiglia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001E"><div data-line-height="1.15" class="lh1-15 imTACenter"><br></div><div><strong class="imTAJustify fs12lh1-5">La vergogna fiorentina</strong><br><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Papa Clemente VII, figlio naturale di Giuliano de’ Medici, l’amato e compianto fratello di Lorenzo il Magnifico, siede sul trono di S. Pietro solo per undici anni, ma per la loro complessità devono sembrargli cento. Deve fronteggiare, infatti, alcune tra le più difficili questioni sia religiose, sia politiche: il pericoloso gioco di alleanze ed inimicizie con Francesco I e Carlo V; il sacco di Roma e la sua prigionia; la questione turca; la pace religiosa di Norimberga e lo scisma inglese di Enrico VIII. Fondamentali, per lui, gli interessi del papato, ovviamente, ma anche quelli della casa medicea, tanto che, pur nella turbolenza di quei tempi, riesce, infine, a stringere le giuste alleanze: suo figlio, Alessandro de’ Medici, insignito, per suo stesso volere, della carica di duca di Firenze, impalma Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V; Caterina de’ Medici, invece, bisnipote del Magnifico, va in isposa ad Enrico II di Francia.</span><br></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alessandro, tuttavia, non si rivela all’altezza del compito affidatogli dal padre e trasforma Firenze nella sede di smodati piaceri e prevaricazioni d’ogni sorta, oltre che in un campo militare. Per il suo esercito di mercenari costruisce una guarnigione poderosa, la Fortezza da Basso, affidando il progetto ad Antonio da Sangallo, dopo il rifiuto – così si dice – di Michelagnolo Buonarroti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Come sempre, neppure i malvagi sono solo malvagi, però. Alessandro, spesso, fa <em>«giustizia a tutti, al piccolo come al grande»</em>, scrive Bernardo Segni, e tutela la parte più umile del popolo con leggi di grande valore, come quella che sancisce l’uso del volgare nella redazione dei contratti. Ciononostante, i fiorentini non lo amano. Si comporta poco da duca e molto da tiranno. Il suo governo è noto alla Storia come la <i>vergogna di Firenze</i>. Così ne parla anche il Buonarroti: <em>«Grato m’è ‘l sonno e più l’esser di sasso, mentre che il danno e la vergogna dura»</em>. I fuoriusciti repubblicani lo portano addirittura dinanzi al tribunale di Carlo V, accusandolo d’ogni nefandezza, ma l’unione con Margherita d’Austria è, a quel tempo, già cosa fatta e Carlo V poco vuole fare contro il futuro genero.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ovviamente la nomina di Alessandro a duca di Firenze aveva tarpato le ali ai progetti di almeno altri due Medici, che aspiravano al governo della città: Ippolito, nipote del Magnifico, il quale viene costretto a farsi cardinale, vivendo la porpora come una prigione per il resto dei suoi giorni; e Lorenzino, di un altro ramo della famiglia, allevato da Giovanni delle Bande Nere, figlio di Caterina Sforza, e, in sua assenza, dal cardinale Silvio Passerini.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Storia d<span class="fs12lh1-5">i un’</span></strong><em><span class="fs12lh1-5"><b>amicizia</b></span></em></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lorenzino nasce nel 1514. Il padre, Pier Francesco de’ Medici, aveva lasciato ai figli un’eredità costituita essenzialmente da debiti e i tutori di Lorenzino avevano fatto di tutto per allevarlo al meglio, sebbene, inevitabilmente, con le dovute ristrettezze, la qual cosa, se gli aveva causato una congenita invidia nei confronti di coloro che potevano permettersi una vita agiata, aveva favorito anche un’inestinguibile sete di affermarsi con le proprie forze, studiando molto e dedicandosi con apprezzabile estro alla scrittura. <em>«Piuttosto graziato che bello»</em>, come lo descrive un cronista del tempo, si distingue per il difficile carattere: è turbolento e invidioso, collerico, vendicativo, eppure, a volte, malinconico, taciturno. La sua ambivalenza è perfetta per trarre in inganno i nemici, conquistandone la fiducia come insegna il Machiavelli, del quale Lorenzino è appassionato lettore.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Durante i primi tempi del ducato di Alessandro, Lorenzino si reca a Roma, sotto la protezione del Papa e sotto la tutela di uno zio acquisito, Filippo Strozzi, fervido nemico del duca in carica. La Città Eterna non smussa le spigolosità di Lorenzino. Si lamenta dell’avarizia del Papa e della ricchezza del cardinale Ippolito; ha in odio i ricchi romani, tanto che aggredire Roma, forse, gli sembra un giusto contrappasso. È così che, in preda ai fumi dell’alcol, una sera mozza e ruba le teste marmoree dei re barbari, da poco restaurate e poste nei pressi dell’arco di Costantino. Un simile gesto provoca scalpore. Si tratta di lesa maestà.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Troppo furbo per essere colto sul fatto, si ritira nell’ombra, lasciando che l’accusa, per la quale era prevista la pena di morte, fosse avanzata contro ignoti. Ben presto, però, spuntano voci, sempre più insistenti, che attribuiscono a lui quel crimine. La condanna non si fa attendere, sebbene la pena capitale venga commutata in bando a vita. Del resto, come avrebbe potuto, il Papa, lasciare che cadesse una testa medicea?</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il ritorno a Firenze non è dei migliori, vista l’eco delle sue malefatte, ma Lorenzino, abile mentitore, riesce ad ingraziarsi il duca Alessandro, fingendosi suo amico ed assumendo il ruolo di consigliere. Lo segue ovunque, anche a Roma, dove torna a testa alta, sfidando gli ostili che lo avevano bandito.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Disegno criminoso</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La Firenze cinquecentesca ama il mondo dell’occulto e gli astrologi hanno un gran daffare. Un sensitivo mette in guardia il duca da <em>«un piccolo uomo dal viso ferreo, suo amico, molto taciturno e poco socievole»</em>. In pratica, il ritratto di Lorenzino. Un altro afferma d’aver sognato quest’ultimo che uccideva il duca. Tuttavia Alessandro non se ne preoccupa. Si fida molto di Lorenzino, di cui apprezza l’amicizia, i consigli politici, ma anche l’affilata arguzia, i celebri lazzi che lo divertono tanto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’orafo Benvenuto Cellini ne riporta uno nelle sue memorie. Mentre stava lavorando ad una medaglia celebrativa per il duca, si rivolse a Lorenzino: <em>«Messer Lorenzo mi darà un bellissimo rovescio»</em>, riferendosi al fatto che sul rovescio delle medaglie venivano spesso raffigurati simboli o frasi ideate da eruditi umanisti. <em>«Io non pensavo ad altro, se non a darti un rovescio che fussi degno di Sua Eccellenza»</em>, replicò prontamente Lorenzino all’indirizzo di Cellini, facendo ridere il duca a crepapelle. Ma tra il riso e il pianto, a volte, non c’è che un attimo, il tempo di un più profondo singulto. Ne sa qualcosa il duca Alessandro, al quale, poco dopo, la pelle fu <em>crepata</em> per davvero.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’occasione per l’omicidio nasce dallo smodato appetito sessuale di Alessandro. Lorenzino ha una zia, Caterina, ed una sorella, Laudomia, molto avvenenti e molto oneste, una congiunzione di virtù che fa sempre gola al depravato. Ebbene, Lorenzino promette ad Alessandro di fargli trovare nel proprio letto una delle due, presumibilmente Laudomia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È la notte dell’Epifania del 1537. Firenze è nel pieno dei festeggiamenti. Le strade sono affollate di gente mascherata e gaudente. Alessandro, dopo aver cenato con la sua sposa, si mischia alla folla in festa e raggiunge casa di Lorenzino, infilandosi nel letto in attesa che fosse introdotta la fanciulla da sedurre. Tuttavia, vino e stanchezza appesantiscono le sue palpebre e Lorenzino ne approfitta per entrare di soppiatto e legare la cintura della spada di Alessandro all’elsa, in modo che non possa essere sguainata. Quindi lo trafigge più e più volte, con la complicità di un suo fedele sgherro, tal Scoroconcolo, che lo finisce con un fendente al collo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il corpo e il volto del duca è ‘sì devastato dalle ferite da non poter essere esposto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il biglietto che Lorenzino lascia sul lenzuolo che copre la salma descrive il suo movente: <em>vincit amor patriae, laudunque immensa cupido</em> (vince l’amor di patria ed un’immensa brama di gloria).</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Via da Firenze con la Morte alle calcagna</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La fuga da Firenze è inevitabile, per i due assassini. A Venezia li accoglie Filippo Strozzi, che nel frattempo aveva lasciato Roma.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Firenze passa nelle mani di un altro Medici, Cosimo, figlio di Giovanni delle Bande Nere, cresciuto con Lorenzino come fossero fratelli più che cugini. Questi, dimentico d’ogni vincolo parentale e d’ogni ricordo d’infanzia, requisisce sia i beni di Alessandro, sia di Lorenzino, saccheggiando le loro abitazioni, cosa che la dice lunga sulla sua natura. Viene in mente un motto popolare che parla di padelle e di braci.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Entusiasta per quell’omicidio che, agli occhi degli esuli fiorentini non è altro che un gesto eroico, Lorenzino volge lo sguardo verso altre azioni temerarie che lo portano da Costantinopoli alla Francia, ma è presto costretto a tornare a Venezia per potersi guardare meglio le spalle a causa dei sicari che lo stanno cercando. Suo cugino Cosimo, infatti, temendo la popolarità di Lorenzino, ha, nel frattempo, messo una taglia sulla sua testa. Quest’ultimo attinge la replica dalla sua arte, scrivendo l’<em>Apologia</em>, dove dichiara che l’uccisione del tiranno è sempre un’uccisione giusta.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non resiste a lungo, però. È il 26 febbraio 1548 quando Cecchino da Bibbona e Bebo da Volterra lo aggrediscono in strada. Alessandro Soderini, che camminava accanto a lui, viene ferito ma riesce a fuggire. La vendetta si abbatte su Lorenzino con un aspro contrappasso: vittima di lame affilate, viene lasciato in terra nelle stesse condizioni in cui egli aveva lasciato Alessandro sul letto di morte. Sembra proprio il caso di dire «chi di spada ferisce …».</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poche le voci che lo piangono, tra queste quella di monsignor della Casa il quale così scrive al cardinale Farnese: <em>«A tutta la terra incresce la morte di messer Lorenzo, che era tenuto persona di buono intelletto, e di gran valore»</em>. Non sono parole, però, capaci di scrivere la Storia, spesso narrata dalle voci dei potenti. Di Lorenzino, infatti, si tramandano quasi solo le malefatte. In un proverbio toscano si dice che non lo volle né Dio né il Diavolo. Se così è, c’è da chiedersi dove stia facendo ora le sue temerarie scorribande o dove stia leggendo i suoi amati libri.</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">[InLibertà.it, 30.06.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© Foto di Rolanas Valionis da Pixabay</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Piero Bargellini</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I Medici</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Bonechi, Firenze, 1980</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">George Frederick Young</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I Medici</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, voll. </span><span class="fs12lh1-5 ff1">I-II, Salani, Firenze, 1969 </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 30 Jun 2017 19:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Famiglia all'improvviso. Tragedia inaspettata]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000013"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">La serata è iniziata con: </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">«Ti va di andare al cinema? Ho visto che fanno una divertente commedia francese. Ho voglia di ridere, di gioire»</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">. Sono uscita dal cinema con il fazzoletto intriso di lacrime.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><b class="fs12lh1-5"> </b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche se rientra nei caratteri della cinematografia francese l’estro di intingere il finale della commedia in un po’ di dramma a sorpresa; anche se il dramma ha il suo bel fascino, per favore non definite “commedia” quel che non è tale!</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’intreccio s’era già visto in <i>Tre scapoli e una culla</i>, premio Oscar come miglior film straniero, nel più mediocre remake americano <i>Tre scapoli e un bebè</i>, e in <i>Big Daddy</i>: una neo-mamma affida il proprio bebè al presunto padre che si vede, così, proiettato in una realtà che non gli appartiene, fatta di pannolini, pianti notturni e responsabilità, ma che, infine, diventa un papà perfetto e affettuoso, votato al sacrificio e dimentico dei suoi trascorsi da scapolone impenitente.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I francesi, si sa, i film li sanno fare. Effettivamente, finché dura la commedia, il film regge e regge bene: buon ritmo, equilibrio tra azione ed intimità, sentimenti da manuale che coprono la più vasta gamma di rapporti umani, da quello genitore-figlio a quello amicale, sessuale e romantico. Omar Sy, poi, è l’attore del momento. Ha fatto una fulminante carriera, passando dal duo comico con Fred Testot al grande cinema, ormai sempre più in viaggio dalla Francia verso Hollywood con produzioni milionarie come <i>Jurassic World</i>, <i>Il sapore del successo</i> e <i>Inferno</i>. Il suo ritorno al cinema francese, alla <i>tradition de la qualité</i>, sembra la ciliegina sulla torta, una vetrina più raffinata per mettersi in mostra. Che dire? Bravo è bravo. Un po’ come la Rossana del <i>Cyrano </i>di Rostand, passa <i>«senza schianto dal sorriso al sospiro e dal sospiro al pianto»</i>. Il problema del film è che anche il pubblico, suo malgrado, è forzato dalla storia a subire la medesima escursione emotiva e ne resta disorientato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questo film non è un mix dolce-amaro, come ho pur letto. È una tragedia in piena regola; con un inizio gioioso che, alla fine, sembra un inganno. Non che l’esistenza non sia spesso un mix di amore e odio, di allegria e tristezza, di vita e morte, ma, proprio per questo, esistono i generi. La commedia è commedia; il dramma, dramma. Chi si reca al cinema scegliendo la commedia, cerca l’evasione, il sorriso, forse la commozione, ma, di certo, non un pugno nello stomaco. È possibile che, in Francia, questo film rientri tra le commedie per il ritmo che possiede e perché, oltre a dare spazio a qualche motto di spirito, non contiene tutti gli elementi tipici della maggior parte dei film drammatici francesi: commento musicale quasi monocorde, lunghi silenzi, lunghi indugi su singole scene. Ma il genere di un film è legato anche all’argomento che tratta e <i>«distribuire funerali un po’ dovunque»</i>, come scrive Truffaut in un suo meraviglioso saggio critico sul cinema francese, non rende il film più intellettuale, psicologico o profondo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per il fatto che è stato erroneamente etichettato come commedia, dunque, salvo solo la prima parte del film, dove si vede esattamente ciò che è stato promesso; salvo lo stile tutto francese dell’attenzione al paesaggio come specchio dell’interiorità, che va dall’iniziale vita gaudente del protagonista, trascorsa a navigare su mari calmi, a quella più ingarbugliata di padre, dove sfida pericoli facendo lo stuntman, e che trova un leit-motiv psicologico nel salto dalla scogliera; salvo e, anzi, promuovo a pieni voti Antoine Bertrand, che interpreta l’amico di Omar, uno dei migliori amici che si possa pensare di avere, e lo fa in modo ironico, raffinato, profondo, misurato persino nell’eccesso, e, soprattutto, senza quel gesticolare costante di Omar, esageratamente francese; ed è ancora con il massimo dei voti che promuovo Clémentine Célarié e la piccola, deliziosa Gloria Colston. Alla Poesy, che, in questo film, così come nella saga di Harry Potter dove interpretava l’aggraziata e scialba Fleur Delacour, sfoggia un volto tanto grazioso quanto immutabile, qualunque sia la scena da girare, e non conosce altra profondità espressiva della superficie, darei un cinque pieno. Boccio, invece, la sceneggiatura, o, meglio, quell’innesto di disperazione, amaro, doloroso, insopportabile che vorrebbe mitigare la commedia trasformandola in una riflessione sulla vita, come se non esistesse riflessione senza tragedia, e che, invece, la distrugge, la devasta, la priva della propria identità, tramutandola in qualcos’altro. A darle il tocco francese del dramma a sorpresa sarebbe bastato l’elemento conclusivo della diatriba legale che vede contrapporsi i genitori della bimba: un foglio di carta dove è scritto qualcosa di non lieve, anche se la piccola Gloria saggiamente lo liquida con <i>«sono solo parole»</i>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Edmondo De Amicis del suo <i>Cuore</i> disse ch’era un mezzo per <i>«spremere il pianto dai cuori di dieci anni»</i>. Questo film non è da meno, ma con minore schiettezza, e supera se stesso nelle scene finali che scorrono sulla voce fuori campo di Omar, il quale, rigirando il coltello nella piaga, sottolinea inutilmente ciò che fino a quel momento era stato ben capito; un pleonasmo volto, forse, ad evidenziare la sua capacità di guardare l’infinito con aria contrita. Se la parola <i>Fin</i> fosse stata sovrascritta sull’incontro in spiaggia, ancora la si sarebbe potuta chiamare commedia dolce-amara, anche se l’amaro sarebbe stato in ogni caso preponderante.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Forse va visto, ma si potrebbe anche aspettare che arrivi in televisione. E, comunque, preparatevi a ridere e a cancellare presto ogni traccia di quel sorriso.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> [InLibertà, 30.05.2017]</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 30 May 2017 15:35:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Edoardo II. Un delitto inglese]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000018"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">È chiaro che un clima così rovente di disaccordi sfoci facilmente nella violenza. Il cugino del re, conte di Lancaster, stufo d’essere messo in secondo piano rispetto a Gaveston, apertamente inizia ad osteggiare quest’ultimo fino a che, nel 1312, dà inizio ad una vera e propria caccia all’uomo, assediandolo nel castello di Scarborough. Inutili gli sforzi del re per portare aiuto al suo amante, che finisce decapitato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></b><em class="imTAJustify fs12lh1-5"> </em></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong class="fs12lh1-5"><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong class="fs12lh1-5">Tale padre, </strong><em class="fs12lh1-5"><b>non</b></em><strong><span class="fs12lh1-5"> t</span>ale figlio</strong><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Siamo alla fine del Duecento. Gli altalenanti esiti dei cruenti scontri tra Inghilterra e Scozia hanno da tempo trasformato le mire espansionistiche di Edoardo I in una vera e propria ossessione: alla notizia che la Scozia di Wallace si sta riarmando sotto la guida di Robert Bruce, il re inglese muove nuovamente guerra, impegnandosi a combattere fino alla sua morte; a dire il vero, persino oltre. Nel suo testamento, infatti, dispone che il suo corpo sia bollito per estrarre le ossa e che queste siano chiuse in un sacco portato alla testa di un esercito vittorioso sugli scozzesi. Allora e solo allora i suoi resti avrebbero trovato eterno riposo sotto una lapide su cui sarebbe stato inciso un epitaffio vergato dalle sue stesse mani: <em>Edoardus Primus, Scotorum Malleus His Est</em>. Intende essere ricordato come <em>martello degli scozzesi</em>, dunque.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il figlio, tuttavia, non solo non manifesta alcuna intenzione di bollire il padre defunto, ma non possiede nemmeno il sacro fuoco della conquista territoriale.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il suo regno inizia nel 1307; un regno contraddistinto più dalla cura dei suoi interessi personali che dal buon governo, cosa che lo condurrà a morte vent’anni dopo.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Il re gaudente</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sportivo e di bell’aspetto, il ventitreenne Edoardo II è più incline agli studi e alla bella vita che alla guerra. Trova piacere nell’ascoltare musica e nell’assistere a spettacoli teatrali, nei quali spesso si cimenta come attore; profonde tempo e denaro per formare una nutrita biblioteca; amico degli umili, manifesta una lodevole curiosità per arti e mestieri. Oggi vedremmo in lui un uomo poco incline alla politica, ma sicuramente raffinato e poliedrico; nel Medio Evo, però, le sue non erano qualità apprezzabili, soprattutto vista la sua inclinazione a non affiancare agli svaghi personali una politica che lasciasse spazio ai molti nobili bramosi di ricchezze e potere. Costoro, riunitisi nella congrega dei Lord Ordinatori, accusano Edoardo II di aver abbandonato il governo del Paese per rifugiarsi nell’alveo della Curia Regis, allora chiamata la Guardaroba del Re. Strategicamente è abbastanza comune che le decisioni politiche vengano prese all’interno di una ristretta cerchia di uomini fidati. Il problema è che in questa cerchia Edoardo II ammette amici ed amanti, più che esperti consiglieri, spesso investendo tempo e denaro in decisioni prive di interesse pubblico e distribuendo, a discapito dei nobili, onori e poteri in base a simpatie personali più o meno intime, come nel caso di un giovane guascone di nome Gaveston, richiamato dalla Francia ed insignito, grazie al suo rapporto con il re, del titolo di conte di Cornovaglia. <em>«Queste tue amorose righe avrebbero il potere di spingermi a partire a nuoto dalla Francia e, come Leandro, arrivare boccheggiante alla riva, purché tu sorridendo mi prendessi fra le tue braccia»</em> esclama il Gaveston di Marlowe, chiamato a Corte dal re nel magnifico dramma <em>Edoardo II</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Pur di piacere al popolo …</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1308 Edoardo II, intenzionato a riconquistare l’apprezzamento del suo popolo e a porre le basi per la continuità dinastica, sposa l’incantevole ed esuberante Isabella di Francia, figlia di Filippo IV il Bello, sebbene ciò non gli impedisca di continuare a frequentare assiduamente il suo Gaveston. In un modo o nell’altro la coppia reale verrà allietata dalla nascita di quattro figli, tra i quali il successore al trono; ma il popolo, manipolato dalla nobiltà, continua ad osteggiare il sovrano.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il duro colpo che Edoardo II subisce con la morte di Gaveston, viene affiancato dai pressanti problemi di politica estera prevalentemente originati dalle scorrerie scozzesi nel Borderland; scorrerie che costringono la Corona a reagire con un’azione bellica dall’esito disastroso: a Bannock Burn, nel 1314, gli uomini di Robert Bruce, pur numericamente inferiori e male equipaggiati, compiono una vera e propria carneficina, costringendo i pochi superstiti inglesi ad un’infamante ritirata. La Scozia ne esce trionfante: l’annientamento <em>«di un’armata di forze di cavalleria e di arcieri, prevalentemente ad opera di soldati muniti di semplici picche, va ritenuta un prodigio di guerra»</em>, afferma a malincuore Winston Churchill.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fortunatamente, ad una simile sconfitta, che avrebbe potuto facilmente rappresentare una buona causa per destituire il re, seguono anche occasioni di gloria, prima fra tutte la vittoria contro i ribelli delle marche di confine del Galles. La vita, tuttavia, insegna che l’apparenza, a volte, inganna: anche negli eventi positivi si annidano insospettabili aspetti deleteri. Tra i ribelli gallesi catturati in battaglia e rinchiusi nella Torre di Londra in attesa del patibolo figura un certo Roger Mortimer, il quale chiede insistentemente di parlare con il re. In quel momento Edoardo si trova fuori sede e, dunque, il ribelle ottiene un’udienza con la regina Isabella. Come in un romanzo d’appendice, l’incontro politico si trasforma in un incontro amoroso dominato dall’inviolabile legge del colpo di fulmine: Mortimer e la regina si innamorano e, da quel momento, Edoardo II avrà in sua moglie il peggiore dei nemici. Il primo passo che la regina compie è quello di trasformare in carcere a vita la condanna a morte del suo amante e di tutelarlo da una seconda condanna grazie a due alti prelati di sua fiducia chiamati ad intercedere presso il re. Non ancora per molto, però, l’indulgente re dovrà firmare atti di clemenza nei confronti di Mortimer.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Chi dice donna, dice danno</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1324, con la complicità della regina, Mortimer evade e, in pochi giorni, raggiunge la Francia, dove, l’anno seguente, si riunisce alla sua amata Isabella, recatasi a Parigi sia per vedere il fratello, Carlo IV, salito al trono di Francia in successione del padre, sia per risolvere la questione della Guascogna, possedimento inglese che la Francia vuole riannettersi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poco dopo, però, con la risoluzione dei problemi in Guascogna, la regina si trova a non poter più giustificare la sua permanenza in Francia, la qual cosa le imporrebbe di separarsi da Mortimer per tornare da un marito inesistente. È un’idea che non le va proprio giù. Una sola ragione potrebbe indurla a tornare in Inghilterra: lì non c’è solo il marito, ma ci sono anche i figli, soprattutto il primogenito, l’erede al trono, il suo biglietto di sola andata per il potere. L’unica chance per contemperare le contrastanti esigenze che la pervadono, dunque, è riuscire ad avere con sé il figlio, il principe ereditario, senza tornare in terra d’Albione, in modo da preparare la cacciata di suo marito dal trono inglese. Chiama a sé, pertanto, il piccolo Edoardo con la scusa di una visita allo zio Carlo IV. Lo stratagemma funziona. Una volta riunitisi, Isabella, suo figlio e Mortimer lasciano la Francia alla volta dei Paesi Bassi e, di lì, nel 1326, con le spalle coperte da un corpo di sbarco olandese, raggiungono l’Inghilterra, dove stringono alleanza con il fratellastro del re, conte di Kent, e con il cugino, conte di Richmond.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il re naviga ormai in pessime acque: la sua stessa famiglia è contro di lui e il popolo non tollera più i personaggi disonesti e prepotenti di cui si circonda, come sono i Despenser, padre e figlio, entrambi di nome Hugh, ai quali, spinto dal legame sessuale col più giovane, che, nel suo cuore, ha sostituito il defunto Gaveston, ha fatto incredibili concessioni in terre, denaro e potere.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Vista la mala parata, Edoardo II si asserraglia nella Torre di Londra con Hugh Despenser il giovane, mettendo una taglia sulla testa di Mortimer, il quale, riuniti sotto il suo comando i molti ribelli gallesi, occupa Bristol e arresta Despenser padre, che trova così la morte. È quindi la volta del re e di Hugh Despenser il giovane: usciti dalla Torre di Londra il primo viene fatto prigioniero e portato nel castello di Kenilworth, l’altro viene ucciso. È il 16 novembre 1326. Il colpo di Stato è compiuto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella Westminister Hall il Parlamento è chiamato a decidere se a regnare debba continuare ad essere Edoardo II o se, invece, il trono spetti al figlio. Data la crudeltà dei molti ribelli che affiancano Isabella, la paura regna sovrana e sono pochissimi coloro che difendono il governo di Edoardo II, il quale, peraltro, subisce dai ribelli il peggiore dei ricatti: a volere salvo il figlio, infatti, deve lasciare il trono. Il 25 gennaio 1327, dunque, termina l’era di Edoardo II ed inizia quella di Edoardo III. Il re destituito viene imprigionato, spostato continuamente di castello in castello in condizioni igieniche disumane, e sottoposto a costanti maltrattamenti. La speranza, per Mortimer ed Isabella, è quella di vederlo morire di stenti, in modo da non macchiare il loro regno con il regicidio. Tuttavia, Edoardo II ha 43 anni ed è in forze; suo malgrado resiste e la sua resistenza lentamente rianima i suoi più fedeli seguaci, tra i quali Thomas e Stephen Dunheved, che, a luglio del 1327, organizzano l’evasione dal castello di Berkeley. Il piano riesce, ma la riconquistata libertà dura poco e determina la fine di Edoardo II. Isabella, infatti, prende, nei suoi confronti, una posizione molto dura: ad averlo ancora in vita, si correrebbe il rischio di un suo ritorno sul trono. Il 22 settembre dello stesso anno, dunque, Edoardo II muore. I <em>si dice</em> sul come sia morto sono molti; tra questi si staglia con titanica brutalità l’ipotesi di un ‘atroce tortura, l’impalamento con ferro rovente, che non avrebbe lasciato segni esterni, cosa considerata fondamentale. Il re, infatti, doveva essere tumulato nell’abbazia di Gloucester, come se fosse morto per cause naturali e con tutti gli onori tributati ad un ex regnante, ivi compresa l’esposizione della salma sontuosamente vestita. Cosa che puntualmente avviene. Niente delitti, siamo inglesi, oserei dire, parafrasando un vecchio film. Di certo non faranno una bella fine neppure Mortimer ed Isabella: il primo giustiziato e la seconda arrestata per volere del suo stesso figlio: <i>«<em>Non mi vietate di piangere; egli era mio padre; e se voi lo aveste amato la metà di quanto io l’amo non potreste tollerare la sua morte con tanta pazienza. Ma temo che voi abbiate cospirato con Mortimer»</em></i>, fa dire Marlowe al giovane Edoardo III con parole che ben tratteggiano il dramma, quello teatrale e quello della vita di uno sfortunato re.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">[InLibertà.it, 27.05.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© Foto di Michael R</b><span class="fs11lh1-5">ö</span><b class="fs12lh1-5">nnau da Pixabay</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Winston Churchill</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nascita dell’Inghilterra</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Mondadori, Milano, 1956</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Henry Gerald Richardson – George Osborne Sayles</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Governance of Medieval England from the Conquest to the Magna Charta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Edinburgh, 1963</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Antonio Sennis</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dio salvi il re</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in Medioevo, 1999, n. 2 (25), p. 91</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">George Macaulay Trevelyan</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Storia dell’Inghilterra</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Garzanti, Milano, 1962</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 27 May 2017 18:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[The Circle. Il pericolo di un mondo virtuale]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000014"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Tardo pomeriggio al cinema. Cosa rara. Quanto meno resterò sveglia, mi sono detta. È stato così, ma solo grazie al caffè. </span><em class="imTAJustify fs11lh1-5">The Circle</em><span class="imTAJustify fs11lh1-5">, di James Ponsoldt, è un film che merita più per l’argomento che per la resa cinematografica. C’è Emma Watson, è vero, la brava Hermione Granger della saga di Harry Potter, che, tuttavia, è così tanto Hermione anche qui da sembrare che abbia sbagliato set: prima della classe, buona, ingenua, una giovane donna che, se sbaglia, corregge con la saggezza l’errore commesso. Manca solo la bacchetta magica. Poi c’è Tom Hanks, il re Mida del cinema americano; mister Oscar. Chiunque pensi di vederlo protagonista del film, come la locandina suggerisce, potrebbe rimanere deluso. È un ruolo-cameo, il suo; il ruolo di un appesantito imbonitore di masse incollato alla propria tazza di caffè, un santone di qualche setta, un venditore di elisir magici decisamente meno affascinante del Dulcamara di Donizetti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"> </div> <div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><em>The Circle</em> è un mondo a parte: un luogo di lavoro, di svago, di sport, di “amicizie”, dove si creano e si disfano vite in totale condivisione web. È il mondo virtuale dove il controllo sull’essere umano, occulto o palese che sia, è non solo accettabile, ma desiderabile e, anzi, diventa l’unica vita possibile; è un mondo virtuale che diventa reale, dove la popolarità si misura in “followers“, in “like“, in “cliccate”, in punteggi ricavati dagli smiles.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Finzione cinematografica? Non illudiamoci. Ci siamo dentro. Tutti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Prendiamo, ad esempio, la nuova politica gestita dal web; o il microcosmo universitario, dove ai contributi accademici di docenti e ricercatori, che dovrebbero andare esenti dal gradimento virtuale per fondarsi su giudizi più ponderati e culturalmente idonei, si attribuisce valore in base alle citazioni, ossia alle “visite” ricevute in un circuito di riviste accreditate analogo al web. In pratica chiunque elemosini un clic dagli amici e dagli amici degli amici, o trascorra il proprio tempo a visitare più volte la pagina dove è pubblicato un suo scritto, conferirà ad esso maggior pregio accademico di quanto non ne abbia quello di un novello Einstein o di un Pirandello che non abbiano o non vogliano avere dimestichezza con il mondo virtuale. Inquietante. Mi torna in mente la frase con cui si chiude <em>Quinto potere</em>, magnifico film di Sidney Lumet del 1976: <em>«Questa è la storia di Howard Beale, il primo caso conosciuto di un uomo che fu ucciso perché aveva un basso indice di ascolto»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Dio è morto: l’apoftegma di Nietzsche che più temo. Lo temo perché sta diventando vero. Ad uccidere Dio è stata la tecnologia che ha divinizzato i pochi detentori, spesso occulti, del quarto e del quinto potere, o, meglio, del sesto potere: non più la stampa o la televisione, ma internet, l’universo parallelo, nel quale, celati dal video, milioni di persone si sentono storici, filosofi, scienziati, investigatori, cronisti d’assalto. In <em>The Circle</em> c’è una scena che mi ha fatto tornare in mente Lady Diana, inseguita, nella vita e nella morte, pur di pasturare la curiosità morbosa del pubblico mediatico. In un’altra scena, poi, si equipara il potere del controllo a distanza a quello di sconfiggere le malattie. Onnipotenza virtuale.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Oggi Dio è colui che crea informazioni dal nulla, crea fenomeni sociali: libri, film, trasmissioni televisive, merci varie che decollano grazie ad indicizzazioni, ad un passaparola assolutamente fittizio, creato ad arte da una rete di blogger prezzolati, di avatar, di venditori di fumo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Dio è colui che tira i fili dei selfisti estremi; di coloro che comunicano via social persino con i familiari; di chi, desideroso d’essere protagonista dei casi altrui, sputa sentenze in calce ad articoli e post nei vari social; di coloro che, quando leggono su facebook la parola “amici” al posto di un più corretto “contatti” pensano di essere popolari.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Dio, oggi, è chi legge ogni post, ogni mail, ogni whatsapp, ogni parola immessa nell’etere, ed incamera dati per rendere le persone schiave, indirizzandole dove non vogliono andare, drogandole con dosi di non-fatti per distrarle da ciò che non devono vedere. Accade anche in <em>Matrix</em>, a proposito di film decisamente migliori di <em>The Circle</em>: pillola blu per continuare a vivere nel mondo virtuale, pillola rossa per vedere cosa c’è nella tana del Bianconiglio. <em>«Tu sei schiavo, Neo. Come tutti gli altri sei nato in catene. Sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore. Una prigione per la tua mente»</em>. Ecco, forse nel web non si annidano mostri alieni, ma la descrizione di <em>Matrix</em> non è poi così lontana dalla virtualità estrema di <em>The Circle</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Tutto ciò rende liberi?</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Gli uomini di qualche anno fa, quelli senza tablet, cellulare, e-reader, e-mail, e-banking, e-commerce, e-tutto erano sicuramente meno controllati e meno manipolati; erano padroni dei propri sogni e dei propri segreti. <em>«I segreti sono bugie»</em>, si afferma in <em>The Circle</em>. Ecco, appunto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Ovviamente la colpa non è tutta del web e dei suoi manipolatori occulti. Partecipa attivamente al gioco anche il fruitore del mondo virtuale, preda di quel binomio voyeurismo-esibizionismo che, fino a qualche tempo fa, definiva pochi casi clinici, ed oggi dilaga nei reality show, persino quando mostrano la morte in diretta; nelle pagine-gogna del web, che, spesso, portano alla depressione, al suicido; nei programmi che svolgono indagini di cronaca nera e così via. Del resto, gli assassini si catturano tramite una rete di dilettanti in contatto video, sembra suggerire <em>The Circle</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">La partecipazione attiva dello spettatore attraverso il gradimento ha oggi raggiunto i massimi livelli, in passato realizzabili solo in ristretti ambienti, attraverso, ad esempio, il giornale di un piccolo paese o di una città dove si conoscono tutti. Gary Cooper, in <i>È <em>arrivata la felicità</em></i>, deliziosa pellicola del 1936 diretta da Frank Capra, è un uomo semplice e buono che, divenuto improvvisamente ricchissimo, viene suo malgrado messo al centro della morbosa attenzione dei lettori di un giornale, scoprendo, infine, che è la splendida Jean Arthur, di cui si è innamorato, la cronista d’assalto che lo ha soprannominato <i>Cinderella Man</i>, Cenerentolo, in articoli al vetriolo sulla sua ingenuità, sul suo buon cuore ridicolizzato, facendolo additare in strada dal branco becero che beve quelle parole. A chi giova tutto questo? Alla giornalista, ma soprattutto al giornale, che vede impennata la tiratura, che vende più spazi pubblicitari. La curiosità morbosa rappresenta il più alto potenziale da sfruttare economicamente.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Il pregio di <em>The Circle</em>, dunque, non è nel film, in sé scialbo e allungato come il brodo in tempo di guerra, ma nell’aver riportato all’attenzione di tutti il pericolo celato dietro il mondo virtuale. Era già stato detto, ovviamente, e con tanta più arte: è del 1998 <em>The Truman Show</em> di Peter Weir, dove l’uomo sottoposto alla curiosità morbosa del mondo è un fantastico Jim Carrey, cresciuto a sua insaputa all’interno di un gigantesco set, e in onda h 24. Il suo nome suona come <em>True Man</em>, uomo vero. Ed è proprio così: è l’unico uomo vero in quel mondo fasullo osservato, notte e giorno, da milioni di svitati per i quali la vita altrui è più interessante della propria. La divinità, in questo caso, è Christof, il fantastico, insuperabile Ed Harris, che interpreta la parte del regista.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Eppure, coloro che, attraverso la rete, protetti dal branco di sconosciuti che li affiancano, entrano a gamba tesa nella vita altrui, esprimendo giudizi, deridendo, scarnificando il prossimo, sarebbero pronti a subire altrettanto? <em>The Circle </em>dice di no ed è una risposta che mi piace. La salvo; come salvo la sua rappresentazione della solitudine: maggiore la condivisione virtuale, maggiore la solitudine, anche quando ci si illude di poterla emendare dai lati oscuri, di poterla controllare. È questo l’unico vero circolo che emerge dal film; un circolo vizioso, però. Cerchiamo di esserne consapevoli.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">[InLibertà.it, 06.05.2017]</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 06 May 2017 15:41:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giovanna D'Arco tra Dio ed eresia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001B"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong class="fs12lh1-5">Giorni di guerra</strong><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dalla gelida Inghilterra bassomedievale, da quell’isola con il cielo bigio e i venti nordici che battono alle porte, imperiosi come un secondo re, dalle fredde acque che ne lambiscono le aspre coste, celando villaggi e piatte campagne esposte ai nemici, la Francia doveva apparire splendente, oltre che strategicamente fondamentale. E la storia insegna che la conquista di una terra ricca di potenzialità naturali, commerciali e militari è un buon motivo per muovere guerra. Ben lo sapevano i Plantageneti che, sin dal secolo XII, non avevano celato la loro conflittuale vicinanza alla monarchia francese.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non sorprende, dunque, che, nel 1337, l’inglese Edoardo III, nipote di Filippo IV il Bello, approfitti del vincolo parentale per assumere il titolo di re di Francia, ottenendo, tuttavia, nulla più della mera corona. La nazione, infatti, gli è in gran parte nemica, talché, per completare l’opera di conquista, dal 1339 al 1453 l’Inghilterra ingaggia con la Francia un’aspra guerra passata alla storia come Guerra dei Cent’anni.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Avanzate e ritirate; vittorie e sconfitte si alternano a lungo, così come si avvicendano molti re sul trono di Francia, alcuni inglesi, a ciò legittimati da collegamenti dinastici e prevaricazione militare.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In questo lungo, estenuante conflitto, i francesi sembrano avere troppo spesso la peggio e le sorti della guerra lentamente piegano a favore dell’Inghilterra, tanto che nel 1429 la Francia è ad un passo dal perdere la propria identità nazionale. Il sovrano inglese Enrico V, con il sostegno politico e bellico dei borgognoni, infatti, conquista la Francia del nord e, quale genero di Carlo VI, in quanto maritato con Caterina di Valois, detiene le leve del trono di Francia al posto dell’erede designato, Carlo VII detto il Bastardo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, con l’assedio di Orléans, il destino francese cambia. Ed è un destino strettamente legato alla carismatica figura di Giovanna d’Arco, che sostiene Carlo VII contro l’inglese Enrico VI, nel frattempo succeduto al padre sul trono d’Inghilterra e di Francia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Nascita d’una vocazione</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Giovanna conduce una vita spensierata, nei primi anni della sua esistenza. Impara a filare e a ricamare, pur rifiutando gli altri lavori femminili. Ben presto, però, la sua forte religiosità presta orecchio a voci inudibili emesse da diafani volti che solo lei è in grado di vedere. Ha 13 anni quando afferma di ricevere messaggi da S. Michele, S. Caterina e S. Margherita. Attraverso di loro Dio le descrive i mali della Francia e le indica la via per risolverli: gli inglesi devono essere cacciati. I Santi la stimolano ad agire. Inizia così la sua avventura bellica.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non è facile far comprendere ai genitori la sua missione. Il padre è una persona umile, un pastore, e la madre, una donna di casa e di campagna, semplice e molto religiosa. Il legame tra madre e figlia, però, è tale da superare qualunque dubbio, sicché Giovanna troverà in lei un’amica, che non solo riuscirà a capire e a condividere i suoi piani, ma coinvolgerà in ciò anche il marito.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dotata di un animo temerario, armata di viva speranza e di quella peculiare forza che scaturisce dalla fede, la piccola Giovanna lascia presto Domrémy, il paese natio. <em>«Il cielo mi aveva promesso di mandarmi un segno, ed ecco egli mi ha mandato quest’elmo»</em> scrive Schiller nella sua <em>Pulzella d’Orléans</em>, poi mirabilmente musicata da Verdi<em> «Da lui esso mi giunge, il suo ferro mi penetra di una forza divina, il coraggio dei cherubini m’infiamma, con l’impeto dell’uragano mi spinge ad entrar nella mischia; odo il grido di guerra, giunge il destriero e squillano le trombe»</em>. Sotto l’egida delle sue ferventi convinzioni, nel 1429 Giovanna si reca da Carlo VII, ottenendo da questi la possibilità di condurre un esercito in soccorso dell’assediata Orléans.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tra i mesi di maggio e luglio di quell’anno, combattendo a fianco della resistenza francese, Giovanna infiamma gli animi dei soldati, decuplicando la loro forza e il loro coraggio, e contribuisce alla liberazione di Orléans, sconfiggendo gli anglo-borgognoni nella battaglia di Paty. Il 17 luglio Carlo VII viene consacrato re di Francia a Reims. Interessante notare come alla cerimonia di consacrazione assistano, orgogliosamente, anche i genitori di Giovanna, i quali, dunque, confermando con la loro presenza d’aver superato ogni dubbio, appoggiano apertamente il suo eroico apporto al nazionalismo francese, unendosi al coro di consensi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Purtroppo, il neo incoronato re non sostiene Giovanna con altrettanto entusiasmo. Poco dopo, infatti, le nega un’adeguata azione militare; anzi, a voler essere più precisi, la abbandona a se stessa. Giovanna, tuttavia, nient’affatto intimorita dalla povertà di mezzi a sua disposizione, tenta comunque la liberazione di Parigi, rimanendo ferita; quindi, nella primavera dell’anno successivo, con una compagnia di appena 200 uomini, incurante della sproporzione di forze rispetto a quelle ingenti di cui dispongono l’Inghilterra e i suoi alleati, marcia su Compiègne e il 24 maggio, al ritorno da una ricognizione oltre l’Oise, cade prigioniera dei borgognoni. Gli inglesi richiedono subito l’intervento dell’Inquisizione e, boicottando il commercio inglese con i Paesi Bassi, costringono il duca di Borgogna e conte della Fiandra a cedere Giovanna, affinché sia consegnata al Tribunale ecclesiastico di Rouen.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Carlo VII, in tutto questo, non muove un dito per salvarla, offrendo l’ennesima prova di spregevole bassezza nei suoi confronti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Un processo ecclesiastico</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La scelta inglese di sottoporre Giovanna ad un processo ecclesiastico in Francia rispondeva ad un ben preciso disegno politico: lasciando che fosse la Francia a giudicarla, l’Inghilterra avrebbe evitato il tipico rimbalzo di popolarità che lucrano i prigionieri politici giudicati dallo straniero, quand’anche vincitore della guerra. Solo il giudizio dei connazionali poteva, infatti, confutare il suo ruolo di eroina di Dio; e tale confutazione era assolutamente necessaria al fine di minare la forza del nazionalismo francese di cui Giovanna era simbolo. Al contrario, se ad emettere la condanna fossero stati direttamente gli inglesi, questi sarebbero apparsi come abitatori degli inferi giunti in terra francese per uccidere un emissario di Dio. Scrive lo storico Michelet: <em>«Se la Pulzella non fosse stata giudicata e bruciata come strega, se non si fossero attribuite al demonio le sue vittorie, esse sarebbero sembrate all’opinione popolare dei miracoli, cioè opera di Dio; se Dio era contro gli inglesi, essi erano stati giustamente legittimamente sconfitti»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Giovanna, dunque, cade nelle spire stringenti dell’Inquisizione.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’aver affidato il processo ai francesi non implica, da parte dell’Inghilterra, l’accettazione dell’alea di un esito assolutorio. È tutto scritto sin dall’inizio. Nulla lasciando al caso, gli inglesi si sono nell’ombra assicurati che la condanna a morte giunga inesorabile: figurano nella manica inglese, infatti, sia il vescovo Pierre Cauchon, presidente del Tribunale ecclesiastico, sia la quasi totalità del consesso giudicante, composto da monaci, preti e dotti dell’Università di Parigi, esponenti, per interesse o per paura, dell’intellighenzia teologica anglofila.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tra il 9 gennaio ed il 30 maggio 1431 Giovanna viene sottoposta a pressanti interrogatori. Nulla tralascia l’Accusa: dall’eretica affermazione d’essere stata spinta alla guerra dalle voci dei Santi, alla corona di Carlo VII, a suo dire proveniente direttamente da un Angelo, così come all’assalto di Parigi fatto in un giorno di festa; dai suoi abiti maschili al suo rifiuto di recitare il Padrenostro in aula di giustizia. Sono molti i crimini di cui è accusata, commessi contro l’ortodossia cattolica.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Giovanna non viene sempre escussa nello stesso luogo; a volte l’interrogatorio avviene nella cappella del castello di Rouen, altre si sposta nella sala grande dove è ammesso anche il pubblico, ed altre ancora in prigione con la ragazza in ceppi. Ogni cosa pur di gravare le sue spalle con il peso del processo e della religiosità ortodossa che esso esprime. Eppure, nulla scalfisce la forza di questa giovane donna, che, a testa alta, risponde spesso con ineccepibile piglio alle domande che le vengono poste e agli obblighi che le vengono imposti: <em>«Ho giurato ieri, dovrebbe bastarvi»</em>, esclama in più di un’occasione.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il vescovo Cauchon, nel tentativo di domarla, sempre più fa sfoggio dell’immenso potere della Chiesa, contro il quale la fanciulla non può nulla. Le ricorda, ad esempio, che dal castello di Rouen non potrà fuggire come fece a Beauvoir, dove saltò giù dalla torre. Neppure questa ostentazione di potenza, però, intimorisce Giovanna, la quale replica seccamente: <em>«Non accetto alcuna proibizione»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le viene chiesto di rimettersi all’autorità della Chiesa. Giovanna afferma di rimettersi alla volontà di Dio, della Vergine e dei Santi, che sono, o dovrebbero essere, una cosa sola con la Chiesa. È ben chiaro a tutti a quale Tribunale Giovanna intenda rispondere; un Tribunale sicuramente superiore a quello che la sta giudicando. Ecco! È stato, infine, toccato il nervo scoperto, il clou del dissidio politico, polla del processo e delle aspre accuse: la differenza tra Chiesa trionfante, Dio, e Chiesa militante, il Papa. <em>«Sono stata mandata al re di Francia per volontà e comandamento di Dio»</em>, afferma, titanica, la fanciulla. Nulla di più offensivo e pericoloso, per quel Tribunale. In questa frase è racchiuso non solo il pensiero di Giovanna, ma l’inizio della sua fine, il vero motivo della sua condanna.</span></div> &nbsp;<div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>La condanna</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel mese di maggio il processo si fa più duro. Il 9 Giovanna entra nella sala dei tormenti e il 24 dello stesso mese le viene estorta una ritrattazione nel cimitero dell’abazia di Saint-Ouen, di fronte alle fascine di legna già allestite per un rogo. Nulla di tutto ciò la piega. Il 28 maggio ella afferma d’aver ritrattato perché obbligata a farlo e riconquista la libertà delle proprie opinioni: i suoi pensieri restano saldi, restano quelli di sempre. Si dichiara pronta a morire per questo ed è ciò che accade due giorni dopo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mercoledì 30 maggio. La piazza del Mercato Vecchio di Rouen è affollata. Il rogo viene allestito in prossimità della chiesa di Saint-Sauveur. Giovanna indossa una tunica di tela di sacco, eppure non è mai stata così splendente: tanta è la sua forza morale. Cauchon legge la sentenza e definisce Giovanna <em>«scismatica, idolatra, invocatrice di diavoli»</em>. La folla non ha voce neppure per mormorare: quelle accuse non collimano con lo sguardo della pulzella.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mentre il fuoco l’avvampa, una sola parola esce dalla bocca della condannata; è un’invocazione,<em> «</em><i>Jesus</i><em>»</em>, e lo stupore coglie tutti i presenti perché nessun diavolo, nel fuoco, invocherebbe Dio. Un inglese esclama: <em>«</em><i>Siamo perduti: abbiamo ucciso una santa!</i><em>»</em>. Così è, in effetti. Dopo un lungo processo di riabilitazione, iniziato nel 1450, successivamente alla riconquista di Rouen da parte di Carlo VII, e conclusosi il 7 luglio 1456, Giovanna sale la dorata scala della purezza e della santità, sebbene quasi mezzo millennio dopo la sua atroce esecuzione. Nel 1895 è <em>Venerabile</em> per papa Leone XIII; nel 1909 diviene <em>Beata </em>per volere di papa Pio X; e, infine, nel 1920, è dichiarata <em>Santa</em> da papa Benedetto XV. Viene, in tal modo, aggiunto un importante tassello conoscitivo alla mirabile figura di questa ragazza, che resta tra le più discusse e complesse della storia: guerriera, mistica, santa, visionaria, persino schizofrenica, ma soprattutto coraggiosa eroina della Francia libera.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 30.04.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - Cattedrale di Rouen</span></b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Nino Salvaneschi</b>, <i>Giovanna d’Arco</i>, Dall’Oglio Editore, Milano, 1963</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Edouard Schure</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’âme celtique de la France à travers les âges</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Ed. Perrin, Paris, 1921</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuseppe Verdi</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Giovanna d’Arco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (opera lirica)</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 30 Apr 2017 18:58:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[André Chénier. Un poeta sul patibolo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000016"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il 13 settembre 1894 il musicista Umberto Giordano scriveva una cartolina al suo librettista, Luigi Illica. L’argomento non era la musica dell’opera che stava scrivendo, l’</span><em class="imTAJustify fs12lh1-5">Andrea Chénier</em><span class="imTAJustify fs12lh1-5">, né i versi che l’avrebbero accompagnata: </span><em class="imTAJustify fs12lh1-5">«Mi dovresti dare il titolo di quel libro che Sonzogno ti diede per riscontrare notizie sulla Rivoluzione francese»</em><span class="imTAJustify fs12lh1-5">. Illica, a quel tempo, aveva rallentato la stesura del libretto dello </span><em class="imTAJustify fs12lh1-5">Chénier</em><span class="imTAJustify fs12lh1-5">, non solo perché impegnato nella sceneggiatura de </span><em class="imTAJustify fs12lh1-5">La Boheme</em><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> pucciniana, da passare con urgenza a Giacosa per la versificazione, ma anche perché stava studiando la storia francese del Settecento e lo stesso voleva fare Giordano. Il dramma del poeta francese che intendevano mettere in musica, infatti, richiedeva una particolare attenzione agli eventi storici della Francia del XVIII secolo, poiché André Chénier, oltre ad essere uno tra i più talentuosi poeti del suo tempo, era anche intimamente legato a quelle correnti politiche poi sfociate nei moti rivoluzionari; ne era tanto legato da rimanervi tragicamente impigliato.</span><br> &nbsp;&nbsp;</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong class="fs12lh1-5">Cultura e Rivoluzione</strong><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nasce artista, come detto; poeta in una Francia già baciata dalla prosa contemporanea di Voltaire, di Diderot, di Rousseau, di Prévost, dal teatro di Marivaux e di Beaumarchais. Il piccolo André vede la luce nel 1762 a Costantinopoli, dove il padre, originario di Poitou e vissuto a Carcassonne, lavora presso una casa di commercio; lavoro che presto abbandona per un più proficuo posto di console in Marocco. La famiglia Chénier, dunque, divisa tra la Francia, dove risiedono la moglie e i sette figli, e l’Africa, dove lavora il marito, conduce un’esistenza molto particolare, nella quale, almeno inizialmente, non mancano i denari per lo studio e la vita agiata. André frequenta il prestigioso Collegio di Navarra e lì stringe amicizia con alcuni tra i rampolli delle più facoltose famiglie parigine, come i fratelli Trudaine e François de Pange, che tanta parte avranno nel forgiare il suo stile di vita, conservato, grazie ai prestiti degli amici, anche quando il padre, caduto in disgrazia, non avrà più di che mantenerlo. Nel salotto della madre, poi, André conosce il poeta Le Brun, che amplia gli orizzonti della sua giovane mente, facendogli volgere lo sguardo verso la letteratura. La sua vita, dunque, si divide tra gli esercizi di poesia con Le Brun e gli svaghi mondani e dissipati con gli amici.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nel 1787 incontra a Parigi Vittorio Alfieri e condivide con lui l’interesse per la decadenza delle arti. Improvvisamente. gli amori e le notti brave sbiadiscono di fronte all’impegno civile di cui il grande astigiano è fervido portatore. In quell’anno Chénier scrive <em>La libertà</em> e <em>L’inno alla giustizia</em>, che, nonostante le licenze poetiche di Illica e Giordano sulla vita del poeta, ispira abbastanza fedelmente la romanza <em>Un dì all’azzurro spazio</em>. Da quel momento quasi tutti i suoi componimenti conterranno il senso e la speranza della libertà.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Divenuto segretario personale dell’ambasciatore francese a Londra, non cessa di scrivere poesie e di seguire da vicino la politica della sua patria. Da metà giugno a metà settembre del 1789 è in congedo in Francia e, dunque, vive personalmente i primi moti rivoluzionari. Non sappiamo quanto sia coinvolto, ma di certo saluta con gioia la libertà conquistata dai suoi connazionali e apprezza la lotta contro quei privilegi nobiliari che avevano contribuito a ridurre in miseria la sua famiglia, bloccando la carriera del padre. Inoltre, già due suoi fratelli, Louis-Sauveur e il drammaturgo Marie-Joseph, appoggiato da Danton, si erano apertamente uniti alla causa rivoluzionaria.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Rimedi che assomigliano ai malanni</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La rivoluzione, però, non porta solo venti di libertà, soprattutto nella vita di André, il quale, presto, si trova a fare i conti con il tragico, definitivo fallimento finanziario familiare: l’Assemblea, infatti, aveva dimezzato le pensioni concesse sotto l’antico regime, tra cui quella del padre, il quale, dapprima osteggiato dalla nobiltà nella sua carriera, ora viene depauperato anche dai rivoluzionari. André inizia a criticare apertamente il sistema; esprime il dubbio che la libertà conquistata sia solo una vernice che copre vecchi soprusi, che la politica dell’Assemblea sia oppressiva quanto quella precedente, soprattutto nei confronti della parte meno abbiente della popolazione. Mitiga di molto le sue posizioni di rivoluzionario; e la pacatezza poco si armonizza con gli ideali giacobini.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nel 1790 Lafayette, Condorcet e Sieyès fondano <em>La Société de 1789</em>, più moderata falange rivoluzionaria nata in contrapposizione al <em>Club des Jacobins</em>. Vi aderiscono molti artisti e intellettuali; tra costoro anche gli amici di André e André stesso. L’iscrizione, peraltro molto costosa e, dunque, probabile dono dei suoi amici, riaccende ardori politici e Chénier, tornato in Francia, scrive un focoso articolo sul giornale sociale: <em>Avviso al popolo francese sui suoi veri nemici</em>, dove traspare la sua posizione ideologica che ritiene la lotta armata necessaria nello sradicamento di un regime oppressivo, ma inutile e dannosa nell’instaurazione del nuovo governo. <em>«I germi dell’odio politico»</em> non devono radicarsi; i cittadini non devono trovare nei nuovi governanti dei nemici che li accusano falsamente; la rivolta non deve essere giustificata da pericolosi sofismi; e il popolo armato non deve vendersi a chi voglia comprarlo. Chénier descrive il dopo rivoluzione come <em>«una specie di sistema generale atto ad impedire il ritorno dell’ordine e dell’equilibrio»</em>. Gli esponenti più radicali della rivoluzione divengono oggetto delle sue aspre critiche. Di Marat e dei suoi compagni dice che <em>«strillano contro pericoli inesistenti solo per farsi ascoltare tra la plebe ignorante»</em>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">L’articolo suscita scalpore e genera nemici. Chénier non demorde e l’anno seguente traspone quegli stessi concetti in un’ode, dove chiede ai rivoluzionari di limitare se stessi.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nel frattempo, il <em>Journal de La Société de 1789</em>, fortemente osteggiato, cessa le pubblicazioni e Chénier, che, nel frattempo, aveva lasciato il lavoro londinese per dedicarsi anima a corpo alla scrittura, decide di continuare a diramare le sue idee pubblicando pamphlet a proprie spese. Nel 1791 esce <em>Riflessioni sullo spirito di partito</em>, ove attacca i giacobini, confuta le <em>Riflessioni sulla rivoluzione in Francia</em> di Burke, e attribuisce alla stampa rivoluzionaria il ruolo di fomentatrice d’odio. È ormai nel mirino dei rivoluzionari.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il 20 luglio Luigi XVI tenta la fuga, ma viene fermato a Varennes. I rivoluzionari, attraverso questo gesto emblematico, acquisiscono molti consensi che, in parte, mitigano l’indebolimento ideologico causato dalla frattura tra la sinistra radicale di Robespierre e la destra di Lafayette, contraria alla destituzione del re.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><em>La Société de 1789</em> viene sciolta e ricostituita nel circolo <em>Amis de la Constitution</em>, meglio noto come <em>Club des feuillants</em>, poiché le riunioni si tenevano in un convento di monaci cistercensi, i feuillants per l’appunto. Vi aderiscono sia Chénier, sia i suoi amici. Contemporaneamente, André inizia a collaborare con il <em>Journal de Paris</em>, dal quale tuona le proprie idee, mettendo in atto una sorta di crociata antigiacobina, manifestazione di incoerenza, rispetto ai suoi trascorsi rivoluzionari, ma anche possibile espressione di paura per il futuro politico della Francia dopo la caduta della monarchia, dal momento che, nazione allettante, avrebbe potuto suscitare bellicosi avvicinamenti da parte di altre potenze europee. Ecco, dunque, che i repubblicani si avvicinano ai reazionari, sposandone in parte idee e interessi.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Gli eventi precipitano rapidamente.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>È guerra aperta: armi contro parole</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nell’estate del 1791 i giacobini assaltano le Tuilleries e la Guardia Nazionale di La Fayette spara sulla folla inerme a Champ de Mars. Luigi XVI cerca riparo all’Assemblea Legislativa. La vittoria schiacciante dei rivoluzionari, però, fa temere il peggio e l’Assemblea decide di non mostrare più deferenza alcuna per il re, esautorandolo dai suoi poteri.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La monarchia, di fatto, è caduta, sebbene fino al 22 settembre non sarà proclamata la Repubblica.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nelle ore successive accade di tutto a Parigi. Anche la sede del <em>Journal de Paris</em> viene assaltata e distrutta: le idee dello Chènier non vi troveranno più eco, dunque!</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La mal parata lo costringe a fuggire.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Si reca dapprima a Le Havre, probabilmente per prendere la via di Londra, ma poco dopo si dirige a Rouen. Non vuole espatriare. È convinto che gli scontri cesseranno presto e, inoltre, è in ansia per il padre. Rientra, dunque, a Parigi a fine settembre. Si sente abbastanza sicuro, anche perché il fratello drammaturgo, nel frattempo, era stato eletto alla Convenzione e il legame tra i due non si era mai spezzato, neppure a causa delle differenti ideologie. Le invettive giornalistiche e la propaganda poetica sembrano solo un ricordo. André arriva persino a dichiarare di voler abbandonare ogni attivismo. Poco dopo, però, inizia a collaborare con Malesherbes, l’ex magistrato che aveva assunto la difesa del re. Di questa collaborazione non vi sono prove, se non il rinvenimento di molti appunti di André in difesa di Luigi XVI, che, tuttavia, potrebbero ben rappresentare esercizi di stile per futuri pamphlet.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il 21 gennaio 1793 Luigi XVI viene decapitato; dieci mesi dopo identica sorte toccherà alla moglie, Maria Antonietta.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Chénier si rifugia a Versailles, in casa del fratello rivoluzionario, ove riprende a dedicarsi ai componimenti poetici. L’apparente calma, che sembra aver ormai tracciato i binari della sua vita, si infrange presto, però: il 17 settembre la <i>legge dei sospetti</i> diventa realtà. Nessuno è più al sicuro. Basta un mero dubbio, un vago indizio per attivare la macchina della giustizia. La vita di Chénier è segretamente posta sotto controllo e, nel marzo dell’anno successivo, viene infine tratto in arresto, mentre si trova a casa del maresciallo Pastoret, deputato di destra alla Legislativa, cosa che conferma i sospetti dei giacobini sulla prosecuzione del suo coinvolgimento con le falangi antirivoluzionarie.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">L’interrogatorio che subisce è lungo e snervante. Chénier si trova nella posizione di dover giustificare ogni azione, ogni pensiero, ogni amicizia, persino le lettere inviate al padre e quelle dirette in Inghilterra e volte, semplicemente, a riavere i suoi effetti personali. Si immaginano codici segreti dietro frasi banali. Nulla di quanto afferma viene creduto. Inevitabilmente finisce ristretto nel carcere di Saint-Lazare.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Le prigioni giacobine erano tutt’altro che luoghi di punizione: i detenuti potevano circolare liberamente, avere rapporti epistolari con l’esterno, potevano persino farsi venire prelibatezze dai migliori ristoranti. La mollezza dei suoi compagni di carcere, sospesi a metà tra le ideologie politiche passate e la pacifica accettazione degli agi messi a disposizione dalle stesse mani che li hanno rinchiusi, indispettiscono André, il quale si chiude nel silenzio a scrivere poesie. Immerso nell’arte, naturale leva del suo spirito, nutrimento della sua passione, inizia a palpitare per la bellezza di una prigioniera, Aimée de Coigny, duchessa di Fleury, per la quale scriverà versi appassionati nell’ode <em>Le jaune captive</em>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Com’era inevitabile, la morbida vita del carcere parigino ben presto si inasprisce. Robespierre nutre la lama della ghigliottina, facendo retate tra i prigionieri politici. A fine giugno è la volta di Saint-Lazare. Sessantuno i prigionieri prelevati, tra i quali Chénier. Molti attribuiscono al padre del poeta l’infausto evento, poiché, nei primi tempi di prigionia del figlio, aveva scritto un’accorata lettera alle autorità elencando le sue buone azioni. Aveva ritenuto di fare, così, il suo bene, trascurando ingenuamente il fatto che molte di quelle azioni, di quelle idee, da lui considerate giuste e meritevoli di ammirazione, erano invise ai giacobini. Avrebbe dovuto tacere, come consigliato dal figlio rivoluzionario Marie-Joseph; avrebbe dovuto lasciare che i giacobini dimenticassero, che André diventasse trasparente, che è, poi, l’unico modo per uscire vivo dal carcere, quando le accuse sono di natura politica. Tuttavia, pensare che la lettera del padre sia la causa prima e unica del processo e della successiva condanna è errato. André, con i suoi scritti, aveva ormai superato il punto di non ritorno; il suo nome era da tempo segnalato al Comitato di Sicurezza Generale, in quanto accusato anche di aver nascosto in carcere importanti documenti spagnoli.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il 24 luglio inizia il processo; la sua testa cade sotto la lama della ghigliottina nel pomeriggio del giorno seguente. Un accertamento processuale decisamente sommario.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Non è la fine dell’antigiacobinismo, ovviamente, ma è sicuramente la fine di un uomo e di un poeta.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">[InLibertà.it, 28.03.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Lorenzo Ciceri</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Andrea Chénier</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Soc. Ed. Milanese, Milano – Sesto S. Giovanni, 1911</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Jean Fabre</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Andrè Chénier, l’homme et l’oeuvre</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Hatler Boivin, Paris, 1955</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Umberto Giordano</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Andrea Chenier</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (opera lirica)</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Mario Mazzucchelli</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Andrea Chénier</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Corbaccio, Milano, 1938</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 28 Mar 2017 17:44:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Felice Orsini e l'attentato a Napoleone III]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001A"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"> <strong class="imTAJustify fs12lh1-5">Parole di fuoco</strong><br> &nbsp;<em class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">«Giovani! A voi dedico la succinta narrazione dei fatti e rivolgimenti, dei quali, fin dal 1833, fui testimone e parte; perché conosciate la ragione dell’odio profondo che deve nutrire il patriota italiano contro il papato, il dispotismo interno, e la dominazione straniera».</span></em><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Era il 1857 quando Felice Orsini scriveva queste parole in una sua autobiografia, ancora infervorato dal recente passato di moti rivoluzionari che avevano acceso animi e speranze, che avevano fatto martiri, che avevano liberato Milano e Venezia dagli austriaci, sebbene per poco tempo; che, per qualche mese, avevano consentito la nascita della Repubblica Romana nei territori papalini.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’ultimo decennio era stato caratterizzato da grandi ideali e da lotte coraggiose contro gli invasori stranieri nell’ardente desiderio di unire l’Italia. Il pensiero risorgimentale, pur differentemente vissuto e teorizzato, il coraggio dei combattenti, le parole infuocate di scrittori e poeti, e, non ultima, la musica di Verdi avevano accompagnato anni di lotte e di passione patriottica. I cori del <em>Nabucco</em>, dei <em>Lombardi</em>, dell’<em>Ernani</em> e di molte altre opere verdiane erano diventati icone di libertà. Il <em>Va pensiero</em> era più di un inno, per gli italiani del tempo, e la cabaletta <em>«Come notte al sol fuggente»</em> in cui si incitano gli ebrei del Nabucco a dare <em>«morte allo straniero»</em> era ben un più di un pezzo d’opera, era un comando. Dopo l’abdicazione di Carlo Alberto, il popolo, coraggiosamente, vergava sui muri “W &nbsp;V.E.R.D.I.”, un acronimo che andava al di là del cognome del compositore per farsi interprete d’una istanza unitaria antiaustriaca: Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ebbene, in quel decennio di tempeste ideologiche e grandi furori, in ultimo piegati alla diplomazia ed alla politica, Felice Orsini si era mosso da vero rivoluzionario, mai abbandonando la veemenza dei primi anni di battaglia. E di battaglie ne aveva viste molte, così come aveva saggiato ogni altro aspetto di quegli anni rivoltosi: dalla Repubblica Romana del 1849, ai progetti rivoluzionari in Lunigiana e in Engadina; dalla condanna a morte impartitagli dagli austriaci, cui seguì la mirabolante fuga dal castello di Mantova, alle infiammanti conferenze politiche londinesi, che segnarono il definitivo distacco ideologico e amicale da Mazzini. Non placò mai il suo animo e fu questo che lo portò a Parigi, dove Napoleone III dal 1852 aveva soffocato in un nuovo impero la giovane repubblica francese. Orsini vedeva in lui il principale responsabile della miserevole condizione italiana: <em>«Esaminando le posizioni politiche di tutti i governi d’Europa, mi sono convinto dell’idea che non c’era che un uomo in posizione tale da consentirgli di far cessare queste occupazioni straniere del mio Paese, e quest’uomo era Napoleone III, che è onnipossente in Europa. Ma tutto il suo passato mi dava la convinzione che non avrebbe voluto fare quello che era il solo a poter fare»</em>. A renderlo ancora più colpevole si ergeva il ricordo delle sue battaglie giovanili in suolo italico e delle sue vane promesse. Durante il regno di Luigi Filippo, infatti, mentre viveva in Italia con la madre e il fratello, Napoleone aveva partecipato alle prime lotte per l’indipendenza italiana: aveva intrattenuto rapporti amichevoli con molti patrioti, tra i quali Filippo Canuti, Piero Maroncelli e Ciro Menotti; era sceso a Roma con i Carbonari; aveva scritto a papa Gregorio XVI invitandolo a deporre la sovranità temporale; aveva partecipato alla rivolta romagnola, giurando agli amici De Laugier, Gherardi e Bangiolini: <em>«Se un giorno salirò sul trono di Francia, l’Italia sarà»</em>. Pesava quella promessa non mantenuta; e la resa dei conti, per Orsini, arrivò il 14 gennaio del 1858.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In rue Le Peletier, ove allora si trovava l’Opéra, una parata di lancieri si faceva largo tra due file di pubblico festante: l’imperatore Napoleone III e la sua consorte Eugenia si stavano recando a teatro per l’addio alle scene del famoso baritono Massol.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La gaiezza del momento, però, ebbe vita breve: ad un triplice sordo boato seguirono scene di sangue e di tragedia. La vettura imperiale si rovesciò. Napoleone ed Eugenia restarono illesi; il generale Roguet, invece, venne raggiunto al collo da una scheggia e cadde sull’imperatrice, inondando di sangue la sua veste candida. Alla fine, si contarono 8 morti e 156 feriti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poco prima delle esplosioni l’ispettore Hébert aveva arrestato tal Andrea Pieri, rivoluzionario italiano già allontanato dalla Francia anni prima. Egli celava una bomba, una pistola e un falso passaporto tedesco. Il tempestivo arresto evitò, dunque, una quarta esplosione.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel giro di poco tempo i responsabili dell’attentato furono quasi tutti assicurati alla giustizia: in un piccolo albergo di Montmartre venne arrestato Carlo de Rudio, che si spacciava per uomo d’affari portoghese; le manette scattarono anche per Antonio Gomez, sulle tracce del quale venne raggiunto il sedicente lord inglese di cui Gomez affermava essere il domestico, tale Thomas Allsop, che, in realtà, altri non era se non Felice Orsini, il quale non era riuscito a far esplodere la propria bomba, perché ferito ad una gamba dalla prima esplosione, avvenuta per mano di qualcuno che, fino all’ultimo, Orsini si rifiuterà di denunciare, preferendo addossarsi la sua colpa. Teniamolo a mente, quest’uomo misterioso, poiché torneremo a parlarne. Sfuggirono all’arresto un quinto complice, Simon Bernard, medico della marina francese esule a Londra, nonché i tre inglesi che avevano partecipato alla fase organizzativa pur senza mettere piede in Francia, tra i quali il vero Allsop.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Un lungo elenco di crimini</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 25 febbraio 1858 Orsini e i suoi complici comparirono dinanzi alla Corte di Assise della Senna. Il pubblico si accalcava come ad una prima teatrale; molti i posti riservati per le autorità.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il volto su cui si focalizzò l’attenzione di tutti fu uno solo, quello di Orsini, il più noto e carismatico degli attentatori. Era difeso dall’avvocato Jules Favre, il migliore penalista di Francia, nonché uomo politico di chiara fama, militante antibonapartista, il quale, tuttavia, aveva assunto la difesa non solo per comunione ideologica con Orsini, ma anche su richiesta dello stesso Napoleone. Di questo fatto, contraddittorio e non poco singolare, ne erano a conoscenza solo pochi fedelissimi dell’impero. Sul motivo che aveva mosso Napoleone a garantire la migliore difesa dell’imputato aleggia ancora oggi una densa nube di incertezza. Era ammirazione per il rivoluzionario intrepido, la sua? Oppure era interessato ad averlo al suo fianco in un eventuale scontro con l’Austria? Il valore dell’Orsini combattente era indubbio, del resto; inoltre aveva dimostrato d’essere anche una valente spia, la qual cosa rende lecito pensare che fosse a conoscenza di un segreto che Napoleone voleva tenesse per sé. In questo caso lo avrebbe favorito finché fosse stato in grado di parlare, ben sapendo che il suo favore non sarebbe arrivato a risparmiargli la ghigliottina, e, dunque, il silenzio eterno.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’atto di accusa sembrava una biografia di Orsini: ripercorreva la sua lunga “carriera” di ribelle e rivoluzionario, e fu una perfetta introduzione ai serrati interrogatori della fase istruttoria.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gomez insistette nel dire d’essere un domestico e di aver creduto fino all’ultimo che Orsini fosse davvero mister Allsop; tuttavia cadde più volte in contraddizione ed emerse chiaramente il suo coinvolgimento diretto nell’attentato, avendo egli scagliato una delle bombe.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">De Rubio, invece, tentò di discolparsi puntando sulla povertà e sulla disperazione in cui versava: sull’orlo del pianto disse che non era nella condizione di rifiutare un lavoro che avrebbe assicurato cibo a se stesso e alla moglie.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Neppure l’interrogatorio di Andrea Pieri brillò particolarmente. Non fornì elementi fondamentali sul fatto se non sue vaghe scuse, tentativi maldestri e poco temerari di discolparsi. Anche il suo passato pesò, ovviamente. Era il più anziano del gruppo e, dunque, aveva partecipato a molte campagne belliche, tra cui quella del 1848 in Toscana. Separato da una moglie francese, aveva incontrato Orsini in Inghilterra, unendosi a lui nel progetto dinamitardo. Figura scialba, dopo tutto.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’interrogatorio di Orsini, ovviamente, svettò sopra ogni altro e non deluse le aspettative del pubblico: un vero e proprio capolavoro di teatralità ed oratoria politica. Era calmo, lucido, misurato nelle sue parole, con un tono crescente nei punti salienti. Ripercorse egli stesso le tappe “criminali” della sua vita, ma solo per dire quel che l’accusa aveva tralasciato: le motivazioni, i fervori patriottici, l’ingiusto giogo nemico. Non risparmiò nessuno, neppure i francesi, nelle mani dei quali era la sua stessa vita. Mossa autolesionista ma di grande effetto. Raccontò, infatti, di quando fu stilata la tregua tra i francesi e i combattenti della Repubblica Romana: gli italiani, che fino ad allora avevano valorosamente sbaragliato il nemico, onorarono tanto la tregua da liberare i prigionieri; i francesi, invece, si limitarono a violare i patti: <em>«Come hanno risposto i francesi alla nostra generosità?» </em>esclamò Orsini<em> «Hanno sospeso le ostilità per un mese, ma solo per aspettare rinforzi. Allora sono tornati all’attacco, mille contro dieci. Signori! Siamo stati giuridicamente assassinati, il fiore della gioventù italiana è stato immolato»</em>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mormorio in aula. Il Presidente lo rimproverò per cotanta offesa, ma Orsini non si piegò. Proseguì a parlare delle sue ragioni, minimizzando la responsabilità altrui per addossarla tutta su di sé. Arrivò ad affermare la totale estraneità dei tre inglesi, che, a sua detta, avevano assemblato le bombe ritenendo che fosse un nuovo tipo di apparecchio a gas.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dopo lo sfilare di testimoni, tutti dell’accusa, a volte interrotti e corretti da Orsini stesso in un costante rimprovero della Corte a fronte di opposizioni urlate dal Procuratore in un sonoro vociare del pubblico, fu la volta dell’aspra requisitoria del Procuratore e dell’arringa difensiva di Favre, il quale dipinse Orsini come un fervente patriota, un eroe. Parlò di un <em>«voto espresso in un testamento supremo»</em> inviato all’imperatore, uno scritto che chiese al giudice di poter leggere in aula, avendo già ottenuto il permesso di farlo dall’imperatore stesso. Sonoro brusio. Tanta partecipazione imperiale alla difesa dell’imputato stava facendo travalicare l’interesse di Napoleone per Orsini oltre gli argini del segreto di Stato.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La giuria si ritirò per più di due ore e uscì con la condanna a morte di tutti i congiurati tranne Gomez, al quale vennero riconosciute circostanze attenuanti tali da comminargli i lavori forzati.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I condannati ricorsero in Cassazione. Orsini non avrebbe voluto, ma lo fece per non penalizzare i suoi compagni. Come previsto, la Cassazione respinse il ricorso, confermando la condanna a morte.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Orsini scrisse, allora, una seconda lettera a Napoleone invocando la grazia non per se stesso, ma per i propri compagni. Era una lettera che faceva rabbrividire per il coraggio e l’altruismo che conteneva. Napoleone stesso ne rimase tanto colpito da trasmetterla personalmente a Cavour affinché la pubblicasse sulla Gazzetta Piemontese: quel fervore, quel patriottismo non dovevano andare persi. Subito dopo, l’imperatore, propenso a concedere la grazia ai condannati, riunì il Consiglio Privato, ma molte furono le opposizioni, soprattutto quella dell’arcivescovo di Parigi, cardinale Morlot, e, alla fine, solo Carlo de Rudio beneficiò di un qualche favore, vedendo commutata la pena di morte in ergastolo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 13 marzo 1858, dunque, Pieri ed Orsini vennero ghigliottinati. Orsini, in quell’occasione, scolpì un’ultima immagine di sé nella memoria di tutti i presenti, richiamando il ricordo dei moti del ’48 che avevano visto italiani e francesi egualmente combattenti per la propria libertà: <em>«Viva la Francia; viva l’Italia»</em> gridò prima che la sua testa venisse recisa.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Due mesi dopo l’esecuzione, Napoleone III contattò Cavour, preparando quello che sarebbe stato il convegno di Plombières del 20 e 21 luglio 1858, dove si posero le basi per l’intervento francese in Italia del Nord contro gli austriaci. Il giudizio negativo di Orsini su Napoleone III, però, rimase sospeso nell’aria e l’armistizio di Villafranca dell’11 luglio 1859, a mezzo del quale Napoleone, tradendo le aspettative italiane, si ritirò dalla guerra, di fatto regalando il Veneto agli austriaci, tristemente le confermarono. Pur non volendo essere dinamitardi, non possiamo non concordare con Orsini sul fatto che Napoleone III non fosse meritevole di troppe lodi!</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anni dopo, Carlo de Rudio riuscì a fuggire dalla Caienna e si unì ai Nordisti nella guerra civile americana. Nel 1908, ormai veterano americano, disse che il misterioso italiano cui Orsini aveva affidato una delle bombe che esplosero a Parigi e che lo ferirono alla gamba era Francesco Crispi, ma è notizia che lascia ancora oggi perplessi, poiché, sebbene fosse certa la sua presenza a Parigi nei giorni dell’attentato, Crispi era ancora legato a Mazzini, nel 1858, essendosi allontanato da lui e dal moderatismo solo nel 1860 per unirsi ai Mille di Garibaldi. Certo, era ben possibile che fosse già iniziato, nel silenzio, il suo distacco dal programma mazziniano, cosa che renderebbe coerente la sua partecipazione alla crociata di Orsini, ma la certezza, in questo senso, non è mai stata raggiunta e permarrà un affascinante dubbio sull’identità del misterioso congiurato, delle cui azioni Orsini si addossò la colpa. Il dubbio è spesso parte della storia degli uomini, soprattutto quando diventa storia dell’umanità.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">[InLibertà.it, 02.02.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div><b><span class="fs12lh1-5">Foto di Pubblico Dominio (dipinto,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Processo a Felice Orsini</span></i><span class="fs12lh1-5">, 1850 ca)</span></b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Per approfondire</b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Rinaldo Caddeo</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’attentato di Orsini (1858)</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Mondadori, Milano, 1932</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Felice Orsini</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Memorie di un italiano terribile</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, CDE, Milano, 1970</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 02 Feb 2017 19:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giovanni Borgia. Storia di un assassinio]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001C"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Sotto l’egida del sacro bue</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">È il 1492 quando, col nome di Alessandro VI, indossa la tiara papale uno spagnolo focoso e molto determinato. Il suo nome è Rodrigo Borgia, fiero rappresentante di una schiatta che della potenza taurina ha fatto il proprio stemma.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">È un papa politico e lussurioso. Si accompagna a molte donne e ha molti figli, cui elargisce ogni tipo di vantaggi. Il termine <em>nepotismo</em> non sembra sufficiente. Gli scrittori cinquecenteschi la definiscono <em>carnalità</em>, questa sua propensione al favore familiare.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Non si sa per certo chi gli abbia dato i suoi primi tre figli, Pier Luigi, primo duca di Gandìa, Geronima ed Isabella, ma è sicuramente dall’unione con Vannozza Cattanei che nascono Cesare, Giovanni, Lucrezia e Goffredo.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Alla morte di Pier Luigi, Giovanni, per volontà del suo stesso fratellastro, eredita il ducato di Gandìa e, nell’agosto del 1493, sposa la cugina di re Ferdinando il Cattolico e parte per la Spagna dove trascorre i primi tre anni di un matrimonio senza amore, spesi a tradire la moglie e a giocare d’azzardo. Rodrigo, forse per esercitare su di lui un po’ di controllo, decide di convocarlo a Roma e lo nomina Gonfaloniere e Capitano Generale della Chiesa, acquisendo per lui, premio per inesistenti meriti, un principato e due contee.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Al contrario di Giovanni, Cesare ha un carattere molto forte e i suoi interessi sono molteplici, perseguiti con caparbietà, intelligenza e grande energia. Cardinale ad appena diciotto anni, egli ha ben altre aspirazioni: vorrebbe spogliarsi dei paludamenti purpurei per abbracciare una vita laica ed attendere ai compiti affidati a Giovanni, per i quali è senza dubbio più portato. Egli, infatti, oltre all’innegabile fascino, dal padre ha ereditato l’eccezionale attitudine per gli affari temporali che, più in là nel tempo, morto il fratello e abbandonata la veste cardinalizia, lo trasformeranno nel <em>Principe</em> di Machiavelli, nell’amico stimato di Leonardo Da Vinci, nel <em>Valentino</em>, tale per diritto ecclesiastico, essendo stato vescovo di Valencia, e per diritto secolare, poiché, per nomina di Luigi XII di Francia, diverrà duca di Valentinois.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nel 1496, anno in cui Giovanni viene chiamato a Roma, Rodrigo aveva già lasciato Vannozza Cattanei, la madre di Cesare e di Giovanni, per l’avvenente Giulia Farnese. La loro non è una convivenza facile, però. Giulia è sposata con Orsino Orsini, figlio di una cugina del Papa, uomo collerico e vendicativo, inferocito da quell’adulterio che la sua stessa madre favorisce, preferendo un figlio tradito ad un potente cugino adirato.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">L’insoddisfazione così generata esplode ben presto in un evento bellico.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Arroganza ed inettitudine di Giovanni</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il tradito Orsino fomenta una rivolta baronale che vede Giovanni al comando delle truppe pontificie insieme a Guidobaldo da Montefeltro. Inizialmente, grazie all’esperienza di quest’ultimo, l’esercito papalino conquista territori preziosi. In seguito, però, il vento si fa avverso. Guidobaldo viene ferito e fatto prigioniero e Giovanni, incurante della sua sorte, allestisce battaglia per proprio conto, capitolando definitivamente ai primi del 1497.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Cesare, ingabbiato nella sua veste cardinalizia, brucia di rabbia per non aver avuto la chance di misurarsi con quella guerra e colpevolizza il fratello per l’inettitudine dimostrata. Giovanni, invece, sembra del tutto indifferente alla sconfitta, e il Papa lo protegge ad oltranza, cosa che non sfugge agli occhi dei più accorti strateghi.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Appare evidente, infatti, che il favore di Rodrigo passa attraverso la simpatia del figlio e in molti cercano di percorrere questa via. Tra costoro il cardinale Ascanio Sforza, che, una sera di maggio del 1497, invita a cena il viziato pupillo del Papa. Le gratuite offese di Giovanni verso gli altri commensali, però, suscitano la reazione indignata di uno di loro, che gli ricorda i suoi natali illegittimi. Giovanni abbandona la tenzone verbale per recarsi dal padre a manifestare malcontento e Rodrigo reagisce: non può consentire a nessuno, infatti, di recare offesa ai figli, soprattutto se quell’offesa riguarda la loro nascita, poiché l’illegittimità è il marchio d’infamia con cui egli stesso li ha bollati. Pertanto, manda le sue guardie a prelevare e punire aspramente la malalingua. Ascanio Sforza assiste impietrito e, nei giorni seguenti, forte dell’appoggio degli Sforza milanesi, lascia trasparire rancore.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Le critiche alla reazione del Papa si muovono in ogni dove, sebbene non apertamente. A questo silenzio carico di parole Rodrigo replica il 7 giugno, elargendo al figlio ulteriori terre, sottratte al patrimonio di S. Pietro. Non poteva essere più chiaro circa l’intangibilità dei figli e il suo incondizionato amore per loro.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>L’assassinio</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il 14 giugno, per festeggiare il nuovo infeudamento, Giovanni si reca a cena dalla madre. Con lui ci sono anche Cesare, lo zio Juan, cardinale di Lanzol, e Goffredo con la moglie. Lucrezia è in ritiro spirituale.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Giovanni è come sempre accompagnato da un suo amico misterioso, del quale non si conosce né il nome, né il volto, poiché indossa abitualmente una maschera, forse per coprire deformità, o, forse, perché ricercato per qualche malefatta da patibolo. Di certo, scompare la stessa notte e, giacché il suo corpo non sarà ritrovato, è legittimo sospettare anche di lui.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La cena si protrae a lungo. Sulla via del ritorno, Giovanni, il suo amico mascherato ed il palafreniere si distaccano dalla compagnia per ignoti affari da sbrigare.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La mattina seguente non si hanno tracce né di Giovanni, né degli altri due. Il Papa pensa ad un convegno amoroso protratto oltre i limiti della notte. Orgoglioso di quel figlio dagli ardenti istinti amatori, che tiene alta la mascolinità borgiana, lascia correre. Il pomeriggio, però, il Vaticano è scosso da un lungo, intenso tremito di paura: dei tre uomini non vi sono ancora notizie e si teme il peggio.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Si ordinano ricerche a tappeto. Roma trema. Gli spagnoli pattugliano le strade. Le dimore nobiliari sono in subbuglio. Un mercante di legname, incalzato dalle domande delle guardie pontificie, afferma che, dalla sua barca sul Tevere, ha visto gettare un corpo a fiume, la sera prima, ma non ha ritenuto di parlarne alle Autorità perché scarso gli era sembrato l’interesse per un simile episodio; all’incredulità degli indaganti, egli replica candidamente: <em>«Ho visto in quel luogo gettar nel fiume ben cento cadaveri senza che alcuno mai se ne prendesse cura»</em>. Luci ed ombre del Cinquecento!</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Poco dopo si accerta la morte del palafreniere. Nulla presagisce sorte migliore per il duca. La notte di Rodrigo trascorre tra incubi e veglie inquiete.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il giorno seguente vengono assoldati molti pescatori. Ed è proprio uno di loro a ritrovare Giovanni nelle acque adiacenti a S. Maria del Popolo, nei pressi della dimora del cardinale Sforza.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il corpo è martoriato da nove coltellate; un cronista afferma che ha anche la gola tagliata. Nel cercare i colpevoli l’attenzione si sposta dai nemici del Papa ai mariti cui il duca era avvezzo rubare l’amore delle mogli; dalle gelosie racchiuse nel nucleo familiare, a quelle delle persone con cui il duca era entrato in contrasto. Tra i più sospettati Ascanio Sforza, per quella cena in cui Giovanni aveva vituperato e fatto aggredire un suo ospite, ma anche per gli ondivaghi rapporti tra Roma e Milano; quindi i suoi parenti di Pesaro, Galeazzo e Giovanni, primo marito di Lucrezia, costantemente angariato dai fratelli Borgia per il suo rifiuto di concedere alla moglie l’annullamento; inoltre Prospero Colonna e la famiglia Orsini, da sempre oppositori dei Borgia, in particolare Orsino, marito della concubina del Papa; Guidobaldo da Montefeltro, abbandonato in balia dei baroni rivoltosi, e molti altri. Rodrigo, tuttavia, vuoi per diplomazia, vuoi per mancanza di prove, non formulerà mai un’accusa precisa nei confronti di costoro. Men che mai lo farà nei confronti di Cesare, il quale, sinceramente in lutto, sin dall’inizio disperatamente cerca l’assassino del fratello. Deboli i moventi addotti dai colpevolisti. Per rinunciare alla porpora aveva bisogno che morisse il fratello. Falso. La porpora non aveva mai fermato né il suo ardore amatorio, né quello strategico, spesso occupandosi di questioni politiche. Lo si accusa, inoltre, di gelosia perché incestuosamente legato alla sorella al pari di Giovanni. Falso. Alla mancanza di castità di un papa il popolo facilmente abbina licenziosità e perversioni assolutamente fantasiose anche di tutti coloro che lo circondano.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La verità è che prove della colpevolezza di Cesare non ce ne sono. La Storia, a volte, è pettegola: carisma e potere, si sa, inevitabilmente implicano detrattori armati di penna oltre che nemici armati di spada!</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">L’assenza di un colpevole contribuisce a dare ancora più peso al lutto del Papa. Il suo dolore lo rende profondamente umano. Forse è per questo che l’infierire del Savonarola, già scomunicato, ha un che di macabro ed ingiusto: scrivendo al Papa egli afferma che la morte di Giovanni è punizione divina per la sua corruzione. Sono parole che pesano e che presto cancelleranno ogni segno di indulgenza in Rodrigo, il quale firmerà la condanna a morte del frate predicatore.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il dolore per la scomparsa di Giovanni, ovviamente, non è esclusivo appannaggio del Papa. A soffrire, a piangere, a disperarsi c’è anche una madre; e si narra che sia proprio di Vannozza il volto afflitto della Madonna nella Pietà michelangiolesca. Sappiamo per certo che la scultura venne commissionata dal cardinale Giovanni de la Groslaye de Villers; ma alcuni ritengono che ciò sia avvenuto su ordine dello stesso Rodrigo, fatto affascinante, sebbene storicamente non provato.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">In realtà, poco importa se la Pietà sia stata o meno voluta da Rodrigo come emblema del dolore per la perdita di un figlio, poiché, anche senza quella mirabile opera, il resoconto di quei giorni evidenzia chiaramente la profondità della sua sofferenza, a riprova del fatto che, come scrive di lui Stendhal, non esistono <em>«scellerati perfetti»</em>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong> </strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong><br></strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><strong>Storie di fantasmi</strong></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Una famiglia come i Borgia, ammirata e temuta, severa e pur licenziosa, inevitabilmente solletica la fantasia popolare. E, di sicuro, in una visione dell’aldilà nettamente spaccata tra Bene e Male, tra Paradiso e Inferno, non molti potevano essere i dubbi su dove collocare Rodrigo Borgia ed i suoi figli. Lo confermano certe visioni agghiaccianti che la storia popolare ci ha tramandato.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Una donna affermò che, nella notte dell’assassinio di Giovanni, dopo un forte boato, molte fiaccole si accesero in S. Pietro, librandosi nell’aria senza che vi fosse alcuno a portarle se non una mano demoniaca.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Qualche mese dopo fu lo stesso duca di Gandìa ad essere visto in Castel S. Angelo. Ad accompagnare l’inquieto incedere del suo fantasma molti rumori che sembravano usciti direttamente dalle viscere dell’Inferno.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Anche Rodrigo ha il proprio Inferno, però. Si riportano diverse versioni della sua morte, una peggiore dell’altra: la sua anima urlante, la presenza di demoni, l’invocazione del Diavolo. Sorte non meno misera pare gli sia toccata dopo il trapasso. Si dice che ancora oggi lo si possa incontrare, inquieto, nei pressi della chiesa di S. Maria in Monserrato degli Spagnoli, dove, dal 1881, sono inumati i suoi resti.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">In uno dei <em>Libri Secreti</em> conservati presso l’Archivio di Bologna, una glossa al margine del paragrafo in cui si cita la laurea di Rodrigo in diritto canonico, riporta tre date essenziali: quella in cui divenne cardinale, quella della sua elezione a papa e quella della sua morte, affiancata da una frase significativa: <em>«sepolto all’inferno»</em>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Ovviamente la fantasia popolare non lascia in pace neppure Lucrezia, che è stata più volte vista vagare indisturbata nel Castello di Nepi, ove visse per qualche tempo. Nel 2008 è stata persino fotografata: vestita di bianco e diafana, compare sullo sfondo, tra i partecipanti ad una festa. Inutile dire che nessuno ricorda quell’invitata!</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span>[InLibertà, 02.01.2017]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - Il Tevere visto dalla barca</span></b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><br></b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTALeft"><b><span class="fs12lh1-5">Raffaella Bonsignori</span></b><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Ánno morto il duca di Gandia</span></i><span class="fs12lh1-5">, in</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Fiume Bojaccia. Delitti e misteri romani sul Tevere</span></i><span class="fs12lh1-5">, Bibliotheka Edizioni, Roma, 2015 (con ampia bibliografia in calce)</span></div><div data-line-height="1.15" class="imTACenter"><b></b></div><div data-line-height="1.15"><em></em></div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 02 Jan 2017 20:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Blue Christmas]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Libri"><![CDATA[Libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000009C"><div><span class="fs18lh1-5">L’avvocato Ralph Bennet giunge a New York l’antivigilia di Natale per difendere un certo Al Caustans dall’accusa di tentato furto. In realtà, in quell’affollata città, Ralph Bennet troverà molto più di un cliente e di un processo. Vivrà avventure particolari, incontrerà angeli senza ali, assisterà al ritorno della speranza nel cuore di alcuni disperati, guarderà gli occhi di una donna, sentendoli nell’anima. Raffaella Bonsignori ci conduce negli innevati territori della commedia natalizia, con una storia che fonde sapientemente le agrodolci nuance del rimpianto, le malinconiche sfumature dell’amore, la dolcezza della rimembranza e l’ovattato piacere del sogno. In una New York che sembra uscita da un set cinematografico (la Bonsignori cita apertamente Frank Capra, ma non mancano echi alleniani di Manhattan, il sapido umorismo di Harry ti presento Sally, o l’immaginifico romanticismo de Il Paradiso può attendere) l’opera ha il pregio di raccontarci una storia volta alla totale riscoperta del sentimento natalizio e della sua magia. &nbsp;</span><div><b class="fs18lh1-5">Bibliotheka Edizioni</b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 08 Dec 2016 22:46:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giordano Bruno. Processo alla filosofia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000E"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b class="imTAJustify fs12lh1-5">Idee pericolose</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il 22 maggio 1592 Venezia è testimone dell’arresto di Giordano Bruno, frate domenicano e filosofo di grande fama, accusato d’eresia.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">In quei giorni Bruno ha lasciato Francoforte su invito di tal Giovanni Mocenigo, patrizio veneziano, il quale lo ha richiesto come precettore, desideroso di imparare la sua filosofia e, soprattutto, le arti magiche che, a detta di molti, Bruno possiede. Una diceria, questa, che ben gli si adatta, poiché, pur appartenendo ad un ordine monastico, è senza dubbio un personaggio fuori dall’ordinario. Le sue idee sono un insieme di filosofia, teologia, scienza e intuizione. Vagheggia una religione universale fondata sulla fede in Dio, al di là di ogni dogma; un Dio così grande da esistere in ogni essere vivente, in ogni più piccola cosa terrena, e anche in un infinito fatto di altri mondi oltre la Terra, di altre stelle oltre il Sole; concetto, questo, che, qualche anno dopo, costerà la condanna e l’abiura a Galileo Galilei.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Invero le idee del <i>nolano</i> erano già state tacciate di eresia. La prima volta a Napoli, nel 1576; la seconda a Roma, poco dopo, dove, all’accusa di eresia, si era aggiunto il sospetto che avesse ucciso un confratello, cosa che lo aveva convinto a dismettere la veste monastica e a partire per l’Europa, nonostante anche lì l’eresia mietesse molte vittime.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La Chiesa cattolica, infatti, è, in quegli anni, particolarmente intransigente con le dottrine eterodosse. Dopo la spaccatura insanabile generata dal contrapporsi di Riforma e Controriforma, sta attraversando una delle peggiori crisi della sua storia, che la rende vulnerabile e, per ciò stesso, aggressiva. I tribunali dell’Inquisizione impartiscono in ogni dove le più aspre punizioni per chiunque esca dagli schemi del dogma cattolico. Si accendono molti roghi e piovono scomuniche e scismi.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nei suoi viaggi, Giordano Bruno entra in stretto contatto con molti illustri personaggi che la Chiesa non vede di buon occhio. A Ginevra si avvicina al calvinismo, che ben presto, però, ripudia, criticando aspramente il suo più illustre teologo, cosa che, nel 1579, gli costa il carcere, eluso solo presentando pubbliche scuse. In Francia rimane due anni ad insegnare filosofia e scienze naturali tra Lione e Tolosa e, nel 1581, si trasferisce a Parigi ove diviene uno dei <i>lecteurs royaux</i> e stringe sincera amicizia con Enrico III, con il quale ipotizza uno Stato difensore più della spiritualità che delle singole confessioni. Giunto a Londra nel 1583, tesse rapporti di reciproca stima con la protestante Elisabetta I. Tornato in Francia a causa dell’opposizione cattolica di Oxford, manifestata nel corso di alcune <i>Dispute</i>, invia una richiesta di perdono a papa Sisto V: a suo dire non ha ripudiato il cattolicesimo, lo vorrebbe solo riformato in senso più liberale. Sisto V non ha nomea d’essere un papa indulgente, eppure è tanta la stima che Giordano Bruno riesce a suscitare in tutti, persino in lui, che si mostra favorevole al perdono, purché rientri nei ranghi monastici; ma non è ciò che Bruno vuole, talché riprende il suo viaggio.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nel 1586 è in Germania, dove esalta Lutero, definendolo <i>«novello Ercole»</i> vittorioso sul<i> «Cerbero del triregno ecclesiastico»</i>, ossia sulla Chiesa tridentina. Non è incoerenza, la sua, bensì, ancora una volta, manifestazione di una fede senza distinzioni di culto.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Si dedica, inoltre, all’insegnamento e soprattutto alla scrittura, pubblicando molti libri, testimoni delle sue idee, ma anche “prove” della sua eresia per l’inquisitore che lo giudicherà.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b> </b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Soggiorno veneziano e primo processo</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il perché Giordano Bruno torni a Venezia pur avendo in Italia più di un conto in sospeso con l’Inquisizione è argomento che suscita curiosità. Sicuramente fare da precettore ad un ricco veneziano non è la sua massima aspirazione, visto che all’estero ha insegnato in varie università. Forse è attratto dalla cattedra vacante all’ateneo di Padova, dove trascorre i primi mesi; forse a renderlo tranquillo è il favore con cui Roma sta accogliendo alcuni pensatori sospettati di eresia, come il filosofo neoplatonico Francesco Patrizi; o, forse, è la distanza di Venezia dal fanatismo cattolico. L’Inquisizione da quelle parti è decisamente meno aggressiva, non a caso è la patria di Paolo Sarpi. A Venezia, dunque, il <i>nolano</i> trascorre un lungo soggiorno tranquillo, interrotto bruscamente solo dalla denunzia di Giovanni Mocenigo, il suo allievo, che lo trascina in tribunale. Il motivo è presto detto. Ritenendo esaurito il suo compito di precettore, Bruno gli annuncia l’imminente ritorno a Francoforte, dove avrebbe dato alle stampe un libro dedicato al nuovo papa, Clemente VIII, nella speranza di instaurare con lui quel dialogo di perdono e comprensione fallito con il defunto Sisto V. Mocenigo, però, ritenendo di non aver appreso abbastanza sulle arti magiche, quelle che più gli interessavano, lo denuncia all’Inquisizione per eresia.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Inizia il processo veneziano, anticamera di quello romano che lo condurrà a morte.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Bruno è sconcertato per la denunzia: <i>«Io non tengo per nimico in queste parti alcuno altro se non il Sr. Gioanni Mocenigo ed altri suoi seguaci e servitori, dal quale sono stato più gravemente offeso che da omo vivente; perché lui me ha assassinato nella vita, nello onore e nelle robbe»</i>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Dopo l’arresto subisce diversi interrogatori, nel corso dei quali racconta la sua vita e spiega le sue opere. Ciò che è eretico per la teologia, egli afferma, non può esserlo per la filosofia, che studia il pensiero in ogni sua manifestazione.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Alla sbarra si susseguono molti testimoni. Com’era costume nel processo inquisitorio, la versione dei fatti voluta dall’inquisitore prevale sulla verità e genera ripensamenti e accuse tardive. A Giambattista Ciotti, ad esempio, libraio a Venezia e tramite tra Bruno e Mocenigo, viene chiesto se Bruno vivesse da buon cattolico, ed egli risponde sicuramente di sì, non avendolo mai sentito <i>«a dir cosa per la quale abbi potuto dubitar che non sia catolico e buon cristiano»</i>; poi, però, incalzato dall’inquisitore, afferma che, in base ai sospetti del Mocenigo, aveva fatto qualche indagine a Francoforte ed alcuni studenti avevano affermato che Bruno viveva fuori da ogni religione.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Quanto alle prove documentali, il nolano, come detto, aveva pubblicato tanti libri da avere l’imbarazzo della scelta su dove reperirle. Tuttavia, egli riesce a confutare l’esegesi altrui con tale maestria da seminare quei dubbi sufficienti a rendere incerta la condanna; inoltre chiede scusa. Parola magica. Dopo averlo fatto davanti ai calvinisti, ancora una volta tenta questa strada e, con ogni probabilità, l’espediente avrebbe di nuovo funzionato, se non fosse giunto il Sant’Uffizio romano a reclamare il processo. Su avviso del legato pontificio, membro del Tribunale veneziano, infatti, Roma invia il nunzio apostolico Lodovico Taverna a chiedere l’estradizione dell’imputato.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il 27 febbraio1593, dunque, abbandonata la Serenissima e con essa la speranza d’essere prosciolto, Bruno entra nelle carceri dell’Uffizio romano, ove rimarrà per sette anni. Tanto dura il suo processo che si concluderà con la condanna pronunziata l’8 febbraio 1600 ed il rogo del 17.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b> </b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Il processo romano ed il rogo</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La Commissione Cardinalizia dell’Inquisizione romana, cui, a sua discrezione, il Papa era sempre libero di unirsi, era composta da dieci membri, di cui uno con funzione di Commissario relatore, chiamato a rappresentare l’accusa. Nel processo contro Bruno, ricopre tale ruolo il cardinale Bellarmino, difensore dell’ortodossia cattolica tridentina.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nei primi tre anni è probabile che Bruno, ristretto nel carcere di Tor di Nona, venga ciclicamente indotto alla confessione, ma non subisce torture invalidanti e viene trattato quasi dignitosamente; si ha notizia di cure mediche, sebbene a cadenza non regolare, di tosatura di capelli e barba, persino di un rammendo dei suoi calzini: <i>«per averli fatto racconciar un par de calzetti scudi 0,10»</i> .</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Molti i testimoni che si avvicendano, anche quelli che avevano già deposto dinanzi al Tribunale veneziano; molti gli interrogatori del Bruno, che, via via, si fanno più minuziosi. <i>Stricte</i>, veniva definito, in gergo, il processo giunto a quel punto, <i>stringente</i>. A ciò si aggiungano ben dieci suoi memoriali. Più volte viene indotto all’abiura, anche solo su singole posizioni ideologiche, ma Bruno pretende che sia riconosciuto il loro carattere eretico <i>ex nunc</i>, ossia a partire da quel momento e non da prima. La Chiesa non cede, né lo fa lui. Inoltre, sa che abiurando, per bene che gli vada, lo attende il carcere e la cosa non gli interessa, poiché seppellirebbe con lui le sue idee; per quanto atroce, meglio il martirio, che può renderle eterne.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">A metà gennaio del 1600 il processo entra nella fase conclusiva. È una battaglia ideologica che, attraverso asserzioni e confutazioni, vede due contendenti, Bruno e Bellarmino, fronteggiarsi da titani.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">L’8 febbraio viene emessa sentenza di condanna al rogo. Secondo un testimone oculare, tal Kaspar Schöpp, Bruno è sereno e coraggiosamente esclama: <i>«Voi fate contro di me questa sentenza forse con maggiore timore di quanto ne provi io a riceverla»</i>. Di sicuro interpreta bene i sentimenti del Papa, che Schöpp descrive affranto, presumibilmente conscio che le idee del Bruno non sarebbero bruciate con lui.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Il 17 febbraio 1600, giorno dell’esecuzione, Campo de’ Fiori è gremito di gente sin dal mattino. La resistenza di Giordano Bruno all’abiura l’ha reso ancora più famoso della sua filosofia. Nonostante sette durissimi anni di carcere, procede verso la pira sulle proprie gambe, forte nel corpo e nello spirito. Non si piega, non si dispera, non urla. Il popolo comincia a sospettare che Dio sia dalla sua parte. Proprio ciò che voleva evitare Clemente VIII.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Viene spogliato e legato al palo; sotto i suoi piedi vengono sistemate le fascine che a breve arderanno. Una scintilla ed il fuoco si anima, bruciando la carne. Il fumo avvampa i polmoni. Il dolore è atroce. Poco dopo, una grande fiammata avvolge il corpo e la sua vita, infine, si spegne. Non così le sue idee.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b> </b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Storia di un monumento</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nel 1874, quando l’Italia è da poco diventata uno Stato e i Savoia sono entrati a Roma, Pio IX si dichiara prigioniero politico, emanando il <i>non expedit</i>, ossia il divieto, per i cattolici, di partecipare alla vita politica dello Stato, da cui prende vita la cosiddetta <i>Questione Romana</i>. Gli ideali cavouriani che informano la legge delle Guarentigie non allentano la tensione. In questo clima teso nasce il progetto di erigere, nel punto esatto in cui fu allestito il rogo, una statua in memoria di Giordano Bruno.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La resistenza cattolica alla realizzazione del progetto è simbolo dei contrasti tra Stato e Chiesa. Il monumento ad un “eretico per eccellenza”, arma laica contro la Roma papalina, viene inaugurato il 9 giugno 1889, con gran giubilo di Francesco Crispi e degli altri sostenitori del progetto, tra i quali molti intellettuali, come Hugo, Bakunin ed Ibsen. La statua bronzea, realizzata da Ettore Ferrari, reca sulla base un’iscrizione pregna di fervore libertario: <i>«A Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse»</i>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La polemica, però, non si spegne e nel cinquantennio seguente il Vaticano continua ad esprimere disapprovazione. Nel 1929, durante i lavori dei Patti Lateranensi, papa Pio XI mette sul tavolo delle trattative l’abbattimento di quella statua, riuscendo ad ottenere da Mussolini solamente il divieto di assembramenti in piazza.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Ancora oggi, nonostante la riabilitazione di Galilei, nonostante le scuse presentate da Giovanni Paolo II a tutte le vittime dell’Inquisizione, la Chiesa non riesce a separare dogma e filosofia nel leggere il pensiero del <i>nolano</i>, il quale resta quasi sospeso tra Paradiso e Inferno, tra Libertà ed Eresia, al centro di una splendida piazza situata alle spalle di S. Andrea della Valle, chiesa della Tosca pucciniana e del suo eroico Cavaradossi, focoso adepto della prima Repubblica Romana. Toh, ancora un fuoco liberale, da quelle parti!</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 01.12.2016]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div> <div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">© Foto da un dipinto di Albertina Giannelli</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><br></b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Per approfondire</b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>Luigi Firpo</b>, <i>Il processo di Giordano Bruno</i>, Salerno Editrice, Roma, 1993</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>Gabriele La Porta</b>, <i>Giordano Bruno. Vita e avventure d’un pericoloso maestro del pensiero</i>, Bompiani, Milano, 1991</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>Rita Pomponio</b>, <i>Il papa che bruciò Giordano Bruno</i>, Piemme Casale Monferrato, 2003</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>Fabio Troncarelli</b>, <i>La condanna di Giordano Bruno. Pia denuncia o trappola?</i>, in Storia e Dossier, 2000, n. 150, p. 40</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 01 Dec 2016 12:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giuliano de' Medici. Assassinio in Santa Maria del Fiore]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000F"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><div class="imTAJustify"><div>Nella primavera del 1478 Firenze è in festa per la visita di Raffaele Sansoni Riario, nipote di papa Sisto IV della Rovere, giovanissimo porporato detto il <i>cardinalino</i>. La sua presenza è occasione per i maggiorenti di esprimere munifica ospitalità. Sono due, in particolare, le famiglie che si contendono questo onore, quella dei Pazzi e quella dei Medici, entrambe proprietarie di rinomate banche. I Medici, però, con Lorenzo e Giuliano, nipoti prediletti di Cosimo il vecchio, sono anche al governo. Notevoli i loro investimenti nell’arte e nello svago cittadino, nella cura degli interessi di Firenze, ma anche molto ferrea la loro gestione della cosa pubblica. I fiorentini li amano, sebbene non manchino accuse di tirannide, voci di detrattori; tra queste spicca, seppure in principio solo sommessamente, quella di Francesco Pazzi, loro amico in apparenza, ma, nella realtà, malevolo rivale, intenzionato ad ucciderli pur di conquistare il potere. La visita del <i>cardinalino</i> sembra l’occasione perfetta per farlo; avrebbe assicurato, infatti, la contemporanea presenza di Lorenzo e di Giuliano in uno stesso luogo, imprescindibile condizione per il successo della congiura, dal momento che colpirli separatamente sarebbe stato più difficile per il duplicarsi delle difese, senza contare il fatto che, se uno dei due fosse rimasto in vita, il governo della città non sarebbe cambiato e la più sanguinosa vendetta sarebbe calata su tutti i congiurati.</div><div>Tra coloro che progettano l’omicidio insieme ai Pazzi figurano tal Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, contro il quale Lorenzo si era apertamente schierato; Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi, amici di Francesco Pazzi; Jacopo Bracciolini; il conte Giovambattista da Montesecco, capitano pontificio; e due presbiteri, Stefano di Bagnone, precettore dei Pazzi, e Antonio da Volterra.</div> &nbsp;<div> <b>Ostilità fatali</b></div><div>Il corteo che accompagna il cardinale si riunisce per un primo fastoso banchetto nella villa dei Pazzi a Montughi. Giuliano, però, non si presenta a causa di un’indisposizione e, dunque, nulla accade. Il successivo festeggiamento si svolge nella villa dei Medici a Fiesole, ma, contro ogni previsione, anche lì Giuliano, ancora spossato dal malessere che l’ha colto, non interviene.</div><div>Le mani dei congiurati fremono: vogliono impugnare i coltelli, sfoderare le spade; vogliono il sangue dei Medici. L’occasione non tarda ad arrivare. Un ulteriore festeggiamento è previsto: il <i>cardinalino</i> avrebbe celebrato messa in Santa Maria del Fiore e, poi, avrebbe partecipato al più fastoso dei banchetti finora offerti, quello nel palazzo fiorentino dei Medici, in via Larga. Nel dubbio, però, che l’indisposizione di Giuliano possa ancora una volta impedirgli di partecipare al banchetto, i congiurati decidono di agire in chiesa, dove sicuramente entrambi i fratelli si sarebbero dati convegno.</div><div>Il segnale concordato è il tintinnio del campanello che precede l’ostensione dell’Ostia. Mentre in chiesa si sarebbero consumati gli omicidi, Salviati e Bracciolini si sarebbero recati a Palazzo della Signoria per uccidere il Gonfaloniere di Giustizia Cesare Petrucci, e Jacopo de’ Pazzi avrebbe incitato il popolo di Firenze a sentirsi finalmente libero e a sollevarsi contro i Medici.</div><div>Il progetto di uccidere in chiesa, tuttavia, fa orrore persino ad alcuni dei congiurati ed il conte di Montesecco rinuncia, in ultimo sostituito dai due presbiteri.</div><div>Un simile progetto omicidiario ben svela non solo l’odio dei Pazzi per i Medici, ma anche la loro sicurezza d’avere le spalle coperte dalla Santa Sede, che, in via ufficiosa, non condanna quel gesto, pur tanto sacrilego.</div><div>Sisto IV, infatti, ha un conto in sospeso con i Medici per un torto subìto cinque anni prima. Nel 1473 gli Sforza, tolta da tempo Imola a Taddeo Manfredi, avevano accettato di cederla a Sisto IV per 30.000 fiorini. A beneficiare della cessione sarebbe stato il nipote del Papa, Girolamo Riario, il quale avrebbe sposato Caterina Sforza e avrebbe dato ad Imola un governo papalino-sforzesco.</div><div>Per avere in prestito quell’ingente somma, il Papa si era rivolto ai Medici, fino ad allora banchieri di fiducia della Santa Sede. Tuttavia, Lorenzo, poco convinto dell’approssimarsi di Roma a Milano e alla Romagna, aveva rifiutato il prestito, spiegando con chiarezza ai propri concittadini le sue gravi perplessità politiche: se il Papa avesse trovato i soldi, Firenze avrebbe presto avuto degli scomodi vicini, in ardore di conquiste. E non aveva torto. Girolamo Riario aveva da sempre mire sulla Toscana e sull’ingente fortuna dei Medici. Stesso dicasi per suo fratello minore Raffaele, giovanissimo cardinale privo della benché minima vocazione. La corte papale, a quei tempi, era solo un potentissimo dicastero politico. Quanto a Sisto IV, come ben racconta il Brion <i>«sa che la sua causa è in buone mani: basta che chiuda gli occhi e gli altri agiranno per lui. Non gli si domanda che un tacito assenso, e il silenzio, in talune circostanze, equivale ad un’approvazione»</i>.</div><div>Purtroppo, però, Lorenzo non era stato ascoltato dai suoi fiorentini; quanto meno non da tutti. I Pazzi, infatti, avevano deciso di finanziare il Papa, il quale, da quel momento, aveva concesso loro tutto il suo appoggio. Dopo aver attribuito a costoro la carica di depositari della Camera Apostolica, carica storicamente medicea, aveva trasferito alla loro Compagnia anche l’esportazione e la vendita dell’allume di Tolfa, impartendo un duro colpo alla banca dei Medici.</div><div>Ai Pazzi, dunque, mancava solo il potere politico su Firenze e, pur dopo qualche tentennamento da parte di messer Jacopo, pensarono di poterlo conquistare con la forza. E, poi, la Chiesa avrebbe fornito loro il più valido appoggio di mani assassine, come quella a tutti nota di Giambattista da Montesecco. Peccato che, accecati dalla bramosia, non furono in grado di cogliere il fatto, di non poco conto, d’essere pedine nelle mani del Della Rovere e dei suoi nipoti. Avrebbero solo fatto il lavoro sporco per loro. Eliminati Lorenzo e Giuliano, infatti, Firenze sarebbe stata preda pontificia e non certo dei Pazzi.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>Messa insanguinata</b></div><div>Domenica 26 aprile 1478: l’atteso giorno della congiura è giunto. In chiesa mancano solo i Medici. Francesco Pazzi e Bernardo Bandini si guardano nervosamente, nel timore che l’indisposizione di Giuliano sia peggiorata ed abbia costretto anche Lorenzo in casa. Un tumulto di dubbi e di paure, di attesa e di determinazione assassina pervade l’animo dei due congiurati, che decidono di uscire dalla chiesa per andare a verificare. Incontrano i Medici strada facendo e, rassicurati, li salutano cordialmente, non lesinando abbracci, tesi a verificare l’eventuale presenza, sotto gli abiti, di giachi o corazze. Lorenzo è armato di spada; Giuliano inerme. Tutti e quattro si recano in chiesa. Insieme. Da amici (<i>sic!</i>).</div><div>L’atteso tintinnio della consacrazione dell’Ostia rompe il silenzio: l’ultimo suono evocatore d’una santità che viene squarciata dalla violenza e dal sangue. Sono tutti inginocchiati, anche Lorenzo e Giuliano. È massima la loro vulnerabilità. Le armi vengono sfoderate. Giuliano è il primo a cadere: </div><div><i><br></i></div><div><i>«Bandini, per primo, con un colpo trapassagli il petto. Il semivivo fa prova di fuggire, e lui dietro. Fatti alcuni passi, mancandogli col sangue le forze, mentre stramazza, eccogli sopra Francesco Pazzi, e i colpi non aspettano i colpi. Così ammazzano quel sì dabben giovane, l’amico mio dolcissimo»</i>, </div><div><br></div><div>scriverà Agnolo Poliziano, presente in chiesa.</div><div>Nel frattempo, anche Lorenzo viene aggredito e ferito gravemente al collo, ma reagisce in modo ferino e ha la meglio sui suoi assalitori. Un suo amico, Francesco Nori, muore facendogli scudo con il proprio corpo e consentendogli di rifugiarsi nella sagrestia. Un altro, Antonio Ridolfi, nel timore che le lame siano state avvelenate, succhia la sua ferita, sputando il sangue in terra. Lì, in quella stanza protetta dalle belle porte bronzee di Luca Della Robbia, accanto ai suoi più fedeli amici, lo raggiunge la notizia della morte di Giuliano, che lo ferisce ancor più del colpo di spada subìto.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>Il disegno criminoso sta volgendo al termine e dilaga fuori dalle navate insanguinate di Santa Maria del Fiore, ma fallisce. Salviati e Bracciolini vengono fatti prigionieri, mentre Iacopo Pazzi, che, cavalcando per le vie di Firenze, incita i cittadini alla ribellione con il grido <i>«Popolo e Libertà»</i>, si sente rispondere da ogni dove <i>«Palle! Palle!»</i> e, siccome i fiorentini ancora fedeli ai Medici, passati alla storia, appunto, come <i>pallisti</i> (il riferimento rimanda allo stemma mediceo), sono molti e gridano contro di lui con voce altrettanto ferma, se la dà a gambe.</div><div> </div> &nbsp;<div><b>Punizione e vendetta</b></div><div>Lorenzo vive il lutto in un'ambivalenza di emozione che stordisce: da un lato l'intimo dolore e, dall'altro, il titanico furore.</div><div>In un suo diario apocrifo, ritrovato e trascritto nell'Ottocento e pubblicato, poi, nel nostro secolo da Vannucci, scrive:</div><div><br></div><div><i>«La morte di Giuliano ha segnato il corso della mia vita in modo inestinguibile. Come chiudesse un primo momento del mio esistere e, senza alcun preavviso, ne avviasse un secondo, con me costretto a ripetermi nuove righe d'un testo completamente sconosciuto. Né io ho potuto, dopo d'essa, per giorni, e mesi, dovrei dire per anni, darmi un volto; assumere un aspetto ch'io sentissi vermanete mio dentro l'animo.</i><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i>L'accaduto aveva cancellato un insieme di forme; sconvolto non solo tutta la mia condizione di vita, ma mutilata senza alcun rispetto tutta una galleria di ritratti. Erano quelli che per anni avevano recitato nel ruolo, se non di amici sicuri, perlomeno in quello di avversari coscienti che una battaglia politica la si deve combattere con l'armi permesse, da un codice che regoli lo scontro».</i></div> &nbsp;<div>La furia di Lorenzo si abbatte sui congiurati. Un’ora dopo l’attentato i corpi senza vita di Salviati, Bracciolini e Francesco Pazzi pendono fuori dalle finestre di Palazzo della Signoria. A Botticelli andrà il macabro compito di immortalarli in un affresco, appesi a testa in giù come si conviene ai traditori. Per alcuni non si spreca nemmeno la corda: li si getta dalla finestra e la pubblica via è disseminata di cadaveri. Alla fine, verranno giustiziate più di ottanta persone. Il popolo di Firenze non inorridisce; anzi si esprime con <i>«atti ammirativi»</i>, come scriverà Leonardo da Vinci.</div><div>Jacopo Pazzi, inizialmente fuggito a Castagno, viene ricondotto in città e giustiziato, ma il furore della folla non è pago e il suo corpo diventa icona della vendetta celata dietro la punizione. Dapprima tumulato in Santa Croce, viene prontamente disseppellito poiché, si dice, immeritevole di sepoltura in luogo sacro. Deposto presso le mura cittadine, viene disseppellito ancora una volta da una banda di giovani fiorentini, detti i<i> fanciulli</i>, e usato come ariete contro il portone di quello che era stato il suo stesso palazzo. <i>«Aprite a messer Iacopo de’ Pazzi!»</i> urlano gli invasati. Dopo tale scempio, il corpo viene gettato in Arno: si spera che le acque del fiume mondino i suoi peccati e li allontanino da Firenze. Nemmeno il fiume, però, è in grado di concedergli riposo. Ripescato a valle, viene nuovamente impiccato e, quindi, gettato definitivamente in acqua.<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>L’unico che viene catturato vivo, almeno per un po’, è il Montesecco, dal quale si ottiene piena confessione scritta prima che al processo segua il taglio della testa. La confessione, resa pubblica a cura del cancelliere Bartolomeo Scala l’11 agosto, non lascia adito ad equivoci: il Papa è mandante di assassini.</div><div>Una simile epurazione, affiancata al discredito gettato sulla figura del Papa, offre il pretesto a quest’ultimo per scomunicare Lorenzo, nella speranza di riuscire laddove le lame dei Pazzi avevano fallito, ossia allontanarlo dal governo di Firenze. <i>«Figlio dell’iniquità e della perdizione»</i> lo definisce, paragonandolo al Giuda dei Vangeli, e minaccia guerra qualora Firenze non lo affidi alla sua punizione. Lorenzo è disposto a consegnarsi al Papa, ma la sua città gli si stringe attorno e affronta per mesi, con coraggio, battaglie e pestilenza.</div> &nbsp;&nbsp;<div><i>«Siamo in guerra et habbiamo l’exercito del papa et del re in su’ nostri terreni, non per alcuna altra cagione, se non perché habbiamo difesa la nostra libertà, et io in particulare perché non mi lasciai amazare come il quondam carissimo et iucundissimo mio unico fratello Giuliano»</i></div><div> </div> &nbsp;<div>scrive Lorenzo a Federico Gonzaga.</div><div>Poi giunge alla disperazione.</div><div>Lorenzo, a quel punto, non può fare altro che recarsi a Napoli, ove, nel febbraio 1480, riesce a convincere re Ferdinando I d’Aragona a firmare la pace, in ciò aiutato dalla minaccia turca che, in quei primi mesi dell’anno, si va facendo sempre più concreta, distogliendo l’attenzione di Napoli da Firenze. Suggestiva ma non certa la tesi che i turchi abbiano deliberatamente favorito la città medicea, forzando, con l’assedio di Rodi e la battaglia di Otranto dell’estate 1480, il rientro delle truppe napoletane, rimaste in Toscana nonostante la pace fatta. Maometto II, del resto, è lo stesso sultano che, palesando stima nei confronti di Lorenzo, gli aveva concesso l’estradizione di Bernardo Bandini, l’ultimo dei congiurati ad essere catturato. Il più importante. L’esecutore materiale dell’omicidio di Giuliano. &nbsp;Poco dopo l’uccisione di Giuliano, infatti, Bandini aveva raggiunto Costantinopoli e lì era rimasto fino al 29 dicembre 1479, quando, riportato a Firenze in ceppi, era stato giustiziato ed esposto al pubblico sguardo; punizione esemplare affidata, per futura memoria, all’arte di Leonardo da Vinci che ne disegnò il corpo senza vita in un’intensa opera oggi conservata al museo Léon Bonnat di Bayonne, dopo averne scientificamente annotato i particolari.</div> &nbsp;<br><div><i>«berrettino di tane</i></div><div><i>farsetto di raso nero</i></div><div><i>cioppa nera foderata</i></div><div><i>giupba turchina foderata</i></div><div><i>di ghole di gholpe</i></div><div><i>elchollare della giupba</i></div><div><i>soppannato di velluto appicci</i></div><div><i>lato nero errosso</i></div><div><i>Bernardo di Bandino</i></div><div><i>Baroncigli</i></div><div><i>calze nere»</i>.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Sia nel 1479, sia nel 1480 fu serrato lo scambio di messaggi tra Costantinopoli e Firenze e l’invio di doni da parte di quest’ultima; che fossero un ringraziamento per l’estradizione o per l’attacco agli aragonesi non è dato sapere. L’unica certezza è che, con la morte di Bandini, si chiude definitivamente il capitolo sull’assassinio di Giuliano, ancora oggi icona di empietà, poiché quel sangue versato in chiesa, durante l’ostensione del corpo di Cristo nel sacro pane, macchia i libri di storia forse più dell’aspra punizione medicea.</div> &nbsp;<br><div><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div><div>[InLibertà.it, 04.11.2016]</div><div><br></div><div><b>© Foto di Andrea Corsi da Pixabay</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div> </div> &nbsp;<div><b>Per approfondire</b></div><div><b>Piero Bargellini</b>, <i>I Medici</i>, Bonechi, Firenze, 1980</div><div><b>Marcello Brion</b>, <i>Lorenzo il Magnifico</i>, Archetipografia, Milano, 1938</div><div><b><span class="ff1">Giulio Busi</span></b><span class="ff1">, </span><i><span class="ff1">Lorenzo de' Medici. Una vita da Magnifico</span></i><span class="ff1">, Mondadori, Milano, 2016</span></div><div><b>Franco Cardini</b>, <i>Assassinio nella cattedrale</i>, in Storia e Dossier, 1992, n. 64, p. 39</div><div><b>Umberto Dorini</b>, <i>Lorenzo il Magnifico</i>, Vallecchi, Firenze, 1949</div><div><b>Eleonora Plebani</b>, <i>Lorenzo e Giuliano de' Medici. Tra potere e legami di sangue</i>, Bulzoni, Milano, 1993</div><div><b>Marcello Vannucci</b>, <i>Il Magnifico racconta</i>, Newton Compton, Roma, 1991</div><div><b>George Frederick Young</b>, <i>I Medici</i>, voll. I-II, Salani, Firenze, 1969</div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 04 Nov 2016 12:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Halloween oltre le zucche]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000010"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Ogni anno, il 31 ottobre, sento voci levarsi contro il festeggiamento di Halloween, gridando alla stregoneria, al paganesimo, al vilipendio della religione. Non è proprio così.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Halloween, </span><i><span class="cf1">Allhallows’ Eve</span></i><span class="cf1">, è parola composta da </span><i><span class="cf1">Hallow</span></i><span class="cf1">, il cui principale significato attiene alla santificazione, ed il suffisso </span><i><span class="cf1">–een</span></i><span class="cf1">, che, pari ad Eve, significa vigilia, contrariamente a </span><i><span class="cf1">–mas</span></i><span class="cf1">, che indica la festa vera e propria (il primo novembre, infatti, è </span><i><span class="cf1">Hallowmas</span></i><span class="cf1">, la festa di Ognissanti, così come il Natale è </span><i><span class="cf1">Christmas</span></i><span class="cf1">, la festa di Cristo).</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">La festa di Ognissanti è un innesto cristiano sulla precedente tradizione pagana e non viceversa. Durante la cristianizzazione del nord Europa alcuni miti pagani caddero facilmente sotto i “consigli” o i divieti della Chiesa; altri, però, erano troppo radicati e troppo sentiti per sparire. La Chiesa, dunque, li fece propri, adagiando su quelle feste, su quelle ritualità, proprie ricorrenze. In tal modo ha avvicinato il festeggiamento pagano a quello cristiano.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Cosa si festeggiava, dunque, il primo novembre, prima che i cristiani attribuissero a quella data la celebrazione di tutti i Santi?</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">I Celti dividevano l’anno essenzialmente in due semestri: il primo novembre si festeggiava </span><i><span class="cf1">Samhain</span></i><span class="cf1">, l’inizio dell’anno, che coincideva con l’inizio del semestre invernale, dell’oscurità, del freddo; il primo maggio si festeggiava </span><i><span class="cf1">Beltane</span></i><span class="cf1"> o </span><i><span class="cf1">Cetsamhain</span></i><span class="cf1">, l’inizio del semestre di luce, di raccolti e prosperità. Queste due feste erano inframmezzate da altre due, </span><i><span class="cf1">Imbolc</span></i><span class="cf1"> il primo febbraio e </span><i><span class="cf1">Lughnasadh</span></i><span class="cf1"> il primo agosto.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Tutte e quattro le feste, che si celebravano esattamente quaranta giorni dopo i solstizi e gli equinozi, quando il sole era a 16° 20’ a nord o a sud</span><span class="cf1"> &nbsp;</span><span class="cf1">- purtroppo, non è questa la sede per esplorare analiticamente questa affascinante scelta -</span><span class="cf1"> &nbsp;</span><span class="cf1">erano caratterizzate da lauti banchetti e falò, tanto che venivano chiamate anche “feste del fuoco”.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Orbene, il </span><i><span class="cf1">Samhain</span></i><span class="cf1">, segnando il passaggio dalla luce estiva all’oscurità invernale, rappresentava anche il passaggio da un mondo all’altro. E l’altro mondo era il </span><i><span class="cf1">Sìdh</span></i><span class="cf1">, regno degli spiriti comuni, degli spiriti eccelsi e di quelli infimi, il regno degli esseri fatati e magici e delle anime destinate a nascere in futuro.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Il 31 ottobre, dunque, ultimo giorno dell’anno celtico, al calare della sera, in un contesto disancorato dalle leggi del tempo e dello spazio, che favoriva la divinazione e amplificava i poteri sovrannaturali, gli abitanti del </span><i><span class="cf1">Sìdh</span></i><span class="cf1"> potevano accedere alla Terra per trascorrere l’intera notte con i vivi, parenti e amici. Durante l’incontro, gli spiriti parlavano del passato, del presente, ascoltavano i bardi con i loro cari e soprattutto li proteggevano. L’apertura tra il mondo dei vivi e quello dei morti, infatti, non era selettiva e, dunque, sulla terra arrivavano anche spiriti maligni, demoni e quant’altro. Ebbene, si riteneva che lo spirito dei propri antenati in casa, raffigurato, poi, nella zucca illuminata, impedisse al Male di entrare.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Senso di protezione e condivisione con il defunto dello spazio e del tempo dei vivi: opinabile che la matrice di simili istanze sia solo pagana. Molti sono i luoghi italiani in cui, nella notte del 1° novembre, si festeggia qualcosa di molto simile. Ancora oggi, in Italia, esistono paesi nei quali si apparecchia la tavola per il caro estinto, o si organizzano pic-nic al cimitero per condividere il desco con lui, o si preparano i dolcetti dei morti. E ciò ancor prima dell’esplosione mediatica della festa di Halloween.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Anticamente in Valle d’Aosta e anche in Piemonte si lasciavano sulla tavola pietanze per i morti in visita. Alcuni lo fanno ancora. In Lombardia veniva lasciata dell'acqua in cucina per consentire ai defunti di dissetarsi, e in Friuli all'acqua si affiancava del pane. In Liguria, invece, i bambini bussavano alle porte delle case in cerca del "ben dei morti": fave secche e castagne bollite. In Calabria i bambini intagliavano le zucche a forma di teschio e giravano per il paese in cerca di elargizioni: </span><i><span class="cf1">«Me lo pagate il teschio?»</span></i><span class="cf1">. Anche in Abruzzo vige l'arte delle zucche intagliate, all'interno delle quali viene posta una candela, per farne una lanterna da mettere accanto alle finestre in onore delle anime dei cari estinti. In Sicilia, ai bimbi buoni giungono doni dai morti e in Sardegna i bambini chiedono, di casa in casa un'offerta in dolciumi per il bene delle anime.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">In buona sostanza, la sovrapposizione della tradizione cristiana a quella celtica concerne sia il festeggiamento, comune ad entrambi i culti, sia il periodo dell’anno per la celebrazione, avendo, i cristiani, fissato la festa di Ognissanti nello stesso giorno della tradizione celtica e avendo spostato la ricorrenza dei morti al giorno seguente, in modo da dare continuità alla fusione dei due momenti. D’altronde solo in questo modo la Chiesa poteva sperare di conservare nel suo impero d’anime i celti. Se avesse condannato l’Halloween, o l’avesse fissato in altra data, lontana dal loro capodanno, li avrebbe persi! Halloween, dunque, non è una festa pagana e la Chiesa non può condannarla, visto che l'ha implicitamente riconosciuta, affiancandola alle proprie.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">Ovviamente, con il progredire dei secoli, la tradizione si è colorata di elementi folkloristici: le zucche e le maschere tratte dall’immaginario del mondo occulto, tra cui fantasmi, streghe, vampiri e demoni, nonché il pellegrinaggio dei bambini mascherati da esseri infernali che minacciano la casa se non si concede loro qualche dolcetto.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">A dire il vero, ogni volta che parlo del </span><i><span class="cf1">Samhain</span></i><span class="cf1">, più che una zucca illuminata o una maschera, a me viene in mente Giacomo Leopardi; in particolare una sua splendida Operetta Morale </span><i><span class="cf1">Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie</span></i><span class="cf1">. La ricordate? Una notte di un </span><i><span class="cf1">«anno grande e matematico»</span></i><span class="cf1"> nel gabinetto scientifico del notomista Ruysch le mummie iniziano a parlare. Possono farlo per un quarto d’ora e solo se interrogate da un vivente.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">L’aldilà leopardiano è sicuramente meno vivace di quello celtico: i morti vivono nell’assenza di sensazioni e di dolore, in pratica conoscono la felicità secondo Schopenhauer; tuttavia la misteriosa congiuntura astrale che rende possibile il dialogo, ossia l’apertura di un varco tra vita e morte, mi ha sempre fatto pensare ad un’escursione leopardiana nel mondo celtico, o, forse, in quello egizio delle false porte di cui, però, con mio immenso rammarico, non è questa la sede per parlare.</span></div> &nbsp;&nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf1">© di Raffaella Bonsignori</span></b><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="cf1">[InLibertà.it, 31.10.2016]</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="cf1">© Foto di Raffaella Bonsignori</span></b><b></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 31 Oct 2016 12:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ghino di Tacco. Bandito gentiluomo a Radicofani]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000C"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"> &nbsp;<b class="imTAJustify fs12lh1-5">La Toscana tra guelfi e ghibellini</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alla fine del Duecento la Valdichiana era teatro di sanguinose lotte tra guelfi e ghibellini. La Siena del podestà Guidone di Battifolle, nell’imporre la cosiddetta </span><i class="fs12lh1-5">pax guelfa</i><span class="fs12lh1-5">, praticava una politica repressiva contro chiunque osasse porsi in contrasto con il governo cittadino. Molte durissime punizioni vennero impartite in modo esemplare dal giudice aretino Benincasa, che affiancava il podestà.</span><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Un solo uomo, però, Siena temeva sopra ogni altro, essendo in grado di trascinare folle, guidare piccoli eserciti di ribelli, rubare, uccidere chi considerava nemico. Il suo nome era Tacco Cacciaconti, figlio di Ugolino, già strenuo oppositore del regime guelfo. Rifiutandosi di consegnare ai senesi il proprio feudo, Le Fratte, e diventare, così, suddito in casa propria, Tacco venne dapprima sanzionato con multe spropositate, che di fatto lo espropriarono di tutti i suoi beni, e, poi, condannato a morte in contumacia. Naturalmente, la condanna non lo fermò e, con un gruppo di uomini al suo comando, continuò a combattere Siena e i guelfi, a fare il bandito, termine da usare nell’accezione propria di allontanato dalla patria, reietto, necessariamente dedito a ruberie per sopravvivere.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Difficile vincere contro uomini che sanno come combattere e come nascondersi. L’unica possibile arma è sfaldare la coesione del gruppo dall’interno. Seguendo questo ragionamento, il podestà Guidone riuscì ad agganciare alcuni seguaci di Tacco e, con promesse di denaro e di favori politici, li convinse a tradirlo. Fu così che, nel 1285, l’uomo imprendibile, il bandito per eccellenza, il terrore dei guelfi venne catturato, imprigionato, sottoposto alla tortura della corda ed infine decapitato in piazza, nel Campo senese, insieme al fratello.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Ghino, il suo giovane figlio, assistette all’esecuzione nascosto tra la folla ed il seme della vendetta si insinuò nel suo animo. Si unì ai ribelli e per i dodici anni seguenti tenne in scacco le forze senesi.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Ghino, bandito gentiluomo</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nel 1290 una condanna a morte fu pronunciata anche nei confronti dell’imprendibile Ghino, il quale, incurante di ciò, continuò nelle sue scorrerie contro i guelfi, recuperando così il denaro utile a pagare i suoi soldati e a sopravvivere con loro. La vita del fuggiasco, però, non poteva durare a lungo. Ghino sapeva che, se avesse voluto tenere uniti i suoi uomini, avrebbe dovuto trovare un fortilizio in cui insediarsi con essi. Tornare in possesso di un castello, inoltre, significava porre le basi per ripristinare l’antico splendore della famiglia e, forse, ottenere la grazia. Tentò dapprima di costruirsene uno tra Sinalunga e Guardavalle, ma Siena non lo permise; quindi si recò a Radicofani per conquistarne la rocca fortificata.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Avamposto pontificio, la rocca godeva di una posizione altamente strategica, trovandosi quasi al confine tra i territori di Siena e di Roma; inoltre era affacciata sulla via francigena, la più frequentata da mercanti e viaggiatori; e, soprattutto, dai suoi 896 metri di altitudine, consentiva di controllare i territori circostanti a tutto tondo. Ancora oggi, dalla cima della torre, in compagnia del vento e del silenzio, si ha l’impressione di dominare il mondo.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Per Ghino non era affatto impossibile conquistare quel baluardo; era passato molto tempo, infatti, da quando era così ben messo in armi da fermare la calata di Barbarossa. Ormai era null’altro che un maniero abitato da una guarnigione papalina priva della capacità di respingere qualunque attacco, essendo formata da pochi uomini avvezzi a far nulla.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">In una fredda notte di dicembre del 1297, dunque, Ghino riuscì senza grandi sforzi a conquistare la fortezza e divenne il nuovo Signore della città, con grande giubilo degli abitanti del luogo che in lui trovarono un governante giusto e, soprattutto, generoso, visto che, per non gravarli fiscalmente, continuò a vivere di brigantaggio, praticato preferibilmente contro ricchi mercanti guelfi. Alle sue vittime, però, toglieva molto ma non tutto, lasciando loro i mezzi sufficienti a rimettere su il proprio commercio; al povero pellegrino, invece, o al passante modesto non solo non toglieva, ma elargiva generose doti, così come faceva con il popolo di Radicofani. Benvenuto da Imola narra che, fermato uno studente universitario, gli chiese quanti soldi avesse e questi, terrorizzato per quell’incontro, non mentì sull’esiguo contenuto della sua borsa. <i>«Ma così studierai male; promettimi di studiare come si deve»</i> gli disse e gli consegnò una borsa d’oro.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nonostante la generosità, la sua fama di combattente non era affatto da sottovalutare, tanto che neppure il Papa mosse contro di lui per riprendersi il castello. A mia opinione, non è da escludere un silente appoggio di Roma al bandito. Ghino e Bonifacio VIII avevano nemici comuni, dopo tutto. I guelfi senesi erano legati agli angioini, appoggiati, nella loro lotta contro gli aragonesi, da Filippo il Bello, che non godeva, certo, le simpatie del Papa, avendo ignorato la bolla <i>Unam Sanctam</i>, nella quale si riaffermava la superiorità del potere spirituale su quello temporale.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>E vendetta sia</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Ghino aveva un castello, ora, ed il popolo di Radicofani lo amava, ma niente di tutto ciò poteva cancellare dal suo animo la sete di vendetta per la morte del padre. Il giudice Benincasa, temendo la sua ira, si era rifugiato a Roma. Inutile stratagemma. Venne, infatti, il giorno in cui, mascherato da frate, Ghino si introdusse nell’aula dove Benincasa teneva udienza e, con un colpo netto di spada, lo decapitò, infilzando la testa sulla picca che portò trionfante a Radicofani.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Dante, concedendo, da guelfo a guelfo, una chance di salvezza all’anima del Benincasa che, invece, sarebbe stato bene all’inferno, descrisse questo episodio nel VI canto del Purgatorio: <i>«Quiv’era l’Aretin che dalle braccia fiere di Ghin de Tacco ebbe la morte»</i>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Si è a lungo discusso se quel <i>fiere</i> fosse per Dante sinonimo di bestiali o di nobili. Tenuto conto della simpatia generale per Ghino da parte degli scrittori medievali, c’è da confidare nella seconda accezione. Jacopo della Lana, ad esempio, ci tenne a sottolineare che la ferocia con cui aveva vendicato la morte del padre era assolutamente eccezionale, esulando dal buon carattere di Ghino. Né diverso è il giudizio dei posteri. Il Guerrazzi lo descrisse affascinante, uno <i>«di quegli uomini che sono di anima e di corpo sicuri»</i>. Persino Giovanni Pascoli ne fu sedotto e gli dedicò una poesia.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">L’uccisione del giudice, ovviamente, non lo rese simpatico ai romani e Bonifacio VIII fu più volte sollecitato a prendere provvedimenti contro di lui, ma in sua difesa si schierò l’abate di Cluny, uno degli uomini più potenti di Francia che il Papa teneva in grande considerazione, soprattutto in quel momento di aspri contrasti con Filippo il Bello.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Si narra che, tempo addietro, l’abate percorrendo la francigena di Radicofani diretto alle terme di San Casciano per curare lo stomaco dagli eccessi di cibo e di buon vino, fosse stato portato nel castello di Ghino e lì rinchiuso in una cella ai piedi della torre, una stanza non piccola, né scomoda, dove fu nutrito solo a fave secche, pane e vernaccia per qualche giorno. Con quella dieta, che Ghino, grazie ai suoi passati studi di medicina, sapeva essere benefica, l’abate guarì. Dopo di che fu liberato e invitato a banchettare con i suoi uomini, ospiti al castello. L’abate rimase colpito da questo bandito gentiluomo e comprese l’amaro passato che lo aveva costretto a macchiare con il delitto la sua innata signorilità: <i>«Maledetta sia la fortuna, la quale a sì dannevole mestiere ti costringe!»</i> esclamò l’abate, secondo il Boccaccio, che nel Decameron narra la vicenda.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Viaggio a Roma</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">L’intercessione dell’abate di Cluny diede i suoi frutti, poiché Bonifacio VIII, perdonato Ghino, lo chiamò a Roma intorno al 1300 per assegnargli una rendita e nominarlo priore dell’Ordine Cavalleresco degli Spedalieri di San Giovanni in Gerusalemme; come tale, Ghino per tre anni attese alla difesa del Papa, che aveva non pochi nemici, soprattutto fra le più antiche famiglie romane. Tra costoro Sciarra Colonna, il quale fu reclutato da Guglielmo Nogaret, ufficiale di Filippo il Bello, per rapire il Papa e portarlo a Lione dove sarebbe stato giudicato per simonia. Secondo la storia, o, forse, la leggenda, il luogo prescelto era Anagni, paese natale del Papa, dove questi si sarebbe recato a riposare; la data era il 7 settembre 1303; il segnale che avrebbe dato inizio al ratto sarebbe stato uno schiaffo del Colonna sul volto del Papa. Il progetto, però, trovò in Ghino un invalicabile ostacolo. Questi, infatti, avendo intuito poco chiare manovre, aveva schierato bene i suoi uomini e, combattendo valorosamente, aveva disperso i congiurati.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Lo stress per l’onta subìta ed il pericolo corso, tuttavia, aggravò le già precarie condizioni di salute di Bonifacio VIII, il quale, tornato a Roma, il mese dopo morì.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Ghino, ormai nemico dei nemici del Papa, decise di lasciare Roma. Essendo stato amnistiato da Siena il suo reato, volle tornare in Valdichiana; ma l’inimicizia di certe persone supera perdoni ed amnistie e nei pressi di Sinalunga fu presto stretto in un agguato ed ucciso. Questo è ciò che alcuni dicono, perché di certezze sulla sua fine non ve ne sono.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Di lui si perdono le tracce nel 1303; aveva 38 anni. Una vita breve e pur così piena di eroici furori da diventare leggenda.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Ghino di Tacco e Bettino Craxi</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Negli anni Ottanta del XX secolo, Eugenio Scalfari, allora direttore de <i>La Repubblica</i>, paragonò Craxi a Ghino di Tacco, perché acclamato da tutti come generoso, ma, in realtà, bandito. In risposta, Craxi firmò alcuni sagaci corsivi sull’Avanti con l’acronimo <i>GdT</i>, ma la sovrapposizione tra sé e Ghino potrebbe non essersi limitata a questo. Nel 2009, infatti, ormai ritiratosi in quel di Hammamet, Craxi diede alle stampe il libro <i>Ghino di Tacco. Gesta e amistà di un brigante gentiluomo</i>, dove, pur nel rigore storico degli eventi narrati, inserì parti romanzate e un codice nascosto di sensazioni ed osservazioni personali sulla politica italiana.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La vicenda di Ghino è scritta con passione e ammirazione; con grande pathos rispetto a quel suo vissuto da perseguitato.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Lo spazio è tiranno. Estrapolo solo poche frasi.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Nell’arrivo a Radicofani sottolineò la benefica lontananza dai <i>«guelfi di Siena coi loro servi, i loro falsi giudici, i loro boia al guinzaglio»</i>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">In Ghino, vide l’eroe, l’uomo d’onore <i>«di quelli che ai tempi nostri sono sempre più rari. Banditi sono coloro che lo perseguitano»</i>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">E nel descrivere la folla che Ghino osserva di lontano, ai funerali del Papa, con le sue tante braccia e mani e piedi capaci di trascinare e travolgere, pensò ad una piovra che si muove imprevedibile, a volte contro la volontà delle persone: <i>«E Ghino ripensò alle sue vicende personali, nelle quali spesso aveva dovuto avere a che fare con quella piovra»</i>!</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"> </div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> [InLibertà.it, 24.10.2016]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - </span></b><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Castello di Radicofani</span></b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"> </div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Anonimo</b>, <span class="fs12lh1-5"><i>Ghino di Tacco. </i></span><i><span class="fs12lh1-5">Una storia </span>medievale</i><span class="fs12lh1-5">, Mondadori, Milano, 1986</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Bruno Bentivogli</b><span class="fs12lh1-5"> (a cura di), </span><i class="fs12lh1-5">Ghino di Tacco nella tradizione letteraria del Medioevo</i><span class="fs12lh1-5">, Salerno Editrice, Roma, 1992</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Bettino Craxi</b><span class="fs12lh1-5">, </span><i class="fs12lh1-5">Ghino di Tacco. Gesta e amistà di un brigante gentiluomo</i><span class="fs12lh1-5">, Koinè, Roma, 1999</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Ferruccio Marcello Magrini</b><span class="fs12lh1-5">, </span><i class="fs12lh1-5">La verità storica su Ghino di Tacco</i><span class="fs12lh1-5">, Bruno Chigi Editore, Rimini, 1987</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 24 Oct 2016 10:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il traditor pisano. La storia criminale del conte Ugolino]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000B"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>6 agosto 1284: battaglia della Meloria</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La guerra tra Pisa e Genova per conquistare la supremazia sui mari era arrivata ad un punto topico con la battaglia della Meloria, piccola isola al largo di Livorno, dove i genovesi schierarono novantaquattro galere al comando generale di Oberto Doria e i pisani centodue agli ordini del podestà Alberto Morosoni. La tattica di battaglia attuata dai genovesi fu semplice ed efficace: traendo in inganno i pisani, inizialmente schierarono solo sessantaquattro galere, tenendone trenta al riparo dell’isola, al comando di Benedetto Zaccaria. Credendosi numericamente superiori, i pisani andarono allo scontro, subendo una drammatica sconfitta che costò loro molti uomini: cinquemila caduti e diecimila prigionieri.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Ugolino della Gherardesca</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Tra i comandanti della flotta pisana spiccava il nome di Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico, illustre artefice del trattato tra Pisa e Carlo d’Angiò di dodici anni prima. Dalla battaglia della Meloria non uscì bene, però. La manovra che ordinò al proprio contingente navale assomigliò ad una ritirata strategica e venne accusato da alcuni cronisti a lui contemporanei d’aver mascherato dietro la disfatta un proprio maldestro tentativo di fuga. Ma la storia, si sa, in assenza di prove documentate, cambia a seconda di chi la racconta e quella di Ugolino della Gherardesca, in particolare, è densa di opinioni divergenti che la rendono, in realtà, ancora oggi per la maggior parte sconosciuta.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Nuovi venti soffiarono a Pisa</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Terminata la guerra, avendo il Morosoni tra i prigionieri, Pisa aveva bisogno di un nuovo podestà ed il Consiglio Generale elesse Ugolino.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Genova, nel frattempo, volendo indebolire ulteriormente Pisa col tesserle intorno una rete di nemici legati tra loro, andava stringendo alleanza con le principali città guelfe della Toscana, che erano, poi, quelle meglio in armi, ossia Firenze, Lucca, Pistoia, Siena, Prato e Volterra. A voler rimanere radicalmente ghibellina, com’era tradizione, Pisa rischiava il definitivo annientamento. Ugolino, pertanto, pur d’origini ghibelline, si aprì al guelfismo. Nel suo disegno c’era dapprima un riavvicinamento alle città toscane che Genova aveva attratto a sé e, poi, la negoziazione di una tregua con Genova per loro tramite.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Certe alleanze hanno un costo, si sa. Tra le rinunzie pisane spiccarono i castelli di Asciano, Avane, Ripafratta e Viareggio.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Genova, nel frattempo, cercò di contrattare con Pisa la restituzione dei prigionieri a fronte del pagamento di una somma, ma Ugolino temporeggiò a lungo. L’aver trasformato Pisa in una città guelfa lo avrebbe esposto, infatti, alla vendetta dei rimpatriati, qualora avesse acconsentito alla loro liberazione. Si consolidò, dunque, l’idea che costoro restassero prigionieri a Genova ed il continuo flusso di parenti pisani che ivi si recavano per visitarli divenne proverbiale, tanto che, ancora oggi, si usa dire: <i>«Chi vuol vedere Pisa vada a Genova».</i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La nuova veste di notabile guelfo non gli andava affatto stretta, a dirla tutta. Del resto, era guelfa la schiatta che più ammirava, ossia i Visconti di Milano, con un ramo collaterale dei quali aveva persino stretto legami di parentela, avendo concesso in isposa sua figlia a tal Giovanni Visconti, giudice di Gallura.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">E fu proprio con suo nipote Nino, nato da questa unione, che, negli anni seguenti, Ugolino si unì nel governo di Pisa.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Acquisendo il titolo di Rettori e Governatori del Comune, nonno e nipote riformarono il <i>Breve Communis Pisani</i> e il <i>Breve Populi Pisani</i>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">L’ambizione e la sete di potere che li accomunava, però, ben presto divenne motivo di discordia e nel conflitto, ovviamente, entrarono alcune famiglie di notabili locali che tentarono la restaurazione ghibellina. Tra costoro gli Ubaldini, in particolar modo tal Ruggieri, arcivescovo di Pisa per nomina di papa Niccolò III.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Fiducia mal riposta</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Ruggieri individuò nel conflitto che divideva Ugolino e Nino Visconti un’occasione per restituire Pisa ai ghibellini, governandola da solo. Si finse amico di Ugolino e con questi tramò alle spalle del Visconti, assumendosi l’onere di spodestarlo. Era nei patti loro che, nel mentre, Ugolino si allontanasse dalla città per non essere direttamente coinvolto. E così fece. Subito dopo, però, Ruggieri cercò di impedire il suo rientro e al conte non rimase altro da fare se non forzare il blocco posto attorno alla città. Era il 30 giugno 1288.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Ovviamente Ugolino, appena rimesso piede a Pisa, affrontò infuriato l’Ubaldini, il quale, rifiutata categoricamente l’offerta di un governo condiviso, ché Ugolino non era più nella condizione di pretendere cariche, consolidò la propria posizione di podestà ed affrontò il suo rivale, coadiuvato da alcune delle più illustri famiglie pisane: i Gualandi, i Sismondi, e i Lanfranchi. Con questa sua improvvisata ma non poco potente lega vinse facilmente le esigue forze di Ugolino, lo fece arrestare insieme ai suoi figli, Gaddo e Uguccione, e ai suoi nipoti, Anselmuccio e Nino, e lo processò per alto tradimento, ossia tradimento della patria, perpetrato non tanto attraverso la cessione di castelli e territori, quanto con la soppressione dello spirito ghibellino in favore di quello guelfo, con il cambiamento della corrente politica al governo contro il volere della maggioranza dei cittadini. Tenuto conto delle frequenti lotte intestine in seno ad una stessa città, infatti, nel Medioevo il concetto di patria coincideva più con l’interesse della maggioranza, che con un territorio.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Orbene, pur volendo trascurare il fatto che, in assenza dell’alleanza guelfa promossa da Ugolino, Pisa non avrebbe più goduto d’autonomia alcuna, talché il tradimento era stato, in realtà, un rimarchevole espediente strategico, le colpe di Ugolino non erano di certo più grandi di quelle del Ruggieri. Entrambi, infatti, avevano governato mossi anche da un proprio forte interesse, dalla brama di potere personale, dal desiderio egoistico d’essere soli al comando della città. Proprio per questo la messa a morte di Ugolino, dei suoi figli e dei suoi nipoti, da parte di Ruggieri, suo pari nei torti fatti a Pisa e ai pisani, pare ancora oggi sproporzionata.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Una disumana condanna</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">I prigionieri vennero rinchiusi nella Muda, la torre che si affacciava sull’antica piazza delle Sette Vie, un tempo adibita alla muta delle aquile, donde il suo nome. Inglobata, sin dall’XI secolo, nel palazzo Gualandi, oggi palazzo dell’Orologio, dopo la prigionia di Ugolino e della sua progenie si guadagnò l’appellativo di Torre della Fame e fu adibita a prigione tanto che un’ala di quel palazzo divenne palazzetto di giustizia.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Fu una lunga prigionia. Per quasi un anno, dal luglio 1288 al marzo 1289, i condannati restarono rinchiusi senza che fossero presi provvedimenti nei loro confronti.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">L’incarcerazione di Ugolino, tuttavia, stava cominciando a sollevare dubbi nelle città guelfe di Toscana, con le quali egli aveva stretto alleanza; dubbi che avrebbero potuto presto trasformarsi in richieste di spiegazioni, in biasimo, in violenza. Ruggieri degli Ubaldini, pertanto, ritenne di doversi liberare di ‘sì scomodi prigionieri il prima possibile: senza che i pisani ne sapessero nulla, fece chiudere qualunque accesso alla torre e fece gettare le chiavi in Arno, murandoli vivi. Presto avrebbe dato la notizia della loro morte, per ben diversa causa, ovviamente, ed ogni murmure si sarebbe placato.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">I prigionieri, dunque, non erano più raggiungibili da alcuno, nemmeno da chi, pietoso, avesse voluto portare loro da mangiare e da bere. La punizione ideata e attuata da Ruggieri fu atroce: Ugolino, i suoi figli e i suoi nipoti, come previsto, morirono di inedia.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">La scelta di coinvolgere nel supplizio anche i figli e i nipoti era tesa ad evitare che la salvezza anche di uno solo di loro potesse dare adito a giusta vendetta. La decisione di tenere questo segreto, invece, mirava a scongiurare che i guelfi toscani potessero intervenire <i>manu militari</i> contro Pisa, quasi Ugolino, in forza dell’ingiustizia subìta, potesse incitarli dall’aldilà.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Ugolino nell’inferno dantesco</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Come accennato, il Sommo Poeta immortala nei suoi versi la vita di Ugolino. Non potendo cambiare la storia od ignorare il tradimento per cui era stato giudicato, lo colloca nell’Antenora, la seconda zona, dedicata ai traditori della patria, in cui è distinto il nono cerchio dell’Inferno, così chiamata da Antenore, colpevole d’aver favorito l’ingresso dei Greci a Troia, sua città.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Dante, però, non si limita a descrivere Ugolino della Gherardesca segnato dalla sua infamia; ne mostra anche l’umanità, ne descrive il dolore, interpreta ciò che lo affligge e ciò che affligge i figli e i nipoti, i quali, strazio nello strazio, gli chiedono aiuto, poco prima di morire; un aiuto che lui, fatalmente, non può dare.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Vuole una leggenda, scritta da chi non l’ebbe in simpatia, che Ugolino si sia cibato dei cadaveri dei suoi stessi figli, ma non v’è ragione di crederlo. Anche i versi danteschi sono stati a lungo oggetto di simile lettura:</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><br></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i>«Vid’io cascar li tre ad uno ad uno</i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i>tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’io mi diedi,</i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i>già cieco, a brancolar sovra ciascuno,</i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i>e due dì li chiamai, poi che fur morti:</i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i>poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno»</i>.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"> </div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">Ciò di cui il Poeta parla non ha, secondo me, nulla a che fare con il cannibalismo, ma solo con uno sconfinato dramma umano: dopo aver ascoltato impotente lo strazio della fame e della sete nei suoi ragazzi, li chiama, perché non vede più. Li chiama per due giorni. Poi, stremato dal digiuno, ormai conscio della loro morte, li segue nella tomba, lasciando che la fame faccia quello che non è riuscito a fare l’immenso dolore.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">È un eroe sfortunato l’Ugolino dantesco; un uomo perso nella sua tragedia politica e personale, umana, genitoriale. L’amor guelfo muove Dante in favore di un altro guelfo, seppure ghibellino pentito, e persino la pena che gli riserva è, in realtà, una vendetta:</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><br></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i>«La bocca sollevò dal fiero pasto</i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i>quel peccator, forbendola ‘a capelli</i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i>del capo ch’elli avea di retro guasto»</i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i><br></i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><i> </i></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify">È la testa dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini quella di cui si ciberà in eterno Ugolino. Restituendogli il potere che gli era stato strappato con l’inganno e la violenza, Dante lo fa carnefice del suo carnefice. Un contrappasso che, pur nella brutalità di cui è colmo il cono luciferino, gli rende infine giustizia.</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[InLibertà.it, 04.10.16]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - Pisa, il Battistero</span></b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Per approfondire</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Eleonora Amelio – Simona Balboni,</b></span> <i class="fs12lh1-5">Il traditore tradito</i><span class="fs12lh1-5">, in Storia e Dossier, 1999, n. 140, p. 32</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Paolo Cau</b></span>, <i>Un tramonto sul mare</i>, in Medioevo, 2000, n. 3 (38), p. 36</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Emilio Cristiani</b></span>, <i>Nobiltà e popolo del Comune di Pisa. Dalle origini del podestariato alla signoria dei Donoratico</i>, Istituto Italino per gli Studi Storici, Napoli, 1972</div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Francesco Malegni – Maria Luisa Ceccarelli</b></span><i>, Il conte Ugolino di Donoratico tra antropologia e storia</i>, Plus, Pisa, 2003</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 04 Oct 2016 10:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Recensione del libro Fiume Bojaccia. Delitti e misteri romani sul Tevere]]></title>
			<author><![CDATA[Red. Corriere di Roma]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Fiume_Bojaccia"><![CDATA[La stampa e Fiume Bojaccia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000C6"><div class="imTACenter"><b>CORRIERE DI ROMA</b></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>Redazione</b></div>

<div class="imTAJustify"><i>23 settembre 2016</i></div>

<div class="imTAJustify"> </div>

<div class="imTAJustify">È un libro, edito da Bibliotheka Edizioni, che ripercorre
quella parte della storia criminale romana consumatasi sulle sponde del fiume
Tevere. Tra bellezze monumentali ed atroci delitti, <b>Raffaella Bonsignori</b>,
nota avvocatessa penalista romana ed assistente universitaria di Procedura Penale,
offre al lettore un viaggio nel tempo, dall'antica Roma all'epoca
contemporanea. Undici capitoli, altrettanti delitti ed una prosa elegante ed
efficace, che trascina il lettore in un vortice di curiosità, di attaccamento
alle parole ed alle vicende, al pathos che trasmettono, nel loro orrore e nella
loro beltà.</div>

<div class="imTAJustify">E' una prosa che ha un suo respiro, quella della Bonsignori;
un respiro lento, gravido di riflessioni, il cui ritmo muta con il mutare degli
eventi, fino a divenire affannato nella corsa verso l'assassinio.</div>

<div class="imTAJustify">Il presente storico, come giustamente osserva il generale
Luciano Garofano che ha scritto la prefazione, trasforma il saggio in un
thriller, lo rende accattivante, coinvolgente; contiene i caratteri originali
della teatralità e trascina il lettore all'interno di un gigantesco
palcoscenico allestito al di là del tempo, in luoghi che racchiudono meraviglie
ed oscenità, un senso continuo di perdizione, di abbandono e di redenzione.
L'arricchimento della gamma espressiva e della sensibilità plastica colloca i
protagonisti delle vicende narrate in vere e proprie raffigurazioni artistiche.</div>

<div class="imTAJustify">Il rigore della logica, della cronologia, l'esattezza
storica dei contenuti, delle citazioni, però, non devono essere dimenticati,
poiché permeano la struttura narrativa: <i>Fiume
Bojaccia </i>è un libro in cui sono raccolte storie vere, sebbene raccontate
dall'autrice con la maestria di una romanziera noir. E' un'opera che garantisce
una perfetta convivenza tra realtà e ricostruzione scenica: personaggi-uomini
si animano all'interno di drammi, si muovono nel proprio universo di dolori, di
verità parallele, in perenne bilico tra realtà e cultura umanistica, poiché la
prosa della Bonsignori va al di là della descrizione di un evento storico ed
entra nell'animo del carnefice, come in quello della vittima, entra nella testa
del popolo, nei foschi desideri del nemico, sia esso giudice, cronista, o Papa.</div>

<div class="imTAJustify">Più che un saggio, questo libro è una parabola storica che
ha in sé il seme della migliore narrativa naturalistica francese, dove la
denunzia delle aberrazioni umane è cristallizzata nell'impossibilità del
personaggio a sottrarsi al proprio destino. Tali sono le vittime ed i carnefici
di <i>Fiume Bojaccia</i>, prigionieri della
propria realtà violenta eppure capaci di dubbi, di debolezze, nobilitati da
dialoghi e pensieri che li rendono assolutamente veri, vicini, noti al lettore,
tangibili.</div>

<div class="imTAJustify">E' questa la quintessenza della divulgazione storica, in
fondo! La trasmissione del vero, anche quando è difficile, scomodo, denigrato,
e la narrazione intimistica degli eventi, delle battaglie combattute da esseri
umani, vittime, carnefici, giudici, o, per come li descrive la Bonsignori, da
tante coscienze a confronto.</div>

<div class="imTAJustify"> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 23 Sep 2016 20:25:00 GMT</pubDate>
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		</item>
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			<title><![CDATA[La storia criminale di Roma sulle rive del Tevere. Intervista a Raffaella Bonsignori]]></title>
			<author><![CDATA[Filippo Gesualdi]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Fiume_Bojaccia"><![CDATA[La stampa e Fiume Bojaccia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000B8"><div class="imTACenter"><b>CORRIERE DI ROMA</b></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b>Filippo Gesualdi</b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i>23.09.2016</i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i> </i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div class="imTAJustify"><i>Fiume Bojaccia. Delitti e misteri romani sul Tevere</i> è un libro di storia criminale edito da Bibliotheka Edizioni, che ripercorre quella parte della storia criminale romana consumatasi sulle sponde del fiume Tevere. Tra bellezze monumentali ed atroci delitti, L'autrice, Raffaella Bonsignori, nota avvocatessa penalista romana ed assistente universitaria di Procedura Penale, offre al lettore un viaggio nel tempo, dall'antica Roma all'epoca contemporanea. Undici capitoli, altrettanti delitti.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">È una prosa che ha un suo respiro, quella della Bonsignori; un respiro lento, gravido di riflessioni, il cui ritmo muta con il mutare degli eventi, fino a divenire affannato nella corsa verso l'assassinio.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il presente storico, come giustamente osserva nella prefazione il generale Luciano Garofano, trasforma il saggio in un thriller coinvolgente. In effetti l'uso traslato del presente racchiude il carattere originale della teatralità e trascina il lettore all'interno di un gigantesco palcoscenico allestito al di là del tempo, in luoghi che contengono meraviglie ed oscenità, un senso continuo di perdizione, di abbandono e di redenzione. L'arricchimento della gamma espressiva e della sensibilità plastica colloca i protagonisti delle vicende narrate in vere e proprie raffigurazioni artistiche.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il rigore della logica, della cronologia, l'esattezza storica dei contenuti, delle citazioni, però, non devono essere dimenticati, poiché permeano la struttura narrativa: <i>Fiume Bojaccia </i>è un libro in cui sono raccolte storie vere, sebbene raccontate dall'autrice con la maestria di una romanziera noir. E' un'opera che garantisce una perfetta convivenza tra realtà e ricostruzione scenica: personaggi-uomini si animano all'interno di drammi, si muovono nel proprio universo di dolori, di verità parallele, in perenne bilico tra realtà e cultura umanistica, poiché la prosa della Bonsignori va al di là della descrizione di un evento storico ed entra nell'animo del carnefice, come in quello della vittima, entra nella testa del popolo, nei foschi desideri del nemico, sia esso giudice, cronista, o Papa.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Più che un saggio, questo libro è una parabola storica che ha in sé il seme della migliore narrativa naturalistica francese, dove la denunzia delle aberrazioni umane è cristallizzata nell'impossibilità del personaggio a sottrarsi al proprio destino. Tali sono le vittime e i carnefici di <i>Fiume Bojaccia</i>, prigionieri della propria realtà violenta eppure capaci di dubbi, di debolezze, nobilitati da dialoghi e pensieri che li rendono assolutamente veri, vicini, noti al lettore, tangibili. E' questa la quintessenza della divulgazione storica, in fondo! La trasmissione del vero, anche quando è difficile, scomodo, denigrato, e la narrazione intimistica degli eventi, delle battaglie combattute da esseri umani, vittime, carnefici, giudici, o, per come li descrive la Bonsignori, da tante coscienze a confronto.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Attraverso questo libro conosciamo casi giudiziari noti e meno noti, ma anche le verità private che li sottendono. Incontriamo l'imperatore Eliogabalo; non solo un sibarita, ma un giovane al potere, chiamato ad affrontare l'aspra critica romana mossa alla sua diversità, avvolto negli intrighi familiari e nelle paure di un'adolescenza falsata da chi l'ha cresciuto come un dio. Incontriamo papa Formoso; non solo il suo cadavere processato dal successore, ma lo stratega, il colto, l'asceta. Incontriamo Cesare Borgia; non solo il condottiero spregiudicato e violento che la storia ci ha tramandato, ma l'uomo dai grandi ideali, il figlio di un padre scomodo, un combattente astuto e colto. Incontriamo Beatrice Cenci; non solo la parricida andata alla forca, ma la fanciulla abusata, denigrata, imprigionata da un padre-padrone, un'eroina moderna. Incontriamo loro e molti altri; tutti esseri viventi che, colpevoli o meno, hanno l'anima piegata sotto il peso degli eventi criminali della loro vita. Eventi che la Bonsignori ci fa vivere con grande abilità letteraria e grande pathos.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">La Regione Lazio lo ha meritatamente inserito nel Catalogo delle Nuove Opere Editoriali Regionali e lo porterà nelle principali manifestazioni fieristiche internazionali, tra le quali spicca la quella di Francoforte, tra il 19 ed il 23 ottobre 2016.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Incontro l'autrice.</div><div class="imTAJustify"><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i>Perché un libro di storia criminale?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Innanzi tutto perché io sono una storica del crimine e, poi, perché studiare la storia spesso non può prescindere da episodi violenti, da condotte criminali. L'essere umano le porta in sé.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">La tua è, dunque, una Roma assassina ed assassinata, come affermi nella presentazione del libro?</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Sì, in parte lo è. È una Roma che si lascia abbracciare, con eguale sensualità, dalle luci e dalle ombre che la attraversano; adagiata sulle rive del suo fiume, nel suo lento divenire, contiene meraviglie inenarrabili e terrificanti segreti.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ecco, il fiume. Come mai la scelta di delitti consumati sulle rive del Tevere?</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">La ragione prima ha a che fare con la mia storia familiare: molto amato sia da mio nonno che da mio padre, eccellenti nuotatori, il fiume ha sempre rappresentato, per me, un punto di grande fascino.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">La seconda riguarda Roma, perché il fiume ne è parte integrante. Il Belli, in un sonetto dedicato al battesimo di San Giovanni, scrive: <i>«… in quer tevere granne der Giordano»</i>. Ecco, Tevere, scritto in minuscolo, per il romano è sinonimo di fiume. Pensiamo sempre alla grande, da queste parti!</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Leggendo il tuo saggio ci si rende conto che non c'è solo il dato storico universalmente conosciuto, ma anche nuove scoperte, come nel caso della famiglia Mattei …</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Nel privilegio di studiare la storia rientra anche quello di investigare, scovare documenti, collegare eventi, lasciare che il tempo spieghi le proprie ragioni al di là della voce dei cronisti. Nel caso della faida rinascimentale dei Mattei, sì, ho avuto la buona sorte di scovare, tra i documenti antichi conservati presso l'Archivio di Stato di Roma, una pergamena manoscritta da Marcantonio Colonna, con la quale si dirimeva un'annosa questione tra i Mattei ed i Piermattei. Tempi e personaggi mi hanno fatto capire che l'assassinio di qualche anno prima originava da lì, da uno stretto rapporto di odio tra le due famiglie, pur imparentate tra loro.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>In uno dei capitoli, quello dedicato al linciaggio di Donato Carretta, parli dei rastrellamenti successivi all'attentato di via Rasella e citi due testimoni d'eccezione: tuo padre ed il tuo biscugino …</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i> </i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Vero. Due persone incantevoli che hanno vissuto quegli anni, ricordandoli con accuratezza, nel bene e nel male. Ho avuto la fortuna di parlare a lungo con entrambi di quel particolare frangente su cui gli storici non riescono ancora oggi ad accordarsi. Esistevano avvisi a presentarsi per i responsabili della strage, oppure no? Di sicuro esistevano manifesti, affissi in ogni dove, che, ancor prima della strage, minacciavano rappresaglie ed invitavano gli eventuali responsabili a presentarsi onde evitarle. Mio padre li ricordava esattamente, così come ricordava altri preziosi particolari ed è stata fondamentale la sua presenza al mio fianco durante tutta la stesura del mio libro. Con lui ho sempre condiviso la passione per la storia e la sua preparazione culturale, abbinata alla sua straordinaria capacità mnemonica, lo rendevano una fonte inesauribile di notizie. Sono felice che il destino gli abbia concesso il privilegio di vedere il mio libro pubblicato. Ci teneva molto. Purtroppo, si è spento da qualche mese, lasciando un vuoto immenso non solo nella mia anima, ma anche nei miei viaggi attraverso il tempo …</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Mi dispiace, sebbene io veda in te un dolore trasfigurato in ammirazione e sensazione di permanenza …</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Verissimo. Mio padre è ovunque, con me.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Parli della storia come di una realtà che permea la tua esistenza. Eppure svolgi anche altri lavori non poco impegnativi. Sei avvocato penalista, assistente universitaria di Procedura Penale e scrittrice. Dopo una lunghissima serie di pubblicazioni giuridiche con prestigiose case editrici, come Cedam, Utet, e Treccani, nel 2008 hai pubblicato con Giuffré un'opera di narrativa, Il bene che crediamo di fare, raccolta di racconti intimistici sulle disfunzioni familiari, di cui il nostro giornale ha già avuto modo di occuparsi. Con Fiume Bojaccia, infine, sei approdata al saggio storico. Oggi, poi, firmi anche articoli storici. Ti senti più giurista, narratrice o saggista?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Sono profondamente innamorata dell'arte di scrivere, in ogni sua manifestazione. Di sicuro escluderei le opere giuridiche dal bagaglio delle mie esperienze migliori. Il diritto è un universo affascinante, ma non troppo ricco di emozioni ed io ho un gran bisogno di emozionarmi. Pertanto posso parimenti definirmi saggista e narratrice, o, forse, semplicemente scrittrice.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Lo dimostra lo stile. Sia nei racconti che nel saggio rivela una forte personalità, un'impronta assolutamente tua. Cosa chiedi alla scrittura?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Di aiutarmi a viaggiare. Per me le parole sono ali che mi consentono di muovermi da un luogo all'altro, da un tempo all'altro. Luciano Garofano, quando ha affermato che leggermi equivale a viaggiare nel tempo, mi ha profondamente commossa: fino a quel momento credevo fosse solo una mia sensazione, adesso so che le mie parole hanno simile impatto sui lettori! A volte, quando scrivo, mi estraneo completamente per giorni interi. Resto in compagnia dei miei personaggi, siano essi reali od inventati; resto nella loro epoca, nella loro città, nei loro problemi. E' come entrare in un quadro e viverci per qualche tempo. Ne sa qualcosa l'uomo con cui meravigliosamente condivido la mia esistenza: gli parlo dei miei personaggi come di amici, nemici, persone reali in un tempo reale. Con Fiume Bojaccia abbiamo vissuto il Medioevo ed il Rinascimento, in casa; abbiamo vissuto ogni epoca.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Quanto la tua professione di avvocato penalista ti ha aiutata nello scrivere questo libro?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Sicuramente mi ha aiutata conoscere il diritto e la procedura. Sarebbe stato difficile, altrimenti, leggere e decodificare vecchi fascicoli, ricostruendo storie criminali. Quanto alla professione di avvocato, sì, mi è tornata molto utile, soprattutto nel comprendere l'intreccio di verità e menzogna che, spesso, gli imputati serbano gelosamente nella propria coscienza, chiudendo fuori tutti, persino il proprio difensore. Fare l'avvocato, inoltre, insegna a guardare i fatti da differenti prospettive: quella dell'imputato, quella della vittima, persino quella del pubblico ministero e del giudice, dal momento che una buona difesa deve confutare tesi ed eccezioni ancor prima che vengano formulate. L'esperienza di vita, però, non è tutto. Scrivere implica astrazione, universalizzazione; significa applicare il concetto alla realtà e non sempre la realtà al concetto. Manzoni diceva che la vita è il paragone delle parole. Niente di più vero.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Scrittori si nasce o si diventa?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Direi che scrittori si nasce. L’insegnamento della scrittura attecchisce su terreni già fertili.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Raffaella Bonsignori cosa legge?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Di tutto. Saggi storici, libri d'arte, romanzi di vario genere. Ogni libro contiene in sé una ragione per essere letto, anche quelli che deludono, poiché, quanto meno, insegnano a non commettere gli stessi errori!</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>I tre libri che porteresti con te sulla classica isola deserta?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Ahi! Domanda insidiosa. Innanzi tutto non amo le isole deserte. Di solito fa troppo caldo, per i miei gusti. Più facile che mi rifugi sulla sommità di una montagna. Di certo, però, avrei il mio amore accanto, quindi nessun luogo sarebbe deserto! Comunque posso affermare che non mancherebbero né la Divina Commedia, né l'opera omnia di Shakespeare.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><i><br></i></b></div><div class="imTAJustify"><b><i>Qualche scrittore a cui consigliare di dedicarsi ad altro?</i></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Più d'uno, soprattutto tra i contemporanei. Vedo sempre più libri scritti come lunghe sceneggiature di filmetti banali, con dialoghi volgari, assenza di descrizioni, uso modesto della lingua scritta, trasformata in un mero strumento colloquiale. Non basta avere una storia per diventare scrittori. </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">L'intervista è terminata. Raffaella mi ringrazia prima che io ringrazi lei. Fa parte del suo charme: schiva, delicata, sorridente. Si scusa per la commozione che l'ha pervasa parlando di suo padre. La sua semplicità dona una piacevole sensazione legata all'idea del vero. Ho intervistato la storica e la scrittrice, ma ho incontrato la donna, una donna che sa comunicare con l'anima.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 23 Sep 2016 19:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Paola Di Nicola, "La Giudice"]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Paola_Di_Nicola_-_%22La_Giudice%22"><![CDATA[Paola Di Nicola - "La Giudice"]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000EE"><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://raffaellabonsignori.it/images/0.jpg"  title="" alt="" width="339" height="479" /><br></div><div>Il 4 luglio del 2016, in una delle più incantevoli cornici romane, quella della terrazza dell’hotel La Minerva, ho avuto l’onore di presentare il libro La Giudice di Paola Di Nicola; un libro, ma soprattutto un viaggio attraverso quel mondo femminile che le voci degli uomini impediscono alla Storia di narrare. Spesso i fatti sono come vengono visti e raccontati e non come sono. Nel mondo del diritto si chiama “verità processuale”, non sempre vicina a quella “reale”. Ebbene, Paola Di Nicola ripercorre le tappe della sua carriera in magistratura, universalizzando le difficoltà incontrate dalla donna, dalla Giudice, e corregge la “verità processuale” sulle donne che lavorano, donandoci una finestra aperta su quella “reale”.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5">È una finestra dalla quale entrano paura, angoscia, ma anche emozione e coraggio. Nelle sue parole ritroviamo un percorso noto ad Eva e a Maria, donne iconiche dell’immaginario collettivo, la seconda salutata dall’Angelo con una parola, </span><i class="imTALeft fs12lh1-5">Ave</i><span class="imTALeft fs12lh1-5">, che non è altro se non Eva allo specchio. Sarebbe stato più consono un saluto come </span><i class="imTALeft fs12lh1-5">Salve</i><span class="imTALeft fs12lh1-5">, ma in </span><i class="imTALeft fs12lh1-5">Ave</i><span class="imTALeft fs12lh1-5"> si cela il non detto: la redenzione della donna dal peccato d’essere donna. Ed è così che siamo sempre state viste e considerate. Quello che Paola Di Nicola dice con coraggio ed umiltà, con simpatia ed intelligenza è che non c’è Eva contro Maria. Non c’è mai stata. C’è la Donna nella sua pienezza e nella sua libertà d’essere Donna.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 04 Jul 2016 13:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Recensione del libro Fiume Bojaccia]]></title>
			<author><![CDATA[Anacleto Flori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Fiume_Bojaccia"><![CDATA[La stampa e Fiume Bojaccia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000BA"><div class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5">POLIZIA MODERNA</b></div><div><b><br></b></div><div><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/Polizia-moderna--recensione-ottobre-2015--001.jpg"  title="" alt="" width="539" height="2006" /><b><br></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 01 Oct 2015 19:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Fiume Bojaccia. Delitti e misteri romani sul Tevere. Intervista con l'autrice Raffaella Bonsignori]]></title>
			<author><![CDATA[Enzo Di Stasio]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Fiume_Bojaccia"><![CDATA[La stampa e Fiume Bojaccia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000B9"><div class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 ff1">IN LIBERTÀ</span></div></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff2"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5 ff2">Enzo Di Stasio</span></b></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff2">16 giugno 2015</span><br></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff2"><br></span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><strong> </strong></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><strong>Roma, 9 giugno, Circolo Montecitorio – </strong><strong></strong></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><strong>Raffaella Bonsignori, avvocato penalista, assistente universitaria di Procedura Penale e storica del crimine, ha presentato il suo nuovo libro, </strong><em>Fiume Bojaccia. Delitti e misteri romani sul Tevere</em><strong>, </strong>una raccolta di undici delitti avvenuti sulle sponde del Tevere dall’antica Roma ad oggi, descritti con accuratezza storica e documentale, ma anche con uno stile accattivante che rende il libro piacevole come un thriller.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Edito da <strong>Bibliotheka Edizioni </strong>con la prefazione del Generale <strong>Luciano Garofano</strong>, ex comandante del RIS di Parma e noto investigatore, il libro è stato recensito, in quarta di copertina, da illustri nomi del panorama culturale italiano, tra i quali i noti giornalisti Rai <strong>Italo Moretti </strong>e <strong>Mimmo Liguoro</strong>, il professore emerito di Procedura Penale <strong>Gilberto Lozzi </strong>e la storica dell’arte e scrittrice <strong>Nicoletta Fattorosi Barnaba</strong>.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Al tavolo dei relatori erano seduti <strong>Gian Piero Galeazzi</strong>, noto giornalista sportivo della Rai e ex campione di canottaggio, <strong>Stefano Brusadelli</strong>, giornalista de Il Sole 24Ore e romanziere, e l’avvocato <strong>Alessandro Cassiani</strong>. Fuori dal tavolo delle personalità, invece, c’era lei, l’Autrice, seduta sui gradini di una scalinata, in scarpe da ginnastica, con l’aria divertita di chi è capitata lì per caso. È stata lei a presentare loro e non viceversa, limitandosi a intervenire, di quando in quando, e rispondendo con arguzia e simpatia alle domande che, infine, i relatori le hanno posto. Una scelta originale che ha mostrato a tutti la personalità <em>controcorrente</em>, per restare in tema col fiume, di questa donna lontana da ogni etichetta fine a se stessa, brillante e allo stesso tempo semplice, autentica, disinteressata a occupare il centro della scena.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><strong>Gian Piero Galeazzi</strong>, dopo aver proiettato un suo splendido servizio su Roma e sul Tevere, ha speso parole significative sull’importanza del fiume per Roma, per i romani e per se stesso, descrivendolo come il proprio Avatar. Ha, poi, evidenziato la curiosità che il libro della Bonsignori suscita sin dalle prime pagine, e ha scherzato con l’Autrice, come si fa tra <em>fiumaroli</em>, invitandola a non smettere di praticare il canottaggio (sport in cui, evidentemente, è molto brava, visto che l’invito arriva da un campione come lui) e ribadendo il soprannome che le ha dato, ossia <em>Principessa del Fiume</em>; un soprannome che sicuramente porterà al libro e all’Autrice molta fortuna, visto che Galeazzi ha spesso inventato soprannomi per atleti poi diventati grandissimi campioni!</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><strong>Stefano Brusadelli </strong>ha, invece, focalizzato l’attenzione sull’elegante prosa dell’Autrice, sulla sua preparazione storica, sul concetto di “pietà” che è stata in grado di trasmettere non solo nei confronti delle vittime, ma anche dei colpevoli.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">L’avvocato <strong>Alessandro Cassiani</strong>, infine, difensore di uno dei protagonisti del libro, Vincenzo Teti, ha evidenziato come la Bonsignori sia riuscita mirabilmente a ricostruire una complessa vicenda giudiziaria e a dar voce alle vittime, presentando tutte le versioni dei fatti, quella accusatoria e quelle difensive, e lasciando, con abilità narrativa e mestiere avvocatesco, la soluzione nelle mani del lettore.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em> </em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><b>Scrittrice, avvocato penalista, assistente universitaria. Qual è la vera Raffaella Bonsignori?</b></em><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Non è una domanda facile. Il punto di discrimine, io credo, sta tra <em>essere</em> e <em>fare</em>. Per come la vedo io, le attività lavorative, che siano impieghi o professioni, sono strumentali al vivere. Sotto questo aspetto posso dire di <em>fare</em> l’avvocato e, tutto considerato, credo di farlo anche bene; di <em>fare</em> l’assistente universitaria, poiché mi piace la procedura penale, mi piace il contatto con gli studenti, la trasmissione del sapere, la verifica della loro preparazione, che mi consente di mettere in costante discussione la mia. Ma, quando parlo dei miei libri, a differenza di qualunque altra attività, senza esitazione affermo d’<em>essere</em> una scrittrice, poiché scrivere, per me, va al di là di tutto; è l’unica vera dimensione della mia vita. Lo scrittore è un privilegiato, poiché, più di qualunque altro artista, può permettersi esistenze parallele, più d’una contemporaneamente, vivendole con grande intensità; è un guitto della carta stampata, è una maschera vivente, può diventare tutti e nessuno, eroe, mentecatto, vagabondo, filosofo; può viaggiare nello spazio e nel tempo …. A volte inventa luoghi che escono dalla carta, poiché qualcuno decide che sono troppo belli per non diventare reali; a volte dà il la ai film, che animano le parole; altre volte, poi, reinventa la filosofia, la religione, la storia dell’arte, la scienza. Non dimentichiamo che il primo allunaggio è avvenuto nei romanzi. Ha in mano le chiavi del possibile e dell’impossibile. E’ una magia potente quella che possiede.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ecco perché non riesco a vivere la scrittura come un lavoro: è una parte di me, qualunque cosa io scriva.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><b>Ecco, a proposito di ciò, lei ha scritto molti libri, toccando argomenti sia giuridici, sia letterari di vario genere e pubblicando con importanti case editrici, come Cedam, Giuffré, Treccani … Quali predilige?</b></em><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Sì, ho scritto opere giuridiche: un libro, <em>Procedimento per Decreto</em>, e molti contributi in opere collettanee, articoli, note a sentenza, voci enciclopediche; ma non è questo che intendo quando parlo di scrivere. Il genere che prediligo sono i racconti ed i romanzi che descrivono la vita, ordinaria o straordinaria che sia, intinta nel rosa dell’amore, nel grigio del dramma o nel nero del thriller; a volte persino immersa nelle nebbie dell’extrasensoriale. Tuttavia, per crescere come scrittore, o, meglio, per <em>essere</em> uno scrittore, bisogna misurarsi con diversi generi letterari. La vera magia sta nel saper spaziare dall’uno all’altro. Se si possiede il segreto della descrizione, se si riesce ad entrare nella pelle dei propri personaggi, se si impara a viaggiare in un notturno londinese, come nel sole sfacciato dei tropici, nel freddo polare e nel caldo equatoriale, se non ci si lascia spaventare né dai meandri oscuri di un tempio antico, né da una navicella spaziale, se le parole che usiamo sono al contempo tetre e luminose, insicure e titaniche, vere e false, allora scrivere fa parte di noi. Poi si può scegliere un genere e dedicarsi ad esso interamente, ma prima bisogna aver dato prova a se stessi di poter plasmare ogni parola. E’ un po’ come affermare che Picasso sapeva dipingere solo figure scomposte. Guardando ai suoi primi periodi pittorici ci accorgiamo che non è così. Ecco perché ho sperimentato moltissimi generi, dall’opera teatrale al romanzo d’amore, dai racconti alla favola horror. Ora sto scrivendo un thriller. Un genere cui mi sento particolarmente vicina e che, forse, potrebbe rappresentare il punto fermo cui dare continuità nel tempo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em> </em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><b>E la storia del crimine di cui ha dato saggio in Fiume Bojaccia?</b></em><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">La storia, non solo del crimine, è un discorso a parte. Anche in questo caso devo usare il verbo essere. Io <em>sono </em>una storica. La studio della storia fa parte di me da sempre. Credo che, in qualche modo, soddisfi la mia perenne ricerca di motivi, di collegamenti. La storia non è troppo lontana dal thriller: è uno sconfinato campo di indagine in cui scovare tracce di altre vite.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em> </em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><b>Lo dimostra il suo libro: in Fiume Bojaccia, se non erro, ha trovato molte tracce anche lontane nel tempo …</b></em><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Assolutamente sì. Ho avuto il privilegio di studiare a lungo in molti archivi italiani: pergamene cinquecentesche, processi rinascimentali, documenti dell’ottocento e dei primi decenni del XX secolo … carte ingiallite che mi hanno parlato della mia Roma, di tutte le città che essa racchiude. Un’emozione rara. A volte mi sono sentita come la Bianca Maria dannunziana de La Città Morta, con i capelli tenuti dal fermaglio appartenuto a Cassandra!</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em> </em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><b>Dunque la sua è una Roma indagata a fondo, fin nei minimi particolari</b></em><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Sì. Indagata nei documenti, nelle vie, nelle chiese, nei palazzi, nelle atmosfere, nelle parole dei testimoni, a volte. Mio padre ed il mio biscugino, ad esempio, hanno condiviso con me la loro esperienza adolescenziale in epoca bellica, testimoni oculari delle vicende romane, e dalle loro voci ho appreso particolari rilevanti, su uno dei quali la storiografia contemporanea è ancora divisa. Avendo scritto questo libro, posso dire d’aver vissuto personalmente diciotto secoli della mia città.<em> </em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em> </em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><b>A proposito della sua città, nel racconto “Tenebre e Tormenti”, che fa parte del suo precedente libro, Il Bene che Crediamo di Fare, edito da Giuffré, lei ambienta a Roma, sulle sponde del Tevere, una torbida vicenda di amore e morte; in Fiume Bojaccia racconta 18 secoli di delitti. La sua è una Roma noir?</b></em><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">La mia è una Roma a tutto tondo, che cela bellezze e lati oscuri. Come sede del papato e capitale d’Italia, ha sempre racchiuso il senso del sacro e del profano. A volte assomiglia a Lucifero, l’Angelo caduto nelle tenebre, che, nel suo nome e nel suo destino, cela la contraddizione estrema: <em>Lux Fero</em>, portatore di luce. Roma è così, è un angelo di bellezza senza eguali, che, a volte, cade nelle tenebre, ospitando turpitudini e crudeltà.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em> </em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><b>Il Generale Luciano Garofano ha scritto una splendida prefazione al suo libro, sottolineando l’importanza del case linkage e della scienza delle investigazioni applicata anche ai casi del passato. Come si conciliano, secondo lei, storia e scienza?</b></em><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Innanzi tutto devo confessare emozione ancora oggi al pensiero che il Generale Garofano abbia apprezzato la mia opera tanto da scrivere la prefazione e da propormi di scrivere un prossimo saggio insieme, cosa che avverrà a breve, in contemporanea con il mio romanzo. È un uomo di grande cultura, non solo scientifica, ed ha scritto molti interessanti libri, tra i quali prediligo <em>Delitti e misteri del passato</em>, edito da Rizzoli, in cui prende in esame, nell’ottica dell’investigazione moderna, omicidi d’altre epoche. Lui per primo, dunque, ha dimostrato che il collegamento tra storia e scienza non solo è possibile, ma anche utile. Innanzi tutto la scienza di oggi può ben essere applicata al passato, pensiamo, ad esempio, alla prova del DNA; inoltre, sotto il profilo criminologico, i comportamenti dei grandi criminali della storia possono portare linfa vitale all’attività tesa a decodificare le azioni criminose odierne. Ciò che, appunto, si chiama <em>case linkage</em>, collegamento casistico.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em> </em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><b>Dunque la storia del crimine non è fine a se stessa …</b></em><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">La storia non lo è mai.<em> </em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em> </em></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><em><b>Come sarebbe stata la sua vita se non fosse stata una scrittrice?</b></em><b></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Non ho sufficiente immaginazione per fare quest’ipotesi. È come dire se non fossi nata cosa sarei stata.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 16 Jun 2015 19:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'opinione di ...]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Fiume_Bojaccia"><![CDATA[Fiume Bojaccia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000C5"><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nella sua prima edizione </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Fiume Bojaccia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> ebbe l'onore di ricevere entusiastiche critiche dalle persone cui era stato dato da leggere in anteprima. Il succo di quelle critiche fu riportato in nove frasi sulla quarta di copertina. Per esigenze editoriali, però, fu poi cambiata la copertina e le critiche non furono riportate in quella nuova.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È giusto riportarle qui, per l’onore che recano all’opera e a chi l’ha scritta.</span></div></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Stefano Brusadelli</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, giornalista</span></div><i class="fs12lh1-5">Il Tevere, torbido e pericoloso come la città che attraversa, è lo scenario ideale per storie di delitti romani, undici cronache rigorose che qui si leggono come altrettanti thriller</i><br><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Giacomo Ebner</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, magistrato del Tribunale Penale di Roma</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>Emozionante come un legal thriller, enigmatico come la verità processuale; una sinfonia in travolgente crescendo. Assolutamente da leggere</i></span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Nicoletta Fattorosi Barnaba</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, storica dell’arte</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>Un saggio, frutto di accurate ricerche di archivio, che si legge con l’intensità di un racconto giallo, avvincente e intrigante come solo le storie veramente vissute possono essere. Chi non conosce Roma e il suo fiume avrà la possibilità di leggere un accattivante spaccato della loro storia</i></span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Gian Piero Galeazzi</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, giornalista e campione mondiale di canottaggio</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>Raffaella, Principessa del Fiume. Un appellativo meritato sul campo, vivendo, conoscendo ed amando il Tevere con nobili sentimenti</i></span></div><br><div><b><span class="fs12lh1-5">Mimm</span><span class="fs12lh1-5 ff1">o Liguoro</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, giornalista e scrittore</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>Un coinvolgente libro sul Tevere, clessidra d’acqua, riflesso liquido di ogni irreparabile danno</i></span><i></i></div><br><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Gilberto Lozzi</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, professore emerito di Procedura Penale all’Università di Roma La Sapienza</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>Molto avvincente, sempre interessante e ben scritto. L’Autrice dimostra una conoscenza della storia notevolissima</i></span><i></i></div><br><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Italo Moretti</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, giornalista e scrittore</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>Un libro che testimonia la vastità e lo spessore della cultura storica dell’Autrice e la qualità di una scrittura coinvolgente</i></span><i></i></div><br><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliano Spingardi</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, Maestro dello Sport e campione mondiale di canottaggio</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>Un libro di storie che ripercorre la Storia con un ritmo fluente, a tratti impetuoso come il nostro amato fiume; un libro da leggere, o meglio, trattando del Tevere, da “bere” tutto d’un fiato, con interesse, curiosità e partecipazione</i></span><i></i></div><br><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Anna Maria Verlengia</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, giudice T.A.R. Lazio</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>Una rigorosa, documentata ed affascinante ricostruzione di storie e di delitti</i></span><i></i></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 09 Jun 2015 20:17:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Intervista a Raffaella Bonsignori]]></title>
			<author><![CDATA[Red. Bibliotheka Edizioni]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=La_stampa_e_Fiume_Bojaccia"><![CDATA[La stampa e Fiume Bojaccia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000D1"><div class="imTACenter"><b><span class="cf1 ff1">BIBLIOTHEKA EDIZIONI</span></b></div><div><b><span class="cf1 ff1"><br></span></b></div><div><b><span class="cf1 ff1">Redazione</span></b></div>

<div><b><i>9 giugno 2015</i></b></div>

<div>11 delitti che
hanno segnato la storia della città eterna. 11 eventi criminali che si sono
consumati nel corso del tempo, dalla Roma antica ai giorni nostri. Ce li
racconta, attraverso un’approfondita ricostruzione storica e una meticolosa
analisi psicologica e temporale, Raffaella Bonsignori, Avvocato penalista ed
assistente di procedura penale presso l'Università degli Studi di Roma La
Sapienza. Il suo <i>Fiume Bojaccia - Delitti
e misteri romani sul Tevere </i>è un saggio, un romanzo storico, un manuale di
criminologia e molto altro ancora. Abbiamo chiesto all’autrice di svelarci le
tappe che l’hanno portata a dare alla luce un lavoro che sarebbe riduttivo
definire monumentale.</div>

<div> </div>

<div><b><i>Degli
11 fatti di sangue che ha narrato nel suo lavoro, quale l’ha colpita di più e quale
pensa abbia segnato maggiormente la storia della città?</i></b></div>

<div> </div>

<div>È una domanda che mi mette in
crisi, lo confesso. Ho studiato a lungo ogni singolo caso; in qualche modo i
protagonisti, sia i carnefici che le vittime, negli ultimi tre anni mi hanno
tenuto compagnia, sono diventati parte della mia quotidianità, delle mie
riflessioni, dei miei dubbi, delle mie ricerche. Difficile, quindi,
prediligerne uno piuttosto che un altro. Dovendo farlo, tuttavia, direi che il
caso Borgia è quello cui lego le più forti sensazioni personali e che, forse, è
tra i più rappresentativi per la città stessa, dal momento che coinvolge la
famiglia di un papa. Innanzi tutto è un caso irrisolto, checché ne dica la
storia <i>guicciardiniana</i>, che, pur in
assenza di prove materiali, vuole Cesare Borgia assassino del fratello
Giovanni; e, poi, coinvolge una famiglia politicamente fin troppo in vista per
non dare adito a dubbi sulla veridicità delle accuse. Ho sempre molte remore,
infatti, a credere alle accuse gridate da cronisti e storici contro chi detiene
il potere: la calunnia è sempre dietro l'angolo quando si tratta di
"nemici politici".</div>

<div>A mio parere questo è uno degli
esempi lampanti di come uno più antichi mali del mondo, l'invidia, sappia
rendere fertile il terreno su cui seminare dubbi. Cesare, in realtà era un uomo
forte, intelligente, non più crudele di qualunque altro uomo di potere
dell'epoca, e, soprattutto, capace di guardare oltre i limiti del proprio tempo,
impegnato in progetti di unificazione territoriale che avevano affascinato
persino <i>un certo</i> Leonardo Da Vinci,
suo ingegnere militare, un signore che non si può certo pensare mancasse di
intelletto o di capacità di discernimento! Chiaro che suscitasse invidia
soprattutto tra coloro che avevano molto da guadagnare dal particolarismo
politico, non ultimo il Guicciardini stesso, detentore di svariate cariche,
sparse qua e là.</div>

<div>La malignità originata
dall'invidia, peraltro, non ha toccato solo Cesare. È stata estesa a tutta la
famiglia Borgia, cui sono state attribuite le peggiori nefandezze,
probabilmente vere per la metà della metà di quanto narrato e, comunque, in
sintonia con le nefandezze di chiunque altro, a quei tempi.</div>

<div>Ebbene, l'ingiustizia, in me,
suscita repulsione, al pari dell'invidia e, dunque, questo accanimento della
storia nei confronti dei Borgia, me li ha resi decisamente simpatici.</div>

<div>Ecco, sì, direi che al caso
Borgia va la mia predilezione, ma solo di poco superiore a quella per il triste
caso della bella Beatrice Cenci, malmenata, stuprata e reclusa in povertà da un
padre padrone infine morto. Se ucciso da lei, dai fratelli e dalla matrigna,
come hanno sostenuto l'Inquisitore, il Papa e la storia, è dato da vedersi, dal
momento che la confessione estorta con la tortura mi lascia sempre perplessa
quanto a veridicità. In ogni caso, difficile pensare a costei come ad una
spietata assassina: la legittima difesa la rende vittima, sicuramente più del
padre assassinato!</div>

<div> </div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div><b><i>Ha
attraversato diversi periodi storici di Roma. Dall’antichità al Rinascimento, dall’età
umbertina a quella fascista, arrivando ai giorni nostri. Da un punto di vista
criminologico come è cambiata la percezione della morte nell’immaginario
collettivo?</i></b></div>

<div> </div>

<div>Si potrebbe scrivere un libro
sulla questione filosofica che ha sollevato con la sua domanda. La percezione
della morte è sicuramente cambiata e ciò a prescindere dal crimine. In epoca
antica c'era sicuramente una diversa accettazione della morte, un fatalismo
maggiore: la si combatteva meno, non avendo molti mezzi per farlo, e, sicuramente,
la si cercava di più, vuoi per eroismo, vuoi per senso di giustizia, vuoi per
affermazione di potere. In buona sostanza, una questione d'orgoglio valeva una
vita. La faida dei Mattei, di cui parlo nel quarto capitolo, è un esempio
chiarissimo di come una diffusa logica del taglione dominasse il pensiero
comune: si prendevano vite in cambio di vite. Stesso dicasi per la famiglia
Cenci, visto che due dei figli maschi muoiono per banali questioni risolte con
il coltello. Risale al 1890, però, la considerazione sulla morte che mi ha più
colpita. Nel documentarmi sul caso Formilli, uxoricida per amore dell'amante, mi
ha lasciata perplessa la collaterale campagna a favore del divorzio, che usava
l'uxoricidio come esempio di possibile risoluzione di un matrimonio infelice.
In buona sostanza si auspicava il divorzio onde evitare l'assassinio. È un
ragionamento che fa paura, sinceramente!</div>

<div>Lei mi chiedeva del cambiamento anche
sotto il profilo criminologico. Al di là del mutato rapporto con la morte, che
inevitabilmente tocca anche il crimine, la criminologia puramente intesa ha
sicuramente visto un cambiamento nei secoli. Non parlo, ovviamente, della
predisposizione al crimine che, purtroppo, l'essere umano ha innata ed è la
stessa da sempre. C'è chi lo chiama peccato originale e chi preferisce
definirla attitudine al male. Simon, uno psichiatra americano, ha scritto un
interessante libro dal titolo emblematico: <i>I
buoni lo sognano, i cattivi lo fanno</i>. L'uomo nasce con un seme di violenza
che può restare latente per tutta la vita, ma che può anche trasformarlo in un
mostro. No. Non è la predisposizione al crimine ad essere cambiata, quanto la
"normalizzazione" dell'omicidio in tempi antichi e le modalità di
esecuzione. Il veneficio, ad esempio, era spesso usato, soprattutto dalle
donne, richiedendo minore forza fisica, e rappresentava un sicuro mezzo per
uccidere senza essere rintracciati. Mi riferisco, in particolare, alla
cosiddetta "cantarella" - derivato dell'arsenico che si dice
abbondasse nelle stanze dei Borgia, ovviamente! -. L'avvelenamento era così
lento che la vittima poteva morire moltissimi giorni dopo, in tutt'altro luogo;
era impossibile, quindi, risalire al momento del delitto e, conseguentemente,
all'autore. In pratica i progressi della scienza, dell'analisi forense hanno
reso meno perfetti molti delitti!</div>

<div> </div>

<div><b><i>Ci
sono stati altri eventi delittuosi in cui il Tevere ha rivestito un ruolo da
protagonista che - vuoi per ragioni di spazio, vuoi per ragioni di importanza -
ha pensato di non inserire, ma che comunque hanno segnato la storia di Roma?</i></b></div>

<div> </div>

<div>Molti;
moltissimi. Ho inevitabilmente dovuto sceglierne solo alcuni, a parer mio
emblematici, ma l'antichità vede il Tevere illustre protagonista di morte. E,
tutto sommato, non solo l'antichità. Magari uscirà un volume secondo …</div>

<div>Di sicuro, è più
facile che il volume secondo riguardi solo casi antichi. I contemporanei,
infatti, oltre a richiedere le particolari cautele legate al sacrosanto diritto
all'oblio, presentano un ulteriore aspetto poco piacevole, legato al divismo
dell'assassino. Da che esistono, i giornali hanno sempre <i>sbattuto il mostro in prima pagina</i>, attribuendogli soprannomi,
rendendolo famoso; ad un certo punto, però, il mito cadeva nel dimenticatoio.
Oggi, invece, vuoi per l'eco infinito del web, vuoi per un ribaltamento dei
miti, sicché l'assassino da anti-eroe è divenuto eroe, si incontrano sempre più
spesso avvocati-manager artistici che, pur di conquistare una fetta di
notorietà, sottostanno ai capricci di clienti-divi, impegnati a parlare di <i>share</i> e gestire le proprie interviste
televisive, a frequentare locali di moda. Non li amo né da storica, né da
avvocato, sinceramente.</div>

<div> </div>

<div> </div>

<div><b><i>Scorgendo
la corposa bibliografia del suo lavoro ho notato che ha visionato alcune
pellicole incentrate sulle vicende narrate. Penso a Beatrice Cenci di Lucio
Fulci o a Girolimoni, il mostro di Roma di Damiano Damiani. Quale pensa sia la
più “centrata” da un punto di vista storico e di aderenza alla realtà dei
fatti?</i></b></div>

<div> </div>

<div>Sono una grande
estimatrice dell'arte cinematografica. Di film su Beatrice Cenci ne ho citati
due, quello di Fulci ed il precedente, del '56, di Riccardo Freda, sicuramente
migliore, sebbene entrambi presentino una ricostruzione storica un po' falsata
rispetto ai fatti storici. Quanto al Girolimoni di Damiani, l'interpretazione
di Manfredi è innegabilmente un'opera d'arte a sé stante ed attenua grandemente
l'aspetto meno amabile della pellicola, ossia le imprecisioni storiche. Lungi
da me fare, in questa sede, critica cinematografica, ma, tra i film che ho
menzionato nel libro, trovo meravigliosi <i>M.
Il mostro di Düsseldorf</i> di Lang e <i>Monsieur
Verdoux</i> di Chaplin. Quanto a corretta focalizzazione storica dei fatti,
sicuramente al primo posto c'è quel <i>Giorni
di gloria</i> di Visconti, documentario in diretta del linciaggio di Donato Carretta.</div>

<div><b><i> </i></b></div>

<div><b><i>Quali
sono le difficoltà che ha maggiormente riscontrato nella stesura di un’opera
così imponente?</i></b></div>

<div> </div>

<div>Molte, ma sempre
piacevoli: amo profondamente il mio lavoro di scrittrice e di storica ed ogni
difficoltà è, invero, un traguardo. Mi torna alla mente, ad esempio, quando ho
consultato documenti di epoca rinascimentale presso l'Archivio di Stato e
l'Archivio Storico Capitolino: è stato molto impegnativo decodificare il testo,
scritto in italiano cinquecentesco, con grafia spesso illeggibile, tra gli
arabeschi dei parassiti della carta e le macchie di inchiostro, ma l'emozione
di sfogliare quelle pagine è stata immensa e mi ha pienamente ripagata della
fatica. Senza voler peccare di superomismo, posso affermare di essermi sentita un
po' come la Bianca Maria dannunziana de <i>La
città morta</i> quando mette tra i capelli i fermagli appartenuti a Cassandra. In
particolare, sono stata pervasa da questa meravigliosa sensazione nel leggere
una pergamena manoscritta da Marcantonio Colonna, ove ho trovato molto più
dell'intuizione utile ad interpretare i fatti di sangue relativi alla famiglia
Mattei, ho trovato l'emozione di toccare le pagine da lui toccate, di leggere
le parole da lui manoscritte.</div>

<div> </div>

<div><b><i>Il
generale Luciano Garofano nella prefazione parla di profiler, cold cases, case
linkage. Una serie di terminologie strettamente attuali applicate anche ad omicidi
avvenuti in un passato remoto. Come è possibile?</i></b></div>

<div> </div>

<div>In realtà le
terminologie sono moderne, ma le attività che descrivono non lo sono affatto. Come
osservato dal generale Garofano, la scienza forense è sempre esistita. Adesso è
solo di gran lunga più evoluta ed in costante progresso.</div>

<div>Quanto al
profiling, strettamente legato alla psicologia, non v'è motivo di non applicarlo
a casi storici. Solo così si possono estrapolare da eventi passati le linee
guida non solo per comprendere - e risolvere, nel caso si tratti di cold cases
- quei determinati fatti, ma per inquadrare con maggiore esattezza tutti i
successivi, ad essi legati da similitudini (<i>modus
operandi</i>, ambiente in cui si svolge la vicenda, ecc.). In tal senso
parliamo di case-linkage. Insomma, l'amore per i termini stranieri, che investe
oggi le scienze, e, dunque, anche le analisi forensi e psicologiche, non deve
indurre in errore: simili accertamenti sono stati sempre fatti e la
comparazione tra reati è sempre stata utile.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 09 Jun 2015 14:57:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Fiume Bojaccia. Il trailer]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Fiume_Bojaccia"><![CDATA[Fiume Bojaccia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000E2"></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 09 Jun 2015 11:46:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Fiume Bojaccia per Luciano Garofano]]></title>
			<author><![CDATA[Luciano Garofano]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Fiume_Bojaccia"><![CDATA[Fiume Bojaccia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000E1"><div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Fiume
Bojaccia</span></i></b><span class="fs12lh1-5 ff1"> è un libro che vanta la prefazione di </span><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Luciano
Garofano</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1">, ex comandante del RIS di Parma ed esperto della più moderna e sofisticata
scienza dell’investigazione.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Queste
le sue parole.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div>

<div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">****
° ****</span></b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In
una nota canzone romanesca scritta da Balzani, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Barcarolo Romano</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, nel descrivere il dramma di una donna che ha affogato
le proprie pene d'amore nel Tevere, si canta: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">"Cercava pace e io je l'ho negata, fiume bojaccia je l'hai data
tu"</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene,
il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Fiume Bojaccia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Raffaella
Bonsignori è esattamente il fiume della canzone: protagonista o testimone di
morte, dispensa la pace eterna, macchiandosi di sangue e celando corpi senza
vita.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L'acqua,
infatti, è, sì, il simbolo della vita, della nascita, ma è anche il simbolo
della morte, della distruzione.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Un
solo carattere comune hanno queste due semisfere che compongono l'universo
liquido: il battesimo lava il peccato e consente la rigenerazione come figli di
Dio, illumina l’anima, porta nuova vita; le esondazioni del fiume affogano gli
uomini, distruggono i raccolti, provocano epidemie, ma rendono fertile la terra
per il futuro. Che rechi vita o morte, dunque, è strumento di purificazione; e
la purificazione, si sa, è un carattere ricercato dal dispensatore di morte,
sia esso lo Stato, attraverso le esecuzioni, sia il singolo individuo che
attiva condotte auto o eterolesionistiche.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A
Roma le esecuzioni, triste retaggio di epoche passate, sono spesso collegate al
fiume. A volte avvenivano lontano dal Tevere, ma, poi, le spoglie
dell'esecutato venivano gettate in acqua, quasi a voler cancellare ogni ricordo
d'esistenza, come per le ceneri di Giordano Bruno. Altre volte, invece,
avvenivano nel Tevere, ne è tipico esempio la </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">poena cullei</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> d'epoca romana. Altre volte ancora, infine, le
esecuzioni vedevano il Tevere spettatore, come nel caso del supplizio dei Cenci
a Ponte S. Angelo, descritto, con grande pathos e suspense, nel quinto capitolo
del libro.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A
differenza dell'esecuzione, che nel fiume trova specchio e cassa di risonanza,
per la capienza delle sue sponde gremite di gente, nell'omicidio il fiume gioca
il ruolo opposto: l'acqua è scena del crimine e contemporaneamente mezzo di
occultamento del cadavere; ma è mera illusione. Le acque del fiume, infatti, al
pari di qualunque altra scena del crimine, nascondono solo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">delitti imperfetti</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, come li definisco io.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E'
vero, le tracce sensibili del reato vengono cancellate, ma i corpi spesso
riaffiorano e raccontano la loro storia di violenza o di disperazione. Per
ascoltarli il segreto sta nel coordinare efficacemente gli elementi di
indagine: gli accertamenti medico-legali - non sempre vanificati dalla voracità
della fauna locale e dalla permanenza in acqua e, spesso, determinanti per
stabilire, attraverso l’esame delle diatomee, se vi sia stato o meno
annegamento -; i rilievi scientifici sugli indumenti indossati; le
testimonianze; le confessioni involontarie, decodificate attraverso il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">body language</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> - soprattutto in presenza
di riprese audiovisive che riproducono esami ed interrogatori - e quelle
volontarie; i moventi; i caratteri degli individui coinvolti.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ecco,
sul carattere del criminale e della vittima, nonché sul ruolo di storico del
cosiddetto </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">profiler</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ossia di colui
che è chiamato a tracciare l'identikit della mente omicida, vorrei soffermarmi
brevemente, poiché è argomento strettamente connesso con il libro che sto
presentando.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il
</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">profiler</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è figura essenziale
nell'individuazione non solo dell'omicida seriale, ma anche del criminale
comune, poiché elabora profili psicologici che, attraverso un meccanismo
induttivo - si parte dal fatto criminoso per giungere al movente e, quindi, all'assassino
-, aiutano a comprendere l'azione e, spesso, ad anticipare le mosse seguenti,
come la fuga, il nascondimento, ecc.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Per
fare ciò, il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">profiler </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">- figura
purtroppo ancora poco utilizzata in Italia nei casi reali - si muove su precisi
binari metodologici, lungo linee-guida interdisciplinari, ma, spesso, viene
aiutato anche dal cosiddetto </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">case linkage</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">,
ossia dall'estrapolazione di elementi comuni tra il caso in esame e altri
crimini già noti. Ecco, quindi, che il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">profiler
</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">diventa uno storico del crimine e questo libro è, per l'appunto, un testo
di storia del crimine, nonché un'esortazione assai stimolante e affascinante ad
utilizzare meglio le differenti figure professionali messe a disposizione dalla
criminologia e dalla criminalistica.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Prendiamo,
ad esempio, il sesto capitolo: l'Autrice ipotizza che vittima e assassino siano
legati da un rapporto sadomasochistico morale. Lo inferisce dalle testimonianze
sulla loro vita di coppia, dalla dinamica del reato, dalle prove che emergono
successivamente alla morte della donna, la quale serba elementi in tal senso
fortemente indizianti. Ebbene, il quadro che ne emerge è, in qualche modo,
un'icona di un rapporto malato; icona utile a decodificare, nel riprodursi di
determinate condizioni oggettive e soggettive, altri rapporti dello stesso
genere.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il
discorso, ovviamente, si fa più complesso mano a mano che la rievocazione si
allontana dal momento in cui il delitto è stato consumato.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In
alcuni dei casi analizzati dall'Autrice, la storia ha tramandato solo opinioni
di cronisti - anch’essi spesso nei panni di abili investigatori - essendo
impossibile una qualsivoglia ricostruzione probatoria a posteriori data la
lontananza del fatto nel tempo; in altri casi, invece, ha fornito soluzioni,
processi, verità. Residuano, poi, i casi dubbi, come nell'omicidio di Giovanni
Borgia, figlio di papa Alessandro VI, che, nel giugno del 1497, viene pugnalato
a morte e gettato nel Tevere.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In
tutti e tre i casi, comunque, pur in assenza di prove tangibili - e non
dimentichiamo che l’analisi del DNA può oggi essere eseguita anche su tessuti e
tracce vecchie di centinaia o addirittura di migliaia di anni - restano valide
le stigmatizzazioni di tipo psicologico e storico, che vanno comunque a
inquadrare una tipologia di delitto, una tipologia di criminale, vanno a
costituire un </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">data-base</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di crimini
dal quale fruttuosamente attingere ancora oggi.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Come
ho evidenziato nel mio libro </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Delitti e
Misteri del Passato</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, infatti, anche i vecchi delitti, i </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">cold cases</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, per dirla come gli
anglosassoni, sono definiti da particolari rilevanti e spesso inconsapevoli,
dettati da errori dovuti, ad esempio, alla paura, all'eccesso d'ira, al senso
di onnipotenza, ma anche alla sorpresa e all’imprevisto, cosa che porta a
comprendere, attraverso essi, altri delitti, o addirittura a risolverli </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">ex post</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel
nono capitolo, dedicato al linciaggio di Carretta del 1944, assistiamo a un
crimine d'impeto, alimentato dall'amplificazione psicologica delle istanze
omicide all'interno di una moltitudine di persone. L'Autrice spiega l'andamento
ondivago dell'eccitazione assassina e della calma in seno alla folla; spiega
gli errori commessi da chi, chiamato a stabilire l'ordine, ha sottovalutato i
segni della follia di massa, in grado di uccidere senza rimorso apparente. I
tratti della furia omicida collettiva non sono diversi da quelli che potremmo
riscontrare oggi.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ecco,
quindi, l'importanza dello studio storico del crimine.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La
scienza delle investigazioni, infatti, trae il suo nutrimento dai casi del
passato, i quali presentano spunti di studio e di ragionamento: che siano
ancora aperti o che abbiano trovato conclusione, confrontarsi con essi aiuta a
migliorare le tecniche investigative, a non ripetere errori, a cristallizzare
alcuni comportamenti criminali, a comprendere i limiti delle procedure del
passato e il valore degli elementi da raccogliere sulle odierne scene del
crimine, anche in virtù delle enormi possibilità che ci sono offerte dalla
tecnologia e dalla scienza.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel
campo della scienza applicata all'investigazione ogni traguardo non è mai tale,
rappresentando, piuttosto, un nuovo punto di partenza per costanti
miglioramenti, continue scoperte. In poche parole potremmo dire: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">non si finisce mai di imparare</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Una
semplice, fondamentale verità.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L'odierna
scienza delle investigazioni, composita branca di studio che va dalla medicina,
alla biologia, alla chimica, dall'ingegneria all’informatica, dalla psichiatria
alla psicologia, non è sorta all'improvviso, ma affonda le proprie radici in
tempi insospettatamente risalenti, rappresentando, a sua volta, le fondamenta
degli avveniristici edifici investigativi del futuro.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Pensiamo,
ad esempio, che nel 44 a. C. il medico chiamato ad esaminare il corpo esanime
di Giulio Cesare, già fu in grado di stabilire che solo una delle pugnalate
infertegli era stata letale; pensiamo che tal Yuan Lu, nella Cina del 1248, già
mise in relazione le cause della morte con le modificazioni post mortem del
corpo; e che al 1880 risale la correlazione tra le impronte digitali e
l'individuazione di un omicida.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo
studio della storia del crimine non perde mai rilevanza, neppure a distanza di
secoli, e il libro di Raffaella Bonsignori vi si inserisce a pieno titolo.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In
undici capitoli, racchiude altrettanti casi omicidiari, disseminati in un lasso
di tempo che abbraccia diciotto secoli. Si parte, infatti, dall'antica Roma e
si giunge agli anni ottanta del nostro tempo.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Oltre
all'eccezionale versatilità della cultura storica dell'Autrice, in grado di
spaziare da un periodo all'altro con grande competenza, balza agli occhi
l'avvincente cornice criminologica e investigativa, in cui ha inquadrato i
singoli casi, analizzando verbali e prove, tracciando profili, valutando le
possibili o impossibili dinamiche relative alla condotta, affrontando, con
sorprendente perizia, tematiche biologiche e mediche, come nel decimo capitolo,
dedicato al caso Teti, ove spiega con semplicità e, allo stesso tempo, con
precisione l’istocronologia.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sulla
base di ricerche bibliografiche e di archivio, l'Autrice ha ricostruito, con
somma accuratezza, il periodo in cui si svolgono i fatti criminosi, senza
tralasciare i piccoli avvenimenti che, al pari dei grandi, costituiscono
l'humus sociale in cui l'omicida si muove, e che aiutano a contestualizzare la
sua condotta. Si fa cenno, ad esempio, a film, canzoni, opere liriche,
avvenimenti politici e sportivi, e la sensazione, nel leggere, è quella di un
viaggio nel tempo.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Torno
al decimo capitolo, che mi ha particolarmente colpito per il ventaglio di
innesti stilistici e concettuali, che vanno dal racconto del caso di cronaca e
del processo, a un’accurata analisi forense, dalla contestualizzazione quasi
giornalistica della vicenda nel suo tempo, fino, addirittura, alla letteratura,
avendo, l’Autrice, inserito dei brevi brani di narrativa, invero dei piccoli
gioielli, per aiutare il Lettore a immaginare le diverse ipotesi accusatorie.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Concludendo,
direi che quest'opera si inserisce in un contesto squisitamente storico, ma
anche in un'avvincente cornice criminologica e investigativa, presentendo, inoltre,
un valore aggiunto di non poco conto: è scritta in forma molto vicina alla
narrativa noir, con l'uso del presente storico e con un ritmo serrato, che,
anche al di là dei brani puramente narrativi cui facevo cenno, non consente di
abbassare la soglia di coinvolgimento del lettore e, quindi, è piacevolmente
fruibile e accattivante … persino per un investigatore come me!</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Buona
lettura.</span></div>

<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div>

<div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">**** ° ****</span></b></div>

<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div>

<div class="imTAJustify"><b><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Luciano Garofano</span></i></b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="ff1"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="ff1">Generale in congedo dell'Arma
dei Carabinieri, ex comandante del R.I.S. di Parma e biologo, </span><b><span class="ff1">Luciano Garofano</span></b><span class="ff1"> è investigatore e
consulente in alcuni tra i più noti processi italiani; è docente, inoltre, in
numerosi Master in Scienze Forensi ed è ospite fisso in </span><i><span class="ff1">Quarto Grado</span></i><span class="ff1">, programma televisivo di Rete 4 dedicato ai grandi
casi criminali nazionali. E' autore, infine, di molti libri, tra i quali due
volumi intitolati </span><i><span class="ff1">Delitti imperfetti</span></i><span class="ff1">,
da cui è stata tratta anche una fortunata serie TV, </span><i><span class="ff1">Delitti e misteri del passato</span></i><span class="ff1">, </span><i><span class="ff1">Il
processo imperfetto: la verità sul caso Cogne</span></i><span class="ff1">, </span><i><span class="ff1">Assassini per caso: luci ed ombre sul delitto di Perugia</span></i><span class="ff1">,</span><i><span class="ff1"> Uomini che uccidono le donne</span></i><span class="ff1">, tutti
editi da Rizzoli rispettivamente nel 2008, 2009, 2010, 2011 ed </span><i><span class="ff1">I labirinti del male</span></i><span class="ff1">, edito da Infinito
nel 2013, sul tema del </span><i><span class="ff1">femminicidio,</span></i><span class="ff1">
da cui ha realizzato anche una rappresentazione teatrale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><div><b><span class="ff1">© Foto di Raffaella
Bonsignori</span></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 09 Jun 2015 11:37:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Fiume Bojaccia. Il libro]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Fiume_Bojaccia"><![CDATA[Fiume Bojaccia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000E0"><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b><i>Fiume Bojaccia</i></b> è un libro che nasce da una conferenza da me tenuta nel corso di una riunione romana di “fiumaroli”, ossia di gente del Tevere, oggi prevalentemente sportivi che praticano il canottaggio. Mi fu chiesto di parlare del “mio” Tevere, il Tevere di un avvocato penalista, e ho, dunque, iniziato ad indagare sui delitti compiuti con la complicità del fiume. La ricerca si è poi estesa in due anni di ricerche d’archivio e bibliografiche e ne è uscito un saggio storico-criminologico.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'opera consta di 11 capitoli, cronologicamente ordinati, ognuno dei quali dedicato ad un delitto consumato sul tratto romano del Tevere. Il primo è quello dell'imperatore romano Eliogabalo (222 d.C.), al quale fanno seguito la morte di Giovanni Borgia, figlio di papa Alessandro VI (1497), i delitti commessi da Alessandro Mattei, ricco esponente di una nobile famiglia romana legata al Vaticano (1555), l'esecuzione di Beatrice Cenci e della sua famiglia su ponte S. Angelo (1599), l'uxoricidio commesso da Augusto Formilli nel 1890, gli atroci delitti del mostro di Roma (1924-1927) e di Cesare Serviatti, il cosiddetto Landru dell'Esquilino, assassini seriali dell'epoca fascista (1928-1932), il linciaggio di Donato Carretta, direttore del carcere di Regina Coeli durante l'occupazione nazista (1944), il massacro dei coniugi Lovaglio ad opera di Vincenzo Teti (1969), il caso irrisolto della donna decapitata trovata all'isola Tiberina (si omette volutamente la data precisa, preferendo collocarla negli anni Ottanta, per non turbare il giusto diritto all’oblio dei familiari, essendo un delitto recente).</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ogni delitto è trattato in un capitolo a sé stante, cui segue un'ampia bibliografia, ed è inquadrato nel proprio contesto storico, ricercando quella che chiamo la <i>"complicità del tempo"</i>, ossia le componenti sociali, politiche e filosofiche che caratterizzano il periodo in cui si consuma il delitto e che inevitabilmente influenzano le azioni del singolo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ogni capitolo si apre con la descrizione del delitto; i paragrafi seguenti descrivono le premesse storiche e ricostruiscono la vicenda, approfondendo il significato di quel delitto.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La prefazione è stata magistralmente scritta dal generale <b>Luciano</b> <b>Garofano</b>, ex comandante del RIS di Parma, che non finirò mai di ringraziare per l’attenzione</span><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12lh1-5 ff1">Raffaella Bonsignori</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 09 Jun 2015 11:20:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Fiume Bojaccia. Delitti e misteri romani sul Tevere]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Libri"><![CDATA[Libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000009D"><div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5">L'opera consta di 11 capitoli, cronologicamente ordinati, ognuno dei quali dedicato ad un delitto consumato sul tratto romano del Tevere. Il primo è quello dell'imperatore romano Eliogabalo (222 d.C.), al quale fanno seguito la morte di Giovanni Borgia, figlio di papa Alessandro VI (1497), i delitti commessi da Alessandro Mattei, ricco esponente di una nobile famiglia romana legata al Vaticano (1555), l'esecuzione di Beatrice Cenci e della sua famiglia su ponte S. Angelo (1599), l'uxoricidio commesso da Augusto Formilli nel 1890, gli atroci delitti del mostro di Roma (1924-1927) e di Cesare Serviatti, il cosiddetto Landru dell'Esquilino, assassini seriali dell'epoca fascista (1928-1932), il linciaggio di Donato Carretta, direttore del carcere di Regina Coeli durante l'occupazione nazista (1944), il massacro dei coniugi Lovaglio ad opera di Vincenzo Teti (1969), il caso irrisolto della donna decapitata trovata all'isola Tiberina (si omette volutamente la data precisa, preferendo collocarla negli anni Ottanta, per non turbare il giusto diritto all’oblio dei familiari, essendo un delitto recente).</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5">Ogni delitto, approfonditamente studiato su materiale bibliografico e di archivio, è trattato in un capitolo a sé stante, cui segue un'ampia bibliografia, ed è inquadrato nel proprio contesto storico, ricercando quella che l'Autrice chiama la "complicità del tempo", ossia le componenti sociali, politiche e filosofiche che caratterizzano il periodo in cui si consuma il delitto e che inevitabilmente influenzano le azioni del singolo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5">Ogni capitolo si apre con la descrizione del delitto; i paragrafi seguenti descrivono le premesse storiche e ricostruiscono la vicenda, approfondendo il significato di quel delitto.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5">Prefazione del generale <b>Luciano</b> <b>Garofano</b>, ex comandante del RIS di Parma.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 31 May 2015 14:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Leggere Reinhold Messner]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000005"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTAJustify"><b>La montagna è un sentimento</b></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">A volte è sufficiente chiudere gli occhi e percepire il profumo delle erbe selvatiche, dei fiori, dei frutti di bosco, dei funghi; altre volte, invece, è lo sguardo a perdersi verso picchi che giganteggiano coperti di ghiaccio, anche in piena estate, e si stagliano su cieli di un azzurro così intenso da colorare l’anima, spesso riflessi in laghi di cristallo; esistono, poi, sogni bianchi che sussurrano sotto gli sci, mentre nel bosco aleggia una diffusa idea d’inverno e ai giorni freddi, brillanti di ghiaccio od opachi di neve, seguono lunghe sere in cui si accende il fuoco nei camini e si spargono profumi di cene, di vini, ci si racconta la vita; in ogni stagione, infine, pareti di roccia ospitano bivacchi lontani, lassù, da qualche parte, tra dirupi, ghiacci, vento, in luoghi dove risiede il pensiero di tutti, anche di chi resta a valle, partecipando con emozione, attendendo con ansia. Ecco, la montagna è tutto questo e molto di più.</span><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La montagna è <i>“un sentimento” </i>scrive Reinhold Messner. Niente di più vero.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’arte pittorica medievale in qualche modo la snatura, facendo sì che la forma si avvicini all’ideale di perfezione divina, come se a Dio fosse impossibile dimorare tra le cuspidi frastagliate, tra le pareti di roccia sconnesse. Cennino Cennini, alla fine del Trecento, così scrive nel suo <i>Libro d’Arte</i>: <i>«Se vuoi pigliare buona maniera di montagne e che paino naturali, togli pietre grandi che siano scogliose e non pulite»</i>.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nonostante i capolavori pittorici di cui quell’epoca si è comunque ammantata, voglio dissentire fermamente: i vertiginosi luoghi dei sentimenti di Messner e di chiunque ami la montagna sono la sede ideale di Dio. Lassù, tra le nubi, a toccare il cielo, non può esserci che Lui.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Eppure, quanta paura hanno sempre suscitato queste cime maestose, queste <i>«cattedrali della terra, con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle» </i>come scrive Ruskin!</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ancora nel Settecento il Monte Bianco veniva chiamato Monte Maledetto, perché si riteneva che tra i suoi ghiacci San Bernardo avesse imprigionato diavoli, esseri infernali responsabili delle sparizioni dei viandanti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Magia e mistero: è anche questo il linguaggio della montagna. Villaggi costruiti nell’oro, nell’argento e tempestati di gemme si immaginano da sempre nascosti dalle rocce, come nelle montagne che circondano il WeiBsee, in Austria, un incanto turchese a 2.425 metri, su cui aleggia lo spirito della Dama Bianca, vestita di neve, con un mantello cristallino come l’acqua ed una corona di fiori alpini. Ci sono stata: la prima tappa di un viaggio verso una sella facile da raggiungere, ma non per questo meno affascinante, a 3.108 metri, e non posso usare altro termine se non <i>sentimento</i>; ecco, tornano le parole di Messner.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono i pittori a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento i primi a <i>sentire </i>la montagna, a viverla nei loro pennelli: Joseph Mallord William Turner, che immortala in modo sublime <i>Il Passo del San Gottardo</i>, <i>Paul Cézanne</i>, il quale dipinge la Sainte-Victoire, su cui affaccia la finestra del suo studio, e, quindi, Alois Arnegger, il quale, nel suo <i>Paesaggio Dolomitico con Borgo Innevato </i>riesce a cogliere l’essenza delle Dolomiti, con i villaggi incantati che vi si stendono, i chiaroscuri imperdibili e le loro rocce dai colori unici, soprattutto sotto i raggi del sole al tramonto; ed ancora Emilio Longoni, Carlo Costantino Tagliabue, Stefano Bruzzi, ma soprattutto Giovanni Segantini, il divisionista dell’Accademia di Brera, scapestrato giovane uomo con l’arte nelle dita e, poi, maturo pittore che trova nelle montagne motivi di luce mai avuti prima, motivi di serenità mai raggiunta nelle sue tele precedenti: <i>«certe mattine, contemplando per qualche minuto questi monti prima di prendere il pennello, mi sento spinto ad inginocchiarmi innanzi a loro come innanzi a tanti altari sotto il cielo»</i>, afferma. Nell’ultimo suo periodo pittorico, durante il ritiro in Engadina, dipinge quei monti con esaltazione poetica e, fin quando la morte non lo coglie sullo Schafberg a soli 41 anni, continua a rifugiarsi lassù, tra le cime, in compagnia delle sue tele, dei suoi pennelli, di un cavalletto che sorregge una finestra aperta sul <i>sentimento</i>. Toh, ancora Messner!</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Del resto, è di lui che voglio parlare; di Reinhold Messner, uomo dai tanti interessi: alpinista del più alto livello, curatore del più grande progetto museale dedicato alla montagna, contraddistinto dall’inconfondibile logo che fonde il suo nome con il profilo dei monti (MMM, Messner Mountain Museum), conferenziere d’eccezione e anche scrittore.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Mallory, Irvine e la mancata conquista dell'Everest</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La mia estate è stata accompagnata da due dei suoi numerosi libri: <i>La Seconda Morte di Mallory </i>e <i>Walter Bonatti: il Fratello che non Sapevo di Avere</i>. È stata un’estate trascorsa, in parte, tra i monti della Val Venosta, dove la pioggia ha purtroppo impedito un anelato ritorno sul Cevedale e sul fronte del ghiacciaio dell’Ortles che, l’anno precedente, mi aveva impegnata per sei ore in uno dei migliori momenti montani della mia vita. Sinceramente, mi è dispiaciuto molto essere stata costretta dal maltempo ad affrontare camminate meno impegnative, ancorché io non possa permettermi grandi imprese, avendo purtroppo disatteso, nella mia adolescenza campigliana, lo sprone di Cesare Maestri ad imparare l’arte dell’arrampicata. Tuttavia, leggendo questi due magnifici libri di Messner, ho viaggiato ugualmente tra alte vette.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Entrambi sono un compendio di storia della montagna, di storia di uomini intrepidi, di cuori innamorati non del vanto, ma del rapporto con la roccia nel fronteggiare se stessi. Alcuni hanno vinto, altri hanno perso. In realtà conta solo il sogno che tutti loro hanno condiviso.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo stile di Messner è accattivante, vivo; segue l’onda della sua passione per la montagna, della sua profonda conoscenza d’ogni minimo anfratto, d’ogni parete, d’ogni appiglio, e della sua vastissima cultura sulla storia dell’alpinismo. Mentre leggi ti senti tra i ghiacci, percepisci il vento sibilare, l’ossigeno rarefarsi; vedi con i suoi occhi le cime lontane, vivi le notti di gelo, assapori il grido dell’ultima fatica, poco prima che i piedi tocchino l’inviolata vetta, piangi per gli eroi caduti in quella lunga marcia verso il cielo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel primo libro riesci persino ad avvertire la presenza umbratile dello spirito di Mallory che aleggia sul <i>suo </i>Everest, dopo una scalata che la storia non sa ancora spiegare fino in fondo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È l’8 giugno 1924. George L. Mallory ed Andrew Irvine decidono di affrontare un gigante. Non si tratta di una battaglia epica nelle terre fantastiche di Tolkien; non sono armati di frecce e lance e non hanno elfi come amici. Il gigante è alto 8.848 metri, alle misurazioni di allora, è ricoperto di ghiaccio e le loro uniche armi sono le braccia, le gambe, una piccozza, corde di canapa, una bombola di ossigeno in alluminio del peso di 20 kg, scarponi chiodati, calzettoni di lana, qualche maglione ed una giacca a due bottoni. Sono i primi ad affrontare l’Everest e a scegliere di farlo dal versante nord-est, ossia il più arduo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non hanno rilievi fotografici della zona, non hanno il vantaggio di avere una via aperta. La loro forza è tutta nella determinazione, nel desiderio di esplorare, di raggiungere la vetta. Ancora oggi è discusso se vi siano riusciti. Solo nel 1999 verrà ritrovato il corpo di Mallory, perfettamente conservato dai ghiacci. È ai piedi del secondo gradino, l’ultimo prima di arrivare in cima. Più su, a soli 250 metri dalla vetta, viene ritrovata la piccozza di Irvine. Sono caduti prima di finire la scalata o durante la discesa? L’interrogativo è destinato a restare sospeso nell’aria gelida di quella montagna.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sappiamo che Mallory aveva portato con sé alcune fotografie, tra le quali una della moglie, che avrebbe lasciato sulla vetta in segno di conquista. Dove viene rinvenuto il suo corpo, però, vengono anche rinvenuti i suoi appunti, i suoi oggetti personali, le sue foto; non quella della moglie. È sulla sommità dell’Everest?</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Aveva anche una macchina fotografica, una Kodak a soffietto, ancora dispersa. Di certo in quelle foto, ammesso che, nel ritrovarla, possano ancora essere estratte immagini chiare, c’è la risposta definitiva al dilemma; un dilemma che potrebbe riscrivere un capitolo fondamentale della storia dell’alpinismo. Se Mallory avesse raggiunto la vetta nel 1924, infatti, Hillary non sarebbe più il primo uomo sull’Everest.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Messner, che ha scalato l’Everest in solitaria e senza ossigeno passando proprio dalla via intrapresa nel 1924, ripercorre, nel suo magnifico libro, le tappe di quella spedizione, intervallando il proprio racconto con il pensiero di Mallory, ossia dando voce al suo fantasma: suggestivo ed emozionante escamotage letterario in un serissimo resoconto documentale.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b>Walter Bonatti, fratello di montagna</b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Altrettanto bello l’altro libro, quello su Walter Bonatti, uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi e, a sua volta, grande scrittore, come dimostrano i suoi libri e i suoi reportage per Epoca, effettuati nel periodo successivo all’alpinismo estremo e sui quali concentrerò la mia attenzione in un prossimo articolo.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nasce nella <i>bassa</i>, nel cuore della Pianura Padana. Non respira aria di montagna dalla nascita, dunque; non sa cosa significhi arrampicarsi. Nuota nel Po, cammina, corre, ama la natura: questo sì.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Si trasferisce presto dalla zia, a Monza. Di lì comincerà ad incuriosirsi guardando i monti lontani che l’occhio gli restituisce.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A 19 anni, formatosi come ginnasta dalle promettenti qualità, inizia a scalare; a 24, nel 1954, fa già parte della spedizione sul K2 che vedrà l’Italia conquistare la vetta. Saranno Achille Compagnoni e Lino Lacedelli gli alpinisti che riusciranno nell’ambizioso progetto, ma senza Walter non ce l’avrebbero fatta. Ed è una verità, questa, che, vergognosamente, uscirà solo decenni dopo l’impresa.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La sua giovinezza, abbinata alla naturale prestanza fisica, all’autocontrollo psicologico persino in condizioni di estrema difficoltà -come proverà, un anno dopo, la sua via impossibile sul pilastro sud-ovest del Petit Dru- rende Walter uno dei più probabili protagonisti della scalata finale. Eppure, in lui non c’è un briciolo di arrivismo; ha a cuore solo la spedizione, il risultato del gruppo, chiunque sia il fortunato chiamato a salire fino al cielo. Lo dimostrano i fatti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Al campo VIII, circa 7.700 metri, Compagnoni e Lacedelli si rendono conto di quanto sia assolutamente concreto il rischio di abbandono: non hanno le bombole di ossigeno, rimaste al campo VII, e a voler tornare indietro a prenderle, scendendo per circa 200 metri -distanza infinita, a quell’altitudine-, potrebbero non serbare le forze per portare a termine la scalata. Prima di salire in vetta, infatti, dovrebbero scendere, prendere le bombole e, subito dopo, risalire fino ad 8.100 metri, ove allestire il campo IX, l’ultima tappa prima della parte finale del loro sforzo. Un dislivello di circa 700 metri, in quelle condizioni, è davvero tanto, soprattutto perché la stanchezza e lo stress fisico li hanno già quasi sfiniti.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Rinunciando al sogno di salire l’ultimo tratto del K2, Walter si offre volontario: sarà lui, in compagnia dell’hunza Mahdi, a scendere al campo VII, prendere le bombole e risalire fino al campo IX per consegnarle a Compagnoni e Lacedelli, i quali, nel frattempo, avrebbero allestito il campo non a 8.100 metri bensì a 7.900, in modo da renderlo raggiungibile da Walter e Mahdi prima di notte e, comunque, accessibile per il loro ristoro, qualora i due, per fatica accumulata o per mancanza di luce, non potessero ridiscendere quello stesso giorno.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le cose, però, vanno diversamente.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse negli animi dei due alpinisti della cordata di punta aleggia il timore che Bonatti, con la sua gioventù e la sua eccezionale prestanza fisica, sarebbe stato più in forze di loro, l’indomani, nonostante l’immane fatica fatta; il timore che Bonatti sarebbe stato uno dei due uomini da mandare in vetta, cosa inaccettabile per l’ego di entrambi.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Fatto è che Compagnoni e Lacedelli montano il campo IX in un punto diverso da quello prestabilito: più in alto e, tra l’altro, dietro una cresta; praticamente invisibile. Quando arrivano al concordato punto di incontro, Walter e Mahdi non trovano nessuno. Sono stanchi, assetati, sta facendo buio. Con le ultime forze chiamano a gran voce il nome di Lino e di Achille. Niente. La notte scende rapidamente e li trova senza riparo, senza acqua, senza cibo a quasi ottomila metri. Walter allestisce un sedile di fortuna per lui e per il suo compagno. Lì, con la schiena poggiata sulla parete di ghiaccio e le gambe che penzolano nel vuoto dal ginocchio in giù, trascorrono la notte, sferzati dalla bufera, cercando di non dormire per non morire assiderati e battendo la piccozza sulle gambe e sulle mani per mantenere attiva la circolazione. Vedranno una torcia, ad un certo punto, e sentiranno la voce di Lacedelli. Gli chiederanno di far luce in modo da poterlo raggiungere, poiché stanno morendo di freddo, ma Lacedelli, nonostante di notte sia assolutamente impossibile farlo senza perdere la vita, dirà loro di lasciare le bombole e di tornare indietro; poi andrà via, spegnerà la torcia, sparirà in un buio nemico d’ogni speranza.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">All’alba, dopo averlo aiutato a fissare i ramponi, Walter lascia che il suo compagno torni verso il campo VII, dove gli altri sono ad attenderli, e, ormai allo stremo, dominando il tremore che lo pervade, sale ancora un poco in modo da lasciare le bombole ben visibili sulla direttiva di quella luce che li aveva lasciati soli, qualche ora prima, spegnendosi sulla loro lunga, terrificante notte. Compagnoni e Lacedelli sapranno trovarle e con esse affronteranno vittoriosamente la cima.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tornato al campo VII le prime parole di Walter saranno per il suo compagno: è tornato? In realtà, pur con qualche congelamento, l’hunza è vivo; è vivo grazie a lui che lo ha tenuto sveglio, che lo ha abbracciato tutta la notte, cercando di mantenere un briciolo di calore nei loro corpi, che gli ha impedito di scendere al buio incontro a morte sicura, o di lanciarsi, alle prime luci dell’alba, verso la via del ritorno senza neanche i ramponi, seguendo il folle richiamo della mente, abbacinata dalla rarefazione dell’ossigeno.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Di questa vicenda, di questo tentato omicidio, come lo definisce la mia mente di avvocato penalista, non si parlerà per lungo tempo e solo nel 1994, quarant’anni dopo, Lacedelli finalmente ammetterà in parte quanto avvenuto, confermando d’aver spostato deliberatamente il campo IX su insistenza di Compagnoni.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Messner, a sua volta lungamente calunniato in occasione della conquista del Nanga Parbat, dove perse la vita suo fratello Günther, ben conosce l’invidia e la meschinità che a volte albergano nel cuore degli uomini, anche di coloro che, per coraggio e temerarietà, dovrebbero assomigliare ad autentici eroi, e, dunque, descrive con grande pathos la triste vicenda del K2.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Entrambi i libri sono talmente ricchi di descrizioni e profonda psicologia da trasportare il lettore sulle pareti impervie di montagne lontane, attraverso la via del coraggio, della conquista, della verità.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le montagne <i>«suscitano nel cuore il senso dell’infinito, con il desiderio di sollevare la mente verso ciò che è sublime» </i>diceva Giovanni Paolo II, il papa santo, montanaro per vocazione.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene, è proprio questo ciò che accade leggendo i libri di Messner. Ne ha scritti molti, uno più bello dell’altro; volumi di cui tornerò a scrivere, perché non si possono racchiudere tutti in un solo articolo, ma una cosa li accomuna e può, dunque, essere indicata sin d’ora come l’icona delle sue opere: leggerlo significa conquistare un pezzo delle montagne che descrive ed in cui ha riposto cuore e anima. Ogni lettore prova emozioni diverse e parimenti intense, ma tutti, grazie a lui, raggiungono il sublime.</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b>© di Raffaella Bonsignori</b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[in www.inliberta.it, 08.09.2014]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - Ortles</span></b></div></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Sep 2014 10:58:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'arte sconosciuta di Claudio F. Bruno]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000044"><div class="imTACenter"><div><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">C'è chi della propria arte ne fa vanto, preda d'un esibizionismo che trasforma il rigoglioso frutto di emozioni e passioni in un messaggero inviato per le vie del mondo a cercar proseliti e attenzioni. Ne sono modello primo, io, vanitosa e immodesta nella pochezza dei miei scritti, e non sempre vi riconosco motivo d'orgoglio. A volte vorrei avere il coraggio di "essere senza mostrarmi" e so riconoscere, dunque, so ben apprezzare la forza dirompente di chi non cede alle lusinghe dell'apparire, di chi riesce a splendere senza mettersi in mostra, esattamente come ha fatto Claudio F. Bruno, autore di alcune tra le più commoventi liriche che abbia mai avuto il privilegio di leggere. Egli ha scelto ben altra via, quella dell'intimità, del sommesso e potente silenzio, scrivendo per i pochi che hanno avuto il favore di albergare nel suo cuore e lasciando in essi un'impronta indelebile di valore e sentimento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L'ho conosciuto sui banchi dell'università e con lui ho condiviso una delle amicizie più belle, intense e struggenti che si siano affacciate sul mio cammino; un'amicizia pregna d'un amore puro e immenso, estraneo ad ogni forma d'oblio, cui la vita, spesso, conduce nell'incessante perdersi e ritrovarsi che impone. "Avvocato per caso", come me, egli ha avuto il coraggio di abbandonare la professione forense, poco amata benché egregiamente svolta sia in Italia, sia in Inghilterra, per dedicarsi a tutt'altra attività, conservando pur sempre spazi privati di scrittura e sogno. Sogno, sì, perché nei suoi versi è tutta l'onirica presenza dell'universalità dei sentimenti.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono passati molti anni da quando, per la prima volta, mi dedicò una poesia, vergata a mano sopra un foglio di quaderno, durante una lezione di Diritto Romano; una poesia che immeritatamente mi dipinge come un'antica dama dal bel volto, amata e, forse, contesa, per la quale scrivere e persino morire; una poesia che narra di lontane reminiscenze, evocazione d'altri tempi, d'altre dimensioni, di misteriose memorie serbate nell'anima, una tematica, questa, che ci ha sempre accomunati nella ricerca del fondamento della nostra amicizia, sicuramente proveniente da molto lontano e non ancora stanca di viaggiare verso luoghi e tempi sconosciuti che ci ritroveranno insieme. Meritano uno spiraglio di visibilità, questi bei versi, prima di tornare nel forziere del mio cuore.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Esistono momenti profondi,</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">nei quali siamo consci di un'alba segreta</span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">che sorge dalla verde oscurità.</span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il tuo volto viene da altri mondi:</span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">per esso qualcuno è morto,</span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">benché io non sappia dove;</span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">di esso qualcuno ha cantato,</span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">benché io non sappia quando»</span></i></div><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene, pur nel rispetto del suo delicato riserbo, ho voluto che almeno un breve componimento uscisse dalla luminosa "oscurità" dei segreti di Claudio, perché credo sia giusto che lo splendore delle emozioni di questo Poeta della Vita, la vita nel suo perenne divenire, tocchi per un attimo il cuore di chi non l'ha conosciuto e, purtroppo, non potrà conoscerlo mai. Sull'onda assassina di una gioventù che non l'ha accompagnato alla vecchiaia, se n'è andato da pochi giorni, nel dignitoso silenzio e nella compostezza che gli appartenevano; è in viaggio verso un mondo nuovo, ora, o, forse, un mondo antico e ricco di ricordi, i suoi amati ricordi, particelle di sé che disseminerà sul suo cammino, indizi che segnerà sulla mappa dell'esistenza della sua anima, affinché coloro che l'hanno amato possano un giorno rintracciarlo, confermando quanto egli stesso affermava continuamente: chi si ama davvero non si perde mai!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</span></b><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, 16.11.2009]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b class="imTACenter fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori – poesia autografa di Claudio F. Bruno</span></b><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 18:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Amore, maschere e menzogne]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000097"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Riluce
di delitti sepolti quella benigna letargia sentimentale che ci rende propensi a
seppellire i lumi della ragione e a pregiare, nell’intimo del cuore, il
miraggio di un ansante inventare similitudini, di un sospirato cancellare
differenze, falsari, entrambi, di una realtà al servizio del romanticismo:
parole dell’anima brutalmente azzittite che, prima o poi, risvegliano antichi
dolori di verità inesistenti e trionfanti menzogne, di maschere scambiate per
volti reali, di quel mischiarsi di onte e miserie che, a volte, giunge dalle
persone che ci hanno amato.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Parola
grossa l’Amore, in questo caso!</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ancora
legata a certi valori demodé, ritengo che meglio sarebbe non abusare di questa
voce, ricca di delicate istanze e di sconfinate potenzialità, capace di voli
infiniti, di luce sfacciata, di fiera eleganza e di intelletto superiore.
Meglio sarebbe trovare un neologismo per esprimere un finto sentimento dal
roseo e florido aspetto. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Falore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, forse, crasi di falso amore; </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Amalso</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">,
crasi di amore falso!</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">La
linea di scissione tra un sentimento autentico e ciò che molti vivono come
tale, senza averlo conosciuto mai, sta nella puerile idea di emancipazione che
si vuole stillata dalla fonte di una risoluta ed ottusa messa al bando della
verità. Falsità e maschere, soprattutto in campo affettivo, trovano una ben
precisa collocazione e c’è da chiedersi perché la somministrazione di una
consapevolezza annebbiata raccolga tanti consensi. Forse perché esclude a
priori lo scioglimento delle alternative tra essere, dover essere e voler
essere.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il
parossismo emotivo, lungi dal disegnare ali che sappiano volare, come
vorrebbero i santi, gli eroi e i poeti (nonché la sottoscritta), spesso
trasforma gli uomini in scalatori della Montagna dei Contrari: piacere e
dolore; coraggio e paura. Dalla rete dei contrasti solo i più illuminati
riescono a liberarsi, assaporando </span><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">in pieno
le proprie emozioni e raggiungendo, così, i più eccelsi livelli del vivere. È un’attività
che richiede cuore e cervello. Gli altri rimangono impigliati e affondano
nell’oceano oscuro dei sotterfugi peggiori, chiamati ad eludere le istanze
dell’Essere contrapposte a quelle dell’Apparire e possono aspirare a nulla più
di un florilegio di soddisfazioni materiali, quelle descritte nei libri di
zoologia!</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Immagino
Aletheia, la svestita dea della Verità figlia di Kronos, col volto corrugato al
cospetto di cotanta umana debolezza, che, stretta in un angolo tra sole e
abisso, amata da Thanatos e scansata da Eros, piange la propria sorte. In certi
ambienti, tra certi uomini, troppo spesso Amore è Menzogna e Verità è Morte.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">I
deboli si muovono in un gioco di attrazioni e repulsioni evocate dal senso
falsato di sé e degli altri, sostituendo con una maschera di frivolezza e di
superficialità passioni, emozioni, affetti e sensazioni ed impegnandosi in una
danza di inganni perenni, di quelle dipinte dal Tiepolo tra bautte indossate a
tenere le espressioni del volto nascoste, e corpi impegnati ad esprimere
seduzioni manifeste. Tra i dediti a questa deprimente attività di
cristallizzazione dei sentimenti migliori in oscure stalattiti avvelenate, si
evidenziano le maschere umane, dunque. E l’aspetto delle maschere presto muta.
Il sorriso lentamente si spegne, gli occhi si abbassano; divengono le figure,
solitarie ed annoiate, dipinte da Picasso e da Widmayer; o quelle di Derain, di
Botero, di Severini, portatrici di una malinconia senza pari, con quelle loro
chitarre prive d’ogni suono. A volte, poi, piangono il furto d’amore che
qualcun altro commette in loro danno e si trasformano in Pagliacci dal sorriso
dipinto sopra un volto piangente, che si forzano d’apparire indifferenti a quel
tradimento. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ridi Pagliaccio col tuo cuore infranto»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> canta il
protagonista di uno splendido melodramma. E il carnevale si trasforma in un
caos di colore e dispetto, abitato da piccoli demoni, come lo dipinge Mirò.
Pochi si svegliano dall’incubo. Accade solo quando la maschera è stata indossata,
sì, per insicurezza e paura, ma da una persona dotata di cuore e capace di
cogliere nell’amore ogni cura. Penso con commozione alla portinaia e alla
bambina de l'</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Eleganza del Riccio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Che delicato riserbo, che raffinato
sentire dietro le loro maschere, indossate per difendersi da un mondo
insensibile e brutale; e che melodia il loro incontro!</span></div>

<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Non
parliamo più di oscurità»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">
canta il Fantasma dell’Opera al suo incantevole soprano, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«lasciami essere la
tua libertà»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Niente di più vero: è quando la maschera cala che s’inizia ad
essere davvero liberi.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Eppure
il carosello dell’apparenza è gettonatissimo e va ben oltre la schermaglia tra
una coppia di maschere. Elemento preoccupante, invero. Molti, infatti, anche
tra i coraggiosi, i passionali e gli intelligenti, sono disposti ad indossare
pacchiani camuffamenti, a volte, pur di sentirsi desiderati e ammirati. Sento
dire da sempre che dovremmo aspirare ad essere apprezzati per quel che siamo e
non per come cerchiamo di apparire. Pura utopia. Quelli che lo dicono sono i
primi a gingillarsi con maschere d’ogni genere.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Le
donne si truccano per sembrare più belle; indossano begli abiti e gioielli per
sembrare più eleganti; giunte ad una certa età, poi, si affidano ad intrugli
vari per sembrare più giovani. Gli uomini non sono da meno: palestra, carriera,
soldi, e, oggi, persino massaggi, belletti e chirurgia estetica. Per non
parlare di tatuaggi e piercing, quelli della splendida Zeliha, protagonista de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La
bastarda di Istambul</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, una delle più dolenti e intense maschere umane di cui
abbia letto negli ultimi tempi, ma anche quelli dei meri cultori
dell’anti-bellezza, dell’anti-regola, dell’anti-famiglia, chiamati a comunicare
disagio, contestazione, fuga, il tutto senza dover usare le parole, ovviamente.
Mi chiedo dove sia il divertimento.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">La
vita, del resto, ci insegna che mentire non è deprecabile o inutile: pensiamo
al mimetismo animale.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Esistono
maschere ovunque. Come nelle tele di Ensor, ne siamo circondati. Inquietante
davvero.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Personalmente non mi piace indossarne;
spesso evito persino di truccarmi. Tuttavia, non disprezzo tout court chi
indossa maschere, sempre che accompagni il travestimento con una dose non
letale di falsità. L’unico suggerimento che vorrei dare a chiunque voglia
vivere in questa sorta di perenne Carnevale è di continuare a indossarla,
quella maschera, una volta messa, perché le persone vere possono anche
inciampare nell’innamoramento per un mero personaggio, un piccolo Pinocchio, un
Pulcinella qualunque, ma di sicuro rischiano di spaventarsi a morte, come
accade in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Helzapoppin</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, nel vedere il vero volto che costui cela dietro
di essa!</span></div></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff2"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff2"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff2">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff2">[Corriere di Roma, 30 settembre 2009]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff2"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff2">© Foto di Ingrid da Pixabay</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 19:50:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Una prosa morbida e ossificata nei racconti liminari di Raffaella Bonsignori]]></title>
			<author><![CDATA[Antonio Coppola]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Altre_recensioni_e_interviste"><![CDATA[Altre recensioni e interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000CB"><div class="imTACenter"><span class="ff1"><b>CORRIERE DI ROMA</b></span></div><div><span class="ff1"><b><br></b></span></div><div><img class="image-0" src="https://raffaellabonsignori.it/images/CORRIERE-DI-ROMA--30.05.2009-.jpg"  title="" alt="" width="970" height="1427" /><span class="ff1"><b><br></b></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 30 May 2009 21:44:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il bene che crediamo di fare. Il libro]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Il_bene_che_crediamo_di_fare"><![CDATA[Il bene che crediamo di fare]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000ED"><div class="imTACenter"><b><i><span class="fs14lh1-5">Il bene che crediamo di fare</span></i></b><span class="fs14lh1-5"> è una raccolta di racconti edita da Giuffré nel 1997.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5">Il titolo trae origine</span><span class="fs14lh1-5"> da una frase che Luigi Pirandello scrisse in </span><i><span class="fs14lh1-5">Sei personaggi in cerca di autore</span></i><span class="fs14lh1-5">; frase che, per intero, recita: </span><i><span class="fs14lh1-5">«Ah, se si potesse prevedere tutto il male che può nascere dal bene che crediamo di fare!»</span></i><span class="fs14lh1-5">. Ed è proprio attorno al concetto di un “bene” che può condurre verso diverse, inquietanti sfumature di “male”, che ho costruito nel tempo le sei storie qui raccolte, tracciando uno spaccato relazionale incentrato su amori distratti o rapporti malati, sul senso profondo di crisi che spesso avvolge la coppia moderna.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Vari i temi affrontati: dal semplice tradimento ai maltrattamenti in famiglia, dallo stupro all’omicidio. Vario anche lo stile, che va dalla narrazione in terza persona al dialogo diretto con il personaggio, dalla coesistenza di differenti piani temporali, attraverso l’uso del flashback, al viaggio-delirio di un io narrante nei propri pensieri.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Ogni racconto è, inoltre, corredato da una brevissima appendice di giurisprudenza relativa al singolo “crimine endofamiliare” narrato; appendice che, in modo leggero e divertente, cerca di creare un collegamento ideale tra due mondi, quello dell’invenzione letteraria e quello della realtà processuale.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Nel corso della prima soirée di presentazione, nella bella cornice del Circolo Canottieri Roma, uno dei racconti, </span><i><span class="fs14lh1-5">Una finestra nel Tempo</span></i><span class="fs14lh1-5">, fu letto dalla bravissima Monica Guerritore. Ricordo l’emozione che provai ad ascoltare la sua lettura e ricordo anche lo stupore nei miei pensieri, improvvisamente animati da una sola, gigantesca domanda: </span><i><span class="fs14lh1-5">«Ma davvero ho scritto io queste parole?»</span></i><span class="fs14lh1-5">. La verità è che attori di livello come Monica sono capaci di dare vita alle parole, di dare loro un corpo e un’anima, non solo una voce e quelle parole abbandonano chi l’ha scritte per vivere da sole.</span></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://raffaellabonsignori.it/images/CCR--locandina-Il-Bene-che-Crediamo-di-Fare-.jpg"  title="" alt="" width="206" height="296" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Come accennato, i racconti non sono coevi, ma sono stati scritti nel corso di molti anni. Con uno di essi, </span><i><span class="fs14lh1-5">Biglietto di sola andata</span></i><span class="fs14lh1-5">, partecipai al Concorso letterario </span><i><span class="fs14lh1-5">Voci di Donna</span></i><span class="fs14lh1-5"> edizione 1993.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://raffaellabonsignori.it/images/Attestato-Voci-di-Donne-001.jpg"  title="" alt="" width="252" height="347" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">L’anno dopo uscì al cinema il film di Tornatore </span><i><span class="fs14lh1-5">Una pura formalità</span></i><span class="fs14lh1-5"> con Gerard Depardieu, film meraviglioso che presentava moltissime assonanze e pochissime differenze con il mio racconto. La mia protagonista è una donna e il protagonista del film un uomo; la mia protagonista è sola e il protagonista del film dialoga con un poliziotto ed il suo aiutante; nel mio racconto i flashback vengono annunciati da un sibilo acuto, nel film da flash di luce. Per il resto, entrambi i protagonisti si trovano in un luogo sconosciuto, con un orologio senza lancette e, lentamente, devono scoprire la dura realtà di essere morti e di dover proseguire per la stazione successiva. Quando vidi il film rimasi molto male, lo confesso. Nell’immediatezza, la mia anima da avvocato mi suggerì alcuni pensieri, ma, poco dopo, li abbandonai. Il mondo delle idee e dell’arte potrebbe anche seguire regole fuori da ogni regola e sono certa che, da qualche parte di questo mondo, esistono cervelli che non si conoscono ma che arrivano a conclusioni identiche, inventano le stesse storie. </span></div><span class="fs14lh1-5">Ovviamente, la comunanza di idee che abbiamo avuto io e Tornatore è fenomeno raro. Statisticamente a me è capitato in questa occasione e non deve capitare più.</span><div><span class="fs14lh1-5">Comunque, mi consola l’idea che, grazie al racconto </span><i><span class="fs14lh1-5">Biglietto di sola andata</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5"> ho capito che potrei scrivere anche per il cinema. E non è detto che non lo faccia!</span></div> &nbsp;<div><span class="fs14lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imTARight"><span class="fs14lh1-5">Raffaella Bonsignori</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 20 Dec 2007 16:33:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Aggressività istintuale e fascino del crimine: le spinte motivazionali generate dalla divulgazione dei reati omicidiari]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Universit%C3%A0"><![CDATA[Università]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000118"><div class="imTARight"><span class="fs12lh1-5"><i>«Il dramma
è in noi; siamo noi; e siamo impazienti</i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12lh1-5"><i>di rappresentarlo, così, come dentro ci
urge la passione»</i></span></div>

<div class="imTARight"><span class="fs12lh1-5">[L. Pirandello]</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Si cela una curiosità primordiale dietro l’attenzione prestata ai
meccanismi delittuosi: in un certo senso, di fronte all’idea di penetrare la
cortina del Male, studiando o anche soltanto leggendo i casi più eclatanti
della criminalità, soprattutto di quella omicidiaria, si subisce un fascino
perverso, siano essi reali o frutto di fantasia artistica. Non è facile da
accettare, ma si tratta di un meccanismo polarizzante che si scatena in ognuno
di noi, in realtà, tutti i giorni, prigionieri come siamo di una fantasia le
cui tinte più fosche evocano l’immagine di una morbosità ossessiva da “crime
stalker”, non dissimile, in fondo, a quella dei turisti che, negli anni ’50, in
un quartiere di Londra, affollavano, per due scellini e sei pence a visita, la
casa di un noto assassino necrofilo (</span><span class="fs12lh1-5"><i>Furneaux</i></span><span class="fs12lh1-5">, 1967).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Del resto non è un caso che,
dalla tragedia greca alla letteratura patibolare, da Shakespeare a Dante, da
Dostoevskij a Shiller, a Poe, Zola, Stendhal, Balzac (si vedano le pregevoli
opere di </span><span class="fs12lh1-5"><i>Alimena</i>, 1899; </span><span class="fs12lh1-5"><i>Chindamo</i>, 1939; </span><span class="fs12lh1-5"><i>Ferri</i></span><span class="fs12lh1-5">, 1896), o ancora a scrittori moderni come
Harris e King </span><b class="fs12lh1-5">[1]</b><span class="fs12lh1-5"> e persino agli
autori dei fumetti più recenti come il Berardi, ideatore della criminologa Julia (</span><span class="fs12lh1-5"><i>Angelini</i>, </span><span class="fs12lh1-5"><i>Verde</i></span><span class="fs12lh1-5">, 2002), il delitto sia al centro dell’attenzione,
essendo, in certo qual modo, un escamotage letterario in grado, a volte, di
suscitare nel lettore un interesse più grande di qualunque altra vicenda.
Ponendo la questione in questi termini, dunque, sembra quasi naturale affermare
che il delitto paga; e, tutto sommato, è così, laddove non sia commesso,
naturalmente, ma solo descritto. Accade, infatti, anche nel caso in cui la
vicenda criminosa sia reale: si pensi alla cronaca nera </span><b class="fs12lh1-5">[2]</b><span class="fs12lh1-5">, che, statisticamente, è l’espressione più nota del
giornalismo, quella più seguita in assoluto, a prescindere dalla razza, dal
sesso, dall’età, dall’estrazione culturale dei lettori e dall’epoca in cui
vivono (</span><span class="fs12lh1-5"><i>Hartman</i></span><span class="fs12lh1-5">, 1977) </span><b class="fs12lh1-5">[3]</b><span class="fs12lh1-5">. Esiste, però, un rischio non sempre calcolato nella
divulgazione del crimine, quello di suscitare una reazione violenta; un
interesse morboso che, per diverse ragioni, si spinge al di là del mero stimolo
intellettuale, o del capriccio artistico, per loro stessa natura, invece,
funzionali, come vedremo, al depotenziamento del motore aggressivo.</span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"> </b></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">Note:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[1]</b> Stephen King, noto al grande pubblico con l’appellativo
semplicistico di “maestro dell’horror”, è, in realtà, uno scrittore
particolarmente attento ai meccanismi psicologici legati al crimine: anche nei
romanzi che, a causa del suo lungo indugiare su descrizioni macabre, più di
altri possono definirsi “splatter”, è, infatti, possibile rilevare un
sottofondo di sottile comprensione dell’evolversi dei sentimenti e delle
reazioni ad essi conseguenti rispetto ad un’azione criminosa. In tal modo un romanzo
di King spesso diviene il racconto di se stesso: alla descrizione di un
meccanismo reattivo alla violenza, di cui è protagonista un personaggio di
fantasia, se ne potrebbe giustapporre uno concreto di analoga intensità e
somigliante natura, quello del lettore. </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[2]</b> In senso lato inteso può essere considerata tale anche la
divulgazione di scritti, od altre comunicazioni di vario genere, direttamente
attribuibili all’autore del crimine, la cui discutibile autenticità (<i>Magnarapa - Pappa</i>, 1996) non esclude che
sorga per essi un interessamento particolare.<b></b></span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[3]</b> L’Autore citato sottolinea come, anche in epoca vittoriana,
esistesse un preponderante interesse giornalistico per i casi giudiziari.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un noto psichiatra americano, </span><span class="fs12lh1-5"><i>Robert I.
Simon</i></span><span class="fs12lh1-5"> (1997), ha scritto un bellissimo saggio in proposito dal titolo
intrigante, </span><i class="fs12lh1-5">I buoni lo sognano, i cattivi
lo fanno</i><span class="fs12lh1-5">, in cui, con estrema chiarezza, illustra i comportamenti devianti
e li mette in relazione con la cosiddetta “normalità”, dietro cui viene
quotidianamente celata l’aggressività impulsiva congenita (</span><i class="fs12lh1-5">Hartmann</i><span class="fs12lh1-5"> - </span><i class="fs12lh1-5">Kris</i><span class="fs12lh1-5">, 1949; </span><i class="fs12lh1-5">Beres</i><span class="fs12lh1-5">, 1952) </span><b class="fs12lh1-5">[4]</b><span class="fs12lh1-5">; aggressività che, talvolta, quando non induce alla devianza
criminale, si trasforma in una marcata tendenza auto-repressiva: l’uomo “buono”
si eleva, così, sui criminali con fortissimi atteggiamenti censori, che,
specchiandosi nel proprio contrario, giungono fino alla legittimazione della
tortura e della pena di morte.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>«Il nucleo sociopsichico del diritto sta
in un fenomeno di pressione sociale. Sul piano degli impulsi, trasgressore ed
osservanti si confondono: dei giudici condannano l’assassino, un boia
l’ammazza, il pubblico presta festose corvée di patibolo; messinscene modellate
da una dura logica del contrappasso evocano drammaticamente l’equivalenza di
delitto ed atto repressivo. […] La pena eseguita dal gruppo è un rimedio
omeopatico al desiderio della cosa vietata: sfogando lecitamente degli impulsi
su cui pesa un tabù, i lapidanti imparano a detestare il delitto incarnato dal
paziente»</i></span><span class="fs12lh1-5"> (Cordero, 1978, 948)</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">Nota:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[4]</b> La tendenza alla devianza quale disposizione d’animo è presa in
considerazione persino da quella parte della migliore letteratura che, vuoi per
convinzioni religiose, vuoi per ragioni scientifiche, ha sostenuto fermamente
che non si possa parlare, in termini assoluti, di <i>«delinquenza potenziale»</i>, dal momento che il <i>«sostrato endotimico»</i> è in stretta connessione con quello organico
e, dunque, non può essere estrapolato da un più ampio contesto biologico (<i>Gemelli</i>, 1948).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella storia giuridica, pertanto,
l’esistenza di un’aggressività innata, tradotta in comportamenti violenti che
evocano l’idea di un potere assoluto di origine divina &nbsp;&nbsp;- cui si riconduce lo <i>ius vitae ac necis </i>-, &nbsp;
paradossalmente è documentata sia dai casi di delinquenza, sia da quelli
di “rettitudine”, ossia dagli effetti devastanti dell’applicazione di alcune
leggi: quelle che prevedono aspri meccanismi punitivi (<i>Foucault</i>, 1976), ma anche quelle che, in generale, legittimano, più
o meno esplicitamente, coartazioni fisiche o psicologiche (<i>Szasz</i>, 1972) <b>[5]</b> al fine
di affermare il potere, appartenga esso allo Stato-istituzione, o al singolo
sovrano: <i>«Noi li persuaderemo che,
soltanto quando avranno consegnato a noi la loro libertà, diventeranno liberi.
[…] Proveranno meraviglia e timore e perfino orgoglio di saperci tanto forti e
tanto saggi da esser capaci di pacificare il gregge di milioni e milioni di
turbolenti» </i>affermava il Grande Inquisitore di Dostoevskij (1984, vol. I,
251).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In tal senso inteso, il concetto dell’istinto atavico di prevaricazione
e di aggressività, su cui, in questa sede, intendiamo focalizzare l’attenzione,
rappresenta una delle costanti del pensiero psicologico e filosofico-religioso:
si pensi, ad esempio, all’idea stessa del peccato originale, che, al di là
della sua descrizione biblica come colpa ereditata, o della sua poetica
trasposizione nello “specchio infranto” della coscienza (<i>Cordero</i>, 1970), rappresenta un germe in nuce, una potenziale
“cattiveria” &nbsp;che l’<i>homo religiosus</i> deve espiare vivendo una vita da “buono”, così da comporre
in sé il dissidio essenziale enucleabile nel pensiero di Rousseau e in quello
di Hobbes.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">Nota:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[5]</b> Particolarmente interessante, inoltre, il contributo alla
denuncia della violenza legalizzata che diede Jean-Paul Sartre, sia da un punto
di vista squisitamente letterario, trattando di misure carcerarie di matrice
politica (1966), sia storico e sociologico (1958).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1954 lo scrittore inglese William
Gerald Golding (1980) descrisse con esattezza questa gestazione del seme
genetico dell’aggressività nel suo capolavoro <i>Il signore delle mosche</i>, sconvolgendo l’Inghilterra puritana, che,
dopo aver accettato, non senza difficoltà, il Mr Hyde cui Stevenson (1983)
aveva concesso di emergere dall’animo del Dr Jeckyll, voleva continuare a
vedere almeno nei bambini la purezza assoluta, non contaminata dalle spore
della malvagità dell’età adulta. Per rendere il messaggio intelligibile ai più,
prigionieri di una cultura tradizionale, anche Golding caratterizzò fortemente
i personaggi, ma lo fece discostandosi in parte dalla tradizionale
identificazione di origine greca tra bellezza e bontà (kalokagathia); quella stessa identificazione in grado di rendere
irriconoscibile il Satana di Milton agli occhi di Zefone: <i>«Da quando hai rifiutato la bontà la tua gloria si è persa, ed ora tu
assomigli solamente al tuo peccato, ed al luogo oscuro ed infame della tua
dannazione»</i> (<i>Milton</i>, 1992, 197).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Infatti, a differenza di Milton, di
Stevenson o del nostro contemporaneo McGrath (2001), per fare un esempio più
vicino <b>[6]</b>, egli non creò una
maschera fisica della cattiveria, bensì, trattandosi di bambini, trovò una
esteriorizzazione estremamente efficace nel lasciare che la cattiveria
trasparisse modificando il contegno e, dunque, l’espressione stessa del corpo:
al “malvagio”, pertanto, Golding attribuì, sì, un mutamento esteriore pari a
quello interiore &nbsp;&nbsp;- che, in qualche
modo, giustificasse e segnasse il suo allontanamento dalla normalità -, ma lo
descrisse in modo essenzialmente comportamentale. Nel romanzo i “cattivi”
assumono progressivamente atteggiamenti tribali, primitivi, selvaggi e sarà
proprio questo a distinguerli dal loro compagno Ralph, a mano a mano che lo
abbandoneranno per andare verso l’autodistruzione violenta <b>[7]</b>.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">Note:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[6]</b> Harry Peake è, in questo senso, un personaggio emblematico
della migliore letteratura contemporanea: egli paga il prezzo della propria
dissennatezza con una mostruosa trasformazione fisica che lo condurrà verso un
cammino di orrore apparentemente irreversibile.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b> [7]</b> La tendenza a
comportamenti primitivi ed il progressivo annullamento della personalità si
nota soprattutto in soggetti che si riuniscono in gruppi dai rilievi
delinquenziali (<i>Le Bon</i>, 1982).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Purtroppo,
però, non sempre il quadro della situazione viene rappresentato con tanta
lucidità. Di fronte a scene particolarmente cruente, in realtà, si è soliti
attribuire all’essere umano non già una selvatichezza primitiva, quanto una
componente “animalesca”, quale unico simbolo dell’aggressività cieca </span><b class="fs12lh1-5">[8]</b><span class="fs12lh1-5">. Solitamente, infatti, definiamo
“efferati” i crimini più atroci, usiamo, cioè, un aggettivo che rivela
esplicite affinità semantiche con il termine “fiera”, bestia predatrice;
tuttavia non si tratta che di un espediente</span><i class="fs12lh1-5">
</i><span class="fs12lh1-5">verbale in grado di attuare una proiezione difensiva contro il male che si
annida nell’animo umano </span><b class="fs12lh1-5">[9]</b><span class="fs12lh1-5"> e che
rientra tra gli istinti distruttivi, atavismi di sopravvivenza e di
soddisfazione erotica (</span><i class="fs12lh1-5">Solié</i><span class="fs12lh1-5">, 1997) :
l’istinto non è, dunque, una prerogativa del mondo animale estraneo all’uomo </span><b class="fs12lh1-5">[10]</b><span class="fs12lh1-5">, bensì un movente interno, una
risposta organizzata, congenita ed ereditaria, che presuppone schemi di
adattamento progressivo a situazioni ambientali tipiche e, in quanto tale,
appartiene a qualunque animale, compreso l’uomo (per un’analisi sociale e
psicologica dell’aggressività si vedano </span><i class="fs12lh1-5">Berkowitz</i><span class="fs12lh1-5">,
1962; </span><i class="fs12lh1-5">Buss</i><span class="fs12lh1-5">, 1961; </span><i class="fs12lh1-5">Gold</i><span class="fs12lh1-5">, 1958; </span><i class="fs12lh1-5">Tinbergen</i><span class="fs12lh1-5">, 1968). Pertanto l’agire puramente istintivo può
identificarsi al più con una regressione, ma non certo con una
disumanizzazione, cosa che, peraltro, trova ulteriore conferma nella fantasiosa
ma non infondata tesi dell’australopiteco violento di </span><span class="fs12lh1-5"><i>Ardrey</i></span><span class="fs12lh1-5"> (1961). Il
problema, dunque, si sposta sull’eventuale matrice aggressiva.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Note:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>[8] </b><i>«Il profano, fuorviato
dal sensazionalismo della stampa e del cinema, immagina abitualmente il
rapporto esistente fra le </i>bestie feroci<i>
dell’</i>inferno verde<i> della giungla come
una lotta all’ultimo sangue di tutti contro tutti. Ancora non molto tempo fa vi
erano in giro film nei quali per esempio si vedeva una tigre del Bengala
lottare con un pitone e, subito dopo, quest’ultimo con un coccodrillo. Posso
assicurare in tutta coscienza che in condizioni normali cose di questo genere
non accadono mai»</i>, (<i>Lorenz</i>, 1969,
59).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>[9] </b>L’uomo, infatti, più di ogni altro animale, è capace di
realizzare comportamenti “criminali” e, forse, proprio per evitare di guardare
se stesso definisce “rapace” o, peggio, “killer” l’animale predatore, quando,
invece, certi aggettivi possono riferirsi <i>«solo
ai misfatti […] dell’uomo contro i suoi simili»</i> (<i>Lorenz</i>, 1967, 154).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>[10]</b> Del resto si noti come, non solo l’aggressività, ma anche la
pulsione esattamente contraria, intesa sia come mitezza che come altruismo, non
possa dirsi esclusivamente umana. Il comportamento etico, ossia l’agire secondo
morale, che è da sempre considerata una prerogativa della natura umana è, in
realtà, frutto dell’evoluzione e, come tale, appartiene, benché in misura
differente, anche ad altri animali (per approfondimenti <i>De Mori</i>, 2001).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non si vuole,
certo, in questa sede ignorare l’opinione di chi nega che l’istinto possa
essere legato in modo puro e diretto al fattore violenza, identificando,
piuttosto, la fonte dell’aggressività, di volta in volta, nel rapporto
“aggressione-frustrazione” (<i>Dollard, Dobb</i>,
1939) &nbsp;&nbsp;- soprattutto se visto in
un’ottica sociologica di stampo durkheimiano (<i>Berkowitz</i>, 1962) -, &nbsp;&nbsp;nella
sottocultura della violenza, quale evoluzione delle teorie sociali più rigorose
(<i>Wolfgang</i>, 1958), o, ancora,
nell’attuazione di comportamenti acquisiti, frutto di esperienze passate o di
premialità occasionali - come nel caso dei riconoscimenti di valore per i
soldati che abbiano combattuto, e non infrequentemente ucciso, il nemico in
guerra (<i>Bandura</i>, 1973) -. Tuttavia
riteniamo, al contrario, che l’istinto sia una delle fondamentali spinte
motrici nell’attuazione di comportamenti devianti.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Seppure
l’aggressività espressa nell’atto ultimo della violenza, ossia nell’uccisione,
non può essere sempre spiegata tout court dall’insorgere devastante di una
pulsione indomabile <b>[11]</b>, poiché
l’omicidio è la conseguenza estrema dell’interazione di molteplici fattori e
particolarmente complesso appare il suo schema quando si vanno a considerare le
componenti biologiche <b>[12]</b>,
riteniamo di limitare in modo corretto il raggio d’analisi e, dunque, di non
peccare di riduzionismo, ponendo che nella teoria degli istinti possano essere
individuati gli elementi utili ad argomentare lo stretto collegamento tra il
messaggio contenuto nella divulgazione del crimine e la reazione del
destinatario di tale messaggio.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">Note:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[11]</b> Il termine pulsione, in questa sede, viene utilizzato come
sinonimo di istinto e non già nella sua differenziata accezione freudiana
(Trieb) di costituente psichica propulsiva e indeterminata, contrapposta
all’istinto puro (Instinkt), che, invece, rientra in uno schema genetico
ereditario del singolo individuo (<i>Freud</i>,
1978, <i>a</i>). </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[12]</b> <i>«È opinione comune che i
fattori biologici agiscano negli esseri umani come fattori predisponenti, che
sono cioè considerati necessari ma non sempre sufficienti perché si giunga ad
un atto violento di proporzione omicida. Stando così le cose, queste
predisposizioni risultano atte a produrre comportamenti violenti, se indotte da
eventi ambientali»</i> (<i>Malmquist</i>,
1999, 48. Inoltre, per ulteriori delucidazioni, sempre di stampo criminologico,
sui fattori più specificamente attinenti alla neurologia si consultino <i>Elliott</i>, 1988; <i>Lunde</i>, 1975; <i>Mark, Ervin</i>,
1970).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Muovendoci in quest’ordine d’idee e
mutuando gli strumenti di analisi dal pensiero psicanalitico, potremmo
rappresentare l’aggressività come un frutto il cui nocciolo sia costituito
dall’istinto e il resto consti delle non-istanze o delle istanze malate del
Super-Io, così come dell’intervento del <i>cogito</i>
cartesiano nella rielaborazione di Freud, ossia dell’Io pensante, filo di
congiunzione tra l’universo interiore e quello esterno (<i>Niceforo</i>, 1949). In senso lato inteso, il pensiero, dunque, entra a
pieno titolo nel circolo evolutivo deviante, non solo quale
“intellettualizzazione” censoria (<i>Freud</i>,
1978, b) <b>[13]</b>, ma anche come
fantasia scatenante del <i>“diavolo pulsionale”</i>
(<i>De Urtubey</i>, 1984), effetto, in molti
casi, del bipolarismo attrazione-repulsione originato dall’Unheimlich. Come
noto è tale tutto ciò che desta inquietudine in quanto contrario al senso di
tranquillità evocato dall’etimologia positiva del termine (Heim, in tedesco,
significa casa); in particolare si tratta del riaffiorare di elementi nascosti
e segreti che appartengono al mondo interiore, del mostruoso animarsi di un
principio maligno strappato alla fantasia come al delirio, di cui sembrano simboli
perfetti, secondo lo stesso Freud, la figura di Coppelius e quella dell’automa
Olimpia ne <i>L’uomo della sabbia</i> di
Hoffmann (1951), entrambi personaggi-chiave dell’inconscio, che, in un
crescendo drammatico finalizzato all’epilogo fatale, lascia emergere dalle
proprie profondità inafferrabili fantasie e reconditi terrori: <i>«Questo elemento perturbante non è in realtà
niente di nuovo o di estraneo, ma è invece un che di familiare alla vita
psichica fin dai tempi antichissimi, ad essa estraniandosi soltanto a causa del
processo di rimozione. Il rapporto con la rimozione ci chiarisce ora anche la
definizione di Schelling, secondo la quale il perturbante è qualcosa che
avrebbe dovuto rimanere nascosto e che invece è affiorato»</i> (<i>Freud</i>, 1991 a, 294).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">Nota:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[13]</b> Una particolare attenzione ai meccanismi interni di controllo
emerge anche nel pensiero contemporaneo. In tal senso si veda per tutti Caprara
(2002, 55), il quale, confrontando il pensiero di Aaron T. Beck (<i>Prisoners of Hate: The Cognitive Basis of
Anger, Hostility and Violence</i>, Harper &amp; Collins, New York, 1999)
sull’aggressività originata da un Io debole e autovittimizzato, e quello di Roy
F. Baumeister (<i>Evil: Inside Human Cruelty
and Violence</i>, Freeman, New York, 1997) sull’Io ipertrofico e, dunque, sulla
funzione difensiva dell’aggressività rispetto all’alta concezione di sé, non
disconosce al comportamento aggressivo un’intima connessione con le esigenze
dell’Io, pur evidenziandone la possibile censura intellettuale: <i>«l’idea dell’individuo in balia delle
cosiddette </i>‘pulsioni’<i> o delle
cosiddette </i>‘circostanze’<i>, contrasta
con i gradi di libertà di cui la persona comunque dispone nell’orientare la
propria vita in accordo a valori personali ed a norme condivise e nel
perseguire le mete che ritiene accessibili»</i>.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Difficile
pensare che la riemersione dell’istinto nero, ossia dell’aggressività
incontrollata, non determini nell’immaginazione or ora descritta un forte
coadiuvante per l’ingresso nella realtà. Del resto null’altro sembrano le ritualità
che si riscontrano in alcuni omicidi.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le componenti morali, reali e razionali
dell’individuo, dunque, e l’istinto sono posti a fondamento dell’umano agire,
pur diversificandosi nelle loro molteplici espressioni. Arduo, tuttavia, un
tentativo classificatorio, soprattutto per quanto concerne l’impulsività.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Freud,
semplificando l’ordine che, da Darwin in poi, era stato dato agli istinti,
raggruppandoli in lunghe e dettagliate liste (<i>Darwin</i>, 1967; <i>McDougall</i>,
1908), dapprima ne sottolineò la natura egoica e, quindi, ne offrì una visione
dicotomica e contrappose Eros a Thanatos, ossia l’istinto di vita, legato al
concetto di libido, a quello di morte (<i>Freud</i>,
1976; <i>Id.</i>, 1946; <i>Waelder</i>, 1956) - intendibile, in senso stretto, come pulsione
d’impossessamento (Bemächtigungstrieb) e, dunque, come meccanismo di ritorno
all’inorganico, e, in senso ampio, come forza rivoluzionaria, come <i>“creatività istituzionale”</i> (<i>Deleuze - Guattari</i>, 1975, 167) -, &nbsp;&nbsp;&nbsp;formulando, però, non già l’idea di una
netta e insanabile spaccatura, bensì di una perenne fusione e de-fusione delle
forze istintuali (<i>Marcuse</i>, 1978) in
grado di imprimere, attraverso una sorta di fenomeno esplosivo, una direzione
(Richtung) all’esistenza stessa, in cui non trova spazio un criterio assoluto
di moralità. In buona sostanza, la risposta deviante impulsiva, seppur consiste
nella manifestazione di un atavismo, non preclude un rapporto tra l’Io &nbsp;&nbsp;- trade union dei processi psichici e sede
primaria dell’angoscia e dei meccanismi di difesa -, &nbsp;il Super-Io &nbsp;
- depositario delle istanze morali - &nbsp;
e l’Es &nbsp;&nbsp;- polo pulsionale della
personalità, o, come poeticamente definito da Groddeck, <i>«quella strana cosa da cui siamo vissuti»</i> (<i>Groddeck</i>, 1966, 25) e di cui paradossalmente fu data una
rappresentazione visiva di grande impatto in un cult-movie americano degli anni
Cinquanta, <i>Il Pianeta Proibito</i>,
interpretazione fantascientifica de <i>La
Tempesta</i> di Shakespeare -. &nbsp;Se, da un
lato, infatti, il prevalere degli istinti libidici, della proclività impulsiva
dell’Es, che determina un comportamento egocentrico e antisociale, tende a
scaturire dall’assenza dell’angoscia dovuta alla mancata riprovazione di un
Super-Io non perfettamente sviluppato &nbsp;&nbsp;-
a causa, ad esempio, dell’inadeguatezza dei modelli di identificazione
familiare (genitori totalmente assenti) o sociale (influenza criminale esterna
alla famiglia) -; &nbsp;&nbsp;dall’altro l’agire
criminale non necessariamente consegue ad un’assenza di morale, trattandosi, in
alcuni casi, di una risposta ad un Super-Io particolarmente rigido, dispotico
ed arcaico, conseguenza, spesso, di un modello familiare &nbsp;offerto da genitori troppo protettivi o
autoritari (<i>Klein</i>, 1934; <i>Id.</i>, 1978), capace di generare un senso
di colpa alleviato dal delitto, inteso come forma di autopunizione di matrice
edipica (<i>Freud</i>, 1991 b; <i>Id</i>, 1973).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In ogni caso, l’istinto, soprattutto quello
di morte, risponde ad un criterio “idraulico”, come lo definisce Fromm (1975),
basato su un effetto dirompente pari a quello dell’acqua rilasciata dopo essere
stata sottoposta a forte pressione, o, come potremmo scenograficamente
rappresentarlo oggi, pari ad uno Tsumani, ad un’onda gigantesca e distruttiva
generata da un anomalo movimento tellurico. Tale criterio non si esaurisce,
peraltro, con la metapsicologia freudiana, ma sta alla base anche delle successive
teorie, forse più vicine al pensiero contemporaneo.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Konrad Lorenz, il padre dell’etologia moderna, ad esempio, pur
discostandosi dall’idea dell’aggressività come istinto meramente distruttivo e
attribuendole, su presupposti biologici, un’originaria ancillarità rispetto
alla conservazione della vita, usa un analogo metodo rappresentativo e
l’aggressività &nbsp;&nbsp;-quella difensiva più
che quella offensiva- &nbsp;&nbsp;viene descritta
come uno stato di eccitazione interiore, più o meno direttamente dipendente dai
meccanismi reattivi esterni.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Come
accennato poc’anzi, pur volendo porre la teoria degli istinti alla base di una
corretta osservazione del comportamento deviante omicidiario, non può essere
trascurato il contributo intellettivo rispetto alla pulsione primeva. Partendo
dall’evoluzione teorica di Tinbergen, sostenitore di un istintivismo complesso,
fondato sull’interazione tra pulsione ed apprendimento (<i>Tinbergen</i>, 1951), è possibile, infatti, giungere ad un ulteriore
stato di elaborazione degli istinti, attribuendo all’intelletto un ruolo
fondamentale non solo nel dominio e nella repressione degli stessi, ma anche
nella loro manifestazione. &nbsp;Nell’uomo
alle pulsioni aggressive si unisce, pertanto, un’elaborazione mentale più o meno
manifesta, prevalentemente percepibile sotto forma di ragionamento ma anche di
fantasia, ossia di capacità immaginifica, che, così come può fornire la misura
della crudeltà del mezzo rispetto al fine nell’ambito di un’azione violenta, al
pari può reprimere gli impulsi, o universalizzare il messaggio aggressivo,
racchiudendolo in una rappresentazione della violenza e non nella violenza
stessa; rappresentazione attiva o recettiva, a seconda che si guardi al
soggetto che la pone in essere o al destinatario. Il che apre l’eterna quaestio
sull’azione comunicativa (<i>Francia - Verde - Birkhoff</i>, 1999) e sull’influenza che tale rappresentazione può avere sui
fruitori del messaggio.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Procedendo
in questa direzione d’analisi, e pur restando nell’ambito dell’istintivismo, si
deve sottolineare che non assumono valore esclusivamente le reazioni originate
dalla “esplosione” di un istinto a seguito di uno stimolo esterno diretto, ma
anche quelle dovute ad un meccanismo emulativo, ossia ad una ricerca dello
stimolo dovuto al risvegliarsi dell’istinto su basi puramente intellettive.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tuttavia,
benché sia sempre opportuno tener conto di una distinzione essenziale tra
adulti e minori &nbsp;&nbsp;- dotati, questi
ultimi, di un’inferiore capacità critica e, dunque, più esposti al rischio di
emulazione (<i>Poklewski - Koziell</i>, 1985; <i>AA.VV.</i>, 1996 b) -, &nbsp;&nbsp;non bisogna credere che ogni
rappresentazione di un delitto, sia essa frutto di fantasia o meno, possa a sua
volta generarne di nuovi, risvegliando gli istinti distruttivi di alcuni
soggetti particolarmente predisposti. Anzi a volte è vero il contrario.
L’attrazione verso le storie di sangue cela il dominio degli impulsi; entro
certi confini l’istinto omicidiario, l’aggressività innata, si nutre di storie
aliene da sé al fine di sopportare l’autofrustrazione intellettiva senza
produrre l’effetto ultimo del processo “idraulico” descritto da Fromm. Diversa,
tuttavia, la misura d’estrinsecazione effettuale a seconda del mezzo
comunicativo. Per quanto concerne la pellicola cinematografica, ad esempio, si
evidenzi come questa, offrendo una rappresentazione visiva dell’accadimento
violento nel suo divenire, generi, a breve e soprattutto a lungo termine, un
impatto emotivo ed emulativo molto forte (<i>Gasca</i>,
1968): così accadde con il film <i>Arancia
Meccanica</i>, che determinò una recrudescenza di crimini analoghi a quelli
rappresentati da Kubrik, o con <i>Profondo
Rosso</i>, almeno a giudicare dall’ascolto ossessivo della musica di Goblin da
parte di Guido ed Izzo, gli assassini del Circeo. Altre opere, invece, come
quelle letterarie, o anche quelle afferenti alle arti visive tradizionali &nbsp;&nbsp;- si pensi alla produzione pittorica o alla
scultura - &nbsp;&nbsp;che abbiano come argomento
un omicidio, quand’anche si riferiscano a fatti realmente accaduti, offrono di
per sé una più intensa oggettivazione riparatrice collettiva, sia per l’artista
che per il fruitore.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Prima
di focalizzare l’attenzione sui contributi narrativi, oggetto precipuo della
presente indagine, prendiamo, a titolo esemplificativo, i dipinti surrealisti
di René Magritte, in cui compaiono immagini molto forti, in senso
criminalistico del termine, evidentemente influenzate dal suicidio della madre
avvenuto nel periodo della sua adolescenza. Ai fini della presente indagine, in
particolare, riteniamo emblematico un suo pregevole olio, <i>L’assassino minacciato</i>, del 1927, nel quale, per effetto di una
suddivisione teatrale dello spazio, l’osservatore si trova al centro della
scena accanto all’ignaro omicida, “circondato” da cinque uomini: tre sullo
sfondo e due, attrezzati per la cattura, in primo piano, come un sipario pronto
a chiudersi su di lui. Il coinvolgimento emotivo dell’osservatore, generato
dalla prospettiva, fa sì che questi si senta minacciato, in tal modo
assimilando se stesso alla figura dell’omicida; tuttavia la descrizione
pittorica è tale da suscitare una spinta psicologica uguale e contraria che si
traduce nell’impossibilità di fondo a condividere la pacatezza dell’assassino,
poiché costui palesa una “normalità” fin troppo dolorosa per non esprimere un
lato folle e mette in ombra persino l’idea stessa della morte, trasformando il
cadavere in un oggetto &nbsp;&nbsp;- come,
peraltro, sottolineato dal piano prospettico in cui compare e dal particolare
cromatismo che accomuna ogni elemento caratterizzato dall’assenza di vita (il
bianco del corpo, della stoffa e della parete; il rosso del sangue e del
divano; il biondo dei capelli e del legno) -. Tale distonia empatica in qualche
modo prevarica il processo di identificazione e produce un effetto sedativo, un
motivo di distacco emozionale, proiettando il fruitore verso l’opposta
identificazione con la figura di coloro che sono chiamati a catturare
l’assassino, benché in essi si celi un’aggressività, che, seppure orientata
secondo giustizia, appare persino maggiore di quella percepibile dalla scena
del crimine (si noti, ad esempio, che il numero di uomini e, quindi, di
potenziale difensivo-lesivo, è cinque volte quello dell’uomo da catturare).
Analogamente è stato osservato come in un racconto poliziesco esistano
mediamente due assassini, il primo è il protagonista dell’intreccio narrativo,
mero ingranaggio dello stesso; il secondo è il lettore che, immedesimandosi nel
detective, diviene a sua volta carnefice (<i>Lavorato</i>,
2000; <i>Zillman</i>, 1996).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A volte,
invece, il proliferare di crimini ha indotto a credere che la capacità descrittiva
di un artista &nbsp;&nbsp;- in particolare la sua
vena scrittoria, volendo, in questa sede, porre l’accento prevalentemente sul
binomio giornalismo/narrazione di fantasia - &nbsp;
possa favorire l’identificazione con il protagonista malvagio e
generare, così, reazioni violente, inoculando nella mente di taluni elaborate
fantasie che, altrimenti, non sarebbero mai emerse e, dunque, non avrebbero mai
costituito cause scatenanti di comportamenti omicidiari.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Orbene, dal
momento che il raggiungimento della condizione edonica nella lettura si fonda
essenzialmente su fattori emotivi quali l’interesse, la curiosità, la suspence
e, dunque, il coinvolgimento empatico rispetto ai personaggi, e che il concetto
di “piacere” non è affatto univoco, ognuno ricavandolo dalle più disparate ed
incoerenti esperienze di vita, appare evidente che, laddove questo scaturisca
dalla lettura di un libro, sia anche in grado di influenzare più o meno
fortemente la sfera emotiva (per approfondimenti si consultino <i>Levorato</i>, 2000; <i>Zillman</i>, 1996). Ricordiamo, ad esempio, benché fuori da un quadro
di compiaciuta descrizione di violenza, il c.d. “effetto Werther”, ossia
l’incredibile aumento di suicidi che si registrò, nel 1776, a seguito
dell’uscita del capolavoro di Goethe (1987). Tuttavia non ci si può esprimere
in termini così assolutistici, dal momento che spesso l’ispirazione artistica è
in rapporto debitorio con la realtà e non viceversa: proprio dalla cronaca di
episodi criminali, infatti, emerge, a volte, lo spunto per la rielaborazione
fantastica dell’artista, cosa che, se induce ad assimilare la figura
dell’uroboros al rapporto esistente tra fantasia pura e fantasia applicata, non
può distrarre l’attenzione dal fatto che l’immaginazione guidata dall’istinto
di morte è spesso nettamente più fervida di quella asservita alla razionalità,
all’estro artistico.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Si pensi al
caso sollevato, nel 1991, da Bret Easton Ellis, un emergente scrittore
americano allora ventiseienne, che scatenò lo scandalo pubblico con il libro <i>American Psycho</i> (<i>Ellis</i>, 1991), nel quale un giovane yuppie newyorkese si rivela
dotato di una perversa fantasia da spietato serial killer. Il Canada si rifiutò
addirittura di metterlo in commercio, poiché il soggetto era considerato pari
ad un’arma letale e, per il bene della collettività, sembrava auspicabile che
l’autore trascorresse la propria esistenza in cura psichiatrica (<i>Kotnik</i>, 1991). Ma anche negli Stati
Uniti non vi furono poche polemiche circa la sua pubblicazione: Richard Snyder
della Simon &amp; Schuster dichiarò, ad esempio, che il libro non doveva essere
pubblicato poiché avrebbe potuto generare
un pericoloso processo di identificazione con il protagonista: <i>«When you really have to sit down and in the
privacy of your own mind read a book word by word, it’s a more powerful
experience. </i><i>The violence has greater
impact. </i><i>You become the person you are reading about» </i>(<i>Wilonsky</i>,
2000, 3).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Eppure, come in parte è accaduto, l’estrema
violenza descritta nel libro poteva essere facilmente riscontrata in
accadimenti reali riportati nelle pagine di cronaca ben prima della sua
pubblicazione o, comunque, contemporaneamente ad essa &nbsp;&nbsp;- cosa che, se esclude un’ispirazione
indotta dall’accadimento concreto, quanto meno sottolinea un marcato
parallelismo tra realtà e fantasia, dando adito a <i>“suggestive coincidenze”</i> (<i>Merzagora
Betsos</i>, 1995) <b>[14] </b>-. &nbsp;&nbsp;In breve, l’essenza criminosa dell’opera di
Ellis può essere ritrovata negli epiloghi drammatici dell’ordinaria follia di
persone “normali”, che non rispondono alle caratteristiche fisiche tracciate
dal Lombroso (1876), gli insospettabili della porta accanto, insomma: gente
comune che conduce una vita comune, proprio come noi crediamo di fare (rispetto
alla casistica e alle caratteristiche criminologiche di un omicida si
consultino le pregevoli opere di <i>Burman</i>,
1987; <i>Bourgoin</i>, 1995; <i>Bruno, Marazzi,</i> 2000; <i>Ermentin -, Gulotta</i>, 1971; <i>Ferracuti</i>, 1961;<i> Fornari - Birkhoff</i>, 1996; <i>Ponti - Fornari</i>, 1995; <i>Monestier</i>, 1989; <i>Scott</i>, 1998; <i>Wilson</i>, 1972 a; <i>Id</i><b>.</b>,
1961). Ed è questo, in fondo, l’aspetto che suscita maggiore disagio e, al
contempo, fatale attrazione, poiché, alla tipica reazione di paura, cui
consegue la cecità più assoluta rispetto al problema &nbsp;&nbsp;- come fu il caso della moglie di Arthur
Shawcross, lo strangolatore di Rochester, che non ha mai sospettato nulla, e
che, come tutte le donne deboli e insicure, capaci di arrestare la propria
perspicacia persino di fronte ad un semplice tradimento, non chiese mai
spiegazioni al marito (<i>Bourgoin</i>,
1995) -, &nbsp;&nbsp;si affianca un ostracismo
vedente. In altre parole, individuare il “mostro” negli altri appaga la
curiosità del mostro che è in noi, evitando, però, di lasciarlo emergere dal
nostro specchio e relegandolo, in modo rassicurante, nella pazzia o nella
diversità <b>[15]</b>, quando non
nell’astratta negatività cui il suo etimo riconduce (<i>Fortunati</i>, 1995). In tal senso l’abisso oscuro dell’animo umano si
illumina di un’illusione razionale, e rasserenante appare la convinzione che il
mostro abbia compiuto <i>«queste atrocità
perché è folle, e che tale follia lo rende qualitativamente diverso da noi
esseri razionali, che pertanto noi non saremo esposti al rischio di commettere
tali atrocità […], che il ‘mostro’ è tale, che è alieno da noi, che noi non
siamo mostri, che il male non è una potenzialità in agguato nel nostro come
nell’altrui animo»</i> (<i>Merzagora Betsos</i>,
1995, 291).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Note:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>[14]</b> L’efficace espressione è usata dall’A. riguardo al caso di
parricidio commesso a Verona da Pietro Maso nel 1991, coevo, nella sua
realizzazione &nbsp;&nbsp;- non nell’ideazione,
però, avvenuta l’anno precedente - &nbsp;
all’uscita del romanzo di Ellis. Leggendo, infatti, il resoconto dei
colloqui psichiatrici, identica sembra l’anaffettività e la tendenza
narcisistica ed ossessiva dell’omicida, persino nel dare importanza e nel
descrivere gli strumenti del proprio apparire (abiti firmati, profumi, ecc.),
come riportato da Andreoli (2001, 39): <i>«gran
parte del colloquio l’ho trascorso ascoltando Pietro Maso parlare dei profumi
che predilige, delle strategie con cui li usava in rapporto alle diverse
occasioni e nelle varie ore della giornata. E’ stata per me una vera e propria
lezione di cosmetica. Ha ammesso di conoscerne trenta o quaranta griffe
diverse. […] Il colloquio è proseguito sui capi di abbigliamento dalle mutande
(termine démodé che sta per boxer o slip) alle cravatte od ai papillon. E’
stata l’occasione per percepire in modo ancora più eclatante quanto contasse
per lui la cura del suo aspetto, il suo modo di apparire in mezzo agli altri»</i>.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>[15]</b> Tale atteggiamento mentale, peraltro, si sposta dal piano
puramente psicologico a quello strettamente giuridico, laddove generi una certa
tendenza a concedere la seminfermità o l’infermità mentale di fronte a
particolari delitti, riducendo le ipotesi di imputabilità, in linea con un
sistema processuale maggiormente garantistico come quello di stampo
accusatorio. E’ chiaro, infatti, che alla tradizionale macchina inquisitoria
fosse estranea l’idea che la follia, soprattutto se parziale, potesse indebolire
od escludere il concetto di imputabilità. Si pensi a quanto accadde nella
Francia della prima metà dell’ottocento, ove illustri esponenti della classe
medica sollevarono una forte polemica contro la tendenza a disapplicare l’art.
64 del Codice penale napoleonico che prevedeva non vi fosse alcun crimine o
delitto nel caso in cui fosse accertato uno stato di pazzia, ovvero l’imputato
avesse agito in preda ad una vis cui resisti non potest. In particolare venne
sottolineato come la figura del “mostro ragionevole” fosse non solo
scientificamente inesatta, ma psicologicamente destabilizzante per la
collettività, sminuendo grandemente la dignità dell'uomo (<i>Georget</i>, 1984).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In buona sostanza l’uomo tende a
rappresentare il Male come un’entità a sé, individuabile esclusivamente
nell’altro e non anche come parte di quella più complessa e problematica globalità
che, in un costante divenire dialettico, contiene in sé anche il Bene, come il
Mefistofele di Goethe rivela a Faust: <i>«Se
l’uomo, piccolo mondo di pazzia, si dà ad intendere di essere un tutto, io
invece non sono che parte d’una parte, che da principio era tutto. Una parte
della tenebra che ebbe per figlia la luce; quella superba luce, che alla madre
Notte ora contende e spazio e rango antico» </i>(<i>Goethe</i>, 1949, 43).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La realtà è che il sottosuolo emotivo
non offre di sé immagini edificanti e ignorarne gli aspetti deteriori,
relegandoli entro i confini dell’estraneità e della follia, è uno dei più
diffusi meccanismi di difesa, benché scarsamente efficace: nell’universo
esperenziale sovente emerge la manifesta impossibilità di tracciare tali
confini e da ciò nasce lo scandalo rispetto all’azione criminosa. Quel che
allarma la massa dei benpensanti, che colpisce il comune perbenismo è, infatti,
l’assoluta semplicità e “normalità” dei comportamenti quotidiani di alcuni
criminali, ancor più evidente e inquietante in quelli che si siano macchiati di
omicidi seriali, in quanto, rivolgendo il proprio comportamento violento verso
particolari categorie di persone, <i>“vittime
preferenziali”</i> o anche <i>“simboliche”</i>
(<i>Merzagora Betsos</i>, 2002), facilmente
tengono con gli altri un contegno manierato ed insospettabile: Friedrich
Haarmann, il vampiro di Hannover, appariva, a volte, come un uomo <i>«dall’aria gentile, affabile e premuroso,
estremamente curato, pulito, impeccabile»</i>, come lo descrive Lessing nella
sua biografia (<i>Lessing</i>, 1996, 22),
mentre ebbe ventiquattro condanne a morte per l’uccisione di ventisette
giovani, di cui bevve il sangue. Gilles de Rais, noto come Barbablù, che uccise
e seviziò centinaia di fanciulli, aveva un aspetto fiero ed era un eroe
nazionale che combatté al fianco di Giovanna d’Arco (<i>Ferrero</i>, 1975; <i>Bertin</i>,
1971). Leonarda Cianciulli, la famosa saponificatrice di Correggio (<i>AA.VV.</i>, 1974), aveva fama d’essere una
vicina di casa premurosa e simpatica: nonostante le difficoltà economiche del
periodo in cui visse, infatti, ella spesso regalava biscotti e saponette; che
fossero fatti con i resti delle sue vittime di certo non sembrava pensabile <b>[16]</b>. Theodore Robert Bundy, il killer
delle studentesse, che venne condannato a morte per tre omicidi, anche se si
sospetta che ne abbia commessi almeno venti, aveva un aspetto, un’educazione e
un livello culturale che non tradivano affatto la sua attitudine al crimine
violento (<i>Winn - Merrell</i>, 1980), tanto
che i suoi stessi amici, tra cui la scrittrice Ann Rule, perfino dopo
l’arresto, stentarono a lungo a ritenerlo colpevole (<i>Rule</i>, 1980). Karl Denke, il cannibale della Slesia, era conosciuto
come “papà Denke” per i suoi modi gentili e caritatevoli (<i>Fornari - Birkhoff</i>, 1996), eppure uccise più di trenta persone, conservando
in casa e nella stalla parte dei loro corpi, secondo una ritualità comune a
molti altri noti criminali, come, ad esempio, John Reginald Halliday Christie,
altra figura dall’apparenza mite e dalla vita semplice, <i>«la faccia insignificante, gli occhiali di corno, la calvizie, i modi
urbani e modesti, gli abiti dismessi ma decorosi, la lombaggine, il giardinetto
dietro casa, il gatto»</i> (<i>Furneaux</i>,
1967, 7), proprietario di quella che fu definita la “casa degli orrori”
al n. 10 di Rillington Place, Notting Hill, in cui furono rinvenuti i corpi di
sei donne; come Dennis Nilsen, poliziotto giudicato affabile e di grande
fascino, che uccise ben quindici persone e conservò parte dei cadaveri nel suo
appartamento, affidando il resto alla rete fognaria (<i>Masters</i>, 1984), o Jeffrey Dahmer, il mostro di Milwaukee, altro
famoso criminale cannibale che, a dispetto dei suoi lineamenti gentili e dei
modi educati, uccise e smembrò innumerevoli ragazzi (<i>Masters</i>, 1993; <i>Schwartz</i>,
1992).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La strada del crimine è disseminata di insospettabili
assassini, dunque. Siamo animali violenti. E, se la repressione degli istinti
criminali ci consente di vivere una vita da “buoni”, allontanando il lato
oscuro della nostra anima <b>[17]</b>, è
pur vero che, a volte, abbiamo bisogno di un Tromp-la-Mort, vivendo
intellettivamente i crimini altrui. In altre parole, pur se alcuni individui,
di solito quelli potenzialmente più aggressivi, rifiutano a tal punto la
propria natura da rimanerne spaventati, assumendo atteggiamenti di perdono
incondizionato nei confronti degli altri e rifiutando qualunque contatto con le
immagini della violenza, altri devono appagare e acquietare al contempo il
“mostro” che vive in loro, leggendo libri, seguendo casi di cronaca, guardando
documentari o film di fantasia. Per costoro il crimine, così come il processo
che ne rievoca la storia, si trasforma in uno spettacolo <b>[18]</b>; lo dimostra il perdurante interesse per le vicende criminali,
soprattutto per quelle di sangue, che da sempre macchiano d’infamia il genere
umano ed a cui si lega il successo di pubblicazioni e trasmissioni televisive
improntate sulla ricostruzione dei singoli casi o sulla loro sintesi
processuale, in cui, sebbene non sembri condivisibile l’assolutezza del
giudizio, si è voluto percepire un gusto generalizzato per la
spettacolarizzazione della violenza <b>[19]</b>.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">Note:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[16]</b> Si noti, peraltro, che il caso di una donna criminale &nbsp;&nbsp;- come la Cianciulli e molte altre - &nbsp;&nbsp;è rappresentativo di una ulteriore paura
radicata nell’immaginario collettivo. Particolare attenzione, infatti, ha da
sempre suscitato la criminalità femminile, forse perché alla donna,
potenzialmente madre, è attribuito un ruolo pacificatore a tutela di un
corretto prosieguo della specie e la sua appartenenza al crimine genera un
senso di allontanamento ancora più forte degli schemi moralistici comuni (per
un approfondimento sulla criminalità femminile, si consultino le seguenti
opere: <i>Bishop</i>, 1931; <i>Carloni - Nobili</i>, 1975; <i>Carrieri - Greco - Amerio</i>, 1985; <i>AA.VV.</i>, 1996 a; <i>Gluedk E. - Gluedk S.</i>, 1934; <i>Gori - Perabò</i>, 1895; <i>Lane</i>, 1994; <i>Lombroso - Ferrero</i>, 1893; <i>Macciocchi</i>, 1976; <i>Newton</i>, 1993; <i>Pollak</i>,
1950; <i>Smart</i>, 1981).</span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">[17]</b><span class="fs11lh1-5"> Analogamente </span><span class="fs11lh1-5"><i>Riviere</i></span><span class="fs11lh1-5"> (1969, 11): «</span><i class="fs11lh1-5">tutti noi sappiamo, o dovremmo sapere, che in noi stessi e negli altri
esistono istinti aggressivi; nondimeno, quest’idea, tutto sommato, non ci piace
molto, e così inconsciamente minimizziamo e sottovalutiamo la loro importanza.
Non li osserviamo direttamente, ma li teniamo al margine del nostro campo
visivo, e non permettiamo che entrino a far parte della nostra concezione
globale della vita; mantenendoli un po’ confusi, essi non appaiono più così
vividi, così reali, e vitali, e quindi così allarmanti come sarebbero se li
vedessimo chiaramente»</i><span class="fs11lh1-5">.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[18]</b> L’idea della spettacolarizzazione del caso giudiziario non è,
certo, nuova, tanto che il legislatore processuale penale, tenendone ben conto
ritenne opportuno disciplinare, nella stesura dei codici previgenti, la
presenza del pubblico in aula. Non a caso, infatti, l’art. 375 del codice di
procedura penale del 1913 e l’art. 426 di quello del 1930 stabilivano che non
si potesse considerare l’aula di giustizia come un teatro, riservando posti
d’onore. Il legislatore contemporaneo ha ritenuto inutile ripetere il divieto,
ora implicito, ma se tale scelta dimostra come il tempo abbia disegnato un
mutamento nella prassi giudiziaria, non esclude che l’evento criminale resti
pur sempre fonte di grande attenzione, tanto che, all’art. 472 c.p.p., è
previsto si possa procedere a porte chiuse anche nel caso in cui il giudice
ritenga minacciata la tranquillità del teatro processuale, e ciò, è evidente,
anche nel caso in cui tale “minaccia” sia rappresentata dalla presenza
massiccia di curiosi e mezzi di informazione.<b></b></span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">[19]</b> <span class="fs11lh1-5"><i>«Alle ormai ben note correlazioni tra civiltà
dei consumi e civiltà neobarocca, dell’effimero, del lusso, dell’eccesso,
possiamo affiancare e tenere presente quella tra turbolenza sociale e cultura
dionisiaca, cioè le lacerazioni del linguaggio e dei corpi laddove l’ordine
delle leggi e delle forme non riesce più a regnare»</i> (</span><span class="fs11lh1-5"><i>Abruzzese,</i></span><span class="fs11lh1-5"> 1992, 62-63).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È certo un fatto: leggermente
più complesso si fa il discorso quando dalla rappresentazione artistica di un
crimine si passa ad analizzare gli effetti della divulgazione giornalistica,
poiché i fatti, esposti nella loro concretezza e privati del filtro costituito
dalla fantasia dell’artista, se appagano la curiosità dell’essere umano per
l’omicidio-spettacolo, quale espressione totemica del Male, anch’essi
contribuendo, così, a sedare i moti pulsionali più oscuri, tendenzialmente
raggiungono in modo più immediato quelli che potremmo definire come i
“recettori dell’aggressività” <b>[20]</b>.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">Nota:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[20]</b> Aggressività verso gli altri come verso se stessi. Si pensi
all’aumento di suicidi che, in uno studio statistico degli anni ottanta, è
stato possibile rilevare dopo che giornali e televisione ne avevano diffuso la
notizia (<i>Littmann</i>, 1983; <i>Phillips - Carstensen</i>, 1986).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In breve, il ruolo dei
mass-media quotidianamente si duplica e al fondamentale diritto di cronaca, id est all’informazione quale essenziale
contributo allo sviluppo sociale e politico di un paese, si affianca un anomalo
meccanismo repressivo reso, al pari di un’opera d’arte, dalla rappresentazione
spettacolare del crimine, quale contributo teso ad esorcizzare l’aggressività
innata. In tal senso è ovvio che si debba cercare di evitare l’eccesso; si deve
scongiurare, ad esempio, il pericolo di indurre un terrore generalizzato
rispetto a cose, luoghi o persone, stigmatizzando tipologie di crimine o di
criminali, modelli che inducono alla ghettizzazione fisica o morale; o, al
pari, si deve evitare di portare alla fama colui che ha, con certezza o,
peggio, per presunzione, commesso un omicidio, imponendolo come figura
carismatica, nella sua negatività conclamata come nel suo ruolo di vittima
rispetto alla società (</span><span class="fs12lh1-5"><i>Lewin - Lippit - White</i></span><span class="fs12lh1-5">, 1939); ma, soprattutto, si deve evitare l’inquinamento dell’opinione,
che non tocca solo la vox populi, ma incide chirurgicamente anche sulle idee di
chi è chiamato a decidere.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Trascurate tali basilari
accortezze, è vero, infatti, che l’informazione, varcando i propri confini, è
in grado di assumere un ruolo molto pericoloso sotto un duplice profilo.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In primo luogo rispetto al
destinatario del messaggio. Come accennato, il caso di cronaca rielaborato
fantasiosamente in un romanzo, infatti, perde la sua attualità, diviene, sì, la
descrizione di una violenza, ma stigmatizzata in un’astrazione. Il reportage
giornalistico, invece, così come il documentario, anche se fortemente orientati
in senso moralistico &nbsp;&nbsp;- anzi, a volte,
proprio per questo - &nbsp;&nbsp;possono generare
un effetto pari al “contagio sociale”, recando gli stessi effetti causati dalla
legittimazione collettiva di un falso ideale, poiché mettono il fruitore del
messaggio in relazione con la “normalità” del crimine, con la concreta
possibilità di realizzarlo e potrebbero scatenare una spinta competitiva od un
condizionamento criminogenetico a contrario, conducendo, nel primo caso,
all’emulazione e, nel secondo, alla giustificazione, alla normalizzazione ed
all’accettazione della condotta criminosa <b>[21]</b>.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">Nota:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[21]</b> Un esempio tipico del condizionamento criminogenetico è
riscontrabile nella diffusione dell’ideologia nazista, o, meglio, negli
argomenti antisemiti con cui Hitler ha portato gran parte del popolo tedesco a
rendersi complice e artefice delle atrocità del genocidio: <i>«in particolare è riuscito, con mezzi semplicissimi di isterizzazione
collettiva e di propaganda invero </i>geniale [il carattere differenziato è
nostro]<i>, a convincere un grande popolo,
considerato come sano e ragionevole, a certe idee estremamente puerili ed
essenzialmente criminose»</i> (<i>Hesnard</i>,
1966, 212). Il condizionamento, invece, è definibile <i>a contrario</i>, secondo la nostra opinione, quando scaturisce da una
contestazione &nbsp;&nbsp;- di stampo
generazionale, ad esempio, oppure genericamente ideologico, ivi compresi
orientamenti politici e religiosi - &nbsp;
rispetto al modello che si vuole imporre; rispetto alla esternazione
collettiva di un giudizio morale fortemente negativo sulla condotta delittuosa
di un soggetto, in modo tale che costui, nella mente del contestatore, diventa
non solo forzatamente indotto al delitto dalla incomprensione altrui, vittima a
sua volta delle circostanze o della società, cosa possibile, ma diventa
assolutamente e incondizionatamente giustificabile e quasi ammirevole, quando,
addirittura, non venga ad incarnare, proprio per la violenza della sua azione
pregressa, un archetipo “protettivo”. Parlando delle matrici dell’aggressività,
infatti, abbiamo evidenziato come questa possa essere anche di tipo difensivo
rispetto a se stessi, alla famiglia e al territorio; dunque non è raro che un
atto violento, benché tutt’altro che difensivo, venga recepito come
l’espressione di una potenzialità difensiva, cosa che pone al riparo tutti
coloro che, in modo tendenzialmente patologico, cercano protezione. Si pensi ai
molti consensi e alle dichiarazioni epistolari di amore incondizionato spesso
ricevute, in carcere, da alcuni soggetti detenuti per crimini omicidiari, o
ancora a ritualità primitive tuttora esistenti, legate alla “magia
dell’omicidio”, come quelle degli Yanomani, in Amazzonia, presso i quali
l’omicidio non solo non è punibile, ma &nbsp;
- probabilmente proprio come preventiva “azione di difesa” rispetto alla
famiglia e al territorio - &nbsp;&nbsp;è sinonimo
di potenza e successo sociale, tanto che tutti gli uomini dopo i venticinque
anni ne hanno commesso almeno uno (<i>Chagnon</i>,
1977).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In secondo luogo rispetto al corretto funzionamento della
giustizia, poiché un intervento eccessivamente invasivo dei media, come
accadde, ad esempio, nei primi anni del Novecento in occasione del processo
Murri (in senso fortemente critico Ferrero, 1903), è in grado di condizionare l’opinione pubblica, ivi
compresi coloro che operano a vario titolo nell’ambito del procedimento penale,
con considerazioni conclusive non sempre rispondenti a verità.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un recente episodio violento, balzato alle vette della
cronaca nera italiana, l’omicidio di Cogne, fa tornare alla mente un famoso
processo americano e non tanto per le vaghe assonanze di alcuni particolari (la
struttura della villa, un abito insanguinato, l’arma introvabile, la parentela
tra le vittime e l’imputata), che, a ben vedere, risultano comuni ad
un’infinità di casi omicidiari, quanto per l’intervento massivo dei giornali. È
il 1892 e siamo a Fall River, nel Massachusetts: Lizzie Borden viene processata
per il duplice omicidio dei suoi genitori, cui sono stati inferti circa
quaranta colpi d’ascia. L’arma del delitto non viene trovata, le prove sono
meramente indiziarie, si parla di un vestito insanguinato, ma questo viene
bruciato prima che gli inquirenti possano vederlo, e le testimonianze appaiono
lacunose. L’opinione pubblica si divide tra innocentisti e colpevolisti. I
giornali non parlano d’altro, al punto che il New
York Recorder forma, addirittura, una
giuria parallela a quella chiamata a decidere nel processo, composta da
autorevoli e influenti cittadini del luogo &nbsp;
- di cui non a caso viene pubblicata anche la foto - &nbsp;&nbsp;i quali quotidianamente tuonano le proprie
opinioni in merito all’innocenza o alla colpevolezza della Borden: «A
questa giuria speciale
vengono forniti ogni giorno i verbali delle sedute, e l’ultimo giorno le viene
richiesto di votare se l’accusa è dimostrata o non dimostrata» (</span><span class="fs12lh1-5"><i>Pearson</i></span><span class="fs12lh1-5">, 1966, 138-139); ed è così che il parere unanime di non colpevolezza
della giuria del New York Recorder precede di poco quello del tribunale.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In parte accade ancora oggi che un intervento massiccio
dell’opinione giornalistica interferisca con i fatti </span><b class="fs12lh1-5">[22]</b><span class="fs12lh1-5">. Si pensi alla morbosa attenzione per vicende estremamente
delicate, in quanto lacunose o poco chiare, come, ad esempio, il citato
omicidio di Cogne, quello di Novi Ligure o il meno recente caso dell’Università
di Roma, per i quali la ricostruzione mediatica dei fatti &nbsp;&nbsp;-condotta, spesso, dannosamente nella
delicata fase delle indagini (</span><span class="fs12lh1-5"><i>AA.VV</i>., 1996 b; </span><span class="fs12lh1-5"><i>Catino</i></span><span class="fs12lh1-5">, 2000)- è stata, a volte, arricchita persino da una sorta
di “perizia” psichiatrica parallela, esclusi pochi casi di serietà
professionale, peraltro prevalentemente riferibile a professionisti afferenti
al ramo specialistico della criminologia e della psichiatria, il cui intervento
d’opinione non ha mai assunto una veste “peritale”, ma, anzi, si è giustamente
mosso nel campo di una generale spiegazione di alcune dinamiche comportamentali
devianti.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">Nota:</b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b>[22]</b> <i>«[…] Dal punto di vista psicologico, preme
qui sottolineare che si è qui di fronte ad un uso errato del pensiero
narrativo, utilizzato in un ambito che richiederebbe invece il ricorso al pensiero
logico. Il pensiero narrativo, infatti, non può arrivare alla dimostrazione di
colpevolezza od innocenza, che deve invece avvenire sul filo di un collegamento
logico, nel quale non ci si limita all’analisi delle intenzioni, ma vengono
presi in esame i fatti nelle loro concatenazioni causali»</i> (<i>Bonino</i>, 2002, 13).</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In realtà, la formulazione di
“giudizi” specificamente inerenti agli elementi procedurali sul singolo caso
trova una sua utilità solo nell’ambito del procedimento penale, vuoi in fase di
investigazioni &nbsp;&nbsp;- si pensi al criminal
profiling (<i>AA.VV.</i>, 2002; <i>Picozzi - Zappalà</i>, 2002) -, &nbsp;&nbsp;vuoi in
sede probatoria. Al contrario, quando simili interventi vengono effettuati in
una trasmissione televisiva o sulle pagine di un giornale, potrebbero
influenzare i periti o i consulenti stessi, minando alcuni itinerari
investiganti, oltre a contribuire alla formazione di un “giudizio collettivo”
che precede quello del magistrato e, in parte, lo segue, qualunque sia l’esito
del processo.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Assassini,
amiamo, infatti, strillare dai nostri pulpiti immacolati; e, spesso, pur di
dargli un volto, lo facciamo ancor prima che le prove ne stabiliscano
inconfutabilmente la colpevolezza. Assassini! Ma da dove trae origine
quest’infame appellativo?</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel 1273
Marco Polo visita il castello del Vecchio della Montagna, nella valle di Almut
in Persia. Egli è il capo degli Ismaeliti, passati alla storia come Assassini,
appunto, termine che non a caso presenta la stessa etimologia di hashish. Era,
infatti, proprio questa la droga che, presumibilmente, veniva somministrata ai
seguaci del Vecchio per condurli, in stato di semi-incoscienza, in un paradiso
artificiale, costruito dietro il castello, dove, per qualche giorno, potevano
deliziarsi con cibi raffinati e splendide fanciulle. In realtà si trattava di
un piano diabolico in grado di fornire al capo della setta uno dei più potenti
strumenti di asservimento: una volta portati via da quel luogo di piaceri,
infatti, gli Ismaeliti si sentivano persi e in loro s’innescava uno stato di
frustrazione tale che, pur di tornarvi, erano disposti persino ad uccidere, a
commettere un assassinio (<i>Wilson</i>,
1972 b). Perduta, però, con il tempo la diretta connessione con l’hashish e con
la promessa del ritorno nel paradiso artificiale della Montagna, sorge spontaneo
chiedersi perché ancora oggi si definisca “assassino” colui che commette un
omicidio.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alla luce di
quanto detto e concludendo questo breve excursus sul lato oscuro dell’animo
umano, si può fondatamente ritenere che l’uccisione, in un certo senso,
continui ad essere il frutto di una sorta di “condotta necessitata”,
consentanea al prevalere dell’istinto di morte e strettamente connessa con le
più macabre e discutibili versioni personali dell’Eden, cosa che rende
particolarmente paludoso il terreno su cui Arte, Informazione e Spettacolo
possono legittimamente muoversi e che induce, pertanto, ad usare estrema
cautela nella divulgazione di storie criminose, vere o false che siano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><div><b class="fs12lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</b></div>

<div><span class="fs12lh1-5">[in Rassegna Italiana di Criminologia, Anno XV, fasc. 2, pp.143-168]</span></div></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Bibliografia:<span class="imTALeft"> </span></b></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>AA.VV.</b>,
(1971), “Gilles de Rais”, in Bertin (a cura di), <i>I grandi processi della storia</i>, vol. X, Ed. de Crémille, Ginevra</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>AA.VV.</b>
(1974), “Leonarda Cianciulli”, in <i>Enciclopedia
del crimine</i>, vol. III, fasc. 26, Fabbri, Milano, 710</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>AA.VV.</b>
(1996 a), <i>La criminalità femminile tra
stereotipi culturali e malintese realtà</i>, a cura di De Cataldo Neuburger L.,
Cedam, Padova</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>AA.VV.</b>,
(1996 b)<i>, Mass media, violenza e
giustizia spettacolo</i>, a cura di De Cataldo Neuburger L., Cedam, Padova</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>AA.VV.</b>
(2002), <i>Criminal profiling. Dall’analisi
della scena del delitto al profilo psicologico del criminale</i>, a cura di
Picozzi M., Zappalà A., McGraw-Hill, Milano</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Abruzzese
A.</b> (1992), “Per una ridefinizione socio-antropologica della televisione”,
in Abruzzese A., Cavicchia Scalamonti A. (a cura di), <i>La felicità eterna. La rappresentazione della morte in TV e nei media</i>,
Nuova Eri, Torino</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Alimena B.</b>
(1899), <i>Il delitto nell’Arte: prolusione
al corso di diritto e procedura penale nella R. Università di Cagliari</i>,
Bocca, Torino</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Andreoli V.</b> (2001), <i>Delitti</i>, Rizzoli, Milano</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ardrey R.</b> (1961), <i>African Genesis</i>, Atheneum, New York</span></div>

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			<pubDate>Thu, 01 Jan 2004 19:05:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA["Il Miglio Verde". Angeli e demoni nel braccio della morte]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Cinema_e_Tv"><![CDATA[Cinema e Tv]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000115"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non è un segreto che l’industria cinematografica spesso prediliga
argomenti che, mediante l’efficacia narrativa delle immagini e degli effetti
speciali, possano in qualche modo ristabilire sorti ed equilibri sociali
seriamente compromessi dagli eventi storici. Ebbene, la pena di morte, in
questo seconda, forse, soltanto alle grandi o piccole guerre di tutti i tempi e
alle catastrofi naturali, ha da sempre suscitato nel cinema un interesse
direttamente proporzionale al naturale senso di disagio che ogni nuova
esecuzione suscita negli uomini; in tutti gli uomini, cittadini del mondo, i
quali di fronte alla privazione della vita a fini meramente compensativi
saturano l’aria di dubbi, ponendosi una sola domanda: perché?</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non è certo questa la sede per esprimere giudizi sul sistema
punitivo capitale, né per spendere parole sui differenti principi che ne
sostengono i torti e le ragioni in diversa misura, pregni, tutti, di una
qualche logica e di una qualche verità, sebbene io sia troppo limitata per
comprendere quelle che sottendono la giustificazione della punizione capitale.
Tuttavia, andare al cinema presuppone, a volte, la chiara consapevolezza
dell’esistenza di idee che, sopravvivendo oltre la trama, creano un universo esperenziale
meramente intercettato dallo sguardo e vissuto, invece, nel profondo dalla
mente; un universo fatto di pensieri, paure, sensazioni, emozioni.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È una questione di accenti, morbidi o marcati a seconda del
messaggio, ma egualmente penetranti.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In pellicole come </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Prima Pagina</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Front Page</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">), del
1931, o nel suo remake </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Signora del Venerdì</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">His Girl Friday</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">),
del 1940, così come nella versione del 1974 diretta da Wilder per la coppia
Lemmon-Matthau, la condanna a morte resta nella penombra di una storia
romantica, cui non sono estranei gli elementi farseschi tipici della commedia.
Eppure, idea più che immagine, non cessa un solo istante di ingombrare
ossessivamente il campo. È lì, invisibile ma presente in ogni fotogramma; la
consapevolezza della sua esistenza genera sottili tensioni, spezza il dialogo,
a volte, e rende al film una drammaticità pari a quella che dolorosamente
emerge dal volto dell’indimenticabile Cagney ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Gli Angeli con la Faccia
Sporca</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Angels with Dirty Face</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">), del 1938, ove l’atteso epilogo
esplode con una forza comunicativa incredibile.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il mutare dei tempi non affievolisce, certo, il desiderio di
realizzare capolavori. Un nuovo realismo impone impatti scenici che rasentano
il compiacimento nel dolore, ma la scelta dei soggetti cinematografici resta
pur sempre fedele a se stessa.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’enorme successo ottenuto, nel 1996, dal film </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dead Man Walking</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">,
suggellato dal premio Oscar per la bravissima Sarandon, dimostra, infatti, che
una colpa espiata con la vita, è ancora un argomento valido per poter esprimere
l’inesprimibile, assumendo toni di sdegno violento e di rassegnato disappunto,
che si alternano tra loro come il volo incostante delle opinioni.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quattro anni dopo, in un clima ben diverso, Hollywood è tornata a
parlare di pena di morte con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Miglio Verde</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Green Mile</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">), un
film che, in una perfetta osmosi narrativa tra realtà e fantasia, interiorizza
il dramma, evidenziando non già un dolore, ma </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">IL</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> dolore, il dolore di
ogni singolo personaggio; un film che parla persino con i rumori aberranti di
un carcere, quelli in scena, naturalmente, ma anche quelli che viaggiano sulle
onde della pura immaginazione.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Come avvocato penalista mi è successo più di una volta di
ascoltare lo stridore metallico delle chiavi che aprono e chiudono le porte di
un carcere ed è una delle sensazioni più sinistre che si possano provare: persino
noi avvocati veniamo chiusi in stanze disadorne in attesa di un colloquio con
il nostro assistito e, nonostante ci sostenga la consapevolezza che usciremo di
lì a qualche ora, proviamo ugualmente un senso di profondo disagio. È quasi
impercettibile, all’inizio, l’attrito della chiave che gira nella serratura,
ma, poi, tutto il tempo della vita inesorabilmente viene ad essere scandito dal
susseguirsi delle mandate: un primo scatto, un secondo, forse un terzo … non ha
più importanza: la soglia dell’attenzione abbandona presto ogni controllo
numerico per lasciare che parole e immagini possano condurre gli animi attenti
in un qualunque infernale laggiù, in un luogo lontano, dove una chiave è in
grado di chiudere fuori persino la vita.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Film come </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Miglio Verde</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> riescono a rendere udibile il
palpito della paura e dell’incomprensione, evocando sensazioni al di là di ogni
immagine, in modo che il fruitore del messaggio artistico guardi se stesso
nello specchio di una storia personale ed estranea al contempo. Egli,
sicuramente, siede in quelle celle; osserva il filo della propria esistenza
assottigliarsi lentamente con quella dei protagonisti, dietro le sbarre di
un’attesa senza fine; percorre quel corridoio oscuro, prestando la propria
anima all’uomo morto che cammina, condividendone la meta, passo dopo passo: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«sul
lato sinistro c’era la vita»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, scrive Stephen King nel romanzo da cui è
stata tratta la sceneggiatura, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«a destra ancora la morte»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È scienza comune che la strada di ogni uomo, presto o tardi,
conduca al bivio tra vita e morte, ma ciò che rende l’esistenza sopportabile è
la consapevolezza che le nebbie del tempo e dell’ignoranza preservano tutti,
quanto più a lungo possibile, dal suo avvistamento. Nel braccio della morte,
invece, quel bivio è ben nitido e assume la forma ammuffita e sciatta di un
corridoio fatto di celle; un corridoio che si stende davanti ad ogni
condannato, come davanti a chiunque, per avventura o per necessità, si trovi a
calpestare quel suolo maledetto: le guardie carcerarie, il direttore
dell’istituto di pena, persino le vittime che assistono all’esecuzione, ansiose
di velare la loro stessa vita con un’esperienza che, distaccata dall’odio e
dalla vendetta, le muta in carnefici, corrodendo la mente nei ricordi, vividi e
imperituri oltre ogni ragionevole oblio.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">miglio verde</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è appunto uno di quei corridoi: la sua
lunghezza e quel linoleum </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«di un colore che ricorda la buccia di un lime
appassito»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, come scrive King, non servono a distinguerlo dagli altri, da
tutti gli altri corridoi che conducono ad uno strumento di morte, serbando
nell’aria storie che si stendono, come un filo di seta sul sottile confine tra
i due diversi orizzonti dell’umanità: la vita e la morte. Non il libro, né il
film pretendono di essere qualcosa di differente se non un lungo miglio verde da
raccontare, fatto di persone, angeli e demoni che abitano un mondo sospeso tra
fantasia e realtà; ed è questo che lo rende così diverso dagli altri film che
parlano di pena di morte: nessuna facile retorica si impadronisce della trama,
nessun giudizio, se non un breve epitaffio che King inserisce tra le righe del
romanzo: l’uomo sembra davvero bravo ad escogitare sempre nuovi sistemi per
distruggere ciò che non è in grado di creare, la vita!</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Per il regista Frank Darabont si tratta del secondo film tratto da
un’opera di Stephen King a sfondo carcerario. Il paragone sorge spontaneo,
forse, ma si rivela ben presto del tutto superfluo. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le Ali della Libertà</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">
(</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Shawshank Redemption</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">), raffinata pellicola che narra la vita di
alcuni galeotti nel dipanarsi di un ventennio e una fuga disperata, è senza
dubbio una splendida pagina cinematografica.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Di certo l’innocenza infranta dalle vane regole legali di un
magistrato senza scrupoli evoca similitudini al di là di ogni similitudine: in
entrambe le storie due innocenti vengono imprigionati da un sistema
approssimativo. Ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le Ali della Libertà</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> l’innocenza, seppure consumata
da una lunga attesa, è chiamata a trionfare; ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Miglio Verde</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è la
morte ad attendere quell’uomo solo, sfortunato e stanco, che il bravissimo
Clarke Duncan trasforma in una vittima sacrificale.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Per il resto le due storie hanno solo gabbie in comune, null’altro
che gabbie. Ma l’anima, ci si chiede in entrambi i casi, può trovarne di così
resistenti da soccombere al buio dell’ingiustizia? Se è vero che i pensieri
volano più in alto delle parole, di qualunque parola, allora la risposta non
può che essere negativa e un angolo di spiaggia messicana diventa un luogo non
così lontano da quello che John Coffey raggiunge infine, quando, stremato dalla
sua stessa sensibilità, da quella natura quasi angelica che lo rende estraneo
ad ogni natura e pur così umano nelle sue paure e nella sua semplicità, si
abbandona all’abbraccio mortale della “Scintillante” e fugge verso la pace, una
pace che, forse, inizia qualche attimo prima della morte, nei pensieri buoni
dei suoi amici, indistruttibili scudi di empatia: negli occhi commossi di David
“Brutal” Morse, il quale, durante l’esecuzione, rasenta un lirismo espressivo
assolutamente sublime; in quelli di Tom Hanks, il quale, come sempre, riesce ad
offrire un’interpretazione lucida, essenziale e pur carica di emozioni
concrete, vivide al di là di ogni finzione artistica. Per l’ennesima volta egli
compie la propria magia, estrapolando dalle parole di una sceneggiatura non già
un personaggio, ma un essere umano in grado di offrire al pubblico la propria
anima.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Interpreti di talento, dunque; un regista che dà ulteriore prova
della propria abilità; una storia intima ed al contempo corale uscita dalla
penna di uno scrittore particolarmente introspettivo: gli ingredienti del
successo ci sono tutti. Nel complesso è stato uno dei film migliori della
scorsa stagione cinematografica; un film che, peraltro, al di là
dell’indiscusso pregio artistico, torna a far riflettere gli uomini sulla pena
di morte e trova, così, nel proprio messaggio, una ragione in più per sopravvivere
oltre ogni oblio.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div>

<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, 15
settembre 2000]</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 15 Sep 2000 11:30:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Storie di sapori e d'altri sentimenti]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Alcuni_racconti"><![CDATA[Alcuni racconti]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000094"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify fs12lh1-5"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il profumo del soffritto andava spargendosi in tutta la casa, penetrando nei merletti delle tende del salotto e nel velluto delle poltrone, quelle verdi davanti al camino, insinuandosi persino tra le porcellane e gli argenti e posandosi, lieve, sui mobili, come un velo morbido e corposo.</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliana stava leggendo un romanzo inglese dell'Ottocento: adorava le storie d'amore romantiche e tormentate che nascevano nei salotti di provincia. Solitamente la catturavano a tal punto da renderla estranea a se stessa per ore ed ore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In vecchiaia, poi, quei romanzi avevano preso ad assomigliare a finestre aperte sulla vita, una vita che lì, tra quelle mura un poco in ombra, sembrava scorrere sempre uguale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Era volato il tempo, ripeteva spesso a se stessa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il suo corpo aveva settantanove anni, la sua testa venti e il suo cuore qualche millennio. Come conciliare tante diverse parti di sé? L’unico sistema che avesse mai sperimentato con successo era smettere di pensarci. E così fece. Di tutti i suoi sensi impegnati a dimenticare fu l'olfatto ad aiutarla: il profumo che esalava dalla cucina si stava facendo via via più intenso e andava assomigliando sempre meno ad un profumo e sempre più ad un odore persistente di bruciato.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta. Berta …</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> - chiamò a voce sostenuta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta era la governante: un'energica signora di poco più giovane di Giuliana, che viveva con lei da tanti di quegli anni da affaticare il cuore a contarli. Nonostante l’età, aveva un udito perfetto, tuttavia non rispondeva mai prima che per la terza o quarta volta il suo nome squarciasse il silenzio profondo di quella casa.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, sì, arrivo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> – replicò stizzosa, come sempre.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Bene, in anticipo questa volta: t'ho dovuta chiamare soltanto tre …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ero occupata. Se mi chiedi di preparare le stanze degli ospiti al secondo piano, non posso certo correre qui giù, appena mi dai una voce!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Smettila con la tua insolenza, buon Dio! Stai preparando le stanze per i miei nipoti?</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta non degnò l’interlocutrice che di un cenno d’assenso, breve e secco come un albero stretto nel gelo. Sapeva chiudersi, a volte, in un silenzio riottoso e impenetrabile, di quelli che neppure scalpelli di parole infuocate riescono a scalfire. Giuliana, naturalmente, lo sapeva bene, tuttavia non sembrava affatto immune dal senso di disagio che quelle parole non dette erano in grado di provocare e, dunque, rafforzava le proprie con un tono ancora più autoritario:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Bene, continua pure, ma prima vai in cucina a controllare la padella che ho lasciato sui fornelli. L'odore di soffritto arriva sin qui, per cui è probabile che sia pronto.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dopo tutto il tempo trascorso insieme, Giuliana e Berta avevano finito per conoscersi profondamente, per capirsi, per amarsi e disprezzarsi, come tutte le persone che possono davvero dire d’essere vicine, cosa di non poco conto in questo mondo che sembra fatto di distanze incolmabili. Andavano persino assomigliandosi: le teste grigie pettinate allo stesso modo, la schiena lievemente incurvata dal peso degli anni e quella strana andatura, ritmata ed instabile, con cui s'inseguivano nelle stanze, entrambe sempre terribilmente affaccendate a riordinare, pulire e lucidare gli antichi splendori di una dimora ormai in decadenza. Il casale era tenuto molto bene, ma la gran parte delle stanze restava chiusa per mesi: era davvero troppo grande per due </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">vecchie</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, come si ritrovavano spesso a dire!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Qualche volta, nelle sere d'inverno, quando la notte scendeva rapidamente e le ombre della casa si animavano nei tenui bagliori dei pochi lumi accesi, avevano pensato, sì, di vendere e ritirarsi altrove, ma sapevano bene che non ce l'avrebbero mai fatta a staccarsi da quelle pareti con cui avevano condiviso i momenti più belli e più tragici della loro lunga esistenza. I fantasmi di una casa ti parlano, a volte, e quando gli anni accumulati alle spalle sono più numerosi di quelli davanti ai propri passi, allora non resta molto altro da fare che fermarsi ad ascoltarli.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vecchia stupida, guarda come ha lasciato alto il foco...</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Esclamò tra sé e sé Berta. Quindi, alzando la voce in modo che Giuliana potesse sentirla, aggiunse:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Che ci combinava di metter su il soffritto? Ci è mancato poco che mandasse in fumo l'intera casa, quella caprona!</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliana arrivò di corsa:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Irriverenza, ancora irriverenza. A volte credo proprio che, nonostante i miei sforzi, le tue origini siano rimaste attaccate alla tua pelle come sanguisughe.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Beh … si vede che le sanguisughe, in qualche modo, rappresentano il mio destino, visto che son tant'anni che ci lavoro insieme.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Questo poi è troppo. Vai via. Via, ho detto!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le parole di Giuliana furono sottolineate da un movimento stizzoso e rapido del braccio verso la porta, ma quello scatto d'ira produsse, nell'arco di pochi secondi, una tale sequenza di micro catastrofi che entrambe si ritrovarono, loro malgrado, a ridere sonoramente, osservando i vetri della bottiglia d'aceto che, prima d'infrangersi fragorosamente in terra, era rotolata giù dalla mensola, investendo il cestino delle uova, che, a loro volta, erano colate languidamente sul barattolo della farina e lungo tutto lo sportello del frigorifero.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Oddio, che disastro!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Caprona!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Senti chi parla.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Suvvia, puliamo. C'è una cena da preparare e tu non sembri fare altro che ostacolarmi.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Io ostacolarti? Ma se ho persino messo su il soffritto, ché te n'eri dimenticata…</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, sì. Intanto stavi per farci arrosto!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta aveva il suo modo di cucinare e guai a chi cercasse di intromettersi pensando ingenuamente d'aiutarla. Giuliana lo faceva sempre, naturalmente, ma era soltanto uno dei suoi modi preferiti per farle saltare i nervi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">- </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il soffritto </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">diceva Berta</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">- </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">è un'arte: l'olio deve languire attorno alla cipolla, come un giovanotto quando guarda la fidanzata, abbracciandola e facendola avvampare di calore, mentre l'aglio si scioglie lentamente accanto al peperoncino, creando l'atmosfera. Solo a quel punto si può far scivolare la polpa di pomodoro fresco, che s'abbatte sull'olio come un'ondata di sapore, frantumandolo in rivoli dorati e gocce corpose</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Eh, sì. La cena, quella sera, sarebbe stata davvero memorabile!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Erano anni che Giuliana non vedeva i suoi nipoti. Giuseppe viveva a New York con la moglie americana e i loro tre bambini. Oh, se aveva cercato di opporsi a quel matrimonio! </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Gli americani</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> – diceva - </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">sono volgari, grossolani e privi di qualsivoglia cultura</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non voleva davvero che i suoi pronipoti venissero su tutti uguali, come scatole di vitamine viventi, con i capelli biondi, gli occhi azzurri e le lentiggini sul naso; ma le sue proteste si persero nell'oceano che s'accingeva a dividere le loro vite. Certo, Giuseppe le telefonava ogni tanto; e per Natale e Pasqua sua moglie le inviava incomprensibili cartoncini colorati, in cui il simbolismo consumistico distorceva ogni messaggio religioso: abeti decorati, grandi fiocchi rossi, agrifoglio e candele sostituivano il Presepe e la figura del Bambin Gesù, così come, in Primavera, uova variopinte e galline sorridenti non lasciavano spazio alcuno alla Resurrezione; ma, ormai, tutto ciò non aveva più importanza, perché Giuseppe stava per arrivare a Montalcino con tutta la sua famiglia e si sarebbero fermati da lei per un lunghissimo, interminabile fine settimana.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Matilde, invece, sorella minore di Giuseppe, faceva l'avvocato a Roma. Aveva preso in affitto un appartamentino nel quartiere Prati e viveva lì con Gianluca, un amico, o meglio, il suo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">compagno</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, come ebbe a dirle frettolosamente al telefono qualche tempo prima, tra un saluto e qualche notiziola di poco conto. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Compagno di cosa?</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> si chiese Giuliana. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Compagno di studi o di giochi? Santi numi! Forse è un termine che ha un'accezione politica</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, pensò frastornata, preda di tutto il suo fervore democristiano, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">ci mancano solo i comunisti nella nostra famiglia!</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> E a pensarlo, quel pensiero folle, sembrò anche a lei alquanto ridicolo. In realtà i suoi interrogativi avrebbero trovato risposta di lì a qualche ora: anche Matilde e Gianluca, infatti, la stavano raggiungendo per il fine settimana.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Infine c'era Rico, abbreviazione del più aulico Teodorico, il più piccolo dei tre. Era atteso già dalla sera prima, ma, intorno alla mezzanotte, aveva telefonato dicendo che non sarebbe arrivato prima della mattina seguente e che avrebbe portato con sé un amico. Neppure lui viveva più lì, nell'incantevole campagna senese, silente testimone dei lunghi giorni della sua infanzia. L'improvvisa morte dei genitori in quell'incidente automobilistico dal quale uscì miracolosamente illeso, gli procurò anni di sofferenza e rimpianto: sofferenza per essere stato costretto dal destino a dare alla morte il volto di suo padre e di sua madre, rimpianto per non essere rimasto ucciso con loro!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dopo quel terribile episodio, nonna Giuliana li aveva allevati come figli suoi, riversando su di loro tutto l'amore che la morte della figlia sembrava averle improvvisamente strappato via dal cuore. Loro si appoggiarono a lei, indifesi; lei, grazie a loro, trovò la forza per continuare a vivere.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Come sta procedendo la preparazione della cena, Berta? Tra poco saranno qui …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Bene, bene, non ti preoccupare </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">- disse avanzando verso il salotto - </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La parmigiana e la salsa di funghi sono pronte. La frittura sta terminando di dorarsi. Ho infornato la torta e il brasato è quasi cotto. Appena arrivano si buttano giù le fettuccine e si mettono in tavola gli antipasti.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il menu, ovviamente, prevedeva i piatti preferiti dai suoi tre ragazzi. Nulla era stato lasciato al caso. La parmigiana, di cui Giuseppe andava pazzo, era un piccolo capolavoro: strati di melanzane, appena imbiondite nell'olio bollente e ricoperte di mozzarella filante, si alternavano alle dune, rosse ed infuocate, del sugo, su cui si stendeva un soffice velo di parmigiano, amalgamato con un cucchiaino di besciamella, così … tanto per addolcire un po' il palato!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le fettuccine ai funghi, invece, erano le preferite di Matilde: amava sconsideratamente i porcini lasciati appassire nell'olio e nel burro, a fuoco lento, e lambiti dalla crema di latte come allegri bagnanti. Ancor prima di mangiarle ne pregustava il sapore pepato della salsa e si deliziava nell'attesa. Non che le piacessero meno i cavolfiori, le zucchine e i carciofi fritti, lasciati a colorire senza fretta nella padella, a cicalare tra di loro, solleticate dall’olio, crepitando e borbottando come vecchie comari impegnate a sparlare di qualcuno sottovoce.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Rico, invece, preferiva senz'altro i dolci. Poteva andare in estasi per una torta al limone; per il sapore delle uova, raccolte la mattina, montate con lo zucchero e sciolte nel latte tiepido fino a farne una soffice crema nella quale affogare la scorza grattugiata dei frutti, gialli e succosi, che crescevano nella limonaia, proprio davanti alle finestre della sua stanza. Il pan di Spagna, poi, imbevuto del liquore odoroso e dolce che il suo babbo era solito bere nelle serate invernali! Quel sapore gli restituiva ricordi lontani di momenti felici: lui che, a piedi nudi, si avvicinava alla grande poltrona di fronte al camino, le mani forti e robuste che lo afferravano, la vestaglia morbida e calda su cui dolcemente si accoccolava in una nuvola profumata di tabacco, le piccole labbra che si accostavano al bicchiere e s'inumidivano di liquore e un sorriso, il suo sorriso … che sorriso!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il sole stava tramontando; sulla casa si stendevano le ombre lunghe degli alberi e le colline imbrunivano all'orizzonte.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono tutti in ritardo. Non sarà successo qualcosa?</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Uffa, quanto ti piace fare la tragedia! Si saranno fermati a Siena e saranno qui a momenti</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Parli bene, tu. Non sono mica i tuoi nipoti!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta sgranò gli occhi, aprì la bocca in una smorfia di collera e, per un attimo, pensò che fosse giunto il momento di urlare in faccia a quella </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">vecchia astiosa e burbera</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> tutta la sua rabbia per le ingiuste osservazioni che in trent'anni le aveva rivolto, tuttavia decise nuovamente di tacere, poiché sarebbe stato inutile tentare di spiegarle i suoi sentimenti: in quel momento pensò che, in fondo, dalle sue parti il sangue d'una rapa era solo acqua rossa! In realtà Berta amava quei ragazzi come fossero stati suoi; ma era un primato, quello dell'amore per i suoi nipoti, che Giuliana non avrebbe mai accettato di condividere con nessuno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La grande pendola nella sala da pranzo segnava già le otto e dieci e continuava a scandire, con il suo monotono ticchettio, i minuti, i secondi, che si allungavano immobili nelle ombre della sera e sembravano attimi infiniti.</span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Giuliana tornò a sedersi davanti al camino e prese il tombolo per ricamare, lasciando da parte il romanzo sul quale, in quel momento, non sarebbe, certo, riuscita a concentrarsi: la sua mente seguiva gli itinerari dell'ansia e dell'emozione e le sue orecchie erano tese a catturare ogni rumore che potesse preannunciare il loro arrivo, ma il vento le portava solo miagolii, battiti d'ali e il tubare dei piccioni sulle grondaie.</span><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Finalmente il roborare dei motori e lo strofinio crepitante dei ciottoli nel vialetto squarciarono il silenzio.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono arrivati. Sono arrivati! </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">esclamò Berta; e la sua emozione rivelò quanto fosse apparente la tranquillità che aveva mostrato fino ad allora.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliana si alzò con calma; stirò con le mani l'abito che indossava; sistemò i capelli; respirò profondamente e deglutì due o tre volte, cercando di prendere tempo con se stessa e recuperando un controllo che era sul punto di perdere; distrattamente guardò la foto di suo marito e di sua figlia e, rivolgendosi a loro come non aveva fatto più da molto tempo, disse sottovoce:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono qui.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta si era precipitata alla porta e, starnazzando come un'oca giuliva, continuava a ripetere i loro nomi, ad abbracciarli, a chiedere, senza attendere risposta, come stessero, se fossero affamati o soltanto stanchi; se avessero voglia di fare un bagno prima di cena o avessero bisogno di riposarsi un po'.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliana raggiunse lentamente l'ingresso e, per un attimo, con la mano tremante che le sfiorava le labbra quasi a tenersi dentro le parole, si fermò a guardarli, appoggiandosi allo stipite; poi avanzò verso di loro.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nonna!</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> – Esclamarono commossi, correndole incontro ad abbracciarla.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Signora Giuliana, che piacere rivederla!</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> - disse Jennifer</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È un onore conoscerla</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> - aggiunsero Gianluca e Nicola, ma le loro voci si persero insieme a quelle dei piccoli, i quali, con accento marcatamente straniero, la stavano salutando, saltellandole intorno e tirandole la gonna per farsi notare. Non c'era spazio per nessun altro che per i suoi nipoti, in quel momento, e le lacrime iniziarono a scendere sulle sue guance, incontrollabili e calde come il sentiero dei ricordi, come i giorni in cui il suo cuore era tornato ad amare. Non parlò, ma strinse i suoi nipoti tra le braccia nello stesso modo in cui li stringeva quando, da piccoli, si svegliavano nel cuore della notte, chiamando a gran voce il nome della mamma. Cosa cantava allora? </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dormi piccino mio, dormi nel tuo lettino, è un angelo la tua mamma e ti sta vicino. Dormi, mio piccolo tesoro; dormi nelle valli d'oro. La luna veglierà i tuoi sogni, finché il sole, all'alba, non ritorni</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Finalmente sciolse l'abbraccio e passò le mani bianche e rugose accanto agli occhi, asciugando le lacrime che ancora le rigavano il volto. Poi si chinò a salutare i bambini, strinse le mani di Gianluca, di Nicola e baciò sulla guancia Jennifer: era così di buonumore che non sembrò infastidirla neppure il profumo, fruttato e intenso, che indossava la donna, né fu seccata di ritrovarsi a sporcare il suo candido fazzoletto ricamato con le tracce cremisi del rossetto che le aveva lasciato sulle guance.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta, al solito, iniziò ad organizzare la vita di tutti e sparpagliò la compagnia, mandando Giuliana a controllare che la tavola fosse pronta e accompagnando Matilde, Jennifer e i bambini nelle loro stanze, mentre i ragazzi prendevano i bagagli dalle macchine. Ragazzi … oddio, forse erano uomini; ma che importanza poteva avere? Era solo questione di parole e le parole non potevano certo esprimere il senso della vita e del tempo che, crudelmente, era trascorso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Subito dopo tornò trafelata in cucina per accendere il fuoco sotto la pentola d'acqua. Giuliana era lì, in piedi accanto alla finestra, con una mano poggiata delicatamente sul cuore quasi a voler accarezzare i propri sentimenti, mentre guardava la luna che usciva da una nuvola e illuminava i suoi occhi lucidi di gioia.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dio bonino, m'hai spaventata! Cos'è che stai facendo qui? Ti sembra codesto il modo di controllare la tavola?</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È tutto perfetto …</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliana si girò verso di lei: sorrideva dolcemente e Berta, ritrovando davanti a sé un'immagine che credeva perduta per sempre, si sentì confondere. Per un breve istante, vide nuovamente la donna che aveva imparato ad amare come una sorella prima che i casi della vita, gli anni, la solitudine e l'astio chiudessero in una torre inaccessibile la sua umanità. Ma non aveva, forse, anche lei le sue colpe? Non aveva cessato di aprirle il suo cuore? Eppure sarebbe bastato davvero così poco! Le tornò alla mente il secondo atto della </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Fedora</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, l’opera che entrambe amavano tanto ascoltare, e capì che l'amore non vuole null'altro che amore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Riempì due bicchierini di vin santo e ne porse uno a Giuliana:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ne abbiamo davvero bisogno, stasera, eh?</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì. Davvero</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Alla salute, allora</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Alla salute, mia buona amica.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dalla pentola dell'acqua iniziò a sbuffare allegramente il vapore.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L'acqua è pronta! Meglio cuocere le fettuccine. Hai visto come s'è smagrita in viso la Matilde. Secondo me non mangia nulla. Bisogna che li rimettiamo in piedi tutti, questi tre giorni!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Poi, accostandosi alla porta e parlando a voce alta verso le scale, aggiunse:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È quasi pronto. Scendete!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I primi furono i bambini. Si precipitarono giù dalle scale, inseguendosi affannosamente, spintonandosi a vicenda ed accusandosi reciprocamente di cose incomprensibili:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I didn't</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">You did too</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I didn't</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">You did too</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Oh bimbini non v'infuriate! </span></i><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cos'è tutta questa confusione? Noi si capisce poco già quando strillate, se poi vi mettete pure a parlar l'inglese …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Beh, certo che neppure loro capiscono troppo se parli in toscano, Berta!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuseppe! Giuseppe! Ma fatti vedere, angelo mio! Guarda qua come …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Adesso non venirmi a dire che sono cresciuto</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo sei, lo sei: voi crescete e noi s'invecchia. Forza, porta i bambini a tavola che si mangia.</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></i></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">In salotto regnava un'amabile confusione: chi discorreva sulla corruzione della classe politica, chi si lamentava del caro vita, chi era intenta a suggerire diete.</span><br><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Questa eri tu da piccola!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Già …Non riesco a capire come fai ancora a tenere incorniciate certe foto, nonna! Sembra che abbia gli occhi storti e guarda che denti …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">A me sembri bellissima!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Bravo Gianluca. La nostra Matilde non ha mai saputo apprezzare la propria bellezza …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Oddio, non ricomincerai con la storia che non mi sono mai saputa valorizzare!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Credimi, piccola mia, non ho intenzione di ricominciare con nessuna storia. È solo che quella foto sta bene dov'è</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non era facile ritrovarsi, né fare i conti col passato: ognuno di loro, per anni, aveva lottato contro il destino, odiandosi e incolpandosi pur di accettare la realtà, senza più porsi domande cui solo Dio avrebbe potuto rispondere. La mano di Giuliana si strinse in quella della nipote e insieme si avviarono verso il tavolo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta aveva pensato proprio a tutto, curando nei particolari la regia di quella cena: la tovaglia a filet, le candele verdi intonate al servizio di piatti, i sottobicchieri d'argento e persino i segna-posto con le targhette dei nomi. Giuliana a capotavola, di fronte a Giuseppe, e gli altri distribuiti secondo gli affetti e le necessità: i bambini accanto alla mamma, i fidanzati abbastanza vicini da tenersi nascostamente per mano e Rico tra la nonna e Berta, per farsi coccolare un po'.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Fu servito il fritto, la parmigiana, il pane bruscato con l'olio d'oliva, il pomodoro fresco a pezzettini e i cannellini al fiasco con un poco d'aceto rosso. I commensali gustarono l'antipasto in silenzio; persino i bambini tacquero e nel salotto, all'improvviso, scese un velo di tranquillità, interrotto soltanto dal tintinnio dei bicchieri in cui si mesceva il prosecco.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Avete superato ogni aspettativa </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">disse Matilde, lasciando colare l'olio, denso e scuro, sulla terza fetta di pane che mangiava avidamente.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il meglio ha da venire</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta andò in cucina e tornò con le fettuccine. Le aveva mantecate per bene e, ora, assomigliavano a un groviglio di fieno in primavera, quando i conigli ci vanno a far l'amore: la pasta s'attorcigliava intorno ai funghi e l'olio l'invischiava nell'abbraccio.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Complimenti davvero. Non ho mai mangiato così bene in vita mia!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Si chiamava Nicola ed era un amico di Rico. Nessuno sapeva altro di lui, a parte il fatto che gli piacesse la cucina toscana e il buon vino.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono contenta che la cena sia di suo gradimento. Gli amici dei miei nipoti sono sempre i benvenuti. Vi conoscete da molto lei e Rico?</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliana rivolse lo sguardo verso Nicola, intento a masticare avidamente un boccone di parmigiana, mentre piccoli rivoli di sugo colavano dalle labbra lucide d'olio.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">No, sì, cioè; tre anni invero … </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">farfugliò confusamente Nicola tra un boccone e l’altro, cambiando bruscamente argomento - </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Buon Dio, questa sì che è una parmigiana! È … è eccezionale. Una cena eccezionale davvero</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliana, lievemente indispettita, forse, dal pantagruelico appetito del suo ospite, gli rivolse un freddo sorriso; poi osservò Rico e qualcosa, nei suoi occhi, che nervosamente cercavano rifugio sulla tovaglia e nel piatto, le suggerì di non proseguire. Una fitta acuta le attraversò il cuore e dolorosamente scoprì l'omosessualità di suo nipote.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dio, com'era difficile! Ancora una volta si trovava a dover fare i conti con i pregiudizi che, fino ad allora, avevano dominato i suoi pensieri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Aveva cercato di essere una donna al passo con i tempi; continuamente. Che dire, però? I tempi sembravano correre sempre più velocemente di lei: aveva accettato l'amore di Giuseppe per Jennifer e la sua partenza improvvisa; aveva tollerato la convivenza di Matilde, le cui false ideologie, soffocando il flebile anelito alla maternità e alla vita familiare, la stavano conducendo lontano da se stessa; ora, si trovava nuovamente a fare i conti con una realtà che le sfuggiva di mano. Istintivamente avrebbe voluto dargli uno schiaffo, ma il braccio restò paralizzato al suo fianco. Chi era lei per impedire a Rico di vivere la propria vita? Chi era per lasciare che la sua anima, già dilaniata da un antico dolore, dovesse sopportare il peso dell'incomprensione, imparando a nascondersi proprio dall'unica donna che lo amava più della sua stessa vita?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sorrise tra sé e sé, allora, pensando che, forse, era un po' troppo tardi parlare con lui di farfalle e coniglietti. Strinse la mano di Rico nella sua e disse a Nicola:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Lei non s'immagina neppure le buone cose che Berta preparerà per la colazione di domattina!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Intanto, nei bicchieri, il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Brunello</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, rosso e trasparente come un rubino, aveva ormai sostituito il bianco frizzante con cui avevano aperto la cena. Secco e amabile, accompagnava il brasato e le patate al forno, rosolate nell'olio e cosparse di rosmarino; nel suo bouquet c'erano tutti i sapori della loro terra e della loro infanzia: i campi di viole dietro la collina, la terra amara e scura dove crescevano i funghi e il profumo dei limoni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Finalmente arrivò il momento del dolce. Lo spumante friggeva sull'orlo cristallino dei calici mentre Berta tagliava sapientemente la torta, farcita di una crema ancora tiepida. Sulla tavola scese, improvvisamente, un'amabile pioggia di campanelli: forchette che colpivano il piatto, calici che si scontravano in qualche brindisi, bottiglie che urtavano i sottobicchieri …</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Brava Berta. Che grande mangiata!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ah sì, proprio brava!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ripetevano tutti. E sembravano davvero sinceri; concordi e sinceri, come, forse, non era mai accaduto in vita loro.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Bene. Ora accomodatevi tutti accanto al fuoco con la nonna che io vo' a fare il caffè e rigoverno la cucina</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Disse Berta frettolosamente, cercando di fuggire dai complimenti che le stavano riservando. Non amava i complimenti, anzi la imbarazzavano; ogni volta sembrava davvero impari la lotta che inscenava con se stessa per cercare di non cedere alle lusinghe: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non c'è verso d'accettare un complimento se non si vuole abbandonare se stessi in balia della calunnia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, amava ripetere. Era fatta così. Il suo modo di conoscere il mondo non lasciava spazio ai dubbi; esistevano solo certezze e che i complimenti rappresentassero una tentazione in grado di rammollire il carattere era per lei un'affermazione vera e incrollabile.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta, lascia che ti dia una mano</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, signora Berta, please!</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma, dico, siete ammattite? La cucina è troppo piccina per tutte quante. Voi restate qui a chiacchierare che io fo’ in furia e, poi, torno.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Restare a chiacchierare. Come se fosse semplice! Erano proprio lì, tra quelle chiacchiere, i muri che negli anni li avevano divisi; muri di specchio che tracciavano i confini di un labirinto di solitudine e di immagini distorte. Restare a chiacchierare. Sarebbe stato più facile rigovernare mille cucine, piuttosto che restare a chiacchierare!</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ho visto tre alberi nuovi in giardino … son tre … -</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> disse Matilde, spezzando il silenzio che, in pochi minuti, era sceso a saturare l’aria con i fumi opachi dell’incomprensione.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">– rispose Giuliana – </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">son tre susini e devi vedere quante ne cacciano fuori! Quest’anno si è fatta tanta di quella marmellata che non si ha più posto nello stipetto delle riserve</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Beh … se proprio non sapete che farci, vorrà dire che me ne porterò a Roma un po’</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma certo; ma certo, piccina. Quando tornerete a casa sarete tutti carichi come muli. Berta non ha intenzione di farvi smagrire oltre e ha già programmato i vostri pranzi futuri: i congelatori, in fondo, sono una grande invenzione!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Risero tutti e, poi, di nuovo un silenzio grave e corposo s’impadronì della sera.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Io, invece, le sarei grato se mi regalasse un paio dei suoi limoni. Hanno un profumo assolutamente inebriante. Sono certo che riuscirò a tirarci fuori un liquore imbattibile</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un liquore … </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">ripeté Giuliana distrattamente, mentre con mano tremante accendeva le candele sul tavolino accanto al divano. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un liquore, certo. Stia tranquillo avrà tanti di quei limoni che potrà far tutti i liquori che vuole.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Grazie, signora Giuliana. Lei è davvero un angelo, sa?</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un angelo? No, no, mi creda, il buon Dio non ha certo creato gli angeli perché donino limoni. Gli angeli … gli angeli volano, mio caro. Volano, guardano in basso e … continuano a volare</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Beh, mi riesce difficile pensare agli angeli come a dei privilegiati perdigiorno </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">– intervenne Rico sorridendo – </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Se è proprio vero che volano, ci guardano, continuano a volare e … e non elargiscono limoni, allora è possibile che cerchino preghiere da esaudire</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Preghiere?</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Chiese improvvisamente Giuliana, addensando in quella domanda tutto il peso della disillusione</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Preghiere?</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Soggiunse, quindi, pacando di poco i propri umori funesti</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le preghiere si sciolgono nelle lacrime ed evaporano nel cielo. Le loro ali, forse, le incontrano, ma difficilmente sanno riconoscerle, credimi tesoro</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Per qualche istante il silenzio avvolse di nuovo ogni pensiero; poi Rico prese a scusarsi con la nonna, portando il discorso lontano dagli angeli e da tutte le preghiere non ascoltate che gravavano su quella casa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dal giardino sopraggiungevano i rumori della sera e i riflessi argentei della luna, che si frantumava sull’acqua della fontana in miriadi di piccoli diamanti, attraversavano il buio per riflettersi sui vetri socchiusi della grande finestra in salone. S’era fatto tardi davvero: il fuoco nel camino cominciava a languire e le candele non erano nulla più che un vago ricordo di cera.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliana e Berta salutarono gli ospiti e si congedarono da essi con passo lento e stanco, avviandosi verso un'altra notte di pensieri e di attesa, l’attesa dell’alba.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando si è vecchi si è sempre vecchi abbastanza per aver visto e sentito tutto, per essersi abituati ad ogni piega della vita, ma l’insonnia, quel bagliore di vispa solitudine che invade le notti, strappando via ogni residuo di vitalità; l’insonnia, dicevo, è qualcosa cui difficilmente ci si può abituare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La notte in un modo o nell’altro passò e l’ora della colazione aprì un giorno davvero speciale. Difficile, certo, ma speciale a modo suo. Davvero speciale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il sole s’era levato da poco quando Berta scese in cucina a preparare il caffè per Giuliana: un rito cui nessuna delle due avrebbe saputo rinunciare. Sul vassoio una rosa, due tazzine di porcellana cinese e due tovaglioli ricamati, parte di quei chilometrici corredi che in quella casa s’erano accavallati, quello di Giuliana, quello della figlia e persino quello di Berta che aveva investito tutte le proprie energie ad attendere l’uomo della sua vita, tanto da non rendersi conto che la vita non è altrettanto paziente e, di solito, passa senza aspettare nessuno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Bussò con minore vigore delle altre mattine, cercando di non svegliare gli ospiti, che, tuttavia, sembravano ancora dormire della grossa.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Avanti</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> rispose Giuliana.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Buongiorno</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Buongiorno Berta</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le voci di entrambe sembravano ancora velate dall’emozione della sera prima: troppi avvenimenti tutti insieme.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Si sedettero al piccolo table habillé accanto alla finestra e guardarono il sole imbiondire i rami del castagno. Il cinguettio dei passerotti teneva compagnia ai loro pensieri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Poi, quasi all’unisono, entrambe dissero qualcosa sulla cena, mostrando di pensare la stessa cosa nello stesso momento, come sempre.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Matilde sembra davvero raggiante e ha mangiato tutto senza fiatare. Stavo pensando che …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">…Che forse è incinta </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">intervenne Giuliana.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Già, proprio così. E non dev’essere di molti mesi.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Un paio… </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">pensò ad alta voce Giuliana</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">- Un paio …</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> disse con lei Berta, in uno dei loro tanti dialoghi corali.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Magari neanche lei lo sa ancora</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> aggiunse Berta, pensando alla buona occasione in più da festeggiare tutti insieme.</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> –Ma tu non stai pensando a Matilde, vero?</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vero.</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> Rispose laconica Giuliana</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È Rico che ti preoccupa. Lo sento. Preoccupa anche me, in verità</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Perché?</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> domandò furente Giuliana, ancora intenzionata a mettere nell’ombra quello che riusciva a stento ad accettare.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Perché Nicola…</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> Rico stava riuscendo in un’impresa davvero memorabile: lasciare Berta senza parole. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">– Nicola …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nicola cosa?</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Insomma a me è sembrato …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non capisco.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta guardò Giuliana negli occhi e si rese conto che, al contrario di quanto andasse affermando, lei capiva, capiva molto bene. Tuttavia pensò che non era giusto forzarla a parlarne se non ne aveva voglia. E che non ne avesse voglia era poco più che palese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tacque, dunque, e tornò a guardare nella tazza del caffè come a volerci trovare le parole giuste o i giusti silenzi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse fu proprio questo suo comprensivo riserbo che sciolse in Giuliana il nodo del rifiuto. Fu lei a riprendere il discorso.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Hai ragione, Berta. È Rico che mi dà da pensare. Io credo che … che sia …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> intervenne Berta ad evitare che in una sola parola si potesse racchiudere tutto l’universo di sensazioni e dubbi che animavano il cuore di entrambe. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">– Sì. Pensi che l’abbia capito che l’abbiamo capito? Insomma …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Credo di sì</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Certo è un qualcosa di inaspettato, ma se lui è felice…</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Felice? Felice, Berta? Rico ha smesso d’essere felice a tre anni, in quella macchina e …oddio …</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> le lacrime iniziarono ad uscire da sole. Berta non se lo fece ripetere due volte e la seguì, come sempre accadeva, nella commozione. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">– Io … io non sono preparata per tutto questo. Io non so cosa dire, non so cosa fare. Il mio è un mondo di merletti ingialliti e di libri d’amore. Io vengo da un altro tempo, un tempo così lontano! E se non fossi in grado di capirlo? Se cogliesse in me la titubanza che ancora si agita nel mio cuore? Se si sentisse rifiutato? Io non voglio rifiutarlo …</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> i singhiozzi coprirono le altre sue parole, soffocate nel fazzoletto. Poi, acquietata un poco l’emozione, ripeté </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Io non voglio rifiutarlo. Mai …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E non lo farai, ne sono certa. Rico lo sa che qui trova comprensione e appoggio. Non è mica grullo il piccolino! Piuttosto, mi sa che possiamo fare poco noi. Voglio dire … Rico ha solo trovato il suo modo per parlarci. L’aveva detto, no? Al telefono, ieri. Ti ricordi?</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A Giuliana, in effetti, parve di ricordare che il nipote le avesse detto qualcosa come </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Devo dirti una cosa importante</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Quello che non capiva era come potesse definire la sua omosessualità una “cosa” e attribuirle un aggettivo solo come “importante”, quando avrebbe trovato più appropriato che l’avesse definita quanto meno sconvolgente, assurda, pazzesca, terribile, spaventosa e gigantesca.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Una cosa importante …</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> disse ad alta voce.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Certo che importante è importante!</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> aggiunse Berta.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Che ore sono?</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le sette e mezza. Oddio come è tardi! Siamo state a chiacchierare a lungo e ho una colazione da preparare. Poi c’è l’appetito nuovo di Matilde, il fidanzato affamato di Rico…</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta, ti prego</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Mi preghi? E per cosa? Per ignorare quello che Rico ha tanto bisogno di dirci? Chi sono io per non chiamare le cose col loro nome. Prima ci abitueremo, prima Rico si sentirà a suo agio e prima ci tornerà il sorriso</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliana si stropicciò gli occhi, si alzò e si diresse verso il bagno:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse hai ragione tu. Stamattina gli parlerò e cercherò di farlo sentire accettato. Ora vado a prepararmi. I ragazzi volevano andare a Siena in mattinata. La strada è lunga. È bene che si alzino presto. Sì', mia buona Berta, vai a preparare la colazione. Tra poco ti raggiungo</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Santo Cielo quanto è tardi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> prese a dire uscendo dalla stanza</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> Che bighellone siamo state! Ne ho di cose da fare: uova, zucchero e farina da impastare, un forno da accendere, il miele da sciogliere nel rum…</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e proseguendo l’elenco delle leccornie che avrebbe preparato, si avviò verso la cucina con un ritrovato sorriso.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliana si preparò con cura e scese in giardino ad assaporare l’aria della mattina. Non vi rinunciava mai. Profumava di ricordi, quell’aria, e i ricordi erano una delle poche cose cui non avrebbe mai potuto fare a meno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Un frastuono di vetri rotti accompagnato da urla rabbiose interruppe la quiete, però, e si rovesciò su Berta e Giuliana come una doccia fredda. Entrambe accorsero verso le scale e si fermarono a guardarsi, private del coraggio di salire.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le voci di Rico e Nicola si aggredivano a vicenda, dapprima in modo indistinto, poi sempre più chiaramente.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sei un bastardo figlio di puttana</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non fare così, ti prego</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma che cazzo mi preghi a fare, eh? Puttanella di merda. Parto una settimana per lavoro e tu ti vai a divertire, ti prendi l’aids e continui a scopare con me senza dirmelo? Ti rendi conto che potresti avermi contagiato in questi anni? Ti rendi conto?</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La voce di Rico era gonfia di lacrime:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo so, lo so. Ti chiedo perdono. Non avevo il coraggio. È stata una volta sola, una volta sola …</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> i singhiozzi bucavano la frase con singulti pieni di angoscia </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">– Io non volevo farti del male. Poi ho cominciato a non sentirmi bene. Ho fatto le analisi e le ho ritirate due settimane fa. Da allora mi sembra di aver smesso di vivere. Sapevo che ti avrei perso, ma non me la sentivo di affrontare l’abbandono in quel momento. Il tuo abbandono. Oddio! Non ce la faccio più a perdere le persone che amo. Non ce la faccio più. Dovevo solo trovare il coraggio di parlare. Fosse semplice! Volevo lasciarti libero, credimi, ma era più forte di me. È per questo che sono tornato qui. Qui sapevo che ti avrei parlato e che avrei potuto sopportare la tragedia di perderti. Questa è la mia casa, qui ho il mio passato. Sono tornato qui a morire. Lo capisci?</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il cuore di Giuliana si fece di carta velina ed ella percepì chiaramente uno strappo prima di accasciarsi sui gradini delle scale che non aveva avuto la forza di salire. Berta, che sembrava non riuscisse a fermare le lacrime che le inondavano il viso, si piegò su di lei, le chiese cosa si sentisse, capì dal suo silenzio quello che stava accadendo, raggiunse barcollante il telefono, chiamò un’ambulanza. Il tempo sembrò essere improvvisamente crollato su tutti loro.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E me lo dici adesso? Tu sei venuto per morire, mentre io devo aspettare. Aspettare mesi nell’ansia, nell’angoscia; mesi di analisi nella speranza che tu non mi abbia infettato. Tu sei venuto per morire. E io? Non è una lenta forma di morte interiore quella che dovrò affrontare io nei prossimi mesi? Sai che ti dico? Non me ne frega niente di quello che ti accadrà, io ti voglio vedere distrutto.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ti prego …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Torno a Roma e vado da un avvocato, uno bravo, e ti faccio causa. Ti tolgo tutto. L’hanno condannato per lesioni, uno come te, lo sai? Un altro persino per omicidio. Ti trascino in tribunale, ti rovino … </span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non me ne frega niente; niente della galera, né dei soldi, lo vuoi capire? Io voglio che tu viva, voglio che tu stia bene. Se potessi morire due volte per assicurarmi di non averti contagiato lo farei. Io non pensavo di essere malato. E quando l’ho saputo non ho avuto il coraggio di dirtelo. Avevo paura. Lo capisci? Paura del tuo giudizio, paura di perderti, paura di</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">… di tutto questo. Io ti amo. Ti amo</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vaffanculo!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Un altro oggetto si infranse sui residui vetri della finestra. Poi un silenzio profondo e innaturale calò su ogni cosa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La porta delle camere degli ospiti si aprirono lentamente. Soffocato dall’abbraccio di Jennifer si udiva il pianto dei bambini. Matilde e Giuseppe si guardarono per un interminabile istante: entrambi indossavano un unico volto, quello della paura e del dolore: Rico, il loro fratellino, aveva l’aids.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le loro mani si incontrarono sulla maniglia della porta da dove era fuoriuscita tutta quella verità. La aprirono e quello che videro è un qualcosa che ancora oggi tormenta i loro cuori. Nicola era seduto sul letto, sfinito e disperato. Rico era seduto per terra, sopra un ammasso di vetri, aveva tagli ovunque che gli rigavano il volto, le braccia, le mani ed il pigiama lacero. Stringeva a sé le gambe singhiozzando sommessamente.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Rico, tesoro</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> esclamò Matilde correndo verso il fratello.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">No! Ferma!</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> esclamò Rico. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ci sono i vetri. Ti puoi ferire. Sto bene. Sto bene. Solo qualche graffio.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Anche Giuseppe aveva raggiunto Matilde, mentre Gianluca e Jennifer erano entrati cercando di offrire il loro aiuto senza pretendere, però, di infrangere lo strano equilibrio che sembrava essersi nuovamente impadronito della stanza. La situazione richiedeva tatto e infinito amore e quei tre fratelli, così lontani nella vita e così vicini l’uno all’altro nei loro cuori, ne sembravano sufficientemente dotati. Non c’era molto spazio per i loro compagni. Era giusto così.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non fare lo scemo Rico. Ti aiuto a metterti sul letto e chiamiamo un’ambulanza</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">No! Allontanatevi!</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non toccate il mio sangue. Andate via. Voglio restare solo. Lo capite? L o</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">c a p i t e ?</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Arretrarono un poco, perdonando a se stessi quel barlume di paura della malattia che aveva invaso le loro menti all’improvviso e che si era sistemato proprio lì, dietro la convinzione di voler rispettare il desiderio di Rico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In lontananza una sirena squarciò il silenzio della campagna. Si fece sempre più vicina. Tanto vicina. Si era fermata nel vialetto di casa. Occhi spaesati si scambiarono sguardi. Polizia? Ambulanza? E dov’era la nonna? Poco credibile che, con tutto quel frastuono, che con tutta quella amara realtà lanciata a saturare l’aria plumbea di affetti infranti e vite evanescenti, non fosse accorsa ad abbracciare suo nipote. Finalmente udirono la voce di Berta</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">È di là, sul divano</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Poi passi pesanti di uomini che si affrettavano e lo sferragliare di una barella.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nicola rimase sul letto, stordito, a guardarsi le mani, anch’esse ferite, a dare un volto al virus che immaginò impossessarsi di lui, a pensare a se stesso e a quel mondo d’amore con Rico che gli era improvvisamente crollato addosso nascondendosi dietro la maschera della Morte. Gli altri, invece, si precipitarono giù per le scale. Tutti tranne Rico, che rimase in disparte e discese quei gradini lentamente, come se su ogni suo passo gravasse il peso di mille uomini. Lasciava impronte di sangue, dietro di sé, ma non sembrava farci neppure caso: doveva essere successo qualcosa alla nonna, solo questo pensiero ingombrava la sua testa, e prese a ripetere incessantemente il suo nome sotto voce, quasi nella speranza di trovarla lì, dentro di sé, dov’era giusto che fosse. Sua nonna, la sua nonnina, l’unica donna della sua vita. Ripeteva il nome, sì, il nome con cui la chiamava da piccolo:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nonna Giuly – Nonna Giuly – Nonna Giuly – Nonna Giuly – Nonna Giuly …</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le esclamazioni di dolore dei fratelli, le urla dei bambini, il pianto di Jennifer, tutto si accavallò nella sua mente poco prima che facesse anch’egli ingresso nel salone. La nonna era distesa sulla barella con una maschera per l’ossigeno sul volto esangue, ma ebbe comunque la forza di girarsi verso Rico e a lui parve sorridere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando lo videro in quelle condizioni i paramedici si precipitarono a soccorrerlo. Li avvisò di avere contratto l’aids, ma loro non sembrarono temere così tanto quell’idra aggressiva che si era impadronita di lui sotto forma di virus; non quanto la temesse lui, quanto meno, non quanto aveva mostrato di temerla Nicola. Presero una seconda barella, dunque, e vi adagiarono Rico, portandolo accanto alla nonna in quel viaggio verso la speranza; la speranza, per loro due, di avere ancora il tempo di parlarsi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A sirene spiegate l’ambulanza corse verso l’ospedale, lasciando dietro di sé volti esterrefatti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta, finite tutte le lacrime del suo cuore, si recò in cucina come un automa, senza rivolgere la parola a nessuno. Spense i fornelli, si infilò i guanti di gomma, prese uno straccio e un secchio di acqua saponata e pulì accuratamente il salone, la scala e la stanza di Rico da ogni traccia di sangue. Sfilò i denti di vetro ancora incastrati nella cornice della finestra e raccolse quelli sparsi in terra. Poi si sfilò i guanti, si tolse il grembiale, si lavò le mani e il viso, si aggiustò i capelli e si avviò verso la porta di casa.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> Chiamò Matilde. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta, dove stai andando?</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">In ospedale</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> rispose con un filo di voce, senza girarsi.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non vorrai andarci a piedi. Stiamo andando tutti in ospedale. Vieni in macchina con noi</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Berta non rispose e proseguì a camminare verso la strada, dove prese un pullman, in silenzio, nel suo silenzio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I pensieri erano così densi da sembrarle tangibili. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando arrivarono in ospedale l’emergenza sembrava essersi dissolta: Giuliana era stata rianimata e stava lentamente riprendendosi, Rico era stato disinfettato, suturato e aveva ottenuto il permesso speciale di vegliare la nonna.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’incontro con i fratelli fu come l’incontro del mare separato da due correnti inverse: si fusero in un abbraccio che restituì loro il senso dello stare insieme e la follia dell’essersi persi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Parlarono a lungo. Una conversazione privata come il loro passato. Si rassicurarono a vicenda sul progresso della medicina nelle cure per la sua malattia e sulla difesa che Matilde e Gianluca avrebbero sostenuto in tribunale contro ogni assurda rivendicazione ritorsiva che Nicola avrebbe preteso, anche se Rico, al contrario, chiese loro di contattarlo e dargli tutto ciò che avesse chiesto. Poi, come se le parole venissero da sole direttamente dal cuore, si trovarono tutti d’accordo nel tornare a vivere a Montalcino dalla nonna. Gianluca acconsentì con entusiasmo; Jennifer rimase un poco più scioccata, ma infine sorrise al marito annuendo con dolcezza e trovando, così, un nuovo modo per dirgli quanto l’amasse. Certo dovevano sistemare gli affari, prima. Giuseppe e Jennifer sarebbero dovuti tornare in America per un paio di mesi prima di trasferirsi in Italia e Matilde avrebbe dovuto organizzare lo studio romano in modo da non abbandonarlo del tutto e gestendone, al contempo, uno a Siena.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Giuliana emise un leggero colpo di tosse. In un secondo furono tutti attorno a lei, pronti a raccontarle i progetti di una vita insieme, ma lei li precedette. Strinse loro le mani, li guardò con dolcezza, disse di sentirsi bene e di nutrire il più grande entusiasmo per il loro ritorno a casa. Quindi proibì a Rico di continuare a piangere.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non posso smettere di pensare che, se non fosse stato per me …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non dire sciocchezze</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> rispose la nonna.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dovevo parlartene. Dovevo dirtelo. Ieri sera ci ho provato, ma la cena era stata così buona ed eravamo tutti così felici che non mi sono sentito di rompere l’incantesimo. L’avessi fatto, invece! Non ti avrei sconvolto tanto da rischiare di farti avere un infarto. Giuro che, d’ora in avanti, resterò sempre al tuo fianco, ti accudirò, ti curerò …</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">E questa vecchia, allora, che ci sta a fare?</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> intervenne Berta che era andata a parlare con i medici ed era tornata in tempo per sentire tutte quelle incredibili novità. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">– Tu l’accudisci, tu la curi … ma vedi bene, Richino, che sarà la tua Berta a prendersi cura di lei … e di tutti voi!</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> Esclamò abbracciando i suoi ragazzi.</span><i></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quindi prese a dire:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Suvvia, ora si va tutti a casa. Mi hanno detto che dimetteranno Giuliana tra qualche ora e il dottore l’accompagnerà a casa in cambio di un buon piatto di fettuccine, ha detto. Già. Tutti a casa… E, poi, siete a digiuno da stamattina, voi. Non va bene affatto, così! Fatemi tornare ai miei fornelli che vi fo una cena davvero speciale</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e prese ad elencare i piatti che avrebbe preparato, suo indefettibile modo di amare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel frattempo la porta del casale si richiuse pesantemente alle spalle di Nicola. Il vuoto di quelle stanze, l’incertezza di quanto stesse accadendo in ospedale, gli stralci delle parole amare che erano volate e del dramma che si era consumato tra quelle mura aleggiava ancora nella sua testa confusa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il viale che lo conduceva alla strada principale gli sembrò interminabile. Finalmente salì sul pullman che lo avrebbe condotto alla stazione e da lì a Roma, nella casa che aveva condiviso con Rico negli ultimi tre anni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il tempo di raccogliere le sue cose e si sarebbe trasferito.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ripercorse le tappe di quell’incontro d’amore che gli aveva riempito il cuore, accarezzato la mente, affascinato i pensieri. Ripensò ai momenti insieme e all’entusiasmo di quando Rico gli aveva finalmente proposto di andare a trovare la nonna. Sapeva che, per lui, era più di una madre e sapeva che non l’avrebbe presentato se avesse voluto tenerlo nell’ombra della sua vita. Le avrebbe detto di loro due, dunque. Era come un sogno. Finalmente sapeva che Rico lo amava davvero. E fu un’idea, quella, in grado di cancellare ogni perplessità lo avesse aggredito negli ultimi giorni, vedendo Rico sfuggente, ombroso, quasi scostante. Aveva persino temuto che stesse per lasciarlo; come ogni cuore innamorato, anche il suo era stato colto da un’improvvisa insicurezza e aveva pensato di tutto: non mi vuole più, non mi trova più interessante, non …, non …, non … Poi l’invito a Montalcino. La sua gioia immensa. Le cose che si erano aggiustate da sole.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Assurda miopia dell’amore!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non si era sbagliato affatto, invece: Rico era sfuggente, era ombroso ed era scostante. Come avrebbe potuto essere diversamente? Del resto aveva appena saputo di avere l’aids e doveva trovare il modo di dirlo al suo compagno, di dirgli che l’aveva tradito, qualche anno prima, che non sapeva d’aver contratto il virus, che non sapeva se, nel frattempo, l’avesse contagiato, che, da quel momento, non sarebbero più stati insieme e che, dopo quella gita, lui sarebbe tornato a Roma da solo, senza la loro macchina che sarebbe diventata soltanto di Rico, nella loro casa che sarebbe stata messa in vendita per pagare le cure, perché Rico, il suo Rico, si sarebbe trasferito dalla nonna per finire i giorni della vita nella sua casa d’infanzia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Contrastanti sentimenti affiorarono allora nel suo cuore: una parte di sé era ancora furiosa per il tradimento, per il silenzio, per il rischio del contagio, mentre un’altra parte provava un profondo senso di comprensione e di dolore per Rico e per il turbine di pensieri, di paure e di assurdi conflitti interiori che aveva dovuto affrontare sino ad allora. Voleva davvero denunciarlo? Voleva davvero un risarcimento? Era davvero la vendetta ciò che il suo cuore desiderava? Risiedeva lì, la giustizia, tra le azioni legali che aveva minacciato di intraprendere? E cos’era la giustizia in un conflitto che vedeva una vita distrutta e un’altra in bilico sul baratro della malattia?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Abbandonò la testa sul sedile: pesavano troppo quei pensieri. Ne avrebbe ripreso il filo più tardi. Più tardi avrebbe capito cosa fare. Sì, più tardi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">[Racconto tratto dal libro </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Bene che Crediamo di Fare </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">di Raffaella Bonsignori, ed. Giuffré, Milano 2007]</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori</span></b><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div></div><div> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Dec 1997 13:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Tre fuggevoli incontri]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Alcuni_racconti"><![CDATA[Alcuni racconti]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000093"><div class="imTACenter"></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il vecchio maggiolone nero sfreccia sulla strada deserta e lucida di brina.</span><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo sfavillio delle decorazioni natalizie riempie la città di luci intermittenti, ma non sembra affatto che riflettano lo spirito della festa cui inneggiano con tanto ardore. Ricordano giocattoli abbandonati, piuttosto; fuochi fatui; riflessi momentanei e inconsistenti di fari per lucciole distratte e falene folli. Così le recepisce il tuo animo confuso, Stefano, trovando offesa in ogni luce e in ogni colore che tenti di penetrare il muro invisibile di ricordi rimossi, che, con tanta fatica, ti sei costruito addosso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I tuoi occhi, tuttavia, in qualche modo sembrano catturati da quelle luci. Ad un osservatore che soffermi la sua attenzione su di te mentre insegui i tuoi pensieri, illuminandoli con quelle assurde intermittenze, potresti sembrare anche tu catturato dal clima festoso di questi giorni. Nessuno immaginerebbe che sei, al contrario, prigioniero di un </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">loop</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> ipnotico, che non ha niente a che vedere con lo spirito natalizio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quasi udissi i pensieri inesistenti dell’inesistente osservatore, distogli bruscamente lo sguardo, violentando le pupille a concentrarsi sulla strada buia che hai di fronte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il semaforo è ancora rosso.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Quanto ci mette? Perché non li spengono a quest’ora? A che servono i semafori? Andrebbero disconnessi; abbattuti, divelti, gettati nel fiume. Non c’è nessuno, perdio, ed il semaforo è rosso!</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La strada continua ad essere deserta, in effetti. Ormai sono tutti in casa a prepararsi per la cena. La cena, già …</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dio, quanta fretta hai, Stefano! Tua figlia sta aspettando il suo panettone al cioccolato ed i giocattoli che, qualche giorno fa, Babbo Natale ha lasciato nel tuo monolocale, sciatto e disordinato come la tua nuova vita da single.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Un invito a cena da parte della tua ex moglie non te l’aspettavi proprio. In fondo è quella stessa donna che ha preparato i tuoi bagagli mentre eri a lavoro e ha chiamato il fabbro prima che tornassi, rendendo i fatti assolutamente semplici e lampanti: la tua chiave non avrebbe aperto più la porta di casa, la tua casa, che aveva appena smesso di appartenerti. No, davvero non te l’aspettavi un invito a cena da Elena.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Aveva costruito la vostra separazione nei mesi, con apparente serenità. Il primo barlume di come sarebbero andate le cose l’ebbe quella domenica in cui andasti a giocare a calcetto e dimenticasti il cellulare a casa. Una parata di suoni diversi aveva preso a fuoriuscire da lì. Messaggi. Vari messaggi. Poi un suono colpì in particolare la sua attenzione: assomigliava al cinguettio di un passerotto e, in sottofondo, una romantica sviolinata. Non era suoneria che potesse ragionevolmente essere abbinata ad un amico; né ad un’amica, dopo tutto, se solo di un’amica si fosse trattato. La curiosità si spinse oltre il ragionamento ed Elena si accostò al telefono per vedere quale nome comparisse sul display. Niente da fare: il piccolo schermo riportava solo il numero di messaggi ricevuti. Di chi era quello stramaledetto cinguettio? Non poteva controllare, te ne saresti accorto se avessi trovato quel messaggio archiviato tra i già letti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tornasti a casa tardi, quella sera. Tua moglie sembrava dormire. In realtà voleva che leggessi i tuoi messaggi, che ti sentissi tranquillo di rispondere senza cancellarli, che andassi in bagno a prepararti per la notte e le lasciassi il tempo di leggerli a sua volta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Fremeva.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Un caldo eccessivo saliva dal suo corpo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Finalmente facesti esattamente tutto quello che pensava avresti fatto. Ti conosceva bene, dopo tutti gli anni insieme. Scansò le coperte e afferrò il telefono. La signorina del cinguettio si chiamava Maddalena.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Inequivocabile il senso dei messaggi: pieno di dolci parole, il suo, e smielati desideri di rivederti presto; il tuo, più parco come al solito, palesava comunque una dolcezza che ferì Elena nel profondo del cuore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La stavi tradendo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ci volle tutta la notte per smaltire quella triste realtà.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Poi decise di volerne sapere di più. Voleva sapere chi fosse “quella lì”, da quanto durasse, quanto ci tenessi a lei…</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I controlli si moltiplicarono. Era un avvocato, Elena, sapeva bene quello che stava facendo, ma il tradimento bruciava più di ogni pericolo d’incriminazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Doveva sapere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La luce del passaggio pedonale ha preso a lampeggiare. Tra poco puoi riprendere la marcia, finalmente: un passo in più verso un passato che vorresti trasformare in futuro. Il tuo futuro. Ce la stai mettendo tutta. Non posponi più tua moglie ad un’altra donna. Anzi, è vero il contrario: ora sono le altre a contare, per te, finché non compare lei. Ora hai capito cosa vuoi davvero: la tua famiglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Certo, non c’è ragione di crearsi false speranze, ma non riesci neppure a non sentire il cuore battere all’impazzata al solo pensiero di quell’invito. E ti chiedi se sia ancora innamorata di te quanto tu lo sei di lei.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Cosa è cambiato?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È ancora la donna che ti ha messo fuori casa senza neanche l’ombra di una spiegazione?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E sì che ne hai macinate di idee e di ragioni relative a quella fine improvvisa di un amore tanto grande. Hai pensato a tutto. Ogni soluzione più inverosimile dell’altra. Ancora non sai la verità, però, questo è il problema. Ancora non sai che Elena aveva scoperto la tua doppia, tripla vita condotta con la leggerezza di un narciso troppo sicuro di sé.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dopo quel primo messaggio telefonico tua moglie si fece sempre più sospettosa. Ogni sera controllava il tuo telefono e trascriveva i messaggi compromettenti che trovava; poi passava ai tuoi cassetti, alle tue tasche, al tuo portafogli, un portafogli particolarmente ricco di sorprese: dapprima lesse ogni biglietto che potesse minimamente assomigliare ad una lettera d’amore, trovando incredibile che li conservassi lì, tra i soldi ammucchiati senza ordine, i cartoncini dei locali che frequentavate insieme, i biglietti da visita dei colleghi. Non era un portafogli, il tuo, ma una pro loco. A cercare bene era sicura di poter trovare qualunque cosa. E fu così. Più di una volta. Ci fu il tempo del ferma-pacchi natalizio in cui Maddalena ti aveva scritto che ti amava tanto; ci fu il tempo del suo biglietto da visita usato per mandarti un messaggio a lavoro con tanto di bocca che schioccava un bacio; ci fu il tempo di un preservativo, strumento ignoto nella vostra vita coniugale. Quanto meno ti stavi tutelando, pensò, ma non fu un pensiero che la fece stare meglio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quella sera, con quella bustina argentata tra le dita, avrebbe voluto aspettare alzata che finissi di riordinare le tue carte sulla scrivania, paravento autodifensivo fatto di dialoghi non affrontati ed, a volte, di sonni non sincronizzati con i tuoi, e buttarti in faccia la verità scomoda della sua scoperta. Avrebbe voluto aggredirti con le parole più infuocate che potesse trovare nel suo vasto repertorio di donna litigiosa e incline alla nevrosi; avrebbe voluto urlare, piangere e urlare ancora finché non ti fossi inginocchiato a chiedere perdono, finché non le avessi giurato di non vederla mai più, quella donna, e di non aver mai provato niente per lei. Niente. Niente. Tuttavia restò ancora una volta in silenzio, accogliendoti a cena, infine, e preparandosi per un cinema con te e i vostri amici, chiedendosi, dolorosamente, quanti di loro sapessero più di quanto stava cominciando a sapere lei. Ti eri confidato con qualcuno? L'avevi presentata? Fu allora che si accorse di non amarti poi così tanto. La sua non era la ferita di un amore in crisi, ma la lancinante bruciatura di un orgoglio calpestato e di un senso di possesso che non sentiva ancora di voler abbandonare. Del resto quale donna innamorata accetta il tradimento pur di rimanere sposata? Un sentimento autentico, quando ferito, viene ucciso dal tradimento, dilaniato, annientato. Non sopravvive. Ben diverso il ragionamento di chi preferisce resistere e tacere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Naturalmente venne il tempo in cui anche la sua resistenza razionale venne meno. Fu quando sistemò un piccolo registratore nel tuo studio. Era uno di quei mini apparecchi che si attivano quando percepiscono una voce. Ascoltò, così, un paio di telefonate. Furono sufficienti. Ti sentì progettare un viaggio in Scozia, alla ricerca di quello che le vostre anime sembrava conoscessero già, per essersi incontrate più volte, imprigionate in più vite, alla costante ricerca l’una dell’altra; ti sentì parlare dell’acquisto di un appartamento da dividere con lei; ti sentì pronunciare la parola divorzio. Nelle tue frasi non c’era più verità di quanta ce ne fosse nei “per sempre” che avevi riservato fino ad allora a tua moglie, ma lei non poteva immaginarlo: difficilmente una donna, di fronte all’infedeltà del proprio compagno, riesce a trovare ragionevoli spunti di ottimismo ed obiettività! Ti abbandonò, dunque, prima che l’abbandonassi tu; o, meglio, ti cacciò.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sembra interminabile l’attesa. Ti senti in gabbia. Hai annullato ogni altro impegno per l’inaspettata gioia di transitare nel nuovo anno accanto a lei ed alla piccola Giulia, la tua incantevole, meravigliosa figlia; hai fatto i salti mortali per essere con loro e, ora, per qualche semaforo regolato dalla mano di un vigile ubriaco, sei in ritardo. Miseriaccia!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Finalmente riparti, ma, poco più in là, sei costretto a fermarti di nuovo: un altro semaforo rosso.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Non è possibile, questa è sfiga»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, affermi perentoriamente a te stesso, senza meravigliarti neppure per un istante di parlare da solo ad alta voce, come vedi spesso fare alla gente nelle giornate di traffico, ogni volta cercando di capire se si tratti di persone folli o solo di accaniti utenti telefonici muniti delle più sofisticate ed invisibili auricolari.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il tempo sembra dilatarsi nella tua testa, ora. Pensi che troverai piatti vuoti e musi lunghi, come un tempo, quando rincasavi dal letto di un’altra.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ma non ho tradito nessuno, oggi!»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> esclami di nuovo a te stesso con voce sostenuta, affermando perentoriamente una correttezza cui un passato di sotterfugi e menzogne nega, è inevitabile, il diritto ad una così semplice rinascita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Subitaneamente, però, una vena di ottimismo attraversa i tuoi pensieri. In fondo erano quasi le sette di pomeriggio quando Elena ti ha telefonato, non può pretendere l’impossibile. E, poi, aver accettato quell’invito, mandando a monte un viaggio a Parigi, avrebbe dovuto gratificarla tanto da sopportare qualunque ritardo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A dire il vero ti trovavi proprio sulla strada per l’aeroporto, incitando il tassista a correre oltre i limiti per cercare di non perdere l’aereo che ti avrebbe portato lì insieme a Nadine, una tua giovane e bella collega, che, pregio su pregio, possiede ancora un appartamento nella sua città natale. Più di una collega, invero. La frequenti da mesi ormai e ti sei quasi abituato a credere che sia “quella giusta”. L’hai persino presentata a Giulia, due giorni fa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Come cambia la vita, ti accade di pensare. Due giorni fa presenti Nadine a tua figlia e, ora, non sai neanche se ci sarà più una Nadine nella tua vita: alquanto alterata, ha preso l’aereo da sola e tu, senza neanche accompagnarla al check-in, hai fatto tornare immediatamente il taxi verso casa, dove hai posato la valigia, hai preso la macchina, sei passato in un ultimo bar ancora aperto a comprare un panettone e una bottiglia di champagne ormai quotati in borsa e stai correndo verso il passato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">No, davvero. Non è possibile che Elena sia arrabbiata con te per un poco di ritardo. Non puoi trovare un ambiente ostile. Non stasera. Ti ha invitato a cena per festeggiare con te il nuovo anno, dopo tutto, o, forse</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-ma non arrivi a pensarlo-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">per distoglierti da un’altra donna, della quale tua figlia le ha probabilmente parlato, suscitando un classico misto fatale di gelosia e possesso. No, non può non sapere, ancora una volta, accoglierti sorridente dopo un lungo ritardo, come faceva tanti anni fa!</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Le nove, Cristo! Un altro semaforo così ed abbraccerò Giulia il prossimo anno»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dalla radio il Presidente, come sempre imprigionato nella sua invisibile rete di retorica, ammonisce gli italiani </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«affinché il nuovo anno sia generoso di meraviglie quanto gli anni che lo hanno preceduto, cancellandone, però, gli errori e gli orrori e conducendo tutti verso un futuro migliore di pace e prosperità»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Bel discorso davvero, pensi, mentre cerchi un senso a quelle parole, fantasticando su come tutto quell’ottimismo possa entrare nella tua vita: la vita di un uomo con le spalle cariche di ricordi e inconfessabili paure, rapito nei suoi pensieri e prigioniero di tutte quelle illusioni che nessun nuovo anno concretizzerà mai; un uomo che sta correndo verso il suo passato, chiedendosi se il Presidente abbia mai letto Leopardi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Venderanno Almanacchi al Quirinale?</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">***</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Lei ha gli occhi blu più profondi di tutti i mari tropicali che ti è capitato di visitare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Due grandi occhi blu.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Li noti quando volge lo sguardo verso il semaforo, dopo averlo fatto scivolare fugacemente su di te; li noti perché all’improvviso illuminati dalla luce di un lampione riflesso sulla lamiera della tua macchina, dove anche le stelle sembrano specchiarsi in un gioco di luminescenze che ha tutta l’aria di un baluginio festoso inventato in cielo da un angelo felice.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Si aggiusta un berretto di lana grigia sui suoi lunghi capelli morbidi, fini come pensieri distratti e luminosi come l’oro che il sole estivo sparge sul grano, ti capita di pensare. Non indossa il casco e, probabilmente, ha la testa così fredda che non sente più neppure il freddo; aggiustarsi il cappello non è altro che un gesto per provare a se stessa d’averlo ancora in testa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non si muove con agilità. Vedi gesti lenti, quasi affaticati. Ti sembra che una serpeggiante depressione sia annidata in lei; ti sembra un'uscita autopunitiva, la sua: la sera di fine anno, sola, infreddolita, lontana da tutti, a giudicare dal deserto d’anime che aleggia in strada.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ti chiedi perché.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il suo motorino sferraglia, scoppietta e sbuffa, borbottando incomprensibili fonemi meccanici.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quasi udendo i tuoi pensieri si gira nuovamente verso di te e questa volta ti sorride mestamente, accarezzandoti il cuore per un istante. Ha un sorriso meraviglioso anche se terribilmente triste e vorresti chiederle il nome dell’uomo tanto pazzo da non averla invitata a ballare, in questa sera di festa; vorresti prendere a pugni l’uomo che ha deciso di non stringerla a sé e di non varcare il confine del nuovo anno sentendo il profumo della sua pelle candida e delicata. Ti sembra quasi di percepirlo attraverso la notte, quel profumo, oltre il vetro serrato del tuo finestrino. Inebriante. Eccitante, ti verrebbe quasi da dire.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non immagini neppure che esistono cose peggiori di un veglione mancato; che esistono ragioni diverse dall’autopunizione, in alcune solitudini. Riesci solo a vedere la sua bellezza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’eco non distante dei primi fuochi d’artificio ti distrae dal pericoloso pensiero del suo fascino: sprazzi di luce spezzano l’oscurità e muoiono tra miriadi di piccole scintille.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Una luce, verde di speranza e di mancati ritardi, sfolgorante s’affaccia dal semaforo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Prosegui la tua corsa imboccando i sottopassaggi; lei si dirige verso il centro storico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Mentre attraversa il ponte una smorfia di dolore si disegna sul suo bel volto candido: ad ogni avvallamento la sua spalla le lancia acute fitte fino al cervello e la schiena sembra un rigido scudo tumefatto, estraneo da sé, che qualcuno le ha legato addosso, dimenticandosi di quanto faccia male.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Era stata accusata d’aver guardato il ragazzo del quinto piano, in ascensore; di avergli lanciato sguardi invitanti. In realtà non aveva alzato gli occhi dalle proprie scarpe, come sempre faceva di fronte ad un altro uomo, nella speranza, così, di non fare ingelosire il suo fidanzato. Tutto inutile. Sempre la stessa storia. Enzo non rinunciava mai al suo cocktail esplosivo: un quarto di gelosia, un quarto di violenza innata e due quarti di senso di possesso. Quella sera, poi, ci aveva messo su anche un bel po’ di vodka. L’aveva chiamato aperitivo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Erano rientrati dopo una passeggiata vicino casa e dovevano andare a trovare degli amici per festeggiare il capodanno, ma il cocktail di Enzo era stato ben agitato, ormai.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La porta era stata chiusa violentemente ed il primo pugno le era stato sferrato mentre gli volgeva le spalle. Lì, dritto sulla spina dorsale, all’altezza dei polmoni ed il fiato le era improvvisamente venuto meno. Tossì, ma quel colpo di tosse era stato preso come un’ammissione di colpa, una manifestazione di vergogna per il suo essere </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«puttana»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Così aveva preso a chiamarla, riempiendo l’aria con quella parola pregna di colpe mai avute e di punizioni immeritate. Poi un altro colpo la raggiunse sulla spalla e sentì uno scricchiolio che non prometteva rapide guarigioni. Non la schiaffeggiava mai, questo no, non le sfiorava il volto neppure per sbaglio; colpiva il corpo, piuttosto, la usava come un punching ball vivente, senza lasciare segni visibili agli altri. Lei non reagiva. Un silenzio innaturale la pervadeva in quei momenti, una sorta di improvvisa morte interiore nell’attesa di quella corporea che, di volta in volta, invocava su di sé, come una preghiera folle. La fine di ogni violenza. La fine di ogni dolore. Poi fu la volta della lampada, quella d’argento accanto al divano. Le piaceva quell’abat-jour, diffondeva una luce tenue e rassicurante. Ancora accesa la scagliò sul suo torace, colpendo il seno, tagliandole di nuovo il fiato: il paralume cadde a terra, il filo elettrico si strappò proprio all’altezza della mano di Enzo e la corrente prese a passargli nel corpo. Lo vide urlare in preda alle convulsioni, incapace di staccare la mano da quel filo che gli stava facendo scoppiare il cuore, lo vide cadere in terra e battere la testa. I suoi occhi s’erano improvvisamente fatti imploranti e poi si chiusero. Lei rimase ferma, incapace di muoversi per il dolore. Vide che non si muoveva; altro non riuscì a fare per accertarsi se fosse morto o meno: temeva che il mostro si rialzasse. Qualcuno l’aveva aiutata a sopravvivere ancora una volta, pensò; qualcuno l’aveva fermato, forse un angelo. Un angelo da ringraziare, ne era certa, e l’avrebbe ringraziato fuggendo via, cercando il proprio definitivo scampo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Chiamò un’ambulanza e lentamente si preparò ad uscire. Prima il giaccone, poi la sciarpa che aveva faticosamente lavorato a maglia di nascosto, quindi si infilò il berretto grigio, quello che le aveva regalato sua sorella, l’unica cosa, lì dentro, che fosse davvero sua, l’unica cosa che Enzo non le avesse distrutto o bruciato o gettato dalla finestra o non l’avesse costretta a rovesciare nel cassonetto, godendo del suo dispiacere nel guardare i propri oggetti, i propri ricordi affondare nell’immondizia, sporcarsi con gli avanzi maleolenti di abominevoli pasti per topi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quindi trovò nel doppio fondo del suo cassetto le chiavi del motorino, il motorino che sua sorella le aveva lasciato sotto casa, chiedendole di non parlarne con lui, dicendole che sarebbe stato lì per lei, per la sua fuga, per la sua libertà, e via, verso la notte. Ancora non sapeva dove sarebbe andata. A mano a mano che la strada le scorreva sotto le ruote, però, capì che si stava recando da lei, la sua sorellina. L’avrebbe fatta contenta, l’avrebbe fatta esultare. Erano anni che le implorava di reagire, di denunciarlo, di abbandonarlo, di andare a vivere da lei, che l’avrebbe protetta, coccolata, nutrita, amata. Sua sorella, sì, sarebbe andata da sua sorella e la vita, in quella notte di fine anno, per lei sarebbe ricominciata davvero.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Con il peso dei suoi pensieri e dei suoi dolori, svolta verso Piazza del Popolo.</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">***</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In quella grande piazza un’anziana signora, avvolta in uno scialle nero, trascina i propri passi abbracciata ad un cesto di violette, appassite e tristi come il suo volto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Indossa abiti malconci e scarpe troppo leggere per ripararsi dal freddo pungente di quella notte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Si ferma a riposare sul bordo di una fontana ed ascolta lo scrosciare dell’acqua, restando ad osservare il niente che la circonda con lo sguardo umido ed annebbiato della vecchiaia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutt’intorno le finestre illuminate celano voci, musiche, candele e dolci. Un’aria di festa che rievoca ricordi confusi dal tempo e dal dolore: con gli occhi della memoria vede davanti a sé il volto sorridente di una bambina che si trasforma in una donna; le sue mani di fanciulla che si trasformano in magre e curate piste di smalto rosso e creme costose. Poi ascolta una voce di bambina che la chiama “mammina dolce” e che si fa più aspra via via che trascorrono gli anni, fino ad essere la fonte di un lungo rifiuto culminato con una porta chiusa alle sue spalle e, con una nuova casa, una gabbia buia e puzzolente chiamata cronicario.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’aveva amata, la sua bambina; l’aveva allevata dandole ogni cosa desiderasse. Il suo fidanzato l’aveva abbandonata non appena seppe che era rimasta incinta; la sua famiglia voleva che desse la bambina in adozione e la privò di ogni appoggio quando decise di tenerla con sé. Aveva diciotto anni compiuti nel settimo mese di gravidanza, ma non si sentiva sola: avrebbe avuto la sua bambina, dopo tutto. Partorì con l’aiuto di un’infermiera in casa di Aldina, la donna di servizio dei suoi genitori, che le aveva dimostrato amicizia e comprensione, accogliendola di nascosto. Poi Aldina si ammalò. Un fulmine devastante. Al suo funerale c’erano poche persone. Un pomeriggio grigio. Quando rientrò in casa, nella casa per la quale Aldina aveva fino ad allora pagato faticosamente l’affitto facendovi rientrare anche il latte per la bimba, visto che i suoi seni erano rivoli secchi di cibo mancato, si sentì persa. Come avrebbe potuto mantenere se stessa e sua figlia? Si alzava quattro volte a notte per allattarla. Il giorno era sfinita, ma le settimane correvano, la pigione doveva essere pagata: era già un miracolo che la proprietaria avesse acconsentito a farla rimanere lì. Fu assunta per una miseria nella drogheria sotto casa come donna delle pulizie; nelle ore serali faceva le piccole riparazioni per un negoziante di abbigliamento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Un giorno venne a bussarle il signor Ubertoni, del piano di sopra. Un uomo anziano e burbero, dall’espressione perennemente accigliata. Le chiese di fare le faccende domestiche a casa sua; l’avrebbe pagata bene, le disse. Effettivamente i soldi, da quel momento, non le mancarono più, benché il vecchio Ubertoni le richiedesse ben più dei servigi domestici.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le prime sere pianse tutte le lacrime che aveva chiuse nell’anima: si sentiva sporca, indegna, infetta. Poi venne il tempo in cui le lacrime finirono e l’anima si seccò. Ormai non doveva più cucire di notte e spargere segatura in terra di giorno. Aveva Ubertoni e, lentamente, altri clienti affezionati che la raggiungevano in casa nelle ore serali. L’unica cosa di cui era certa era che voleva garantire a sua figlia un’esistenza felice e priva di problemi economici. Avrebbe fatto di tutto. Di tutto. Il tempo passò in fretta e la bimba abbandonò la culla. Si imponeva una loro separazione per il suo bene, affinché non capisse. La mandò in un esclusivo collegio di religiose dove restò fino all’università. Nel frattempo Ubertoni morì e le lasciò in eredità l’appartamento ed un cospicuo conto in banca. Ora poteva accogliere di nuovo la figlia in casa, anche se, essendo cresciuta lontana da lei, sentiva nella sua voce un doloroso tono di estraneità. Ora poteva darle la vita che lei non aveva avuto. Tutto. Tutto. Tutto. Finalmente insieme a condividere un passato fatto di menzogne, di cose non dette, di vergogne. Che importanza poteva avere, in fondo, se la figlia la conosceva per una donna diversa da quella che era stata fino ad allora? Contava solo quello che era in quel momento: una donna rispettabile ed una buona madre. Poco dopo divenne anche una nonna perfetta. Almeno fino a quel giorno … Capodanno. Era la sera di Capodanno. Il suo appartamento era rivestito di luci, riempito di musica, profumato di dolci. Li aspettava: la figlia, il genero ed i suoi tre nipoti. Li aspettava per cena, ma stavano tardando. Poi l’irruzione violenta di sua figlia in salone. Le accuse lanciate su di lei come lance avvelenate: aveva scoperto il suo torbido passato, così lo definì; le sue bugie; la sua falsità. Le era quasi costata il matrimonio, questa scoperta: la carriera diplomatica del marito avrebbe potuto essere distrutta da tutto ciò. Si portò via l’aria, la sua aria, quella sera. Il rumore della porta che si chiudeva per sempre sui suoi affetti familiari, gli unici che avesse mai avuto, fu l’ultimo suono cui attribuì un perché. Da quel momento la sua mente sparì dietro la disperazione. La chiamarono demenza senile precoce. Progredì. Arrivò il momento in cui i medici dissero che non era più in grado di badare a se stessa se non durante i brevi sprazzi di lucidità che le rimanevano. I medici non capivano niente, di questo era certa. Sentiva che non sarebbe più riuscita a fare i conti, che non avrebbe più scritto con facilità, ma non si sentiva affatto incapace. Certo, una casa aveva tante, troppe cose da ricordare: il gas, la luce, la spesa, l’acqua del water da scaricare, la televisione da spegnere … come se fosse facile scoprire, ogni volta, che fine avesse fatto il tasto di accensione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In quella tumultuosa vita piena di cose da fare, a volte si perdeva; è vero. Chiamava i vicini, però, e loro sapevano sempre cosa fare. Naturalmente, ogni volta, provavano anche a telefonare alla figlia, ma lei, donna di ghiaccio bella e ricca, chiusa nella torre d’avorio della sua perfetta esistenza immacolata, lei, di quella vita impaurita, malata e sola, non voleva saperne. L’unica volta che la vide fu dal notaio, quando la interdisse, ricoverandola, poco dopo, in un cronicario fuori città. L’appartamento della colpa, come le sussurrò all’orecchio prima di dirle ancora una volta addio, fu subito messo in vendita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nella sua nuova dimora doveva fronteggiare ogni giorno il volto della miseria: vecchi stipati in stanze maleolenti si lanciavano parole sibilline, pronunciate malamente tra i tanti sibili delle vocali che strusciavano sulle gengive nude e infettate da dentiere ormai sporche; i vetri delle finestre, ingrigiti dalla polvere e dallo smog, non lasciavano trasparire se non un filo argenteo di luce persino quando il sole splendeva alto in quel cielo che non le apparteneva più; i topi, poi, a quelli non riusciva proprio ad abituarsi! Squittivano tra le padelle incrostate di feci, si bagnavano nell’urina che stagnava nei contenitori vicino ai letti. Ogni tanto qualcuno di quei tanti visi rugosi moriva, ma nessuno, dal mondo esterno, veniva a piangere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Una mattina, una chiara mattina di autunno, fuggì da quella finta prigione piena di abominio e dolore. Nessuno la cercò. In un cesto di violette trovò la sua nuova vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’improvviso roboare balbuziente e graffiante di un motorino squarcia il suo silenzio, quel silenzio ancora più silenzioso d’ogni assenza di suoni, e la riporta alla realtà.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Volge lo sguardo verso quel rumore con un movimento del corpo lento e rassegnato, come se non vi fosse nulla, nulla, nella vita, che potesse suscitare in lei sorpresa o sgomento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Rapidamente il rumore si allontana.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La donna, a fatica, raggiunge l’altro lato della piazza, dove ancora la scia fumogena del motorino si sta dissolvendo, e si china a raccogliere un berretto di lana grigia che le era sembrato di veder volare poco prima, come un gabbiano fatato che recasse nelle ali la promessa di un po’ di tepore. Promessa mantenuta: è proprio un berretto, caldo e morbido come l’aureola persa da un angelo biondo. Lo calza con cura sulla piccola testa canuta e spettinata e si avvia verso le scale della Chiesa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">C’è un uomo, laggiù. Le sembra di distinguerlo nel buio e gli dà un nome più autentico, dentro di sé: “speranza di ricevere qualche spicciolo da spendere in una fetta di pane”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">S’incammina verso di lui, soffocata dal terrore di vederlo andare via; ma l’uomo non si muove di lì. Guarda il grande crocifisso in cima alla cupola e sembra che preghi. Per un paio di volte sposta lo sguardo verso una finestra del palazzo accanto, ma subito ritrova la sua croce.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’ha raggiunto, finalmente.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Un mazzolino di fiori, signore? Costa solo un euro»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’uomo la guarda incuriosito e fruga nelle ampie tasche del cappotto.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ecco. Me ne dia due. Sono per mia moglie … e per mio figlio che sta per nascere. Vede? È quella stanza lassù; quella illuminata. Il medico mi ha detto di farmi due passi, ma è ora di tornare … sì …»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’uomo con le violette si allontana rapidamente senza nemmeno provare ad attendere una risposta a quella sua estemporanea confidenza gettata all’aria, dialogando più con se stesso che con l’invisibile volto stanco e segnato della donna che aveva di fronte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il martellio dei suoi passi sul selciato è ormai quasi interamente coperto dai tuoni ottusi e dai sibili acuti e sincopati dei fuochi d’artificio accesi dalla gente per esorcizzare la paura del futuro e salutare il nuovo anno, che trova sempre un po’ tutti, medievali per vocazione, sorpresi ed attoniti.</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">***</span></b></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Papà! Questo panettone è buono quanto tutto il mondo. Sei il papà più meraviglioso che c’è!»</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Eh sì, Stefano, cosa sarebbe la tua vita senza quei superlativi sconclusionati?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È mezzanotte e i tuoi pensieri sono tutti lì, in quei venticinque chili stretti tra le tue braccia e nel sorriso di una donna che ti guarda mentre imbandisce la tavola con i tuoi dolci preferiti, con la frutta secca e la cioccolata amara, mostrando senza veli d’ipocrisia, d’avere ancora voglia d’essere tua moglie, dopo tutto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ora ne sei sicuro e ti chiedi se un anno possa essere comunque nuovo anche aprendosi verso una vita antica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">No, non può esserci davvero spazio per nient’altro nella tua mente … a parte, forse, un breve flash per gli occhi blu di una sconosciuta, incorniciati da un cappello di lana grigia, che ora scalda la testa di una vecchietta seduta sulle scale di una chiesa, mentre guarda un uomo correre verso casa.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">[Racconto tratto dal libro </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Bene che Crediamo di Fare </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">di Raffaella Bonsignori, ed. Giuffré, Milano 2007]</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori</span></b><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Dec 1997 12:28:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Un diavolo in paradiso]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000043"><div class="imTACenter"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Vent’anni sono pochi per morire, ma sono ancor meno per lasciare
dietro di sé un frammento di storia letteraria composto da pagine tanto
coinvolgenti, maliziosamente drammatiche e profondamente mature, come quelle
scritte da Radiguet.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">È il 9 dicembre 1923 quando il giovane Raymond, colpito da un
letale attacco di tifo, confida al suo carissimo amico Jean Cocteau di aver
saputo che, di lì a tre giorni, sarebbe stato fucilato dagli angeli di Dio. In
realtà nessuno riuscirà a vedere l’umbratile plotone di esecuzione vagheggiato,
quando, il 12 dicembre, esattamente tre giorni dopo, egli morirà.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">L’evento, al di là del fascino gotico e inquietante di una morte
preannunciata, in un certo senso porta a compimento quell’immagine enigmatica
di enfant prodige; di angelo ingenuo e al tempo stesso perverso, chiamato a
narrare un’ipotesi di vita compiuta nello spirito e formata da un’attenta,
continua, critica osservazione della realtà che lo circonda.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1918, a soli quindici anni, abbandonata la scuola, incontra
Cocteau con il quale nasce un’amicizia molto profonda e tramite il quale viene
iniziato alla letteratura postdadaista dei </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">fantasistes</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, cui si accosta
senza mai abbandonare quella vena sottilmente classicista assimilata dalla
lettura di Stendhal, Rimbaud e Mallarmé.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Cocteau lo introduce nell’ambiente artistico bohemien di una
Parigi particolarmente ricca di fermenti culturali e lo incoraggia a scrivere.
Inizia, così, a collaborare alla rivista surrealista </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Littérature</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, a
dedicarsi alla lettura dei “poeti maledetti”, a scrivere egli stesso poesie, a
creare, suo malgrado, quell’immagine di sé come di un adolescente avido di
esperienze, anche trasgressive, e dotato di straordinarie e provocatorie,
disordinate capacità; un adolescente che soffre senza volersi soffermare a
soffrire pur di vivere la pienezza delle esperienze che gli giungono da ogni
dove:</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div>

<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Alla mia età il pianto / è senza grazia; andrò nel granaio, /
vicino al sole, per asciugare / le lacrime più in fretta» </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">[frammento da </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Pranzo
di Sole</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le Gote in Fiamme</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">]</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma cosa sarebbe stato di quell’immagine ribelle e vulcanica se la
morte non fosse sopraggiunta a cristallizzarne i lineamenti? Cosa sarebbe stato
di quei turbinii sentimentali, violenti e inarrestabili, di quel flusso di
desideri irrefrenabili, se l’adolescente fosse diventato adulto?</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Troppo facile cedere alla tentazione di considerare la gioventù
necessariamente un’espressione di immaturità; troppo facile stigmatizzare
Raymond in un cliché che lo vede adolescente intuitivo e non già consapevole e
maturo interprete del suo tempo; troppo facile credere in un casuale exploit
d’artista, reagendo, in tal modo, al terrore generato da tutto ciò che sfugge
alle regole, al “così deve essere perché così è nella maggioranza degli
uomini”.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Sin dall’inizio si stentò a dare il giusto valore alla profondità
e all’inquietudine che affiorava dalle sue riflessioni sulla vita e sulla
morte, all’acume con cui, in entrambi i suoi due romanzi, egli tesseva la tela
di un amore proibito, passionale e voluttuoso, di un tradimento vissuto nello
spirito e nella mente ancor prima che nel corpo.</span></div>

<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Vorrei sapere a quale età si ha diritto di dire: ho vissuto»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> ebbe a rispondere
Radiguet a quella parte della critica che lo vedeva sostanzialmente ancora
chiuso nel bozzolo, incapace di dispiegare le ali. Ma Radiguet volò molto più
in alto di quanto non sia stato compreso dai suoi contemporanei e,
probabilmente, se gli fosse stato concesso di vivere e scrivere ancora, non si
sarebbe allontanato di molto dalle orme solcate in passato, perché le sue non
furono mere intuizioni adolescenziali, ma espressioni compiute e perfette
dell’animo di uno scrittore senza età.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Diavolo in Corpo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le Diable au Corp</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">), suo
primo romanzo, scritto tra i sedici e i diciotto anni e pubblicato poco prima
della sua morte, egli narra di un amore proibito tra un quindicenne e una
diciannovenne. Sullo sfondo, in una distanza quasi binoculare, si percepiscono
spiragli della Grande Guerra, cui non riserva pathos, né drammaticità: ogni
accenno s’innesta mirabilmente nell’altra grande guerra, quella privata
combattuta da due anime e due corpi alla scoperta di sensazioni precluse.
Jacques è un soldato al fronte, ma è soprattutto un marito tradito, il cui
ritorno, dapprima desiderato, sperato, immaginato, lentamente diviene una
minaccia. Il lettore, insieme ai protagonisti del libro, comincia quasi a
desiderare la sua morte; l’infedeltà, atto per sé moralmente deprecabile,
soprattutto secondo la morale del tempo, viene sublimata dalla passione,
dall’ardore, dall’intensità. Qui la relazione clandestina non si esaurisce nel
solito gioco intrigante, bensì assume toni drammatici in un’alternanza di
entusiasmi e depressioni. E a nulla vale cercare nella tormentata esistenza
sentimentale di Raymond, gli spunti, le ragioni di un’interiorità vissuta e
descritta, riducendo il romanzo ad una confessione spavalda: Marthe non è
Alice, la governante ventisettenne con la quale il Nostro, all’età di
quattordici anni, ebbe una relazione; né Jacques può essere identificato con
Gaston, marito di Alice, figura squallida e patetica, incapace di qualunque
dignità.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">In realtà, i sentimenti e le passioni che formano il tessuto
connettivo del </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Diable</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> vanno ben al di là della confessione ed è appunto
questo che rende l’animo di un adolescente innamorato, l’animo di un grande
scrittore.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il legame che unisce i due protagonisti del romanzo, quel diavolo
che è entrato nelle loro menti e nei loro corpi, è forte più del fato. Neppure
la morte riesce a cancellare la gelosia, quella possessività ossessiva che ci
rende incapaci di immaginare un posto, uno qualunque, dove la persona amata
possa stare senza di noi. Soltanto la consapevolezza che, di fronte alla morte,
un ultimo pensiero sia stato rivolto all’amante, riesce a placare i moti
convulsi della disperazione e a lasciare che </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«l’ordine si ristabilisca da
solo intorno alle cose»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Diverso, ma non meno intenso, il tradimento narrato ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Ballo
del Conte d’Orgel</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le Bal du Comte d’Orgel</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">), suo secondo ed ultimo
romanzo, terminato pochi giorni prima di morire e pubblicato postumo a cura di
Jean Cocteau. Qui l’intreccio si fa particolarmente elegante, raffinato e, in
apparenza, solo in apparenza, legato ad un’esteriorità di proustiana memoria.
Lo stesso Radiguet, in alcuni appunti ritrovati da Cocteau sulla sua scrivania,
riconosce l’influenza del grande Marcel, ma contestualmente se ne discosta, ne
sottolinea le differenze: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«per quanto riguarda il lato mondano: atmosfera
utile allo svolgersi di certi sentimenti, ma non già descrizione di mondo;
differenza con Proust. La cornice non conta»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Non potrebbe essere
altrimenti, del resto: è storia privata, quella che narra Radiguet; il dramma è
interiorizzato. Tutto ciò che accade al di fuori del cerchio di intimità che
ruota attorno ai protagonisti è meramente incidentale.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Anche nel </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Bal</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, come nel suo primo romanzo, egli non vuole
insegnare, ma comunicare; non scrive per dare al lettore uno spaccato della
società in cui inserire precetti morali o filosofici, si limita, piuttosto, a
disegnare una realtà fatta di sensazioni e pensieri che si impadroniscono
dell’anima, la illuminano, la violentano, la cambiano.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Niente può più essere come prima.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 ff1">È il trionfo della passionalità: unica, assoluta, pura, ingenua e
maliziosa, discreta, egoista, folgorante, di fronte alla quale ogni tentativo
di razionalizzazione è vano.</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5 ff2"> </span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff2"><br></span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff2">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff2">[Corriere di Roma, </span><span class="fs12lh1-5 ff2">15.10.1995]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff2"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff2">Foto di Pubblico Dominio (Wikipedia)</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 15 Oct 1995 17:08:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Samuel Beckett tra assurdo e verità]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000042"><div class="imTALeft"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ha inventato </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Godot</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, operando una semplice crasi tra le
parole God e Pierrot, ossia tra Dio e burattino, e ha regalato al teatro del
Novecento questo suo neologismo come l’incarnazione delle crisi, dei dubbi, dei
misteri, delle attese e delle disillusioni, dell’assurdo esistenziale, della
fatuità della condizione umana.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, ha inventato </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Godot</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ma in esso non ha esaurito il suo
viaggio all’interno dell’impossibile e dell’irragionevole che sedimenta
sull’esistenza degli uomini. Beckett ha parlato anche attraverso la voce di Winnie,
la protagonista di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Giorni Felici</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">: conficcata nella terra fino alla vita,
al centro di un palcoscenico perfettamente disadorno, non sembra curarsi troppo
della sua angosciante posizione di impotenza e accetta la sua condizione, come
ogni essere umano è costretto a fare con la propria vita, continuando a
sprofondare impercettibilmente, nel nulla. O, ancora, ha parlato, in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Finale
di Partita</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, con la voce di Hamm (forse il Joyce dei suoi ricordi), cieco e
paralitico, e di Clou, suo servitore, che, per opposizione complementare
all’infermità del suo padrone, non può sedersi: due personaggi legati dal
paradosso; un paradosso quasi sempre rude, cattivo. Walter Chiari, che nel 1986
impersonò Hamm sul palcoscenico, dichiarò, infatti: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«I suoi personaggi
giocano a odiarsi, ma l’odio è autentico»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E non si può certo dire che lo stile, con cui serve il suo
nichilismo al pubblico, muti nelle opere narrative, in verità relegate nella
sua produzione minore, o nel solo film che abbia realizzato, icona, tuttavia,
della storia del cinema. Si intitola semplicemente </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Film</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, dura poco più
di venti minuti e ha come protagonista Buster Keaton, interprete sublime
dell’assurdità metafisica, esattamente come l’antieroe chapliniano, da lui
sempre profondamente ammirato. Il tema è legato al senso dell’esistenza come
effetto dell’essere percepiti dagli altri, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">esse est percipi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Il
protagonista, Og, è un vecchio quasi cieco che tenta di sfuggire alla
percezione altrui, quella di Oc, l’osservatore esterno. La sua fuga lo porta a
chiudersi in una stanza, dove fa allontanare il gatto ed elimina persino gli
specchi, in quanto la sua stessa percezione lo induce ad esistere. Identità tra
Og ed Oc, dunque. Il tema della cecità, come nelle grandi tragedie e nei miti
dell’antichità, si ricollega alla conoscenza, talché è possibile che la
conoscenza di sé e, dunque, il percepirsi nel profondo, sia ciò da cui l’uomo
vuole fuggire. In realtà, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">“è possibile”</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> rappresenta una locuzione
chiave, quando si commenta l’opera di Beckett, poiché tutto è possibile e
permane possibile il contrario di tutto.</span></div>

<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Spiritosa crudeltà»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> definì Keaton la scelta di Beckett di fargli
interpretare il protagonista di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Film</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, considerato che, ormai vecchio e
dimenticato dai più, egli, al pari del suo personaggio, stava percorrendo,
anche nella vita, la strada del silenzio nella negazione dell’esistenza e
dell’identità.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Autore complesso, senza dubbio.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Oggi si è tornati a parlare di lui nella triste occasione della
sua morte, avvenuta il 22 dicembre scorso a Parigi; si è tornati a parlare
della sua vita, del teatro, per molti erroneamente legato al solo Godot, della
sua affascinante personalità.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nacque nel 1906 a Foxrock, nelle vicinanze di Dublino, e, dopo
aver compiuto gli studi di Lingua e Letteratura francese e italiana, si
trasferì a Parigi, dove per un breve periodo insegnò alla Sorbona. Qui incontrò
Joyce, del quale, più tardi, fu sul punto di sposare la figlia; un incontro,
questo, che tanta parte ebbe nella formazione individuale e artistica di
Beckett: dal grande maestro di distruzioni logiche, infatti, egli ebbe modo di
apprendere i segreti della vita che si scompone nel nulla.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Più tardi si sarebbe parlato di “assurdo”, ma questa era una
definizione e, in quanto tale, era inaccettabile per Beckett, che puntava ad
entrare nell’astrazione pura: il nulla non consente definizioni. Ecco perché,
forse, la sua è stata la pagina più aperta e variamente interpretata del mondo
letterario moderno: ognuno poteva inventarsi il suo Beckett, poiché egli non si
curava delle definizioni e bonariamente rideva di tutti i tentativi critici
creati per circoscrivere la sua arte in uno stile, in una corrente, o anche per
tirarla fuori di lì in base ai caratteri, pur sempre delimitanti, della sua
originalità.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Del resto, bisogna anche dire che la sua variegata personalità, la
sua esistenza riottosamente chiusa e riservata, non fecero che alimentare nuovi
tentativi di classificazione non solo delle sue opere, ma della sua stessa
vita. Amava scandalizzare attraverso un irresistibile senso del tragico e del
macabro. Non era religioso, né ateo: unica sua ragione di vita era diffondere
la propria insoddisfazione, il proprio disfattismo.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Amava di sé l’immagine di scorbutico, chiuso nella roccaforte
della sua casa dalle altissime mura di cinta, ma c’è anche chi vedeva nei suoi
conati di solitudine un’impotenza nell’affrontare, capire o costruire la vita,
di lottare per essa.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Peggy Guggenheim, che condivise con Beckett un profondo rapporto
di amicizia, lo descrisse come: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Eccessivamente gentile, ma assente,
evasivo, goffo; non si preoccupava del suo aspetto ed accettava la vita
fatalisticamente, come se non fosse in grado di modificare nulla»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1969 ricevette il premio Nobel. La motivazione, però, dovette
sembrargli un ulteriore tentativo di odiata schematizzazione della sua opera: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Trae
motivo di elevazione nella messa a nudo del dissolvimento dell’uomo di oggi»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.
Non andò a Stoccolma a ritirare il premio e devolvette in beneficenza l’ingente
ricompensa di denaro assegnatagli.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nelle sue opere, in realtà, appare molto più di quanto
succintamente esplicato nella motivazione del Nobel. Beckett è l’interprete
dell’incessante, ancestrale ricerca dell’uomo orientata verso se stesso ed il
senso dell’esistenza, sì; ma è anche l’autore dei dubbi senza risposta e delle
risposte solitarie, quelle che escono perché hanno atteso invano una domanda
per troppo tempo e restano lassù, sospese a mezz’aria, tra la veglia degli
increduli e il sonno dei fiduciosi; è l’autore di dialoghi spesso scarnificati,
ridotti all’essenziale, ingoiati, respirati, troncati dal silenzio e di parole
assenti che sono lì a rendere visibili coloro che hanno rinunciato a parlare. È
inutile, per l’uomo, affannarsi a comunicare, ché vive nell’incomprensione e le
parole sono solo tanti gradini verso il nulla, tanti interrogativi destinati a
rimanere senza risposta.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Mi ricorda qualcosa.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nell’innocenza, nella solarità e nella veracità di una Napoli
sicuramente distante dai paesaggi freddi e lunari tipicamente beckettiani, ma
non meno disincantata, ritrovo questo stesso atteggiamento tra le righe del
teatro firmato da Eduardo De Filippo. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le Voci di Dentro</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ove uno dei
personaggi, stanco di sprecare parole che non servono a nulla, arriva a
comunicare solo attraverso il rumore dei mortaretti; </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Gli Esami non Finiscono
Mai</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ove il protagonista, convinto anch’esso dell’inutilità del linguaggio,
decide di non parlare più e giunge addirittura al punto di farsi curare dal
veterinario, che è l’unico medico, sottolinea con amara vena comica, abituato a
curare chi non sa dirgli dove sente dolore.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma dietro a Beckett e De Filippo c’è più di un caso: c’è
Pirandello e tutto il teatro post-naturalista, che guarda all’uomo e alla sua
fatuità.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nichilismo, dunque; assurdo; ricerca della verità celata nell’inesistente
… No. La morte di Samuel Beckett non può, non deve essere un’occasione in più
per tentare di definire, inquadrare, schematizzare. Semmai è solo una
circostanza per un saluto, silenzioso però, in rispetto a tutto ciò che, fino a
ieri, egli ci ha voluto dire non dicendo.</span></div></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff2">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff2">[Corriere di Roma, </span><span class="fs12lh1-5 ff2">01.02.1990]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff2"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff2">Foto di Pubblico Dominio (Wikipedia)</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 01 Dec 1990 18:05:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L'eredità di Sartre]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000096"><div class="imTALeft"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sono passati vent’anni dalla infiammante e rivoluzionaria polemica
politica di Jean Paul Sartre, che fu indiscusso protagonista, nel maggio del
’68, di due memorabili incontri: quello con gli operai della Renault di
Boulogne Billancourt, che lo vide in piedi sopra un fusto di benzina</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-sicuramente meno esplosivo delle sue
idee-,</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">e quello che seguì con gli
agitati studenti universitari in un’aula occupata della Sorbona.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene, cosa rimane, oggi, di questo intellettuale assoluto, che
non si limitò ad operare solo sul fronte del pensiero filosofico astratto,
della critica, della saggistica, della drammaturgia, della narrativa, ma che
seppe scendere in piazza, accendendo gli animi di una folla che poteva, forse,
rimanere insensibile ai suoi romanzi, meravigliosi e complessi, ma non alle sue
idee?</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Egli incarnò i sentimenti e la coscienza di un’intera generazione
per la quale valeva più avere torto che ragione, se la ragione doveva essere
quella propria della borghesia, e, come tale, ha lasciato un’eredità cospicua
nella storia del pensiero; un’eredità lasciata all’intellettuale come
all’operaio, fatta di grandi e piccole idee urlate o scritte, mascherate o
dirette, giuste o sbagliate, idee tutte autentiche e coerenti, forti, anche
quando manifestate in termini negativi attraverso il rifiuto, il più clamoroso
dei quali fu quello del premio Nobel nel 1964. L’eredità di uno stalinista
degli anni Sessanta, dell’uomo della stretta di mano a Castro, ma anche del
protagonista intimo e denudato di un sorprendente epistolario con Simone de
Beauvoir, che è stata la sua compagna per la vita e con la quale ha
attraversato strade di contestazione estreme, come il discutibile e discusso </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Manifesto
in Difesa della Pedofilia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, pubblicato su </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Libération</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> nel 1977 e
firmato dalla crème della cultura francese di sinistra. Accanto alla firma di
Sartre, infatti, figura quella di Simone de Beauvoir, di Michel Foucault, di Roland
Barthes e molti altri.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nasce a Parigi nel 1905. A soli ventisei anni insegna filosofia in
un liceo di Le Havre e, successivamente, a Parigi. Si dedica presto alla letteratura,
trovando nella de Beauvoir un valido sostegno.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1938 pubblica </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Nausea</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, il suo primo, vero successo.
Facendo propria la struttura del diario, egli sfrutta l’idea dell’eroe negativo
in modo del tutto originale. Il suo Roquentin accoglie il lettore con
considerazioni amare e grottesche sulla vita perbenista di un paesino di
provincia in cui è costretto a vivere per lavoro, conducendolo lentamente verso
la demisitificazione totale dell’individuo, riconosciuto sempre e soltanto in quei
valori sociali o universali incompresi, estranei ma accettati, che non lasciano
spazio alla sua autodeterminazione, all’affermazione di un Io razionale che si
sappia imporre autentico, operando le giuste scelte e costruendo la propria
individualità, così come il proprio ruolo sociale.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Nausea</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è tutto lo smarrimento dell’uomo che </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«si
sente di esistere»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ma la sua angoscia non arriva a precludere una via
d’uscita: l’autodeterminazione è il riscatto. Solo quando l’uomo vivrà delle
proprie scelte autentiche, quando non si limiterà a far proprie le scelte che
qualcun altro prima di lui ha operato, riuscirà a sostituire alla nausea il
desiderio di dare un senso alla vita, perché la vita non è altro che una
grande, breve avventura che ha bisogno di un senso e ne ha bisogno prima della
sua fine. È come se il passato fosse una malattia, per Sartre. L’ansia di
cambiamento si evolve in un rifiuto esagerato del tempo trascorso per arrivare
al presente. Non c’è tesoro, nel passato, ma solo una gigantesca tomba di fatti
e pensieri. L’unica sua veemente certezza, che esce allo scoperto nei suoi
discorsi, è che non si può tornare indietro: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Penso che accetterei</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-anche se fossi stato in pericolo mortale,
anche se avessi perduto una fortuna o un amico-,</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">penso che accetterei di rivivere tutto,
nelle medesime circostanze, dal principio alla fine. Ma un’avventura non si
ricomincia, né si prolunga»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ed è alla luce di ciò che anche il suo comunismo appare non come
mera accettazione di un dogma, bensì come espressione di critica, dialettica e
trasformazione, crescita dell’idea e dell’ego.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Irriducibile nel suo
ateismo, l’uomo di Sartre non giunge a negare valore neppure alla cristianità,
se muove in modo autentico e nient’affatto pedissequo i propri passi
all’interno di un’ideologia che, come per il suo comunismo, non si restringe
più nell’ambito del principio e del precetto. Egli trova nelle proprie mani,
come il credente in Dio, l’unico mezzo di redenzione per la propria esistenza e
quel che è ancora più sorprendente, anche per l’esistenza altrui: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«l’uomo
che si impegna e si rende conto ch’egli non è soltanto ciò che sceglie
d’essere, ma anche un legislatore che sceglie insieme se stesso e l’umanità
intera, non può sfuggire al sentimento della propria totale, profonda
responsabilità»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff2">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff2">[Corriere di Roma, 30.11.1988]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff2"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff2">© Foto di Raffaella Bonsignori</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 30 Nov 1988 20:47:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Michelangelo Buonarroti: voce di un animo ribelle]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000041"><div class="imTALeft"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’immaginario collettivo di ogni tempo ha tratto dai dipinti e dalle sculture di Michelagnolo Buonarroti alcune tra le principali tipizzazioni figurative: il volto di Dio nella </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Creazione</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> resta un’icona della divinità per eccellenza; né diversa sorte tocca all’espressione del peccato, disegnata sui corpi e sui volti dei dannati nel </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Giudizio Universale</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; la manifestazione, infine, del dolore composto, profondo, inesplicabile di una madre che stringe a sé il corpo esanime del figlio, raggiunge, nella </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Pietà</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, vette sublimi, così come è per l’immagine del coraggio disperato trasposto nella potenza inerziale e senza limiti che domina il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">David</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Esiste anche un altro Michelagnolo, però, non poco espressivo, benché decisamente meno conosciuto dalla critica e dal pubblico; un Michelagnolo che parla attraverso le </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Lettere </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">e le </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Rime</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, abbandonandosi ad un’intimità ora delicatamente sofferta e ora vissuta con tutta la violenza espressiva del suo animo, che descrive, narra, plasma con le parole altrettante figure forti e vere, carnali come quelle delle sue opere figurative.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Vale la pena incontrare questo Artista, dunque, volando, come lo spazio tiranno di un giornale impone, sulla sua meno nota produzione, sfiorando tutto senza toccare nulla, ma restando, comunque, incantati per le delicate sensazioni che quel lieve lambire l’arte inevitabilmente produce, immanente nelle sue più diverse e vigorose manifestazioni. Brividi. Stupore. Intense emozioni.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Enfant prodige della cultura fiorentina, si forma a Palazzo Medici, nella cerchia degli Umanisti più colti del tempo riuniti da Lorenzo il Magnifico, mecenate illuminato ed egli stesso poeta. In una Firenze ove si respirano ancora gli echi danteschi; in una città di antiche memorie, intrisa del fascino di una tradizione da scoprire in ogni vicolo, nel profumo della farina effuso dai vecchi forni, nei bugnati umidi delle case affacciate sul Lungarno e nella luce fioca delle torce appese fuori dalle botteghe artigiane; lì Michelagnolo muove i primi passi di artista.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La novità che il XVI secolo porta seco risiede nella cesura tra l’arte come espressione di catarsi, di specchio dell’osservato, di fasto rappresentato come elemento purificatore, di interpretazione estetica della natura, di composizione di ogni conflitto nel più puro e incantevole rigore stilistico, tipica del Quattrocento, e l’allontanamento d’ogni gentile e cortigiana rappresentazione della realtà per fare spazio ad una sua trasposizione più intima, tipica del Cinquecento, secolo che si apre ad un’arte sofferta e inquieta, pregna di potenzialità infinite, perché colte non solo nel dato esteriore, ma nell’intimità di un animo ricco di domande e foriero di poche, confuse risposte.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ed è esattamente nella dolorante intimità dell’opera michelangiolesca che ritroviamo il tema conduttore dell’intera sua produzione artistica; una produzione che lo rende, senza dubbio, figlio del Cinquecento e, al contempo, straniero di questo secolo, quasi egli stesso ne segni la fine sul nascere, rendendosi antesignano del manierismo, se di “maniera” non parliamo con Vasari quanto piuttosto con quella parte della dottrina contemporanea che vi riconduce l’atteggiamento di chi rappresenta la realtà secondo ciò che sente e non secondo ciò che vede.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel Maestro Buonarroti il retaggio classico rinascimentale, infatti, si fonde con il desiderio di una nuova interiorità, risultante di un intimo conflitto che, dalla drammaticità delle forme possenti e sofferenti delle sue opere figurative, passa, grazie alla versatilità sua amica, all’introflessione, all’insicurezza, alla penombra delle sue liriche, ove dominano i contrari, il conflitto costante tra Bene e Male, Luce e Ombra, Amore e Morte:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Amor non già, ma gli occhi miei son quegli</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">che ne’ tuo soli e begli</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">e vita e morte intera trovato hanno»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E ancora:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio:</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">tra ‘l foco e ‘l cor di ghiaccia un vel s’asconde</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">che ‘l foco ammorza, onde non corrisponde</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">la penna all’opre, e fa bugiardo ’l foglio.</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Io t’amo con la lingua, e poi mi doglio</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">c’amor non giunge al cor; né so ben onde</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">apra l’uscio alla grazia che s’infonde</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">nel cor, che scacci ogni spietato orgoglio»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La musicalità non mette in ombra i contenuti, estremamente moderni, che vedono dipanarsi nell’animo aspre battaglie su ciò che si vuole, ciò che si vorrebbe e ciò che si vorrebbe volere.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Né minore intensità assume, in Michelagnolo, il desiderio della divinità: urgente e prodigo di istanze del sapere e del sentire, seppure velato da un latente pessimismo che genera disordine interiore:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«L’alma inquieta e confusa in sé non truova</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">altra cagion c’alcun grave peccato</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">mal conosciuto, onde non è celato</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">all’immensa pietà c’a’ miser giova.</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I’ parlo a te, Signore, c’ogni mie pruova</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">fuor dal tuo sangue non fa l’uom beato:</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">miserere di me, da ch’io con nato</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">a la tuo legge; e non fie cosa nuova»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In buona sostanza la sua forza espressiva prende vita da pennelli e scalpelli, così come dalla penna, acquistando la luce di una confessione: una voce segreta che si leva direttamente dalla sua anima tormentata.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ecco, dunque, che la sua produzione artistica si ammanta di estetica e profondità d’animo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le sue sculture non hanno nulla della pulita compostezza quattrocentesca. Il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">David</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, utile per il paragone che può farsi con lo stesso soggetto scolpito da Donatello, evidenzia tensione e potenza come materie prime, tutte scolpite nelle fasce dei muscoli, nella definizione dei tendini, nella preoccupazione dello sguardo rivolto ancora al nemico. Le linee stesse della scultura sono asimmetriche e il peso del corpo grava tutto sulla gamba destra. Nessun moto è in atto; tutto è ancora in potenza. Pura potenza. Energia pronta ad essere rilasciata, colta nel momento clou della contrazione. Michelagnolo ha solo ventisei anni, ma il suo David dimostra una maturità artistica senza pari; un sublime utilizzo della materia per dare forma a figure e impressioni. Così anche nella pittura, ove quella stessa tensione viene tradotta in colore e in chiaroscuro. Nei suoi dipinti il colore non ha più niente del cromatismo asciutto e scientifico quattrocentesco, bensì rivela una cromia da vetro soffiato, ove il Maestro usa luce e ombra come strumenti rispettivamente di redenzione e dannazione.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene, niente di meno accade in poesia, la sua poesia:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Già fur gli occhi nostri interi</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">con la luce in ogni speco;</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">or son voti, orrendi e neri</span></i><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">»</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">recita il Maestro, prigioniero del chiaroscuro verbale, della penombra originata dai presagi di morte che sempre lo accompagnano. Negli uomini che dipinge ogni ruga è un solco oscuro, un passo in più nel tormento del proprio essere uomo, nel peccato, nella morte, in una perenne contraddizione che vede il contrapporsi dei contrari dominare l’esistenza degli esseri umani:</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">«</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’Anima mia, che con la morte parla,</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">e seco di se stessa si consiglia,</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">e di nuovi sospetti ognor s’attrista,</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">el corpo di dì in dì spera lasciarla:</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">onde l’immaginato cammin piglia</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">di speranza e timor confusa e mista»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le tinte si fanno più violente proporzionalmente alla passione, all’insanabile contraddizione interiore del Michelagnolo uomo, imprigionato nel peccato della propria carnalità artistica, e del Michelagnolo artista, che, al contrario, anela a quella divinità pura e atemporale scolpita nella sua </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Pietà</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, una divinità in cui sparisce ogni traccia di materialità, in cui nessun moto appare e in cui la luce accarezza l’estrema finezza del marmo, cancellando qualunque fase tecnica.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I moti dell’animo sono un trasformarsi di sensazioni che fuoriescono dall’ego, come un magma incandescente carico di tutta la potenza della terra che lo ha partorito; come una colata in continua, lenta espansione, che ricorda il morbido drappeggio della sua Scalinata nella Biblioteca Laurenziana. È l’esplicarsi di un costante, perenne divenire ciò che emerge dalla drammatica vitalità delle sue sculture, dall’intensa passionalità dei suoi dipinti, dal segreto monologo delle sue liriche, come dal suo più violento stile epistolare e dalla maestosa compostezza delle sue strutture architettoniche. Un divenire che, oggi, possiamo comprendere e fruire in tutta la sua perfezione perché decisamente vicino alla contemporanea visione travagliata e perennemente insoddisfatta della vita.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ancor più ciò si nota nelle Epistole, ove le componenti diaristiche, che portano alla storicizzazione dei contenuti e al conseguente svilimento della forma, sono espressione immediata di moti passionali e volizioni estreme di una personalità tragica. Pur non volendo scindere l’impegno tecnico-linguistico dalle tendenze spirituali e letterarie di Michelangelo, è necessario abbattere alcune barriere critiche che rendono difficoltoso il cammino verso una completa comprensione dell’epistolario buonarrotiano.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Quella innalzata con maggiore cura appartiene al Croce ed è rappresentata dalla facile tendenza a considerare l’epistolario come un’espressione immatura di una sperimentazione stilistica, lasciando, così, predominare l’inganno originato dalla crudezza, dall’essenzialità delle frasi disposte sul foglio in ossequio ad una consecutio denudata di ogni inutile sovrastruttura stilistica, ma non per questo disadorna, non per questo meno ammantata da quella bellezza medicea che, nonostante i conflitti laceranti generati nell’animo dell’Artista dalla predicazione di Savonarola, è sempre rimasta alla base di ogni sua produzione.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nelle lettere, al contrario di quanto esprime la critica crociana, è possibile individuare quella </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«forma estrema di coscienza drammatica»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di cui parla il Binni, che dona al lettore una prosa immediata, asciutta, nitida ed estremamente efficace.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In realtà l’immediatezza che, a volte, caratterizza la prosa epistolare michelagiolesca e che egli stesso paventa (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Quand’io vi scrivo, se io non scrivessi così rectamente chome si conviene o se io non ritrovassi qualche volta el verbo principale, abiatemi per iscusato»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scrive a Domenico Buoninsegni) in null’altro si risolve se non in una tensione continua, stimolante, intensa di immagini che si susseguono efficacemente. Lo stile epistolare del maestro Buonarroti si risolve in un moto impaziente, sorretto da un linguaggio vivo, sintetico, aggressivo, catturato da una quotidianità che non lascia spazio ad altro che al reale, nella sua più immediata percezione. Lo noto soprattutto nel conflittuale rapporto con il fratello Giovan Simone, scavezzacollo e irrispettoso verso il padre, figura per Michelagnolo importantissima e degna del massimo rispetto, sebbene caratterizzata da una forte conflittualità. Nel consigliare il fratello di comportarsi bene, egli afferma in modo rude e deciso, ma soprattutto scarno ed elegante:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Io non dico che tu sia tristo, ma tu-sse’ i’ modo che tu non mi piaci più, né a me né agli altri. Io ti potrei fare un lungo dischorso intorno a’ chasi tua, ma-lle saremo parole come l’altre che t’ò già facte; io, per abreviare, ti so dire per chosa cierta che tu non ài nulla al mondo, e-lle spese e-lla tornata di casa ti do io ed octi dato da qualche tempo in qua per l’amore de Dio, credendo che tu fossi mio fratello chome gli altri. Ora io son cierto che tu non minacceresti mio padre; anzi se’ un bestia, ed io come bestia ti tracterò»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Michelagnolo, dunque, nella produzione letteraria non si discosta punto dai risultati eccelsi di quella figurativa, immettendo nelle parole eguale misura di contenuti intimistici e sofferenti, che rendono la sua arte espressione divina dell’arte stessa, oserei dire, al di là dello Spazio e del Tempo, per tingersi di un’attualità sorprendente.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Specchio sincero dell’inquietudine del suo tempo, infatti, spesso incauta esteriorizzazione di una personalità incompresa, l’arte michelangiolesca sboccia nel Cinquecento, ma non si ferma in esso; non agisce solo nei suoi vasti, ma pur sempre limitati orizzonti; viaggia ben oltre, per inserirsi, addirittura</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-ardisco d’affermare-,</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">senza forzature o difficoltà, nell’acre e disincantata realtà contemporanea. Moderno, infatti, è nella sua ispirazione, moderno nelle sue paure, nelle sue fobie maniacali, nelle sue piccole e grandi nevrosi, nel suo tormento sentimentale; moderno nel suo eremitaggio spirituale, conservatoci intatto, in tutta la sua drammaticità, dalle forme intrepide dell’intera sua produzione.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Un uomo del suo e del nostro tempo, dunque. Assolutamente eterno.</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, 20.11.1988]</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Raffaella Bonsignori – Daniele da Volterra, busto di Michelangelo</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 20 Nov 1988 18:03:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'ermetismo nella lirica di un Nobel]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000040"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In una Sicilia bianca come le pietre illuminate dal sole e azzurra come il mare reso tiepido da un clima sempre indulgente, nasce, nel 1901, Salvatore Quasimodo, uno dei massimi esponenti della scuola ermetica italiana. La sua poesia, frutto di un genio tanto languido nel ricordo, quanto disincantato nella realtà, cresce con lui, seguendolo in una peregrinazione di vita e di apprendimento che, dalla natia terra siciliana, lo conduce a Roma, ove frequenta la scuola di ingegneria e, di lì, a Firenze, ove conosce Montale e ha il suo primo contatto con l’ermetismo e la poetica di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Solaria</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Benché i suoi studi abbiano sempre seguito un indirizzo tecnico-scientifico, egli ottiene la nomina di professore di Letteratura Italiana al Conservatorio di Milano per l’originalità della sua opera; un’indiscussa originalità che, qualche anno dopo, gli spalanca l’ambito portale del Nobel. La sua poetica è fatta di intrecci e reinterpretazioni, liriche vaganti tra reminiscenze pascoliane e studi filologici, soprattutto dei classici greci e latini</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-egli stesso si definisce un </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">siculo greco</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">-,</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">tra la delicata sinfonia di una pioggia alcyoniana e il languido, irriducibile disincanto leopardiano, tendente, in Salvatore, ad uno spleen forse ancora meno indulgente di quello di Baudelaire.</span></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In tre versi l’essenza della vita, quella dell’uomo come quella di ogni elemento dell’universo, destinato ad analoga fine in scale temporali differenti. Come l’essere umano così le stelle, ad esempio: la gigante rossa è destinata a consumare energie, bruciando la propria esistenza fino ad esplodere e restando null’altro che un nucleo essenziale immerso in una nebulosa. Nana bianca, la chiamano gli astronomi; anima i filosofi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Sì, tre versi per descrivere la vita e la morte con un ermetismo secco, asciutto, quasi crudele. Mi torna alla mente una poesia di Emily Dickinson, scritta nel 1861; una poesia che delinea l’universalità dell’ermetismo, al di là di ogni corrente letteraria.</span></div> &nbsp;<br><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Dove navi di porpora oscillano dolcemente / su mari di giunchiglia, / dei marinai fantastici si aggirano, / poi sul molo è silenzio»</span></i></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il ciclo della produzione poetica di Quasimodo, tuttavia, non lo vede impegnato sempre ed esclusivamente sul medesimo fronte stilistico. Egli dipinge i suoi affreschi verbali ora con le tinte luminose di un ricordo legato alla sua bella terra natia, mitizzata in una dimensione edenica; ora con quelle più cupe e spente di un ermetismo scolastico, forse un po’ forzato, meno spontaneo, che caratterizza la sua seconda produzione, in cui spiccano </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’Oboe Sommerso</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1932, ed </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Erato ed Apollion</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, di quattro anni successivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Tra il ’36 ed il ’42, quindi, raccoglie le </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Nuove Poesie</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, dove si riaffaccia timidamente a rime sostenute da una metrica melodiosa e pacato equilibrio di forme, come s’era potuto gustare in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Acque e Terre</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Torna la sua isola, tornano i ricordi, ma proiettati, ora, sul misurato stile che le traduzioni dei lirici greci, cui si è applicato fino a tutto il 1940, dettano al suo rinnovato animo. Uno stile tanto sereno per quanto tumultuosi sono i nuovi contenuti che, in questo terzo periodo, assorbono difficili problematiche sociali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È questo, infatti, il tragico momento della guerra; del dolore per la morte vicina e sempre vivida; del crollo della pace. Il mondo viene dilaniato dai morsi di una macchina bellica infernale, che non sa più fermarsi e anche le poesie del maturo Salvatore si riversano tutte in questo magma incandescente di passioni e delusioni, di paura, di angoscia e solitudine. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Giorno dopo Giorno</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1947), </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Vita non è Sogno</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1949) rappresentano la frattura, per molti critici; la cesura netta tra le sue tre differenti produzioni: la poesia idilliaca e vagheggiatrice di un paradiso perduto che non può più essere riconquistato; quella imprigionata tra le poche parole dei versi di un parossismo ermetico; e una poesia, infine, più rude, più violenta, “impegnata”, come è stata definita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In realtà la linea di confine tra questi differenti momenti di una stessa ispirazione è meno netta di quel che possa sembrare. Piuttosto, il ritorno a questa lirica, così tenue pur nella trattazione di temi sociali tanto scottanti, è da interpretarsi come una sorta di logica conseguenza, di continuazione di un discorso incompiuto, di abbandono, sì, al ricordo, ma con occhio decisamente più attento al presente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">A questo suo terzo ed ultimo periodo poetico, in cui la matrice iniziale viene sviluppata in un più profondo e originale afflato per la tristezza dell’uomo e per la sua condizione di vinto, in cui il pianto delle madri e le urla dei ragazzi al fronte sembrano un corale sottofondo e il dolore diviene protagonista, ergendosi al di sopra del passato, al di sopra del mito; a tutto ciò, oltre che al suo indiscutibile genio, è andato, dunque, il premio Nobel, che lo ha consacrato, e non a torto, una delle più interessanti e vivaci voci poetiche dell’ultimo secolo: un ermetico che ha saputo fare dell’ermetismo non la sua gabbia, ma il suo trampolino di lancio per una esperienza affatto personale, che scavalca i limiti dell’ego, che si protrae verso l’uomo e il suo infinito mondo di sensazioni, verso la sua solitudine e la sua malinconia per ciò che ha perduto</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-perché mai verrà tempo in cui l’uomo imparerà ad apprezzare ciò che ha prima d’averlo perduto-;</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">un uomo vero, concreto, moderno, sensibile come oggi, forse, non ce ne sono più; un uomo che continua a stupire, ad affascinare, ad irretire e a vivere dentro ogni attento lettore, ogni sensibile fruitore di poetica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">15.10.1988]</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Raffaella Bonsignori – Roma, scorcio romantico</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 15 Oct 1988 16:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giacomo Leopardi poeta e filosofo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003F"><div class="imTALeft"><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nasce il 29 giugno 1798 in una Recanati gretta e riottosamente ancorata ad un Illuminismo stanco e sciatto che, ormai, non convince più; un “borgo selvaggio” sul cui selciato a grandi lastre sconnesse, tra i cui muri, scuri e serrati tra loro, muore ogni ombra di nuovo e stagna l’aria viziata di un’arte assopita. A girare oggi tra i vicoli di Recanati è difficile immaginare l’opprimente velo di “nulla”, sottile come l’aria e pesante come la più plumbea resistenza ad ogni novità, che, ai tempi di Leopardi, rendeva difficile pensare, creare, persino respirare; è arduo ritrovare, nelle strade, rovinosamente invase da masse di turisti, macchine, inquinamento e commercializzazione d’ogni gingillo che ricordi il Poeta, quel mondo che, sconcertato e dubbioso, accolse i prodigi dell’animo e della mente del giovane Giacomo, i suoi tormenti.</span></div><div><br></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Io era oltremodo annoiato dalla vita»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scrive nel suo diario </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«sull’orlo della vasca del mio giardino, e guardando l’acqua e curvandomici sopra con un certo fremito, pensava: </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">S’io mi gittassi qui dentro, immediatamente venuto a galla, mi arrampicherei sopra quest’orlo, e sforzatomi di uscir fuori dopo aver temuto assai di perdere questa vita, ritornato illeso, proverei qualche istante di contento per essermi salvato, e di affetto a questa vita che ora tanto dispre</span><span class="fs12lh1-5">zzo, e che allora mi parrebbe più pregevole</span><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">. La tradizione intorno al salto di Leucade poteva avere per fondamento un’osservazione simile a questa»</span></i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ancora fanciullo e iniziato dal padre, fervente illuminista, agli studi razionalistici, rivela un ingegno proteso, nonostante tutto, alle nuove istanze di un Romanticismo ancora ignoto al Tempo, eppure per lui familiare e intimo, riuscendo a raccogliere, tra le pagine di quel che diventerà lo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Zibaldone</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, delle osservazioni affatto personali e temibilmente innovatrici.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Trascorre ore silenziose sui libri, nella penombra della biblioteca paterna e, quando, tra gli scaffali di legno massello finemente intagliati, intravede uno scorcio di paesaggio incorniciato da una finestra, si incanta nella contemplazione di un mondo esterno che non conosce e pur sente di amare. E, forse, quella biblioteca è la sua prima siepe, il primo ostacolo che lo separa dalla vita, non già quella di Recanati, bensì quella universalizzata nel complesso di sensazioni poetiche poi trasposte nelle sue opere. Lì, in quel luogo silenzioso, in quel tempio di sapere, si dedica ad espandere la propria mente e il proprio sentire: impara le scienze naturali, la filologia classica, la letteratura e quant’altro riesce ad apprendere con l’ausilio dei numerosi volumi che il padre ha raccolto e messo a disposizione non solo dei familiari, ma anche dei suoi concittadini. Tra quei libri cresce la sua personalità poetica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Non solo l’uomo è opera delle circostanze»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> confessa ancora al suo diario </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«in quanto queste lo determinano a tale o tal professione, ma anche in quanto al genere, al modo, al gusto di quella tal professione a cui l’assuefazion sola e le circostanze l’hanno determinato. Per esempio, io finch non lessi se non autori francesi, l’assuefazione parendo natura, mi pareva che il mio stile naturale fosse quello solo, e che là mi conducesse l’inclinazione. Me ne disingannai, passando a diverse letture, ma anche in queste, e di mese in mese, variava l’opinione ch’io mi formava circa la mia propria inclinazione naturale. E questo anche in menome e determinatissime cose, appartenenti o alla lingua, o allo stile, o al modo e genere di letteratura»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La generosità di Monaldo nel mettere a disposizione la sua biblioteca non induca, però, a ritenerlo un padre amorevole: egli è severo, bigotto e arcigno, privo di qualsivoglia slancio sentimentale sia nei confronti del figlio che della moglie, il primo neppure menzionato nella sua autobiografia e la seconda ivi descritta come un “ottimo investimento”, una donna </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«forte, intenta solo ai doveri e alle cure del suo stato, [che] non ha mai conosciuto altra volontà, piacere o interessi se non quelli della famiglia e di Dio»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Né si può ingenuamente pensare che la rigidità paterna non sia rispecchiata nella vita e nella poetica del figlio. Moravia, nella presentazione all’autobiografia di Monaldo, scrive:</span></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Sono convinto che non si possano comprendere completamente la figura e l’opera di Giacomo Leopardi se non si conoscono la figura e l’opera di suo padre Monaldo. Naturalmente la poesia di Leopardi non si spiega e non si valuta con il fatto che era figlio dell’autore dei Dialoghetti. La poesia, proprio perché è poesia, sfugge a qualsiasi determinazione. Ma il rapporto tra Giacomo e Monaldo che poi vuol dire rapporto tra Giacomo e la famiglia, Giacomo e Recanati, Giacomo e la società italiana del tempo, mi sembra importantissimo per spiegare perché Leopardi fu un certo genere di poeta e non un altro, cioè espresse nella sua poesia una certa visione del mondo e non un’altra»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Come per ognuno, dunque, fondamentali le influenze familiari nella formazione del sé uomo e poeta, ma altrettanto importanti le istanze naturali del suo animo, l’originalità affatto personale della sua poetica, tanto che, forzarla in schemi definitori sembra vano: romanticismo, filosofia, pessimismo sono solo alcune caratterizzazioni della sua ars scrittoria e, come tali, sono limitanti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Sicuramente un certo qual pessimismo lo ha pervaso. Alla matrice del suo ego, affaticato e smembrato dall’infelicità di un’esistenza malata nel corpo, per le numerose precoci infermità, e brutalmente costretta ad implodere nella dolorosa ricerca dell’affetto e del senso d’arte che nessuno sa dargli, c’è un lungo cammino che, dalla fiducia razionale nella Natura, personificazione materna del bene ad ogni costo, approda al disfattismo più intenso di colui che non guarda più al mondo attraverso le lenti dell’ingenuità e della stolta fiducia ad ogni costo. Tutt’altro. La Natura diviene, così, l’Erma selvaggia e spietata che uccide e ingoia l’Islandese in una delle sue più belle e suggestive </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Operette Morali</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nell’evoluzione del suo pensiero egli plasma la realtà ad immagine e somiglianza del suo io, ora più emergente e ricco di coscienza del sé, maturo e riflessivo; ora più nascosto e timido, non ancora razionalizzato, quello che, in una splendida pagina dello </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Zibaldone</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, descrive un prato primaverile come un </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«vasto ospitale»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> colmo di sofferenze; sofferenze che l’occhio umano, con il suo bagaglio di illusioni e superficialità, confonde con un’immagine di gioia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Preda di un simile fermento di idee e sensazioni, ovvio che voglia fuggire: sente il bisogno di scoprire quale vita gli venga negata in quel suo borgo impermeabile ad ogni influenza esterna. Ma le cose non cambiano di molto a Roma, o a Napoli: ogni sua esperienza si traduce in un passo in più verso il disincanto totale, in un nuovo rimpianto per il passato, cristallizzato nel “già noto” che, quanto meno, evita traguardi peggiorativi. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Almanacchi, almanacchi nuovi …»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> grida il Venditore: costa solo trenta soldi l’illusione della felicità, ma quanta amarezza per colui che sa di acquistare un’illusione!</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nonostante questo ripiegamento verso un evidente pessimismo, però, egli trasforma il pensiero di Schopenhauer in intimità di vita sofferta, senza abbandonarsi allo spleen, all’angoscia esistenziale e alla nausea fine a se stessa, cui, molti anni dopo, approderà un altro pessimismo, quello irriducibile e istintivo di Baudelaire e di Sartre.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il pessimismo di Leopardi non consta mai di un abbandono alla mera introflessione di un magma incandescente di sensazioni trasfigurate in angoscia senza tempo; la sua poesia è la catarsi, l’anello mancante tra se stesso e il mondo. È un pessimismo, il suo, che non uccide la speranza, lasciandola, piuttosto, sopravvivere al tempo, rinnovandola di volta in volta. Il tempo cadenza i cambiamenti, quand’anche sempre contraddistinti da una nuova consapevolezza della nullità dell’esistenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Tutto è nulla al mondo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scrive sempre nel suo diario </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io certamente in un’ora più quieta conoscerò la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà, lasciandomi in un vôto universale e in un’indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Sabato del Villaggio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> egli dedica i suoi versi a quella sensazione di deludente malinconia che ognuno prova al realizzarsi di un desiderio, inquadrando pienamente quel senso di insicurezza che porta l’anima nell’errante pellegrinaggio verso sempre nuove speranze, traguardi di attesa. Eppure, già solo nella posizione del sole, vediamo la differenza tra la Donzelletta e le donne che la osservano: la prima ha il sole davanti e, dunque, davanti a sé ha la luce, la speranza, il futuro; le donne hanno il sole alle loro spalle, come alle loro spalle hanno la vita e possono ragionevolmente essere dipinte con una punta di pessimismo. Ogni particolare parla, nelle opere di Leopardi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Quiete dopo la Tempesta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> va oltre e descrive l’intenso piacere che si prova dopo un dolore più emergente del solito; piacere di vivere la propria condizione di dolore quotidiano, sapendo che altrove ve ne può essere di più forte e di più terribile. Ma tutto ciò rimane, in lui, una mera constatazione della realtà, non vuole assomigliare neanche in minima parte ad una minaccia, né ad un monito dolciniano. È, in fondo, il medesimo pensiero che sottende l’Operetta del </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Venditore di Almanacchi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">: il passato in quanto tale è lì, vissuto e memorizzato, e non è mai stato migliore quando era ancora “futuro”, anzi, forse il mito dell’ignoto è pericoloso proprio perché illusorio. Tuttavia la consapevolezza del Viandante che il nuovo anno potrebbe non essere affatto migliore di quello passato non gli impedisce di fermarsi prima di dissipare definitivamente il velo dell’illusione dagli occhi del Venditore, lasciandogli, così, la speranza, un mito pericoloso, senza dubbio, ma anche meritevole di non essere negato. Ecco che, in questo, è evidente, il pessimismo di Leopardi è assolutamente e irriducibilmente lontano dal nichilismo a noi contemporaneo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Filosofo del Romanticismo? Interprete sublime, piuttosto; poeta, sì, di fronte alla vita come alla morte: quella ovattata e impercettibile sensazione di nulla di cui parlano i cadaveri di Ruysch, o, ancora, quella meno distaccata ma ugualmente priva di ogni dolore effettivo, di Silvia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Difficile a dirsi cosa, oggi, di quel Romanticismo ricco e impetuoso sia rimasto nell’uomo che scrive e nell’uomo che legge. È possibile seguire una tradizione, evolversi, o anche rompere con essa, il che implica sempre e comunque, averla a mente, ma non si dovrebbe semplicemente dimenticare. In gran parte della letteratura contemporanea, invece, sembra che il retaggio si sia perso e molti libri sono solo raccolte di parole. Ebbene, nonostante questa vasta opera di appiattimento, qualcosa resiste. Indistruttibile. La poetica di Giacomo Leopardi ne è chiaro esempio: il suo scrivere è un Tabor dominante sull’infinito mondo del pensiero e delle sensazioni e, al tempo stesso, ne è la siepe, innalzandosi al di sopra della sua stessa epoca e creando immagini universali, in cui ritrovare se stessi, oggi come centocinquant’anni fa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">E, così, anche cercando di proteggermi da chi pretende di parlare di sensibilità artistica, trasferendosi idealmente in un Gotha a sé estraneo e sconosciuto, torno ancora una volta a perdermi nei versi degli </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Idilli</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ad assaporare la grazia malinconica dei </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Pensieri</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, a vivere il disincanto delle </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Operette Morali</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«naufragar m’è dolce in questo mare».</span></i></div></div></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">07.03.1987]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Raffaella Bonsignori – Recanati, Casa Leopardi: parte del manoscritto de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’Infinito</span></i></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 07 Mar 1987 17:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Divismo e virtuosismo in Franz Listz]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003E"><div class="imTALeft"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A tutti coloro che hanno imparato ad ascoltare la musica classica attraverso il filtro dell’industria cinematografica americana; a tutti i “romantici” per i quali il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Liebestraume</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Listz è il sottofondo musicale di una clip zeffirelliana che pubblicizza pellicce; a tutti costoro sembrerà strano che io voglia dedicare un articolo di terza pagina ad un musicista classico del secolo scorso. Sicuramente è un punto di vista, il loro, comprensibile, dal momento che gli idoli contemporanei crollano prima di affermarsi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tuttavia, prigioniera di un bagaglio musicale ereditato da nonni e genitori e formato, prevalentemente, da musica sinfonica e operistica, a me va proprio a genio parlare di Listz e del romanticismo musicale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In risposta ai noti stilemi dello </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sturm und Drang</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, anche la musica, nell’Ottocento, rompe gli schemi classici per rivolgersi alla libera ideazione, alla fantasia, ad un suono che è musica e poetica al contempo. Pensiamo a Beethoven, a Wagner, a Chopin. Contrariamente a quanto accade per i pur virtuosi classicisti, come il Cherubini, che ancora compongono senza suscitare, però, l’emozione prorompente dei romantici, nella musica della maggior parte dei compositori ottocenteschi l’armonia si fa spregiudicata e segue d’istinto, direi, l’evoluzione di una maggiore spregiudicatezza di vita. La mobilità e fluidità musicale si muovono di pari passo con quelle degli stati affettivi dell’uomo ottocentesco, spesso grande e instabile amatore, e con gli ondeggiamenti della sua vita spirituale, in bilico tra ortodossia ed eterodossia, tra fede e libera interpretazione del dogma.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’individuo, con la sua complessa interiorità, è, dunque, al centro dell’attenzione. E Franz Listz è interprete sublime del Romanticismo sotto tutti i suoi aspetti peculiari. La sua musica, densa di virtuosismi e delicati arpeggi, non si limita a vibrare nell’aria, ma dipinge sensazioni, narra emozioni. È pura idea e perfetta forma; pienezza autosufficiente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nasce nel 1811, ossia in anni dove il fermento romantico comincia a ribollire, e opera, quindi, nel pieno di quel Romanticismo imperante, impulsivo, forte e brillante che noi tutti conosciamo. E tutto romantico è, in fondo, nel suo iter artistico che, sin dal suo esordio come enfant prodige, a soli sei anni, giunge fino alle sue più belle e suggestive composizioni della maturità, quali </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Les Preludes</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, cui nessuno, neppure i musicolgi distaccati da Listz come la volpe dall’uva, possono disconoscere l’inconfondibile e riuscitissima originalità; la </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sonata in Si Minore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, stroncata da quella parte della critica che non accetta il “poema sinfonico” tipico di Listz, la riduzione dei marchi del classicismo in un mix di trenta minuti di musica briosa e irretente; o, ancora, la </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sinfonia Faust</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, di memoria goethiana e dedicata a Berlioz, e la </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sinfonia Dante</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, dedicata a Wagner.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma non solo la sua musica è romantica. Egli stesso è uomo profondamente romantico, in perenne bilico tra gli aspetti narcisistici e quelli istrionici della sua variegata personalità, che si esprime con tratti di immensa generosità e tratti di superbo dispregio per i mediocri, incapaci di capire la vera arte. Scrive di sé:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Riguardo alla diffusione delle mie opere, mi esercito risolutamente alla pratica di quella singolare virtù che i P.P. Gesuiti chiamano la santa indifferenza. Da tempo mi si è dimostrato che avrei ancora maggior torto di pretendere ai successi semplici e facili di quello che non mi si faccia ricusandomeli. A rischio di passare per intollerabilmente orgoglioso, credo che l’intendere certa musica esiga una intelligenza ed un senso morali più elevati, più educati, più raffinati tra gli artisti e gli uditori che non si incontrino di solito. La predominanza delle abitudini grossolane, delle prevenzioni, delle inettitudini e malignità di ogni sorta e sotto le più diverse forme, pedanti o triviali, pretenziose o stordite, è ancora eccessiva nel mondo musicale. Forse essa diminuirà a poco a poco e forse anch’io troverò allora il mio pubblico. Non lo cerco e non ho più il tempo di attenderlo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Di certo non si rende simpatico alla critica, ma il pubblico, che sempre ama gli artisti fuori dalle righe, lo adora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Le cronache del tempo descrivono i suoi concerti come meravigliosi e irripetibili, teatro di fenomeni isterici di massa, deflagranti durante gli interminabili applausi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Suona musica ammirevole: Beethoven, Shubert, Schuman e, naturalmente, la propria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È aiutato da un dono inestimabile, il talento, e da un altro di cui non si parla mai, perché chi lo possiede non se ne cura e chi non ce l’ha finge di disprezzarlo, la bellezza. Alto, magro, capelli lunghi e lisci, flessuoso, sguardo sognante e profilo nobile, una bellezza quasi moderna per la quale le donne, che si dice siano state la sua rovina, impazziscono.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In un certo senso si può dire che egli sia il primo divo della storia musicale; divo proprio come oggi lo intendiamo noi: catalizzatore di masse e spettacolare in ogni sua manifestazione; persino irriverente dall’alto del suo talento, esattamente come accadde quando suonò per lo zar Nicola I. Durante il concerto l’imperatore russo, evidentemente poco incline ad apprezzare la buona musica, perseverò in un noioso chiacchiericcio all’orecchio del suo ciambellano. Listz, visibilmente disturbato, lanciò un primo sguardo di rimprovero all’indirizzo dello zar e, quando si rese conto che il suo sguardo non aveva sortito l’effetto voluto, alzò le mani dalla tastiera e rimase immobile. Alla stupita richiesta dello zar di cosa fosse accaduto, egli rispose, non senza celare la propria vena d’arroganza:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Sire, quando Vostra Maestà parla, tutti gli altri devono tacere»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Con Listz il pianoforte assurge alla sua vera dimensione: egli ne comprende tutte le risorse e ne sfrutta le potenzialità e ciò non solo attraverso le dita, ma anche con l’uso sapiente della forza del braccio, della spalla. Sulla tastiera inscena costanti spostamenti di accordi e di ottave con l’incrocio di mani e con l’uso del pollice in funzione basilare o come mezzo di forza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Con il trasferimento a Weimar, però, inizia un momento più riflessivo, più intenso, più melanconico, conclusione, forse, del discusso e tormentato amore con Carolyne Syn Wittgenstein. Di questo periodo veniamo a conoscenza dall’epistolario; in particolare dalle lettere che scrive ad Agnès Klindworth, sua mirabile allieva di musica e d’amore:</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Mi consumo. Tutta la mia anima non è che un languore e le mie giornate trascorrono in un immutabile accasciamento. Perdonate se vi ho lasciata tanto tempo senza darvi mie notizie. Disapprendo a parlare ed ancor più a scrivere. Mi è stato impossibile rimettermi al lavoro, durante tutto questo mese, e ciò mi rende assai discordante. Per quanto inutili siano le cose che faccio, esse servono almeno a mantenermi un po’ in equilibrio, od almeno a persuadermene».</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Questo aspetto crepuscolare del suo carattere, in linea con i tratti narcisistici ed istrionici, che lo fanno oscillare, naturalmente, tra l’autoesaltazione e la depressione, sfocia con l’imprevista adesione all’Ordine Minore della Chiesa in qualità di abate. Ma non è un salto repentino.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Durante il suo incessante peregrinare artistico, che lo vede protagonista di concerti in quasi tutto il mondo, egli subisce il fascino del nascente Decadentismo, che lo porta a contatto con un mondo filosofico e artistico stridente con il suo. Di questa conflittualità risentiranno le sue opere tarde, illuminate da una luce misticheggiante, forzata e inadeguata, tesa ad esorcizzare i dubbi di quello che vede come un futuro incerto e pressante.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’amicizia con Wagner, poi, cui dà in sposa sua figlia Cosima, fornisce l’impulso primo e più duraturo verso questa nuova era della sua vita artistica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È il ritiro e l’isolamento, dunque.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Muore il 25 luglio 1886 in casa di Wagner, consumato da una bruttissima polmonite che, tuttavia, non gli impedisce, proprio nella serata precedente l’inizio della sua agonia, di applaudire la rappresentazione del </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Tristan un Isolde</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, mirabile opera del genero.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dunque musica fino al letto di morte per l’abate Listz. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Tristan</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è stata la sua ultima parola e, come Goethe, che, nell’ora del trapasso, fece con la mano l’atto di scrivere, così Listz si abbandona un’ultima volta al suono di quel nome che racchiude il simbolo di una grande esperienza, cui, nonostante tutto, è testimone attento e fine estimatore: una delle rappresentazioni del primo decadentismo musicale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Per tutto questo e per altro ancora Listz resta, a cento anni dalla sua scomparsa, un affascinante musicista, un personaggio avvolto nella leggenda, l’incarnazione di un divo dal talento straordinario di cui è valsa la pena tratteggiare questo breve ricordo.</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, 15.10.1986]</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Foto di Pubblico Dominio (Pixabay)</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 15 Oct 1986 16:51:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Goffredo Parise. Il poeta della vita senza illusioni]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003D"><div class="imTACenter"></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A cinquantasette anni, stroncato da un’ischemia cerebrale, si
spegne Goffredo Parise, una delle voci più vivaci del nostro Novecento.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Rispecchiando l’infaticabile sua ricerca di una risposta vera ai grandi
quesiti dell’umanità, traducendo nelle sue chiare pagine un neorealismo sui
generis, condito di fantasia e di paradosso, gridando, da ogni riga dei suoi
capolavori, la sua personalissima filosofia di fideistica sfiducia
nell’eternità, egli ha donato all’universo letterario contemporaneo
un’originale produzione di enorme valore poetico e umano e ha rivestito di un
fascino affatto peculiare il nuovo realismo della prima metà del Novecento. Nelle
sue opere si scopre il fascino dell’inferno che l’uomo si porta dentro,
macabro, distante ma non troppo dall’inferno della triste realtà
economico-sociale dipinta dal Moravia de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Ciociara</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e cinematograficamente
interpretata dal Rossellini di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Roma Città Aperta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e dal De Sica regista
di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sciuscià</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ladri di Biciclette</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1951, non ancora diciottenne, Parise scrive il suo primo
romanzo, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Ragazzo Morto e le Comete</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, da cui balza, già vivace e ben
nitido, il suo inquietante segnale nichilista, il richiamo dell’aldilà,
dell’inferno che il quotidiano rispecchia in noi sotto le forme del fantastico
e del simbolico. Così pure ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La grande vacanza</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1953, come ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il
Prete Bello</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1956, egli si abbandona ad un pessimismo moderato, ma già
formato, incidente sul tessuto narrativo come una lama invisibile.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tuttavia la sua non è l’arte di un uomo ripiegato su se stesso a
cantare i dolori di un’esistenza di cui non riesce a non vedere che una fine
destinata all’oblio e al nulla. È, al contrario, l’arte di chi, pur fedele alla
propria visione apocalittica dell’esistenza, ama sperimentare nuovi sentimenti
e nuove realtà. La sua ansiosa sete di conoscere e di osservarsi in tutte le sfaccettature
che il fenomenico impudente e invitante gli mostra di avere lo tira via dalle
posizioni adolescenziali, conchiuse e ribadite nelle prime opere, e lo conduce
ad ampliare la sua preparazione attraverso lo studio delle concezioni evoluzionistiche
darwiniane e dell’analisi freudiana.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Frutto di questa sua nuova e matura stagione narrativa, incentrata
sul rapporto oppresso-oppressore</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-di
prima derivazione psicanalitica nell’indagine sull’uomo, sui suoi bisogni, sui
suoi rapporti sociali-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">sono </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il
Padrone</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1965, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’Assoluto Naturale</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1967, e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Crematorio
di Vienna</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1969.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In seguito, affievolendo notevolmente l’analisi sociale e acuendo
proporzionalmente l’introspezione psicologica, raccoglie i racconti pubblicati
su </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Corriere della Sera</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> in quelli che diventano i suoi due capolavori,
</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sillabario n. 1</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1972, e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sillabario n. 2</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1982, che gli è
valso anche un premio Strega.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In questi due originalissimi libri, Parise elabora un sistema
analitico psicologico stravagante ed eccentrico, disponendo i sentimenti in
ordine alfabetico e riservando un racconto a ciascuno.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma non di solo inchiostro narrativo vive la sua affascinante
esistenza letteraria. Egli conduce, infatti, una carriera di giornalista che lo
vede inviato speciale de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Corriere della Sera</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e protagonista di
straordinarie quanto avventurose esperienze umane di pace e di guerra.
Soprattutto di guerra. Nessuno, credo, può facilmente dimenticare </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Due, Tre
Cose sul Vietnam</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1967, un libro che non si può leggere senza rabbrividire
e non si può “vivere” senza soffrire; un libro dalla magica intensità.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ad ulteriore testimonianza di questa sua energica attività
giornalistica, altri sei libri, tra cui ricordiamo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cara Cina</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1966, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Biafra</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">,
del 1968, e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">New York</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1977.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ora è morto. Ma di lui non rimane, certo, un labile segno che il
tempo possa presto cancellare, come il suo radicato pessimismo avrebbe voluto.
Egli immaginava l’uomo nella sua fugacità, divorato da quell’universo che,
presto o tardi, sarebbe tornato ad essere il nulla che era. Dichiarava fittizia
e ingannevole l’àncora di salvezza umana chiamata “eternità” e dispiegata in un
altro mondo o anche solo nella gloria delle opere d’arte affidate ai posteri.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma se al suo animo di sensibile filosofo e puro pessimista
dobbiamo la realizzazione dei suoi capolavori, gloria letteraria italiana,
fortunatamente non è ad esso che abbandoniamo i suoi scritti, cui mai nessun
oblio riuscirà a sottrarre fascino.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A questo grande scrittore e acuto osservatore dell’uomo, dunque,
nessun addio, ma un solo, semplice arrivederci tra le pagine dei suoi scritti.</span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff2"><br></span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff2">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff2">[Corriere di Roma, </span><span class="fs12lh1-5 ff2">25.09.1986]</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff2"><br></span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff2">© Foto di Dariusz Sankowski da Pixabay</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff2"> </span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Sep 1986 15:05:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Michael Ende: genio e fantasia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003C"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Figlio del noto pittore surrealista Edgar Ende, il giovane Michael, sin da piccolo, assorbe dai quadri del padre il fascino dell’impossibile, benché, a giudicare dalla sua produzione letteraria, ne lasci da parte la vena pessimistica e oscura, che grava sulla maggior parte di quei dipinti come un alito di morte. Uomini nudi che marciano verso un crocifisso</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">(</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Das Fensterkreuz</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">); una scena lugubre dominata da un colore a metà tra il rosso e il nero e una fila di donne inginocchiate che poggiano la testa su un lungo tavolo, quasi le attenda la decapitazione</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">(</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Die Bößerinnen</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">); un tornado di facce umane che pende sopra una terra deserta (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Genius Loci</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Del tetro senso della vita che prevale nei quadri del padre, Michael apprende, forse, solo il gusto per una persistente visione del dualismo. Leggerlo è come guardare le due enormi teste dipinte dal padre (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Die Zwei Köpfe</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">), identiche nell’aspetto sebbene diverse nel colore, perché una scura e l’altra chiara; due teste che aleggiano sul mondo, quasi fossero deificazione del Bene e del Male. Tema ricorrente, nella pittura di Edgar. In </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Der Dunkle und der Helle</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Engel</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> un angelo e un demone ingaggiano una corsa tra gli alberi in un mondo deserto. Congeniale alla cultura tedesca questo perenne accostamento degli opposti. Pensiamo all’Abraxas vagheggiato da Hermann Hesse in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Demian</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, nel 1919, quel dio che è </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«bene e male, uomo e donna, madre e puttana»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, com’egli scrive.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Michael Ende e il surrealismo, dunque.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Venato di surrealismo, infatti, è il suo approccio al teatro, come scrittore e come attore; e sicuramente surrealista la sua narrativa più recente, sebbene contemperata dai caratteri lirici propri del fantasy per ragazzi. Genere da non sminuire. È proprio il fantasy che l’ha portato all’attenzione del grande pubblico internazionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Storia Infinita</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Neverending Story</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">) Fantàsia è un mondo parallelo, creato dall’immaginazione, quella del protagonista, Bastiano Baldassarre Bucci, così come quella di tutta l’umanità. È un regno dai confini immensi e pieno di meraviglie. Sta morendo, però: gli uomini, ci dice Ende, non sognano più e il Nulla, simulacro del nichilismo contemporaneo, lo sta inghiottendo. Salvare Fantàsia, dunque, è responsabilità di un solo bambino. È sufficiente che egli immagini per dare corpo alle creature fantastiche che animano il mondo dell’inventiva.</span></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Tutto ciò che accade tu lo scrivi</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-disse-.</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutto ciò che io scrivo accade</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-fu la risposta-»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma per salvare infine quell’immenso regno ricco di colori, di suoni e di magie Bastiano deve svolgere un ultimo compito: crederci davvero, dando il nome alla regina che vive nella Torre d’Avorio. Come in ogni mito cosmogonico dell’antichità, dare il nome a qualcosa significa dare la vita; nella parola è racchiuso il segreto dell’esistenza. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«In principio era il Verbo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> si legge nel Vangelo di Giovanni. Dio è parola e nella parola è la vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Sembra semplice il compito assegnato al ragazzo: deve solo scegliere un nome, ma per fare ciò deve accettare di sognare e questo è molto più difficile. Difficile per tutti gli uomini, direi. L’immaginazione, a volte, spaventa e tenere i piedi in terra giova ai rapporti con il resto del mondo. Bastiano, poi, era stato rimproverato dal padre di sognare troppo, quella mattina. Come non aspettarsi da lui un poco di titubanza, un tentennamento tra sogno e razionalità?</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il potere salvifico dei bambini, anime non ancora corrotte e piene del più sano intuito e della capacità di sognare, non è tema nuovo per Ende. Anche con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Momo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, qualche anno prima, il mondo si era salvato, mantenendo, così, intatto tutto il fascino del suo messaggio di speranza. In questo caso non erano state le parole lo strumento di redenzione, bensì i silenzi bonari di una fanciulla senza passato e senza storia, una sorta di deus ex machina nella rappresentazione della vita; silenzi che avevano saputo insegnare ad ascoltare e a far dialogare gli altri con se stessi; silenzi contro i quali nulla avevano potuto i Grigi Signori senza Tempo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Profeta della buona speranza e apostolo dei nobili sentimenti, Michael Ende, attraverso queste due opere, raggiunge immediatamente le vette di un successo che valica le barriere di una critica fino ad allora scettica e avara di lodi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Storia Infinita</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, poi, arriva anche il successo cinematografico, benché il film sia stato disconosciuto dallo scrittore, il quale, ritenendosi tradito dalla produzione per l’interpretazione del suo messaggio artistico, ha persino intentato causa al fine di impedire la distribuzione del film; causa che ha perduto lo scorso anno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma, al di là della contestazione relativa alla riduzione cinematografica del suo libro, Michael Ende non sembra essersi accorto del successo, o, meglio, non sembra volersene accorgere. Non gli piace, è evidente da quanto afferma nelle poche interviste che rilascia, il giudizio di quella parte della critica che, ora, lo vorrebbe candidare a nuovo Goethe e che, fino a poco tempo fa, lo aveva tacciato di semplicismo da stanza dei balocchi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">No, non ama proprio essere al centro dell’attenzione. Semplicemente continua a fare quel che gli piace, ossia scrivere, traducendo la realtà nella sua irrealtà onirica, che lo accompagna da sempre e che egli descrive in modo particolarmente suggestivo, come accade con la natura indomita e selvaggia che anima il regno di Fantàsia: un mix di verità interiore e percezione esteriore del suo ambiente, facilmente individuabile già solo guardando la vasta campagna che, dietro la sua villa di Genzano, dove mi sono recata, si stende lungo il pendio di Monte Cagnoletto, evocando nei tratti il bosco minacciato dal Nulla, in cui, coraggiose e disperate, viaggiano le più varie creature nel loro peregrinare verso la Torre d’Avorio; e, poi, ancora la foresta di Perelun o il bosco presso l’Oracolo Meridionale, ove Fucur e Atreiu trovavano la calda e simpatica ospitalità dei Bisolitari.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Oggi Ende, dopo quasi vent’anni trascorsi nell’aria fresca e riposante dei Castelli Romani, profondamente colpito dalla recente scomparsa della moglie, si è trasferito nuovamente in Germania. Di lui, a Genzano, rimane solo una villa chiusa e, accanto al cancello, una maiolica con su dipinta una penna d’oca; ma non muta il suo spirito avventuroso nel mondo della fantasia, sebbene sia maturata una vena leggermente meno solare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Con la sua recente opera </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo Specchio nello Specchio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, infatti, egli getta qualche ombra sull’ottimismo e si rende interprete della più debole voce degli sconfitti: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Non è un libro di racconti tutti obbligatoriamente lieti» </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">ha avuto modo di dichiarare recentemente</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> «ma sono contento di una cosa: ai miei lettori non apparirò più come Babbo Natale. Ho messo insieme le storie di quelli che perdono. Di solito la favola è incentrata sul giovane e bellissimo principe che risolve l’indovinello e sposa la principessa. Cento prima di lui avevano tentato e avevano fallito. Ecco: questa è la storia degli altri cento!».</span></i></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Sarà interessante leggerla.</span></div></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, 15.06.1986]</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Ofjd125gk87 da Pixabay</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 15 Jun 1986 15:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Rileggendo Cuore]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003B"><div class="imTACenter"></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dal piccolo gradino dei miei vent’anni poco posso dire di quell’eroica generazione deamicisiana, che versava le sue lacrime infantili sopra le pagine di un libro e il suo sangue sopra il tricolore, ma, come tutti, ho letto </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cuore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e ho riflettuto su quelle pagine, anche con l’aiuto di mio padre e di mio nonno, miei grandi amici e fonti inesauribili del sapere umbratile che risiede ai margini della storia.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Di certo, studiare </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cuore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, analizzandolo spietatamente nella sua fallacia verbale, pedante e prolissa, nel suo esagerato sentimentalismo, è voler limitare a tutti i costi un fenomeno culturale che va ben al di là della cultura stessa per farsi parte del costume, icona di una società, dei valori di un’epoca dalla quale sembra ci separino non cento anni, ma cento secoli. Difficile trovare, oggi, una critica che si ponga in una posizione intermedia nei confronti di quest’opera: a fronte dell’esaltazione di cui ha goduto in passato si erge un’assoluta condanna. Non sono d’accordo con nessuno dei due orientamenti critici, tanto per cambiare, e vorrei cercare un equilibrio che s’intravede tra quelle pagine; un incontro tra il parossismo educativo e l’assenza di insegnamento che si sono finora alternati nell’opinione dei lettori.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Non celo che, quando ancora bambina, dedicando il mio tempo alla lettura di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cuore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ho desiderato intensamente incontrare il piccolo Enrico per aiutarlo a scappare via da quella sua gabbia di iettatori, da quella sua atroce realtà fatta di bimbi ciechi, sordi, muti, monchi, che lavorano di notte per aiutare genitori disperati; bimbi che subiscono violenze e ingiustizie. Non era possibile, mi dicevo, che, scrivendo il suo diario, si fosse reso protagonista di un addolorato assioma costruito con crudele sadismo, contribuendo egli stesso a torturare i lettori, a farli singhiozzare per le sorti maledette di questi piccoli, tristi eroi. Una domanda nasceva spontanea nel mio cuore: erano solo loro a subire gli strali di una vita così disastrata, o la vita era disastrata per molti e la mia rosea esistenza era, in realtà, un dono del cielo per il quale pregare e gioire? La domanda celava in sé uno degli insegnamenti cui De Amicis mirava, è evidente: bisogna sempre ritenersi fortunati d’avere ciò che, spesso, diamo solo per scontato. Ma doveva proprio ucciderci con tante disgrazie per raggiungere questo lodevole risultato? Ecco il punto. L’intento era buono, il mezzo davvero eccessivo. Negare alla realtà una buona percentuale di tristezza e di dolore è sicuramente sciocco, perché significa non saper vivere, ma tra queste pagine rilegate di sofferenza, lo spiacevole rasenta l’inaudito. Insegnare ai bambini che la vita può essere anche sacrificio non può e non deve significare condannarli a subire l’immagine di questo sacrificio con tanta insistenza.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In quei dieci disgraziati mesi di scuola ne succedono davvero di tutti i colori. La strage imperversa, la sciagura si fa certezza per tutti, riga dopo riga; nessuno riesce a scamparla. Basta scorrere l’indice per rendersi conto che la salute, di certo, non abbonda. Si spazia dalle disgrazie congenite</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I Ragazzi Ciechi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">I Bambini Rachitici</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Sordomuta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">…-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">a quelle sopravvenute e accidentali</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">- </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Muratorino Moribondo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Maestro Malato</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La mia Maestra Morta</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">…-.</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">Ci sarà stato anche spazio per altro, direte voi. Certo. “Ameni interludi” in cui i protagonisti provavano atroci tormenti accidentali: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dagli Appennini alle Ande</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ove la ricerca disperata della madre si trasforma in un pellegrinaggio pregno di sfavore, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Piccolo Scrivano Fiorentino</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che narra di un bimbo che, nottetempo, si siede alla scrivania del padre e trascrive in sua vece gli appunti, così da non farlo stancare troppo, ma sfinendosi per questo; </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Piccola Vedetta Lombarda</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che muore colpito da una palla di cannone mentre si comporta da eroe </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«per la sua Lombardia»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E noi bambini giù lacrime!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Di certo, era difficile, per noi, discernere la narrazione degli eventi dalle motivazioni psicologiche che, presumibilmente, l’avevano influenzata. Freud era noto in famiglia, ovvio, ma per chi avesse nove anni? Come fare a cogliere la falsata rappresentazione della realtà dovuta al tempo e alla curva della memoria? Il grande Fellini, in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Amarcord</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ci presenta una suora nana per mostrarci una persona semplicemente bassa; ci mostra il seno straboccante di una tabaccaia per indicare una donna prosperosa, ma nessuno lo taccerà di esagerazione, tutti sapranno interpretare i fatti, capire che si tratta di rappresentazioni di una realtà distorta dal ricordo infantile, che ingigantisce ogni cosa. In </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cuore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> De Amicis potrebbe aver attivato identico meccanismo esegetico della realtà e, lasciando che a descrivere gli avvenimenti fosse un bimbo di terza elementare, li ha caricati di senso del tragico, sviluppato sicuramente in modo proporzionale al senso di colpa del protagonista, fortunato, o meglio estraneo a troppa sfortuna. Il problema è che il film di Fellini è diretto ad un pubblico adulto, mentre il libro di De Amicis ai bambini. E, comunque, tutte quelle morti e quelle disgrazie non possono essere solo frutto di iperbole mnesica!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La verità è che quelle duecento pagine, distogliendo l’attenzione dai meandri psicologici felliniani, sono semplicemente un mezzo per </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«spremere il pianto dai cuori di dieci anni»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, come ebbe a dire lo stesso Autore.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Cosa rende, dunque, ancora affascinante e leggibile questo libro, nonostante i cento anni di esposizione della sua crudele, angosciosa e sadica realtà? Forse il vedere come continui a regalare eroi veri; un mondo di buoni sentimenti, di affetti eterni, di valori; un mondo rétro fatto di coraggio, di rispetto e di educazione, di signorilità e carattere; di generosità e di altruismo; di rispetto per i maestri e per i genitori. Sì, qualcosa da salvare c’è, perché la maggior parte di queste parole sono vocaboli vuoti, oggi. Mi chiedo, infatti, cosa un piccolo scrivano anni Ottanta avrebbe fatto. Avrebbe continuato ad aiutare di nascosto il padre, o, al contrario, lo avrebbe mandato a quel paese, reputandosi eroico al solo evitare di chiamare le autorità, denunciando l’incapacità del genitore a provvedere per lui? E, ancora, mi chiedo come avrebbe reagito un Enrico dei giorni nostri</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-avrebbe fatto le corna, per limitarsi a menzionare una gestualità apotropaica consentita?-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">nel sentire la mamma dargli il seguente consiglio: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Dà un addio di cuore a tutti quei ragazzi. Alcuni avranno delle disgrazie, perderanno presto il padre e la madre; altri moriranno giovani …»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. In realtà un simile discorso le corna le suscita anche nel lettore.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Al di là di tutto credo che </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cuore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> sia ancora leggibile perché è il documento di un rispetto per i genitori, per gli anziani, per gli amici e per la patria, valori desueti, ma non ancora del tutto uccisi dal nichilismo contemporaneo. Strappa qualche lacrima? D’accordo, ma stilliamo da quelle pagine i valori che meritano d’essere recuperati, pur senza enfasi ed eccessi.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Del resto, perché, mi chiedo, tanta critica a </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cuore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> proprio oggi che si lasciano i bambini a singhiozzare davanti alle altrettanto improbabili storie narrate da cartoni animati giapponesi che hanno protagonisti ai quali, quando le cose vanno bene, muoiono tutti dopo lunghe sofferenze, dove, se si parla di viaggi, si parla di affannose ricerche della madre perduta, dove abbondano sedie a rotelle per i più piccoli? Almeno </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cuore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> prima di tutto è un libro e, come tale, parla con il linguaggio della fantasia, lasciando che in essa si esprima il lettore stesso. Ognuno di noi si è creato immagini differenti di Garrone, di Franti, della Maestrina, del luogo in cui vivevano. Quale fantasia sanno, invece, sviluppare queste figure, animate male, sgraziate, disegnate con bocche esagerate e occhi spiritati che parlano di morte e malattia?</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il mondo non cambia mai radicalmente e ogni epoca ha la sua spietata ricerca di come </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«spremere il pianto dai cuori di dieci anni»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Non vogliamo leggere </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Cuore</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, almeno spegniamo la televisione!</span></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">15.04.1986]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Loribella Greene da Pixabay</span></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 15 Apr 1986 14:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gobetti rivoluzionario]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003A"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5 ff1">È il 16 febbraio 1926. In un clima parigino per lui un po’ stonato, perché foriero, come sempre, delle tante frivolezze che lo hanno reso famoso e, proprio per questo, apparentemente così distante da qualunque impegno politico, moriva, appena venticinquenne, Piero Gobetti: letterato, giornalista, critico, filosofo, politico e rivoluzionario.</span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Parto per Parigi dove farò l’editore francese, ossia il mio mestiere che in Italia mi è interdetto. A Parigi non intendo fare del liberalismo o della polemica spicciola come i granduchi spodestati di Russia»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Sembrava avesse le idee molto chiare; idee destabilizzatrici e galvanizzanti.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Egli rinnegò le sue origini borghesi per abbracciare la fede del proletariato, ma non fu mai completamente marxista, né leninista. La conflittualità Gramsci-Gobetti, di cui ancora oggi tanto ci parla la storiografia politica italiana, è espressione di due idee profondamente diverse, conviventi nel mero rispetto reciproco. Di Gobetti Gramsci dirà: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«non era un comunista e, probabilmente, non lo sarebbe mai diventato, ma aveva capito la posizione storica e sociale del proletariato e non riusciva più a pensare astraendo da questo elemento»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Tutta la sua breve esistenza fu una corsa contro il tempo verso l’ideale di un socialismo liberale; un ideale rivoluzionario.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Magro, spettinato, pallido, un volto atipico che incornicia un paio di occhialini rotondi, quasi a donargli un’aria ancora più bizzarra e curiosa: questo ciò che rimane della sua immagine esteriore. Ma del suo animo, del suo pensiero, del suo credo? Tipizzarlo nell’angusto limite di un’ideologia di massa, forzando una sua inquadratura politica moderna, equivarrebbe a limitare la portata delle sue idee, a rifiutare di capire ciò che, dapprima con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Energie Nuove</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-di cui fu direttore per due anni fino al 1920-,</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">poi, dal ’20 al ’25, con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Rivoluzione Liberale</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, urlò tra le righe di una politica combattiva e furba, come avrebbe voluto definirla lui. Scrive, infatti, con fiero, paternalistico e altezzoso tono, ma allo stesso tempo con ferma e coraggiosa solidarietà verso “l’altro antifascismo” al Bauer de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Caffè</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«I sequestri riducono al silenzio; scrivere in modo violento diventa addirittura non più coraggioso, visto che non si è letti. Perciò noi abbiamo cercato, in Rivoluzione Liberale, sin dal luglio scorso, di giocare d’astuzia e di evitare i sequestri. Il lettore legge tra le righe; l’importante è di portargli ugualmente e continuamente la nostra voce»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma se di combattività, in lui e nella sua rivista, ce n’era persino troppa, di furbizia ce n’era veramente poca! Nel 1925 è la soppressione da parte del regime. In quel silenzio cadrà, dunque, anche il suo gioco d’astuzia. E appena qualche mese dopo </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Caffè</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Muore, così, tra le sue pagine, anche la speranza di coloro che stentavano a realizzare l’ambizioso progetto di una rinascita civile, volendo ricostruire interamente l’Italia Littorina.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Rivoluzione Liberale</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> si rivestì anche un suo omonimo libro del 1924 che, accanto a </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Filosofia Politica di Vittorio Alfieri</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Frusta Teatrale</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, entrambi del 1923, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Risorgimento senza Eroi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Paradosso dello Spirito Russo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, pubblicati postumi nel ’26, rappresenta una delle pietre miliari della sua produzione letteraria, mai scevra del suo politicismo; tutti libri, comunque, pubblicati in pieno regime fascista, come pubblicati furono altri libri fortemente antifascisti come </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Una battaglia liberale</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Giovanni Amendola.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Fu un stesso politicismo dalle tinte scarlatte, il suo, da cui non si separò neppure nella sua attività di critico e di editore, dove la politica dovrebbe entrare meno. Pubblicò gli </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ossi di Seppia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Montale affascinato più dalla stringatezza del linguaggio, che si opponeva alla fastosa grandiosità dannunziana, che dal giudizio favorevole del suo amico Solmi, il quale rimase colpito dal contenuto poetico e simbolico di questo primo Montale.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel frattempo, la voce di Piero continuava a parlare dalle riviste, come il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Baretti</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, indossando la maschera dello spiritaccio indomito e giustiziere.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">È il 23 dicembre 1924 e Gobetti è ormai nell’occhio del ciclone. Un anno ed è il crollo. Chiude i battenti e parte per la Francia.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Accanto alle poche parole annotate su un taccuino e dedicate alle immagini della sua Turin, prepara, con rinnovato vigore, la sua lotta in un nuovo campo di battaglia. A Mussolini, ora, si rivolgerà in francese e, per dirla con Zola, griderà una sola, semplice frase: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">J’accuse</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Parigi non lo avrà per molto, però. Una banale bronchite metterà a tacere per sempre la sua indomita personalità.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Oggi, in occasione di questa ricorrenza i giornali tornano a parlare di lui. Spadolini dedica alla sua figura un libro, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Gobetti: un’Eredità</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Natalino Sapegno, Norberto Bobbio, Paolo Spriano ed altri lo ricordano con commoventi articoli carichi di ammirazione e di amicizia. Di certo Gobetti, nella nostra storia, rimarrà per sempre prigioniero nelle stanze della sua casa editrice torinese di via Fabro n. 6, sede, oggi, del Centro Studi Piero Gobetti, ivi continuando ad aleggiare con il suo esasperato idealismo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Non abbracciò altro che la sua realtà, fatta di un irriducibile antifascismo, utopico e sognatore, e non può, certo, trovare, oggi, nella politica attuale, ciò che sessant’anni fa gli veniva negato per la sua carenza di realismo, che andava al di là di qualunque ostacolo oggettivo. E, proprio in questa occasione, tornando a parlare di lui e a porci il quesito di un eventuale inserimento politico attuale del suo pensiero, constatandone, infine, l’assurdità, stiamo sottraendo una fetta di immortalità alla sua fama che, silentemente, nei suoi “se” durati dodici lustri, non era stata ancora così brutalmente affrontata e relegata nell’album dei ricordi dell’Italia combattiva e idealista che oggi non esiste più. In buona sostanza stiamo negando alla sua vasta eredità politico-culturale ogni appoggio con l’odierno, incorniciandolo nell’utopia dei suoi venticinque anni.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ma forse è giusto così.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Gramsci lascerà un partito, all’Italia; Gobetti un fascio di ideali romantici a una Torino che, gettandosi, dopo un amorfo sindacalismo dal vago sapore di lotta, nella sonnolenta veglia di un PCI impreparato, giunge, senza energie, agli ultimi fuochi di un sessantotto stanco e all’incubo del terrorismo, e non si ricorderà più troppo di lui.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il ’75 e il centrosinistra chiuderanno definitivamente, in una politica cerchiobottista questa breve storia di un’eredità rivoluzionaria proletaria, di cui Gobetti resterà un grande interprete.</span></div></div> &nbsp;<div><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, </span><span class="fs12lh1-5 ff1">16.03.1986]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Foto di Pubblico Dominio (Wikipedia)</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 16 Mar 1986 15:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Kipling cinquant'anni dopo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000039"><div class="imTACenter"></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Bombay 1865: nasce, in una pittoresca colonia dell’Inghilterra vittoriana, Rudyard Kipling, uno dei più poliedrici scrittori del tempo. Morì settantunenne a Londra nel 1936 e finirono con lui, con i suoi viaggi, con i suoi scritti, con le sue convinzioni politiche e sociali, i sentimenti e gli ideali che fecero l’Inghilterra letteraria del suo tempo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Durante la sua vita, trascorsa tra Londra e l’avventurosa, affascinante India natia, protagonista della maggior parte dei suoi scritti, egli maturò quell’ideologia imperialista e razzista che, nel periodo immediatamente post-vittoriano, lo rese inviso a molti ed estraneo, dunque, ad una critica positiva.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’opera di Kipling, tuttavia, è un blocco inscindibile, come giustamente osservò T. S. Eliot, granitico, massiccio e pur vario; e in questo blocco, nella sua forma, nel suo contenuto, nella sua morale, nella sua religione, svetta un patriottismo che non può essere giudicato con un eccesso di faciloneria, estraniando il Nostro dal contesto storico e politico in cui visse. Egli fu uomo del suo tempo e, come tale, interpretò il sentimento della maggioranza, ormai delusa di non riscontrare il nascente e preponderate sentimento ottimistico nei preziosismi letterari di un Oscar Wilde.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Egli nacque in un periodo in cui gli inglesi stavano ricevendo le maggiori gratificazioni in campo commerciale, amministrativo, politico e scientifico; in cui si sentivano pervasi da un forte ottimismo, che li portava a credere sommamente in se stessi e nella loro opera. Una sorta di età dell’oro. E, benché Kipling si trovi a vivere e a scrivere a cavallo di due epoche in sé contrastanti e contraddittorie, si formò ideologicamente in questo primo periodo e a nulla servì il mutare del quadro storico e filosofico, in una degenerazione che portò l’ottimismo alla presunzione, la sicurezza di sé all’egoismo e alla noncuranza, mentre sempre più facile appariva far passare per virtù l’ipocrisia.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’impero era, per Kipling, una realtà e un sentimento </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«E, nell’esprimere questo sentimento»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scrisse Eliot </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«non mirava ad adulare la vanità nazionale, razziale o imperialistica, né tentava di propagandare un programma politico»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, sebbene</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-mi permetto di aggiungere-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">fu l’unico che effettivamente contribuì a diffondere l’idea dell’impero che l’opera politica di Disraeli andava forgiando-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«egli mirava a comunicare la consapevolezza di qualcosa già esistente e di cui molti non si erano resi conto se non in modo assai imperfetto»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Fu giornalista e il suo stile di cronaca sottile e arguta, compenetrato da poesia e sensibilità artistica non indifferenti, rese le sue opere da racconti sempre più romanzi, da ballate sociali a poesie vere, e lo condusse attraverso un cammino letterario vasto e intenso che, nel 1907, culminò con il premio Nobel per la Letteratura.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nell’evoluzione graduale che il suo scrivere subisce, nel passaggio dai racconti ai romanzi, si incentra tutta la sua produzione letteraria. Dalle prime opere, ancora troppo fedeli alla cronaca, troppo monolitiche, quali </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Soldiers Three</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Story of the Gadsby</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">In Black and White</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1888-89, a </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Light that Failed</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> del 1891, opera in cui molti vogliono vedere il suo primo romanzo e che, invece, risente ancora dello stile novellistico. Anche se il suo insuccesso, ricordiamolo, non derivò tanto dallo stile, non ancora pronto a raccogliere organicamente il fiume di idee e di immagini che vi sono, quanto dal “tradimento morale” che il pubblico inglese fruì dalla duplice lettura della prima versione (1890) e della seconda (1891), che ebbe un esito tragico.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La fase della sua attività di scrittore, che lo condusse a pieno merito nel mondo del romanzo, si aprì nel 1894-95, durante la sua esperienza americana, con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Jungle Book </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Second Jungle Book</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, fantastiche rappresentazioni di un mondo istintivo e semplice</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-rappresentazione in cui la sua arte raggiunge profonda espressione e significato-,</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">popolato da animali e bambini, in una convivenza romantica tra Mowgli, cucciolo d’uomo, allevato dai lupi, educato dall’orso Baloo e dalla pantera Baghera, e tutti gli altri animali della foresta, favolisticamente umanizzati a volte con un’introspezione psicologica assente nei caratteri umani di altri scrittori.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Kim</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1901, rimane, comunque, la sua opera più importante, il suo capolavoro. Si tratta di una serie di quadri di vita indiana in cui si coglie l’unitarietà del filo narrativo invisibile che rende un racconto un romanzo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Kipling non fu solo vate di una “stirpe eletta”, l’anglosassone, nell’esaltazione del sistema al di sopra dell’individuo, né solo creatore di una mitologia per ragazzi, ma fu anche sensibile, raffinato e acuto osservatore dei sentimenti umani; e, tra tutti, la mia femminilità e il mio romanticismo vogliono scegliere l’Amore e la Donna. Le sue sono raffigurazioni tragiche, spesso senza speranza, come in Lispeth, una piccola Butterfly indiana, straziata dal suo amore innocente e non corrisposto, che ritornerà, come un flash, al termine di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Kim</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, nell’immagine di una donna ormai matura che non ha mai dimenticato il suo sahib.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ed è proprio su questa delicatezza di immagini che opererei la dissolvenza tra la sua narrativa e la poesia. Molti sono coloro che la definiscono</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-secondo me a torto-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">una mera ballata medievale, creata con il proposito di raccontare una storia, di suscitare un’emozione, di parlare, ancora una volta, dei suoi ideali politici.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">C’è molto di più, invece. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">If</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1910, ne è l’esempio, rappresentando la summa dei suoi versi. Già nel titolo è racchiuso il significato più profondo: la vita dell’uomo è e non può non essere fatta di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">se</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, di condizioni, di scelte incessanti che costruiscono, istante dopo istante, la sua strada e fanno di lui ciò che è, un misto di sogni, ideali e concretezza, di coraggio nel rialzarsi di fronte all’infrangersi di ciò cui si è votata la vita, e di equilibrio. Cosa c’entrano imperialismo e razzismo in tutto ciò? Non sembrano etichette dal limitato ed errato confine definitorio? Non c’è chi, almeno una volta nella vita, non abbia desiderato di riuscire a realizzare tutti quei </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">se</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, sognando di diventare l’uomo che, con straordinaria compiutezza, Kipling ha intessuto nella trama dei suoi versi, con una magia che si rende cangiante nei diversi momenti e nei diversi stati d’animo del lettore. Non c’è politica, in ciò, ma antropologia. C’è l’uomo e il suo modo di vivere, seguendo cuore e razionalità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, 06.02.1986]</span><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Foto di Pubblico Dominio (Wikipedia)</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 05 Feb 1986 23:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Eliot e la poesia di un tempo senza confini]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000038"><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ciò che spinge l’attenzione alla poesia, nel mondo contemporaneo, è l’idea che essa, nella nostra “civiltà di parole” che ci sta lentamente conducendo verso la disumanizzazione del linguaggio e il trionfo del rumore, possa costituire il punto di sbocco, se intesa come recupero di un umanesimo dimenticato.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">E la poesia cui oggi rivolgo l’attenzione è quella di Thomas Stearns Eliot.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nasce a St Louis il 26 settembre 1888, ma la sua America non sarà sempre protagonista. Trasparirà dalle sue opere, certo. Assumerà toni violenti e irrefrenabili</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-</span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Il Missouri e il Mississippi»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> scrive </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«mi hanno lasciato qualcosa di così profondo come niente altro in nessuna parte del mondo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">-;</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">si tradurrà in ricordi fortemente cromatici, che costituiranno l’immaginario di molte sue composizioni; in alcuni casi sarà lontana e indistinta, sopraffatta da quella cultura classica che lui rilegge con occhio impressionistico, come, del resto, fa tutta l’America colta e pur tradita nella sua cultura dalla riedificazione strategica del capitalismo e del conseguente rifiuto della tradizione culturale europea. In particolare egli si dedica allo studio di Dante e del Dolce Stil Novo, dei poeti metafisici inglesi e del simbolismo francese baudelairiano, che ha imparato ad amare sui banchi di Harvard.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ebbene, tutte le esperienze che l’amore per la cultura e per l’arte scrittoria in genere lo portano a fare, le ritroviamo nella sua poetica straordinariamente rivoluzionaria, che si traduce, ben presto e nonostante tutto, in un establishment. Nelle sue opere c’è la Francia del 1910, la Germania del 1914 e della sua tesi, mai discussa, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Knowledge and experience in the philosophy of F. H. Bradley</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; c’è l’Inghilterra della guerra mondiale e l’America dei ricordi.</span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Waste Land</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1922, il suo capolavoro, è il gradino ultimo, lo stadio finale di un intenso lavoro poetico che lo vede spettatore, coinvolto e al tempo stesso distaccato, delle inquietudini esistenziali sue e del mondo, dell’afasia e dell’impotenza dell’individuo.</span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«You, hypocrite lecteur! Mon semblable, mon frere!»</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">(Tu, ipocrita lettore, mio simile, mio fratello) urla in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Unreal City</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e questa frase baudelaireiana rende partecipe il lettore dell’idea tutta originale che Eliot si fece del poeta francese, unito a sé nella valutazione degli uomini, tutti colpevoli dello stesso peccato. In questa sua opera, che vuole essere un po’ poesia rituale e un po’ espressione della perdita della ritualità, egli opera una duplice lettura di ogni immagine mitica. È un intreccio incessante di illusioni e rimandi, nell’esaurirsi di ogni possibile coscienza della situazione morale. Non si ferma alla mera scolasticità, ma si allarga all’incubo di un mondo tradito dalla storia stessa.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Toccato, così, l’apice della sua produzione, Eliot si abbandona, successivamente, ad un periodo di stasi che comincia a dissiparsi solo nel 1929 con il saggio </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Dante</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, nel 1933 con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Use of Poetry and the Use of Criticism</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, nel 1935 con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Murder in the Cathedral</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, di cui </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Ash Wednesday</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1930) è lo stadio ultimo: il Dante della Vita Nova e il suo amato Baudelaire si fondono anacronisticamente in un procedimento a ritroso nel tempo e in un simbolismo affatto sui generis.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Si prepara, quindi, il periodo della maturità, dell’autoriflessione, del risveglio della sua anima pascaliana che </span><b><span class="fs12lh1-5 ff1">È</span></b><span class="fs12lh1-5 ff1"> in quanto limitata.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Poi un viaggio. Importante. Il ritorno in quella mitica terra d’Occidente che gli diede i natali: di nuovo ad Harvard, nel 1932, per la celebrazione di Charles Eliot Norton. Un tuffo in un passato che spacca in due il suo essere nel tentativo di raggiungere l’assoluto e rivivere il passato nel presente. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Ridicolo il triste tempo desolato che si stende prima e dopo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">E, così, in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Four Quartets</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, Eliot trova la sua massima espressione nella polifonica varietà tonale delle singole poesie, nelle loro righe intrise tutte di quel tempo perduto già presente in </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">The Waste Land</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e accostato, qui, ad una rinnovata visione, a un iter mentis ad deum.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Da quel momento la sua arte, così come la sua stessa vita, non saranno poggiate altro che sul passato, conducendolo, come un’eco infinita, verso il premio Nobel, che suggella la sua carriera nel 1948. In quest’ultimo periodo di lui escono solo raccolte di saggi. Ormai è autore da tesi universitarie ed esercitazioni critiche.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Muore il 4 gennaio 1965.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ha scolpito la sua poesia sull’esigenza di trovare una “tradizione personale” per rappresentarsi come erede della cultura occidentale tout court; ha costruito la sua arte letteraria sopra un insieme di rovine, trasformando la “microstoria”, ossia il dettaglio che nulla racconta e tutto dice, quell’attimo del continuo che racchiude il passato e il presente nel simbolismo, proiettando figure ingigantite, in una visione cosmica dell’uomo e del proprio destino.</span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Vivete in modo che i vostri discendenti abbiano a ringraziarvi»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> gli insegnò Ezra Pound, suo amico e maestro del periodo londinese, e perché ciò avvenga è necessario che sia realizzata l’opera immortale. Tutto sommato dubito che i discendenti di Eliot possano disconoscere valore all’immortalità della sua opera.</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, 25.12.1985]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">Foto di Pubblico Dominio (Wikipedia)</span></b><b></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 24 Dec 1985 23:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Elsa delle meraviglie, tra sortilegi e tristi eroi]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000037"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Voglio che siate allegri il giorno della mia morte»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, confidò a Jean Noflen Schifano, ma mercoledì 27 novembre, nella chiesa di S. Maria del Popolo, la gente non sorrideva. Parenti ed amici, ammiratori e curiosi, erano tutti lì, stretti nei loro cappotti scuri a proteggersi dal freddo romano di questi giorni e, forse, dal terrorizzante e gelido senso della morte che aleggia, silente, su chiunque si avventuri a celebrare la dipartita di una persona, restando saldamente attaccato all’idea consolatoria d’avere ancora la vita dalla sua parte.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Non ho conosciuto la Morante se non attraverso le sue opere e devo ammettere che la mia preparazione è quanto mai incompleta e imperfetta, visto che la sua personalità traspare, sì, dai suoi scritti, ma, come sempre accade, vi dimora in modo effimero, affidata all’interpretazione di chi legge. Doveva essere davvero speciale, affascinante, semplice e complessa al contempo, un po’ bizzarra e un po’ contraddittoria; sicuramente meritevole d’essere conosciuta, apprezzata e percepita oltre il foglio di carta di cui uno scrittore si veste, almeno a giudicare da quel che lascia nel cuore degli amici.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">A volte scontrosa e irascibile, amava dipingersi come una strega, ma che disdicevole incontro di opposti risulta tale trascurata e brutale immagine, che ella stessa si attribuiva, rispetto alla raffigurazione sottile e delicata del suo animo quale traspare da ogni riga dei suoi scritti.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">In un crescendo emotivo e tendenzialmente isolazionistico, ostracizzò via via il pubblico e la pubblicità, trincerandosi dietro il rifiuto della troppo dispersiva e superficiale confusione che si veniva costantemente a creare intorno a lei.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Accentuò, così, negli ultimi tempi, una vena un po’ misantropica che tradusse in angoscia esistenziale nella sua ultima opera, del 1982, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Aracoeli</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che proprio per l’individualismo esasperato che esprime non è annoverata tra i suoi scritti migliori. Risente, infatti, di un neorealismo latente che una vena di sottile sentimentalismo e pacata contraddittorietà hanno sempre emarginato delle sue opere; opere di esaltazione e immaginazione, di realtà scottanti e drammatiche, sì, ma trattate con estrema delicatezza ed eleganza, universalizzate attraverso il linguaggio e la fantasia, benché intensamente sofferte dall’Autrice.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">A volte scrittori si diventa, altre volte si nasce con il dono di tradurre in parole le esperienze proprie e altrui. Ebbene, Elsa nacque scrittrice. La sua vena artistica si rivelò presto, quando, ancora tredicenne, scrisse </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Le Bellissime Avventure di Catarì dalla Trecciolina</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, libro che, nel 1941, venne pubblicato da Einaudi. Ma è nel 1948, con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Menzogna e Sortilegio</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che la Morante ottenne il primo, grande successo di critica e soprattutto di pubblico, che le sarebbe rimasto, da quel momento, sempre fedele, sebbene con una partecipazione non massificata, tanto che non pochi definirono il suo modo di scrivere come destinato ad una ristretta élite culturale.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’Isola di Arturo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1957, vinse il Premio Strega e conseguì ancor più largo consenso anche da quella parte di fruitori del messaggio artistico più restii ad abituarsi alla sua scontrosità e al suo apparente sdegno. Furono in molti ad apprezzare giustamente il suo incontestabile genio. L’Isola è un viaggio onirico dalle enormi potenzialità; è una storia nella storia di una storia; è un percorso iniziatico dell’animo umano che va ben oltre la trama; e oso esprimere la mia preferenza assoluta per questo piccolo gioiello della letteratura, che rappresenta un incantesimo fuori dal tempo. L’isola è Procida e la storia è incentrata sul giovane amore di un adolescente per la matrigna, nello sfondo rovente e fatale di una vicenda che si fa dramma; dramma per la donna, per il ragazzo e per suo padre. Echeggiano, qui, indisturbati, la spensieratezza e i romanticismi stendhaliani in un’armonia sconcertante.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">La Morante è la scrittrice della tenerezza e dell’innocenza tradite ed umiliate; e non lo è solo per aver scritto </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’Isola</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Nei suoi libri eccellono le figure dei più piccoli, di coloro che guardano e spiegano le cose con i loro occhi stupiti, attoniti, troppo spesso feriti e sofferenti, come ha osservato Asor Rosa in un piccolo e intenso ritratto della Morante, ma anche capaci di voli onirici di elevata comprensione dell’universo e della vita.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Mondo Salvato dai Ragazzini</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1968, che tanto piacque a Pasolini, infatti, ella restituì al sogno, all’immaginario, alla purezza il loro pieno diritto alla vita, tracciando un legame inscindibile tra questa e il senso più elevato dell’invenzione.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1974 le giunse il più vasto apprezzamento con </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Storia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, libro nel quale si trascendono gli avvenimenti descritti, già di per sé tragici e sconvolgenti, per scovare tra le pagine la documentazione e la denuncia di uno “scandalo” nato con l’uomo, ma che non può morire con esso.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Per Elsa fu il trionfo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">In un periodo in cui si desiderava “comunicare”, rendere vittoriosa l’esperienza letteraria come veicolo di sentimenti, in cui si iniziava a trasporre mediaticamente ogni attività umana, il successo di questo libro non poté non giungere. Immediato. Folgorante. Icona di uomini e di tempi. Oggetto di studio persino nelle scuole. Simbolo dell’opinabile, del discutibile e dell’incertezza sofistica che il Sessantotto portava con sé, contenitore di cultura, politica e umanità, in un dualismo inevitabile: bene e male, giusto e sbagliato, vero e falso.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Fu così che </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Storia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> divenne uno strumento di narrazione e di rimprovero, di monito avverso il ripetersi di vecchi e nuovi errori, sempre più irrimediabili.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Tuttavia, accanto al trionfo, quest’opera segnò anche il crollo definitivo dell’attività letteraria di Elsa, la quale, seguendo una parabola ormai discendente</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-come sempre accade dopo che si è raggiunto il culmine-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">scrisse il già citato libro </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Aracoeli</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di ristretta fama.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Le leggi dell’esistenza ci impediscono di sapere cosa avrebbe scritto se la salute le avesse donato ancora un po’ di vita per tornare dai suoi lettori con altre pagine strappate alla sua splendente anima ribelle. Sappiamo che aveva recentemente ideato un altro libro, al quale, con rinnovato spirito e indomita vitalità, aveva cominciato a lavorare; purtroppo, però, un infarto ha stroncato a soli settantatré anni la sua vita e la sua mai sopita voglia di scrivere e di comunicare.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Della Morante si è evidenziata a lungo la “virilità” dell’intelligenza e del carattere. Sciocchezze da giornalino di spicciola saggezza; e consiglio di andare a leggere qualche testo serio di psicologia a qualunque uomo voglia necessariamente trovare tratti maschili nell’intelligenza e nella personalità di una donna, indagando, così, il proprio profondo senso di impotenza che ciò evidenzia. Mi dispiace per loro, ma tutta femminile fu, Elsa, nelle manifestazioni del suo essere, in quelle più salde e in quelle più fragili, a volte volitiva e glaciale, altre passionale e insicura. Sicuramente geniale.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Di lei, in questo triste momento, si legge di tutto nelle pagine dei giornali. Sfrondando con cautela, direi che la maggior parte delle parole sono immondizia: si ricordano i momenti di travaglio e di sofferenza degli ultimi anni, profanando, così la sfera di sacrosanto riserbo che ognuno merita di conservare e che lei aveva costruito intorno a sé con estrema cura; si schematizzano in assurdi binomi artistici e privati le sue relazioni, Morante-Pasolini, Morante-Moravia. Io dico, a voce alta e con sdegno, che nemmeno la morte di una persona tanto affascinante e misteriosa, grande e imponente nella terra d’arte del nostro secolo, quale Elsa è stata e sarà, possono giustificare una simile infiltrazione nella privacy, nei segreti, nella vita coniugale, nella osmosi intellettuale con amici e amori. Di sicuro a Moravia spetta l’arduo compito di sopportare e, ove possibile, scusare la profanazione della loro intimità coniugale. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Non me la sento di fare nessuna dichiarazione»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> ha risposto con eleganza ai giornalisti invadenti che lo stavano assediando. </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«La morte di una persona con la quale ho vissuto venti anni mi addolora profondamente. Vi prego di capire il mio silenzio»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Di sicuro è stato un anno particolarmente tragico per la nostra storia letteraria con la scomparsa di Bacchelli, di Calvino e della Morante, benché sono certa che Elsa sorriderebbe a sentirsi collocare nel Gotha della letteratura, avendo sempre manifestato dubbi sull’immortalità della propria opera: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Neppure se fossi Dante ci crederei!»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> disse anni fa, preda, forse, di una mistura di insicurezza e scaramanzia.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il Presidente della Camera Nilde Iotti e molti altri esponenti del mondo politico e artistico hanno espresso il loro cordoglio con parole commosse e delicatamente affettuose. Profonda commozione anche in Luigi Comencini, il quale, in questi giorni, attende alla realizzazione cinematografica de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Storia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e che spera </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«la Morante possa rivivere sullo schermo attraverso gli occhi di Ida e Yuseppe, due personaggi che hanno la luce della sua arte»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il carosello mediatico è ancora in piena attività e di Elsa Morante si sta scrivendo molto. Anche io, del resto, sono qui, a ticchettare sulla mia amata Olivetti, cercando parole di commiato per la sua scomparsa, salutandola un’ultima volta. Non è facile. Di sicuro auspico, con lei, che i riflettori tornino ad abbassarsi, che la sua anima riposi nei paradisi che preferisce e tra le pagine dei suoi libri, disposta a parlare sempre e con chiunque li legga e li ami come li ho amati io.</span></div></div> &nbsp;<div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma </span><span class="fs12lh1-5 ff1">5.12.1985]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© Foto di Raffaella Bonsignori</span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 05 Dec 1985 22:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il cammino di un ateo verso Dio]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000032"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><br></div><div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«E’ la mano di Zeus su di me, / visibile, viene: io tremo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> dice il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Prometeo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di Eschilo, ma per Miguel de Unamuno, illustre grecista, docente all’Università di Salamanca, oltre che filosofo e scrittore, non vi può essere fuga dinanzi alla mano di Dio, bensì accettazione di una realtà nuova e inquietante, soprattutto agli occhi del suo razionalismo, che si trasforma in cristianesimo sui generis; il cristianesimo di chi è rimasto fuori dalla porta della Chiesa, come acutamente rileva il Castelli.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nato a Bilbao nel 1864, si spegne a Salamanca nel 1936. Oggi si riscopre in lui il grande pensatore e il rivoluzionario di quella generazione del ’98 che denunciò la decadenza della società e della cultura spagnola.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La crisi esistenziale che lo coglie trentatreenne, nel 1897, vede la destabilizzazione di tutti i suoi ideali, genuflettendolo dinanzi al Cristo amico e sereno fratello, risorto non già dal sonno della morte, ma dal suo animo e dall’animo di ogni “uomo nuovo”. Il Cristo del </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Diario Intimo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, opera pubblicata postuma, ove si riscontra la cupezza ossessiva di una morte incomprensibile e inevitabile, che la speranza sempre più forte e il volere deviano verso la figura di Figlio e di Padre.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L’uomo abbandona il terrore e il dolore della problematica spinoziana e trova Dio, personificazione dell’anelito universale alla perpetuazione della coscienza, nella sua volontà di credere che esista. Il Dio de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">L’Agonia del Cristianesimo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> (1931), in cui la salvezza del mondo è riposta nella volontà di credere; in cui è combattuta ogni forma di morale utilitaristica e si esalta l’angoscia dell’uomo che vuole prevalere contro le leggi naturali. È un uomo che trova Maria, fiore imperscrutabile, avvolta nell’affascinante, antitetico mistero della sua feconda verginità. Trova una fede. E non muore.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Temi, questi del sentimento tragico della vita, dell’ansia di eternità, del rapporto tra Dio e l’uomo, ripresi e ampliati anche in alcune sue opere teatrali, tra cui le famose </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Sombras de sueno</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Todo un hombre</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La vita, dunque, diviene, per Miguel, non più la corsa contro il nulla che il razionalismo esasperato voleva fosse, bensì ansia di immortalità e viaggio verso l’infinito.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Un razionalismo velato da un’ombra neppure troppo invisibile di nichilismo, dal quale non riesce mai a distaccarsi completamente, tanto che la fede nel suo Dio, se vogliamo un po’ romantico e sentimentale, buono perché l’uomo ha bisogno che sia buono, non può essere la fede tout court: egli, infatti, non accetterà mai in toto il dogma cristiano e continuerà fino all’ultimo a rifiutare i sacramenti e tutta la struttura confessionale della Chiesa cattolica.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Tra un anno o sarò cattolico o diventerò pazzo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> si legge nel </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Diario</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Pazzo non diviene e, a quanto ne sappiamo, neppure cattolico, anche se non cesserà un attimo di trasformare la sua penna nella spada del suo Cristo, che è, poi, il Cristo celato spesso, sotto altre spoglie e sotto altro nome, in ogni uomo, nell’ateo come nel religioso, non potendo fare a meno, ognuno per aspetti diversi di eguale motivazione, di temere la morte e tentare di sconfiggerla con gli artifizi della mente e dell’anima.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Di sicuro la religione non è un artifizio; ma quale sia la meta cui la fede conduce o quale fede sia quella destinata alla meta migliore nessuno lo sa. Fede è credere in ciò che non si vede, che non si conosce e, soprattutto, che non si può conoscere. Sono credente. Fermamente. A volte mi chiedo, però, cosa accadrebbe se l’uomo si accorgesse di essere solo al mondo; davvero solo; avvolto in una solitudine corposa, piena, viva, così totale da essere estranea persino agli atei. Cosa accadrebbe se a sorreggere l’uomo non vi fosse più neppure la speranza di un qualunque dopo, di un prosieguo che lo strappi dal nulla ovattato di una morte che è oblio di se stessi?</span></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, 17.11.1985]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - Nuvole</span></b><br></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 07 Nov 1985 07:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Pietrasanta s'inchina al Carducci]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000031"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Pietrasanta, 25 settembre 1985: si apre il Convegno di studi su Giosuè Carducci, nel centocinquantesimo anniversario della nascita.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Dolce paese, onde portai</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">l’abito fiero e lo sdegnoso canto</span></i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme …»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Come dimenticare questi versi e come non riascoltarli qui, nell’aria maremmana che gli fu natale, intrisa tutta della sua poesia?</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Illustri esponenti della cultura si sono riuniti sul filo di una poetica impareggiabile che ha arricchito il nostro Ottocento di una voce nuova e diversa; una voce inizialmente perduta in un’eloquenza pindarica, solenne, descrittiva, tutta immersa in pazienti lavori di cesello e arabeschi metrici, decorativi, mai pedante ma sicuramente erudita fino all’estremo; una voce che, successivamente, si scioglie, abbandona l’ispido classicismo dei </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Juvenilia</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> per riversarsi, con toni questa volta duri e collerici</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-di quella collera che gli fu tratto caratteriale, ereditata fors’anche dal padre, fervente carbonaro-,</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">verso un attivo giacobinismo, rendendosi vate dell’Italia nazionalista.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La sua poetica, dunque, pur nell’unicità dello stile, presenta molteplici sfaccettature, muovendosi sul cursore del patriottismo, dell’anticattolicesimo, dell’elegia.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È così che dalla sua penna nascono le alchimie metriche di uno scudiero dei classici; le poesie impregnate dei pubblici destini, che si trasformano in invettiva e aspra lotta, una lotta condotta da imperioso cantore civile che sopravanza gli animi dal pulpito della sua cattedra universitaria oltre che della pagina scritta; le poesie polemiche nei confronti del contesto politico e civile diseroico dell’Italia postunitaria e burocratica; le poesie mistiche, pur nell’estrema opposizione a certa religiosità che, tuttavia, non gli impedisce d’affermare </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«un gran rispetto per Cristo»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">; ma anche le poesie nostalgiche, frutto di un ripiegamento assorto sulle semplici emozioni dell’essere, poesie calde, elegiache, evocative di un’infanzia selvaggia e ribelle, trasposta nelle vaste solitudini della maremma, come lui indocile, scostante e tempestosa.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Eppure, in questo mio umile tentativo di offrire del Poeta una testimonianza critica, frutto delle riflessioni emerse durante il Convegno di Studi Carducciani, preferisco focalizzare l’attenzione non già sulla sua esordiente passione accademica di erudito, o sulla sua febbre democratica, che trasportò tutto il suo bagaglio di splendide illusioni umanitarie e sociali in vasti schemi di rappresentazione storica, liberando un classicismo arricchito di sempre nuove e più complesse istanze. No. Sulle orme delle mie passioni ginnasiali, della rimembranza di un romantico sentire, voglio guardare, piuttosto, al suo scrivere più autenticamente poetico, che si bea del selvaggio piacere di risentire l’antica vita e di dimenticare il presente; un presente dai perduti ideali risorgimentali e non ancora maturo per il realismo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Mi piace ricordare questo Carducci, dunque, perdendomi in una poesia non densa di grande varietà e ricchezza, ma ben illuminata da lampeggiamenti di puro lirismo. Una poesia che sono in troppi a definire “stanca” e che per me, al contrario, rappresenta il malinconico, paesaggistico ed intimo abbandono ad un fascino senza eguali, ad una bellezza superiore, in cui si risolvono più energicamente l’incontro sofferto e deciso del senso della vita e della morte, in un insieme di chiaroscuri tematici e tonalismi, per dirla con i pennelli di Giorgione: la </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«terra fredda»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, la </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«terra negra»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Pianto Antico</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E sull’onda dell’intimismo</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-ché a voler parlare della sua poetica si dovrebbe scrivere qualche volume e non qualche colonna di giornale-,</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">sull'onda del rivolgimento verso le istanze del sé, vorrei spingermi ancora un poco più in là, per raggiungere il Carducci uomo prima che poeta, con i suoi entusiasmi, i suoi fervori, quelli che, a volte, chiudono gli uomini alla logica, li trasformano in puro sentire, dire, fare. C’è un angolo privato che non vorrei lasciarmi sfuggire, sì; un particolare della vita del Poeta che illumina la sua personalità, il suo ardore, il suo entusiasmo: cantore politico e uomo appassionato, trascinante e trascinato, distratto, forse, pieno di sogni. Si tratta di un simpatico aneddoto che ho scovato leggendo, da appassionata di tradizioni culinarie italiane, la trilogia di Mario Soldati, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Vino al Vino</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Si era nel 1888 e il Nostro trascorreva l’estate in Valtellina. Ebbene, in occasione del suo compleanno, per l’innocente scherzo di alcuni amici, gli venne regalata una bottiglia di Sassella del 1884, cui era stata modificata la data in 1848. L’anno, evocatore della guerra di indipendenza che tanto il Carducci avrebbe voluto vivere e combattere, accese in lui l’animo del fervente patriota, ridimensionando quella del buon enologo quale era, che non si avvide di quanto diverso</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-e poco gradevole-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">avrebbe dovuto essere il gusto di quella “rarità” di ben trentasei anni!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In quell’occasione compose un’ode: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">A una Bottiglia di Valtellina del 1848</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. E, dopo cotanto fervore poetico nessuno, ovviamente, ebbe il coraggio di confessargli quello scherzo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ho voluto ricordare questo episodio di un Carducci più spontaneo e immediato perché mi sembra sempre molto difficile cogliere, tra le righe dei libri di critica e letteratura, il lato umano degli scrittori e dei poeti, che ci appaiono, al contrario, quasi disumanizzati, meri veicoli del loro stesso scrivere, esseri capaci di esprimere solo la propria eccezionalità, mentre è giusto che vengano ricordati non solo per ciò che hanno fatto, ma anche per ciò che sono stati. Una vacanza, un compleanno con gli amici, uno scherzo e del buon vino. È stato anche questo Carducci.</span></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5"><b><span class="fs12lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</span></b></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, 3.11.1985]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Raffaella Bonsignori - Bolgheri</span></b><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 03 Nov 1985 07:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Bacchelli nel fiume della storia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaella Bonsignori]]></author>
			<category domain="https://raffaellabonsignori.it/blog/index.php?category=Arte_e_Letteratura"><![CDATA[Arte e Letteratura]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000030"><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTACenter"></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Qualche anno fa esplose il cosiddetto </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">caso Bacchelli</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. Persino il Presidente Pertini intervenne a sensibilizzare il Comune di Milano al fine di aiutare il quasi novantenne scrittore, vanto della cultura italiana, sostenendo le ingenti spese di degenza in una clinica milanese ed evitando, quindi, di abbandonarlo ad un triste destino di malattia e indigenza. E il Comune, effettivamente, lo aiutò pagando la retta della clinica, ma, ben presto, onde evitare di subire le giuste censure della Corte dei Conti, relativamente ad una voce in bilancio non corrispondente agli interessi pubblici, dovette sospendere gli aiuti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In quel frangente, Bacchelli, approfittando di un lieve miglioramento, riprese a scrivere per </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Corriere della Sera</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, ma non riuscì a sostenere ritmi che potessero garantirgli un serio introito economico. Venne, pertanto, trasferito in una clinica di Monza, la clinica Zucchi, convenzionata con il servizio sanitario, ove, novantaquattrenne, ormai quasi cieco e paralizzato, si è spento l’8 ottobre scorso, esattamente due mesi dopo la promulgazione, da parte del governo Craxi, della legge n. 440, nota appunto come </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">legge Bacchelli</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, istitutiva di un fondo a favore di cittadini illustri in gravi difficoltà economiche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La cultura italiana è in lutto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Uomo di temperamento e grande eleganza, Riccardo Bacchelli trascorse la sua esistenza da vero edonista, soffermandosi spesso sui particolari della vita, sul gusto del necessario e del superfluo, sull’idea del bello, che tradusse anche nelle sue opere, delicati affreschi che presentano stessa cura per la forma come per il contenuto. Ebbe i suoi leggendari capricci d’artista, senza dubbio, che contribuirono ad alimentare un mito vivente: le belle macchine, i ristoranti raffinati e tanti altri piccoli dettagli, tra i quali uno che, in passato, è stato al centro di una poderosa testimonianza d’amore da parte dei suoi lettori. Bacchelli amava scrivere con cannucce d’argento sulle quali innestava pennini </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Perry n. 27</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">. La rarità di queste punte, che, soprattutto dopo gli anni Sessanta, diventarono pressoché introvabili, mise un poco in crisi il suo castello di abitudini. Ebbene, quando scrisse un articolo sulla difficoltà a reperirne, i suoi lettori si mossero con un tam-tam vertiginoso e gliene fecero recapitare tante da poter scrivere, come egli stesso osservò, per altri trent’anni. L’episodio è illuminante per comprendere chi egli sia stato e come si mosse in quell’Italia dai molteplici e variegati fermenti culturali.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Letterato e raffinato romanziere, con i suoi scritti lascia un’eredità di gran pregio.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Vissuto a cavallo di due secoli che sono manifesto di grandi istanze artistiche, Bacchelli rappresentò a buona ragione un’imponente figura letteraria: c’è chi lo ha definito, e non a torto, il più grande prosatore dopo il Manzoni; ma, come sempre, c’è anche chi se ne ricorda solo ora.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Dopo una prima, ingenua ma godibile esperienza narrativa, </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Filo Meraviglioso di Ludovico Clò</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, che risale al 1911, lasciò, nel 1912, l’Università fiorentina per aperti contrasti, pare, con il suo docente, </span><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">un tal Giovanni Pascoli, e si unì a quella gioventù di letterati e filosofi che, dalle pagine de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Voce</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, rappresentavano l’enzima della nuova cultura italiana, un’evoluzione di quel gruppo di pagani e individualisti che, ancor prima, si erano dedicati a scrivere e leggere il </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Leonardo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, fondato da Giovanni Papini. Con la fondazione di questa nuova rivista crebbe la loro consapevolezza di gruppo intellettuale. Si chiarificarono gli intenti. Scrisse Prezzolini a proposito dei must della rivista: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Trattare tutte le questioni che hanno riflessi nel mondo intellettuale e religioso e artistico; reagire alla retorica degli Italiani, obbligandoli a veder da vicino la loro realtà sociale, educarci a risolvere le piccole questioni e i piccoli problemi per trovarci più preparati a quelli grandi; migliorare il terreno dove deve vivere e fiorire la vita dello spirito»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La frequentazione dei vociani influenzò enormemente il pensiero di Bacchelli, sebbene non intaccò il suo peculiare stile di raffinato prosatore, estraneo alla “poetica del frammento”, alla ricerca della brevità ad ogni costo, quale coniugio puntuale tra intensità e perfezione stilistica. Dopo il suo trasferimento a Roma, nel 1919, si dedicò, accanto a Cardarelli, Baldini e Cecchi, a </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Ronda</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, rivista che, sulle orme della scissione vociana tra Salvemini e Prezzolini e il nuovo indirizzo prevalentemente letterario dato alla rivista dal nuovo direttore, De Roberto, poneva attenzione, in prevalenza, agli aspetti poetici e narrativi, estraniandosi, ma solo in apparenza, dalla conflittualità politica e sociale. Sicuramente la letteratura divenne il primo interesse. Si ricercava lo stile elegante, formale. Si tornò a valorizzare Leopardi, così come il Manzoni, soprattutto da parte di Bacchelli, il quale allo studio del grande scrittore milanese dedicò gran parte della sua esistenza</span><span class="fs12lh1-5 ff1">, tanto che a lui fu affidata la sceneggiatura de </span><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5 ff1">I Promessi Sposi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> nello sceneggiato televisivo del 1967, per la regia di Sandro Bolchi</span><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Appartiene al periodo romano </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Lo Sa il Tonno</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1923, una sorta di favola filosofica di sorprendente freschezza, ambientata nelle profondità marine; il suo primo romanzo di sicuro valore e ampio riconoscimento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Interessato, ma distaccato, al contempo, dai sermoni sulla brevità e sullo stile lirico, che i massimi esponenti delle avanguardie predicavano dalle pagine delle riviste culturali dell’epoca, Bacchelli si indirizzò, dunque, verso una prosa d’arte di respiro ampio, profondo, di alta eloquenza, precisa, chiara, luminosa, cui, nel lungo arco della sua produzione letteraria, rimase fedele, pur se la sua pagina, sorvegliata, attenta, tenuta a freno, allo stesso tempo gli sfuggiva, come spinta dallo straripare della linfa inventiva e trasportata dal corso di un fiume grande e possente: il Po, ad esempio</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-tanto per rievocare un titolo che lo ha reso famoso-,</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">ove gorghi e mulinelli e piccole rientranze stagnanti presso le calme rive, richiamano gli indugi, le descrizioni, gli intermezzi di qualunque argomento, le impennate polemiche che egli sviluppava nel corso dell’intreccio narrativo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Più che mai se ne ha riscontro leggendo i suoi vasti affreschi storici, caratterizzati da ricostruzioni poderose di intere epoche e di grandi personalità, pur se, talvolta, indugianti su una minuzia che, spesso, rende arduo rinvenire il significato più profondo di quella sorgiva e ricca fonte di fatti e personaggi, ma che</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-riconosciamolo-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">non può non avvolgere e catalizzare l’attenzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il suo distacco da </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La Ronda</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> fu inevitabile. Iniziò, così, il lunghissimo periodo milanese, cui appartengono le sue opere di maggiore fama.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Fu versatile letterato, poiché amò la sperimentazione a tutto tondo nella scelta di argomenti che vanno dall’opera di fantasia, al romanzo storico, per giungere al ritratto biografico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel 1927 pubblicò </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Diavolo al Pontelungo</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, un’opera nella quale il suo storicismo non si sottrae alla continua presenza dello scrittore tra le righe</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">-cosa che avrebbe fatto inorridire il Manzoni in un’ipotetica seconda lettera all’amico Fauriel-</span><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs12lh1-5 ff1">e si vela di ironia, presentandoci un Bakunin, “povero diavolo”, dominato dal destino.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Quindi fu la volta de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">La città degli Angeli</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, del 1929; de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Mal d’Africa</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, 1934, ispirato alla vita di Gaetano Casati, esploratore; de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Pianto del Figlio di Lais</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, 1945, di ispirazione biblica; de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Figlio di Stalin</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, 1953, ricostruzione fantasiosa della prigionia e della morte del giovane Jacob; di </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Non Ti Chiamerò Più Padre</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, 1959, sulla vita di S. Francesco; delle due biografie </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Leopardi</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Manzoni</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, 1960, e </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Gioacchino Rossini</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, 1941. E questo solo per citarne alcuni: l’elenco completo sarebbe eccessivamente lungo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Viene principalmente ricordato, però, per il suo capolavoro, cui la letteratura italiana è fiera di essere debitrice di gloria e successo: la trilogia de </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Mulino del Po</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">, 1938-1940.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In questo gigantesco affresco storico l’atteggiamento del Nostro si discosta, ancora una volta, dall’ideale manzoniano, creando tra le righe uno spazio corrispondente a quella che può essere definita “licenza di intervento”, partecipando cordialmente e francamente alle vicende di bene e di male, di miserie e di grandezze, d’amore e d’odio, di violenze e di affetti. È una storia di generazioni, in cui il mulino si fa simbolo, centro ideale di unificazione; storia pacata e piena come il fiume da cui tra il titolo. Una storia in cui predomina il popolano sanguigno e onesto che abita quei luoghi temporaleschi e vitali, umbratili come lui. Una storia fatta di gente, come quel Lazzaro che, dopo essere stato costretto a darsi alla macchia per quasi un anno, si riaffaccia guardingo in paese per acquistare un sillabario. Non si potrebbe immaginarlo differente dalla descrizione che ne fa Bacchelli: </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Entrò peritoso e con un occhio alla porta. Aveva persa l’abitudine del chiuso e del coperto. Lesse negli sguardi del bottegaio e di alcuni avventori presenti quel che pensavano di lui. E davvero pareva l’uomo selvatico, che del brutto tempo si rallegra e piange se fa bello»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ne </span><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Mulino del Po</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> è narrata una storia di cui, alla fine, come è stato giustamente notato dallo Spagnoletti, rimane solo la sensazione umbratile di qualche presenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In fondo è proprio ciò che lo scrittore ci ha voluto lasciare: ombre, null’altro che ombre il cui destino è soccombere alla natura.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Alla vedova sono state inviate commosse parole da rappresentanti del mondo politico e culturale, nonché da tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere l’uomo oltre che lo scrittore, ricevendo da lui l’immensa carica di umanità che è sempre riuscito ad irradiare.</span></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Riccardo Bacchelli rimarrà un riferimento importante nella nostra cultura ed un protagonista indimenticabile della letteratura del nostro secolo. A quanti gli furono vicini va, in questo giorno, l’affettuosa solidarietà ed il memore pensiero di tutti gli italiani»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> [il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga]</span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Il Senato partecipa al lutto per il suo decesso. Personalmente, gentile signora, ricordo con emozione gli incontri al Senato e nella casa milanese che mi fecero sentire sinceramente amico il suo caro consorte»</span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> [On. Amintore Fanfani]</span></div> &nbsp;<div><i><span class="fs12lh1-5 ff1">«Col Diavolo al Pontelungo e la trilogia del Mulino del Po seppe indicare, tradizionale e moderna insieme, costellata da sue opere memorabili, una delle strade maestre della narrativa italiana della prima metà del secolo» </span></i><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><span class="fs12lh1-5 ff1">[Vasco Pratolini]</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Questi sono solo alcuni stralci dei messaggi di profondo cordoglio che sono stati inviati alla famiglia Bacchelli; messaggi ai quali mi permetto di aggiungere il mio e del mio giornale per la scomparsa di un indimenticabile letterato, che ha lasciato un vuoto incolmabile non solo nel cuore dei suoi cari, cui più di ogni altro rivolgo le mie parole, ma nel cuore di chiunque abbia conosciuto e apprezzato le sue opere, nonché nel cuore della letteratura mondiale, eco eterna della sua fama.</span></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© di Raffaella Bonsignori</span></b><br></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">[Corriere di Roma, 15.10.1985]</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">© Foto di Paola Lai</span></b><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 15 Oct 1985 06:33:00 GMT</pubDate>
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